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presto di mattina. la prima stella

Presto di mattina /
La prima stella

Presto di mattina. La prima stella

La prima stella

Questa sera, per la prima volta in tanti anni,
mi è apparsa di nuovo
una visione dello splendore della terra:
nel cielo del crepuscolo
la prima stella sembrava
crescere in luminosità
mentre la terra andava oscurandosi
finché in ultimo non poté divenire più scura.
E la luce, che era la luce della morte,
sembrava restituire alla terra
il suo potere di consolare. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui sapevo il nome.
(Luise Glück, Averno, ed. Libreria Dante & Descartes, Napoli 2019, 77).

È la vita celata che compare con la prima stella, quando si fa sera, sulla soglia della notte. Ecco perché ridona alla terra sempre più scura il potere di consolare: una luce resta per tutto il tempo nel profondo e scuro Averno ingresso nell’Oltre. La prima stella, quella che giunge sola è messaggera nel crepuscolo dello splendore terrestre.

Per la poetessa americana Luise Glück (1943-2023), credere alla luce è credere ad una sconfinatezza vicina, all’intero nel particolare. Nata a New York in una famiglia di immigrati ebrei ungheresi, fu vincitrice nel 1993 del premio Pulitzer e nel 2020 del Nobel per la letteratura perché – come riporta uno stralcio della motivazione − «con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

Nella raccolta Averno (2006) canta il “buio come silenzio che annulla la mortalità”; il presente come parte del futuro; il tempo passato come un tutto ghiacciato, dove sotto il ghiaccio scorre futuro. Canta il vuoto e il pieno, la solitudine e la prossimità, la paura dell’ignoto e l’attesa dell’amore; il non lasciarsi cambiare dalla violenza, e se l’oscurità svuota la notte lasciando il nulla, la luce di sparpagliate stelle la riempie tracciando infiniti punti come sentieri senza fine.

L’inverno svuotò gli alberi
Li riempì di nuovo la neve

Tutta la vita, aspetti il tempo propizio
Poi il tempo propizio
si rivela come un’azione compiuta
(ivi, 83).

Cose, favolose le stelle.
Quando era bambina, soffrivo d’insonnia.
Le notti d’estate, i miei genitori mi lasciavano stare accanto
al lago
(ivi, 49).

Sì, favolose le stelle perché spargitrici di luce (Muller). È questa l’etimologia più probabile e verosimile del loro nome: stendere, spargere, tendere verso l’altro da sé; il Kuhn lo fa derivare dal sanscrito dalla radice “star” che dice qualsiasi rapporto con la luce.

 La prima stella in cammino

Erratica luce, nell’erranza di stella e delle sue sorelle fino al più remoto angolo della notte ed oltre.

Qual è il più remoto angolo della notte? Qual è l’estremo confine del mondo? L’oltre ogni dove: il cuore dell’uomo. Proprio lì in quel mistero di tenebra di luce, di smisuratezze e limite si sprofonda l’erratica luce delle stelle; ma non vanno sole, nel nucleo incandescente del loro intimo sono abitate da una voce sommessa, ma fedele: «nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce» (Sal 139). È la loro preghiera continua, e così vanno ripetendo le combattenti disarmate errando in ogni notte.

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo… Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima», (Mt 2, 1-2; 9-10).

Scrive papa Francesco nel discorso alla Curia romana, il 21 dicembre 2023:

«La gioia del Vangelo, quando la accogliamo davvero, innesca in noi il movimento della sequela, provocando un vero e proprio esodo da noi stessi e mettendoci in cammino verso l’incontro con il Signore e verso la pienezza della vita.

L’esodo da noi stessi: un atteggiamento della nostra vita spirituale che dobbiamo sempre esaminare. La fede cristiana – ricordiamocelo – non vuole confermare le nostre sicurezze, farci accomodare in facili certezze religiose, regalarci risposte veloci ai complessi problemi della vita.

Al contrario, quando Dio chiama suscita sempre un cammino, come è stato per Abramo, per Mosè, per i profeti e per tutti i discepoli del Signore. Egli ci mette in viaggio, ci trae fuori dalle nostre zone di sicurezza, mette in discussione le nostre acquisizioni e, proprio così, ci libera, ci trasforma, illumina gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati (cfr. Ef 1,18).

Come afferma Michel de Certeau, «è mistico colui o colei che non può fermare il cammino. Il desiderio crea un eccesso. Eccede, passa e perde i luoghi. Fa andare più lontano, altrove» (Fabula Mistica. XVI-XVII secolo, Milano 2008, 353)».

È la luce della stella errante che apre il cammino agli erranti e che fa la differenza, fa chiarezza “tra innamorati e abituati”. Così Francesco conclude il suo discorso: «Restiamo vigilanti contro il fissismo dell’ideologia, che spesso, sotto la veste delle buone intenzioni, ci separa dalla realtà e ci impedisce di camminare.

Invece siamo chiamati a metterci in viaggio e camminare, come fecero i Magi, seguendo la Luce che vuole sempre condurci oltre e che talvolta ci fa cercare sentieri inesplorati e ci fa percorrere strade nuove. E non dimentichiamo che il viaggio dei Magi – come ogni cammino che la Bibbia ci racconta – inizia sempre “dall’alto”, per una chiamata del Signore, per un segno che viene dal cielo o perché Dio stesso si fa guida che illumina i passi dei suoi figli…

A sessant’anni dal Concilio, ancora si dibatte sulla divisione tra “progressisti” e “conservatori”, ma questa non è la differenza: la vera differenza centrale è tra “innamorati” e “abituati”. Questa è la differenza. Solo chi ama può camminare».

Tu sei la prima stella del mattino

Sublime ed umile insieme, lontana eppur vicina, la più alta e la più profonda, presenza visibile e nascosta, così è pure la luce della sapienza. Il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366) nei suoi scritti ripresi da M. Buber in Confessioni estatiche nomina la Sapienza come la stella mattutina:

«mentre con gli occhi della mente cercava di vederla negli esempi tratti dalla Scrittura, ella in effetti a lui si palesò: si librava in alto, al di sopra di lui in un trono di nubi, sfavillante come la stella del mattino e fulgida come il sole raggiante; la sua corona era l’eternità, la sua veste la beatitudine, la sua parola la dolcezza, il suo abbraccio pienezza di ogni gaudio. Era lontana e vicina, sublime e umile, presente e nascosta; permetteva che si conversasse con lei, e tuttavia nessuno poteva afferrarla. Superava in altezza il più alto dei cieli e toccava l’abisso più profondo. Si allargava possentemente da un estremo all’altro e governava ogni cosa con soavità» (Confessioni estatiche, Adelphi, Milano 2010, 116).

Colui, come è detto nell’Apocalisse di Giovanni, che «tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro» è la lucente stella mattutina. «Una stella sorgerà da Giacobbe», così dicono le profezie del Messia (Num 24,17) ed è Lui stesso ad attestarlo a conclusione dell’Apocalisse: «“Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”. Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”» (22, 16-17).

La stella mattutina viene, anzi è posta nelle nostre mani, e promette anche a noi come al discepolo: «A lui darò la stella del mattino» (Ap 2, 28). Ma che cosa è posto nelle mani con la stella?

Nelle nostre mani Tu, Tu il grande desiderio, la speranza della vita, il volto della pace, il vento nuovo nelle nostre vele stella che non s’arrende mai.

Ancora “Tu, sempre, dovunque Tu” dice anche un canto dei Chassidim ricordato da Buber nei suoi Racconti e proprio nella celebrazione del primo dell’anno il coro della parrocchia ha intonato un canto che mi ha ricordato quelle parole:

Tu sei la prima stella del mattino
Tu sei la nostra grande nostalgia
Tu sei il cielo chiaro dopo la paura
Dopo la paura d’esserci perduti
E tornerà la vita in questo mare
Soffierà soffierà il vento forte della vita
Soffierà sulle vele e le gonfierà di Te
Soffierà soffierà il vento forte della vita
Soffierà sulle vele e le gonfierà di Te
Tu sei l’unico volto della pace
Tu sei speranza nelle nostre mani
Tu sei il vento nuovo sulle nostre ali
Sulle nostre ali soffierà la vita
E gonfierà le vele per questo mare
(Paolo Spoladore).

Scrive Carlo Betocchi:

Or dunque, stella mia, dei miei anni vecchi,
ma di spirito giovani; stella

So che si deve morire. Ma tu,
ma tu sta’ lieta, brilla,
mòstrati quale sei, stella
che non t’arrendi: vita
che se marcisce il tuo riflesso
in me, tua peritura immagine,
tu in alto resti, libera, felice,
in Dio, dove sei nata, ancor raccolta
(Tutte le Poesie, 357).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

TERZO TEMPO
Mister o Gaffer?

Mister o Gaffer?

Da più di un secolo in Italia abbiamo l’abitudine di chiamare gli allenatori di calcio con l’appellativo mister: i primi a farlo furono i giocatori del Genoa per riferirsi all’inglese William Garbutt, sotto la cui guida vinsero tre campionati (1915, 1923, 1924). Ebbene, i connazionali di Garbutt non utilizzano tale parola in ambito calcistico, bensì le più note “manager” o “coach”, le quali vengono tutt’oggi pronunciate dalla gran parte degli addetti ai lavori della Premier League e non solo. Tuttavia, alcuni giocatori o giornalisti britannici si riferiscono agli allenatori con un’espressione tipica della working class, le cui origini risalgono addirittura al XVI secolo.

Stiamo parlando del cosiddetto gaffer, cioè colui che secondo i dizionari inglesi è alla guida di un gruppo di persone: può essere quindi un caporeparto, un capocantiere, un caposquadra o, per l’appunto, un allenatore. Di conseguenza, a meno che non si tratti di una microimpresa, il gaffer non è il proprietario dell’azienda per cui lavora.

C’è chi sostiene che tale parola sia una storpiatura di godfather e chi, invece, ritiene che derivi dall’espressione “good fellow”; sta di fatto che già nel XVI secolo era usata per descrivere l’uomo più vecchio, e quindi apparentemente più saggio, di una famiglia o di un gruppo di lavoro. All’epoca fu coniato anche il corrispettivo femminile di gaffer, ossia gammer, utilizzato perlopiù in ambito familiare. Seppur ridimensionata nell’utilizzo, la parola “gaffer” è arrivata fino ai giorni nostri, tant’è che nelle prime pagine de Il Signore degli Anelli si parla addirittura di un certo Gaffiere [Qui].

Sin dagli anni ’70 il gaffer è associato al concetto – oggi abbondantemente superato – di “manager all’inglese”, cioè l’allenatore che svolge anche il ruolo di direttore sportivo e/o di talent scout. In questa categoria rientravano senza dubbio Alex Ferguson e Arsène Wenger, i quali continuano a essere chiamati con l’appellativo gaffer dai loro ex giocatori e dai giornalisti: ciò avviene un po’ per abitudine, un po’ per la riverenza che porta con sé tale espressione.
Un altro allenatore non più giovanissimo, nonché attualmente sulla panchina dell’Huddersfield Town, ha intitolato il suo libro The Gaffer: The Trials and Tribulations of a Football Manager: si tratta del 74enne Neil Warnock, che forse ricorderete per il suo atteggiamento alla Liam Gallagher [Qui] e le sue dichiarazioni a favore di Brexit.

Storie in pellicola /
Tempo di Barbie

“Barbie”, fra stereotipi e marketing

Oggi è al secondo posto per incassi e numero di spettatori preceduto solo dal film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”. Avevo deciso di non contribuire troppo a quegli incassi faraonici: eccomi allora approdare su Sky quando il costo del noleggio è sceso a 0,99 €; non avrei speso, permettetemi, un euro di più per vederlo. Avevo deciso così e la visione ha confermato il mio pensiero. Tuttavia, restava la curiosità, per il tanto parlarne, fin dall’uscita che ha riempito le sale (evento incredibile, d’estate), per cui vederlo era quasi inevitabile. Tanto rumore per nulla, o quasi.

Quello che è certo è che è il film “Barbie”, scritto e diretto da Greta Gerwig, è una grande pubblicità per la Mattel e la bambola del secolo (nata il 9 marzo 1959). Quella che tutte prima o poi abbiamo avuto. Sempre che di tutta questa pubblicità ne avesse bisogno. O forse sì, ignorando quanto mercato abbia, di questi tempi, questo giocattolo che, oggi, credo (o almeno spero) pochi acquisterebbero.

All’epoca molte bambine non l’amavano troppo, forse perché era bella e lontana da loro, imperfette e non sempre longilinee, con capelli lisci, biondi e lucidi, rispetto ai ricci, indomabili, crespi e neri di tante di loro. E poi, con la sua vita sottile, aveva tanti vestiti, a differenza di molte, e pure la casa con la piscina. Fino a che molte di noi sono arrivate a lasciarla andare, a non decapitarla più o a non tagliarle i capelli, a ignorarla e a vedersi e piacersi come eravamo, non così male in fondo. Senza di lei. Non era un bel modello.

Ma torniamo al film “Barbie”. L’attrice Margot Robbie, che è anche produttrice del film, ha sempre voluto realizzarlo, tanto che, nel 2018, ha incontrato il nuovo amministratore delegato di Mattel, Ynon Kreiz, per spiegargli perché la sua casa di produzione, fondata con il marito Tom Ackerley, fosse quella giusta per realizzare una pellicola sulla bambola più famosa del mondo. E lo ha convinto.

La Robbie ha lavorato con registi come Quentin Tarantino in “C’era una volta Hollywood”, Damian Chazelle in “Babylon” e, più recentemente, Wes Anderson in “Asteroid City”, grandi nomi con i quali ha sempre desiderato lavorare: sa quindi quello che vuole, sempre. Non da meno il curriculum della Gerwig che ha diretto “Lady Bird” e “Piccole donne”. Nonostante il pedigree dell’attrice e della regista, il film insiste un po’ troppo sui consueti stereotipi sulle donne, sicuramente da combattere, ma è un po’ sempre la stessa musica. Molta, troppa, retorica (quella del “se vuoi, puoi”), poca coerenza, molte le linee narrative che si perdono nei cliché. Qualcuno l’ha pure definita “una perfetta operazione di marketing feminism-friendly”.

Dicevamo, molto rumore per nulla o quasi. Quasi, perché qualcosa, alla fine, si salva. Originali solo l’ambientazione artificiale, Barbieland, e i suoi colori. In particolare, il colore, creato appositamente per il film dal direttore della fotografia Rodrigo Prieto, il “Techni-Barbie”, una tonalità che si trova solo a Barbieland.

Interessante anche la dicotomia mondo ideale (o meglio, del tutto immaginario e quindi inesistente) gestito dalle donne, e il mondo reale, dove a farla da padrone sono invece gli uomini, con lo storico inossidabile patriarcato a dominare.

Divertente anche l’idea che, con una macchina colorata, si possa passare dal mondo ideale a quello reale, peggiore di quello in cui vive Barbie, che, ad un certo punto, si rende conto che i suoi piedi, appiattiti, non possono più reggere i tacchi alti, che si può cadere, che il mondo poi non è così fantastico, che si può invecchiare e morire. Insomma, che il mondo reale è tutta un’altra cosa, con le sue pause e incertezze.

Resta il fatto che a Barbieland, se ogni Barbie può essere amministratore delegato, pilota, scienziata o astronauta, non si sceglie i vestiti, che vanno di pari passo con la sua professione. Rimane un mondo finto, dove a scegliere sono sempre gli altri e non lei. Barbie è bella perché così la vogliono, la disegnano e la vestono, imbevuta di rosa. Non sceglie. Mai. Nonostante il lieto fine.

Barbie, di Greta Gerwig, con Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Kate McKinnon, Michael Cera, USA, 2023, 114 minuti

Germogli /
Un altro mondo è possibile, ma non mi sembra probabile

“Il sistema collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vogliono vendere, le loro idee, la loro versione della storia, le loro guerre, le loro armi, la loro nozione di inevitabilità. Ricordatevi di questo: noi siamo molti e loro sono in pochi. Hanno bisogno di noi più di quanto ne abbiamo noi di loro. Un altro mondo, non solo è possibile, ma sta arrivando. Nelle giornate calme lo sento respirare.”

Arundhati Roy

 

Per qualche ragione, a partire da questa frase che me l’ha evocata, ho iniziato a farmi domande sull’importanza della moltitudine, intesa come massa, intesa come popolo. Nella mia attività, in piccolo, come nella storia delle vicende umane, in grande.

Per cominciare: il fatto che mi sforzi di andare per approssimazioni successive, cercando di mostrare con scarso successo quello che realmente ho nella testa, non depone a mio favore. Sono tutti e tre vocaboli generici. La massa o “le masse” in politica è concetto soprattutto marxiano, che poi viene collegato alla coscienza di classe per indicare il passaggio da una moltitudine ignara di sè ad un gruppo conscio del proprio comune interesse. Popolo è un concetto comunque lato e dalle svariate accezioni: potrebbe significare la popolazione indistinta di un certo territorio, anche se la filosofia politica divenuta poi retorica terzinternazionalista lo ha fatto diventare sinonimo di “popolo oppresso” oppure di “proletariato”.

“Moltitudine” in teoria è ancora più vago. Di per sè indica un concetto puramente aritmetico: tanti invece di pochi. Eppure alla fine trovo che sia il meno sfuocato, se non altro per il fine che mi prefiggo mentalmente, e che un po’ ritrovo nella frase di Arundhati Roy: quello di dimostrare la potenzialità dei tanti contro i pochi. Parlo di potenzialità, e non di potenza, perchè trovo frequenti dimostrazioni del fatto che tale potenza rimanga inespressa, e quindi resti nell’alveo della potenzialità: qualcosa che potrebbe essere, ma non è.

