Skip to main content

Le voci da dentro / Una partita dietro le sbarre

Le voci da dentro  / Una partita dietro le sbarre

Sabato 15 novembre alle ore 10 presso il campo sportivo della casa Circondariale di Ferrara si è svolta una partita di rugby fra la squadra degli atleti detenuti (Rugby 27) ed una selezione di giocatori del Cus Ferrara.

Nella conferenza stampa di presentazione della partita, l’assessore allo sport Francesco Carità ha dichiarato: “Le associazioni sportive che fanno anche volontariato sul nostro territorio, uniscono l’attività fisica a finalità benefiche o solidali nel nome dell’inclusione, è lavoro che questa Amministrazione vuole sostenere. Apprezzo come vi sia attenzione anche al benessere psicologico che può dare l’attività fisica questa iniziativa rende i detenuti protagonisti e li aiuta a riconquistare anche l’idea che ci possa essere un futuro”.

Stefano Cavallini, presidente di Rugby 27, ha detto: “Questo evento moltiplica l’energia dei nostri detenuti, che non vedono l’ora di scendere in campo in questa gara di Rugby Seven con il CUS. Sono ragazzi che approfittano del rugby per avere più disciplina nella vita, e noi stessi vediamo come lo sport li stia decisamente aiutando a migliorare. Siamo supportati da tutte le realtà attorno a noi, soprattutto dal Comune. Per quanto riguarda i progetti futuri, dopo la partita con il CUS, il nostro sogno è sfidare il Giallo Dozza Rugby, squadra di rugby del Carcere di Bologna”.

La direttrice della casa Circondariale, Maria Martone, ha riferito: “Questo progetto va avanti da tanti anni nel nostro carcere e si sta consolidando sempre più e crediamo molto in questo percorso: grazie al sostegno economico del nostro Provveditorato Regionale che crede in questa iniziativa avremo anche la possibilità di acquistare nuove attrezzature per rendere ancora più fruibile il progetto. Crediamo nel valore dello sport in generale e del rugby nello specifico”.

Annamaria Romano, responsabile dell’area educativa del Carcere di Ferrara, ha confermato: “Soprattutto in ambito rieducativo lo sport e il rugby in particolare crea una condizione di benessere psicofisico e aiuta i detenuti a uno stile di vita più attivo e proattivo, oltre al valore del rispetto delle regole, dell’altro e al senso di squadra”.

Fausto Mariotti, delegato del CUS Ferrara Rugby, ha condiviso a pieno il senso di questa iniziativa e ha proposto di moltiplicare questo genere di eventi per aprire ulteriormente gli orizzonti.

Credo che il rugby sia uno fra gli sport più formativi, più educativi e che più aiuta a prendere consapevolezza di sé e del proprio comportamento verso i compagni, gli avversari e le regole. È perfetto quindi per una buona rieducazione. Peccato che in questa bella occasione di sport, che ha creato tante attese e grande entusiasmo nei ragazzi ristretti, non sia corrisposto un impegno adeguato da parte del Cus Ferrara che non è riuscito a convocare 15 giocatori per una partita importante, dall’alto valore simbolico.

Grazie infinite quindi ai sette rugbisti del Cus Ferrara e ai loro accompagnatori che hanno scelto di partecipare. Di seguito il resoconto di Francesco che, oltre che giocare a rugby, frequenta la redazione del giornale del carcere Astrolabio.
(Mauro Presini)

Rugby 27 incontra il CUS Ferrara

di Francesco T.

Sabato 15 novembre 2025 si è tenuta presso la Casa Circondariale Di Ferrara una partita di rugby fra la squadra dell’Istituto: il Rugby 27 e il Cus Ferrara.

È sempre un’occasione speciale quando delle persone dall’esterno entrano volontariamente in carcere per partecipare alle attività dell’istituto.

Da subito si è percepita una sana rivalità fra entrambe le squadre, visto che era una partita amichevole ma anche perché credo che, al di là della prestazione sportiva, ambedue ambissero a vivere delle esperienze personali che solo da un evento del genere può scaturire.
Dopo i primi tentativi di socializzazione, abbiamo iniziato con qualche giro di campo e degli esercizi di riscaldamento che entrambe le squadre hanno effettuato insieme. Dopodiché si è passati ai fatti.

Si è disputata una partita di rugby a sette, visto che i giocatori del Cus Ferrara erano solo sette.

La partita è iniziata con il vantaggio da parte del Rugby 27 dopo pochi minuti;  la squadra di casa ha dominato la partita per entrambi i tempi, durati circa 10 minuti l’uno. Sul finale, un incidente sportivo ha scombinato un po’ gli assetti, visto che un giocatore del Cus Ferrara è stato trasportato via dal campo in barella.
In seguito all’infortunio, abbiamo deciso di scambiarci le maglie e abbiamo continuato a giocare a squadre miste. La partita si è conclusa con un simbolico 5 a 5.

Ho scritto simbolico perché tutti gli atleti e pure gli spettatori si sono resi conto da subito che la squadra di casa aveva un gran vantaggio, sia atletico che motivazionale. Però, ripeto, è stata una partita amichevole e il 5 a 5 simbolico ha soddisfatto tutti perché, a vincere, è stato lo sport.

L’evento si è concluso con un “terzo tempo” nel teatro della prigione, dove le squadre hanno consumato insieme bevande e cibo offerti dal presidente del Rugby 27 e, insieme, hanno visto la partita Italia contro Sud Africa.

Tra i complimenti reciproci e la condivisione di esperienze (sportive e non) è terminata una bella giornata di sport.

Nella foto di copertina: i ragazzi del Cus Ferrara Rugby insieme a Stefano Cavallini davanti all’entrata del carcere di Ferrara.

Per leggere le altre uscite di Le Voci da Dentro clicca sul nome della rubrica.
Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Presto di mattina /
Luce gentile

Presto di mattina. Luce gentile

Guidami tu luce gentile (“Lead, Kindly Light”)

Guidami Tu, Luce gentile,
attraverso il buio che mi circonda,
sii Tu a condurmi!
La notte è oscura e sono lontano da casa,
sii Tu a condurmi!
Sostieni i miei piedi vacillanti:
io non chiedo di vedere
ciò che mi attende all’orizzonte,
un passo solo mi sarà sufficiente.
Non mi sono mai sentito come mi sento ora,
né ho pregato che fossi Tu a condurmi.
Amavo scegliere e scrutare il mio cammino;
ma ora sii Tu a condurmi!
Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura,
il mio cuore era schiavo dell’orgoglio;
non ricordare gli anni ormai passati.
Così a lungo la tua forza mi ha benedetto,
e certo mi condurrà ancora,
landa dopo landa, palude dopo palude,
oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà;
e con l’apparire del mattino
rivedrò il sorriso di quei volti angelici
che da tanto tempo amo
e per poco avevo perduto.
(John Hernry Newman, In mare, 16 giugno 1833, cfr. Luce nella solitudine. Viaggio e crisi di Newman in Sicilia, Ila Palma, Palermo 1989).

Questa poesia/preghiera segna un passaggio drammatico nella vita John Henry Newman (1801-1890), che la compose quando era ancora anglicano, sulla nave che lo portava dalla Sicilia nella sua Inghilterra. Scaturisce da un momento di turbamento e da un tempo di oscurità rischiarato da una “luce gentile” e non solo per una grave malattia che lo aveva portato quasi alla morte durante il suo viaggio in Italia, ma per la sofferta decisione, lui di confessione anglicana, di entrare nella chiesa cattolica. Questa Kindly Light, immagine e presenza della santità ospitale di Cristo nella coscienza e nel mondo, attraversa tutta la sua opera, soprattutto nelle omelie alla sua gente.

Definito dallo storico e critico letterario francese Henri Brémond «genio complesso, poeta e mistico», Newman è stato un credente, presbitero anglicano, teologo e filosofo inglese. Sostenne la libertà di coscienza, essendo per lui la presenza/esperienza di Dio nella coscienza umana come “flebile luce” al centro della sua spiritualità:

«Chi può negare l’esistenza della coscienza? Chi non avverte la forza dei suoi comandi? Eppure quanto è debole la luce che la investe, quanto debole ne è l’influenza, a paragone con l’evidenza del vedere e del toccare che costituisce il fondamento della scienza fisica!… In colui che è fedele alla propria coscienza, la debole luce della verità diventa ogni giorno più chiara» (Opere: Utet, Torino 1988, 1173; 524).

Il suo fu un itinerario del cuore e della mente in Dio creatore e nel suo Verbo fatto uomo. Per lui tale cammino della fede è concepito e nasce, ha inizio e si sviluppa da un’attitudine e propensione del cuore: «La salvaguardia della fede è una retta disposizione di cuore. È questa che, oltre a darle origine, la disciplina, proteggendola dal fanatismo settario e dalla credulità.

È la santità, o spirito d’obbedienza, o nuova creatura, o intelligenza spirituale, o comunque la vogliamo chiamare, a costituire il principio vivificante ed illuminante della vera fede, a darle occhi, mani e piedi. È l’amore che forma il bruto caos nell’immagine del Cristo. La fede che giustifica, sia essa pagana, ebrea o cristiana, è una fides formata charitate” (è una fede che si forma praticando la carità). Noi crediamo perché amiamo» (ivi, 640; 641).

Un debito di amore

La fede deve all’amore l’orientamento, la stabilità, la fermezza, la coerenza del suo agire. È anch’essa flebile lume, una presunzione di amore, ma non un’ipotesi a caso o una illusione di amore, ma uno slancio nel rischio della relazione all’altro, al suo e nostro sentire così alternante, differenziato; e dunque è

«un avanzare nella penombra, ma non alla cieca e senza punti di riferimento; il passare da una verità nota a qualcosa d’ignoto, ma mantenuto nello stretto sentiero della verità dalla legge dell’obbedienza, dalla luce divina che l’anima e la guida. Questa luce, sia essa debole ed oscura come nei pagani, o fulgida come nei cristiani; sia solo il faticoso risveglio della coscienza, oppure la carità dello Spirito, una timida speranza o la pienezza dell’amore, è, in ogni economia religiosa, l’unico principio che ci renda accetti a Dio per mezzo dei meriti del Cristo» (ivi, 651).

Luce da luce; cuore a cuore

Il Credo cristiano confessa Gesù Cristo, l’Unigenito figlio di Dio come “luce da luce” e così colui che dimorava in una inaccessibile e abbagliante luce grazie alla sua umanità, per la sua carne, è divenuto per noi una “luce gentile”. Così egli si è fatto guida, un passo un altro passo, “landa per landa, palude dopo palude, oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà; e con l’apparire del mattino rivedrò il sorriso dei volti».

Questo sentire e ‘senso interiore’ (inward sense) della fede di Newman, questa luminosità segreta, kindly light, questa intimità feconda, Newman la esprimeva con le parole di sant’Agostino: “il cuore parla al cuore” (Cor ad cor loquitur). La coscienza, luogo del generarsi e dispiegarsi della fede come libertà che si affida, è così compresa da lui come impronta (éikon) sensibile, intellettiva e volitiva dell’amore del Dio creatore e della sua paternità. Di più: un legame intersoggettivo e amoroso per la venuta del Figlio in umanità, per grazia, è unita alla stessa fede filiale di Gesù che diviene per lei culmine e fonte.

Un’impronta d’amore è pure la fede.

L’inquietudine del cuore

Non è incantesimo la fede ma risveglio, veglia, un avanzare nella libertà come conquista e dramma: perché «il nostro cuore è sempre inquieto e senza riposo».

Newman visse così una fede, aperta come libertà che si affida con un pieno abbandono a Dio e al suo Cristo: «io non chiedo di vedere ciò che mi attende all’orizzonte, un passo solo mi sarà sufficiente» e questo nella ricerca continua di un cristianesimo più autentico.

Per questo, grazie allo studio dei Padri della Chiesa, intese rinnovare la fede anglicana segnata dal secolarismo e dal liberalismo e attraverso i Padri fu portato a scoprire la cattolicità, una sola chiesa indivisa, la chiesa di Cristo, secondo l’unità delle origini fino a decidere il passaggio della conversione al cattolicesimo nel 1845.

Se l’ingresso nella Chiesa cattolica dileguò i dubbi e le inquietudini precedenti, la sua decisione segnò tuttavia anche l’inizio di altre sofferenze perché fu a lungo incompreso sia dagli anglicani che dagli stessi cattolici. Ciò nondimeno i suoi studi patristici per il rinnovamento teologico e della spiritualità furono determinati anche per la sua elezione a cardinale nel 1879 da parte di papa Leone XIII.

In Newman si riscontrano tutti gli elementi che costituiscono un’autentica esperienza mistica: la presenza costante dello Spirito Santo, l’esperienza passiva di Dio, un profondo senso ecclesiale. Dopo la sua morte, indagando anche su questa esperienza della sua vita, fu beatificato il 19 settembre 2010 da papa Benedetto XVI. Successivamente, è stato canonizzato da papa Francesco il 13 ottobre 2019. Infine è stato proclamato dottore della Chiesa da papa Leone XIV nella solennità di tutti i Santi di questo 1º novembre 2025. Egli seppe riconoscere nella mistica il fermento necessario a rifondare il dogma, rendendolo più complesso e dinamico, affinché l’assenso della fede e la sua grammatica costituissero e fossero vissuti proprio come un legame di amore tra tutti i credenti.

Luce per gli altri

Fra una settimana entreremo nell’Avvento, si va incontro alla luce, alla “chiara pienezza d’amore”. Questo testo suona così come un invitatorio a mettersi in cammino, farsi lanterna per accogliere la “luce gentile”. Nell’Avvento «si preparano gli uomini e gli angeli. Parlando degli angeli dico: «Ogni soffio di vento, ogni raggio di luce e di calore, ogni bella veduta, è, per così dire, l’orlo della loro veste, l’ondeggiare del manto di coloro i cui volti contemplano Dio» (Opere, 164).

“Stai con me, e io inizierò a risplendere
come tu risplendi,
a risplendere fino ad essere luce per gli altri.
La luce, o Gesù, verrà tutta da te:
nulla sarà merito mio.
Sarai tu a risplendere,
attraverso di me, sugli altri.
Fa’ che io ti lodi così
nel modo che tu più gradisci,
risplendendo sopra tutti coloro
che sono intorno a me.
Dà luce a loro e dà luce a me;
illumina loro insieme a me, attraverso di me.
Insegnami a diffondere la tua lode,
la tua verità, la tua volontà.
Fa’ che io ti annunci non con le parole
ma con l’esempio,
con quella forza attraente,
quella influenza solidale
che proviene da ciò che faccio,
con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi,
e con la chiara pienezza dell’amore
che il mio cuore nutre per te.”
(Cfr. J.H. Newman, Meditations and Devotions, London – New York – Bombay, 1907, 365; trad. in Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Notiziario CEI, 4 2001, 132).

Servire a Cristo leggendo e scrivendo

A Giuseppe De Luca (1898-1962) non era sfuggita l’opera e la figura di John Henry Newman. I suoi scritti erano per lui un luogo e dimora spirituale dove si poteva ascoltare – distintamente – la voce dell’uomo e, a volte ma chiarissima, la voce di Dio. Un luogo sacro, la sua anima. Un tempio, avrebbe detto san Paolo.

De Luca figura singolare di sacerdote erudito, editore, saggista, giornalista, autore di un epistolario vastissimo – la sua opera più viva è nelle lettere (Piero Bargellini) – affermava di voler «servire a Cristo leggendo e scrivendo», «servire Dio nell’intelligenza». Avviò il progetto di una storia della pietà – “Archivio italiano per la storia della Pietà” (1951) e nel 1941 aveva fondato la casa editrice “Edizioni di Storia e Letteratura”.

È in queste edizioni che troviamo, John Henry Newman; scritti d’occasione e traduzioni, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1975.

Nella prima parte del volume, di 539 pagine, sono raccolti tutti gli scritti che don Giuseppe De Luca gli ha dedicato, in una trentina d’anni. La seconda parte comprende traduzioni di sermoni del Newman, di sue preghiere, prose e versi, in parte pubblicati, in parte inediti.

Scrive De Luca di Newman: «Veramente sperimentava nel suo intimo quella verità, non reale ma sentimentale, che è nel mito platonico della reminiscenza: ogni cosa che conosceva era per lui come un riconoscimento e una riconoscenza. I quattro quinti delle sue poesie, egli le scrisse durante questo viaggio, sui nostri mari, in vista delle nostre terre, dentro la nostra luce, nella nostra aria. Mentre ricordava, pensava – e pensare, pensare davvero, è per metà patire» (ivi, 105; 30-31).

 

«Noi crediamo, perché amiamo»

Newman è stato così per De Luca uno degli autori centrali delle sue meditazioni. Lo considerava figura emblematica del rinnovamento del pensiero cristiano di fronte alla modernità, perché ampliò l’idea dell’intelligenza razionale includendovi la qualità dell’esistenza spirituale e morale della persona. Solo un pensiero esistenzialmente integrato può raggiungere la verità religiosa: «Noi crediamo, perché amiamo».

Così l’idea che ogni conoscenza e ricerca del sapere nasca da un atteggiamento esistenziale, da un sentire e credere originario, istintivo che incalza senza posa l’uomo nel suo incessante cercare oltre se stesso, scaturisca da una fede come da una disposizione del cuore e della coscienza a rischiarsi verso il non ancora, è centrale nel pensiero e nella vita di Newman:

«Di solito il cuore non è raggiunto attraverso la ragione ma attraverso l’immaginazione. …Subiamo l’influenza delle persone: delle voci, delle fisionomie, delle ragioni umane… In fondo, l’uomo non è un animale raziocinante: è un animale che vede, sente, contempla e agisce… La vita è fatta per l’azione. Se ci impuntiamo a volere la prova di tutto non agiremo mai. Per agire bisogna partire da un assunto, che è appunto la fede» (Newman, Grammatica dell’Assenso, Jaca Book, Milano 1980, 56-58).

Dimmi dove mettere il piede

Così commenta De Luca in un altro articolo la lirica Lead, Kindly Light: «Nella preghiera famosa, forse la più vivente poesia religiosa dell’Ottocento, che egli scrisse in nave dall’Italia all’Inghilterra, rievocando la sua vita trascorsa, pentendosene e cioè mutando mente, egli disse al Signore più o meno così: “Non importa che tu mi faccia vedere la distant scene. Sinora studiavo io le mie mète e i miei passi. Dicevo io dove volessi andare, per quali vie. Era orgoglio. Ora non più io, ma tu, o Signore, tu portami innanzi: dimmi solo, passo dopo passo, dove io debbo mettere il piede» (John Henry Newman; scritti, 49).

“Perché amo il Crisostomo” (J.H. Newman)

Giovanni Crisostomo (344/354-407) è un padre della chiesa, fu patriarca di Costantinopoli, amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi; tanto che l’imperatrice Eudossia riuscì a mandarlo in esilio per confinarlo nel Caucaso in una piccola città dell’Armenia, a Comana Pontica, il 14 settembre.

Newman aveva una predilezione singolare per questo padre della chiesa e scrisse un testo per manifestare le ragioni di questa devozione. Ho intravisto come in filigrana in questo testo affiorare la stessa sensibilità e stile di Newman, come se la sua interiorità si riflettesse in quella del Crisostomo così da svelarci un poco di più del suo sentimento e delle affezioni della sua vita.

«Da dove viene questa devozione a S. Giovanni Crisostomo che mi porta a fermarmi sul pensiero di lui e mi commuove al suo nome, mentre di tanti altri grandi Santi, le cui memorie ricorrono nel corso dell’anno, provo devozione, ma non hanno influenza personale sul mio cuore? Tanti Santi sono morti in esilio, molti sono stati efficaci predicatori, e che altro si può scrivere sul monumento del Crisostomo se non che fu eloquente e che fu perseguitato?».

Poi egli elenca con uno stile scorrevole e coinvolgente i grandi padri Atanasio, Gregorio, Basilio Agostino e Girolamo, elencando le loro qualità e dicendo che Giovanni non aveva le loro caratteristiche spirituali e umane; né lui si era dedicato completamente allo studio delle sue opere o ne aveva scritto una vita, e tuttavia ne sentiva l’irresistibile attrazione. E si domandava come spiegare questo? Nel testo la risposta.

Newman, uno spirito gentile

Io penso che l’attrattiva di S. Crisostomo dipenda dalla sua intima simpatia e compassione per il mondo intero, non solo nella sua forza, ma anche nelle sue debolezze; dallo sguardo vivace con cui egli vede tutto quello che gli si presenta, preso in concreto, sia fatto a modo proprio, sia dotato di una natura superiore alla sua.

Non voglio dire che un uomo religioso – e specialmente un santo – possa mai separare l’amore per la creatura dall’amore per il Creatore, o possa sentire una tenerezza per la Terra che non sgorghi dalla devozione al Cielo. Questa è la caratteristica di tutti i Santi, e io parlo qui non di quello che il Crisostomo ha in comune con gli altri, ma di quello che è suo speciale, e questa specialità, io penso, è l’interesse che egli prende a tutte le cose, non in quanto Dio le ha fatte simili, ma in quanto le ha fatte differenti le une dalle altre.

Parlo dell’affetto discriminante con cui egli accetta ognuno, per quello che è personalmente e che lo fa diverso dagli altri.

