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La rabbia repressa di Giorgia Meloni

La rabbia repressa di Giorgia Meloni

«L’azione nata dalla rabbia è destinata a fallire.»
(Gengis Khan)

La cosa che mi ha colpito di più, prima ancora del coraggio della Flottilla o della folle pro Pal in tutte le piazze d’Italia, non la cosa più importante, ma la più  inedita, singolare, significativa, è la nuova faccia di Giorgia Meloni. Lei che aveva trionfalmente doppiato il suo secondo anno a Palazzo Chigi, esibendo sorrisi e strombazzando risultati veri o presunti, negli ultimi due mesi, e in particolare negli ultimi giorni, ha cambiato faccia. Non più la faccia della vincente, e nemmeno la maschera abbaiante da indossare in campagna elettorale. Ma una faccia tesa, contratta, che non riesce  a nascondere una rabbia profonda.

Da qui, da questa rabbia, le frasi di scherno verso i pacifisti imbarcati nella Global Sumud Flotilla: Non hanno aiutato i palestinesi ma ostacolato il processo di pace”, o le parole beffarde in occasione dello Sciopero Generale del 3 ottobre, che cadeva di venerdì … ecco allora la sciabolata di Giorgia: “Weekend lungo e rivoluzione non stanno insieme”. Frasi, espressioni, parole, talmente vicine all’insulto da apparire incongrue per un politico di lungo corso come lei.

Giorgia Meloni morde perchè per la prima volta è in difficoltà. perché è costretta alla difensiva davanti a un Paese disubbidiente.
Non ha paura dell’opposizione parlamentare (quelli, campo largo o campo stretto, continua a batterli a mani basse), ma di una disubbidienza diffusa, di una opposizione sociale che cresce, si diffonde, si organizza partendo dal basso.
Ha accusato la Flottilla e i milioni di manifestanti del 3 e 4 ottobre di non avere come obbiettivo la causa del martoriato popolo palestinese, ma le dimissioni del suo governo. Naturalmente è una bugia, ma è esattamente quello che pensa Giorgia, assai preoccupata davanti a una marea popolare antagonista che non riesce ad arginare. E forse qualcosa di vero c’è.

I sondaggi dicono che il 70% degli italiani parteggia o simpatizza per Global Sumud Flotilla (in manette la prima, è già partita la seconda) e ha a cuore il destino dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. E’ su questo sentimento diffuso di solidarietà che è nato ed è cresciuto in tutte le città d’Italia il movimento pro Pal: manifestazioni, presidi, cortei, sciopero della fame a staffetta. Ed è proprio questo movimento spontaneo che ha reso possibile la grande riuscita dello sciopero generale del 3 e della manifestazione in Piazza San Giovanni del 4 ottobre. I sindacati hanno fatto la loro parte, ma senza un movimento attivo e combattivo, lo sciopero  non avrebbe avuto quel successo che ha avuto.

Si è manifestato (e si continuerà a farlo: Flottilla Continua) per la causa palestinese, per chiedere al governo di riconoscere lo Stato di Palestina, di interrompere la fornitura di armi e mettere sanzioni economiche verso Israele. Già da qui si capisce che le manifestazioni esprimono una critica radicale, tutta politica verso il Governo Meloni, il più atlantista e vigliacco d’Europa.
Si passerà direttamente alla richiesta di dimissioni di Giorgia? Allo scontro diretto  con il governo? Non possiamo saperlo, ma è un esito possibile (e augurabile) per un movimento popolare sempre più politico e antagonista. Un movimento che riesca a fare quella opposizione e quelle lotte che i partiti del centrosinistra non vogliono e non riescono a fare. Un movimento che già oggi fa paura alla presidente del consiglio.

Post scriptum
Sarà che da decenni continuo a leggere e a interrogarmi su San Francesco, ma vedere e sentire il comizio di Giorgia Meloni ad Assisi, mi ha preso lo stomaco. Giorgia fornitrice di armi ad Israele sionista, Giorgia che fa votare il piano per arrivare al 5% del Pil in armamenti, Giorgia che manda la fregata Alpino per dire ciao alla Flottilla e fare dietro front, invece di scortarla nelle acque internazionali fino alla spiaggia di Gaza. Ma va bene, dobbiamo abituarci a tutto, anche al pellegrinaggio politico di Giorgia ad Assisi.

Cover: Giorgia Meloni e lo sciopero generale – immagine da L’Avvenire

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Io sono un fuorilegge

Io sono un fuorilegge

Io sono un fuorilegge. Voglio confessarlo pubblicamente, senza cercare scuse.

Sono un fuorilegge perché ho partecipato ad uno sciopero considerato illegittimo, nonostante un Ministro della Repubblica avesse dichiarato che “chi parteciperà allo sciopero subirà delle conseguenze”. Ma sono un fuorilegge che si assume le sue responsabilità. E questo fa di me un’eccezione, in un Paese nel quale essere fuorilegge fa curriculum.

Io sono un fuorilegge, perché penso che le autorità vadano rispettate, ma a volte le autorità possono sbagliare. Qualcuno ha deciso che l’attacco in acque internazionali da parte di soldati in assetto da guerra contro cittadini italiani disarmati, colpevoli solo di voler portare cibo e solidarietà a chi ne aveva disperato bisogno, non fosse un motivo sufficiente per mobilitarsi. Che quei cittadini non meritassero di essere tutelati. Qualcuno che in passato aveva deciso che se i soldati in assetto di guerra erano italiani e i cittadini inermi erano stranieri, ed i soldati italiani decidevano di andare a sparargli davanti alle coste di casa ed ucciderli senza un vero motivo, allora in quel caso i cittadini italiani andavano tutelati in tutti i modi possibili. Magari più avanti scopriremo che io avevo ragione, e loro avevano torto. Ma fino ad allora, io sono un fuorilegge.

Io sono un fuorilegge, ma non sono il solo, perché esistono leggi superiori che dovrebbe rispettare chi si dichiara madre e cristiana, o chi va in giro a baciare crocifissi. E uno dei precetti che dovrebbero osservare è “Dare da mangiare agli affamati”.

Io sono un fuorilegge, ma non sono il solo. E forse neanche il peggiore.

Io sono un fuorilegge, perché penso che le leggi possano essere sbagliate, ed in quel caso bisogna battersi per cambiarle. Se la legge dice che bisogna spendere il 5% del PIL in armamenti, togliendo soldi alle persone che devono curarsi o ai bambini che vanno a scuola, allora sono un fuorilegge.

Se il mio Paese dice che è giusto contribuire ad uno sterminio tra i peggiori della storia fornendo armi e sostegno morale e materiale, e nel frattempo accusa di essere irresponsabile chi rischia tutto per provare a soccorrere le persone che – anche per colpa del mio Paese – sono vittime di fame e bombardamenti, allora sono un fuorilegge.

Io sono un fuorilegge, perché se contesto il Governo mi dicono che sono un terrorista, un teppista, un comunista, persino un fascista. Mi dicono che sono un fancazzista che sciopera di venerdì per allungare il fine settimana. Ed io lo confesso: sono terrorista, sono teppista, sono comunista, sono anche fascista. Sono un fancazzista, ma un fancazzista che sa organizzarsi per bene, al punto da fare in modo che l’attacco alla Flottilla avvenga di mercoledì sera: perfetto per scioperare di venerdì.
Sono tutto quello che pensano che io sia. Ma non sarò mai quello che vogliono che io sia. E questo sì che fa di me un fuorilegge.

Io sono un fuorilegge. E adesso che mi sono costituito cosa dovrei fare? Dichiarami pentito ed appellarmi alla clemenza della corte? Ma io non voglio chiedere clemenza. E non ho nulla, ma davvero nulla, di cui dichiararmi pentito.

 

 

Per certi Versi / Dall’ultima pioggia

Dall’ultima pioggia

Ho scritto parole a mani umide

nel silenzio dove abitiamo insieme

dietro vetri ruvidi sconto la pena

 

ho scritto con inchiostro denso

e verità dai capelli sciolti

 

il tuo profumo l’ho fotografato

con le parole che non ho saputo dirti

ora respiro con gli occhi

 

piove stanotte e io conto i giorni

dall’ultima pioggia

 

In copertina: Foto di Pexels da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

TUTTI VOGLIONO IL NASO DI BARBIE, O NO?

TUTTI VOGLIONO IL NASO DI BARBIE, O NO?

Voglio fare la modella e anche l’attrice! devo rifarmi questo naso che è troppo grosso, troppo storto, troppo largo, troppo piatto”. Sentendo le persone giovani parlare del proprio naso si ha davvero la tentazione di convincersi che per lavorare nel mondo dello show business serva un naso come quello di Barbie (la bambola sempre giovane e algida che ha fatto la fortuna della Mattel a partire dal 1959) pena l’esclusione da qualsiasi percorso professionale nel mondo dorato e spesso effimero delle passerelle e della macchina da presa.

Però Meryl Streep, Uma Thurman, Julia Roberts, Gisele Bundchen, Barbra Streisand, Anjelica Huston, per fare solo alcuni esempi, hanno dimostrato come un naso pronunciato può contribuire a un’estetica unica e memorabile. La bellezza può essere inclusiva e variare, valorizzando spesso un tratto del viso come il naso, considerato da molti un elemento di grande fascino.

Ognuno di noi ha un suo proprio naso ed è questo organo che determina in maniera preponderante la fisionomia del volto. Un naso grande, aquilino o storto può attirare l’attenzione e diventare l’elemento che definisce l’identità visiva di una persona in modo inaspettatamente soddisfacente.

Una delle muse ispiratrici del grande Pedro Almodóvar è stata sicuramente Rossy de Palma. L’attrice è dotata di un naso pronunciato, con una forma irregolare e marcata, asimmetrico, questo contribuisce al suo look unico, considerato da lei stessa un tratto di bellezza fuori dagli standard, sempre rivendicato con orgoglio.

Ci sono anche personaggi famosi che sono ricordati proprio per il loro naso particolare che li ha resi immediatamente riconoscibili (Cyrano De Bergerac, Totò, Adrien Brody, ancora per fare qualche esempio). Alla luce di tutto ciò, penso si possa decidere che una rinoplastica non serve per diventare famosi, ma per alimentare la propria autostima e il marcato bisogno di adeguarsi a cliché estetici imperanti.

Il naso è fondamentale sia per la respirazione che per l’olfatto. Con la respirazione il naso filtra, umidifica e riscalda l’aria prima che entri nei polmoni. I peli e il muco che si trovano al suo interno intrappolano la polvere, i germi e le particelle irritanti. Nella parte superiore delle cavità nasali ci sono i ricettori olfattivi, che rilevano gli odori. Gli impulsi vengono inviati al cervello tramite il nervo olfattivo. Il naso agisce anche come cassa di risonanza per la produzione della voce e ci difende dagli agenti esterni attraverso lo starnuto.

Uno dei racconti più famosi che hanno come protagonista questo importante organo è quello di Nikolaj Gogol che nel 1836 scrive un’opera letteraria dal titolo Il naso.  La trama racconta di un barbiere che trova un naso dentro un panino e scopre che appartiene a un ufficiale, il maggiore Kovalëv. Il naso si è staccato dal volto del suo proprietario per andarsene in giro per la città, comportandosi come una persona autonoma e di rango elevato. Kovalëv cerca disperatamente di riaverlo, ma il naso non ne vuole sapere. Dopo vari tentati falliti di riattaccarlo, questo ritorna al suo posto, senza spiegazioni logiche. Il racconto è uno dei primi esempi di letteratura surrealista, anticipando kafka e altri autori dell’assurdo.

Anche ne Il profumo di Patrick Süskind si parla in modo approfondito del naso, o meglio, dell’olfatto, facendo di questo senso il fulcro assoluto della narrazione. Il protagonista Jeans-Baptiste Grenouille nasce nella Francia del XVIII secolo con un olfatto sovrumano, riesce a percepire ogni odore nel dettaglio, anche quelli che gli altri non notano. Il suo naso diventa il suo “super potere”, l’unico filtro con cui comprende il mondo.

Grenouille non ha un odore proprio, cosa che lo rende invisibile agli altri. Questo lo tormenta e lo porta ad un’ossessione: creare il profumo perfetto, in grado di dominare la volontà umana. Per crearlo, compie omicidi seriali, uccidendo giovani donne per estrarne “l’essenza”.

È una sorta di alchimista dell’odore e il naso è lo strumento della sua arte e della sua follia. Dopo aver ucciso 25 ragazze, Grenouille riesce a creare il profumo perfetto. Chiunque lo sente, lo venera come una creatura divina.

Viene anche condannato a morte, ma grazie al profumo riesce a farsi idolatrare dalla folla e a liberarsi. Torna a Parigi nel luogo dove era nato e lì, in mezzo a una folla di disperati e criminali, si versa un intero flacone di profumo addosso. La folla lo crede una creatura angelica e, in un atto di pura estasi lo assale, lo smembra e lo divora. Così finisce la sua vita.

Questo incredibile romanzo ha un significato simbolico importante. Accentua il potere dei sensi ed esalta la tirannia dell’olfatto. Ribalta infatti il predominio della vista nella cultura occidentale e mette al centro l’olfatto, il senso più animale, primitivo e irrazionale. Propone il tema della “creazione” come atto divino e mostruoso. Il profumo perfetto è una parodia della creazione stessa, nasce da morte, violenza e manipolazione.

L’odore simboleggia l’identità profonda, chi non ha odore non esiste davvero per gli altri. Rappresenta inoltre la disumanizzazione del genio, chi è troppo diverso dagli altri non può essere parte del mondo umano. Il gesto finale è un atto di annullamento dell’identità che sancisce la massima “Se non posso essere amato, non voglio esistere”. Finale nichilista, decisamente.

Ci sono inoltre tanti altri racconti e romanzi che parlano del naso: Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand (1897), Tristram Shandy di Laurence Sterne (1767), La narice del re di Jean Rolin (2002), per citare i più conosciuti.

Anche giornalisti e saggisti hanno scritto del naso, come Avery Gilbert, psicologo sensoriale e divulgatore, Rachel Herz, neuro-scienziata e autrice di articoli divulgativi, Chandler Burr, giornalista del New York Times esperta di profumi, Ed Young giornalista scientifico di The Atlantic. Penso si possa concludere che il naso è un simbolo multiforme perché può essere identità, istinto, memoria, desiderio, potere, ridicolo, tragedia. È una porta sensoriale verso ciò che non possiamo vedere né dire, ma che ci governa.

Ne La calunnia è un venticello (2014) Edoardo Bennato utilizza il termine naso per sottolineare l’assurdità e la pericolosità delle voci infondate. Nel testo della canzone si trovano questi versi: Può bastare/la confessione di un pentito/magari di uno che fa un nome a caso/solo perché gli salta la mosca al naso.

L’espressione “gli salta la mosca la naso” è un modo di dire Italiano molto colorito che significa provare un fastidio improvviso, un’irritazione o un sospetto senza un motivo preciso. A ognuno di noi viene in mente qualche esempio di eventi, circostanze e affermazioni che gli hanno fatto saltare la mosca al naso, a me sicuramente un numero consistente, sarà perché dopo i cinquant’anni la presunzione di “sapere” è consolidata e l’attenzione alle novità vestita di consapevolezza e pragmatismo.

Michael Jackson fin dagli anni ’80 è diventato celebre non solo per la sua musica rivoluzionaria e la sua danza iconica, ma anche per il suo aspetto in continua trasformazione. Uno dei cambiamenti più evidenti è stato proprio il suo naso che nel corso degli anni ha subito diversi interventi chirurgici.

All’inizio della carriera Jackson aveva un naso abbastanza normale, tipico di un ragazzo afroamericano. Con il passare degli anni e la crescente fama, il naso è diventato più sottile, con il ponte più stretto e la punta più definita. Le rinoplastiche erano probabilmente motivate da un mix di desiderio estetico e da problemi respiratori legati a un incidente durante una performance.

Il naso è diventato così il simbolo della metamorfosi di Jackson da giovane star pop a figura quasi eterea e irraggiungibile. Credo che il caso di Michael Jackson apra un dibattito importante su identità, bellezza, pressione mediatica, soprattutto per artisti di colore che operano in industrie dominate da standard estetici eurocentrici.

Il naso in questo contesto non è solo un tratto fisico, ma un simbolo di come la cultura, la fama e le aspettative sociali possano influenzare profondamente la percezione di sé. E così si ritorna al motivo per cui molte persone si sottopongono a rinoplastica: migliorare l’aspetto del naso per correggere forme che non piacciono (naso troppo grande, aquilino, troppo largo, gobbo, punta cadente o asimmetrie); aumentare l’armonia del viso, il naso è infatti centrale nel volto e cambiarlo può migliorare l’armonia generale; aumentare l’autostima: molte persone si sentono più sicure quando sono soddisfatte del proprio aspetto.

Motivi funzionali per problemi respiratori o per traumi e incidenti; motivi psicologici e sociali; pressioni sociali: l’idea di bellezza spinge spesso le persone a voler modificare tratti del proprio volto, incluso il naso; influenza dei media: celebrità, social media e standard estetici promossi da film e pubblicità aumentano il desiderio di cambiamento; desiderio di appartenenza ad alcuni contesti culturali.

Insomma, avere un naso “armonioso” è considerato un vantaggio sociale ed estetico, anche se io ritengo questa convinzione fallace.  E così tenersi il proprio naso è un simbolo di anticonvenzionalità e di originalità. Per apprezzarlo nella sua naturalezza bisogna essere degli originali, anche perché è un organo che subisce delle modifiche con l’età causate della perdita di elasticità dei tessuti e dell’effetto della gravità.

Con l’invecchiamento si verifica una ptosi della punta e un assottigliamento della pelle, che fanno sembrare il naso più grande. E un po’ alla volta si diventa vecchi, canuti e con un gran naso. Solo a pochi piace tutto ciò. Sicuramente a chi ama la scoperta e subisce la fascinazione della sorpresa nascosta in ogni possibile futuro. “Grigio è bello” potrebbe essere un nuovo slogan che, aprendo alla legittimazione sociale dei capelli non più giovani come apprezzabili, spiana la strada a una rivalutazione di tutte le età umane come belle, anche esteticamente.

Tim Burton nei suoi film spesso ha selezionato attori con tratti distintivi insoliti, per creare atmosfere gotiche e surreali. Ad esempio, Johnny Depp e Helena Carter hanno nasi particolari che contribuiscono alla loro presenza unica.

Anche Wes Anderson ama attori con caratteristiche peculiari e volti non convenzionali. Nei suoi film i dettagli del viso (nasi compresi) sono parte del suo stile estetico distintivo. Pedro Almodovar ha spesso scelto attori con volti espressivo e tratti marcati, tra cui nasi non perfetti, per raccontare storie intense e autentiche.

Rick Owens, stilista noto per il suo stile anticonformista e dark, valorizza modelle e modelli con tratti insoliti, incluso il naso. Vivienne Westwood ha sempre promosso l’individualità e la rottura degli schemi estetici classici, scegliendo spesso volti con caratteristiche imperfette.

Il fotografo Peter Lindbergh ha rivoluzionato la fotografia di moda mostrando la bellezza autentica, spesso immortalando modelle senza ritocchi, compresi i nasi non perfetti. Irving Penn è celebre per i suoi ritratti che mettono in risalto le caratteristiche uniche dei soggetti, inclusa la forma del naso. Stessa cosa per Annie Leibovitz che ama catturare la personalità attraverso i dettagli del volto, inclusi nasi particolari, rendendo ogni ritratto unico.

Credo davvero che il nostro naso abbia una missione nel mondo e che il racconto di Gogol sia fortemente intuitivo e visionario in questo senso. Il nostro naso appartiene al nostro volto; il naso degli altri lo guardiamo perché fa parte di visi che ci incuriosiscono. È un organo che ci dice molto della storia di una persona. Anche i forti bevitori di vino con il loro naso sempre rosso, lo sanno bene.