Giusto per partire da un’eccezione che conferma la regola, cito la vicenda GKN, fabbrica di Campi Bisenzio. La capogruppo decide di delocalizzare, licenzia 185 operai, che non ci stanno e impugnano il provvedimento e nel frattempo occupano la fabbrica in presidio permanente. Alla fine dell’anno, proprio mentre sta per scattare l’operatività dei licenziamenti, il giudice del lavoro su ricorso della Fiom CGIL dichiara che sono illegittimi e li annulla. La guerra non è finita, ma una battaglia è stata vinta. Questo è un esempio di moltitudine che si fa classe, saldata da un evento estremo quale la perdita del lavoro.

La domanda che mi faccio spesso è: possibile che debba accadere un evento estremo per saldare una moltitudine? Possibile che le persone debbano trovarsi spalle al muro per capire che si devono mettere insieme e lottare insieme?

Non mi pare una domanda retorica. Il fatto che in circostanze tragiche – una guerra, un’invasione, una calamità, un sopruso che ti cambia la vita – molte persone si alleino per combattere dalla stessa parte significa appunto che, per converso, in altre circostanze, meno tragiche ma molto più quotidiane, in cui il sopruso e la disuguaglianza si affermano come routine, la maggioranza delle persone non si aggreghi contro l’autore del sopruso, ed anzi più spesso rivolga i propri strali contro chi sta peggio.

Quest’ultimo fenomeno porta a pensare che, finchè le persone ritengono di avere ancora qualcosa da perdere, tendano a subire passivamente o, al limite, a difendersi da sole, ritenendo di essere in competizione egoistica con altri egoisti. Per quanto misero sia il poco che difendono, lo difendono da sole, e la comunanza con altri la trovano esclusivamente nel sentirsi minacciate, in quel poco e misero che hanno, da coloro che quel poco e misero non ce l’hanno. Da coloro che non hanno niente da perdere, appunto, perchè non hanno niente. Da quelli che stanno sotto, non da quelli che stanno sopra.

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°C avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Per chi non l’avesse mai letto o sentito citare, è un passo scritto da Noam Chomsky, linguista statunitense noto per l’attivismo politico radicale. E’ talmente celebre da essere divenuto quasi un luogo comune, ma contiene a mio avviso una grande verità. In GKN è successo che la rana è stata buttata subito nell’acqua bollente ed ha reagito. In tanti altri casi la moltitudine viene messa a cuocere a fuoco lento, fino a che si accorge, troppo tardi, che le hanno tolto tutto.

Nel mio settore (le banche) mi sono ritrovato a fare l’orribile, grossolano, triviale (cinico?) ragionamento che segue: secondo me, stiamo ancora troppo bene. L’acqua è sui 35 gradi, fa caldo ma ancora non scotta. E non parlo dei banchieri, quelli stanno sopra. Parlo dei bancari: la nostra relativa tranquillità economica – riconfermata da un recente rinnovo contrattuale che non ha eguali, quanto a recupero di potere di acquisto – ci rende da un lato immersi dentro una bolla che ci isola dal contesto sociale, al punto che c’è stato più di qualcuno che ha avuto l’ardire di lamentarsi perchè “si doveva ottenere di più”.  (andassero a raccontarlo agli infermieri, o ai vigili del fuoco, o agli addetti ai supermercati). Dall’altro, rende la moltitudine  – e mi riferisco sempre ad una maggioranza, non alla totalità – lamentosa ma inerte di fronte al peggioramento progressivo della qualità del proprio lavoro, e di conseguenza della propria vita. Colpa della pressione commerciale esercitata sugli addetti per massimizzare i profitti degli azionisti, che non bastano mai, e allora le sollecitazioni a vendere con disinvoltura i prodotti più redditizi – che spesso sono i più costosi per i clienti – diventano quotidiane, ossessive, condite talora di minacce. E cresce il ricorso agli ansiolitici, per tollerare la temperatura dell’ acqua nella pentola, che lentamente e inesorabilmente sale. E qui si inserisce la giaculatoria collettiva che disvela molto del rapporto che c’è tra noi stessi e il concetto di responsabilità, ma anche del rapporto che abbiamo con le organizzazioni cui conferiamo una delega: “e il sindacato cosa fa?”(da un anno faccio il sindacalista a tempo pieno. E’ un’attività che richiede un minimo di vocazione laica, altrimenti diventa un lavoraccio: per farlo bene la passione è indispensabile, anche se il disincanto diventa un’armatura necessaria contro le delusioni. E’ un confine molto sottile, quello che separa il disincanto dal cinismo, e conviene cercare di non oltrepassarlo: mentre il disincanto è un antidoto alle disillusioni, il cinismo con il tempo annulla la passione).

Ovviamente tutto ciò vale anche per altre aggregazioni collettive: i partiti, i governi, le amministrazioni locali. Molti hanno interiorizzato a tal punto il principio della delega che, contemporaneamente, la lasciano in bianco (come non farebbero nemmeno con l’addetto quando vanno a comprare una lavatrice) e la percepiscono come fossero i clienti di un servizio: io ti pago una quota e tu mi devi difendere. Lo scambio è privatistico: prestazione e controprestazione. La logica è commerciale. La deresponsabilizzazione, totale.

C’è un problema: che l’attività del sindacato è negoziare con una controparte, ma in alcune fasi il negoziato va sostenuto da azioni di forza, che dimostrino la potenza o anche semplicemente la potenzialità di entrare in conflitto con quella controparte. E qual è la forza di un sindacato, che per definizione rappresenta le parti deboli (cioè non proprietarie di capitale) del tavolo negoziale? La sua moltitudine. E’ quello l'”esercito” di riferimento. Se l’esercito viene “chiamato alle armi”, fosse anche per un’azione dimostrativa (fermare una lavorazione, oppure anche lavorare rispettando alla lettera le regole, che serve spesso a paralizzare il servizio) ma quasi tutti rimangono in caserma, tanto vale prendere atto di una mutazione non del sindacato, ma dei lavoratori, sindacalizzati e non; negare il valore del conflitto ed anzi negare che esista un reale conflitto, un po’ come sta facendo la “nuova” CISL della gestione Sbarra (ora la smetto con i paragoni bellici, di cattivo gusto specie in questi tempi).

Ad ogni modo, chiudo la parentesi sindacale. Può darsi infatti che stia rappresentando una situazione settoriale – anche se il riflusso sul proprio particulare non mi pare esattamente un fenomeno di nicchia. Inoltre, sono certo che molti lettori individueranno come concausa della disaffezione dei deleganti una inadeguatezza e mollezza dei delegati: critica accettabile, a patto che, come ogni critica, sia sostenuta da argomenti e capacità di distinzione.

Non chiudo invece la parentesi sulla responsabilità. Posso io essere considerato responsabile del riscaldamento globale?  Dell’avvento del governo Meloni? Posso essere considerato corresponsabile del ventennio berlusconiano? Posso avere una responsabilità nel fatto che da quattro anni la città sia amministrata da alcuni tra piccoli pregiudicati e persone affette da turbe del comportamento?

La risposta istintiva di chi, come me, crepa di caldo pur di non accendere il condizionatore (questa è una mezza bugia), non vota nè mai voterà missino, non guarda Mediaset, non ha votato naomo, potrebbe essere: no. Non mi sento per niente responsabile. Ho sempre fatto il contrario di quello per cui potrei essere accusato di essermela cercata. All’estremo opposto, la risposta istintiva di chi si carica sulle spalle i mali del mondo potrebbe essere: certo che sono responsabile, come anche della guerra in Ucraina, del conflitto israelo-palestinese, dell’Amazzonia che brucia e dei ghiacciai che si sciolgono. Mentre la seconda risposta può essere la spia che sia giunto il momento per un ciclo di buona psicoterapia, la prima risposta è tipicamente deresponsabilizzante.

Tocca scomodare Gaber: la libertà è partecipazione. Che è il contrario della delega. Se non ho partecipato nel mio piccolo mondo a qualche iniziativa – fosse anche di carattere familiare o condominiale – per cercare di modificare secondo i miei presunti principi lo stato delle cose, non ho fatto altro che delegare in bianco a qualcuno (alla meglio ogni cinque anni, dentro un’urna; alla peggio abdicando persino alla delega, così scelgono gli altri per me) la soluzione dei miei problemi e di quelli del mondo. Se è così, non posso prendermela coi delegati, me la devo prendere con me stesso.

In conclusione, il 2024 inizia sotto lo stesso cielo di piombo del 2023: tante moltitudini che non si fanno classe, se non quando sono condannate a morte, vera o figurata. Tante persone che non si prendono la responsabilità di niente, nemmeno delle piccole cose sulle quali potrebbero esercitare un’influenza – che poi sono quelle piccole cose che fanno la differenza tra dichiarare dei sani principi e praticarli, almeno un paio.

Non lo so se un altro mondo stia arrivando. Le giornate calme in cui si poteva sentir respirare il mondo, secondo me le abbiamo vissute. Per molti sono stati giorni tragici, di sofferenza e di morte. Per me, che ho avuto fortuna, sono state giornate silenziose e appartate, in cui ho potuto sentire il rumore calmo del mondo senza l’uomo. Ma poi è finito, ed è ritornato tutto come prima.

 

Photo cover: NYC, intersection of 57th Street and 3rd Avenue. March 29, 2020. Photo by Charlie Bennet.

Parole a Capo
Giuseppina Biondo: alcune poesie

La parola detta viene prima, molto prima della parola scritta. Ha un ritmo che si sposa con l’andatura dell’uomo, che è un animale nomade imprigionato dalla modernità.”
(Paolo Rumiz)

 

Da grande vorrei rubare baci
– ho pensato qualche ora fa –,
come un’adolescente rubare
baci e sguardi nuovi. Fare questo
di mestiere: perdere il mio
in quello dell’altrə.

Il primo sguardo – oltre
che il primo bacio, oltre
che la prima volta –
non si scorda. Gli occhi
e la bocca ci condannano
a innamorarci ogni volta.

Volta significa torsione,
le prime volte sapete ora
cosa sono.

 

*

 

Io potrei parlare con la schwa, potrei giocarci,
flirtare, conviverci, come fosse
una persona, per un’esistenza intera.
Ma lei deve essere sincera quanto me,
deve sapermi dire, universalmente, tuttə

 

*

 

Basterebbe attenersi al paratesto,
le mappe, intendo, le sintesi e le
semplificazioni per ordinare
il sapere, i concetti agli studenti.
Passano i secoli e a loro serve
avere tutto chiaro, a linee grandi.
Da parte mia, per me, vorrei
che mi anticipassero la lingua nuova,
la loro, la voglio sentire, registrare.
Non è questione di gergo soltanto,
ma di pensiero che si fa linguaggio.
Sento che versificherò da vecchi,
se non mi aiutano sin d’ora.

(Poesie tratte da “Lingua di mezzo”, Interno Libri, 2023)

 

Oppure non aspettare le ventidue,
scrivimi prima che io possa dirti
che hai tardato l’appuntamento,
l’appuntamento del sentirci,
del nostro innamoramento.
Anche senza invito per vederci,
ma anticipa, dovrò chiederti
altrimenti: «Siamo davvero in due?»

*

“La denuncia tasse tari inviata via pec”
ha un suono troppo bello per non essere
il significante principale.
“La denuncia tasse tari inviata via pec”
è l’oggetto di una mail,
fa vedere quanto il suono arrivi casuale.

(Poesie tratte da “Quarantine”, La vita felice, 2021)

 

*

 

La metrica della neve
– vorrei inventare un verso, vorrei
inventarne il metro – si attende,
si aspetta sino a tarda notte,
sino a tardo mezzogiorno;
ma la metrica della neve
avvolge uomini lontani,
lascia precipitare le parole
sino a terre separate
dalle nostre tramontane.

E al centro della metrica della neve,
vi è un’umanità, un ambiente
– vengono subito circondati –
come palla di vetro con neve
– siamo così poeti, lettori e ascoltatori –,
e siamo così.

La metrica della neve
avvolge di silenzio, rende difficile
il passo, l’immagine, il verso;
circonda di quiete il poeta.

Ti immagino così per adesso:
che mi guardi male attraverso
la parete. La metrica della neve
lo sa, che se ti trovi al suo centro,
chiunque ti passa attraverso.

(Poesia tratta da “La contadina”, Puntoacapo Editrice, 2020)

Giuseppina Biondo (Mazara del Vallo, 1990), laureata in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi su Italo Calvino e la poesia contemporanea, insegna alle scuole superiori, è autrice di libri di racconti e in versi, organizzatrice di incontri letterari denominati #Recitationes e nel 2018 ha fondato e diretto «Il Raccoglitore». Ha esordito in poesia nel 2016 con la raccolta Come si salva un poeta? (Libridine editore), nel 2020 ha pubblicato La contadina (Puntoacapo Editrice) con prefazione di Giuseppe Conte e nel 2021 Quarantine (La vita felice) con prefazione di Gerardo Masuccio. A gennaio 2023 è stata pubblicata la sua raccolta Lingua di mezzo (Interno Libri).
Sue poesie sono uscite su Nuovi Argomenti, Atelier, Interno Poesia, La Bottega di Poesia de «La Repubblica»; e con traduzione in spagnolo a cura del Centro Cultural Tina Modotti.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

vite di carta abitare una casa che è il cerchio perfetto Claudia Petrucci

Vite di carta /
Abitare una casa che è “Il Cerchio perfetto” nell’ultimo romanzo di Claudia Petrucci.

Vite di carta. Abitare una casa che è Il cerchio perfetto nell’ultimo romanzo di Claudia Petrucci

La casa come luogo che i personaggi attraversano: mi convince la prima risposta della giovane autrice Claudia Petrucci mentre viene intervistata sul suo secondo romanzo da poco uscito,  Il cerchio perfetto.

Su Youtube se ne vede il volto, si percepisce il dinamismo della voce e dei gesti: questa scrittrice milanese nata nel 1990 sembra avere molto da dire su come si scrive un romanzo, su come dipanare temi e tecniche, sul contaminare generi narrativi della tradizione, come il romanzo gotico e il romanzo d’amore, e della contemporaneità, come il distopico.

Da quale idea è nata la storia? Da una casa, appunto. Una dimora situata nel cuore di Milano, nata dal progetto ardito di un giovane architetto che ha inscritto i vani interni di forma circolare dentro le linee quadrate dei muri perimetrali.

Perché la casa come tema di partenza del racconto, insisto a chiedermi. La mia amica Elena ne abita una nuova, grande e bellissima da pochi giorni. Nella mia mi muovo a mia volta e la attraverso con un senso di pace. La casa è la casa.

Petrucci aggiunge che questa nel romanzo è un luogo saturo di emozioni, attraversamenti, misteri e racchiude in sé due tempi della nostra storia recente. I personaggi che ne occupano le stanze appartengono infatti a due periodi separati tra loro da qualche decennio.

Con la prima linea narrativa siamo nel 1985-86: viene abbattuta la vecchia costruzione sita in Via Saterna al civico 7 e al suo posto comincia a formarsi la nuova casa dal progetto originale pensata per due fidanzati prossimi alle nozze.

La costruzione cresce in realtà secondo le variazioni apportate dall’amore: il giovane architetto e Lidia, mentre il fidanzato è lontano, vivono una relazione intensissima, un amore che li spinge a dare alla casa un nuovo fulcro: una vasca nell’atrio che accoglie la luce dal lucernaio dell’ultimo piano e proietta riverberi che vibrano in tutti gli spazi.

A lavori ultimati, nel corso di una festa Lidia cade proprio nella vasca da cui si origina il prodigio della luce irradiata, le è fatale forse un movimento sbagliato, e muore.

Siamo, con la seconda linea del racconto, in un futuro molto vicino:  Milano è da anni intrappolata in una nebbia dai colori aranciati, vagamente apocalittica. Anche la Cop 42 sembra non avere apportato inversioni di tendenza e Milano va verso il disastro ambientale come ogni altra città del mondo.

Da una Roma in cui ancora brilla il sole ma il caldo raggiunge livelli di ferocia, attorno ai cinquanta gradi, si trasferisce qui Irene. Deve occuparsi della casa di Via Saterna: ispezionarla, inventariare mobili e oggetti, organizzarne la vendita all’asta. Operazione piuttosto difficile, anche per un’affermata professionista come lei:  l’ultima famiglia che è vissuta qui ha patito a sua volta vicende infelici e la casa da tempo è vuota.

Irene è una donna adulta ed esperta nel proprio lavoro, torna a Milano, sua città d’origine, interrompendo la storia con Paolo e facendosi ospitare dai genitori nella casa dove è cresciuta con i due fratelli. In solitudine e senza sorprese ritrova il clima della vita famigliare che ha lasciato anni prima per trasferirsi nella capitale.

Ecco che la casa di Via Saterna entra nella sua vita: ispezionandola, la trova piena di inquietudine e di una concezione spaziale che ottunde l’orientamento. La trova abitata da una ragazza che dice di chiamarsi Lidia ed è lì ad occupare abusivamente le stanze per poter studiare e perché non ha un altro posto dove andare.

L’incontro con Lidia è l’elemento imprevisto nel destino di Irene. Mentre il legame tra le due si fa più intenso nelle settimane in cui si predispone la vendita all’asta, e Lidia le fa sentire per la prima volta quanto sia forte in lei il senso della maternità, nei capitoli che si alternano nel libro e ci riportano agli anni Ottanta scopriamo come è nata la storia d’amore dell’altra coppia, di Lidia e dell’architetto. Il racconto della loro relazione va all’indietro, esattamente in senso contrario all’altra linea narrativa.

