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"Shine On You Crazy Diamond", la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

“Shine On You Crazy Diamond”, la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

“Shine On You Crazy Diamond”, 
la poesia dei Pink Floyd brilla come un diamante

Andiamo ad accarezzare un autentico capolavoro della musica mondiale. La Genesi Sonora di un Diamante Eterno.
“Shine On You Crazy Diamond” dei PINK FLOYD
​Esistono opere musicali che non si limitano a occupare il tempo, ma lo creano, dilatandolo fino a trasformare il silenzio in una materia viva, pulsante e in perenne movimento. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd non è semplicemente una canzone di quasi mezz’ora, nella totalità delle sue sezioni; è una cattedrale liquida, un viaggio transpersonale in cui l’assenza umana si fa presenza attraverso la vibrazione pura.
Affrontare un brano di tale portata significa comprendere come l’arte possa catturare il flusso vitale dell’anima, traducendo lo strazio della perdita in una traiettoria cosmica che si espande all’infinito. Il brano si comporta come un organismo biologico: nasce da un soffio primordiale, si sviluppa attraverso tensioni contrastanti e trova la sua catarsi in un’esplosione di luce che rifiuta qualsiasi staticità.
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L’inizio della canzone è un’aurora cosmica primordiale. Quel tappeto di sintetizzatori e l’accordo di dita sui calici di cristallo creano un vuoto apparente, che in realtà è densissimo di energia latente. È lo spirito che aleggia sulle acque prima della creazione.
Poi, dal nulla, emerge il pianto della chitarra di David Gilmour: quattro note tese, sospese nell’etere, che agiscono come una scossa elettrica su un corpo inanimato.
Syd Barret (su licenza Flickr.com)

Questo celebre “tema di Syd” non è una semplice intuizione melodica, ma un vettore di forza che squarcia il velo dell’inerzia. In quel preciso istante, la distanza tra l’immobilità dello spazio e l’urgenza del sentimento umano si annulla. La musica si muove, respira, soffre e si rigenera, dimostrando che una composizione di quasi ventisette minuti è pura arte quando riesce a trasformare la durata temporale in uno spazio interiore dove l’ascoltatore sperimenta la metamorfosi della materia sonora.​

Il testo della canzone interviene quando l’anima dello strumento ha già preparato il terreno emotivo, evocando lo spettro luminoso del “diamante pazzo”, ovvero Syd Barrett, il fondatore perduto nei labirinti della propria mente. Le parole sono scolpite con una delicatezza geometrica e una devastante forza poetica:
​Remember when you were young, you shone like the sun.
(Ricorda quando eri giovane, splendevi come il sole.)
​Shine on you crazy diamond.
(Continua a brillare, tu pazzo diamante.)
​Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky.
(Ora c’è uno sguardo nei tuoi occhi, come buchi neri nel cielo.)
​La poesia del testo risiede tutta in questa dialettica tra il massimo della forza vitale — il sole — e il collasso assoluto della materia — il buco nero. Non c’è rassegnazione, ma una spinta perpetua al movimento spirituale. Dire a qualcuno che è diventato un buco nero nel cielo significa riconoscere che la sua energia, sebbene invisibile o distruttiva, è ancora immensa, magnetica, capace di curvare lo spazio-tempo della memoria. Il canto di Roger Waters, aspro e teatrale, si muove su questa linea di demarcazione, implorando l’amico perduto di continuare a irradiare ogni elemento con la sua folle luce.
​La struttura monumentale del brano si articola come un dramma in più atti, giustificando ogni singolo secondo della sua estensione attraverso tre dinamiche fondamentali:
• ​La dilatazione del respiro: La traccia rifiuta la fretta della civiltà moderna. Si prende i suoi spazi per permettere all’ascoltatore di percepirsi su una frequenza interiore, dove ogni transizione armonica diventa un evento epocale.
• ​Il contrasto delle forze: Il brano vive del continuo scontro tra la freddezza geometrica dei sintetizzatori di Richard Wright e il calore viscerale, quasi biologico, degli assoli di chitarra e del sassofono di Dick Parry, che irrompe nella seconda metà come un grido di carne e sangue.
• ​La circolarità evolutiva: Non si torna mai al punto di partenza nello stesso modo. Quando i temi musicali si ripetono, portano con sé il peso e la ricchezza del viaggio già compiuto, trasformando la ripetizione in una spirale ascendente di consapevolezza.
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Verso la fine della prima parte (la sezione V), il ritmo rallenta, il tempo si frantuma e subentra un groove ipnotico, quasi industriale, che traghetta l’ascoltatore verso una dimensione diversa. La transizione non è mai brusca, ma fluida come il passaggio dall’acqua allo stato gassoso.
I Pink Floyd hanno compreso che l’arte totale non risiede nella perfezione di una melodia di tre minuti, ma nella capacità di coreografare le correnti invisibili dell’emozione umana. Shine On You Crazy Diamond rimane un monumento all’energia che non muore, ma cambia forma: un’opera d’arte assoluta che ci ricorda come, anche nel vuoto più oscuro del cosmo o della mente, l’imperativo resti sempre lo stesso: continuare a brillare.

David Gilmour – Shine On You Crazy Diamond (Live At Pompeii)
10 mag 2019
(QUI) BUON ASCOLTO!

 

Cover: Shine On You Crazy Diamond –  su licenza Flickr.com 
maternita surrogata per un ecosocialismo che rispetti la vita sempre

MATERNITA’ SURROGATA
Per un ecosocialismo che rispetti la vita (sempre)

MATERNITA’ SURROGATA. Per un ecosocialismo che rispetti la vita (sempre)

È inutile lottare ogni giorno per relazioni e stili di vita alternativi alla logica liberista se poi proprio in uno degli aspetti più intimi, “sacri” e belli della vita – la relazione madre/nascituro – ci si affida proprio al mercato e al profitto. Su questo riflette Luana Zanella nel suo recente libro La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme (Moretti&Vitali ed., 2026), dedicato alla pratica inumana della maternità surrogata (detta anche “utero in affitto” o “gestazione per altri”).

Luana Zanella, femminista ed ecologista, è deputata di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), vicepresidente della Commissione XII Affari sociali della Camera dei deputati e segretaria della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Non è l’unica femminista contro l’utero in affitto: in Italia, lo sono anche le donne di RadFem, Udi, Arcilesbica e molte altre (si veda, ad esempio, questo appello internazionale>), o personalità come Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, oltre naturalmente al mondo cattolico.

CHE COS’È LA MATERNITÀ SURROGATA

La maternità surrogata è una tecnica di procreazione assistita nella quale una donna (la madre surrogata) porta a termine una gravidanza “su commissione” di altri. Fra la madre surrogata e la coppia (etero o omosessuale) o il singolo che richiede la surrogazione è presente un contratto commerciale di diritto privato. Di solito si utilizzano i gameti (ovociti e spermatozoi) della coppia richiedente, a volte i gameti di altri donatori.

Il contratto rende la madre surrogata totalmente legata per 9 mesi agli acquirenti, che comprano non solo una parte del suo corpo (già di per sé qualcosa di gravissimo), ma l’intera sua persona, imponendole per contratto limiti e divieti di ogni tipo: si pensi, ad esempio, al fatto che le viene consigliato o proibito di accarezzarsi il ventre durante la gravidanza; o al fatto che, nel caso di morte dei committenti, il nascituro non rimarrebbe comunque a lei.

LE LEGGI, DALL’ITALIA AL MONDO

La maternità surrogata è legale in alcuni Paesi del mondo ed è vietata in gran parte d’Europa, inclusa l’Italia (grazie alla legge 40/2004), dove dal 2024 è considerata un “reato universale” perseguibile anche se commesso all’estero.

Fra i Paesi noti in questo mercato svettano Ucraina, India, Thailandia e Nepal (Paesi dove donne proletarie e sottoproletarie accettano questa pratica per mera sopravvivenza), ma la pratica è legale anche in otto stati USA (soprattutto California) e in Russia.

Lo scorso ottobre, alla IV Conferenza mondiale sulle donne svoltasi presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York vi è stata la presentazione del Rapporto contro l’utero in affitto redatto dalla giordana Reem Alsalem (relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne e le ragazze). E la Convenzione Internazionale di Oviedo sui Diritti dell’uomo e la biomedicina (1997), all’art. 21 recita: «Il corpo umano e le sue parti non devono essere, in quanto tali, fonte di profitto» (principio che dovrebbe valere per ogni aspetto del sistema capitalistico).

UNA ROTTURA VIOLENTA

«Come si può giustificare la rottura programmata e violenta della relazione madre-creatura, al momento del parto, quando invochiamo per i cuccioli dei nostri animali di affezione un periodo adeguato di svezzamento?», scrive Zanella nel suo libro. Il corpo della madre surrogata non sarà mai «un contenitore neutro, ininfluente e passivo».

Tanti e consolidati sono ormai gli studi sulla profonda relazione madre-nascituro in gravidanza: «Il feto – scrive Elena Stella, psicologa e psicoterapeuta – vive in un intenso scambio di relazioni sensoriali con la mamma e accanto ad esse vi è una continua interazione non solo nutrizionale ma anche biochimica ed immunoendocrinologica attraverso la placenta (…). Il bambino in utero percepisce già le emozioni della madre e tra di loro si crea pian piano una comunicazione che avviene non soltanto per via ormonale, ma anche per via empatica e ne costituisce la base relazionale futura».

Eppure, la madre surrogata per nove mesi deve prendersi cura in ogni modo del bimbo che porta in grembo e al tempo stesso – come spiega la femminista svedese Kajsa Ekis Ekman nel libro Essere ed essere comprate (Meltemi ed., 2024) – «deve creare una distanza tra sé e il suo corpo, tra sé e il bambino che porta in grembo, perché deve sempre fare una distinzione tra ciò che è il suo essere e ciò che viene comprato. Deve avere a cuore il bambino ma non affezionarsi a lui».

«PUOI SCEGLIERE SESSO, RAZZA E INTELLIGENZA»: VIAGGIO NEI SITI DELLE AGENZIE

Ho indagato sui siti web di alcune fra le più potenti agenzie che fan profitti con la maternità surrogata, per riportare le loro stesse parole. Pinnacle Fertility, agenzia statunitense, sul proprio portale spiega: «la nostra agenzia accetta solo madri surrogate disposte a seguire le raccomandazioni mediche, inclusa l’interruzione di gravidanza se necessaria». Tradotto: se i committenti sceglieranno l’aborto, la madre surrogata difficilmente potrà rifiutarsi (anche se la questione è discussa a livello legale).

Inoltre, la donatrice degli ovuli si può scegliere da un vero e proprio catalogo: sul sito di Gest Life (agenzia statunitense molto presente anche in Europa) è scritto: «i futuri genitori possono selezionare caratteristiche specifiche, come l’aspetto fisico, la storia familiare e l’istruzione». Sullo stesso sito troviamo un altro punto intitolato “Puoi avere anche un bambino intelligente – Tecnologie avanzate per avere un ‘superbambino’”.

«Le tecniche di riproduzione assistita – è scritto – hanno fatto grandi progressi, permettendo oggi di aumentare le probabilità di avere un bambino sano, con un rischio inferiore di sviluppare malattie in futuro e con un potenziale intellettivo superiore alla media». Il paragone con l’eugenetica nazista non mi pare eccessivo.

Ma non è l’unico caso, anzi: con BioTexCom (agenzia ucraina), nel piano VIP (il più oneroso, 64900 euro) la «selezione del sesso» è «inclusa», grazie alla fecondazione in vitro, e così la «race»: molte sono «europeoid», tipologia razziale superata. E nella pagina dedicata alla scelta delle donatrici, rivolgendosi alle future madri committenti, è scritto: dopo il parto, «solo tu decidi come comportarti con tuo figlio e se rivelargli il segreto della sua nascita. Esiste un approccio europeo secondo il quale la donazione di ovuli è di fatto equivalente alla donazione di sangue o di rene» (!).

Stesso discorso sul sito di Feskov, altra agenzia ucraina: «Selezioniamo attentamente donatori che siano il più fenotipicamente simili alla futura madre, al fine di preservare tutte le sue caratteristiche intrinseche: tonalità della pelle, forma degli occhi, colore dei capelli».

PER UN ECOSOCIALISMO CHE RISPETTI LA VITA (SEMPRE)

La borghesia «non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato “pagamento in contanti” (…). Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio (…), ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di soldi». Queste, sono frasi che Marx ed Engels incisero nel loro Manifesto del Partito Comunista del 1848. Sembrano scritte ora.

Ci troviamo, infatti, di fronte sia a uno stadio della lotta di classe da parte dei padroni – che considerano la riproduzione e l’affettività terreno di estrattivismo -, sia di fronte a un nuovo tentativo di controllo patriarcale sul corpo delle donne. «In questo momento – scrive Luana Zanella nel suo libro -, l’appropriazione da parte del capitalismo neoliberista si rivolge soprattutto al percorso della maternità e della fecondità, sia fisica che mentale».

Il ricorso alla maternità surrogata inteso come diritto inalienabile pone, sempre secondo la deputata di AVS, «un ostacolo rilevante alla capacità di lettura disincantata e lucida del mercato globale e delle forze materiali che vi agiscono», e trascura «il fatto che il corpo femminile rappresenta uno dei territori privilegiati della neocolonizzazione biocapitalistica. Il tentativo mai dismesso di riappropriazione e controllo del corpo fecondo femminile trova nell’organizzazione internazionale della maternità surrogata l’occasione storica per asservire la capacità riproduttiva delle donne alle esigenze di un mercato redditizio e in espansione».

Il neoliberismo ha varcato l’ultima soglia: la vita nel suo nascere e l’intimità della donna sono diventate merci, oggetto di un contratto commerciale. A questo libro (faccio una parentesi) manca solo un passaggio: se centrale è l’inviolabilità del corpo femminile e della relazione tra madre e nascituro, allora va messo in discussione anche l’aborto.

Tornando all’utero in affitto, il sacrosanto desiderio di maternità/paternità deve riscoprire il limite invalicabile del corpo e della vita come indisponibili alle logiche del mercato e del profitto. Nessuna lotta anticapitalista, nessuna alternativa al neoliberismo può prescindere da ciò. Nessun ecosocialismo può accettare la compravendita dei bambini e delle madri. La lotta di classe inizia anche nel grembo materno.

«Tutto quello che resta di semplicemente desiderabile, non sarà più nella disponibilità delle persone perché avrà un prezzo di mercato o dovrà essere regolato secondo i rapporti di forza».
(Luisa Muraro, in L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola ed., 2016)

Cover: Foto di Tumisu da Pixabay

Per leggere gli articoli di Andrea Musacci su Periscopio clicca sul nome dell’autore

il silenzio che aiuta il riarmo

IL SILENZIO CHE AIUTA IL RIARMO

IL SILENZIO CHE AIUTA IL RIARMO
Il silenzio su Gaza non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa

di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Per medici e giornalisti il rischio di morte nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli di fronte ai quali si rimane senza parole. Lo abbiamo dimostrato, dati alla mano, nel nostro studio pubblicato a inizio 2026 sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press (Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24).

Medici e operatori sanitari, proprio come i giornalisti, non sono stati semplici vittime collaterali della guerra, ma categorie prese di mira anche se dovrebbero essere tra quelle più protette.

Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza, è diventato il simbolo di questa tragedia. È stato arrestato nel dicembre 2024 durante l’operazione militare che ha portato alla chiusura dell’ultimo ospedale ancora funzionante nell’area nord di Gaza. Era noto perché aveva denunciato la grave malnutrizione infantile causata dalla guerra. Organizzazioni per i diritti umani e associazioni mediche israeliane e internazionali si sono attivate per denunciare le sue condizioni di detenzione e chiederne la liberazione.

La vicenda di Abu Safiya non riguarda soltanto Gaza. Riguarda anche noi. Riguarda il silenzio delle istituzioni occidentali di fronte alla distruzione di ospedali, all’attacco contro personale sanitario e giornalisti e alla progressiva normalizzazione della guerra come strumento ordinario della politica internazionale.

È in questo contesto che diventa necessario interrogarsi sulle scelte che l’Europa e l’Italia stanno compiendo.
Gaza non rappresenta infatti una tragedia lontana da noi, ma uno specchio dei nodi critici che stanno prendendo forma anche nel nostro continente: l’affermarsi della violenza organizzata come orizzonte permanente, la marginalizzazione del diritto internazionale e il progressivo spostamento di risorse dalla tutela della vita (sanità, istruzione, welfare) agli apparati militari.

Il silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario palestinese non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa.

Alla luce di tutto questo, si avvicina, con passi pesanti e carichi di angoscia, il 2027: anno di future elezioni in Italia. Invece di correre ai ripari e di tutelare i cittadini rilanciando sanità e servizi, rianimando welfare e sostegni al reddito, i nostri governanti sono travolti dal mito della “difesa” e dalla relativa propaganda che ha già individuato il Nemico alle porte.

Il pericolo di un conflitto diretto con la Russia aumenta, mentre nel frattempo l’economia si riconverte non in senso ecologico, ma bellico.

Di fronte a questo scenario, riteniamo necessario che dal basso giunga un segnale forte ai partiti e alle coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni.

Come già ribadito da altri, riteniamo importante chiarire che non voteremo nessuna forza o alleanza che non espliciti chiaramente nel proprio programma quattro punti fondamentali: no al riarmo; diplomazia per risolvere il conflitto in Ucraina e stop all’invio di armi; lotta alle diseguaglianze e ridistribuzione della ricchezza; rilancio della sanità pubblica, della medicina territoriale e tutela dei beni comuni.

La tragedia palestinese ci mostra in maniera estrema dove conduce la subordinazione della politica alle logiche militari e alla ragion di Stato. Per questo il nostro rifiuto del riarmo non nasce da un generico pacifismo, ma dall’osservazione concreta di ciò che accade quando il diritto umanitario viene sacrificato agli interessi geopolitici.

Sono aspetti dirimenti e non negoziabili, che toccano gli italiani e, con particolare riguardo, la classe lavoratrice, i ceti medi impoveriti e i ceti popolari. Sappiamo infatti che le emergenze del nostro tempo – sanitaria, ecoclimatica, geopolitica… – colpiscono soprattutto i soggetti sociali più fragili, poveri e privi di tutele.

Ce ne siamo accorti con il fenomeno Covid-19, che in effetti sarebbe corretto denominare “sindemia”, per sottolineare la distribuzione asimmetrica in termini socio-economici dei danni dovuti alla circolazione del virus e della gestione della pandemia.

Stesso discorso per il disastro ambientale e il surriscaldamento del pianeta (a cui contribuisce anche lo scriteriato uso di armi che sta incendiando il mondo da alcuni anni).

Cover: Foto di RaniRamli da Pixabay

 

Il segreto degli Esseni : spiritualità, profezia e "socialismo" della comunità che si ritirò ad Qumran

Il segreto degli Esseni :
spiritualità, profezia e “socialismo” della comunità che si ritirò ad Qumran

Il segreto degli Esseni:
spiritualità, profezia e “socialismo” della comunità che si ritirò ad Qumran

Il Santuario del Libro di Gerusalemme

Nel 1965, quando venne inaugurato nel Giardino del Museo di Israele, a Gerusalemme, sul viale Ruppin, vicino alla sede del Parlamento, lo si chiamò Centro Samuel e Jean H.Gottesman per i manoscritti biblici, ma a partire dal 2001, quando cioè vi furono trasferiti i Manoscritti del Mar Morto, è meglio conosciuto come il Santuario del Libro.

Struttura e architettura del santuario

Affascinante esempio di architettura moderna, fortemente simbolica, è costituito da un edificio circolare di basalto nero su cui poggia un’ampia cupola bianca che ingrandisce fedelmente la forma dei coperchi delle antiche giare contenenti i rotoli dei manoscritti ritrovati nelle grotte di Qumran.
Se si raggiunge il suo interno, sotto quel coperchio dai corrugamenti concentrici, come se fosse stato modellato dalle dita di un gigante, si riceve l’impressione, voluta dagli architetti nordamericani Fredrick Kiesler e Armand Bartos, di addentrarsi dentro a una di quelle giare dove la parola scritta ha dimorato per migliaia di anni.

Gerusalemme, Santuario del Libro – foto gratuita da it.dreamstime.com

Quando poi, terminata quella che è una delle visite turistiche più frequentate di Gerusalemme, si esce e si rompe l’incantesimo, i giochi di rifrazione della luce prodotti dai getti d’acqua delle fontane che bagnano la sua candida superficie esterna, rendono il Shrine of the Book simile a un disco solare carico di energia.

La parte più importante della collezione qui esposta, di cui Israele entrò in possesso nel 1967 come bottino di guerra, era stata fino ad allora conservata nel Palestine Archeological Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, ubicato nel settore est di Gerusalemme, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della Città Vecchia nei pressi della porta di Erode, dove sin dalla fine degli anni Quaranta vennero man mano depositati tutti i ritrovamenti archeologici effettuati a Qumran e nelle sue vicinanze, che però vennero resi accessibili solo a gruppi ristretti di ricercatori e non al grande pubblico.

Il ritrovamento di quel tesoro, una biblioteca di 800 testi scritti tra il 250 a.C circa e il 68 d.C in aramaico, ebraico e greco, fu il risultato di una delle più appassionanti e incredibili avventure archeologiche della storia e una scoperta dal potenziale culturale enorme perché permise di ripercorrere, attraverso la lettura diretta della parola scritta, le linee del pensiero filosofico e religioso di società-chiave vissute all’origine della nostra era, capaci di influenzare la storia di tutto il genere umano fino ai nostri giorni attraverso concetti di sconcertante attualità.

“Certamente ogni nazione odia l’ingiustizia e in mezzo ad esse questa cammina; sicuramente dalla bocca di ogni popolo la verità è predicata, ma c’è lingua o idioma che la mantiene?
Qual è il popolo che non abbia oppresso un altro?
Dov’è la nazione che desidera essere trattata ingiustamente dal più forte e chi desidera vedere i suoi beni strappati con l’iniquità?”
(cit. Libro dei Segreti)

Esseni e contemporaneità

Quando gli Esseni, gli aderenti alla setta giudaica che si ritirò a vivere a Qumran dove prosperò per quasi due secoli prima di venire soppressa dall’esercito romano, riflettevano su queste tematiche trascrivendole sui rotoli di pergamena, lo scenario storico era molto simile a quello attuale e il loro pensiero era innanzitutto il pensiero di chi era costretto a vivere dominato e sfruttato nella Judaea Capta – la Giudea soggiogata – di quei tempi.

Le grotte della regione desertica di Qumran sulla riva del Mar Morto dove si installò la comunità essena (Foto Wikimedia Commons)

All’inizio dell’era cristiana e nella storia dell’ebraismo questo è stato periodo effervescente, agitato da controversie e da visioni religiose, politiche e sociali molto contrastanti.
Nel Nuovo Testamento sono menzionati gli scribi, i farisei, i sadducei, i samaritani, gli erodiani, gli zeloti, i sicari, i discepoli di Giovanni Battista, e la Giudea abbondava di figure, gruppi e sette come gli Esseni, che ci hanno raccontato la vita così come veniva vissuta duemila anni fa e come possiamo vederla immutata anche noi, oggi, in Palestina/Israele: una sequenza di ingiustizie, violenze, tumulti, rivolte, ribellioni, conflitti e guerre.

Come loro anche altre sette, di fronte allo schiacciante peso della dominazione imperiale romana di quei tempi, si interrogarono su cosa significasse essere fedeli a Dio e ai suoi princìpi in una situazione come quella dell’ingiustizia imposta dalla dominazione religiosa, economica e militare.
Altre sette, come la loro, decisero di ritirarsi a vivere in totale isolamento nel deserto, lontano da tutto e da tutti, inserendosi in quel grande filone della spiritualità che identifica il deserto come luogo lontano dall’uomo ma vicino a dio e dove dunque la vita può fiorire e perpetrarsi secondo leggi e comandamenti sacri.

All’interno di questo ampio mosaico, gli Esseni vennero tradizionalmente ritenuti veggenti, in grado di prevedere il futuro, ”essendo istruiti fin dalla fanciullezza nei sacri libri, nelle varie forme di purificazione e negli aforismi dei profeti”.
Ne diedero prova inconfutabile e leggendaria il giorno lontano in cui Erode, quando era ancora bambino, venne avvicinato da un adulto, Menachem l’Esseno, che gli conferì la profezia della sua vita:

“Tu sarai re e governerai felicemente…ma dimenticherai pietà e giustizia.”

Come effetto della loro svolta mistica e della rinuncia al mondo, gli Esseni iniziarono ad essere considerati prototipo dei santi, uomini tesi verso le più alte vette della perfezione, ispirati da una grande visione filosofica, teologica e religiosa e guidati da un sorprendente atteggiamento sia verso il mondo, che li rese famosi già ai loro tempi, sia verso il futuro, che li rese atti a primeggiare nella profezia, che i filosofi antichi e Platone consideravano la più nobile delle arti.
Essi ritenevano di appartenere all’ultima generazione di uomini sulla terra e che La Fine dei giorni si stesse avvicinando; il medesimo timore nel quale vivono anche oggi molti di noi:

“Avverrà quando i grembi della giustizia verranno chiusi “…la malvagità sarà mandata in esilio dalla giustizia, così come la tenebra è cacciata dalla luce. E come il fumo svanisce e non c’è più, così la malvagità svanirà per sempre e la giustizia sarà manifestata come il sole in mezzo al firmamento e chi si fa sostenitore dei misteri dell’ingiustizia non sarà più e la conoscenza colmerà l’universo e non vi sarà mai più la follia.”
 (cit. Libro dei Segreti)

Un forte desiderio di giustizia diede loro la forza di sopportare tormenti e sofferenze, di reagire, di rigenerarsi e di predisporsi alla salvezza eterna.