Parlo della svariata conoscenza degli uomini, per la quale li vede ad uno ad uno, per quella porzione di bene, maggiore o minore, di ordine superiore o inferiore, che si trova distintamente in essi; della sua appassionata contemplazione delle molte cose che essi fanno, compiono, producono, di tutte le loro grandi opere, come nazioni o stati; anzi persino se sono corrotti o alterati dal male, in quanto questo male lo si può considerare distinto dalla loro natura, o può essere riguardato un disordine soltanto materiale (fisiologico) distinto dal suo formale carattere di colpa.

Parlo dello spirito gentile e del temperamento geniale con cui egli guarda attorno a sé a tutte le cose che questo mondo meraviglioso contiene; della fedeltà grafica con cui le registra nella sua mente, e della prontezza e proprietà con cui se ne serve come argomento o illustrazione nel corso del suo insegnamento, secondo le occasioni.

Per quanto posseduto dal fuoco della divina carità, egli non ha perduto una fibra, non trascura una vibrazione del complesso complicato del sentimento e dell’affezione umana; come il miracoloso roveto del deserto, che era avvolto dalla fiamma, ma non si consumava» (Perché amo il Crisostomo, in Rivista di Ascetica e mistica, 2 1978, 145-146).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1853025″>Pexels</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1853025″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Ecco il Piano di Trump e Putin per la “pace” in Ucraina: un affare economico

Ecco il Piano di Trump e Putin per la “pace” in Ucraina: un affare economico

La Casa Bianca conferma che il presidente Trump sta lavorando al piano per “la fine della guerra in Ucraina, buono per entrambe le parti”.

Il nuovo Piano Usa-Russia per la “pace” in Ucraina, proposto da Donald Trump, si dice sia stato creato da un gruppo di funzionari americani e russi, tra cui l’inviato statunitense Witkoff e l’inviato russo Dmitriev. Si dice che Dmitriev sia soddisfatto dell’accordo, asserendo che Putin probabilmente lo accetterà.

Un piano con Mosca che il tycoon ha fatto recapitare dai suoi generali del Pentagono a Kiev, ha dichiarato l’ANSA. E Volodymyr Zelensky, pur non sbilanciandosi sui contenuti dell’iniziativa che appare fortemente penalizzante per gli ucraini, si è detto ‘pronto a collaborare’: ‘Ne parlerò con Trump’, ha detto mentre alcune fonti ucraine bollavano il piano come “assurdo e irricevibile”. Mosca ha affermato di non aver ricevuto alcuna informazione dagli USA attraverso i canali ufficiali sul piano di pace in Ucraina di cui hanno scritto diversi media internazionali. Lo ha detto la portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, al media russo RBC: “se la parte americana avesse una qualsiasi proposta, l’avrebbero comunicata attraverso i canali in uso tra i ministeri degli esteri dei due Paesi”, ma il ministero degli esteri di Mosca non ha ricevuto niente di simile dal Dipartimento di Stato. Interessanti anche le dichiarazioni dell’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Kaja Kallas arrivando al Consiglio Affari Esteri, precisando di “non essere a conoscenza” di un coinvolgimento degli europei alla costruzione del piano di pace degli USA.

In tutto ciò non si capisce per quale motivo reale a trattare per la pace in Ucraina manchino proprio gli ucraini. Forse è l’ennesima prova – come dichiarato da analisti geopolitici e storici del calibro di Franco Cardini, Luciano Canfora e, all’epoca, Giulietto Chiesa – che la guerra in Ucraina è lo specchio di uno scontro geopolitico ed economico tra Russia e USA.

Resta quindi il mistero sulla veridicità del piano di Trump: se sia una proposta seria o un’ennesima messinscena americana. Il famigerato piano Usa-Russia consisterebbe in 28 punti che ieri Axios, che ne aveva rivelato l’esistenza, ha diffuso integralmente. Ecco di seguito i punti focali:

  • La sovranità dell’Ucraina sarà confermata;
  • promulgazione di un accordo di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa che metta fine a tutte «le ambiguità degli ultimi trent’anni».
  • «Ci si aspetta che la Russia non invada Paesi vicini e che la Nato non si espanda ulteriormente».  Comprende «garanzie di sicurezza certe» per l’Ucraina, che però si impegna (punto 7) a scrivere nella Costituzione che non entrerà nella Nato. E ancora: l’esercito di Kiev dovrà essere limitato a 600 mila uomini e caccia europei saranno dislocati in Polonia per proteggere l’Ucraina.
  • L’Ucraina si ritirerebbe dalle zone di Donetsk e Lugansk ancora controllate dall’Ucraina. Gli ucraini dovrebbero ritirarsi dall’intero Donbass e riconoscere la piena sovranità russa. Il Donbass passerebbe così sotto la sovranità di Mosca, però sarebbe una regione demilitarizzata, dove le truppe russe non potrebbero venire dispiegate.
  • Le forze russe congeleranno le linee lungo Kherson e Zaporozhye, rinunciando alle rivendicazioni per il resto delle regioni.
  • Le forze russe si ritireranno da Kharkov e Sumy.
  • È prevista anche la riapertura della centrale nucleare di Zaporizhzhia, occupata dai russi, la cui energia dovrebbe venire divisa in parti uguali tra Russia e Ucraina.
  • Il piano stabilisce anche che tutti i prigionieri di guerra e i corpi dei caduti saranno scambiati; tutti i civili detenuti, inclusi i bambini, verranno rilasciati.
  • L’Ucraina ridurrà il suo esercito a metà dei suoi attuali effettivi. l’esercito di Kiev dovrà essere limitato a 600 mila uomini e caccia europei saranno dislocati in Polonia per proteggere l’Ucraina.
  • L’Ucraina cederà sull’accesso alle armi a lungo raggio.
  • Nessuna unità straniera sarà schierata in Ucraina, inclusa la forza di pace della Coalizione dei Volenterosi guidata da Regno Unito e Francia.
  • L’Ucraina non entrerà in alleanze militari, inclusa la NATO, rimanendo neutrale.
  • La NATO includerà nei suoi statuti «una disposizione secondo la quale l’Ucraina non sarà ammessa» nell’organizzazione atlantica.
  • Alla voce «garanzie» il piano spiega: «se l’Ucraina invadesse la Russia perderebbe tutte le garanzie»; se la Russia invadesse l’Ucraina «oltre a una risposta militare coordinata sarebbero ripristinate tutte le sanzioni globali»; se l’Ucraina lanciasse missili verso Mosca o San Pietroburgo senza motivo «le garanzie di sicurezza saranno invalidate».
  • Kiev si impegna a essere «Stato non nucleare» in accordo con i trattati di non proliferazione.
  • il rientro della Russia nel G8 e la cancellazione delle sanzioni, con il reintegro di Mosca nell’economia globale.
  • la Russia non ostacolerà l’uso del fiume Dnipro da parte dell’Ucraina per le attività commerciali e saranno raggiunti accordi per il libero trasporto di grano attraverso il Mar Nero.
  • All’Ucraina sarà permesso di aderire all’Unione Europea.
  • La lingua russa sarà riconosciuta come lingua ufficiale in Ucraina, al pari dell’ucraino.
  • L’Ucraina concederà uno status formale alla Chiesa Ortodossa Ucraina.
  • Necessità di «denazificare» l’Ucraina dai battaglioni paramilitari d’estrema destra, autori di pulizie etniche contro la popolazione civile del Donbass russofono.
  • Il punto 25 prevede che in Ucraina si tengano le elezioni «entro cento giorni dalla firma degli accordi».

L’accordo sarà «legalmente vincolante» e «la sua attuazione», come previsto da quello su Gaza, «sarà monitorata e garantita dal Consiglio di Pace, guidato da Trump». Una volta che le parti avranno accettato il memorandum e si saranno ritirate «il cessate il fuoco entrerà in vigore».

Il piano Trump – sebbene non si capisca chi siano gli attori coinvolti – ha le sembianze di un accordo economico tripartito tra Stati Uniti, Europa e Russia, nel quale vengono utilizzati 100 miliardi di beni russi congelati nelle banche europee, cui si aggiunge una somma simile che dovrebbe arrivare dall’Europa per la ricostruzione dell’Ucraina. Il 50% dei proventi dovrebbe andare agli Usa. Altre somme non specificate dei beni russi congelati dovrebbero essere investite in progetti bilaterali tra Washington e Mosca.

Cover: Putin e Trump – Foto  Heute.at su licenza Wikimedia Commons

Per leggere gli altri articoli di Lorenzo Poli clicca sul nome dell’autore.

Sandro Cardinali e il suo impegno politico

Sandro Cardinali e il suo impegno politico

Sandro Cardinali è stato docente di filosofia all’Università di Ferrara, allievo di La Corte, collaborò con Mario Miegge e Carlo Carabelli, fu tra i protagonisti del ’68 a Ferrara. Segretario de Il Manifesto, ebbe anche un intenso rapporto col CDS, che nacque nel 1972 come Centro di Documentazione Sindacale, a supporto delle lotte nel petrolchimico di Ferrara, una delle fabbriche dove le innovazioni contrattuali furono più avanzate, influenzando poi anche le altre categorie nazionali.

Il Cds, animato da Pino Foschi, era un luogo di incontro, discussione (e anche scontro), tra operai, sindacalisti e studenti e quei pochi docenti universitari, allora militanti (tra cui Cardinali, Miegge, Monzoni) che aveva prodotto la rivolta del ’68, specie in quelle componenti politiche come il Manifesto, che avevano capito l’importanza di formare nelle fabbriche delegati sindacali che andassero gradualmente a sostituire le vecchie Commissioni interne.

Il rapporto fra i protagonisti del ’68 – gli studenti e quei docenti universitari (come Sandro Cardinali) – e quelli del ’69 – gli operai, come alla Montedison– non fu lineare, ma anzi carico di conflitti e però anche ricco di innesti, che portarono all’esperienza di scuola-fabbrica-quartiere, alle 150 ore (Gianni Verziaggi ne farà la sua tesi di laurea) e di molte altre intuizioni. I rinnovi contrattuali furono l’occasione prima nel ’69 poi nel ’72, di un aumento salariale in Italia senza precedenti, ma si era anche diffusa la coscienza che gli operai non erano solo “merce” da vendere, ma portatori di diritti e di proposte che potevano cambiare l’organizzazione del lavoro a vantaggio di tutti.

L’Italia stava vivendo la sua fase più bella e creativa. In quei 30 anni, iniziati nel 1945 (che poi saranno definiti gloriosi) gli imprenditori investivano, creavano beni di valore universale e col ‘68/72 ci fu anche la più grande redistribuzione salariale e sociale del paese. Tutto cresceva, salari, occupazione, Pil, diritti, benessere, rango del paese che diventerà nel 1980 la 4^ potenza mondiale.

In Sandro Cardinali, così come in altri, c’era la coscienza che si stava costruendo un mondo migliore e che eravamo nel giusto a difendere operai, poveri, diritti, uguaglianza e anche se c’era conflitto, c’era rispetto per gli imprenditori e chi creava e generava valore. Volevamo solo che fosse anche redistribuito. Purtroppo alcuni pazzoidi (sia di destra che di sinistra) imbracciarono le armi.

Ciò spiega perché anche nei film e nella cultura l’operaio entrò in modo prepotente e centinaia furono i documentari autoprodotti (allora coi video tape) con la collaborazione dei tanti comitati operai-studenti. L’operaio, invisibile, era diventato figura simbolo dell’immaginario collettivo, il nuovo eroe.

Ricordo: Trevico-Torino, di Ettore Scola; La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri; Chi lavora è proibito, di Tinto Brass; Mirafiori Lunapark, di Stefano Polito. In Romanzo Popolare Monicelli affida la parte dell’operaio protagonista al più amato attore dell’epoca, Ugo Tognazzi. E’ in questo contesto che nasce la passione di Paolo Micalizzi, ”operaio” Montedison che sarà poi socio Cds.

Ma la stessa eco si avverte nella musica, con i cantautori più popolari che denunciarono il mito della modernità, la falsa felicità prodotta dal boom economico: «Odio il boom economico. La modernità fatta di scandali e cambiali» (Guccini); e poi Endrigo, De Andrè, Jannacci, De Gregori, Bennato, Gaber.

In quel periodo nacque il femminismo e i CUB, Comitati Unitari di Base studenti-operai. A Ferrara gruppi politici come Potere Operaio, Lotta Continua e Il Manifesto, che inneggiavano a posizioni rivoluzionarie, ebbero però uno scarsissimo riscontro tra gran parte degli operai che seguivano il PCI/PSI, la sinistra DC e i sindacati. Non di meno influenzarono non poco le lotte e i contenuti che diventarono innovativi (inquadramento unico, aumenti salariali uguali per tutti, democrazia in fabbrica,…).

Su alcune questioni noi della sinistra extraparlamentare sbagliammo, ma sulle grandi questioni ci avevamo preso: la difesa di un modello socio-economico che valorizzava il lavoro e non solo il capitale (e tantomeno le rendite), l’importanza del ruolo dello Stato nell’economia, banche che fanno l’antico mestiere di prestare a tassi bassi a chi merita, l’uguaglianza come valore, avere scuola, sanità, pensione come beni universali, salari alti, cooperazione con tutti i paesi e quelli non allineati, la tassazione progressiva, una società senza poveri, uguali diritti per uomini e donne, un tempo per stare con sé e gli altri e non vivere solo di consumismo.

Tutti temi che ritornano centrali oggi, dopo la fase terribile della finanziarizzazione, avviatasi negli anni ’80 e ’90 che ha portato l’Occidente sull’orlo dell’abisso.

A Ferrara il gruppo maggioritario era quello di Potere Operaio, ma Il Manifesto, di cui Cardinali fu anche segretario, ebbe un ruolo importante e di dialogo con Cds e gli operai del petrolchimico allora impegnati su temi che diventeranno nazionali, come l’inquadramento unico, gli aumenti uguali per tutti, la formazione dei delegati di fabbrica. Cardinali che insegnava a quei tempi J.J. Russeau era amato dai suoi studenti.

Caro Sandro, quegli ideali non sono morti, vivono ancora oggi e ci sarà chi li porterà avanti, perché il desiderio di un mondo migliore non morirà mai. In tal senso le idee di Sandro e la sua umanità vivono nei nostri cuori.

Cover: Sandro Cardinali 

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole a capo
Daniele Cerioni: «Incantevole papavero» e altre poesie

Parole a capo <br> Daniele Cerioni: «Incantevole papavero» e altre poesie inedite.

 

La creatività consiste nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare e ricreare il mondo. È l’onnipotenza del pensiero propria dell’età infantile.
(Donald Woods Winnicott)

 

Incantevole papavero

Sono nato fra i grappoli d’oro
e con la testa cinta di alloro.
Son cresciuto fra la polvere e la terra
deciso e avverso alla guerra.
Ho vissuto privo di nastri da mostrare
ma su montagne da scalare.
Ora campo nascosto
Fra penne e inchiostro
Camminerò coi piedi nudi
sulla bianca ghiaia
e aspetto conscio la vecchiaia.
Morirò solo e povero
Ma sarò incantevole e rosso
come un fiore di papavero.

 

 *

 

Il bacio di un angelo

 

Io la sera mi addormentavo
rapito da Morfeo…
e coi pugni chiusi
sognavo e volavo.
A volte navigavo…
Prima di addormentarmi
pregavo
e attendevo con ansia
il bacio della buonanotte
che non arrivava mai!
Ma la mattina mi svegliavo
con le labbra stampate sul volto…
Forse a baciarmi nel sonno
era un angelo
che, sbadato, cadeva dal cielo

 

*

 

La culla

 

In questo stato di perdizione
in questa culla mossa dal vento
mi dondolo e da solo mi coccolo.
In questo stato di ipnosi
provo a trovare il mio bimbo interiore
e da solo mi cullo…
Vorrei solo un bacio
o una carezza sul collo.

 

*

 

La maschera di fango

Stamattina indosserò una maschera
non da demonio, non da serpente
ma di fango,
per vivere felice la giornata.
così il dottore che mi vedrà
passeggiare per la città
Dirà che tutto va bene!
Stamattina indosserò una maschera
non da demonio, non da serpente
ma di fango o di creta…
ci sarà qualcuno che mi creda
fra le persone civili?
Che finalmente mi troveranno felice.
Esiste una maschera di fango anche per il cuore?
se così fosse fatemelo sapere
se così fosse fatemelo sapere.
Sono un collezionista di parole,
non sono un poeta
e che non beve vino
e alla sera al posto della dentiera
metterò la maschera di fango sul comodino

 

Foto di Christel da Pixabay

Daniele Cerioni (1979) è un poeta e favolista nato a Frascati. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università “La Sapienza” di Roma. Cresciuto ascoltando e apprezzando i più famosi cantautori italiani e da sempre appassionato di poesia, spinto da un’irrefrenabile voglia di esprimersi, inizia a scrivere testi nel lontano 2007, anno nel quale scrive dieci poesie; poi qualcosa si rompe e ricomincerà ad elaborare nuovi testi solamente nel marzo 2020, in piena pandemia da Covid-19. Durante il lock-down trova il tempo e l’ispirazione per poter stendere numerosi componimenti presenti nella sua prima opera “Pensieri(in)versiPAV Edizioni, 2022. Oggi Daniele, dopo la pubblicazione de “La libertà delle farfalle“, PAV Edizioni, 2024, continua a scrivere le sue poesie allargando la sua produzione anche al campo della scrittura dedicata ai più piccoli o dirette ai a quei bambini che più piccoli non sono ma sono fanciulli nell’animo. In “Parole a capo” sono state pubblicate altre poesie di Daniele Cerioni il 31 ottobre 2024.

Ringrazio Daniele Cerioni di averci autorizzato la pubblicazione di queste sue poesie inedite.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 312° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Spallini per sempre: un nuovo libro di racconti su una passione senza fine

Spallini per sempre: un nuovo libro di racconti su una passione senza fine

Tifosi spallini per sempre’, il grande racconto della passione biancoazzurra. Edizioni della Sera, AA.VV., a cura di Cristiano Mazzoni.

Una raccolta di racconti spallini, dove la partita rimane sullo sfondo, dove protagoniste sono la passione, l’identità, la gioia d’essere un acronimo, un’iperbole di ritorno.
Dice “ma proprio adesso, anche dopo il millesimo fallimento, adesso che i biancazzurri corrono sui campi del Nonantola e del Gambettola?”
Certo, proprio ora, ancor di più. Per quei colori del cielo che hanno stregato generazioni di ferraresi e non ferraresi, per quelle righe strette che ci prendono il cuore dai tempi del cortile fino alla nostra dipartita.

E no, non sto esagerando. Venti e passa autori, eterogenei, differenti, con storie e percorsi di vita spesso agli antipodi hanno cercato di raccontare la spallinità declinandola in maniere diverse.
Ogni partita indicata nella raccolta è tassativamente autentica, il contenuto cambia a seconda delle diverse sensibilità. Dal racconto frutto di un’accurata ricerca storica, a quello più spontaneo e autobiografico, abbiamo cercato di allontanarci il più possibile dalle scontatezze e dalle ripetitive indicazioni sulla prima volta. L’arco temporale dei racconti è di circa settant’anni, dal 1957 al 2024. Il lettore, sia esso appassionato tifoso, simpatizzante o semplicemente alla ricerca di qualche ora di svago, ritroverà certamente una partita, un personaggio, un amico, un nonno di sua conoscenza.

Perché in maniera ossessiva e spesso compulsiva riteniamo la spallinità una diagnosi irreversibile? Perché questa specificità vera o presunta di una “malsana” passione per i colori che rappresentano la città?

Perché il ferrarese è la sua squadra del cuore. Gli undici ragazzi che da oltre un secolo sgambettano dalle parti di Corso Piave ne sono la sua immutata e immutabile rappresentazione. La stessa sfiga che aleggia sul simbolo del cerbiatto ne è la prova. La nebbia, il cigolio di una vecchia bicicletta coi freni a battente sul selciato di Ercole D’Este, laggiù verso la Casa del Boia sono il suo habitat. Il ferrarese, non emiliano, non romagnolo, e nemmeno veneto, rimane un essere strano, senza rappresentazione né rappresentanti. Un essere che si lamenta del caldo, del freddo e del tiepido, che bestemmia per il traffico in una giornata di pioggia ma che decide di prendere la superstrada per il mare alle undici del mattino di Ferragosto.

Un popolo in grado di spostare undicimila persone per una trasferta in serie C2, di andare in cinquemila a San Siro e di superare le cinquemila unità per l’esordio in Eccellenza. Gente strana, impastata tra umidità, zucca tritata, salama da sugo, clinto, brazadela, ciupeta e la S.P.A.L..

La S.P.A.L., appunto, il più bell’acronimo della storia calcistica italiana, dove Arte e Lavoro si mescolano, partendo da una sacrestia di salesiani fino a vincere per ben due volte la serie B. La S.P.A.L. non va raccontata partendo dalle vittorie (poche), ma dalle viscere di chiunque abbia calciato un Super Tele in un cortile di periferia.

La santificazione del dì di festa, un piatto di cappelletti fumante, una sciarpa di lana fatta all’uncinetto e il percorso fino al tempio incastonato a un chilometro dal castello di San Michele. Un tutt’uno con la città, a Ferrara non si va allo stadio o alla partita, si va “alla S.P.A.L.”, moto a luogo, trasfigurazione del tifoso con la propria squadra. In campo ci andiamo noi, quel colpo di testa, quella sforbiciata, quell’entrata vigorosa sono il nostro gesto atletico e nessuno mai potrà tagliare quel legame atavico e ancestrale.

