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Notizie dall’altro mondo

Diario in pubblico. Notizie dall’altro mondo

Condannato alla visione televisiva, mi concentro sull’esito finale di un programma ballereccio che spopola e assisto all’esibizione finale di due signore che, ansimanti e apparentemente felici, concludono la loro- come ripete fino allo sfinimento un bardata dama conduttrice del programma- “performance”: Uanda Nara e Simo Ventura.

Subito mi domando sentendo il ritmo selvaggio degli ammiratori della Nara: “perché Uanda e non Wanda?” Ai miei tempi la signora del musical e della discesa delle scale si chiamava Wanda anche con il mitico cognome Osiris come il dio egiziano.

Qui no. La Uanda dotata di un rispettabilissimo lato b, a differenza della sua concorrente, lo usa con sapienza e proprietà, salutata dal delirante abbraccio dei suoi 5 figli e del marito che la osannano in un improbabile italiano. La Simo però ha fatto il colpo dell’anno, quando un ennesimo futuro marito le chiede in diretta di sposarlo; marito che a sua volta è concorrente impacciatissimo. Ma scherziamo?

Quanto a pubblicità siamo al livello della venditrice di pandori e uova di Pasqua. Ecco le tre dive al cui confronto spariscono giornaliste serie come la didattica Selvaggia e perfino la sbandata Lilli, mentre sempre più spalanca l’occhio apparentemente stupefatto la Berlinguer. Chino il capo e mi rifugio tra le righe che scrive l’intramontabile Natalia Aspesi, sogghignando alle vecchie battute comunque efficaci della Concita de Gregorio.

Allora, possiamo affermare che le donne abbiano raggiunto la parità di genere? Ma va là! Siamo ancor lontani; mentre studio le mosse (si fa per dire) delle signore della politica. Prime fra tutte come dicono i miei amici al bar la Giorgia e la Elly, nonostante che gran parte di loro rimanga un po’ deluso da quell’improbabile nome Ely, di cui tutti vorrebbero sapere provenienza, che suona in realtà come Elena Ethel Schlein, nata in Svizzera con cittadinanza statunitense.

Ma poi si aggiungano le altre brave signore europee. Tra implacabile sole e temperature quasi tropicali mi avventuro nel centro di Frara per degustare dolci e dolcetti, guardare le vetrine fornitissime ma vuote all’interno, mentre sfuggo con un manto di silenziosa riprovazione agli stentati sforzi di opporre candidata/o di sinistra all’odierno governo della città, che hanno prodotto (quasi una nemesi), un pasticciaccio brutto non di via Merulana, come suona l’immortale libro dello scrittore, ma di piazza Municipio.

Libri e libretti mi sfilano sotto il naso, mentre attendo, sempre più rassegnato, all’improbabile decisione del Comune di ospitare i libri che vorrei donare alla Biblioteca Ariostea e riguardanti Leopoldo Cicognara, Canova e la cultura ferrarese di primo Ottocento. Vedremo. Anche se vedere sembra eccessivo in questa ferrarese nebbia di compiti e attribuzioni.

Così mentre osservo rapito la danza di Bolle nella Baiadera mi rifugio sempre di più in un sogno per ora irrealizzabile di tornare all’amatissima Parigi.

Sarà possibile? Mia nonna sentenziava: “Chi vivrà, vedrà”.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Lettera: Abbiamo perso lo spirito del Natale

Abbiamo perso lo spirito del Natale

di Riccardo Mancin

Credo proprio che se domani uscissi di casa e passeggiando sottoponessi i passanti che incrocio ad una intervista in cui chiedo “Cosa rappresenta per lei il Natale?” la maggior parte delle persone mi risponderebbe così: luci e decorazioni, l’albero, i regali, la festa, le riunioni di famiglia, cene e pranzi di rito, una vacanza. Una minoranza ci aggiungerebbe probabilmente una connotazione più religiosa menzionandomi la Santa Messa ed il presepe ma i più sono convinto che si indirizzerebbero su aspetti prevalentemente commerciali. Del resto questa tendenza ha origini lontane e deriva dal fatto che molte delle tradizioni che oggi sono associate al Natale hanno in realtà una storia molto antica, che addirittura precede la celebrazione del Natale vero e proprio come i Saturnali, una festa pagana dell’epoca romana dove per la settimana dal 17 al 23 dicembre ci si regalava cibo, monete, candele e dove ci si lasciava andare a comportamenti meno formali e si poteva tollerare anche chi alzava il gomito in onore del dio Saturno. I Cristiani nel tempo li trasformarono nel Natale, una festività molto sentita anche nel Medioevo dove vi era un grande fermento nelle case dei ricchi e dei poveri, complice la sospensione del lavoro agricolo durante l’inverno. Natale, dunque, nei secoli ha sempre fatto rima con abbondanza, gioia, prosperità e condivisione. Ricordo bene gli aneddoti che quando ero bimbo mi raccontava mio nonno sul Natale vissuto nella sua epoca. Erano racconti che mi affascinavano perché ricchi di particolari che dipingevano nitidamente uno spaccato di vita rurale di provincia padana in anni veramente difficili, quando le famiglie erano numerose e patriarcali e i sacrifici di tutti erano rivolti essenzialmente alla sopravvivenza. “Fratelli e sorelle dormivano appiccicati per combattere il freddo in case fatte di canna palustre ma a Natale non è mai mancato del cibo. I più grandi infatti lavoravano sodo tutto l’anno per garantirlo – diceva con una punta di orgoglio – Non c’erano eccessi, non c’era il superfluo. E di regali gran pochi, solo cose semplicissime e utili.” Cibo semplice, spesso barattato, stagionale, locale, autoprodotto e genuino, zero imballaggi, niente grande distribuzione e niente sprechi. Nulla diventava rifiuto, quello che poteva essere riusato veniva sfruttato. Pur essendo una festività vissuta in maniera scarna e minimalista era quindi il trionfo della circolarità e della sostenibilità ambientale, all’epoca condizione praticamente obbligatoria per una resilienza fatta di sacrifici. Non mancava mai comunque la genuinità dei valori e l’atmosfera ed il significato di fondo della festa veniva sempre onorato e tramandato. Sulla scia di questi capisaldi ho vissuto anch’io con felicità e trasporto i periodi natalizi della mia infanzia. Ricordo grandi tavolate dove tutti portavano qualcosa da mangiare, c’era il calore di famiglie unite che portava a stemperare anche qualche tensione o attrito accaduto nei mesi precedenti. Tanti argomenti e risate, ore spensierate trascorse a giocare a tombola,  per i piccini l’ansia del momento del regalo da scartare che quasi mai era quello che si sperava ma che si concentrava in un momento che valeva comunque la pena di essere vissuto. Negli anni successivi, corrispondenti agli inizi della mia adolescenza, il benessere economico è diventato diffuso e ha letteralmente stravolto le nostre vite rinchiudendole in gabbie dorate all’interno delle quali perseguire quasi ossessivamente le chimere di un consumismo senza freni. Non è cambiato il Natale ma la società e dunque noi stessi, il nostro modo di viverlo e concepirlo. Ci siamo fatti travolgere dal marketing selvaggio bombardati dai media, facendoci risucchiare nel vortice dello shopping compulsivo e dell’acquisto inutile, dettato solo da dinamiche distorte di moda e tendenze, di competizione e corsa sfrenata per accaparrarsi quanto più possibile; dalle decorazioni dentro e fuori casa all’abbigliamento costoso da sfoggiare solo per quella occasione, dai tanti regali spesso senza senso al cibo fuori stagione e in quantità pantagrueliche, magari di lusso e ricercato anche solo per stupire e vantarsi con gli ospiti esponendolo sulla tavola. Ebbene questo approccio ha generato mostri: il Natale moderno è sempre più una festa che ha perso i suoi valori basilari ed è volta perlopiù al soddisfacimento indiscriminato di bisogni non essenziali. La conseguenza diretta e ovvia è l’insostenibilità sociale ed ambientale, con la prima che vede una forbice sempre più netta e intollerabile tra abbienti e non e con la seconda che vede invece il pianeta letteralmente soffocare dall’inquinamento per l’assurda quantità di oggetti prodotti e venduti nonché per l’abuso e lo smaltimento non corretto di materiali deleteri per gli ecosistemi. Vale la pena fare qualche esempio a supporto dei miei pensieri. Secondo uno studio dell’Università di Manchester le abitudini alimentari natalizie della sola società occidentale causerebbero la stessa impronta di carbonio di un’auto che compie il giro del mondo per seimila volte. Su svariati milioni di euro spesi ogni anno per i regali di Natale circa il 10% per cento di questo dispendio economico e di prodotti viene semplicemente buttato via perché non gradito. Per non parlare dei maglioni di Natale, quelli spesso rossi con le renne o i fiocchi di neve per intenderci. Se ne vendono tantissimi ma la maggior parte derivano dal fast fashion (già discutibili di per sé per lo sfruttamento umano di chi li produce) e sono di acrilico dunque di natura sintetica e dal grande impatto ambientale. Basti pensare che uno studio della Plymouth University evidenzia che l’acrilico è responsabile del rilascio di quasi 730mila microplastiche per lavaggio, cinque volte di più rispetto a un tessuto misto poliestere-cotone e quasi una volta e mezzo rispetto al poliestere puro. Secondo l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, circa il 16% delle microplastiche rilasciate negli oceani a livello globale proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Per l’Europa, dove la maggior parte delle famiglie è collegata a un sistema di trattamento delle acque reflue, si stima che ogni anno vengano rilasciate nelle acque di superficie 13mila tonnellate di microfibre tessili, ovvero 25 grammi per persona, pari all’8% del totale delle emissioni di microplastica in acqua. Non c’è bisogno di trasformarsi in Scrooge – il protagonista egoista del racconto Canto di Natale di Charles Dickens – e smettere di fare regali o ricevere amici e parenti a cena, ma se tutti tenessimo bene a mente queste cifre forse riusciremmo a tenere i consumi un po’ più bassi. Noto che spesso si tende a decantare la “decrescita felice” come approccio risolutivo alla questione o si ripete come un mantra la frase retorica “Si stava meglio quando si stava peggio” ma a mio modesto parere in generale c’è ben poco da invidiare ai tempi dei nostri nonni se rapportati al presente. Occorre invece, come in tutte le cose, equilibrio, misura, buonsenso ma occorre senz’altro fare di più e meglio. Se vogliamo che il Natale futuro delle nuove generazioni diventi una festività che racchiude la giusta proporzione tra valori religiosi, sociali e ambientali è necessaria ed urgente una profonda riflessione che porti ad un concreto cambiamento. Serve un connubio indispensabile tra un moderno Umanesimo e a un Ambientalismo inteso nella sua accezione più pura ossia lo sviluppo della coscienza sociale per la difesa delle risorse naturali e per lo sviluppo sostenibile. Serve cioè quello che io chiamo, coniando un nuovo termine nato dalla fusione dei due concetti, un Ambientalesimo globale. Sarà la vera sfida dei prossimi anni, una sfida prioritaria e imprescindibile a cui siamo chiamati tutti indistintamente ad impegnarci e a dare il massimo. Plastic Free come sempre c’è e ci sarà, al fianco di cittadini e istituzioni, divulgando buone pratiche e sensibilizzando, per un mondo migliore.

Riccardo Mancin
Coordinatore Nazionale Plastic Free ODV Onlus

Cover: illustrazione da Canto di Natale di Charles Dickens

Natale a Gaza, sotto le bombe degli aerei costruiti in Italia e venduti a Israele

Natale a Gaza, sotto le bombe degli aerei costruiti in Italia e venduti a Israele

il 25 dicembre 2023, alcuni attivisti del “Comitato varesino per la Palestina” e di “Abbasso la Guerra OdV” hanno voluto ricordare cosa significa celebrare il Natale nella palestinese Striscia di Gaza, dove dal 7 ottobre terribili bombardamenti aerei hanno massacrato oltre 24.000 civili, prevalentemente bambini (10.000!) e donne.

Un’azione dimostrativa è stata svolta sotto il velivolo militare MB326, prodotto anni fa da Aermacchi ed esposto alla rotonda di Tradate lungo la strada provinciale Varesina SP233. Sotto il velivolo è stata adagiata la sagoma di un neonato palestinese coperto di sangue.

L’MB326 è un piccolo cacciabombardiere che viene venduto sia nella versione di addestratore che di attacco armato ed è stato esportato, in oltre 800 esemplari, anche a paesi come il Sudafrica dell’apartheid e alle dittature militari del Brasile e dell’Argentina.  Il luogo è stato scelto per denunciare le responsabilità italiane nelle stragi di oggi.

Fra le terribili macchine di morte che stanno devastando Gaza e i suoi abitanti ci sono anche quelle costruite a casa nostra da Leonardo spa (ex AleniaAermacchi), come i 30 aerei militari M-346 prodotti a Venegono Superiore, nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare (coperto dal segreto, tanto che neanche il Parlamento ne conosce i dettagli) sottoscritto da Berlusconi nel 2003, e ratificato con la legge n° 95 del 2005.  La cooperazione è stata confermata da tutti i governi italiani successivi, in accordo con tutti i governi israeliani, non solo con quello di Netanyahu.

I piloti israeliani che stanno bombardando Gaza con gli F-35, gli F15 e gli F16 si sono formati e addestrati a bordo dei 30 velivoli M346 venduti nel 2012 a Israele, facilmente armabili per trasformarli in jet d’attacco.

I primi due caccia furono consegnati nel 2014, pochi giorni prima dell’aggressione militare sulla Striscia di Gaza denominata “Margine protettivo”, un massacro che ha sterminato oltre 2.200 persone, di cui 531 bambini. Anche i piloti degli elicotteri d’attacco, che bombardano persino ospedali, si sono formati sugli elicotteri Agusta concepiti da Leonardo a Samarate, sempre in provincia di Varese e prodotti negli USA.
Partecipati cortei di attivisti pacifisti e antimilitaristi furono tenuti in quegli anni per manifestare contro l’accordo di esportazione di questi velivoli a Israele e fu depositata anche una denuncia contro di esso. Inutilmente, e oggi ne vediamo purtroppo i risultati.

Anche il nostro territorio è coinvolto, a è tutta l’Italia a essere complice attiva del genocidio in corso con le sue navi nel Mar Rosso, i suoi aerei nei cieli di Gaza e le sue vergognose astensioni sul cessate il fuoco all’ONU.

Diciamo basta!

Comitato Varesino per la Palestina
Abbasso la Guerra OdV

Questo testo è stato pubblicato il 26.12,2023 da pressenza

Cover: L’azione dimostrativa messa in atto il giorno di Natale da Comitato Varesino per la Palestina e Abbasso la Guerra OdV

Parole e figure /
Di giorno e di notte

Åsa Lind ed Emma Virke, in “Di giorno, di notte”, edito da Iperborea, catturano l’atmosfera dell’ultimo giorno d’estate in questo magico libro illustrato che conduce nella luce del giorno e poi nella notte e nelle sue stelle brillanti.

“Qualcuno gridò: Facciamo il bagno! E corsero così forte che rimbombava tutto. Come un cuore dentro la terra. Gli altri però sapevano nuotare senza braccioli. Fino alla piattaforma. E tutte le risate li seguirono. E io sulla spiaggia. Sola. Come invisibile. Eppure, no”.

Una piccola e delicata opera d’arte che, nel suo formato a fisarmonica (il leporello che tanto ci piace), può essere letta in due direzioni: da una parte la storia e il ritmo del giorno, dall’altra le preoccupazioni di oggi si dissipano nei sogni della notte ispirati a Pollicina.

I piccoli posti ospitano una vita che proprio lì diventa più grande, la lontananza dal rumore rende più quieti, apre al richiamo del cuore e della tenerezza. Ci sono solo sensi e sogni, sentimenti di serenità e amore per la natura, di libertà e leggerezza. Resta sempre quell’essere avvolti dalla notte che accende le stelle.

Con un sensuale e forte senso della natura, sia nella tranquilla contemplazione della luce del giorno che nell’oscurità drammatica della notte, la storia approda nella trionfante certezza del risveglio. Punti fermi.

Un libro per tutte le età, contro le paure e per le speranze, tra i limiti della realtà e le ali magiche e leggere dell’immaginazione.