Il cerchio è perfetto nelle pagine finali, quando si ricompongono lo spazio della casa e il tempo delle vite che su di essa hanno riversato le loro aspettative. Lidia giovane chi è davvero, si chiede il lettore. Cosa la lega all’altra Lidia, la ricca proprietaria caduta molti anni prima nella vasca della sua straordinaria casa? E soprattutto: dove andrà a vivere ora che la casa è stata venduta? Andata deserta l’asta, si è fatto avanti un compratore anonimo.

Il lavoro di Irene sembra concluso, esaurito l’incarico che le è stato dato dall’anziano Avvocato Ferrari. Il quale ora è davanti a lei e le rovescia addosso il colpo di scena, una verità inaspettata che rimette in fila i fatti accaduti decenni prima nella casa di Via Saterna e li lega alla famiglia di Irene e a lui stesso.

La scrittrice fa uso di una lingua che alterna pagine nitide sulla vita di Irene e sulle due grandi città in cui ha vissuto, a pagine dallo stile più allusivo e velato anch’esso di mistero. Magari le giunge l’eco stilistica di un altro straordinario scrittore milanese, Dino Buzzati, nel binomio tra mistero e quotidianità.

Forse è anche per questo che, non solo nel colpo di scena finale ma anche mentre attraversano le stanze della casa in Via Saterna, i personaggi del romanzo sono solo in parte preparati al proprio destino.

Nota bibliografica:

  • Claudia Petrucci, Il cerchio perfetto, Sellerio, 2023

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Parole a Capo
Per una partecipazione solidale e inclusiva (2)

Poesie di Ultimo Rosso: Per una partecipazione solidale e inclusiva

Ricco non è

Ricco non è
chi possiede molti beni,
ma chi sa
di volta in volta
trarne beneficio
– attingendo dai suoi ampi
magazzini – Non è
sapiente o colto chi ha studiato
anche intere
biblioteche – Ma chi sposta
con mitezza i suoi confini
– per fare spazio
ad altri fratellini.

(di Miriam Bruni)

 

Porti la Luce

Vivi!
Vai nel mondo.
Questi muri mi soffocano
io rimango qui.
Ma tu vai,
apriti alla vita.
Bimba mia
porta con te
la forza di tua madre,
il coraggio delle donne.

Piangi,
piangi forte!
Chiamali
che vengano a salvarti!
Io rimango qui,
sotto la casa crollata.
Ma tu…
sei nata dall’amore
nell’ora più buia.
Cerchi solo aria
pura, sana.
Chiedi solo pace,
per poter crescere…

Piangi,
piangi forte!
Ogni respiro è vita…
Tuo padre ti cerca
insegnagli a non odiare…
Sei la speranza
nel domani.

Ora vai: sarai luce!

( di Cecilia Bolzani)

 

Resta con me

Per Julio Cortázar

Resta con me, oggi, perché il vento
scuote il sacro albero del pane
e forse domani non nascerà
la speranza, già debole, di ieri.
Resta con me, la tua mano nella mia
anche se è per illuderci
per non pensare, prima del sonno,
troppo alla nostra fine.
Resta con me, mentre ci si sbrana
per vincere tutti i campionati
e pericolosi corifei distruggono
ogni bellezza, ogni civile desiderio.
Resta con me, oggi: non sentiremo
i richiami della foresta alla ferocia
e guarderemo la coppia di aironi bianchi
che frequentano il nostro giardino.
Con loro voleremo via
verso il regno del nulla.

(di Franco Stefani)

 

Solidarietà.

Solidarietà
è un sorriso e uno sguardo.
È ribollire di sdegno
contro la disuguaglianza.
E insegnarlo per trentasei anni.
È invecchiare
e volere il bene di tutti.

(di Roberta Barbieri)

 

Sotto i ponti

Sotto i ponti
Ci sono
Poveri diavoli
Senza Caronti
Il loro inferno
È già lì
Da tempo
Preparato
Certificato
Col suo brevetto
La catechesi
Della miseria
Morale
L’inferno
Di solitudine
Di nessuno
Che li osa
Toccare
Poi i buoni
vanno in chiesa
Le mani
a lavare
Pure la coscienza
Girovaga
Chiede la penitenza
L’inferno è lì
Per loro
Per tutti quelli
Sotto i ponti
Tra sporco
Fame
E pantegane

 

(di Roberto Dall’Olio)

 

Parole accoglienti

parole carezze
parole in un filo
che lega certezze,
parole che fanno sentire fratelli
che sfiorano piano
e son come brezze,
ti tengono a terra
e raccontano altezze.
Parole che possono
aprir serrature
e fanno leggere
le storie più dure
Parole che abbracciano
e vedono il vero
parlando la vita
che tocca il mistero.

(di Anna Rita Boccafogli)

Con questa seconda puntata speciale di Parole a Capo, si conclude il nostro dono d’inizio 2024. Don Lorenzo Milani diceva che “chi sa volare, non deve buttare via le ali per solidarietà con i pedoni. Deve piuttosto insegnare a tutti il volo.” La speranza è che queste piccole poesie possano aiutare, contribuire a scoprirci più vicini, più umani.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Parole e figure /
Arriva la Befana

Arrivano le tradizioni legate alla Befana, tante, e, se siete tra quelli che pensano che lei sia una vecchia invidiosa di Babbo Natale, che porta solo carbone, vi sbagliate di grosso. Una storia piena di fascino, “Vostra Befana”, scritta da Barbara Cuoghi e illustrata da Elenia Beretta, edito da Topipittori.

“Se nella calza trovi un pezzo di carbone, non far storie”

L’altra faccia della Befana.

La stessa autrice, in un bellissimo racconto-intervista, confessa, di essere sempre stata una Befana in potenza, se non altro per essere nata il 6 gennaio. Ad esserlo realmente lo avrebbe appreso da molte donne conosciute nella sua vita e distintesi per alcune qualità come la fermezza, la generosità, l’attenzione, la serietà, l’ironia, l’onestà, la concretezza.

“Una bambina seria e timida che per non essere al centro dell’attenzione era felice di condividere i festeggiamenti del suo compleanno con quelli per l’arrivo della vecchina con tutti gli altri, grandi e piccini”, racconta. “Il sei gennaio”, continua, “a casa bussava una Befana molto speciale: una mia zia che andava matta per noi nipoti e che era in grado di trasformare una banale festa di compleanno in una baraonda allegrissima. Tutti i bambini dovrebbero avere almeno una zia così.

La storia della Befana è antica ed esistono sue corrispettive in Francia, Austria, Germania e nei paesi nordici, tutte con diverse caratteristiche salvo però che quasi tutte posseggono attributi stregoneschi e volano di notte su rami di saggina, o su vere scope, incutono timore ma anche benevolenza. Nessuna ha però un bell’aspetto e tutte indossano abiti poveri e miseri.

La vecchina arriva “dal Sempre e dall’Altrove”, descrivendo traiettorie infinite attraverso il gelido inverno traboccante di stelle e di luna. Entra dal camino nelle case calde profumate di festa e di famiglia. Intime, la fatica del viaggio viene ripagata da tanto tepore.

Volano nelle dodici notti che separano il 25 dicembre dal 6 gennaio per propiziare la fecondità dei campi (la dodicesima notte chiude il ciclo dei dodici mesi e dà inizio al nuovo anno). Tale periodo, vittoria della luce sul buio dell’inverno, è sempre stato salutato come un momento di rinnovamento e di rinascita, materiale e spirituale.

In alcune regioni è cattivissima con chi si è comportato male durante l’anno, in altre arriva su un cocchio dorato. In molte tradizioni locali la notte tra il cinque e il sei gennaio è così magica e portentosa che gli animali acquistano la favella e i muri diventano di cacio: “immota tra il sospiro finale delle feste e la ripresa del quotidiano”.

Ovunque, però, la Befana, che conosce tutti uno per uno, non può essere vista o si pagherà questa curiosità a caro prezzo affrontando le sue ire. E poi è invisibile. Potente, travolgente, generosa, concreta, vera, unica.

Riempie le calze, da mettere sempre in bella vista, fate attenzione che non siano bucate! Frutta secca, dolciumi e mandarini per i meritevoli, doni importanti come sapevano bene i bisnonni, carbone, cenere e orecchie d’asino ai disobbedienti.

A tutti dona tempo nuovo, acqua e sole, perché lei è la discontinuità tra buio e luce.

Un tempo universale che lega i vivi ai nonni e agli avi nell’aldilà e rimanda a una dimensione affettiva intima e profonda. Per questo, la Befana si rivolge ai bambini in quanto ultimi discendenti della casa e li protegge perché sono l’energia vitale per il futuro.

Speranza di rinascita, di abbondanza e luce, nel tempo nuovo da gennaio in poi.

Allora auguri a tutti e, soprattutto, auguri a tutte le splendide Befane.

PS: ecco qualche segreto …

Barbara Cuoghi è nata nel 1971 a Modena. Laureata in Biologia e Dottore di ricerca in Biologia Animale, ha svolto attività di ricerca in collaborazione con laboratori universitari nazionali e internazionali e ha al suo attivo contributi scientifici su riviste nazionali e internazionali. Dal 2006 ha l’abilitazione all’insegnamento alla scuola secondaria di primo e secondo grado e, dal 2007, è insegnante di ruolo di matematica e scienze alla secondaria di primo grado.

Elenia Beretta è nata a Bergamo ed è cresciuta esplorando i boschi. Ha conseguito il Master in Illustrazione Editoriale a Milano presso MIMaster nel 2014/2015. Si è trasferita a Berlino nel 2016. Le sue influenze provengono da diversi ambiti come i film, le vecchie fotografie, l’arte e la letteratura. Collabora, fra gli altri, con The New York Times, Süddeutsche Zeitung, The Washington Post, Zeit Magazin, The Financial TimesBerliner Zeitung, Internazionale, HuffPost Uk, Vogue Magazine, Il Sole 24 Ore, Elle Magazine.
Nel 2021 scrive il suo primo libro illustrato come autrice e illustratrice, We love Pizza! in inglese e Wir Lieben Pizza!. È cofondatrice di Drawing Nights Berlin.

Barbara Cuoghi, Elenia Beretta, Vostra Befana, Milano, Topipittori, 2022, 32 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Immigrati, il problema del secolo:
all’orizzonte un conflitto tra imprese e cittadini

Immigrati, il problema del secolo: all’orizzonte un conflitto tra imprese e cittadini

In Italia gli immigrati arrivati con sbarchi nel 2023 (al 29.12) ammontano a 155.754, mentre nel 2022 furono 103.846 e nel 2021 67.040. Ciò significa che quest’anno sono stati quasi simili al totale dei 2 anni precedenti messi insieme (fonte Ministero dell’Interno). In rapporto alla popolazione sono 0,26%, meno della metà di quanto avvenuto negli Stati Uniti (0,6%) e meno di un quarto della Gran Bretagna dove il flusso migratorio è stato massiccio (745mila), se si escludono i paesi dovuti l’immigrazione è per guerre (Polonia, Russia,…).

Nel confronto internazionale il problema immigratorio italiano appare, pertanto, modesto. Non è un caso che il primo problema che le nostre imprese lamentano è quello di carenza di personale più che di “invasione”. Inoltre si sa che la maggioranza di chi sbarca in Italia ha come obiettivo non quello di risiedere qui ma altrove (Germania,…).

Ciò spiega perché i decreti flussi legali attivati dal Governo italiano siano triplicati nel 2023 sul 2022 (da 43mila a 136mila richieste). Per la verità se fosse stato per le imprese le richieste sarebbero state 4 volte superiori, a dimostrazione dell’enorme fabbisogno in atto.

Il declino demografico acuisce il fabbisogno di lavoratori delle imprese e ciò determina nel lungo periodo, se non governato, un potenziale conflitto tra “ragioni del capitale e del profitto” e “ragioni dei cittadini” che ambiscono ad una convivenza pacifica, la quale è tanto più possibile se l’integrazione degli immigrati avviene con gradualità nelle proprie comunità. Sappiamo infatti che l’incontro tra popoli è di per sé ricco ma deve avvenire anche con gradualità e cura. Sia l’isolazionismo che un flusso minaccioso in quanto gigantesco sono polarità negative.

I macro scenari sui flussi migratori sono, pertanto, due:

  1. uno positivo in cui c’é guadagno per tutti, se c’è gradualità e organizzazione. L’Italia avrebbe più occupati regolari che pagano imposte e contributi e immigrati che contribuiscono a far fronte ai problemi del personale. Le nostre comunità sarebbero più ricche ma anche sicure.
  2. uno negativo che vede un danno per tutti con l’arrivo di molti immigrati illegali, non regolarizzati, sfruttati che portano via lavori poveri ad altri italiani e non pagano né tasse né contributi. Questa seconda via favorisce posizioni xenofobe e aggrava sia le condizioni di finanziamento del welfare degli italiani (pensioni, salute,…), sia l’occupazione degli italiani, in quanto è dimostrato che sia i nuovi servizi avanzati che quelli a modesto valore aggiunto necessitano di un mix di personale formato sia da italiani che da immigrati.

L’Italia dimostra ancora una volta l’ incapacità (soprattutto organizzativa e di apprendimento delle buone pratiche degli altri) di gestire un fenomeno complesso. Essendo diventato un tema da utilizzare come “propaganda elettorale”, viene fatto appositamente “marcire”, secondo il motto “tanto peggio tanto meglio”.

Eppure sarebbe possibile organizzare flussi legali e ordinati, soddisfare le richieste delle imprese, integrare al lavoro gli immigrati  – in Germania il 53% di chi arriva poi lavora – con beneficio di tutti (italiani e immigrati).

La ripresa della natalità è benvenuta ma avrà effetti sul mercato del lavoro tra 20 anni.

Sbarchi in Italia dal 2016 al 2023 e decreti flussi per immigrazione legale:

L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa consente di capire quali sono le politiche immigratorie di un paese che non è più in Europa, con un passato coloniale e con ancora solidi legami col Commonwealth, da cui proviene ancor oggi la gran parte degli immigrati (indiani e pakistani), preferiti agli stessi europei e i cui cittadini hanno qualche privilegio in più: possono per esempio votare qualora abbiano la residenza (in attesa della cittadinanza) mentre gli europei non possono.

Nel 2015, prima del referendum sulla Brexit, gli immigrati furono 329mila. Nel 2019 furono 245mila e Boris Johnson aveva promesso che si sarebbe ulteriormente scesi. In realtà è avvenuto il contrario: nel 2022 il saldo migratorio è stato record e pari a 745mila unità (immigrati meno emigrati). Una cifra enorme se si pensa che negli ultimi 2 anni la popolazione britannica è cresciuta di 1,2 milioni e dal 2000 ad oggi gli immigrati regolarizzati come residenti sono stati 7 milioni, facendo salire la popolazione da 59 a 66 milioni.

Il Governo inglese non sa cosa fare, pressato da un lato dalle imprese che cercano manodopera e dall’ altro dalla maggioranza degli elettori che vogliono ridurre il flusso degli immigrati. Il ministro dell’Interno Suella Braverman (peraltro di origine indiana), un “falco” sull’immigrazione, ha dichiarato che bisogna addestrare i cittadini britannici a fare tutti i lavori finora svolti da immigrati. Nel frattempo il Governo ha concesso altri 45mila visti temporanei nel settore agricolo e la previsione è che il numero salga a 70mila. Stessa situazione nella pesca dove i visti di lavoro sono aumentati del 119% a 300mila nell’ultimo anno. Il partito laburista all’opposizione ha definito “caotica” la posizione del Governo, che nell’estate scorsa aveva limitato il diritto degli studenti stranieri a farsi accompagnare da familiari.

La grande immigrazione è dovuta anche al dinamismo dell’economia inglese, che ha un tasso di occupazione di 14 punti superiore a quello dell’Italia (75,6% vs 61,5%) equivalente a 33 milioni di occupati (di cui 8,4 a part-time) su 66 milioni di britannici.

Un tasso di occupazione di queste dimensioni per l’Italia (con 59 milioni di abitanti) significherebbe avere 29,5 milioni di occupati (anziché i 23,66 che abbiamo), cioè 6 milioni in più. Ciò spiega anche la forte crescita del salario minimo, salito da 6,5 sterline all’ora nel 2014 a 10,4 nel 2023 (come dire da 7,5 euro a 12 euro).

La forte affluenza degli immigrati aveva portato il primo ministro Rishi Sunak (induista di origini asiatiche) a proporre – come la Meloni con l’Albania – la spedizione per via aerea degli illegali in Ruanda, ma il paese africano ha risposto picche per cui la proposta è naufragata, anche per contrasti interni agli stessi conservatori.
A questo punto il governo è alla ricerca di qualche altro vincolo all’immigrazione, come alzare la soglia del visto di lavoro da 26.200 a 35.000 sterline lorde all’anno per consentire l’ingresso solo a professionisti qualificati, evitando la dipendenza dal “lavoro a basso costo”. Pare che anche il Labour Party sia d’accordo, ma la proposta si scontra con la realtà, che vede le imprese richiedere soprattutto lavoratori con salari dalle 20mila alle 30mila sterline all’anno (23mila-35mila euro). Si propone anche di agganciare le retribuzioni all’inflazione per le badanti e assistenti alla persona che ora sono pagate 20.960 sterline, ma proibendo loro al contempo di portare con sé famigliari.

