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Dal 20 dicembre su Netflix, il film “Maestro”, di Bradley Cooper (e prodotto, tra gli altri da Martin Scorsese e Steven Spielberg), applauditissimo alla 80° Mostra del cinema di Venezia, coinvolge ed emoziona.

‘L’arte deve saper suscitare domande’, per il grande direttore d’orchestra Leonard Bernstein era il principio guida. Ci sono tutti gli ingredienti che servono a un buon prodotto, in “Maestro”, il nuovo film da regista e protagonista di Bradley Cooper, che aveva già debuttato alla regia con “A Star is Born”: entusiasmo, passione, tempesta e impeto, sogni, libertà (e pure libertinismo), talento, aspirazioni, amore, famiglia, e, soprattutto, tanta musica. Ai recenti Golden Globe non ha vinto nulla, ma qualcuno parla di Oscar.

Un film in bianco e nero, che passa al colore solo in un secondo momento, con lo scorrere inesorabile del tempo, che racchiude momenti di leggerezza romantica e di dramma d’autore e qualche tocco di musical. Fino all’abile impiego della camera fissa quando l’incombere della malattia invade tutto e non lascia spazio più a nulla.

Si parte dalla fine della storia, un Leonard anziano e provato (Bradley Cooper, che firma anche la sceneggiatura), con un lungo flashback che ripercorre la sua vita e la nostalgia per l’amore della sua vita, l’attrice Felicia María Cohn Montealegre (una sensazionale Carrey Mulligan), dalla quale il maestro ebbe tre figli.

A dominare sullo schermo il carisma di Bernstein, eclettico e poliedrico personaggio, un direttore d’orchestra, pianista e compositore famoso in tutto il mondo, anche di musical popolari, su tutti, per il suo “West Side Story”.

Carrey Mulligan e Bradley Cooper, foto Netflix

Nato nel 1918 in Massachusetts da immigrati ucraini di religione ebraica, Bernstein iniziò a suonare il piano della zia in giovane età, da autodidatta, per poi prendere s lezioni e diventare a sua volta insegnante per i ragazzi del quartiere. Le sue prime esibizioni in orchestra risalgono al 1932, tre anni prima di iscriversi a Harvard per studiare musica. Dagli anni Quaranta, fin dalla sostituzione casuale di Bruno Walter per un concerto alla Carnegie Hall, iniziò ufficialmente una carriera folgorante soprattutto come direttore di orchestra (nel 1946 fu invitato da Arturo Toscanini, che all’epoca viveva negli Usa, a dirigere la Nbc Symphony Orchestra e nel 1953 fu il primo americano a dirigere l’orchestra della Scala di Milano).

Carrey Mulligan e Bradley Cooper, foto Netflix

Polemiche a parte sul naso, a piacere anche il racconto garbato di una bisessualità raccontata apertamente, senza moralismi, dove la vita di Felicia oscilla fra un innamoramento che diventa grande amore e una frustrazione per la doppia vita di un marito geniale e carismatico, doppia vita a lei nota ma, obtorto collo, tollerata.

Bradley Cooper e Matt Bomer, foto Netflix

Il film si concentra sull’intenso rapporto con Felicia, durato, fra alti e bassi, oltre 30 anni, nonostante le relazioni di Leonard con vari uomini, a cominciare dal rapporto con David Oppenheim (Matt Bomer). Il divorzio – per poter vivere con Tom Cothran (Gideon Glick), manager radiofonico e compositore – arriva nel 1976. Un anno dopo, la coppia torna però a vivere insieme, per la malattia di Felicia che la porta alla morte nel 1978. Subentra poi Kunihiko Hashimoto, grande amore di Bernstein, un giovane giapponese impiegato in una società di assicurazioni che gli rimane accanto fino alla sua morte, nel 1990.

Un film delicato, poetico, riflessivo, romantico, intelligente, originale e molto esistenziale. Rapiti dalle musiche, tutte di Leonard Bernstein, ma senza esagerare.

Secondo la sinossi ufficiale, questa pellicola è “una lettera d’amore per l’arte e la vita, un ritratto epico ed emozionate sull’amore e la famiglia”. Verissimo. Da vedere.

Maestro, di Bradley Cooper, con Bradley Cooper, Carey Mulligan, Matt Bomer, Gideon Glick,Vincenzo Amato, Maya Hawke (II), USA, 2023, 129 minuti.

Foto in evidenza e nel testo di Netflix

 

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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