Ciò che però mi sorprende sempre del naso, ed è il motivo per cui non vorrei mai fosse distrutto da alcuna rinoplastica, è la sua impressionante abilità di percepire gli odori, anzi di definirli “odori” proprio grazie al processo di assorbimento dei gas che solo lui nell’universo, sa fare. Cosa sarebbe un odore senza naso? Assolutamente nulla. Questo Pushkin lo aveva compreso nel suo significato più profondo al punto da dedicare a questo meraviglioso organo e alle sue funzionalità il suo romanzo più importante. A cosa serve cambiare la forma del naso di fronte a tale potere?

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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QUELLI CHE MANIFESTANO

QUELLI CHE MANIFESTANO

Quelli che “passavo di qua per caso”.

Quelli che han la kefia sul naso, oh yeah.

Quelli che “mamma ho la pipì… non la farai mica qui?”

Quelli che “l’importante è partecipare”.

La polizia municipale, oh yeah.

Quelli che “scusa è ancora lontana Assisi?”

Quelli che oggi si sono ritrovati ed eran divisi da troppo, oh yeah.

Quelli che “lo giuro, ho visto anche uno zoppo”.

Quelli che “hare Krisna, Krisna hare”.

Quelli che son già stanchi di camminare, oh yeah.

Quelli che urlano “Free Palestine”.

Quelli che cantan canzoni di lotta, oh yeah.

Quer ghepardo der Piotta.

Tanti studenti in una sola giornata a celere schierata che a Milano – senza manganelli – con la folla è sfilata tra fratelli, oh yeah, oh yeah, oh yeah.

Stavolta l’Italia è in piazza per davvero, saluti a Giorgia e al suo dicastero

GREEN DEAL : ecco Perché Questa Transizione è già Defunta

GREEN DEAL
Ecco Perché Questa Transizione è già Defunta

di Giovanni Brussato*

 

Da un punto di osservazione determinante come quello minerario, l’autore esamina lo “stato di salute” della transizione promossa con il Green Deal e osserva che, come nel caso delle rinnovabili intermittenti per la produzione energia, anche i metalli critici non stanno sostituendo ferro, alluminio o rame o la maggior parte dei minerali. Non stiamo “transitando” da nessuna parte: stiamo solo aggiungendo una nuova domanda.

La transizione energetica, l’European Green Deal, attraversa uno dei suoi momenti più complicati: da un lato il Presidente Trump non risparmia bordate alle scelte energetiche europee dall’altro, anche tra i sostenitori delle politiche climatiche più oltranziste come Michael Liebreich di BloombergNef, cominciano ad emergere dei distinguo sull’efficacia della narrazione, divenuta stantia, e sugli eccessi storici.

Mentre Ursula Von der Leyen rilancia sulle ambizioni europee alla leadership climatica, da più parti ci si interroga se, in realtà, la transizione non sia già defunta.

Per comprendere lo “stato di salute della transizione” ci affideremo ad alcuni indicatori funzionali ad analizzare le potenzialità di sviluppo di un sistema energetico decarbonizzato caratterizzato da tecnologie di produzione energetica in antitesi all’attuale basato sull’estrazione di combustibili fossili.

La narrazione dominante esalta i successi delle curve di apprendimento di pannelli solari, turbine eoliche e batterie agli ioni di litio sottolineando come ciascuna tecnologia abbia diminuito i costi di oltre il 90% negli ultimi due decenni: la loro crescita ha seguito il più classico dei modelli di “curva a S”.

Tuttavia, per quanto ci si ostini a sostenere che la transizione energetica potrebbe essere definita dalle “curve a S” di queste tecnologie, in realtà, a loro volta, esse non possono prescindere dalla necessaria banalità dell’industria mineraria, sia essa fondata sui metalli piuttosto che sugli idrocarburi.

Sono quindi gli indicatori dell’industria mineraria a definire le potenzialità di applicazione, alla scala necessaria, delle “curve a S” ovvero la capacità di superare il vincolo reale e strutturale dei tassi di diffusione di queste tecnologie ritenute essenziali per raggiungere gli obbiettivi previsti nel “NET ZERO”.

 

Indicatore 1: il CAPEX

Per l’industria mineraria i CAPEX (Capital Expenditure) sono investimenti a lungo termine che creano o sviluppano le risorse minerarie necessarie per le operazioni future: dalle spese per macchinari, come bulldozer e trivelle, allo sviluppo di impianti di lavorazione del minerale o di nuovi pozzi minerari. Si tratta di investimenti fondamentali che indicano la propensione della compagnia mineraria alla crescita futura della produzione e della capacità operativa a lungo termine. Il CAPEX, pertanto, è un significativo indice per comprendere se la compagnia è proiettata verso lo sviluppo della produzione.

A questo punto, se osserviamo il grafico di Fig. 1 risulta evidente come il picco del CAPEX risalga a oltre un decennio fa, ovvero al ciclo economico legato alla crescita della domanda delle economie emergenti. Se, come sottolinea l’Agenzia internazionale per l’energia, IEA, la domanda di metalli fosse destinata a crescere fino a sei volte, sarebbe lecito attendersi che l’andamento di quell’indicatore avesse già superato di un ordine di grandezza ogni valore precedente invece di mantenere un andamento sostanzialmente piatto di circa la metà del suo massimo storico.


Fig. 1.Analisi dell’andamento dei principali parametri finanziari delle prime 40 compagnie minerarie globali. Dati: PwC, S&P Global.

 

Indicatore 2: le prospezioni

Ma sapete cosa c’è di peggio di un’industria mineraria che non investe? Un’industria mineraria che non cerca. La spesa per le esplorazioni nel settore minerario ha raggiunto il suo picco nel 2012 e da allora è diminuita per oltre un decennio. Come risulta evidente dal grafico di Fig. 2 gli investimenti in prospezioni sono in calo ed anche in questo caso non si sono mai nemmeno avvicinati ai picchi del biennio 2011-12. Il grosso degli investimenti, il 50%, è concentrato sull’oro con a seguire i metalli di base. Solo in questi ultimi anni ha fatto una timida comparsa il litio, con un iniziale interesse nel 2021 poi rapidamente declinato con il crollo del prezzo del metallo.


Fig. 2. Budget annuale di esplorazione dei metalli non ferrosi. Fonte: S&P Global.

 

Indicatore 3: l’esplorazione di base

Soprattutto, non si cercano nuove miniere, quelle che servirebbero, a centinaia, per soddisfare la domanda innescata da una delle più importanti iniziative a livello globale di sempre: la transizione energetica.

Alla fine dello scorso millennio l’esplorazione di base, finalizzata alla ricerca di nuovi giacimenti, raccoglieva in genere circa il 50% del budget complessivo delle prospezioni. Oggi, quella quota si è più che dimezzata. Uno strano andamento per un mondo alla ricerca di un futuro a basse emissioni.


Fig. 3. L’esplorazione di base continua a diminuire. Fonte: S&P Global Market Intelligence

 

 Indicatore 4: la probabilità

Secondo Rio Tinto per l’industria mineraria meno dello 0,1% degli obiettivi di esplorazione arrivano alla fase di sviluppo. Altre analisi, più ottimistiche, suggeriscono che il tasso di successo nei progetti greenfield, ovvero di nuove miniere, è di 1 su 200. Mediamente su 1.000 progetti analizzati, solo 100 superano la valutazione dettagliata e di questi solo 10 portano alla costruzione di una miniera. È evidente il livello di rischio economico di questa attività e la diffidenza degli azionisti a perseguirla.

Si tratta di grandi investimenti che nella maggior parte dei casi diventano costi e, anche quando vanno a buon fine, realizzano utili dopo decenni. Rio Tinto ha stimato che dal momento in cui viene definita l’area per le prospezioni al momento in cui viene venduto il primo metallo possono trascorre 25 anni. S&P Global Market Intelligence fa dei distinguo sulla tipologia di metallo e sul paese e colloca il grosso dei risultati positivi intorno ai 15 anni con una significativa percentuale di progetti che superano i vent’anni.

Indicatore 5: la scarsità

Le risorse presenti nella litosfera sono naturalmente finite per cui il dibattito si concentra prevalentemente su due aspetti: gli sviluppi tecnologici e l’evoluzione del prezzo delle risorse. Aspetti che hanno consentito sinora alle compagnie minerarie globali di estrarre, ogni anno, dal sottosuolo circa 70 miliardi di tonnellate di materiale. Una visione che induce l’idea, fuorviante, che la crescita costante sia possibile e che i miglioramenti tecnologici guidati dal prezzo consentano di superare l’invalicabile: l’esaurimento delle risorse. Invece, anche se non è considerato un vincolo alla disponibilità di un minerale, l’esaurimento fisico è subordinato alla capacità di produrre il minerale in modo economicamente efficace.

Infatti, come visibile nel grafico di Fig. 4, anche a fronte di maggiori investimenti le scoperte sono drammaticamente crollate. Non sarà possibile continuare con questa tendenza perché con un grado medio del minerale dei depositi di rame che diminuisce dell’1,5% all’anno dal 1900, il miglioramento delle attuali tecnologie meccaniche di frantumazione e macinazione non compenserà l’energia aggiuntiva necessaria per passare a un minerale di grado inferiore in futuro, come è avvenuto nel corso del XX secolo. Conclusioni simili si traggono per i metalli preziosi e per il nichel, lo zinco e il manganese.

The Times They Are A-Changin’

Se riportiamo questi indicatori nella prospettiva dei tempi del NET ZERO, ovvero il 2050, risulta evidente che le centinaia di miniere, di cui l’IEA ha ravvisato la necessità, devono ancora essere scoperte.

Com’è possibile quindi il raggiungimento di questi obbiettivi? Semplice: all’interno dei modelli del sistema energetico dell’Agenzia non sono stati inclusi i vincoli dell’approvvigionamento dei necessari volumi fisici dei metalli. In altre parole, viene data per certa l’assenza di limiti di crescita del tasso di approvvigionamento di minerali critici come componente dell’espansione della nuova capacità installata per le tecnologie necessarie alla transizione energetica.

Pertanto, questi modelli possono consentire, nella loro elaborazione, l’installazione di nuove capacità tecnologiche, come eolico e fotovoltaico, anche quando la capacità produttiva dell’industria mineraria non sarebbe in grado di fornire le materie prime per la fabbricazione di questa capacità.

 

Changing fortunes

Alcuni mesi prima della pubblicazione di “NET ZERO by 2050”, la strada proposta dall’Agenzia verso il nirvana climatico, un altro report affrontava per la prima volta il tema dei metalli critici “The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions”.

Una slide in particolare mi colpì: diceva “Changing fortunes: Coal vs energy transition minerals” e spiegava come la Dea Fortuna stesse volgendo le spalle a “King Coal” ed avesse posato il suo sguardo benevolo sui metalli della transizione energetica: i new energy metals”.

Com’è andata a finire circa le sorti del carbone è noto ma è altrettanto indicativo considerare cos’è cambiato nel mercato dei metalli con l’avvento degli energy metals: nulla.

Acciaio, rame, alluminio e oro oggi costituiscono l’85% del mercato globale dei metalli: l’acciaio pesa per 1.100 miliardi di dollari, l’oro per 500, il rame per circa 250 poi troviamo argento, nichel, zinco, piombo, manganese. Ma, a fare notizia, è il litio con un mercato da 9 miliardi di dollari.

Come nel caso delle rinnovabili intermittenti per la produzione energia, i metalli critici non stanno sostituendo ferro, alluminio o rame o la maggior parte dei minerali. Non stiamo “transitando” da nessuna parte: stiamo aggiungendo una nuova domanda.

Le compagnie minerarie sanno perfettamente che il peso dei metalli del “vecchio” mondo governa ancora i loro bilanci e che i “nuovi metalli energetici” producono più effetti sui giornali che sui loro bilanci e, di conseguenza, i loro investimenti li ignorano.

 

* Giovanni Brussato
Giovanni Brussato è ingegnere minerario, ha sviluppato software ed algoritmi per la coltivazione mineraria, la valutazione dell’impatto visivo delle opere sul territorio e la realizzazione di una delle prime banche dati ambientali. È collaboratore scientifico dell’Astrolabio la newsletter di Amici della Terra.

Parole a capo
Michele Ghirotto: alcune poesie da «Un attimo di pace»

Michele Ghirotto: alcune poesie da «Un attimo di pace»

 

Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere sai cosa?
La speranza.
(Gianni Rodari)

 

*

 CERCANDOSI

 

Passeggi assorta
nel viale coperto di cielo,
e mi vieni a cercare
come luce che attorno
vuol colorare ogni cosa.
E ti vengo a cercare,
come se il respiro mancasse
lontano da te.
Già sei giunta?
E mi vieni a cercare,
con i tuoi dolci sorrisi
e carezze di giovane.
E ti vengo a cercare,
il mio cuore sempre batte
solo per te
e trema il mio respiro
di nuovo.
E mi vieni a cercare.
E ti vengo a cercare,
dolce amore mio
in questa danza all’unisono:
per l’eternità.

 

*

 

UN ATTIMO DI PACE

 

Rami secchi
come dita al cielo;
o lontane creature
indefinite
cercano l’azzurro
nel freddo pungente
di questo mattino.
Sento la terra
che sostiene il passo
e questa lacrima
di solitudine
che raggiunge il cuore.
Come può essere
così lontano il mare?
Sento la sua voce
e i rintocchi delle onde;
non si riposano
neppure dopo la luce,
neppure dopo il vento
che sferza
il grano estivo.
Come può essere
così lontano il mare?
Questi colori
non hanno voce
e la bellezza
comprime il tempo
in un attimo di pace…

 

*

 

UNA LUCE CHE NON MUORE

 

Miro nuvole leggere
alte nel cielo,
attraversano rami
soli e spogli.
Caldi raggi
nel rosso tramonto
mi parlano della primavera
così vicina.
Eppure questa lacrima
rimane ferma
quasi senza parole,
senza espressione.
Piego il viso
seduto su quel molo:
cade nel mare sconfinato
oltre la terra e le stelle,
oltre il mio respiro,
come una luce che non muore

 

*

 

SPERANZA

 

Sconosciuta
ti assale come la luce all’alba,
dalla finestra
rimasta socchiusa
durante la notte appena passata.
Non esiste
ciò che ora ti tocca,
eppure, viva,
è presente più che mai:
come l’aria che respiri,
e i disegni
che con le mani alzi al cielo.
Ti accorgi che solo vuoto non è
tutto ciò che ti circonda,
ricamato di luce.

 

*

 

RAMI SPEZZATI

 

Cumuli di rami spezzati
riposano sotto la pioggia;
non si aggrappano, non fremono…
Li accompagna solo il rumore del vento
di ciò che rimane.
Non ho più speranza
ma ci sono ancora quelle piccole viole.

 

(Poesie tratte da “Un attimo di pace“, Doge Edizioni, 2024)

 

Foto di njbateman526 da Pixabay

 

Michele Ghirotto ha ideato e realizzato alcune rassegne poetiche e musicali, l’ultima “Poesie sull’Aia” è arrivata alla decima edizione (2025), nella cornice della casa di famiglia in Polesine. E’ musicista, psicologo ed ingegnere informatico. Nel 2014 ha pubblicato la raccolta di poesie “Danze d’ombra“.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 305° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Propaganda e verità: Jacques Ellul, la Sumud Flotilla e i “racconti” di guerra

Propaganda e verità: Jacques Ellul, la Sumud Flotilla e i “racconti” di guerra

Con Propaganda pubblicato in Francia nel 1962 e recentemente tradotto in Italia da Elisabetta Ribet (Piano B Edizioni, 2023), il filosofo, sociologo e teologo francese Jacques Ellul inquadra il fenomeno della propaganda analizzandone gli aspetti sociologici come la capacità di plasmare le masse e gli individui,  convincendoli ad azioni anche eterodirette e conferendo loro un senso di gratificazione personale.

È in questo libro che per la prima volta si analizza con puntualità la centralità della propaganda e dei suoi effetti nella società contemporanea, evidenziando il fenomeno come centrale e imprescindibile nella società contemporanea e una sua pericolosa mutazione in  azione sostanzialmente antidemocratica.

Jacques Ellul sostiene che la propaganda non è solo menzogna, ma una costruzione sistemica della realtà. Essa agisce attraverso verità parziali, decontestualizzate, ripetizione e saturazione mediatica, integrazione culturale più che agitazione politica.

Ellul distingue tra propaganda di agitazione, che mobilita le masse contro un nemico, e propaganda di integrazione, che stabilizza il consenso rendendo l’individuo conforme al sistema.

Oggi, con i social media e le fake news, questa distinzione si dissolve: ogni informazione è potenzialmente propaganda, e ogni cittadino è immerso in un flusso continuo di narrazioni che modellano la sua percezione del mondo.

«La propaganda è un fenomeno necessario, che nasce dalla struttura stessa della società moderna».

Se pensiamo a tutto quello che si sta dicendo, scrivendo e mostrando su la Global Sumud Flotilla non possiamo fare a meno di citare proprio questo famoso testo e le analisi di Ellul.

Ricordiamo che la Global Sumud Flotilla nella sua primaria e fondamentale proposta si è presentata come una missione umanitaria internazionale composta da oltre 50 imbarcazioni provenienti da 44 Paesi, con l’obiettivo di portare aiuti umanitari a Gaza.

La missione si propone di far pervenire, ostinatamente, aiuti certi alla popolazione palestinese stretta nella morsa di un assedio contemporaneamente (e paradossalmente) interno ed esterno alla striscia di Gaza.

Nell’intenzione più o meno unanime dei volontari, gli aiuti dovrebbero arrivare anche a costo di forzare il blocco navale istituito dalle forze militari israeliane.

D’altra parte il termine “Sumud” non è equivocabile in quanto significa resilienza in arabo.

Gli attivisti volontari della flottiglia sono stati attaccati con droni, ordigni sonori e gas urticanti in acque internazionali. Israele ha definito la missione una provocazione al servizio di Hamas, minacciando l’arresto degli attivisti.

I media occidentali hanno minimizzato o distorto la portata dell’iniziativa, mentre gli attivisti denunciano una violazione del diritto internazionale e una campagna di disinformazione.

«La propaganda non mira a convincere, ma a saturare l’ambiente mentale dell’individuo».

Le narrazioni mediatiche dei conflitti in generale mostrano semplificazioni manichee, demonizzazioni reciproche del nemico, censura e filtro informativo.

Secondo Jacques Ellul la propaganda moderna non mira a convincere, ma a saturare, a rendere impossibile il dissenso. Questo è evidente nella copertura selettiva delle offensive militari, nella riscrittura storica e nella polarizzazione emotiva che impedisce la comprensione complessa.

«La propaganda è efficace quando riesce a impedire all’individuo di pensare autonomamente».

Nel suo testo Ellul invita a non cercare la verità nei fatti isolati, ma a comprendere le strutture della comunicazione. La propaganda è inevitabile, ma possiamo riconoscerla, analizzarla, resistere con la cultura e il pensiero critico.

La Sumud Flotilla, in questo senso, è certamente anche un atto politico ma prima di tutto è uno scarto narrativo, proponendo un racconto non necessariamente “documentale” o “giornalistico” e dove agli eventi che accadono e vengono abbondantemente “raccontati”, si aggiungono protagonisti differenti dai soliti e nuove trame antitetiche a quelle che hanno …”saturato l’etere”.

Il rischio maggiore che la Global Sumud Flotilla corre, prima ancora di arrivare nel cosiddetto teatro di guerra predisposto ad uso e consumo di Israele, è quello di essere riassorbita dalla macchina propagandistica dominante che rende impossibile il dissenso.

La sola difesa contro quest’arma di guerra chiamata propaganda è la cultura, intesa come capacità critica e riflessiva in grado di discernere tra l’ evento che accade e quello che viene raccontato da qualcuno.