“Dio, negli arcani della sua intelligenza e nella sapienza della sua gloria, ha concesso un tempo determinato all’esistenza dell’ingiustizia: nel tempo stabilito egli la sterminerà per sempre. Allora la verità apparirà per sempre nel mondo che si era contaminato sulle vie dell’empietà sotto l’impero dell’ingiustizia.
Con la sua verità, Dio allora vaglierà tutte le azioni dell’uomo e monderà alcuni figli dell’uomo eliminando ogni spirito di ingiustizia dalle viscere della loro carne e purificandoli nello spirito santo da tutte le opere empie, aspergerà su di essi lo spirito di verità come acqua lustrale (a purificazione) da ogni abominio menzognero nel quale si erano contaminati a opera dello spirito impuro. Così ammaestrerà i giusti nella conoscenza dell’Altissimo e insegnerà la sapienza dei figli del cielo, la cui via è perfetta.
Poiché Dio li ha scelti per un patto eterno, sarà loro tutta la gloria di Adamo. Non vi sarà più ingiustizia, ogni opera fallace diverrà una vergogna”

(cit. Regola della Comunità)

Il fondatore della setta, quel Maestro di Giustizia di cui non conosciamo il nome, al quale “Dio ha dato il discernimento perché possa interpretare i segreti delle parole dei suoi servi, i profeti”, era un sacerdote definito “povero e bisognoso”, che la maggior parte degli studiosi identifica con il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, discendente della stirpe di Sadoq, che, in carica dal 159, fu usurpato del suo incarico nel 152 a.C.

La partenza del Maestro per l’esilio e gli echi della persecuzione religiosa emergono da una colonna del Rotolo degli Inni:

“Essi hanno sedotto il tuo popolo con parole ingannevoli, interpreti di menzogna, l’hanno fuorviato: si rovinarono per mancanza d’intelligenza, perché…le loro azioni sono follia, giacchè divennero spregevoli a sé stessi e poiché mi scacciarono dalla mia terra come un uccello dal suo nido.
Tutti i miei vicini e parenti furono allontanati da me, mi ritennero come uno strumento inetto.
Essi, interpreti d’inganno e veggenti di menzogna, hanno escogitato contro di me progetti di Belilal permutando la tua legge, che hai scritto nel mio cuore, con parole seduttrici per il tuo popolo: hanno trattenuto dagli assetati la bevanda della conoscenza, alla loro sete hanno fatto bere aceto…”.

Alcuni fedeli accompagnarono il Maestro alla cittadella fortificata di Sokoka, antico nome dell’odierna Qumran, dove morì forse nel 110 a.C. e in questo primo periodo, un passo del Commentario di Abacuc, riporta che durante una festa del Kippur (il giorno di “espiazione”) Il Sacerdote Empio, cioè l’usurpatore Gionata Maccabeo e i suoi alleati, assediarono Il Maestro di Giustizia e i suoi primi seguaci, senza tuttavia riuscire a colpirli.

Le grandi idee di fondo che il Maestro di Giustizia è riuscito a consegnare al mondo dopo la sua fuga fisica e spirituale da Gerusalemme sono due: la dottrina della predestinazione, il cui concetto base consiste nel ritenere che tutto fosse predeterminato da Dio e immodificabile da parte dell’uomo; e la fede nel dualismo, che distingue il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo.

Nel gruppo di rifugiati di Qumran emerse l’idea che l’uomo non può che vivere “nella sfera della colpa peccaminosa” poiché è, per sua stessa natura, fondamentalmente impuro e malvagio, ma l’uomo giusto, l’eletto, creato dal fango e che solo il soffio dello spirito lo anima donandogli la vita, può, attraverso lo spirito, elevarsi oltre l’impurità della materia:

“In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell’ingiustizia.
In mano al principe delle luci è l’impero su tutti i figli della giustizia: essi camminano sulle vie della luce.
E in mano all’angelo della tenebra è tutto l’impero sui figli dell’ingiustizia: essi camminano sulle vie della tenebra.
Dall’angelo della tenebra (derivano) le aberrazioni di tutti i figli della giustizia, tutti i loro peccati, le loro iniquità, la loro colpa, le loro azioni perverse sotto l’effetto del suo impero in conformità dei misteri di Dio fino al tempo da lui stabilito; tutti i loro flagelli e i periodi delle loro avversità sono sotto l’impero della sua ostilità; e tutti gli spiriti della sua sorte sono intenti a far incespicare i figli della luce.
Ma il Dio d’Israele e l’angelo della verità soccorrono tutti i figli della luce.
(cit. Regola della guerra).

Predestinazione, dualismo, risposte e idee rivoluzionarie

Per mezzo della predestinazione della vita dell’uomo sulla terra, del dualismo che divide gli uomini in figli della luce e figli delle tenebre e dello spirito che eleva l’eletto dalla sua condizione materiale, gli Esseni non solo diedero risposte a sentimenti umani molto concreti e universalmente condivisi, ma svilupparono anche idee rivoluzionarie che misero in pratica organizzando quella che possiamo ritenere la prima società di tipo comunista di cui ci sia giunta notizia.

La Yahad (comunità) di Qumran – è così che la setta si autodenominava – si stabilì nella zona del Mar Morto vicino alle sorgenti di Ain Gedi e di Ain Freshkah e nelle rovine della fortezza di Sokoka, che riedificò e ripopolò.
Qumran è il nome arabo moderno di questo sito, ma si ritiene che il suo nome antico, precedente l’arrivo dei sacerdoti ebrei in fuga dal Tempio di Gerusalemme, oltre a Sokoka, sia stato Ir Hammelah, la Città del Sale, e che identificasse una delle cinque città della Pentopoli del Deserto menzionate nel Libro di Giosuè.

Sulle sponde del Mare di Sale, in questa Città del Sale, da alcuni ritenuta persino la mai identificata Gomorra, dimorarono per primi e a lungo i sacerdoti di un culto antichissimo che risale al tempo dei tempi, basato su un calendario non rivelato e consacrato alla primordiale divinità egizia di Ammone, considerato Dio Creatore dell’Universo.
Qui, in un contesto di isolamento simile a quello dei rifugiati politici o a quello dei monaci, gli adepti si dedicarono alla coltivazione di palmeti, alla produzione di miele di dattero, alla lavorazione della terra, all’artigianato e a una febbrile attività sociale, spirituale, intellettuale e…letteraria.

Molto è stato detto sui motivi che indussero gli Esseni a depositare nelle profondità delle grotte della falesia dello Uadi Qumran i propri scritti, ritenendole luoghi sicuri e invisibili, al riparo dai predatori e dal tempo.

Ad eccezione della storia dei popoli della Mesopotamia, degli Ittiti, dei Fenici e degli antichi Egizi, i cui documenti letterari sono giunti fino a noi su tavolette d’argilla o incise su pietra, mai si era avuta una scoperta così sensazionale e mai i semitisti si erano trovati di fronte a documenti appartenenti a un’epoca gravida di eventi di portata universale come la perdita dell’indipendenza nazionale del popolo ebraico da una parte e la nascita del cristianesimo dall’altra.
Secondo Plinio, essi erano considerati come un gruppo che aveva abbandonato le vanità di questo mondo, si era elevato sulle cose materiali, aveva conseguito una conoscenza mistica e aveva rinunciato ai lussi che erano una delle piaghe del mondo antico. Dione Crisostomo li definì “un’intera città di gente felice vicino al Mar Morto”; Filone scrisse che la loro vita era “perfetta e la più felice che ci sia”.

Il loro socialismo fu un fenomeno unico tra gli ebrei di quel tempo.
I membri della comunità, qualche migliaio di persone, accettavano la comunione dei beni e negavano la proprietà privata, dal momento che era loro convinzione che questo costume avesse caratterizzato l’umanità prima della corruzione e del degrado.
Per i Saggi, qualsiasi accumulo di ricchezza, qualsiasi figura di uomo ricco, è oggetto di sospetto e di disprezzo mentre il povero deve essere curato e aiutato, poichè l’indigenza è una condizione da correggere. Erano antimperialisti e antinazionalisti: espressero forti condanne dello sfruttamento del popolo anche da parte degli “ultimi sacerdoti di Gerusalemme” che “ammassano i beni delle nazioni”.

L’elezione democratica dei supervisori e ispettori, cui era demandata la gestione dei beni e l’amministrazione delle proprietà comuni, così come l’accettazione dei membri e la collocazione di ciascuno nel suo ruolo, era comunitaria e comunitario era il consumo quotidiano dei pasti, che avveniva in silenzio, con una sola portata e pane, dopo che era stato preparato dai sacerdoti come un vero e proprio atto sacrificale, preceduto e seguito da una preghiera.

Potevano scegliere liberamente di non sposarsi, ma se decidevano di farlo, “per essere fecondi e moltiplicarsi” il maschio doveva aver superato l’età di vent’anni, la coppia poteva vivere un tempo di fidanzamento fino a quando la donna rimaneva incinta, durante la gravidanza il marito doveva rispettare l’astinenza, ammettevano solo la monogamia e il divorzio era proibito.

Era vietata l’accettazione di doni senza il consenso dei superiori, erano chiamati volontari quelli che oggi si potrebbero definire candidati, i quali vivevano per un certo periodo all’interno della setta prima di essere poi accolti come membri effettivi.
Secondo i ritmi scanditi dal proprio ancestrale calendario, tenevano periodici raduni generali nel corso dei quali era proibito stare zitti, in quanto tutti dovevano pronunciarsi.

Scrittura e metodi di conservazione del sapere

Poi fecero ancora di più: pulirono le pelli dei montoni dai peli e dal grasso immergendole nelle acque salate del Mar Morto, le essiccarono per poterle lisciare con la pietra, conciare e tagliare in fogli di pergamena di diverso formato e vi scrissero sopra con l’inchiostro.
Scrissero tantissimo, quanto più poterono: prima sul recto della pagina, la parte cioè pulita dal pelo, per poi, giunti alla fine, continuare a scrivere anche sul verso, il lato della carne.
Raccolsero i fogli di pergamena, li cucirono con fili di lino, li arrotolarono fermandoli con stringhe, deposero i rotoli nelle giare e, come loro ultimo gesto, li nascosero nelle grotte, affidandoli alla custodia del tempo futuro, visto che il tempo presente stava per finire.

Ascetismo, organizzazione comunitaria, consapevolezza sociale: la setta, auto-isolandosi, sviluppò idee rivoluzionarie a tutto tondo: si trattava non solo del rifiuto di ciò che di peggio esiste al mondo, ma anche del desiderio della sua totale distruzione.

Il Manoscritto della Regola della Guerra è uno dei documenti più preziosi esposti nel fulcro del Santuario del Libro di Gerusalemme. Viene proposto al pubblico come “Rotolo della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre”, cioè con il titolo con cui è stato rinominato subito dopo che la data, il luogo e i protagonisti del suo riconoscimento, avevano dato il via alla caccia al tesoro di Qumran e all’epopea della scoperta archeologica del secolo con i Rotoli del Mar Morto.
E’ sorprendente nella forma, nel contenuto e nella forma data al contenuto: un documento di quasi tre metri di lunghezza, costituito da cinque fogli in pelle cuciti insieme verso la fine del II secolo a.C., scritto come un racconto utopico e immaginario a carattere messianico per descrivere la guerra finale che avverrà alla fine dell’era terrestre dell’umanità.
Ricchissimo di dettagli di argomento militare sulle strategie e sugli armamenti (fionde, lance, giavellotti, spade, arpioni, scudi), unità militari (fanteria leggera, pesante e cavalleria) e nondimeno di una lista di preghiere adeguate da pronunciare in ogni situazione bellica, (vigilia della battaglia, basso morale delle truppe, vittorie, sconfitte), lo potremmo definire il primo poema a noi pervenuto basato sul tema della guerra santa, e sul concetto dualista delle forze del bene che combattono e vincono contro quelle del male.

Contraddizioni e domande aperte

Alla fine di una guerra protrattasi per quarant’anni, dopo sei battaglie concluse in pari alternanza di vittorie e sconfitte, I Figli della Luce ottengono il risolutivo aiuto di Dio e conseguono la vittoria finale su tutti i loro tenebrosi nemici: gli empi sacerdoti, l’impero romano, le nazioni pagane.

A partire dall’alba di quel giorno in cui scrissero di averli visti giacere a terra tutti morti e insepolti nei loro accampamenti dopo l’intervento diretto di Dio e dei suoi angeli, questa immagine è rimasta qualcosa di rivoluzionario che non ha mai più smesso di apparire agli occhi della storia umana e continua a porci di fronte alla formulazione di un duplice dubbio: come poteva una pacifica setta di proto-monaci quasi santi, incapace di arrecar danno ad alcuno, mirare ad ergersi non solo sull’intera terra di Israele ma anche sul mondo intero?
Fino a che punto può risultare lecito convincersi che nel darci quell’immagine volessero annunciare, per primi e per sempre, non un lieto fine, ma la fine logica, inevitabile, auspicabile, – impossibile da non prevedere e da non profetizzare – di ogni sistema di vita corrotto, violento, lontano e contrario alla giustizia umana e divina?

Gli Esseni sono il segreto meglio custodito del cristianesimo?

Cover: Lo studio dei rotoli del mar morto – immagine di  archeologiaimmaginidelpassato

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore, oppure visita la sua rubrica Controcorrente

abitiamo ancora il nostro corpo

ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?

ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?
Mai così visibile. Forse mai così poco abitato.

Viviamo nel secolo del corpo.

Non c’è mai stata un’epoca che lo abbia osservato tanto. Ne registriamo il battito, il sonno, i passi, la glicemia, il colesterolo. Lo fotografiamo, lo alleniamo, lo correggiamo, lo affidiamo a dispositivi che ne monitorano ogni variazione. Conosciamo il suo funzionamento con una precisione che nessun’altra generazione avrebbe potuto immaginare.

Eppure, proprio mentre il corpo diventa sempre più visibile, chi lo abita sembra diventare sempre più invisibile.

È il paradosso del nostro tempo.

Sappiamo leggere un referto con maggiore familiarità di quanto sappiamo leggere ciò che ci accade. Forse conosciamo sempre meglio il funzionamento dell’organismo e sempre meno l’esperienza di vivere in un corpo.

Il corpo non è soltanto un organismo.

È il luogo attraverso cui facciamo esperienza del mondo, degli altri, del desiderio e del tempo.

Forse non è un caso se, proprio mentre cresce l’attenzione verso il corpo, aumentano anche le sofferenze che trovano nel corpo la loro scena: i disturbi alimentari, l’ossessione per l’immagine, la paura dell’invecchiamento, la difficoltà di riconoscersi in un corpo che cambia, che si ammala, che non corrisponde più all’idea che avevamo di noi stessi.

Forse non siamo diventati più capaci di abitare il corpo.

Siamo diventati sempre più impegnati a renderlo prevedibile.

Lo misuriamo, lo correggiamo, lo alleniamo, lo sorvegliamo, come se bastasse conoscerne ogni parametro per sentirci finalmente al sicuro.

Ma questa ricerca incessante di padronanza dice forse qualcosa che va oltre il corpo stesso.

Dice del nostro rapporto con l’incertezza.

Con la fragilità.

Con tutto ciò che non dipende da noi.

Tentare di dominare il corpo diventa, allora, un modo per arginare l’angoscia che nasce dall’impossibilità di governare completamente la vita. Come se, riuscendo a controllare il peso, l’età, le prestazioni, gli esami clinici o l’immagine riflessa nello specchio, potessimo mettere al riparo anche il nostro futuro, la malattia, la perdita, il tempo che passa.

Eppure il corpo continua ostinatamente a ricordarci che non tutto è disponibile alla nostra volontà.

C’è sempre qualcosa che eccede ogni tentativo di padronanza. Qualcosa che si sottrae ai nostri calcoli e ricorda che la vita di un corpo non si lascia ridurre ai numeri, alle immagini o alle prestazioni.

È forse proprio questa eccedenza a renderlo così difficile da abitare.

Eppure questa domanda non appartiene soltanto al nostro tempo.

Nel Charmide, Platone racconta di un antico medico proveniente dalla Tracia che rimprovera i medici greci di voler guarire gli occhi senza la testa, la testa senza il corpo e il corpo senza l’anima. Da questo insegnamento emerge un’intuizione destinata ad attraversare i secoli: non si può curare il corpo senza prendersi cura anche dell’anima.

Non è un invito a contrapporre la medicina a una visione spirituale dell’uomo.

È il richiamo a non dimenticare che la malattia non coincide mai completamente con ciò che gli esami riescono a mostrare.

Due persone possono ricevere la stessa diagnosi, la stessa prognosi e la stessa terapia.

E vivere esperienze radicalmente diverse.

La malattia può essere la stessa.

La sofferenza non lo è mai.

La rivoluzione di Freud non consiste nell’aver trovato una nuova spiegazione del sintomo, ma nell’aver cambiato la domanda.

Non più:

«Che cos’ha questo corpo?»

Ma:

«Chi soffre?»

Con Freud il sintomo smette di essere soltanto qualcosa da eliminare.

Diventa qualcosa da ascoltare e da decifrare.

Perché custodisce un senso che il soggetto non conosce fino in fondo.

Là dove l’illusione della padronanza si incrina, il sintomo comincia a parlare.

Per questo il sintomo non è semplicemente un difetto da correggere.

È il segno che l’essere umano non coincide mai completamente con ciò che sa di sé, con ciò che decide o con ciò che vorrebbe essere.

Ogni sofferenza, qualunque sia la sua origine, entra nella vita di qualcuno e modifica il suo rapporto con il corpo, con gli altri, con il desiderio e con il tempo.

La psicoanalisi non si contrappone alla medicina.

Ricorda, piuttosto, che nessuna TAC, nessuna risonanza magnetica, nessun esame del sangue potranno mai rispondere alla domanda che, prima o poi, attraversa ogni esistenza.

Che cosa significa, per me, vivere in questo corpo?

È una domanda che non nasce con la malattia.

Ci accompagna quando siamo adolescenti e fatichiamo a riconoscerci, quando ci innamoriamo, quando diventiamo genitori, quando il tempo modifica il volto che lo specchio ci restituisce, quando il corpo smette di corrispondere all’immagine che avevamo di noi stessi.

Forse il problema non è che oggi ascoltiamo troppo poco il corpo.

Forse accade il contrario.

Lo osserviamo.

Lo analizziamo.

Lo misuriamo.

Lo ottimizziamo.

Cerchiamo continuamente di renderlo pradroneggiabile.

Ma nessuna strategia riuscirà mai a eliminare del tutto quella parte dell’esperienza umana che sfugge alla nostra padronanza.

Ed è proprio lì, dove il controllo si arresta e qualcosa continua a sfuggire, che prende forma la domanda più importante.

Chi abita quel corpo?

Forse è questa la straordinaria attualità dell’intuizione di Platone.

Non ricordarci che esiste un’anima separata dal corpo.

Ma ricordarci che un corpo non è mai soltanto un organismo da osservare, misurare o riparare.

È sempre il corpo di qualcuno.

Di una persona che desidera, che soffre, che ama, che teme, che cerca un senso alla propria esperienza.

Forse abitare il proprio corpo non significa riuscire finalmente a dominarlo.

Significa poterci vivere, accettando che qualcosa continuerà sempre a sfuggire alla nostra volontà.

Ed è proprio in quello scarto che, forse, ciascuno di noi incontra la parte più autentica di sé.

Cover: Foto di Mo da Pixabay

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Parole a capo /
Sonia Vannozzi: “Tracce Diafane”. Alcune poesie

“…Qualcuno/ più sensibile/ ci sorriderà su / un momento / poi tornerà / a macellare i sogni / sull’altare della / sopravvivenza.”

Parole a capo /
Sonia Vannozzi: “Tracce Diafane”. Alcune poesie

 

Felicità

Ben cosa strana
è la felicità

è ciò che più
inconsapevole è al mondo.

Sulle nostre occhiaie
trasparente serpeggia
e lascia
una traccia diafana
come bava di lumaca

solo dopo
ne vedi
il percorso.

Una scia che non si trova
se piove delle nostre
lacrime;
neppure anni di riflessione
possono mostrarne la potenza.

Perché
non c’è gloria
nella felicità.

Possiamo solo sperare
che distratti uscendo
di casa nella
penombra calda
di un mattino
si riveli traslucida
quella traccia benedetta
intermittente incostante.

Qualcuno
più sensibile
ci sorriderà su
un momento

poi tornerà
a macellare i sogni
sull’altare della
sopravvivenza.

 

*

 

Cielo d’asfalto

Le parole
si son lasciate
cadere
la loro cenere
su questo cielo
bagnato d’asfalto.

D’euforia l’eco
è passato
e dei pianti
non importa
più a nessuno.

 

*

 

Estate

Una brezza leggera
portava assolata
nella strada deserta
un trascinarsi di risate
passi e sguaiato sudore.

L’ho sentita arrivare
questa estate che brucia
di una solitudine
che basta a sé stessa.

 

*

 

L’aquilone

(scrivere una poesia in un giorno qualunque)

Volevo far volare alto
il mio aquilone di parole
fiero tra le nuvole
ma il suo filo sottile
si è srotolato uscendo
rimbalzando su ogni
gradino

ha inseguito matto
due placidi cani
si è incagliato nei colori
di un semaforo difettoso
finendo sul cruscotto
delle macchine
in sorpasso.

Trascinato
sulle scale in ufficio
ha aspettato quieto
che evaporassero un poco
la rabbia
la tristezza
e la mia quotidiana
inadattabilità.

Poi via fino a casa
dove le cose si ammucchiano
e anche le parole.

Quando ormai lettera per lettera
si è sparso stanco
come un puzzle sul pavimento
ecco lo vedo d’improvviso
aquilone libero
nei tuoi occhi.
E’ questo il tuo regalo al mio giorno:
il suono di una risata
che fulgida basta
a comprendere la vita.

 

*

Vetro

So bene
che ho un guscio
sottilissimo.

Un punto di rottura
che un abbraccio
uno sguardo
una foglia
potrebbero scalfire.

Un batuffolo tagliente
che non puoi stringere in un palmo
perchè s’infrangerebbe
nell’incontro con la pelle.

Una biglia ubriaca
in un percorso curvo
tracciato col dito
da un bimbo svogliato.

E’ di vetro e io non riesco
a proteggere
questa assurda e spaventosa
trasparenza
che rotola nel mondo.

 

*

Nella postfazione, Claudio Ardigò scrive che “Tracce Diafane” è “una silloge vissuta con grande intensità emotiva nella partecipazione alla vita. (…) Una vita che diventa una realtà- sogno affascinante, nei tratti essenziali e significativi che Sonia cattura, distilla negli alambicchi del suo cadattere“.

Sonia Vannozzi (1982), lavora in Toscana come Digital Marketing Specialist ed esprime il suo lato creativo come illustratrice e poetessa. Sonia ha creato il logo dell’Associazione Licenza Poetica nel 2017 e ha collaborato con la stessa con diverse illustrazioni, visibili sul profilo www.behance.net/Sonia Vannozzi. Per Monica “Moka” Zanon ha scritto la prefazione del libro di poesie “L’orso logorroico“. Con Moka ha scritto il romanzo di fantascienza “Lo spazio buio dei segreti” (Le Mezzelane Casa Editrice, 2022). “Tracce Diafane” (Il Babi Editore, 2023) è il suo esordio poetico.

 

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 346° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Cover: zephylwer0-dragon by Pixabay

domani si va in campagna

Domani si va in campagna

Domani si va in campagna

di Francesca Bubba

La frase che da bambina temevo più di ogni castigo era «Domani si va in campagna». Mio padre la pronunciava la sera con insindacabile naturalezza che non ammetteva repliche, perché non era una proposta ma un bollettino. Ricordo che la mattina mi svegliavo prima di tutti, con l’angoscia nel petto perché odiavo profondamente quelle giornate, quella vita.

Partivamo che il cielo aveva ancora addosso la notte, e si partiva tutti, perché nella mia famiglia i bambini in campagna non si portavano per fargli prendere aria, si portavano perché due mani in più erano due mani in più. Perché mio padre voleva insegnarci a occuparci della terra perché convinto che quella sapienza fosse un’eredità preziosa e che un giorno ci sarebbe tornata utile.

E anche perché voleva che noi figli ci appassionassimo a quel mondo, e gli strumenti che aveva lo inducevano a pensare che certe cose man mano che le fai poi finiscono per piacerti. Con me non funzionò. Anzi, sortì l’effetto opposto.

Raccoglievo le olive finché le braccia diventavano di qualcun altro, toglievo pietre dai solchi, reggevo sacchi, passavo attrezzi, facevo la spola con l’acqua, lavavo i pomodori, piantavo le patate, infilavo per giorni interi la carne del maiale nel suo stesso intestino per fare i salumi. Oggi il maiale non lo mangio e non ne sopporto nemmeno l’odore.

Mia nonna mi diceva: canta mentre lavori che il tempo ti vola. Io cantavo ma il tempo era inchiodato, non passava mai. Intanto, mentre odiavo e odiavo quelle giornate, qualcosa la imparavo. Imparavo i trucchi della semina, i tempi del raccolto, la forma e l’odore che deve avere la verdura vera, ma più di tutto imparavo la contabilità spietata delle annate.