Asa Lind

Åsa Lind (1958) è un’autrice svedese per bambini e ragazzi. Ha scritto una ventina di libri, tradotti in tutto il mondo, tra cui Lupo sabbioso (Bohem Press, 2009), ormai diventato un classico moderno della letteratura per ragazzi. Ha ricevuto la targa Nils Holgersson nel 2003. La sua scrittura è poetica e filosofica, e affronta alcune delle domande più grandi che un bambino può avere in modo semplice ma senza mai ricorrere a risposte ovvie.

Åsa LIND, Di giorno, di notte, traduzione di Laura Cangemi, illustrato da Emma Virke, Iperborea, Milano, 2023, 30 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti. Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

La Tigre nera si aggira per le edicole.
L’intramontabile Tex diventa Sherlock Holmes

“La Tigre nera”: indagini poliziesche, colpi di scena e spunti umoristici in una girandola di avventure mozzafiato

È in edicola dal 29 novembre il trimestrale “La Tigre nera”, edito Bonelli, sceneggiatura di Claudio Nizzi con disegni e copertina di Claudio Villa.

Si tratta di un volume corposo, di 322 pagine, che non riuscirete ad abbandonare, almeno fino alla fine dell’ultima “inquadratura”. L’albo qualitativamente si distingue per l’estrema varietà di toni, “ingredienti”, coloriture e colpi di scena sapientemente dosati durante tutto il corso dell’avventura.

La novità dell’albo è costituita dalla forte spinta “poliziesca”, a tratti noir, che sostanzia la vicenda; in quanto ranger, il nostro eroe spesso si ritrova ad accertare situazioni poco chiare o a indagare circa losche vicende e crimini efferati. Qui però Tex sfodera capacità deduttive e logiche degne di Sherlock Holmes e riesce, passaggio dopo passaggio, nonostante il clima stagnante omertoso della cittadina in cui opera, a ricostruire tutta l’intricata trama dell’organizzazione criminale devota al principe malese Sumankan.

Assassini, agguati, dialoghi intensi e indizi rivelatori puntellano una galoppata davvero emozionante, in cui i due pards più di una volta rischiano di non farcela. Addirittura Tex e Carson vengono malmenati da due bestioni che successivamente riusciranno a domare con la loro perfida ma necessaria furbizia, in una situazione degna di Davide contro Golia, ingenerando effetti, per certi versi, irresistibilmente esilaranti, secondo modalità old school che i “texiani” da sempre sicuramente apprezzeranno. In effetti la spinta comica di certe scene diverte e arricchisce il racconto di spunti umoristici, in cui il vecchio cammello, in grande spolvero per l’occasione, eccelle.

Le tavole, i soggetti e le sequenze elaborate da Villa sono davvero eccellenti: gli sguardi ironici dei due pards, l’orrore nel viso di chi sta per essere giustiziato, le scene a cavallo molto plastiche e le esplosioni dinamitarde sono rese con efficacia incredibile. Soprattutto il volto alterato dall’odio e sicuramente da qualche patologia mentale della Tigre nera rimane impresso per l’icasticità. Indubbiamente, un antagonista squilibrato, come nella tradizione dei grandi villains Bonelli, ma “degno” di Tex.

Da non perdere!

presto di mattina natale invocazione d'identità

Presto di mattina /
Natale invocazione d’identità

Presto di mattina. Natale invocazione d’identità

Natale, ricerca d’identità

Il Natale è come un seme, semente di una identità data, compiuta in sé e tuttavia di nuovo principiante, luce nascente verso un’identità a venire. Il Seme di luce adagiato da Maria sulla nostra terra scura è qui ora, e non altrove, ancora tirocinante della luce, in cerca di quel passante promesso: la sua e nostra Pasqua di luce. In ogni maternità/identità che volge al termine, che si compie; in ogni parola proferita, detta, se ne concepisce e germoglia una nuova, incamminata verso un ulteriore compimento.

Così fin dal suo nascere, la luce è precorritrice e compagnia nel viaggio alla ricerca di un di più di coscienza di sé, rivelatrice di un’eccedenza insperata eppure attesa d’identità che la rende una fissità in movimento, identità in trasformazione, radicata e, al tempo stesso, in espansione.

L’identità di colui che è nato a Betlemme e la nostra stessa identità si svelano attraverso un processo di relazione che si origina nell’incontro, in un’alternanza dall’io al tu, al noi, di progressione e regressione, sosta e ripresa fatta di luci ed ombre che oscurano o rivelano, mortificano o accrescono sempre di nuovo la coscienza della nostra identità.

Un viaggio terreste e celeste, suggerisce Mario Luzi in un suo testo poetico (Il viaggio terreste e celeste di Simone Martini, Garzanti, Milano 1994). Come quello di un seme in cerca del suo fiore, del suo frutto, è infatti quell’itineranza che fa anche di noi cercatori della luce, quella scaturita da una pienezza di amore: «fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).

Così l’incontro con la terra, l’aria, l’acqua, nonostante la trascuratezza e il disamore degli uomini, a contatto con la pioggia, il sole, la neve, il freddo e il caldo, in profondità e altezza, in lunghezza e larghezza fanno del seme brunito e introverso una spiga tra spighe lucenti estroverse ondulanti nel vento. «E Gesù diceva: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga”, (Mc 4,27-28).

Sempre di sostanza in sostanza
dove la sorte ci precorse o il numero,
la legge o la necessità diffusa,
fummo la fissità nel movimento,
identità soggiunta a identità,
tempo nel tempo vivendo.

Ed i giorni rinascono dai giorni
l’uno dall’altro, perdita ed inizio,
cenere e seme, identità nel cielo.
Solo a volte ne esorbita un pensiero
come palla lanciata troppo in alto
non ritorna, sparisce nella gronda.
(Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 181; 182).

Il percorso poetico di Mario Luzi (1914-2005) può essere immaginato come il venire alla luce di una semente gettata nella terra e chiusa ermeticamente nel suo guscio, ben protetta nella sua resistente pelle, ma poi costretta ad uscir fuori dal richiamo di forze amiche: «da forze buone, miracolosamente accolti che attendono confidenti qualunque cosa accada» (D. Bonhoeffer), non senza smarrimenti di sentieri entro l’intricata foresta del vivere nel mondo.

Natività, invocazione d’identità

E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra,
dubito, mi smarrisco nei sentieri.
E nel ceppo non so che avviene, rigido
nel vortice di foglie macerate
e divise dai rami e dalla terra.

È la nostra foresta inestricabile,
ascoltane le foglie vive, i brividi
e la remota vibrazione, il timbro
d’arpa di cui percuotano le corde.
E questa la foresta inestricabile
dove cadono i semi, dove allignano,
genti che cercano il sole, viluppi
ciechi prima di attingere la luce,
prima di giungere al vento repressi.
Vieni tu portatrice di colori,
tentane con le mani caute i pruni,
estirpa i rovi, medica le scorze,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
soffri con noi, umiliati in un tronco.

Che vuoi dirmi ancora, ancora farmi conoscere?
Chiuso nella sua pelle d’ombra
molto, è vero, deve finire
ma altro sgranarsi in pieno sole.
(ivi, 179-180; 492).

È da questo sprofondo avviluppato, cieco, chiuso nel legno, luogo di sementi cadute, di radicate genti, è nell’ombra scura, magmatica e vorticosa del reale che scaturisce il desiderio della luce, invocazione pure perché dispieghi i suoi colori a trasformare uno schizzo in paesaggio, l’abbozzo in un’immagine in movimento.

Se da un lato la poesia di Luzi è una discesa nell’abisso della realtà umana e delle sue storie disumane sino a incontrare il non senso, il patire e le angosce disperanti nondimeno, in modo simile, si aprono in essa brecce tra queste dure zolle, interstizi e fessure in cui entra la luce a schiarire le parole assimilate, sedimentate e oscurate poi nella memoria.

Così la discesa si muta in ascesa, da terrestre diviene celeste: sussulto, zampillo di luce è quel principiare ancora creativo, un’onda di luce che porta su in superfice parole finite, dimenticate che nel venire di un soffio di luce ridestano ancora senso e movimento, si sgranano e si riaggregano in altri pensieri e suscitano un altro sentire, uno sguardo altro in noi e fuori di noi.

L’identità come la poesia è fiotto di luce sgorgante dall’oscurità della coscienza rappresa, resa nuovamente ospitale ad una nuova natività.

Come la parola poetica così l’identità non è data una volta per sempre, ma rimane possibilità in divenire, creatività risorgente, infinita, di nuovo dono e conquista anche drammatica della luce sull’ombra. Essa srotola la sua raggiante oscurità, parola dopo parola, luce da luce, essa porta ad ampliare la verità su se stessi, sugli altri, sul reale come aurora risorgente dall’oscurità.

Identità aperta all’inverarsi e al trasalire del mistero

Chi sei? non so, ma certo qualcuno come te m’apparve altrove
in lembi di città visti e perduti
dietro un velo di pioggia o sotto un cielo
diviso tra una nuvola e un sorriso.
E silenzio e clamore d’un popolo che lotta ti fa ala.
(ivi, 251).

Ai versi di Mario Luzi fanno eco le parole di Giovanni Battista al Giordano che viene interrogato da scribi e farisei: «“Chi sei tu?”. Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono”» e annuncia loro: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”» (Gv 1,19; 26).

Giovanni e Gesù: l’Avvento e il Natale, la Voce e la Parola, la Lampada e la Luce, il precursore e la Via, l’Acqua e lo Spirito del battesimo, l’amico dello sposo e lo Sposo, il profeta e il Messia: vite in relazione, identità nascenti e convergenti, svelamento d’identità ignote, identità corrispondenti nel vincolo di un medesimo martirio di amore:

«Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,33-34).

Così scoprendo l’identità del Figlio amato, il Battista scopre la sua identità e missione in relazione al Cristo. È il testimone della luce, e al tempo stesso indica presente nel mondo la luce dell’Agnello (Ap. 21, 23). «Fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!» (Gv 1, 36) colui che strappa la tenebra dell’empietà, ed è venuto alla luce nell’“anteluce” del mondo direbbe Mario Luzi:

Fermo nell’anteluce
Immane
sopra di lui quel blocco
d’attesa e di silenzio,
gradinato dal suo verso,
scalato dal suo canto.
Non ha limite. Sempre
gli si riforma intorno, cresce
a dismisura, cuba quella montagna.
Non c’è nota così alta
che tutta la sormonti.
Storia dell’uomo
scesa tutta quanta
al seme, inclusa nell’ embrione
della sua doppia potenza –
Covano
male e bene
muti
in sospensione, all’incrocio degli eventi.
(Luzi, Il viaggio terreste e celeste, 32).

Chi sei tu?

Luce s’illuminò da luce,
fu ogni oscurità, la mia non meno,
abbagliata fino a quando … oh verità …
(ivi, 121)

“Sono colui che sarà”. È questa la risposta dell’apostolo Giovanni circa l’identità: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). Sarà la stessa identità ricordata da Paolo svelando il grande mistero della vera religiosità in una lettera a Timoteo: immagine e somiglianza a Colui che

Fu manifestato in carne umana
e riconosciuto giusto nello Spirito,
fu visto dagli angeli
e annunciato fra le genti,
fu creduto nel mondo
ed elevato nella gloria.
(1Tm 3, 16)

“Ma voi, chi dite che io sia?”

L’identità nostra è come un sussulto sussultorio: inveramento e trasalimento di luce. Come l’alba fatica a nascere avviluppata e stretta nel buio grembo della notte che la trattiene al nascere, tutti aspettano il mutamento delle sorti, il miracoloso avvento al venire della luce: le genti insonni nei loro luoghi e il paesaggio, cime e precipizi, attendono il venire della luce nuova, luce vera «quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Alba, quanto fatichi a nascere!
stretta
al suo nero impedimento,
non vuole tu ti sciolga
la notte
dal suo buio grembo.
O sono io non pronto
ancora
al tuo miracoloso avvento …
Ti aspettano con me –
lo sento – i profili montuosi,
le cime,
I precipizi
Ti tiene
alcuno
del luogo e della mente
nella plebe degli insonni
e anche
nelle gallerie dell’anima

e le acque
che aprono
il loro borbottio notturno
a un più vetrato
e cristallino canto
e gli uccelli
che smaniano e non tengono
nella gorga il loro verso,
tutti,
alba, ti aspettiamo
sapendo e non sapendo
quel che porterai con te
nella tua ripetizione antica
e nel tuo immancabile
antico mutamento.
(ivi, 95-96).

Una risposta attende ancora

La luce attende una luce, la mia. Risposta non d’altri, ma nostra, proprio e solo nostra. È questa che manca ancora. È quella che sola ci farà davvero pronti al suo miracoloso avvento. Egli oggi non può parlare ancora – La Parola è senza parole, solo silenzi, vagiti nel pianto e nella gioia abbracciato – in tutto simile a noi, eccetto la violenza che mortifica e spegne la luce che vive nei fratelli e nelle sorelle, il male oscuro che sfigura e dissolve la primitiva immagine dell’identità nostra.

Ma vi è stato un giorno narrato nel vangelo pieno di domande e risposte, così ricorda l’evangelista Marco: «Gesù saliva a Gerusalemme, là dove un centurione, un pagano sotto la croce, avrebbe riconosciuto la luce più segreta e più intima della sua identità di Unigenito: «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno» (Mc 8,27-30).

Non basta la risposta d’altri. Nemmeno quella di Pietro che parla a nome di tutti. Per balbettante o silenziosa che sia occorre dare una risposta anche ora, per non rendere finita un’identità infinita, come quella di un bambino appena nato: almeno due mani protese, due occhi stupiti e lieti e pur increduli di fronte l’ignoto, allo straniero che è venuto alla luce, luce da luce ai nostri sguardi rapiti.

Come ceri vacillanti tra due abissi

Sì, una risposta è attesa, che potrà essere anche lunga come un viaggio tra due abissi, terreste e celeste, non importa quanto, e in questa itineranza si sta “come cero vacillante tra due mondi”.

L’espressione è di Marie Nöel scrittrice e poetessa francese praticamente sconosciuta in Italia; nata nel 1883 e morta il 23 dicembre 1967; amica e sorella degli animi turbati dal dubbio, segnati da un’incredula fede di fronte al mistero di Dio e quello inquietante e drammatico della condizione umana.

«Quando Dio ha soffiato sul mio fango per infondergli la mia anima, Egli ha certo soffiato troppo forte. Non mi sono mai ripresa da questo soffio di Dio. Non ho mai cessato di tremare come un cero vacillante tra due mondi… Galleggiare nell’ombra come uno che è per metà affogato e che, di tanto in tanto, riemerge in superficie. E mi riafferro come posso agli sparsi relitti della mia fede» (Diario segreto, trad. Adriana Zarri, Sei, Torino 1961, 27).

«Talvolta Dio mi è dolce e io sono portata da Lui come una piccola nube del buon tempo, come lanugine dalla brezza. Ma, talvolta, è terribile; quando in Lui non vedo più viso né cuore, né Figlio né Padre, niente altro che notte senza limiti, altezza di tenebre senza scale, che mozza il mio respiro» (ivi, 82);

«Mio Dio, abbiamo sofferto l’uno per l’altro. Voi della mia piccolezza, della mia infermità, del mio errore e del mio difetto. Io della vostra grandezza» (ivi, 170);

«O Cristo, imprudente per Amore, Tu sei venuto per morire, con noi, per noi… Nella Notte della Natività Egli viene a cercarci dove siamo, nella nostra bassa umanità, per guidarci a Dio attraverso le nostre strade. Nel giorno dell’Ascensione Egli ci trascina dove è Lui, nella sua alta Divinità e ci attira a Dio attraverso la sua strada» (ivi, 280; 287).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Appuntamento con Cosetta.
(Un racconto di Natale)

Appuntamento con Cosetta

Un  racconto  di Carlo Tassi

Verso le dieci della sera di una passata vigilia di Natale.

«Aiuto… aiuto… aiuto… per favore…» La voce stridula rompeva il silenzio della stanza di continuo, da oltre un’ora.

«Aiuto… aiuto… aiuto… vi prego…» Non c’era modo che la smettesse, e nessuna comprensione in chi l’ascoltava.

«Venite ad aiutarlo, santiddio!» esclamò qualcuno dal letto a fianco. «Verrà mai nessuno in questo posto senza misericordia?» chiedeva esasperato.