Parole a Capo /
Per una partecipazione solidale e inclusiva (1)

Poesie di Ultimo Rosso: Per una partecipazione solidale e inclusiva

Il vecchio gioco nuovo

Nel cortile di ghiaia
si rincorrono scherzi
braghe corte e risate

sul muretto un anziano
osserva lo spasso
la biografia sul volto
la distanza dall’origine
tra pieghe giallastre
di tempo e di luce

è un giro di vite la vita
come punti di maglia
sull’uncinetto che avanzano
a chiudere il cerchio

un bimbo si accosta
si avvolge il passato
al cuore fanciullo
in bianco e nero
diventa il cortile all’istante

la tenera mano
conduce il gioco
cade il bastone
vuoto è il muretto
l’anziano insegna
il gioco vecchio
nuovo del bimbo

(di Maria Mancino “Maggie”)

 

Inesorabile inverno

Inesorabile inverno
ha ormai spogliato gli alberi,
dalle finestre antiche
ci inonda
di precoce penombra,
mentre lo scorgo
nelle tue mani fragili.
Mi insegnarono
del lavoro e della vita,
mi lasciarono cadere
per riprendermi ogni volta,
e tenermi al sicuro.
Vorrei sentirti raccontare ancora
della forza della quercia
e della frescura dei faggi,
prima di dormire.
Adesso tocca a me vegliare,
quando la luce
t’abbandona all’improvviso,
guidare i passi incerti,
illuderti di quando
sarà ancora primavera,
e tenerti al sicuro.
Lo scoppiettio dei ceppi
ci fa teneramente compagnia,
or che mi basta
anche il silenzio,
per non vederti andare via.

(di Giovanni D’Alessandro)

 

 Il viaggio
Vieni, siediti accanto a me,
intreccia i tuoi occhi
con i miei.
Voglio cancellare
la sabbia del deserto,
il sale del sangue,
l’urto delle onde.
Vieni, siediti accanto a me,
intrecciamo le mani,
dimentichiamo
insieme
il dolore dell’abbandono.
(di Maria Angela Malacarne)

 

Poesia per la pace

L’ho ucciso mamma
Mi ha guardato negli occhi
E ho sparato
Son sparito in quell’istante
L’ho ucciso mamma
E non so nemmeno
Chiedere perdono
Qui non me lo insegnano
So che lo stai pregando tu
Quel Dio rifugiato nella paura
Di non riabbracciarmi più.
L’ho ucciso mamma
E insieme a lui
la mia bellezza.
Ora solo iride nero pupilla
Il mio sguardo arreso
Alla guerra.
Dove sei pace?
Mamma dimmelo tu
Tra le lacrime e i silenzi
Che forse ne han cancellato
Il senso
Il suono
Il Significato
L’ho ucciso mamma
Ero io dentro quel proiettile
Sono esploso
Vuoto
Mi libro nel cielo infernale
Delle bombe
Senza tombe
Senza nome
ora cosi mi sento.
Perdonami mamma
che io non lo so più fare.

(di Lidia Calzolari)

 

Eppure un giorno non lontano

Eppure un giorno non lontano
anche qui c’era la guerra
sotto le bombe non morivano i soldati
ma gli affamati.
Polvere e macerie cementavano
la solidarietà della miseria,
fette di minestre in brodo
diventavano la cena dei bambini.
Le mani scavavano sotto i calcinacci
mentre altre mani sollevavano
gli inermi, inerti nel dolore
di in mondo in pezzi.
Oggi nello stesso mondo
le stesse scene di guerra,
braccia sollevano da terra
ammassi di carne umana.
Crollano i muri
mentre altri si erigono,
l’essere umano epigono di sé stesso
accaparra potere senza né essere e né avere.
Gli ultimi, gli esclusi,
chiunque soffra sulle braci di un inferno
creato a bella e posta da un despota
è mio fratello.
Magari un giorno questa moltitudine
abbraccerà la terra
e scaccerà per sempre
quella sciagura che tutti chiaman guerra.
(di Cristiano Mazzoni)
E’ appena avvenuto il passaggio ad un nuovo anno, il 2024. L’anno che abbiamo appena lasciato ha visto la nascita di nuove terribili guerre. Ho chiesto ad amiche ed amici dell’Associazione Ultimo Rosso (o vicine ad essa) cosa pensassero della mia proposta di pubblicare una poesia che parlasse di Partecipazione, Solidarietà, Inclusione. Tre “parole” che nella hit parade del gradimento sono in ribasso. La risposta alla mia proposta è stata alta, nonostante il poco tempo che avevano a disposizione. Quindi, gli “speciali” saranno due. Oggi e domani. Buona lettura e Buon 2024. Che la Pace, la Solidarietà, la Partecipazione e l’Inclusione  ritornino ad essere in primo piano.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Ancora dal satellite

Ancora dal satellite

E cosa vedo, quando accendo la luce in corridoio.

Sotto la porta, un foglio. La vicina, Ada, non questi dello stereo ma l’Ada, quella ieri in terrazza con le lenzuola: un foglio scritto a mano, da lei, Se puoi mi porti in centro, domattina? Ho l’auto. Grazie. Ada.

Non ho neanche la Teresa, domattina: ha qui le sue nipoti, di passaggio, solo domani qui al satellite. E certo, che accompagno l’Ada in centro.

Ascolto i suoni, poi vado a dormire.

 

La cugina di Ada sta in via Assiderato, appena dentro le mura: e in auto dal satellite a porta d’Amore, a via Assiderato, con Ada nel traffico prenatalizio, nel sole debole, adagio, imparo che primo Ada non guida più, ha un’età, non si fida, i bus son pieni e in taxi guai; due, il giorno di Natale è da sola ma certo non si azzarda a disturbare nessuno . Per cui, e tre, da sua cugina Lorenza lei ci va oggi: anche la Lorenza è da sola, il giorno di Natale. Passiamo il ponte sul Volano e le dico Quattro, Ada:  siamo libere anch’io e la Teresa. Quattro siamo. Un pranzo di Natale improvvisato, da me o da te o dalla Lorenza, qué te parece, Ada?

La Yaris nel cortile della Lorenza, caffè e ciambella nella sua cucina. Affare fatto per Natale. E’ uscito il sole. Faccio un giro in città e vi lascio sole, cugine, torno tra un paio d’ore. E la Lorenza dice che se ho tempo, se ho voglia, c’è un lavoro per me dopo Natale. Liberare una casa qui vicino. E leggere a una signora in via Romei, via Contrari, quasi in piazza, una signora con una bella casa e tutto l’aiuto, ma non chi legge per lei, che lei non riesce più.

 

Cammino dalla parte del sole. Non ripartirò da Ferrara tanto presto, mi sa. Non vado in piazza. Mi perdo un po’ nei vicoli, nei ciottoli, nella luce imperterrita. Poi entro in una chiesa.

Mai vista prima. Neanche ai tempi della Consolazione, che è dall’altra parte della città e di certo qui non passavo mai; mio padre ci portò in Belgio che avevo undici anni, a Ferrara non tornai quasi più, e nessuno in famiglia andava in chiesa. Io nemmeno.

Dentro la chiesa, nessuno. Legno e oro vecchio, un refolo d’aria muove un lampadario che pende dalla navata in un moto lento, circolare, continuo. Siedo qui, come dentro una scultura cava. Nessun fedele, nessun prete. Solo, presso l’altare, un angelo.

Un angelo di marmo. Torsione lieve del busto, l’ala, il moto che scopre un ginocchio flesso, che danza nelle pieghe della veste e le mani unite in un gesto di gioia, quasi anteriore alla preghiera.

Poi uscirò di qui e penserò a Ferrara, son qui per poco e non conosco quasi nessuno, penserò a Rocco che mostra la piaga nella gamba, Rocco il suo cane e la polvere, la strada, e all’angelo della storia che guarda indietro, che ha una tempesta impigliata alle ali e non può più chiuderle. Penserò a tante cose di passaggio, al satellite, ma ora non penso a nulla. Ascolto i suoni e la penombra e so, anzi ne sono certa, che quest’angelo io lo ho già incontrato: dove non so ma è così familiare, così prossimo. Poi torno fuori, nella luce imperterrita.

 

Il tempo va verso l’Epifania. Capodanno sarebbe ogni giorno, a guardar bene, ma qui siamo. Anno nuovo. Nebbia. La casa prestata è quasi vuota. Il mio tempo qui va accorciandosi, ma intanto le giornate si allungano.

Di mattina vado dalla Teresa. Verso sera cammino, scanso piazza e luminarie e via Mazzini affollata, attraverso volte e vicoli e vado a leggere. Via Contrari, Voltapaletto, un angolo vertiginoso visto dall’alto, da dentro, dalle tende socchiuse rosso spento. La signora in un salotto pieno di libri, di quadri.
Non mi vede, ma sa che sono io. So chi sei, mi dice dalla sua penombra. Sei l’amica di Ada e di Lorenza. Accomodati e dimmi il tuo nome.

Mi chiamo Voce, dico.

Il libro lo sceglie lei, senza alzarsi dall’ottomana su cui siede; io, invece, io scelgo cosa leggere. Posso sfogliare, mi dice la signora: scegliere pagine, frasi, così come mi va.

Respiro e leggo frammenti – sono una voce, tutto qui.

Neve in via Salinguerra, un’allieva infermiera, una bicicletta appoggiata a un muro di cinta. La notte. La tragedia, la rabbia. Resistere in segreto. E schegge di una gioia irriducibile. La doppia, opposta schiera di cento fondachi e botteghe e dentro ciascuna “una piccola, cauta anima, intrisa di mercantile scetticismo e ironia”: in via Mazzini, un uomo sopravvissuto alla Shoah. Certi vetri celesti, la risacca del tempo e le parole.

In piedi accanto alla finestra, leggo. Guardo fuori, giù in strada quell’angolo incredibile, non euclideo, poche luci, il fiato ai vetri. Lei nella sua penombra, lei queste storie le sa tutte: uguale a me muove le labbra ma in silenzio, come anche lei leggendo. Siamo voce, ecco tutto.

E’ stato quando già stavo per andarmene. Prima di cena. Torna ancora, mi ha detto, e dammi la mano. Eccomi, dico, ed è allora.

E’ in quel momento che vedo la foto. In bianco e nero, una scala monumentale e una bambina in grembiule nero. E accanto a lei un angelo di marmo. Quell’ala. Il panneggio, il ginocchio, come un principio di danza estatica.

La foto è piccola e in penombra, ma quell’angelo. Forse. E una bimba che avrei potuto essere anch’ io, a scuola avevo un grembiule uguale.

Quest’angelo, dico, questa statua. Della bimba non chiedo, non dico.

E’ una foto di cinquanta, dice la signora, cinquanta e passa anni fa. L’angelo, chissà dove sarà adesso. Fu scattata alla Cassa di Risparmio, mi dice: tu sei di fuori, se non sai come è andata con la Cassa di Risparmio, che fine ha fatto, beh insomma non lo chiedere a me, che il medico mi ha proibito di incazzarmi. Con rispetto parlando. Maledetti. E poi voglio durare ancora un po’, e tu che torni a leggermi di Clelia Trotti.

Tutto passa, penso mentre attraverso la Ripagrande. Anche la nebbia passerà. Ma certo che lo conoscevo, quell’angelo. In chiesa no, ma in banca mi ci portava, mia nonna, ai tempi della Consolazione. Con un libretto di risparmio grigio. E un giorno anche la maestra, con tutta la mia classe.

Il satellite emerge dalla nebbia, tutto passa ed è qui – voci, apparizioni, case vuote. Ogni giorno un’epifania.

In copertina: Fino all’ultimo Luis Borges (già cieco a 56 anni) era abituato a farsi leggere i libri dagli amici. Nella foto la lettrice è una giovane María Kodama, legata a Borges da un sodalizio prima intellettuale quindi affettivo per 33 anni e che curò la sua eredità intellettuale come presidente di una Fondazione internazionale.

Per leggere gli altri racconti di Silvia Tebaldi clicca sul suo nome.

ettore villa cenaroli storie di costanza

Le storie di Costanza /
L’oracolo di Ettore per l’arrivo del nuovo anno

Le storie di Costanza. L’oracolo di Ettore per l’arrivo del nuovo anno

La contessa Maria Lucrezia Cenaroli, detta Malù, era nata a Pontalba nel 1960. Abitava a Villa Cenaroli da sempre e là continuava a passare le sue giornate avvolta nella testardaggine che le impediva di trasferirsi in città, dove avrebbe potuto godere di un intero palazzo liberty nel centro storico ed essere vicina alla Casa di Cura Figlie di Santa Bertilla, dove curavano le sue magagne.

Villa Cenaroli di Pontalba era in origine una costruzione difensiva a ridosso del fiume Lungone. Del preesistente castello si riconosce ancora un’antica torre. Fatto costruire nel 1701 dalla potente famiglia dei Cenaroli, fra le più antiche di tutta la Lombardia, il complesso è composto da vari fabbricati. Il portale d’ingresso con colonne doriche in stucco si affaccia al paese ed è posteriore rispetto alla Villa vera e propria, che si vede in tutta la sua bellezza solo costeggiando la riva del fiume.

La splendida prospettiva di cui si può godere stando sulle rive del Lungone è merito del giardino, che scende terrazzato verso il fiume, dapprima con due rami interrotti da un piccolo giardino pensile all’italiana e poi con un’unica rampa fiancheggiata da statue di divinità greche. È uno dei pochi esempi del genere in Lombardia. Il complesso è composto anche da un’incantevole corte rurale”.

Così si legge sulle guide turistiche della zona e proprio lì si vantava di abitare da sempre Malù.

La contessa riceveva spesso gente di Pontalba per l’ora del tè. Tra le persone di cui apprezzava particolarmente la compagnia c’era Costanza Del Re, la signora che coltivava ortensie in via Santoni Rosa e scriveva poesie per i suoi amici e per i suoi tre nipoti adorati.

A Malù piaceva farsi leggere da Costanza le poesie. Le assaporava insieme al tè aromatico e dolce proveniente dall’India, che Serafina preparava con molto cura e accompagnava con i biscotti alle mandorle fatti da Camilla, la fornaia del paese. Spesso, quando Costanza andava da Malù, si portava anche Rebecca, la più grande dei suoi tre nipoti. Rebecca sembrava divertirsi molto in quell’ambiente.

Villa Cenaroli era magnifica. Gli interni erano affrescati, le stanze dotate tutte di camino a legna e le grandi finestre coi serramenti scuri davano sul parco che costeggiava il Lungone. D’estate si vedevano splendidi animali e d’inverno un manto di neve bianca che scendeva fino alle rive del fiume e incantava per la sua purezza e la sua capacità di addolcire ogni forma.

Mentre Malù non aveva un particolare amore per la gerarchia sociale e non le importava nulla che la chiamassero col suo titolo nobiliare (contessa), né tanto meno col suo nome per esteso (Maria Lucrezia Cenaroli Della Fontana), tutto questo importava molto al suo maggiordomo.

Ettore era amante dell’ordine, delle cerimonie, delle stoviglie e delle posate d’argento, delle visite di persone altolocate e più di tutto della gerarchia domestica. Una volta aveva licenziato un giardiniere perché, dopo che Malù e la sua cameriera erano cadute dalle scale, si era permesso di fare commenti impertinenti sulla scena incresciosa che si era appena svolta.

Anche Ettore aveva però una preferenza, per la quale soprassedeva ai suoi severi principi: Costanza Del Re. Quella donna era particolare e ad Ettore piaceva. C’è sempre un’eccezione che conferma la regola e Costanza rappresentava bene quell’eccezione.

Pur non essendo nobile e proveniente da una famiglia ricca, era molto educata e istruita. Parlava bene, scriveva bene ed inoltre era bella: con gli occhi un po’ verdi e un po’ nocciola, come i ricci delle castagne e i laghetti dove vivono le rane.

Arrivava spesso a Villa Cenaroli per l’ora del tè e Ettore la aspettava sulla porta, la salutava, le prendeva la giacca, che sistemava su una delle grucce del guardaroba, la accompagnava nel soggiorno, dove Malù la stava aspettando per il tè.

Con Rebecca faceva la stessa cosa, anche se la ragazza gli piaceva meno. Rebecca si vestiva in maniera troppo strana, con gli anfibi, i jeans slavati e rotti, delle magliette molto colorate e una giacca a vento bianca. Poco adatta a Villa Cenaroli, sopportabile perché era la nipote di Costanza. Tutto ha un suo prezzo.

Rebecca, da parte sua, sapeva di non piacere molto a Ettore, ma non faceva nulla per invertire la rotta di questa insofferenza, anzi si divertiva a scandalizzare il povero maggiordomo con piccoli stratagemmi che inventava ad ogni occasione.

Ad esempio un giorno si presentò con una minigonna nera a pieghe che le copriva solo il sedere, un’altra volta arrivò con una carota in tasca.
– Dalla alle anatre del parco – gli aveva detto mettendogliela in mano.

Un’altra volta ancora era arrivata con in braccio una gatta tartarugata.
– Questa è Lucy. Oggi non voleva stare a casa, così l’ho presa con me. Trattala bene, perché se non le sei simpatico scappa e non la trovi più.
Uffa, ci mancava la gatta Lucy a complicare le giornate del povero Ettore.

Il giardiniere sopportava tutta questa impertinenza solo perché Rebecca era la nipote di Costanza, altrimenti avrebbe trovato il modo di liberarsene, magari sostituendo lo zucchero del tè con qualche mistura di zucchero e pepe, di zucchero e zenzero, di zucchero e curcuma. La ragazza era infatti molto schizzinosa con i cibi e spesso si limitava a dire: – No grazie, non ho fame.

