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Presto di mattina. Dimorare nella differenza

Poesia, un dimorare nella differenza

Od anche, come qui confesserai:
– Questa nuda parola, questo dire
che non può mai essere inutile,
questo equilibrio di pensiero ed atto
che si svela in pronunzia, e non è
che coscienza, un silenzio parlante,
questo muto snidare in se stesso
l’altrui, e l’Altro, che dal sé distinto
incombe, e promuove l’esistere
nel nome di Lui, e il parlare
nel nome di tutti, questo, mi pare,
nella mia miseria, il promiscuo
sentire che sussurra: – poesia.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 367.

Lo Sguardo, la parola, il gesto tendono al luogo che è loro proprio: “l’altrui, l’Altro”. Come la poesia essi tendono alla differenza quale loro dimora, verso un luogo che incombe e tuttavia incoraggia e muove verso un più esistere: «un passo, un altro passo,/ e inciampicando nel divino esistere/ io giungo a riconoscermi nel sasso/ che sospira all’eterno, in alto, in basso» (ivi, 285).

Sant’Agostino direbbe che «un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso» (Confessioni, 13, 9). L’identità è come pietra, profondità dentro di sé, l’alterità è fuoco che sale verso un altrove per tornar vivi, per ritrovarsi in altri.

Carlo Betocchi è qui poeta dell’alterità e della differenza, di questo fuoco che è l’altro da sé, un perdersi nel “cuore di ciascuno altro” per ritrovarsi, e il suo nome proprio, non un numero, si rivelerà nella tua cura, uniti nella differenza.

La tua mente illusoria rifiutala
se non ha altri argomenti che te:
e il tuo cuore, se non ha che i tuoi
lamenti. Non avvilirti
compassionandoti. Sii non schiavo di te,
ma il cuore di ciascun altro: annullati
per tornar vivo dove non sei
più te, ma l’altro che di te si nutra,
distinguilo dal numeroso,
chiama ciascuno col suo nome
(ivi, 327).

Sono di là da qui,
son l’altro, o sto per diventarlo;
per farmi riconoscere
uso queste parole;
son le stesse d’un tempo,
ma non son più lo stesso,
io, perché di là da qui,
dove resto nascosto,
vado già ricercandomi
(ivi, 564).

Una poesia quella di Betocchi che anche calcando i “lunghi passi della prosa” dimora così nella differenza di un’altra differenza: «Dov’è la mia casa? Forse, invecchiando, finalmente m’incammino: forse, compresi meglio i miei affetti saprò distaccarmene. Oh, da vecchio, andarsene con i lunghi passi della prosa! E nessuno che possa lamentarsene. Diranno: – Com’è cambiato! È diventato un altro!» (ivi, 254).

Credere: dimorare nella differenza

Come tutti

Anch’io salii le scale del mio non sapere,
anch’io come te, come l’altro, come molti
non avevo parola che dicesse il possibile
(entro il credibile, entro quel ch’è da credere,
e non è mio, è di tutti); eppure mi son fatto
così, uno che parla a stormi di versi
affamati di verità, come passeri nel gelo
d’inverno, come tutti i beati poveri, tutti
i santi beati che hanno lasciato se stessi
per trovar l’Altro, il vero, il solo sapiente
(ivi, 449).

Credere è di tutti, sì, proprio di tutti! È un verbo che nasce dalla fame di ciò che fa vivere; è ricerca del pane del senso, principio della relazione all’altro. Credere è vivere. È pure quel pane spezzato e condiviso per poter vivere insieme e oltre: è l’incomparabile grazia della differenza d’altri.

Si sta come il seme che buca la terra solo grazie alla terra, che si muove, si radica profondo, sale e vive e porta frutto ancora e ancora, di stagione in stagione, solo grazie alla grazia della differenza. Differenti dimore sono per lui il sole, la pioggia, il vento, le mani che l’hanno piantato e poi si prendono cura di seminarlo di nuovo. Così è possibile una primigenia parola al bambino solo nella misura in cui trova un garante, ad aspettarlo, se trova l’altro.

L’origine dell’umano credere è così già tutto in un primo sguardo, silenzio, parola, gesto sorgivi e primigeni di tutte le altre parole, silenzi, sguardi e gesti che seguiranno e serviranno a intraprendere cammini e costruire le dimore della differenza.

Credere è allora, già al primo spiraglio di luce, un osare e rischiare la differenza, aprendo gli occhi. Credere è inserzione nella differenza là dove lo spirito e la parola s’incarnano, entrano dentro il corpo dell’umano rinunciando al privilegio di una identità immutabile, solitaria, incontaminata: «pur essendo nella vita di Dio, spogliò se stesso assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 6).

È ciascuno innestato all’altro per ferita, inserzione carnale nella differenza là dove si arrischia se stessi giocandosi il tutto per tutto nelle prove e nel destino d’altri. Questo credere, che è di tutti, è preferire e rischiare la realtà per l’apparenza, la verità per la menzogna, divenendo così quel credere generativo e costitutivo nel tempo della propria autenticità: ci fa veri.