L’uomo pigiò il pulsante dell’emergenza. Quel lamento del vecchio che insisteva e non lo faceva dormire era un tormento che gli sollevava la pelle, come un’unghia che graffia una lavagna. Poi il tormento divenne uno strazio che lentamente iniziò a bruciargli nel petto, nello stomaco, nelle tempie.

“Dove sei finita Cosetta? Perché non vieni? Mi son cacato addosso, mi brucia tutto il sedere, mi fa male il tubo, m’impedisce di fare pipì, mi sento scoppiare…” Il pensiero restava imprigionato dentro, nessuno lo poteva sentire. Usciva solo un filo di voce stridula, affannata, rantolosa, che ripeteva sempre la stessa cosa: «Aiutatemi per favore… aiuto, aiuto… per favore, vi prego…»

Arrivò un’infermiera a passo veloce, e accese il neon della stanza. Il paziente che aveva chiamato le diede un’occhiataccia. «Ho suonato io. Sarà un’ora che implora e si lamenta!» spiegò.

«C’è stato il cambio turno. Ora ci penso io, lei cerchi di dormire.» rispose l’infermiera. «Che c’è Ginetto cosa c’è che non va?» disse rivolgendosi all’altro.

“Perché gli parla se sa che non la può capire? A che serve? Certo, quando domattina se ne tornerà a casa le seccature di stanotte se le dimenticherà in un attimo…” pensò il paziente del letto 52 a fianco. «Non gli può dare qualcosa per farlo dormire?» chiese all’infermiera.

Il paziente del 52 era stanco, avvilito. Avrebbe voluto stare in un’altra stanza ma erano tutte piene. Si sentiva in trappola, esattamente come l’altro, anzi peggio. Perché lui la testa non l’aveva mica persa, lui il cervello ce l’aveva ancora a posto.

L’infermiera non replicò, stava controllando il monitor dei parametri vitali di Ginetto, e Ginetto la guardava ma non la vedeva. “Ho sete, mi brucia la gola. Nessuno mi dà da bere. Chiedo solo un sorso d’acqua, perché nessuno mi aiuta?” Il pensiero era intrappolato e s’attorcigliava dentro quel fragile corpo implorandone i bisogni. «Ho sete… ho sete… ho sete…» riuscì a sussurrare Ginetto. La sua voce era un rantolo, ma sembrava che l’arrivo dell’infermiera gli avesse restituito un attimo di senno.

«Non posso darti da bere Ginetto, non riusciresti a mandarla giù l’acqua. Ti stiamo idratando con le flebo, stai tranquillo!» disse la donna mentre regolava la valvola della sacca appesa al trespolo sopra il letto.

“Ma che gli parlo a fare se tanto non capisce?” si chiedeva la donna tra sé, e anche il paziente del 52 se lo chiedeva. Ginetto era in preda al delirio e loro lo sapevano. Soffriva di demenza senile da due anni e ormai la sua vita era appesa a un filo. Da alcune settimane i rimasugli di lucidità di Ginetto s’erano tutti esauriti, e anche l’energia vitale si stava consumando velocemente.

Magari rivolgergli la parola serviva a mantenere una parvenza di normalità, a fingere che fosse tutto a posto o quasi. Lo imponeva la coscienza di chi gli stava intorno, chissà. La verità è che a volte le cose si fanno e basta, senza tanto chiedersi il perché.

«Ma dateglielo questo sonnifero così s’addormenta e finalmente si respira tutti quanti!» sbottò il paziente del 52. Avrebbe voluto un po’ di tregua, un po’ di silenzio per poter riposare e tornare ai suoi svagati pensieri, interrompere quello strazio insomma.

«Rosati, non possiamo dargli sonniferi, non li sopporterebbe, è rischioso.» gli rispose l’infermiera.

«Allora datelo a me, non riuscirò a dormire stanotte se quello continua a lamentarsi.»

«Neanche lei può prendere altri sonniferi, il medico è stato chiaro.»

«E allora domani chiedo che mi mettano in un’altra stanza. Sono cinque notti che non chiudo occhio a causa dei suoi lamenti.»

«Rosati, domani è Natale, ci sarà solo il medico di turno e tutti i letti sono occupati. Il responsabile per queste cose lo troverà solo il ventisette. Porti pazienza Rosati… A proposito, buon Natale!» chiarì l’infermiera.

«Sì sì, buon Natale!» rispose lui, anche se quell’augurio suonava più come un’imprecazione. Si domandava cosa mai avesse fatto di male per subire questa ennesima ingiustizia. S’era rassegnato da tempo a dover passare le feste in ospedale, ma si chiedeva perché mai dovesse scontare tutta questa angoscia proprio il giorno di Natale. Sentire i rantoli e le suppliche continue di quel poveretto era diventato insopportabile e non riusciva a darsene pace.

Dopo che ebbe finito di sistemare Ginetto, l’infermiera diede una rapida occhiata alla scheda con le terapie da somministrare a Rosati, poi, con un accenno di sorriso, se ne andò.

“Cosetta, vieni… Cosetta, vieni dai. Vieni dai… Cosetta dove sei? Sono solo e nessuno mi aiuta. Cosetta amore mio, non ti ho detto mai quanto ti amo? Ho sete e nessuno mi dà da bere, ho la pipì e non me la fanno fare. Voglio tornare a casa da te Cosetta. Mi brucia il sedere e non riesco a muovermi, non riesco a fare niente e non viene nessuno ad aiutarmi. Nessuno mi aiuta…” Il pensiero si agitava in quel corpo inerme, urlava oltre lo spazio e il tempo, oltre le altrui ragioni.

Ottantacinque anni di pelle e ossa. Le gambe rattrappite, immobili, piegate su se stesse. I polsi legati e le braccia sottili e inferme, troppo deboli per liberarsi da quella gabbia a forma di letto. Gli occhi infossati che roteavano nel buio delle palpebre chiuse come sigilli. La bocca spalancata, senza denti e con la lingua seccata e gonfia che vibrava affannosamente ad ogni rantolo. La voce rauca, stridula, che con bizzarra tenacia sfidava il silenzio nonostante l’ormai chiara mancanza di una lucida e autentica volontà.

Privato di tutto. Senza più mutande, senza più dignità. Ridotto a un fantoccio senza più nemmeno una faccia da ricordare, giusto da compatire. No, non era questa la fine che s’era immaginato.

Ogni respiro in più pareva una scommessa, eppure non smetteva. Non voleva cessare di battere questo suo cuore testardo, non ancora.

Così, disperso nei suoi perduti ricordi come per aggirare il presente, oltre quel letto maledetto, oltre quel corpo irriconoscibile, inutile, insignificante, Ginetto chiamò i suoi morti. Chiese aiuto a loro perché loro se ne stavano tutti lì dentro di lui, ben al riparo nei suoi pensieri. E lui adesso stava insieme a loro e non si sentiva più solo. I suoi occhi erano opachi, s’erano spenti da tanto tempo. Ma a che serviva la luce di fuori, con quelle ombre che si muovevano tutt’attorno farfugliando cose che non riusciva a capire? A che serviva se ora poteva vedere nel buio dentro di sé? Un buio che stava per illuminarsi e colorarsi sfidando l’incomprensibile?

Ora da quel buio qualcuno era arrivato.

Qualcuno che conosceva bene e che aveva nominato spesso e a lungo.

Qualcuno che amava e aveva amato da sempre.

“Cosetta, amore mio, finalmente! Ho sete, tanta sete. Portami da bere, portami a casa, portami con te!” era il suo pensiero a parlare ancora.

Lui la vedeva, giovane e bella come un tempo, come sempre. E fu come un tuffo al cuore, come fosse del tutto normale.

In quell’istante nessuno sentì o vide nulla. Rosati dormiva perché, grazie al cielo, il suo compagno di stanza aveva smesso di lamentarsi.

In quell’istante Cosetta gli parlò: “Gino sono qui, sono venuta a prenderti, a portarti via con me…”

 

È Natale. Forse Cosetta se l’era ricordato e gli aveva finalmente dato retta, chissà.

Il fatto è che ora erano di nuovo insieme, proprio come voleva lui.

È Natale, Gino, ora anche per te!

Dal satellite.
(un racconto di Natale)

Dal satellite

Un racconto di Silvia Tebaldi

C’è quella canzone, il tizio che dice Ad un tratto so che devo lasciarti, tra un minuto me ne andrò: il minuto è passato, Tizio, sei ancora qui? In silenzio morderai le lenzuola, so che non perdonerai, ma figuriamoci, quién te conoce a vos! Vai, vai. Mentre va la musica, nella stanza di là. Mai stati indispensabili, voi, tizio. Che qui lo sappiamo da millenni, cos’è davvero importante: la notte stellata dentro di noi.

Poi la musica è cambiata. Nell’appartamento di là, nello stereo dei vicini. Ma ora ascolto motori in lontananza, il compressore del frigo, il buio. Ci son più cose in cielo e in terra, tizio, di quante tu ne sogni. E da qui, dal satellite, da qui vedo lo spazio e i suoni.

Di mattina aiuto un’anziana poi torno qui, in questa casa in prestito, e lo spazio si espande fino all’alba. Vengono a portar via gli scatoloni, le cose dei padroni di casa: la venderanno, intanto si fa sempre più spaziosa. Già ora senti tutto. I pensieri. I vuoti tra i pensieri. Oliveros, Panaiotis e Dempster che suonano in una cisterna vuota sotterranea. Un karaoke in via degli Ostaggi, i camion, il ronzio delle luminarie di Natale. I passi. I respiri.

Da qui, dal satellite, vedo il tempo e le porte dell’aurora. Cassiopea, M42, la stella centrale. Da qui, dal quinto piano, si domina la valle. Il satellite ai bordi del mattino.

Una che abita qui accanto, non quella dello stereo, un’altra vicina,  ieri mi ha chiesto come va, ogni giorno così, e come sta la vecchia. Tutto passa, le dico. Lei ci prova a farmi parlare, ma no. Nessuna afflizione. Rabbia sì, dolore sì, ma nessuna afflizione. Non parlo spesso di politica. Li inghiottirà la terra, quelli che hanno tradito chi lavora, che hanno messo le bestie in schiavitù. Chi brutta la terra, chi affama la gente, chi inganna brucerà nel fuoco. Stavo piegando le lenzuola e le dico ecco, non piove più come una volta, ma ci son certi cieli. Albe come in Antartide. Guarda. Li inghiottirà la terra, ma una luce.

Il Satellite è un sobborgo alle porte di Ferrara. Vivo da tanti anni altrove, mille chilometri lontano, ma in questa città ci sono nata. In un luogo che aveva nome gli Orti della Consolazione. Qualcosa vorrà dire. Tutto passa.

L’anziana l’ho portata dalla parrucchiera, là  in fondo a via Gandini, poi al bar. L’insegna si vede bene, bar Satellite, dalla strada che va verso Bologna. E le chiedo Teresa, lo sai perché si chiama Villaggio Satellite? Certo, mi risponde, perché eravamo persi nello spazio.

Poi ho piegato e inscatolato certi golf, certe tovaglie. Tutto passa, le cose cambiano di mano finché servono poi ritornano polpa, muffa e polvere. Come noi. E ora sto qui seduta, al buio, guardo fuori ed è notte. Me le ricordo queste notti, le più lunghe dell’anno, ai tempi della Consolazione. Il cielo denso come vino, il brusio dei pianeti.

L’ultima luna. Rigel, gemma di Orione, che si specchia in un fosso.

Tra due giorni è Natale e tutto passa, tutto è qui.

Non importa chi sono o chi son stata. Se fui nell’Aleph, nella mente del memorioso Funes, nel Ciclo dell’Impero o in un meschino impero di quaggiù, di queste terre emerse. Sono una che piega le tovaglie, che accompagna in bottega la Teresa. Storie non ne ho mai scritte, in vita mia, ma quante ne ho ascoltate. Sono una voce, ecco tutto.

A un certo punto il tizio che cantava ha detto che torna a casa, dalla sua donna che starà dormendo, ha detto che il suo posto è là. Vai vai, gli ho detto, fottiti. Poi ho acceso la luce, dovevo andare in bagno e il corridoio è pieno di scatoloni.

E cosa c’era. Cosa ho visto. Trovato. E ora posso scrivere una storia. Finalmente. Con questa voce qui.

Ho questa voce, qualcosa vorrà  dire.

Quando Natale sarà passato e toglieranno le luminarie dalla strada, la ruota panoramica dal parcheggio, quando ritornerà il vuoto dei giorni, allora avrò finito di riempire gli scatoloni. E allora ti racconterò. I giorni saranno ognuno un po’ più lungo del giorno prima, le notti una dopo l’altra più brevi, la volta celeste avrà altre stelle. Ma prima sarà Natale, la rivoluzione di un bambino. Natività. E allora pace in terra e buone feste a chi le merita.

Ascolta.

E’ quasi giorno.

Cover: Fotogramma da Blade Runner

Antichi amici.
(un racconto di Natale)

Antichi amici

Un racconto di Francesco Monini

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse (insieme senza saperlo).
Dino Buzzati