Sabato 22 novembre alle ore 18.30 presso la libreria UBIK verrà presentato il libro “Tifosi spallini per sempre. Non mancate, vi divertirete e assaggerete il sapore romantico e unico dell’essere spallino.

Forza vecchio cuore biancoazzurro!

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Il silenzio uccide, La gentilezza salva.
Una proposta di legge per “istituzionalizzare” la gentilezza

Il silenzio uccide, La gentilezza salva!
Presentata dal MIG una proposta di legge per “istituzionalizzare” la gentilezza.

(Foto di MIG)

La gentilezza nasce da gesti semplici, ogni giorno. La gentilezza è attenzione agli altri, è coltivare l’equilibrio tra il proprio benessere e quello della comunità, è rispetto delle regole, quale fondamento di una convivenza serena e civile ed è cura per ciò che ci circonda e ci rigenera. Essere gentili significa partecipare quotidianamente e con responsabilità alla vita della Comunità, trasformando le intenzioni in azioni e contribuendo a costruire insieme, passo dopo passo, un domani migliore, riconoscendo che la ricchezza nasce dall’incontro delle differenze. La gentilezza è portare in armonia mente, cuore ed emozioni e richiede l’esercizio dell’ascolto e il rispetto della diversità di pensiero. Sono questi alcuni dei valori del Movimento Italiano per la Gentilezza-MIG, nato a Parma nel 2000 grazie ai coniugi Aiassa e oggi guidato da Palermo con l’impegno di Natalia Re, quale punto di riferimento italiano del World Kindness Movement,

L’obiettivo del Movimento Italiano per la Gentilezza è semplice e ambizioso: rendere la gentilezza protagonista della quotidianità, nella convinzione che la gentilezza non sia fragilità, ma energia trasformativa, capace di cambiare relazioni, comunità e persino intere città. Con il programma “Il Valore della Gentilezza”, ispirato all’Agenda ONU 2030, il MIG agisce in ambiti cruciali, quali: sanità fatta di umanità e non solo di tecnica; giustizia come equità e dignità per tutti; spazi urbani accoglienti e sostenibili; educazione che forma cittadini consapevoli; uguaglianza globale nei diritti e nelle opportunità. Volontari, ambasciatori e testimoni portano avanti questo messaggio ogni giorno. Qui il Decalogo della Gentilezzamesso a punto dal Movimento Italiano per la Gentilezza.

Quest’anno il MIG celebra un traguardo importante: il 25° anniversario dell’Assemblea Costitutiva. Un percorso fatto di passione, di impegno civile, di piccoli gesti che nel tempo hanno costruito fiducia e speranza. E proprio in questi giorni si celebra la Settimana della Gentilezza (la Giornata della Gentilezza si è celebrata ieri 13 novembre in tutto il mondo), diventata molto più di sette giorni: un tempo diffuso, un abbraccio collettivo che si allunga e si moltiplica nelle piazze, nelle scuole, nelle istituzioni e nei cuori. Gentilezza che quest’anno è stata già celebrata a Palermo, Cirò Marina, Napoli, Genova, Castelfranco, Santena (TO), Tordandrea (PG), Fabriano (AN) e in tante altre occasioni dove la gentilezza si è fatta incontro, dialogo e testimonianza viva e che il 15 Novembre farà tappa a Roma e a Milano.

E nei giorni scorsi su impulso del MIG (la presidente Natalia Re è stata in audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, il 15 ottobre scorso), è stato presentato un disegno di legge sulla gentilezza come strumento sociale e antidoto alla violenza e l’istituzione del Servizio Nazionale degli Educatori di Strada, figure professionali dedicate alla prevenzione delle condotte violente e alla ricostruzione del tessuto sociale nei contesti più fragili.

La proposta di legge punta ad introdurre la gentilezza come 13° indicatore BES (Benessere Equo e Sostenibile), al pari degli altri parametri che definiscono la qualità della vita dei cittadini. Alla proposta di legge si affiancano anche due testi collegati, il primo rivolto al mondo dell’istruzione e che ha l’obiettivo di promuovere la gentilezza come metodo educativo e di prevenzione del bullismo anche online e l’altro rivolto al mondo del lavoro e alla pubblica amministrazione in particolare, con l’obiettivo di favorire ambienti professionali inclusivi e rispettosi, liberi da molestie e discriminazioni. Come parte integrante della proposta è stata sviluppata anche una “Carta dei Sei Valori della Gentilezza” composta da sei principi fondamentali: rispetto, ascolto, solidarietà, equità, pazienza e generosità. La Carta è stata pensata per essere usata per orientare le politiche pubbliche, dalla gestione dei servizi sociali alla promozione della cultura, fino alla definizione delle politiche economiche.

L’“istituzionalizzazione” della gentilezza è già avvenuta in alcuni Paesi che hanno normato il tema. E’ il caso del Giappone che ha adottato leggi che promuovono il rispetto reciproco e l’inclusione culturale, come ad esempio, il Programma di Educazione alla Tolleranza nelle scuole che punta a insegnare ai giovani l’importanza della gentilezza e del rispetto verso gli altri, in particolare verso le minoranze e le persone con disabilità. In Canada, invece, dal 1988 c’è il Multiculturalism Act, una legge federale che promuove la multiculturalità come un valore fondamentale per la società canadese. In Bhutan è stata introdotta la Felicità Interna Lorda (GNH), una misura di benessere volta a guidare le politiche pubbliche, in alternativa al prodotto interno lordo (PIL) tradizionale, che si concentra su 4 aree principali: sviluppo economico, conservazione culturale, protezione ambientale e governance buona. In Australia sono in vigore il National Day of Action Against Bullying and Violence e diverse leggi e iniziative locali per combattere il bullismo e la violenza, in particolare nelle scuole. Nei Paesi Scandinavi, infine, la gentilezza, il rispetto e l’inclusione sociale sono promossi come parte integrante delle politiche pubbliche.

Qui l’audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere della presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza-MIG, Natalia Re.

… grazie a Carlotta, che mi ha invitato a scrivere di Gentilezza

In copertina: Foto di Lucas Cabello da Pixabay 

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

L’Europa non crolla sotto le bombe. Si sta svuotando dall’interno

L’Europa non crolla sotto le bombe. Si sta svuotando dall’interno

Santiago del Cile – da pressenza del
Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloFrancese
(Foto di Smowl)

L’Europa non sta crollando a causa di missili, invasioni o città ridotte in macerie. La frattura viene dall’interno. Ciò che sta accadendo è più lento e pericoloso di una guerra, e milioni di giovani europei se ne vanno perché non c’è futuro per loro dove sono nati. E mentre tutto questo accade, Bruxelles discute regolamenti che nessuno legge. L’emorragia non fa rumore, ma sta svuotando il cuore del continente.

Dietro questa migrazione silenziosa si cela un modello esausto. Le economie europee sono cresciute senza condivisione, hanno incorporato senza inclusione, hanno promesso sicurezza ma hanno consegnato precarietà. In Italia, Grecia e Portogallo, intere generazioni vivono con salari insufficienti a sostenere una vita dignitosa. In Francia, lo stato sociale è diventato un campo di battaglia. In Germania, la prosperità non è più sufficiente a sostenere la propria narrazione. Il continente sta invecchiando, diventando isolato e burocratico, e il suo peggior nemico non è esterno; è la disillusione.

Questa disillusione sta rimodellando la politica europea. In Ungheria, Polonia, Paesi Bassi e Francia, i partiti ultranazionalisti stanno crescendo nel vuoto lasciato dalle socialdemocrazie. Al nord, Svezia e Finlandia si stanno orientando verso la militarizzazione. Al sud, Spagna e Italia brancolano tra stanchezza e rabbia. L’Europa non teme più il futuro, ma lo evita. Il continente che un tempo dettava il corso del mondo ora si chiede come sopravvivere alla propria disillusione. La frattura europea non sarà un’esplosione, ma una lenta scomparsa demografica, morale e politica.

L’esodo silenzioso che l’Europa nasconde

Negli ultimi dodici anni l’Europa ha perso più di 8,3 milioni di giovani. Non si tratta di una stima soggettiva, ma di dati ufficiali forniti da Eurostat e dalla Banca Mondiale. La sola Romania ha visto emigrare 3,7 milioni di persone dal 2007, il più grande esodo civile dalla Seconda Guerra Mondiale. La Lettonia ha perso il 25% della sua popolazione tra il 2000 e il 2023. La Bulgaria ha perso più di 2 milioni di abitanti in trent’anni e non ci sono stati bombardamenti. C’è un’evacuazione economica al rallentatore.

Nel 2023, oltre 400.000 spagnoli sotto i 35 anni vivevano fuori dalla Spagna. Il Portogallo ha il 10% della sua popolazione totale che vive all’estero. L’Italia registra oltre 1.200.000 emigranti qualificati dal 2008, per lo più medici, ingegneri e personale sanitario. L’Europa non sta perdendo turisti. Sta perdendo coloro che sostengono il suo domani.

La cosa più rivelatrice è che non fuggono dalla Russia o dalle guerre, fuggono dal costo degli alloggi, dai salari stagnanti, dal lavoro precario e da un sistema in cui l’energia e la tecnologia costano più che in qualsiasi altra area del pianeta. Mentre Bruxelles gioca a regolamentare il futuro, il futuro sta uscendo dalla porta.

I 13 paesi che stanno già retrocedendo

Nell’Europa orientale, la fuga umana ha le dimensioni di un’intera economia. La Romania ha perso quasi il 20% della sua popolazione e oltre 60 miliardi di dollari in talento produttivo accumulato dal 2007.

La Lettonia ha perso l’equivalente di 12 miliardi di dollari all’anno in capitale umano, con l’evaporazione del 25% della sua forza lavoro dal 2000. La Lituania, con un PIL di appena 76 miliardi di dollari, ha visto evaporare una popolazione equivalente a 15 miliardi di dollari in produttività futura e la Polonia ha perso lavoratori qualificati per un valore stimato di 100 miliardi di dollari in tasse non riscosse dal 2010.

Il sud vive un altro livello di collasso. La Grecia ha un debito superiore ai 400 miliardi di dollari, con più di 500.000 giovani emigrati in seguito alla crisi; il Portogallo supera i 280 miliardi di dollari di debito pubblico, mentre 1,5 milioni di portoghesi vivono all’estero, pari a oltre il 15% del PIL perso in produttività. La Spagna supera i 32 miliardi di dollari all’anno in fuga netta di giovani che emigrano e non tornano. In Italia si sono persi professionisti qualificati per un valore di oltre 200 miliardi di dollari nell’ultimo decennio, tra cui 70.000 medici e tecnici sanitari.

L’energia industriale in Europa è arrivata a costare 300 dollari per MWh nel 2022, mentre negli Stati Uniti non supera i 70 dollari. L’Italia ha un debito pari al 140% del PIL, equivalente a 3,1 trilioni di dollari; e in Grecia, Portogallo e Romania i salari minimi superano di poco gli 800 dollari al mese. Non se ne vanno a causa di una guerra, se ne vanno perché il modello è crollato di fronte al costo della vita e della produzione e l’Europa continua ad esistere sulle mappe, ma non più nelle decisioni vitali.

Il centro crolla. Germania e Francia già ne risentono

La fuga non è più solo umana. È industriale. La Germania ha perso oltre 90 miliardi di dollari in investimenti industriali diretti tra il 2022 e il 2024, dirottati verso Stati Uniti e Cina. BASF ha trasferito 10 miliardi di dollari in un nuovo mega impianto chimico a Zhanjiang. Volkswagen, BMW e Mercedes hanno confermato che oltre 50 miliardi di dollari in nuovi impianti per veicoli elettrici saranno installati fuori dall’Europa, principalmente in Texas e Shanghai, e non si tratta di speculazioni.

L’attrattiva degli Stati Uniti è puramente energetica e fiscale. Lo Stato federale sovvenziona fino a 7.500 dollari per ogni auto elettrica prodotta localmente. L’elettricità industriale in zone come il Texas costa 30 dollari per MWh, contro i 90-120 dollari per MWh della Germania post-Nord Stream. Ogni megafabbrica che sceglie il Texas invece dell’Europa rappresenta tra i 5 e i 10 miliardi di dollari di PIL futuro annuo che svanisce dal continente.

La Francia, dal canto suo, non esporta più talenti, ma li importa. Nel 2023 ha reclutato più di 25.000 medici stranieri, principalmente dal Marocco, dalla Tunisia e dal Senegal, per sostenere un sistema ospedaliero collassato per mancanza di personale locale. Il deficit previsto supera i 12 miliardi di dollari all’anno per la sostituzione di lavoratori qualificati. Le università francesi formano meno ingegneri di quanti ne richieda l’industria del Paese. L’Europa non solo ha perso il monopolio produttivo, ma sta perdendo anche la capacità umana di ricostituirlo con la propria gente.

L’Europa è un luogo che viene abbandonato

Il simbolo più evidente non è nelle frontiere, ma negli aerei in partenza. Più di un milione di portoghesi vivono oggi in Francia, generando oltre 15 miliardi di dollari all’anno di PIL per un altro Paese e più del 70% non intende tornare, secondo i dati dell’Osservatorio Portoghese sull’Emigrazione. Il Portogallo ha già perso in capitale umano l’equivalente del 20% della sua economia attuale.

La Lettonia è il caso più estremo del Baltico. È passata da 2,3 milioni di abitanti nel 2000 a soli 1,8 milioni nel 2023. Una perdita del 25% della sua popolazione attiva, valutata in oltre 30 miliardi di dollari in produttività futura evaporata. Si tratta di una scomparsa demografica non causata da guerre. Il Paese esiste sulle mappe, ma non sarà più in grado di sostenere da solo la sua piramide lavorativa e fiscale.

La Spagna subisce una fuga silenziosa e strategica. Ogni anno se ne vanno più di 100.000 professionisti qualificati, tra cui medici, scienziati e ingegneri che generano in altri paesi un output stimato superiore a 25 miliardi di dollari all’anno in valore aggiunto perso. Germania, Regno Unito e Svizzera accolgono questi talenti senza pagare per la loro formazione.

Gli Stati Uniti e la Cina vincono. L’Europa si limita a osservare

Gli Stati Uniti stanno assorbendo l’industria che l’Europa non è più in grado di sostenere. Dal 2022 le aziende europee hanno annunciato oltre 200 miliardi di dollari di investimenti industriali trasferiti sul suolo statunitense, attratti da energia tre volte più economica e sussidi federali diretti dall’Inflation Reduction Act per 369 miliardi di dollari. La sola Germania ha dirottato 100 miliardi di dollari in progetti chimici, automobilistici e farmaceutici verso il Texas, la Louisiana e l’Ohio. Washington non sta conquistando le fabbriche, le sta ricevendo senza resistenza.

La Cina gioca su un altro piano. Acquista energia quattro volte più economica rispetto all’Europa grazie a contratti con la Russia e l’Arabia Saudita inferiori a 10 dollari per MWh e, con questo divario, sta sostituendo l’Europa come esportatore globale. Nel 2024 il surplus commerciale cinese con l’UE ha superato i 400 miliardi di dollari, e Pechino sta attirando i giovani ricercatori europei che non riescono più a trovare finanziamenti locali. Solo nel 2023 la Cina ha attirato più di 12.000 scienziati europei con contratti superiori a 120.000 dollari l’anno, cosa inaccessibile nelle università europee in regime di austerità.

Nel frattempo, Bruxelles investe migliaia di ore nella legislazione sui caricabatterie USB e sulle quote di emissione, ma non è riuscita a fissare un prezzo energetico stabile per la sua industria né un piano reale per trattenere i talenti. La discussione è normativa e la fuga è globale. L’Europa continua a parlare e i suoi figli non ascoltano più.

2030: l’UE può continuare ad esistere… ma vuota

L’Unione Europea può arrivare al 2030 istituzionalmente intatta, con un parlamento funzionante, una commissione che emana direttive e vertici diplomatici impeccabili. Ma dietro questa facciata potrebbe esserci un continente vuoto, senza tessuto industriale, senza forza lavoro giovane e senza un reale potere strategico. Il rischio non è il collasso istituzionale, è l’irrilevanza.

Se l’attuale tendenza continuerà, l’Europa perderà più di 1,5 trilioni di dollari in investimenti industriali accumulati tra il 2024 e il 2030 a favore degli Stati Uniti e dell’Asia e più di 15 milioni di lavoratori potrebbero uscire dal sistema produttivo europeo senza essere sostituiti dalle nuove generazioni.

L’età media in Italia e Germania supererà i 50 anni, mentre in paesi come l’India è di 29 anni. Non è solo un problema demografico, è una rottura della spinta economica.

Il continente può trasformarsi in quello che molti analisti definiscono già il suo destino silenzioso, in altre parole un museo globale, con città da cartolina che accolgono turisti cinesi, arabi e statunitensi che contribuiscono con oltre 600 miliardi di dollari all’anno alla spesa turistica… mentre anche l’industria europea si riduce a pezzi da museo. L’Europa può continuare a esistere, senza forza, senza progetti e senza un proprio futuro.

L’Europa si sta dissolvendo

L’Europa non sta affrontando un’invasione né un crollo improvviso. Sta affrontando qualcosa di più pericoloso. Si sta dissolvendo silenziosamente, non a causa della guerra, ma dell’irrilevanza. Per aver delegato l’energia alla Russia, l’industria alla Cina e la strategia agli Stati Uniti. Per aver insegnato al mondo la democrazia e i diritti, ma aver dimenticato di difendere con lo stesso rigore la propria sovranità materiale.

C’è ancora margine. Forse cinque anni, non di più. Se l’Europa riuscirà a riprendere il controllo del prezzo e dell’origine della sua energia, se deciderà di produrre dove vive e non solo di consumare ciò che altri producono, se tornerà a considerare il talento giovane una priorità invece che una risorsa da esportare, allora potrà non solo sopravvivere, ma rinascere, ma l’orologio non segna più decenni, bensì cicli elettorali.

L’Europa non è condannata a scomparire. È condannata a scegliere se continuare ad amministrare rovine gloriose o ricostruire un futuro che non dipenda da nessun altro. E questa decisione non sarà presa dai discorsi ufficiali. Saranno quelli che oggi stanno facendo le valigie a prenderla.

Bibliografia:

. Eurostat, Demographic Trends & Migration Report 2023–2024
. FMI, Regional Outlook on Europe — Structural Decline Indicators
. Banco Mundial, Global Talent Drain & Human Capital Flight in the EU
. IEA, Energy Price Divergence between EU–US–China 2022–2024
. Comisión Europea, European Industrial Competitiveness Report 2024
. OECD, The Silent Migration Crisis in Southern Europe
. Bloomberg & Financial Times, Factory Exodus & IRA vs EU Analysis 2023–2024
. McKinsey Global Institute, Industrial Relocation and Talent Flows 2030 Risk Model


Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.

Parole e figure / Il tempo che volevi

In uscita il 20 novembre, con Kite edizioni, “Il tempo che volevi”, di Michela Nodari, porta il lettore nell’attimo presente. Quello che conta davvero.

Tempus fugit. Non è un semplice aforisma che riporta alle Georgiche di Virgilio ma la dura e cruda realtà. E noi umani-umanoidi ormai non lo sappiamo più riconoscere.

Gli africani dicono che loro hanno il tempo, mentre gli occidentali l’orologio. Come dar loro torto. Noi scalpitiamo, ci affanniamo, pianifichiamo, corriamo, ma dove?

Esiste un tempo macrocosmico, quello della vita, indipendente dal potere e dal volere dell’uomo, che evolve nel cambiamento delle stagioni, nello scorrere dei giorni suddivisi in secondi, minuti e ore, in giorno e notte. Un tempo dettato dalle regole e dai calendari. Quello che nessuno oggi ha mai, soprattutto gli adulti.

Ma c’è anche il tempo in senso microcosmico, che è il tempo come spazio storico di vita realmente e personalmente o collettivamente vissuto da un individuo o da una comunità, secondo le proprie esigenze particolari, il sapere specifico, le conoscenze, gli strumenti, le esperienze. Quello dettato dai sentimenti, dalle paure e dai dolori, dai momenti felici e tristi, dalle emozioni e dalle sensazioni. Dai battiti del cuore.

Ogni giorno ricordo a me stessa che il dono più prezioso che possiamo fare è il nostro tempo, fatto di attenzione e di ascolto. Il tempo per un genitore anziano, per un bambino che ci chiama a giocare, per una carezza e un abbraccio spesso rimandati.

Michela Nodari, in Il tempo che volevi, ci riporta ad un altro tempo, quello vero, quello che conta, quello che non si dimentica e che aiuta ad andare avanti.

il tempo che volevi
Michela Nodari, Jesús Cisneros (illustratore), Il tempo che volevi, immagini Kite

In un mondo in cui tutti corrono senza mai fermarsi, esiste, infatti, un tempo diverso. È il tempo dell’infanzia, quello che i grandi spesso dimenticano di cercare. Quello che deve esserci ancora e sempre, quello che non è mai perduto. Prima che sia tardi.

