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LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. IL CIVICO 21

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Il civico 21

Nell’uscire dalla pizzeria Bella Mia dove avevo mangiato una pizza super-schiacciata con le cipolle di Pontalba, scambiai qualche parola con Amed, il pizzaiolo. Della storia della volpe verde lui non sapeva nulla, mi disse che i Conti Cenaroli abitavano dall’altra parte del paese e che nessuno di loro era mai andato al Bella Mia a pranzo o cena.

“Si vede che la pizza è un alimento troppo da poveri” mi disse con un certo sdegno commentando il fatto che i Conti non erano mai stati nel suo locale.  Aveva negli occhi un’aria di sfida, come se pensasse che io fossi un simpatizzante della nobilità e, per questo, uno da cui diffidare. Forse voleva verificare cosa ne pensassi io delle frequentazioni della sua pizzeria, vedere da che parte stavo, quella dei borghesi che mangiavano la pizza, o quella dei Conti che la evitavano.

Messa così, la faccenda mi sembrava un po’ troppo semplificata, una dicotomia inutile creata in maniera un po’ troppo artificiosa. Non approfondii la cosa più di tanto, non mi interessava in quel momento la stratificazione sociale del paese e nemmeno pensavo che la frequentazione di quel locale fosse un segnalatore che mi permetteva di fare considerazioni sensate sull’argomento.

Uscii dalla pizzeria salutando cordialmente, avevo mangiato bene e il personale del locale era stato cordiale. Un posto dove tornare, sicuramente.

Feci la strada a ritroso verso l’albergo, guardando le grosse piante di oleandro che accompagnavano per un tratto la strada, meravigliandomi di quanto fossero belle. Le piante erano rigogliose, sembravano voler formare un tunnel sopra il marciapiede. I fiori raggruppati in mazzetti avevano sfumature dal bianco, al rosa, al fucsia.

In quel tunnel naturale, la luce del pomeriggio filtrava a sprazzi, macchiando il marciapiede di ombre e riflessi. Ogni soffio di vento faceva oscillare i rami carichi di fiori, provocando una specie di fruscio metallico, tipico di quelle fronde tanto rigide quanto eleganti.

Mi fermai a osservarle da vicino. Erano piante fiere, che non temevano il calore dell’asfalto, stavano là maestose e molto belle. Sembrava che il loro scopo fosse quello di offrire ristoro visivo a chi, stanco dal viaggio o dalla calura, si avventurava verso il Pontalba Hotel. Con un ultimo sguardo, mi allontanai, portandomi appresso l’immagine vivida di quei vegetali, simboli perfetti di resistenza ed eleganza.

Ritornai in albergo, salii in camera e riaccesi il mio pc, non riuscivo a stare senza di lui che per poche ore e, ovviamente, la notte. Danila aveva letto la mail, ma non aveva commentato, mentre il mio capo sì. Così diceva il suo messaggio: “Ciao Pim, quello che hai scritto mi sembra davvero poco per ora, vedi di spicciarti e di mandarmi un bel pezzo entro domani sera. Ti chiamo io nei prossimi giorni. Hasta la vista”.

Perché mi mandasse sempre i saluti in spagnolo non mi era del tutto chiaro. In Spagna non ci era mai stato e la sua conoscenza di quella lingua si limitata a poche parole. Comunque “Hasta la vista” gli piaceva e chiudeva sempre così le mail che inviava ai giornalisti.

Nel mondo cinematografico, questo modo di salutare è legato al personaggio di Terminator. Nel film, il giovane John Connor insegna al cyborg T-800 alcuni modi di dire gergali per renderlo più “umano” e meno robotico nel linguaggio. Tra questi, la frase “Hasta la vista, baby“, che il Terminator utilizza poi nel momento culminante del film prima di sparare al nemico (il T-1000) precedentemente congelato dall’azoto liquido. La frase è quindi diventata il simbolo di un congedo inesorabile.