Nevicava forte da tre giorni e tre notti ma Knulp nemmeno se n’era accorto. Le grandi finestre della sua casa erano protette da strati di tende, spesse e scure. Non era una neve a casaccio, era quello il luogo e il tempo stabilito, la sua stagione, ma era esattamente la stagione che più dispiaceva a Knulp.
Knulp quella vecchia storia del Natale non l’aveva mai capita. E siccome non la capiva, gli provocava una sorda irritazione. Era in discussione la posizione in classifica del magnate Knulp, se fosse nei primi dieci o nei primi trenta, ma le classifiche contano quello che contano, e per il plutocrate Knulp non contavano un bel niente. Knulp contava solo i suoi soldi. Per dirla in breve, aveva tanti soldi che, per precauzione, non aveva famiglia né figli né amici.
Non che fosse solo, al contrario, era sempre in compagnia, e anche quella sera di Vigilia era impegnato nella sua usuale e prediletta occupazione, contare e ricontare i suoi denari, calcolare i suoi incassi, numerare i suoi averi, organizzare spostare moltiplicare i suoi investimenti nelle borse di mezzo mondo.
Grazie al suo Mac di ultima generazione e a Nostra Signora della Banda Larga, Knulp aveva diradato al massimo le sue uscite. Da più di un mese Knulp non metteva il naso fuori dall’uscio di casa. Non gli piaceva il freddo, non gli piaceva la neve, soprattutto non gli piaceva il Natale. Non capiva perché dovesse esistere nel calendario un giorno diverso da tutti gli altri. Un giorno all’incontrario, dove il buio diventa luce, l’avaro si scopre generoso, il cattivo si tramuta in buono. Quella bella storia, quella dolce leggenda, era una balla colossale, una bugia adatta per i gonzi, una truffa.
Il poderoso Knulp, la vecchia volpe della finanza internazionale, non cedeva all’inganno del Natale.
E, come gli capitava negli affari, lo affrontava in campo aperto e a muso duro, seduto comodamente sulla sua enorme poltrona Frau, affrontava il Natale da solo, senza seguito, senza esercito e senza amici. Lui di amici non sentiva proprio la mancanza, nemmeno a Natale.
“Eh, che dici?, che almeno a Natale servono gli amici?”, Knulp guardò dritto negl’occhi il signor Natale e si limitò a fare no con la testa. Lui di amici non ne aveva punto, Non ne aveva mai avuti, proprio per questo era arrivato lassù, in classifica tra i primi dieci o i primi trenta. A pensarci bene, e quella notte senza sonno sembrava fatta a posta per collezionare ricordi, molti anni addietro un amico lo aveva avuto. Ma con i ricordi, forse solo con quelli, l’impareggiabile Knulp non era proprio un campione.
Come si chiamava il suo amico? Knulp pensa, preme una mano sulla fronte, ma quel nome non gli viene. Si chiamava Paul? Sì, forse, no, non si chiamava Paul. Knulp si alza di scatto dalla poltrona, cammina in tondo nella grande sala.
Eppure lui e Paul, anche se non si chiamava Paul, stavano insieme tutti i pomeriggi dopo la scuola. Tutti i giorni, nel vento d’aprile, sotto le nuvole antropomorfe di giugno, calpestando le foglie d’autunno o facendosi largo nel bianco del Natale.
Già, lui quella storia trita e ritrita del Natale non la capiva proprio. Ma allora, quanti anni prima? Diciamo cinquanta per amore di un numero tondo, lui e il suo amico erano inseparabili. Due veri gemelli. Tutti i giorni insieme, compreso il giorno di Natale. Ma che facevano? Parlavano parlavano parlavano, anche se Knulp non ricordava una parola, nemmeno una parola dei loro discorsi infantili. E camminavano, giocavano, ridevano.
Ridevano? Probabilmente sì, ma perché, e di cosa, che avevano da ridere quei due bambini lontani e irriconoscibili? A dir la verità, per quanto in quella notte insonne si spremesse le meningi, per quanto socchiudesse gli occhi per raggiungere gradualmente il buio assoluto e cercasse in quel buio di tornare indietro nel tempo, per la verità questi esercizi di mnemotecnica non sortivano alcun effetto.
Nel silenzio assoluto della sua memoria Knulp sente le campane. Come, esistono ancora le campane? Conta meccanicamente i rintocchi: mezzanotte; per Knulp è un’ora come un’altra. Ma per dio, qual era il nome del suo antico e unico amico? Si avvicina a una grande finestra, scosta a fatica le tende e le spalanca.
In quell’esatto momento scende dal cielo l’ultimo enorme fiocco di neve. Cade proprio in testa a Knulp che si porge pieno di meraviglia, la bocca aperta contro la sua volontà. Ha smesso di nevicare e il grande giardino è illuminato a giorno. La luce lo acceca. Deve coprirsi gli occhi con le mani.
“Vorrei dare un’occhiata alla nostra matita magica.”
Knulp si volta e vede un ragazzino seduto sulla sua amata poltrona. Non è proprio seduto; sta accovacciato, le scarpe da tennis, i calzoncini corti e la maglietta bianca.
“Sono qui per la matita, ma anche per quell’altra cosa, il nostro appuntamento, ricordi?”
Knulp non riesce a parlare, sente le gambe molli e l’acqua nello stomaco.
“Allora, dov’è la nostra preziosa matita? Te l’avevo lasciata perché tu la tenessi al sicuro. Dove l’hai nascosta? Hai una cassaforte in questa tua grande casa?”
Knulp cerca di ricapitolare. Non c’è dubbio, quello è un fantasma; ma è un fantasmino giovane, un fantasma apparentemente innocuo.
Ma è proprio lui, è il suo amico Nicolas. Ecco come si chiamava, Nicolas. Finalmente la sua memoria aveva ricominciato a funzionare.
“Sei un po’ strano Knulp, non sembri nemmeno tu. Sei meno scattante, te ne stai lì fermo, come un chiodo piantato su una porta. E non capisco, non sembri nemmeno contento di vedermi.”
Nicolas va verso di lui, senza bisogno di camminare. E continua:
“Certo, se non venivo io, tu da solo la pentola non la troveresti mai, campassi cent’anni. Mi sembri un baccalà sotto sale, ma non sai quanto sia felice di rivedere il tuo muso. Era talmente tanto tempo…”
Knulp cerca dentro di sé un po’ di coraggio e prova a rispondere alla sua maniera, attaccando a testa bassa.
“Se è uno scherzo mi pare sia durato abbastanza. Ma di quale diavolo di matita parli? E quale caspita di pentola?”. Abbassa la voce e si fa più conciliante: “Lo ammetto, sei il ritratto sputato del mio vecchio amico Nicolas, ma non devi prenderti gioco di me. Dovresti sapere che personaggio sono diventato mentre tu… Mentre tu non lo so, ma non sei diventato niente, sei uguale identico ad allora.”
Nicolas fece una risatina cristallina: “Bella forza caro Knulp, io sono morto cinquant’anni fa.”
Knulp: “Appunto, caro Nicolas, allora perché mi vieni a disturbare dopo tanto tempo? E perché proprio questa notte?”
Nicolas: “Perché è Natale, lo capirebbe anche un bambino. E anche per dare un’occhiata alla nostra matita magica. E naturalmente per il nostro appuntamento con la pentola.”
Va bene, pensò Knulp, tanto vale assecondarlo.
Se ricordo bene, e davvero stava incominciando a ricordare, Nicolas è sempre stato tremendamente cocciuto. Ma di che matita parlava? In un lampo rivide la scena con assoluta chiarezza. Avevano sette anni lui e Nicolas e per terra avevano trovato una splendida matita rossa e blu, di quelle che usavano una volta le maestre per correggere i compiti. Era nuova fiammante, mai adoperata. Era stato Nicolas a battezzarla: “Sarà la nostra matita magica.”
Corse alla scrivania e, dopo cinquant’anni esatti, la estrasse dal fondo dell’ultimo cassetto.
“Eccola”, disse trionfante a Nicolas, e fece una gran risata. La prima, dopo cinquant’anni esatti.
“Bravo Knulp, ma ora è arrivato il momento. Si fa tardi, andiamo in giardino.”
Nicolas si avviò verso il portone di Noce.
“Aspetta, sono in camicia, lasciami prendere il cappotto.”
“Dai Knulp, non c’è più tempo. Sarà questione di un attimo.”
Il giardino è pieno di una luce bianca e morbida. Knulp cammina nella neve, Nicolas vola. “Dove andiamo?”, chiede Knulp. Nicolas indica col dito il fondo del grande giardino: “Là, non lo vedi?”
I due strani amici sono arrivati. Knulp tocca con le mani l’arcobaleno di ghiaccio. Ne stacca un pezzo di un rosso vivo, lo mette in bocca e sente il sapore di fragola. Un arcobaleno d’inverno? In piena notte? E proprio nel suo giardino?
Nicolas sta frugando con le mani nella neve fresca, proprio ai piedi dell’arcobaleno.
“Eccola!”, grida, “vedi Knulp, non era una stupida leggenda.”
Eccola la loro pentola d’oro.
Dovevate esserci per gustarvi la scena. Ora il grande, il poderoso, l’invincibile Knulp rideva come un bambino piccolo, batteva le mani e lanciava urla come un capo indiano.
Arrivò all’improvviso. Sentì un dolore secco, un artiglio che gli penetrava dentro il petto. Si piegò in avanti e cercò con gli occhi il suo antico e unico amico:
“Ho paura Nicolas. Ho molta paura.”
Il ragazzino fantasma gli sorrise: “Non farà tanto male.”
Allora Knulp si distese a terra. Sentì che un fiocco di neve si era posato proprio sul suo naso e gli venne ancora da ridere. La luce del giardino si era spenta. Riprendeva a nevicare.
Alcuni giorni dopo un gruppo di bambini che giocava a palla di neve trovò il suo corpo. Discussero a lungo e animatamente se fosse un uomo o una statua distesa.
Una minuziosa quanto doverosa inchiesta non riuscì a chiarire  alcune strane circostanze del decesso del senatore Knulp. Perché avesse deciso di scendere da solo in giardino in una notte di gran gelo. Perché ci fosse andato in quello stato, in maniche di camicia e a piedi scalzi. Il corpo non presentava nessuna ferita, ecchimosi o lesione. La faccia gelata di Knulp aveva un ghigno strano, pareva quasi sorridere.

Bianco Natale.
(un racconto di Natale)

Bianco Natale

Un racconto di Simonetta Sandri

“La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve”. Maxence Fermine, “Neve”

Inverno, con il suo bianco, con il suo candore, con il suo freddo che è anche tepore, con la sua magia di favola e la sua voglia di casa. Inverno, che arriva piano piano, quatto quatto e, che, con cautela e immensa delicatezza, ci porta al Natale. Al bianco Natale. Quel bianco che non sempre arriva e che tutti aspettiamo, per sognare un po’.

Il bianco della neve c’è, però basta volerlo, basta immaginarlo per vederlo.

Dalle tendine candide finemente ricamate, scorgiamo fiocchi di neve danzanti, alcuni si prendono per mano altri si abbracciano un po’ più stretti. L’unione fa la forza, sempre.

Talora, se ci troviamo in una rigida città del nord Europa, nella favolosa e imperiale Russia o, semplicemente, alle pendici delle nostre belle Dolomiti, la distesa bianca avvolge tutto.

Noi siamo dietro quelle tendine della nonna, però, al caldo, abbracciati a un orsacchiotto di peluche o al nostro grande amore di sempre, e ringraziamo Madre Natura per il dono di tanta immensa bellezza, mentre ci godiamo il teporino di un fuoco rossastro e scoppiettante. È sempre bello sognare, e non solo a Natale.

La neve scende, quando decide di volerlo, ammanta pensieri e preoccupazioni, dolori, tristezze e sventure, cerca di ammansire le nostre paure di fronte a un mondo che non capiamo più così tanto. Ci culla.

La neve abbraccia i giochi dei bambini, li aiuta a inventarsi un pupazzo trasparente, magari con le sembianze di un nonno che fu ma sempre presente o di una famiglia felice che sia proprio la loro.

La neve cancella i peccati, spazza via i dispettosi capricci di re e imperatori, per un attimo mette tutti sullo stesso piano, al riparo o allo scoperto. Una specie di livella. Isola e separa ma unisce e rafforza. Chiude e rabbuia un po’ ma apre e ridà anche tanta luce. Avvolge con cura, come un mantello lanoso caldo e protettivo, come una stretta calorosa.

La neve è magica, ha un animo di carillon. Suona melodie gentili, d’altri tempi.

La neve è il mistero della natura che fa germogliare nella testa una goccia di poesia, che risveglia l’anima e le dà ancora più bellezza di quella che già non abbia di per sé stessa. Permette di viaggiare e volare senza muoversi, solo con la fantasia, il gioco e l’amore, di diventare poeti, senza parlare, di guardar fuori e trovare l’ispirazione per scrivere e sognare, di abbellire tutto quello che può essere abbellito ma anche ciò che difficilmente lo è, in circostanze normali.

La neve ci dà la possibilità di ritirarci dal mondo, per un lungo o breve ma potente attimo, per meglio sbalordirsene. Ci dà respiro. Ci fa scappare lontano, se solo lo vogliamo.

La neve ci sveglia un bel mattino, e guardandola scendere lentamente ci fa prendere il tempo dovuto per osservarci vivere. La Natura ci vuole avvertire della necessità di guardare dentro e fuori di noi, con altri occhi, con purezza e libertà, con spensieratezza e magia. Con la leggerezza che oggi manca al mondo.

Quando quel manto delicato cade, c’è un pezzo di universo vestito di bianco, là fuori, che non vede le orme lasciate su di esso, quelle orme di chi cammina senza meta, di chi cerca di non lasciare tracce troppo pesanti del suo passaggio, di chi si muove senza far rumore.

Ogni cristallo di neve è diverso dall’altro, ognuno è unico e originale, proprio come ciascuno di noi. Ognuno cade solo, ma, alla fine, immancabilmente unito agli altri nello stesso destino. Tempestivo, puntuale, preciso, implacabile, sicuro, ma, talvolta, fiorito. Tutto è bianco. Tutto riposa, tutto ispira serenità e tranquillità. Tutto tace.

Il bianco è puro, è semplice candore, è quello che ricopre i rami secchi di un albero che svettano verso il cielo, alla ricerca di una luce che li illumini e li guidi, è quello delle ali di un gabbiano che vola lontano, leggero e libero, fra le nubi e le gocce di rugiada. È quello di una nuvola, del cuore di un’orchidea o di una rosa che si schiude al tepore del mattino.

Bianche sono la stella alpina, il fiore delle montagne, simbolo di coraggio, la calla, il fiore delle spose, simbolo di purezza e d’inizio di nuova vita, l’acacia bianca, che si regala all’innamorata, simbolo di amore platonico. E, ancora, candide sono le camelie, le rose, i tulipani, le gerbere, le margherite, i gigli, i gelsomini, le dalie, i glicini, le arcangeliche.

Nel giardino botanico di Mosca mi sono imbattuta in un’ombrellifera affascinante, imponente e dall’aria protettiva. Pulsante. Al bianco delle sue grandi ali, si può riposare, guardando lontano, tranquillamente e serenamente. Senza troppi pensieri.

Bianche sono le ali degli angeli, bianchi sono i petali dei fiori, bianche sono le pellicce degli orsi, bianche sono le cime delle montagne, bianche sono le code delle comete.

Bianca è la superficie del lago ghiacciato, che nasconde gli errori della nostra stagione precedente, che porta lontano con dubbi, rimorsi, pensieri e sogni, ma che è pronto a rinascere l’estate successiva. Con forza, determinazione e certezza.

La natura, con questo colore, ci guida alla fase vitale, all’inizio di tutto, al nostro io più profondo. Bianco è speranza per il futuro, fiducia nel mondo e nella sua purezza, voglia di cambiamento e di un nuovo inizio, raccoglimento, protezione, candore, innocenza, trasparenza, silenzio, freddo ma anche caldo, perché il bianco ci accoglie, sempre.

Bianco è l’amore e la pazienza. Bianca è la natura, il foglio intarsiato sul quale siamo stati creati, vergine, puro, leggero, trasparente, intonso e libero, sul quale poter scrivere giorni, mesi e anni. A noi provare a mantenere quel candore, sapendo che, comunque, qualche macchia sarà inevitabile. Ma guardando la neve, fuori, cadere libera, provocante e leggera potremo tentare di capire, insieme a lei, come provare a scrivere su quel foglio senza troppe sbavature. Teneramente abbracciati.

Un singolo fiocco di neve può piegare una foglia di bambù. Proverbio cinese.

Foto in evidenza e altre nel testo, San Candido, Simonetta Sandri

La vigilia.
(un racconto di Natale)

La vigilia

Un racconto di Simona Baldanzi

Il responsabile della farmacia, dopo mesi dalla mail che aveva inviato, aveva ottenuto finalmente l’incontro col direttore generale del grande centro commerciale. Il buio era calato da un pezzo sulla piana e l’enorme parcheggio si era quasi del tutto svuotato. La torre ricolma di scritte sfidava la luna.

L’appuntamento era stato segnato in agenda come ultimo della giornata, il che non prometteva niente di buono. Mentre l’uomo dal camice bianco prendeva l’ascensore stringendo una cartellina, il direttore si guardava allo specchio del bagno nel suo ufficio. La fortuna di essere biondo, gli permetteva di non farsi la barba ogni giorno, ma avrebbe preferito un viso dai lineamenti più duri. Gli occhi celesti e l’incarnato chiaro lo facevano assomigliare troppo a un bravo ragazzo, piuttosto che al responsabile di settantamila metri quadri di vetrine, luci e soldi che girano e si appiccicano addosso come moscerini d’estate. Sua mamma continuava a chiamarlo il mio angelo e lui proprio non lo sopportava. Non era più un bambino timido che quando pisciava a letto si prendeva delle grosse ripassate dal padre. Aveva fatto carriera e in poco tempo aveva riscattato l’intero mutuo di casa sua e di quella dei genitori, così non dovevano più preoccuparsi di tenere i conti delle misere pensioni. Quando sentì bussare, tirò su la lampo dei pantaloni, sistemò i lembi della giacca, si diede un piccolo sbuffo sulle guance più come gesto scaramantico prima di ogni incontro di lavoro che per darsi una svegliata, chiuse la porta del bagno e andò verso la scrivania dicendo deciso – Avanti –

Il farmacista, dopo aver stretto una mano, dopo essersi seduto, sapendo di non avere molto tempo, aprì la cartellina e andò dritto al cuore del discorso.

– I dati sono allarmanti. In questo supermercato le vendite di antidepressivi, stabilizzatori dell’umore e ansiolitici vanno ben oltre la norma. Sono soprattutto le commesse a farne uso e sotto le feste ci sono dei picchi clamorosi. Si avvicina il Natale e forse bisognerebbe…

– Mi spiace interromperla. Come me sarà stanco dell’intera giornata per cui non voglio farle perdere tempo. Ho letto il suo dossier. Molto interessante. Ma non crede che vada oltre il suo ruolo dentro questo luogo? Si immagina l’attenzione della stampa, il dibattito che ne seguirebbe, la rogna dei sindacati, di tutti quelli che vogliono fare la morale?

– Ho ben presente la morale nei secoli dei secoli.

– Lei usa delle espressioni strane alle volte. Anche nella sua mail, sa? Eppure nutro una certa simpatia nei suoi confronti.

– È sempre stata la mia rovina avere gente come lei dalla mia parte.

Le pupille nere dentro gli occhi azzurri si dilatarono. Doveva liberarsi di quel rompiscatole arrogante.

– Se è così, può chiudere quella cartellina e andarsene.