È pertanto quel credere che sta prima di ogni fede e credenza, di ogni tradizione e determinazione storiche e finanche della religiosità umana. È là dove tutto è dato e tutto da donare; dove tutto è fatto e tutto da fare, dove tutto è già e tutto non ancora. Credere è il luogo della libertà, quella libertà che si affida, che osa la differenza.

Fare posto: la debolezza del credere

Credere: «il termine significa talvolta aver confidenza in qualcuno o in qualcosa, altre volte il termine significa credere alla realtà o a quello che si vede, altre ancora fidarsi di quel che viene detto… Il credere pone un rapporto a qualcosa d’altro. Sotto questo triplice aspetto, il termine implica sempre il supporto dell’altro, che costituisce ciò su cui si deve poter contare… Il credere si mantiene dunque tra la riconoscenza di un’alterità e l’istituzione di un contratto, sparendo nel caso in cui uno dei due termini viene meno» (Michel de Certeau, Una pratica sociale della differenza: credere, in La pratica del credere, Medusa, Milano 2007, 29-30).

È stato il gesuita francese Michel de Certeau (1925- 1986)Le marcheur blessé (l’itinerante ferito), titola la sua biografia a cura di François Dosse – che ha tematizzato con un suo saggio dal medesimo titolo la debolezza del credere.

Far posto a una differenza significa ospitare, fare credito ad una forza della debolezza: così per de Certeau «credere significa “venire” o “seguire” (gesto segnato da una separazione), uscire dal proprio luogo, essere disarmato da questo esilio fuori dalla identità e dal contratto, rinunciare così al possesso e alla eredità, per essere offerto alla voce dell’altro e dipendere dalla sua venuta o dalla sua risposta.

Attendere così dall’altro la morte o la vita, aspettare dalla sua voce l’alterazione incessante del proprio corpo, avere come tempio l’effetto, nella casa, di un distanziarsi da sé attraverso un capovolgimento che “fa segno”, ecco senza dubbio ciò che l’interruzione credente introduce all’interno o nell’interstizio di ogni sistema, ciò che la fede e la carità connotano, o ciò che rappresenta la figura di Gesù itinerante, nudo e sacrificato, cioè senza luogo, senza potere e, come il clown di H. Miller, forever outside, “per sempre fuori” di sé, ferito dallo straniero, convertito all’altro senza essere tenuto da lui» (La debolezza del credere, Fratture e transiti del cristianesimo, Città aperta, Troina (En), 276).

Mai senza l’altro

Come nessun uomo è uomo da solo“mai senza l’altro”, “pas sans toi”, “non senza di te” è stato il leitmotiv del suo itinerario di pensiero e di vita − così lo si è pure nel credere: «Nessun uomo è cristiano da solo, per se stesso, ma sempre in relazione all’altro, in un’apertura a una differenza invocata e accettata con gratitudine.

Questa passione dell’altro non è una natura primitiva da ritrovare, non è qualcosa di cui ci rivestiamo o che si aggiunge per rafforzare le nostre competenze, le nostre acquisizioni: è una fragilità che spoglia le nostre solidità e introduce nelle nostre forze necessarie la debolezza del credere.

Forse una teoria o una pratica diventa cristiana quando, nella forza di una lucidità o di una competenza, entra come una ballerina il rischio di esporsi all’esteriorità, la docilità all’estraneità che sopravviene, la grazia di fare posto – cioè di credere – all’altro. Proprio come “l’itinerante”, il “pellegrino” di Angelus Silesius, non […] nudo, né vestito, ma spogliato» (ivi, 287).

La debolezza del credere è dovuta all’attesa dell’altro, alla sua imprevedibilità. Le sue vie non sono le nostre, né i suoi pensieri i nostri. Debolezza dovuta alla distanza, non dissimile da quella che c’è tra il cielo e la terra, così è tale quella dell’altro che lascia esposti al rischio della sua assenza, come abbandonati al proprio nulla. È tuttavia una debolezza che nasconde una forza, quella di un altro che sarà in te.

Credere è cedere la tua disperazione a chi è più forte di te. In questo resistere arrendendoti, il nulla, la solitudine e la disperazione stessa si spaccano, non sono più solo tue ma diventano d’altri, o come direbbe de Certeau, mutando in una “frattura instauratrice”, diventano forma stessa del credere, legame di alleanza.

Anche il poeta parla di una disperazione che si spacca e s’apre una feritoia in cui passare oltre. Così, chi crede è un transiliens, colui che passa al di là di sé per fare posto e lasciar entrare l’altro da sé. Il passer blessé, il passatore ferito, che il Dio della pace ha ricondotto dai morti.

Non chiamare disperazione
la disperazione,
se non è ancora più forte,
se non è ancora a quel punto
che si spacca,
che s’apre una feritoia,
nemmeno la disperazione
è tua, cèdila
a chi è più forte di te,
attendi, accetta d’esser colmo
del tuo nulla;
scamperai da te stesso,
non saprai come, un altro sarà in te
(Betocchi, 327).

