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Parole a capo
Fabio Petrilli: “Respiro” e altre poesie

La poesia è una sofisticata cosa d’aria / Che vive inertamente e non a lungo / Ma radiosa oltre ben più vistosi barbagli.”
(Wallace Stevens)

 

RESPIRO

Per me sei respiro
Sei l’essenza che nutre quotidianamente la mia anima.
Giungo da te senza indossare maschere, senza dover recitare!
Tu come una buona madre
mi accogli tra le tue amorevoli braccia ed io mi sento protetto
mentre imparo ad amare.

Per me sei il respiro della vita che si confonde in questo silenzio assordante e vibra
mentre emana un’incantevole melodia.

 

SILENZIO

Un tuffo nel silenzio
tra ricordi passati.
Cerco nella memoria
voci e pensieri, rumorosi.
Fermo il pensiero, nuoto nel silenzio: giungono verità.

Ancora mi rifugio in te
giudice non sindacabile
di questo mondo
percosso dal tempo.
Fragile si scopre l’uomo.

 

TRAMONTO

Una pennellata ricolma di colore d’un pittore
e il tramonto viene ricamato d’oro.
Con le nuvole si sciolgono i colori
ed io mi incanto sempre di più mentre aspetto te.
L’ultimo raggio di sole, quello più rosso
ti accoglie tra le sue braccia e tu felice corri verso me.
Il sole si rispecchia dentro il mare,
nei tuoi capelli ti è rimasto l’oro e
il vento ci gioca e non me li fa baciare
perché è geloso di questa felicità.

 

Fabio Petrilli (Foggia, 2000). Vive a San Bartolomeo in Galdo, una cittadina in provincia di Benevento. Attualmente frequenta l’Università degli Studi del Molise dove si è iscritto alla facoltà di Lettere e Beni culturali.
Le sue poesie sono state tradotte in portoghese dalla poetessa Cristina Pizarro, in francese dalla poetessa Irène Duboeuf, in spagnolo, catalano e inglese dal poeta Joan Josep Barceló i Bauçà, in greco moderno dalla poetessa Irene Doura – Kavadia. I suoi testi sono presenti in numerose riviste letterarie nazionali e internazionali (Stati Uniti d’America, India , Francia). Nel 2023 con l’inedito “ I miei versi “ ha vinto il Panorama Internazionale delle Arti nella categoria “ Youth Awards “ organizzato dalla Writers International Capital Foundation. Collabora con il quotidiano letterario “Alessandria Today“ della città di Alessandria in Piemonte.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Germogli /
Riuscire ancora a prendere sonno

Riuscire ancora a prendere sonno.

In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia.
(Cesare Pavese)

Catina Balotta (qui) mi esorta su Periscopio, seppure all’interno di un appello collettivo, a non distruggere l’infanzia se voglio salvare l’umanità. L’occasione di cronaca è fornita dai fatti di Gaza e di Israele.Non distruggere l’infanzia è l’unica strada per salvare l’umanità.  Mi chiedo quanta consapevolezza ci sia su questo e quante azioni mancate ci riguardino, in questi giorni tetri come la notte.  Per poter salvaguardare l’infanzia su questa terra infestata da armi mortali, sofisticate e diffuse ovunque, serve la mobilitazione di tutti.”

Quante azioni mancate ci riguardano? Ribalterei la questione. In una situazione come questa, quali sono le uniche azioni ammesse, e che (quasi) nessuno compie né compirà mai?
Le uniche azioni ammesse sono: organizzarsi, andare là e mettersi a disposizione per aiutare i feriti, abbracciare le madri e seppellire i morti, a rischio della propria stessa vita. Come? Difficile già dal punto di vista puramente logistico, difficilissimo dal punto di vista esistenziale. Eppure sarebbe l’unico agire che legittima un parlare. Tutto quanto possa essere fatto di alternativo è inane, e non autorizza l’impiego di parole, persino le più accorate e in buona fede, per commentare questa situazione. Per quanto accorate, per quanto in buona fede, suoneranno sempre gratuite, comode, prive di rischi, come le varie solidarietà che siamo abituati a manifestare con l’esposizione di una bandiera al balcone, o su una foto del profilo social. Il profilo social. Già il pronunciare una simile locuzione suona oscenamente vacuo di fronte al male del mondo.

Francesco Monini in un messaggio, non saprei anche qui se personale o collettivo – credo entrambi – mi scrive invece: “riuscite a dormire durante la strage dei bambini?”. La mia risposta è: riesco a dormire se non guardo il mondo. Se non guardo il male del mondo. Infatti non lo guardo più. Non accendo la televisione. Salto i notiziari radio, elimino i filmati dei bambini di Gaza che girano sul web. Prolungo il mio lockdown privato.

Cosa potrebbe fare un mio conoscente, persino un amico, di fronte a un mio grave lutto personale, o addirittura collettivo come è un lutto causato da una guerra o una catastrofe? Ben poco, ma almeno sarebbe un amico o un conoscente, e se non oggi, un giorno potrò apprezzare la sua vicinanza del momento, ricordandola. Cosa posso fare io per queste persone che non conosco e non mi conoscono, non vincendo la viltà di non andare là? Nulla. Cosa posso fare per evitarmi la frustrazione, l’inutile dolore senza uno sfogo, senza uno scopo? Coltivare l’anestesia. Per riuscire ancora a prendere sonno.

 

Cover: “Numb” by Dandy-Jon, copyright dell’autore, pubblicato con licenza Creative Commons

A GAZA L’ULTIMA STRAGE DEI BAMBINI.
NON DISTRUGGETE L’INFANZIA SE VOLETE SALVARE L’UMANITA’

La notizie che si susseguono in queste ore sono drammatiche. Dai campi profughi della Striscia di Gaza, dall’ ospedale di Gaza City al collasso, arrivano testimonianze agghiaccianti. A Gaza manca tutto: acqua, elettricità, internet, i minimi presidi sanitari. Le persone muoiono per le strade, e i primi a morire sono i più deboli, un milione di bambini palestinesi.
Non distruggete l’infanzia se volete salvare l”umanità , scrive Catina Balotta e riporta i numeri impressionanti della strage infinita dei bambini.  Ma già oggi quei numeri sono superati, il pallottoliere della morte non si ferma un attimo.
L’Assemblea Generale dell’ONU e  Papa Francesco hanno chiesto ad Israele di fermare l’invasione militare e i bombardamenti su Gaza. Solo un cessate il fuoco può salvare dalla morte migliaia di bambini e dall’annientamento un popolo inerme, un popolo che non può e non deve essere identificato con Hamas. 
Fino ad ora, questo appello non è stato raccolto, complice anche il cinico voto contrario degli Stati Uniti. Intanto la stampa e le televisioni, in Italia e nel mondo, continuano a raccontarci gli ultimi sviluppi delle operazioni militari, l’ultima conta dei morti e feriti.  Anche il mondo di quella che dovrebbe essere “la libera informazione” è complice della strage dei bambini. Invece di chiedere a gran voce il cessate il fuoco, preferisce alimentare il fuoco, intervistare politici, generali ed esperti militari. Intanto la strage continua.
(Francesco Monini, direttore di Periscopio)

A GAZA L’ULTIMA STRAGE DEI BAMBINI.
NON DISTRUGGETE L’INFANZIA SE VOLETE SALVARE L’UMANITA.’

Non distruggere l’infanzia è l’unica strada per salvare l’umanità.  Mi chiedo quanta consapevolezza ci sia su questo e quante azioni mancate ci riguardino, in questi giorni tetri come la notte.  Per poter salvaguardare l’infanzia su questa terra infestata da armi mortali, sofisticate e diffuse ovunque, serve la mobilitazione di tutti.

Secondo il report 2022 “Levels & Trends in Child Mortality” realizzato da UNICEF/OMS/Banca Mondiale/UN DESA del Gruppo inter-agenzie delle Nazioni Unite per la stima della mortalità dei bambini/e (UN IGME), nel 2021 cinque milioni di bambini/e sono morti nel mondo prima di compiere i cinque anni di vita.

In un secondo rapporto “Never Forgotten The situation of stillbirth around the globeUN IGME ha rilevato che, nello stesso periodo, ulteriori 1,9 milioni di bambini/e sono nati morti. Tragicamente, molte di queste morti avrebbero potuto essere evitate con un accesso equo e un’assistenza sanitaria di alta qualità per le madri, i neonati, gli adolescenti e i bambini.  Si veda qui il Rapporto UNICEF/OMS/Banca Mondiale/UN DESA.

L’ONU ha verificato che nel 2022 nei Paesi in guerra, come Etiopia, Mozambico, Ucraina, Haiti, Niger, Sudan, 18.890 bambini/e hanno subito gravi violazioni. Circa 8.630 sono stati uccisi o mutilati; 7.622 reclutati e utilizzati in combattimento e 3.985 risultano rapiti. Inoltre, 1.165 minori, per lo più ragazze, sono stati violentati, stuprati in gruppo, costretti al matrimonio o alla schiavitù sessuale o aggrediti sessualmente. In alcuni casi le violenze sono state così gravi che le vittime sono morte  [Vedi qui].

Secondo Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini/e, il numero di bambini/e uccisi a Gaza, in sole tre settimane, ha superato il numero di quelli che ogni anno hanno perso la vita nelle zone di conflitto del mondo dopo il 2019.
Secondo i dati diffusi rispettivamente dal Ministero della Sanità di Gaza e di Israele, dal 7 ottobre, sono stati segnalati più di 3.257 bambini uccisi, di cui almeno 3.195 a Gaza, 33 in Cisgiordania e 29 in Israele. Il numero di bambini uccisi in sole tre settimane a Gaza è superiore al numero di bambini uccisi in conflitti armati a livello globale – in più di 20 Paesi – nel corso di un intero anno, negli ultimi tre anni [Leggi qui].

Sono dati impressionanti che non fanno ben sperare per il futuro, almeno che non si trovi il modo di invertire la rotta. Non c’è nessuna giustificazione a una situazione di questo tipo.
Una strage continua che addolora tutto il mondo degli esseri umani a cui è rimasto un cuore. I diritti dell’infanzia sono negati in nome di decisioni prese dagli adulti, mi chiedo se l’autogestione dei bambini non sarebbe più equa e meno crudele.

Ma i diritti dei bambini/e vanno ben aldilà di quelli degli adulti che li accudiscono, ben aldilà di quelli che situazioni climatiche, di povertà e di guerra, consentono.
Sembra che  la presenza di documenti ufficiali e di trattati internazionali che dovrebbero salvaguardare l’infanzia, sia assolutamente inutile se poi non esistono le persone che li conoscono e li applicano. Non sono i fogli di carta con timbri altisonanti che tutelano le persone, non lo sono nemmeno se sono firmati dai massimi rappresentanti delle istituzioni politiche e sociali internazionali.

Stiamo davanti a una arena geopolitica in cui sembrano non esistere persone autorevoli e con autorità (le due cose non si equivalgono, ma in questo caso sono necessarie entrambe) che li sostengono, condividono, promuovono e ribadiscono con la massima convinzione sia personale che delle organizzazioni rappresentate.

Come si dice un po’ banalmente “un conto è dirlo e un conto è farlo”. Si susseguono dichiarazioni di necessaria tutela dell’infanzia che vengono regolarmente smentite dai fatti. Allora, pur apprezzando chi almeno le dichiara, diventa rilevante avere anche chi le attua.

Forse ognuno di noi dovrebbe lavorare più in questo senso. Noi società civile che ci indigniamo, ma che facciamo poco, pensando che spetti a qualcun altro agire, a quel qualcuno che può uscire dagli schermi televisivi per diventare un novello redentore.

La discrasia tra strumenti istituzionali e opportunismo comportamentale, è una abitudine che va sradicata. Proprio in questo momento, in cui la povertà e i venti di guerra incombono sulla nostra testa e su quella di moltissimi bambini/e come mai dopo la seconda guerra mondiale è successo, tocca a noi ritrovare la forza per rileggere i documenti istituzionali che sanciscono principi di tutela, con l’accortezza di farne tesoro, con l’umiltà di chi può ancora imparare, con la consapevolezza che il passaggio da una dichiarazione d’intenti ad una operatività quotidiana interessa tutti, qualunque lavoro si faccia e a qualsiasi livello istituzionale si appartenga.

La tutela dei bambini/e passa da ogni strada, da ogni casa, da ogni balcone e anche da ogni gruppo di persone che pensa e, pensando, si rende conto che la responsabilità di un’infanzia negata non avrà alcuna possibilità di trasformarsi in catarsi.

Sono cresciuta con il terrore che la “Strage degli Innocenti di Re Erode” (Vangelo secondo Matteo 2,1-16) potesse ripetersi, per poi accorgermi che di stragi di questo tipo ne sono esistite tantissime e che quello che è successo ai bambini/e ebrei nei campi di concertamento della Seconda guerra mondiale è solo l’apice di tantissime storie di soprusi e violenza perpetrate ai danni dell’infanzia.

Eppure, tutti hanno figli, nipoti e parenti piccoli a cui non augurerebbero alcun male, nemmeno a scapito della loro stessa esistenza. Forse è proprio l’incapacità di allargare lo sguardo oltre la propria casa, il problema. L’incapacità di pensare che la tutela deve andare aldilà dei nostri bambini/e, per abbracciarli tutti. Una distinzione meno drastica tra i miei bambini/e, i tuoi bambini/e, i nostri bambini/e, i loro bambini/e, potrebbe migliorare la situazione.

I bambini/e umani sono bambini di tutti nella loro dimensione universale di soggetti che meritano tutto il rispetto e la tutela possibile. Nel riconoscimento del bambino/a come archetipo universale catalizzatore d’amore potremmo trovare il modo di accordarci tutti e di inaugurare una nuova era, dove alla base della politica non c’è il rispetto di un anonimo trattato, ma un sentire comune, che ci permette di riconoscerci tutti come individui che amano i bambini/e.

Potremmo diventare persone che pensano che tutti i bambini/e del mondo abbiano uguali diritti ed uguale dignità. Non esiste altra strada per sentirci nuovi e meno tarlati da tutte le nefandezze già perpetrate ai danni dell’infanzia, da tutte le brutture che stanno succedendo anche in questo periodo, anche in questo momento in cui io sto scrivendo e anche nel momento in cui vi troverete a leggere queste poche parole dettate dall’indignazione e dalla impotenza di fronte all’ennesimo massacro di bambini/e.

Come se i miei peggiori demoni si fossero destati, come se le mie più grandi paure di bambina si fossero materializzate davanti ai miei occhi, me ne sto qui a guardare ciò che sta succedendo a Gaza senza saper cosa fare, se non mettermi a pregare, nella convinzione che il Dio buono di tutti i popoli possa migliorare la situazione, senza condannarci tutti al rogo eterno.

Per buona memoria di tutti ricordo che il più importante documento sulla tutela dei bambini e delle bambine La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenzache è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. In tale documento vengono riconosciuti ai bambini:

• diritti di personalità come il diritto al nome e all’identità personale, il diritto ad appartenere a un gruppo familiare, e alla cittadinanza;
• diritti di libertà come la libertà di manifestare la propria opinione e il proprio pensiero, la libertà morale e il diritto alla riservatezza, la libertà di coscienza e di religione;
• diritti sociali come il diritto all’informazione corretta e comprensibile, il diritto alla sicurezza sociale, e ancora il diritto a vivere in un ambiente vivibile e usufruito, il diritto all’istruzione, al tempo libero, al lavoro.

Oltre ai diritti riconosciuti ai bambini, nella Convenzione sono state stabilite anche le forme di controllo sulla loro attuazione, istituendo il Comitato sui Diritti del Bambino, che ha lo scopo di esaminare i progressi compiuti dagli Stati nell’esecuzione degli obblighi derivanti dal trattato.

Il comitato ha sede a Ginevra e si riunisce ogni anno.
La creazione della Convenzione è ricordata ogni anno, il 20 novembre, con la commemorazione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

È quasi il 20 novembre anche quest’anno.

Per leggere gli altri articoli di Catina Balotta su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Quella cosa chiamata città /
Rio de Janeiro e il raptus divino

Quella cosa chiamata città. Rio de Janeiro e il raptus divino

Tudo e graça que se dele pode decir (tutto è grazia, che altro si può dire), così viene descritta Rio de Janeiro dai suoi scopritori nel Cinquecento, ma il suo nome potrebbe essere un equivoco. La flotta portoghese di Pedro Álvares Cabral, nel 1502 scopre la baia che gli Indios avevano denominata Guanabara (il senso da dove viene il mare, un gran entrante del mar) e la associano alla loro capitale.

Lisbona si affaccia su un fiume che sembra un mare, Rio sorge su di un golfo, di fronte all’ilha das Cobras, dunque, è mare e il “Fiume di Gennaio” diviene un detournement geografico.  Il Pão da Açúcar e la punta di Santa Cruz ne costituiscono la porta larga 1700 metri, mentre il golfo, ricco di isole e isolette ha una circonferenza di circa 140 km.

Secondo Massimo Bontempelli, Rio e la sua baia furono fondate da Dio in preda ad un raptus di frenesia creativa. Liquido e solido, increspamenti, riflessi e trasparenze, azzurro, verde e violaceo, forme di suolo, pezzi di cielo e mare, delirio di curve senza geometria. Le montagne appaiono disposte a caso, e quelle più indietro hanno spinto in avanti quelle più piccole, posizionandole sul mare. Mescolando tutto questo è nata una baia che rende sobrio il golfo di Napoli.

Le Corbusier andrà otto volte a Rio. La prima volta nel 1929 a bordo di uno Zeppelin e ci regalerà con i suoi schizzi dall’alto delle straordinarie suggestioni della baia, definita dai suoi caratteri geografici e topografici che condizioneranno il disegno delle infrastrutture e dei quartieri.

Stefan Zweig riprende, con altre parole, la meraviglia di Bontempelli e mette in forma di racconto gli schizzi di Le Corbusier, quando afferma che siamo di fronte a una città multipla, che nessun gioco di parole, scatti fotografici possono rendere, perché è troppo varia. Qui, in questo piccolo spazio, ci ricorda lo scrittore apolide, la natura in uno slancio di generosità ha riunito tuti gli elementi che normalmente distribuisce in un paese intero.

Eccoci di nuovo a Rio. Arriviamo alle 7:30 e al nostro appartamento, a Ipanema, dopo un’ora di taxi. Ciò che vediamo in questo transito rende ridicole le retoriche dei nostri boschi verticali o delle foreste urbane che la nostra stampa nazionale ed eco-impegnata ci propina quasi ogni giorno.