Cover: immagine da DEDALO Comunicacion

Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

netanyahu parla all'onu: escapismo e criminalità

Netanyahu parla all’ONU:
tra escapismo e criminalità

Netanyahu parla all’ONU: tra escapismo e criminalità

Il discorso di Benjamin Netanyahu, premier di Israele, alle Nazioni Unite va letto come una testimonianza storica, che tra qualche anno potrà essere affiancata alle autodifese o alle giustificazioni dei criminali di guerra, una volta messi alla sbarra. Con una differenza: questo discorso Netanyahu lo ha pronunciato mentre è ancora in sella, ancora al potere. Quindi gli manca la viltà piagnucolante del catturato.  In compenso possiede l’arroganza dell’impunità, e quel tipico vittimismo sionista. Molti dicono che non riescono ad arrivare in fondo, sopraffatti dal vomito.  Invece io mi sono permesso di commentarlo, in corsivo. Tanto, se sul Corriere della Sera compare un articolo in cui viene scritto che Barghouti è un esponente di spicco di Hamas, mi sento autorizzato a dire la mia con maggiore autorevolezza. Ringrazio per gli approfondimenti sulla questione palestinese, quindi, non certo il Corriere della Sera o Repubblica. Tra gli indipendenti che non vanno per la maggiore, ma che meritano di essere letti per la capacità di analisi, in Italia, a parte Alberto Negri, mi limito a citare Lavinia Marchetti. E Fanpage per il coraggio della cronaca in diretta dalla flottiglia in direzione Gaza.
“Sorprendentemente, mentre combattiamo i terroristi che hanno ucciso tanti dei vostri cittadini, voi combattete contro di noi. Ci condannate. Ci imponete embarghi e ci muovete guerra politica e legale. Questo si chiama “lawfare” contro di noi. Dico ai rappresentanti di quei Paesi: questa non è un’accusa contro Israele. È un’accusa contro di voi. È un’accusa contro leader deboli che preferiscono compiacere il male piuttosto che sostenere una nazione i cui soldati coraggiosi vi difendono dai barbari alle porte. Quelle porte sono già state penetrate.
Quando imparerete? Non si può sfuggire alla jihad con le concessioni. Non si sfugge alla tempesta islamista sacrificando Israele. Per superare quella tempesta, bisogna stare con Israele.
Ma non è quello che state facendo. Come predissero i profeti d’Israele nella Bibbia, avete trasformato il bene in male e il male in bene.”
Dall’esordio del discorso, sembra che il mondo intero abbia isolato Israele. Magari fosse così: non farti ingannare dalla pletora di dignitari che hanno abbandonato l’aula. In realtà – con l’eccezione della Spagna – non c’è alcun embargo ad opera dei paesi il cui embargo conterebbe: Stati Uniti, Germania, Italia, Cina, Irlanda, Paesi Bassi. Netanyahu parte quindi con una menzogna per legittimare il famoso vittimismo sionista. Inoltre si intesta il ruolo di difensore universale, e incompreso, dai “barbari alle porte”. Evoca lo scontro di civiltà, in cui il male (i barbari) è rappresentato dall’islam, senza distinzioni, e il bene da lui e il suo coraggioso esercito. Bene, giusto: il laicato contro le teocrazie! Neanche per sogno: l’unica religione giusta contro tutte le altre (come predissero i profeti d’Israele nella Bibbia…). Detto da uno che ha riempito le tasche di Hamas, cioè i barbari, per anni in funzione anti Fatah, è un discorso credibile. Del resto la credibilità di Netanyahu (che vuol dire “donato da Dio”, sempre per rimanere laici) inizia dal suo nome, che è falso.  Si chiama Mileikowski, è di origine polacca per parte di padre e lituano per parte di madre.  Tecnicamente non è un semita.   
“Prendiamo la falsa accusa di genocidio. Israele è accusato di colpire deliberatamente i civili. Signore e signori, la verità è l’opposto.
Il colonnello John Spencer, capo degli studi sulla guerra urbana, forse il più grande esperto mondiale in materia, afferma che Israele sta applicando più misure per ridurre le vittime civili di qualsiasi altro esercito nella storia. E proprio per questo il rapporto tra vittime non combattenti e combattenti è inferiore a 2:1 a Gaza. Un dato incredibilmente basso, inferiore a quello delle guerre della NATO in Afghanistan e Iraq. Soprattutto se si considera che Gaza è una delle aree urbane più densamente popolate al mondo, con centinaia di chilometri di tunnel sotterranei e torri terroristiche sopra il suolo, con migliaia di miliziani nascosti nelle aree civili.”
Qui Mileikowski-Netanyahu – mi viene in mente Stanislao Moulinsky, il trasformista nemico acerrimo di Nick Carter – ci introduce nella realtà parallela di Israele. Non voglio nemmeno stare a disquisire sul numero di organismi internazionali indipendenti che hanno ricostruito l’incredibile e inaudito numero di vittime civili di questo sterminio. Non perdo tempo, perché tanto il polacco wannabe semita disconosce qualunque credibilità a questi organismi: per lui sono tutti affiliati ad Hamas, dalla Croce Rossa ad Amnesty passando per The Lancet e Medici senza Frontiere. Mi limito a fare il confronto tra due fonti. La prima la cita lui, come se fosse la nuova Torah: un tale colonnello John Spencer, militare americano in pensione che ha combattuto in Iraq, il quale sostiene che l’esercito israeliano adotta le massime cautele al mondo per minimizzare le vittime civili, e cita dati statistici (che vengono smentiti da professori in economia e statistica come Michael Spagat, ma non importa). La seconda fonte è l’IDF, cioè il suo stesso esercito, e la sua intelligence: i dati provenienti da un database interno dei servizi segreti israeliani indicano che almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva israeliana su Gaza erano civili. Quindi Netanyahu-Moulinsky smentisce i dati della sua stessa intelligence e del suo stesso appena glorificato “coraggioso” esercito (del quale qui puoi apprezzare il coraggio) preferendo le tesi di un “esperto” fra mille, i cui dati sono sbugiardati da numerosi accademici, fatto assurgere a unica e massima autorità mondiale. Decidi tu se inserire il polacco wannabe semita tra gli escapologisti o tra gli escapisti. 
“Se volete capire quali misure Israele prende per evitare vittime civili, guardate cosa stiamo facendo ora a Gaza City, l’ultima roccaforte di Hamas, o una delle ultime.
Per tre settimane Israele ha lanciato milioni di volantini, inviato milioni di messaggi, fatto innumerevoli telefonate, esortando i civili a lasciare la città prima che iniziassero le operazioni militari”.
Non importa cosa pensi della creazione dello Stato di Israele, della Palestina, dei palestinesi, degli ebrei e dei terroristi. Ti chiedo solo di fare con me un esercizio. Prova solo a immaginarti questa scena mentre sei a casa tua. Siccome nel tuo palazzo ipotizzo che si nasconda un criminale mafioso, e che anche tutto attorno nel tuo quartiere risiedano dei pericolosissimi mafiosi, ti mando un volantino dal cielo dicendoti che hai mezzora per andartene da casa tua, prima che io rada al suolo il tuo palazzo e tutto il quartiere circostante. Adesso, subito. Non fra un mese, non tra una settimana, non domani. Adesso. Concentrati su questa scena. Cosa porti via della tua vita in mezzora? e soprattutto dove la porti? Prova a immaginare che questo avviso arrivi dal tuo governo. Infine fai un ultimo passo:  immagina che questo preannuncio di distruzione provenga da un altro Stato, che sta occupando il tuo territorio. Ti prego, fallo questo esercizio.
“Allo stesso tempo Hamas si è piazzata in moschee, scuole, ospedali, palazzi, e costringe i civili a restare, minacciandoli con le armi se provano ad andarsene.”
Per la precisione, non è Hamas a invadere le moschee, è esattamente il contrario: è Ben Gvir con i suoi fanatici scagnozzi che invade le moschee e ivi prega il dio ebraico. Di questa invasione ci sono le testimonianze filmate (guarda qui), delle invasioni di Hamas no. Ci dobbiamo fidare della parola del polacco naturalizzato Giacobbe, che non usa mai nomi e cognomi delle persone, usa “Hamas”, entità impersonale, hydra tentacolare che si nasconde dietro le colonne delle moschee, sbuca tra le fondamenta dei palazzi. Un mostro astratto. I nomi delle persone saltano fuori solo dopo che le hanno ammazzate. 
“Per Israele ogni vittima civile è una tragedia. Per Hamas è una strategia. Hamas usa i civili come scudi umani e strumenti della sua propaganda malata, propaganda che i media occidentali assorbono senza esitazioni.
Nonostante le minacce, circa 700.000 abitanti di Gaza hanno seguito i nostri avvertimenti e si sono spostati in zone sicure.
Ora vi pongo una domanda semplice.
Un Paese che commette genocidio chiederebbe mai alla popolazione civile che intende sterminare di allontanarsi dalla zona di pericolo? Diremmo loro di andarsene, se davvero volessimo un genocidio? Israele cerca di portarli fuori, Hamas cerca di tenerli dentro.
L’accusa è assurda. Il paragone con i genocidi della storia è offensivo. I nazisti chiesero forse agli ebrei di uscire dalle loro case “gentilmente”? Gli altri genocidi della storia lo fecero? Ovviamente no. La verità viene rovesciata”.
Quindi, sostiene Mileikowski-Netanyahu, il suo governo sta chiedendo ai gazawi di sloggiare “gentilmente” (favorisco a fianco foto della gentilezza usata dal governo israeliano). Inoltre, se li sloggia mandandogli un volantino prima di buttare un missile su casa loro, significa che non li vuole ammazzare tutti. Con ciò mettendosi a fare paragoni macabri tra genocidi, e allo stesso tempo dimostrando di non conoscere le condizioni della convenzione internazionale che definiscono l’intento di pulizia etnica come uno degli elementi determinanti per configurare giuridicamente un genocidio. Ma per lui non è un problema: del resto, non è così importante conoscere regole che consideri come il cartoccio del pesce da almeno 58 anni, cioè dal 1967 – volendo, noi sì, essere gentili, e mettendo tra parentesi la Nakba del 1948, sulle cui responsabilità tuttora gli storici dibattono.  
“Hamas è un’organizzazione terroristica genocida, con una carta che invoca l’uccisione di tutti gli ebrei del pianeta. Questa organizzazione ottiene indulgenza, viene appena nominata. Israele invece, che fa di tutto per ridurre i rischi ai civili, viene messo sotto processo. Che barzelletta.
Ecco un’altra accusa ridicola: Israele sarebbe colpevole di affamare deliberatamente Gaza, quando in realtà Israele sta alimentando Gaza. Dall’inizio della guerra, Israele ha fatto entrare oltre due milioni di tonnellate di cibo e aiuti, pari a una tonnellata per ogni abitante. Circa 3.000 calorie al giorno per persona. Che politica di fame sarebbe questa?
Se alcuni a Gaza non hanno abbastanza cibo, è perché Hamas lo ruba. Hamas sequestra gli aiuti, li accumula, li rivende a prezzi esorbitanti per finanziare la sua macchina militare. Il mese scorso persino le Nazioni Unite, che non si possono certo definire sostenitrici di Israele, hanno ammesso che Hamas e altri gruppi armati hanno razziato l’85% dei camion di aiuti.
Questa è la causa della privazione. E chi diffonde le menzogne di genocidio e fame contro Israele non è diverso da chi nei secoli diffondeva menzogne antisemite, accusando gli ebrei di avvelenare i pozzi, diffondere la peste o usare il sangue dei bambini per i riti pasquali.”
Per capire quanto sia disgustosamente bugiardo questo polacco – che continuo a definire polacco non perchè disprezzi i polacchi, ma perchè costui si impadronisce da finto semita di un olocausto che non è suo – non ti mando le parole di un arabo, perchè per molti (magari anche per te) la parola di un arabo è per definizione inaffidabile. Ti faccio ascoltare un chirurgo d’urgenza caucasico bianco, Nick Maynard, che ha cercato di salvare vite negli ospedali di Gaza. Una persona per cui la parola “eroe” per una volta non è sprecata. Ascolta bene. Ascolta chi è che sequestra il latte in polvere destinato ai neonati affinchè non possano fare altro che morire di fame. Guarda e ascolta qui.
“L’antisemitismo non muore. Si ripresenta sempre, con bugie nuove e vecchie riciclate. E queste bugie hanno conseguenze.
Negli ultimi mesi, ebrei sono stati aggrediti in Canada, Australia, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi e altrove. Negli Stati Uniti, un sopravvissuto all’Olocausto è stato bruciato vivo in Colorado. Una giovane coppia dell’ambasciata israeliana a Washington è stata uccisa a colpi di arma da fuoco davanti al Museo dell’Olocausto.
Per fortuna l’amministrazione Trump sta combattendo con forza l’antisemitismo, e ogni governo dovrebbe seguirne l’esempio. Invece molti fanno l’opposto: premiano i peggiori antisemiti della terra.
Questa settimana i leader di Francia, Gran Bretagna, Australia, Canada e altri Paesi hanno riconosciuto senza condizioni lo Stato di Palestina. Lo hanno fatto dopo gli orrori del 7 ottobre, che furono celebrati da quasi il 90% dei palestinesi. Non solo sostenuti: celebrati con balli, dolci distribuiti per strada, sia a Gaza che in Cisgiordania. Esattamente come fecero l’11 settembre.
Il messaggio che hanno inviato è chiaro: uccidere ebrei paga.
E io ho un messaggio per quei leader: quando i peggiori terroristi del pianeta lodano la vostra decisione, vuol dire che avete sbagliato. Gravemente. La vostra scelta vergognosa incoraggerà terrorismo contro ebrei e innocenti ovunque. Sarà un marchio d’infamia su di voi.”
Purtroppo il polacco ha ragione nel predire che molti innocenti, tra cui molti musulmani, moriranno uccisi da futuri attentati fanatici e suicidi, come è già successo e come succederà. E questo marchio d’infamia della recrudescenza del fanatismo, non solo antisemita, ricade interamente su di lui e sui fanatici omicidi, semiti abusivi, che fanno da stampella insanguinata al suo potere.
“E poi c’è la favola della “soluzione a due Stati”. I palestinesi non hanno mai accettato questa idea. Non vogliono uno Stato accanto a Israele, vogliono uno Stato al posto di Israele. Per questo hanno sempre rifiutato le offerte di pace.
(In realtà l’ultima offerta di pace come la chiama lui è stata bombardata dal suo stesso esercito a Doha, in Qatar, il 9 settembre, nel tentativo dichiarato di ammazzare i negoziatori).
“La verità è che ciò che alimenta questo conflitto non è l’assenza di uno Stato palestinese, ma la presenza di uno Stato ebraico. E questa verità vale anche per l’Autorità Palestinese, che paga stipendi ai terroristi, intitola scuole e piazze agli assassini, insegna ai bambini l’odio verso Israele e verso i cristiani. A Betlemme, sotto controllo israeliano, gli abitanti cristiani erano l’80%. Ora sono meno del 20% sotto l’Autorità Palestinese.
Dare loro uno Stato, dopo il 7 ottobre, equivarrebbe a dare uno Stato ad al-Qaeda a un miglio da New York dopo l’11 settembre. Una follia.
E lasciatemi chiarire: Israele non accetterà mai che ci venga imposto uno Stato terrorista. In Knesset, oltre il 90% dei parlamentari ha votato contro. Questa non è solo la politica del mio governo. È la politica del popolo israeliano”.
La soluzione a due stati l’aveva firmata un altro primo ministro di Israele che aveva avuto la lungimiranza di guardare oltre, Yitzhak Rabin. Questa lungimiranza l’ha pagata con la vita, assassinato non da un fondamentalista islamico, ma da un fan di Ben Gvir (che ha praticamente rivendicato l’omicidio) e di Smotrich. Purtroppo in questa fase storica in Israele i razzisti stanno nettamente prevalendo sulle persone assennate, fatto che mi costringe a confermare come verosimile l’ultima affermazione di questo criminale di Stato. Peraltro, sul brainwashing, negazionista dell’umanità stessa palestinese, cui è soggetta la popolazione di Israele sin dall’età scolare, interessante è il lavoro della docente e studiosa ebrea Nuret Peled Elhanan (leggine qui)

La cura del viaggio: intervista a Chiara Buiarelli

La cura del viaggio.
Intervista a Chiara Buiarelli

Chiara ormai la conosciamo, almeno un po’. Lei, in sella alla sua Bianchina, per 80 giorni, 5 regioni, 1.873 chilometri e tanto dislivello, 16.000 metri a salire e 15.000 a scendere. 80 giorni, in questa strana analogia con il viaggio attorno al mondo di Jules Verne, “non tutti pedalati”, ricorda Chiara; perché i ritmi, le soste e le ripartenze, quasi mai decise a tavolino, sono piuttosto il prodotto di un lungo dialogo tra desideri, aspettative, incontri, accordi e tregue, anche con lei, quella che Chiara chiama “la mia maestra più severa”, la malattia, l’artrite reumatoide diagnosticata 4 anni fa. Del suo viaggio abbiamo i suoi racconti scritti, le sue foto [vedi in fondo a questo articolo]. A un mese di distanza, fatte riposare le gambe e depositati un poco i pensieri, proviamo a mettere in fila qualche riflessione.

Sei tornata da un mese: cosa è rimasto del viaggio, come sono le tue giornate oggi?

“Ancora cariche di emotività, mi porto dietro tutta la ricchezza e la bellezza del viaggio e degli incontri fatti; e poi, in questi giorni, sto anche scrivendo. Non so se diventerà un libro, ma questo lavoro mi permette di ripercorrere tutte le giornate, tutte le tappe, quello che è accaduto, che ho provato. Quindi cosa è rimasto? Una sensazione di essere ancora in viaggio, un viaggio che non si è ancora concluso.”

Il viaggio di Chiara ha tenuto insieme temi diversi, grandi, su cui ciascuno può trovare delle risonanze personali, degli stimoli: la malattia, il viaggio, il turismo accessibile; la solitudine, la paura e il coraggio; l’assoluto e il senso del limite; l’azione e l’accettazione; il darsi obiettivi, ma anche l’affidarsi. Una donna in viaggio per 1.873 chilometri, da sola.

Hai mai avuto paura?

“Soprattutto prima di partire, diverse paure: di cadere e farmi male, di fare brutti incontri, di non farcela, di peggiorare la mia condizione fisica, ma anche di lasciare due genitori anziani a casa. E, cosa incredibile, ho anche avuto paura di farcela. Mi è capitato soprattutto nella prima parte del viaggio: ero in Umbria, in Valnerina, un luogo che mi ha trasmesso tanto. Ero in viaggio da qualche settimana e non mi sembrava vero. Mi sentivo come se mi stessi illudendo, come se stessi prendendo in giro qualcuno. Ed è tornata la paura che ho provato quando, dopo i tempi bui della malattia, grazie alla terapia, avevo iniziato a stare meglio e non avevo il coraggio di crederci. Ho anche avuto paura di non farcela: quando ero a Firenze, ho temuto di non riuscire a proseguire il viaggio per i dolori forti e continui.

E che cosa hai fatto?

“Non riuscivo bene a capire cosa mi stesse succedendo, i dolori aumentavano, ho avuto paura di non riuscire con le mie forze a fronteggiare l’artrite; potevo rispondere con quello che sapevo, con quelli che erano i miei mezzi, le mie risorse. “Fermati quando devi, riparti quando puoi”, è il motto del mio viaggiare. E quindi mi sono fermata, ho riposato e mi sono rimessa in moto lentamente. Ho perfino pensato che avrei potuto rivolgermi alla reumatologia di Prato, all’amico Gianluca e alla dottoressa Niccoli. Alla fine, il viaggio è stato una gran bel antinfiammatorio.”

Hai raccontato di esserti sentita anche bene, molto bene

“In certi momenti ho provato una sensazione di benessere: non stavo meglio, stavo proprio bene, ero guarita! Questo mi ha mandato, paradossalmente, in crisi. Sto cercando risposte. Creo nuove occasioni per riprovare quelle sensazioni, ma non è facile. È rimasta la commozione, il ricordo della fluidità anche nella difficoltà, del senso di quello che stavo facendo, del dono, dei giorni intensi.”