Da sotto la scrivania un vento gelido avvolse le gambe del direttore. Ebbe un tremore. Diede un colpo d’occhio a finestre e porte, ma tutto era chiuso. Guardò l’uomo che aveva davanti a sé che non si era scomposto. Gli prese una strana tosse che a tratti gli impediva di respirare. Il farmacista gli avvicinò la bottiglietta di plastica che stava sulla scrivania. Quando il volto d’angelo smise di essere paonazzo disse: – Lo vede? Il freddo e il caldo, ci sono i mali di stagione. Lei faccia il suo mestiere, che io faccio il mio.

Certo che farò il mio mestiere, pensò il farmacista chiudendo la porta dietro di sè. Mentre percorreva la tangenziale col camice bianco ripiegato sul seggiolino, l’uomo guardava il mostro dietro di sé dallo specchietto. Quella torre luminosa si era piantata lì oltre un decennio fa. Una colonna magnifica e potente adorata più di un tempio. Contemporaneamente due fulmini strapparono il cielo fotografando Montemorello, la Calvana e tutta la piana. Il farmacista sorrise e esplose il temporale.

Le decorazioni delle feste scintillavano come tutti gli altri anni. Il rosso e l’oro erano i colori predominanti nelle vetrine e sulle ghirlande che calavano lungo i due corridoi dell’immensa galleria. Nel parcheggio ogni alberello luccicava come una piccola torcia. Il farmacista si dava un gran da fare nel lavoro, che come previsto aumentava. Con lui era cresciuto anche il reparto erboristico e omeopatico, curava dosi e confezioni, dispensava consigli. Cercava di essere sempre presente nonostante le altre due sue collaboratrici perché sapeva che le commesse al cambio turno si fermavano volentieri a parlare proprio con lui. Stanche e stressate, tiravano fuori ricette e racconti, sapevano che con lui non era necessario sorridere per forza. Quell’uomo aveva una voce profonda e sensuale e si era conquistato una fiducia d’acciaio fra lavoratori e clienti del centro commerciale, anche se era lì da pochi mesi. Il 24 di dicembre, quando si aprirono le porte scorrevoli e i primi carrelli scivolarono sul marmo più splendente del solito, un profumo speziato e fresco si diffuse ovunque. Il direttore aveva ascoltato i consigli dell’equipe di marketing che, spezzando la noia della periodica riunione, avevano sentenziato “anche gli odori incidono sui consumi”. Era rimasto estasiato da dati, slide e risultati di alcuni esperimenti, nonché dall’odore della crema della consulente che gli stava seduta di fianco. Aveva ordinato confezioni di diffusori, incensi, spray deodoranti e detergenti per pavimenti, vetrate e specchi direttamente da una profumeria francese specializzata. Quel giorno voleva battere ogni record di vendite, quel giorno non doveva esistere crisi e grafici con curve in discesa. In pochi minuti corridoi, negozi e supermercato erano ricolmi di donne, uomini, bambini. Le casse in ogni negozio, in ogni reparto, facevano linguacce di scontrini continuamente. Anche quelle della farmacia. Il responsabile aveva messo un bel cartello. Fatevi viziare. Sono arrivate le pillole della libertà di essere voi stessi. Più sincerità, più amore, più partecipazione, più condivisione, più serenità. Tutto naturale.

Non si è mai capito esattamente cosa successe perché le testimonianze di quella giornata di vigilia al supermercato sono diventate una sommossa di racconti. Tanti che erano lì hanno detto che non facevano troppo caso a quello che accadeva intorno, perché si sentivano bene, si sentivano liberi e non pensavano altro al momento che stavano vivendo. Non si erano sentiti affatto in una situazione di follia generale o messi in pericolo da qualcosa o qualcuno. Molti testimoniarono in commissariato e a leggere i verbali c’era da non credergli, anche se lo stato dei settantamila metri quadri confermava ogni dettaglio. I bambini avevano preso d’assalto i reparti dei giochi e dei dolci, impilavano mattoncini, vestivano bambole, scartavano cioccolatini e caramelle, guidavano macchinine telecomandate. I più grandi organizzavano tornei di giochi in scatola e di ping pong. Palloni, aquiloni, frisbee, vassoi di torte, volava di tutto. Intorno ai dolci c’erano anche tanti adulti e in tutto il reparto cibo, si erano distese tovaglie in terra come tanti pic-nic dove tutti assaggiavano tutto. Si brindava, si affettava il pane, si cucinava polli e astici servendosi di fornellini da campeggio. Si scambiavano ricette e ingredienti. Nel reparto del verde centinaia di balle di terriccio avevano ricoperto un’intera zona. Uomini e donne piantavano alberelli e fiori camminando scalzi sulla terra. Nei negozi di scarpe e abbigliamento le commesse sfilavano insieme ai clienti, si guardavano allo specchio e ridevano. Si improvvisarono concerti nel negozio di musica, tante anziane si misero a insegnare a cucire e a fare la calza vicino allo scaffale della lane e delle stoffe, per non parlare del grande negozio del fai da te, che divenne un enorme laboratorio. Lì si sono rinvenuti quadri, sculture, sedie che camminano, luci che parlano, composizioni degli oggetti più impensabili. Le file di te e caffè e tisane sono state frequentatissime nel pomeriggio. Al reparto dei libri si sono alternate letture mandate in filo diffusione e molte delle poltrone o dei divani in vendita sono stati ritrovati intorno a quegli scaffali. Nel reparto di mobili da giardino si consumavano pennichelle e meditazione. Nel negozio sportivo c’era chi saltava la corda, chi correva sui tapis roulant, chi sudava facendo step o giocando a pallavolo. Nei reparti e nei negozi di intimo donne e uomini si spogliavano, si guardavano, si corteggiavano, si toccavano. Carezze, baci, orgasmi si sono consumati un po’ ovunque, ma soprattutto nei negozi di biancheria, visto che c’erano letti comodissimi e lenzuola e coperte da cambiare ce ne erano a volontà. C’è chi l’ha fatto seduto sui surgelati, chi sulle scale mobili, chi sul pavimento rotolando sulla farina, chi circondato da decine di schermi, chi l’ha fatto da solo servendosi di manichini o di altri oggetti. Sempre ricostruendo i racconti, nessuno ha subito violenza. Tutti hanno dichiarato che era da tempo che non facevano l’amore godendo in pieno a quel modo.

Una cosa sola fu registrata senza ombra di dubbio: da mezzogiorno in poi, le casse non avevano più funzionato. Non era stato battuto più niente, non era stato venduto più niente. Anche le tabaccherie, i bar, l’edicola. Niente. Persino le macchinette del gioco avevano smesso di funzionare e il bello era che nessuno se ne era accorto o ne sentiva la mancanza. E cosa ancora più strana, non c’era stato nessuno scasso, ai giochi, ai distributori, al bancomat, nessuna auto rubata. Solo la farmacia continuava a fare affari. Le pillole si stavano esaurendo e anche i preservativi erano a buon punto.

Al direttore, guardando dai monitor nel suo ufficio, gli era preso una tosse incredibile. Appena si era ripreso, aveva chiamato la polizia. I primi poliziotti erano stati inutili. Entrando senza protezione erano stati contagiati da quell’atmosfera. Ci vollero molte pattuglie, prima che arrivassero i corpi speciali e le telecamere di tutto il mondo. Al direttore era stato consigliato di non scendere, ma lui non aveva saputo resistere. Voleva fermare quell’inferno. Fu ritrovato in ginocchio mentre teneva la mano ad una donna delle pulizie. L’aveva amata dal primo giorno che l’aveva vista, ma non aveva mai avuto il coraggio di non mentire a se stesso.

Il farmacista fu arrestato. Tutto era chiaro: lui era l’unico che aveva fatto affari in quel degenero. Avrà alterato gli psicofarmaci, poi quelle pillole e anche sugli incensi, sui profumi e sui detergenti c’aveva messo lo zampino di sicuro, visto che il magazzino della farmacia era adiacente a quello della ditta di pulizie. Quando però arrivarono a analizzare profumi e pozioni non ci trovarono niente di strano, anche dall’analisi del sangue sui testimoni, nessuna sostanza. Anzi, erano mesi che vendeva a tutti caramelline al limone e alla menta e i profumi erano a base di spezie e lavanda. Di lui, l’uomo affascinante dal camice bianco, nessuna traccia. Quando aprirono il furgone dove lo avevano rinchiuso, trovarono solo le manette. Prima che tutti i mezzi dei corpi speciali lasciassero l’enorme parcheggio diventando un lombrico nero di sirene, una bambina aveva indicato il cielo, dicendo che era scappato lassù. In aria c’era solo un palloncino a forma di Babbo Natale. Ad averla guardata meglio quella macchia rossa che si allontanava e si confondeva nelle nuvole accese dal tramonto, si sarebbero notate delle corna e una coda che sembrava salutare tutta la piana e questo mondo.

Questo racconto è tratto dalla raccolta: Decameron 2013A cura di Marco Vichi, editore Felici, 2013.

Conciati per le feste.
(un racconto di Natale)

Conciati per le feste.
[Che Natale è senza De André]

Un racconto di Piergiorgio Paterlini

Da quel giorno lontano diffido delle comete. Decisamente, quel primo Natale, il Natale dei Natali, non era nato sotto una buona stella. Cometa o no. Diciamo anzi che quella storia era cominciata male e tutto lasciava presagire che sarebbe finita peggio. Come poi andò.

Ma ancora prima della nascita del bambino, c’erano stati un bel po’ di casini. Quella ragazza giovanissima rimasta incinta in un modo a dir poco miracoloso, il marito anziano che torna dopo tanto tempo, costretto alla lontananza dal lavoro.

L’angelo, va bene, il miracolo, miracolo miracolo miracolo. Io credo ai miracoli, ne ho ricevuti, ci credo per forza, ma sempre mi lasciano anche molta inquietudine.

Passi la gestazione bella strana, ma stai per nascere e subito devi farti un viaggio assurdo perché un tiranno, l’Imperatore di un Paese e di un esercito di occupazione, decide che bisogna fare un censimento. Non trovi posto per dormire neanche a pagare, e – diciamolo – quella grotta, quanto ad attrezzature e comfort, somiglia molto a un ospedale di Gaza oggi, e più o meno siamo da quelle parti, del resto, poche decine di chilometri. Non c’è acqua cibo luce riscaldamento, non c’è niente di niente.

Arrivano in tre, tre personaggi stranieri importanti, ma sempre una piccola minoranza, a rendere omaggio, a capire che lì sta succedendo qualcosa di grosso che vale la pena vedere con i propri occhi al prezzo di un altro lungo viaggio. Ma si sa nessuno è Profeta in patria, e soprattutto quelli “strani” fin da piccoli piacciono a pochi e in genere da lontano. Arrivano, stanno giusto il tempo per scambiarsi i doni (li portano solo loro, ma la famiglia di Giuseppe ha ben altro a cui pensare che ai regali di Natale), poi se ne tornano via e tu rimani lì, e ti senti solo, anche quando le folle ti acclamano, quando vengono a cercarti per i loro problemi, quando trovi un gruppo di amici per la pelle, ma la pelle è solo la loro, da mettere in salvo appena si sente puzza di bruciato. La storia la fanno i vincitori, tu sei riuscito a farla da vinto, uno dei pochissimi, sì, eri strano un bel po’.

Ciò che non uccide rafforza, no? E così il bambino – da quel Natale scombiccherato – cresce in fretta, i miracoli li fa davvero fin da piccolo, all’inizio poco più che giochi di prestigio per far colpo sui compagni, poi cose serie, moltiplicazione del vino e del cibo, guarigioni, resurrezioni addirittura. Scappa dai suoi già a dodici anni e va a fare il sapientone fra i Sapienti del Tempio. È una testa calda e finirà come sappiamo, giovanissimo.

Eppure la dolcezza del Natale – che c’è, c’è – la dolcezza del Natale è nel prima, il sabato è sempre meglio della domenica, l’abbiamo capito, e la vigilia di Natale è il giorno per eccellenza, la cena della Vigilia, la messa di mezzanotte.

La dolcezza del Natale la racconta Fabrizio De André nella Buona Novella. E, appunto, sta tutta nel prima. Anticonformista con anticonformista,  il Natale De André lo salta addirittura, non lo menziona neanche, lo lascia immaginare (che l’immaginazione è sempre meglio della realtà), ma la dolcezza no, non la salta, anzi. E sta tutta nei genitori. La dolcezza di Maria, la tenerezza soprattutto del vecchio Giuseppe che lavora come un mulo, si ritrova con una sposa troppo giovane, torna, la trova incinta (e spaventata, poteva nascerne un femminicidio bello e buono) e tutto diventa, appunto, dolcissimo più di un Pandoro.

Ci sono due voli nel racconto “natalizio” per eccellenza, quello della Buona Novella. Il volo di Maria tra sogno e realtà in compagnia dell’Angelo e il volo molto più concreto sempre di Maria tra le braccia di Giuseppe.

Il primo volo:

poi, d’improvviso, mi sciolse le mani / e le mie braccia divennero ali, / quando mi chiese – Conosci l’estate – / io, per un giorno, per un momento, / corsi a vedere il colore del vento. / Volammo davvero sopra le case, / oltre i cancelli, gli orti, le strade, / poi scivolammo tra valli fiorite / dove all’ulivo si abbraccia la vite. / Scendemmo là, dove il giorno si perde / a cercarsi da solo nascosto tra il verde, / e lui parlò come quando si prega, / ed alla fine d’ogni preghiera / contava una vertebra della mia schiena.

Il secondo volo:

E lei volò fra le tue braccia / come una rondine, / e le sue dita come lacrime, / dal tuo ciglio alla gola, / suggerivano al viso, /

una volta ignorato, / la tenerezza d’un sorriso, / un affetto quasi implorato. / E lo stupore nei tuoi occhi / salì dalle tue mani / che vuote intorno alle sue spalle, / si colmarono ai fianchi / della forma precisa / d’una vita recente, / di quel segreto che si svela / quando lievita il ventre. / E la parola ormai sfinita / si sciolse in pianto, / ma la paura dalle labbra / si raccolse negli occhi / semichiusi nel gesto / d’una quiete apparente / che si consuma nell’attesa / d’uno sguardo indulgente. / E tu, piano, posasti le dita / all’orlo della sua fronte / i vecchi quando accarezzano / hanno il timore di far troppo forte.

Anche Giuseppe crede ai miracoli, e forse soprattutto ai sogni, la dolcezza di quel sogno che annuncia e preannuncia il Natale, il primo e comunque l’unico che conti per lui, la nascita del suo primogenito. Più Natale di così.

Il racconto “Conciati per le feste” di Pier Giorgio Paterlini è uscito sul quotidiano la Repubblica il giorno 19 dicembre 2023.

Cover: Marc Chagall, il mondo sottosopra, 1919, particolare

Per un miracolo.
Una poesia di Natale di Iosif Brodskij

Per un miracolo, quali gli ingredienti? Il vello
del pastore, un pizzico appena di presente, un briciolo
di ieri, e alla manciata del giorno che verrà aggiungi
a occhio una fetta di cielo più quell’assaggio di pura vastità.
E si compie il miracolo. Perché i miracoli,
attratti dalla terra, serbano gli indirizzi,
anelando talmente a svolgere la prescritta funzione
da giungere a destinazione perfino nel deserto.
E se vai via di casa – accendi, al momento
del commiato, le quattro candele di una stella
perché illumini un mondo vuoto di realtà,
mentre ti segue con lo sguardo per l’eternità.

Iosif Brodskij, da Poesie di Natale  Adelphi editore

Il mio presepe è vuoto

Il mio presepe è vuoto

L’8 dicembre, Festa dell’Immacolata, è per tradizione il giorno in cui molti preparano l’albero di Natale o il presepe. Anch’io sono tra quelli.
Prendo le scatole che contengono le cose che servono per il presepe ma sono bloccata.

Tengo nella mano la statuina del Bambin Gesù ma penso che non posso metterlo nella grotta: il bambinello è morto. Forse è nato prematuro perché Maria, la madre, è traumatizzata dai bombardamenti e non c’è energia per le incubatrici, forse fa parte dei duemila bambini che sono morti sotto il fuoco incessante dei bombardamenti, forse ancora è il frutto di uno stupro accaduto durante una grande festa e la mamma è stata violentata e il padre, Giuseppe, preso in ostaggio e se non sono stati uccisi ne riparleremo il prossimo anno.

No, non posso metterlo nel Presepio.