Rio de Janeiro, Ipanema, strada urbana

A Rio la foresta atlantica (la Mata atlantica) è oggi ridotta in ritagli di vegetazione densissima, alternati ai quartieri abitativi della devastante urbanizzazione del litorale della città. Qui anche un semplice viale alberato è molto più di un doppio filare. Gli innesti di orchidee, che si trovano sui tronchi dei ficus che ombreggiano le strade carioca, danno vita ad associazioni di mutuo soccorso, o convivenze che troviamo nelle foreste.

Nonostante l’urbanizzazione formale e informale sia stata pervasiva e si sia insinuata in ogni spiaggia, baia, morro o vallata l’impressione è che Rio non sia una metropoli con del verde urbano, ma un’ enorme foresta, dentro la quale è sorta una città, anzi molte città. Dunque, Rio de Janeiro si alimenta di contrasti.  Se nasce come una città dentro la foresta in seguito, incuneandosi nelle baie e arrampicandosi anche sui morros ne prende il sopravvento.

Le parti di città costruite lungo le spiagge di Copacabana, Ipanema e Leblon riproducono il medesimo schema. La città è organizzata ortogonalmente e le strade principali si allungano parallele alla costa. Si tratta di strade residenziali, anche quelle affacciate sul mare; di norma solo una è commerciale ed è interna.

La strada vicina alle montagne è in collegamento con le favelas retrostanti, arrampicate sopra, e ogni mattina molte persone scendono per far funzionare la città. La favela è ovunque, la vedi circondare la città quando scendi dall’aereo, la ritrovi arrampicata sui morros che bordano i ricchi quartieri affacciati sul mare.

Rio de Janeiro, La favela di Vidigal all’imbrunire

Vi è un rapporto di mutua assistenza tra la città dei ricchi e quella dei poveri. La favela di Vidigal a Rio de Janeiro mi è apparsa come la «Irene» di Italo Calvino: “la città che si vede a sporgersi dal ciglio dell’altopiano nell’ora che le luci s’accendono e per l’aria limpida si distingue laggiù in fondo la rosa dell’abitato…e se la sera è brumosa uno sfumato chiarore si gonfia come una spugna lattiginosa al piede dei calanchi.”

La foto della cover e quelle nel testo sono dell’autore

In Copertina: Rio de Janeiro, La spiaggia pubblica, la città, la mata atlantica

Per leggere gli articoli di Romeo Farinella su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure /
La discordia, terribile sventura

Le parole vanno dosate. Bisogna impiegarle bene. Altrimenti possono fare male, anche più di ogni altra azione. A spiegarcelo il silent book “Discordia”

Esce il 13 novembre, con Kite edizioni, il silent book “Discordia”, opera prima dell’autrice-illustratrice brasiliana Nani Brunini, attualmente residente in Portogallo.

Si tratta di un volume, dai colori dominanti viola, rosso e nero, che con la sola forza delle potentissime immagini racconta quanto male faccia la discordia e quanto abbiamo bisogno di coloro che sanno portarci fuori di lì attraverso l’uso delle sole (e magari belle) parole.

Siamo ammirati e avvolti da una narrazione visiva che ci porta nel mondo della terribilmente attuale polarizzazione delle opinioni: barricati sulle nostre posizioni ci urliamo contro, non ci vediamo più, non ci capiamo, non ci sfioriamo, non ci sentiamo, non ci ascoltiamo, non facciamo alcuno sforzo per venirci incontro.

Da un piccolo iniziale scambio di diverse vedute si arriva spesso, quasi subito, a un rancore e a un’intolleranza senza limiti e senza controllo. Parole, parole, parole, e per cosa poi? Certe parole sono inutili feriscono gratuitamente, portano rancore e rabbia.

In questo interessante albo, tutto inizia con un piccolo disaccordo, si parte con una divergenza che aumenta man mano di volume in una scalata assordante, raccogliendo sostenitori intransigenti da entrambe le parti, fino a diventare una disputa insolubile e senza argomenti che resistono. Vince chi grida più forte oppure sono tutti perdenti?

Il colore e la loro assenza, la linea sottile che definisce i personaggi, mettono in relazione la concretezza dei loro corpi con l’astratto delle emozioni. C’è anche suspense.

E’, quindi, sempre più necessario creare ponti che ci possano aiutare a (ri)vivere in comunità. Basta sordità, incomunicabilità e incomprensione. Urge una riflessione.

In un mondo dove tutto pare esasperato, soprattutto sui social, dove l’escalation da un tono inizialmente un poco dissonante a un’esplosione di insulti è spesso esponenziale, “Discordia” è un libro davvero per tutti, e, in particolare, per chi è stanco di urlare.

Nani Brunini, Discordia, Kite edizioni, Padova, 2023

Nani Brunini è illustratrice freelance, originaria di San Paolo, in Brasile che oggi vive a Lisbona, in Portogallo. Ha vissuto a San Francisco, Londra, Helsinki, Mannheim, Rio de Janeiro e Recife. Le sue illustrazioni sono realizzate con un mix di tecniche a mano (inchiostro sumi, matite colorate, tempera, timbri in gomma, stencil, ritagli di carta, ecc.) e processi digitali (principalmente Procreate e Photoshop).

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara.

 

La mostra a Palazzo Ducale “Calvino Cantafavole”: dal 15 ottobre 2023 al 7 aprile 2024. Genova omaggia il grande scrittore nel centenario della nascita

Calvino Cantafavole

Palazzo Ducale e Casa Luzzati
Genova, dal 15 ottobre 2023 al 7 aprile 2024

Palazzo Ducale presenta un omaggio a Italo Calvino, nell’ambito delle iniziative culturali di Genova Capitale Italiana del Libro 2023 e delle Celebrazioni per il centenario della nascita, coordinate dal Comitato istituito per l’occasione dal Ministero per la Cultura e presieduto da Giovanna Calvino.

Si comincia dalle creazioni del sanremese Antonio Rubino, conosciute nell’infanzia e poi ripubblicate in Einaudi Ragazzi, per poi passare alla collaborazione di lunga durata con Emanuele Luzzati, indagata attraverso le illustrazioni del maestro genovese per le opere calviniane ma anche nelle produzioni RAI a cui Luzzati ha collaborato insieme con la costumista Santuzza Calì. Dal magico mondo dei Tarocchi, nati a Finale Ligure, si passa – seguendo fedelmente gli scritti dell’autore dedicati alla rappresentazione iconografica – alle visioni della sua terra, così come presentate dai pittori suoi conterranei e da artisti come Francesco Menzio ed Enrico Paulucci, ai quali era legato da un rapporto di amicizia.

Alla mappa dei molti artisti di cui Calvino ha scritto, tutti legati al fantastico – da Enrico Baj a Lucio Del Pezzo, da Domenico Gnoli a Luigi Serafini –, la mostra affianca un percorso sulla fiaba declinata nei rapporti con la musica, la televisione e il teatro. Quest’ultimo versante viene analizzato attraverso le produzioni firmate insieme a Toti Scialoja e Donatella Ziliotto (poi rivisitate in chiave contemporanea dal compositore John Dove e da Sue Blane, scenografa del Rocky Horror Picture Show) e al conterraneo Luciano Berio, ma anche nei lavori per teatro e televisione di un artista particolarmente caro a Calvino, Giulio Paolini.

Il percorso scenografico, che fa dell’albero l’elemento centrale, è ideato da Emanuele Conte e Paolo Bonfiglio, e realizzato da Fondazione Luzzati Teatro della Tosse. Introdotto da un insieme di alberi dipinti e oggetti della memoria, si sviluppa come un tragitto ideale che dai boschi delle alture scende verso il mare, passando per i borghi di pietra dell’entroterra, in un omaggio alla Liguria. Direttore dell’allestimento scenico è Andrea Morini.

Insieme alla mostra è previsto un ricco calendario di iniziative di approfondimento che vanno da incontri e convegni per esplorare le molteplici dimensioni dell’esposizione a lezioni-spettacolo con interventi di attori e studiosi dell’opera dello scrittore.

Parallelamente alla mostra nella Loggia degli Abati, Casa Luzzati offre un approfondimento del lavoro del Maestro per Calvino con oltre 100 opere originali. Divisa in due sezioni, il visitatore potrà ammirare, tra l’altro, l’intera collezione dei materiali del Quartetto Cetra, le copertine dei dischi delle fiabe di Calvino, le illustrazioni originali, le interviste, le scenografie per il teatro, l’opera delle filastrocche, per il Barone rampante di Rai 1 a Torino. Il denominatore comune che emerge è lo spirito della levità e l’amore dei due protagonisti della cultura del ‘900 per la terra di Liguria, terra di saperi e sapori, oltre che di paesaggi maestosi e duri. La mostra fa parte del progetto “Luzzati per Calvino” che Lele Luzzati Foundation ha pensato per questo prestigioso appuntamento. Grazie a questo progetto – curato da Sergio Noberini e Lele Luzzati Foundation – importanti opere di Luzzati sono esposte nelle mostre delle Scuderie del Quirinale e della Loggia degli Abati, che vedono dunque la partecipazione attiva della Fondazione dedicata al Maestro. Casa Luzzati progetta e propone inoltre un ciclo di laboratori dai disegni di Luzzati ispirati alle sue fiabe.

Una scenografia della mostra di Genoca

La mostra genovese si inserisce nel progetto delle celebrazioni del centenario insieme a Favoloso Calvino, esposizione curata da Mario Barenghi alle Scuderie del Quirinale a Roma. La mostra romana è organizzata da Scuderie del Quirinale con la casa editrice Electa, in collaborazione con Regione Liguria e Comune di Genova con Fondazione Palazzo Ducale, e sarà aperta al pubblico dal 13 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024.

Orari
da martedì a domenica, ore 10-19
lunedì chiuso
la biglietteria si trova nell’atrio del Palazzo e chiude un’ora prima della mostra

Biglietti
Acquista qui il biglietto online
Intero 11 €
Ridotto 9 €, consulta qui l’elenco delle riduzioni
Ridotto giovani Under 27, tutti i martedì non festivi 5 €
Scuole 5 €, scopri qui tutte le attività educative in programma

Casa Luzzati
giovedì e venerdì, ore 15-19; sabato e domenica ore 10-19

Pre-allerta per disinnesco bomba inesplosa presso Chiesa di San Benedetto a Ferrara
Evacuazione domenica 26 novembre dalle ore 8 a fine lavori

Pre-allerta per disinnesco bomba inesplosa presso Chiesa di San Benedetto a Ferrara. Domenica 26 novembre, dalle ore 8 fino a fine lavori, evacuazione di buona parte del centro storico.

Mappa dell’area interessata
Informiamo i nostri lettori sulla pre-allerta – seguirà nei prossimi giorni ordinanza del sindaco –  di domenica 26 novembre, dalle 8 a fine delle operazioni (indicativamente 5-6 ore che però possono variare sensibilmente), quando sarà evacuata buona parte del centro storico per il disinnesco della bomba inesplosa trovata con i lavori di sistemazione della Chiesa di San Benedetto.

Numeri /
Consumo di suolo, una deriva inarrestabile

Consumo di suolo record nel 2022: 21 ettari al giorno

Alla faccia dello sviluppo sostenibile.
Nel 2022 abbiamo consumato suolo per 21 ettari al giorno (pari a più di 210.000 mq. pro die), il 10% in più del 2021: per edifici, strade e altre coperture artificiali su aree agricole o naturali (una superficie equivalente al Comune di Napoli). Ora “copriamo” il 7,14% del territorio nazionale contro il 6,73% del 2006.

Roma è la città che ha edificato di più in termini assoluti, per un consumo mai così alto dal 2006, ma a ben vedere il fenomeno riguarda tutte le province e se si considera il rapporto in termini di mq. per abitante, le cose stanno diversamente da quanto scrive Il Sole 24 ore. Roma, per esempio, ha costruito di più nel 2022 (124 ettari) perché ha più abitanti ma in termini pro-capite figura tra chi ha costruito meno, forse anche perché le grandi città sono già saturate.
Bologna, inteso come Comune, è quello che ha consumato meno (132 mq. per abitante nel 2022), seguono Bolzano e come province Napoli, Milano, Roma.

Ferrara provincia ha oltre 549 mq. per abitante (il Comune 389),
equivalenti a 27 nuovi ettari edificati in tutta la provincia di cui 11 ettari nel Comune capoluogo. Minore di Ferrara il consumo di suolo 2022 di Forlì (325 mq.), maggiore quello di Ravenna (457).

Erano circa da 10 anni che non si vedeva un consumo di suolo così aggressivo.
I dati del 2022 dell’ultimo Rapporto Ispra sono allarmanti: “in un anno consumato 10% in più del 2021”.  Ora “copriamo” il 7,14% del territorio nazionale contro il 6,73% del 2006.
Le aree edificate coprono 5.414 kmq, come la Liguria, e continuano a crescere, nonostante il declino demografico.
Monza e Brianza sono le più artificiali, così come la Lombardia come regione, seguite da Veneto e Campania. Nel 2022 la Lombardia ha consumato altri 908 ettari, seguita da Veneto (739), Puglia (718), Emilia-Romagna (635), Piemonte (617).

Osservata speciale l’Emilia-Romana, prima in classifica per le aree a pericolosità idraulica media, avendo costruito 433 ettari in zone a rischio, quasi metà del consumo in queste aree.

Ci sono anche piccoli Comuni (pochi) che non hanno consumato nulla o addirittura risparmiato suolo, cioè diminuito la superficie edificata: il suolo : come Ercolano (Napoli), Montale (Pistoia) e San Martino (Pavia).

I costi complessivi per consumare suolo ed edificare stimati da Ispra sono un miliardo e mezzo all’anno negli ultimi 16 anni, ma da ora in avanti i costi sono destinati a crescere in modo esponenziale a causa dei cambiamenti climatici. Costi dovuti alla perdita di servizi ecosistemici, cioè che provengono gratis dalla Natura, come la regolazione del microclima, il regime delle acque, la produzione agricola e lo stoccaggio di CO2.
Ciò ha portato il governo a inserire per le imprese un’ assicurazione per disastri naturali (terremoti, alluvioni, frane,…) e per terreni, fabbricati e attrezzature che va ovviamente ad aumentare i costi di impresa, obbligatoria entro dicembre 2024. Poi, se non c’è l’assicurazione, scattano multe da 200.000 a un milione di euro e se sei inadempiente perdi le agevolazioni fiscali e contributive. Se poi capita il disastro e non sei assicurato, rispondi tu.

Cover: Consumo di suolo a Roma (foto da GSA Igiene Urbana)

L’appello dei giovani di Ferrara2044:
“Rinnovare gli interlocutori e il metodo, invochiamo un confronto aperto alle cittadine e ai cittadini per far scegliere il candidato”

L’appello dei giovani di Ferrara2044: “rinnovare gli interlocutori e il metodo, invochiamo un confronto aperto alle cittadine e ai cittadini per far scegliere il candidato”

Anche i giovani di Ferrara2044 entrano nel dibattito sulla scelta del candidato o della candidata a sindaco di Ferrara e, senza indugio, invocano le primarie
Il presupposto è semplice ma, alla luce dei più recenti rumors, pare che debba essere ribadito: l’unico modo per battere le destre unite è che tutte le componenti della centrosinistra siano altrettanto unite.
In questo senso il riferimento chiaro è al tavolo dell’alternativa e alle altre realtà che recentemente si sono espresse sul tema.
Secondo i firmatari della lettera appello Ferrara2044 il “Tavolo per l’alternativa” ha portato “un ottimo metodo di lavoro per l’elaborazione dei contenuti del programma di Centrosinistra” e se il problema attuale è quello di trovare un candidato che convinca tutti lo strumento delle primarie non possono che essere lo strumento migliore.
Un confronto ampio e inclusivo che permetterebbe di avanzare proposte e fornirebbe alla futura o al futuro candidato sindaco di Centrosinistra l’appoggio di una coalizione larga, partecipata e, soprattutto, legittimata dal basso.
Ci potranno essere due, tre, dieci, venti candidate e candidati, ma quello che serve è un confronto aperto alle cittadine e ai cittadini che altrimenti sarebbero esclusi e/o disinteressati rispetto a questo passaggio fondamentale per il futuro della città.
A Ferrara c’è bisogno di guardare avanti, programmare il futuro, innovare e rinnovarsi, e per innovare davvero servono soluzioni in discontinuità con quanto fatto nel passato.
Per questo riteniamo vi sia necessita di rinnovare gli interlocutori e il metodo. Siamo convinti della necessità che siano i cittadini ad essere messi al centro e dicano chiaramente quello che pensano scegliendo una candidata o un candidato.
Ferrara2044 guarda avanti e non indietro, e per questo invochiamo la modalità più ampia possibile per far scegliere il candidato e che dia il via alla campagna elettorale.
Per vincere a Giugno 2024 non abbiamo bisogno di bandierine e paletti ma delle migliori e più performanti energie.
Noi ci crediamo ancora e non smetteremo di crederci. Speriamo anche tutte e tutti gli altri.

Un’ora buia

Un’ora buia

Periscopio è un quotidiano laico, non confessionale. Tra i nostri lettori ci sono cristiani, ebrei e musulmani. Credenti e non credenti, atei, agnostici. Se Abbiamo scelto di pubblicare una preghiera, la preghiera cristiana di Papa Francesco (in prima pagina de L’Osservatore Romano di sabato scorso) non è quindi per una improvvisa conversione, o per affidarci a Dio.  L’appello accorato di Francesco a Maria, madre di cristo, ci pare rappresentare, riassumere l’appello di ogni uomo o donna di pace contro ogni guerra.
Questa ultima terribile guerra, la minaccia di Netanyahu di invadere la Striscia di Gaza per cancellare dalla faccia della terra un popolo inerme, è stata condannata dalla Assemblea dell’ONU che ha votato con una schiacciante maggioranza un immediato cessate il fuoco, Lo Stato di Israele e Stati Uniti e pochi altri hanno votato contro. La minaccia permane, l’invasione può scattare in ogni momento.
Sappiamo  che non saranno Dio o la Madonna, Jahvè o Allah, a fermare questa e tutte le altre guerre, ma i cristiani gli ebrei i musulmani, gli uomini e le donne di buona volontà a chiedere e a pretendere la pace. Solo allora forse finirà l’ora buia.