La solitudine nel viaggio, una donna che viaggia da sola con le sue forze, non in auto, in treno o in aereo, ma in bicicletta, su strade asfaltate, anche molto trafficate e su piste bianche, nella natura, per boschi, alla ricerca dei boschi terapeutici, quelli che alimentano la nostra salute con maggiore forza. Viviamo un tempo di apparente grande emancipazione, una chiamata alla libertà interiore che fatica a trovare un canale di espressione. Il viaggio spesso dà voce a questa ricerca, a questa richiesta che si fa a se stessi di autenticità. Non una prova di forza, ma una scoperta di Sé. Tante donne, di tutte le età, si mettono in viaggio, superando stereotipi e confrontandosi con paure ancestrali. Essere da sole in un bosco, a piedi o in bicicletta, contando sul proprio senso dell’orientamento, sulle proprie forze, affrontando i propri fantasmi, spostando un po’ più in là i propri limiti.

“Mi piace viaggiare da sola e questo viaggio non poteva mancare di questa dimensione. Ho sentito che dovevo rendere conto solo a me stessa. Essere sola non significa sentirsi sola, anzi. Porto sempre con me in viaggio, nella mente o nel cuore, persone a me care o nuove conoscenze fatte lungo la strada. La bicicletta stessa diventa una compagna a tutti gli effetti. Quando viaggi da sola, se sei sufficientemente in ascolto, puoi percepire l’anima di un luogo, di un ambiente. Gli antichi non parlavano del Genius Loci? La solitudine ha assunto un significato più denso nei momenti di dolore, momenti di miseria o di espansione, a seconda del processo interiore che sono riuscita ad attivare e…dall’Amore. Viaggiare da soli, soffrire da soli: una solitudine che richiede di appellarsi all’Amore per essere trascesa, quell’Amore universale che è di tutti e per tutti, ma che ognuno contatta nel proprio intimo.

È stato anche un viaggio di incontri…

“Bellissimi incontri che mi hanno offerto vicinanza, affetto e amicizia. Ho incontrato tante persone con patologie reumatiche, animate dal desiderio di parlarne, di aprirsi. Avere davanti a sé una perfetta estranea, che però sa cosa stai passando, consente di aprire una varco con maggiore semplicità. Diventa un’occasione naturale per raccontare il proprio dolore, la fatica, le incomprensioni e la forza che non sempre si trova. Nella solitudine del proprio dolore spesso si ha bisogno di un testimone. Un testimone silenzioso e non giudicante che, partito il racconto, si fa ombra fino quasi a scomparire. Anche questo, lungo il viaggio, è stato il mio ruolo: il prestare ascolto e credere a queste storie. Ho testimoniato, credo, che quel racconto, quella vita, quelle difficoltà erano reali. Negli incontri pubblici in cui, durante il viaggio, ho raccontato la mia storia, mi sono sentita portatrice di un messaggio che andava oltre la mia persona. Ho portato la volontà di raccontare che si può convivere con questa malattia, anche se in noi convivono dubbi, paure, speranze. Ho imparato molto.”

Una riflessione finale?

“Che non è importante aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni, come ha detto Rita Levi Montalcini. E capire che la tua vita è connessa con tutti e Tutto.

Leggi su Periscopio il racconto di viaggio di Chiara Buiarelli: 

2 aprile 2025: Fermati quando devi, riparti quando puoi: viaggio in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide

22 maggio 2025: Dalla malattia al movimento: viaggiare in bicicletta per gestire l’artrite reumatoide

20 giugno 2025: Comincia il viaggio: nastro di partenza la Gola del Furlo

30 luglio 2025: 800 km di concentrazione, cercando sincronicità tra corpo e mente

2 settembre 2025: Viaggiare in bicicletta per spostare il limite della malattia

Ricordi di viaggio

foto di Chiara Buiarelli

Castello di Sarteano
Assisi
Assisi, San Damiano
Spoleto, Ponte delle Torri
Valnerina, Scheggino
Arrone
Barbarano Romano, Martaranum
Veduta su Monticchiello, Pienza
Bianchina alla Sorgente termale del Bullicame, Viterbo
Pienza

 

Per un Mediterraneo libero dalla guerra.
La Libia e Gaza, il soccorso civile e la Global Sumud Flotilla

Per un Mediterraneo libero dalla guerra.
La Libia e Gaza, il soccorso civile e la Global Sumud Flotilla

Nella notte del 26 settembre, la cosiddetta guardia costiera libica, da bordo di una delle motovedette classe “Corrubia” fornite dall’Italia, ha aperto il fuoco contro la nave del soccorso civile Sea-Watch 5, mentre era in corso il salvataggio di 66 persone.
Un mese fa, contro la nave Ocean Viking, si era verificato un altro attacco armato, più pesante perché mirava a uccidere, con colpi di mitragliatrice ad altezza d’uomo, che hanno colpito la plancia di comando.

La nuova “normalità” della legge del più forte

Potremmo dire che la pratica criminale di attacco contro missioni umanitarie e di soccorso, quella che stiamo vedendo messo in atto contro la missione della Global Sumud Flotilla, si sta rapidamente affermando come “nuova normalità” nel mar Mediterraneo, a opera di governi che violano sistematicamente i diritti umani, ogni Convenzione del diritto internazionale e ogni principio di umanità. Il governo di Tripoli, riconosciuto dall’Occidente, e quello di Tel Aviv hanno sicuramente questo in comune.
Chi rinchiude nei lager donne, uomini e bambini e chi sta compiendo l’orrore che tutto il mondo conosce contro la popolazione civile a Gaza ha molto in comune. E in questo quadro, chi attacca militarmente in mare, in acque internazionali, missioni umanitarie e di soccorso, disarmate, pacifiche e che hanno come obiettivo quello di salvare delle vite, non di ucciderle, parte dallo stesso presupposto: vale solo la “legge del più forte”, in mare come in terra, e nessuna convenzione internazionale, nessun diritto condiviso è universale, valido a prescindere per ogni essere umano e per la sua vita, deve essere tenuto in considerazione.
Questa operazione di cancellazione di ogni diritto ha ormai una dimensione globale: dalle deportazioni di massa negli USA alle pratiche genocidiarie e di pulizia etnica in Palestina. L’obliterazione di ogni ius in bello, quindi di ogni limite alla ferocia dell’azione militare – in particolare quando esercitata da forze armate contro i civili – per come era stato costruito attraverso le tragedie belliche degli ultimi tre secoli, è del resto uno dei tratti determinanti della dimensione pervasiva della guerra come dominante le relazioni internazionali, ma anche economiche e sociali su scala planetaria.

Per un alibi politico

Tornando al mare e alla Libia, è interessante notare come Sea-Watch 5 sia stata attaccata dopo che una barca veloce con due miliziani a bordo con il volto coperto da passamontagna, gli aveva “scaricato” 66 migranti. È una dinamica molto simile a quanto successo anche a Mediterranea nell’ultima missione dell’agosto scorso, con dieci persone lanciate violentemente in acqua davanti alla nave di notte, proprio da un’imbarcazione simile, in utilizzo alla 111ma Brigata dell’esercito “regolare” del governo di Tripoli.

Come se si volesse inscenare da parte delle autorità, probabilmente non solo libiche, un rapporto tra scafisti e navi di soccorso. È la tesi, questa del collegamento tra scafisti e ong, guarda caso, del ministro degli Interni italiano, anche recentemente propagandata in interviste ai giornali.
Per poter attaccare in maniera illegale e criminale, missioni umanitarie e di soccorso, violando ogni principio e convenzione internazionale, devono cercare di costruirsi un alibi, provando a far credere che chi aiuta, disarmato e pacifico, sia in realtà un complice di reati che devono essere perseguiti.
E questo accade anche alle missioni come Global Sumud Flottilla, bombardate e minacciate da Israele in acque internazionali perché “sono amici dei terroristi” e quindi “minaccia per lo Stato”. La stessa narrazione d’altronde, che abbiamo sentito negli interventi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, da parte di Trump, Meloni e Nethanyau. Il diritto internazionale non deve esistere, è superato, e chi si appella ad esso per tentare di fare qualcosa per aiutare chi soffre o muore, diventa automaticamente un “nemico della nazione”, compresi i magistrati che cercano di applicarne le norme.

Disobbedire e rifiutare l’orrore

In un mondo armato fino ai denti, dove s’impongono massacri e sofferenze agli innocenti, chi si batte per il rispetto dei diritti umani, ha davanti a sé un potere sempre più autoritario e cinico, senza alcuno scrupolo. La guerra globale è diventata ovunque guerra contro l’umano, guerra contro l’umanità.
E, nel momento in cui interviene sul campo, si trasforma anche in guerra contro l’umanitario. Il numero degli operatori massacrati insieme a migliaia di donne uomini e bambini innocenti a Gaza e l’escalation di violenza contro le persone migranti e le navi di soccorso in Libia, Tunisia e in mare, ci dicono che il Mediterraneo è teatro di questa guerra. Dobbiamo saperlo e dobbiamo prepararci. Perché non smetteremo di pensare che l’umanità sia capace di disobbedire e rifiutare questo orrore.

Per questo siamo a fianco della Flotilla e torneremo in mare presto, appena la nostra nave sarà liberata dall’ingiusto sequestro di Piantedosi, e continueremo a soccorrere fratelli e sorelle, proprio perché crediamo in un Mediterraneo libero dalla guerra, in un mondo in pace e fraternità, e non nel loro incubo di violenze e atrocità.

La pagina Facebook di Luca Casarini: facebook.com/luca.casarini.54

Cover: tramonto sul mar mediterraneo – Foto di Vernon Sullivan da Pixabay

Lavorare gratis, lavorare tutti

Lavorare gratis, lavorare tutti

Che bella cosa la tecnologia! Ci permette di fare acquisti, di sbrigare pratiche, di effettuare operazioni senza dover uscire di casa. E così, mentre ci godiamo la comodità offertaci dai tanti servizi che possiamo utilizzare da soli, c’è un importante dettaglio che sembra sfuggirci totalmente.

Tutto è cominciato con i distributori di carburante self service. Ogni volta che al distributore scendiamo dalla macchina e ci facciamo il pieno da soli, in realtà ci trasformiamo in benzinai per 5 minuti. Noi non ce ne rendiamo conto, ma il flusso di automobilisti che si alternano presso la pompa fa sì che i 5 minuti di lavoro di ognuno di loro, messi insieme, arrivino ad accumulare una intera giornata di lavoro. Invece di un dipendente stipendiato, il titolare del distributore si è avvalso del contributo di tanti volontari, che hanno lavorato per lui. Abbiamo cominciato da qui, senza rendercene conto, a lavorare per avere servizi che prima ci venivano prestati da altri.
Fino a quando ci limitiamo al rifornimento di carburante, lo scambio è in qualche modo equo: se mi faccio il pieno da solo ho uno sconto sul prezzo, quindi in qualche modo la mia opera viene ricompensata. Si tratta, come vedremo di un’ eccezione.

Dopo i distributori sono arrivati i caselli autostradali con pagamento automatico. Prima dell’ arrivo dei Telepass (sui quali tornerò più avanti), esistevano stazioni “ad elevata automazione” (così le definivano le società autostradali).
In sostanza, caselli nei quali inserire il biglietto e pagare con carte o con le monetine da ritrovare nelle tasche dei pantaloni o nell’ abitacolo dalle macchina. Il concetto di scambio equo non esisteva già più: io mi improvvisavo casellante per qualche minuto, ma la società autostradale non mi
riconosceva nulla in cambio.

Discorso simile per quello che riguarda i supermercati: alla cassa automatica ognuno di noi si improvvisa cassiere, lavorando gratis per l’ esercizio commerciale, che così può tagliare il personale e risparmiare sugli stipendi.

L’ arrivo di internet in tutte le case e su tutti gli smartphones ha moltiplicato i servizi “fai da te”, ma il concetto rimane invariato: lavoriamo gratis per le aziende, contribuiamo a tagliare posti di lavoro, e nel frattempo ci illudiamo che questo venga fatto nel nostro interesse.

Esistono situazioni in cui il lavoro che ci viene richiesto non si limita a pochi minuti. Il caso limite è forse l’ acquisto di biglietti aerei per le compagnie low cost. Prima di tutto bisogna entrare nel sito, trovare il volo che ci interessa e acquistarlo. Poi, a ridosso della partenza, è necessario effettuare il check-in online. In effetti si potrebbe fare anche in aeroporto:  peccato che costi quasi quanto il biglietto. E allora eccoci impegnati negli insoliti panni di addetti aeroportuali, dribblando gli innumerevoli pop-up che cercano di farci integrare il biglietto con una miriade di servizi aggiuntivi, più o meno consapevolmente. Ma una volta portata a termine l’ impresa, il nostro lavoro non è finito. Se dobbiamo imbarcare i bagagli, dovremo recarci alla macchina che li pesa e stampa le etichette, non prima di aver scaricato la app della compagnia aerea ed effettuato l’ iscrizione. E alla fine, se tutto è stato
fatto nel modo giusto, ci resterà l’ ultimo compito: mettere le valigie sul nastro trasportatore che le porterà sull’ aereo. Quanto ha lavorato ogni viaggiatore? Mezzora? E come lo ripaga la compagnia? Cercando ogni pretesto per fargli pagare ulteriori supplementi.

Si può fare di peggio? Certo che sì: si può sempre fare di peggio.

In uno dei film di Fantozzi, il Ragioniere, ormai pensionato, propone all’ azienda di tornare a lavorare, anche gratis.
Sentendosi rispondere dal Megadirettore Galattico: No, gratis no!
Se vuole lavorare per noi, dovrà essere lei a pagarci. Un paradosso, una provocazione all’ interno di un film comico. Ma non così lontano dalla realtà.

Ci sono aziende che non si limitano a farci lavorare gratis per loro. Ci sono aziende che, per farci lavorare, si fanno anche pagare. E, tanto per cambiare, le banche sono maestre in questo.
Sappiamo quanto forte sia la spinta degli Istituti di Credito sui clienti per utilizzare il canale telematico. Il motivo è facilmente comprensibile: meno operazioni allo sportello significa minore personale, e conseguenti chiusure di filiali. Si tratta di una partita che può valere milioni:
spingere i clienti, in modo più meno spontaneo, verso internet, significa risparmiare tanto, tantissimo. Ma le banche non si accontentano: per consentire loro di risparmiare dobbiamo anche pagare. Nella maggior parte dei casi, per utilizzare i servizi online bisogna sostenere un canone mensile.

E’ un po’ la stessa situazione del Telepass. Montarlo sull’ automobile significa per chi viaggia risparmiare le file, ma dall’ altra parte consente alla società concessionaria notevoli risparmi non solo di personale, ma anche di tutti i costi legati alla gestione del contante.
Sembrerebbe uno scambio equo, e invece ci viene richiesto qualcosa di più. Per consentire a chi gestisce l’ autostrada di risparmiare, e tanto, io devo anche pagarla: il Telepass ha un canone che, per quanto contenuto, appare concettualmente illogico.

Le banche riescono ad andare oltre. Non basta il canone: ogni volta che mi faccio un’ operazione, di fatto diventando per qualche minuto un impiegato bancario, devo pagare ancora. Pago per inviare un bonifico, pago per comprare o vendere un titolo, pago per
domiciliare una bolletta…
In sintesi: non solo devo pagare per consentire alla banca di tagliare il personale e chiudere le filiali, e quindi di impoverire il territorio in cui vivo (la chiusura di una filiale non è mai un fatto neutro), ma devo anche lavorare per lei, e per farlo devo pagare un’ ulteriore commissione.
Fantozzi non avrebbe saputo fare di meglio!

Che bella la tecnologia! Ci offre possibilità un tempo inimmaginabili. Tipo quella di farci sfruttare, ed esserne felici.

Photo cover licenza Creative Commons

Per certi Versi /
L’ho chiesto alla luna

L’ho chiesto alla luna

 In punta di piedi

accarezzo la luna

lei grembo di versi

trattiene lacrime

nel respiro salato

 

cadono miraggi

dalla pelle del cielo

i nodi di piombo

resteranno legati

 

non ci sarà pioggia

 

sul bimbo di guerra

cadranno miracoli

 

l’ho chiesto alla luna

 

In copertina: Immagine di luizclas da pexels

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)  

Le conclusioni della Commissione Internazionale d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati

Le conclusioni della Commissione Internazionale d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati

La “Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati”, istituita il 27 maggio 2021, ha pubblicato un rapporto che esamina le presunte violazioni del diritto internazionale commesse a Gaza dall’ottobre 2023, con particolare focus sulla responsabilità statale per genocidio.

Il testo integrale del rapporto è solo in inglese ed è disponibile sul sito web dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCRH).

La traduzione integrale (non ufficiale) di Piergiorgio Cipriano è invece scaricabile qui: A-HRC-60-CRP-3_ita

La definizione e il contesto del “genocidio”

Il genocidio, definito dalla Convenzione sul Genocidio e dallo Statuto di Roma, comprende 5 categorie di atti compiuti con l’intento di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. La Commissione si è concentrata su quattro di queste categorie, non disponendo al momento di prove sufficienti per la quinta:

  1. Uccidere membri del gruppo;
  2. Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;
  3. Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte;
  4. Imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo;
  5. Trasferire forzatamente i bambini del gruppo a un altro gruppo.

Uccisione sistematica di civili

I numeri presentati dalla Commissione sono devastanti. Dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025, sono stati uccisi 60.199 palestinesi, di cui 18.430 bambini e 9.735 donne. L’aspettativa di vita a Gaza è crollata da 75,5 a 40,5 anni, una diminuzione del 46,3% che rappresenta quasi la metà dei livelli prebellici.

Particolarmente allarmante è la proporzione di vittime civili: almeno il 46% dei palestinesi uccisi erano donne e bambini. Durante la ripresa delle operazioni militari dal 18 marzo al 25 marzo 2025, le vittime femminili e infantili hanno rappresentato quasi il 60% del totale dei decessi. In questo periodo sono stati documentati 224 attacchi contro edifici residenziali e campi per sfollati.

L’intensità degli attacchi è straordinaria anche in termini comparativi: Israele sta sganciando in meno di una settimana quello che gli Stati Uniti sganciavano in Afghanistan in un anno, in un’area molto più piccola e densamente popolata. Secondo le autorità israeliane, a maggio 2025 erano stati uccisi 8.900 militanti di Hamas e Jihad Islamica, il che significa che l’83% delle vittime erano civili.

Attacco al sistema sanitario

Il sistema sanitario è stato sistematicamente colpito. Tra ottobre 2023 e luglio 2024, Israele ha effettuato 498 attacchi contro strutture sanitarie, uccidendo direttamente 747 persone. Al 24 giugno 2025, solo il 36% delle strutture sanitarie rimaneva operativo. 180 ambulanze erano state attaccate al 7 maggio 2025.

Gli operatori umanitari non sono stati risparmiati: 408 operatori umanitari sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023, inclusi oltre 330 membri dello staff UNRWA. Anche durante i cessate il fuoco, le uccisioni sono continuate, come dimostrato dagli attacchi del 18 marzo 2025 che hanno causato oltre 404 morti e 562 feriti.

Ferite fisiche e psicologiche

Al 30 luglio 2025, il numero di feriti ammonta a 146.269 persone. Il Ministero della Salute di Gaza ha registrato 4.500 casi di amputazione entro la fine del 2024, di cui si stima 800 bambini e 540 donne. Secondo l’UNICEF, circa 1.000 bambini avevano subito amputazioni entro novembre 2023, alcune senza anestesia.

La distruzione fisica è immensa: UNOSAT ha identificato 170.812 strutture danneggiate o distrutte, generando 50.773.494 tonnellate di detriti il cui smaltimento richiederebbe circa 21 anni.

Sfollamento forzato e condizioni di vita

Oltre 1,9 milioni di persone sono state sfollate, circa il 90% della popolazione. I palestinesi sono stati costretti a spostarsi in media almeno 6 volte, alcuni fino a 19 volte. Al 20 luglio 2025, il 75% della Striscia di Gaza era interdetto ai palestinesi attraverso corridori militari e zone cuscinetto.