Forse, per un direttore autoritario, citarla significava evocare quella stessa aura di forza superiore che ricordava Terminator. Però non so se fosse davvero così, a volte le spiegazioni più colte sono delle vere assurdità, e il rischio di appiccicarle a qualcosa di molto più ingenuo, frequente.

Più semplicemente, il capo poteva aver sentito quel saluto spagnolo che gli era piaciuto perché aveva qualcosa di esotico e di neolatino insieme. Tutto sommato, era musicale ed efficace, punto. L’aveva quindi scelto più per civetteria che per altro.

Mi chiedo quanto spesso capiti di attribuire significati malvagi a frasi pronunciate con leggerezza, e quanto, altrettanto frequentemente, possa verificarsi il contrario, cioè che parole cariche di intenti oscuri vengano accolte con leggerezza. Del resto, la lingua non rappresenta una verità data, scolpita nella pietra, ma è una forma di mediazione possibile tra innumerevoli significati, tutti parimenti validi nell’esperienza umana.

A sua volta, anche il significato non è un dato immutabile, ma è il risultato di un’ulteriore mediazione, influenzata dal contesto culturale, dall’esperienza personale e persino dall’umore del momento. Questo scambio continuo tra chi parla e chi ascolta, tra l’intenzione e l’interpretazione, crea un contesto comunicativo affascinante, in cui ogni scambio è un atto creativo e potenzialmente incompreso. Comunque fosse, Hasta la vista non suonava male neanche a me e non certo perché mi piacesse Terminator.

Lessi un po’ di rassegna stampa e alle 16,30 decisi che era ora di uscire per andare da Costanza Del Re. Ridiscesi nuovamente nella hall dell’albergo che in quel momento era deserta e mi incammina verso il centro di Pontalba.  Ricordai che Camilla mi aveva detto che Costanza abitava vicino al suo negozio, per cui mi avviai verso il minimarket.

Ripassai davanti al distributore, alla pizzeria, alla sede del Comune e girando a sinistra vidi l’insegna bianca e rossa del negozio con scritto “Da Camilla”. Immaginai che il nome fosse stato scelto perché non si facesse confusione e si potesse associare al negozio il nome della proprietaria in maniera indissolubile.

Passando davanti alla vetrina sbirciai all’interno e vidi dietro il banco Camilla che stava sistemando qualcosa nel bancone refrigerato dove teneva i salumi e i formaggi. Era piegata in avanti e non si vedeva la faccia, ma solo la sua massa di capelli biondi che oscillavano a seconda dei movimenti che servivano per posizionare i prosciutti in maniera precisa e nell’esatta angolatura che voleva.

Doveva essere dotata di una certa precisione e meticolosità nel fare le cose e il suo ordine mentale era il circuito entro il quale posizionava gli eventi del mondo, rendendoli più ordinati e poco fantasiosi.  

Pensai di fermarmi a salutarla, ma poi guardai l’orologio e vide che era quasi ora dell’appuntamento con Costanza, mancavano infatti dieci minuti alle 17.00, era meglio affrettarsi. Girai l’angolo e mi trovai in Via Santoni Rosa. Una via corta e particolare, per un tratto era pianeggiante e, a circa metà della sua lunghezza, cominciava ad abbassarsi e si trasformava in una ripida discesa che terminava esattamente dove finiva la via. Appena finita la discesa iniziava via Terra Grigia.

Girandosi all’indietro si vedeva quindi una salita non indifferente e la casa di Costanza in alto. Mi avvicinai al numero civico 21 e guardai il grande cancello verde che chiudeva completamente la visuale verso l’interno della casa. Davanti alla porta ricavata nel cancello c’erano due campanelli. Sul primo vi era scritto “Del Re/Ghepardi”. Dovevo suonare quello.  Mentre ero lì che osservavo i campanelli, sentii una voce alle mie spalle:

«Lei chi è?»