Seminati nella debolezza

Ciò che «è seminato nella debolezza, risorge nella potenza» (1Cor 15,43). Ecco la fede di Paolo che indica ai cristiani quale sia la forza nascosta nella debolezza del credere: «Il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

La debolezza del credere prega con gemiti inesprimibili, quelli dello Spirito del Risorto ricorda ancora Paolo: «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8, 26-27).

Lo stesso annuncio dell’evangelo di Dio è declinato nella debolezza. L’evangelizzazione si presenta e si attua così nella forma stessa della debolezza del credere: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.

Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio». (1Cor 2,1-5).

Precisando tuttavia la qualità di questa potenza che dimora nella debolezza perché «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini… quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti;» (1Cor 1,25).

Sinodalità: camminare insieme nella differenza

Anche la sinodalità come il credere è l’esperienza di dimorare nella differenza. Anzi, è proprio una pratica sociale ed ecclesiale della differenza. Il credere è il legame ramificato che lega una pluralità di differenze; soggetti distanti uniti ad un atto di parola, ad un pronunciamento di convergenze, ad una decisione comune per orientare cammini al futuro.

E il loro dire, l’assenso del credere si deve poi declinare in un fare, poiché il fare verifica il dire e garantisce l’autenticità del credere e della sua attestazione, scongiurando così l’ammonimento evangelico: “dicono ma non fanno”.

«Questa iscrizione del dire nel fare e del fare nel dire costituisce il credere in una pratica dell’attesa. A partire da questa prospettiva, la formula che indica al credente la sua posizione potrebbe essere: “tu lo credi se lo fai, e se non lo fai tu non ci credi”» (Certeau, Pratica del credere, 36-37).

Vi leggo in queste parole il cammino sinodale della Chiesa nelle sue tre fasi “narrativa”, “sapienziale” e “profetica”: l’ascolto di tutti, il discernimento comune, il cambiamento delle pratiche nella forma di una conversione pastorale, ecclesiale e sociale. La tradizione ecclesiale non è qualcosa di fissato una volta per sempre: è «un passaggio sempre in movimento», perché il vangelo diviene una realtà sempre in via di realizzazione nella storia, non solo attraverso un dire, ma con un fare.

L’esperienza sinodale come esperienza dell’altro, dell’alterità corrisponde così alla figura di colui che è in viaggio insieme con altri nei mondi della differenza, all’incontro con il povero, con il Cristo povero nei poveri.

Così la sinodalità dovrebbe essere esperienza di povertà, scoprendo anche la propria. Questa scoperta frutto di ascolto, discernimento e decisione per un cambiamento (le beatitudini) ha una funzione di contestazione in una società e in una chiesa in cui stili di vita, ricchezze, culture e religioni cessano di essere un “buon annuncio” per l’umano e per il creato.

Ma è pure pratica di conversione, una contestazione creatrice a partire da un noi ecclesiale secondo l’evangelo per far vivere ancora una volta la speranza per il futuro.

L’aspetto più importante del Sinodo ecclesiale in questa fase sapienziale, – fase del con/spire, “respirare insieme” con lo spirito del Cristo povero tra i poveri – potrebbe essere lo stesso aspetto che padre Yves Congar al Concilio annotava nel suo diario personale il primo febbraio 1964 scrivendo che

«L’aspetto più importante del Concilio non è quello di far votare dei testi, bensì quello di creare uno spirito e una coscienza nuova, e questo richiede tempo». Il tempo del nostro sinodo è quello di continuare a dimorare, praticando insieme la differenza, a partire da e attraversando quello scarto/ferita della differenza che c’è sempre tra noi e il vangelo.

È ora tempo di ritornare in quella dimora della differenza che è la poesia, “promiscuo sentire” ci ha detto Carlo Betocchi. L’invito è per tutti al «coraggio di credere e di esistere dentro il fiore della carità», anche per quella fede che al nostro sguardo sembra impalpabile, grigia come cenere fredda, pur essa, inconsapevole, silente, prega e riprega.

Sento anch’io il bisogno come il poeta di essere tanto più libero in Lui − questo è credere – e Lui libero in me, e amarlo, amarlo nel nome angosciato di tutti, per esser conscio che tutti sono a Lui eguali, sua umanità e così finalmente amarli come fossero Lui.

C’è verità nel coraggio
di credere e d’esistere,
e dentro il fiore della carità.
C’è nel fiume, che mena l’acqua,
tutta, la fievole delle rive, –
e la violenta della corrente:
e nel fuoco, fiamma e faville,
e grigia impalpabile cenere
che, dal suo letto spento,
fredda, prega e riprega Iddio
(ivi, 535).

Sì, m’accorgo, mio Dio
(la confessione è tenera, ma l’animo è aspro),
che d’una cosa in più, forse,
aveva bisogno il tuo servo:
quanto più libero in Te,
quanto – aveva bisogno –
d’essere conscio dei suoi simili,
cui non solo la morte l’eguaglia
ma la consuetudine con il peccato.
E d ‘avere un poco d’orgoglio
non era male,
d’essere come se fosse solo,
e d’amarti come fosse Te stesso,
nel nome, angosciato, di tutti
(ivi, 326).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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