Michela Rodari ci presenta un albo delicato che è una meravigliosa riflessione sul nostro rapporto con il tempo e un autentico ed accorato invito a rallentare, osservare e a vivere pienamente il presente, lontano dalla frenesia che scandisce le nostre giornate.

Perché il tempo che davvero conta è sempre qui, in attesa di essere riconosciuto. Amato, desiderato e abbracciato.

Perché ci vuole tanto tempo per diventare giovani. E il momento giusto è sempre adesso.

Michela Nodari, Jesús Cisneros (illustratore), Il tempo che volevi, Kite, Padova, 2025, 32 pp.

il tempo che volevi
Michela Nodari, Jesús Cisneros (illustratore), Il tempo che volevi, immagini Kite

Le voci da dentro / Dove sono finiti tutti i fiori?
Dieci corpi, dieci voci, dieci storie che sfidano la durezza della violenza

Dove sono finiti tutti i fiori?
Dieci corpi, dieci voci, dieci storie che sfidano la durezza della violenza

Diffondo una comunicazione a cura di C.A.R.P.A. aps (Centro Artistico di Ricerca Periferie Attive) che invita alla partecipazione allo spettacolo teatrale  Where have all the flowers gone?” (“Dove sono finiti tutti i fiori?”). Comunque la pensiate, buona partecipazione.
(Mauro Presini)

Saranno dieci detenuti, partecipanti al percorso “Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere”, a presentare lo spettacolo “Where have all the flowers gone?“, con drammaturgia e regia di Marco Luciano, in collaborazione con Veronica Ragusa e Andrea Zerbini. Gli appuntamenti sono per giovedì 4 e venerdì 5 dicembre 2025 alle 18:00 e sabato 6 dicembre 2025 alle 17:00 all’interno della Casa Circondariale “C. Satta” di Ferrara.

Lo spettacolo è un viaggio poetico e corale tra fragilità e resistenza, ispirato al libro “L’intelligenza dei fiori” di Maurice Maeterlinck.

Il tema centrale è la capacità dei fiori di crescere in condizioni avverse, offrendo un’immagine di resistenza silenziosa e stimolandoci a ripensare il rapporto tra fragilità e forza.

Where have all the flowers gone?porta in scena dieci detenuti che, come fiori resilienti, cercano spiragli di luce nel terreno arido della guerra, vista da un luogo di reclusione.

Dieci corpi, dieci voci, dieci storie che sfidano la durezza del cemento, in un canto collettivo che è un atto di insubordinazione contro la violenza.

Dieci corpi, dieci voci provenienti da diversi angoli del mondo portano la stessa domanda: dove sono finiti i fiori?
Attorno a questo quesito si sviluppa un viaggio teatrale che mostra come, persino nei luoghi più chiusi, l’umanità coltivi sempre il desiderio di sbocciare.


Prenotazione necessaria:

I posti sono limitati e su prenotazione da effettuare all’indirizzo mail carpa.redazione@gmail.com entro mercoledì 19 novembre 2025, allegando una copia fronte-retro di un documento di identità valido.

Il costo del biglietto è di 10 euro; a coloro che invieranno l’iscrizione sarà poi indicata via mail la piattaforma su cui effettuare il pagamento.

Il Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere, diretto da Marco Luciano, coinvolge stabilmente due gruppi: un primo gruppo formato da circa venti detenuti di diverse nazionalità, impegnati in ruoli attoriali, musicali e tecnici; un secondo gruppo, composto da detenuti in regime di detenzione protetta. Quest’ultimo è attualmente impegnato nella realizzazione di un podcast in tre puntate dal titolo “Se non son gigli…”, che sarà presto presentato sulle piattaforme social di C.A.R.P.A. aps.

Where have all the flowers gone?” è parte del Festival “Trasparenze di teatro carcere”, appuntamento annuale di restituzione, formazione e dialogo fra artisti, detenuti, educatori, operatori penitenziari e pubblico.

Il festival è organizzato dal Teatro del Pratello in collaborazione con il Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, sostenuto dal Ministero della Cultura e dalla Chiesa Valdese.

Il Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere a cura di CARPA è realizzato con il contributo del Comune di Ferrara e del Ministero della Giustizia.

Le foto della copertina e nel testo sono state scatta da Mauro Presini durante un precedente spettacolo del gruppo. 

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Le mille luci di New York, al centro di un mondo dal cuore di tenebra

Le mille luci di New York, al centro di un mondo dal cuore di tenebra

Un immigrato di origine indiana e ugandese nato a Kampala, 34 anni, musulmano, che si autodefinisce socialista, è appena diventato sindaco di New York. Il suo nome è Zohran Kwame Mamdani.

Prova a rileggere la frase sopra. Leggila lentamente. Presta attenzione alle origini, al credo religioso, all’età, all’ideologia professata, alla città. Prova a pronunciare il suo nome. Vai a vedere dov’è l’Uganda.

Se qualcuno avesse ipotizzato una cosa del genere solo un anno fa, gli avrei riso in faccia. Avrei ritenuto molto meno fantascientifico che una fumata bianca annunciasse un Papa nero. New York è la città in cui, 24 anni fa, un gruppo di musulmani suicidi ha costretto due aerei di linea a fare rotta contro le Torri Gemelle del World Trade Center e a schiantarvisi contro, causando quasi tremila morti, l’immagine tragica più iconica del ventunesimo secolo. New York non è una città capitalista, è la città capitalista. New York è la città in cui risiede il più elevato numero di miliardari in dollari, i billionaires. New York è la città al mondo, fuori da Israele, in cui risiedono la maggior parte delle persone di ascendenza ebraica: circa due milioni. La parola “socialismo” in questa città è sempre suonata più blasfema della parola “fascismo” . New York è la città di Donald Trump, il politico-imprenditore-presidente bianco più ricco, gaglioffo e capitalista del pianeta, la cui elezione è sembrata meno incredibile agli italiani che agli statunitensi, semplicemente perché noi ci siamo passati prima di loro.

Un anno fa Mamdani godeva dell’uno per cento dei consensi nella corsa a sindaco. E’ riuscito a conquistare il consenso del 51% dei votanti, che sono andati alle urne in massa, come non succedeva da 50 anni. Tutto questo è accaduto nonostante, durante la campagna elettorale, Mamdani sia stato accusato di ogni nefandezza: di essere comunista (negli Stati Uniti è un insulto),  jihadista, antisemita, immigrato.

Di fronte a queste accuse, Mamdani non ha annacquato nessuna delle sue convinzioni. Ha ribadito di essere un socialista, ma non ha mai detto di essere comunista. Ha rivendicato con orgoglio il suo essere musulmano, ma non ha mai parlato di sharia. Ha precisato che riconoscerebbe Israele così come riconoscerebbe ogni stato che assicurasse pari diritti a ognuno dei suoi cittadini, a prescindere da razza e religione, e non praticasse l’apartheid (nota: qualcuno chiese di “riconoscere” il Sudafrica razzista che teneva in galera Mandela? Il Sudafrica esisteva, e basta. Non aveva, al tempo, bisogno di riconoscimenti, piuttosto di boicottaggi e sanzioni). Quanto all’immigrato, ricevere quest’accusa da gente che è immigrata per definizione, perchè se non lo fosse sarebbe il discendente di un Navajo, di un Apache o di un Seminole, è veramente comico: ma di questi tempi l’ICE distingue tra immigrati bianchi, i buoni, e colorati, i cattivi (compresi i nativi americani, a volte oggetto di espulsione dalla terra che i loro antenati abitano da millenni). Tra i buoni, annoveriamo Donald Trump, Elon Musk (che non è nato negli Stati Uniti, esattamente come Mamdani), David Zuckerberg. Tra i cattivi, tutti i colored, a meno che non siano ricchi. Negli Stati Uniti il colore della pelle è sempre un problema, a meno che non diventi ricco e di successo: allora, la pelle si sbianca.

Che la comunità musulmana della Grande Mela lo abbia votato in massa non sorprende, ma ovviamente non sarebbe bastato per vincere. Si stima che un ebreo newyorchese su tre abbia votato per lui, e che i 3/4 dei giovani sotto i trent’anni abbiano votato per lui. Il suo programma è incentrato sulla restituzione di New York a tutti i suoi cittadini, anziché solo a quelli che se la possono permettere, che sono sempre di meno: congelamento degli affitti, asili nido universali, trasporti pubblici gratuiti, edilizia popolare – 200.000 immobili in dieci anni. Come trovare i soldi? Prevalentemente, attraverso un aumento delle tasse sui ricchi (tax the rich).

“Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza eguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l’efficacia dell’impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego del capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta.”  Sembra una frase di Mamdani che descrive la situazione nel 2025. Invece è di Franklin Delano Roosevelt, ed è stata pronunciata nel 1938.  Eppure, se pensi che sia stato semplice costruire un consenso di massa su un programma di redistribuzione di base del reddito – un programma quindi niente affatto comunista, ma piuttosto rooseveltiano – stai sottovalutando la potenza dei finanzieri e speculatori miliardari, alcuni ebrei, che hanno finanziato la propaganda contro Mamdani. Tutti contro Mamdani, tranne uno: George Soros. E’ incredibile come la definizione di “speculatore ebreo” ridiventi demoniaca quando riferita a George Soros e torni ad essere la naturale descrizione di abili uomini d’affari quando si parla di Bill Ackman o di Vanguard o di Blackrock. E’ incredibile come l’appoggio della famiglia Soros, ebreo ungherese, sia interpretato dai commentatori destrorsi come la prova che Mamdani è finto, è sostenuto dalla grande finanza ebraica, che improvvisamente ridiventa sporca e cattiva quando sostiene un candidato progressista, mentre è rappresentata come l’inevitabile “fine della storia” quando sta dalla parte del privilegio, della ricchezza insensata, della sperequazione priva di freni. E come improvvisamente l’antisemitismo complottista rispunti proprio dalle parti dei grandi difensori del regime e dello stato di Israele, quelli che accusano di antisemitismo chiunque si permetta di criticare l’ideologia sionista e segregazionista che comanda da tempo in Israele stessa.

Dopodiché: vincere delle elezioni, per quanto avere vinto questa elezione appaia già, a me, un’impresa eccezionale, è meno complicato che governare una città come New York.  Alcuni dei punti del programma del neosindaco sono ineccepibili socialmente e moralmente, ma di ardua attuazione. L’aumento dell’aliquota dell’imposta sulle società per allinearla all’11,5% del New Jersey, che farebbe introitare 5 miliardi di dollari; la tassa del 2% in più sulle persone che guadagnano più di 1 milione di dollari, che secondo le sue stime farebbe incassare 4 miliardi di dollari; sono misure che devono fare i conti anzitutto con la governatrice dello Stato,  la democratica e sicuramente progressista (nel capo dei diritti civili) Kathy Hochul, che è in corsa per la rielezione il prossimo anno, la quale ha già escluso di voler tassare i ricchi. Poi deve fare i conti con Trump, che ha dichiarato di voler trasferire il minimo di fondi federali a New York per rendere la vita impossibile al finanziamento dei programmi sociali della città; contro questo ricatto Mamdani ha ingaggiato un plotone di avvocati per contrastare in punta di diritto le minacce del presidente. Infine c’è la possibilità che i billionaires se ne vadano da New York, cercando riparo in qualche paradiso fiscale o semplicemente in qualche località della Florida dove l’obbligo fiscale sarebbe decisamente più blando. Si sa: i ricchi possono spostarsi facilmente, i poveri restano, la classe media anche. In realtà sono già anni che questo “esodo” avviene, e si calcola che abbia eroso la base imponibile di New York di circa 500 miliardi di dollari nell’ultimo decennio.

Appare quindi già chiaro a chiunque non sia pazzo che la corrispondenza, almeno parziale, tra le “promesse” di Mamdani e la loro concreta attuazione passerà necessariamente per dei compromessi. Servirà una gigantesca opera di instaurazione di relazioni diplomatiche con la parte meno avida dell’establishment, per non vanificare le aspettative generate nell’enorme movimento di rinascita dell’entusiasmo per la politica che Mamdami è stato capace di generare attorno alla sua figura.

 

Photos: wikimedia commons

 

Horacio Oliveira e la finzione come verità dell’esperienza: Cortázar con Chiaromonte

Horacio Oliveira e la finzione come verità dell’esperienza: Cortázar con Chiaromonte

Come abbiamo più volte ripetuto nelle precedenti puntate, nel suo saggio Credere e non credere, Nicola Chiaromonte afferma che la storia non è solo l’insieme degli eventi che accadono, ma anche – e soprattutto – ciò che accade agli uomini e alle donne che li vivono.

La verità dell’esperienza umana, secondo Chiaromonte, non si lascia catturare dalla cronaca o dalla storiografia ufficiale: essa si rivela piuttosto nella finzione, nella letteratura, nella capacità dell’immaginazione di restituire la complessità dell’esistenza. La verità ha più chance di essere catturata dai personaggi paradigmatici dei romanzi di Stendhal (Fabrizio del Dongo, Julien Sorel, Lucien Leuwen) o dalle protagoniste dei romanzi di fantascienza di Doris Lessing, Ursula K. Le Guin e Margaret Atwood

Scrive Chiaromonte:

«La verità dell’esperienza umana non si lascia mai ridurre a un concetto astratto o a una formula storica. Essa si manifesta, se mai, nella finzione, là dove l’immaginazione riesce a cogliere ciò che nella realtà resta nascosto».

Questa concezione trova un’eco profonda nell’opera di Julio Cortázar, e in particolare in Rayuela, romanzo-labirinto che si offre come un esperimento radicale di scrittura e di lettura. Cortázar non intende raccontare una storia nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto mettere in scena un’esperienza: quella di un uomo, Horacio Oliveira, che cerca un senso nel caos del mondo, e che proprio attraverso la finzione tenta di afferrare la verità della propria esistenza.

La struttura stessa del romanzo è una sfida alla linearità narrativa (e dunque della cosiddetta Storia con la S maiuscola). Rayuela è composto da 155 capitoli, ma può essere letto in almeno due modi: in sequenza tradizionale (capitoli 1–56) o seguendo un ordine “alternativo” suggerito dallo stesso autore, che include anche i “capitoli prescindibili”.

Questa struttura a salti – da cui il titolo stesso, Rayuela, cioè “il gioco del mondo” o “campana” – non è un semplice espediente formale, ma una dichiarazione di poetica: la realtà (e dunque la “Storia”) non è un continuum ordinato, ma un insieme di frammenti, di vuoti, di possibilità.

E così in un tale esperimento Cortázar  invita il lettore a partecipare attivamente, a costruire il proprio percorso, a vivere la lettura come esperienza esistenziale.

In questo senso, Rayuela non è solo un romanzo, ma un dispositivo epistemologico. Oliveira, il protagonista, è un intellettuale disilluso, un flâneur metafisico che si muove tra Parigi e Buenos Aires, tra la riflessione astratta e il disordine della vita. La sua relazione con la Maga, la sua partecipazione al  circolo intellettuale parigino chiamato il Club del Serpente, la sua deriva solitaria, sono tutte tappe di un percorso che non mira alla verità come possesso, ma come esperienza vissuta, spesso fallimentare.

In un passaggio emblematico, Oliveira si chiede:

«E se cominciassimo a non dire più parole, a lasciare che le cose parlassero da sole, che scivolassero come pesci tra le nostre mani?»[Rayuela, cap. 21]

Questa immagine del pesce che sfugge tra le mani è straordinariamente vicina alla visione chiaromontiana della verità come qualcosa di elusivo, che non si lascia afferrare con la forza del concetto. Le “parole” qui non sono solo linguaggio, ma anche ideologie, sistemi, narrazioni precostituite. Oliveira intuisce che la realtà più profonda si manifesta solo quando si rinuncia al controllo, quando si accetta di lasciar parlare le cose stesse, nella loro opacità e nel loro silenzio. È un invito a un ascolto radicale, che Chiaromonte avrebbe riconosciuto come autentico atto di conoscenza.

Un’altra citazione significativa è:

«Forse a furia di cercarmi, a furia di cercarla, ci eravamo persi irrimediabilmente» [Rayuela, cap. 41]

Qui si coglie la consapevolezza tragica del fallimento della ricerca di senso. Ma è proprio in questo fallimento che si apre lo spazio della finzione come conoscenza. La perdita non è solo personale, ma storica: è la condizione dell’uomo moderno, smarrito in un mondo che ha perso i suoi riferimenti. Oliveira e la Maga si cercano, ma non si trovano; eppure, è in questo smarrimento che si rivela la verità dell’esperienza. Come scriveve Chiaromonte:

«La finzione non è un modo per evadere dalla realtà, ma per penetrarla più a fondo, per coglierne il senso umano, che sfugge alla pura registrazione dei fatti».

Come si è detto, Nicola Chiaromonte individua in alcuni personaggi della grande narrativa europea (in particolare di Stendhal) esempi di figure che, pur immerse nella storia, non si lasciano ridurre a essa. Sono uomini che vivono gli eventi non come semplici comparse, ma come soggetti attraversati da tensioni morali, da dilemmi interiori, da una ricerca di senso che li rende paradigmatici. In questo senso, Horacio Oliveira può essere considerato il loro erede moderno, o meglio, il loro equivalente in un’epoca in cui la crisi del senso ha raggiunto una radicalità inedita.

Fabrizio del Dongo, protagonista de La Certosa di Parma, è l’archetipo dell’uomo che si getta nella storia con entusiasmo, ma che finisce per sperimentarne l’assurdità. La sua partecipazione alla battaglia di Waterloo è emblematica: crede di vivere un momento epico, ma si ritrova spaesato, incapace di comprendere ciò che accade intorno a lui. È un personaggio che incarna la distanza tra l’ideale e il reale, tra l’immaginazione e la concretezza degli eventi.

Allo stesso modo, Oliveira attraversa la storia del suo tempo – la Parigi esistenzialista, la Buenos Aires della repressione – senza mai sentirsi davvero parte di essa. Come Fabrizio, è un testimone disorientato, un uomo che cerca nella letteratura e nella riflessione filosofica un ordine che la realtà gli nega.

Julien Sorel, il giovane ambizioso de Il rosso e il nero, rappresenta invece la tensione tra l’ascesa sociale e la fedeltà a se stessi. La sua intelligenza e la sua sensibilità lo pongono in conflitto con un mondo che premia la mediocrità e punisce l’autenticità. Julien è un personaggio tragico perché consapevole della propria finzione: sa di recitare un ruolo, ma non può farne a meno.

Anche Oliveira è un uomo diviso: tra il desiderio di comprendere e l’incapacità di agire, tra l’ironia e la disperazione, tra l’intellettualismo e la fame di vita. Come Julien, è un personaggio che si muove in un mondo che non riconosce più come proprio, e che cerca nella finzione – letteraria e personale – una via di fuga, o forse una forma di resistenza.

Infine, Lucien Leuwen, protagonista dell’omonimo romanzo incompiuto di Stendhal, è forse il più vicino a Oliveira per la sua natura di uomo “in bilico”. Lucien è un giovane brillante, ma costantemente sospeso tra l’azione politica e la riflessione interiore, tra l’ambizione e il dubbio. La sua storia è segnata da un continuo oscillare tra possibilità e rinuncia, tra desiderio e disillusione.

Anche Oliveira vive in una condizione di sospensione: incapace di scegliere, di aderire, di appartenere. La sua esistenza è una “rayuela”, un gioco di salti e di cadute, di tentativi e di fallimenti. Ma è proprio in questa instabilità che si manifesta la sua verità: una verità che, come per i personaggi di Stendhal, non si lascia ridurre a una morale o a una lezione, ma si offre come esperienza vissuta, come interrogazione aperta.

In definitiva, Horacio Oliveira si inserisce in una genealogia di personaggi che, secondo Chiaromonte, incarnano la possibilità di pensare la storia non come successione di fatti, ma come campo di esperienza. Se Fabrizio, Julien e Lucien sono i testimoni di un’epoca in cui l’individuo cercava ancora di misurarsi con la “Storia”, Oliveira è il testimone di un tempo in cui la storia sembra aver perso ogni centro, e in cui solo la finzione può restituire la profondità dell’umano.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/amic_-47306316/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9290162″>amic</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=9290162″>Pixabay</a>

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi Versi / Il verso del lupo

Il verso del lupo

Seduta su un freddo gradino
conto i miei anni

uno stormo di uccelli
tinge di nero miei occhi
poi fugge via
avanza la sera
con l’abito a lutto
ha perso la luce
sul sentiero del giorno

si mescola al buio
il male del cuore
divento io notte
nel verso di un lupo
che non riesce a tacere

In copertina: Foto di Himel Deb Nath Apu da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Perché MPS conquista Mediobanca (e Generali)?

Perché MPS conquista Mediobanca (e Generali)?

La più antica banca italiana, MPS (Monte dei Paschi di Siena), quasi fallita, ha conquistato Mediobanca, la più prestigiosa banca d’affari italiana, formando il 3° polo bancario italiano.
Procede così la concentrazione bancaria anche in Italia dove ormai sono quasi tutte banche private. La Germania ha 4 volte il numero delle banche italiane e ciò spiega perché in Italia il 43% dei Comuni sia rimasto senza banche e soffrano le piccole imprese con meno di 50 addetti che contribuiscono al valore aggiunto nazionale per il 47% rispetto al 33% della Germania e al 30% della Francia.