Per la famiglia di mio padre, contadina da generazioni, persone per cui la terra non è mai stata una metafora, la campagna non era un luogo dell’anima, era un’economia. Tra quei filari nessuno ha mai parlato di riconnessione con la natura. La natura era un datore di lavoro lunatico, che non pagava mai in tempo e certe
volte non pagava affatto.

Altro che madre natura. L’ho già scritto che la odiavo, lo so, ma ci torno perché quel sentimento è stato importante e, stranamente, fruttifero.

Più della sveglia al buio, odiavo la terra sotto le unghie che non andava via nemmeno con lo spazzolino, odiavo l’odore del verderame, odiavo la schiena che a otto anni non dovrebbe ancora sapere di esistere. Odiavo mentire alle mie amiche, il lunedì mattina, e raccontare che avevo trascorso la domenica al centro commerciale o l’estate in vacanza fuori, perché mi vergognavo della terra.

E mi ero fatta una promessa, avevo giurato a me stessa che avrei fatto di tutto affinché le mie unghie sarebbero rimaste pulite per sempre. Sono cresciuta e la promessa l’ho mantenuta, grazie ai miei genitori, che in
quegli anni invece mi sembravano volermi incatenare alla terra. Grazie a loro sono diventata quello che nella mia famiglia si indicava come il traguardo massimo: una che lavora al coperto, con le mani sulle tastiere, al caldo d’inverno e al fresco d’estate, con la pioggia solo dietro i vetri e le stagioni ridotte a guardaroba.

La campagna la guardavo con colpa, perché mio padre continua a lavorare la terra a cui ha dedicato tutta la sua vita pensando di lasciarla a noi, e nessuno di noi figli vive in Calabria e può curarsene.

Nel frattempo, però, è successo qualcosa che mio padre, in qualche modo, aveva previsto: la natura è tornata, e lo ha fatto nel linguaggio approssimativo di oggi, passando attraverso i trend. I feed si sono riempiti di ritorni alla natura, con orti dorati, galline con il nome, cesti di vimini, tutorial di semina eseguiti con la manicure intatta. Il trend mette in scena la fatica della mia famiglia trasformata in estetica, macchiettizzando la necessità, oggi riconfezionata come lifestyle.

E io, dall’altro lato dello schermo, ho guardato da subito tutto questo con rabbia viscerale. Mi sembrava l’ennesimo scippo ai danni dei poveri: ci avevano tolto anche la fatica, per rivendercela come esperienza. La campagna della mia infanzia era necessità con addosso un paesaggio, mentre quella dei feed è un paesaggio con addosso una scelta.

Poi, però, ho cercato di andare a fondo a questo sentimento e, forse, pure a fondo a questa tendenza, invece che liquidarla come l’ennesimo scempio. Mi sono chiesta, come faccio per ogni cosa, cosa di buono si può recuperare da tutto questo.
Cos’ha di buono la frase “domani si va in campagna” e cos’ha di buono questo feed?

La risposta ha a che fare con la natura e l’intreccio alla cultura della prevaricazione che affligge il tempo che abitiamo.
La terra è l’ultimo interlocutore rimasto che non si può convincere: non risponde ai solleciti, non teme le recensioni negative, le shitstorm, le minacce, i rimborsi, non ha un servizio clienti.

Se piove per un mese, si aspetta. Se non piove per mesi, si aspetta ancora. E aspettando si impara la differenza tra ciò che dipende da noi e ciò su cui non abbiamo margine di azione. Ci si allena, con la terra, a disabituarci a prevaricare.

Viviamo dentro un tempo che ci ha promesso il controllo di tutto, riceviamo il pacco domani entro le tredici, pretendiamo la risposta whatsapp della nostra amica immediatamente, altrimenti quell’amica non ci vuole abbastanza bene e allora “sai che c’è? Stattene da sola, io penso a me”, pretendiamo il corpo ottimizzato, persino il meteo ridotto a notifica.
Guardiamo con orrore e totale impreparazione l’imprevisto, ma ancor più l’imprevedibile.

Viviamo dentro un tempo disgraziato che tratta l’attesa come un disservizio e il limite come un affronto.
Ma un’umanità che non incontra mai un no strutturale, un no che non si può scavalcare, minacciare, comprare, recensire, diventa un’umanità che i no non li rispetta più, nemmeno quando provengono dalle persone.

Perché la prevaricazione è una lingua, e la si impara esercitandosi su qualunque corpo: sui fiumi raddrizzati e poi sulle schiene, sui terreni spremuti e poi sui lavoratori, sulle stagioni forzate e poi sulle donne, sui figli, su chiunque abbia la colpa di non essere arrendevole quanto vorremmo.

La terra, invece, allena all’opposto. Forse se oggi ci misurassimo ogni giorno con qualcosa che non si piega impareremmo, piano piano, a non piegare. Se accettassimo il no del cielo ci scopriremmo più capaci di accettare il no di una persona. Chi ha visto marcire un raccolto fatto a regola d’arte sa che fare tutto giusto non dà diritto a niente: e questa, che sembra una cattiva notizia, è l’inizio dell’umiltà, che è la manutenzione ordinaria dei rapporti umani.

Non è un caso, credo, che la campagna sia l’unico posto dove la parola resa significa due cose insieme: quello che il campo decide di darti e quello che tu impari a fare.

Sulla scia di questa sorta di illuminazione, ho riletto mio padre.

Da bambina credevo che mi stesse rubando le domeniche e l’infanzia. Oggi credo che stesse provando, con i mezzi che aveva, quindi senza le parole, perché a mio padre le parole non le ha date nessuno, gli hanno dato le braccia, a consegnarmi davvero un’eredità preziosa, solo che forse non era la sapienza sul raccolto, era una postura.

Forse la mia tendenza di cercare il buono in ogni anfratto non è slegato da quelle domeniche in cui, dato che il tempo doveva passare, sceglievo di cantare solo le mie canzoni preferite, le più belle che conoscevo. E così un po’ di buono c’era.

Non guardo più con odio chi torna alla natura con il cesto di vimini e la luce giusta. Lo so che problematizzare un’estetica è facile, ben più difficile è accorgersi di quello che, sotto l’estetica, ci sta chiamando tutti. Perché forse a quella terra stiamo tornando per una ragione che faremmo bene a mettere a fuoco: per i fallimenti, e non per i raccolti riusciti.

Per la resa.

Vorrei che i miei figli imparassero che esiste qualcosa che non si comanda, e che si può amarla lo stesso. Anzi, che si può amare soltanto ciò che non si comanda. Vale per la terra ma vale, soprattutto, per le persone.

Un mese fa, durante la settimana di ferie che abbiamo trascorso dai miei genitori, in Calabria, il mio compagno è andato nei campi con mio padre ogni giorno e mi sono riscoperta contenta di questo. Contenta di come sapevano coinvolgere il mio primogenito, senza l’obbligo che ha caratterizzato la mia infanzia, perché mio padre ha saputo mettersi in discussione e in ascolto, e ha imparato che si può disimparare un linguaggio.

La genitorialità è, più di tutto, una faccenda di restituzione, alla fine. E, quando non lascia scie di distruzione, è quasi sempre un fatto commovente.

Fuori, mentre chiudo questa newsletter, il cielo non promette niente, e va bene così.

Domani si va in campagna.

Cover: Foto di Yves Bernardi da Pixabay

I residenti liberano Piazza Ariostea: ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

I residenti liberano Piazza Ariostea:
ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

I residenti liberano Piazza Ariostea: ma Ferrara non cambierà a colpi di sentenze

sciò. – Voce espressiva, per lo più ripetuta (sciò sciò), usata per scacciare i polli o altri animali e anche, in tono scherz., per allontanare persone (Treccani)

 

La giunta che governa il Comune di Ferrara, guidata dal sindaco Alan Fabbri, ha fatto l’abbonamento alle sconfitte in tribunale.

Ha perso sui criteri per fare le graduatorie di accesso alle case popolari, o Edilizia Residenziale Pubblica (qui)

Il Sindaco ha perso contro il direttore di Estense.com, che aveva querelato per diffamazione (qui)

Ha perso contro i residenti di Piazza Ariostea, che hanno adito il TAR in via cautelare per i pesanti disagi che il casino dei concerti provoca alla loro vita e a quella dei loro cari (qui)

Eppure il Sindaco scrive che ha vinto, come puoi leggere qui. “The show must go on”, quindi avanti coi decibel e i pinzini.

Non è mica vero, ovviamente. Fabbri (o il suo comunicatore) scrive che ha vinto lui perchè il TAR gli ha fatto il favore di non mandargli in vacca il restante programma del Summer Festival per il 2026, anche se ha già imposto restrizioni di volume e orario. Una scelta di buon senso, per non costringere le casse comunali a farsi carico anche delle penali da pagare agli organizzatori dei concerti. In dialetto ferrarese, si direbbe che l’usta del TAR ha prevalso sui senz’usta della Giunta, che facevano urlare le chitarre heavy metal dentro i tinelli e i timpani dei residenti fino a notte fonda. Sciò mast go on, ma dal 2027, sciò da Piazza Ariostea.

Però, attento. Il sollievo tuo e dei cittadini che guardano la statua di Ariosto dai loro balconi, potrebbe diventare il gorgo nel quale affoga definitivamente una certa idea di Parco Urbano, almeno nella sua funzione principale di addizione verde. Il Parco Bassani infatti potrebbe diventare, oltre che la casa di aironi bianchi, garzette, germani reali, gazze, cornacchie, picchi verdi, tarabusini, rondini, balestrucci, volpi, lepri, ricci e tassi, anche la residency stabile dei jovanotti, vaschi rossi, ligabue, tiziani ferri, boss americani e ultimi italiani.

Ho già chiarito in più occasioni (ad esempio, qui e qui) cosa penso dell’idea di fare cose giganti nei posti sbagliati, e dell’importanza del senso del limite, del quale peraltro sia a destra che a sinistra si fa strame senza battere ciglio.

Ciò premesso, concentrare i mega eventi al Parco Urbano genererebbe uno scandalo? Sarebbe l’abbattimento di un tabù? No. Non più, ormai. Ci sono grandi parchi in Europa – anche meno estesi del Parco Bassani – che ospitano regolarmente festival musicali. Aggiungo che la vulgata che mi è capitato di raccogliere sul concerto di Vasco Rossi ha parlato di un’organizzazione pressoché impeccabile.  E se il malumore maturato in Piazza Ariostea dovesse trascinarsi dietro anche la piazza Trento Trieste e la Darsena e sfociare in contenziosi, che probabilmente in punta di diritto il Comune perderebbe, avanzerebbe prepotente l’ipotesi che il Parco Bassani diventi il mega contenitore in cui far confluire tutte le mega fiere preconfezionate che questa Giunta ha deciso di ospitare.

Intendiamoci: i residenti di zona Piazza Ariostea hanno ragioni da vendere. In genere poi, come emerge dalle sentenze già emesse, le occasioni per fare le pulci al disprezzo per le regole di questa amministrazione sono numerose, ed è probabile che non siano affatto terminate (vedi Fondazione Sgarbi o caso Amsef). Sotto questo aspetto, l’amministrazione attuale non potrebbe essere messa peggio, avendo come principale avversario in Consiglio Comunale l’avvocato Fabio Anselmo.

Tuttavia, temo una possibile eterogenesi dei fini: da una causa vinta con le migliori intenzioni, quelle di togliersi dalla padella del frizi e magna e della baldunara notturna, si rischia di cadere nella brace di un’addizione verde che potrebbe diventare grigia, a furia di tir, cavi, inquinamento acustico e circentes.

Il motivo è semplice: i tribunali si pronunciano su una questione specifica. Sulle conseguenze indirette di quella sentenza non sono competenti. Lì ci deve pensare chi amministra, o chi si propone di farlo. Per questo, tra le reazioni alla vittoria dei residenti di Ariostea, ho apprezzato quella del gruppo consiliare de La Comune (qui), che parla di una città non amministrabile a compartimenti stagni, il che necessita di una pianificazione degli eventi che tenga conto sia degli impatti ambientali sia delle ricadute economiche e commerciali.

In effetti sia Ascom che Federazione Pubblici Esercizi non hanno sollevato una preoccupazione banale: l’hanno semplicemente inserita all’interno del contesto dato, quello di un’amministrazione che favorisce l’afflusso di denaro e affari commerciali nell’unico modo che conosce: ospitando eventi che richiamino in città il maggior numero di persone possibili, senza farsi troppi problemi.

Per scongiurare il rischio che l’addizione verde di Ferrara si trasformi nella stabile residency di Michelle Hunziker e i suoi derivati, le opposizioni in consiglio comunale lascino pure a Fabio Anselmo quello che sa fare meglio: mettere all’indice gli abusi del potere. Ma non basterà: occorrerà fare un altro passo in avanti, progettare e proporre una città che faccia venire la voglia di partecipare a tanta più gente. Solo attraverso un percorso di partecipazione e coinvolgimento collettivo in una diversa idea di città, infatti, sarà possibile che quelle ventimila persone che non votano più ritrovino un briciolo di fiducia nel fatto che votare possa servire, di nuovo, a qualcosa.

 

 

Foto di copertina tratta da wikipedia

 

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In difesa degli alberi

In difesa degli alberi

In difesa degli alberi

di Maurizio Fantoni Minnella
Tratto da La Bottega del Barbieri del 10 Luglio 2026 

Nella Città Giardino – Varese, per chi non lo sapesse – il vasto e storico patrimonio arboreo che insiste su aree residenziali private viene abitualmente percepito come un bene condiviso dall’intera cittadinanza, in quanto bene monumentale, artefice di fondali urbani suggestivi, portatore di ossigeno e di ombra. In altre parole elemento irrinunciabile del paesaggio di ogni città, paese o villaggio.

Eppure viene via via sempre più materializzandosi la convinzione che i vecchi alberi (i monumentalia come è solito chiamarli l’agronomo Daniele Zanzi, nato e cresciuto nella Città Giardino e da anni impegnato nella loro salvaguardia) siano ormai giunti al capolinea, che abbiano concluso il loro ciclo vitale e dunque la loro specifica, duplice funzione di abbellimento e di salubrità.

In altre parole, essi verrebbero percepiti come ostili, come un vero e proprio pericolo per l’incolumità delle persone, specialmente se in prossimità di strade e viali pubblici, sia dalle istituzioni che dagli stessi cittadini privati. Ed è proprio da quest’ultima categoria che è partita recentemente una nuova, aspra polemica.

L’annuncio dell’abbattimento di cinque cedri secolari (con più di cento anni sulle spalle), da parte del proprietario di una villa urbana in fase di vendita, ha subito suscitato l’indignazione dei cittadini più sensibili al problema degli alberi in città sfociata in una raccolta di oltre mille firme rivelatasi poi inutile: infatti, i primi due cedri sono stati scrupolosamente abbattuti con la totale approvazione dell’Assessorato al Verde Pubblico della Città Giardino.

Lo stesso che poche settimane prima inaugurerà in gran pompa un giardino pubblico sorto sulla completa distruzione di un altro preesistente tardo ottocentesco, secondo il nuovo canone del sodalizio plastica/cemento, laddove la natura svolge un ruolo secondario, di puro decorativismo caricaturale, dove lo sport e i giochi per l’infanzia hanno sostituito la pace e il silenzio dell’erba sotto gli alberi, segnando definitivamente la morte dell’ombra come sollievo alla calura e della vera natura dei giardini.

Un disastro annunciato, scientemente preparato e messo in atto con la complicità di funzionari pubblici compiacenti e designer sprovvisti di talento e di fantasia.

Forte delle garanzie ottenute dalla perizia di un agronomo (peraltro non confrontata con una seconda perizia) sulla pericolosità dei cedri, il proprietario mette in atto una curiosa provocazione: egli si mostra disposto a donare i tre cedri superstiti, ma dal destino segnato, e il terreno annesso che li contiene, al fautore della raccolta di firme (reo di avere agitato le acque popolari), anch’egli agronomo di professione, con lo scopo evidente di verificare se quest’ultimo sia in grado di assumersi una responsabilità declinata dal proprietario stesso con l’abbattimento.

Se la risposta a tale provocazione fosse il silenzio, allora avrebbe vinto il proprietario dei cinque cedri nel riuscire a dimostrare che di fronte a una responsabilità concreta, parole e firme contano assai meno delle azioni. Al contrario rifiutare in toto quella provocazione significherebbe rimandarla al mittente inchiodandolo alla propria responsabilità civica nell’abbattimento degli alberi.

Il caso dei cinque cedri non può che ragionevolmente apparire come un pericoloso precedente per il destino vegetazionale delle città (ma ancora di più per la Città Giardino).

Se infatti si applicasse il principio dell’abbattimento indiscriminato per ogni albero monumentale inscritto nel territorio urbano, seguendo poi la logica perversa dell’emulazione, (pubblico e privati complici del “misfatto verde”), perderemmo di sicuro una parte rilevante di natura urbana originata dallo sviluppo residenziale a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando al corpo di villa necessitava un corredo arboreo degno del prestigio del proprietario o della famiglia.

Per questo l’agronomo sopra citato avanza la seguente proposta: istituire un garante per la tutela dell’ambiente e del patrimonio arboreo cittadino, ribadendo come il vero tema non sia soltanto la sorte di questi alberi, ma la necessità di aprire una riflessione sul concetto di rischio zero, sulle responsabilità dei proprietari e sul ruolo che il Comune dovrebbe assumere come garante del patrimonio arboreo cittadino. Un esempio, questo, che potrebbe essere esteso all’intero paese.

Vi è inoltre un’altra ragione, forse più sottile e sfuggente, in grado di spiegare lo stato dei giardini di vecchio sedimento, ed è una ragione estetica, oggi divenuta dominante, che potremmo definire di neo-monumentalismo. All’albero-monumento verrebbe a contrapporsi la residenza-monumento, che secondo un canone ascrivibile agli anni ’20-’40 del secolo scorso, imporrebbe l’elemento di facciata come il solo a dominare lo spazio del giardino, ossia il corpo del fabbricato civile o residenziale di cui, in tal modo verrebbe esaltata l’imponenza volumetrica.

Sono, dunque, i nuovi designer (chiamarli architetti dei giardini sarebbe troppo generoso!) a dettare il nuovo stile prosciugato di ombra, colore e anima. Dietro la dominante del bianco e del grigio, la prosopopea dell’autorappresentazione della nuova ricchezza.

Per quanto tempo ancora, parliamo di anni, forse di qualche decennio, la Città giardino sarà in grado di conservare la sua fama di città di giardini o ancora, di “città in un giardino”? Non lo sappiamo.

Per altro verso, per quanto tempo le nostre città storiche potranno conservare la propria identità urbana in una società in cui il cosiddetto “capitalismo estetico” (termine usato dal sociologo Vanni Codeluppi in un suo recente volume), propugnatore di un mercato della bellezza, esteso al paradigma collettivo (l’uso strumentale degli spazi come piazze, strade, musei, luoghi di fruizione pubblica) e a quello individuale (spazi privati di abitazione), tenderebbe a uniformare gli spazi e i luoghi ritenuti “artistici” come merci?

È già in atto un processo di questo tipo che tenderebbe a trasformare i luoghi reali in luoghi di rappresentazione nel nome di un’equivoca idea di bellezza.

Prepariamoci ad immaginare una generazione pronta ad ammirare il falso credendolo vero, che tenderà a confondere la bellezza per il suo fantasma. E gli alberi? Saranno sempre di più comparse sbiadite in una messinscena della vita reale.

Note

  • Vanni Codeluppi, Megamodernità, Editori Laterza, Bari 2026

Cover: Foto di KarinKarin da Pixabay

l'italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

L’Italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

L’Italia che resiste: la competitività dei nostri distretti industriali

Nel triennio 2023-2025 i distretti industriali italiani hanno mantenuto una competitività elevata grazie alla tenuta dei dati di commercio estero, nonostante un rallentamento della crescita.

È quanto emerge dalla diciottesima edizione del Rapporto annuale “Economia e finanza dei distretti industriali”, a cura del Research Department di Intesa Sanpaolo, che offre una fotografia aggiornata dello stato di salute delle imprese distrettuali italiane.

L’analisi dei bilanci di 22.557 imprese distrettuali mette in luce come, dopo il balzo del biennio 2021-22, il fatturato sia sceso lievemente nel biennio successivo, collocandosi nel 2024 intorno ai 343 miliardi di euro. I livelli del fatturato delle imprese dei distretti si collocano su livelli abbondantemente superiori a quelli del 2019 (+16,6%). La redditività si è mantenuta su livelli elevati, collocandosi all’8% nel 2024, solo di poco inferiore al massimo toccato nel 2023. Le stime relative al 2025 mostrano una sostanziale tenuta economico-reddituale.

È proseguito il rafforzamento patrimoniale, con l’incidenza del patrimonio netto sul passivo salita nel 2024 al 36,6%, 2,6 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente e addirittura 6,3 punti sopra la percentuale del 2021. Il miglioramento ha caratterizzato tutte le classi dimensionali e le filiere settoriali. Le disponibilità liquide, pur riducendosi, sono rimaste su livelli elevati (pari al 9% dell’attivo): sono risorse cruciali per autofinanziare gli investimenti futuri, affrontare le incertezze e i rischi dello scenario.

Nel 2025, al netto dei flussi del distretto orafo di Arezzo (che nel 2024 aveva registrato un balzo dell’export verso la Turchia, poi rientrato), l’export distrettuale ha mostrato un progresso del +0,9%. È poi rimasto su valori storicamente elevati l’avanzo commerciale, pari a 97,4 miliardi di euro, l’85% circa del surplus del manifatturiero italiano.

La sostanziale tenuta dell’export distrettuale non era scontata in un contesto di grandi turbolenze e di discontinuità della politica commerciale americana. È stata premiata la prontezza delle imprese nel rivedere la geografia dell’export, cogliendo le opportunità presenti in mercati come gli Emirati Arabi Uniti, la Polonia e la Spagna, che sono i tre Paesi in cui l’export dei distretti è cresciuto di più in valore nel 2025.

La diversificazione dei nostri mercati di sbocco potrà trarre beneficio dai nuovi accordi commerciali tra Unione Europea e Mercosur, India, Australia e Messico. In particolare, la limitata incidenza del Mercosur sull’export totale dei distretti suggerisce l’esistenza di un ampio potenziale di crescita, soprattutto per quei territori e quelle filiere che già mostrano una presenza, seppur contenuta, nell’area.

Nel tempo è cresciuto il ruolo delle imprese di dimensioni medie e grandi. Le grandi imprese rappresentano quasi il 60% del fatturato complessivo; se si considerano anche le medie imprese si sale all’83%. Attorno a questo nucleo di aziende capofila di più grandi dimensioni sono attive numerose imprese piccole e micro.

L’approfondimento realizzato sugli approvvigionamenti delle maison della moda evidenzia come gran parte dei loro acquisti siano concentrati nei distretti italiani della filiera, dove sono presenti relazioni di prossimità di carattere strategico (attive cioè da più tempo in modo continuativo).

Molti distretti sono poi fortemente integrati negli ecosistemi territoriali di riferimento: sembra, ad esempio, emergere una relazione tra i mercati di sbocco del distretto delle calzature sportive e Sportsystem di Montebelluna e la provenienza dei visitatori turistici delle Dolomiti.

È rimasta alta però la dispersione dei risultati, in particolare tra le micro-imprese. Anche in questa edizione del Rapporto si è messo in evidenza un nucleo di imprese definite champion in base alle loro performance nel periodo 2022-24: sono il 7% del totale, ben rappresentate in ogni settore e territorio. Sono molto attive in termini di internazionalizzazione e innovazione e più propense a utilizzare il cognome della famiglia nella ragione sociale.

Emerge in particolare un gruppo di aziende virtuose, in grado di rafforzare la produttività, accrescere l’occupazione e innalzare i salari. Queste imprese, oltre a mostrare un’evoluzione di gran lunga migliore del fatturato, vedono una presenza più numerosa di realtà di medie e grandi dimensioni, forti anche di un miglior posizionamento strategico.

L’analisi mostra con chiarezza che la presenza di giovani nei consigli di amministrazione si associa a percorsi di crescita più dinamici e a una maggiore propensione a investire in qualità, sostenibilità e asset immateriali. Il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo in cui il passaggio generazionale può rappresentare un driver di competitività.

Il Rapporto offre evidenza dei vantaggi competitivi offerti dai distretti agli imprenditori under 35. Per le imprese giovanili operare nei distretti si associa a migliori aspettative di crescita, a una maggiore propensione all’export e agli investimenti green, a minori difficoltà di approvvigionamento e a un più agevole accesso a risorse professionali e competenze.

Nella classifica dei migliori 20 distretti rappresentate tutte le macroaree geografiche italiane e tutti i settori ad alta intensità distrettuale, dai Dolci di Alba e Cuneo al Legno e all’arredamento dell’Alto Adige, dall’Oreficeria di Valenza, alla Meccatronica dell’Alto Adige, dai Vini e distillati del bresciano, alla Gomma del Sebino Bergamasco, fino all’Abbigliamento nord abruzzese o al Marmo e granito di Valpolicella. Spiccano le realtà del Nord-Est (che conta 9 distretti) e i distretti agroalimentari (7), seguiti da meccanica, sistema casa e moda (ciascuno con 3).

Cover: Foto di Janusz Walczak da Pixabay

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Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft

Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft
Un dialogo sulla vacuità delle forme

Viandanti a mani vuote: passeggiata nell’opera di Gilbert Kruft.
Un dialogo sulla vacuità delle forme.