Allora penso metterò nella capanna Maria e Giuseppe piangenti vicino alla culla vuota. Ma no! Sono stati colpiti insieme a tanti, ventimila persone, nel tentativo di scappare alle bombe e ai missili. O sono in quella colonna interminabile obbligata a spostarsi al Sud di Gaza.

Ripongo nella scatola la Sacra Famiglia.

Devo pensare a qualcosa almeno di simbolico per il mio presepe. Metterò la grotta in cui forse troveranno rifugio. Sì. È un buon simbolo.

Tu scendi dalle stelle
E vieni in una grotta al freddo e al gelo

O Bambino mio, io ti vedo qui a tremar
Mancano panni e fuoco”

Ma che dico! Tutto il paese è diventato un cumulo di macerie, le case gli ospedali le scuole sotto la raffica dei colpi compresa la taverna in cui la sacra famiglia avrebbe chiesto ospitalità, stalla compresa.

Nella scatola ci sono il bue e l’asinello ma … servono per spostare i carri con le poche cose per l’esodo forzato di migliaia di palestinesi. Questo è l’imperativo di Israele. Come allora quando in tanti dovevano spostarsi per il censimento imposto dai Romani. E poi non c’è bambinello da scaldare.

Penso allora di costruire un paesaggio con i pastori, le pecorelle, le botteghe: quella del falegname, del fabbro, la lavandaia, la donna che cuoce il pane, il macellaio, il venditore di ricotta e formaggio, il pollivendolo, il venditore di uova, il venditore di pomodori e frutta, il vinaio, il pescivendolo. Ma di nuovo dimentico che tutti tranne i ventimila che sono morti stanno fuggendo, sperando di non essere colpiti dai carri armati o dai raid aerei. Che non c’è cibo, che la farina è finita, che non c’è acqua.

Perciò neanche le botteghe e i personaggi del presepe trovano posto.

Le stelle che i pastori vedono, che li avrebbe destati sorpresi dal sonno per l’adorazione del Bambino Gesù non sono quelle per arrivare al presepio, sono le luci accompagnate da fragori terribili e assordanti. Splendono sì, e la loro luce è più forte delle stelle di Natale.

Rimane il paesaggio: sarà vuoto ma bellissimo. Il cielo pieno di stelle, il ruscello, le montagne

Le stelle brillano ma sono sempre le scie delle bombe, l’acqua non c’è in queste strade polverose. Che senso avrebbero le montagne che circondano il nulla?

Nella scatola del presepe mi rimangono gli angeli.
Me li ricordavo eterei piumati sorridenti e dolci e invece li ritrovo spaventati e incapaci a oltrepassare il fuoco di colpi che attraversano il cielo.

Alla fine trovo i Re Magi, di solito li metto lontani perché sono in viaggio e arriveranno per l’Epifania. I re magi non riescono a passare i confini, trovano chiusa ogni via di collegamento,

La stella cometa che li guidava

Astro del ciel

Luce dona alle menti
Pace infondi nei cuor

anche lei era la scia di una bomba.

I Re Magi si sono fermati. Sono Tre perché era il numero dei continenti allora conosciuti, oggi ce ne sarebbero di più ma non cambierebbe niente. Eppure loro potrebbero fare qualcosa ma riportano i doni a casa. Rimangono ai confini immobili e inutili.

Quest’anno il mio presepe è vuoto, anzi è pieno solo di ruderi, di rovine, di sudari.

Aspetterò il prossimo Avvento:

(…) un felice Natale
e un meraviglioso anno nuovo
speriamo che sia davvero un buon anno
senza alcuna paura

la guerra è finita, se lo vuoi
la guerra è finita, adesso

John Lennon, Happy Xmas (War Is Over)


Cover: Gaza, dicembre 2023

Per certi versi /
Un Natale immaginavo

Un Natale immaginavo

Un Natale immaginavo
Senza senso
Di colpa
Per la grassa
Società
Lo immaginavo
Da talpa
Senza vedere
Le magnifiche
Luci
Della città
Lo immaginavo
In un cunicolo
Di sale
Lungo
Più lungo
Dei gasdotti
Più lungo
Delle file
Dei corrotti
Del petrolio
Di quei generi
Di armi
E il loro cenacolo
Di affari
Lo immaginavo
Lungo lungo
Fino a Betlemme
Fluido
Senza uno scoglio
Poi
Prima di uscire
chiedere a Turner
Dieci minuti
Dieci ore
Dei suoli occhi
Vedere la luce
Lemne lemme
Svanire
Senza luci
Il Natale
Sporco di sangue
Dei Cristiani
Di Palestina

(Dedicata a Matteo Marabini)

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

“Ci Sto? Affare Fatica”.
Il riscatto di Umarèl

“Ci Sto? Affare Fatica”. Il riscatto di Umarèl

l mio biglietto di auguri natalizi porta la data del 10 luglio scorso, quando è iniziata per me la settimana più brillante e luminosa dell’anno.

Faceva un caldo boia, ricordate? Mi trovavo in riva alla Darsena, sotto il solleone crudele, con un pennello e un secchio di liquido puzzolente, ma ero il pensionato più felice del mondo: stavo dirigendo nientemeno che una squadra di dieci addetti con l’incarico di trattare le sedute di legno fissate lungo la passeggiata con due mani generose di impregnante.

Indossavamo tutti la maglietta rossa col logo di “Ci Sto? Affare Fatica”.

E per me era il giorno glorioso del riscatto dell’umarèl: avevo ricevuto dal Comune l’investitura ufficiale di Capomastro di Lavori pubblici.

La squadra era composta da dieci studenti delle superiori, due ragazze e otto ragazzi accompagnati da una giovane tutor, che avevano dato la loro disponibilità ad eseguire lavori utili alla comunità durante le vacanze estive. E in quello scorcio d’estate del 2023, i giovani volontari così organizzati in città sono stati sessanta (e altre decine sono rimasti in lista d’attesa), seguiti da “handyman” reclutati come me tra pensionati volenterosi con un minimo di pratica manuale.

Dunque i miei auguri emozionati vanno a Thomas, Federico, Martina, Leonardo, Mirco, Cassandra, Antonio, Jacopo, Pietro, Marco e alla tutor Martina Pozzati che mi hanno regalato gioiosità, impegno, leggerezza, collaborazione.
Hanno reso semplice il mio lavoro, addomesticato la mia preoccupazione di umarèl carico di responsabilità inaspettata. Non si conoscevano tra loro, hanno fraternizzato in poche ore, si sono impadroniti di attrezzi mai usati e hanno seguito i miei consigli fino a raggiungere una autonomia non solo nella esecuzione, ma anche nella visione responsabile dell’intera operazione. Dopo la prima giornata in Darsena, siamo passati alla scuola materna del Villaggio Satellite, dove abbiamo dato due mani di bianco ai muri di una delle sezioni del plesso.

È stata l’Unità operativa Nuove Generazioni del Comune, d’intesa con i Lavori Pubblici e con l’ufficio Patrimonio a sviluppare a Ferrara, per il secondo anno consecutivo, una idea nata a Bassano del Grappa e diffusa poi in una rete di numerose altre città come “buona prassi civica” col titolo “Ci Sto? Affare Fatica”. La cooperativa Open Group ha gestito efficacemente la parte organizzativa e i rifornimenti. A tutti quanti va la mia riconoscenza per il valore di questa iniziativa, che favorisce l’incontro di giovani e adulti in un impegno gratuito per la comunità, mescolando sudore, divertimento, creatività, responsabilità e amicizia.

E se in ogni quartiere della città e nelle frazioni nascessero tante squadre così, pronte non solo in estate a dare una mano per piccoli lavori utili a tutti?

Lo sportello n. 7
L’avventura di una signora ordinaria quasi in pensione

Lo sportello n. 7   

Che la signora Antonia fosse una persona per bene nessuno lo aveva mai messo in dubbio. Ecco perché chi la conosceva si chiedeva come mai fosse capitato proprio a una come lei. Questa era solo la prima delle domande senza risposta che affioravano alla mente di costoro. La seconda domanda era: forse la signora Antonia aveva fatto qualcosa, di cui nessuno tuttora è a conoscenza, per meritarsi un destino così particolare?

Molti sostengono che porre domande alle quali nessuna risposta è possibile sia da cretini. I più pragmatici dicono: ormai è andata così, arrovellarsi sulle colpe presunte, sulla doppia personalità e sul perché proprio lei è un esercizio insensato. Di che aiuto può ormai esserci? Perciò, per non incorrere nell’obiezione dei pragmatici rischiando di fare la figura dei cretini, sarà meglio lasciar perdere e cominciare dall’inizio.

I vicini di casa le mostravano da tempo una tiepida simpatia di maniera, il marito dimostrava una totale mancanza di solidarietà per la semplice ragione che era morto da tre anni e in mancanza di figli, fratelli, parenti stretti e amici degni di questo nome non le erano rimasti altro che i vicini di casa e qualche negoziante dalla  scarsa  clientela disposto ad ascoltare la sua storia e a sopportare le sue vanterie.

Tra i vicini di casa c’era una mia sorella maggiore, sposata da tempo con un colonnello dei carabinieri, che un giorno ha deciso di mettermi al corrente delle vicende della signora Antonia. Questo è quanto sono venuto a sapere da mia sorella Ada in un ventoso pomeriggio di autunno avanzato.

“Vedi Giorgio – ha iniziato lei mentre folate impetuose scuotevano i rami della vecchia quercia che sovrasta l’ingresso della mia casa di campagna – al mondo non c’è giustizia.”

Di fronte a questa osservazione potevo solo tacere. Ada era capace di rovesciarti addosso ovvietà a un ritmo impressionante, ma io le volevo bene, nonostante fosse la mia sorella maggiore.

Mi raccontò che la signora Antonia, dopo trent’anni di duro lavoro come maestra d’asilo e poi come insegnante di scuola primaria in una scuola della periferia nord di Roma aveva deciso che era giunto il momento di informarsi sulla sua posizione contributiva. Aveva sessantadue anni e cominciava davvero a essere stanca di correre dietro a quella pipinara chiassosa e insolente.

“Ce l’aveva messa tutta, capisci? Si era laureata a cinquantatré anni per poter fare il concorso come maestra elementare. Ora poi, chissà perché, la chiamano scuola primaria! – esclamò Ada quasi scandalizzata – e poi era riuscita a vincerlo. E lo aveva vinto senza raccomandazioni! Chi potrebbe oggi vincere un concorso statale senza raccomandazioni? Solo una persona speciale come la signora Antonia. Capisci?”

Ada aveva anche la brutta abitudine di chiedere ‘Capisci?’ oppure ‘Capito?’ dopo aver pronunciato una delle sue banalità provocando così doppia irritazione nell’ascoltatore, il quale oltre a perdere tempo veniva trattato da idiota. E poi   raccontava le storie della vita in un modo spiazzante, ti faceva supporre che la vicenda sarebbe finita in un modo completamento diverso da come poi realmente si erano svolti i fatti. Inutile chiederle ‘Dove vuoi andare a parare?’, perché era evidente che se ne era dimenticata, viveva ogni avvenimento come un frammento di presente scollegato dal passato e dal futuro.  Ma era mia sorella, e io continuavo ad avere pazienza e a volerle bene.

“Se avesse avuto una raccomandazione pensi che te l’avrebbe confessato?” non potei però trattenermi dal chiederle.

“Bè, caro Giorgio, sei proprio maligno! – tagliò corto Ada, sempre abile nel sottrarsi alla logica – Insomma dopo tanti sforzi e dopo avere perso il marito (‘Davvero una brava persona!, questo nessuno lo può negare, uno come i carabinieri di una volta’), insomma si meritava anche lei un po’ di tranquillità. E’ pur vero che non avendo figli aveva sfogato il suo istinto materno verso i bambini, ma nonostante questo era davvero stanca. E così  decise di ricongiungere i contributi versati al Comune come maestra d’asilo con quelli versati allo Stato come insegnante elementare per poter accedere alla sua meritata pensione. Insomma, era proprio arrivato il momento giusto, ecco.”

Intanto l’idea che si possa ‘sfogare’ l’istinto materno verso dei poveri bambini innocenti, definiti da Ada “pipinara insolente”, contiene un sottofondo minaccioso che mi sembrò ingiusto. Ada usava spesso parole e verbi impropri. Ma soprattutto mi rendo conto che se dovessi riferire quanto raccontato da mia sorella con tutte le sue divagazioni inutili, i ‘Capisci?’ e i suoi commenti fuorvianti ne nascerebbe un romanzo incredibilmente insulso di almeno centottanta pagine. Perciò sarà meglio che le tolga la parola e prenda in  mano le redini della storia. Sì, sarà meglio che la racconti a modo mio.

Antonia – eliminiamo la parola ‘signora’ – si recò alla sede INPDAP di Roma nord per avere informazioni sulla sua posizione pensionistica. Non aveva idea di cosa l’attendeva, nessuno l’aveva avvertita. Sul cartello attaccato alla porta a vetri dell’ingresso c’era scritto ‘Martedì e giovedì si riceve il pubblico per le pensioni’.

“Bene! – si disse – Sono fortunata, meno male che oggi è giovedì”.

Dopo aver strappato dalla macchinetta di plastica il suo numerino di carta controllò sul display: davanti a lei 5 persone attendevano di essere ricevute allo sportello n. 4.

Sospirò, si sedette e si guardò intorno. Un ufficio nuovo, grigio ma abbastanza luminoso e piuttosto elegante, il display in alto e i computer dietro le vetrate plastificate degli sportelli davano la sensazione di un luogo efficiente, moderno, uno di quei luoghi dove i problemi vengono risolti in fretta da impiegati gentili e competenti. Unica nota stonata: un massiccio poliziotto di sorveglianza vagava su e giù per l’atrio con in vista un gigantesco revolver che pendeva dal cinturone.

“Che bisogno ci sarà di un poliziotto privato, per giunta armato?” si chiese. Ma poi pensò ad altro e cominciò a fantasticare sul suo futuro da pensionata.

Quando lo squillo elettronico annunciò il suo turno, Antonia si affrettò a raggiungere lo sportello n. 4. Si accomodò su una confortevole sedia di morbida stoffa e si rivolse all’impiegato protetto dal plexiglas con un cordiale “Buongiorno”, subito ricambiata con altrettanta cordialità.

“Sono un’insegnante elementare. Vorrei conoscere la mia posizione pensionistica – dice lei – devo fare un ricongiungimento dei contributi versati al Comune con quelli versati al Ministero dell’Istruzione.”

“Lei da quanto è in pensione?” chiede l’impiegato sempre cordialissimo, pulito e profumato. Perfino bello, pensò Antonia, da sempre sensibile al fascino maschile, ancor più da vedova.

“Io non sono in pensione. Voglio andare in pensione, ho maturato i requisiti minimi  e vorrei sapere da voi quanto verrò a prendere mensilmente e quanto di liquidazione, se è possibile. Così posso regolarmi se mi conviene lavorare ancora per un paio di anni oppure no.”

“Cara signora, lei ha delle belle pretese! – fa il tipo diventato di colpo scostante – E in ogni caso io non posso fare nulla per lei. Oggi è giovedì e questo tipo di informazioni le diamo soltanto il mercoledì allo sportello n.2.”

“Mi scusi, ma sul cartello attaccato alla porta c’è scritto che il martedì e il giovedì ricevete il pubblico per le pensioni.”

“Certo. Infatti il martedì e il giovedì riceviamo per dare informazioni ai pensionati.”

“Ma sul cartello è scritto “per le pensioni”, non “per i pensionati”. Quindi dovreste darle anche ai pensionandi, cioè a quelli come me che hanno diritto a una pensione. Senza contare che sono trenta anni che ogni mese voi vi prendete una bella fetta del mio stipendio e vorrei sapere che fine fanno i miei quattrini.”

“Torni mercoledì prossimo e sicuramente un mio collega le dirà quello di cui ha bisogno. Oggi riceviamo solo i pensionati.”

“Allora dovete cambiare il cartello. Dovete scrivere che ricevete i pensionati e non che si riceve il pubblico per le pensioni. C’è qualcuno qui dentro che conosce l’italiano? – e comincia a guardarsi intorno e ad alzare la voce – Qualcuno ci sarà, spero. Io ho perso quaranta minuti più un’ora di viaggio tra andata e ritorno in autobus per nulla.”

“Mi dispiace, signora. Se adesso lascia libera la sedia posso chiamare il prossimo visitatore.”