MPS è sempre stata nell’orbita della sinistra che governava la Toscana.
E’ diventata statale nel 2017 dopo essere mezzo fallita, avendo sbagliato ad acquistare Antonveneta nel 2007. Venne ricapitalizzata sotto il Governo Renzi con 5,3 miliardi (2/3 delle azioni vanno al MEF, Ministero dell’Economia e Finanze, ma l’esborso dello Stato si stima sia stato attorno ai 10 miliardi), con la benedizione al salvataggio di Stato della UE. Si riprende pian piano e nel febbraio 2022, con l’inizio dei grandi profitti delle banche, chiama Luigi Lovaglio, già banchiere a Unicredit che ha salvato 3-4 banche, tra cui il Credito Valtellinese che poi rivende a Credit Agricole per un miliardo.

Mediobanca fa gola al Governo Meloni e il ministro Giorgetti non lo nega. E’ il salotto buono della finanza italiana, che incide da sempre sul capitalismo italiano e il ruolo che svolse nelle privatizzazioni delle PPSS (Partecipazione Statali) e lo scontro (vincente) che ebbe con Craxi, nonostante fosse primo ministro negli anni ’80.
Banca d’affari di rango internazionale con azionisti potenti come il fondo finanziario speculativo Black Rock (5%) e imprenditori emergenti come Delfin (Essilux Del Vecchio 17,9%), Caltagirone (10,2%), imprenditore edile romano (vicino da sempre a Meloni), che cercano di scalzare il Ceo Alberto Nagel da anni ma senza riuscirci, pur col 30% delle azioni Mediobanca.

Giorgetti, in accordo con Lo Vecchio e Caltagirone, convince così Lovaglio a scalare Mediobanca. Gli altri imprenditori e fondi seguiranno il Governo, anche perchè Mediobanca controlla (col 13%) Assicurazioni Generali (700 miliardi di asset). L’aumento delle azioni e bonus fiscali delle due banche darà poi solo a Lo Vecchio e Caltagirone una plusvalenza di 1,2 miliardi, in un momento in cui le banche fanno i massimi extraprofitti dell’ultimo ventennio che il Governo tassa in minima parte, nonostante le promesse di quando era all’opposizione. Insieme fanno 8 miliardi di ricavi e 3 miliardi di utile (profitti impensabili per una manifattura).

Il Ceo di MPS è il lucano Luigi Lovaglio (1955), laureatosi a Bologna, che inizia al Credito Italiano (gruppo Unicredit) e farà strada risanando banche in Bulgaria e Polonia. I suoi amici di Bologna lo consideravano un “cattocomunista”. Ora però il Governo è di destra e dietro l’operazione c’è la regia del Ministro del Tesoro Giorgetti (Lega, laurea alla Bocconi) che vuole creare un 3° polo bancario italiano (dopo Unicredit e Intesa San Paolo), saldamente italiano e controllato dallo Stato, mostrando che, al momento opportuno, più che il libero mercato contano gli “amici”. Come mai?

Si è capito da tempo quanto la finanza conti sullo sviluppo della manifattura e dei singoli Paesi. Senza prestiti le imprese non vanno da nessuna parte, anche se hai idee brillanti e la finanza conta sempre di più. Da 40 anni si cerca di favorire il “libero” mercato ma, di fatto, oltre alla Cina, dove lo Stato governa eccome, molti Stati liberisti (USA in primis e specie con Trump) intervengono sempre più nell’economia e nelle imprese, perché lasciar fare solo al libero mercato non porta più vantaggi sociali, ma solo arricchimenti a pochi.

Un esempio tra tanti l’obbligo imposto a Nvidia da Trump di dare allo Stato il 15% dei propri profitti che fa vendendo in Cina, ma anche il ritorno dello Stato al mercantilismo (dazi) per portare nuove manifatture in Usa o partecipare con soldi pubblici ad investimenti privati dove lo Stato vuole avere l’ultima parola. La Germania ha varato un piano da mille miliardi e di riarmo e ha metà banche statali e la Francia è andata consolidando asset strategici in cui lo Stato è ben presente.

L’Italia ha smantellato tutta la sua presenza pubblica nelle banche e l’unica che rimaneva un po’ pubblica era MPS (con 5% di azioni, una minoranza che potrebbe però “dare la linea” e vigilare). La conferma che la Politica se vuole conta è che tutti gli azionisti sia industriali che finanziari (Vanguard, Fidelity, Black Rock) hanno seguito il Governo (la Politica) lasciando in brache di tela Nagel.

La nuova strategia del Governo Meloni non credo sia quella delle vecchie Partecipazioni Statali e dell’IRI. Il Governo vuole un polo bancario-finanziario privato, ancorato all’Italia, in cui avere voce in capitolo. Pur rimanendo azionista di minoranza, vuole presidiare interessi lasciando che sia il mercato (leggi borsa) a garantire il controllo principale come si è fatto anche con Poste e alcune grandi utilities (Hera,…), dove il mercato si combina con la vigilanza pubblica, essendo in gioco il futuro del capitalismo italiano.

Il Governo “ha quindi una banca”, anzi due e forse tre con Generali.
Nel 2025 le grandi banche italiane (solo quelle quotate in borsa) arriveranno a un fatturato di 75 miliardi di euro e 27,5 miliardi di utili. Una redditività netta di settore monstre, circa dieci volte quella del settore manifatturiero a cui le banche fanno prestiti. E ciò spiega il pericolo di una finanza che perde di vista il sottostante (manifattura e veri valori), in un mondo dove il debito globale è 54 volte il Pil mondiale.

L’Italia ha la gestione del risparmio più cara al mondo (per i clienti, imprese e famiglie) e non mancano sospetti di collusione sulle condizioni di credito in cui il nostro Antitrust sembra seguire l’antica massima: forte coi deboli e debole coi forti.

Adesso il governo è entrato negli assetti di controllo di MPS e Mediobanca (e dunque di Generali). La svolta è storica, dopo decenni di ritirata dello Stato dalle banche. Si tratta di vedere se svolgerà un ruolo di sostegno davvero di imprese e famiglie o proseguirà in quelle logiche finanziarie, separate dall’economia reale, che hanno indebolito Italia, UE e Usa e fatto crescere Cina e BRICS.

In teoria potrebbe mitigare i danni del capitalismo liberista, usando capitali pazienti per finanziare le nostre imprese (specie quelle piccole e medie che resistono da anni stringendo la cinghia e che rappresentano l’immenso valore dell’Italia), supportando Ricerca & Sviluppo, innovazioni e strategie di lungo periodo, oltreché aiutare i consumi delle famiglie con tassi di interesse “umani”.

Non escludo che si voglia copiare anche il Giappone, facendo acquistare agli italiani (e banche italiane) quasi tutto il debito pubblico per ridurre gli interessi dello Stato sul suo debito (87 miliardi nel 2025). Il Giappone non ha mai separato Tesoro e Banca centrale, come l’Italia fece (sbagliando) nel 1981, consentendo di acquistare il debito pubblico a tassi di interesse bassissimi (a volte addirittura negativi).

Potrebbe però anche essere solo l’occasione per premiare i propri “amici”, alcune grandi imprese salite sul carro del nuovo Governo.
Lo vedremo nei fatti: se il credito riparte verso tutti (PMI, piccole medie imprese e famiglie) a bassi tassi di interesse e con capitali pazienti per strategie di lungo periodo, oppure l’ennesima occasione in cui politici & grandi famiglie si accordano per fare i propri interessi.

Photo cover: Arco senese, palazzo Salimbeni – immagine Wikimedia Commons 

Per leggere gli altri articoli di Andrea Gandini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Jacek

Jacek

Jacek è un polacco di Varsavia che dorme spesso sui gradini bianchi in S. Petronio a Bologna, oppure se fortunato, ha una camera nel dormitorio in San Donato, che divide con Julian, alcolizzato. Jacek accetta lavoretti, se hai una faccenda pignola chiama Jacek lui è in grado di mettere a posto qualsiasi cosa, conosce il legno e il ferro, il marmo, la ceramica, il giardino, gli alberi e i fiori, non ha cellulare, viaggia camminando con scarpe grosse con le quali misura il mondo, giacche con cappuccio e un ombrello blu che qualcuno gli ha regalato un giorno che diluviava. Ha uno zaino con la roba estiva, quando arriva l’inverno la restituisce al Baraccano per quella invernale perché dice, mica posso girare con due zaini. Ex alcolizzato ogni mattina passa tre ore in ospedale Maggiore e chiacchiera con dottori e infermieri, fa scorta di Alcover (serve a assopire la voglia di alcool), pranza e fa pennichella sui lettini del pronto, poi ritorna in piazza Maggiore, dice, tanto posso dormire lì, “mi si è pure il cinema all’aperto” e ride.

Jacek vive la vita che vuole, ha bevuto tanto, è stato un violento rissoso, che poi racconta episodi di lui bimbo con i cugini e già il nonno faceva loro assaggiare il vino o la vodka, una sorellina che proteggeva, chissà dove è finita mi dice e guarda ho ancora tre foto, la bimba bionda, faccia di porcellana, un vestito liso a fiori e sandalini sorride a riva di un lago gelido.
Ha girato il mondo con le sue gambe forti, una purezza che nemmeno un diamante tagliato perfetto, scavalcato carceri e comunità, parla e ti guarda fissamente, faccia slavata piena di spigoli, capelli corti color paglia e quell’accento forte di zinco e rame che ti ricorda un papa guerriero.

Mi dice, sai hanno ricoverato Julian il mio compagno di dormitorio, starà via un mese, e sai lui voleva vedere in tv solo cartoni animati e io dovevo uscire, non sopporto lui che beve, vomita è sporco, non sopporto la sporcizia e la debolezza, e ora questa è la mia vacanza, un mese!!!!, entro in camera, tutte lenzuola  pulite, accendo ventilatore, mi tolgo i vestiti mi spaparazzo a letto con panini e bibite e guardo fino a notte i film che voglio, ho visto due volte Arma letale!! e faccio il caffè Lavazza, mica quello delle macchinette che è schifoso, mmmmmmhhhhhh, tu devi sentire il profumo!!! e chiude gli occhi. Tutto questo detto con un tale godimento estasiato, come una esatta, piccola, immensa libertà, che nemmeno i vacanzieri alle Maldive o gli ospiti di hotel a dieci stelle o i compratori di gioielli stratosferici, una felicità così precisa e invadente che pure io gli ho invidiato, un godimento gigante, totale e bambino.
Quando entra in pub viene al banco, appoggia lo zaino, mi chiede una aranciata  perché no, niente vodka vero? mi sorride e col suo accento tagliente come vetro rotto mi racconta meraviglie.
Mi insegni a vivere.
Ti voglio bene Jacek

Per leggere tutte le storie di Stefania Bergamini su Periscopio, clicca sul nome dell’autrice

Mai più rider sotto pioggia o caldo estremi

Mai più rider sotto pioggia o caldo estremi

Mai più rider sotto pioggia o caldo estremi

da Collettiva 13 novembre 2025

Mentre la proposta Griseri-Prisco è ferma in Parlamento, un’inchiesta Nidil rivela che il 33% degli infortuni è causato da condizioni di allerta meteo

La proposta Griseri-Prisco

Per questo a dicembre scorso è stata depositata una proposta di legge, cosiddetta Griseri-Prisco, che vuole tutelare i lavoratori del food delivery in tutte le stagioni. Peccato che languisca in parlamento da quasi un anno e che sia ancora in attesa di essere calendarizzata per la discussione o, in alternativa, che diventi un emendamento alla manovra finanziaria.

Rilanciata ieri con una presentazione alla Casa rider di Firenze, luogo di riposo e ristoro con servizi di informazione e supporto, ha l’obiettivo di mettere al centro la vita e la sicurezza degli worker del food delivery.

Un ammortizzatore sociale 

Come? “Con un ammortizzatore sociale che tuteli i lavoratori quando c’è un evento meteo – ha dichiarato Chiara Gribaudo, deputata Pd e prima firmataria della proposta di legge -, perché dire soltanto ‘fermatevi e non lavorate’ non è certo una copertura seria”.

Già lo scorso anno durante le sessioni della finanziaria, la proposta era stata trasformata in un emendamento alla manovra, con un fondo sperimentale di tre anni. Il governo però l’aveva bocciata. E l’ha rispedita al mittente anche dopo, quando è stata ripresentata nei decreti successivi, dove c’era compatibilità di materia. Adesso il nuovo tentativo di rilancio per poterla vedere discutere ed eventualmente approvare: la legge di bilancio e il decreto sicurezza sul lavoro.

O la vita o il reddito

“La proposta Griseri-Prisco rappresenta un passo concreto nella giusta direzione – afferma Roberta Turi, segretaria nazionale Nidil Cgil -: consentire la sospensione delle consegne e garantire un’indennità ai rider nei giorni di emergenza climatica. Nessuno deve essere costretto a scegliere tra lavorare rischiando la vita o rinunciare a un reddito indispensabile. Da anni denunciamo le condizioni di questi lavoratori e i risultati della nostra ultima inchiesta nazionale parlano chiaro: questo è un lavoro pagato poco, costoso da svolgere e privo di tutele effettive”.

Pedalare senza coperture

Ogni giorno migliaia di persone pedalano o guidano per consegnare beni essenziali, ma restano senza ammortizzatori sociali, senza copertura in caso di malattia o di allerta meteo. Come dimenticare le immagini dell’alluvione a Bologna di ottobre 2024, che mostravano le strade allagate e i rider in bicicletta che continuavano le consegne nonostante l’allerta rossa proclamata dal Comune?

“Oltre il 30 per cento degli infortuni è causato da condizioni climatiche estreme, e quasi il 60 per cento degli incidenti non viene denunciato – dice ancora Turi –. È un lavoro senza garanzie, dove la presunta autonomia nasconde spesso sfruttamento”.

Le battaglie legali degli ultimi anni portate avanti dalla Cgil e dalle sue categorie, da Palermo a Torino, da Milano a Firenze, hanno già stabilito che chi lavora sotto il controllo dell’algoritmo deve essere riconosciuto come lavoratore subordinato, con diritti e sicurezza garantiti.

Superare il cottimo

“Ora è tempo che anche il legislatore ne tragga le conseguenze – aggiunge Turi -, superando definitivamente il cottimo e costruendo un sistema di tutele universali, a partire proprio dalle situazioni di rischio climatico. Con questa proposta la politica può e deve colmare un vuoto che i rider non possono più sopportare da soli”.

Alcune Regioni hanno introdotto con ordinanze il divieto di lavorare nel caso di condizioni meteorologiche estreme, ma senza integrazione salariale il lavoratore si trova di fronte alla scelta tra salute e salario.

Muhammad, rider

“Siamo sempre esposti, al caldo, al freddo, alla pioggia – racconta Muhammad, rider di Firenze -. Quando fa troppo caldo o troppo freddo restiamo anche dodici ore in strada ad aspettare, senza consegne e alla fine torniamo a casa senza aver guadagnato niente. Ore sotto il sole, senza protezione, o sotto la pioggia e questo fa male, fisicamente e mentalmente. Poi a volte si cade, ci si fa male, e se succede un problema non si lavora più. Siamo tutti partite Iva: anche se non lavoriamo, dobbiamo comunque pagare le tasse”.

In sciopero per la dignità del lavoro

“Questa legge è anche un banco di prova politico – conclude Turi -. La politica deve decidere da che parte stare: con chi lavora o con chi specula sull’insicurezza. Il 12 dicembre la Cgil sarà in sciopero generale per la dignità del lavoro, salari giusti e giustizia sociale. È tempo di scegliere: noi, come Nidil e come Cgil, lo abbiamo fatto da tempo”.

Cover; Rider a Bologna – foto Raffaele Angius su X

MANI CHE SBUCCIANO LE CIPOLLE

Mani che sbucciano le cipolle

“Con le mani sbucci/Le cipolle/Me le sento addosso/Sulla pelle
E accarezzi il gatto/Con le mani/Con le mani tu puoi/Dire di sì
Far provare nuove sensazioni/Farti trasportare dalle emozioni
È un incontro di mani/Questo amore/Con le mani se vuoi/Puoi dirmi di sì […]”

Così inizia la canzone Con le mani di Zucchero e Gino Paoli pubblicata nel 1987 nell’album Blue’s. La canzone racconta di come le mani possono esprimere amore, sensazioni ed emozioni. Tutto avviene attraverso le mani. Forse perché non si può (o non si vuole) parlare, ma solo sentire. Sbucciare cipolle è uno dei gesti più comuni che provoca lacrime involontarie. Anche se il movimento è consueto, la reazione è forte “Me le sento addosso/sulla pelle” e suggerisce un’emozione profonda.

Ciò che colpisce di questa canzone è la fisicità che riesce a esprimere. La persona che sbuccia le cipolle è presente in modo tangibile. Non solo la si vede, la si sente addosso anche quando non c’è. È una presenza che lascia impronte tattili e sensoriali.

Si evocano mani forti, che sanno fare, che lavorano, che toccano davvero. Mani che non accarezzano soltanto, ma che agiscono, fanno qualcosa che resta sul corpo dell’altro. Dopo aver sbucciato le cipolle, l’odore resta sulle mani, sulla pelle. È una metafora potente di qualcosa che rimane addosso, come un ricordo, un legame, una ferita che non se ne va.

Le mani che sbucciano sono lente, precise, testimoniano movimenti pieni di abitudine e cura. Le dita afferrano la cipolla con fermezza, il pollice spinge contro la buccia secca e rumorosa, sollevandola a strappi piccoli, ma decisi. Ogni gesto è accompagnato da un leggero scricchiolio, mentre la buccia esterna si sfoglia come carta secca.

Può esserci molta grazia anche nella fatica. Le mani si muovono con un ritmo che sembra antico, quasi rituale. C’è una lacrima che spunta per malinconia e per la pungente verità che le cipolle sanno tirar fuori. C’è sempre poesia in un gesto lento e cadenzato, ma bisogna saperla cogliere e vivificare.

Il tramite delle mani è sicuramente efficace. Sono un medium simbolico importante e uno strumento di una potenza sorprendente. Le loro articolazioni permettono gesti complessi e precisi e il loro spostarsi armonioso evoca la bellezza del movimento e la complessità della situazione. La fisicità delle mani è uno dei simboli più potenti e poetici dell’esperienza umana. Le mani sono strumenti ma anche ponti tra l’interno e l’esterno, tra il pensiero e l’azione, tra noi e gli altri. Quando si parla della poesia espressa dalle mani, si tocca un linguaggio silenzioso ma eloquente, capace di narrare senza parole.

Diversi sociologi e studiosi si sono occupati del tema delle mani, specialmente in riferimento alla comunicazione non verbale, all’espressione delle emozioni, al carattere e al loro significato culturale. Figure come l’antropologo e sociologo statunitense Edward T. Hall, noto per i suoi studi sulla prossemica e le culture dello spazio, hanno analizzato come la gestualità e l’uso delle mani siano diverse nelle varie culture, rivelando importanti aspetti sociali.

La gestualità è considerata un elemento fondamentale del linguaggio non verbale, capace di arricchire o persino contraddire il messaggio verbale. Gesti inconsci possono rivelare pensieri e sentimenti nascosti. Le mani sono anche uno strumento per esprimere il nostro temperamento, la nostra grazia, aggressività, o tensione interiore. In molte culture, le mani sono considerate un “biglietto da visita” per il mondo, rappresentano aspetti della persona che possono influenzare le percezioni e le interazioni sociali. L’uso e il significato dei gesti delle mani possono variare significativamente da una cultura all’altra, riflettendo norme e modi di pensare anche molto diversi.

In psicanalisi e nell’arte le mani sono spesso viste come prolungamento dell’inconscio, toccano ciò che le parole non sanno dire. Ad esempio, Donald Winnicott ha affrontato il tema del “tocco” nelle relazioni precoci. Nei primi legami madre-bambino il movimento delle mani è fondamentale. Le mani della madre (o della figura di accudimento) sono spesso il primo veicolo di cura, contenimento e protezione.

Le mani che tengono, lavano, nutrono e accarezzano, sono manifestazioni del cosiddetto “holding”, ovvero del contenimento fisico ed emotivo che permetto al bambino di sviluppare un senso di sicurezza.  Marion Anderson, psicologa Junghiana, parla esplicitamente di “hands” in psicoterapia, cioè delle mani come strumenti per manifestare l’inconscio, tramite attività non verbali (argilla, sabbia, pittura).

Questi organi flessuosi diventano mezzi attraverso cui emerge l’immagine interna, quell’ “immagine interiore” che la parola da sola non coglie. Il concetto junghiano che “spesso le mani possono risolvere un enigma con cui l’intelletto ha lottato invano” (come cita Anderson rifacendosi a Jung) sottolinea proprio la capacità delle mani di portare alla luce aspetti psichici che la mente cosciente non riesce a formulare.

Le mani sono profondamente legate all’identità. Le impronte digitali sono uniche, nessun’altra parte del corpo dice tanto della nostra singolarità biologica. Le mani fanno il mondo: costruiscono, plasmano, scrivono, distruggono. Sono anche segnate dal tempo, invecchiano, si deformano, portano i segni del lavoro o della malattia, raccontano una storia personale e sociale legata al momento in cui si sono mosse come eleganti ragni, disegnando ghirigori aerei nel bel mezzo di relazioni forse occasionali e spesso importanti.