Con  il poemetto: Das kleine Bronzegedicht von Gilbert Kruft

di Giuseppe Ferrara e Glauco Saba

1 – Tempo e Arte

Per inoltrarci nell’officina creativa di Gilbert Kruft, dove i luccichii bronzei delle opere dell’artista filtrano tra le persone presenti, vorrei cominciare da una famosa storiella cinese riportata da Italo Calvino nella sua  lezione americana sulla Rapidità.

È una storiella che parla di arte e tempo e del loro rapporto così caro a Gilbert che a tale proposito diceva: «…bisognerebbe prendersi il tempo di riflettere sull’interdipendenza di questi due elementi, tempo e arte: il rapporto e l’influenza fra i due hanno per me un effetto affascinante e illuminante» [da Gilbert Kruft. Il bronzo che pensa, Catalogo a cura di A. Boschi, S. Kruft, S. Pelle, 2018].

Ecco la breve storiella:

«Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. L’imperatore gli chiese di disegnare un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. L’imperatore glieli accordò.

Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto». Si parla qui di un dono che consente un’arte istantanea o di una capacità tecnica acquisita nel tempo?

Verrebbe da dire in un unico aforisma che “numerosi sono quelli che si impegnano a preparare la rivoluzione. Rari, rarissimi, quelli che, prima di prepararla, se ne vogliono rendere degni”.

In qualche misura, in qualche anfratto irrazionale o inconscio del mio essere, queste due cose, la storiella e l’aforisma, sono rappresentazioni metaforiche dell’Arte di Gilbert Kruft, perché hanno a che fare con il passaggio dalla rapidità all’esattezza e con il possesso di una tecnica all’altezza dell’arte.

Il bronzo che pensa, come recita il sottotitolo del catalogo dedicato a Kruft, non può usare un linguaggio approssimativo, casuale e sbadato e, evidentemente non potrà “scegliere”, per esprimersi, un uomo approssimativo casuale e sbadato, ma qualcuno, appunto, che avesse dedicato tempo alla sua arte e arte al suo tempo.

Infatti è ancora Calvino a ricordarci che la malattia del linguaggio – di qualunque linguaggio espressivo –  si manifesta sempre “…come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza…” come un automatismo che riduce la lingua alle sue forme più generiche, anonime, astratte, diluendo i significati e smussando le punte espressive…”, spegnendo ogni scintilla che dovrebbe sprizzare dall’incontro-scontro di un bronzo e di un uomo che pensano. Di una tecnica (Arte) e di nuove circostanze (Tempo).

vengo dal centro
che meraviglia! Una
mano nuda –

“Dopo aver guardato un’opera” –  insegnava J. Berger – “lascio il museo o la galleria in cui è esposta e mi metto a passeggiare fino a entrare nell’atelier in cui è stata creata. Parlo tra me e me e mi rivolgo all’artista che forse conosco o che non ho mai incontrato di persona. Ogni tanto c’è una visione che lascia tutti e due a bocca aperta – come capita davanti a una rivelazione”.

È questo un percorso che i poeti viandanti i cosiddetti haijin (scrittori di haiku) conoscono bene stazionando da sempre per così dire nell’atelier dell’Artista (chiunque o qualunque cosa sia). Avverto così che quelle mani protese delle opere di Gilbert Kruft sono una rivalsa dell’aptico sull’ottico, del tocco sullo sguardo e che un “ viandante” deve ridursi, durante il cammino, a … materia plasmabile.

la vita di un artista
è una forma di ecosofia
l’immersione in un’emergenza creativa
lui diventa garante del genere,
l’ anello di specie sconosciute
nei tempi mancanti indietro e davanti
e lascia in eredità l’opera presente
che continua a farsi e sfarsi
e che procederà dopo aver preceduto
per rivelazioni e illuminazioni

Scrive Gilbert: «La frase di Beuys “ogni uomo è un artista” si appoggia su un grave errore e su una ciarlataneria e si giustifica con il postulato di dare all’osservatore un “impulso mentale”. In questo caso è come se l’artista aspettasse che fosse il suo pubblico a realizzare o terminare la sua opera…»

«…Qui sbagliano Beuys e i suoi seguaci perché, parlando per metafore, “ nessuno va alla Scala per cantare le arie da sé , oppure ad un’esposizione per terminare, per mezzo della provocazione artistica e grazie alla propria capacità personale, le opere esposte”…

L’arte è la visualizzazione dello spirituale invisibile nella fattispecie per mezzo dell’artista e non dell’osservatore. Naturalmente quest’ultimo sviluppa un’attività mentale  – NdA:  direi senti-mentale – se è stimolato da un’opera, ma sarà sempre l’intensità e la qualità formale dell’espressione artistica a condizionare questa attività».

Ed è qui che facciamo il nostro incontro con “quel campo di tensione”, direi quel vuoto quantistico pieno di tutto:  di contrasti tra lineamenti, forme, proporzioni e strutture che aspettano “solo” di essere armonizzati. È questa comunicazione di contrasti che mi ha toccato!

Ed è vero, non è l’osservatore a “continuare le opere” ma è l’artista che continua a toccarci e a plasmarci attraverso la sua poiesis. A mani nude o, se preferite, a mani “piene” di una moltitudine di contrasti in cerca di armonizzazione e, quindi, di fatto, a mani vuote.

2 – Guardare. Toccare

La parola aptico deriva dal greco haptikós  che significa “capace di toccare”, dal verbo háptō, “tocco”. Indica la capacità di venire in contatto con “qualcosa” (soltanto solido? Mah!) e che conosciamo tutti facendo uso di quel “tocco” ogni giorno, più volte al giorno, usando la tastiera di un PC o di uno smartphone.

L’aptico è una funzione della pelle e costituisce il mutuo contatto tra noi e l’ambiente: quel tocco riguarda un riconoscimento attraverso il tatto o se si vuole di una conoscenza che si coglierebbe non attraverso un processo di osservazione a distanza, ma per immersione

nel vecchio stagno
una rana si tuffa
rumore d’acqua
[M. Bashō]

 L’atteggiamento aptico è trans-sensoriale essendo un sentire/pensare (per questo un senti-mento) complessivo e unitario. Tuttavia poiché noi occidentali siamo portati culturalmente a narrarci e narrare per opposizioni duali, può essere utile evidenziare le differenze “metaforiche” tra tattile e retinico anche perché il pensiero occidentale ha quasi sempre utilizzato la visione come… misura delle cose in senso analitico e oggettivo.

Nella ricerca di una conoscenza oggettuale (si pensi alle serie scultoree di Kruft intitolate: Le tre forme del respiro umano o Le tre forme dell’ego e quelle dell’identità), il “gusto ottico”, quasi automaticamente, isola e analizza gli elementi secondo un metodo riduzionista e grazie all’ “educazione” estetica dell’osservatore. Il “gusto aptico”, invece, percepisce il processo lungo il quale emergono tutti gli elementi (interni e esterni) quali possibilità non isolate o isolabili.

Aptico è un’attitudine complessiva al percepire con; è un modo di sentire/pensare integrale che cresce e si sviluppa , istante dopo istante, e che chiamiamo esperienza: partecipazione a ciò in cui siamo immersi e viviamo in modo da corrispondervi. L’aptico è così una postura nei confronti del mondo, sensibile e mentale, che si impegna ad avvicinare ogni dualismo polare fino a mostrarne l’illusorietà.

La Depressione, l’Euforia e l’Equilibrio delle Tre forme del respiro umano sono anche il dubbio (l’interrogarsi), la passione (il bruciare), la calma (il “riflettere”). Percepire in modo aptico significa quindi accostare i processi, sentirli-pensarli, prima della loro scissione duale. Il bronzo dubita perché è depresso e viceversa: è depresso perché dubita! Il bronzo brucia perché è freddo. Il bronzo riflette perché è opaco. E viceversa. E viceversa.

E noi dubitiamo, bruciamo e “riflettiamo” … con il bronzo.

In questo senso la proposta dell’aptico va così molto al di là dell’idea di un “tatto oltre la mano”, un’ idea che invece è sostanziale al gusto ottico inteso quale spazio in cui l’occhio tocca ciò che vede. Il gusto aptico si sente mentre si gusta, l’opera la tocchi mentre ti tocca, in altri termini è una partecipazione consapevole a entrambi i processi di “produzione”: quello dell’artista e quello dell’osservatore.

Camminando a mani nude
traccio un percorso e procedo
e precedo per tracciare un percorso.

 Sento il paesaggio che mi attraversa
quello che formo passando,
l’osservo e mi osserva.

 Vacuità nella vacuità
Si svuota quello che si riempie
Converge tutto ciò che emerge

Gilbert stesso sembra rivelarci da dove provenga questo gusto aptico della e per la sua opera: «A un interessato amico dell’arte è da consigliare lo studio della nostra società, cominciando da sé stesso… L’arte è una necessità interna dell’uomo, come la sua sessualità. È una forza troppo elementare per essere condizionata a lungo termine dal di fuori, sia dal mercato che da un’ideologia politica…

Come la nostra società vive sempre più intensamente nel e per mezzo del momento,… io non avevo più bisogno di oggetti trovati ma riscoprivo la già studiata anatomia muscolare. In essa trovavo quella ricchezza della forma libera che mi permetteva qualsiasi combinazione desiderata, con una naturalezza sorprendente nell’espressione corporea accompagnata dalla precisione della forma pura, che mi permetteva [cioè] un elemento essenziale nella scultura: l’estetica»

Ed è con questo vocabolario aptico, l’umana lingua corporea, che Gilbert si è concentrato e ha scritto su quello che lo interessava di più, nel profondo: la parte irrazionale dell’uomo, quella immateriale.

Chiamiamola pure, spirito. O, se preferite, inconscio. E se la chiamassimo vuoto?

 3 – Substantia e Sūnyatā

Lo haiku è una poesia costruita intorno alla ‘vacuità’, al vuoto: un vuoto che permette la sua concentrazione. Se nel mondo occidentale il vuoto è stato identificato con il nulla, nel mondo cinese e giapponese corrisponde invece a quella parte assente che permette al pieno di esistere. È un elemento fondante per tutta la cultura giapponese: è la parte interna ed esterna della tazza da tè che ne permette l’esistenza e la funzione; è lo spazio bianco della pagina che riempiamo con l’inchiostro in calligrafia; è lo spazio sottratto dalla presenza di una statua.

Il vuoto, nello haiku, è silenzio.

Si capisce da qui che per parlare di vuoto bisogna ricorrere alla… sostanza che è di certo il concetto fondamentale del pensiero occidentale. Il verbo latino substare (letteralmente stare sotto) da cui deriva substantia, significa anche resistere, sostenere. Stare viene inoltre usato nel senso di ritenersi, affermarsi tenere testa. Le parole stato, statua appartengono alla stessa famiglia linguistica e derivano più propriamente dal greco stasis  che non significa solo “stare”, ma anche rivolta , insurrezione, conflitto, discordia e partito.

Qualunque sostanza, anche il bronzo quindi, pensa perché “parla” e parla perché “pensa” e lo fa attraverso un movimento di separazione e distinzione. La sostanza infatti non è concepita per un’apertura ma per una chiusura.

Sūnyatā (in sanscrito: vacuità) è il concetto centrale del buddhismo e per molti aspetti è opposto a quello di sostanza. Sūnyatā indica un movimento di espropriazione, svuota cioè chi o cosa si ostina a restare chiuso/a in sé stesso/a. Nel campo della vacuità nulla si condensa e permane in una massiccia presenza: le forme presenti emanano una singolare assenza.

Le figure di Gilbert Kruft paiono ritirarsi nell’infinita vastità di uno sfondo e, come si sa, l’inversione figura-sfondo è l’arbitro unico della percezione umana.

Nessuna opera di Gilbert manifesta qualcosa di definitivo. Niente si impone; niente si delimita, si chiude in sé. Chi osserva si ferma (e si afferma) perché la statua comincia a fluire: bronzo e sangue si abbracciano.

hanno spogliato
statue colonne marmi
il cuore è nudo

In un famoso sutra di Dōgen  si parla di un singolare paesaggio del vuoto in cui azzurre montagne scorrono. Nella sua tecnica artistica, la fusione  a cera persa, Gilbert ha a che fare molte volte con il vuoto e quindi un discorso sulle sue statue che scorrono, parimenti alle montagne di Dōgen, risulterebbe metaforico solo sul piano del pensiero sostanzialistico occidentale.

In effetti la statua non cammina come un viandante (o un visitatore dell’atelier) ma la statua è il visitatore, il viandante. Sul piano della vacuità ogni opera di Gilbert non si chiude ostinatamente in sé stessa (in modo sostanzialistico), ma cammina con il … viandante. Persino nel viandante perché è il viandante.

Come ammonisce Dōgen “…solo un uomo dall’intelligenza grossolana dubita che “le azzurre montagne camminano”. Ed è solo per un’ inadeguata  esperienza che restiamo stupiti per l’espressione “montagne che scorrono” o per quella di “statue che toccano” o che cantano, fanno sesso, dubitano. Statue che affermano chi sono per affermare chi siamo e continuano a parlare nel silenzio come fanno gli haiku.

Le statue che toccano di Gilbert, come le montagne che scorrono di Dōgen, rappresentano una visione ordinaria della vacuità, in cui le cose stanno fra loro in un rapporto di reciproca compenetrazione.

Si potrebbe dire: il vuoto è lo strato profondo, l’invisibile spazio di respiro delle forme. Il vuoto le immerge in una specie di assenza. Ma questa assenza fa emergere il vuoto, convergendolo in presenze singolari quali montagne o statue. Il vuoto è dunque forma.

Il centro cavo del “bronzo”, quindi, la sua vacuità non è un semplice risultato. Non si tratta cioè del fatto che le pareti della scultura lascino un vuoto, precedentemente pieno di cera, inteso come un luogo non occupato da nulla. È piuttosto il vuoto a far nascere intorno a sé le pareti.

Il vuoto è, per così dire, più antico delle pareti. Il vuoto è quest’ “anima originaria” così remota e precedente a tutto ciò che è senza precedenti persino al tempo e allo spazio, alla luce e al buio, al silenzio e alla musica. È un’anima che si irraggia nella figura e che… figura nell’irraggiamento di un arte sapiente, quella che disegna il granchio perfetto di Chuang-Tzu; quella che scrive l’haiku perenne di Mātsuō Bashō.

Un’arte che riempie il…  vuoto di Gilbert Kruft, il vuoto dei viandanti. Un’Arte che (ci) riempie tutti di Tutto.

Das kleine Bronzegedicht von Gilbert Kruft

a Sandra Kruft Zanotti

Tra tutte l’arti non ne conosco altre
Della più nobile che richiede il fuoco
Invito alla lotta fra sostanza e forma
L’ardore che riaggrega rame e stagno
Che ogni corpo cavo dalla cera svuota
E in me riunisce Giove e il dio Vulcano.

Naturale è l’artificio umano
E son, per mio artificio, naturale.
Deus sive natura: è tutto qua.
Se blue eyes Oppy è figlio delle stelle
La stella è figlia di cotanto figlio
La vita fonde genesi e il suo fine.

Le prime leghe bronzee persiane
Conservano il tempo nelle forme
E fissano i regimi dei cronotopi
A istituire, dopo la pietra, l’ Età
Prima del ferro sorta in ogni dove
A Creta, in Cina, Accadia e India.

Raffinati tripodi d’arte fusoria,
Versatoi della dinastia Shang,
Ricoperti dalla patina agognata
Da antiquari cinesi d’Era Volgare
Le fibbie, gli ornamenti d’Odisseo
E degli eroi della Grecia omerica.

Fu mutata nelle forme l’arte antica
Con le sedie, gli sgabelli e i candelabri,
D’ Ercolano e di Pompei, salvati dal Vesuvio
Come il mare di Riace salvò i suoi Bronzi
E poc’altro sulle coste di Cutro e loro dintorni.
A censire, Plinio il Vecchio arrivò primo

Le specie di metallifere effusioni
Dalle deliache passando alle corinzie
A quelle tirreniche ed eginetiche
Bronzo che scorre solo nel fuoco
E per l’ardore si presta ad animare
Il corpo cavo di qualunque forma.

Reco e Teodoro dall’isola di Samo
Casa d’Apollo e del quadrato d’oro
Furono i primi alchimisti e maghi
A transitar dal fuoco riverberi di rame
Di stupore celeste incandescente
Simili a lapilli in festa sotto cieli stagni.

E nella Schedula diversarum artium
Il monaco Teofilo versò il vocabulum
Per tradurre fiamme in stelle fisse
Le rinomanze in onoranze e grazie
Opere di piccolo formato crebbero
S’aprirono portali oltre i celesti spazi

Grazie ad ante mirabili di Duomi e Battisteri
Lievi come ali spiegate a cogliere
Intramontabili tramonti e illune notti
Riflessi su sbalzi d’aureole e d’ali d’angeli
Dalla punta della spada di Perseo
Alla punta dei rettili ricciuti di Medusa.

Fu la fusione della cera a ing(e|o)losire il bronzo
Paradossale effetto del tenero sul duro
Della vacuità di un fiore sulla terra cotta
Di opere sottili e vuote su altre supponenti e piene
Così che allo spogliarsi della sostanza
Si rivestiva nuovamente un cuore

Le mani che stai osservando sono le mie
E ciò che tocco senza vedere è quella cera
Che modellavo e ricoprivo secondo forma
Con un sottile strato di terra riluttante
Tapas – l’ardore – il tempo, la temperatura
Fanno il resto: la cera è persa, la terra indura!

Ecco che il vuoto prima del cronotopo è pronto
Per fare posto alla fusione di pensiero e bronzo.
Ad ardore spento e tempo ritrovato
Lo spessore del vacuo in sostanza viene dato
E tiene testa, s’erge, si ferma e sta su ciò
Che l’ha creato e su chi, come te, fermo l’osserva.

Tutto quello che abbiamo è questo:
Un tocco che umanamente plasma
La cera dell’emozione e lesto la riveste
Del sentimento annidato nelle menti
Siamo solo viandanti a mani vuote
In attesa di una fiamma che ci affermi.

In copertina: Museo Kruft, Bologna – immagine libera da diritti

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Se io fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

Se fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

Le voci da dentro /
Se fossi un segno di punteggiatura, quale vorrei essere?

di Giampiero

“Quando scrivo mi sento vivo, mi sento libero” è la scritta che c’è sopra una stanza nell’area pedagogica del carcere di Ferrara dove facciamo gli incontri di redazione di “Astrolabio”, il giornale del Carcere di Ferrara. Il nostro giornale. I primi anni che frequentavo la redazione, quell’espressione mi suonava strana poi, leggendo i vari testi delle persone che ho conosciuto, ho capito meglio cosa poteva rappresentare la potenza della scrittura per una persona ristretta: una testimonianza, una riflessione, un racconto, una liberazione, un’immagine, un guardarsi dentro, un mettersi a nudo, un volo fuori.
Ci sono vari modi di scrivere per raccontarsi e quello che ha scelto Giampiero è originale e creativo. Troverà sicuramente spazio all’interno della rubrica “Fantasia tra le sbarre” che inaugureremo a partire dal prossimo numero di Astrolabio ma ora lo anticipo in questa rubrica.
(Mauro Presini)

Beh, io non vorrei mai essere un punto che chiude il discorso, non consente il confronto e chiude la bocca all’interlocutore: “punto e basta!”
Il punto è arrogante, saccente, autoreferenziale e presuntuoso.
È la negazione assoluta dell’empatia dell’inclusione, è antisociale e ragiona sulla base di preconcetti che lui considera assiomi.

Per il punto tutto è bianco o nero, non esistono sfumature, né possibilità che lui sia in errore: impossibile! In sintesi, il punto è la quintessenza della stupidità umana, convinta del proprio sapere, quella porzione di società umana che non capirà mai l’importanza di avere coscienza, quella di riconoscere i limiti del proprio sapere, né comprenderà mai il concetto del sapere di non sapere che stimola l’intelletto a ragionare fuori da schemi preconcetti.

Io dunque non vorrei mai essere un punto ma nemmeno vorrei essere una virgola: povera virgola di cui pochi avvertono la presenza, scambiandola spesso per uno scarabocchio accidentale, ma ancora meno persone fruiscono dei suoi servigi. Ora poiché le lettere si scrivono al computer, la virgola crea un nuovo imbarazzo anche ai pochissimi che ne comprendono l’importanza: eh sì, perché subito sorge il dubbio su dove va a posto lo spazio (sempre che uno spazio debba esserci): prima della virgola? Dopo la virgola? Sia prima che dopo? No, questo viene escluso quasi sempre perché attribuisce alla virgola un’evidenza eccessiva, un’importanza che nemmeno il punto ha.
Mai e poi mai vorrei essere un punto virgola, un ibrido, né carne né pesce, un soggetto misconosciuto e più. Il lettore arriva lì e si ferma indeciso, non comprendendo il senso di quel segno così anomalo e allora fa finta di nulla e procede come se non ci fosse alcuna punteggiatura e pensa “la prossima volta questo qui si decide e sceglie o punto o virgola”, anziché un simile trespolo e poi perché non virgola punto?

Poi c’è il professore, maestro di tuttologia: il duepunti!
Fulgido esempio di pubblica utilità, il duepunti dissipa ogni nostra ignoranza! I
n un brano leggiamo termini complessi come “onomatopeico”, “organolettico” o “ipocondriaco”? Nessun problema: subito a seguire troviamo il dotto duepunti che ci svela l’arcano significato.

Io però non vorrei essere nemmeno il duepunti perché spesso si lascia fuorviare dalla consapevolezza della propria cultura e capita che scambi una sua interpretazione o un’opinione soggettiva per verità assoluta. E così anche se tutti si accorgono del duepunti, molti lo guardano con sospetto, temendone capacità affabulatorie.
Restano il punto interrogativo e quello esclamativo, fra i quali oscilla la mia personalità. Vedo nel punto interrogativo l’esplicita manifestazione di curiosità intellettuale, virtù che vorrei possedere: mi piacerebbe davvero riuscire a stimolare le mie sinapsi continuamente, ponendomi sempre nuove domande su tutto lo scibile. Il punto esclamativo d’altronde rappresenta il mio animo entusiasta e la mia indole empatica: mi piacerebbe coinvolgere tutti in ogni processo cognitivo che appare interessante e potrebbe essere fonte di maturazione intellettuale. A qualsiasi livello.

In conclusione, penso che dovrò coniare una nuova punteggiatura: il punto interrogativo esclamatorio?!

Fantasia tra le sbarre

Immagine di copertina e nel testo realizzate con un software gratuito di intelligenza artificiale da Mauro Presini.

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Per certi versi / Scegli una mia parola e mettila in tasca

Per certi versi /
Scegli una mia parola e mettila in tasca

Scegli una mia parola e mettila in tasca

Scegli una mia parola e mettila in tasca

Come una castagna contro il raffreddore

Come una conchiglia per riascoltare il mare

Un sasso, per fermare i fogli

Una pigna, da decorare per Natale.

 

Prendi, dai… Metti nella tasca una mia parola

Conservarla. Non farla morire

Serve a me, per non scomparire

Che certi giorni il silenzio mi impaura

Tienila tu, abbine cura.

 

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: Foto di Emanuela Caiello da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo

Il libro prima del libro: quando la polemica decide ciò che leggeremo

Il libro prima del libro:
quando la polemica decide ciò che leggeremo

 Il caso esploso intorno a Michele Mari durante il tour del Premio Strega contiene almeno due questioni diverse, che sarebbe opportuno non confondere. La prima riguarda alcune frasi su Michela Murgia attribuite allo scrittore durante un trasferimento dei finalisti verso Bisceglie, in Puglia. Secondo la ricostruzione apparsa sulla stampa, Mari avrebbe collegato l’intransigenza pubblica dell’autrice anche al suo aspetto fisico. Teresa Ciabatti, presente alla conversazione, avrebbe reagito duramente. Mari ha negato di aver definito Murgia «brutta», pur scusandosi per le parole che potevano avere ferito Ciabatti e offeso la memoria della scrittrice.

La seconda questione, forse più ampia, riguarda ciò che è accaduto dopo: per alcuni giorni non si è parlato del romanzo di Mari, ma della possibilità che il suo autore fosse escluso dal premio.

La Fondazione Bellonci ha preso le distanze dalle espressioni riportate dalla stampa, affermando che ogni parola denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone sono incompatibili con lo spirito del Premio Strega. Ha poi confermato la permanenza del libro nella sestina finale, precisando che il regolamento non consentiva di escluderlo nelle circostanze contestate.

È una posizione ragionevole, ma non risolve del tutto il problema. Anzi, lo rende più evidente.

Possiamo ancora separare un libro dal comportamento del suo autore? E soprattutto: lo facciamo davvero?

In teoria un premio letterario dovrebbe giudicare la qualità di un’opera: la scrittura, la costruzione narrativa, la lingua, la capacità di interpretare il proprio tempo o di sottrarsi ad esso. Non dovrebbe premiare il carattere più gradevole, l’autore più irreprensibile o la biografia più conforme ai valori dominanti.

Un grande romanzo può essere scritto da una persona discutibile; una persona moralmente esemplare può produrre un libro mediocre. Confondere i due piani significa trasformare la critica letteraria in una certificazione etica.

Eppure il mercato editoriale contemporaneo sembra procedere nella direzione opposta.

Prima ancora che un libro arrivi nelle mani dei lettori, viene costruito tutto ciò che dovrà circondarlo: la storia personale dell’autore, il suo posizionamento politico, le dichiarazioni pubbliche, la presenza sui social, le amicizie, le polemiche, persino le avversioni.
Il libro non è più soltanto un testo. Diventa il punto terminale di una narrazione precedente, spesso più efficace e immediatamente spendibile di quella contenuta nelle sue pagine.

È il libro prima del libro.