“Io non lascio libero un fico secco. Io da qui non me ne vado se non mi vengono date le informazioni a cui ho diritto. Me ne vado, forse, se nel frattempo cambiate il cartello in ingresso. Forse. Mi riservo di decidere dopo che avrete corretto la scritta.”

L’impiegato si alza in piedi e fa un cenno in direzione della guardia giurata. Quello si avvicina caracollando con la faccia da feroce sceriffo texano.

“La signora qua ci sta impedendo di lavorare. Non se ne vuole andare e blocca la fila. Che vogliamo fare?”

“Mi scusi signora guardia, io voglio solo delle informazioni sulla mia posizione pensionistica, ma il signore qui si rifiuta di darmele. Sul cartello è scritto che il giovedì si danno informazioni sulle pensioni ma lui dice che si danno solo ai pensionati. Se sul cartello fosse stato scritto quello che dice lui non sarei rimasta qui quaranta minuti a fare la fila. Ma c’è scritto informazioni sulle pensioni. E allora? Che vogliamo fare lo chiedo io. Chi mi risarcisce di tutto questo tempo perso solo perché voi non sapete scrivere un cartello in italiano corretto? E lei, cara guardia, perché mi guarda così? Vuole forse spararmi addosso con quel suo pistolone, per caso?”

La guardia giurata cambia espressione. Sospira. Da duro superpoliziotto si trasforma in un bonario contadino ciociaro quale probabilmente è.

“Signora, facciamo così. Se lei ha da fare dei reclami ne ha diritto. Vada pure allo sportello n. 7 dove c’è il vicedirettore che si occupa di queste faccende e la ascolterà volentieri.”

“Certo – fa l’impiegato elegante – Vada allo sportello n. 7. Io qua devo continuare il mio lavoro e non se la deve prendere con me. Non sono io il responsabile dell’organizzazione.”

Antonia li guarda entrambi, cerca di capire se la stanno turlupinando o no ma da quelle facce da poker, allenate da tempo a dissimulare i giochi perfidi della PA, c’è poco da ricavare.

“D’accordo. Farò come dite voi e vediamo come va a finire.”

Si avvia verso il fondo della grande sala dove da un angolo della parete pende un  cartello con su scritto: n. 7. Una grande scrivania dietro il divisorio di plastica trasparente e una poltrona di foggia antica, una specie di pezzo di antiquariato, colpiscono l’osservatore per la loro imponenza quasi regale. Unico problema: su quella poltrona non è seduto nessuno. Lì intorno, vicino a lei, due uomini di una certa età passeggiano nervosamente. Antonia si rivolge a quello che le pare meno nervoso: “E’ qui che bisogna rivolgersi per fare dei reclami?”

Quello la guarda con i suoi occhi dalle sclere arrossate. Ha pochi capelli, lunghi e sporchi, barba grigiastra di almeno tre giorni e l’abbigliamento falso giovanile tipico dell’insegnante furibondo giunto al limite ultimo della sopportazione. La piega delle labbra denota disprezzo, non si capisce se verso se stesso o verso l’umanità tutta o verso entrambi, disprezzo acido misto a idealismo di facciata ormai fuori moda e genuina esasperazione. Deve essere uno di quelli capaci solo di tacere ribollendo o di urlare, quelli che non conoscono vie di mezzo.

“Già! – risponde a voce troppo alta – Peccato che sto aspettando da tre quarti d’ora. E quella non si vede.”

Antonia si allontana da quel tizio pericoloso. Preferisce aspettare una decina di minuti e poi si rivolgerà a un qualche straccio di sindacato per far valere i suoi diritti. Però aspetta, ha una piccola  speranza ma anche una curiosità acuta di vedere chi sarà mai ‘quella’ dello sportello n. 7.

Mentre attende nota un carabiniere di mezza età seduto di fronte a uno sportello – il numero 6 – sul quale è scritto ‘chiuso’. Sbirciando, scopre che il carabiniere sta conversando piacevolmente con un impiegato il quale, chissà perché, pare disposto ad ascoltarlo anche se lì è appeso il cartello con su scritto ’chiuso’. Si avvicina per origliare, senza darlo a vedere, e da alcuni frammenti di dialogo capisce che il carabiniere sta prendendo informazioni sulla futura pensione della moglie, anche lei insegnante elementare. All’orecchio di Antonia giungono parole del tipo ‘riscatto della laurea’, ‘montante contributivo’, ‘periodo calcolato col sistema retributivo’ e giungono perfino delle cifre come ‘circa millequattrocento euro se lascia il prossimo anno’ e ‘liquidazione in due rate perché supera sicuramente la somma di cinquantamila euro’.

Lo sdegno la assale e comincia a picchiarle in testa, si sente avvampare come ai tempi della menopausa. Vorrebbe intervenire, ma con uno sforzo enorme di autocontrollo capisce che è meglio farlo quando il carabiniere se ne sarà andato via. Dopo qualche minuto – intanto la poltrona dello sportello n. 7 è sempre implacabilmente vuota e al gruppetto dei furiosi in attesa si è aggiunta una signora elegante di evidenti pretese eccessive – il carabiniere ringrazia, quasi si inchina, e tutto contento si allontana. Antonia si precipita e blocca l’impiegato dello sportello n. 6 prima che se ne vada anche lui.

“Ho bisogno di qualche informazione sulla mia posizione pensionistica. So che lei è in grado di farlo, ho ascoltato prima mentre parlava con il carabiniere. Sia gentile, in fondo è un mio diritto.”

L’impiegato si guarda intorno con l’espressione dell’animale in trappola. Poi ritorna a sedersi e sussurra ad Antonia che lui può darle qualche informazione, ma solo in modo generico. “Sa, sono calcoli molto complicati. Se vuole delle cifre esatte si presenti una di queste mattine nella sede di questo sindacato – e si sfila dal taschino della giacca un biglietto da visita – e chieda un appuntamento con la dottoressa Genziana Benetuo. Senz’altro le darà una consulenza. Se si iscrive al sindacato le farà pagare solo la tariffa minima per le consulenze. Si può fidare, è una persona seria. Glielo posso garantire perché è mia moglie.” conclude, e dopo un sorriso carico di orgoglio coniugale si congeda con una stretta di mano.

Antonia rimane lì, con il biglietto da visita in mano. Si sofferma per un po’ a osservare il gruppetto di disperati che ronza intorno allo sportello n. 7 e per un attimo, per una volta nella sua vita, si sente quasi furba. Più furba di quanto mai nessuno avrebbe immaginato.

 

Il martedì successivo si incontra a mezzogiorno in punto nella sede del sindacato con la dottoressa Genziana Benetuo. Nello spazio di poco più di mezz’ora Antonia viene a sapere che una volta sistemata la pratica di ricongiunzione dei periodi lei potrà lasciare il lavoro l’anno prossimo e andare in pensione con un assegno mensile di milleseicentoventi o milleseicentocinquanta euro – “centesimo più centesimo meno” – e una liquidazione di circa settantaquattromila euro, ‘centesimo più centesimo meno’. Siccome Antonia non ha voglia di iscriversi a nessun sindacato perché pensa che a conti fatti ‘sono tutti solo dei parassiti’, parole sue, paga la consulenza della dottoressa Benetuo settanta euro senza ricevuta.

“In fondo ne valeva la pena – pensa – adesso so come posso organizzarmi.”

“Povera signora Antonia! – sospira mia sorella Ada – Non aveva proprio capito niente di come va il mondo!”

“Avanti, non mi tenere in sospeso – la incalzo io – Come va a finire tutta questa storia?  Senza farla tanto lunga.”

“E’ andata a finire che quando lei è tornata alla sede INPDAP, nel frattempo inglobata nell’INPS, per ringraziare l’impiegato dello sportello n. 6 del prezioso suggerimento ricevuto, ha visto che seduta sulla poltrona regale dello sportello n. 7, quello dei reclami, bè, indovina chi ci stava lì, su quella poltrona?”

“Forza, chi ci stava?”

“Su quella poltrona era seduta in pompa magna proprio la dottoressa Benetuo. La cosa non le è piaciuta affatto, ha fiutato l’inghippo, ma alla fine ha preferito lasciar correre. Ormai desiderava soltanto aspettare il 1 settembre dell’anno successivo e andare tranquillamente in pensione.”

“E ci è riuscita?”

“No”

“Non mi dire che è morta la notte tra il 31 agosto e il 1 settembre dell’anno successivo.”

“No. Non è affatto morta, anzi, è ancora viva e lotta insieme a noi.”

Ogni tanto Ada fa delle battute veramente stupide, ma io continuo a volerle bene.

“Insomma! – grido esasperato – Che diavolo è successo a questa Antonia?”

“E’ successo che l’INPS, dove aver accorpato l’INPDAP, si è accorta che non ce la facevano a occuparsi delle pensioni dei lavoratori privati più tutta l’assistenza, la cassa integrazione e le pensioni degli statali, e così il governo ha deciso di ricreare l’INPDAP per gli statali (adesso ha un altro nome che non ricordo). E per riorganizzare tutto quanto, dal trasferimento dei dati, dei fascicoli, all’allestimento di nuove sedi, si sono presi altri due anni di tempo per occuparsi delle pensioni degli statali.”

“Quindi tutto congelato per due anni?”

“Due anni per iniziare. Poi per arrivare alla liquidazione delle pratiche un altro annetto buono.”

“E la signora Antonia?”

“La signora Antonia ha creato un’associazione di pensionandi statali furiosi, si è iscritta a un partito politico che appoggia il governo ma minaccia tutti i giorni di farlo cadere, ha  chiamato l’associazione ‘Sportello n. 7’ e si è fatta eleggere rappresentante sindacale. Ha ottenuto perfino il distacco dall’insegnamento e quando andrà in pensione pare che oltre alla pensione come insegnante ne riscuoterà anche un’altra speciale riservata ai sindacalisti che hanno ottenuto il distacco. E’ diventata cara amica della dottoressa Genziana Benetuo, è tutta contenta, piena di energia e combatte come una leonessa contro le disfunzioni del nostro sistema pensionistico. Come niente fra un po’ la candidano alla Camera dei deputati.”

Ancora una volta non potevo fare altro che tacere. Questa sì che era una lezione di vita.

“Insomma, caro Giorgio, la morale della storia è semplice. Al mondo ci sono i furbi e poi gli imbecilli come me e come te.”

Che Ada potesse essere definita imbecille non sarò io a impedirlo, ma onestamente non mi piaceva essere inserito nella sua stessa categoria. E mentre riflettevo e cercavo di obiettare qualcosa a quell’ennesima banalità mi sono reso conto che non ci riuscivo. Inutile lambiccarsi il cervello. Ecco perché alla fine mi sono dovuto arrendere al fatto che a volte quelle che ci appaiono come ovvietà, luoghi comuni e banalità sono semplicemente solide, indiscutibili verità. Ecco perché a voler fare troppo i sofisticati può capitare di finire in compagnia degli imbecilli mentre i furbi procedono per la loro strada senza curarsi di apparire banali.

In copertina: Arturo Martini, Il poeta Cechov, terracotta, 1921-1922

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Pojana, racconti irriverenti dal Nordest

Pojana, racconti irriverenti dal Nordest

Di questi tempi, ridere di gusto (anche se molte volte è un riso amaro) è, per me, una rarità. Chiara Francini, Caterina Guzzanti, Antonio Albanese, Paola Cortellesi, Ale e Franz. Questi sono i nomi di attrici/attori che mi rallegrano. In questa selezione assolutamente personale, dopo aver visto al Teatro Comunale il 20 dicembre scorso lo spettacolo teatrale “Pojana e i suoi fratelli“, inserisco volentieri e convintamente Andrea Pennacchi, ospite fisso da tempo di Propaganda Live.

Pennacchi è un attore versatile, non esattamente comico. Più che comicità, la sua è una satira pungente, irriverente. Trasporta nei suoi monologhi fatti di cronaca nera, fatti di sangue contornati di commenti ironici dove si ride amaro.

Per chi non lo conoscesse, consiglio la visione su RAI5 di “Eroi” e “Una Piccola Odissea”, dove Pennacchi prova a raccontare l’Iliade e l’Odissea attraverso il vissuto personale dell’autore, utilizzando i ricordi di scuola, quando il padre gliene regala una copia. Da qui parte la narrazione, una affabulazione dove si incontrano Bush e Agamennone, Omero e Kill Bill, San Siro (nel senso dello stadio) e l’Iraq, maestri di judo ed eroi della mitologia.
L’ho anche apprezzato come partner nella serie poliziesca “Petra” con Paola Cortellesi e diretta da Maria Sole Tognazzi.

“Pojana” è una performance dove la “scenografia” è composta da due microfoni, una sedia e la chitarra di Giorgio Gobbo. L’idea nasce da una riflessione comica e amara sul Veneto scritta assieme a Giorgio Gobbo.
Ma cos’é la Pojana? Sembra derivi dal longobardo “plojum“, col significato di “luogo coltivato ed arato“.  “Il Pojana – dice invece Andrea Pennacchi –  è un demone dentro ognuno di noi“. Nella pièce teatrale si trasforma in una regione larga rinominata “Pojanistan”.
In una recente intervista, Pennacchi parla di questo popolo come “gente arrabbiata, spaventata e che teme di perdere quello che ha. Il sistema che ha fatto diventare questa zona la locomotiva d’Italia non funziona più tanto bene forse perché i figli non stanno in capannone 24 ore al giorno come i padri. In più si aggiunga la paura dell’invasione, che sia animale o umana. Momenti difficili per tutti. Sebbene circondati da cose spaventose. Per il teatro credo sia un momento straordinario. La crisi permette di raccontare le cose migliori. Anche per reazione, s’intende.Sperando che una voce possa dare coraggio“.

La performance esordisce con un esilarante prologo “storico” che parte dalla Grecia antica e mette in fila le tante invasioni che hanno colpito nei secoli i veneti. Impersonando il leghista deluso, incazzato, Pennacchi se la prende coi politici della Lega, partiti con il miraggio dell’indipendenza della Padania e finiti a contrattare per il federalismo o un po’ di autonomia. “Dopo tre giorni che li avevamo eletti erano esattamente uguali a tutti gli altri parlamentari.
Si alternano, affiancano gli altri personaggi, altre “maschere” come nella tradizione della commedia dell’arte: Tonon il derattizzatore che si era dato come impegno personale lo sterminio dei topi ma che si è “confuso” strada facendo finendo per avvelenare clienti che serviva con la sua impresa di catering, la maestra serial killer Vittorina, Edo il security ( un monologo comico-tragico), fino a Franco Ford detto il Pojana, ricco padroncino con la fissa delle armi, i schei, le tasse, i neri, il nero.

Il racconto del Tanko “Marcantonio Bragadin 007”, intitolato al politico e militare veneziano che difese la fortezza cipriota di Famagosta, allora veneziana, dall’assalto degli ottomani, fatto in casa ci riporta alla memoria l’episodio del 9 maggio 1997 quando un gruppo di separatisti, partiti da un capannone dove si facevano carri allegorici, arrivò in Piazza San Marco con un carro armato artigianale e occupò per un giorno il campanile, issando la bandiera con il leone alato di San Marco, simbolo della Repubblica Veneta. Oggi si ride ma allora molto meno.

Tra i monologhi portati in scena da Pennacchi, decisamente riuscito quello sui “mona e i schei“. La razza umana suddivisa in quattro gruppi: gli sprovveduti, gli intelligenti, i banditi, i mona. Un monologo con qualche escursione politica “anche i mona votano e poi ci troviamo a dover subire dei politici mona democraticamente eletti” che gli spettatori hanno apprezzato con applausi a scena aperta, consapevoli o meno, che si parlava anche di loro, di noi.

Il 20 dicembre, a Ferrara, al Teatro Comunale Abbado, Pojana ha fatto il pieno di spettatori e di applausi. Andrea Pennacchi sarà in tour con il suo “Pojana e i suoi fratelli” anche nel 2024- Prossimi appuntamenti: 9 gennaio a Bagnacavallo, 10 gennaio a Forlì.

Sindaco di Ferrara: promessa non mantenuta e addio partecipazione

Ferrara, 22 dicembre 2023

Oggi, come Forum Ferrara Partecipata, abbiamo consegnato simbolicamente sotto forma di dono al Sindaco il libro in cui sono raccolte le prime idee dei cittadini sul recupero della ex caserma di via Cisterna del Follo, idee raccolte in un’assemblea pubblica organizzata dal Forum.