Francesco Monini

Aepocalisse. La crisi ecologica come sfida.
Prossimo incontro: 8 novembre, ore 17,30: “L’eterno ritorno al mito della caverna”

INVITO All’INCONTRO SUL TEMA:

“L’eterno ritorno al mito della caverna”
Mercoledì 8 novembre alle ore 17,30
presso il Cinema San Benedetto
Ferrara

“Aepocalisse. La crisi ecologica come sfida” è l’iniziativa organizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici di Unife per affrontare la questione ecologica da diversi punti di vista, dalla rassegna cinematografica al dibattito aperto.

Un ciclo di appuntamenti per raccontare lo sforzo di conoscere, comprendere e ripensare il proprio tempo e il proprio territorio. Per costruire un dialogo genuino, condiviso e duraturo tra sapere scientifico, sviluppo economico e società civile. Lo si farà chiamando in causa le multiformi prospettive che animano la ricerca del Dipartimento di Studi Umanistici, e cercando di coinvolgere la comunità attraverso il linguaggio stimolante e universale del cinema.

Ogni appuntamento è articolato in due momenti.
Il primo vede la proiezione di un documentario preceduta da una presentazione legata al macrotema “questione ecologica”.
A partire dai temi sollevati dalla proiezione, il secondo momento è un approfondimento scientifico-interdisciplinare coinvolgendo le diverse competenze del Dipartimento di Studi Umanistici e alcune autorevoli voci esterne, prime fra tutte le associazioni che operano sul territorio.

Le giornate di studi abbinate alle proiezioni avranno carattere itinerante, ospitate in luoghi simbolici della città e del territorio.
L’evento fa parte della rassegna gratuita “Unife per il Public Engagement”.

PROGRAMMA DEI PROSSIMI INCONTRI

8 novembre
🕕 h. 17.30
📍 Cinema San Benedetto (via Don Tazzoli 11)
🏛️ L’eterno ritorno al mito della caverna

22 novembre
🕕 h. 18.00
📍 Palazzo Turchi di Bagno (Corso Ercole I d’Este 32)
🌐 L’epoca globalizzata del Wasteocene

7 dicembre
🕕 h. 18.00
📍 Teatro Ferrara Off (viale Alfonso I d’Este 13)
🚸 Formazione e futuro nelle terre fragili

🕕 Data e orario in via di definizione
📍Palazzo Bellini (Comacchio, via Agatopisto 5)
⌛ Nascita di un’epoca: l’antropocene come tappa storica o costruzione ideologica?

COME PARTECIPARE
Tutti gli incontri e le proiezioni sono gratuiti. Registrazione all’ingresso.

PER SAPERNE DI PIU’
Riproduciamo un intervento di Guido Barbujani scritto nel 2012 per il Sole 24 ore

L’apocalisse? C’è già stata

di Guido Barbujani

Ammettiamolo: anche i più scettici di noi qualche pensierino sull’imminente fine del mondo l’hanno fatta. Abbiamo naturalmente respinto l’idea come radicalmente infondata, pregustando la soddisfazione, il 22 del mese, di dire (a chi poi? Pochi ammettono di aver creduto alla profezia dei Maya): «Visto?».
Ma c’è poco da fare: la fine del mondo affascina, se non come esperienza diretta almeno al cinema e nelle chiacchiere quotidiane. Naturalmente fare di ogni erba un fascio non aiuta: ci sono molte sfumature, accompagnate da livelli variabili di senso di colpa. Si sentiva perciò il bisogno di un catalogo ragionato delle fini del mondo possibili, e ci ha pensato Telmo Pievani,(La fine del mondo.Guida per apocalittici perplessi) che già in passato aveva provato a spiegare come mai tendiamo così cocciutamente a credere all’incredibile (Girotto, Pievani, Vallortigara, Nati per credere, Codice). Nella preistoria, chi non sapeva rapidamente prevedere le mosse degli altri aveva la sorte segnata; è probabile che, sotto questa pressione, il nostro cervello si sia specializzato a riconoscere intenzioni: sia dove ci sono (nel comportamento degli uomini e degli animali) sia dove non ci sono, per esempio nei fenomeni naturali, attribuiti di volta in volta a volontà benefiche o malefiche.
La fine del mondo si presenta secondo cinque modalità principali. C’è la catastrofe, che scioglie definitivamente il dramma; il disastro, frutto della cattiva stella; la nemesi, cioè il meritato castigo; l’estinzione, di un’intera specie o di un suo gruppo; e infine l’apocalisse, una fine che è anche una rivelazione. Come si vede, cinque finali diversi più per il modo in cui li interpretiamo che per quello in cui si manifestano. O magari non si manifestano: nonostante i molti annunci, finora si è trattato solo di falsi allarmi. Ma di questa tassonomia Pievani si serve per andare più a fondo. Ci racconta quanto l’idea di catastrofe sia stata presa sul serio, anche troppo, da naturalisti che spiegavano le grandi estinzioni del passato con ripetuti diluvi universali, poi sia caduta in discredito, e infine rivalutata, con l’emergere di dati scientifici che dimostrano come grandi disastri naturali siano effettivamente avvenuti, anche se di rado; ma quando sono avvenuti hanno causato profondi cambiamenti nel mondo biologico.
Intorno al 99% delle specie comparse sulla terra, animali e vegetali, si è estinto. Sono stime per forza di cose approssimative, ma servono a darci un’idea di quanto siamo piccoli: la nostra specie arriva all’ultimo momento, dopo quasi quattro miliardi di anni di vita sulla terra. Centomila anni fa l’espansione dall’Africa dell’uomo anatomicamente moderno,è stata anch’essa un evento catastrofico per molti nostri parenti, cioè per quelle forme umane arcaiche dell’Europa e dell’Asia scomparse in sospetta coincidenza col nostro arrivo (dall’uomo di Neanderthal all’ultimo della serie, l’uomo di Denisova, del cui Dna sappiamo molto, ma di cui ignoriamo l’aspetto perché ne conserviamo solo un dente e una falangetta). Ma anche, molto prima, l’estinzione dei grandi rettili è stata frutto di una catastrofe, quella da cui il viaggio di Pievani prende le mosse. Sessantacinque milioni di anni fa un asteroide ha colpito la terra nel golfo del Messico, mettendo in moto una catena di cambiamenti climatici che hanno consegnato il pianeta a piccole creature dal grande futuro, gli antenati degli attuali mammiferi.
Due messaggi dunque: niente paura, la fine del mondo c’è già stata, più di una volta, e qualcuno se l’è sempre cavata. E poi la fine del mondo è necessaria, se no il nuovo mondo non ce la farebbe ad affermarsi. Il secondo messaggio può irritarci, perché ci fa sentire con chiarezza i nostri limiti, ma può anche ispirarci pensieri diversi. Una terra senza di noi era stata già immaginata da Giacomo Leopardi, concorde in questo con Charles Darwin: siamo creature speciali, ma l’universo non è stato edificato intorno a noi, e riuscirà a cavarsela anche quando l’umanità non ci sarà più. Piuttosto che sentirci smarriti di fronte a questa eventualità, si può provare una forma di orgoglio, constatando quanto preziosa sia la nostra presenza sulla terra, visto che non era affatto scontata. E questo messaggio Pievani lo affida, nell’ultima pagina, ai versi della grande poetessa Elena Szymborska: «Sono quella che sono | un caso inconcepibile | come ogni caso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Telmo Pievani, La fine del mondo. Guida per apocalittici perplessi, il Mulino, Bologna, pagg. 188, € 15,00

Si è concluso il Ferrara Film Corto Festival, tutti i premiati

Quattro giorni di proiezioni, di eventi, spettacoli e incontri. Con un grande successo di pubblico si conclude la sesta edizione del Ferrara Film Corto Festival; ecco tutti i vincitori dei premi con le relative motivazioni.

Il festival è finito, le luci si spengono, la platea si svuota, tempo quindi di un mini-bilancio. La qualità dei cortometraggi visionati dalla giuria professionale e giovani si è rivelata veramente di alto livello. Ora mi posso esprimere più liberamente, prima non sarebbe stato corretto, a rischio di influenzare i lettori, in quanto parte della giuria professionale.

Difficile scegliere, in giuria abbiamo molto discusso, tanti i pregi, tanti i messaggi importanti veicolati, se non altro per il tema stesso del festival, votato all’ambiente.

Dai lavori emerge, con grande evidenza, un filo conduttore comune: la forte preoccupazione, soprattutto da parte delle giovani generazioni, per il futuro del pianeta.

Citerei per tutti due corti, peraltro premiati, “Il mai nato” di Tania Innamorati e Gregory J. Rossi e “One day all of this will be yours” di Losing Truth. Da una parte un bambino che non vuole nascere, perché mai venire al mondo in questa terribile realtà senza futuro (la regista mi ha confessato di aver maturato l’idea del film al suo quinto mese di gravidanza), dall’altra un bambino che eredita un pianeta senza acqua e senza musica, un’eredità lasciatagli senza preoccupazione alcuna.

Ci sono poi il disagio giovanile di “Millennial”, di e con una bravissima Eleonora Corica, o di “Momenti”, diretto e interpretato dal giovane e promettente Stefano Maurelli, che portano lo spettatore a riflettere su temi quali l’apatia fatta di social e di ritrovi festosi che perdono di senso, il sentirsi spesso fuori posto o il bullismo. Anche l’abuso minorile preoccupa (“Avevi promesso” di Marco Renda o “Dalia”, di Joe Juanne Piras). Tanto disagio.

Stefano Maurelli, “Momenti”

Sorprendente, poi, come la giuria Giovani abbia dedicato la sua attenzione a “Farfalle”, di Marco Pattarozzi, il racconto di uno stupro dopo una festa fatta di cocktail e di sostanze strane, segnale evidente di come questo problema inquieti molto i più giovani.

Molti i segni lasciati dal Covid, basti pensare a “Respira”, di Mira Maria Simi; ma non mancano la delicatezza e la sensibilità di “Briciole”, di Rebecca Marie Margot o la malinconia romantica di “Rutunn’” di Fabio Patrassi, con un poetico Giorgio Colangeli.

Toccanti, coinvolgenti e sorprendenti due cortometraggi tratti da due storie vere, “L’allaccio”, di Daniele Morelli e “Une bouffée d’air”, di Federico Caria, rispettivamente il racconto di un Roberto Rossellini che fa installare un telefono al Verano di fianco alla tomba del figlio Romano, da cui dirigere “Germania anno zero” e del misterioso furto della Gioconda, nel 1911, ad opera di Vincenzo Peruggia.

Ci sono poi la ribellione e l’innamoramento giovanili che cedono alla storia de “La guerra di Valeria” di Francesco Alino Guerra o gli alberi che alimentano la vita di “Sound of wood di Samuele Giacometti o di “Tree talker” di Antonio Brunori. Ossigeno per tutto e tutti.

Tanti i paradossi, tante le visioni del mondo, ma tutti, registi, sceneggiatori e attori, paiono orientati a scuotere le coscienze, a non smettere di pensare, a riflettere insieme, a suggerire un cambio radicale di stili di vita ormai insostenibili (“Quel che resta”, di Domenico Onorato, invita ad esempio, a evitare ogni spreco, soprattutto di cibo).

Detto questo, chiedendo venia ai film non citati, non per questo meno degni di nota, vi presentiamo i vincitori della movimentata e divertente serata di ieri sera.

Dimenticavo. Il pomeriggio ha visto la proiezione fuori concorso del pluripremiato “Miss Agata”, di Anna Elena Pepe e Sebastian Maulucci, seguito da un incontro con i registi e gli attori Chiara Sani e Yahia Cheesay. Il corto ha anche ricevuto il premio “miglior corto a denuncia sociale girato nel territorio di Ferrara”.

Premio a “Miss Agata”

A seguire lo spettacolo di “Los guapos del tango”, un ballo coinvolgente che ha portato gli spettatori nella bellezza, nel colore e nella passione.

Los guapos del tango
Los guapos del tango

La serata finale si è aperta con il ‘cinematic concert’ di Ivan Montesel, “Novich”, artista poliedrico che spazia dal liscio all’hardcore, dal pop allo ska.

Novich in concerto

Ma torniamo ai premi. Tanti e belli.

Premio al miglior corto nella categoria “Ambiente è Musica” a Losing Truth con l’opera “One day all of this will be yours”

Per l’impatto emotivo suscitato dalla giusta alchimia ottenuta tra musica e immagini che sensibilizza l’osservatore sulle questioni ambientali arrivando a toccare le coscienze.

Losing Truth con l’opera “One day all of this will be yours”

Premio al miglior corto nella categoria “Buona la Prima” a Rebecca Marie Margot con l’opera “Briciole”

Per la delicatezza e sensibilità nel coinvolgere lo spettatore attraverso la rappresentazione di una sceneggiatura che porta un cambio di prospettiva.

Premio a “Briciole”

Premio al miglior corto nella categoria “Indieverso” a Mattia Napoli con l’opera “The Delay”

Originale, surreale, coinvolgente ed essenziale. Caratteristiche di un cortometraggio ideale.

Premio a “The delay”, ritirato dai Direttori Artistici del Festival

Premio al miglior documentario a Samuele Giacometti con l’opera “Sound of wood”

Per la rappresentazione del legame tra suono e natura in un viaggio attraverso la storia, le tradizioni e la cultura legati all’uso del legno. 

Premio a “Sound of wood”

Premio alla miglior fotografia a Gianluca Palma con l’opera “Nostos”

Per la cura dell’immagine, la scelta delle inquadrature e l’utilizzo suggestivo della luce. 

Premio a “Nostos”

Premio alla miglior attrice a Fotinì Peluso con l’opera “La guerra di Valeria”

Per l’intensità e la capacità con cui riesce a rendere l’evoluzione del personaggio interpretato.

Premio a Fotinì Peluso, “La guerra di Valeria”, ritirato dal regista

Premio al miglior attore a Vincenzo Nemolato con l’opera “The Delay”

Per l’interpretazione originale in equilibrio tra dramma e commedia e la poliedricità.

Premio climate change dedicato all’interpretazione della tematica relativa al cambiamento climatico a Tania Innamorati e Gregory J. Rossi con l’opera “Il Mai Nato”

Per l’originalità e l’ironia con le quali vengono trattati tutti i paradossi di una società contemporanea nella loro complessità.

Premio a “Il mai nato”

Premio indie music dedicato alla migliore colonna sonora indipendente a Flavio Gargano con l’opera “Quel che resta”

Per l’uso accurato degli strumenti e per l’ottimo connubio tra immagine e suono che enfatizza il messaggio legato al rispetto dell’ambiente.

Premio a “Quel che resta”

Menzione speciale della Giuria Professionale assegnata a

  • Eleonora Corica con l’opera “Millennial”
  • Daniele Morelli con l’opera “L’Allaccio”
  • Elodie Serra con l’opera “Fumo”

Premio giuria giovani a “Farfalle”.

Premio a “Farfalle”

Foto in evidenza, team di Miss Agata, foto di Valerio Pazzi

Per rileggere i day 1, day 2 e day 3 del Festival

La giuria professionale

 

Un certo tipo di partecipazione

Un certo tipo di partecipazione

Con chi ce l’ha questa irriverente vignetta che sta girando per il web? Beh, la foto è molto chiara, il destinatario è sicuramente il Comune di Ferrara. Quindi la Giunta Fabbri e le ultime campagne pre-elettorali di sensibilizzazione e consultazione, compresa la discussione sul nuovo Piano Regolatore (nome in codice PUG).

A guardar bene, però, nella vignetta non c’è nessun riferimento temporale, nessuna data, quindi la critica potrebbe rivolgersi non solo all’attuale Governo cittadino di Destra, ma anche ai governi di Centrosinistra che lo hanno preceduto. Perché, anche se a qualche politico di professione potrà sembrare incredibile, i ferraresi non sono forniti solo di orecchie (per ascoltarlo), ma anche di voce. E di cervello.

Nel giugno del 2024 avremo un nuovo/a Sindaco/a e un nuova Giunta di governo: sarebbe bello se inaugurasse uno stile nuovo, che non consideri i cittadini come soggetti passivi di informazione e di propaganda, ma come attori protagonisti del cambiamento.
Auguri al nuovo Sindaco o alla nuova Sindaca, ma tengano a mente che il loro compito è amministrare un patrimonio che non è loro: I padroni di Ferrara sono i cittadini. Tutti.

Francesco Monini

 

Gli occhi di Tina: rivelare la bellezza, denunciare l’ingiustizia .

La mostra a Palazzo Roverella di Rovigo

                                                          

Gli occhi di Tina: rivelare la bellezza, denunciare l’ingiustizia. La mostra a Palazzo Roverella a Rovigo, 22 settembre 2023-28 gennaio 2024 

Con la ‘scusa’ di rivedere una cara amica, l’attrice e regista di teatro per l’infanzia Maria Ellero, ci siamo date appuntamento a Palazzo Roverella, a Rovigo, alle 11 di domenica 24 settembre. Un incontro previsto da quando abbiamo saputo dell’esposizione della fotografa Tina Modotti, della quale il padre di Maria è appassionato ricercatore, e in questa occasione nostra preziosa guida.

Gianfranco Ellero, storico e biografo, grande conoscitore della cultura locale e non solo, ha curato la ricostruzione degli anni in cui Tina ha vissuto alla periferia della sua stessa città, Udine, dov’è nata nel 1896, nel quartiere di Borgo Pracchiuso, prima di emigrare negli Stati Uniti a diciassette anni.

La storia delle origini di questa artista era stata omessa e trascurata fino a quando il professor Ellero richiamò l’attenzione di biografi e critici, soprattutto americani, con la pubblicazione dell’articolo L’infanzia di Tina Modotti sul suo Corriere del Friuli nell’ottobre 1979.

Dopo il saggio Tina Modotti in Carinzia e in Friuli (1996, Cinemazero ed.), nel 2019 raccoglie altre testimonianze della sua vicenda nell’opera Tina Modotti, La ragazza di Pracchiuso, concentrandosi sulla mostra personale del 1929 a Città del Messico, che consacrò l’audace ragazza friulana come artista, per quanto ella stessa si considerasse “una fotografa, niente di più”, con l’idea di fotografare “onestamente, senza distorsioni o manipolazioni” e utilizzare la macchina fotografica “come uno strumento, il più diretto mezzo per fissare e registrare l’epoca presente, la vita in tutti i suoi aspetti”.