Il lettore viene raggiunto da una quantità di giudizi preliminari. Gli viene detto che l’opera è necessaria, scandalosa, coraggiosa, divisiva, destinata a suscitare discussioni. Gli viene suggerito da quale parte collocarsi prima ancora di averne letto la prima riga. Il romanzo arriva quando il processo è già cominciato: preceduto da fascette, anticipazioni, interviste, classifiche, recensioni ravvicinate, controversie e appartenenze editoriali.

Il caso Mari rende questo meccanismo particolarmente visibile. Le parole attribuitegli possono essere legittimamente giudicate gravi, senza che sia necessario minimizzarle in nome dell’autonomia dell’arte. Ma un conto è criticare quelle parole; un altro è stabilire che debbano produrre automaticamente la squalifica del romanzo. La prima è una valutazione pubblica e morale. La seconda trasformerebbe il premio in un tribunale chiamato a decidere quali comportamenti siano compatibili con la partecipazione a una competizione letteraria.

Dove dovrebbe passare, allora, il confine? Una frase offensiva comporta l’esclusione? Un’opinione politica controversa? Un comportamento privato? Una vicenda giudiziaria? E chi dovrebbe esercitare questo potere: l’organizzazione del premio, la giuria, l’editore, i lettori?

Il rischio è che si affermi una forma di selezione preventiva nella quale il valore dell’opera diventa soltanto uno dei criteri, e non sempre il principale.

Lo scrittore è chiamato a offrire, insieme al libro, una figura pubblica riconoscibile e rassicurante. Deve rappresentare qualcosa, incarnare una posizione, occupare uno spazio mediatico. Non basta più scrivere bene: occorre essere narrativamente presentabili.

Naturalmente non esiste un diritto dell’autore a essere sottratto alle conseguenze delle proprie parole. Chi interviene pubblicamente accetta di essere discusso, contestato e persino abbandonato dai propri lettori. Ma la libertà del lettore di non acquistare un libro è diversa dal potere di un’istituzione culturale di espellerlo da una competizione. Nel primo caso agisce una coscienza individuale; nel secondo si stabilisce un precedente e si introduce, anche senza volerlo, un criterio di ammissibilità morale.

La decisione della Fondazione Bellonci non assolve Michele Mari, perché non era questo il suo compito. Riconduce però la questione al terreno sul quale un premio dovrebbe esercitare la propria funzione: le opere.

Saranno i giurati a stabilire se I convitati di pietra meriti di vincere (alla fine Mari risulterà vincitore, n.d.r.). Potranno essere influenzati dalla polemica, come inevitabilmente accade a ogni essere umano, ma formalmente dovranno pronunciarsi sul romanzo.

Resta una domanda più inquietante. Dopo tutto ciò che è stato scritto, quanti leggeranno davvero il libro senza avere già deciso che cosa pensarne?

È forse questo il punto più fragile della cultura contemporanea. Non la mancanza di libri, ma la difficoltà di incontrarli prima che siano ricoperti dalle opinioni degli altri. Non l’assenza di giudizio, ma il suo anticipo. Leggiamo opere che ci arrivano già condannate o consacrate, accompagnate da una reputazione che finisce per sostituire il confronto con la pagina.

Il libro dovrebbe venire prima. Sempre più spesso, invece, arriva per ultimo.

Cover: Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026 con il romanzo “I Convitati di Pietra” – foto su licenza Wikimedia Commons

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Presto di mattina. Scrivere, un atto di svelamento e di verità

Presto di mattina /
Scrivere, un atto di svelamento e di verità

Presto di mattina /
Scrivere, un atto di svelamento e di verità

In occasione del centenario di fondazione della Libreria Editrice Vaticana, papa Leone in continuità con il pensiero di papa Francesco, ricevendo un gruppo di poeti e romanzieri di tutto il mondo, ha ricordato che c’è bisogno degli scrittori, della loro immaginazione per creare «spazi di libertà e di autenticità».

«Scrivere — nel modo in cui voi lo fate — è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. “La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (Magnifica humanitas, 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti».

Scrivere un gesto di umanità

«Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità… Nelle letterature si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità.

Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia” (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34)».

Il profilo della verità è un mosaico

Chi scrive storie, narra di personaggi, si immedesima in essi, libera le emozioni, le fa condividere, mostra prospettive, soluzioni a problemi, percorsi che smascherano atteggiamenti di disumanità: «In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera».

Scrivere, nello scavo d’umanità, ci fa prossimi del mistero

«Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83)».

Su questo sentire insieme con gli occhi dell’altro, chi scrive cerca la profondità dell’altro e lo svela. Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo, scrittore, saggista, regista, presente all’evento, ha detto: “Ciò che mi ha colpito nel discorso di Leone XIV sono stati due punti: l’empatia e il mosaico. Ci ha detto che, credenti o meno, siamo artefici dell’empatia, poiché scrivere una storia significa incarnare una moltitudine di personaggi e avvicinare il lettore a tutti questi personaggi. E quindi, scrivere significa avvicinarsi agli altri, significa renderli vivi e prendersi cura di loro”.

La seconda immagine che si è fissata nella mente del noto autore è quella del mosaico: “Uno scrittore mette insieme piccole pietre come in un mosaico per creare un grande disegno, che è un romanzo o un’opera teatrale. E in effetti, ciò che conta per noi sono le relazioni, mostrare le relazioni in una storia. E così ci ha mostrato che il cuore di ciò che facciamo è, in fin dei conti, in totale sintonia con il Vangelo. Ne sono rimasto toccato, illuminato, e penso che anche uno scrittore non credente si riconosca in questo discorso”.

Attraverso la scrittura un percorso che aiuta a riconciliarsi

Così pure lo scrittore e romanziere Assaf Gavron (in italiano: La mia storia, la tua storia, Mondadori 2009) che ha raccontato il confitto tra israeliani e palestinesi in diverse opere ha commentato: «Il discorso mi è piaciuto molto. Mi ha reso orgoglioso di essere uno scrittore. Di avere l’opportunità di diffondere la verità e parlare dei lati positivi della natura umana.

Io faccio quello che posso per diffondere la mia verità, umanità e pace. Gli scrittori scrivono ciò che vogliono e non sono automaticamente rappresentanti di qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la possibilità di avere un’influenza. Specialmente in zone di conflitto, come quella in cui vivo, scrivere libri è un modo di promuovere la comprensione reciproca. Di spingere per la riconciliazione».

La verità si dice in molti modi

Così è pure l’essere, secondo Aristotele: si dà e si dice nella pluralità. A me sembra allora che la forma della verità sia simile all’arcobaleno: dall’interazione dei raggi solari con le gocce d’acqua si ha una scomposizione e dispersione della luce, una rifrazione secondo le differenti frequenze d’onda, così da incolore essa diviene una scala multicolore che va dal violetto al rosso.

La verità, come la luce, è un dono per tutti coloro che l’accolgono in quanto tale, e se la paragoniamo alla luce la scopriamo una e molteplice; siamo ogni volta stupiti al rivelarsi del suo differente, cangiante e incredibile cromatismo, un cono di luce che poi dalla dispersione passa ad una successiva unificazione, così nella scrittura si rifrange e si raccoglie pure tutto lo spettro dei colori e delle verità d’uomo nell’iridescente segreto della loro unità.

Spesso per scorgere l’arcobaleno della verità bisogna prima aver attraversato una tempesta, l’oscurità della lotta, umiliati dall’inganno e dalle sue manipolazioni. E se ci si avvicina troppo, per afferrarlo, per possederlo, esso scompare. Come l’arcobaleno la verità all’improvviso ci attira, ci stupisce ogni volta tanto che sentiamo l’insopprimibile bisogno come quando vediamo l’iride, di gridarla a tutti dalle finestre e dai balconi, dai tetti in giù.

Chi è uno scrittore? “Un uomo che vive e fa vivere la verità”

«Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità …» (Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Mondadori, Milano 1985, 117).

E così non ho potuto fare a meno di pensare, tra gli altri, a Leonardo Sciascia, al suo modo di intendere la verità, e grazie al libro intervista della giornalista francese Marcelle Padovani La Sicilia come metafora, Mondadori, del 1979, ho avuto l’opportunità di uno sguardo insieme panoramico e sintetico della sua opera letteraria.

Vi si scopre come la letteratura possa diventare uno strumento di critica impietosa, senza sconti del potere in tutte le sue forme e collusioni, anche religiose. L’Isola diventa come una lente d’ingrandimento per interpretare le derive della democrazia, della giustizia e dell’oppressione. Il lavoro dello scrittore come smascheramento dell’ambiguità tra potere e illegalità, e le logiche mafiose che non restano confinate localmente, ma si allungano come tentacoli di piovra in tutto il paese.

«C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.

Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose», (ivi, 78).

L’ottimismo della scrittura

Certamente Leonardo Sciascia fu segnato da pessimismo ereditato dalla sua terra, ma vissuto con lucidità e razionalità, sfiducia per l’immobilismo dello status quo così da rendere incerto, lontano un futuro; amarezza anche per la continua e dilagante corruzione generativa di immobilità omertosa, di stupidità e menzogna istituzionali.

Ma in lui non vi fu un atteggiamento rassegnato. Da Moravia aveva preso l’espressione “ottimismo della scrittura”; il vero pessimismo sarebbe stato, per lui, rinunciare a scrivere, smettere di denunciare anche con storie del passato per smascherare le trame ancora attuali; uno scrivere di sopraffazione per risvegliare e far vivere gli altri. Un consumarsi scrivendo (vivir disviviendo). Questo il suo impegno civile di denuncia affidato ai lettori, che attende un riscatto d’umanità.

Una metamorfosi: dalla “scrittura-inganno” alla “scrittura-verità”

La verità dello scrittore è il titoletto che nel libro intervista introduce una serie di domande sul suo modo e sul senso dello scrivere di Sciascia e le sue fonti.

«In casa mia si è sempre respirato un infinito rispetto per le cose della scrittura, un rispetto e una paura tipici del mondo contadino. Per il contadino, la scrittura non è forse per forza di cose inganno, impostura e falsificazione? Amo ricordare un indovinello che dice:

“Bianca campagna, nera semenza, l’uomo che la fa, sempre la pensa”. La “bianca campagna” è il foglio di carta, la “nera semenza” la scrittura, “l’uomo che la fa” chi scrive e che deve sempre star sul chi vive pensando a quel che scrive, a quel che ha scritto. Si tratta di un indovinello della mia regione il cui vero messaggio è in realtà questo: la scrittura è importante per chi sa farla, ancora di più per chi non la sa fare, non la sa vedere, non la sa leggere.

Dalla scrittura-inganno qual era per il contadino e qual è stata per me stesso, sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è…

Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che sì dicesse: “Ha contraddetto e si è contraddetto”, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte”, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano» (ivi, 87-88).

«Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità»

In Sciascia la ricerca della verità prese le distanze dal concetto di letteratura impegnata (intervista di James Dauphiné); era più legato alla concezione illuministica che a quella umanistica. Sono verità e giustizia dell’illuminismo giuridico che nella sua narrativa di denuncia vengono declinandosi per raccontare la verità. Dire la verità è gesto etico rivolto a smascherare la menzogna, perché attraverso di essa venga per contrasto alla luce il vero, e attraverso l’uso del paradosso, della finzione e dell’ironia s’intravveda l’inganno dietro le maschere del potere.

Lo scrittore Leonardo Sciascia non ha visto nel potere qualcosa di diabolico, ma l’ottuso avversario della libertà dell’uomo, e il suo lavoro di scrittore come una lotta per liberare la verità: «Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità» (ivi, 84).

Per questo, nel suo impegno di scrittore, egli si è adoperato affinché «all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia… Vorrei fondare, o veder fondare, uno stato democratico capace di attuare la Costituzione. Allora sì che potrei patrocinare un movimento: lealista costituzionale. Perché la Costituzione italiana ha forse qualche difetto, ma rappresenta la miglior carta delle libertà che il popolo italiano abbia avuto finora» (ivi, 116-117)

“La Sicilia, il suo cuore”, 1952

In questa poesia giovanile Sciascia dipinge tutto l’amore e l’amarezza, l’attaccamento e la tormentata solitudine per la sua terra. Al dinamismo del quadro di Chagall Moi et le village (Io e il villaggio) affollato di figure, che l’ha ispirata, corrisponde l’immobilismo di una terra desolata, colta come da uno sguardo perso nel vuoto, senza orizzonte. Non una memoria che ridesti nostalgie, ma la fissità e un’asprezza dei luoghi che si trasmette anche alle nuvole addensate e rapprese come bianco caglio, che rispecchia il volto del suo paese Racalmuto.

Corvi e pioggia, un comune destino di digradante apatia; autunno senza vendemmia; la filigrana dei rari alberi come incisi su greti amari; il nero delle stoppie graffia la luce, riverbero oscuro di una miseria economica, culturale, religiosa in quel suo tempo; un silenzio incrinato dalla paura che divora ogni gemito nel suo affiorare, subito lo sprofonda nel melmoso cuore delle fonti.

Così la verità non sta nel racconto di un’isola culla dei miti mediterranei: la dura e cruda realtà sociale della sua terra è la verità orfana di ogni consolazione, ma non di uno scrittore.

È qui il poeta, ascolta e scrive; ascolta la sua Sicilia com’essa qui ascolta la sua vita.

«Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi
che s’incidono come filigrane.

Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.

Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.

Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.

Qui la Sicilia ascolta la sua vita.»
(Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore. Favole della dittatura, Adelphi, Milano 1997, 11).

Cover: Foto di Jordan Garner da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

25 anni dopo. A Genova per riaprire il futuro

Un intervento di Marco Bersani, coordinatore nazionale di Attac Italia, in vista della Assemblea Nazionale del 18 luglio 2026 a Genova. 

Genova prima di Genova

Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore.

Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda.

Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta.

Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia.

Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia.

Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti.

Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”.

A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia.

Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse.

Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista.

Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale.

Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue.

Genova durante e dopo

Genova segnò la discesa in campo di una nuova generazione che, dentro il movimento dei movimenti, si riconobbe come una pluralità di storie individuali, di lotte collettive, di culture differenti unita dalla contestazione del modello liberista e dall’affermazione della stretta necessità di un radicale cambiamento in direzione della partecipazione diretta e dal basso per la costruzione di un’alternativa di società.

Quel movimento allo stato nascente dovette immediatamente convivere con due sentimenti opposti: l’entusiasmo dell’emersione e del riconoscimento reciproco e la ferita dell’enorme violenza scatenata contro di esso fino alla perdita di Carlo Giuliani. Dovette cioè affrontare il lutto nello stesso momento in cui sperimentava la gioia e fu costretto, come chiunque incontra la morte in una stagione prematura, a crescere in fretta.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, quell’enorme ondata di violenza non ha fermato il movimento. La repressione aveva un preciso scopo: rompere il patto di collaborazione fra diversi, ovvero spaventare e far tornare a casa le anime più strettamente pacifiste e non violente, spingendo nel contempo le anime più antagoniste alla radicalizzazione delle pratiche.

Non ci riuscì, perché, nonostante il trauma, quel movimento crebbe e l’anno successivo, portò a Firenze oltre un milione di persone al Forum Sociale Europeo di novembre.

Non solo. Mentre nel frattempo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York del settembre 2001, gli Stati Uniti di Bush scatenarono la fase della “guerra globale permanente”, quel movimento creò il fronte “Fermiamo la guerra”, ancora più ampio dell’arco di forze che aveva costruito la contestazione al G8 di Genova (per fare solo un esempio, mentre a Genova c’era la Fiom ma non la Cgil, dentro il coordinamento “Fermiamo la guerra” la Cgil partecipò direttamente).

Fu esattamente su questo versante che quel movimento -nonostante la più grande manifestazione mondiale contro la guerra realizzata nel febbraio 2003 – non riuscì a incidere e progressivamente perse la speranza dell’assalto al cielo e della possibilità di un cambiamento reale dello stato di cose presenti.

 Il ritorno a casa (con lo zaino)

Il movimento altermondialista aveva un enorme pregio, legato alla sua immediata dimensione internazionale, ma anche il difetto di un insufficiente radicamento territoriale e insediamento nei luoghi di lavoro e delle relazioni sociali.

Il ritorno a casa dopo il tentato assalto al cielo non fu solo la presa d’atto del non essere riusciti a incidere nel nuovo ordine dettato dalla guerra globale permanente, fu anche un’immersione progressiva nei rispettivi territori di appartenenza dentro i quali si esprimevano, in dimensione proporzionale, le stesse dinamiche di conflitto.

Fu come se le attiviste e gli attivisti fossero rientrati nei territori di appartenenza ma con uno zainetto di esperienze sulle spalle da provare a sperimentare nelle realtà locali.

L’attenzione al globale proseguì, basti pensare alla riuscita campagna del 2005 contro la direttiva europea Bolkestein che liberalizzava i diritti del lavoro e la gestione dei servizi pubblici o a quella, altrettanto riuscita dieci anni più tardi, contro il Trattato Ttip di libero commercio fra Stati Uniti e Ue. Ma erano battaglie “specifiche” e difensive, senza l’orizzonte del cambiamento globale che aveva animato la stagione altermondialista.

In compenso, la sapienza collettiva e la postura convergente fra diversi, apprese a Genova, costituirono l’humus per la costruzione di vertenze territoriali e ambientali altrettanto radicali.

Paradigmatica fu l’esperienza del movimento per l’acqua che nel corso di alcuni anni riuscì nella costruzione di una partecipazione diffusa e reticolare mai vista in quelle dimensioni, mettendo in connessione decine di conflitti territoriali dentro un percorso di convergenza nazionale, che riuscì a produrre una legge d’iniziativa popolare, sottoscritta da 406mila persone, tre grandi manifestazioni nazionali e una vittoria referendaria totalmente costruita dal basso che portò 27 milioni di persone a votare per l’acqua bene comune e per la sua gestione pubblica e partecipativa.

Oggi sappiamo come quell’esperienza non fu un’emanazione diretta di Genova, ma sappiamo anche che senza l’esperienza di Genova non sarebbe probabilmente nata.

Avevamo ragione noi

La mancata attuazione dell’esito referendario fu l’epifania della nuova fase del capitalismo finanziarizzato, che, con la crisi dei mutui subprime negli Usa del 2007-2008, precipitata in Europa come crisi del debito pubblico sovrano nel 2011, apriva la strada al progressivo collasso della favola liberista del mercato come unico regolatore sociale e del conseguente benessere per tutte e tutti.

Da quel momento, la favola da condividere si tramutò nell’incubo da imporre, a dispetto di qualunque riflessione razionale. Se privato smetteva di essere bello, doveva comunque essere obbligatorio e ineluttabile. Se il consenso non era più garantito, sarebbe bastata e avanzata la rassegnazione.

E’ da quel decennio ai giorni nostri che si sperimentano concretamente le grandi ragioni del movimento altermondialista: tutte le conseguenze della globalizzazione liberista, paventate allora dal movimento dei movimenti con consapevolezza e precisione, si sono puntualmente realizzate, anche se forse quel movimento non ne aveva intuito fino in fondo la drammaticità.

Oggi, 25 anni dopo Genova, il modello capitalistico è immerso in una pluralità di nodi giunti contemporaneamente al pettine. Viviamo un’epoca tremenda, che rende molto ardua l’idea di un cambiamento sociale e che rischia di anestetizzarne persino l’immaginazione.

La guerra -quella combattuta, quella preparata, quella auspicata- è divenuta parte delle nostre vite e della dimensione economica, sociale e geopolitica.

La corsa agli armamenti prosegue come se non ci fosse un domani e intanto lo pregiudica, sottraendo ricchezza collettiva, beni comuni, diritti sociali.

L’ampiezza della disuguaglianza sociale non ha precedenti nella storia dell’umanità e, soprattutto, ha smesso da tempo di essere considerata un problema, divenendo il fisiologico esito del dominio del più forte sul più debole.

La crisi ecologica, moltiplicata dalla crisi climatica in corso, obbliga a confrontarsi non più solo con la finitezza dell’esistenza individuale, ma, per la prima volta nella storia, anche con la possibile finitudine della specie umana sul pianeta.

I nuovi re della finanza pervadono l’economia, la società, la natura e la vita stessa delle persone ed espropriano la democrazia, facendo riemergere spinte autoritarie, vecchi totalitarismi e nuovi fascismi.

E la solitudine competitiva sembra essere l’unico orizzonte per le persone, dentro un’esistenza pensata come individuale, performativa, meritocratica e in eterna concorrenza con quella delle altre e degli altri. Per vincere o per tentare almeno di non soccombere.

Parrebbe non ci sia scampo, né via d’uscita. E che non vi sia futuro pensabile, ma solo una sopravvivenza quotidiana scandita da emergenze senza soluzione di continuità, intrisa di panico, malinconia, quando non di rancore.

A Genova avevamo ragione, ma non riuscimmo ad affrontare un problema tanto semplice, quanto insormontabile: la ragione non basta, se non cammina sulle gambe e non pulsa nei cuori di una società in movimento.

Le faglie aperte dalle mobilitazioni sociali

Eppure, se guardiamo il mondo da un diverso punto di vista, ci accorgiamo che oggi il modello capitalistico non è mai stato così in difficoltà e che la ferocia che dimostra è direttamente proporzionale alla propria debolezza.

Non sa infatti come affrontare alcuno dei profondissimi nodi da esso stesso creati e giunti al pettine contemporaneamente: non può fare a meno di esacerbare la disuguaglianza sociale, non può abbandonare il consunto mito della crescita, è costretto a sostenere l’economia producendo enormi bolle finanziarie, non ha alcuna risposta per la crisi ecologica e climatica.

Sa che non può garantire alcuna felicità alle persone, ma che deve solo spaventarle per ottenere rassegnazione. Sa che, non potendo più risolvere alcuno dei problemi che ha creato, deve prepararsi a contenere ogni risveglio sociale, a reprimere ogni conflitto, per evitare l’apertura di faglie che possano terremotare la fragilità intrinseca della propria struttura.

E, in questo ultimo anno, diverse faglie si sono aperte e le piazze del nostro Paese (e non solo) hanno mandato segnali importanti di ripresa del conflitto sociale: dalle mobilitazioni contro l’autoritarismo dei Decreti Sicurezza alle manifestazioni contro guerra, riarmo e genocidio fino alla vera e propria esplosione dell’autunno scorso, quando, contro il genocidio in atto in Palestina, è salpata la Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di piccole imbarcazioni che ha deciso di forzare il blocco illegale imposto da Israele, provocando una mobilitazione senza precedenti dei cosiddetti “equipaggi di terra”. Una serie incessante di manifestazioni ha attraversato l’intero Paese e, all’insegna del «blocchiamo tutto» ha occupato porti, stazioni, autostrade, tangenziali fino al doppio sciopero generale del 22 settembre e del 3 ottobre 2025 (quest’ultimo, unitario tra sindacati di base e Cgil).

Alcune caratteristiche di novità sono emerse dentro questa stagione di mobilitazioni.

La prima è relativa alla fortissima presenza di giovanissime e giovanissimi, una vera e propria nuova generazione in campo, che, nell’abominio di quanto Israele stava producendo a Gaza, ha riconosciuto il tema universale dell’ingiustizia, che, per quanto in Palestina assumesse livelli intollerabili, con le dovute proporzioni non era diversa da quella sperimentata quotidianamente, dentro una vita e un futuro precario.

Soprattutto, era divenuta evidente tanto la fine di ogni limite al dominio e alla guerra dei forti contro i deboli, quanto l’inanità degli Organismi internazionali e degli Stati nell’impedire quanto stava accadendo; e che dunque, a quel punto, dovessero essere le persone e i loro corpi ad agire direttamente, chi salpando in mare su cinquanta ‘gusci di noce’, chi sedendosi sui binari della stazione del più remoto paesino, chi bloccando il transito di armi alla banchina del porto.

La seconda caratteristica è stata la consapevolezza di come la nuova cifra del capitalismo non contemplasse più la democrazia (per quanto più formale che sostanziale) fra i propri orpelli, ma avesse la necessità di imporre il proprio insostenibile modello solo attraverso il dominio, l’autoritarismo, la guerra.

Questa consapevolezza ha permesso un nuovo intreccio fra i contenuti anticapitalisti delle precedenti stagioni di grandi lotte (dagli anni ’70 del Novecento alle mobilitazioni altermondialiste di inizio millennio) e le istanze di lotta della nuova generazione.

Oggi è molto più chiara e diffusa l’idea che il capitalismo sia il problema, tanto nelle maree transfemministe, quanto dentro i mondi dell’ecologismo e dell’economia solidale.

No Kings per convergere e insorgere

Un importante elemento messo in campo dentro le mobilitazioni sociali dell’ultimo anno è stata la consapevolezza della necessità della convergenza fra le lotte, le culture, le pratiche e le esperienze in campo. Perché mettersi insieme serve a costruire le condizioni per l’espressione di movimenti di massa, unica possibilità che si ha per fermare la deriva del modello capitalistico.

Ma anche perché, essendo il capitalismo diventato pervasivo, ogni faglia prodotta da una lotta ’specifica‘ dice una parte di verità e deve compartecipare alla costruzione dell’alternativa di società. Per dirla in una battuta, serve una rivoluzione (dunque, movimenti di massa) per produrre una società della cura, ma nessuna rivoluzione riuscirà se non avrà come obiettivo e paradigma la cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta).

Proprio l’attenzione alla convergenza ha portato nell’autunno scorso alla nascita di un nuovo spazio politico, culturale e sociale condiviso, che abbiamo denominato No Kings, anche sull’onda delle mobilitazioni che negli Usa hanno visto la ribellione delle città alle politiche di deportazione degli stranieri messe in campo dal governo Trump.