La situazione alimentare è catastrofica: oltre il 90% della popolazione affronta grave insicurezza alimentare. Il blocco più severo si è verificato dal 2 marzo al 18 maggio 2025, quando Netanyahu ha rescisso l’accordo di cessate il fuoco e interrotto tutti gli aiuti. Anche dopo l’allentamento, solo 9 camion delle Nazioni Unite sono stati autorizzati il primo giorno.

Misure contro le nascite

La Commissione ha documentato attacchi specifici contro strutture riproduttive. La clinica di fecondazione in vitro Al-Basma, la più grande di Gaza, è stata bombardata nel dicembre 2023, distruggendo circa 4.000 embrioni e 1.000 campioni di materiale genetico. La Commissione ha concluso che questo attacco mirava deliberatamente a impedire le nascite tra i palestinesi.

Circa 545.000 donne e ragazze in età riproduttiva sono state colpite dagli attacchi alle strutture sanitarie. Si registra un aumento degli aborti spontanei fino al 300%, mentre al 19 maggio 2025 quasi 11.000 donne incinte erano a rischio carestia.

In base agli elementi raccolti e dettagliatamente documentati nel rapporto, al punto 252 la Commissione conclude:
… sulla base di fondate motivazioni, che le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere i seguenti atti di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, vale a dire (i) l’uccisione di membri del gruppo; (ii) il causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (iii) l’infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica totale o parziale; e (iv) l’imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

In copertina: Gaza: immagine di unipd-centrodirittiumani.it/

Per leggere gli altri articoli ed interventi di Piergiorgio Cipriano su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Global Sumud Flotilla: “Continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi”

Global Sumud Flotilla: “Continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi”

Si è svolta oggi una conferenza stampa online, in cui vari attivisti e sostenitori della Global Sumud Flotilla hanno delineato la situazione attuale, con tutti i suoi pericoli, ma anche le possibilità che si stanno aprendo. Grazie al nostro collaboratore Marcello Prandini, che ha seguito la conferenza stampa su Zoom e alla trascrizione ricevuta, riportiamo una sintesi degli interventi.

Mandla Mandela, nipote di Nelson Mandela

Non illudiamoci: da oltre 70 anni l’entità sionista viola impunemente il diritto internazionale e tutte le convenzioni sui diritti umani. Ora ci intimidiscono con violenza intensificata. Le loro risposte alle precedenti flottiglie sono indicative delle molestie e delle violenze che possiamo aspettarci.

Non ci sorprenderebbe se Israele scegliesse nuovamente la violenza. Questi atti di disperazione non sono diversi da quelli che abbiamo visto nell’ultimo decennio dell’apartheid in Sudafrica.

Questa Global Sumud Flotilla arriva in un momento in cui alcuni governi occidentali iniziano a fare marcia indietro dal loro vergognoso sostegno a Israele, ma nessuno di loro sta davvero fermando il genocidio, la deportazione forzata e lo sfollamento di milioni di persone a Gaza.

Chiediamo a governi, ONG, organizzazioni della società civile, formazioni politiche, istituzioni religiose, agenzie per i diritti umani e a persone di ogni estrazione di esercitare pressioni sull’entità sionista affinché fermi i suoi attacchi violenti e le minacce contro la Global Sumud Flotilla.

Kleoniki Alexopoulou (Grecia)

Voglio esortarvi a non credere a una sola parola della propaganda israeliana.

Oggi, nel contesto internazionale, quando il Parlamento Europeo finalmente ha preso posizione a sostegno della causa palestinese, quando tanti Paesi stanno riconoscendo la Palestina come Stato sovrano, abbiamo l’occasione di rompere l’assedio di Gaza e di segnare una svolta storica.

Non lasceremo passare questa opportunità. Ora siamo nel momento più critico, mentre ci dirigiamo verso Gaza, e dobbiamo essere ancora più disciplinati, impegnati, fiduciosi e persino ottimisti. Noi vinceremo, perché siamo dalla parte giusta.

Varsha Gandigotha (Segretario esecutivo del Gruppo dell’Aja)

È un grande onore parlare ai compagni coraggiosi che navigano verso Gaza. La vostra missione dà speranza in questo momento di disperazione.

Il nostro messaggio è chiaro: non possiamo continuare a fingere che le istituzioni internazionali – Consiglio di Sicurezza, Assemblea Generale, ICJ, ICC – siano sufficienti a fermare le atrocità. Non lo sono.

Stiamo organizzando una Conferenza ministeriale d’emergenza con oltre 31 Stati per fare ciò che state facendo voi in mare: interrompere le esportazioni di armi verso Israele, garantire che gli aiuti arrivino a Gaza, fermare fabbriche e porti che alimentano questo genocidio, e assicurare responsabilità a livello individuale, statale e aziendale per i crimini in corso.

Lamis J. Deek (avvocata palestinese)

Il blocco navale di Gaza non ha basi legali: questo è stato ripetutamente affermato dal diritto internazionale e dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Il controllo israeliano delle acque al largo di Gaza è illegale. Anche nello scenario estremo in cui fossero considerate “acque israeliane”, Israele non potrebbe comunque intercettare imbarcazioni senza basi legittime, giusto processo e proporzionalità.

I termini terrorista e terrorismo perdono significato nel contesto storico che stiamo vivendo e sono un’arma politica usata per criminalizzare tutti i palestinesi.

Yasemin Akar (Germania)

La Global Sumud Flotilla porta solo medicine, cibo, osservatori dei diritti umani, medici, giornalisti, avvocati, parlamentari. Eppure Israele già diffonde voci di minacce alla sicurezza, possibili armi e legami con il terrorismo. Sono bugie riciclate, per giustificare la violenza prima che avvenga.

Questo è il modo in cui si fabbrica il consenso: non solo nei titoli, ma nelle menti delle persone comuni, per accettare l’assedio di Gaza come normale, per giustificare l’uccisione dei civili come “danni collaterali”, per liquidare le richieste di libertà dei palestinesi come estremismo.

Questa missione continuerà, perché i governi non fermano i crimini di Israele. Navighiamo perché l’umanità lo richiede, perché i palestinesi sono nostri fratelli e sorelle, e vale la pena di lottare per loro.

Chiedo a tutti di esigere un passaggio sicuro per la flottiglia e ai governi di smettere di sostenere questo genocidio. Come cittadina tedesca chiedo alla Germania, secondo fornitore di armi di Israele, di interrompere ogni legame con questo genocidio.

Vorrei aggiungere un punto sul ruolo delle navi militari che in questi giorni ci accompagnano. Dobbiamo essere molto chiari: sono i palestinesi ad avere bisogno di protezione.

Questi governi hanno fallito nel proteggere la Palestina e il popolo palestinese. È per questo che queste iniziative prendono vita, è per questo che siamo qui diretti a Gaza. Sì, questa flottiglia ha bisogno di protezione, ma perché Israele rappresenta una minaccia.

Sessione di domande e risposte

  • Sulla continuazione della missione: la flottiglia comprende fino a 50 imbarcazioni, con aiuti umanitari e centinaia di osservatori, giuristi, parlamentari, artisti. Non ci fermeremo più fino a Gaza.
  • Sulle minacce israeliane: siamo consapevoli dei rischi, ma non ci fermeranno. Questi attacchi sono rivolti all’intera comunità internazionale. Noi continueremo perché l’umanità ce lo impone.
  • Sul ruolo della comunità internazionale: servono azioni concrete per interrompere le forniture e i rapporti che alimentano Israele, non solo dichiarazioni.
  • Sul porto alternativo offerto (Cipro): non serve al nostro scopo. La missione non è portare aiuti altrove, ma rompere l’assedio e aprire un corridoio umanitario diretto a Gaza.

Conclusione

La Global Sumud Flotilla ribadisce: continueremo fino a Gaza, nonostante minacce e attacchi. Questa missione è legittima, legale e necessaria. È un atto di solidarietà internazionale per fermare il genocidio, aprire un corridoio umanitario e difendere i diritti del popolo palestinese.

Cover: Global Sumud Flotilla, foto di infopal.it

Presto di mattina /
Immaginazione analogica

Presto di mattina. Immaginazione analogica

Immaginazione analogica

Quiete, maturità impende dal cielo.
Non più io, sono gli alberi felici
che parlano e le rose e le acque vive
nei salti, e le città
sublimi dove salgono i sentieri.
E quest’ora eternamente propizia
che rimane da vivere, nel sole
alta e sempre futura.
(Mario Luzi, Linfe, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 112).

L’immaginazione analogica è la nostra capacità di “fare salti”, stabilire relazioni, intuire, riconoscere, combinare ciò che accomuna immagini, realtà, esperienze, atteggiamenti, situazioni tra loro molto differenti che sembrano così distanti da apparire irraggiungibili, inconciliabili. Quest’ora di grazia è fondamentale nel processo della creatività umana, un invito alla danza.

Il pensiero dei bambini nei primi anni di vita è analogico, saltellante, danzante; balzando da una immagine all’altra vedono l’invisibile ed è forse anche per questo che il Regno dei cieli è dato a loro. Nel passaggio dall’oscurità alla luce, in modo aurorale dunque, essi intuiscono riflessi e trovano la totalità nella disseminazione dei frammenti, vedono corrispondenze tra le divergenze; in ciò che è disconnesso, a poco a poco, riconoscono il legame che li tiene insieme.

L’immaginazione analogica ha la capacità di farci nuovi, svegli; è l’imminente e sospesa linfa della creatività di cui parla il poeta. Eccentrica e policentrica, essa porta lontano da sé: «Non più io», ma l’altro, verso altre cose, regioni e mondi, va saltando di balza in balza incontrando di continuo sentieri aperti o vie di fuga. La sua ora è l’ora sempre propizia, solare, incombente, sempre vitale verso l’in-alto e l’in-avanti.

Essere nuovi come la luce a ogni alba
come il volo degli uccelli
e le gocce di rugiada:
come il volto dell’uomo
come gli occhi dei fanciulli
come l’acqua delle fonti:
vedere
la creazione emergere
dalla notte!
(D. M. Turoldo, Non vi sono fatti precedenti, O sensi miei…1948-1988, Rizzoli, Milano 1994, 352).

Così anch’io, sul presto di mattina, ho provato a fare salti per dilatare l’alba e la sua preghiera, e ritornare a credere nell’infinito coro di ogni cosa, iniziando dall’inno mattutino della liturgia:

Già l’ombra della notte si dilegua,
un’alba nuova sorge all’orizzonte:
con il cuore e la mente salutiamo
il Dio di gloria.

E da lì una spinta, un primo balzo in compagnia del poeta «che ci insegna la parola e ci rapisce» (Carlo Bo).

Rifulge il sole in te
Con l’alba che è risorta.
Può ripiegarmi a credere
Un mare tanto lieto?
(G. Ungaretti, Vita d’uomo, Mondadori, Milano 1996, 322).

Un altro balzo

M’illumino
d’immenso
[con un breve
moto
di sguardo]
(ivi, 65).

Qui la poesia è riportata come era inizialmente e poi connotata da un titolo e con coordinate di tempo e di luogo: Mattina, Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917. Ora nel testo attuale restano solo in due, faccia a faccia, cuore a cuore: l’illuminato e l’immensità, come un fondersi mistico nella luce del singolo e del tutto; diffusiva luce ed ogni cosa ne resta rischiarata.

Una metamorfosi, un vedersi l’immenso nel finito, il frammento nella totalità, il particolare nell’universale. L’infinito per Ungaretti è l’intero mondo che si rispecchia nella luce, una partecipazione vitale all’intero universo in un momento preciso di tempo e di luogo. Un’esperienza di intimità della persona con l’immensità della luce per ogni dove.

E poi un balzo ancora, dei gemiti l’ascolto

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.
Dolorosi risvegli.
Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.
Autunni moribonde dolcezze
(ivi, 103).

Un balzo alato oltre le mortali ansie

«Il giorno incominciò con il verso di un singolo uccello. Tutti i giorni lo stesso uccello, lo stesso verso. Era come se la piccola creatura annunciasse l’avvicinarsi dell’alba alla sua nidiata. Jacob aprì gli occhi… Nella stalla continuava a regnare l’oscurità, ma il rosso dell’alba splendeva attraverso uno spiraglio della porta.

Jacob si drizzò a sedere e pose termine alla sua ultima porzione di sonno. Ancor prima di lavarsi, aveva mormorato: “Ti ringrazio”, una preghiera che non nomina il nome di Dio e che pertanto può essere pronunciata prima delle abluzioni.

Una vacca si mise in piedi e voltò la testa cornuta, guardando dietro di sé quasi fosse curiosa di vedere in qual modo un uomo iniziava la sua giornata. I grandi occhi dell’animale, quasi tutti pupilla, rispecchiarono il color porpora dell’aurora.

“Buon giorno, Kwiatula”, disse Jacob. “Hai dormito bene, vero? … Spalancò la porta della stalla e vide le montagne susseguirsi nella lontananza. Alcune di quelle cime, dai versanti coperti di foreste, sembravano vicinissime, giganti con verdi barbe. La nebbia che si alzava dai boschi, simile a tenui riccioli, fece sì che Jacob pensasse a Sansone.

Il sole in ascesa nel cielo, lampada celeste, gettava su ogni cosa un acceso splendore. Qua e là un filo di fumo saliva verso l’alto da una vetta, come se le montagne stessero bruciando dentro. Un falco, con le ali tese, planava tranquillo con una strana lentezza, tale da trascendere tutte le ansie terrene; parve a Jacob che l’uccello avesse volato ininterrottamente sin dai tempi della creazione

Volse il viso ad oriente, guardando dritto dinanzi a sé, e recitò le parole sacre. Le balze splendevano nella luce del sole e, non lontano, un vaccaro modulò uno yodel indugiando con la voce su ogni nota risonante di desiderio, quasi che anch’egli fosse tenuto lì in cattività e anelasse a strapparsi alla schiavitù e ad essere nuovamente libero»
(I. B. Singer, Lo schiavo, Longanesi, Milano 1964, 13-14; 16).

Altri due, infine, spiragli di luce, anche se è notte

Al mattino tu ritorni sempre
Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
(Cesare Pavese, Poesie, Mondadori, Milano 1971, 198).

Per coprire le case e le pietre di verde
– sì che il cielo abbia un senso – bisogna affondare
dentro il buio radici ben nere. Al tornare dell’alba
scorrerebbe la luce fin dentro la terra
come un urto. Ogni sangue sarebbe più vivo:
anche i corpi son fatti di vene nerastre.
E i villani che passano avrebbero un senso
(ivi, 84-85)

Pronti sempre a dar conto della speranza che è in voi

Questo è il compito della teologia: dare ragione del sapere del vangelo per orientare l’esistenza e porla di fronte a una decisione andare verso la vita o la morte. Non è conoscenza fine a se stessa, un intellettualismo, ma ricerca di quel grumo di cielo rappreso nelle viscere umane. Essa interpella la libertà ad allearsi con l’intelligenza della fede, che non è in alternativa o in contrapposizione alla libertà, ma lascia intraversare il dischiudersi possibile dell’incontro tra Dio e l’uomo.

Così a chi vuol dire Dio oggi è chiesto di non estraniarsi da una cultura plurale, di osare l’ascolto di altri linguaggi possibili, altri spazi, per far sorgere e interagire in sé ciò che gli altri portano nel pensare, nel dire e nel vivere. Al multiculturalismo e alla multireligiosità non si può più estraniarsi, né rimandare l’incontro e il confronto con esperienze spirituali di altre tradizioni religiose, neppure con il sentire profondo di ogni persona strada facendo.

Ed è altrettanto vitale per la “teo-logia”, che le sue parole scaturiscano da un’esperienza mistica temuta dai teologi e, per questo, tenuta lontana da loro per tanto tempo. Ma non dovrebbero invece danzare insieme? È giunta l’ora che le sue parole attraversino la notte oscura di una bruciante comunione quella di un mistero di amore. I mistici sono “neve ardente” così Pio XI definì proclamandola santa la mistica carmelitana Teresa Margherita Redi (Arezzo, 15 luglio 1747 – Firenze, 7 marzo 1770).

“La dolcezza della canna da zucchero sta nella giuntura” (Proverbio della Tanzania)

È così che anch’io sento l’immaginazione analogica una presenza salutare, gioiosa, pratica di innesti; una congiunzione e giuntura appunto di accrescimento che apre orizzonti e vie nuove, che collega il passato ed il futuro, la memoria e la speranza come i giunti in una canna da zucchero.

Essa mi offre la possibilità di accedere al mistero cristiano di Dio con linguaggi e modelli che non siano solo della tradizione giudaico-cristiana o della teologia scolastica, ma pure dei mistici e dei poeti e di coloro che amano perdutamente e, nel perdersi, gustano nell’amaro anche la dolcezza degli incontri; sono analogie di immagini prese dalla letteratura, dalla poesia e dagli scritti di altre religioni, o dalle narrazioni e storie sapienziali o tragiche della gente che si incontra strada facendo nella vita quotidiana.

Cercare Dio nascosto nei frammenti

Cercare Dio nei frammenti è cercarlo nelle forme dell’esperienza, anche quelle marginali o in apparenza insignificanti, dei fragili, degli invisibili, dei rinchiusi, degli scartati o dei falliti. Come brandelli di racconti non appena accostati l’uno all’altro, ma tessuti insieme, canovacci come parabole del regno, perché anche in quelli c’è un vangelo nascosto che viene annunciato a noi proprio oggi.

L’unico vangelo, il bel e buon annuncio per tutti, va così considerato non al di fuori, ma disseminato in ogni frammento di umanità dentro e attraverso le diversità particolari e le forme frammentarie, deboli o forti, riuscite o fallite dell’esperienza umana, ascoltati e ospitati in noi. Anche questi frammenti sono abitati da speranza. In essi prende forma colui che ha detto “Avevo fame mi, hai dato da mangiare… straniero mi hai accolto, malato e in carcere e mi hai visitato”. Anche queste sono tutte immagini analogiche, conformi a colui che ricapitola in sé tutti e tutte le cose.

Frammenti sparsi di speranza

Fare teologia in virtù dell’esperienza attraverso il metodo della correlazione e dell’immaginazione analogica è stata proprio la riflessione del teologo statunitense David Tracy (1939-2025) discepolo di Bernard Lonergan (1904-1984) lo studioso gesuita ideatore di un metodo teologo e del suo linguaggio in dialogo con la modernità.

Su questo tracciato Tracy ha sentito così la necessità di sviluppare una teologia aperta, non ripetitiva e non definitiva anche se non priva di rischi. Ha coniugato la tradizione cristiana e la sua rivelazione con le altre tradizioni religiose e con le comuni esperienze della vita nelle sue forme plurali, e tutto questo proprio attraverso il metodo dell’immaginazione analogica.

Così per Tracy: «La teologia è il tentativo di stabilire delle correlazioni reciprocamente critiche tra una interpretazione della tradizione cristiana e una interpretazione della situazione contemporanea» (Concilium, 6/1994, 45).

«È chiarissimo, quello che ora possediamo sono frammenti della nostra eredità e nuovi frammenti di situazioni culturali nuove. E, grazie a questi frammenti particolarissimi, troviamo la speranza di una vera cattolicità come “unità nella diversità”

Allora può darsi che i nostri frammenti – premoderni, moderni e postmoderni – non si limitino a puntellare le nostre rovine, né semplicemente ci aiutino a rimuovere la totalità – tentazioni di pensiero, totalitarie e colonizzanti, provenienti da errate versioni di cattolicità.

Può darsi, invece, che ci ritroviamo con un tipo tutto diverso di speranza: più modesta, più disposta ad ammettere la nostra attuale situazione cattolica policentrica, più onesta nell’insistere che i frammenti sono il nostro possesso migliore e che tutte le forme cattoliche – tutti i frammenti premoderni, moderni e contemporanei – sono la nostra migliore speranza di creare una nuova “unità nella diversità”, degna tanto della grande tradizione pluralistica che del presente ecclesiale policentrico e culturalmente post-eurocentrico» (Frammenti e forme. Universalità e particolarità oggi, in Concilium 3/1997, 178).