Marcia dei lavoratori, Città del Messico 1926
Mani di un operaio edile, Messico 1926
Piedi

Una ricerca di obiettività che rende l’immagine un documento, con un importante ruolo nel campo dello sviluppo storico e sociale, senza rinunciare alla ricerca di una estetica nella sensibilità espressiva. Gli occhi, quindi, selezionano e rivelano lo sguardo di Tina sulle cose e sulle persone. Restituiscono la bellezza delle forme e delle luci, mettono a fuoco momenti di vita vera di persone e di comunità in movimento negli anni della sua opera (anni ’20 – ’30 soprattutto).

Non si può qui approfondire il racconto di tutte le sue molte vite: operaia bambina in un setificio a Udine, apprendista nello studio dello zio fotografo Pietro Modotti, attrice nel cinema muto hollywoodiano, ispiratrice e amica di artisti come Diego Rivera e Frida Khalo, Pablo Neruda, Gabriel Orozco, David Siqueiros, Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, André Malraux.

Attivista politica della sinistra e del partito comunista, allieva e compagna di fotografi di rilievo (Edward Weston tra tutti) e di attivisti rivoluzionari (Guerrero, Mella, Vidali), fino alla morte, tuttora misteriosa, in un taxi a Città del Messico, per infarto o avvelenamento. Una vita avventurosa, che aveva lasciato in secondo piano la sua attività artistica, autonoma e originale, riscoperta e valorizzata a partire dalla mostra al Moma di New York, nell’inverno del 1977.

Flor de manita, Messico, 1925

L’essenza del suo sguardo è nelle sue immagini, lì si condensano le sfaccettature della sua vita.

Gli occhi di altri su di lei ce la mostrano affascinante, sensuale, modello della fecondità naturale (nei murales di Rivera ad esempio), o documentano il suo attivismo sociale e politico

I suoi occhi sul mondo inquadrano aspetti della natura, rose, gigli, steli di bambù o campi di mais, ma anche fili elettrici, strutture architettoniche, oggetti simbolici, dove risultano esaltate la forma e la composizione, con nettezza ed essenzialità. Fotografie che richiamano anche l’astrattismo, a volte vicine alle opere cubiste o futuriste.

Lo sguardo alle persone è più caldo e partecipato, ad esempio nei ritratti delle donne di Tehuantepec (Messico, 1929), ragazze, mamme o anziane, riprese nel contesto della loro vita, rivelando uno stile unico di documentazione socio-antropologica, dove ogni singola immagine rimanda a un significato più ampio e profondo. 

Bambino con la bottiglia, Città del Messico 1929 – particolare

 

E sono gli occhi dei bambini, il lavoro quotidiano delle donne, le fatiche dei più poveri, le mani rugose e i piedi screpolati, dai sandali esausti, le vesti consunte di un uomo seduto a terra, proprio sotto la pubblicità di un’azienda d’abbigliamento per caballeros elegantes, che gridano in silenzio la crudeltà del mondo e insieme la dignità di queste vite dure e semplici, nel ‘fuori fuoco’ della folla di sombreros in cammino per cambiare un destino. 

Dice di lei Baltasar Dromundo in occasione della mostra del ’29: 

“La rivoluzione è uno stato dello spirito … Il lavoro di Tina Modotti è serio, tenace, silenzioso e ammirato, estratto dallo stesso seno del popolo, dalle profondità dell’animo indio e dallo spirito delle cose moderne”  (B. Dromundo, sul quotidiano El Universal, dic. 1929)

Sulla sua tomba a Città del Messico sono incisi alcuni dei versi che Pablo Neruda le dedicò alla sua controversa morte: 

“Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.  …

Perché non muore il fuoco”.

Cover: Tino Modotti, Donna a Tehuantepec, Messico, 1929 particolare

Per certi versi /
La complicazione di essere donna

La complicazione di essere donna

Le donne
sono complicate
Frase fatta
È complicato
Essere donne
Frase che sfratta
I luoghi comuni
Devono sempre
Dimostrare
Di valere
Come i maschi
Ogni mese
Arriva
Il signor marchese
Chi ne fa
Le spese?
di lavori
Ne fanno due
Uno biancoDi cose
Ne pensano quattro
Non devono
Non possono
Avere i peli
La pancia poi…
Devono avere
I capelli
E devono tingerli
Devono
Non tutte
Certo
Ma
Che fatica
Per chi?
Sono oggetto
Oggetto
Di violenza
Vengono sfregiate
uccise
Persino
Da chi dice
Di amarle…
Il discorso si fa
Dramma
Piaga
Sociale
E mondiale
Complesso
E omesso

È splendido
Che ci siate
Donne
Siate
Come voi
Vogliate

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Armita Garavand è morta

Armita Garavand è morta. Da 28 giorni la 16enne iraniana era in coma, dopo essere stata picchiata dalla polizia morale che stava pattugliando la metropolitana di Teheran a causa di un diverbio perché non indossava il velo. La ragazza si trovava nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Fajr della capitale, sorvegliata dagli agenti giorno e notte.

Pochi giorni fa l’annuncio, non ufficiale ma confermato anche dai genitori della ragazza, della morte celebrale. Come Mahsa Amini, l’ennesima vittima della polizia morale iraniana. Fonti di Stato avevano parlano di un malore. I genitori sono stati interrogati e hanno dovuto negare l’aggressione.

Continua, in nome di Mahsa Amini e Armita Garavand, la protesta e la mobilitazione delle donne, in Iran e in tutte le città del mondo. 

Ferrara Film Corto Festival
Day 3, Ultime proiezioni e spettacolo di danza, in attesa dei vincitori

In attesa della serata finale con la proclamazione dei vincitori che avrà luogo stasera, si chiudono le proiezioni. Sala affollatissima, coinvolgente delicata performance di danza contemporanea di Alessandra Fabbri, con la musica elettronica generativa di Lucien Moreau e il sax di Giulia Carriero

Dopo il Day 1 e Day 2, il terzo giorno ha visto sfilare le ultime proiezioni. Sala piena.

Un panorama dei corti visti il terzo giorno di proiezioni, ieri 27 ottobre, in attesa della premiazione finale di stasera che avrà luogo sempre in via Boccaleone 19.

FARFALLE (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Marco Pattarozzi

Una storia di drammatica attualità, realizzata sull’Appennino modenese. Un gruppo di giovani cresciuti insieme e uniti da una profonda amicizia. Durante una festa a cui partecipano Cate e Patrick gli alcolici vengono corretti con una sostanza psicotropa. Cate si risveglia con i segni di uno stupro ma non ricorda nulla. Cambierà tutto.

MOMENTI (Italia, 15’ – “Indieverso”) di Stefano Maurelli

Una malattia da affrontare e le ore trascorse nelle asettiche stanze di un reparto ospedaliero si trasformano nell’occasione per conoscere sé stessi attraverso il rapporto con la famiglia e gli amici, quelli che ci sono sempre.

TRE VOLTE ALLA SETTIMANA (Italia, 13’ – “Indieverso”) di Emanuele Vicorito

Le sorelle Berrezzella sono delle assidue giocatrici del Lotto, tre volte a settimana tentano la fortuna, alimentando il tutto con la dovuta scaramanzia e una tecnica antica. Un giorno, nel Vico Scassacocchi, si trovano di fronte alla scena di un tradimento che diventa per loro l’ennesima occasione per tentare la fortuna e provare a cambiare per sempre la loro vita…

COSE DI FAMIGLIA (Italia, 15’ – “Buona la prima”) di Martinus Tocchi

La morte di un familiare. Una riunione di famiglia, due fratelli gemelli, Fabio e Sveva, e un terzo fratello minore, Stefano. L’appuntamento è nella villa di campagna, Sveva li aspetta lì. I soliti dissapori al momento delle eredità, perché l’essere umano non si smentisce mai.

UNE BOUFFÉE D’AIR (Italia, 18’ – “Indieverso”) di Federico Caria

Parigi 1911, tratto da una storia vera. La mattina di un umile imbianchino italiano emigrato con la famiglia anni prima viene interrotta dal capitano della Gendarmerie francese, alle prese con un clamoroso furto: la Gioconda è sparita. Dove sarà mai finita?

ONE DAY ALL OF THIS WILL BE YOURS (Italia, 5’ – “Ambiente è musica”) di Losing Truth

La natura ci ha messo alle strette e tra qualche anno il nostro pianeta potrebbe non essere più vivibile. A causa dell’indifferenza verso un futuro che sembra sempre troppo lontano, ma che in realtà è sempre più vicino, la situazione sta diventando irreversibile. Nemmeno i supereroi potrebbero salvare questo mondo devastato. Non esiste un Pianeta B e stiamo consegnando alle generazioni future l’eredità peggiore: un mondo dove l’aria sarà irrespirabile, dove il canto degli uccelli non esisterà più e dove l’acqua mancherà. Un giorno tutto questo sarà tuo!

Intermezzo Indie Showcase

Performance di danza contemporanea dell’artista e coreografa Alessandra Fabbri. Musica elettronica generativa e sound design di Lucien Moreau. Sax improvisation di Giulia Carriero.

Alessandra Fabbri
Eugenio Squarcia, Alessandra Fabbri, Giulia Carriero

SWEET HOME (Italia, 19’ – “Indieverso”) di Lorenzo Sisti

Caleb, un giovane veterano di guerra, torna nella sua vecchia casa con l’intento di ricongiungersi con i suoi genitori. Pochi ricordi felici sono offuscati da un passato difficile e da un presente ancora più complicato. L’incomprensione regna sovrana.

TRA LE TUE BRACCIA (Italia, 10’ – “Indieverso”) di Ildo Brizi

Storia di dolore e di speranza, di dramma, paura, coraggio, tenacia e forza. Un intreccio fra il fenomeno dell’immigrazione e della maternità. Il primo visto attraverso il secondo.

GIOIA (Italia, 18’ – “Buona la prima”) di Eduardo Castaldo

Una storia che ruota intorno alla ricerca della gioia. E la gioia è anche il suo punto di arrivo. Una felicità che va cercata nelle piccole cose quotidiane. Tutti percorriamo la strada verso la gioia e possiamo trovarla anche nei compagni di viaggio e di vita, in sconosciuti di cui ignoriamo le tragedie.

THROUGH THE MOTIONS (Regno Unito, 15’ – “Ambiente è musica”) di Clemente Lohr, Maddie Ashman

Un viaggio in musica.

CHISSÀ CHE PIOVA (Italia, 23’ – “Buona la prima”) di Ilaria Dallanù

L’attesa quasi spasmodica della pioggia

IL RITRATTO DI MASRI (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Matteo Giulio Pagliai

2009, Beirut. La città sta vivendo un periodo difficile. Da pochi anni è uscita dalla Seconda guerra del Libano. E con essa la vita del pittore libanese d EL MASRI HAYSSAM AHMAD.

LEGACY (Canada, 3’ – “Ambiente è musica”) di Pamela Falkenberg, Jack Cochran

U corto che usa l’animazione stop-motion per visualizzare l’omonima poesia del 2002 della scrittrice di Vancouver Fiona Tinwei Lam.

THE LOCATION MANAGER (Grecia, 22’ – “Indieverso”) di Andreas Graf

Quando Jason viene inviato dal suo capo Yianni a trovare una location in una splendida e rigogliosa Grecia per le riprese di una stellina americana dei social media di Las Vegas, i suoi nervi sono tesi al limite. Lei è davvero insopportabile…

THE FUTURE OF BREATH (Canada, 4’ – “Ambiente è musica”) di Anthony Grieco

Viaggio nel futuro. Quello che spaventa.

TERRE DELL’ORSO (Italia, 25’ – “Ambiente è musica”) di Constantinos Christou

Documentario sull’orso bruno marsicano, parte dello straordinario patrimonio naturalistico dell’Appennino centrale. Un mondo da preservare.

THE BREAKDOWN (Italia, 6’ – “Buona la prima”) di Giulio Mealli

Quando l’auto di una famiglia sull’orlo di una crisi va in panne, lasciando i passeggeri a piedi nel mezzo del nulla, i rancori affiorano. Come una pentola scoperchiata.

Intermezzo Indie Showcase

GIAN MARIA GUARINI – “DA FERRARA A CAPO NORD IN R4” – Incontro con Gian Maria Guarini con proiezione di foto e video 

IL PROVINO (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Gregorio Sassoli

Mia, una giovane senzatetto, è messa alle strette da un malvivente della stazione Termini che la obbliga a fare una consegna per lui. Viene caricata su una macchina ma il conducente, un tassista abusivo che sogna di fare l’attore, rende il viaggio più complicato del previsto.

SLAP ME TO SLEEP (Italia, 8’ – “Buona la prima”) di Julien Giovani Stainier

Tre rapinatori scapestrati prendono di mira un locale della mafia cinese. Non sanno però che il barista, l’unico a sapere la combinazione della cassaforte, è narcolettico e si addormenta all’improvviso quando si emoziona troppo…

EARTH RIOT (Regno Unito, 22’ – “Ambiente è musica”) di Immo Klink

La protesta contro il degrado del pianeta terra.

ZITI (Italia, 15’ – “Buona la prima”) di Rocco Buonvino

Un ragazzo attende il proprio fidanzato a casa ma, quando questo arriva, corre a chiudersi in camera, senza dare spiegazioni. I pensieri, le emozioni, i dubbi che attraversano il giovane ragazzo sono evocate da immagini d’archivio…ma ecco che la porta si apre ed è presto svelato il mistero.

DEMI-GODS (Germania, 6’ – “Ambiente è musica”) di Martin Gerigk

Qual è l’esperienza umana della guerra, del narcisismo e della distruzione ecologica?

L’ULTIMO GRADINO (Italia, 15’ – “Buona la prima”) di Natascia Bonacci

Casale 500, edificio di proprietà di Fabio, un architetto con la passione per la musica che ha trasformato il casale in una sala ricevimenti, dove scoppierà una passione travolgente.

Foto di Valerio Pazzi, foto in evidenza Giulia Carriero al sax

Ferrara Film Corto Festival 2023 si svolge in quattro giornate (25-28 ottobre 2023), durante le quali avranno luogo le proiezioni dei 67 film ammessi in competizione (27 per “Ambiente è Musica”, 15 per “Buona la prima”, 25 per “Indieverso”), intermezzati da concerti, conferenze, spettacoli e proiezioni di opere video fuori concorso.

L’ingresso è a offerta libera. Lo spettacolo si svolge fra le 15,30 e le 22,30.

https://www.ferrarafilmcorto.it/programma2023

Appunti di un poeta itinerante: “La poesia è rotonda”.
Intervista a Pier Luigi Guerrini, presidente di Ultimo Rosso

Si è appena conclusa la III edizione del Festival della Poesia Itinerante organizzata da Ultimo Rosso nella splendida cornice della città di Ferrara.
Parliamo di una manifestazione culturale che non punta ai grandi numeri, ma che propone un approccio del tutto originale, un modo diverso di rapportarsi al pubblico. Se infatti, il termine “Festival” conosce oggi in Italia una grande fortuna, se ogni città o paese ospita uno o più festival dai nomi più fantasiosi, il Festival della Poesia Itinerante si distingue da tutti gli altri: nessun palco, nessuna classifica, nessun premio. Si potrebbe definire un Festival “al piano terra”, che riprende i modi e le forme della stagione del “Teatro di strada” degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

La persona più giusta per raccontare questa esperienza è Pier Luigi Guerrini, uno dei fondatori e attualmente Presidente della Associazione Culturale APS Ultimo Rosso.  La prima domanda che ti voglio porre è di carattere generale. Esistono in Italia una infinità di sodalizi poetici, cosa differenzia la vostra associazione e la vostra proposta da tutte le altre?

Non so quanto la nostra proposta sia originale. Sicuramente c’è la gioia di fare, di proporre progetti dedicati alla poesia. Finché questa gioia, leggerezza, resterà tra i partecipanti, finché le diversità personali saranno fonte di ricchezza e di stima reciproca, sarò onorato di fare parte di questo gruppo, indipendentemente dal fatto di ricoprire o meno degli incarichi di responsabilità. Nella nostra Associazione ci sono poeti e poetesse di Ferrara e della sua provincia, di Bologna e della sua provincia. Fin da subito, tra le nostre proposte abbiamo inserito la bellezza (e la fatica) dell’andare per strada a leggere le nostre produzioni poetiche.  

Ho letto che per voi la poesia ha una carica “rivoluzionaria”, “anarchjca”, una voce libera contro il potere costituito, vuoi spiegarmi meglio cosa intendete?

Io penso che la poesia debba essere uno spazio di libertà assoluta, senza confini o limitazioni espressive. Io credo che ci sia ancora molto bisogno di sperimentare nella/con la parola. Penso sia un bisogno che non dovrebbe mai scomparire. Un bisogno di pensiero differente! Una parola fatta di suoni larghi, sintetici, di spazi/silenzi, di corse al rallentatore, di istantanee da rischiare anche se dovessero uscire “sfuocate”. Una parola che si trasforma in immagini. Una sperimentazione non accademica che non si arrenda ad una comunicazione che si concede troppo spesso alla velocità, al “mordi e fuggi”, alla “superficialità” e fatica a lasciare tracce significative, solchi. Una poesia che si presenta sempre più spesso sotto forma (e sostanza!) di chiacchiera dove “le parole non misurano niente, fanno giri inutili, mancano deliberatamente ogni bersaglio” (Emilio Tadini). Iosif Brodskij scriveva che “la poesia è anche l’arte più democratica – comincia sempre da zero. In un certo senso, il poeta è davvero come un uccello che canta senza guardare al ramo su cui si posa, qualunque sia il ramo, sperando che ci sia qualcuno ad ascoltarlo, anche se sono soltanto le foglie”. Questo io penso quando parlo di poesia e anarchia. Poi, le sensibilità di ognuno dei componenti di Ultimo Rosso spazia in piena libertà.

Puoi farmi qualche esempio di poeti che incarnano questa idea?

Ognuno di noi ha poeti e poetesse che predilige, che sente vicino. Aldo Palazzeschi, Alda Merini, Gianni Rodari, Emily Dickinson, Edward Estlin Cummings, Wislawa Szymborska. Questi sono i miei preferiti. 

Vengo al Festival della Poesia Itinerante, quest’anno alla terza edizione, siete soddisfatti della risposta dei poeti e del pubblico?