A volte al gruppo si univa anche Cecilia, la sorella di Costanza e madre di Rebecca, Valeria e Enrico. Cecilia si divertiva a predire il futuro guardando in una sfera di cristallo. Nessuno prendeva troppo sul serio la cosa, men che meno lei, che diceva sempre che la sua sfera era solo un gioco per passare il tempo.

Sta di fatto che c’azzeccava sempre e quello che vedeva nella sfera di cristallo, si avverava. A volte l’oracolo si concretizzava subito, altre volte dopo molto tempo. Alcune volte era molto concreto e dettagliato, altre volte prendeva vita nella sfera in forma allegorica o di metafora … ma tant’è, si avverava.

Fu così che, un pomeriggio di dicembre, Cecilia predisse il futuro a Ettore, guardando nella sua sfera. Questo fu l’oracolo di Ettore per l’inizio del nuovo anno:

“Nel cristallo c’è una donna giovane in arrivo. Sta volando con un cavallo alato bianco candido. La vedo atterrare nel parco dal lato del Lungone, scendere davanti alla scalinata che porta a Villa Cenaroli e cominciare a salire i gradini uno alla volta. Le sue scarpe sono bianche, il suo abito è di tulle le sue mani brillano. Salirà per Ettore fino al poggiolo e poi si fermerà. Il tempo si fermerà, il cielo diventerà di ghiaccio. Dal cielo arriverà una colomba d’oro, i fiori del giardino diventeranno gioielli, gli alberi statue d’alabastro. Questo vede la sfera: fuoco sopra il ghiaccio, vento sopra la terra.”

Al povero Ettore venne la tachicardia, corse in cucina senza commentare con alcuna parola l’oracolo, si sedette sulla sua sedia preferita e bevve un bicchiere d’acqua, poi un secondo, poi un terzo, ma il fuoco che gli arroventava le budella non volle sapere di andarsene. Allora corse nel parco e si sedette sulla neve. Poi si coricò nella neve e poi si rialzò e tornò in cucina. I vestiti erano tutti bagnati, li tolse e li appoggiò su una sedia vicina.

Rebecca preoccupata dall’aver visto la reazione di Ettore all’oracolo, si precipitò in cucina a vedere come stava. Aprì la porta e lo vide in mutande seduto su una sedia.
Ettore si girò a guardarla, strabuzzò gli occhi e poi si accasciò svenuto a terra.

Mentre Rebecca cominciava a urlare spaventata, Ettore riprese per un attimo conoscenza e vide un angelo che lo stava soccorrendo, allora si lasciò andare definitivamente negli abissi, mentre Rebecca, che quel giorno era interamente vestita di bianco, urlava sempre più forte.

Fu quello il momento in cui tutti a Villa Cenaroli capirono che l’oracolo di quel Natale si era avverato subito. Quella fu la conferma definitiva che la sfera di Cecilia non sbagliava mai. Rebecca vestita di bianco come un angelo arrivato dal cielo, aveva soccorso il povero Ettore precipitato al suolo.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore.
Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di
Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Ciò che ho perduto

Ciò che ho perduto

Guardo fuori dalla finestra. C’è fermento per le strade: la gente corre, schiamazza, scherza, balla, ride.

Voglia di baldoria, di dimenticare, di ricominciare.

Un brindisi al nuovo anno. Che porti fortuna, salute, amore, serenità, pace, e chi più ne avrà più ne metterà.

Si sente nell’aria. L’elettricità scorre come la speranza, che come il tempo non muore mai.

Il tempo, appunto. Il tempo che non si ferma e prosegue il suo cammino senza fretta, secondo dopo secondo.

Il tempo ordina, il mondo esegue.

Ancora poche ore e ci siamo. Quando l’attesa diventerà il nuovo presente. Senza più appello, senza più scuse.

È l’eterno gioco del tempo, che si burla di tutto e tutti offrendo bollicine di speranza e lustrini d’illusione, mentre si porta via un altro anno. L’ennesimo di un’esistenza che non ne vuole sapere di cambiare, di cambiare per davvero.

Come si dice: un anno in più lasciato ai ricordi, un anno in meno in pasto ai desideri.

Eppure è l’unico modo, e il tempo lo sa bene.

E allora brindate all’ignoto, all’anno che verrà. Cavalcate il toro impazzito, prendetelo per le corna, ubriachi di nuovi sogni da sognare, nuove montagne da scalare, pronti a farvi infilzare, inconsapevolmente disperati, distratti, invecchiati.

È soltanto un anno in più. E quanti saranno alla fine? Poche manciate? Nient’altro che una fottutissima vita intera!

 

Ma io no. Stasera resto a casa. Lontano dal grande carrozzone dorato. Nessuna patetica esagerazione, nessuna pilotata trasgressione, nessuna pia illusione.

Perché nulla sarà mai dolce come ciò che è già stato. E dolce, ancorché amaro, lo è per davvero: chiudere gli occhi per rivedere un’ultima volta quel che ho lasciato.

Dunque così sia.

Mi volgerò indietro, resterò in silenzio a salutar come si deve l’anno passato e sigillar nel cuore ciò che ho perduto.

In copertina: un’opera di Paul Klee

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sarà devastante:
contestare alla radice il dominio privato delle nuove tecnologie

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sarà devastante: contestare alla radice il dominio privato delle nuove tecnologie

Non sarà né intelligente, né artificiale, per ora, ma certamente inquieta, e non poco. Parlo, ovviamente dell’intelligenza artificiale, in specifico quella generativa, che è stata rinonimata come “pappagallo stocastico”, nel senso che essa è in grado di costruire concatenazioni e accostamenti sensati tra le parole, partendo dalla mole enorme di dati a sua disposizione e che si avvale di numerosi interventi prodotti da esseri umani (come vedremo dopo).
E’ però capace di apprendere in proprio e mettere in atto comportamenti e decisioni “autonome”, al di fuori del controllo umano.
In questo senso, siamo ben al di là di quanto finora avevamo considerato come la frontiera più “avanzata” dell’utilizzo delle tecnologie informatiche, quello rappresentato dalle piattaforme digitali delle grandi aziende hi-tech, a partire dalla Big Five (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft).

Come ha spiegato magistralmente Shoshana Zuboff ne “Il capitalismo della sorveglianza”, il prodotto di tali piattaforme sono le previsioni di comportamento degli utenti, tramite l’immissione dei loro dati, che vengono vendute agli inserzionisti di pubblicità. Non a caso esse continuano a mantenere l’accesso gratuito e ricavano la gran parte dei propri profitti dagli introiti pubblicitari. In buona sostanza, si colonizza l’esperienza e l’identità umana come bene da collocare sul mercato, come merce tra le altre.
Ora, con il passaggio all’Intelligenza Artificiale generativa, quella resa famosa da Chat GPT, nel momento in cui costruisce un’interazione diretta con le persone praticamente su qualsiasi argomento, si danno istruzioni ad altri dispositivi, si rafforzano sistemi di apprendimento automatico, si compie un ulteriore salto di qualità. Si può dire che si passa dal rubare l’identità umana alla possibilità di poterla plasmare.
Basta dare uno sguardo al suo funzionamento: essa è sostanzialmente in grado di dialogare e rispondere ai quesiti posti dalle persone, sulla base del fatto che  i programmatori/sviluppatori costruiscono algoritmi che fissano alcune regole e vincoli di base e, soprattutto, danno istruzioni sulla consultazione di un numero elevatissimo di dati per far sì che l’Intelligenza Artificiale generativa produca risposte consone e coerenti.

Quello che viene fuori, alla fine, è che siamo in presenza di un dispositivo che, grazie al lavoro dei programmatori e degli sviluppatori, è in condizioni di veicolare una propria visione del mondo e che essa è sostanzialmente privatizzata, nelle mani dei programmatori e della proprietà da cui gli stessi dipendono.
Una visione del mondo che può essere facilmente manipolabile
a seconda di quelle che sono le regole di base e ciò che si dà da leggere all’intelligenza artificiale.
Una visione del mondo che è tendenzialmente conservatrice, nel senso che si alimenta di dati relativi a ciò che è già accaduto e che incorpora i pregiudizi in esso presenti.

Per non essere troppo astratti, si può fare riferimento alle intenzioni di Elon Musk, il visionario e reazionario multimiliardario che (dapprima), per evidenti ragioni di bottega, ha fintamente messo in guardia dai rischi di un’accelerazione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, mentre (ora) annuncia la nascita di una propria intelligenza artificiale generativa, Grok, ancora in fase sperimentale.
Forse esagero ma,
considerando l’adesione al trumpismo di Musk, non si può escludere che egli pensi di potere utilizzare la “sua” Intelligenza Artificiale per propagandare contenuti fortemente orientati, magari facendole “mangiare” le innumerevoli pagine di think-thank e siti egemonizzati da una destra estrema, razzista, patriarcale e omofoba.

C’è poi un altro tema, assolutamente rilevante, che è quello relativo alla possibilità che l’IA sfugga completamente al controllo umano.

Basta prendere in considerazione una forma “debole” di intelligenza artificiale, quella orientata da obiettivi predefiniti e progettata per eseguire compiti singoli. Per esemplificare, è quella che interviene nel gioco degli scacchi: anch’io mi diletto spesso a giocare e a perdere “contro il robot”. Del resto è noto che l’Intelligenza Artificiale vince sempre e comunque con i grandi maestri di scacchi: per loro non c’è nessuna possibilità di prevalere, neppure “per caso”, il divario è ormai incolmabile. Ma gli scacchi sono solo un esempio;  la I.A. interviene anche nel gioco ancor più complesso GO, nella guida autonoma dei veicoli (ma anche nelle armi azionate da robot e droni), nel riconoscimento facciale e anche nelle attività di Borsa. Ora, già a questo livello, emergono problematiche assolutamente inedite e che pongono questioni molto rilevanti.
E’ già sufficiente citare il grido d’allarme che, a più riprese, è provenuto dalla Banca d’Inghilterra, che ha individuato diverse tecniche di manipolazione dei mercati borsistici da parte d
ei sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale, come il fatto di potersi coordinare in modo autonomo con un’ altra attività di investimento, raggiungendo l’obiettivo, per entrambe, di guadagnare da questa strategia. Detto in altri termini, l’I-A. è lasciata interagire con l’ambiente per raggiungere il proprio obiettivo, solitamente la massimizzazione dell’investimento, senza, ovviamente, guardare in che modo questo viene perseguito, costruendo, per esempio, informazioni fittizie sulle possibili quotazioni dei titoli anche con pratiche illegali.

Dobbiamo inoltre tenere conto che siamo solo all’inizio del percorso del possibile sviluppo dell’I.A. Da questo punto di vista, può essere considerato emblematico lo scontro ultimamente verificatosi tra Sam Altman, uno dei fondatori di Open AI, l’azienda che ha dato alla luce Chat GPT, e gran parte del Consiglio di Amministrazione dell’azienda stessa.
La divergenza molto forte di opinioni tra il primo, dapprima allontanato e poi richiamato a “furor di popolo” grazie all’intervento di Microsoft e di una gran parte dei dipendenti, con il conseguente “ licenziamento” degli altri componenti del CdA, si è consumato proprio tra l’alternativa, sostenuta da Altman, di realizzare maggiori profitti e, quindi, accelerare lo sviluppo dell’I.A. oppure procedere con maggior cautela, verificando tutte le implicazioni che tale accelerazione comportava.

Ci sono, poi, altre questioni fortemente critiche che lo sviluppo dell’AI si porta dietro. Una riguarda, senz’altro, il tema del lavoro, visto nella duplice veste di quello utilizzato per produrre questi sistemi e delle conseguenze destinate a prodursi nella fisionomia dell’attuale mondo del lavoro.
Per quanto riguarda il primo aspetto, oltre al ruolo del lavoro molto qualificato svolto dai programmatori/sviluppatori di cui abbiamo già parlato, occorre notare che esso si compone anche dell’apporto, tutt’altro che secondario, di la
voratori sfruttati e sottopagati, dislocati in particolare nei Paesi del Sud del mondo, che hanno il compito di “ripulire” l’addestramento che proviene dalla lettura della miriade di dati, etichettandoli in termini tali che vengano evitate espressioni di odio, violenza sessuale e materiale ad essi assimilabile.

L’intelligenza artificiale, poi, utilizza anche il lavoro degli utenti, cioè di noi stessi che produciamo domande, descrizioni, immagini che diventano altrettanti feedback di apprendimento per l’intelligenza artificiale. Troviamo qui l’impasto che caratterizza tutto il mondo del lavoro delle nuove tecnologie informatiche, che tende a diventare un modello per l’insieme del lavoro, e cioè la forte polarizzazione tra una fascia ristretta di lavoratori ultraqualificati, la maggior parte dei quali fidelizzati all’azienda tramite meccanismi incentrati sul possesso azionario, e una schiera di lavoro supersfruttato e gratuito, fonte di nuove e forti disuguaglianze.

Se poi ragioniamo sull’impatto che il ricorso all’IA determina sul lavoro umano odierno, non ci vuole molto a realizzare che esso avrà conseguenze importanti, a partire dal lavoro impiegatizio e di chi, dai giornalisti alle agenzie di stampa, si occupa di redazione dei testi. Per esempio, Ibm ha già annunciato di poter fare a meno di circa un terzo dei 26.000 addetti che svolgono funzioni di back-office, come le risorse umane e il servizio clienti. Dal canto suo, Walmart, il grande gigante statunitense della distribuzione organizzata, sta lavorando per sostituire il lavoro umano nel rapporto con i fornitori, affidando ad un sistema di intelligenza artificiale la contrattazione con questi ultimi.
Insomma, non c’è dubbio che saremo in presenza di un ulteriore rafforzamento della tendenza che è già in corso da diversi anni, dentro l’onda lunga della fase dell’innovazione tecnologica, di incremento della produttività, diminuzione occupazionale, polarizzazione e svalorizzazione del lavoro umano.

Infine, ci sono almeno altri 2 punti esposti a pesanti criticità, che rischiano di rimanere troppo in ombra:
il primo è quello relativo è quello del forte consumo energetico e di emissione di CO2 connesso al trattamento dei big data. Il modello prevalente attuale indirizza il digitale alla crescita piuttosto che al risparmio di risorse, tant’è che è stato evidenziato che solo l’addestramento del GPT3 per un compito consuma in qualche settimana come due cittadini americani in un anno.
L’altro elemento su cui diventa necessario riflettere e intervenire riguarda tutto il sistema educativo-formativo: in un mondo in cui la trasmissione del “sapere” sarà sempre più affidata alla tecnologia, che posto c’è per un apparato scolastico che era stato pensato per quella funzione e che viene invece spiazzato sin dalle sue radici?

Tutto ciò ci riporta al tema del “che fare” rispetto al cambio di paradigma tecnologico e sociale che lo sviluppo dell’IA ci consegnerà inevitabilmente.
Qui non mi resta che svolgere pochi appunti,
non certamente esaustivi, che però varrà la pena approfondire. E’ certo che non basta evidenziare i rischi che stanno di fronte a noi o semplicemente chiedere un rallentamento, se non una moratoria, del suo avanzamento. Né appare sufficiente, come da ultimo ha messo in campo l’UE, anche con alcuni passaggi significativi, muoversi sul terreno della regolamentazione del fenomeno e della protezione di alcuni diritti fondamentali, visto che si interviene a valle di una situazione in cui dominano le 2 grandi superpotenze, USA e Cina.
Occorre, invece, andare alla radice delle problematiche che solleva lo sviluppo dell’IA, e cioè pretendere che gli algoritmi messi a punto dai programmatori/ sviluppatori su cui essa si fonda siano resi trasparenti e pubblici, in modo tale che sia chiaro quali sono gli obiettivi, le regole e le distorsioni (più o meno volute), e che questi elementi possano essere soggetti ad un controllo diffuso.
Quello che va prioritariamente messo in discussione, in altri termini, è la privatizzazione e la finalizzazione al puro profitto del bene comune fondamentale costituito dalla produzione dell’informazione e dalla trasmissione della conoscenza.
Compito che, peraltro, potrà essere aggredito solo attraverso una trasformazione profonda del sistema formativo, riorientandolo verso l’alfabetizzazione generalizzata sui nuovi dispositivi tecnologici e  la creazione di un nuovo armamentario di lettura critica degli stessi e del loro impatto sociale, tornando ad occuparsi delle fonti e della costruzione del sapere e delle informazioni.

Vaste programme, si potrebbe dire, ma non mi pare esista un’alternativa diversa per contrastare il rischio concreto che, con il ricorso spinto all’IA, il nostro futuro stia dentro un orizzonte distopico.

Per leggere gli altri articoli ed interventi di Corrado Oddi su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Per certi versi /
La follia, la vita

La follia, la vita

Abita
Nelle  corsie
Non ospedaliere
Della mente
La follia
Regna
Nel non pensiero
Della gente
Che non fa
mai nulla
Per piangere
Ridere
Senza parole
Non si piega mai
Non sta in ginocchio
Non si sente
Spezzare le reni
Guardando
Nel vuoto
Nel gorgo assurdo
Del dolore
Il dolore è tutto
Tutta la vita
Bella e terribile

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

L’Oroscopo di Gianni Rodari

Oroscopo

O anno nuovo, che vieni a cambiare
il calendario sulla parete,
ci porti sorprese dolci o amare?
Vecchie pene o novità liete?
Dodici mesi vi ho portati,
nuovi di fabbrica, ancora imballati;.
trecento e passa giorni ho qui,
per ogni domenica il suo lunedì;
controllate, per favore:
ogni giorno ha ventiquattr’ore.
Saranno tutte ore serene
se voi saprete usarle bene.
Vi porto la neve: sarà un bel gioco
se ognuno avrà la sua parte di fuoco.
Saranno una festa le quattro stagioni
se ognuno avrà la sua parte di doni.

