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Se “Oppenheimer” fa incetta di candidature (ben 13) ai Premi Oscar 2024, edizione numero 96, a fare notizia è il nostro “Io capitano”, di Matteo Garrone, in corsa come miglior film straniero. Non sarà facile, ma tifiamo tutti per lui.

Già incluso tra i finalisti dei Golden Globe, battuto sul filo di lana dal film francese vincitore della Palma d’Oro a Cannes (“Anatomia di una caduta”), due candidature ai premi European Film Awards, “Io capitano”, di Matteo Garrone, ha vinto due premi importanti alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia: il Leone d’argento per la miglior regia e il premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente a Seydou Sarr, uno dei protagonisti della storia. Oggi il lungometraggio arriva nell’Olimpo: entra nella cinquina che concorre nella categoria miglior film straniero agli Oscar 2024, con rivali di grande calibro, Wim Wenders con “Perfect days” (Giappone), Juan Antonio Garcia Bayona con “La società della neve” (Spagna), İlker Çatak con “The teachers’ lounge” (Germania) e Jonathan Glazer con “La zona d’interesse” (Regno Unito). La sfida sarà ardua e impervia – soprattutto con Wenders – ma Garrone ha molte chances di portare a casa l’ambita statuetta. Potrebbe essere gradito ai membri dell’Academy.

Ci sono tutti gli ingredienti per piacere: il tema, la realtà, la fotografia, l’abilità tecnica, la favola, i sogni, l’avventura, l’Odissea. E ancora i buoni e i cattivi, l’amicizia, la fratellanza, i colori vivaci del Senegal che man mano sbiadiscono (e le magliette che diventano color pastello), il deserto, il mare, l’orizzonte, le piattaforme petrolifere, la terra. Tanti gesti di umanità, dignità e gentilezza in mezzo all’inferno. E, soprattutto, la scelta, le scelte.

Si esce dal cinema come se ci avessero dato un pugno allo stomaco, un po’ storditi, perché lo sconforto, la forza, l’orrore e la violenza di alcune immagini e situazioni fronteggiano momenti di bellezza, di grande umanità, tenerezza e grazia.

La sinossi di “Io capitano” lo descrive come “una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano”. Tutto, in questa coproduzione italo-belga girata per 13 settimane fra Africa ed Europa, parla di vita. Di realtà, di crescita, evoluzione e speranza.

Set nel deserto, foto ARRI

Tratto dai racconti di molti immigrati che hanno fatto lo stesso percorso, il film nasce da un’idea del regista sceneggiata insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e a Massimo Ceccherini, che già aveva affiancato Garrone alla scrittura di “Pinocchio”. A dirigere la fotografia il bravissimo Paolo Carnera.

Per la precisione, l’ispirazione arriva dalla storia vera di Mamadou Kouassi Pli Adama, immigrato ivoriano arrivato dalla Libia su un gommone in Italia, oggi attivista e leader del Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta e del Centro Sociale ‘Ex Canapificio’: “quanti morti che ho visto davanti a me…”, ha detto, emozionato per tale candidatura, “sono la voce di chi non ce l’ha fatta”.

“Sono partito da un’immagine, quella che poi è diventata la scena finale del film. Parto sempre da un’immagine nei miei film”, racconta il regista. La storia del film comincia, però, diversi anni fa: un amico del regista, che gestisce un centro di accoglienza in Sicilia, gli aveva raccontato la vicenda di un minorenne, Fofana Amara, che aveva portato in salvo centinaia di persone su un’imbarcazione partita dalla Libia, ma una volta in Italia era stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed era finito in carcere per sei mesi, un reato per cui oggi in Italia si rischia fino a trent’anni. “Mi aveva colpito la vicenda di questo ragazzo, me lo sono immaginato come poi ho mostrato nella scena finale del film”, dice. Per arrivare a girare, però ci ha messo anni, anche per la raccolta di testimonianze e materiale fotografico, oltre sei mesi per scrivere la sceneggiatura: “Ero pieno di dubbi”, continua, “temevo la retorica, oppure che il mio sguardo potesse essere inadeguato a raccontare questa storia, che potesse sembrare il tentativo di speculare sulla sofferenza degli altri; invece, poi a un certo punto ho sentito che il film era maturo, è come se avesse scelto me. Ho avuto la necessità di girarlo”. “Ogni pezzetto del film è legato al racconto di qualcosa realmente avvenuto”, confessa.

Seydou Sarr, foto ARRI

Molto interessante la lettura della critica Paola Casella, secondo la quale “in un certo senso Garrone fa cominciare il suo racconto dal suo film precedente, perché i due protagonisti Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall) sono Pinocchio e Lucignolo in partenza per il Paese dei Balocchi, circondati da gatti e volpi pronti a predare sulla loro ingenuità”. In effetti, quella dimensione onirica la si ritrova anche in alcune scene come quella in cui Seydou è costretto ad abbandonare nel deserto una donna che non ce la fa più a camminare e che muore tra le sue braccia e lei vola, sulle ali del vento. O nello spirito che porta Seydou a rendere visita alla madre che dorme.

Il film è in parte epico, è un viaggio scelto e voluto da due ragazzi sfrontati e impavidi che sognano la musica, un ‘road movie’ che parla di passaggio all’età adulta, di separazione traumatica da origini, radici e affetti, di sfida con sé stessi, di pericolo di perdersi e di soccombere. Lo stesso Garrone confessa di aver pensato a “Pinocchio” ma anche all’“Isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e a “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad.

Tranne qualche parte in francese e italiano, il regista ha, sorprendentemente, diretto il film in Wolof, la lingua madre del 40 per cento dei senegalesi, pur non parlandola, facendosi quindi aiutare dagli interpreti e raccontando, ogni mattina, agli attori, che non avevano mai letto la sceneggiatura, cosa sarebbe successo sul set. Da queste spiegazioni loro interpretavano, con delicatezza, bravura, dedizione, serietà e ironia.

In sequenza, foto ARRI

A piacere è il fatto che questo film, che affianca sonorità africane e rock, non è il racconto di un viaggio in fuga dalla miseria e dalla fame, ma una scelta autonoma di avventurarsi oltre il Mediterraneo. Un viaggio ‘di conoscenza’ verso il sogno precluso chiamato Europa, un viaggio alla scoperta del mondo al quale la madre di Seydou è assolutamente contraria, tanto da averglielo vietato: “Devi respirare la stessa aria che respiro io”, nel tentativo di proteggere lui dai pericoli e sé stessa dalla sua perdita.

“Io capitano” è soprattutto una parabola sulla necessità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e scelte, incarnata nella figura nobile di Seydou che, invece di pensare solo alla propria sopravvivenza, si fa carico degli altri, fino a portare con sé anche il loro ricordo di chi non è arrivato alla meta.

Empatico, autentico, commovente, bellissimo.

In bocca al lupo, allora, Matteo, di cuore, e Ad maiora.

 

Io capitano, di Matteo Garrone, con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi, Doodou Sagna, Italia, Belgio, 2023, 121 minuti.

Foto in evidenza di Greta de Lazzaris

Dal 29 gennaio su Sky Cinema e NOW

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
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PAESE REALE
di Piermaria Romani


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