Forma Christi

Tracy ricorda che l’auto-rivelazione di Dio in Gesù Cristo, come punto focale della fede e della teologia, dischiude ad un tempo il sé a se stesso, agli altri e al mondo e ne manifesta la loro interrelazione. Ognuna di queste realtà illumina e arricchisce le altre anche con rilievi critici e apre a nuovi significati là dove vi si coglie similitudini, sintonie anche flebili.

Sottolineando la corrispondenza tra la figura di Gesù Cristo e le forme della realtà, egli riconosce che il Risorto non è solo il centro del cosmo e della storia, ma ne è anche la forma, quella che precorre le altre forme e le caratterizza con la sua impronta perché secondo Paolo (Col 1,16-17) tutto è stato creato, donato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è “il mistico del mondo”, il mistero radicato e rivelato nel Dio indicibile e inconoscibile: l’altro del mondo; e tuttavia è colui che è nel e per il mondo forma plasmatrice di forme e suo futuro.

L’immaginazione analogica consente pure di riconoscere le differenze, così da mettere al centro della teologia l’alterità in senso etico-politico. Il volto dell’altro – direbbe Emmanuel Lévinas – mi interpella e, se riconosciuto, libera dal desiderio di totalità e di manipolazione, aprendo invece della totalità che è immagine chiusa in se stessa, quella dell’infinito, immagine che resta aperta ed apre ad ogni altro infinito possibile, quello di ogni persona e di ogni destino. Lì si fa trovare l’Altro. Così la domanda da porsi prima di ogni altra domanda non sarà: “Dio dove sei?” ma: “fratello, sorella dove sei?”

Vegliare come un pastore il gregge

Interpretando Gilbert Durand (L’immaginazione simbolica, 121) potrei dire che l’immaginazione analogica, è facoltà gioiosa, ma incalzante che provoca l’universo e noi, senza sosta, a vegliare sull’umano che rischia di perdersi in quel sonno che genera lupi.

E quale allora il lavoro del teologo? Il suo sguardo sul mondo? Lo stesso penso di ogni persona in cerca di giustizia. Lo stesso del poeta che scrive:

Il lavoro del poeta

Compito dello sguardo che s’offusca
non è sognare o piangere, è vegliare
come un pastore il gregge, e richiamare
ciò che rischia di perdersi nel sonno.
(Philippe Jaccottet, Il barbagianni. L’ignorante, Einaudi, Torino 1992, 105).

E con Jaccottet, per ora, l’ultimo balzo passeggiando sotto gli alberi:

«Da uno sguardo all’altro, tra un bagliore e il successivo vi erano delle distanze tese come dei fili invisibili, distanze che bisognava percorrere, cammini oscuri che bisognava prendere una buona volta affinché l’intera immagine riflessa nello specchio avesse un senso; e allora quel senso avrebbe forse potuto resistere anche all’alba, all’irruzione del giorno e alla frantumazione stessa dello specchio.

Da un’immagine all’altra scivola il pensiero felicemente, come in sogno. Le invisibili, distanze che bisognava percorrere, cammini oscuri che bisognava prendere una buona volta affinché l’intera immagine riflessa nello specchio avesse un senso; e allora quel senso avrebbe forse potuto resistere anche all’alba, all’irruzione del giorno e alla frantumazione stessa dello specchio.

Le immagini sono come delle porte che si aprono una dopo l’altra, permettono di scoprire nuovi alloggi e mettono in comunicazione focolari che sembravano incompatibili; un animo desideroso di onestà ne trarrebbe così tanta gioia se fossero assolutamente prive di un fondamento reale? Non si dovrebbe pensare piuttosto che, pur restando sempre inverificabili, ci portino verso la verità nascosta attorno a noi o dentro di noi? O anche che ricostruiscano ogni volta nell’animo del sognatore delle chiarezze sempre nuove e sempre da ricomporre?».
(Ph. Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, Milano 2021, 74-75).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Europa infelix: verso il secolo dell’umiliazione?

Europa infelix: verso il secolo dell’umiliazione?

Europa infelix: verso il secolo dell’umiliazione?

L’ordine mondiale del XXI secolo non sarà quello della pax americana del XX. La pax romana, che piace tanto agli americani era quella in cui Roma vinceva le guerre così da dominare gli altri popoli, da cui la pax. Ma ora la Cina tesse (dal 2009) la sua tela con la via della seta per porre fine al dominio americano, mettendo in minoranza l’Occidente; a partire dall’ONU dove oggi non siedono più i 51 Stati che diedero vita ad Israele nel 1947 (33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti), ma ben 193 Paesi, dei quali già 147 hanno riconosciuto la Palestina.

Mancavano solo gli Stati europei per isolare Stati Uniti e Israele: è puntualmente avvenuto il 12 settembre 2025 col voto all’ONU sul riconoscimento di “Due Popoli e Due Stati” che non coinvolga Hamas. Hanno infatti votato a favore 142 paesi (questa volta anche gli europei), 12 astenuti e 10 contrari, tra cui Israele, Stati Uniti, Argentina, Paraguay, Ungheria e altri piccoli come Micronesia, Palau, Nauru, Tonga, Papua Nuova Guinea. Come dire che Cina, Russia e Brics (questa volta anche con gli europei) hanno isolato Stati Uniti e Israele.

Un altro passo della strategia della Cina nel far vedere che la maggioranza del mondo la pensa altrimenti dal Washington consensus. Le democrazie “liberali” europee dovranno porsi il problema di cosa fare se procede la violenza di Israele e Stati Uniti e quando l’autocratica Cina proporrà di integrare in modo democratico gli attuali 5 oligarchi ONU vincitori della 2^ guerra mondiale (Cina, Russia, USA, Inghilterra, Francia), che hanno potere di veto. La partecipazione al governo ONU di altri Paesi immagino sarà in base alla popolazione (dove i BRICS sono maggioritari); oppure il ricco Occidente proporrà come principio il Pil pro-capite o qualche titolo nobiliare?

Un buon argomento per l’Europa per scegliere se continuare a stare nel quadrante sbagliato della storia (servendo gli Stati Uniti) o ri-fondarsi in autonomia, basandosi sul dialogo con tutti i Paesi e Popoli del mondo. Dovrà poi decidere se smettere con la logica di una finta (nana) superpotenza e puntare su un mondo multipolare, sfruttando le differenze nei BRICS (per fortuna enormi, di religione, cultura, interessi…), per cui è improbabile che si passi da un’egemonia unipolare USA a quella della Cina, come fu nel XX secolo.

Ma questo vorrebbe dire avere un’élite UE lungimirante e non minus habens. Vedi l’Alta rappresentante della politica estera UE, Kaja Kallas (dall’Estonia, 1,3 milioni di abitanti), dente avvelenato con la Russia (per vicende che riguardano i suo nonni), che dichiara dopo la parata della Cina (che ha 1,4 miliardi di abitanti) alla commemorazione dell’80° anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, la “falsa narrativa per cui Russia e Cina sarebbero vincitori della 2^ guerra mondiale… è una novità”.

Pure molti media mainstream occidentali si sono lamentati che nella conferenza SCO tenuta dalla Cina, Xi Jinping abbia omesso di dire che la vittoria dei cinesi sui giapponesi nella seconda guerra mondiale è avvenuta anche per merito degli Stati Uniti. Nel comunicato ufficiale della Parata militare si dice infatti: “Nel 1945, dopo 14 anni di resistenza, la Cina raggiunse la vittoria al prezzo tremendo di 35 milioni di morti militari e civili, 1/3 di tutte le vittime nella 2^ guerra mondiale”.

Federico Rampini dice che “riscrivere la storia è una costante dei regimi autoritari”, anche se ammette che la guerra Pechino l’aveva iniziata già nel 1931 contro il militarismo del Giappone che aveva invaso la Manciuria e che i cinesi erano entrati in guerra già allora contro i giapponesi.

È però vero che i cinesi nel 1945 non stavano vincendo la guerra, nè si sa se l’avrebbero vinta senza gli Stati Uniti che sganciarono le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, pur sapendo che la guerra era vinta, per mandare un messaggio all’URSS. Ma è indubbio che se Russia e Cina fanno parte del Consiglio di sicurezza ONU (con USA, UK e Francia) è perché contribuirono alla vittoria sul nazi-fascismo (e con la maggioranza dei morti).

La frase dalla rappresentante UE Kallas è quindi una falsificazione della storia e un insulto diplomatico senza precedenti a Cina, Russia (e a quel Resto del mondo che li segue) che evidenzia la china drammatica della UE che lavora, anziché per un dialogo con tutti, per uno scontro di civiltà (noi democrazie siamo il Bene, loro autocrazie il Male). Così si spiega l’idea demenziale di vincere la guerra contro la Russia (facendo combattere gli ucraini però), senza capire che possiamo solo perdere e che solo un negoziato potrà porre fine alla guerra.

Oppure si dica esplicitamente che vogliamo fare la guerra nucleare. Anche le parole del nostro Presidente della Repubblica sono discutibili: “la UE non ha mai fatto guerre”. Non essendo un soggetto statuale non può dichiarare alcuna guerra, ma i suoi Stati sono quelli che ne hanno fatte di più, non solo nell’800 e ‘900, ma anche negli ultimi 30 anni: (Yugoslavia 1999, Iran 2003, Libia 2011 , e con la Nato, in molti altri paesi). A proposito di come si riscrive la storia.

Nei manuali di storia italiani delle scuole superiori (in media 2mila facciate) non c’é una pagina che racconti come gli inglesi hanno assoggettato la Cina nella prima guerra dell’oppio (1842), costringendo la dinastia Qing a firmare un trattato che condannava la Cina a più di 100 anni di oppressione straniera e di controllo coloniale sulla politica commerciale.

La Cina fu obbligata ad importare tutto dagli inglesi. Il primo di quelli che gli storici hanno chiamato “trattati ineguali“, in cui le potenze di allora (europee) imposero condizioni unilaterali per cercare di ridurre il loro enorme deficit commerciale. Una storia del tutto simile a quella dei dazi USA oggi imposti al Resto del mondo (UE inclusa) o a quella di Israele che vuole annientare un altro popolo per possedere altro territorio con la fattiva collaborazione degli Usa (e quella degli europei, voltati per non vedere).

Antonia Zimmermann su Politico Europe, facendo riferimento a quel secolo in cui la Cina declinò per imposizioni dell’imperialismo inglese (nei manuali di storia i cinesi lo scrivono), si chiede se non sia iniziato anche per l’Europa “il secolo dell’umiliazione”, vista la sottomissione UE nei recenti accordi con Trump e la decisione UE di non imporre dazi e tasse ai big tech statunitensi.

Ormai tutti parlano di “sottomissione, netta sconfitta, capitolazione ideologica e morale” della UE, mentre von der Leyen ha dichiarato il “più grande accordo di sempre” tra USA e UE, favorito dal pragmatismo di Germania e Italia e che il Financial Times ha definito opportunismo. Un problema gigante per la UE al punto che c’è chi sospetta che si voglia andare in guerra contro la Russia per non perdere la faccia.

L’Europa sta perdendo con la sudditanza agli Stati Uniti, quel ruolo di “ponte” che aveva avuto in passato tra Est e Ovest e tra Nord e Sud, anche con le politiche di Green Deal dove è stata leader mondiale con le varie COP, convincendo anche la Cina. Con le omissioni su Gaza dimostra che il Diritto Internazionale vale solo quando le fa comodo, una perdita di valori che già era palese ma ora è acclarata di fronte a tutto il mondo e ai suoi cittadini.

In questo contesto la UE potrebbe scommettere nel diventare uno dei leader mondiali del Dialogo, della Prosperità, della Libertà e Giustizia per tutti i popoli, che è poi la missione spirituale della vera Europa, delle sue radici cristiane, che, come tali, suggeriscono di dialogare anche con la Russia (cristiana ortodossa), anche se ha infranto il diritto internazionale, come noi del resto (e molte più volte), anziché seguire gli americani nell’idiozia di farci nemici di tutto il resto del mondo, che ora è grande maggioranza.

Capendo che un conto sono i Governi un conto i popoli e che Putin prima o poi scomparirà. Solo questa visione di realtà può indurci alla pace, al dialogo e a quella diplomazia (altro che armi) gettata via colpendo prima di tutto i propri cittadini.

Chi ha avuto non poche responsabilità nella costruzione di questa UE (Draghi, Monti ed altri) ripropone la vecchia ricetta di Stati che rinunciano a pezzi di sovranità per una nuova UE in cui si decida a maggioranza e non all’unanimità, nella difesa comune e nelle tecnologie. Ma ciò significa fermare l’allargamento a Est, come invece vorrebbero gli americani.

Come disse Einstein, “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”. Innanzitutto se si fosse onesti si farebbe una retrospettiva per capire dove si è sbagliato e che l’allargamento del 2004 è stato uno di questi. Prima c’è la Politica e l’Unità, poi il Mercato e la Moneta.

Merz (quello che “Netanyhau sta facendo il lavoro sporco per noi”) avvisa i tedeschi che tra 10 anni il welfare attuale non sarà più sostenibile. Nel 1960 era il 10% del PIL, oggi viaggia attorno al 25%. Il futuro, per lui, è una UE più armata, più tecnologica e più disuguale e con meno welfare. Una UE da incubo.

Zimmermann si chiede se siamo ancora in tempo per evitare un secolo dell’umiliazione. La soluzione è un’altra UE non succube e periferica agli Stati Uniti, o proseguire a piccoli passi con gli investimenti comuni UE (suggeriti dai rapporti Draghi e Letta) che si traducono però nei fatti con riarmi nazionali funzionali al vassallaggio agli USA.

Il futuro degli europei è piuttosto prendere atto che il nostro vecchio imperatore USA è in declino e può solo succhiare il nostro sangue a suo favore. Il futuro mondiale è multipolare e gli europei possono avere un futuro di nuovo prospero se diventano “ponte” con tutti (Brics inclusi) e se ritorna la pace in Europa, negoziando con la Russia, creando quell’”Euroasia a due polmoni” di cui parlavano sia Papa Wojtyla, sia Papa Francesco costruendo un polo futuro alternativo a Cina e Usa.

Spiazziamoli” disse Abantantuono nel film Nirvana di Salvatores. Come? Con Stati federati, come fa la Svizzera da 700 anni, con una piccola difesa e tanti amici. Autonomi dagli Usa, in dialogo con tutti (anche non UE), abbassando i prezzi esorbitanti dell’energia comprata dagli Usa (trappola per le nostre imprese), utilizzando i risparmi per investire nelle nostre aziende, usando le risorse non per un riarmo ma per rafforzare il Welfare, quei diritti sostanziali (salario minimo, welfare, sanità, pensioni, aiuti ai deboli, tassando le eredità dei ricchi), nell’interesse di tutti e non solo dei ceti forti.

Stati che investono sulle nostre imprese e non su quelle degli altri. Se la politica statalista della Cina ha mostrato come si può usare il capitalismo a favore di una prosperità diffusa, a maggior ragione lo possono fare Stati europei che si dichiarano democratici, ma che invece hanno abbandonato da decenni il ruolo dello Stato per ubbidire agli americani, che vendono 500 Boeing made in Usa ai cinesi, nonostante la UE abbia l’Airbus che vola meglio (ma che non possiamo vendere ai cinesi).

Solo un progetto alternativo, fondato sulla realtà e non sugli spettri dell’élite UE, fatto di dialogo con tutti, di pace e più umano può far decollare i paesi europei. Viceversa, si avvicina il secolo dell’umiliazione.

Cover: Europa (figlia di Agenore) rapita da Zeus in forma di toro – Cratere a calice da Paestum

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Bone-02: dalla Cina la rivoluzionaria colla ossea che ripara le fratture in pochi minuti

Bone-02: dalla Cina la rivoluzionaria colla ossea che ripara le fratture in pochi minuti

articolo originale su pressenza del 21.09.2025

In un progresso scientifico senza precedenti nel campo dell’ortopedia, un team di ricercatori cinesi guidato dal dottor Lin Xianfeng nella provincia di Zhejiang ha sviluppato una innovativa colla ossea chiamata Bone-02, in grado di unire frammenti ossei rotti in soli tre minuti senza bisogno di placche metalliche o viti.
Questa colla biomimetica, ispirata alla capacità delle ostriche di aderire saldamente in ambienti umidi, è in grado di fissare le fratture anche in ambienti chirurgici con abbondante presenza di sangue, un compito che fino ad ora rappresentava una grande sfida per le colle mediche.

 

Bone-02 combina composti di calcio e proteine speciali che garantiscono un’unione forte, flessibile e sicura. In test clinici condotti con successo su oltre 150 pazienti, la colla ha mostrato una forza di adesione tale che potrebbe sostituire i tradizionali impianti metallici utilizzati nella fissazione di fratture complesse.

La sua applicazione richiede solo una minima incisione e la colla viene introdotta direttamente nella zona fratturata, sigillando i frammenti oscuri in pochi minuti.
Inoltre, Bone-02 è biodegradabile: viene assorbito naturalmente man mano che la struttura ossea si rigenera, eliminando la necessità di un secondo intervento chirurgico per rimuovere placche o viti, riducendo notevolmente i rischi di infezione e i tempi di recupero.

Le autorità sanitarie cinesi hanno sostenuto lo sviluppo e l’applicazione clinica di Bone-02, con l’intenzione di introdurlo prossimamente nella rete ospedaliera del Paese, consolidandolo come alternativa standard alla chirurgia ortopedica convenzionale. Parallelamente, si sta valutando la sua capacità di produzione industriale per esportare questa tecnologia a livello mondiale, anche se i dettagli della strategia commerciale e della proprietà intellettuale sono ancora in fase di definizione.
Attualmente, la Cina detiene brevetti nazionali e internazionali su Bone-02, bilanciando la protezione tecnologica con piani la cui divulgazione mira a portare benefici alla comunità medica a livello globale.

Questo progresso emergente non solo posiziona la Cina come leader nella biotecnologia medica, ma apre un nuovo capitolo nel trattamento delle fratture a livello mondiale, consentendo interventi minimamente invasivi, rapidi e meno dolorosi, con una prognosi migliore per pazienti di diverse età e condizioni.

In un contesto più ampio, negli ultimi anni la Cina si è affermata come protagonista chiave nell’innovazione biotecnologica applicata alla medicina. Grazie a ingenti investimenti pubblici e privati, al rinnovamento normativo e alla promozione della ricerca scientifica, il Paese ha aumentato in modo esponenziale la produzione di farmaci innovativi, sperimentazioni cliniche e nuove tecnologie, superando in volume e ritmo molte potenze tradizionali.
La biotecnologia cinese si caratterizza per la combinazione di efficienza, riduzione dei costi e rapido sviluppo, con impatti su terapie avanzate come la terapia genica, gli anticorpi monoclonali e l’intersezione con l’intelligenza artificiale per accelerare le scoperte farmacologiche.

Bone-02 è un esempio emblematico di questa avanguardia: un prodotto che, ispirato alla natura e sviluppato con alta tecnologia, potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui il mondo ripara le fratture ossee, a beneficio di milioni di pazienti e del sistema sanitario globale.

Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico.
Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

In copertina: Frattura al polso  (Foto di Alfredo Gastaldelli, Wikimedia Commons)

Focus Istat : Italiani e politica sempre più distanti

Focus Istat : Italiani e politica sempre più distanti

Nell’ultimo decennio, italiani sempre più lontani dalla politica 

Negli ultimi decenni, l’attenzione per la partecipazione politica nelle democrazie consolidate è aumentata a livello internazionale, sia in ambito politico che accademico. Gran parte di questo interesse nasce dalla preoccupazione per la diminuita affluenza elettorale e per la crescente sfiducia nelle istituzioni della democrazia rappresentativa e nei partiti politici.