Gianni Rodari

Agnese poteva morire, ma è tornata a vivere
questa è la storia non di una, ma di tante donne

Cronaca di un femminicidio sociale. Questa è la storia non di una, ma di tante donne che, come lei, in un giorno di sole, di candide nubi o di pioggia violenta, hanno visto spegnersi la fiamma della vita di fronte ad un bivio: scegliere di morire o di lasciarsi perire.

Agnese, la chiamiamo così per non renderla riconoscibile tra le pieghe di questo racconto, in un anno come un altro, ma in un giorno di un caldo estivo che sa di mare e di vacanza, riceve una comunicazione: è stata denunciata e non potrà continuare a prendersi cura delle sue due figlie. La sabbia su cui poggia i piedi si fa bollente, il sole troppo forte e il suo momento di quiete in famiglia un inferno che deve lasciare. Con la sua auto accompagna le bambine al loro padre biologico, così come le viene indicato di fare. Cinquecento chilometri per raggiungerlo ed elaborare dentro e fuori l’idea di doversi separare da loro, il ricordo di un passato di abuso di alcol che ritorna presente e che si fa un dolore tanto intenso da trasformarsi in un desiderio di morte. Inizia un viaggio attraverso l’Italia con il pensiero che l’unica possibilità sia scegliere un ponte da cui gettarsi.

È il 14 agosto, un giorno di caldo torrido che sa di inferno, non c’è alcun Servizio aperto a cui potersi rivolgere, nessuna Istituzione a cui porre domande, a cui richiedere informazioni.

Uno spiraglio di luce e di speranza viene dal contatto con una comunità terapeutica che, anni prima, l’aveva accolta e sostenuta nel suo percorso di cura dall’abuso di alcol e dal suo quadro di bulimia, aiutandola a ricostruirsi il suo presente fatto di una quotidianità serena, dedita alla crescita delle due figlie. È con questa realtà che riesce a mettersi in contatto per richiedere aiuto.

Il suo passato da alcolista le resta addosso come una cicatrice. Agnese ha un altro figlio più grande, che complice del padre e da lui probabilmente sedotto, ha testimoniato ai Servizi Sociali dichiarando l’inaffidabilità della madre. Ed ecco che è da qui che giunge la decisione di affidare al padre le bambine, un padre che non si è mai saputo prendere cura di loro. Col tempo si aggiungono dettagli, che pian piano aiutano a delineare un puzzle che rende il quadro della vicenda chiaro e completo, delineandone una complessità la cui unica certezza sembra essere il legame autentico e l’affetto sincero che lega la madre alle sue figlie.

Agnese quello stesso amore non l’ha vissuto per se stessa perché ha alle spalle un’infanzia di abusi, che l’hanno intrappolata da adulta nel circuito della violenza, che è violenza relazionale, sessuale, che la tiene legata in situazioni in cui l’abuso si perpetua in molteplici forme. È sfruttata sul lavoro, non si sente mai all’altezza, la sensazione di inadeguatezza non esce che rafforzata dall’indifferenza della sua famiglia rispetto alla sua storia traumatica, che non conosce accoglienza e cure adeguate.

È una donna con una vita diversa da tante, che si ritrova, per dirla con le parole di Winnicott, a dover cercare con tutta se stessa di dimostrare di essere una “madre sufficientemente buona”. Nel frattempo, anche il contesto circostante la mette a dura prova. Non può lavorare, ma servono un’occupazione, risorse economiche consistenti e una casa per potersi meritare la crescita delle figlie e pagare nel frattempo le consulenze del tecnico d’ufficio richieste dal tribunale. Un’abitazione ce l’ha, l’unica prova che giocherebbe a suo favore, ma lì continua a risiedere abusivamente l’ex compagno, che la costringe alla decisione di venderla.

Accadono intanto altre vicissitudini, che continuano a complicare il quadro. La sua possibilità di essere sostenuta dalla comunità terapeutica che l’aveva accolta in passato, e che ne conosce e accoglie la storia, viene meno perché l’ASL competente sul territorio di sua residenza revoca la retta che le consente di continuare a curarsi in un momento di estrema fragilità e necessità, in cui la gestione delle dinamiche con la Giustizia la mette ancora una volta in grande difficoltà. La famiglia d’origine perpetua anch’essa dinamiche già conosciute e disconosce la sua sofferenza, dunque, la sua patologia da cui essa trae origine.

Nei passaggi di congiunzione tra le tessere di un puzzle intricato il sistema incontra un cortocircuito, che ne rende visibilmente fragile l’impalcatura. Non è un uomo che uccide Agnese, né violento non riconosciuto come tale, né “bravo ragazzo” confuso come tale, così come dai fatti di cronaca siamo soliti sentire le narrazioni dei femminicidi.
La storia di Agnese è quella di un femminicidio sociale, in cui persi tra le trame di riconnessione tra le Istituzioni e nella definizione delle aree e dei confini di competenza, una donna si è trovata di fronte alla scelta di uccidersi o lasciarsi perire, trovando al posto del contenimento e dell’affetto che situazioni come la sua richiedono, un sistema confuso che in una sorta di bystandereffect rimane immobile, incapace di impedire il perpetuarsi dell’abuso.

Oggi Agnese sta meglio, è sfuggita alla morte grazie alla sua forza nel portare avanti un percorso terapeutico reso possibile anche grazie all’impegno da parte della comunità terapeutica che l’ha accolta.
Ha cambiato residenza, trovando cosi altri servizi territoriali che le consentono di proseguire le cure con il pagamento della retta della comunità. Conduce una vita regolare, sana e rispettosa. Ha trovato un’occupazione a tempo indeterminato, dove è molto apprezzata per la sua disponibilità e l’empatia nei confronti delle persone con cui entra in relazione. Ha un’abitazione idonea ad accogliere le sue figlie due volte a settimana. Permane per lei il divieto di accompagnarle in auto.

Questa è la storia non di una, ma di tante donne che, come lei, potrebbero farcela o non farcela a sfuggire a un femminicidio sociale, in cui il finale del racconto non dovrebbe dipendere dall’essere donne dalla forza straordinaria e sovrumana, ma da un funzionamento delle istituzioni che richiede di essere ripensato.

L’ultima ideologia

L’ultima ideologia

Alcuni sostengono che il secolo scorso sia stato il secolo delle ideologie; altri hanno parlato, a fine secolo, della fine delle ideologie. Certo è che esse sono state protagoniste della politica moderna e hanno caratterizzato il conflitto nelle società di massa in tutta l’epoca industriale. Tra queste le varie forme di socialismo (comunismo, socialdemocrazia, etc.) e le varie forme di fascismo (nazionalsocialismo, franchismo, peronismo, etc…).

Per certi versi le forme ideologiche etichettate frettolosamente come “destra” e “sinistra”, sono sorte in occidente nell’ambito e – per certi versi – come reazione al capitalismo e alla teoria politica sul quale esso si fonda, diventata a sua volta ideologia: il liberalismo (nelle sue varie declinazioni). In quanto forma ideologica esso stesso, il liberalismo appunto, si è dimostrato il più aderente al determinismo della modernità con il suo sogno di sottomettere il mondo alla ragione umana: oggi si presenta ancora – o meglio: viene esibito dal pensiero mainstream –  come l’ideologia unica e apparentemente senza rivali che intende, vuole e deve dominare il mondo.

L’ideologia vincente: il liberalismo

Il cosiddetto crollo delle ideologie ha dunque, in realtà, lasciato campo libero ad un’unica ideologia che oggi, in occidente, è talmente pervasiva da essere data non solo per assolutamente scontata ma addirittura coincidente con la realtà fattuale che ognuno sperimenta quotidianamente.

Questa grande ideologia, fortemente radicata nell’economia grazie alla decantata superiorità dei mercati, così come descritta negli ultimi decenni dalla teoria economica neo-liberista forgiata dai Chicago boys,  si è posta dopo il crollo del muro di Berlino e ancora si pone per molti come l’unica via possibile, l’unico approccio “razionale e scientifico”, l’unico baluardo democratico, per garantire il futuro del mondo; una narrazione che non ammetteva e per molti non ammette ancora, alcuna possibile alternativa  (come sosteneva la Thatcher: “there is no alternative”, non ci sono alternative).

La forza e la pervasività di questa ideologia è stata (ed è) tale, da aver penetrato ogni ambito sociale fino alla sua radice antropologica; in questa forma culturale è diventata per molti un habitus, un terreno dal quale sorgono le idee comuni care al mainstream, un flusso che investe l’umanità, apportando cambiamenti che ne mettono in discussione la stessa sua natura.

La società mercato

Tutto ha un prezzo, tutto può essere venduto o scambiato, la società stessa è un mercato fatto di imprese e di una sterminata massa di singoli individui la cui unica virtù è quella di consumare: “la società non esiste, esistono solo gli individui” (è un altro asserto famoso attribuito alla Thatcher).
Non è un caso che – in assenza di ideologie alternative credibili a questa forma di liberalismo – ogni idea contraria che in qualche modo si contrapponga a tale narrazione viene ricondotta rozzamente al fascismo o al comunismo sconfitti (e quindi fatti fuori dalla storia con disonore), quando non immediatamente squalificata, e bollata come complottismo o dietrologia:  in assenza di un’ideologia alternativa manca infatti una cornice alternativa capace di mostrare i “fatti” da una differente e più che lecita prospettiva.

Non è un caso che, con la caduta del muro, Francis Fukuyama ipotizzasse, in un celebre saggio, la “Fine della storia”: titolo forte che altro non significava se non che la fine delle ideologie comportava il trionfo definitivo ed irreversibile delle democrazie liberali (occidentali) ovvero l’instaurarsi a livello globale di una ideologia unica e definitiva. Fukuyama, a onor del vero, metteva anche in risalto – lucidamente – i grandi rischi connessi a questa trasformazione; noi possiamo solo ricordare che, per definizione, ogni ideologia dominante è, e non può essere altro che, l’ideologia della classe dominante.

In estrema sintesi, il liberalismo che ha penetrato la cultura a livello globale può essere (oggi) inteso da un lato, come una dottrina economica-sociale che tende a fare del mercato autoregolato il paradigma di tutti i fatti sociali; dall’altro, una dottrina che si fonda su un antropologia individualista che descrive l’uomo non come essere fondamentalmente sociale ma come essere orientato egoisticamente.
L’applicazione di questi due dettami teorici alla vita politica e sociale è fortemente riduzionista: tende a limitare il politico, riducendolo, di fatto, alle regole di funzionamento dei mercati; tende a limitare il sociale riducendolo alla mera logica dello scambio commerciale.

Spinta alle estreme conseguenze, questa ideologia risolve l’intera società nell’economia che a sua volta cade sotto il dominio pieno della finanza: di fronte a questo mostro impersonale e razionale, sempre più digitalizzato e automatizzato, sta (o dovrebbe stare) il singolo individuo: egoista si, e libero consumatore di tutto, ma ormai sempre più disconnesso dai legami identitari capaci di generare senso e appartenenza,  siano essi la cultura, la storia, la nazionalità, la comunità, la religione, la famiglia o il genere stesso.

Individualismo egoista e diritti umani (astratti)

La dottrina astratta e ideologizzata dei diritti umani (universali) è il necessario corollario dell’individualismo egoista (astratto) su cui si fonda il liberalismo con la sua narrazione dominante: accettato l’uno diventa indispensabile l’altra per garantire un minimo di fiducia in un mondo sempre più incapace di generare identità forti e autodeterminate, mondo iper competitivo (homo homini lupus) regolato dai mercati e gestito attraverso la logica impersonale del diritto e del contratto commerciale.

Onnipresenza del libero mercato e pervasività degli astratti diritti umani universali rappresentano le due facce della stessa medaglia che ben descrive l’essenza dell’ideologia liberalista oggi ancora dominante, seppure in drammatica crisi; l’uno e l’altro sono intesi come astrazioni disincarnate, calcolabili e razionalizzate, ben lontane dalla concreta densità dei rapporti umani vissuti e delle concrete relazioni personali che essi hanno svuotato e sostituito nel corso dello sviluppo della modernità. Un vuoto che le ideologie sconfitte, di destra e di sinistra, avevano riempito con l’idea dell’uomo nuovo, della società giusta, della razza superiore, della tradizione, dei valori eterni, del sol dell’avvenire

Rispetto a tutto questo, le ideologie sconfitte (di destra e di sinistra) conservavano – bene o male – alcuni aspetti di ordine ancora comunitario e comunque sociale:
l’idea di classe, dell’unione tra i lavoratori animati da valori comuni e uno scopo condiviso da un lato (comunismo);
l’idea di una identità storica e culturale tra gli abitanti di un dato territorio dall’altro (fascismo).
Il liberismo ha eliminato completamente l’uno e l’altro proponendo e creando un mondo di individui mobili e non radicati a nulla, ma portatori di diritti astratti e generali.
Un mondo che pretende di essere unico, globale, calcolabile e uniformato dalla fede cieca nel mercato impersonale, nel progresso e nella “scienza”.

Destra e Sinistra, le ideologie sconfitte

Eppure, destra e sinistra – o meglio: persone con ideologie di destra e di sinistra – continuano ad esistere e non mancano di mettere in scena, scontrandosi e accusandosi ferocemente, le loro presunte differenze, i loro conclamati valori. Destra e sinistra attuali che, in qualche modo, sono eredi deboli di quelle ideologie sconfitte e, in Italia, pallide e dubbie prosecuzioni delle due grandi narrazioni che avevano caratterizzato il dopoguerra (quella bianca di impronta cattolica e quella rossa, di matrice comunista) mantengono oggi un loro peso nella distribuzione del potere politico secondo una retorica conflittuale che è pero superficiale e non sostanziale. In altre parole, esse, nel contesto culturale liberalista e liberista, non possono più presentarsi come possibili modalità alternative di organizzazione della società basate su differenti principi.
Le forze politiche (partiti) che si auto-definiscono Destra e Sinistra possono ascendere al potere parlamentare se e solo se accettano a priori l’ideologia liberalista e il dogma economico che ne è corollario; se si piegano, in altre parole, alla narrazione liberista e al potere dei mercati e, dunque, delle élites transnazionali che li gestiscono.

In tale situazione Destra e Sinistra – non potrebbe essere altrimenti –  contribuiscono ad implementare l’agenda liberalista, occidentale, mondialista e globalista sviluppandone alcune componenti essenziali.
La narrazione di destra, mediamente,  sostiene e ha promosso, a parole, il primato del libero mercato, la competizione, il liberismo economico, il merito, il primato delle imprese e del privato sul pubblico, la superiorità culturale occidentale e l’esportazione della democrazia, la famiglia e la tradizione; sostiene al contempo la difesa dei confini e lo stato (nazione) ignorando o facendo finta di non sapere che i mercati, per come si sono sviluppati su scala globale, non accettano confini di sorta.
La narrazione di sinistra, mediamente, sostiene e ha promosso a parole i diritti universali, l’Agenda 2030, la tutela delle minoranze, le libere migrazioni, il diritto di scelta di genere, di inizio e fine vita: così facendo contribuisce alla demolizione di ogni confine e di ogni identità, favorisce la distruzione di ogni legame tradizionale che potrebbe opporsi al libero dispiegarsi del mercato, che può così penetrare in zone sempre più intime dell’umano, con enormi margini di profitto.

A livello globale, se negli anni ’80 era stata la destra a sostenere fortemente l’agenda liberalista con le privatizzazioni forzate, la deregolamentazione, lo smantellamento dello stato sociale e l’esportazione violenta delle democrazie liberali (Con Reagan, Thatcher e quindi i Bush) in nome di una presunta superiorità culturale e morale, in questo particolare periodo storico è la sinistra con le sue istanze culturali ad essere assolutamente funzionale al pieno dispiegarsi dell’ideologia liberalista, mondialista ed economicamente neo-liberista.

Osservate spassionatamente, destra e sinistra (in Italia), appaiono dunque (oggi) come sovrastrutture organizzate per acquisire potere locale, ma incapaci di esprimere una reale alternativa al modello dominante, dal quale dipendono pienamente: entrambe vengono giudicate in base agli indici finanziari ed economici posti da forze esterne che in ogni momento possono attaccarle e travolgerle con un mirato attacco finanziario;  entrambe, più o meno consciamente, stanno sostenendo nei fatti l’ideologia liberalista accettando pienamente i meccanismi e i poteri economici e finanziari che ne stanno a fondamento.
Lo scontro politico  tra destra e sinistra in realtà si gioca tutto nel quadro ideologico e culturale del liberalismo e, in ultima istanza, contribuisce a rafforzarlo.

Una nuova grande narrazione

Ora, non si può non vedere come il Liberismo (e Neoliberismo) – quel modello che Fukuyama vedeva come (probabilmente) definitivo – sia oggi in drammatica crisi.
Restando in Italia, sul versante interno lo attestano i populismi di destra e di sinistra,  la profonda crisi di valori, la delusione di molti, l’impoverimento delle classi medie, la percezione sempre più netta che esso non sia in grado di mantenere gli impegni e le aspettative che ha costruito e diffuso.
Sul versante esterno, a livello geopolitico, lo attestano al di là di ogni dubbio le guerre che insanguinano il mondo e la presenza di potenze nazionali che non vogliono piegarsi alla cultura liberalista e al libero mercato gestito dall’occidente; a livello antropologico lo confermano i miliardi di persone che se ne stanno fuori dal sistema occidentale subendone concretamente gli effetti perversi; masse sterminate che si pongono di fronte alla grande ideologia con la pura e semplice potenza biologica del numero, con la forza bruta della demografia che tanto spaventa l’occidente.