Lo spazio No Kings nasce dalla riflessione sul dominio come unica categoria delle relazioni di potere e, nel dichiarare il proprio antagonismo a tutti i re della finanza, del fossile, della guerra, dell’autoritarismo politico, considera la ferocia degli stessi come segno proporzionale della loro debolezza, e prova a prefigurare tanto la resistenza dentro la società quanto la costruzione, qui e ora, di pratiche ed esperienze che rendano possibile immaginare l’orizzonte e rendere credibile l’alternativa di società.

Perché se il modello capitalistico ha trascinato il mondo dentro una guerra permanente per il controllo delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, sostituendo ogni forma di democrazia con l’affermazione del dominio, la transizione globale non ha un percorso già predeterminato, né un esito già precostituito, come dimostra la crescita enorme del dissenso, delle lotte, delle rivolte e la loro capacità di mettersi in rete e di costruire larghe coalizioni dal basso.

Lo spazio di convergenza No Kings si è dato appuntamento per una grande assemblea in presenza il 18 luglio 2026 a Genova, nel corso degli appuntamenti e incontri per il 25ennale dalle mobilitazioni contro il G8. Non sarà un omaggio alla memoria, bensì la conferma di un filo rosso tra chi allora, dopo tre decenni di liberismo, riapriva il futuro al grido di «Un altro mondo è possibile» e chi oggi, quando tutte le contraddizioni della globalizzazione liberista denunciate dal movimento altermondialista sono venute a galla, dice a gran voce «Un altro mondo è necessario» e guarda alla costruzione di un’alternativa di società, come unica possibilità contro la barbarie.

 

SPAZIO-CIDIO Come Israele ha rubato una Terra non sua

SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

SPAZIO-CIDIO
Come Israele ha rubato una Terra non sua

La ricostruzione puntuale dell’azione progressiva di confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione.

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Premessa

Il 27 giugno 2026 Il Post pubblica un articolo intitolato “Come Israele sta colonizzando il nord della Cisgiordania”. Il pezzo racconta come il governo Netanyahu stia riportando insediamenti israeliani in un’area che nel 2005 era stata sgomberata per poi diventare la più grande zona a presenza continua palestinese dell’intera regione. La lettura dell’articolo risulta difficile senza una chiave interpretativa. Quella chiave ha un nome preciso: spazio-cidio.

Ciò che il giornale descrive come attualità – l’abrogazione del “piano di disimpegno” nel 2023, le 14 nuove colonie approvate nel 2025, la costruzione di strade che attraversano l’Area A per interrompere la continuità dell’abitato palestinese, le operazioni militari nel campo di Jenin condotte con le stesse tattiche usate a Gaza – non sono fatti isolati né risposte contingenti a emergenze di sicurezza. Sono la manifestazione contemporanea di un processo lungo, pianificato e coerente: la trasformazione dello spazio come strumento di cancellazione dei luoghi e di tutti quei legami emotivi, affettivi, sentimentali (“umani”, si potrebbe riassumere) che generano nel tempo comunità e senso di appartenenza.

Il testo che segue riprende la presentazione sviluppata da Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini a Ostellato, lo scorso 13 giugno 2026, in occasione della tappa di “100 Porti 100 Città”. Le riflessioni ricostruiscono il concetto di spazio-cidio nel tempo, utilizzando come dispositivo di analisi i testi di Eyal Weizman e Ilan Pappè e riportando i fatti a partire degli anni precedenti alla Nakba del 1948, all’invasione Cisgiordania del 1967, alla “scacchiera” degli accordi di Oslo fino a Gaza e al Libano. L’articolo del Post è solo l’ultima pagina di una storia che non ha mai smesso di essere scritta.

Spazio-cidio: come si cancella un territorio

C’è una parola che, più di altre, aiuta a leggere ciò che accade da decenni nei territori palestinesi: spazio-cidio. La conia il sociologo Sari Hanafi in un saggio del 2012 (Explaining spacio-cide in the Palestinian territory) per indicare un meccanismo preciso: confisca di terre per costruire insediamenti ebraici, demolizione di case e trasferimento di popolazione. Non un singolo evento, ma un processo: lungo, lento, pianificato. L’architetto israeliano Eyal Weizman, nel suo libro del 2007 “Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation” (tradotto nell’edizione italiana del 2022 “Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo”), distingue due tipi di trasformazione che agiscono insieme. Da un lato la violenza spettacolare (bombe, missili, bulldozer) che cattura l’attenzione dei media. Dall’altro avvenimenti più lenti e consequenziali: l’occupazione illegittima e pervasiva, la costruzione di edifici, strade, tunnel, non meno aggressivi e devastanti. La colonizzazione, scrive Weizman, si attua “attraverso la modellazione dello spazio, in una costante dialettica di costruzione e distruzione”.

Una mappa preparata in anticipo

Per capire quanto sia stato “pianificato” questo processo si rivela efficace tornare indietro, agli anni Quaranta. Lo storico israeliano Ilan Pappè, nel suo La pulizia etnica della Palestina, ricostruisce come l’Haganah avesse avviato già allora i cosiddetti Village Files: schedature dettagliate dei villaggi arabi, complete di fotografie aeree e rilievi sul terreno (un lavoro ben documentato nel 2019 dalla studiosa Rona Sela in “Scouting Palestinian Territory 1940-1948: Haganah Village Files, Aerial Photos and Surveys”). In una lettera al Jewish National Fund del 1940, il geografo e storico Ben-Zion Luria scriveva quanto sarebbe stato utile «avere un registro dettagliato di tutti i villaggi arabi», perché ciò avrebbe «grandemente aiutato la redenzione della terra e la liberazione del paese». La “mappa”, in altre parole, esisteva prima della guerra.

Palestinian refugees stream from Palestine on the road to Lebanon on November 4, 1948 (AP Photo – Jim Pringle). Flickr via Wikimedia Commons

Il risultato arriva con la Nakba del 1948: secondo l’archivio Palestine Remembered, 438 villaggi e città palestinesi vengono evacuati e distrutti. La proporzione dell’espropriazione è impressionante: il 78% della Palestina mandataria diventa Israele nel 1948, contro il 52% previsto dal piano di partizione dell’ONU. Circa 714.000 palestinesi perdono le proprie terre; la superficie posseduta dagli arabi crolla dell’87%, da 570.000 a meno di 77.000 ettari nel giro di pochi anni. Non è solo perdita: è anche acquisizione. Come documenta Leah Temper in “Creating Facts on the Ground”, il 95% degli oliveti israeliani nasce su terre arabe espropriate, e già nel 1949 l’olio d’oliva è la terza voce dell’export israeliano.

Cancellare la memoria, non solo il suolo

Alla sottrazione materiale del territorio se ne accompagna una simbolica. È il punto su cui insiste Pappè: la toponomastica palestinese viene sostituita da riferimenti biblici, mentre le foreste piantate dal Jewish National Fund crescono sopra le rovine dei villaggi palestinesi spopolati. Il JNF (ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale con poteri para-statali, fondato nel 1901 per comprare e sviluppare terra in Palestina favorendo l’insediamento ebraico) ha piantato, dalla sua nascita, oltre 240 milioni di alberi e generato più di mille parchi. Nel 2007 possedeva il 13% della superficie fondiaria israeliana. Incrociando le mappe storiche di Palestine Remembered con quelle attuali di OpenStreetMap, si può osservare il meccanismo all’opera: dove c’erano villaggi, oggi ci sono boschi e nuovi nomi. La frammentazione dello spazio, scrive Pappè, trasforma la geografia in strumento politico di sostituzione.

La Cisgiordania a scacchiera

Il capitolo successivo è la Cisgiordania, divisa dagli accordi di Oslo in tre aree. Come ricorda l’organizzazione Anera, l’Area A (circa il 18%) è sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese e comprende le principali città (Ramallah, Betlemme, Nablus, Jenin). L’Area B (circa il 22%) ha controllo civile palestinese ma sicurezza congiunta. L’Area C, il 60% del territorio, è sotto pieno controllo civile e militare israeliano: un territorio continuo che include tutti gli insediamenti, le basi militari e gran parte delle terre agricole più fertili.

I numeri elaborati da Peace Now sulla base dei propri rilievi GIS restituiscono la fisionomia di questa colonizzazione. A fronte di 997 città e villaggi palestinesi distribuiti su 478 km², gli insediamenti israeliani sono 427 su 190 km². Non si tratta solo di centri abitati: 164 sono residenziali, 120 sono avamposti, 121 agricoli, 14 industriali, oltre a strutture turistiche e a un nuovo insediamento pianificato di quasi 10 km² (piano E1). La crescita è costante: +13% di media annua nel numero degli insediamenti dal 1967 al 2024. E la prossimità è studiata: più della metà degli insediamenti israeliani è a meno di un chilometro e praticamente tutti gli insediamenti (il 98%) si trovano a meno di 5 km da una comunità palestinese. C’è anche una dimensione verticale, che Weizman aveva analizzato per primo: confrontando i dati di Peace Now con quelli dell’orografia di Open Topography, scopriamo che 4 insediamenti su 10 sorgono ad almeno 50 metri di quota sopra il villaggio palestinese più vicino. Il controllo passa anche dall’altitudine che, integrata da un principio insediativo organizzato per permettere a tutte le case di avere comunque una vista libera verso quanto accade ai piedi della collina, garantisce il maggior controllo visivo possibile. Entro siffatto approccio architettonico e urbanistico, il concetto di panorama viene sostituito da quello di guardianìa. Ogni singola casa diventa, di fatto, appendice di una configurazione militare.

Al 2022, secondo il Consiglio ONU per i Diritti Umani, 700.000 coloni vivono illegalmente tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Lo stesso organismo ha documentato 3.372 incidenti violenti da parte di coloni tra il 2012 e il 2022, con 1.222 palestinesi feriti.

Muri, demolizioni, acqua

Alla logica dell’insediamento si aggiunge quella della separazione. Complessivamente, stima Weizman, circa il 40% della Cisgiordania è occupato da infrastrutture israeliane. La barriera costruita lungo il confine con Israele raggiunge, secondo i dati di UN OCHA, 711 km (al 2019): 70 di cemento, 445 di rete metallica, il resto non definito. Per Leah Temper la barriera ha “alienato” oltre 12.000 ettari, separato 51 comunità dalle proprie terre, sradicato più di 100.000 alberi. E c’è la questione idrica, forse la più sistematica: l’85% dell’acqua degli acquiferi della Cisgiordania è utilizzato da Israele, mentre i palestinesi irrigano il 6% dei terreni contro il 70% dei coloni.

Parallelamente avanzano le demolizioni. L’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD) conta 55.000 strutture demolite dal 1967, riconducibili a tre categorie: mancanza di permessi edilizi (circa l’80% dei casi), demolizioni punitive, operazioni militari. Sia i dati di OCHA che quelli dell’organizzazione israeliana B’Tselem confermano che il “permesso negato” è il dispositivo amministrativo più usato (un’arma burocratica oltre che fisica).

Gaza: dal ritiro alla devastazione

Anche Gaza rientra in questa grammatica dello spazio. Weizman ricorda un episodio rivelatore: nel 2005, in vista del ritiro dalla Striscia di Gaza, il governo israeliano decide che gli edifici civili israeliani presenti nei 21 insediamenti sarebbero stati distrutti prima del ritiro israeliano, anziché lasciarli ai palestinesi. La costruzione e la distruzione come due facce dello stesso gesto, del medesimo obiettivo.

Diciotto anni dopo, su quel territorio di 365 km² abitato da circa due milioni di persone, la guerra seguita al 7 ottobre 2023 ha prodotto cifre che le agenzie umanitarie faticano persino ad aggiornare. Secondo il Situation Report #222 dell’UNRWA, tra l’ottobre 2023 e il maggio 2026 si contano oltre 72.700 morti e 172.500 feriti; il 90% della popolazione, secondo OCHA, risulta sfollato. L’impatto sui più piccoli è documentato da ACAPS: 4.000 bambini dispersi o sepolti sotto le macerie e 17.000 non accompagnati o separati a fine 2024.

C’è poi una guerra parallela, quella alle risorse e all’istruzione. Il rapporto Oxfam ripreso da Scienza & Pace parla di una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua, del 100% dei depositi idrici distrutti, di 4,74 litri d’acqua al giorno per persona, contro i 15 fissati come minimo d’emergenza dallo standard Sphere di ONU, OMS e Croce Rossa. Sul fronte scolastico, l’UNICEF stima il 97% delle scuole distrutte o danneggiate; secondo l’agenzia WAFA sono stati uccisi 18.489 studenti e 970 tra insegnanti e personale. ACAPS aggiunge che tutte e 12 le università di Gaza sono state colpite e che 625.000 bambini sono senza istruzione da oltre un anno. È ciò che alcuni hanno definito scolasticidio. Senza per forza farsi prendere dal demone delle definizioni (e dei relativi suffissi), di fatto la programmazione della distruzione in atto da parte del governo israeliano riguarda ogni dispositivo basico di civiltà.

Oltre il confine: il Libano

La stessa logica si estende al Libano. Il rapporto del CNRS libanese sull’offensiva israeliana del 2023-2024 documenta 14.775 attacchi, 1,2 milioni di sfollati, 812 incendi causati da fosforo bianco, 5.000 ettari di copertura forestale distrutti, oltre 54.000 ettari di terre agricole colpite, migliaia di ettari di frutteti e oliveti rasi al suolo. Il costo stimato dei danni supera i 25 miliardi di dollari. Anche qui la terra (i boschi, gli ulivi, i campi) è bersaglio quanto le persone.

Un disegno, non una sequenza di emergenze

A tenere insieme questi capitoli (1948, la Cisgiordania a scacchiera, le foreste sui villaggi, Gaza, il Libano) è proprio l’idea di spazio-cidio: una trasformazione dello spazio condotta nel tempo, fatta di mappe disegnate in anticipo, di cemento e di nomi cancellati. Non è una lettura di parte: nel marzo 2025, il rapporto A/HRC/58/73 dell’OHCHR afferma che «le politiche e le pratiche di Israele, incluse il mantenimento e l’espansione degli insediamenti, equivalgono all’annessione di ampie parti del territorio palestinese occupato». Persino un documento della CIA del 1986 sul controllo della terra in Cisgiordania, declassificato nel 2011, registrava già allora la natura strutturale del fenomeno.

La conclusione che emerge è netta: ciò che appare come una sequenza di emergenze è, in realtà, un processo coerente e proprio per questo va guardato nel suo insieme. Architettura degli spazi e urbanistica dei territori diventano discipline al servizio di un programma preciso, finalizzato alla sottrazione di suolo e risorse e alla progressiva cancellazione di luoghi, comunità, memoria e applicato sui tre livelli in sezione che costituiscono ogni habitat: nel sottosuolo, attraverso l’accaparramento della risorsa acqua e il controllo sistematico dei sottoservizi; sul suolo, attraverso l’interruzione dei collegamenti infrastrutturali tra gli insediamenti palestinesi, il posizionamento privilegiato e al di fuori delle regole degli abitati israeliani e la costellazione di barriere, dogane e check points con cui ogni flusso di persone viene quotidianamente ritardato, disarticolato, dissuaso dall’esercito israeliano; sopra il suolo e nel cielo, con i più avanzati mezzi tecnologici di controllo e di attacco, accompagnando gli aerei con radar, droni, sensori.

pdf le slide che avevamo presentato a metà giugno e che ti avevo anticipato … c’è modo di metterle a disposizione in download

Testo di Piergiorgio Cipriano e Sergio Fortini

Guarda il PDF con Immagini e Slide

In copertina: Insediamenti israeliani in Cisgiordania – Foto PERLAPACE.IT

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

Il tiro a segno sui bambini palestinesi

In Italia e nel resto del mondo esiste una moltitudine di premi giornalistici: non passa quasi giorno senza leggere notizie di giornalisti premiati, anche perché si tratta di auto-celebrazioni che gli organi di stampa si concedono volentieri. Dall’altra parte ci sono sponsor generosi, che finanziando questi premi si garantiscono una certa benevolenza nel trattamento che viene loro riservato dai media.

Un mare di riconoscimenti dunque, spesso non esattamente così prestigiosi.

Nessuno invece ci ha parlato del più importante premio giornalistico europeo, l‘European Press Prize 2026 (European Press Prize) assegnato a Lisbona nel mese di giugno, probabilmente a causa del contenuto scioccante dell’inchiesta alla quale è stato attribuito. Ad essere insigniti del premio sono stati due giornalisti olandesi che, per conto del quotidiano De Volks, hanno pubblicato un reportage agghiacciante, dal titolo “What the wounds are telling us” (“Cosa ci dicono le ferite”).

Per oltre due mesi Maud Effting e William Feenstra, questi i nomi dei giornalisti premiati, hanno raccolto materiale documentando 114 casi di bambini uccisi a Gaza dal fuoco di cecchini israeliani. Bambini morti non a causa degli “effetti collaterali” di missili e bombardamenti, ma uccisi da un singolo colpo di fucile alla testa o al torace. Bambini presi di mira deliberatamente da cecchini che volevano uccidere proprio loro. Storie supportate da radiografie, cartelle cliniche, referti medici: quindi non contestabili.

Volendo si può leggere l’articolo cliccando su questo link. Avviso: il reportage è corredato d’immagini francamente difficili da sopportare.

Perché la stampa italiana non ha parlato di questa inchiesta, che pure ha avuto la massima risonanza a livello continentale? Davvero la notizia di soldati che deliberatamente prendono di mira i bambini viene considerata poco rilevante?

C’è un’altra notizia quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. L’ONU, nonostante le intimidazioni (basti pensare alla persecuzione subita da Francesca Albanese), ha certificato l’uccisione di 20.179 bambini e il ferimento di altri 44.143, ma non si è limitata a questo. Nei giorni scorsi, una commissione indipendente ha dichiarato che gli omicidi di bambini “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza” (Link qui).

Tradotto in modo più chiaro: sparare ai bambini serve a cancellare il futuro dei Gazawi, eliminando un’intera generazione e privando di qualsiasi prospettiva futura gli abitanti della Striscia.
Se questo non è un genocidio, cosa può essere definito come tale?

E allora, ecco che diventa evidente la ragione del silenzio dei media italiani su due notizie a dir poco sconvolgenti.

Sono mesi che il comportamento di Israele viene presentato come una risposta, forse un po’ esagerata, ma legittima rispetto a un attacco terroristico. La stessa Meloni parlò di reazione “oltre il criterio di proporzionalità” (cfr. qui), lasciando intendere che le morti di innocenti fossero, entro certi limiti, accettabili.

Alcuni esponenti politici sono arrivati a giustificare le uccisioni di bambini in quanto figli di terroristi, e quindi futuri terroristi anch’essi (Elena Donazzan, denunciata, al Parlamento europeo disse: “I bimbi di Gaza sono figli di terroristi, coraggiose le azioni di Israele” ). Tutti gli orrori commessi nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, venivano presentati come “normali” operazioni nell’ambito di una guerra difensiva.

E invece non era vero niente. Non c’è una guerra. O magari c’è stata, ma solo nelle fasi iniziali. Quello che ne è seguito è un progetto sistematico volto all’eliminazione totale di un popolo, che non si può chiamare in altro modo se non genocidio. E l’uccisione deliberata dei bambini, per quanto orribile possa essere, è un modo tremendamente efficace per metterlo in atto.

La verità è questa, e allora si capisce perché non può essere raccontata. Perché smentirebbe oltre due anni di narrazione governativa. Perché ci costringerebbe ad ammettere che di questa azione criminale siamo stati complici: moralmente, continuando a negare la realtà per evitare che l’indignazione montasse, e materialmente, visto che tra le armi che sono servite ad assassinare i bambini palestinesi ce n’erano sicuramente alcune arrivate dall’Italia.

Una verità talmente pesante da essere difficile da credere e da accettare: quindi meglio tacerla.
E invece no. Invece è importantissimo che quanto accaduto si sappia.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

Così scriveva Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E purtroppo, aveva ragione.

Cover photo free licensed (wikimedia.commons), provided by UNESCO (unesco.org) as part of a GLAM-Wiki partnership.

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Cielo stellato, infinito

Parole a capo /
Alessio Miglietta: “Poema nero” e altre poesie

Parole a capo /
Alessio Miglietta: “Poema nero” e altre poesie

 

RADICI E INFINITI

Scaviamo il ventre scuro della terra
cercando l’alfa di ogni nostro passo,
misurando con compassi d’ombra
lo spazio esatto tra il seme e il cosmo.
C’è una logica segreta che vibra
nel battito verde delle felci,
un teorema non scritto che governa la caduta
dell’acqua e delle stelle,
ma il numero s’infrange
quando l’occhio fissa l’abisso e chiede la sua origine.
La scienza traccia i bordi della foglia,
ne conta i vasi, ne decifra i sali,
eppure la filosofia respira nel vento che la fa cadere a terra.
Siamo gli eredi di una radice cieca
che ha imparato a sognare l’infinito,
funamboli tesi sul filo di equazioni
che non spiegano il dolore o la grazia,
spettatori di un teatro muto
dove la materia danza con il pensiero.
Nel microscopio annega la certezza,
nell’atomo si cela un cielo nuovo,
e la natura tesse la sua tela
ignorando i nostri deboli sillogismi.
Volevamo dominare le maree,
imbrigliare la luce dentro i prismi,
ma siamo solo polvere cosciente
che si interroga sul peso dell’aurora.
L’ingranaggio perfetto del creato
non ha bisogno del nostro perdono,
ha solo vuoti in cui l’anima umana
può specchiare la propria finitudine.
Così la lente cede il passo al brivido,
il calcolo si arrende alla vertigine,
perché sapere come nasce un fiore
non placa la fame di sublime.
È nel confine tra la formula e il pianto
che risiede il miracolo dell’uomo:
tradurre il battito del carbonio in una muta,
eterna nostalgia.
Ascolta il canto fossile dei monti,
l’onda gravitazionale del tramonto,
ogni roccia è un archivio di millenni,
ogni nube un dubbio che si forma.
Non c’è scissione tra logos e albero,
tra sangue e galassie distanti,
tutto è un unico respiro immenso
che l’intelletto tenta di sezionare.
Ma verrà il tempo in cui le nostre sonde
si fermeranno davanti a un nido,
e la misura esatta del tutto si rivelerà in un atto di stupore.
Noi siamo la domanda che la materia
rivolge a se stessa nel silenzio,
l’occhio lucido che osserva il buio,
la mano che trema mentre scrive il vero,
radicati nell’humus del presente,
eppure spinti a un cielo senza fine,
custodi fragili di un mistero che la mente sfiora,
e il cuore comprende.

 

*

 

POEMA NERO (2023, Incipit)

Mi chiedo quanto tempo abbia sognato
perdendomi nel blu come un bambino,
perdendomi nel cielo più stellato.
Solo un distacco, immobile e vicino.
Ma adesso so che posso respirare
e offrire la mia bocca a un buon vino.
Immerso nei pensieri tengo il conto
di tutte le promesse mantenute,
e poi, lucidamente, le raffronto
con cose mai sognate e mai potute.
E ora, forse, posso realizzare
di essere migliore. Idee argute.
Quest’è la porta che divide mondi
alla scoperta di sé stessi, un viaggio
che mira agli universi più profondi
verso l’identità, verso il coraggio
e il proprio scopo lungo un’esistenza.
Accanto c’è un canale di passaggio:
percorso che attraversa varie scene,
ognuna delle quali rappresenta
le sfide da affrontare, dure o amene,
abbraccio che protegge e che spaventa.
Appena oltre, un muro d’apparenza
e di disuguaglianza per chi ostenta.
Qui troveremo una città perduta:
un labirinto di strade tortuose,
macerie di una mente trattenuta
da bui palazzi cinta, e alcune rose
cresciute indifferenti tra le rocce,
forse disorientate, mai confuse.
Le vibrazioni al suolo fan tremare
gli arcobaleni disegnati d’oro
e pure le lezioni da imparare.
Motivazioni, evoluzioni in coro
creano equilibri con il contagocce
nascosti quasi fossero un tesoro.
E proseguendo lungo una discesa
dove si muove ognuno con fatica,
un deserto di ghiaccio: una distesa
in cui cercar riparo o faccia amica,
dal freddo intenso, da paura e angosce
algenti come l’idea più pudìca.
Moti di crescita spirituale
che portano a rinascita emotiva.
Battuta dalla pioggia torrenziale
conoscerà ragioni alla deriva
che la ragione stessa non conosce,
spontanea e fresca come acqua sorgiva.
Infine una foresta fitta dove
il buio eterno e denso si fa sorte,
in cui si estende uno sguardo che piove
tra alberi dalle forme contorte
e un sole ormai incapace di filtrare.
C’è un unico conforto, ossia la morte.

(Testo vincitore all’XI edizione del Premio Internazionale Letteratura Italiana Contemporanea 2023, e Vincitore Assoluto al Premio Letterario Internazionale Città di Latina 2024.)

 

*

 

LO SCONOSCIUTO, canto X, tratto da L’IMMAGINE DEFORME, 2024

Osservo questo viso scavato
Ombre profonde cadono come pioggia di novembre
Con rispetto e meraviglia, come fossi un altro
Penso ai giorni felici, le risate, l’amore
Ora svaniti, come foglie al vento sgretolate
Tento di difendermi da questo disastro
Da questa nausea che non è solo fisica
Ma quasi una guida astrale
Nel labirinto di specchi, le personalità si confondono
Vecchie strade si allungano in curve impossibili
E mi portano all’uomo che oggi rinnego.