L’ISTAT in un recente focus [Qui il testo integrale] passa in rassegna alcuni dei principali indicatori ed evidenzia il livello delle diverse forme di partecipazione politica nel nostro Paese nel 2024, individuando i fattori che favoriscono il coinvolgimento nelle varie forme partecipative e i segmenti di popolazione in cui indifferenza e distacco dalla politica sono particolarmente diffusi.

Tra il 2003 e il 2024, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione invisibile (informarsi e discutere di politica). Questo trend riguarda uomini e donne, ma con intensità diverse, contribuendo a ridurre le ampie differenze di genere. Nel 2003, ad informarsi con regolarità di politica era il 66,7% degli uomini a fronte del 48,2% delle donne. Nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne. La differenza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali.

Nonostante la progressiva convergenza nelle forme di partecipazione politica invisibile di uomini e donne, permangono evidenti differenze di genere che vedono gli uomini partecipare più numerosi alla vita politica del Paese. Nel 2024, poco più di due donne su cinque (42,5%), infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 54,1% degli uomini. In particolare, è sull’informazione quotidiana che il gap di genere è più evidente (27,6% degli uomini e 19,0% delle donne).
Ma i livelli più bassi di partecipazione politica invisibile riguardano i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi: si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2% e il 35,4%.

La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi: non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%), e quasi quadrupla per quanti hanno al più la licenza media (41,2%). Un trend analogo si osserva in merito al parlare di politica.

La partecipazione politica è poi molto differenziata sul territorio: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa del Mezzogiorno. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord. In particolare Calabria, Sicilia e Campania presentano i livelli più bassi di partecipazione collocandosi ai primi posti per numero di uomini e donne che non si informano e non parlano mai di politica.

É la televisione il canale informativo più utilizzato, anche se rispetto al 2003 l’uso della Tv come fonte di informazione politica è diminuito di quasi 10 punti percentuali (dal 94 all’84,7%). Si è invece dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4%, la quota di cittadini che si informano tramite i quotidiani: la maggiore intensità del calo tra gli uomini ha più che dimezzato il divario di genere nell’utilizzo di questo canale informativo: nel 2003 a farvi ricorso era il 56,4% degli uomini e il 43,3% delle donne, percentuali calate rispettivamente al 28,5% e al 22,1% nel 2024.

Ad informarsi infine tramite Internet sono soprattutto gli adulti fino a 44 anni, tra i quali le percentuali superano il 60%. Considerando nell’insieme i canali tradizionali e quelli accessibili tramite Internet, la radio e la tv restano i mezzi principali, utilizzati dall’89,5% della popolazione. Al secondo posto si collocano i quotidiani (cartacei oppure online): 41,7%, utilizzati dal 45,2% dei maschi e dal 38,0% delle donne. A seguire, senza particolari differenze di genere, le fonti informali (amici, parenti, conoscenti, ecc.), indicate da più di un terzo dei rispondenti, i social network, utilizzati da un cittadino su cinque, e le riviste (12,4%).

Degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0%) sono motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8%) dalla sfiducia nella politica. Le differenze di genere sono minime: le donne indicano un po’ più degli uomini il disinteresse (64,3 contro 61,1%) e la constatazione che si tratti di un argomento troppo complicato (9,7% contro 7,5%); gli uomini più delle donne riferiscono di non aver tempo (8,1% a fronte del 6,5%).

In 4 milioni 679mila famiglie, sottolinea l’ISTAT, nessun componente ha parlato o si è informato di politica (17,6% delle famiglie residenti in Italia)”. In particolare, sono circa 7 milioni e mezzo le persone di 14 anni e più che vivono in famiglie pluricomponenti in cui nessuno parla di politica, poco più di 6 milioni vivono in famiglie in cui nessuno se ne informa. In circa un terzo delle famiglie calabresi e siciliane nessun componente di 14 anni e più si informa di politica a fronte di un valore medio del 20,9% e di valori che si aggirano intorno al 14% in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. Il calo ha riguardato sia gli uomini che le donne, ma con intensità leggermente maggiore per i primi: nella partecipazione a cortei si è passati per gli uomini dall’8,2% al 3,1% e per le donne dal 5,6 al 3,4%. Ne è derivata anche in questo caso una riduzione del gap di genere e una convergenza nei comportamenti di uomini e donne.

Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso invece opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media (es. X/Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, ecc.): erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet, senza significative differenze di genere.

Ancora poco diffusa è, infine, la partecipazione a consultazioni o votazioni online su temi sociali (civici) o politici (es. pianificazione urbana, firmare una petizione), che riguarda l’11,2% degli utenti di Internet, senza rilevanti differenze di genere.

In copertina: immagine da democraziacivile.it

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Parole a capo
Josyel: “Preghiera” e altre poesie

Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera equivalga a servire il capitalismo. Io non sono un poeta, ma se fosse bella saprei godere di un’opera simile senza riserve. Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e di giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio.”
(Albert Camus)

 

PREGHIERA

Ho avuto cura del mio corpo, Signore
come un tempio dimora divina.
Ho scelto con attenzione le scarpe
con le quali lasciare impronte
sui sentieri del mondo.
E ancora, mio Signore
ho sparso petali di gentilezza
ai quattro angoli del pianeta
e chiamato per nome
ogni singolo animale,
fratello di questa avventura.
Ho cantato con la tua voce
la Bellezza del Creato
e contato le stelle del cielo
tutte, più una.
Avrò diritto, o mio Signore
alla ricompensa ultraterrena
con questo mio lieve vivere?
Può bastare la soavità
della gentilezza
a innalzare una mongolfiera?

(inedita)

 

*

IL GIARDINO DELLA MEMORIA
Dedicata alla mia mamma, perché ogni fiore mi porta il ricordo di lei

Si fa sera
nel giardino della mia memoria
Una quiete monumentale
pervade ogni suo anfratto

I ricordi sono vividi
nella loro immobilità
e ogni fiore porta
nel suo nome
la storia di una vita

La luce si fa fioca
sul tempo che ci separa
mentre… mi muovo leggera
senza passo

Fantasma del presente
nel castello del passato

(inedita) 

 

*

IL PESO LIEVE DELLE PICCOLE COSE

Di piccole cose è fatto il mio mondo
di gemme inesplose, di chicchi di neve
ancora da sciogliere
di ghiaia minuta che scrocchia al mio passo.
Di piccole cose si nutre il mio fiato
di coriandoli allegri e briciole per pettirossi
di bava di lumaca nel suo lento avanzare
di gocce di brina sulla soglia del giorno.
Di piccole cose costruisco il futuro
una foglia sul muretto
un angolo del giardino
una lettera nel cassetto.

 
(inedita)
*
CASCATA DI GRILLI
Il suono di una cascata di grilli
come un cielo stellato mi avvolge
in questa calda sera d’estate.
I pensieri scricchiolano al ritmico
orologio del tarlo, nel legno
nelle mie ossa,
nel riverbero di questa notte.
L’oscuro velo del bosco cela
grida metalliche, stridore di unghie
tra preda e predatore
a graffiare la pace di un finto idillio.
Lascio andare i nastri del giudizio
e mi faccio Natura.
Sono volpe e gufo, pigna e fungo
il cinghiale affamato che scava nell’ombra.
Sono i fasci di luna
tra i cespugli delle nubi,
il suono assordante
di una cascata di grilli.
(inedita)
*

La voce boriosa del vento

Sbuffa forte stanotte
il vento,
dà fiato alle trombe
il vecchio brontolone.
La bandiera tesa
in una mano,
il gonfalone
nell’altra.

Urla sbraita
sputa
sparpaglia le carte
sul tavolo d’osteria,
parlando con veemenza.
Mentre fischia
molesto
a sollevar sottane di donna
per strada.

(da “NOTTI DI VERSI INSONNI, diario di veglia”,  Indipendently published, Seconda edizione Maggio 2025)

 

Foto di Michaela  da Pixabay

Josyel nasce all’anagrafe nel 1967 come Giuseppina Locatelli. Laureata in lingue e letterature orientali (Hindi), segue per tutta la vita percorsi artistici. Musica, design e scrittura sono le sue vocazioni. Nel 2020 scopre la poesia ispirata e non l’abbandona più. Attualmente appartiene a due collettivi di scrittori, organizza eventi musicali e letterari, è giurata in vari concorsi.
Friulana di origine e Trentina di adozione, vive la montagna in tutte le sue sfumature e dalla Natura trae ispirazione.
Ha all’attivo la silloge poetica “NOTTI DI VERSI INSONNI, diario di veglia”, giunta alla sua seconda edizione; le sue poesie sono pubblicate anche su svariate antologie mentre alcune inedite sono state premiate in vari concorsi internazionali. In lavorazione la seconda raccolta.
Di recente i suoi versi sono stati fonte di ispirazione per una serie di quadri, esposti a Trento nella mostra collettiva “Versi in-forma” a cura della Galleria Kunst Grenzen.
E’ di prossima pubblicazione un originale audiolibro con alcune poesie selezionate, all’interno di una suite musicale registrata con i battiti binaurali e con strumenti accordati a 432Hz, in collaborazione con lo studioso dei suoni Marino Målima Peiretti.
Link:
Sito: https://collettivolapennadoca.altervista.org/chi-siamo/josyel/
Pagina autore https://www.facebook.com/profile.php?id=100064965961232
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“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.

Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 304° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Nicola Chiaromonte: la questione della Storia (e delle storie)

Nicola Chiaromonte: la questione della Storia (e delle storie)

Nicola Chiaromonte – immagine tratta da “Storia e futuro”

Uno dei temi fondamentali di “ricerca letteraria” di Nicola Chiaromonte è il rapporto tra l’ “uomo” e l’evento, tra ciò che egli crede e ciò che gli accade, in poche parole, la questione della Storia.

Non a caso l’opera più importante  di Chiaromonte tradotta in italiano con il titolo Credere e non credere (Milano, Bompiani, 1971) fu pubblicata prima in inglese con il titolo esplicito The Paradox of History. Stendhal, Tolstoy, Pasternak and others (London, Weidenfeld & Nicolson, 1970).

Il testo è totalmente percorso da una vis polemica contro il bersaglio che ha occupato (o ossessionato) Chiaromonte per tutta la vita: lo storicismo volgare.

Ricordiamo che lo storicismo è un’idea filosofica che afferma che ogni aspetto della realtà umana (dalla conoscenza alla politica) è radicato nel suo contesto storico e quindi può essere compreso studiando le dinamiche e gli eventi che lo avrebbero plasmato: chiara esemplificazione del pensiero meccanicistico incardinato sul principio di “causa-effetto”.

D’altra parte l’espressione “storicismo volgare” usata da Chiaromonte ha come bersaglio Marx, Engels e i loro epigoni  che hanno usato lo storicismo in modo superficiale come un puro e semplice strumento di mediazione culturale per la politica ma senza comprenderne a fondo la sua natura filosofica. Ma al di là del merito della questione, quello che più ci interessa evidenziare è l’originalità del metodo utilizzato da Chiaromonte per una critica allo storicismo tradizionale.

Chiaromonte è convinto che soltanto attraverso la finzione e l’immaginario sia possibile apprendere qualcosa sull’esperienza autentica dell’individuo, pertanto la sua analisi, non avvalendosi di un tradizionale metodo storiografico, non si misura con volumi di storia, né con opere di filosofi, ma solo ed esclusivamente con romanzi.

Solo basandosi su quella specie particolare di verità storica che è la finzione del grande romanzo otto-novecentesco, si può indagare davvero il rapporto uomo-storia, in modo opposto a quanto viene fatto sulla base di versioni ufficiali, documenti (più o meno propagandistici), idee preconcette, scuole di pensiero e… cervelli ideologici.

Il principio di affidarsi ai romanzi viene espresso  in vari passi del Meridiano a lui dedicato del quale si è già detto nel precedente articolo. Per esempio in uno dei suoi saggi più importanti, quello del 1968 sul teatro politico, Chiaromonte scrive:

“… non è possibile rendere il significato vero di un fatto se non si arriva a immaginarlo. I Persiani di Eschilo, le commedie di Aristofane, i drammi storici di Shakespeare, le commedie di Shaw…” ne rappresentano le prove.

Addirittura nei suoi taccuini (1955-1971) editi nel 1995 col titolo Che cosa rimane (il Mulino Edizioni), Chiaromonte è ancora più esplicito quando scrive: “senza l’immagine, la favola, insomma il sogno, la realtà non è nulla” , frase che evidenzia un chiaro riferimento  alla civiltà greca, che ha letteralmente inventato la Bellezza, proprio perché, come sottolinea Chiaromonte, ha “rivelato il vero nell’irreale”.

Per motivi di spazio non potremo qui ripercorrere  l’analisi che Chiaromonte rivolge ai cinque romanzi di Stendhal, Tolstoj, Martin du Gard, Malraux, Pasternak inclusi in Credere e non credere, ma ci limiteremo a riportare la seguente citazione in grado di restituire il senso del metodo di Chiaromonte.

A proposito del protagonista della Certosa di Parma, Chiaromonte scrive:

“Nel descrivere Fabrizio che vaga per i campi alla ricerca della battaglia di Waterloo senza riuscire a trovarla, Stendhal diede forma a una delle grandi intuizioni dei tempi moderni. Era un lampo di pura meraviglia dinanzi al paradosso della storia vissuta. Quell’immagine racchiude un mito il cui senso pregnante nessuna filosofia della storia, nessun Hegel e nessun Marx riusciranno a obliterare…[…] … ci dice che la storia è un miraggio, che agli occhi di un individuo coinvolto in un evento collettivo l’evento stesso, invece di prender forma, si dissolve e sparisce. Al suo posto appare qualcosa d’altro: l’ironia del particolare che revoca in dubbio ogni significato globale e grandioso, il Potere incommensurabile che sovrasta il mondo delle azioni umane. Allora, la più umile e consueta delle realtà quotidiane sembrerà infinitamente più importante della gloria di Napoleone”.

Detto in altre parole secondo Chiaromonte, a dispetto della grande Storia, i protagonisti delle storie, gli eroi di questi romanzi, quando agiscono, lo fanno semplicemente perché sono affascinati non dalla razionalità, ma dall’assurdità della sedicente storia con la S maiuscola. Tutto è aleatorio e imprevedibile: il prorompere degli eventi, l’urto delle forze. L’azione stessa diviene una sorta di allucinazione febbrile.

Non c’è razionalità nella “Storia”, dice Chiaromonte, e ciò che essa in realtà esprime è quello che è del tutto imperscrutabile, invisibile, innominabile o, addirittura, indicibile.

Chi ignora o vuole ignorare questa inafferrabilità dell’evento non può che cadere in inevitabili paradossi, dice Chiaromonte, come ad esempio quello incarnato dalla religione progressista che pone al centro della sua fede un essere supremo “umanizzato”, appositamente costruito con la sostanza stessa degli sforzi umani e deputato ad essere il giudice supremo.

Questo dio dell’ateismo integrale, non può che richiedere una fede assoluta, cieca, una “miscredenza fanatica”, altrettanto dogmatica e implacabile quanto la fede delle religioni tradizionali, e forse anche più.

Un altro paradosso legato alla inafferrabilità dell’evento è quello tipico della cosiddetta società di massa che cominciò a prendere corpo già nei primi anni Sessanta: una forma mostruosa di egomania che genera, allora come ora, una sorta di società apparentemente liquida come oggi la definirebbe Bauman, ma che in effetti è bloccata e costretta a una serie di percorsi obbligati.

L’ immagine plastica di questa società di egomani seriali ai tempi di Chiaromonte era  il volto dell’individuo motorizzato lanciato a tutta velocità dinnanzi a sé; oggi, l’icona rappresentativa potrebbe essere quella dell’ homo “i-phone”, statico davanti al mondo che gli (s)fugge velocemente davanti.

Solo l’arte e la finzione potrebbero esorcizzare questi paradossi. Ed è questa la rivoluzione di Chiaromonte: intuire che la cosiddetta storia con la S grande può essere scritta solo attraverso il romanzo e che dunque la “verità” può essere affidata solo allo sguardo di uno spettatore critico, come Fabrizio di fronte alla grande rappresentazione della Storia napoleonica.

Ci potrà mai essere un “fabrizio” tra le fila degli eserciti attualmente in guerra? Tra i politici seduti nei nostri parlamenti impegnati in sterili combattimenti verbali? C’è in questa realtà contemporanea qualcuno che non si affidi alla fede assoluta di un dio o al mito della grande storia o al racconto semplificato di un neo imperialismo coloniale ?

Sembrerebbe proprio di no e, alla vista, non sembra palesarsi alcun grande romanzo moderno che animi un “nostro fabrizio”, un “protagonista”  cioè che possa indicarci la verità storica di questo innominabile attuale.

La finzione dunque per Chiaromonte non è affatto un’illusione ma “la sola forma d’arte capace di rappresentare l’esistenza umana nella sua verità corporea…” di evento che accade “…e, nella sua realtà ideale, di risposta allo stato del mondo…” (La situazione drammatica, 1960).

Il teatro, i romanzi, “i fabrizi”, sono, per Chiaromonte, modelli per comprendere la vita politica e non solo, perché in fin dei conti la finzione si rivela un vero e proprio paradigma esistenziale in quanto, come ben sapevano i Greci: “vivere è una commedia, o una tragedia, che si recita per gli altri, mai per se stessi” (I confini dell’anima, 1968).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Vite di carta /
Nino, un internato militare italiano

Vite di carta. Nino, un internato militare italiano

Con la recente legge del 13 gennaio 2025 è stata istituita, per la giornata del 20 Settembre di ogni anno, la Giornata dell’internato militare italiano. La data ha un alto valore simbolico, in quanto il 20 settembre 1943 il regime nazista modificò lo stato giuridico dei soldati italiani catturati, che non furono più classificati come prigionieri ma come internati militari, privi di ogni forma di tutela e utilizzati come forza lavoro al servizio dei tedeschi.

Tra loro c’è Nino, il protagonista di La strada giovane, il primo toccante romanzo scritto da Antonio Albanese che è uscito in aprile presso Feltrinelli. La sua è una vita di carta per modo di dire, perché Nino abita le pagine del romanzo con una immediatezza totale, tanto da uscirne come dotato di carne e di ossa.

Avrebbe oltre cento anni, se fosse ancora vivo, ma la legge approvata mesi fa passa sopra la sua testa, tardiva anche se giusta. Ne sarebbe contento, sarebbe contento di vedere riconosciute le sofferenze che ha patito in Austria, nel campo di prigionia dove lo hanno portato i tedeschi dopo l’armistizio del ’43. La fatica, la fame e le botte, la solitudine percepita a ogni passo come lontananza dalla sua famiglia.

Lo sostiene l’amicizia con Lorenzo, che è di Piombino e ha un carattere sanguigno e dolce al tempo stesso. Lo sostengono i sogni, che non sono altro che i ricordi della sua vita a Petralia Soprana, il suo piccolo paese appoggiato nel punto più alto delle Madonie in Sicilia.

Gli arrivano soprattutto i profumi, quello del pane che cuoceva insieme a suo padre, fornaio. L’aroma dei dolci e il profumo di Maria Assunta, che ha sposato pochi giorni prima di partire per la guerra.

Più che sogni sono realtà rivissute, stacchi momentanei dalla sofferenza dei giorni e delle notti vissuti nel campo in Austria, alla mercé della violenza irrazionale perpetrata sui prigionieri.

La “violenza inutile” di cui parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati, il suo ultimo libro sui lager nazisti, la violenza sui treni che portano i prigionieri vero il loro destino di morte nei campi, l’offesa al pudore una volta arrivati a destinazione, che comincia dalla nudità totale dei corpi e si perpetua nella fame e nella fatica fisica.

A Nino capitano frequenti punizioni, soprattutto notturne, e allora si è svegliati nel sonno e si devono fare quaranta giri del campo di corsa, prima di tornare in branda per un breve riposo prima dell’alba.

Le punizioni per chi tenta di scappare sono feroci, così Nino pensa che tra pochi giorni è Natale “guardando un uomo bruciare” nel piazzale del campo.