Ora più che mai, a fronte di tutto questo, servirebbe una nuova grande narrazione, realmente indipendente, veramente democratica, per orientare verso un diverso cambiamento; servirebbe forse un’utopia capace di dare speranza al futuro e dignità al presente.
Purtroppo, una grande narrazione si sta oggi imponendo, ma non viene democraticamente dal basso:  viene invece imposta dall’alto, con tutta la potenza dei media e delle nuove tecnologie, confezionata in modo mirato dagli stessi poteri che pretendono di guidare il mondo al di fuori di ogni reale controllo democratico.

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Per la pace in Palestina il sionismo deve essere sconfitto

Per la pace in Palestina il sionismo deve essere sconfitto

C’è una sola vera condizione perché si possa parlare di pace in Palestina ed è che Israele venga sconfitto. Naturalmente non ci riferiamo ad una sconfitta militare, quanto piuttosto ad un isolamento diplomatico e ad una sconfitta politica, ma anche “etica” e “culturale”. Un modo di passare alla gogna della storia attraverso un giudizio di condanna definitivo ed irreversibile per il genocidio portato avanti ormai da più di settant’anni nei confronti del popolo palestinese. Esattamente come è avvenuto per la Germania nazista e per il Sudafrica dell’apartheid. Capitoli chiusi (si spera) per sempre, e dai quali la stessa Germania e lo stesso Sudafrica sono rinati a nuova vita come potrebbe anche avvenire, con la sconfitta dell’attuale Stato di Israele, per le comunità ebraiche che lo costituiscono.

Se questo è il solo e vero obiettivo per ottenere la pace, allora ci sono almeno due orientamenti politici, spesso (ma non sempre) sostenuti in perfetta buona fede, che vanno ripensati con attenzione.

La prima è la posizione di chi si schiera (senza altra precisazione) per la pace, contro ogni forma di violenza e a fianco di tutte le vittime. Posizione ineccepibile sul piano di principio. Siamo tutti sostenitori della Nonviolenza (volutamente con la maiuscola). Ma la Nonviolenza è innanzitutto una postura etica ed ideale, che è nostro compito fare diventare usuale pratica politica. Se però, nell’immediato, si usa questa aspirazione come elemento discriminante per giudicare di ogni conflitto, allora il rischio è di mettere Israele ed Hamas sullo stesso piano perché entrambi usano la forza armata. Allo stesso modo si sarebbe potuto accumunare il nazismo a chi lo combatteva in armi, finendo così per giustificarlo. Oppure di fronte al razzismo del Sudafrica si sarebbe potuto dire che anche Mandela era un terrorista (per chi non lo sapesse Nelson Mandela era stato il fondatore dell’ala armata del African National Congress, il partito dei neri sudafricani).

Naturalmente si può discutere di quali siano i modi politicamente migliori, ma anche eticamente più corretti, per portare avanti la resistenza, purché sia chiaro che la resistenza palestinese è giusta e che il fine resta la sconfitta di Israele nei modi e nel senso che abbiamo detto.

L’altra questione da evitare, forse meno pericolosa, ma ugualmente fuorviante, è quella pletora di discussioni sui possibili assetti istituzionali che dovrebbero caratterizzare un futuro pacificato.

Vi sono innanzitutto i sostenitori della vecchia tesi dei due popoli in due Stati, che ovviamente si scontra con l’espansionismo israeliano e col milione e mezzo di coloni che circondano Gaza e la Cisgiordania.
Vi è poi la tesi di due popoli in un solo Stato, che vede un ottimistico superamento di tutti gli scontri e gli odi accumulati in più di settant’anni di storia di soprusi.
Vi è infine anche l’ipotesi di una organizzazione sociale di tipo orizzontale che ricalchi in qualche modo, l’esperienza rivoluzionaria del Confederalismo democratico attualmente portata avanti dai Curdi nel Rojava (e che, in linea di principio, è quella alla quale ci sentiamo più vicini).

In ogni caso, che il futuro sia rappresentato dalla creazione di due Stati, o di un solo Stato che appartenga a tutti, o anche da una comunità orizzontale, democratica e senza Stato, è cosa che non sta a noi decidere, e che comunque è discorso ozioso se prima non si afferma la pace.

Ma la pace ha una sola e vera condizione: la sconfitta di Israele, o meglio la sconfitta del progetto genocida di Israele.  Tutto il resto viene dopo.   

 

Antonio Minaldi
Militante nei movimenti fin dal 68. Esponente del movimento studentesco del 77 e fra i fondatori dei COBAS SCUOLA nell’87. Si occupa di attualità politica e di studi di filosofia collaborando con varie riviste.

Cover: Truppe Corazzate Israeliane (Foto di Lior34, Wikimedia Commons)

Storie in pellicola /
Svelati trailer e manifesti di “Lala”, il film sul diritto di cittadinanza

Esce al cinema, il 25 gennaio, “Lala” di Ludovica Fales, film su una generazione invisibile che si confronta sul diritto di cittadinanza. Vi presentiamo il trailer

Svelato il trailer e il manifesto di “Lala”, opera prima di Ludovica Fales al cinema dal 25 gennaio. Il film su una generazione invisibile e dai diritti negati che si confronta sul diritto di cittadinanza ha vinto il premio del pubblico mymovies alla quarantunesima edizione del Bellaria Film Festival.

Lala, Samanta e Zaga hanno la stessa età, condividono gli stessi desideri e sogni. Sono tre giovani italiane, che l’Italia non riconosce perché i loro genitori sono nati altrove.
Le loro storie prendono forma, e si intrecciano in un racconto collettivo di una e tante adolescenti senza documenti portandoci, tra i paradossi della legge, attraverso i piani d’indagine in cui il film si snoda: verità, realtà e verosimiglianza.

Lala si muove tra i frammenti della sua identità sospesa. Incrocia la storia di Samanta, l’interprete non professionista che la incarna, e quella di Zaga, la ragazza vera che ha ispirato il film. In uno stato fluido tra messa in scena e realtà, Lala intraprende un viaggio collettivo alla ricerca della identità di un’intera generazione dai diritti indefiniti. In un caleidoscopio di storie che si intersecano, il film diventa il manifesto di una generazione, un mosaico di voci di ragazze e ragazzi e che sono tutte e tutti “Lala”.

“Lala” è una produzione Transmedia production (Italia), Staragara (Slovenia), con il contributo di Fondo Audiovisivo del FVGMiC – DG Cinema (tax credit), FVG Film CommissionRegione LazioSlovenian Film Centre (Tax rebate), sviluppo Biennale College Cinema. Special Track musicale Assalti Frontali. Il film ha vinto la menzione speciale per il documentario alla XV edizione di Ortigia Film Festival. Lala è distribuito da Transmedia production.

Per un’intervista a Ludovica Fales

Il Comune chiude Fedro: uno strumento in meno per l’ascolto e la partecipazione dei cittadini

UN PASSO INDIETRO DEL COMUNE SULLA STRADA DELL’ASCOLTO E PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

Ricevo per e-mail dal Servizio Sistemi Informativi, Digitalizzazione, Agenda Digitale, Città Intelligente del Comune di Ferrara la comunicazione che il portale Fedro è stato chiuso e che il nuovo portale delle segnalazioni è: https://protezionecivile.comune.fe.it/it/new-issue .

Sono uno di quei cittadini che quanto vedeva buche pericolose nei marciapiedi o nelle strade, piante o arbusti che invadevano la carreggiata, illuminazione stradale rotta o insufficiente, caditoie delle fogne intasate, ciclabili impraticabili, strade con passaggi pedonali dove le macchine sfrecciavano molto oltre il limite, segnaletica stradale danneggiata ecc. ecc. lo segnalava attraverso Fedro.

Il nuovo “portale” per le segnalazioni è in realtà solo un modulo on-line da compilare, dove mancano molti dei pregi che aveva Fedro. Con Fedro avevamo una tracciabilità delle segnalazioni, potendo consultare sia le proprie segnalazioni, sia quelle inviate da altri cittadini. C’era così la possibilità di condividere una segnalazione fatta da altri, associandosi alla stessa segnalazione o ripetendola. In Fedro si potevano inoltre verificare lo stato della segnalazione ( aperta, chiusa, in lavorazione ) e soprattutto le risposte dell’amministrazione . Non che rispondessero a tutte le segnalazioni, ma quando capitava che una segnalazione non avesse un seguito, c’era la possibilità di ripeterla, quasi a farne un implicito sollecito. Tutto questo non è possibile con il nuovo “portale”. Anche Fedro aveva i suoi limiti, ma il principale era probabilmente il fatto che fosse uno strumento, canale di comunicazione col Comune, poco conosciuto.

Nonostante le quasi 9000 segnalazioni inviate negli ultimi anni, in realtà i fruitori della piattaforma erano relativamente pochi. Il Comune ha evidentemente favorito l’utilizzo di altri canali/strumenti di ascolto dei cittadini. Abbiamo visto anche gli URP mobili nelle frazioni. Resta il fatto che in un’era in cui la comunicazione attraverso il web ha sempre un maggior peso, come dimostra la martellante presenza sui social della politica locale e non, la scelta di disattivare un canale di ascolto dei cittadini sostituendolo con uno molto meno efficace e funzionale sembra dettata dalla precisa volontà di tenere i cittadini alla larga dalla stanza dei bottoni. Si parla tanto di percorsi partecipativi e di e-democracy, ma in questo caso ho l’impressione che a Ferrara stiamo facendo passi indietro.

L’Italia è una Repubblica fondata … sui Profitti

L’Italia è una Repubblica fondata … sui Profitti

L’ultimo rapporto Inapp (Istituto Nazionale Analisi Politiche Pubbliche) sull’occupazione riporta informazioni utili a capire i processi storici in atto nel nostro paese. Il primo aspetto riguarda la crescita degli occupati che ha raggiunto il massimo a ottobre 2023 (23,694 milioni). Ha inciso il gigantesco investimento aggiuntivo del PNRR europeo che si protrae fino al 2027. Non sappiamo però a quanto ammonta il monte ore lavorate: anche in passato, accanto ad un numero maggiore di occupati, erano aumentati i part-time, gli stagionali, i tempi determinati per cui il monte ore lavorate retribuito scendeva.

Un dato eclatante è che l’Italia non riesce ad aumentare la massa salariale. Una conferma viene dalla quota % dei salari e dei profitti sul PIL al costo dei fattori, che indica come la quota % dei salari sia in calo dal 1960 al 2022. Quando la Repubblica è nata, questa quota % dei salari sulla ricchezza nazionale prodotta era dell’80% e il 20% andava ai profitti. Era quindi corretto quanto era scritto nella Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro”. Dopo 70 anni i profitti sono raddoppiati e i salari sono diminuiti. Sta diventando dunque una Repubblica fondata sul Capitale? Come mai avviene questo?

Da un lato la produttività del lavoro non cresce più dalla fine degli anni ’90, dall’altro i salari reali (post-inflazione) sono cresciuti solo dell’1% (+7% nominali), mentre nella media dei paesi Ocse sono cresciuti in termini reali del 32,5%, per cui l’Italia è passata in 30 anni dal 9° posto del 1992 (per livello dei salari) al 22° nel 2022 (sui 35 paesi Ocse): un arretramento vistoso.

I dati sono una media, dietro la quale è possibile scorgere alcuni settori che la alzano: specie nella manifattura al nord le nostre imprese vanno bene, esportano sempre più e crescono anche i salari reali dei loro dipendenti (il 9% usufruiscono di premi di produttività a bassa tassazione). Ci sono poi alcune imprese che hanno capito quanto sia importante valorizzare il cosiddetto “capitale umano” (le persone più ancora della tecnologia fanno la differenza) e distribuiscono benefici salariali, di riduzione di orario e anche di compartecipazione ai profitti che rappresenta, a mio avviso, un modo per ridimensionare il ruolo del capitale finanziario nella nostra società e creare una vera condivisione dei profitti creati da una impresa. Ma per la maggioranza dei dipendenti i salari perdono inesorabilmente potere d’acquisto.

L’Italia ha sofferto molto dopo la crisi finanziaria del 2009-12 e nel 2020 col Covid. L’ingresso nel mercato unico europeo, a partire dal 2004, di 100 milioni di lavoratori dei paesi dell’est ha “requisito” i principali benefici del grande mercato unico europeo. Una ulteriore espansione dell’Europa ai Balcani e all’Ucraina, comporterà di fatto per i nostri lavoratori un altro indebolimento (gli allargamenti vanno fatti con gradualità).

Il tasso di assunzioni maggiore per classe di età riguarda gli over 65 (+20%), a conferma di quanto sarebbe strategico incentivare il part-time degli anziani negli ultimi 3 anni, pagato pieno, e assumere un giovane a tempo pieno (come ha fatto Luxottica). Un fattore che limita le possibilità da parte di Stato, Regioni, Comuni di creare occupazione aggiuntiva (il PNRR lo vieta perché devono essere solo spese per servizi o investimenti) è l’elevata evasione fiscale a cui si aggiunge l’elusione – legale – dovuta a vari benefici, tra cui l’assenza di tassazione sulle grandi eredità e sui guadagni da trading e speculazione finanziaria. Lo stesso rapporto Inapp si rende conto che un limite del capitalismo è l’incapacità di creare piena occupazione. Per questo economisti come Hyman Minsky propongono politiche keynesiane di aumento della spesa pubblica per contrastare il deterioramento ambientale, il degrado urbano, la diseguaglianza di genere; politiche che aumentano la massa salariale e danno l’ opportunità di far affiorare le persone che non lavorano. Ma l’Italia si trova in una “trappola” tra le richieste di austerità dell’Europa (in parte mitigate e rinviate al 2027) di ridurre il suo debito e la necessità opposta di aumentare occupati e salari. Difficile pensare che senza svolte radicali si possa uscire da questo pantano, che allontana sempre più i cittadini dalle elezioni e mina le basi stesse della democrazia, incapace di dare una prosperità diffusa, come avvenne nei primi 30 anni del secondo dopoguerra.

La crisi dei consultori: un allarme per i diritti delle donne in Italia

La crisi dei consultori: un allarme per i diritti delle donne in Italia

di Alessandra Vescio
tratto da Valigia blu del 18 dicembre 2023
 

Alle 5,30 di martedì 5 dicembre, il consultorio autogestito di Catania Mi Cuerpo Es Mio e lo Studentato 95100 che lo ospitava sono stati sgomberati dalla polizia. Il palazzo in cui avevano sede, di proprietà delle Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, era occupato dal 2018. A febbraio di quell’anno infatti diversi studenti universitari risultarono “idonei non assegnatari” di borse di studio e posti letto, per cui, nonostante ne avessero diritto, di fatto non potevano accedere a questi benefici che avrebbero garantito loro di intraprendere e proseguire gli studi. La causa di ciò era la mancanza di fondi della regione Sicilia, la cui cattiva gestione delle risorse venne denunciata da quegli stessi studenti che a quel punto decisero di occupare uno stabile della città ormai in disuso da anni, a cui diedero il nome di Studentato 95100.

Dal 2018 lo spazio ha accolto studenti e studentesse che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di vivere e studiare in città, e inoltre ospitava le assemblee del collettivo transfemminista Non una di meno di Catania e il consultorio autogestito Mi Cuerpo Es Mio. Attivo dal 2019, il consultorio offriva vari servizi di assistenza e supporto, come uno sportello di primo ascolto psicologico, consulenze sulla sessualità e una rete di mediche, avvocate, psicologhe, neonatologhe, educatrici e assistenti sociali che sostenevano le donne nei percorsi di fuoriuscita da relazioni violente.

“Abbiamo adibito uno spazio abbandonato rendendolo un luogo sicuro per le donne, in cui potessero essere accolte e ascoltate”, hanno detto le attiviste e gli attivisti dello studentato che fin dalla mattina del 5 dicembre hanno organizzato un presidio permanente e ricevuto la solidarietà della comunità, di associazioni locali e di una parte della politica del territorio.

Lo sgombero dello studentato e del consultorio di Catania è avvenuto a pochi giorni dalle manifestazioni del 25 novembre e praticamente nelle stesse ore in cui si svolgevano i funerali di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, la cui morte ha riacceso il dibattito in Italia su cosa fare per contrastare la violenza di genere: per gli attivisti e le attiviste catanesi, la risposta istituzionale locale è stata quella di ignorare le proposte di dialogo da loro avanzate negli ultimi sei anni e “decidere di sgomberare uno dei pochi posti che si oppone e contrasta la violenza di genere sul territorio, in cui giovani e meno giovani si organizzano contro il patriarcato”.

Secondo il sindaco di Catania Enrico Trantino (Fratelli d’Italia), invece, lo studentato avrebbe svolto attività a scopo di lucro mentre il consultorio non era operativo dal 2021, e lo stabile è stato sgomberato perché occupato illegalmente. A questo ha aggiunto che l’ente Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, di cui lui stesso è presidente, “ha intenzione di assegnarlo ad associazioni che si occupano della tutela delle vittime di violenza di genere e delle vittime di ogni violenza”, in quello che appare come un tentativo di marginalizzare e invalidare il ruolo svolto dal consultorio per la comunità in tutti questi anni.