Il sabato pomeriggio, con la poesia diffusa in più luoghi, quest’anno non è andata bene. Il tempo atmosferico ballerino, le varie defezioni per diversi motivi ci hanno indotto a ridurre le postazioni. Poi, certamente, vedere qualche persona che si è fermata a lungo ad ascoltarci ci ha fatto piacere. Leggere poesie per strada è un qualcosa di dirompente, non consuetudinario. L’obiettivo principale è la diffusione dei nostri pensieri poetici. Come ha detto Maria Mancino “se andando a casa a qualche persona viene voglia di scrivere una propria poesia o mettere su carta un proprio pensiero, abbiamo fatto centro”. Diverso il risultato della domenica mattina alla Rotonda Foschini. Oltre ai sette lettori “ufficiali” (Anna Rita Boccafogli, Francesco Loche, Cecilia Bolzani, Maria Mancino, Monica Zanon, Marta Casadei e io), diverse altre persone si sono avvicendate al microfono a leggere poesie. E’ stata una bella sensazione di condivisione con un pubblico molto attento e partecipe.

Il reading poetico aperto a tutti alla Rotonda Foschini
Le foto di domenica 22 ottobre

Basta scorrere le foto scattate delle vostre performance per notare che esiste un ‘altra protagonista del Festival, la magnifica Ferrara. Raccontami perché vi è venuta in mente la location della Rotonda Foschini? Che significa “la poesia è rotonda”?

Questa definizione non è mia ma penso che sia un piccolo gioco linguistico, prendendo spunto dalla rotondità ovale del cielo come “soffitto”. La poesia è, spesso, scarna, essenziale, che non si dilunga, che cerca la sintesi evitando fronzoli o inutili ripetizioni.

Parlami della reazione dei passanti. Secondo te cosa pensa una persona che attraversa per caso il volto della Rotonda Foschini e si trova di fronte un gruppo che legge poesie ad alta voce? Mi sembra che per voi sia molto importante “l’effetto sorpresa”.

Le reazioni dei passanti sono state le più varie. Stupore, sorpresa, interesse, ascolto o passaggio senza fermarsi. Sicuramente questo posto lo trovo magico e che può essere un luogo poetico per il futuro.

A proposito di foto, so che avete realizzato una mostra in cui le due arti, poesia e fotografia, dialogano tra loro.

La mostra si intitola “Parole oltre lo sguardo” ed è stata ideata e realizzata da Ultimo Rosso e dal gruppo fotografico Norsisti . E’ stata inaugurata la primavera scorsa a Ferrara, presso il Circolo Arci Bolognesi, e per oltre un mese (dalla metà di settembre) è stata allestita presso il Circolo Arci di San Lazzaro (BO).
Il dialogo tra parola poetica e immagine fotografica si è rivelato un incontro emozionante. Foto e testi poetici ci inviano sensazioni, rimandi nella memoria personale che possono favorire un viaggio oltre la superficie delle cose. Le immagini anticipano storie. La scrittura poetica raccoglie il testimone e ne amplifica le vie espressive d’uscita. E’ una strada a due sensi, da percorrere avanti e indietro, facendo ogni volta nuove scoperte. 
Del resto, da sempre la poesia ha amplificato uno strumento espressivo per mettere a fuoco la realtà, o quello che a noi sembra tale, all’interno e all’esterno di noi. Leopardi teorizzava l’esistenza di una “doppia vista”, come di una facoltà della pupilla e parallelamente dell’anima di conoscere meglio e in profondità, ciò che ci circonda.
Ci tengo a dire che “Parole oltre lo sguardo”  è ancora disponibile.  Comuni, biblioteche e centri culturali possono farne richiesta scrivendo alla nostra mail (vedi in calce all’articolo). Come tutte le iniziative della nostra Associazione, la mostra è  gratuita, salvo il contributo per il trasporto e l’allestimento.

Prima di dar spazio alle foto delle letture poetiche realizzate nelle strade di Ferrara, vorrei chiederti se Ultimo Rosso ha qualche iniziativa in cantiere. Dove rivedremo la voce libera della poesia, a Ferrara e altrove?

Le idee sono tante, ed anche i contatti in corso. Alcuni esempi. Col coro SonArte collaboreremo per realizzare il 25 novembre, giornata contro la violenza alle donne, un incontro di musica e poesia al Museo di Spina. Con la Galleria del Carbone, oltre ad esporre nella prossima primavera la mostra “Parole oltre lo sguardo”, stiamo studiando la creazione di incontri periodici (mensili) dedicati alla poesia: presentazione di libri, reading a tema e altro. La realtà del carcere di Ferrara in Via Arginone ci interroga ed è nostra intenzione incontrare i carcerati e le carcerate attraverso la mediazione della poesia, della parola e, soprattutto, dell’ascolto delle loro voci.

Un’altra esigenza importante, che comincia a farsi spazio tra gli iscritti, è quella di avere una sede dove trovarci anche a leggere, mettere le nostre produzioni, fare corsi di scrittura creativa, ecc.

Poesia, poeti e poetesse in giro per le strade di Ferrara
Le foto di sabato 21 ottobre

E poi Ferrara… anche lei Poesia

Nella riunione periodica, che avremo prossimamente, oltre a fare un bilancio delle iniziative ultimate, valuteremo le nuove proposte che, come dicevo prima, non mancano. Tra poco sarà tempo di rinnovo del tesseramento per l’associazione Ultimo Rosso. L’autonomia economica è fondamentale per poter fare e realizzare progetti e il costo della tessera dovrà tenere conto di questa esigenza senza essere troppo esoso.
Per partecipare a Ultimo Rosso non serve essere poeti e poetesse, ma amare la Poesia e credere che leggere e
diffonderla sia un antidoto alla violenza e un modo per sperare in un mondo più giusto e più gentile.

Contattaci al nostro indirizzo Email : lultimorosso.ferrara@gmail.com

Foto nel testo: La prima parte, quelle di domenica mattina alla Rotonda Foschini, sono di Valerio Pazzi (fotografo ufficiale di Periscopio). Gli scatti che seguono, sono stati realizzati il sabato pomeriggio da vari partecipanti alle letture poetiche per le strade di Ferrara. 

Foto di copertina: il reading poetico alla Rotonda Foschini di Ferrara (Foto Valerio Pazzi)

La scelta inumana e costosa dei Cpr.
I costi esorbitanti dei centri di detenzione in Italia

di  Annalisa Camilli 

Il 17 ottobre il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha confermato che costruire nuove strutture di detenzione per il rimpatrio degli stranieri è una priorità, ma molti sollevano dubbi sull’efficacia, le violazioni e i costi di queste strutture.
J. M. è stato rinchiuso nel centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di via Corelli, a Milano, perché i suoi documenti erano scaduti: è stato dentro per ventidue giorni, nonostante fosse un malato oncologico e gli fosse stato diagnosticato un grave tumore cerebrale. Non avrebbe mai dovuto entrare in questo tipo di strutture. Invece dopo un ricovero ospedaliero è stato riportato nel Cpr di Milano.

J. M. deve la sua salvezza a un compagno, che preoccupato per il suo stato di salute dopo le dimissioni dall’ospedale, ha contattato il centralino del Naga di Milano, un ambulatorio che fornisce anche assistenza legale agli stranieri. Aveva letto nella cartella clinica del compagno che i continui mal di testa e svenimenti non erano dovuti a semplici sbalzi di pressione, ma c’era molto di più, anche se nella struttura di detenzione non stava ricevendo cure adeguate.
Il Naga ha segnalato il caso al garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che è intervenuto e ha richiesto una visita oncologica, in seguito alla quale J. M. è stato dichiarato inidoneo a essere rinchiuso nel centro di detenzione e non rimpatriabile. Ora è in attesa di ottenere un permesso di soggiorno per motivi di salute.

Quella di J. M. è solo una delle storie raccolte dal Naga e dalla Mai più lager-No ai Cpr, che nel rapporto Al di là di quella porta hanno presentato i risultati di un’indagine durata un anno sulla struttura detentiva diMilano. Mancate visite mediche, ostruzionismo, opacità, uso massiccio di psicofarmaci, assenza di servizi, strutture fatiscenti, violenze: sono alcune delle cose riscontrate dagli osservatori di questo rapporto in un anno di attività. “Esprimiamo preoccupazione per la decisione del governo di estendere il trattenimento massimo consentito all’interno dei Cpr a 18 mesi e sul progetto di aprirne altri in ogni regione italiana”, è scritto nel rapporto.

Una priorità del governo

Tuttavia, il 17 ottobre, in un’informativa alla camera, il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha confermato che costruire nuovi Cpr è una priorità del governo. “In ragione delle loro finalità, la presenza di tali strutture non diminuisce, bensì aumenta i livelli di sicurezza dei territori di localizzazione”, ha detto il ministro parlando ai deputati. Ma un nuovo rapporto di ActionAid e del dipartimento di scienze politiche dell’università di Bari mette in discussione l’efficacia di questi centri, introdotti in Italia nel 1998, e ne mostra i costi esorbitanti.

Nello studio Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri il sistema dei Cpr è descritto come “inumano, costoso, inefficace e ingovernabile”. Secondo i ricercatori, la detenzione amministrativa degli stranieri ha ottenuto un solo risultato evidente nel corso di quasi trent’anni: “Divenire lo strumento per rimpatri accelerati dei cittadini tunisini, che nel periodo 2018-2021 rappresentano quasi il 50 per cento delle persone in ingresso in un Cpr e quasi il 70 per cento dei rimpatriati. Ma i migranti tunisini sono stati solo il 18 per cento degli arrivi via mare nel 2018-2023”.

Inoltre, il rapporto evidenzia il ruolo dei gestori: “Sono cooperative e soggetti profit – tra i quali anche alcune multinazionali – a gestire i dieci centri attivi in Italia in un contesto di allarmante confusione amministrativa e mancanza di trasparenza. Nel periodo 2018-2021 la gestione di ben sei dei dieci Cpr attivi è stata prorogata, per un totale di oltre tremila giorni. Quattro capitolati di gara differenti operano contemporaneamente, generando enormi disparità tra la qualità e i costi dei servizi offerti”.

“Il caos gestionale emerge fin dalle interlocuzioni con le prefetture. A Gorizia, Caltanissetta e Brindisi è impossibile distinguere le spese di manutenzione ordinarie del Cpr da quelle del centro di prima accoglienza (Cpa) attiguo. Negli ultimi due casi, Cpr e centri di prima accoglienza sono inoltre gestiti dagli stessi soggetti privati”, spiega Fabrizio Coresi, uno dei relatori del rapporto per ActionAid.

I costi sono molto alti anche se i posti sono pochi: 53 milioni dal 2018 al 2021; il costo medio di ogni struttura è di un milione e mezzo all’anno, mentre quello di un posto di 21mila euro. Quasi 15 milioni sono impiegati per la manutenzione, di cui più del 60 per cento è stato usato per interventi straordinari, cioè ristrutturazioni dovute a danneggiamenti.

A conferma che il prolungamento dei tempi di trattenimento degli stranieri comporta solo la crescita delle spese di manutenzione straordinaria: nel 2018 a 27 giorni di permanenza media in un Cpr corrispondono 1,2 milioni di euro per costi di manutenzione straordinaria; nel 2020, a fronte di 41 giorni di permanenza media, i costi erano saliti a 4,1 milioni. Tuttavia, anche se aumentano le spese, diminuiscono i servizi: “Sono solo nove i minuti di assistenza legale a settimana per ospite, nove i minuti a settimana di assistenza sociale per ospite, 28 minuti a settimana per la mediazione linguistica”.

L’investimento nei Cpr ha prodotto una crescita dei costi umani ed economici delle politiche di rimpatrio. Dal 2017 si rimpatria di meno, si spende di più e lo si fa in maniera sempre più coercitiva”, continua Coresi. “Il ricorso a queste strutture ha già dimostrato di essere fallimentare. Tuttavia, si continuano a presentare i Cpr come una soluzione per aumentare il numero dei rimpatri. I dati raccolti, invece, dicono l’esatto contrario”.

Annalisa Camilli
È una giornalista, lavora a Internazionale dal 2007. Ha vinto l’Anna Lindh Award, il premio Tutino, il premio Cristina Matano, il premio Comete Giancarlo Siani, il premio Kapuściński. Il suo ultimo libro è L’ultimo bisonte (La nuova frontiera 2023).

In copertina: Bologna, 14 ottobre 2023. Una manifestazione contro l’annuncio del governo della costruzione di nuovi Cpr. (Zumapress/Agf)

Ferrara Film Corto Festival – Day 2, “Ambiente è musica” continua

Anche il secondo giorno del Ferrara Film Corto Festival ha riservato sorprese e curiosità. A dominare, i temi del post-covid e l’inquietudine per l’ambiente, oltre a tematiche sociali importanti, quali l’abuso minorile. La programmazione continua.

Abbiamo parlato dell’aperura di questo interessante Festival, oggi è il terzo giorno di proiezioni, con le ultime venticinque proposte in lizza per la vittoria finale. Molte le preposte da tutto il mondo.  Quarantaquattro le pellicole in concorso presentate sinora.

A voi, intanto, i corti proiettati durante la seconda giornata, il 26 ottobre.

SOUND OF WOOD (Italia, 9’ – “Ambiente è musica”) di Samuele Giacometti

Un percorso a ritroso che ha per protagonista il legno di risonanza di un abete rosso trasformato in un clavicembalo artigianale di elevata qualità acustica. Una storia di montagna, di cultura e tradizioni antiche che si mescolano con tecniche moderne.

MILLENNIAL (Italia, 4’ – “Buona la prima”) di Eleonora Corica

Storie, avventure, disavventure e disagi di persone nate tra i primi anni ’80 e la fine degli anni ’90. La mancanza della s plurale nel titolo suggerisce però subito una storia individuale: quella di Anna, di rientro da Londra, e la sua vita sedentaria, quasi immobile.

EMMA ELIZABETH · THE CATALYST (Spagna, 6’ – “Ambiente è musica”) di Andrei Zaitcev

Acqua che scorre, suoni e musica. Un viaggio quasi psichedelico.

CHAO CARBÒN (Cile, 24’ – “Ambiente è musica”) di Ladislao Palma Irarrázaval, Sebastian Fernandez Palumbo

Storia di un movimento socio-ambientale che lotta per la chiusura, entro il 2030, delle grandi centrali termoelettrica a carbone in Cile. Disegni animati e immagini reali s’intrecciamo in una storia infinita di ingiustizie e lotte quotidiane.

INCIPIENCE (Russia, 13’ – “Ambiente è musica”) di Yaroslav Bulavin

Un “art movie” sperimentale sulla creazione del mondo, della terra e dell’acqua, l’origine della vita. Girato senza il coinvolgimento di una troupe cinematografica o riprese combinate. Un viaggio delicato nel mondo fantastico della natura.

IL MAI NATO (Italia, 21’ – “Indieverso”) di Tania Innamorati, Gregory J. Rossi

Il racconto, attraverso la voce dei media e di alcuni testimoni, dell’epopea di Sarò Messina, il primo e unico bambino che si è rifiutato di nascere, barricandosi nell’utero materno per 18 anni come forma di protesta sociale e diventando un simbolo per le persone di tutto il Mondo. Un finto documentario per affrontare, in modo ironico, le storture della società contemporanea, ponendo un immenso dubbio esistenziale che molti di noi hanno avuto: “ha senso nascere in un mondo come questo?”.

RUTUNN’ (Italia, 14’ – “Ambiente è musica”) di Fabio Patrassi

Il corto mette in scena l’esistenza di Michele, sospesa tra delicato e malinconico ricordo e realtà. L’anziano torna dopo molti anni a Rotondella, il suo paese d’origine, ed entra nella vecchia casa dove rivive alcuni momenti felici con la moglie e il figlio, tra musiche d’altri tempi e l’orizzonte sconfinato concesso dalla terrazza di famiglia. La delicatezza va in scena.

THE DELAY (Italia, 14’ – “Indieverso”) di Mattia Napoli

Arturo è un bravo interprete, una persona solitaria, metodica e regolare. Da qualche tempo sta avendo problemi a svolgere il suo lavoro: è andato fuori sincrono. I suoni arrivano in ritardo rispetto a ciò che vede, una malattia degenerativa. Dopo aver perso il lavoro e aver provato inutilmente a eliminare ogni fonte sonora, Arturo, quasi per caso, inizia a osservare il mondo diversamente. Quello che appare come un assurdo handicap può diventare un’opportunità per osservare la realtà da un nuovo punto di vista. Perché la bellezza può essere ovunque, e, nei momenti più difficili, la creatività può aiutare.

NATURE DREAMS (Brasile, 25’ – “Ambiente è musica”) di Ale Amendola

Viaggio nei suoni della natura, colori e atmosfera di quasi enigmatica bellezza.

GLI ULTIMI DELLA TERRA (Italia, 10’ – “Ambiente è musica”) di Massimo Bertocci

Pietro raccoglie erbe medicali e vive isolato, su una montagna: custode di una tradizione antica, quella dei pastori e boscaioli, aiuta gli abitanti del luogo curando gli animali con infusi e scambiando con loro favori e prodotti. Ma con l’avvento del parco protetto molte di queste pratiche sono proibite e i luoghi della montagna vietati, così un giorno, per sfuggire a un carabiniere che vuole impedirgli di continuare a praticare le cure con le erbe, fugge e cade da una rupe … Si risveglia in una città vuota, senza trovare pace, dovrà dare un senso al tempo … Comincerà a prendersi cura degli ultimi…

FUMO (Italia, 15’ – “Indieverso”) di Andrea Rebuzzi

Massimo è un meccanico romano capace, rigoroso e onesto. Proprio la sua onestà lo porta a guadagnare il giusto, non chiede mai nulla di più, e non guadagna mai quanto sua moglie Agata vorrebbe. Agata che fuma sempre. Ingolfato dalle pressioni della consorte e succube della propria integrità un giorno incontra Carlo, un uomo che sembra dargli i giusti consigli per non mandare in fumo la sua vita. Fino a quando…

BRICIOLE (Libano, 16’ – “Buona la prima”) di Rebecca Marie Margot

Alfredo è un poliziotto, vive con i suoi tre figli e la moglie Donatella, in un piccolo appartamento. La famiglia è in attesa del quarto figlio. Il lavoro fatto di turni di notte e di sacrifici, l’arrivo del nuovo bebè e i piccoli e grandi problemi della vita lo stanno schiacciando. La risposta a una chiamata d’emergenza per una rapina a mano armata cambierà la sua visione della vita. E arriverà la danza, quella che fa bene al cuore.