 

(Menzione speciale della Giuria alla Biennale della Cultura Impavidarte 2024/2025)

 

Ringrazio l’autore per l’autorizzazione alla pubblicazione di alcune sue poesie.

Alessio Miglietta è nato a Roma nel 1984. La sua produzione letteraria spazia dalla poesia alla narrativa contemporanea, passando anche per il poema e l’haiku.
L’esordio avviene nel 2011/2012 con l’antologia Cieli di valium, seguita dal romanzo introspettivo Grunge (1984) nell’arco dell’anno successivo; nel biennio 2022/2023 pubblica la raccolta di poesie sperimentali Requiem di vite e amori e la silloge Frammenti: collezione di haiku.
Ottiene poi i seguenti riconoscimenti: vittoria al Premio Letteratura Italiana Contemporanea 2023; menzione speciale di merito al Premio Letterario Internazionale L’Alloro di Dante 2023, al Concorso Letterario Nazionale Argentario e Premio Caravaggio 2023. Tutti questi risultati arrivano grazie a Poema Nero, dato alle stampe alla fine del 2023. Con la silloge Requiem di vite e amori ottiene la menzione d’onore al Premio Letterario Nazionale Città Etrusca 2023, e il premio speciale della giuria al Premio Letterario Internazionale Città di Latina 2023.
Nel 2024 pubblica, per Edizioni Ensemble, la silloge L’immagine deforme.  LETTERATURA ROCK, progetto visionario e indipendente impreziosito dalla nota di lettura di Paolo Benvegnù, icona poetica del rock italiano. Disponibile qui: https://amzn.eu/d/87o4PrK

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 345° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Cover: Foto di Ludovic Charlet da Pixabay
Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il proibizionismo riempie le carceri e le piazze dello spaccio

Il Libro Bianco 2026 fotografa un sistema che punisce soprattutto consumatori, piccoli spacciatori e persone vulnerabili, senza frenare i mercati illegali.

Dopo trentacinque anni di applicazione della legge Jervolino-Vassalli, gli effetti della legislazione antidroga non possono più essere considerati errori, follie o conseguenze impreviste. Sono il risultato strutturale, e ormai pienamente prevedibile, di politiche che continuano a ripetersi sempre uguali, producendo ogni anno gli stessi esiti: più carcere, più controllo sociale e nessuna riduzione significativa né della domanda, né dell’offerta di sostanze.

È questo il punto di partenza della diciassettesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, E non sono pazzi. Da diciassette anni il rapporto prodotto da la Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Associazione Luca Coscioni, CNCA, ARCI e CGIL documenta come la normativa antidroga rappresenti uno degli ingranaggi fondamentali del sistema penale e penitenziario italiano. Anche quando i numeri assoluti oscillano, il peso percentuale della repressione resta sostanzialmente invariato.

Nel 2025 gli ingressi complessivi in carcere sono diminuiti del 3,4%. Sono calati nei numeri assoluti anche quelli per violazione dell’articolo 73 del Testo Unico sugli stupefacenti, ma la loro incidenza è rimasta pressoché identica: 10.784 ingressi su 42.005, pari al 25,7% del totale. Più di una persona su quattro entra dunque in carcere per detenzione a fini di spaccio, spesso per condotte di lieve entità.

La legge sulle droghe resta così uno dei principali canali di alimentazione del sistema penitenziario. Ma il dato sulle presenze mostra un fenomeno ancora più grave: si entra un po’ meno, ma si rimane più a lungo.

Al 31 dicembre 2025 erano detenute 13.735 persone per il solo articolo 73, altre 6.807 per la violazione congiunta degli articoli 73 e 74 e 1.020 per il solo articolo 74, che punisce l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze. Complessivamente, 21.562 persone erano in carcere per violazione del DPR 309 del 1990: il 33,9% dell’intera popolazione detenuta.

Il confronto internazionale restituisce la sproporzione del dato italiano. La quota di detenuti per reati di droga è pari al 18% nella media europea e al 22% su scala mondiale. In Italia è quasi doppia rispetto a quella europea, anche per effetto di un sistema sanzionatorio particolarmente severo e di una repressione che continua a concentrarsi soprattutto sui pesci piccoli.

Lo confermano anche i dati sulle persone con problemi legati all’uso di droghe. Nel 2025 il 41,2% di chi è entrato in carcere è stato classificato dall’amministrazione come tossicodipendente. Alla fine dell’anno erano presenti negli istituti penitenziari 20.767 detenuti dichiarati tali, pari al 32,7% del totale.

È il terzo massimo consecutivo e il valore più alto registrato dal 2006. Il carcere continua dunque a intercettare persone che avrebbero bisogno soprattutto di servizi territoriali, diritto alla salute, abitazione, reddito e inclusione sociale.

Le simulazioni contenute nel Libro Bianco rendono visibile il peso di questa scelta politica. Se si escludessero dal calcolo i detenuti ristretti per il solo articolo 73, il sistema penitenziario italiano non sarebbe oggi sovraffollato. Lo stesso risultato si avrebbe sottraendo le persone detenute certificate come tossicodipendenti.

Non si tratta di scenari automaticamente realizzabili, ma di rappresentazioni indicative che mostrano quanto la legge antidroga e l’insufficienza della presa in carico territoriale, sia in termini sanitari che sociali, incidano sulla crisi delle carceri.

Il peso del proibizionismo non si limita alla detenzione. Al 31 dicembre 2025 risultavano coinvolte in procedimenti penali pendenti 156.179 persone per l’articolo 73 e 46.001 per l’articolo 74. In totale, oltre 202.000 persone.

Anche in questo caso la repressione si concentra soprattutto sui cosiddetti pesci piccoli: il 77,2% delle persone coinvolte riguarda procedimenti per articolo 73. Le statistiche confermano così che l’attività giudiziaria colpisce in prevalenza le condotte di detenzione e spaccio, senza incidere realmente sui vertici dei grandi mercati criminali.

Nel frattempo si amplia anche l’area penale esterna. Al termine del 2025 erano 99.447 le persone sottoposte a misure alternative, pene sostitutive, messa alla prova, sanzioni di comunità e misure di sicurezza. Quasi seimila in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del 6,4%.

Le misure alternative sono indispensabili per limitare il ricorso alla detenzione. Ma, quando non sono accompagnate da una riduzione degli ingressi nel circuito penale, rischiano di sommarsi al carcere invece di sostituirlo. Tra esecuzione penale interna ed esterna, oltre 160.000 persone risultano oggi sottoposte al controllo del sistema.

A questa dimensione si aggiunge la repressione amministrativa del consumo personale. Nel 2025 risultano al momento registrate 39.188 segnalazioni ai sensi dell’articolo 75. Di queste, 12.062, circa il 31%, si sono concluse con una sanzione amministrativa, come la sospensione o il divieto di conseguire la patente e il passaporto.

Sono misure spesso presentate come poco afflittive, ma che possono compromettere concretamente la vita delle persone. Perdere la patente può significare perdere la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro. E la sanzione viene applicata anche in assenza di qualsiasi condotta pericolosa: è sufficiente essere trovati in possesso di una sostanza destinata all’uso personale.

La repressione amministrativa si concentra ancora una volta sulla cannabis, che rappresenta il 77,4% delle segnalazioni.  La percentuale di minorenni  segnalati nel 2025 (3564) è del 97,1%.del totale delle segnalazioni.

Migliaia di adolescenti vengono così inseriti in un percorso sanzionatorio che produce stigma, tensioni familiari e conseguenze educative e relazionali. Nel frattempo, la presunta funzione terapeutica della segnalazione al prefetto è quasi scomparsa: appena 412 persone sono state invitate a presentare un programma socio-sanitario, contro le 3.008 del 2007. Anche gli inviti a rivolgersi ai SerD sono scesi a 3.268.

Rimangono dunque le sanzioni e lo stigma, mentre arretrano prevenzione e presa in carico.

Il Governo continua a rivendicare operazioni di polizia, sequestri e denunce come indicatori del successo delle proprie politiche. Ma i mercati illegali mostrano una capacità di adattamento molto superiore a quella della repressione. Cambiano le rotte, le sostanze e le modalità di distribuzione; aumentano disponibilità e potenza dei prodotti; compaiono continuamente nuove sostanze psicoattive.

Il proibizionismo non riduce il mercato. Lo rende più opaco, rischioso e remunerativo per le organizzazioni criminali.

Negli ultimi anni, il decreto Caivano, i decreti sicurezza e le norme contro i rave hanno ulteriormente irrigidito il sistema. L’inasprimento delle pene per la lieve entità e le nuove limitazioni alla possibilità di riconoscere questa fattispecie rafforzano la risposta penale proprio nei confronti delle condotte meno gravi.

Il Libro Bianco propone una strada opposta: riformare complessivamente il DPR 309 del 1990, decriminalizzare l’uso personale, regolamentare legalmente almeno la cannabis e rafforzare le politiche di riduzione del danno. Drug checking, stanze del consumo, distribuzione capillare del naloxone e servizi di prossimità non sono concessioni ideologiche, ma strumenti fondati sulle evidenze e capaci di salvare vite.

Il proibizionismo non è soltanto inefficace nel ridurre domanda e offerta. Produce danni propri, che si sommano a quelli eventualmente provocati dalle sostanze: carcere, marginalità, stigma, esclusione dai servizi e rafforzamento dei mercati criminali.

La destra utilizza il peggioramento della situazione per invocare nuova repressione e alimentare una delle componenti identitarie della propria cultura politica. Le forze progressiste, troppo spesso, rispondono con prudenza o con il silenzio.

Il Libro Bianco chiede invece alle opposizioni di assumere un impegno chiaro. Perché continuando a ripetere le stesse politiche continueremo a registrare gli stessi risultati. Soltanto cambiando le politiche sulle droghe sarà possibile cambiare i dati che, anno dopo anno, siamo costretti a raccontare.

Il Libro Bianco sulle droghe è scaricabile liberamente su www.fuoriluogo.it/librobianco

Cover: Sovraffollamento, criminalità e diritti umani, santegidio.org

Per leggere gli altri interventi di Leonardo Fiorentini clicca sul nome dell’autore.

Michela Marzano Qualcosa che brilla

Vite di carta /
“Qualcosa che brilla” di Michela Marzano

Vite di carta. Qualcosa che brilla di Michela Marzano

Non potevo scriverne fino a qualche giorno fa. Letto il libro, incontrata l’autrice Michela Marzano in una bella serata di Galeotto fu il libro nel giardino dell’Ariosto, salutati col cuore ex colleghi e tutto il personale presente. Tornata a casa con molta perplessità in circolo, sul libro e su di lei.

Un caso, questo, in cui ho sentito la critica negativa montare in me, ma non ho voluto arrendermi. Ho pensato che fosse uno stadio immaturo della mia reazione alla lettura di Qualcosa che brilla, l’ultimo romanzo di Marzano che parla di adolescenti problematici e del Centro La Ginestra in cui trovano uno spazio di accoglienza e dialogo.

Il dottor Mauro Rolli li ascolta e li osserva seduto accanto a loro; capisce il nodo di sofferenza da cui sono strozzati e li rivela gradatamente a se stessi legittimandone il modo di essere. Ha lasciato la psichiatria, ha messo da parte le cure farmacologiche per dedicarsi ai ragazzi in questo modo dialogante e partecipe.

Mentre scrivo riconosco la forza di questa scelta: la mia professione mi ha insegnato che la fragilità appartiene alla adolescenza come e più di ogni altra età.

Nessuna sorpresa nel ritrovare fragili e scomposte anche molte delle figure genitoriali del libro, come del resto nei colloqui con le madri e i padri a scuola. “Antropologicamente deboli” li aveva definiti una volta il nostro amato Preside.

Da questa idea di una storia a più voci dentro il disagio giovanile è partita la complessa tessitura narrativa del libro, fatta dal succedersi degli incontri al Centro: il discorso diretto dà la parola a un componente del gruppo dopo l’altro in modo sempre più fluido, mano a mano che i ragazzi si conoscono e provano fiducia reciproca.

Mano a mano che il dottor Rolli attraverso parole-tema sempre più ardue come “mattina”, “cadere”, “malattia”, “genitori” li accompagna a esporsi, a parlare di sé, a vedersi vivere (diceva un altro maestro che ho molto amato, anche se fatto di carta: Luigi Pirandello).

Ognuno con lo stigma di un sintomo: Sara non esce di casa, Irene è in guerra col cibo e via dicendo per gli altri sei ragazzi del gruppo.

Il passare dei mesi è scandito dalle discussioni del gruppo, ogni volta sono in primo piano le vicende di uno o due di loro. E intanto va avanti la vita adulta del dottor Mauro Rolli, si saldano col presente i ricordi dell’infanzia dominata dalla madre, si rafforza il suo innamoramento per Arianna, che è stata una paziente speciale e ora è diventata la collega più preziosa dentro il Centro.

Il senso del titolo ci avverte che una luce si sta accendendo dentro la solitudine dei ragazzi, che il rapporto di rispetto e di fiducia che hanno condiviso per tutto l’anno li sta rendendo più forti. Come ginestre resilienti lungo le pendici aride del Vesuvio, direbbe Leopardi.

Imparano la durissima legge della accettazione, comprendono di dover convivere con la propria ansia e con il disagio di essere invisibili, soprattutto ai genitori. Con la loro pressione addosso, delegati a realizzare ciò che padre o madre non hanno fatto di sé, bollati come malati da guarire in fretta.

Forse è la disperanza che tuttavia sta facendo breccia in loro, come l’ha configurata Giuseppe Ferrara in un articolo illuminante su Periscopio uscito il 22 aprile scorso (Su “La disperanza” di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo): “un sentimento che non salva ma orienta”, un modo di stare nella vita e nel mondo con una buona dose di consapevolezza sul nostro tempo, sul cambiamento in atto che è del clima e delle relazioni internazionali prima ancora di investire ogni singolo paese.

“Il futuro incerto e minaccioso” di cui parla Marzano sta davanti a loro, eppure secondo Ferrara e Marcoaldi i ragazzi di oggi sanno vedere un sentiero percorribile, sanno flettersi al vento della insensatezza e della ingiustizia senza piegarsi, come giunchi.

La loro “è una nuova forma di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva“, il loro stare nel mondo non prevede la rassegnazione, semmai un equilibrio instabile che tiene conto dei continui mutamenti in atto.

Capisco che del libro di Michela Marzano mi ha lasciato perplessa la sicurezza malcelata di essere nel giusto, la certezza di avere nelle mani il bandolo della matassa. Questo ho percepito in ogni pagina, al di là delle frequenti frasi dubitative. E nessuna concessione alla sobrietà.

Un atteggiamento universalistico il suo sull’universo del disagio giovanile, che in realtà esclude la dimensione politica della vita dei ragazzi  e li fa restare chiusi sotto un cielo basso. La formula sofferenza più famiglia più scuola sembra esaurire la loro presenza nel mondo.

È stato un dispiacere ritrovare Marzano in questa veste tribunizia anche nella serata Galeotta. 

Eppure riconosco che leggere il suo libro mi ha aiutata. Ha dato forza alla convinzione che i ragazzi vanno ascoltati e messi a fuoco dove e quando è possibile: dopo tanto silenzio sono riuscita a dire a mia nipote che le voglio bene, che accetto le sue prese di posizione anche se mi escludono dal suo orizzonte relazionale.

Come gli altri giovani, ha bisogno di sapermi al suo fianco, ma le serve tenere una distanza tra la mia compattezza (così mi percepisce) che le fa ombra e la sua fragilità.

Nota bibliografica:

  • Michela Marzano, Qualcosa che brilla, Rizzoli, 2025

Cover: Michela Marzano all’incontro serale del “Galeotto” al Liceo Ariosto di Ferrara – 12.06.2026 (foto di Valentina Rossi) 

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Zebra / Better: "Sono una sopravvissuta"

Zebra / Better: “Sono una sopravvissuta”

Zebra /
Better: “Sono una sopravvissuta”

Un naufragio nel Mediterraneo, una prigione in Libia, acqua tossica e conflitti armati. Better è sopravvissuta a tutto. Ora, in Alto Adige, sta costruendo una nuova vita per sé stessa e per la famiglia che spera di avere in futuro.

Mi chiamo Better. Solo Better. Nessun cognome. Quando sono nata, mia madre disse che sembravo forte, e per questo scelse questo nome per me. Da bambina aiutavo mia madre a vendere carne. È uno dei miei primi ricordi. La nostra famiglia viveva in una casa nel Delta State della Nigeria: mamma, papà, cinque ragazze e due ragazzi. Io ero la più grande e tutti facevano affidamento su di me. Ripensandoci, provo ancora affetto per la Nigeria: per il cibo e la musica, per la vitalità e la gioia delle persone. Se ci sei stato, capisci cosa intendo: è come se ci fosse una grande celebrazione della vita. Ma anche molte difficoltà: i prezzi aumentano e nessuno riesce più a farvi fronte, perché il lavoro manca.

Non molto tempo fa ho lasciato il Paese. La mia destinazione era la Libia. Volevo lavorare lì, mettere da parte dei soldi, tornare in Nigeria e aprire un negozio tutto mio. Un’amica mi chiese di partire con lei verso l’Europa. Quando la barca si è rovesciata, lei è caduta in acqua. Ha gridato il mio nome chiedendo aiuto, ma ero impotente, perché sarei affondata anch’io. È morta quel giorno. Noi sopravvissuti siamo stati salvati dalla polizia libica e portati in prigione, dove ci trattavano male. Non mi sono lavata per tre mesi, ricevevamo solo un pezzo di pane al giorno e l’acqua era di un verde tossico che mi faceva vomitare.

Pensavo che sarei morta lì. Ma durante uno scontro armato all’esterno, i cancelli sono stati bombardati e tutti sono scappati in ogni direzione, tra proiettili che volavano ovunque. Sono riuscita a fuggire e sono tornata dalla donna presso cui lavoravo. Volevo mettere da parte dei soldi per un altro tentativo di raggiungere l’Europa. Mi dicevo: la mia amica non c’è più, non so come tornare in Nigeria, e mia madre mi raccontava che nella nostra zona ogni giorno avvenivano rapimenti da parte di Boko Haram. È successo anche a mio fratello. Abbiamo pagato un riscatto per salvarlo, ma la preoccupazione aveva quasi ucciso mia madre.

Quei tre mesi in prigione resteranno per sempre nella mia mente. Non potrò mai dimenticarli, ma mi hanno fatto capire che sono forte. I’m a survivor. Dopo tante prove sono riuscita ad arrivare in Italia e ora voglio costruirmi una buona vita qui. Voglio avere dei figli e creare una famiglia piena d’amore. Per questo ho bisogno di una casa e di un lavoro stabile. Potrei lavorare come make-up artist o anche in cucina. So cucinare quasi a occhi chiusi, perché lo amo. Anche da bambina passavo ore in cucina, finché mia madre mi diceva: “Better, riposati!”. Ma io continuavo a cucinare per lei e per la mia famiglia dalla mattina alla sera.

Crescendo con sei fratelli più piccoli, ho sempre amato i bambini.
Better

(Trascritto da Matthias Fleischmann)

Cover: Ritratto di Better – Foto (C) Emil Masoner – Zebra

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Periscopio ospita la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Darsena Ferrara, luci e rumori degli eventi invadono le case

Prosegue da anni la battaglia di alcuni residenti: gli edifici di via Mulinetto che affacciano sul canale di Burana d’estate sono invasi da potenti luci blu abbaglianti e da rumori di ogni tipo. Ecco punto per punto le denunce (finora inascoltate)

 Negli ultimi anni l’area della Darsena di Ferrara è stata riqualificata grazie ai fondi del “Bando periferie”. Qui, da cinque anni, ogni estate, sono organizzati – per oltre 40 sere consecutive – numerosi appuntamenti ludici e musicali. Iniziative che richiamano molte persone ma che provocano non pochi disagi ai residenti di via Mulinetto (che affacciano sulla riva opposta del canale di Burana) e della stessa via Darsena. Persone che evidenziano in particolare come l’illuminazione degli eventi invada non solo spazi privati esterni (cortili, balconi e terrazze), ma anche l’interno delle abitazioni (spesso camere da letto), soprattutto con luce di colore blu abbagliante. Luci, evidentemente, considerate essenziali dagli organizzatori, per l’effetto scenografico. Essenziali, e che quindi – secondo loro – vanno difese a ogni costo. Anche andando – come pare – contro l’art. 8, comma 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo («Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza»). Si tratta, appunto, di abitazioni private e non di beni di interesse storico-architettonico, monumentale o di pregio storico, culturale e testimoniale (come ad es. il Castello estense, illuminato in particolari occasioni).

E al riguardo si veda anche una recente ordinanza del Tribunale di Napoli (qui).

FIUMANA DI EVENTI

Ecco gli eventi in programma quest’estate nella Nuova Darsena organizzati da “Dodicieventi” di Stefano Zobbi: dal 30 giugno al 5 luglio, la quinta edizione di “Rio Latino”, con musica e balli dalle 20 in poi (e schiamazzi documentati dai residenti oltre le 2); dal 7 al 19 luglio c’è “Uain” (anch’essa alla quinta edizione), con numerose aree per bere e mangiare, ed «eventi particolari» (così è scritto sul sito di “Dodicieventi”); infine, dal 22 luglio al 9 agosto, “Mangiafexpo”, con oltre 20 gazebo di locali e ristoranti. Inoltre, l’Associazione Musicisti di Ferrara organizza “Un fiume di musica”, concerti dal 1° giugno al 16 luglio tutti i lunedì e i giovedì, oltre ad alcuni eventi speciali. E dal 13 al 16 agosto ci sarà “Ferragosto in Darsena”. Infine, ogni lunedì sera, incontri musicali con “Freestyle Darsena” (dalla primavera del 2024), con molti partecipanti e attività fin oltre mezzanotte.

DENUNCIA, RICORSO E PERIZIA

Il primo esposto di due residenti risale al 2022. E nel 2024 una residente – e proprietaria – di via Mulinetto (che vive lì da 13 anni e sta ancora pagando il mutuo) ha promosso una causa civile contro “Dodicieventi” e il Comune patrocinatore. La signora lamentava – e lamenta ancora – immissioni luminose intollerabili all’interno della propria abitazione. Nel giugno 2024 si è rivolta al Tribunale di Ferrara con un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per far valere in giudizio il proprio diritto, sussistendo il fondato motivo di temere un pregiudizio grave e irreparabile, ma nel luglio dello stesso anno il giudice Mauro Martinelli rigettava la richiesta di concessione del provvedimento «in virtù di un sommario vaglio di infondatezza del ricorso sotto il profilo del pericolo irreparabile». Il giudice aveva, però, proposto un accordo che prevedeva lo spegnimento dei fari alle 23.30: proposta accettata dalla residente ma rifiutata da Zobbi.

Nel 2025 la signora ha quindi chiesto una perizia allo Studio Tecnico Aldegheri per valutare l’inquinamento luminoso provocato dall’impianto di illuminazione usato sul lungofiume. Perizia eseguita tra luglio e agosto dalla terrazza della sua abitazione – all’ultimo piano di uno degli stabili di via Mulinetto -, in occasione di manifestazioni sul Lungo Darsena, con luminanzometro e con una Campagna di misure tramite documentazione fotografica.

Ma vediamo uno a uno i fatti contestati.

MANCA IL PROGETTO

Martinelli nella risposta alla residente informava che gli eventi organizzati da “Dodicieventi” (col patrocinio del Comune) erano autorizzati, avendo la «dichiarazione di conformità a regola d’arte dell’impianto elettrico e degli impianti alle regole tecniche del Decreto del Ministero dell’Interno»; ma, ci spiega la residente, «il Comune aveva riconosciuto già nel 2023 il problema dell’inquinamento luminoso e Zobbi non era in possesso del progetto illuminotecnico» (nel caso specifico obbligatorio per legge regionale DGR 1732/15 nel caso di più di 10 fari, e in questo caso ne sono utilizzati 23), da non confondere con la conformità dell’impianto elettrico.

Lo scorso 22 giugno la consigliera comunale Anna Zonari (La Comune di Ferrara) ha quindi inviato all’ing. Alessio Stabellini, Dirigente del Servizio Ambiente e Agricoltura del Comune di Ferrara, una segnalazione in merito a queste denunce. Segnalazione che non ha ancora ricevuto risposta. E lo scorso 2 luglio Zonari ha fatto una richiesta di accesso agli atti. Ma sempre l’ing. Stabellini nell’agosto 2023 rispondeva così alla segnalazione di una residente: «Quanto alla problematica dell’inquinamento luminoso, che pare ancora permanere, qualora la manifestazione “Rio Latino” si dovesse svolgere anche l’anno prossimo si terrà conto della sua segnalazione al fine di adottare ulteriori misure gestionali atte ad attenuare il disagio segnalato». Sono passati, però, tre anni ma nulla il Comune ha fatto in tal senso.

I fari blu sulla Nuova Darsena (foto Facebook Ferrara Rinasce)

LUCI, DIREZIONI E RIFRAZIONI

Martinelli rilevava poi la «illuminazione indiretta di tali palazzi – collocati a oltre 100 metri dai fari – posto che i fari sono rivolti verso l’acqua, utilizzando solo il colore blu, in quanto meno impattante per la vista, e ad un grado di intensità molto limitato». Ma – ci spiegano i residenti – «la luce blu non è rilassante, anzi è la peggiore, in quanto può alterare il ciclo sonno-veglia e danneggiare la retina». E nella perizia è scritto: «si segnala che la luce emessa è risultata essere di colore blu, ovvero avente uno spettro emesso compreso nelle lunghezze d’onda tra 400nm e 500nm». Tale aspetto «non dev’essere trascurato in quanto è ampiamente riscontrato da parte della ricerca scientifica come l’essere umano risulti essere particolarmente sensibile a tali lunghezze d’onda».

