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Presto di mattina. Il mondo storpiato

Un mondo storpiato

Prova a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato».
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.
(Adam Zagajewski, Prova a cantare un mondo storpiato, Interlinea, Novara 2019, 95).

Per il poeta e scrittore polacco Zagajewski (1945-2021) poesia è come «un volto umano, un oggetto che può essere misurato, descritto, catalogato, ma è anche un appello» (ivi, 9).

Appello a non tradire la memoria perché sarebbe un tradire anche la memoria di tutte le vittime di oggi: il tradimento della memoria è il silenzio.

In un’intervista ad Avvenire il 23 ottobre 2019 alla domanda in che misura egli sia stato segnato dalla tragedia della guerra, sebbene sia nato nel ’45, risponde: «Oh sì, è vero. La Shoah, il massacro di ebrei europei che ha avuto luogo principalmente nel territorio polacco, mi perseguita di continuo. Le immagini di bambini ebrei portati nei campi di sterminio sono insopportabili e il tempo non fa nulla per ammorbidirlo. Sono nato un mese dopo che le macchine della morte in Europa fossero arrestate, quindi l’ho sempre considerato una specie di eredità difficile».

Un piccolo popolo scrive a Dio

«Tutto è cominciato con i treni. Perché avranno inventato la macchina a vapore, la locomotiva e la ferrovia? Perché? Ne avevano davvero bisogno? Non bastavano le diligenze? Non si poteva andare a piedi, dormendo su balle di fieno e bevendo acqua di fonte? Il cavallo non è forse una creatura perfetta, forte e paziente? I nostri pittori amavano ritrarre cavalli, in riposo o in corsa.

Le prime ferrovie potevano sembrare un idillio: minuscole stazioni rischiarate da lampioni a gas, il capostazione con la sua bella divisa pulita e ben stirata, i cassieri baffuti, i ritratti di imperatori assonnati. Ma c’erano anche degli osservatori avveduti. Il famoso quadro di Turner che raffigura un treno in corsa cela in sé fascinazione e spavento insieme.

Allora non si poteva ancora prevedere la cosa più importante. Non si poteva intuire a che sarebbero serviti i treni, quale fosse la loro funzione principale, ma ancora nascosta. Perché i treni servono a deportare le piccole etnie. È difficile farlo in diligenza. Il carro che condusse Maria Antonietta alla ghigliottina non avrebbe potuto contenere tutta una nazione. Le carrozze servivano a portar via giusto un pugno di filomati (amanti dell’apprendimento) semiassiderati.

I treni invece! I vagoni merci o quelli bestiame si prestano perfettamente a deportare grandi masse umane. E così è stato. La macchina a vapore ha svelato le sue più segrete potenzialità solo in tempi relativamente recenti. Forse noi non siamo un popolo piccolissimo.

Ma la definizione può anche essere ribaltata: piccolo è quel popolo che può essere contenuto in vagoni merci. Piccolo e debole. Che lì dentro soffoca per mancanza d’aria. Ti risparmiamo i particolari. Pianti, gemiti, odio, risse, ogni tanto un flebile gesto di compassione.

Meglio non descrivere come si vive in un vagone merci. Duravano tanto, quei viaggi? Oh sì, tanto, perché i treni coprivano grandi distanze. Si fermavano spesso al semaforo, dando la precedenza ai convogli militari. Grida bestiali risuonavano nel silenzio.

Ma Ti avevamo promesso di non scendere nei dettagli. Bocca chiusa e pennino spuntato. A volte il viaggio durava una settimana o più. Gente ammassata. Schiacciata. Ossa contro ossa, spalla contro spalla, come in un amplesso non voluto.

Lo si poteva credere il sogno realizzato di molti nazionalisti: un concentrato di popolo, con un’unica volontà, corpo addosso a corpo, cranio contro cranio, la fine di ogni capriccio individualista. “Scrivete le vostre memorie” – consigliano loro gli amici intellettuali.

Ma come, dal momento che si tratta di cose che non si possono raccontare? Se hai spintonato via qualcuno mentre distribuivano le razioni e per questo sei riuscito a sopravvivere all’inverno, come fai a dirlo? Come fai a ricordarlo? Hanno deportato un popolo, è tornato uno sguardo.

Ci sarà sempre un posticino per uno come me, autore di sempre nuove lettere, di lagnanze e proteste. Segue firma illeggibile, una folata di vento gelido» (Un piccolo popolo scrive a Dio, in Adam Zagajewski, Tradimento, Adelphi, 2007, 128-129; 132; 136).

Prova a cantare un mondo storpiato

Nelle vie e nelle piazze aggrondate
si addensano grandine e tempesta,
eppure la luce non muore.
I poeti, invisibili come minatori,
nascosti sottoterra,
costruiscono per noi una casa:
ma loro non possono,
non possono abitarli.
(Prova a cantare un mondo storpiato, 73).

Ogni sguardo abbassato, come ogni poesia non detta, è un appello mancato: «Questo è il mio tradimento. Il silenzio» (ivi, 114).

“Occorre guarire dal silenzio” e lo si fa ogni volta che si alza lo sguardo, là dove “si addensano grandine tempesta” eppure là “la luce non muore”; là dove si osa la presa della parola fuoriesce mondo possibile perché la poesia, ci insegna Zagajewski, è ricerca della luce nelle tenebre, del suo fulgore nella caligine.

Ogni poesia, anche la più breve,
può trasformarsi in un poema che da sé deduce un mondo,
sembra che potrebbe persino esplodere,
perché ovunque si nascondono smisurate
riserve di meraviglia e ferocia e pazienti
attendono il nostro sguardo, che le può liberare
e sviluppare, come si sviluppa un fiocco di strada d’estate –
solo non sappiamo cosa prevarrà, e se il nostro ingegno
reggerà il passo di una così ricca realtà;
e quindi, per questo, ogni poesia deve parlare
della totalità del mondo; purtroppo non siamo
abbastanza attenti, le nostre bocche sono
strette e centellinano le immagini, come
l’avaro di Molière.
(Zagajewski, Guarire dal silenzio, Mondadori, Milano 2020, 33).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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