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Diario in pubblico. Parlare come mangiare

Se dovessimo controllare il lessico che imperversa nella radio e nella televisione saremmo presi da sconforto, in quanto non si tratta di un rinnovamento della parola, renovatio verbis, quanto di un distorcimento della pronuncia e del significato.

Se ai miei tempi suonava già fastidiosa l’aspirazione consonantica toscana, ovvero la gorgia, o la trasformazione laziale della in b, o la trasformata in essce dell’Emilia-Romagna e via pronunciando, ora la dizione trascura e contorce non solo le ormai acclarate “deformazioni” proprie a una regione linguistica, ma ne inventa altre con la suggestione della scrittura usata nei social.

Sono poi imperanti parole che si ripetono ossessivamente prima fra tutte Percorso, la cui pronuncia va da Percorzo a Percorscio, o l’ossessivo Whow pronunciato da una massa di inintelligenti di fronte alla trionfante entrata di una bambolotta da social.

Non si vuole qui sottolineare quanto ormai sia travolta la lingua dai nuovi mezzi di comunicazione, ma come ormai sia inaffidabile, salvo per una cerchia sempre più ristretta, l’uso e l’abuso, non solo di nuovi termini, ma della stessa concezione della lingua nazionale.

È ormai evidente come il dilagare dell’anglomania abbia prodotto una deformazione mondiale dell’uso della lingua. Ma con diverse condizioni rispetto a quelle che nei secoli scorsi produssero il passaggio dal latino al volgare e soprattutto l’adozione del francese, come espressività universale dal diciottesimo secolo in poi.

Sembra quasi che l’uso della lingua sia un prodotto commestibile: si parla come si mangia. In tal modo la lingua si adatta, ad esempio ai nuovi gusti e mistioni. Vedi la pizza all’ananas o i cocktails con le foglie d’oro.

Un esempio lampante si raccoglie nella nostra città, a sentire come si esprimono gli “umarel” presenti in piazza. Sconvolgente. Si pensi ancora alle interviste che si fanno a testimoni di delitti o violenze. Impressionanti proprio dal punto di vista espressivo. Peggio ancora la lingua dei giovani che prepotentemente entra anche nelle scuole, costringendo gli insegnanti ad accettare quell’eloquio.

Non si pensi che questa nota nasca come sfogo del barboso docente, ma invece è indotta proprio dall’attenzione prestata alla lingua dei mezzi di comunicazione.

E a mio parere meglio allora adottare il dialetto che sdraiarsi su questa lingua finta.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
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(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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