Come ci spiega la residente di via Mulinetto, «i fari erano visibilmente orientati dal basso verso l’alto, in violazione di legge, puntati sulle abitazioni e non sull’acqua». «Come riscontrato dalle indagini svolte – è spiegato nella valutazione della perizia -, la proprietà della committente è risultata essere illuminata a causa dell’errato orientamento dei fari modello STAR COLOR 240 WASH LIGHT». «Dalle indagini svolte» nella perizia si ritiene quindi che questo impianto luminoso, marca BeamZ, «non sia conforme a quanto indicato dalla legislazione della Regione Emilia-Romagna inerente al contenimento del fenomeno dell’inquinamento luminoso attualmente vigente».

«CHIUDI LE TAPPARELLE!»

Ma oltre al danno, la beffa: Martinelli nella sua risposta spiega anche che «il pieno uso della camera da letto è consentito dall’utilizzo delle tapparelle traforate (che consentono anche il passaggio dell’aria)», o «dalla installazione di una tenda ovvero, infine, dal semplice uso di una mascherina (così lasciando la finestra aperta); evidenziato per altro come le manifestazioni terminino intorno alle ore una di notte, lasciando oltre sei ore di sonno». «Non esiste però alcuna legge – risponde la residente – che imponga ai cittadini di chiudere le tapparelle di un’abitazione privata. La loro funzione è infatti principalmente quella di schermare dai raggi solari e limitare il surriscaldamento degli ambienti interni, non di proteggersi da immissioni luminose forzose dall’esterno e di sera». Una ovvietà, ma evidentemente non per tutti.

ORARI “SBALLATI”

E rispetto agli orari, questa «immissione» – secondo Martinelli – «si produce dalle ore 22.00 alle ore 1,00 di notte per un periodo temporale annuo di circa un mese, durante l’estate, senza impatto di rumore o esalazione di fumi». Ma ai sensi della normativa regionale, l’illuminazione di uso temporaneo ottenuta con apparecchi provvisori, dovrebbe rimanere accesa per non oltre due ore al giorno e massimo 15 giorni consecutivi, e per non più di 2 cicli all’anno. Al contrario – come documentato anche dalla perizia – nella precedente edizione (2025), i fari venivano accesi già nel pomeriggio e spenti all’1 di notte (a volte anche oltre questo orario).

RUMORI (SENZA TREGUA)

Infine, il problema dell’inquinamento acustico causato dalle tante iniziative sul lungofiume. I residenti, nonostante le molteplici segnalazioni, denunciano come non siano stati effettuati controlli fonometrici. Eppure, dalle autorizzazioni in deroga relative agli eventi del 2025 si prescrive che se nel corso di manifestazioni musicali vengono fatte segnalazioni o esposti, si deve provvedere a eseguire attività di monitoraggio con rilievo fonometrico assumendo come tempo di riferimento il periodo “notturno”. E la normativa regionale – legge n. 15/2001 -, all’art. 11 spiega: «I Comuni, fermo restando il principio di minimizzazione del disturbo, a tutela dei ritmi biologici dovranno garantire almeno il riposo notturno, salvo ragioni di inderogabili urgenze autorizzate dal sindaco».

Per non parlare – come denunciato da anni dai residenti – dei diversi episodi di schiamazzi notturni e disturbo alla quiete pubblica ben oltre la mezzanotte e dei rumori circa alle 3-4 del mattino dei camion della spazzatura e poco dopo delle draghe.

IN MALATTIA

Una delle residenti con cui siamo in contatto – già con patologie pregresse -, ci spiega le conseguenze di tutto ciò sulla sua salute: «durante questi eventi in Darsena – sono sue parole – non riesco a dormire. Per lo stress e la mancanza di sonno e di riposo ho già dovuto prendere alcuni giorni di malattia dal lavoro e probabilmente ne dovrò prendere anche altri». Nell’ultima certificazione il medico scrive: «La malattia è dovuta a un evento traumatico» e parla di «malessere e affaticamento».

A essere leso, oltre al diritto alla salute, al sonno e al riposo, è anche il suo diritto al lavoro; un lavoro che richiede un’attenzione e una concentrazione molto elevata, per evitare conseguenze anche rilevanti. Senza considerare i possibili rischi legati al fatto che al luogo di lavoro si reca con la propria auto e che il non poter tenere le finestre aperte a causa delle luci moleste, la costringe – nelle calde sere d’estate – a dover accendere l’aria condizionata: ma dati i suoi problemi di salute, il condizionatore dovrebbe tenerlo acceso il meno possibile.

Insomma, una vera e propria «invasione» nello spazio domestico, “sacro” per sua natura, un obbligato cambio di abitudini e di stile di vita. Altro che “padroni a casa propria”…

Interni e balconi di alcune case su via Mulinetto illuminati dalla luce blu proveniente dai fari posti sulla Nuova Darsena

Nota: questo articolo è uscito sul sito della “Voce di Ferrara Comacchio”.

In copertina: Eventi alla Nuova Darsena di Ferrara – foto di Andrea Musacci

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A pensarci bene / Il Bel Paese delle frodi

A pensarci bene /
Il Bel Paese delle frodi

A pensarci bene /
Il Bel Paese delle frodi

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla sua pagina Facebook )

Alla fine del 2025 in Italia c’erano già 991 procedimenti penali aperti dalla Procura Europea per sospette frodi ai danni del bilancio dell’Unione. Novecentonovantuno.

Questi procedimenti cumulano un danno stimato di 28,7 miliardi di euro, cioè quasi metà di quanto contestato a tutto il resto dell’Unione Europea. Il nostro Paese (circa il 15% della popolazione dell’Unione) vale da solo quasi la metà delle indagini per frodi ai danni dell’Europa intera.

Partiamo come sempre dai fatti.

La Procura Europea (EPPO) è un organismo giudiziario indipendente dell’Unione Europea, operativo dal 2021.

È una procura penale, con poteri di indagine, sequestro e rinvio a giudizio. Indaga su frodi, truffe, riciclaggio, evasione IVA e uso illecito dei fondi europei. I magistrati EPPO lavorano dentro gli Stati membri, Italia compresa, affiancati da procure e Guardia di Finanza.

Al 31 dicembre 2025 l’EPPO aveva aperto 3602 indagini in tutta l’Unione Europea. 991 sono in Italia.

Quasi un euro sospetto su due in Europa passa dall’Italia. Nessun altro Paese arriva neanche lontanamente a questi numeri.

I fondi sotto indagine arrivano da programmi europei gestiti dallo Stato italiano.

In primis il PNRR, cioè il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che è la versione italiana del Recovery Fund.

L’Unione Europea non assegna i soldi direttamente ai comuni o alle imprese: li assegna allo Stato membro (nel nostro caso al Ministero dell’Economia e delle Finanze) che poi li distribuisce tramite regioni, enti locali, stazioni appaltanti, società pubbliche.

Chi governa decide come organizzare controlli, verifiche, procedure, tempi e sanzioni.

Il governo Meloni è politicamente responsabile. È in carica dal 22 ottobre 2022, cioè durante la fase centrale del PNRR, quando i soldi hanno iniziato a essere davvero assegnati e spesi.

Fino ad oggi, il governo ha ridotto e semplificato verifiche ex ante per “accelerare la spesa”; ha frammentato le responsabilità, scaricandole su enti locali spesso senza competenze; ha trasformato il PNRR in una corsa contro il tempo, terreno ideale per chi vuole truffare.

Le truffe più frequenti individuate dall’EPPO riguardano progetti mai realizzati, ma rendicontati come conclusi; lavori diversi da quelli approvati, con fatture gonfiate; società create ad hoc per intercettare fondi; false dichiarazioni sui requisiti per ottenere finanziamenti; subappalti opachi, spesso con società fantasma.

L’EPPO non indaga per gentile concessione del governo italiano, ma perché l’Italia è dentro il sistema. I magistrati EPPO aprono indagini; dispongono sequestri; rinviano a giudizio davanti ai tribunali italiani. Ma i tempi naturalmente sono lenti, perché i casi sono enormi, transnazionali, tecnici. Alcuni processi arriveranno a sentenza tra anni.

Nel frattempo, i soldi saranno già spariti o difficili da recuperare. È una colpa sistemica: imprese che truffano; professionisti che firmano il falso; amministrazioni locali impreparate o compiacenti; criminalità organizzata che intercetta fondi pubblici.

E un governo nazionale che insegue la propaganda dei “cantieri aperti”. Il governo è responsabile delle “regole del gioco”. Se il gioco produce quasi mille indagini penali europee, il problema non è l’arbitro europeo, ma il campo italiano.

Il PNRR (191,5 miliardi tra sovvenzioni e prestiti) doveva essere il “grande piano di rinascita” dell’Italia .

Entrerà nella storia come il più grande laboratorio di frodi, irregolarità, contenziosi giudiziari e inchieste aperte mai visto in Europa.

 

Antonio Micciulli*

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.

 

Cover: Foto di Alexa da Pixabay

Imprenditori "francescani" à la Adriano Olivetti. Un piccolo segno di speranza

Imprenditori “francescani à la Adriano Olivetti”
Un piccolo segno di speranza

Imprenditori “francescani” à la Adriano Olivetti. Un piccolo segno di speranza

Il capitalismo ha preso piede in Cina, India, Brasile, Russia e in quasi tutti i paesi del mondo che sono stati coinvolti nella nuova globalizzazione “americana” avviatasi nel 1990-99. Alcuni hanno mantenuto, in primis la Cina, una forte presenza dello Stato però che controlla i settori strategici dell’economia, per evitare che queste imprese finiscano nelle mani di stranieri o della finanza.

La Cina ha un piano quinquennale dove lo Stato indica ai privati dove investire basato sull’Intelligenza Artificiale (Quishi) di grande efficacia e molto diverso dai vecchi e obsoleti piani quinquennali sovietici. In tal senso e, paradossalmente, sin dai tempi di Trump 1 e di Biden lo fanno anche gli Stati Uniti, mentre l’Europa un tempo a capitalismo sociale, vede lo Stato in forte ritirata ed è una delle aree più neoliberiste al mondo.

In Cina l’auto elettrica è stata promossa 15 anni fa da incentivi dello Stato alle imprese private, spinte a costruire un’auto ecologica, piccola, da città, a basso prezzo. Un approccio più intelligente di quello americano/europeo in cui le imprese private (in assenza dello Stato) hanno continuato a puntare su auto grandi, poco ecologiche (tranne Musk) e costose.

Per la verità in due emergenze questo meccanismo (denominato Warp Speed) è stato usato anche dagli Stati Uniti, da Roosevelt (per produrre armi nella 2^ guerra mondiale) e da Trump per i vaccini. Dimostra che uno Stato può finanziare beni pubblici nell’interesse generale. Per ora si è fatto per armi e vaccini.

Per fortuna stanno crescendo nel mondo imprese private che hanno abbandonato la logica del massimo profitto, con un approccio à la Adriano Olivetti. Imprenditori che decidono che è meglio svolgere una funzione sociale piuttosto che continuare ad arricchirsi o (peggio) passare l’azienda ai figli o ai fondi finanziari, anche perchè una volta su due la distruggono.

Laura Höcherl della società di consulenza tedesca Purpose ha spiegato al 40° anniversario di NaturaSI a Jesolo a fine settembre che tra Europa e Usa sono ormai 200 le aziende che hanno sviluppato questo approccio (come fa da sempre anche NaturaSI).

Rinunciano come imprenditori alla proprietà e creano le condizioni (spesso con una Fondazione) affinché l’azienda sia gestita su basi etiche a favore sia dei lavoratori che dell’ambiente. Una scelta “francescana” si direbbe, di persone, peraltro già ricche, che hanno capito che la qualità della loro vita non migliora accumulando altri soldi, ma mettendo la propria azienda al servizio del mondo e chi ci lavora (Cuccinelli è un altro esempio).

I pericoli maggiori vengono oggi dal cedere l’azienda ai figli (quasi sempre non hanno le qualità dei fondatori) o ai Fondi finanziari, il cui obiettivo è estrarre profitto a breve termine per remunerare azionisti speculativi (privati e banche che investono i nostri risparmi, di cui facciamo finta di non sapere la logica speculativa con la scusa che “non potendo cambiare il mondo, almeno lo sfruttiamo”).

I fondi finanziari hanno una massa enorme di denaro e sono alla caccia di imprese da acquistare, ma non hanno poi la capacità di svilupparle nel lungo termine, in quanto hanno una logica speculativa di massimo profitto a breve. Non sono interessati a pratiche virtuose verso clienti, ambiente e tantomeno per i lavoratori o la ricerca, che sono i fattori che sviluppano l’azienda nel lungo periodo. Spesso vengono smembrate dai fondi finanziari (spezzatino) che sono di fatto i nuovi predatori dell’economia mondiale.

Il caso di Pier Giovanni Capellino dell’azienda Almo Nature è esemplare. Nel 2013 si stanca di fare solo soldi e, colpito dal disastro ambientale, decide di donare la sua impresa ad una Fondazione (di cui è presidente) che avrà il compito di usare parte dei profitti aziendali per “fermare il consumo diretto, il degrado e la frammentazione degli habitat e di collegarli attraverso corridoi ecologici”.

La Fondazione Capellino controlla il 100% dell’azienda Almo Nature e sviluppa la “Reintegration Economy”, cioè un’azienda che produce ricchezza, soddisfa i bisogni dei clienti, fa profitti, ma che introduce criteri crescenti di sostenibilità ambientale, salari alla “socialdemocratica“ (egualitari), più alti della media di settore “e comunque che la linea bassa sia di almeno un 30% superiore alle medie su piazza, senza premiare l’apicalità oltre misura (max 5,5 volte il salario più basso)”. Non proprio 1,7 come voleva Lenin nel 1921, ma almeno non le 100 e passa volte che spesso troviamo in aziende multinazionali e banche.

Un’azienda a tutti gli effetti capitalista che però destina il sovrappiù (dopo investimenti, salari, tasse) a progetti che evitano la perdita di biodiversità (50 milioni negli ultimi 6 anni). Non si rinnega il capitalismo, ma sentiamo cosa scrive Capellino:

“cambiarne la natura dal suo interno: il profitto creato non diventa leva finanziaria per produrre ulteriore impatto sulla natura nelle mani di pochi umani bensì ripristino del capitale naturale creatore di lavoro e ricchezza per tutti gli umani ed oltre, spazio vitale (casa) per tutte le specie viventi.

Dal punto di vista della giustizia sociale il nostro modello frena/blocca l’accumulo, oggi in atto, della ricchezza (della proprietà del capitale) nelle mani di pochi. Dal punto di vista politico introduce democrazia e multilateralismo, soluzioni/risposta/tentativo per scongiurare il possibile ritorno alle dittature anche dove oggi c’è la democrazia. Dal punto di vista della coerenza (nostra) aver scelto di dare l’esempio e non aver scelto la via politica/ideologica del dire agli altri cosa fare senza prima praticarlo e dimostrarlo in vero.

Non siamo Gesuiti, quindi non vogliamo convincere ma dimostrare attraverso l’esempio: se ci sono proposte migliori indicatele, se ci sono punti su cui possiamo migliorare indicateli, diversamente sosteneteci o avversateci dialetticamente ma per dignità non siate indifferenti”.

All’incontro era presente anche Alfredo Lovati, che gestisce una ditta informatica (Beta 80) con 150 dipendenti, con un approccio simile, dove l’obiettivo non è più accumulare il massimo dei profitti ma salvaguardare l’azienda come bene in sé, migliorando la condizione di tutti e dei nuovi assunti in particolare.

Koos Bekker ha raccontato come ha sviluppato modelli gestionali avanzati in cui chi decide sono i lavoratori come co-proprietari, che non possono porsi però in un’ottica di interesse solo per loro, in quanto vigila una Fondazione che ha come obiettivo sviluppare non solo l’impresa, ma l’intera società e quindi anche gli interessi di altri che non sono i lavoratori come nuovi assunti, ambiente, cultura, poveri, altre imprese, fornitori e clienti.

Si tratta di imprese che usano il profitto in un circuito virtuoso in funzione degli esseri umani e non viceversa. In senso figurato si tratta di “portare a morire il denaro”, cioè usarlo per far fiorire le persone e non viceversa (aumentarlo per far morire le persone).

È una forma di economia nuova, che pur non rinunciando al modello capitalistico, nel senso di valorizzare il capitale, i risparmi, la buona gestione delle fabbriche e servizi a vantaggio di tutti, rifiuta però gli aspetti più perversi della proprietà privata come l’accumulo crescente e l’eredità.

Gli imprenditori che hanno scelto questa strada non sono certo neo francescani, vivono in modo agiato, hanno semplicemente rinunciato ad una logica egoistica di accumulo crescente che, peraltro, tutti gli studi dicono, non incrementa la felicità personale, che deriva dalle relazioni e dalle emozioni che si provano con amici, affetti, creatività, arte e in nessun caso deriva dal possesso di qualcosa. In sostanza scoprono (mi sia consentito l’aforisma) che “l’altruismo è una forma superiore di egoismo”.

Insomma il mondo non sta molto bene, ma la crescita di questo “movimento” dà speranza.

In copertina: ritratto di Adriano Olivetti – Immagine gratuita da Flickr

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Cina: la "Grande Muraglia Verde" che sta fermando il deserto

Cina: la “Grande Muraglia Verde” che sta fermando il deserto

Cina: la “Grande Muraglia Verde” che sta fermando il deserto

Gli alberi sono l’unico vero antidoto contro i rapidi cambiamenti climatici.

Gli alberi sono fondamentali per l’ambiente perché assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno tramite la fotosintesi; riducono l’inquinamento catturando polveri sottili e mitigano le isole di calore urbano offrendo ombra.

Le piante rappresentano il migliore organismo capace di limitare l’aumento della CO2: nel loro legno trattengono enormi quantità di carbonio, agendo come un polmone verde che mitiga l’effetto serra. Attraverso il processo della fotosintesi una pianta adulta produce in un anno una quantità di ossigeno – che copre il fabbisogno annuo di 10 persone – e, a seconda della specie, è in grado di assorbire dai 20 ai 50 chili di anidride carbonica.

Inoltre, gli alberi funzionano da filtri naturali: le foglie intrappolano metalli pesanti, ozono e ossidi di azoto, migliorando l’aria che respiriamo. Una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili. Un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno e non è cosa da poco se consideriamo che in una città come Milano, in cui sono presenti 1.700 ettari di verde, significa togliere dall’aria 30 tonnellate di polveri sottili.

Per finire, Le radici stabilizzano il terreno riducendo l’erosione: assorbono l’acqua piovana, diminuendo il rischio di alluvioni e allagamenti e prevengono il dissesto idrogeologico trattenendo il suolo e sostenendo la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi.

In sostanza, a differenza di quello che una buona parte dello sviluppo tecnologico vuole farci credere, ovvero che siano necessari soluzionismo tecnocratici alla crisi climatica, la verità è che per contrastare il cambiamento climatico e fermare la desertificazione bisogna piantare alberi. Tanti alberi.

La pensa così la Cina, che il 1° gennaio 1978 ha avviato il Three-North Shelterbelt Program per aumentare la copertura forestale nella Cina settentrionale in un’area che si estende su 13 province per un totale di oltre 4 milioni di chilometri quadrati. Il termine del piano, discusso e avviato dal Partito Comunista Cinese nel 1978, è previsto per il 2050: entro tale data verranno piantati 100 miliardi di alberi lungo una cintura lunga circa 4.500 chilometri con il fine di convertire aree degradate. Nelle zone interessate, come attorno al deserto del Taklamakan, la cintura verde è arrivata in alcuni punti a superare il chilometro di larghezza.

È considerato il più grande progetto di riforestazione al mondo e, ad oggi, copre 13 province nel nord della Cina, su una superficie paragonabile all’estensione della Germania.

Secondo alcune ricerche entro il 2100 metà della superficie terrestre sarà ricoperta da terre aride: per questo motivo la “Grande Muraglia Verde” servirà – e già serve – per bloccare l’erosione del suolo, combattere il cambiamento climatico e arginare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan proteggendo fattorie, villaggi, strade e ferrovie. Il programma è stato concepito per proteggere i suoli fertili, ridurre la frequenza e l’intensità delle devastanti tempeste di sabbia, e mitigare gli effetti della siccità.

La Grande Muraglia Verde cinese contrò l’aridità – foto ultimavoce.it

Il piano di sviluppo di 72 anni è stato suddiviso in tre distinte fasi, al suo compimento avrà triplicato la copertura forestale dell’area, passando dal 5,05% al 14,95%. I risultati parziali sono più che soddisfacenti: l’avanzata del deserto si è fermata, le aree interessate dall’erosione del suolo si sono ridotte di due terzi, così come è cresciuta la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica. E gli effetti benefici si sentono anche a distanza: grazie al progetto, la qualità dell’aria è migliorata persino a Pechino. Gli sforzi hanno contribuito a portare la copertura forestale nazionale cinese dal 10% del 1949 a superare il 25%.

A beneficiarne sono inoltre i terreni agricoli, protetti dalla sabbia delle dune e dunque più produttivi, grazie anche alla maggior frequenza delle precipitazioni dovuta a sua volta all’aumento dell’umidità nella zona. Il conseguente sviluppo delle industrie forestali e frutticole sta contribuendo a migliorare il tenore di vita di decine di milioni di persone, che ora possono contare tra l’altro sui grandi impianti solari ed eolici installati in prossimità del deserto. La loro presenza ha il duplice scopo di garantire alla popolazione energia da fonti rinnovabili e fungere da ancoraggio per la (nuova) vegetazione, proteggendo i terreni agricoli.

Negli anni si sono verificati alcuni effetti negativi, come l’aumento delle allergie tra la popolazione e la bassa percentuale di sopravvivenza degli alberi – registrata soprattutto in fase di avvio del progetto a seguito della piantumazione di specie a crescita rapida inadatte al tipo di terreno.

Ciò non ha fermato lo sviluppo della Grande Muraglia Verde: un gruppo di ecologi cinesi, a dicembre 2025, ha quantificato i risultati complessivi in ​​termini di biodiversità degli sforzi di ripristino forestale in Cina, scoprendo che tali sforzi hanno portato all’espansione dell’habitat del 73,6% delle specie di uccelli presenti nelle foreste, come riportato dal China Science Daily. Un risultato che dovrebbe far invidia all’Occidente (Europa e USA) che in questi anni non sono riusciti a mettere a punto serie politiche in questo campo.

Sebbene l’idea fosse antecedente, a seguire la Cina nelle politiche di riforestazione – con alcune difficoltà – è stata l’Unione Africana con uno dei più ambiziosi progetti ambientali globali: la Great Green Wall, la Grande Muraglia Verde africana, ovvero il progetto di una barriera di alberi lunga migliaia di chilometri dal Senegal fino a Gibuti attraverso l’intera regione del Sahel, coinvolgendo ben 20 Paesi africani (1).
“Ad oggi, il progetto ha coperto meno del 10% dell’obiettivo di 100 milioni di ettari, ma sta facendo buoni progressi per raggiungere la scadenza del 2030”, ha spiegato a Oltremare in una lunga intervista Moctar Sacande, coordinatore dei progetti internazionali presso la Divisione forestale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Non nasconde di essere nelle file degli ottimisti: “D’altronde il progetto è di vitale importanza per milioni di persone e per la stabilità della regione”.

La Grande Muraglia Verde africana (rivistaafrica.it)

La Tanzania ha iniziato a integrare la sua strategia nazionale nell’ambiziosa iniziativa panafricana della Grande Muraglia Verde (Great Green Wall) guidata dall’Unione Africana. Sotto l’egida della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale), il Paese mira a combattere la desertificazione, ripristinare i suoli degradati e adattarsi al cambiamento climatico. Il Piano d’azione nazionale (NAP) della Tanzania è ora guidato dai dipartimenti ambientali con l’assistenza di consulenti indipendenti e la supervisione generale del Coordinatore della Grande Muraglia Verde e di un team centrale composto da esperti della SADC, della FAO e dell’Unione Africana. La Tanzania è stato il terzo paese ad aver sviluppato un NAP nel 2023.

Di Cina si parla solo in modo negativo, quando ci si riferisce alla mancanza di libertà, di sfruttamento dei lavoratori, di coltivazioni o allevamenti super-intensivi che inquinano. La Cina, in questo caso, è un esempio da seguire in tutto il mondo, dove i deserti stanno avanzando e dove il cambiamenti climatico sta modificando gli habitat naturali.

Donald Trump, che nega i cambiamenti climatici evidenti, dovrebbe prendere esempio dai comunisti cinesi, ma evidentemente è troppo impegnato a fare guerre in giro per il mondo per accorgersene.

Note:

(1) Oggi il progetto coinvolge oltre venti paesi: Algeria, Burkina Faso, Benin, Ciad, Capo Verde, Gibuti, Egitto, Etiopia, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Gambia, Tunisia e Costa d’Avorio e ha ottenuto il supporto della Banca Mondiale, dell’Unione europea e della Fao.

Fonti:
https://www.campagnamica.it/attualita/foreste-e-boschi-10-motivi-per-piantare-un-albero/ 
https://www.sardegnaforeste.it/notizia/limportanza-degli-alberi-troppo-spesso-trascurata
https://www.hdblog.it/green/articoli/n662670/grande-muraglia-verde-alberi-clima/

Cover: La Grande Muraglia Verde cinese – foto da ilbosone.it

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