THIS IS YOU (Italia, 18’ – “Ambiente è musica”) di Marco De Luca

Mentre il mondo è in stallo a causa del Covid-19, due ragazzi londinesi scoprono i sentimenti che provano l’uno per l’altro, ma le minacce e la violenza rischiano di porre fine alla loro relazione prima che possa iniziare.

RESPIRA (Italia, 11’ – “Ambiente è musica / Buona la prima”) di Mira Maria Simi

Anche qui ritorna il periodo buio del Covid, fatto di paure, angosce, drammi, morti e superstiti. Un inno all’aria, al respiro, alla vita che trova spazio.

LA GUERRA DI VALERIA (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Francesco Alino Guerra

Una delicata parentesi d’amore giovanile, durante la Resistenza, quando era d’obbligo scegliere se schierarsi con il bene o con il male. Un corto in bianco e nero fatto di tenerezza e sentimenti contrastanti.

DALIA (Italia, 17’ – “Indieverso”) di Joe Juanne Piras

Sara, una bimba di sette anni, viene ritrovata nel bosco priva di sensi. È stata drogata e abusata. Canticchia sempre una canzone. È il caso più difficile che Dalia, psicologa infantile dalla vita tranquilla, abbia mai affrontato. La donna ha poco tempo per scavare nella mente della bambina e capire cosa sia successo, prima che accada nuovamente. Ma il destino sarà infame e terribile…

ECCE (Italia, 8’ – “Ambiente è musica”) di Margherita Premuroso

Un viaggio escheriano che attraversa la giornata qualunque di una donna che rivive ogni giorno lo stesso compito dal quale non riesce a districarsi. Presto ci si accorgerà che questa non è la storia di una sola donna ma di tante persone costrette a vivere lo stesso claustrofobico girone dantesco.

INTERMEZZO – HO SMESSO DI PORTARE LE MUTANDE, di Matteo Sambero, Pierpaolo Lombardi (Italia, 20′) ·

L’AVVERSARIO (Italia, 17’ – “Indieverso”) di Federico Russotto

Aureliano e Simone sembrano appartenere a due mondi diversi, diametralmente opposti. Parlano poco, la loro lingua comune è la scherma. Ad ogni affondo, ad ogni sfida, metteranno alla prova il loro talento e la loro lealtà.

AVEVI PROMESSO (Italia, 8’ – “Indieverso”) di Marco Renda

Un film sull’abuso minorile. Per esorcizzare un disagio Matteo si immagina un destino diverso. Ma sarà davvero solo un gioco? Perché a volte la fantasia livera dalle catene.

FRADI MIU (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Simone Contu

Antonio è un pastore che vive nelle montagne della Sardegna con il suo gregge di capre. L’apparente tranquillità dei suoi giorni viene sconvolta quando ha finalmente la possibilità di vendicare il fratello, ucciso tanti anni prima davanti ai suoi occhi. Una fredda e calcolata vendetta basterà a sistemare tutto, a rimettere i puntini sulle i?

LA FINE DEL MONDO (Italia, 5’ – “Ambiente è musica”) di Stefano Cinti

Ancora Covid, la giornata di una persona che vive il confinamento in maniera alienante, passando da una frustrazione all’altra. Ma poi la riscoperta della bellezza del mondo come chiave per rivedere il nostro atteggiamento verso gli altri e la natura e ritrovare noi stessi.

POLVERE SUL TEVERE (Italia, 19’ – “Buona la prima”) di Carlo Facchini, Stefano Mattacchione

Franco, un quarantenne della periferia romana, lavora per Damocle, uno spietato boss di importanti giri di spaccio. Un giorno, durante uno scambio, perde tutto e l’unico modo che ha per sopravvivere è scoprire da chi è stato tradito.

LISTEN CLOSELY (Regno Unito, 9’ – “Ambiente è musica”) di George Hiraoka Cloke

Un poetico corto che celebra i suoni poetici della biodiversità di Taiwan. Un invito ad ascoltare la natura. Inno a lei.

Ferrara Film Corto Festival 2023 si svolge in quattro giornate (25-28 ottobre 2023), durante le quali avranno luogo le proiezioni dei 67 film ammessi in competizione (27 per “Ambiente è Musica”, 15 per “Buona la prima”, 25 per “Indieverso”), intermezzati da concerti, conferenze, spettacoli e proiezioni di opere video fuori concorso.

L’ingresso è a offerta libera. Lo spettacolo si svolge fra le 15,30 e le 22,30.

https://www.ferrarafilmcorto.it/programma2023

Immagine in evidenza Mattia Bricalli, Eugenio Squarcia, Matteo Sambero, Pierpaolo Lombardi, foto di Valerio Pazzi

Eugenio Squarcia e Mattia Bricalli, Direttori Artistici del FFCF, foto Valerio Pazzi

Fantasmi /
Il gioco di Humbod
o Il fantasma del quarto tomo

Il gioco di Humbod
O il fantasma del quarto tomo

Elias Humbold e Gershom Loran erano bambini, e subito amici, o molto di più. Due gemelli tanto erano inseparabili. Abitavano a Brooklyn nel medesimo caseggiato. Le loro famiglie erano amiche da sempre, il padre dell’uno e il padre dell’altro erano entrambi rabbini, entrambi nati e cresciuti a Muranow, il grande quartiere ebraico di Varsavia e partiti per le Americhe appena appena in tempo.

A Brooklyn le due famiglie frequentavano due diverse sinagoghe, ma Elias e Gershom andavano alla stessa scuola della Torah. Insieme, Elias e Gershom si prepararono per diventare “figli del Comandamento”, discutendo tra loro sul Libro ma soprattutto, e in segreto, interrogandosi sul tema dei temi: credere o non credere. Nel giorno del Bar Mitzvah, riposti i teli bianchi della cerimonia, tornarono verso casa confessandosi il loro precoce ateismo; così, erano arrivate alla medesima conclusione. Ma se dio non esisteva, correva occuparsi di tutt’altro, o forse no, si potevano studiare i testi sacri con un occhio diverso. Scelsero quindi la scienza e la ricerca al posto della fede dei padri. Anni dopo, quasi come pegno della loro amicizia, si iscrissero alla stessa università e allo stesso corso di laurea. Elias Humboldt e Gershom Loran conclusero in modo più che brillante il loro iter universitario, e subito proseguirono il cammino scegliendo il medesimo percorso di specializzazione, il più difficile e pieno di insidie. Si diplomarono a distanza di poche settimane l’uno dall’altro e, nemmeno a farlo a posta, vinsero entrambi il loro primo incarico presso l’Istituto di Filosofia e Teologia di un prestigioso ateneo.

Insieme, sedendosi ai lati opposti della stessa scrivania, studiarono miti, dei, eroi e religioni popolari; e lavorarono sodo, pubblicando a quattro mani i primi articoli e presero a scalare la lunga scala della carriera universitaria.

A vederli da lontano, sempre a braccetto, o a leggere i loro lavori che già erano discussi animatamente nella comunità scientifica, o udendo i loro interventi a qualche congresso, Elias & Gershom davano l’idea di essere interscambiabili, due metà della stessa mela. In realtà, Elias e Gershom erano affatto diversi. Gershom era geniale in tutte le sue manifestazioni, mentre il suo amico e gemello Elias era quello che si è soliti definire un diligente sgobbone. Elias aveva una volontà di ferro, una inestinguibile voglia di arrivare, anche se godeva senza alcun merito delle intuizioni di Gershom.

Tutto procedeva a meraviglia, la coppia mieteva successi, mentre l’intera disciplina sembrava accecata dalla luce dei loro luminosi saggi. Non fosse stato per uno spiacevolissimo accadimento. Quando morì in un banale incidente d’auto, il giovane professore Gershom Loran aveva appena compiuto trent’anni. Elias li compì a sua volta proprio il giorno del funerale dell’amico. In quell’occasione pianse molte lacrime, ma la sera stessa fece una capatina nello studio che condividevano all’istituto. E ora? Che ne sarebbe stato di lui? Per anni aveva copiato il compito del compagno di banco e ora il compagno lo aveva abbandonato. Da solo non sarebbe andato da nessuna parte. Si sentì perduto. Perché Elias, questa era la dura realtà, non aveva un’idea in testa. Pianse di rabbia e si precipitò alla scrivania. Aprì tutti i cassetti e raccolse tutti gli appunti dell’amico. Con quelli, solo con quelli, ce l’avrebbe fatta ad arrivare in cima.

Trentotto anni più tardi, Elias Humbold chiuse il portatile e si diede una fregatina di mani. In pubblico gli riusciva a stento evitare quel tic puerile e vagamente ecclesiastico, ma ora era solo, nella sua bella casa, circondato ai quattro lati dai suoi amati libri. Quello non era proprio un giorno come gli altri e una fregatina, anche due pensò, gli erano ben concesse. Il suo saggio “Ultime note sul Ramo d’oro di Frazer”, il lavoro che da anni tutto il mondo accademico aspettava, arrivava finalmente al traguardo. Tutti gli ostacoli erano superati. Mancavano giusto le conclusioni – ma ce le aveva già in testa, una vera bomba in faccia a colleghi e concorrenti – e poco altro mancava. Una breve introduzione, acuta come si conviene, a tratti anche spiritosa; i ringraziamenti (ma poi chi mai avrebbe dovuto ringraziare?); e in calce  la bibliografia, un obbligo assoluto per un saggio di taglio divulgativo ma scientifico fino al midollo: almeno dieci pagine stampate in corpo 8, ma per quella era sufficiente un diligente lavoro di copia e incolla.

Elias riaprì il portatile, diede un’ ultima scorsa allo scritto in eleganti caratteri garamond. Gli venne una gran voglia di far festa.
Vale ricordare, magari a qualcuno può essere sfuggito, chi fosse, o fosse diventato, in quarant’anni di carriera il professor Humbold. Filosofo e antropologo, studioso dei miti greci preolimpici e assiduo frequentatore delle sterminate fonti talmudiche. Titolare di cattedra nell’ateneo fiorentino e alla Normale di Pisa, da due decenni percorreva il pianeta in lungo e in largo intervenendo a questo o a quel congresso e tenendo affollati seminari a Yale, a Cambridge, alla Sorbona. Che altro? Si era diplomato in violoncello e si esercitava con diligenza un’ora al giorno, dopo la prima colazione, tutti i santi giorni, tranne il sabato che di tutti i giorni è il più santo. In ultimo, ma al primo posto nel suo cuore, Elias Humboldt possedeva e amava di vero amore una preziosa biblioteca di pressappoco trentacinquemila volumi, ma preziosa è dire poco. Insomma, anche non aveste mai sentito il suo nome, non aveste letto i suoi interventi su qualche rivista o supplemento culturale, anche non vi foste imbattuti, in libreria o in biblioteca, nel suo agile e fortunato libretto “La mia cabalha portatile”, anche apparteneste alla purtroppo folta schiera degli ignoranti o dei disattenti, dovreste ormai convenire che l’esimio professor Elias Humbold era l’esatto opposto di un signor nessuno. Lauree ad honorem? Sette, se la memoria non mi inganna, e risparmiatemi la fatica e la noia di enumerarle.

Folle di studenti accorrevano per ascoltare le sue lezioni e i suoi seminari. Anche se Elias non amava i suoi studenti, amava solo i suoi libri. Molti giovani colleghi gli chiedevano, imploravano da lui due righe di presentazione e gli facevano leggere i loro goffi articoli. Il professore, sempre dalla cima di un doveroso distacco accademico, era però prodigo di consigli.
D’altro canto, l’invidia si sa è pianta tenace e inestirpabile, non mancavano neppure i detrattori. Qualche collega si era addirittura spinto a scrivere contro di lui e la sua dubbia scienza, ma era successo di rado. Anche perché  Humbold era potente, vendicativo, faceva paura. Molto più spesso si trattava di semplici allusioni, di mezze risatine, di un mormorio universitario diffuso. Ma è bene essere più chiari, diciamola quella famosa e terribile parola, il potente Humbold era lambito dal venticello della calunnia: che tutta la sua produzione scientifica non fosse farina del suo sacco ma solo il frutto – il furto – delle geniali intuizioni contenute  nei vecchi appunti del suo amico e collega morto prematuramente. Quella diceria lo perseguitava, e non da ieri, ma da sempre, dall’inizio della sua fulminante ascesa accademica. Ne aveva sofferto? No, almeno in apparenza; sarebbe stato come un darla vinta al nemico occulto, o peggio, un’ammissione di colpa. Lui non ci faceva caso, non rispondeva, non commentava. Il suo silenzio doveva significare a tutto il mondo la sua indifferenza e sicurezza. Ma non era così, sotto sotto Elias era roso da una rabbia sorda, un sentimento ottuso, un incendio che nessun successo pubblico e riconoscimento accademico erano riusciti a spegnere.

Ormai faceva buio, Elias spinse le due mani sul tavolo, si alzò dalla sedia, stirò le braccia. A quel lavoro aveva dedicato tre anni di vita, lavorando di piccone, scalpello e cesello, e finalmente quell’ opera destinata a fare scuola, a diventare testata d’angolo, era arrivata in porto. Si guardò attorno – abitava da solo, gli piaceva stare solo -guardò il suo orologio d’oro; le sei meno cinque, che altro gli rimaneva da fare? Una tisana al finocchio? Già presa e più volte. Le sue piante bagnate e accudite. Poteva quindi dedicarsi al suo passatempo preferito, giocare con i suoi libri. Si avvicinò al cuore della libreria e rese omaggio agli “antichi” e “rari”: le sue cinquecentine, i suoi sette incunaboli e, amate tra le amate, le sue edizioni Aldine. Possedeva non una, non due, ma ventitré opere stampate a Venezia dal sommo Aldo Manuzio. Seguendo in automatico il motto del grande stampatore, si affrettò lentamente verso l’Aldina più preziosa, accarezzò il delfino con l’ancora, sollevo con cura la coperta di pelle chiara, sfogliò le antiporte bianche e lesse in testa al frontespizio le dolci parole di ringraziamento che Aldo Manuzio indirizzava all’amico Erasmo.

Ora, era avvenuto che proprio Desiderius Erasmus avesse salvato Manuzio dall’arresto e dal carcere, e proprio in virtù del suo enorme prestigio. Lo riteneva il tipografo più innovativo, elegante e geniale di tutta Europa, cioè di tutto il mondo, e proprio a lui chiese di stampare la sua traduzione di Ecuba e Ifigenia di Euripide. Correva il 1507 e Aldo Manuzio inviava a Erasmo la prima copia dell’opera appena uscita dal suo torchio, vergando a mano una breve epigrafe. Proprio quel volume, con dedica autografa, era ora tra le mani del professor Elias Humbold. E quell’opera non si sarebbe più mossa da lì, a quanto stimava il suo geloso proprietario, se non per navigare dentro i confini della sua biblioteca. Il prezioso esemplare sarebbe rimasto sconosciuto e inaccessibile a bibliofili e studiosi. Perché? Semplicemente perché era suo, solo Elias lo meritava.
Attenzione però, Humbold non era un semplice collezionista di libri rari, era prima di tutto un giocatore. La libreria del professore non era mai a riposo – e nemmeno il professore: la sua grande biblioteca, invidiata da tanti colleghi e da più di una università americana, girava e rigirava su se stessa senza sosta. Ogni giorno, dalle sei alle sette di sera, minuto più minuto meno, il professore si dedicava anima e corpo alla sua creatura e al suo gioco.

Aveva un suo metodo, forse non proprio ortodosso, ma che egli riteneva il più efficace, il più divertente e, in qualche modo, il più democratico. Adocchiava un volume, a caso; gli dava una sfogliata tanto per rinfrescarsi la memoria, e sottoponeva il libro e un breve interrogatorio: “Hai qualche amico, parente o conoscente? A quale altro libro mi fai pensare?”. E dopo un giretto per le stanze della sua casa biblioteca, dopo aver brucato qua e la in quel prato verticale di carta e inchiostro: ecco, trovato! Afferrava il libro numero due e gli trovava posto accanto al primo. Al secondo libro poneva la medesima interrogazione. E subito andava alla ricerca del numero tre. E dal numero tre deduceva il numero quattro. Così, sotto l’impulso, dotto ma anarchico, del suo creatore, la biblioteca continuava a cambiare di faccia. Ogni giorno era uguale a se stessa, eppure un po’ diversa dal giorno precedente. Senza contare il benefico effetto di questo esercizio sulla già prodigiosa memoria del professore. Senza contare quanto quella quotidiana operazione migliorasse vieppiù la comprensione del quadro bibliografico complessivo della biblioteca. Il “metodo Humbold” apriva nuovi percorsi, inventava arditi collegamenti, portava alla luce nuovi tesori. Era qui che il suo genio si era finalmente svelato, anche se Elias lo chiamava semplicemente “il mio gioco”.

Per oggi poteva bastare, il risultato era più che soddisfacente: trentatré nuovi collegamenti, cioè nuovi apparentamenti, cioè nuove collocazioni. Doveva solo rintracciare e sistemare l’ultimo volume accanto ai suoi nuovi fratelli. Lo aveva già in mente: stanza cinque, terzo palchetto, quinto scaffale, quarto tomo partendo da sinistra. Elias tese il braccio senza esitare, afferrò con la mano destra il dorso del libro e iniziò a sfilare dallo scaffale il quarto tomo della Editio princeps di Aristotele, un’opera stampata attorno al 1496, naturalmente dal suo Manuzio. Fu in quel momento, proprio mentre estraeva con grande cautela il volume, che sentì quella voce, non una voce qualsiasi, ma una voce che non sentiva da trentotto anni e che credeva di aver distanziato per sempre. Ma la voce non si era perduta, e comunque ora era tornata e lo stava chiamando. Trentotto sono davvero tanti ma Elias Humboldt, pur avendoci messo tutto il suo impegno, non era riuscito a dimenticare Gershon Loran.

Il professor Humboldt accusò eccome il colpo, e senza sapere come si trovò seduto per terra a gambe larghe, la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite, come fulminato. Nella stessa posizione e con lo stesso sbigottimento di Mastro Ciliegia nell’udire la vocina del burattino uscire da quel ciocco di legno ben stagionato. “Come stai Elias, finalmente ti rivedo”, diceva la voce uscita dal libro. Ma subito il fantasma del quarto tomo si era piegato su Elias, lo soccorreva, gli tendeva inutilmente il braccio per aiutarlo a rialzarsi. Il professore non poteva rispondere al saluto, era già morto stecchito.