Nino, però, scappa. Trascinato da Lorenzo e con il capo cuoco riesce a evadere dal campo sul furgone delle provviste nella notte del Capodanno 1944.

Di lì in poi, solo la paura di essere preso e riportato indietro a morire, a soli ventidue anni. Ha mille chilometri e anche più da fare a piedi, da un punto imprecisato dell’Austria alla Sicilia. Non ha cognizione esatta della geografia che devono misurare i suoi piedi, così come non ha consapevolezza della Storia che lo ha attraversato, dell’armistizio dell’8 settembre del ’43  di cui ha capito poco, e poi dei tedeschi diventati nemici degli italiani.

I chilometri quasi tutti li percorre da solo, dopo che i due compagni di fuga vengono uccisi, prima il cuoco e poi Lorenzo, mentre chiede aiuto agli abitanti di un casale. Italiani.

“La gente è terrorizzata e feroce” si legge nella quarta di copertina del libro, e Lorenzo lo impara a sue spese mentre avanza verso la sua meta nelle condizioni più impervie. Patisce il freddo e la fame, senza essere mai abbandonato dalla paura che lo ammazza ma lo rende cauto e gli salva la vita.

Trova ferocia e disumanità, con poche eccezioni: verso la fine del viaggio quando arriva a vedere il mare dello Stretto viene aiutato da una coppia di messinesi e si intrufola sul traghetto che lo porta di là, dentro la sua Sicilia.

“Una curva dopo l’altra, su per il ripido pendio, fino a sfiorare il paese, là in alto, arroccato e luminoso nel sole di agosto” avanzano i passi finali di Nino. Casa significa ritrovare la fatica buona della salita, significa sommuovere l’intero paese dove la voce si sparge subito: “Nino Cerami è tornato!”

Ritrovare le stanze dove la madre ignara nel rivederlo sviene, dove accorre scarmigliata Maria Assunta e dalla bottega di fornaio sale il padre. Ritrovare la voce e le parole che nel viaggio Nino ha smarrite per la spossatezza e il terrore di essere ammazzato.

La vita che ora Nino ha davanti a sé è come una giovane strada, “rifatta di fresco”. Ne ha trovato solo un breve tratto durante il viaggio, una strada senza i buchi lasciati dalle bombe che è stata forse un presagio di salvezza. “Era una strada strana”, ora è la sua.

Nota bibliografica:

  • Antonio Albanese, La strada giovane, Feltrinelli, 2025
  • Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986

Cover: Antonio Albanese (Amazon.it)

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Una marea di gente per la Palestina, ma media e politici vedono solo gli scontri

Una marea di gente per la Palestina, ma media e politici vedono solo gli scontri

Dario Lucisano *
articolo originale su L’Indipendente, 23 Settembre 2025

Ieri, 22 settembre, nelle piazze di tutta Italia, si è tenuto lo sciopero generale per la Palestina. Le manifestazioni avevano un obiettivo ben preciso: «bloccare tutto», per mostrare sostegno alla popolazione palestinese. Così è stato: i dimostranti hanno invaso piazze, autostrade, ferrovie, interrotto i servizi e scioperato da lavoro, dando luce a una delle manifestazioni generali più ingenti degli ultimi anni. La manifestazione di cui si è parlato maggiormente è quella di Milano, dove i tentativi di accedere ai binari sono sfociati in scontri con le forze dell’ordine: «Immagini indegne», sostiene la premier Meloni, «delinquenti», chiosa Salvini. Da destra a sinistra, tutto lo spettro della politica ha condannato i moti di «violenza» meneghini, con il sostegno della gran parte del panorama mediatico nazionale. In pochi, tuttavia, si sono concentrati sulle rivendicazioni delle manifestazioni che hanno travolto il Paese, che intendevano denunciare il genocidio palestinese e la complicità del governo italiano.

Lo sciopero generale per la Palestina è iniziato allo scattare della mezzanotte di ieri e ha interessato tutti i settori. In generale, le manifestazioni di ieri sono state talmente diffuse e partecipate che è difficile farne un bilancio completo. I primi presidi sono sorti sin dall’alba. La prima città a mobilitarsi è stata Livorno, dove i portuali si sono radunati alle 6 del mattino presso il Varco Valessini del porto cittadino. Alla provincia toscana ne sono seguite decine di altre, fino a raggiungere 80 presidi in tutto lo Stivale. Oltre a quello di Livorno, i manifestanti hanno bloccato i porti di Ancona, Genova, Marina di Carrara, Salerno e Marghera (Venezia). Le manifestazioni hanno interessato in generale tutto il settore della logistica, con diversi presidi in Toscana, e quello dei trasporti, con scioperi a Milano e occupazioni della metro a Brescia.

Oltre a porti e stazioni urbane, i dimostranti hanno interrotto il traffico stradale: a Firenze, i manifestanti hanno invaso l’autostrada A1, chiudendo il casello di Calenzano; a Genova è stata interrotta la A7, a Pisa è stata occupata la superstrada, e a Roma e a Bologna sono state invase le tangenziali. In diverse città i cortei sono entrati nelle stazioni: a Torino è stato interrotto il traffico sui binari, mentre a Napoli sono stati forzati i cancelli della stazione. Gli studenti liceali e universitari si sono sollevati in tutto il Paese da Bari a Bologna, da Lecce a Milano, per passare da Roma, Torino, Venezia e numerosi altri atenei. Non è chiaro quante persone in totale abbiano partecipato alle varie manifestazioni del Paese, ma il numero sembra aggirarsi sull’ordine delle centinaia di migliaia. In diverse città si parla di presidi e marce partecipati da decine di migliaia di manifestanti: a Roma gli organizzatori hanno stimato la presenza di 100mila persone; a Bologna di 50mila; a Torino di 30mila; altre decine di migliaia sono scese in piazza a Genova, Milano, e Napoli mentre migliaia sono arrivate in Calabria, nelle Marche, in Puglia, nelle isole.

Nonostante la folla oceanica scesa in piazza in tutta Italia, i media e i politici hanno parlato prevalentemente di una manifestazione: quella di Milano. Qui, dopo avere percorso le strade della città da Piazzale Cadorna alla Stazione Centrale, un gruppo di manifestanti ha provato a irrompere all’interno della ferrovia utilizzando ombrelli, transenne, e strumenti di fortuna per sfondare le porte d’ingresso. In seguito alle tensioni sono stati arrestati 11 manifestanti (che si aggiungono agli 8 di Bologna) e feriti 60 agenti. “Quelli che rubano le manifestazioni”, titola Michele Serra su La Repubblica, in un articolo che esordisce con un immancabile riferimento a Putin; «centri sociali e giovani arabi devastano la città», scrive Il Giornale; «vergogna propal», Libero. Il Corriere, invece, dopo aver attribuito la responsabilità degli scontri ai «maranza», preferisce raccontare la storia dell’ottantottenne Luigi e della moglie Anna, bloccati in stazione mentre di sotto «i disordini della manifestazione per Gaza avevano invaso l’atrio».

La maggior parte dei media ha preferito dare risalto agli scontri a Milano come fatto isolatooscurando le ragioni delle manifestazioni: mostrare sostegno al popolo palestinese, denunciare il genocidio in corso a Gaza, e supportare la missione della Global Sumud Flotilla. Questi temi dichiarati sono stati seguiti nel corso di tutta la giornata, in tutte le manifestazioni che hanno investito il Paese, ma, come già successo in occasione della manifestazione nazionale per la Palestina dello scorso aprile, stanno venendo ignorati da politica e media. Ad aprile a dominare la narrazione mediatica erano state le scritte sui muri contro Giorgia Meloni; oggi, invece, lo sono gli scontri in stazione. Lo sciopero generale di ieri è stato una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni, ma nessuno sembra averlo notato. Mentre il genocidio in Palestina viene messo sullo sfondo dai media, lo sciopero segna così una netta spaccatura tra le posizioni della società civile e quelle della politica, che continua a sostenere lo Stato di Israele ignorando le sempre più ingenti mobilitazioni dal basso.

* Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024
Cover: 22 settembre, Sciopero Generale per Gaza, un momento della grande manifestazione di Milano – immagine  da RSI

Parole e figure / Lotte pelomatto, giovane marmotta

Una storia epica nella natura, ricca di suspense e humour, su una giovane marmotta ribelle e la sua rivoluzionaria amicizia con una vipera.

“A volte qualcuno viene mangiato. E’ così e basta.”

Uscito in libreria il 17 settembre con Iperborea, Lotte pelomatto, della finlandese Lena Frölander-Ulf ci porta nel mondo delle marmotte resistenti.

Ribelle, curiosa, ostinata, un po’ egoista ma sempre leale, Lotte appartiene a una colonia di marmotte che vive in una pietraia accanto alla foresta, in un brulicante matriarcato, tenuta in pugno dalle tiranniche vipere, comandate dal generale Codanera.

Lotte ha un amico inseparabile, Pigno, che è un po’ il suo opposto, prudente e riflessivo, abituato a tirarla fuori dai guai.

Ma un giorno si ritrova davanti Zigzag, il figlio di Codanera, che è scappato rifiutando le leggi crudeli del suo clan e ora ha bisogno di aiuto.

Unendosi a Lotte in una rivoluzionaria amicizia, il serpentello le svela un segreto che le vipere si tramandano: c’è stato un tempo in cui le marmotte erano libere e senza paura e tra gli abitanti della pietraia regnava la pace.

Allora non è scontato che siano le vipere a comandare? Le marmotte possono liberarsi? Ma come? Ci sarà una via nuova?

A volte qualcuno viene mangiato ed è una cosa che succede e basta. Ma deve essere sempre così? Chi dice che è sempre stato così e che non si possa cambiare?

In fondo non è male essere testarsi e ribelli e pensare di poter cambiare, anche in piccolo. Questa piccola marmotta forse ci conduce a capire l’importanza della lotta per il riconoscimento delle identità e diversità di tutti.

Lasciatevi travolgere dall’energia di Lotte pelomatto e dei suoi due amici Pigno e Zigzag in un’emozionante saga epica nella natura che parla di inclusione e solidarietà, di giustizia e potere, alla scoperta del mondo misterioso della pietraia, che forse può aiutarci a capire un po’ anche il nostro. Speriamo.

“Perché devono decidere tutto sempre i serpenti?” sibila Lotte piegando le orecchie all’indietro. Pigno esita. “Perché hanno i denti velenosi?”. “Ma non è giusto!”. “No hai ragione. Però è sempre stato così.” “Mi stavo appunto chiedendo, sarà proprio vero che è stato sempre così?”

Incipit in pdf

Lena Frölander-Ulf, scrittrice e illustratrice, vive a Helsinki e scrive sia in svedese che in finlandese. È autrice di numerosi albi e romanzi illustrati per ragazzi, più volte nominati al Finlandia Junior Award e al Runeberg Junior, i premi più prestigiosi del suo paese.

Lena Frölander-Ulf, Lotte pelomatto (Traduzione di Laura Cangemi), Iperborea, Collana i Miniborei, settembre 2025, 224 p. – con il contributo di Europa Creativa Programma “Cultura” dell’Unione Europea

Vent’anni senza Aldro:
iniziative 25-27 settembre 2025

Vent’anni senza Aldro

Quest’anno non è un anniversario qualunque: sono passati 20 anni da quella notte, e sentiamo ancora più forte la responsabilità di tenere viva la memoria di Aldro e di tutte le vittime di abusi di potere in divisa.

Le iniziative non sono solo momenti di ricordo, ma occasioni per ritrovarci, confrontarci e costruire insieme percorsi di giustizia, verità e cambiamento. La partecipazione di ognuno di noi è fondamentale: per dare forza collettiva a questa memoria e trasformarla in impegno vivo.

Vi aspettiamo 💙
#Aldro20

 

Se non ricordi la storia, leggi qui

In copertina: Federico Aldrovandi, foto Abuondiritto Onlus

In USA risorge il Ministero della Guerra, e l’Europa si accoda

In USA risorge il Ministero della Guerra, e l’Europa si accoda

Ci sono, nella storia, atti simbolici che valgono ben di più di tanti discorsi nel segnare un cambio di epoca. Uno di questi mi pare la decisione di Trump, assunta nelle scorse settimane, di cambiare la denominazione di Ministero della Difesa in Ministero della Guerra.
Il ministero della Guerra era esistito negli Stati Uniti dal 1789, praticamente dalla loro fondazione, fino al 1949, quando era stato appunto trasformato in Ministero della Difesa.

Questo passaggio inverso segnala non solo la nuova postura dell’Amministrazione Trump, che vede il mondo costruito unicamente sui rapporti di forza economici e militari, ma anche il fatto che, in buona sostanza, si considera il periodo che è intercorso dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi come una parentesi, una sorta di sospensione temporale in cui ha agito un ordine internazionale basato sulla pace (anche se bisognerebbe discutere molto su questa sbrigativa affermazione) per poi reimmettersi nella carreggiata scontata di una realtà “naturalmente” dominata dalla guerra.

Fa anche orrore che tale visione sia stata assunta dall’Unione Europea, che è ciò che ha sancito il Discorso sullo Stato dell’Unione 2025 pronunciato da Ursula von der Leyen il 10 settembre al Parlamento Europeo, giustificando così la scelta scellerata di fare del riarmo e dell’economia di guerra il pilastro portante della propria politica per i prossimi anni, senza avere la consapevolezza che ciò significa non solo mettere da parte la specificità del modello sociale europeo, ma anche condannarsi alla propria irrilevanza, rassegnarsi al destino di fare la parte del vaso di coccio tra i vasi di ferro costituiti dalle grandi superpotenze, USA e Cina.

un nuovo complesso militare-industriale-informatico

La svolta guerresca di Trump si basa sul rilancio di un nuovo complesso militare-industriale-informatico dipinto come leva positiva per governare il mondo e costruire una prossima fase di sviluppo economico. Anche qui, una svolta emblematica rispetto alla denuncia sul ruolo negativo del complesso militare e industriale svolta dal presidente statunitense, anch’esso repubblicano, Eisenhower nel lontano 1961 con il suo discorso di addio alla presidenza.

La costruzione di questo nuovo complesso militare-industriale-informatico si fonda, da una parte, su un inedito intervento pubblico nell’economia con il governo statunitense che entra, non casualmente, con una quota del 10% nella proprietà della multinazionale statunitense Intel, importante produttore di microchip, e finanzia significativi programmi di sostegno alle aziende hitech. Dall’altra, sulla privatizzazione di settori fondamentali finora appannaggio dell’intervento statale e ora affidati appunto a queste ultime, nonché sui loro grandi progetti di investimento nell’innovazione tecnologica, in primis nell’intelligenza artificiale, che, contemporaneamente, trae alimento e sostiene le applicazioni militari, trasformando le stesse modalità della guerra.

A completare il quadro, emerge poi il ruolo della finanza, e in specifico dei grandi Fondi di investimento, come Blackrock, Vanguard e State Street, che sono grandi azionisti delle più importanti aziende hitech. Per stare, a titolo di esempio, a Meta  (che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp) , Apple e Alphabet (holding che controlla Google), i tre Fondi suddetti ne sono i principali azionisti, con quote che complessivamente assommano tra il 15 e il 20%. Una “grande alleanza” tra Amministrazione Trump e aziende hitech (sostenute dalla finanza), ulteriormente sancita da una recente cena alla Casa Bianca cui hanno partecipato, invitati da Trump, i capi dei colossi americani del settore, da Mark Zuckerberg (Facebook e Meta) a Bill Gates (Microsoft), passando per Sergey Brin (Google), Tim Cook(Apple), Sam Altman (Open AI) e i CEO di Google e Microsoft Pichai e Nadella.
Unici assenti l’ex amico Musk e Bezos,
principale azionista di Amazon e proprietario del Washington Post, entrambi, per ragioni diverse, non del tutto allineati a Trump, a riprova del fatto – e questo rende quest’alleanza ancora più pericolosa – che essa ha anche un collante
ideologico, di adesione, più o meno strumentale, alla visione del mondo di Trump.

Altra figura chiave ed emblematica di quest’intreccio tra economia e politica, forse non invitato alla cena sopra menzionata, perché legato da un vero e proprio rapporto amicale con Trump è quella di Larry Ellison, da poco diventato l’uomo più ricco del mondo, avendo scalzato Musk dal vertice di questa classifica. Ellison è contemporaneamente proprietario di Oracle, importante, anche se meno nota, multinazionale del settore informatico, dell’isola hawaiana di Lanai, trasformata in un laboratorio di turismo esclusivo, e finanziatore del figlio David che ha creato un conglomerato dei media, che raggruppa CBS, MTV e Paramount Pictures. In più, potrebbe diventare essere uno dei nuovi proprietari di TikTok Usa, con il compito primario di avere la gestione cloud dei dati. Un impasto di produzione/servizi hitech e industria dell’entertainment che, oltre a garantire profitti importanti, visto che parliamo di due settori molto redditizi, appare come la nuova frontiera del capitalismo odierno.

Il progetto “Gaza Riviera”

Tutto questo fa immediatamente pensare all’aberrante progetto “Gaza Riviera” messo a punto da Trump e Netanyahu, con l’idea che, dopo averla rasa al suolo e sterminato il popolo palestinese, essa possa diventare, un hub tecnologico e una stazione balneare di lusso (magari “democratizzata” per ospitare anche settori del ceto medio intruppati nella modalità del turismo “mordi e fuggi”).
Per quel che resterà del popolo palestinese, dopo l’occupazione
israeliana iniziata in questi giorni con le divisioni “Fuoco”, “Acciaio” e “Ira”, il progetto prevede la deportazione in enclaves, che saranno veri e propri campi di concentramento, oppure usufruire della mirabolante somma di 5000 dollari per chi “volontariamente” deciderà di espatriare.
Schiavi o mendicanti, figure che ci parlano di questa nuova normalità del capitalismo di questo scorcio del XXI secolo.

La “soluzione finale” per Gaza diventa così una metafora potente del “tecnocapitalismo neofeudale”, che appare come la nuova cifra del capitalismo di questi anni, che ha sostituito la versione del “neoliberismo liberoscambista” dei primi anni 2000. E che non può che basarsi, appunto, sulla guerra e sul pesante restringimento della democrazia, fino ad approdare a forme, più o meno striscianti, di neofascismo. Sul dominio anziché sull’egemonia.

Per fortuna, ci sono molti fattori e spinte che rendono questo ridisegno del mondo debole e ben lungi dall’affermarsi. Ma di ciò ragionerò nel mio prossimo articolo.

( 1. continua)

Cover: Il Pentagono, sede e quartiere generale del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti d’America – immagine Wikimedia Commons

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Gaza in briciole

Gaza in briciole

UNOSAT é il Centro Satellitare delle Nazioni Unite, fornisce analisi satellitari e ha realizzato diversi report sulla distruzione nella Striscia di Gaza.

Dal confronto tra immagini satellitare da maggio 2023 ad aprile 2025, UNOSAT ha identificato 102.067 strutture distrutte, 17.421 strutture gravemente danneggiate, 41.895 strutture moderatamente danneggiate e 31.429 strutture potenzialmente danneggiate, per un totale di 192.812 strutture.

Queste corrispondono a circa il 78% del totale delle strutture nella Striscia di Gaza.

Striscia di Gaza, danni alle Strutture.. mappa UNOSAT

 

Nella prossima mappa, invece, i danni rilevati da UNOSAT sui circa 150 kmq di aree coltivate.

Striscia di Gaza, danni alle aree coltivate, mappa UNOSAT

Per certi Versi / Vuoto

Vuoto

Vuoto come nebbia di valle

schiuma che assorbe lo sguardo

e rimanda silenzio

che l’azzurro corteggia

 

Vuoto come crateri di luna

nidi di versi sospesi

e vacue promesse

venute alla luce bugiarde

 

Vuoto come salti da terra

nello spazio tra invisibili suole

e terriccio di pioggia

dove tutto è permesso che accada

 

In copertina: Foto di hartono subagio da Pixabay

Nel 2025 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Maria Mancino (Maggie)