Un’operazione già vista, questa, anche con altri spazi sociali, autodeterminati e creati dal basso presenti in Italia che, oltre a offrire servizi di valore per la collettività e il territorio, colmano le profonde lacune dello Stato. È di questi giorni infatti la notizia che la Casa delle Donne Lucha y Siesta, luogo di cultura, spazio transfemminista e centro antiviolenza, è nuovamente minacciata dal rischio di chiusura, in un paese in cui i CAV non vengono finanziati in maniera adeguata e sostenibile.

I consultori nel resto d’Italia

Il consultorio catanese non è l’unico a essere sotto attacco: anche Trieste potrebbe vedere dimezzati i suoi presidi. Negli ultimi mesi infatti si è iniziato a discutere della possibilità che, in un’ottica di riorganizzazione dei servizi territoriali, l’azienda sanitaria accorpi i consultori e di fatto ne chiuda 2 su 4.

Questo ha generato una serie di mobilitazioni da parte di cittadine e cittadini e la fondazione del Comitato di partecipazione dei Consultori che, insieme a Non Una di Meno Trieste, sta portando avanti le attività di protesta: “Vogliamo che tutti i consultori di Trieste rimangano aperti e che ne aprano altri; che quelli che ci sono vengano migliorati, finanziati adeguatamente e aperti alla partecipazione effettiva della popolazione”, ha spiegato il Comitato.

A novembre 2021 invece tutti i 7 consultori presenti nell’area della Locride in Calabria erano a rischio chiusura, tra carenza di personale, locali fatiscenti e mancanza di strumentazioni e apparecchiature mediche. Al consultorio di Stilo, ad esempio, lavorava una sola ostetrica due volte a settimana, in un edificio le cui pareti erano impregnate di muffa, i servizi igienici inagibili e la maggior parte delle prese elettriche non funzionanti a causa dell’umidità. È stato grazie al movimento spontaneo Riprendiamoci i Consultori composto da operatrici, cittadine e cittadini del territorio che questa situazione è stata portata alla luce.

“La situazione nella Locride era disastrosa”, hanno detto le attiviste del movimento calabrese a Valigia Blu. “Le persone giovani non sapevano più se esistessero i consultori, se fossero attivi, quale fosse la loro funzione. Abbiamo fatto dei sondaggi nelle nostre cerchie di amici e conoscenti e ci siamo rese conto che nell’immaginario ricorrente il consultorio era un ambulatorio ginecologico o un luogo di cura di bassa qualità”. In sostanza, si stava assistendo alla loro “scomparsa dal dibattito pubblico”.

“La situazione attuale è leggermente migliorata nell’ultimo anno”, confermano le attiviste: “Non c’è ancora un consultorio che può essere definito completo, ma nell’organico totale di base sono subentrate psicoterapeute, ginecologhe e ostetriche”. Inoltre, il consultorio di Stilo è stato trasferito in una nuova struttura a pochi chilometri di distanza, precisamente a Bivongi: “Senza il nostro pressing sarebbe stato sicuramente chiuso in maniera definitiva”, dicono dal movimento.

La storia, il ruolo e l’evoluzione dei consultori

L’importanza dei consultori è legata tanto alla funzione che svolgono – o dovrebbero avere la possibilità di svolgere – quanto alla loro storia. Istituiti nel 1975 con la legge 405, questi presidi infatti sono nati in un periodo storico di grandi cambiamenti culturali e sociali, come il referendum sul divorzio, le prime denunce di violenza ostetrica e la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. In questo contesto si inseriscono anche i consultori, nati per fornire assistenza alle donne attraverso il supporto psicologico, la prevenzione e la tutela della loro salute.

Il modello era quello dei consultori autogestiti che gruppi di attiviste femministe avevano aperto in diverse diverse città d’Italia negli anni Settanta. In questi luoghi, si metteva in discussione una visione patriarcale e paternalistica della medicina e si restituivano alle donne gli strumenti della conoscenza del proprio corpo e della propria sessualità.

Nonostante i numerosi punti di contrasto tra ciò che il movimento femminista chiedeva e auspicava e ciò che poi la legge ha sancito (come l’esclusione delle donne nella gestione di questi presidi in alcune regioni, le possibili sovvenzioni a consultori privati e religiosi, e un interesse più verso la coppia e la famiglia che verso la donna), i consultori familiari hanno rappresentato nel tempo un importante luogo di confronto, ascolto e cura.

Con un approccio multidisciplinare e accesso libero e gratuito, questi spazi infatti hanno lo scopo di promuovere la tutela della salute della donna in senso ampio e in ogni fase della vita, tenendo in considerazione anche gli aspetti sociali e relazionali e il contesto culturale in cui ogni donna si muove. Supporto psicologico, contraccezione, prevenzione, assistenza nell’interruzione volontaria di gravidanza, accompagnamento nel percorso nascita e accoglienza e aiuto alle donne che hanno subito violenza di genere, sono alcuni dei servizi di competenza dei consultori.

Negli anni però i consultori sono stati riorganizzati e depotenziati al punto che oggi la loro presenza sul territorio risulta carente, disomogenea e spesso inadeguata alle necessità. Ad esempio, mentre la legge prevede che ci sia una struttura ogni 20mila abitanti, in Italia in media ve n’è una ogni 32mila circa, e questo a causa della progressiva riduzione negli anni delle sedi disponibili e attive. Per quanto riguarda il personale sanitario, poi, ogni consultorio dovrebbe prevedere almeno quattro figure centrali, ovvero ginecologo, psicologo, ostetrica e assistente sociale, ma solo in una sede su due lavora un’equipe al completo. Inoltre, solo un’Azienda sanitaria o distretto su due ricorre alla consulenza di un mediatore culturale, nonostante i consultori debbano garantire accesso libero e gratuito anche alle donne straniere e ai loro figli.

Guardando un po’ più nel dettaglio, poi, in Basilicata, Molise e nella provincia autonoma di Trento le condizioni strutturali dei consultori sono tra quelle più critiche, mentre soprattutto al sud e nelle isole la presenza di barriere architettoniche limita o impedisce l’accesso ai consultori a una parte della popolazione. Accessibilità vuol dire anche vicinanza: il Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI) varato nel 2000 suggeriva ad esempio che, per una migliore tutela della salute delle donne e dei loro figli, nelle zone rurali e semiurbane ci fosse un consultorio ogni 10mila abitanti.

La Locride stessa “è terra difficile”, spiegano le attiviste di Riprendiamoci i Consultori, perché “non esistono collegamenti pubblici con l’unico ospedale a nostra disposizione e un’elevata percentuale di donne non ha la patente o non lavora, il che significa che interi nuclei familiari vivono con un solo stipendio e completamente dipendenti da una sola persona che guida”. Chiudere uno o più consultori, non garantire facile accesso a questi presidi, non tenere in considerazione le difficoltà di spostamento e di contesto che le residenti di una determinata area possono avere vuol dire limitare il loro diritto alla salute e all’autodeterminazione.

Al sud è anche meno frequente la partecipazione dei consultori a una rete antiviolenza, mentre non tutti i consultori presenti sul territorio italiano prevedono attività pensate per i più giovani e circa la metà delle strutture non si occupa di questioni relative alla comunità LGBTQIA+. Counselling e visite mediche a donne in menopausa vengono invece offerte in quasi tutti i centri, ma solo un consultorio su 4 al nord e al centro e meno della metà di quelli al sud e nelle isole propongono campagne informative su questa fase della vita.

Sebbene poi la quasi totalità dei consultori familiari dichiarino di occuparsi del percorso nascita, l’adozione di un protocollo per la valutazione del rischio psicosociale e di un eventuale disagio psichico durante e dopo la gravidanza è in media piuttosto rara, con il pericolo dunque di non rintracciare per tempo eventuali fattori di rischio e segnali di depressione perinatale. Anche l’ecografo, strumento necessario per una serie di prestazioni sanitarie e diagnosi, non è disponibile in tutti i consultori.

Per quanto riguarda invece l’assistenza per interruzione volontaria di gravidanza, il 68,4% dei consultori italiani nel 2021 ha dichiarato di offrire counselling pre-IVG e di rilasciare i certificati per l’intervento. Un numero ancora insufficiente è quello relativo ai controlli e dunque al supporto post-IVG. Dal 2020 è inoltre possibile accedere all’aborto farmacologico anche nei consultori ma, stando alle ultime analisi, solo in alcune città italiane è possibile usufruire di questo servizio.

Tra le motivazioni, vi è la carenza di strutture e spazi adeguati tanto quanto di personale, oltre che l’alto numero di operatori sanitari obiettori negli stessi consultori e l’opposizione di una parte della politica. A pochi mesi dalla pubblicazione della circolare ministeriale che aggiornava le linee guida sull’aborto farmacologico, ad esempio, la Regione Piemonte (Centrodestra) ne ha vietato l’accesso nei consultori. A inizio 2021, invece, l’assessora alla Sanità dell’Abruzzo Nicoletta Verì (Lega) ha chiesto a tutte le ASL che l’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico venga “preferibilmente” effettuata in ospedale e non nei consultori.

Cover: Catania in piazza contro lo sgombero del Consultorio autogestito Mi Cuerpo es Mio (foto da daytalianews)

Ex Gkn: Fiom vince il ricorso, licenziamenti scongiurati

Ex Gkn: Fiom vince il ricorso, licenziamenti scongiurati

da redazione di Collettiva

Il tribunale del lavoro dà ragione ai metalmeccanici Cgil, la condotta dell’azienda era antisindacale: “Ora affrontare il rilancio produttivo del sito”

“La sentenza – spiega il sindacato – conferma la correttezza delle nostre posizioni e il comportamento antisindacale tenuto dalla controparte dall’inizio dell’intera vertenza. È la riconferma di quanto già accaduto con l’articolo 28 dello Statuto contro Gkn, che ha visto il reintegro determinato per rimediare a un ingiusto licenziamento collettivo”.

Il giudice ha anche riconosciuto l’impegno a tutela dello stabilimento che la comunità fiorentina e non solo ha dimostrato stringendosi attorno alla vertenza. “Questo è l’ennesimo atto concreto – precisano il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma e il segretario generale Fiom Cgil Firenze Prato e Pistoia Daniele Calosi – a tutela di tutti i lavoratori che da quasi tre anni sono in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro: scioperi, manifestazioni, di una vertenza diventata simbolo che va oltre i cancelli dello stabilimento”.

La Fiom Cgil rileva che, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, ha messo in campo “tutte le iniziative a difesa dell’occupazione e per la ripresa produttiva in quello stabilimento” e continuerà a farlo, ricordando che “i lavoratori metalmeccanici delle provincie di Firenze, Prato e Pistoia hanno fatto 12 ore di sciopero per sostenere questa battaglia”.

Adesso occorre guardare al futuro: “Ora è il momento di affrontare la fase di rilancio produttivo del sito, favorire la nascita di un condominio industriale, analizzare profondamente il piano industriale della cooperativa dei lavoratori e farne una reale possibilità di garanzia, utilizzando il tempo in più che il tribunale di Firenze ci ha concesso, forti dell’esito del ricorso che abbiamo presentato. Ci sono tutti gli strumenti per farlo, sia statali sia regionali: nessuno può più accampare scuse”.

De Palma e Calosi ringraziano l’avvocato Andrea Stramaccia dello studio legale Bellotti e l’avvocato Franco Focareta della Consulta giuridica nazionale Fiom Cgil che hanno “patrocinato il nostro ricorso e che oggi ci hanno informato che il giudice ha accolto in senso positivo il nostro ricorso”. I due dirigenti così concludono: “La Fiom Cgil ha messo in campo iniziative sindacali, legali e sociali per riaffermare la giustizia, tutto questo è stato possibile con la determinazione dei delegati. Attendiamo ora la deposizione della sentenza per conoscere più nel dettaglio le decisioni del giudice”.

Parole a capo
Maria Teresa Coppola: poesie edite e inedite

Devo liberarmi del tempo e vivere il presente giacché non esiste altro tempo che questo meraviglioso istante.
(Alda Merini)

Il tempo vola, io no.
Ho appeso al rampicante
che anela alla persiana
l’ anello di lattina che allegrava
un dito di bambina,
richiamo per le gazze
là sul pino nano,
una per la tristezza,
l’ altra per la gioia
di sillabe chioccolanti
che mettano le ali
al mio presente inerte
che non sa passare.

*
Non mi sottrarre
alla mia compagnia.
Mi è costata tempeste.
Riempimi come fa il mare
quando tra scogli emersi
si accoccola nelle pozze
e si acquieta,
placato inanella cristalli di sale.
Indosserò i tuoi gioielli
nel silenzio che mi contiene.
*
Dacci oggi i nostri fiori quotidiani
e il mare e le tempeste
il cielo i lupi e le foreste,
le pergole di rose in fiamme
e le cantine
 quando il sole è insolente,
il fuoco-conforto
se il gelo stringe,
gli abbracci nei giorni
in cui l’anima si perde
e hai perso anche le mappe
per ritrovarla da sola,
dacci bicchieri e posate
che fanno casa,
la ragnatela che rinasce,
le fusa dei gatti
e gli occhi autunnali dei cani,
geosmina e maestrale
e panni caldi
quando è ancora notte,
e le bugie che salvano,
l’ intuizione, l’ emozione
di accorgerci di vivere,
le risorse di un nome sbagliato,
dacci
libertà, paura, utopia,
botteghe d’arte e maestri e teatri,
Gavroche, Huck Finn, Vincenzo Gemito,
spartiti in cui il tempo si ferma.
Conservaci, se puoi,
le cose che oggi
non amiamo abbastanza.
*
Dal fondo degli occhi cespugliosi
il vecchio osserva
il tempo, gli alberi, la piazza.
Puntella in silenzio
la sua quota di universo.
Finché rimarrà lì
non svanirà.
Ma il sindaco
 ha rimosso la panchina:
clochards e africani
insidiano il decoro.
Ha rimosso anche il vecchio
e il mite puntello del suo sguardo.
Non passo più di lì.
Ho paura
che anche la piazza sia svanita.
*
Quando mi parli
fai veliero la mente,
la carichi di spugne
ad assorbire ricordi
che nulla sfugga
e tutto si conservi
per berti dopo,
quando non ci sei
e Bacco mi presta
redini colorate a guidare
la sua coppia di linci.
E mentre racconti
e aspetti che rida,
di pane speziato
mi inondi la stanza,
sterline d’oro nascondi
che possa
trovare più tardi,
a ogni morso
masticando lontananze.
Maria Teresa Coppola, salentina di nascita, pisana di adozione, si laurea in giurisprudenza a Pisa dove vive tuttora. La poesia le è familiare sin da piccola. A casa del poeta Girolamo Comi frequenta letterati quali Alfonso Gatto, Diego Valeri, Oreste Macrì. Seguono in Toscana anni di affettuosa contiguità con il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri. Varie sue liriche sono presenti in più antologie e nel collettaneo “Argeste 2023″ di Aletti editore. Con la silloge “Sottovoce” ha vinto il premio speciale della giuria del Premio Casentino 2023. Ha pubblicato la nuova silloge “C’è di più” ed. Aletti nel settembre 2023. Ha ricevuto il premio della giuria del Premio Internazionale di arte letteraria “Il canto di Dafne” il 25 novembre ’23 e  il terzo premio alla sesta edizione del Concorso Nazionale di Poesia dell’ Accademia Casentinese il 17 dicembre u.s.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

La PUMA ritira la sponsorizzazione del calcio israeliano

La PUMA ritira la sponsorizzazione del calcio israeliano

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Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha ottenuto un’importante vittoria: la PUMA è stata costretta a rinunciare alla sponsorizzazione dell’Associazione calcistica israeliana.

La Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI), parte fondante del movimento BDS, accoglie con favore la notizia che la PUMA non rinnoverà il suo contratto con la Israel Football Association (IFA).

Dal 2018 la PUMA è bersaglio di una campagna BDS globale per il suo sostegno all’apartheid israeliano che opprime milioni di palestinesi. L’IFA gestisce e sostiene le squadre in insediamenti israeliani illegali su terre palestinesi rubate.

Le e-mail interne trapelate hanno rivelato che la PUMA ha subito enormi pressioni per ritirare il contratto.

Mentre Israele porta avanti il suo genocidio contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata, uccidendo finora più di 18.000 persone, tra cui decine di calciatori, la pressione del boicottaggio è aumentata.

Gli anni di implacabile pressione globale del BDS sulla PUMA e il danno alla sua immagine dovrebbero essere una lezione per tutte le aziende che sostengono l’apartheid israeliano: la complicità ha delle conseguenze. È anche una lezione per la FIFA, profondamente complice e dominata dall’Occidente, che continua a proteggere Israele dalle sue responsabilità anche se le azioni dei coloni violano i suoi statuti.

Ringraziamo le centinaia di gruppi di solidarietà di base, atleti e squadre di tutto il mondo che hanno sostenuto l’appello di 215 squadre palestinesi a sfidare la PUMA. Questa vittoria del boicottaggio è amara perché la pulizia etnica dei palestinesi da parte di Israele continua, ma ci dà speranza e determinazione nel ritenere responsabili tutti i sostenitori del genocidio e dell’apartheid, finché tutti i palestinesi non potranno vivere in libertà, giustizia e uguaglianza.

Fonte: BDS con l’aiuto di BDS Grecia

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid.
Revisione di Anna Polo

Cover: Puma Wall FinalPhoto from BDS. (Foto di BDS)