Quando, non avendolo visto alla consueta lezione mattutina, due zelanti assistenti andarono in visita a casa del professor Humbold , trovarono la porta di casa accostata e la donna che fungeva da cuoca e spolveratrice di libri in un mare di lacrime.
Dopo essersi addolorati a dovere, i due curiosi assistenti si accostarono alla scrivania e aprirono  – appena un’occhiatina – il portatile del professore. Rimasero molto stupiti a leggere la prima pagina di quel famoso saggio che tutti aspettavano. Il titolo era in grassetto: “Ultime e definitive note sul Ramo d’oro di Frazer”, ma poco più sotto, in corsivo, c’era il nome dell’autore: Gershon Loran.

© Francesco Monini

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Pensioni: dalla padella alla brace.
La Legge di Bilancio va oltre la Fornero, in peggio.

di Stefano Iucci
da Collettiva del 26.10.2023

Nella Legge di Bilancio, Il promesso superamento della Fornero si traduce in un ulteriore arretramento. Tagli per tutti e nessuna risposta per giovani e donne. Ghiglione, Cgil: la nostra mobilitazione prosegue

“Nonostante i tanti slogan e le promesse elettorali, questo governo sulle pensioni il governo non farà nulla, anzi, è riuscito a fare peggio dei governi precedenti”, commenta Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil.  E quindi, aggiunge la sindacalista, non c’è “nessuna risposta per giovani, donne e pensionati, mentre si allontana il traguardo della pensione per tutti”.

Per Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil, “vengono assunte scelte sbagliate che azzerano di fatto misure di flessibilità per il 2024, come l’ape sociale e opzione donna. Anche quota 104 sarà una misura assolutamente inutile, visto che chi non aveva 62 anni nel 2023 non potrà avere 63 anni di età nel 2024”.

Vengono inoltre allungate, sempre per quota 104, di tre mesi le finestre di uscita da 3 a 6 mesi nel settore privato e da 6 a 9 mesi nel settore pubblico. Per l’ape sociale si innalza il requisito di età: da 63 anni a 63 anni e 5 mesi, che significherà ridurre totalmente la platea per il 2023.

Su opzione donna, si riesce a fare peggio, aumentando il requisito anagrafico di un anno dopo il  sostanziale azzeramento previsto dal governo nella scorsa legge di bilancio. Saranno necessari entro il 31.12.2023: 35 anni di contribuzione e 61 anni di età per le casistiche definite precedentemente (cargiver, invalide dal 74%, licenziate o dipendenti aziende con tavolo di crisi aperto).

Peggioramenti anche per i giovani. Viene infatti modificato l’impianto previdenziale per le giovani generazioni e per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995: “Alzare l’importo soglia a 3 volte l’assegno sociale (1.590 euro circa) da raggiungere a 64 anni con 20 anni di contributi, e abbassarlo al 2,8 volte per le donne con un figlio e a 2,6 volte per le donne che hanno avuto due figli, rischia di peggiorare ancora la situazione. Significherà mandare prima in pensione coloro che hanno avuto retribuzioni alte e magari solo 20 anni di contribuzione, costringendo coloro che hanno magari lavorato una vita ma con salari bassi a rimanere al lavoro, altro che equità, è piuttosto una solidarietà rovesciata”, attacca Cigna.

Altro tema di cui si è discusso molto è quello delle indicizzazioni. Bisogna ricordare che un taglio era stato già effettuato nella scorsa Finanziaria. Taglio che viene confermato per gli assegni oltre quattro volte il trattamento minimo. L’intervento per le pensioni tra 4-5 volte il trattamento minimo – che ha portato la percentuale di rivalutazione dall’85 al 90% –, per una pensione di 2.300 euro significa un aumento risibile di 6 euro circa.

FOLIAGE AL BOSCO DELL’ALMA
Domenica 29 ottobre, dalle 14,30 alle 17,00

Mediterranea Ferrara in collaborazione con La Voce degli Alberi Ferrara vi invita ad un evento capace di coniugare bellezza e solidarietà: FOLIAGE AL BOSCO DELL’ALMA.

Ci incontriamo Domenica 29 ottobre, dalle ore 14,30 alle 17,00 all’Oasi dell’Alma, in via Traversa 6 a Codrea per condividere il piacere dello stare in natura mentre cambia la stagione, con le tonalità calde dell’autunno.

Dopo una passeggiata nel bosco, si potrà partecipare alla pesca di beneficenza, il cui ricavato sarà interamente devoluto a Mediterranea.

Porta una merenda per te e per un’altra persona e una tazza. Come sempre, infatti, l’evento è plastic free per evitare di produrre rifiuti.

Ti aspettiamo !!!

Julian Assange premiato a Berlino.
Intervista esclusiva a Stella Assange

Julian Assange premiato a Berlino. Intervista esclusiva a Stella Assange

articolo originale su pressenza

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnoloTedescoPortoghese

Julian Assange non ha bisogno di essere presentato. La sua lotta è la nostra lotta, la lotta per la libertà di espressione, una libertà che oggi è sempre più minacciata dalla disinformazione dilagante e dalla “dittatura dell’opinione” che sempre più invade e corrompe le nostre democrazie. Chi controlla l’opinione pubblica controlla il mondo; i mezzi per manipolarla sono sempre più sofisticati e nelle mani di governi, oligarchi e società monopolistiche.

Quest’anno, l’Accademia delle Arti di Berlino, un’istituzione fondata 300 anni fa, ha dedicato a Julian Assange il suo Premio Konrad-Wolf (in memoria di un regista dell’ex DDR che fu presidente dell’Accademia per molti anni).

Poiché Julian Assange si trova da quattro anni nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra, lottando contro la sua estradizione negli Stati Uniti (dove rischia l’ergastolo o addirittura la pena di morte!), il premio dell’Accademia è stato ritirato dalla moglie, Stella Assange, avvocatessa che si batte per i diritti umani.

Stella e Julian Assange (Foto di Actvism, Munique)

Nel corso di questo reportage, vedrete diverse foto scattate durante la cerimonia di premiazione.
PRESSENZA ha anche avuto l’opportunità di intervistare Stella in esclusiva sulla situazione attuale di Julian.

.Stella Assange ha sottolineato in particolare il ruolo positivo di Lula da Silva, che ha parlato ripetutamente di Julian Assange durante le conferenze stampa. Lula ha anche affrontato il caso di Julian nel suo discorso di apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre, dove ha chiesto la sua liberazione, tra gli applausi della stragrande maggioranza dei rappresentanti politici di tutto il mondo presenti.

Intervista di Vasco Esteves a Stella Assange a Berlino il 22/10/2023

Qual è l’attuale situazione legale di Julian? Si è tenuta l’udienza pubblica a Londra per prendere la decisione finale sulla sua estradizione negli Stati Uniti? Ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo? E questo ricorso potrebbe impedire la sua estradizione?

Non c’è ancora stata un’udienza pubblica, stiamo aspettando. Questa potrebbe essere l’ultima tappa nel Regno Unito della sfida legale di Julian contro l’estradizione. Se non supera questa fase, le vie legali nel Regno Unito saranno esaurite per lui. Prima di poter ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Julian deve attendere che siano esauriti tutti i ricorsi nazionali.

Questo ricorso ritarderà o meno l’estradizione negli Stati Uniti?

La decisione spetta alla Corte Europea. In primo luogo, bisogna vedere se accetterà o meno il caso (non è automatico); in caso affermativo, potrà far scattare il cosiddetto articolo 39, che consiste nell’ordinare al Regno Unito di non procedere all’estradizione mentre la sua richiesta viene decisa. Ci sono quindi diverse fasi da seguire. La Corte Europea può ordinare l’applicazione dell’articolo 39 e il Regno Unito dovrà adeguarsi. Ovviamente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è l’ultima istanza legale all’interno del sistema del Consiglio d’Europa. Una sentenza a favore di Julian potrebbe impedire la sua estradizione.

I governi del Portogallo e del Brasile hanno fornito aiuto o espresso solidarietà a Julian Assange?

Per quanto ne so, il governo portoghese non si è mosso in questo senso, ma il presidente brasiliano Lula da Silva si è espresso più volte sul caso di Julian, citandolo nel suo discorso di apertura all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre. Ha anche parlato ripetutamente di Julian in conferenze stampa.

Passiamo ora alla Germania. Annalena Baerbock, capolista dei Verdi alle ultime elezioni, si era espressa a favore del rilascio di Julian PRIMA delle elezioni. Ora però, come Ministro degli Esteri tedesco, non affronta più la questione… Ha parlato con lei? E come spiega il suo cambiamento di posizione?

Non ho ancora parlato con la signora Baerbock, ma ho parlato con il Ministero degli Esteri tedesco. Il governo della Merkel aveva inviato degli osservatori per monitorare con discrezione il caso di Julian; non mi risulta che l’attuale governo abbia fatto altrettanto. Credo che il Ministero degli Esteri tedesco, anche sotto il precedente governo, abbia rilasciato solo una dichiarazione in cui esprimeva preoccupazione per la situazione umanitaria di Julian. Per quanto riguarda il Commissario per i Diritti Umani dell’attuale governo federale, non sono a conoscenza di alcun tipo di posizione pubblica formale sulla questione.

Testo del manifesto: “Julian Assange libero! I criminali di guerra sono liberi, i giornalisti investigativi rischiano la pena di morte. Mettete i criminali di guerra in prigione!”. (Foto di PRESSENZA)

Altri Paesi (come l’Italia) stanno facendo molto di più per attirare l’attenzione sulla situazione di Julian, ad esempio conferendogli la cittadinanza onoraria di Napoli, di altre città e ora anche della capitale, Roma. Cosa manca qui in Germania?

Penso che anche la Germania sia molto favorevole a Julian a livello di base. Anche la stampa tedesca è stata molto positiva nell’analisi del caso. C’è stato, credo, un documentario molto buono della ARD [canale televisivo pubblico]. Lo SPIEGEL ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che il caso dovrebbe essere archiviato e mi ha intervistato e così via.

Ma a livello istituzionale la Germania è in ritardo rispetto ad altri grandi Paesi europei. L’Italia, ovviamente, è un ottimo esempio di mobilitazione attraverso le istituzioni per esprimere posizioni politiche. Come spiega questo fenomeno e cosa ne pensa?

Non conosco bene la situazione tedesca, ma vedo i risultati. Forse i tedeschi sono un po’ introspettivi e vogliono prima valutare la situazione e gli eventuali errori. Penso che l’Italia abbia un sistema democratico più efficace. Non intendo sminuire il sostegno, che in Germania è molto forte, ma non vedo qui lo stesso tipo di situazione dell’Italia.

A Berlino da anni si svolgono regolarmente iniziative e veglie per Julian. Cosa possono fare i berlinesi per esercitare ancora più pressione riguardo alla sua causa?

Il movimento per la liberazione di Julian è un movimento globale che cresce nel tempo. Ognuno ha reti diverse, amicizie, relazioni familiari, contatti sui social media o posizioni in questo o quel settore. Ci sono persone che vanno in piazza in una piccola città per organizzare una protesta individuale “Free Julian Assange”, disegnando con il gesso le dimensioni della sua cella e rimanendo lì per circa un’ora la domenica. Per me è un segno di determinazione e impegno ed è fonte di ispirazione. E quando chi non è a conoscenza di un caso vede altre persone molto impegnate, soprattutto quando si tratta di un caso di ingiustizia così grave, pensa: “Beh, se questa persona ci tiene così tanto, allora forse dovrei farlo anch’io!”. Questo è molto efficace. Il movimento “Free Assange” non è centralizzato. Ogni giorno ci sono proteste, mobilitazioni e così via. Quindi penso che dobbiamo organizzarci per andare avanti, per raggiungere le persone in posizioni di potere – scrivendogli, parlando direttamente con loro e ricordandogli cosa dovrebbero fare se non stanno facendo la cosa giusta.

Viviamo in un mondo in cui una sorta di “dittatura dell’opinione” sta crescendo e distruggendo le nostre democrazie dall’interno. Il maccartismo e la guerra fredda sono tornati, anche nelle nostre menti. I politici occidentali si scagliano continuamente contro i crimini di guerra degli altri (Russia, Hamas, ecc.), ma i loro crimini di guerra (che Julian Assange ha contribuito in modo decisivo a svelare) vengono ignorati o banalizzati… e chi li ha denunciati continua a essere spietatamente perseguitato. Cosa ne pensa e come si sente in una situazione come questa?

Penso che dobbiamo riconoscere che c’è un conflitto di interessi molto significativo per molti di questi grandi Paesi occidentali, che sono anche i maggiori esportatori di armi. Di fatto, traggono vantaggio dalle guerre! Per quanto riguarda la limitazione della libertà di espressione, Julian ha firmato una dichiarazione proprio la settimana scorsa. Si chiama “Dichiarazione di Westminster” ed è stata sottoscritta da circa 140 persone: giornalisti, attivisti, ma soprattutto persone di destra e di sinistra. Persone che affermano che oggi esiste un’industria della censura, un’industria del controllo della narrazione e che dobbiamo tornare a una cultura della libertà di espressione. Senza la libertà di espressione non possiamo sperare di promuovere la pace, perché gli strumenti per controllare la comunicazione sono troppo forti, quindi dobbiamo lottare per queste due cose allo stesso tempo.

Una domanda personale: che cosa ha imparato su di sé combattendo il sistema?

È importante non avere paura e lottare per ciò in cui si crede. La paura è il nostro più grande nemico. Dobbiamo essere in grado di comunicare liberamente. Sto lottando per mio marito. Credo che molte persone vogliano vederlo libero, non solo per motivi umanitari, ma anche perché capiscono che la sua libertà riguarda anche loro. Credo di aver imparato che ogni persona può svolgere un ruolo importante nell’influenzare il mondo che la circonda e cercare di cambiarlo in meglio. Ogni piccolo gesto che compiamo modella l’ambiente che ci circonda, anche se non ce ne rendiamo conto immediatamente. Abbiamo un impatto. E facile scoraggiarci  e pensare che non possiamo cambiare le cose, che chi ha il potere è lassù in alto e non ci ascolta… ma non è così!

Grazie, Stella, per questa intervista!

Stella Assange con un gruppo di sostenitori a Berlino (Foto di Christian Deppe)

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid
Revisione di Anna Polo

In copertina: Stella Assange riceve a Berlino il Premio Konrad-Wolf a nome del marito Julian. (Foto di Pressenza)

Rivoluzione indie a Ferrara:
apertura del Ferrara Film Corto Festival, il palcoscenico dei giovani talenti

Festival del cortometraggio, le emozioni scorrono sul grande schermo. 

Ieri si è inaugurata la sesta edizione del festival del cortometraggio che la Ferrara Film Commission (FFC) dedica a questo segmento della produzione cinematografica e che si terrà dal 25 al 28 ottobre, presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo in via Boccaleone 19.

A introdurre la prima giornata del Ferrara Film Corto Festival, il neopresidente della FFC, Sergio Gessi, insieme a Eugenio Squarcia e Mattia Bricalli, Direttori Artistici del Festival.

Tantissimi i giovani in sala, rappresentati, soprattutto, dagli allievi del Liceo G. Carducci e dall’I.I.S. Luigi Einaudi di Ferrara, la Giuria Giovani che frequenterà le proiezioni in sala, valuterà i film in concorso e attribuirà un Premio Speciale al Miglior Cortometraggio.

Mattia Bricalli, Sergio Gessi, Eugenio Squarcia

“Il cinema è specchio di vita, ci emoziona, a volte ci evita pure di dover andare dallo psicologo”, introduce Sergio Gessi. “A volte affascina, a volte commuove e talora magari infastidisce. Ma lo spettacolo del grande schermo è comunque riflesso delle nostre vite e dei nostri comportamenti. E il buon cinema parla a ciascuno di noi, scuote le nostre emozioni, ci fa ridere o piangere, ci catapulta in mondi magari mai neppure immaginati prima” continua. “E”, conclude, “la magia del grande schermo, quello delle emozioni condivise in una sala tutti insieme invece che puntini sul divano, rimane ineguagliabile”.

Sergio Gessi, Paolo Cagnotto (Lecco Film Commission), Alberto Squarcia

Non possiamo che concordare. Anche per questo siamo qui, per vibrare insieme.

Questi i cortometraggi proiettati per le categorie “Ambiente è musica”, “Indieverso” e “Buona la prima”, diretti e recitati da giovani artisti e registi indipendenti italiani e internazionali.

TREE TALKER (Italia, 18’ – “Ambiente è musica”) di Antonio Brunori

Un documentario sui sensori che monitorano la salute delle piante. Perché la salute degli alberi e delle foreste è anche la nostra.

WILTED FLOWERS (Canada, 4’ – “Ambiente è musica”) di Andrei Zaitcev

Un corto psichedelico su qualcosa che non vorremmo mai accadesse.

ESPRESSO (Regno Unito, 20’ – “Indieverso”) di Renata Gheller

Due ex fidanzati, Mark e Lea, che arrivano al loro appuntamento con diverse intenzioni. Temi: salute mentale, disagio ed effetti della pandemia su vite e relazioni

IRA (India, 7’ – “Indieverso”) di Varun Shivnani

Una giovane donna, Ira, in un mondo totalmente alienato.

LA VERITÀ NON ESISTE (Italia, 15’ – “Buona la prima”) di Roberto Cicco

Ambientato in costiera amalfitana, il corto ruota intorno a una domanda esistenziale, che quasi tutti ci siamo, prima o poi, posti: nella vita è meglio seguire l’istinto o la ragione? Il fatto è che l verità non esiste…

SINGING IN FRONT OF THE COLOSSEO (Italia, 14’ – “Indieverso”) di Cristina Ducci

Chiara e Simone si incontrano in un bar dopo tanti anni. Un piccolo musical di fianco al Colosseo, perché forse Chiara non ha perso la speranza di veder realizzare il suo sogno.

LA ROBE (Italia, 6’ – “Indieverso”) di Olga Torrico

Nell’appartamento di una donna recentemente scomparsa, una giovane ragazza delle pulizie, che non ha mai nulla da mettersi per uscire, svuota un armadio pieno di vestiti, quando improvvisamente è attratta da un abito colorato e vivace. Che destino avrà?