«eh? – mi girai per vedere da dove arriva la voce e mi trovai di fronte un ragazzo alto, robusto con i capelli rossicci che mi guarda torvo.

«Sono un giornalista di Tresciaone, mi chiamo Pietro Moroni

«Ah … e cosa ci fa qui?»

«Ho un appuntamento con Costanza Del Re»

«Ah …»

«Scusi ma lei chi è? – gli chiesi

«Sono Albertino Canali, il vicino di casa delle ragazze Del Re, abito qui (indicò con la mano la casa dietro le sue spalle) e faccio il trebbiatore»

«Piacere – dissi io conciliante, ma lui continuò con lo stesso tono di prima

«Cosa vuole?»

«Ma veramente … non è affar suo, ho un appuntamento con Costanza Del Re! – ripetei

«Costanza è una mia amica»

«Vabbè, ma cosa centra?»

«Centra … lei mi dica cosa vuole e io la lascio andare»

«Mi lascia andare?, perché? Sono in stato di fermo?»

«Più o meno …»

«Voglio parlare con Costanza della volpe verde – dissi cercando di interrompere il normale flusso di pensieri del mio burbero interlocutore.

«Chiacchiere inutili su animali inesistenti – disse lui – Vada pure».

«Cosa vuole questo brutto ceffo» (pensai) e lo guardai in faccia. Probabilmente faceva così con chiunque, la sentinella del portone del civico 21. Ovviamente il portone era verde, quel colore mi seguiva ovunque in quello sperduto paese di pianura.

Albertino Canali era peggio di una guardia del corpo. Chissà a che titolo controllava coloro che andavano e venivano da casa Del Re, forse era solo un piacere di vicinato. Strana davvero la rete sociale di Pontalba, tutti sapevano tutto di tutti e al controllo sugli “stranieri” era deputata un consistente spiegamento di forze volontarie. Mi venne da sorridere e il ragazzone, non so come, se ne accorse.

«Perché sta ridendo? – mi chiese

Non sapevo cosa rispondergli e così mi inventai qualcosa, il giornalismo mi aveva ben addestrato in quel senso.

«Perché lei assomiglia a mio cognato!»

«Ah…»

Albertino Canali decise che la conversazione era finita e, così come era comparso, sparì nel portone di legno posizionato di fronte alla casa di Costanza.

Suonai il campanello.

«Chi è? – chiese una voce dal citofono

«Sono Pietro Moroni di Tresciaone»

«Il giornalista che ho incontrato ieri da Camilla?»

«Si esatto»

«Entri pure»

Sentii un clic e il portoncino ricavato all’interno del cancello si aprì. Entrai e feci qualche passo nel cortile e vidi di fronte a me una grande casa su due piani con un tetto dalle possenti travi e dai coppi rossi. A sinistra c’era un piccolo giardino pieno di fiori d’ortensia. I cespugli erano belli e rigogliosi e la macchia di colore interessante.

Mentre osservavo il giardino, ebbi l’impressione che degli occhi mi stessero osservando. Vidi due piccole sfere luccicanti tra i fiori di una grande ortensia. “eccola!, la volpe verde!” pensai per un attimo.  Mi avvicinai meglio e invece di una volpe, vidi un gatto che mi osservava dall’interno del cespuglio. “accidenti” pensai … “questo è proprio uno strano posto”.

Lasciai perdere il felino che, del tutto protetto dal cespuglio, non si spostò di un centimetro e mi avviai verso la casa. La porta si stava muovendo e, dallo spiraglio che si era creato tra l’interno e l’esterno dell’edificio, vidi uscire una ragazza mora interamente vestita di verde. “Un colore, una storia ….”, pensai e mi diressi verso la mia ospite. Già, un colore una storia, e fu proprio così.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/antranias-50356/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=238661″>Manfred Antranias Zimmer</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=238661″>Pixabay</a>

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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