Le mani sono il primo contatto con il mondo. Toccano, cercano e afferrano. Sbucciano le cipolle. Si aprono alla vita e sanno trattenerla. Nel loro movimento c’è un sapere muto, antico, che non ha bisogno di parole, le mani capiscono prima della mente. Ricordano il corpo della madre, il calore del primo tocco, la promessa silenziosa di essere accolti.

Sono confini sensibili dell’anima, estensioni del pensiero e del cuore. Con le mani si crea, si scrive, si distrugge. Con le mani si ama, si nutre, ci si difende. Ogni piega del palmo, ogni cicatrice, ogni tremore contiene un racconto. Anche nel gesto più piccolo come una carezza, una stretta, un pugno chiuso, passa la densità di una vita intera. Sono corpo che sente e corpo che fa. Sono presenza, confine, ferita e cura. Quando le parole non bastano, le mani parlano. E spesso dicono la verità.

Quando penso alle mani, vedo sempre mia madre che cucina, taglia, affetta, pela, sbuccia le cipolle. Essendo la presidente di una fondazione che gestisce servizi per l’infanzia, vedo le mani delle maestre della nostra scuola che tagliano e incollano carta, feltro, legnetti, conchiglie. Mani che piegano felpe e cappotti, che mettono grembiuli ed estraggono velocemente dalle tasche fazzoletti di carta, che sanno mettere una bavaglia con due dita, mentre con le rimanenti indicano a qualcuno di mettersi seduto che arriva la pastasciutta.

Le mani piccole dei bambini, senza segni d’età e con le dita corte, ma piene di vita e di attesa. Mani protese verso il tempo che verrà, verso tutto ciò che si potrà vedere e capire, verso la necessità fisica di protezione, nutrimento e calore, verso il bisogno d’amore che solo in parte una scuola piò colmare. Il resto è nel tempo che sarà. Adesso un po’ d’amore, più in là tantissimo di più, auguriamolo a tutti.

Vedo anche le mani delle insegnanti della scuola primaria, che è ubicata al piano superiore del nostro stesso edificio. Mani che scrivono alla lavagna, sui quaderni, sui registri, indicano posizioni da tenere e da evitare, accompagnano un complimento o un rimprovero, si uniscono per essere più convincenti o più incisive. D’inverno si strofinano per il freddo.

Le mani della cuoca della mensa che, come quelle di mia madre mescolano, tagliano, affettano, infornano, impiattano. Mani che forniscono cibo ai bambini e in questo loro fare quotidiano sono azione, concretezza e fisicità. Mani che lavorano e che invecchiano, che si arrossano che sono storia e ricordo, partenza e cammino.

Sono mani che testimoniano vita, che esprimono forza e rigore, che raccontano, che segnano, che parlano di noi. Sono testimoni di quello che facciamo tutti i giorni, cercando di insegnare alle nuove generazioni comportamenti curiosi, rispettosi ed etici. Se dovessimo scegliere delle mani tra tutte, penso che sceglieremmo quelle della maestra E. che è la nostra insegnante più giovane, e quella della “fu” contessa Fenaroli, il cui lascito ha permesso alla fondazione di nascere, moltissimi anni fa.

James Hilmann parla delle mani come “manifestazioni” del destino, come simboli del fato che si esprime attraverso la mano archetipica. Sono “fatti” del destino perché, attraverso il loro lavoro, realizzano la vocazione (il “codice dell’anima”) che è stata data a ogni individuo dal suo daimon. Il daimon è una forza che guida ogni persona verso un percorso unico e irripetibile, tale percorso si manifesta concretamente attraverso l’azione delle mani che portano a compimento questa vocazione. Hillman afferma che corpo e anima sono inseparabili.

Il corpo non è un contenitore dell’anima, ma una sua espressione. In questa visione le mani non sono semplici strumenti fisici, ma veicoli attraverso cui l’anima si manifesta. Nell’atto di creare, toccare, curare, distruggere o pregare, c’è una qualità psichica, simbolica e archetipica. E proprio questa convinzione di Hilmann chiude, a parer mio, il cerchio.

Le mani che sbucciano le cipolle sono nient’altro che un piccolo frammento della nostra anima, un incontro poetico tra un po’ d’azione e molto sentimento.

BIBLIOGRAFIA

  • Edward T. Hall (1959), The Silent Language – DOUBLEDAY & COMPANY, INC., GARDEN CITY, NEW YORK
  • Donald W. Winnicott (1996) I bambini e le loro madri – Raffaello Cortina Editore
  • Mario Trevi (2020) Leggere Jung – Carocci editore
  • James Hilmann (2009) Il codice dell’anima – Adelphi

SITOGRAFIA

Testo della canzone di Zucchero Fornaciari “Con le mani”: https://www.zucchero.it/testi/con-le-mani/

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/planet_fox-4691618/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7479211″>Alexander Fox | PlaNet Fox</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7479211″>Pixabay</a>

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di CatinaBalotta, clicca sul nome dell’autrice

Parole a capo
Inediti: tre smeraldi poetici

Parole a capo <br> Inediti: tre smeraldi poetici
Ciò che viene al mondo per nulla turbare non merita riguardi né pazienza
(René Char)
QUANDO SARO’ VECCHIA
Quando sarò vecchia
non più di una piuma
non più di un petalo di viola
peserà il mio cuore
sarò leggera come nuvola
vestita di vento
solitaria e sazia.
Ma ancora non è tempo
adesso ho il cuore ingordo
non so sottrarmi al giogo.
Nascondo il tempo
nel mio ventre infecondo
certa di fiorire
a dispetto del mondo.
Il cuore lo svuoto
col setaccio,
mi resta il voto
di un amore semplice
e il dolce inganno
di inattese conseguenze.
(Doris Bellomusto)

*

ERA L’ALBA

 

era l’alba a spargere i primi bioccoli di luce
le velature verde pisello a sorgere
o un celeste come un’acqua salmastra alla caviglia
del mare che non avevamo mai visto
eppure si intuiva nelle righe di sale sulle rocce
che i daini  leccavano con precisione millimetrica
la bocca chiusa contro i denti grossi e le gengive rosse.

era l’alba a spargere i primi bioccoli di luce
su un oceano verticale incastrato tra conchiglie
impresse sui lastroni, le spirali come strade perlate di lumache,
di quando le acque erano andate da un’altra parte
i cavallucci a scavalcare alghe diverse come spade.
adesso erano felci e prateria larga
e gigli arancioni
ma, forse, erano mementi, di quei pesci pavone.
(Alida Stroili)

*

 

DANZA MACABRA

 

Mi hanno sussurrato
che ami la morte:
la spii dall’uscio socchiuso
e di notte la guardi arrivare
posarsi infingarda
sul tuo corpo che dorme,
ne annusi l’odore
che è di mondi lontani
e di fiori appassiti.
Mi hanno sussurrato
che vedi la morte
in ogni crepuscolo invernale
e che,
stanca di respirare,
la vorresti abbracciare
così dispersa nel color porpora.
Mi dicono che ascolti
la sua melodia invitante
a volte eroica
di archi e tamburi
a volte su frequenze imprendibili
come il canto dell’universo,
che anche tu la vorresti suonare
ma ancora manchi d’abilità e strumenti.
T’ho vista
corteggiare la morte
nelle notti di gelo
sotto lune indifferenti.
Ti ho vista rincorrere la morte
nei sogni disperati
e non voltarti a cercare il ritorno.
Infine mi hai detto
che non ti serve più amore
per ammorbidire un dolore
ormai indurito come pallottola,
solo rotolare giù
sul pendio di velluto
sempre più giù
e più lontano da qui.

(Elena Vallin)

 

Foto di Irina da Pixabay

Di tutte e tre le autrici abbiamo pubblicato altre poesie nella rubrica “Parole a Capo” negli scorsi numeri. Le ringrazio per questi nuovi preziosi doni, anzi SMERALDI.

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 311° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Dalle grandi opere inutili alla grande opera suicida del riarmo

Dalle grandi opere inutili alla grande opera suicida del riarmo.

Dalle grandi opere inutili e opache…

Le parole dell’Ambasciatore Alberto Bradanini sull’inquinamento della politica estera può benissimo essere esteso anche ad altri aspetti del mondo contemporaneo, per esempio il mondo delle grandi opere inutili, imposte e anche molto opache; pure queste nascono da falsità che dopo decenni riempiono ancora la bocca di troppi. La principale è che i problemi economici dell’Italia nascano da un insufficiente sistema infrastrutturale, dall’eccessivo intervento dello Stato nel sistema economico, dagli ostacoli posti al libero dispiegarsi dell’iniziativa privata. Dopo decenni di verifiche empiriche possiamo dire serenamente che è vero il contrario, è arrivata una stagnazione di lunga durata proprio nello stesso momento in cui c’è stato l’avvento di TAV SpA e delle grandi opere, lo smantellamento dell’IRI, la tempesta delle privatizzazioni.

Le grandi opere inutili sono un fenomeno importante nella storia economica e sociale italiana, sono state uno spartiacque che ha segnato una netta cesura tra un sistema economico con una forte impronta pubblica e con tassi di crescita sostenuti, verso un sistema di chiaro impianto liberista in cui l’intervento dello Stato si deve limitare a favorire in ogni modo l’azione dei soggetti economici privati che riescono a condizionare il potere politico.

Grandi opere-immagine blog ilgiornale.it -Wikimedia Commons

Le modalità di realizzazione delle grandi opere dagli anni ‘90 sono l’emblema dell’opacità introdotta nel rapporto pubblico-privato; le grandi opere opache sono sostanzialmente la privatizzazione del settore degli appalti in cui al soggetto pubblico resta solo la funzione di pagatore. La trasformazione dell’allora FS in una società per azioni ha esentato il suo operato dai controlli cui erano sottoposti gli appalti pubblici. Non è che prima di FS SpA fosse il paradiso dell’onestà ma, una volta tolti anche quei controlli, i costi sono andati alle stelle crescendo di quattro, cinque volte. L’opacità è stato un ingrediente indispensabile per l’avvento e la crescita delle grandi opere che hanno consentito, a loro volta, la crescita del settore finanziario ad esse legato.

Le grandi opere inutili, imposte e opache sono state un segmento di quella finanziarizzazione che ha caratterizzato le economie occidentali in risposta ad una crisi dovuta alla difficoltà di reinvestire i capitali accumulati dopo la crescita della cosiddetta età dell’orosono prodotti di cui non c’è una vera domanda (questa ci sarebbe soprattutto nel servizio pubblico locale finanziato con modalità molto diverse dall’attuale), ma garantiscono enormi profitti in questa fase economica fatta di bolle speculative e di aumento vertiginoso delle disuguaglianze.

Il modello contrattuale nato con TAV SpA è stato poi perfezionato e reso ancor più subdolo con la versione italiana del project financing; adesso viene usato anche per progetti che potrebbero avere utilità sociale, ma opacità economica e costi fuori misura sono la norma e ne fanno un sostanziale strumento di estrazione di ricchezza collettiva a favore dell’élite che controlla il sistema finanziario. La caratteristica costante è lo sbilanciamento in favore del costruttore che viene sempre garantito a scapito degli utenti e del soggetto pubblico. Qui ritorna la denuncia di Cicconi che parlava di “privatizzazione della spesa pubblica”.

alla grande opera suicida

Pare che al peggio non ci sia fine e oggi l’esplosione dell’economia finanziarizzata ha aggravato i problemi, si profila una nuova gigantesca opera inutile, per di più assai pericolosa: il riarmo. Con questo non vogliamo dire che non esistano situazioni di conflitto e di guerra, purtroppo ce ne sono troppe, ma qua in Europa i motivi per giustificare il massiccio investimento in armi sono pretestuosi e sarebbero comunque facilmente risolvibili; l’aspetto economico ed estrattivista è molto importante.

Senza entrare nei dettagli delle dinamiche geopolitiche che giustificherebbero questa folle scelta con l’aumento delle spese al 5% per il Ministero della difesa, è bene sia chiaro che questi nuovi investimenti nelle armi sono per finanziare una nuova bolla speculativa.
Il debito degli Stati Uniti, in particolare quello delle spese correnti, è sull’orlo dell’ingestibilità, sarebbe urgente un brusco cambiamento delle politiche economiche, ma la strada è in salita e i tentativi finora non paiono paganti. Dazi e soprattutto l’imposizione agli alleati di acquisti di armi e gas di scisto (molto costoso) è un disperato tentativo di mettere una toppa alla propria situazione debitoria.

Niente di meglio che inventarsi una guerra per vendere armi; ma la minaccia di una invasione da parte della Russia è un argomento ridicolo per giustificare questa nuova bolla. La verità è la prima vittima delle guerre, ma a questo giro non sanno nemmeno inventarsene una: un giorno viene presentata la Russia con l’economia sull’orlo di un baratro e della sconfitta militare, il giorno dopo come minacciosa potenza in grado di conquistare un continente intero; per essere, non dico credibili, ma almeno coerenti, bisognerebbe mettersi d’accordo sulla fandonia da raccontare. L’importante è creare un clima di allarme che faccia accettare la necessità di comprare sempre più armi.

Questa frenesia bellica che ha invaso le menti di molti governi e della Commissione Europea si dimentica che il nemico che si cerca di creare è la più grande potenza nucleare del mondo; davvero si pensa di andare ad uno scontro militare che sarebbe un suicidio globale? Davvero il senso della misura e della realtà è alieno a questa Europa ormai zimbello del mondo?

guerra - carri armati, armamenti
HMNZS Canterbury loading Army vehicles in the port of Napier, Nuova-Zelanda.-Foto-di-NZDF-neozelandese

È utile ricordare un piccolo libro di Seymour Melman, economista e pacifista statunitense, che da sempre ha denunciato il carattere predatorio del settore militare: Guerra SpA. Uscito postumo nel 2006 ha un titolo estremamente chiarificatore. Dopo una vita passata a denunciare come l’ipertrofia del complesso militare industriale statunitense avesse creato, già alla fine del XX secolo, deindustrializzazione, concentramento di ricchezza e potere all’interno del suo paese, l’autore faceva inquietanti esempi di costi fuori da ogni logica, faceva anche notare come l’allora ministro della difesa Donald Rumsfeld avesse detto candidamente che nel Pentagono «non possiamo rintracciare 2.300 miliardi di dollari di transazioni». Una cifra mostruosa che dà la misura del giro di interessi legati ai fondi pubblici per la difesa. Già Eisenhower e Kennedy negli anni ‘50 e ‘60 mettevano in guardia il loro paese dal complesso militare industriale, adesso questo soggetto è divenuto ingovernabile.

Nell’ultimo decennio nuovi protagonisti hanno preso importanza, fondi di investimento come Blackrock, Vanguard Group, State Street hanno acquisito quote importanti di risparmio globale e lo stanno reinvestendo in asset dei grandi produttori di armi, anche in quelli europei, compresa l’italiana  Leonardo SpA.

In questo contesto sarebbe bene ricordare un aspetto che non è secondario e viene ricordato da militari e osservatori del settore: i costi delle armi occidentali sono enormi in confronto a quelli di potenze emergenti, ma nonostante questo non hanno dato buoni risultati negli scenari di guerra. Alcuni esempi per chiarire: un carro armato tedesco Leopard costa circa 29 milioni di euro, un carro Abrams statunitense 15, un carro russo circa 5, un carro cinese meno di 2. Dove purtroppo questi ordigni sono stati utilizzati le armi occidentali non hanno dato una grande prova di sé; una sintetica ed efficace spiegazione di questo l’ha data il giornalista e esperto militare Gianadrea Gaiani: “La Russia costruisce armi per fare la guerra, in occidente si costruiscono per fare quattrini”.

Anche il riarmo è una grande opera inutile perché non ci sarebbe bisogno di guerra se non ci fossero ancora pulsioni imperialistiche; costruire strumenti di morte non risponde a oggettive necessità, si fa per garantire profitti enormi, gonfiare la bolla speculativa e alleggerire il grave debito degli Stati Uniti; il tutto senza dimenticare che per i paesi europei è già adesso un suicidio economico e lo sarebbe anche militare.

Le armi, come ci suggerisce Borges in alcuni suoi racconti di guappi portegni, sembra abbiano un’anima e siano loro a guidare le mani e le menti degli uomini. Accumulare arsenali invece che favorire dialogo e sforzi diplomatici è pura follia suicida, soprattutto nell’era delle armi nucleari. Ma per fortuna una notizia come la vittoria a New York di una persona come Zohran Mamdani è un segno grande di speranza per il futuro.

Questo  intervento è stato pubblicato l’8 novembre 2025 dal magazine perUnaltracittà

Cover: Quadcopter drone. Original public domain image from Wikimedia Commons

Vite di carta /
Le domande dei grandi libri: “La vegetariana” di Han Kang

Vite di carta. Le domande dei grandi libri: La vegetariana di Han Kang

La forza di un libro può dare nuova linfa ai nostri pensieri, succede se i libri sono di valore.

Giorni fa mi arriva in biblioteca a Poggio Renatico La vegetariana di Han Kang, premio Nobel 2024 per la Letteratura. Lo ritiro e subito ne leggo l’incipit: “Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante.” Chi parla in prima persona è il marito della protagonista Yeong-hye e ci tiene a distinguere nella propria vita un prima e un dopo stabilito dalle abitudini alimentari della moglie.

Così facendo le assegna un valore ancipite: dapprima Yeong-hye appare una donna quieta e servizievole, poi sogna degli animali uccisi e si fa determinata nel rifiuto della carne e della vecchia quotidianità. Determinante per la vita di lui, che chiederà il divorzio, e per il resto della famiglia.

Vado avanti a leggere e comincia a coinvolgermi lo sguardo di quest’uomo così distante dalla moglie, privo di risorse per conoscerla prima ancora di poterla capire, così concentrato sulla sua modesta carriera e sul quieto vivere come regola ineludibile.

Lei, intanto, nel rifiutare la carne si allontana ogni giorno di più dalla cultura famigliare nella quale è cresciuta. Non la piega nemmeno lo schiaffo che le dà il padre, che scopriamo essere stato il padrone autoritario della infanzia dei figli. La reazione di Yeong-hye è fulminea: è la festa della nuova casa della sorella maggiore In-hye, e lei davanti a tutti i familiari, al fratello Yeong-ho, ai genitori e ai cognati afferra un coltello e si taglia un polso.

La prima parte del libro finisce con il suo ricovero in ospedale e il sangue rappreso sulla camicia del marito, mentre l’anziana madre le porta in stanza del cibo per spingerla a nutrirsi di carne, come faceva prima.

Leggo la seconda e la terza parte e resto incatenata alla narrazione in terza persona, in cui il punto di vista è prima quello del cognato, marito di In-hye e padre del piccolo Ji-woo che ha cinque anni;  nell’ultima parte è focalizzato invece su In-hye, sorella maggiore e di fatto unico sostegno per Yeong-hye nella fase finale della vita.

Nella seconda parte viene raccontato l’approccio inusuale del cognato alla fisicità velata di mistero di Yeong-hye: lui la cattura come se fosse un’opera d’arte in progress, le dipinge il corpo di fiori sgargianti e poi la possiede con forza allo scopo di girare uno dei suoi video artistici.

Lei, che è già stata per mesi in ospedale e ora conduce una vita sempre più silenziosa al riparo della propria casa, va in frantumi. Vuole far nascer fiori dal proprio corpo, vuole volare e si sporge dal balcone.

Mentre anche la seconda parte si conclude in ospedale, il romanzo si fissa sulla figura della sorella In-hye. Che ha chiamato l’ambulanza per salvare Yeong-hye e anche per ricoverare il marito. Entrando per portare del cibo, ha scoperto entrambi in flagrante e da donna forte e pratica quale si è sempre mostrata ha preso la decisione drastica del ricovero.

La terza parte, la più straziante, quella scritta meravigliosamente come e più delle altre due, racconta la visita che mesi dopo In-hye fa alla sorella nell’ospedale fuori Seul dove l’ha collocata, pagando le spese del  ricovero e facendole visite più frequenti dopo la fuga nella vicina foresta che Yeong-hye ha fatto tempo prima, alla ricerca di una sua agognata metamorfosi.

È la parte in cui In -hye racconta la sua sofferenza e l’insonnia che, come è accaduto alla sorella, le arrossa gli occhi e la fa sentire esausta. Anche lei ha visto andare a pezzi il suo matrimonio, tuttavia sa solo corrispondere alla immagine che ha da sempre dato di sé (a tutti quanti e a se stessa) e  continua a fare fronte alle necessità di chi ama, il figlio e la sorella, cercando di fare del suo meglio.

Ma lì, mentre attende di entrare nella stanza di Yeong-hye morente, mentre parla col medico che la vuole trasferire all’ospedale generale, assiste allo squarcio nel cielo di carta, come accade a tanti personaggi pirandelliani. Si vede vivere.

Si pone le domande esiziali: forse sua sorella va lasciata andare verso la morte. L’ha cercata fin da bambina? Sarà che ha subito le percosse e la violenza del padre più di ogni altro in famiglia?

Arrivano le risposte. Una, soprattutto. Accade quando finalmente ascolta le ultime parole della sorella; comprende che sta andando in uno spazio che è oltre, in una dimensione che si allontana dall’umano per trasfondere il suo corpo tra gli altri alberi del bosco, albero esso stesso. Fatto di radici, rami e foglie. Non è servito assumere cibo, sono bastati l’acqua e il sole.