L’ALLACCIO (Italia, 20’ – “Indieverso”) di Daniele Morelli

Storia (vera) del lutto profondo di Roberto Rossellini per la perdita del figlio Roberto a soli nove anni e del telefono fatto installare accanto alla sua tomba al cimitero del Verano per poter dirigere da lì, vegliando su di lui, Germania Anno Zero. Una magnifica riflessione su cosa significa essere figli e padri.

GOLEADOR (Italia, 14’ – “Indieverso”) di Francesca Frigo

Steven gioca a calcio in una squadra composta da ragazzi disabili. Quando un uomo misterioso si presenta agli allenamenti tutit pensano che sia lì per portare il bravissimo Steven in una squadra di serie A. ma la madre del ragazzo…

QUEL CHE RESTA (Italia, 9’ – “Ambiente è musica”) di Domenico Onorato

La sostenibilità parte anche dalle nostre azioni quotidiane. Un corto sul riciclo, dove il riutilizzo del cibo può generare ricchezza e convivialità: i rifiuti, gli avanzi possono rinascere a nuova vita.

IL GUERRIERO (Italia, 15’ – “Indieverso”) di Barbara Bonafaccia

Un viaggio spirituale di riconciliazione tra padre e figlio, tra pioggia, fango e boschi.

Particolarmente graditi l’Indie Showcase “NUN MI E VA”, intermezzo pomeridiano, la prima intervista cinematografica assoluta di Massimo Troisi fatta da Paolo Cagnotto al Festival del Cinema di Cannes del 1981 e quello alle proiezioni serali: l’esibizione di Alex Mari, cantante, chitarrista, bassista, cantautore e vocal coach, attraverso un caratteristico e superlativo concerto acustico, terminato con un Q&A interattivo con il pubblico.

 

Foto di Valerio Pazzi

Ferrara Film Corto Festival arriva alla sua VI edizione e si terrà, dal 25 al 28 ottobre, presso la Sala Ex Refettorio del Chiostro di San Paolo situata in via Boccaleone 19, una location d’eccezione nel centro storico di Ferrara. La bellissima sala affrescata, appena restaurata e restituita al pubblico (o meglio, lo sarà a partire da questa occasione), appartiene al complesso cinquecentesco della Chiesa di San Paolo, anche definito il “pantheon della città”.

Il festival, con il suo importante sottotitolo filo-rosso “AMBIENTE È MUSICA”, è dedicato alla promozione e alla valorizzazione di cortometraggi che affrontano il tema dell’ambiente in tutte le sue accezioni, di opere prime italiane e di produzioni indipendenti provenienti da tutto il mondo. Si è affermato negli anni come punto d’incontro per cineasti emergenti e consolidati, focalizzato sulla condivisione del know-how professionale e il dibattito intorno ad argomenti di grande importanza sociale e culturale, con l’intenzione di stimolare, mediante il linguaggio cinematografico, la discussione e gli interventi concreti della popolazione, dei giovani in particolare, delle istituzioni, della politica e del mondo dell’arte.

Oggi più che mai serve trovare una forma di sopravvivenza, individuale e collettiva, agli eventi in corso, sempre più tragici. In un momento storico tanto complesso e delicato, urge una riorganizzazione di intenti, la ricerca di un nuovo equilibrio tra uomo e natura fondato sul rispetto. L’arte può aiutare nel ritrovare la retta via, nel farci confrontare a noi stessi, agli altri e con gli altri. Uno sguardo creativo sul mondo esteriore e interiore, dove i punti di vista oggettivo e soggettivo si confondono, provocando domande e suggerendo risposte.

La tematica di questa edizione del Festival vuole relazionarsi con le grandi sfide globali e contemporanee, in primis quella relativa ai cambiamenti climatici, che riguarda tutti, ma anche la necessità di un cambiamento radicale dello stile di vita, del modello collettivo, del paradigma dominante. Un nuovo mondo, ma anche una nuova musica, come espressione dell’empatia e delle emozioni più umane. Perché l’ambiente è musica, in equilibrio tra armonia e disarmonia. Una sinfonia in divenire, un paesaggio sonoro a cui tutti partecipiamo, come voci soliste, come orchestrali, talvolta come semplici auditori.

La VI Edizione del Festival prevede tre categorie di partecipazione: “AMBIENTE È MUSICA”: categoria principale, aperta ad autori nazionali e internazionali di qualsiasi età, che dovranno interpretare il tema “AMBIENTE È MUSICA” in maniera personale, mediante il linguaggio cinematografico. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio. “BUONA LA PRIMA”: categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di qualsiasi età e dedicata unicamente a opere prime, a tema libero. La categoria è aperta a ogni genere di cortometraggio. “INDIEVERSO”: categoria aperta ad ogni genere di cortometraggio, a tema libero, purché di produzione indipendente, rivolta ad autori nazionali ed internazionali, di qualsiasi età.

Ferrara Film Corto Festival 2023 si svolgerà in quattro giornate (25-28 ottobre 2023), durante le quali avranno luogo le proiezioni dei 67 film ammessi in competizione (27 per “Ambiente è Musica”, 15 per “Buona la prima”, 25 per “Indieverso”), intermezzati da concerti, conferenze, spettacoli e proiezioni di opere video fuori concorso, tra cui: la proiezione fuori concorso di “Nun mi e va…” (la prima intervista di Massimo Troisi ad un Festival del Cinema: Cannes 1981) a cura di Paolo Cagnotto – Lecco Film Commission; il concerto in acustico di Alex Mari, cantante, chitarrista e songwriter copparese, noto nel panorama musicale nazionale e internazionale; la proiezione fuori concorso del film “Ho smesso di portare le mutande” e il successivo incontro con Matteo Sambero (regista) e Pierpaolo Lombardi (autore del soggetto e protagonista del corto); l’incontro con Gian Maria Giarini “Da Ferrara a Capo Nord in R4”; la proiezione speciale fuori concorso del corto “Miss Agata” (girato nel territorio di Ferrara) in presenza del cast, composto da Anna Elena Pepe, Andrea Bosca, Yahya Ceesay e Chiara Sani, nonché dei registi Anna Elena Pepe e Sebastian Maulucci, in collaborazione con Première Film; la performance di danza contemporanea “HABITAT” dell’artista e coreografa Alessandra Fabbri, con live electronics di Lucien Moreau e sax solista di Giulia Carriero; la prima nazionale del cinematic concert a tema ambientale “The Planet Yu” del musicista e compositore ‘Novich (Ivan Montesel); la presentazione della collaborazione con due realtà culturali d’eccellenza: Fotopop di Antonella Marchionni (fotografa ufficiale del Festival 2023) ed Estense Music Academy di Sergio Rossoni.

Nella giornata conclusiva di sabato 28 ottobre, nel blocco pomeridiano, avrà luogo una serie di proiezioni speciali fuori concorso. Il blocco serale si aprirà con un concerto a tema ambientale appositamente realizzato per il Festival e proseguirà con la cerimonia di premiazione dei film in concorso, seguita dall’incontro con sponsor e autori vincenti. Durante la serata verranno consegnati alcuni premi speciali: uno denominato “Premio al miglior cortometraggio di denuncia sociale girato nella città di Ferrara”, in presenza di cast e regia, e l’altro consegnato dalla Giuria Giovani composta dagli studenti del Liceo G. Carducci e dall’I.I.S. Luigi Einaudi di Ferrara che frequenterà le proiezioni in sala, valuterà i film in concorso e attribuirà un Premio Speciale al Miglior Cortometraggio.

Non da ultimo, il Festival potrà contare su una Giuria Professionale composta da rappresentanti del mondo del cinema, del teatro, della musica e del giornalismo: Giampiero Sanzari (compositore, sound designer, tecnico del suono, restauratore audio e fonico in presa diretta), Roberta Pazi (attrice, regista e produttrice di cinema e teatro), Achille Marciano (attore e regista di cinema e serie tv), Simonetta Sandri (giornalista pubblicista, critica ed esperta di cinema), Paolo Gasparini (Presidente di Giuria, attore di cinema e teatro, nonché produttore).

L’ingresso è a offerta libera. Lo spettacolo si svolge fra le 15,30 e le 22,30.

https://www.ferrarafilmcorto.it/programma2023

 

Parole a capo /
Romano Calandra: “Nel suono di ruscelli” e altre poesie

Dove la giustizia è credibile anche la famosa omertà mafiosa scompare.
(Giorgio Bocca)

No non amo la mia terra

non amo più la mia terra neanche un pochino.
Ho amato
suoi odori profumi calori,
le ho dato
la mia forza
confidato
i miei sogni.
Figlio affettuoso
avrei potuto avere un’altra madre,
ho amato la mia terra sino a lacrimare
al rivederla ritrovarla.
Erba secca afa pomodori gustosi fichidindia
zibibbo capperi pupi
offerti a profusione dalla terra natale,
misti a storia e tradizioni.
C’erano ci sono
tanti nomi terribili
corruzione indolenza mafia prepotenza
non rispetto di regole…
Ha un bel mare la mia terra natale
frutti gustosi cibo gustoso e dolci…
ma virus secolari
sin nei panorami più belli.
Mi ha tradito condannato
ingiustamente punito isolato
silenziosamente ucciso in modi viscidi ed orrendi.
Serba nei suoi sepolcri
miei amici più cari e parenti,
io però adesso amo soltanto la mia Terra.

*

Ieri notte

l’altra notte ancora,
sempre,
ho accostato la mano al tuo cuore
non t’ho toccata
non sfiorata non l’hai chiesto.
Volevo udire il tuo battito
se avvertivo un attimo
di pulsazioni tachicardiche,
per capire
se una stilla del tuo sangue
fuggiva dalle tue vene
per entrare nelle mie.
Follia sperare
avvengano tali fenomeni,
sperare che tu sorrida a me
sempre e soltanto.
Ma tu,
ti chiedo ti prego ascolta
dimmi come posso fare per amarti meglio
dimmi cosa posso fare per amarti
fino in fondo
qualsiasi cosa tu faccia,
perché tu non soffra
a colpa mia,
perché tu sia felice
anche a causa mia.
Perché ad occhi chiusi
o nella notte buia
tu veda sempre le tue stelle
sapendo che
ti sono sempre vicino
su questa terra

*

Ho visto in cielo

greggi di pecore
tramutarsi in nuvole,
greggi di nuvole pecore
scender sulla terra
a brucar erba.
Cuori induriti
versar una lacrima
per bimbo spiaggiato.
Visti malinconici visi
abbozzar sorrisi
tornare a vivere.
Vedrei bimbi
sgranocchiar pannocchie
brustite al fuoco
e sputacchiar bruscolini.
Ho osservato allegre comitive
sciogliersi a tornare
unità separate.
Non ho visto Dio,
e sono solo io.

*

Nel suono di ruscelli

nel canto di merli
udrò la tua voce.
Venne una merla
a scavar nell’aiuola.
In ali di colibrì
rintraccerò i tuoi colori
m’hai riempito di colori.
Prenderò tuo calore
da ogni raggio di sole.
Ho sempre sole
a me vicino.
Essenza di te
acqua sazia la mia sete,
non ho più sete.
La luce dei tuoi occhi
mi farà splendere di più.
Sorriderò pensando
sei.
Così,
come vorrei
tu fossi.
Non dir nulla,
sai
ti voglio felice.
Così,
come dici
che sei.

*

Che bella cosa la vita!

Me ne andavo stamani
a passeggiar lento,
anche a sostare,
per goder sole,
aria, la luce,
fischio di merli
tremolio di foglie d’alberi.
Quando vidi
non una barca in mezzo al mare
sventolante una bandiera tricolore,
alcuna contadina spigolava.
Sostai a guardare vidi:
coccinella rossa
sull’apice d’un ramo
difendeva l’albero
da ghiotti afidi incompetenti.
Che incontri fa farti la vita!
Subito dopo,
dopo giorni di mia assenza,
ti rividi.
Che bella cosa la poesia!
Rossa anche tu,
ma senza puntini neri in te.

(Queste poesie sono tratte  dall’ultima opera poetica di Romano Calandra “Come una donna Ama“, Transeuropa, 2022)

Romano Calandra (Palermo, 1940). Laurea in scienze geologiche presso l’Università di Palermo, è stato ricercatore scientifico presso l’ente minerario siciliano, geologo, docente di Matematica e Materie scientifiche a scuola. Ha pubblicato in precedenza (2020) la silloge “Provare a comunicare“, per l’associazione culturale Amarganta e la silloge “Non uso più il rasorio a lama” per Transeuropa.

LO SCAFFALE POETICO
Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

  • Francesca Del Moro, SovraliminaleEd. Progetto Cultura, 2023
  • AA. VV., I giorni invisibili, Il Babi Editore, 2023

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca[Qui]

Italia, un paese in svendita. Come aumentano le disuguaglianze

Italia, un paese in svendita. Come aumentano le disuguaglianze

 

Eurostat ha appena pubblicato (20 ottobre) un report sulle condizioni di vita dei 441 milioni di europei: “Key figures on european living conditions, da cui si desume che ci sono tre paesi dove si fatica ad arrivare a fine mese più della media europea. Bulgaria, Grecia e Italia (quest’ultima con il 63% delle famiglie). La media UE è al 45% mentre nei paesi forti questa percentuale di “sofferenza” scende anche sotto il 25% (Svezia, Finlandia, Germania, Olanda, Lussemburgo,…).

Si tratta dell’ ennesima conferma di come l’Italia stia scivolando, anno dopo anno, in una situazione di progressivo impoverimento, che non si coglie più di tanto in quanto permangono un 20% di famiglie ricche o comunque abbienti che viaggiano, vanno in vacanza e al ristorante e che, insieme agli stranieri “ricchi”, possono ancora godere di molte amenità. Le disamenità della modernizzazione (inquinamento, traffico, chiusura dei negozi di prossimità, sanità sempre più a pagamento, criminalità, aggressività, solitudine,…) invece sono a carico soprattutto delle periferie e dei ceti poveri.

Eurostat dice che la situazione va peggiorando dal 2021 al 2022 e non è azzardato pensare che così sarà anche nei prossimi anni, se non si pone fine alle guerre in corso. Il conflitto geo-politico (Stati Uniti in declino vs. gli emergenti Brics, guidati dalla Cina), costringe l’Europa a seguire la politica estera Usa che mette in crescente difficoltà i territori europei più deboli, tra cui l’Italia e, al suo interno, le aree più deboli del Centro-Nord e l’intero Sud. Cresce la disuguaglianza tra il 20% delle famiglie più ricche che hanno un patrimonio 5,6 volte (in Italia) superiore alla media delle restanti 80%. Ma ci sono paesi come la Finlandia dove questa differenza è solo 3,7 volte: merito ovviamente della politica fiscale e redistributiva di quel paese.

In ogni caso, anno dopo anno le cose peggiorano, a causa di una globalizzazione sempre più ammaccata  e di un neo-liberismo che portano anche paesi ad economia “avanzata” a disuguaglianze interne mai rilevate nel passato.

Una conferma viene anche dall’indice di Gini che Eurostat calcola ancora al 32,7% per Italia (ma che Banca d’Italia nella sua ultima indagine del 2022 aveva alzato al 36%; più è alto l’indice, più c’è disuguaglianza).

L’Europa potrebbe elargire aiuti a condizione che ogni singolo paese si adoperi per ridurre le sue disuguaglianze, con ciò contribuendo a migliorare la situazione. Ma probabilmente ciò non interessa a questa Europa senza figli. Le coppie senza figli sono stabili da 12 anni al 25%, quelle con figli sono scese dal 20% al 15% e i singoli adulti con figli sono stabili al 5%, mentre i singoli adulti senza figli sono saliti dal 30% al 36%. In totale le famiglie con figli sono il 20% e senza figli il 61% (il resto sono altri tipi di famiglie).

73 milioni di europei sono a rischio povertà e le spese per la salute sono in aumento in tutta Europa, a causa del declino della protezione dei Servizi sanitari pubblici gratuiti. In Italia le spese per le famiglie sono così salite dai 640 euro di media dell’anno 2019 a 700 euro del 2022 (tutti dati di fonte Eurostat). Ovviamente i dipendenti continuano a versare i contributi per la sanità pubblica pari al 28% circa del costo del lavoro, valore più alto in Europa dopo Francia e Svezia (nonostante la recente riduzione del cuneo fiscale e contributivo deciso dai governi Draghi e Meloni).

L’Europa più che alla disuguaglianza pare sensibile agli interessi delle lobby. Per avere accesso ai contributi da PNRR “italiano”, ad esempio, gli asili nido e le scuole dell’infanzia devono essere fatti in edifici nuovi, non si possono usare edifici vecchi o da ristrutturare: fatto del tutto in contraddizione, peraltro, con la necessità di non incrementare il consumo di suolo.
Altro quindi che asili nel bosco o in campagna presso le aziende bio per favorire la salute dei bambini, che sarebbero costati la metà. L’importante è far girare la “pila”. Ma in questo modo, specie al Sud, con costose nuove strutture ci saranno anche enormi spese di manutenzione che determineranno alte tariffe per i genitori, per cui c’è da scommettere che di asili se ne faranno pochissimi, in quanto i Comuni non vogliono (giustamente) far fronte a costi insostenibili. Un esempio di come dietro i famosi fondi PNRR si nascondono in molti casi opere del tutto inutili, peraltro progettate nella più assoluta mancanza di partecipazione dei cittadini.

L’economia è sempre più in mani private e il settore pubblico (Governo, Governatori, Sindaci) si riduce alla mera amministrazione di interessi privati, che si avvalgono di commissioni di esperti (provenienti da società di consulenza private) per proteggersi dalle decisioni da prendere, in modo da “lavarsi le mani” come Ponzio Pilato.

Almeno negli Stati Uniti, quando la Fiat acquisto Chrysler, Obama impose che in Usa si costruissero i motori ibridi. Da noi nulla viene mai richiesto alle grandi company. Si aspettava che il Governo sovranista Meloni mostrasse di tenere di più alla difesa delle nostre imprese, ma purtroppo così non è.

Nei prossimi giorni assisteremo alla vendita della rete Tim al fondo KKR americano: prosegue anche con questo Governo la penetrazione estera in tutte le nostre imprese con più di 250 addetti, dove il fatturato è ormai per il 25% in mano estera. La narrazione è che dobbiamo essere “aperti” agli stranieri e alla globalizzazione, che si sta letteralmente comprando tutte le imprese di qualità che fanno il “made in Italy”. Peccato che il Paese sia in svendita, perché per storia e capacità imprenditoriale potremmo essere tra i primi al mondo se solo avessimo una classe politica che difende il nostro lavoro.