Arrivano anche le domande che pongo a me stessa. Al netto dei tratti culturali della società sudcoreana, che si muovono come ombre sullo sfondo della narrazione, sono domande valoriali sull’essere umano nel suo rapporto con le convenzioni e con la violenza a cui ci sottopone la socialità. Sulla pazza anoressia e sui territori a cui conduce.

Possibile che sia il solo canale che può portarci a incontrare la natura e la terra? Che la fratellanza con gli alberi si stabilisca solo attraverso una metamorfosi che rinnega il vissuto della relazione con gli altri umani. Che la sorellanza con le foglie e con i rami riconduca all’antico mito di Dafne, ancora una volta a causa della sofferenza e della ripulsa?

Come nella scrittura così profonda di Han Kang, anche nei suoi personaggi, specie femminili, è contenuta una buona dose di bellezza primigenia. Lo dice la nudità senza imbarazzi né remore di Yeong-hye, il suo accogliere le foglie e i colori che il cognato le dipinge sulla pelle. Può ricordare la Ermione dannunziana, a patto di convertirne la sinergia con il bosco in un sentire totalmente naturale, senza alcun compiacimento.

Nota bibliografica:

  • Han Kang, La vegetariana, Adelphi, 2016

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/agnieszka_wen-15888371/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5002186″>AGNIESZKA WEN</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5002186″>Pixabay</a>

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Parole e figure / Tornare

Appena uscito in libreria, edito con Kite, “Tornare”, di Nadia Al Omari, ci aiuta a capire se scegliere di partire o tornare. Un viaggio con e (attra)verso di noi.

Lei ha una foglia sul viso, gli occhi si intravvedono appena. Paiono scrutare e, al tempo stesso, quasi nascondersi, ripararsi da sguardi curiosi e indiscreti.

La fantasia vola, ampio spazio all’interpretazione, il bello di albi illustrati come questi.

Si potrebbe pensare che lei sia semplicemente schiva, o che voglia lasciare una finestrella per osservare, liberamente, senza essere vista. Una finestra sul mondo che si apre alla bellezza e al pensiero libero ma che sa anche chiudersi, quando vuole.

Quando l’inverno bussa alle porte della città, lei sceglie di partire verso un luogo, dove è ancora estate, non vuole passare in città un periodo freddo e, spesso, difficile e inospitale. Tira vento, capelli e pensieri si scompigliano.

Da qualche parte, al di là del mare, è ancora estate, c’è una casetta pronta ad accogliere, serve poco a sentirla propria. Il tepore c’è, ma è lontano, va cercato, va raggiunto. Bisogna decidersi a partire verso di lui, a cercare il silenzio che serve per ascoltare sé stessi.

Tornare, di Nadia Al Omari, immagini Kite

Rientrata a casa, un senso di inquietudine la porta presto a intraprendere nuovi viaggi, nel tentativo di colmare quel vuoto che si è insinuato nei suoi pensieri. La curiosità del mondo.

Inizia così un percorso interiore attraverso le stagioni, tra partenze e ritorni.

Deserti e faraglioni abitati da pellicani, cielo limpido che libera la luce del sole e i pensieri , pensieri che diventano liquidi e si uniscono con le onde, in un abbraccio infinito.

In certi luoghi il tempo pare immobile, in altri c’è la neve. I viaggi di andata sono meno faticosi, a volte, quelli di ritorno, spesso, paiono lunghi e silenziosi. Manca qualcosa però. Uno spazio libero può restare nei pensieri e lasciare inquietudine e tormento, i sogni possono arrivare a dare indicazioni e suggerimenti, fornire una guida, un’intuizione. Ma possono anche spaventare, rimanere un’ombra che offusca la giornata.

Tornare, di Nadia Al Omari, immagini Kite

Fino a quando altri albori si avvicendano per sognare e altre giornate arrivano per sorridere. In tal caso, le ore scorrono lente, in un mondo ovattato. Il bello di darsi il tempo per fare lunghe passeggiate, per osservare la natura, per guardare per aria, oziare.

E’ meraviglioso poter decidere, una sera, di prendere il sentiero per arrivare da qualcuno, da qualche parte, di passare ore a guardare il fuoco prima che diventi cenere. Di sentire un canto e guardare fuori, di accarezzare il sole che riempie una stanza.

Bisogna saper chiudere gli occhi per cercare dentro i propri pensieri, vicino al cuore.

Questo splendido albo è un racconto poetico sulla crescita interiore, il viaggio e la scoperta di ciò che davvero conta, una riflessione sul senso di appartenenza a un luogo, a qualcuno o a sé stessi, sul capire quando andare e quando rientrare. Sul saper portare con sé i regali ricevuti e le promesse da mantenere. Sulla voglia di esplorare il mondo.

Nadia Al OmariRicholly Rosazza (illustratore), Tornare, Kite, Padova, 2025, 52 p.

Tornare, di Nadia Al Omari, immagini Kite

UN MONDO FUORI BERSAGLIO: si apre oggi a Belem la 30^Conferenza sul Clima

UN MONDO FUORI BERSAGLIO: si apre oggi a Belem la 30^Conferenza sul Clima

“Tutti noi qui oggi comprendiamo che ci stiamo pericolosamente avvicinando ai punti critici della Terra, soglie oltre le quali i sistemi naturali da cui dipendiamo potrebbero iniziare a disgregarsi: lo scioglimento dei ghiacci polari. La perdita dell’Amazzonia. L’interruzione delle correnti oceaniche. Queste non sono minacce lontane. Si stanno avvicinando rapidamente e colpiscono tutti, indipendentemente da dove viviamo. Siamo la generazione che può cambiare le sorti della storia”, non per ricevere applausi, ma per ottenere la silenziosa gratitudine di chi deve ancora nascere. Questo, qui alla COP30, è il nostro momento. Non sprechiamolo. I nostri figli e nipoti ci guardano e sperano”.

Queste le parole con cui, il 6 novembre, il principe William è intervenuto, in rappresentanza di Re Carlo III d’Inghilterra, al vertice preparatorio della Conferenza delle Parti di Belém, in Brasile, il cui inizio è previsto oggi, lunedì 10 novembre, e che si protrarrà fino al 21 del mese in corso. Parole che, forse con un po’ più di veemenza, avrebbero anche potuto uscire dalla bocca di Greta Thunberg.

“Sono cresciuto con mio padre, il re, – continua il principe – parlando del potere della natura e dell’importanza dell’armonia nel mondo naturale, un argomento che ha sostenuto per cinque decenni”.

A dieci anni dalla firma dell’accordo di Parigi, non è certo tempo di festeggiamenti: il 6 novembre i capi di stato e di governo che iniziano a riunirsi a Belém hanno ammesso che il mondo non è riuscito a limitare il riscaldamento globale come sperato, cercando però di evitare il disfattismo”; chi scrive è l’agenzia di stampa francese AFP, e si può trovare sul sito di Internazionale del 7 novembre scorso (Vedi Qui).

“La finestra di opportunità per agire si sta chiudendo rapidamente”, ha avvertito il presidente brasiliano Lula da Silva a pochi giorni dall’apertura della conferenza delle Nazioni Unite sul clima Cop30, criticando duramente le “bugie delle forze estremiste che favoriscono la distruzione del pianeta”. E se il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che “la comunità internazionale non è riuscita a limitare il riscaldamento a 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale, l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi, definendolo un fallimento morale”, i circa trenta capi di stato e di governo presenti a Belém hanno lanciato un appello per una “conferenza della verità”, usando le parole di Lula, è il commento di AFP. La Cina, il paese con le maggiori emissioni di gas serra ma anche il principale motore della transizione energetica, ha colto l’occasione per chiedere “la revoca delle barriere commerciali sui prodotti verdi”.

Mentre il Brasile ha annunciato il lancio di un nuovo fondo, chiamato Tfff, il cui obiettivo è raccogliere fondi sui mercati finanziari per ricompensare gli stati che proteggono le foreste, la Norvegia si è impegnata a mettere a disposizione fino a tre miliardi di dollari.

Forti le critiche al presidente statunitense Donald Trump, contestato da molti dei leader presenti, a cominciare dal presidente cileno Gabriel Boric che ha accusato chi “ha scelto di ignorare o negare la realtà scientifica della crisi climatica”, fino al suo collega colombiano Gustavo Petro, il quale ha dichiarato “Trump essere contro l’umanità”.

“La disinformazione sul clima, le lobby dei combustibili fossili, la mancanza di fondi e il ritiro degli Stati Uniti dalla cooperazione climatica” è stata Ia denuncia fatta dai leader presenti alla Conferenza, anche se l’assenza della prima economia mondiale da Belém è stata accolta con un certo sollievo da chi temeva manovre ostruzionistiche durante i lavori della COP.

“Le Nazioni Unite, conclude il commento riportato da Internazionale, hanno chiesto che il superamento della soglia, previsto già prima del 2030, sia il più breve possibile, anche se, nella migliore delle ipotesi”, ha dichiarato ad AFP Johan Rockström, direttore dell’Istituto di ricerca sul clima di Potsdam, ci vorranno dai cinquanta ai settant’anni anni per tornare sotto la soglia di 1,5 gradi”.

La partecipazione dell’Italia alla Conferenza sul Clima è prevista con un Padiglione Italia concepito per valorizzare il ruolo del Paese nella lotta ai cambiamenti climatici e nella promozione della sostenibilità.
Il Padiglione Italia, si legge nel sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nella parte dedicata alla COP30, rappresenterà una piattaforma strategica per valorizzare l’esperienza, l’innovazione e l’impegno dell’Italia per la sfida climatica, promuovendo il dialogo tra istituzioni, comunità scientifica, settore privato e società civile, e sarà articolato in due aree complementari, il Made for Our Future, che ospiterà incontri istituzionali, side event e momenti di confronto internazionale, e AquaPraça, una installazione, la “piazza galleggiante”, che salperà verso il Brasile, progettata da Carlo Ratti e presentata alla Biennale di Architettura 2025 di Venezia, rappresenterà un simbolo duraturo e concreto dell’impegno innovativo italiano per la sostenibilità e l’azione climatica.

Un’opera simbolica e funzionale, ancorata temporaneamente all’Arsenale veneziano, pronta a trasformarsi in uno spazio di confronto internazionale sul clima, dove innovazione, cultura e sostenibilità si incontrano.

“Venezia e Belém condividono una sfida comune: vivere e resistere in territori vulnerabili ai cambiamenti climatici. L’esperienza della laguna, salvata più volte dal sistema MOSE, dimostra che scienza e tecnologia possono diventare strumenti di salvaguardia quando dialogano con il patrimonio culturale”, ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto all’evento di lancio “ (vedi l’articolo su Circular Economy).

Tanti i commenti presenti sui media sulla Conferenza dell’ONU. Mario Agostinelli sul Fatto Quotidiano dello scorso 4 novembre afferma, già dal titolo del suo articolo, che La Cop30 di Belem segnerà il passaggio della leadership ambientale dall’Occidente a Cina e Brics.
Agostinelli critica la scelta dell’Italia del governo Meloni che “porterà alla COP di Belem in Amazzonia una posizione sostanzialmente negazionista a giustificazione del suo ritardo sugli obbiettivi assunti precedentemente a livello internazionale”. “Questo importante appuntamento, scrive il giornalista, non sembra incidere nel dibattito politico aperto nel nostro paese, anche se la crisi climatica va peggiorando”.

“La COP di Belem ha un alto valore simbolico e va contestualizzata – continua l’articolo del Fattocome un appuntamento rilevante per l’attenzione alla biosfera e al protagonismo dell’emisfero Sud del Pianeta, ed anche per questa ragione sarebbe rilevante una visione che superi il vecchio colonialismo dell’Occidente ricco, tutt’altro che esorcizzato dalle lobby energetiche che combattono le rinnovabili. I segnali più recenti che provengono dalla natura sono drammatici, con effetti riscontrabili anche in Europa, dove la temperatura media ha già superato la soglia di1,5°C, con ondate di calore ed eventi estremi che questa estate sono costati 43 miliardi di euro, di cui 12 all’Italia”.

In un articolo apparso il 5 novembre sul sito di Economia Circolare (Qui) si legge che “l’ONU prova a sensibilizzare gli Stati che parteciperanno alle negoziazioni in corso a Belém e lo fa attraverso l’atteso report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) sui nuovi impegni climatici, fissati nell’ambito degli Accordi di Parigi, il quale rileva che l’aumento della temperatura globale previsto nel corso di questo secolo è diminuito solo leggermente, lasciando il mondo in una grave escalation di rischi e danni climatici.”
Il rapporto dell’UNEP Emissions Gap Report 2025: Off Target, continua il magazine online, rileva che le proiezioni sul riscaldamento globale nel corso di questo secolo, basate sulla piena attuazione dei Contributi Nazionali Determinati (NDC) – ovvero gli impegni che si assumono sulla riduzione delle emissioni da parte dei Paesi che partecipano alla COP – sono ora di 2,3-2,5°C, rispetto ai 2,6-2,8°C del rapporto dello scorso anno. L’attuazione delle sole politiche attuali porterebbe a un riscaldamento di 2,8°C, rispetto ai 3,1°C dello scorso anno. Tuttavia, commenta il magazine, i nuovi NDC, di per sé, hanno a malapena spostato l’ago della bilancia, e i Paesi rimangono lontani dal raggiungere l’obiettivo degli Accordi di Parigi di limitare il riscaldamento al di sotto dei 2°C, mentre proseguono gli sforzi per rimanere al di sotto di 1,5°C.

“Gli scienziati ci dicono che un superamento temporaneo di 1,5° è ormai inevitabile, al più tardi a partire dai primi anni 2030. E il percorso verso un futuro vivibile diventa ogni giorno più ripido”, è la dichiarazione del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel suo messaggio sul rapporto. “Ma questo non è un motivo per arrendersi. È un motivo per fare un passo avanti e accelerare: 1,5° entro la fine del secolo rimane la nostra stella polare. E la scienza è chiara: questo obiettivo è ancora raggiungibile. Ma solo se aumentiamo significativamente le nostre ambizioni”.

Queste considerazioni sono molto importanti perché mettono in risalto le posizioni contrarie alla strada intrapresa per la sostenibilità ambientale sui cambiamenti climatici, e, come fa notare Agostinelli nell’articolo del Fatto Quotidiano, “mentre su indicazione di Trump arretra il Green Deal Europeo, è la premier italiana in persona a definire «ideologica» la sostenibilità ambientale, mentre corre in aiuto dell’industria continentale dell’automotive per tenere in vita motori endotermici – magari alimentati a biocarburanti – e sostiene le importazioni del gas liquido di Trump e Milei infrangendo l’obiettivo di emissioni climatiche zero al 2040”.

La COP30, come ricorda il titolo dell’articolo “segnerà probabilmente il passaggio della leadership ambientale dal mondo occidentale a Cina e Brics, accompagnato da un risveglio africano: un cambiamento che può dare un risalto internazionale alla COP che qui da noi non si intende sottolineare”.
Ecco allora che “il continente africano si va preparando ad un ruolo meno dipendente dai Paesi ricchi. Invece di continuare ad aspettare gli aiuti, l’Africa sta cercando di mobilitare investimenti nella sua transizione verde perché può così aiutare il mondo ad affrontare il cambiamento climatico” e in definitiva, “la logica estrattivista del passato, in cui l’industrializzazione si basava sullo sfruttamento e sulla distruzione, deve cedere il passo a un approccio più olistico, giusto ed equilibrato, che riconosca che gli esseri umani appartengono alla natura, non il contrario.”

In più, in seguito al ripensamento del Green Deal da parte della Von der Leyen e dell’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di Trump, è probabile che l’attenzione per un esito non drammatico della COP 30 passi ai Paesi Brics ed in particolare, a Brasile e Cina. Infatti, conclude Agostinelli, “il leader cinese Xi Jinping, in relazione alle dichiarazioni sui cambiamenti climatici del presidente USA, ha replicato che «la transizione verde e a basse emissioni di carbonio è la tendenza del nostro tempo. Mentre alcuni paesi si stanno muovendo contro di essa, la comunità internazionale dovrebbe rimanere concentrata sulla giusta direzione». Una contrapposizione di non poco conto, con il nostro mainstream che si affanna a trascurare come il trend delle emissioni di anidride carbonica del comparto energetico cinese mostri una diminuzione del 3% nella prima metà del 2025 e come nel primo semestre del 2025 la Cina abbia installato 12 volte più potenza solare rispetto agli Usa”.

Unep.org, Emissions Gap Report 2025
FUORI BERSAGLIO, cover 2025 di Unep.org, Emissions Gap Report 2025

 

 

 

Le copertine dei report UNEP sulle emissioni sono famose, almeno per le persone addette ai lavori, perché sono molto pop, colorate e con un chiaro messaggio. Quella di quest’anno, ad esempio, è focalizzata su un bersaglio e una freccia che va distante dall’obiettivo centrale. Questo perché il rapporto rileva che la media pluridecennale dell’aumento della temperatura globale supererà 1,5°C, almeno temporaneamente. Sarà difficile invertire questa tendenza, secondo UNEP, perché questo richiederà riduzioni aggiuntive più rapide e più consistenti delle emissioni di gas serra per minimizzare il superamento, ridurre i danni alle vite e alle economie ed evitare un’eccessiva dipendenza da metodi incerti di rimozione dell’anidride carbonica. (Vedi Qui)

Anche la testata giornalistica LifeGate scrive sul suo sito il 6 novembre, a firma di Andrea Bartolini, un articolo dove si tratta dei dati sulla crisi climatica presentati dal report UNEP 2025. “La trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite si aprirà con l’ennesima notizia inquietante, è l’incipit. L’edizione 2025 del rapporto Emissions Gap del Programma per l’ambiente dell’Onu (Unep), indica quanta distanza ci sia ancora tra gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale per limitare il riscaldamento globale e quanto promesso dai governi di tutto il mondo in termini di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. I dati indicano che la distanza, oggi, è ancora enorme”. “I dati dell’UNEP sull’azione climatica sono inquietanti, scrive Bartolini: il documento valuta infatti gli impegni ufficiali inviati dagli stati all’Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). Nel 2015, prima della COP21 che portò all’approvazione dell’Accordo di Parigi, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente indicò che le promesse inviate dai governi erano largamente insufficienti, dal momento che avrebbero portato a una crescita della temperatura media globale, alla fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali, di oltre 3°. L’Accordo di Parigi indica invece che occorre rimanere al di sotto dei 2 gradi, e rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. La differenza tra 1,5 e 2 sarebbe già quella che passa tra una crisi e una catastrofe climatica, secondo quanto indicato dall’Ipcc.

Le Nationally Determined Contributions, riproposte in una seconda versione, e partendo comunque dal presupposto che le promesse avanzate dai governi vengano rispettate per intero, furono ritenute ancora una volta insufficienti dalle Nazioni Unite che hanno chiesto perciò ai governi un terzo «tentativo». Le nuove promesse avrebbero dovuto essere inviate entro il 30 settembre scorso, ma non tutti i paesi del mondo lo hanno fatto.” Le NDC – ha commentato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep – hanno certamente evidenziato qualche progresso, ma a un ritmo assolutamente troppo lento. Abbiamo bisogno di una riduzione delle emissioni senza precedenti, in una finestra temporale sempre più ridotta e in un contesto geopolitico sempre più difficile”.

“L’attuazione completa delle attuali NDC al 2035, rispetto ai livelli del 2019porterebbe ad una riduzione delle emissioni mondiali di circa il 15%, ma, per allinearsi a una traiettoria che consenta di centrare l’obiettivo degli 1,5 gradi occorrerebbe invece arrivare a un -55%. La distanza, insomma, è ancora gigantesca, conclude Bartolini.

Ed è per questa ragione che, nonostante tutti i problemi, la COP30 di Belém rappresenta comunque un’opportunità unica per tentare di rilanciare l’azione climatica. «Il momento di agire è adesso, ma i nostri dirigenti dormono al volante, portandoci a catastrofi come quella dell’uragano Melissa, sofferenze umane, perdite economiche e ingiustizia climatica», ha sottolineato Jasper Inventor, dirigente di Greenpeace International.

Non resta quindi che attendere la chiusura della Conferenza delle Parti per sapere se le tante aspettative che gravano su questo evento verranno rispettate per dare speranza e futuro alla Terra.

Immagine di copertina di Il bo live università di Padova

Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Torino: Extinction Rebellion ricopre di teli termici la Statua di Cavour. “Tassare i ricchi, fermare il collasso climatico”

Extinction Rebellion ricopre di teli termici la Statua di Cavour in Piazza Carlina.
“Tassare i ricchi, fermare il collasso climatico”.

Extinction Rebellion ha ricoperto la statua di Camillo Cavour in piazza Carlina, a Torino, con teli termici e grandi cartelli che recitano “Tassare i ricchi, fermare il collasso climatico”. Alla vigilia della COP30, il movimento denuncia le responsabilità dei super-ricchi nell’aggravarsi della crisi climatica e il sostegno politico e fiscale che Governo e Regione continuano a offrire a chi inquina di più.

Il 9 novembre, alla vigilia d’inizio della COP30 in Brasile, Extinction Rebellion ha interamente rivestito con teli termici il monumento a Camillo Benso di Cavour, in piazza Carlina. Teli che vengono solitamente utilizzati per soccorrere la popolazione in seguito a eventi catastrofici, come le alluvioni, o durante i soccorsi in mare. Alle statue sono stati appesi anche grandi cartelli con scritto “Tassare i ricchi, fermare il collasso climatico”.

“Il pianeta continua a scaldarsi e le vittime e gli sfollati di catastrofi climatiche ad aumentare. Una crisi aggravata dalle crescenti diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, concentrata nelle mani di un élite sempre più ristretta” afferma Toni, una delle persone arrampicate sulla statua. “In questa piazza si trova uno degli alberghi più lussuosi di Torino, il Collection NH e la banca di affari Mediobanca. Un lusso che contrasta con le morti che queste diseguaglianze stanno causando, incidendo drammaticamente sull’aggravarsi della crisi ecoclimatica”. Nel solo 2025, in Europa, sono morte 16.500 persone per le ondate di calore e in tutto il mondo migliaia  hanno perso la vita in eventi climatici estremi causati dall’aumento delle temperatura globale:  più di 400 morti riconducibili agli incendi di Los Angeles dello scorso gennaio, oltre 200 morti nell’inondazione di Valencia dell’ottobre 2024, le isole di Jamaica e Cuba distrutte del tornado Melissa solo la settimana scorsa. Il contributo al riscaldamento del pianeta è legato agli investimenti e interessi economici della parte più ricca della popolazione mondiale. Secondo un recente rapporto pubblicato da Oxfam, infatti, quasi il 60% degli investimenti della frazione più ricca del pianeta sono in settori altamente inquinanti, come il settore dei combustibili fossili e minerario. Si stima inoltre che le emissioni del 1% più ricco del pianeta sono tali che causeranno 1,3 milioni di morti legate al caldo e 44 trilioni di dollari di danni nei paesi a medio e basso reddito entro il 2100.

La scelta della statua, inoltre, non è casuale, il monumento a Cavour è il simbolo dell’Italia unita, laica e costruita sul diritto“Un’Italia tradita da chi ora la governa, a livello nazionale e locale” secondo Extinction Rebellion, come evidenziato dai cartelli al collo delle statue ai piedi di Cavour. Slogan che riecheggiano alcuni frasi simbolo dello statista risorgimentale: “L’Italia è fatta, nessuno è salvo”, “Libera terra in Libero Stato”, “Abbiamo fatto l’Italia, adesso facciamo anche l’uguaglianza”, un modo per denunciare le responsabilità di Governo e Regione.
“Solo in Piemonte i super ricchi detengono il 10% del patrimonio finanziario italiano, immobili esclusi. Il Governo Meloni e la Regione Piemonte nel frattempo perseguono politiche che avvantaggiano chi già possiede molto a discapito del ceto medio e delle fasce più povere della popolazione” afferma Leonora di Extinction Rebellion. Il Governo italiano, infatti,  ha aumentato il prelievo fiscale sui redditi medio bassi, mentre per i super milionari si applicherà una tassa piatta di 300mila euro,  senza alcun obbligo di investimento. In Piemonte nel 2026 la Regione dovrà fare a meno di 117 milioni di euro di trasferimenti da Roma e per questo la giunta Cirio ha approvato l’aumento dell’addizionale regionale Irpef che colpirà i redditi tra i 15 e i 50 mila euro, con un aggravio che va dai 33 ai 106 euro l’anno a seconda dello scaglione.

Un tradimento che pagano prima di tutto le persone e le popolazioni più fragili e più esposte a inquinamento e disastri climatici: i bambini, gli anziani, le fasce di popolazione più povere e di aree geografiche vulnerabili.

Foto Extinction Rebellion

In copertina  e nel testo: la statua di Cavour a Torino ricoperta di teli termici – Foto di Extinction Rebellion.

“Noi esistiamo”
Il concerto di Dee Dee Bridgewater al Teatro Manzoni di Bologna

“Noi esistiamo”. Il concerto di Dee Dee Bridgewater al Teatro Manzoni di Bologna

Quando, nel marzo del 1960, il batterista Max Roach pubblicò un disco dal titolo “We insist! Freedom now suite” (Noi insistiamo! La suite della libertà subito) aveva l’urgenza di attirare l’attenzione del mondo sul razzismo dilagante che pervadeva la società americana dell’epoca.

Significativa è la copertina dove si vedono tre ragazzi neri che praticano il lunch counter sit-in; in pratica, consumano il pranzo in un bar per soli bianchi e ci rimangono fino all’ora di chiusura, seguendo una pratica non violenta ispirata da Martin Luther King che suggeriva di restare nella zona per bianchi nonostante l’invito del titolare ad andare nei locali per neri.

È evidente il riferimento a quel disco, a quel periodo e a quelle lotte, che ha fatto la famosa cantante jazz Dee Dee Bridgewater quando, iniziando la sua tournée internazionale, ha voluto intitolare lo spettacolo: “We exist!” (Noi esistiamo).

Noi esistiamo” è un vero e proprio grido di lotta per affermare che di strada se ne è fatta tanta, ma molta ancora ne resta da fare per riuscire a creare un presente inclusivo e per progettare un futuro di pace.

Noi esistiamo” è un manifesto scritto a caratteri cubitali per dire che esistiamo come persone, esistiamo come donne e uomini dalla pelle di colori diversi, esistiamo come esseri umani unici.

Noi esistiamo” è una provocazione anche rispetto agli stereotipi e ai pregiudizi che fanno credere ai più che un quartetto composto da una cantante nera e da tre giovani donne musiciste (provenienti da Paesi diversi) sia musicalmente meno dotato rispetto ad un quartetto di musicisti maschi.

Nel concerto del 4 novembre scorso, organizzato dal Bologna Jazz Festival al Teatro Manzoni di Bologna, Dee Dee Bridgewater con la sua voce straordinaria, insieme alla pianista Carmen Staaf, alla contrabbassista Rosa Brunello e alla batterista Julie Saury hanno insegnato ai presenti che la qualità musicale non dipende dal sesso ma dalla preparazione, dalla sintonia e dall’empatia che chi suona riesce a creare con gli altri musicisti e con il pubblico.

Dee Dee Bridgewater riesce davvero a stare sul palco dimostrando bravura, eleganza, fierezza, carisma e forza, mentre le musiciste che ha scelto per il suo tour sono bravissime nel dare un contributo originale e significativo ad ogni brano che così risulta impreziosito. Il quartetto dialoga musicalmente in maniera ineccepibile e l’armonia che ne deriva è fantastica.

Per la Bridgewater, che oggi è universalmente riconosciuta come una delle migliori cantanti in attività, il jazz ha a che fare con la libertà e la democrazia; non è un caso quindi che abbia scelto di riarrangiare e di interpretare nei suoi concerti una serie di brani molto significativi che rappresentano una sintesi della sua storia personale.

Sono canzoni che parlano di discriminazione, di segregazione, di consapevolezza, di protesta, di lotta, di riscatto e del sogno di una società in cui le persone possano vivere da protagoniste del proprio destino, indipendentemente dal colore della pelle.

Nell’ordine, il quartetto ha interpretato magistralmente: People make the world go round (“Le persone fanno girare il mondo”) portata al successo dagli Stylistics nel 1971, Danger zone un vecchio brano di Percy Mayfield, un gigante delle ballate blues (“Sai che il mondo è in subbuglio, la zona pericolosa è ovunque, ovunque”), Trying times della grande Roberta Flack (La gente parla sempre della disumanità dell’uomo verso l’uomo ma tu cosa stai cercando di fare per rendere questa terra un posto migliore?), Mississippi goddam di Nina Simone (“L’Alabama mi ha fatto arrabbiare così tanto. Il Tennessee mi ha fatto perdere il sonno. E tutti sanno del Mississippi, accidenti. Tutto ciò che voglio è l’uguaglianza”), How it feels to be free di Billy Taylor (“Vorrei sapere come ci si sente ad essere liberi, vorrei poter spezzare tutte le catene che mi trattengono, vorrei poter dire tutte le cose che dovrei dire. Dirle ad alta voce, dirle chiaramente perché tutto il mondo le senta”), Throw it away di Abbey Lincoln (“Non puoi mai perdere nulla se ti appartiene”) e sempre della stessa interprete And it’s supposed to be love (“Ti sbattono a terra, ipnotizzano il tuo cervello, ti mandano all’altro mondo, e questo dovrebbe essere amore?”).

Ha terminato il concerto con una sorpresa, eseguendo una versione molto coinvolgente di Gotta serve somebody di Bob Dylan (“Potrebbe essere il Diavolo o potrebbe essere il Signore ma dovrai servire qualcuno”).

Dopo l’ovazione tributata più che meritatamente dal pubblico con una standing ovation, Dee Dee è tornata in scena per ringraziare e presentare Daisy, una bella cagnolina che rappresenta il suo “supporto emotivo”.

L’intero quartetto è poi salito di nuovo sul palco per un bis portentoso: una bella versione di Compared to what, scritta da Gene McDaniels ma resa famosa dal pianista Les McCann (“Il Presidente, ha la sua guerra, la gente non sa a cosa serva. Se hai un dubbio, lo chiamano tradimento. Dannazione!”)

Dee Dee Bridgewater e le musiciste che hanno suonato con lei hanno dato vita ad un concerto bellissimo, una performance efficace in termini comunicativi, un atto di una potenza politica enorme.

Non è casuale quindi che io torni a citare il pensiero del filosofo e sociologo tedesco Walter Benjamin quando affermava che “Quando la politica diventa spettacolo, spesso incivile, allora lo spettacolo deve diventare politica, civile”.

Lo faccio per ricordare ai lettori e a me stesso che abbiamo tutti un gran bisogno di una politica buona, quella che non viene espressa solo dai cosiddetti politici ma che viene praticata da tutte e tutti coloro che si impegnano per la crescita emotiva e relazionale di una società.

Anche le musiciste ed i musicisti hanno sicuramente un ruolo fondamentale in un processo di cambiamento che parta dal basso, a cominciare da se stessi.

Cover e fotografie nel testo di Mauro Presini

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Nicola Chiaromonte e le protagoniste invisibili

Nicola Chiaromonte e le protagoniste invisibili

Come abbiamo già ricordato nei precedenti articoli [Qui] [Qui] Nicola Chiaromonte nella sua attività di critico letterario e teatrale ha proposto una lettura della finzione come forma privilegiata di verità storica.

Non si tratta di una verità documentaria, ma di una verità che emerge dal rapporto tra l’individuo e l’evento, laddove l’evento non è solo ciò che accade, ma ciò che accade a qualcuno. In questo senso la fiction del romanzo, diventa il luogo in cui si può indagare l’autentico rapporto tra l’essere umano e la storia, tra soggettività e catastrofe, tra sopravvivenza e trasformazione.

Qui per poter leggere meglio il presente intendiamo applicare il metodo di Chiaromonte alla fantascienza intendendola come “documento storico”, lettura chiaromontiana degli eventi del nostro presente.

Lo faremo attraverso alcuni romanzi di fantascienza scritti da tre autrici che hanno ridefinito il genere, spostando il centro della narrazione dalla figura dell’uomo a quella della donna. Si tratta di  Memorie di una sopravvissuta di Doris Lessing, I reietti dell’altro pianeta di Ursula K. Le Guin e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

In ciascuno di questi testi, la finzione non è evasione, ma rivelazione. Le protagoniste non sono eroine nel senso classico, ma testimoni di eventi che le travolgono e le trasformano. Le stesse autrici sembrano conformarsi al metodo di Chiaromonte dando vita alla storia “documentale” che parte dalla situazione presente,  attraverso la narrazione di storie (future) che riguardano corpi, libertà e memorie delle proprie protagoniste.

Nel romanzo Memorie di una sopravvissuta (1974), Doris Lessing costruisce un mondo in disfacimento, dove una donna senza nome – la protagonista invisibile – osserva il collasso della società e la crescita di una bambina, Emily, che le è stata affidata, senza alcuna spiegazione, insieme al suo inseparabile cane-gatto Hugo. Il tono è quieto, quasi contemplativo, e la narrazione si svolge in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, tra cronaca e visione.

Secondo il metodo di Nicola Chiaromonte, ciò che conta non è tanto l’evento in sé, quanto il modo in cui esso si riflette nella coscienza di chi lo vive. La protagonista infatti non è un’eroina che agisce, ma una testimone che accoglie l’evento, lo lascia accadere, lo trasforma in memoria. In questo senso, la finzione di Lessing diventa una forma di verità storica: non quella dei fatti, ma quella dell’esperienza.

Non posso dire che cosa accadde. Non posso dire come accadde. Posso solo dire che accadde.

Quanti di noi sottoscriverebbe questa frase nella disperata ricerca di comprendere il presente che abbiamo sotto gli occhi!

Questa frase, che ricorre più volte nel testo, è emblematica se rapportata al metodo di Chiaromonte: l’evento non è spiegabile, comprensibile (storicismo volgare), ma solo narrabile. La protagonista non cerca di comprendere il collasso sociale, né di opporvisi. Lo osserva, lo registra, lo vive. E nel farlo, rivela una verità più profonda: quella del tempo interiore, della resistenza silenziosa, della cura.

Emily, la bambina, è l’altra figura centrale. Cresce, cambia, si ribella, si innamora. Ma soprattutto, attraversa il mondo. E la protagonista invisibile (la voce narrante) la accompagna, senza mai imporsi. In questo rapporto si manifesta una forma di maternità non biologica, ma esistenziale: la donna diventa custode dell’evento, archivio vivente della trasformazione.

Emily era cambiata. Non era più la bambina che mi era stata affidata. Era diventata qualcosa d’altro, qualcosa che io non potevo comprendere, ma che dovevo accettare.”

Il romanzo si chiude con una scena enigmatica: la protagonista e Emily attraversano un muro, entrando in una dimensione altra, forse simbolica, forse reale. Questo passaggio è il culmine della finzione come verità: non c’è spiegazione, ma c’è rivelazione. Il muro è il confine tra il mondo visibile e quello invisibile, tra la storia ufficiale e quella interiore.

Attraversammo il muro. E dietro il muro c’era il giardino. Non un giardino come quelli che conosciamo, ma un giardino che era anche memoria, sogno, possibilità.”

Nel romanzo I reietti dell’altro pianeta (1976), Le Guin costruisce un sistema binario con due pianeti, Urras e Anarres, che incarnano due visioni opposte del mondo. Urras è ricco, gerarchico, patriarcale; Anarres è povero, anarchico, egualitario. Il protagonista, Shevek, è un fisico teorico che cerca di costruire un ponte tra i due mondi, ma il vero cuore del romanzo è la tensione tra utopia e realtà, tra ideali e compromessi.

Secondo Nicola Chiaromonte, la verità storica non si manifesta nei sistemi ideologici, ma nella relazione con l’evento. In questo senso, Le Guin non propone una distopia né una utopia, ma una finzione critica che interroga il lettore sul senso della libertà, della comunità, della responsabilità. E lo fa soprattutto attraverso le figure femminili, in particolare Takver, compagna di Shevek, che incarna una forma di resistenza quotidiana e relazionale.

Takver era la mia vera rivoluzione. Non nei libri, non nei dibattiti, ma nel modo in cui mi guardava, nel modo in cui stava con me.”

Takver non è una figura marginale: è co-creatrice dell’evento. La sua presenza trasforma la ricerca scientifica di Shevek in un atto etico, incarnato. La finzione di Le Guin, in questo senso, rivela una verità storica che non è quella delle rivoluzioni, ma quella dei legami. La donna non è spettatrice, ma agente di cambiamento, anche quando il cambiamento è invisibile o viene montato ad arte come storia con la S maiuscola.

Il romanzo è costruito in modo circolare, con un’alternanza tra passato e presente, tra Anarres e Urras  perché… la storia non è lineare, ma esperienziale. L’evento non è solo ciò che accade, ma ciò che accade (e può riaccadere) a qualcuno, e quel qualcuno è sempre situato, incarnato, vulnerabile.

La libertà non è un dono. È una scelta continua. È il peso che portiamo ogni giorno.”

Le Guin mostra che la libertà non è assenza di vincoli, ma capacità di stare nel vincolo e provare a trasformarlo. E le donne del romanzo – Takver, Bedap, le madri, le lavoratrici – incarnano questa libertà incarnata, relazionale, non eroica ma resistente.

In questo senso, I reietti dell’altro pianeta sarebbe stato scelto da Chiaromonte alla pari dei 5 romanzi da lui considerati in Credere e non credere per la sua analisi “storiografica”: la finzione non è costruzione ideologica, ma rivelazione esistenziale. La verità storica emerge nel modo in cui i personaggi vivono l’evento, lo attraversano, lo trasformano. E la donna, in Le Guin, è il luogo dove questa trasformazione si compie.

Nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood nel suo romanzo del  1985 Il racconto dell’ancella, nella teocrazia totalitaria chiamata Gilead, le donne sono private di ogni diritto e ridotte a funzioni biologiche. Le “ancelle” sono costrette alla procreazione per conto delle élite dominanti. La protagonista, Difred (Offred), racconta la sua storia in frammenti, tra ricordi del passato e resistenza silenziosa nel presente.

Qui la verità storica verrebbe scritta da una teocrazia come quelle che in questo momento caratterizzano il nostro presente (si pensi all’Iran, a Israele ma anche agli USA di Trump, alla Russia ortodossa di Putin e al Partito Unico cinese).

Nel romanzo della Atwood la protagonista non è una ribelle nel senso classico, ma una testimone. La sua voce, che narra in prima persona, è il luogo dove la finzione si fa verità: non una verità oggettiva, ma una verità esperienziale, incarnata.

Mi racconto questa storia per non dimenticare. Per non diventare pazza.”

La narrazione è un atto di sopravvivenza. Difred non ha potere, ma ha memoria. E la memoria, in Atwood, è resistenza. Qui la finzione distopica non è evasione, ma vero e proprio documento: un modo per registrare ciò che potrebbe accadere, ciò che è già accaduto, ciò che accade ogni giorno in forme diverse.

Niente cambia istantaneamente: in una vasca che si scalda lentamente, non ti accorgi di essere bollita.”

Questa frase è centrale per annoverare anche questo romanzo tra le prove a carico del “metodo  chiaromonte”: l’evento non è sempre catastrofico, ma può essere graduale, insinuante. La verità storica non è solo quella delle rivoluzioni, della “battaglia di Waterloo”, ma anche quella delle trasformazioni silenziose, delle normalizzazioni del male. E la donna, in Atwood, è il luogo dove questa verità si manifesta: nel corpo, nella voce, nella memoria.

Difred non è sola. Le altre donne – Serena Joy, Moira, Zia Lydia – incarnano diverse forme di adattamento, resistenza, complicità. Ma tutte sono dentro l’evento, e tutte lo rivelano. La finzione di Atwood è polifonica, e proprio in questa pluralità si rivela la verità storica: non un’unica narrazione, ma una costellazione di esperienze.

Quando ti tolgono la libertà, ti tolgono anche il linguaggio. E allora devi inventarlo.”

La lingua, in Atwood, è il primo luogo della resistenza. Difred inventa il suo racconto, lo frammenta, lo nasconde. Ma proprio in questa frammentazione si rivela la verità: la donna non è solo vittima, ma archivio vivente dell’evento. E la finzione, lungi dall’essere menzogna, è il mezzo attraverso cui questa verità può essere detta.

Nel metodo di Nicola Chiaromonte, la finzione non è una fuga dalla realtà, ma il suo più autentico riflesso. È solo attraverso l’immaginazione – quella “specie particolare di verità storica” che è la finzione – che possiamo accedere all’esperienza autentica dell’individuo, e, più in profondità, alla Grande Esperienza che ci accomuna tutti e che chiamiamo Vita.

I tre romanzi analizzati non sono semplici esercizi di genere, ma atti di testimonianza. In ciascuno, la donna non è solo protagonista: è generatrice di senso, custode dell’evento, narratrice della trasformazione.

Lessing ci mostra una donna che accoglie il collasso del mondo come soglia verso una nuova forma di memoria. Le Guin ci offre una figura femminile che, nella reciprocità, costruisce ponti tra mondi e tra visioni. Atwood ci consegna una voce che, nel frammento e nella resistenza, storicizza l’oppressione e la trasforma in racconto.

Chi meglio di una donna – che è biologicamente e simbolicamente generatrice – può raccontare la Vita? E chi meglio di una narratrice può storicizzarla, cioè renderla esperienza condivisibile, trasmissibile, universale?

E forse, a questo punto, varrebbe la pena porre rimedio a una questione (anche “storicamente”) incontrovertibile: c’è una storia che non può essere del tutto scritta, non perché manchino i fatti ma perché sono mancati  gli sguardi di tante, tantissime protagoniste invisibili, donne che non si permetterebbero mai di dire “abbiamo fatto la Storia” perché sanno bene che sono le storie, proprio quelle non ancora narrate, ad… averle fatte.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1868130″>Pexels</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1868130″>Pixabay</a>

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi Versi / Intreccio giunchi

Intreccio giunchi

Compiuta è la fioritura
acerbe sono le spighe

ma è così matura la bellezza
sento il tuo calore
nell’intimo tocco
dei piedi nudi
prima dell’addio

mi faccio nuvola
poi pioggia
divento sole
poi neve
ma è già tempo andare

intreccio giunchi
con le mani callose
di mio nonno
e occhi pieni
di abbandono

 

In copertina: lavorazione dei cestini-immagine di sardegnaturimo.it

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)