La cerimonia della consegna

Nello scorso mese di febbraio, il Sindaco, dopo la sospensione da parte del consiglio comunale del progetto Fe.Ris, riguardante la ex caserma, aveva garantito l’avvio di un percorso partecipativo che avrebbe coinvolto i cittadini.

A giugno abbiamo sollecitato il sindaco a dare concretezza alle sue parole, consegnandogli proprio il libro che oggi gli abbiamo riconsegnato.

Non ricevendo risposta, a luglio abbiamo iniziato a manifestare tutti i venerdì in forma di flash mob sotto il palazzo comunale sempre per ricordargli la promessa fatta a febbraio.

Nel mese di novembre, continuando i flash mob, abbiamo nuovamente scritto al Sindaco chiedendogli un incontro, non ricevendo alcuna risposta.

Ultimamente, essendo uscito il bando regionale sulla “partecipazione”, ottima occasione per sviluppare un buon percorso partecipativo, ci siamo attivati per presentare la nostra candidatura, chiedendo al Centro Servizi del Volontariato di fare il capofila secondo le regole del bando.

Dal Centro Servizi del Volontariato abbiamo avuto notizia che il Comune non ha dato la sua necessaria adesione come ente attuatore alla nostra proposta di candidatura al bando stesso, perché ha già avviato direttamente l’iter affidandone l’attuazione al Centro Ferrara Ricerche.

A questo punto ci preme sollecitare ulteriormente l’Amministrazione comunale affinché si dia finalmente corpo ad un reale processo di partecipazione. Verificheremo che ciò avvenga in forma strutturata, seguendo tutte le garanzie per un reale coinvolgimento di tutti i cittadini.

Forum Ferrara Partecipata

Ci vuole fegato.
Lo spettacolo del Teatro Nucleo con i detenuti del Carcere di Ferrara

Ci vuole fegato
Lo spettacolo del Teatro Nucleo con i detenuti del Carcere di Ferrara

Martedì 19 e mercoledì 20 dicembre presso la Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara, una dozzina di persone detenute, dirette da Marco Luciano con la collaborazione di Veronica Ragusa e Andrea Zerbini, hanno messo in scena “Fegato”, un nuovo spettacolo prodotto dal Teatro Nucleo e dal Coordinamento Regionale Teatro in Carcere Emilia Romagna.

Il lavoro teatrale, ispirato liberamente al mito di Prometeo, si è interrogato su una questione: il titano, sapendo cosa sarebbe diventata l’umanità, avrebbe comunque rubato il fuoco agli dèi e subìto il martirio eterno sui monti del Caucaso con il fegato dilaniato ogni giorno dall’aquila Aithon?
Gli attori e il regista hanno intrapreso insieme un viaggio creativo lavorando sul sogno premonitore, sull’incubo che probabilmente il ribelle Prometeo ha avuto la notte prima di andare a rubare il fuoco per donarlo agli uomini.

Poco più di un centinaio di persone sono entrate in carcere di sera per assistere ad uno spettacolo teatrale. La cosa non è normale ma sorprendentemente interessante dal punto di vista della sfida ai pregiudizi.
In carcere, ci entro da 8 anni e conosco le prime sensazioni che si provano; è per questo che penso che gli spettatori che hanno scelto di vedere lo spettacolo in carcere l’abbiano fatto per due motivi: assistere allo spettacolo ma, soprattutto, affrontare la curiosità e superare la paura di entrare in una struttura prevista dalla nostra società ma della quale la maggior parte dei cittadini sa poco o nulla.

Accolto da atmosfere suggestive, il pubblico è entrato nella sala destinata a teatro disponendosi attorno allo spazio scenico. In tal modo gli attori e gli spettatori sono diventati parte di una performance, alla quale sia gli uni che gli altri hanno partecipato in maniera attiva.
Il modo singolare degli attori di usare i gesti, i movimenti, le parole e la musica ha attirato l’attenzione e ha distribuito interrogativi, dubbi e spunti di riflessione.
La forma particolare di teatro è stata sicuramente strumento di evoluzione sia per gli spettatori che per gli attori perché ha focalizzato l’attenzione sulla relazione che si è creata.

Bravi gli attori ed i musicisti che alla fine della performance, visibilmente emozionati, hanno salutato il pubblico portandosi in cella i complimenti sinceri ed i dialoghi interessati. Grazie a tutte e a tutti coloro che, con il coraggio di guardare in faccia questa realtà senza ipocrisia, hanno scelto di entrare in carcere ad applaudire persone che stanno facendo un gran lavoro su se stessi.

L’iniziativa è stata possibile grazie alla disponibilità della direttrice Nicoletta Toscani, della comandante Annalisa Gadaleta, delle dottoresse dell’area educativa e degli agenti di polizia penitenziaria. Grazie alla sinergia fra il Teatro Nucleo e tutti i soggetti di cui sopra è stato possibile aprire di nuovo questo ponte fra il carcere e la città che dovrebbe aiutare sia la rieducazione delle persone “ristrette” che la conoscenza da parte dei cittadini di una realtà così vicina e, allo stesso tempo, così lontana.

 

Le immagini: tutte le foto, compresa quella in copertina sono di Mauro Presini.

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Quella cosa chiamata città /
CODIGORO. LA «FONDAMENTA» DEL DIAVOLO

CODIGORO. LA «FONDAMENTA» DEL DIAVOLO

Arrivando dal mare si può entrare a Codigoro percorrendo la strada del Diavolo, che costeggia l’argine sinistro del tratto terminale del Po di Volano.
Fin da ragazzino questo nome mi ha allo stesso tempo affascinato e impaurito. Chissà quali storie e vicende terrificanti hanno portato a identificare questo percorso con il diavolo, mi chiedevo. A volte percorrendola, di notte, mi tornava alla mente il racconto di uno dei miei autori giovanili preferiti, Robert L. Stevenson, nel quale narra di una palude del diavolo dove di notte si aggirava lo spettro di una donna.
Anche qui un tempo c’erano le paludi, ed io c’ero addirittura nato, ma le acque erano già state prosciugate. il Po di Volano fu nell’antichità uno dei corsi principali del nostro grande fiume, identificato da molti autori con il mitologico Eridano che conduceva direttamente agli inferi, attraverso una oscura geografia di selve e paludi, come forse avrebbe scritto Jorge L. Borges. La strada segue certamente un antico argine che conteneva il fiume, prima della sua deviazione verso nord, avvenuta a Ficarolo nel dodicesimo secolo.

Stiamo parlando di terre storicamente aduse alle bizzarie delle acque e profondamente trasformate dalle bonifiche meccaniche che hanno imposto nuove geometrie al suolo cancellando le precedenti o trasformandole in relitti e tracce. Un territorio il cui carattere più permanente è la mutevolezza.
Nel 1876, il geografo francese Elisée Reclus descrive nella sua nuova geografia universale, l’Italia settentrionale come un réseau admirable di canali artificiali e cita i polesini di Ferrara e Rovigo che formano un système d’artères et artérioles che diffondono la vita a tutti i campi irrigati. Descrizione confermata, con altre parole, da Carlo Emilio Gadda che, inviato a Codigoro dalla Consociazione Turistica Italiana (in seguito Touring Club Italiano), descrive nel 1939 sulle pagine della rivista Le vie d’Italia il dispositivo “esemplare” della Grande Bonificazione Ferrarese fondato su di nuovo reticolo di canali artificiali.

Arrivando dal «Diavolo” Codigoro si annuncia con un sobborgo. Si chiama «al Capitel», in origine era staccato dal centro e ha una forma relativamente compatta e allungata sulla strada. Le case povere e di piccole dimensioni evidenziano diverse storie e fasi: il piccolo borgo antico composto di poche case addensate, le corti rurali, le villette individuali costruite dagli anni del boom economico. Entrando in paese la strada del Diavolo a un certo punto si trasforma in una riviera fluviale e l’edilizia minore si raggruppa attorno ai palazzi costruiti, in affaccio sul fiume, dalla borghesia locale.

Codigoro e la Riviera Cavallotti (ph Romeo Cavallotti)

Codigoro è forse il centro più veneto del Ferrarese, nel senso che ha mantenuto la riviera su cui si affacciano le sue architetture domestiche più rappresentative. Aprendo al mattino le finestre della mia camera da letto, il fiume con le sue sponde alberate (ora non più) e le sue ripe verdi (artificializzate, in seguito) mi accoglieva con i suoi barconi alla fonda (pochi) mentre una sottile linea di case, sull’altro lato, incorniciava lo sguardo verso una campagna che si smaterializzava verso l’infinito, divenendo bruma, nebbia o linea a seconda delle condizioni atmosferiche, come in un paesaggio di Turner.

Sto parlando della Riviera Cavallotti che potremmo pensarla come la Strada Nuova di Genova o il secondo tratto del Corso Ercole I° d’Este a Ferrara, anzi, vista la presenza dell’acqua del Po di Volano, potrebbe rammentarci una «fondamenta» veneziana dove le famiglie importanti si rappresentavano alternando il loro palazzi all’edilizia minore.
La geografia sociale del paese si identificava con alcuni nomi associati alle sue diverse parti o rioni: «insù», «inzò», «la Galanara», «la Korea», «l’Aquilon», «D’là da Po», «la Palpogna», «la Pastrinara»: questi sono i nomi che ricordo, ma ce ne sono altri. Sono luoghi non progettati dove come ricorda Gianni Celati «il tempo è diventato forma dello spazio» e appaiono “come le rughe della nostra pelle».

Codigoro: il rione “D’là da Po” (ph. Romeo Farinella)

La strada del Diavolo costituiva l’entrata di servizio al paese. Era la porta secondaria, perché uscendo dal paese si entrava nelle terre dell’est, infernali e un tempo composte di lagune, boschi e demoni.
La via principale arrivava da Ferrara e l’ingresso in paese presenta ancora oggi dei caratteri architettonici a suo modo monumentali. È la strada che a ovest argina il Po di Volano, che arriva dalle terre alte e che percorreva il borghese Edgardo Limentani partito da Ferrara poco dopo l’alba. Codigoro era una sosta e Volano la destinazione, dove l’aspettava, in valle, la sua botte di caccia mentre un airone si aggirava ignaro della sorte che gli sarebbe toccata.

Cover: Codigoro, il Volano e la riviera (foto Romeo Farinella)

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Un tragico agosto

UN TRAGICO AGOSTO

Un tragico agosto

Forse perché quello di Agnese Pini (Un autunno d’agosto, Milano, Chiarelettere, 2023) è un libro che non si può leggere senza provare emozioni, mi pare fuori luogo cercare di inscriverlo a forza in un qualche genere. D’altronde i migliori risultati della nouvelle histoire ormai da decenni hanno dimostrato come sul piano narrativo si possa muoversi tra romanzo, saggio, autobiografia, biografia collettiva, ricerca storica, utilizzando i metodi di ognuna di queste modalità di racconto, pur mantenendosene consapevolmente ai margini.

Non è un caso che l’atteggiamento dominante del libro della Pini sia l’ascolto. Lo dichiara subito l’esergo tratto dai Vangeli, che precede il racconto di una tragica storia di luoghi, tempi e persone.

Come si ricorderà la protagonista positiva del testo evangelico (Luca 10, 38-42) non è Marta, che si affanna nel fare, ma Maria, il cui unico merito è quello di ‘porgere orecchio’.

È proprio quanto fa Agnese Pini che, passando da un ruolo all’altro (dall’impegno nello studio e il lavoro all’ascolto), comincia a prestare attenzione a se stessa e alla propria inquietudine (quella dei figli, dei nipoti, dei discendenti delle stragi, con il loro bagaglio di dolore e di colpa che richiede tempo per rimuovere desideri di occultamento), ascoltando un ultimo testimone indiretto, Roberto Oligeri, ascoltando il procuratore di La Spezia, ascoltando soprattutto i documenti e facendoli parlare.

Riesce così a dare voce, tanti anni dopo, a voci che nessuno ha potuto sentire dopo quel tragico agosto del 1944: voci di bimbi che giocano, di donne che parlano tra loro sbrigando faccende domestiche, voci soffocate e zittite ad un tratto dal silenzio della paura, dai colpi delle mitragliatrici…

Raccontare una storia, nella fattispecie un eccidio, è un modo per commemorarne tanti, per ricordare che il sadismo accompagnato alla violenza gratuita si colloca oltre ogni atto di guerra (e le poche regole che la totale assurdità dei conflitti comunque prevede) e che all’interno di ogni gruppo armato possono verificarsi piccoli/grandi gesti di umanità (il soldato tedesco che senza rischio per sé – diversamente dalle SS ubriache che torturano e seviziano – finge di non accorgersi di una fuga; o l’altro che risparmia in extremis la piccola Clara da cui parte il ‘romanzo’).

Parlare dell’uccisione di 160/159 persone compiuto dalle SS di Fosdinovo a San Terenzo Monti, a Bardine, nello spiazzo davanti alla fattoria di Valla, è un modo anche, per la Pini e per noi, per ricordare le 280 stragi avvenute in Toscana tra l’aprile e l’agosto del ’44 che, con la complicità dei fascisti, coinvolsero 83 comuni portando alla morte di 4500 civili.

È un modo per riflettere su quello che fu la resistenza e il suo ruolo, rispondendo alle accuse per tutte le possibili imperfezioni (e rappresaglie), ribadendo che, oltre ogni oggettiva fallibilità personale o di gruppo, anche la resistenza era fatta da imperfetti esseri umani il cui principale, indimenticabile merito è stato quello di essersi trovati, più o meno consapevolmente perfino, talvolta (basta ricordare il precoce, calviniano Sentiero dei nidi di ragno o un film di Louis Malle, Lacombe Lucien, su sceneggiatura di Patrick Modiano), da quella che era e continua ad essere, indiscutibilmente, la parte giusta della storia.

Ma più che ricollegare Un autunno d’agosto a quanto si è scritto/detto sulla resistenza da parte di testimoni, storici, scrittori (ricorrerebbero allora i nomi di Fenoglio, Calvino, Viganò…), artisti (penso ai fogli a china e inchiostro colorato su carta di Vespignani, dal 1943 al ’48, esposti nella mostra Fantastico Calvino organizzata alle Scuderie del Quirinale, che mostrano case sventrate, dimostranti uccisi, torturati…), vorrei soffermarmi piuttosto sul contrario del patto narrativo che questo volume, come altri del genere, stabilisce e richiede, quando dichiara che tutto quanto è narrato, a partire dai nomi, è assolutamente vero.

La sospensione dell’incredulità (tipica della narrativa) non solo non è invocata, ma è dichiaratamente evitata, a partire dalle date (specificate e seguite nei mesi, nei giorni, nelle ore, nei secondi), dai nomi, che più volte vengono fatti e ripetuti in modo ogni volta più completo. Parimenti è esplicito, il libro, nell’interpretare quanto era avvenuto.

Nel caso specifico di San Terenzo le testimonianze sono chiare: non si era trattato (come in altri casi) di un attentato ma di un atto di guerra condotto in pieno giorno, al quale si sarebbe dovuto rispondere con misura equipollente. Ma tutto aveva congiurato nel corso di quella storia, così come in tante altre: il caso, che fa che siano proprio gli abitanti a chiedere l’intervento dei partigiani; il caso, che colloca alcuni fuori delle zone dell’attacco; il caso, che porta ad ascoltare o rifiutare consigli di fuga. Ma su scelta e caso si basa la vita: “ecco la sostanza del nostro stare al mondo”, ricorda l’autrice.

Alcune figure si stagliano con particolare forza accanto a quelle che potrebbero o che sono ancora oggi davanti a noi: la coprotagonista/autrice del libro (discendente di una delle vittime e giornalista di successo) e Roberto Oligeri (il cui padre aveva perduto in quei giorni d’agosto la moglie e cinque figli, mentre nella sua trattoria dava da mangiare al comandante tedesco che aveva ordinato la strage).

A loro si aggiunge quanto si può trovare ormai facilmente su You Tube per impegno dell’associazione Linea gotica – officina della memoria: con immagini del paese, delle viti a cui erano legati i prigionieri agonizzanti, e le foto degli uccisi, il monumento con i loro nomi.

C’erano insomma già dati/persone rintracciabili, ma quello che fa Agnese Pini (oltre a spingerci a nostra volta a cercarli, e non è merito da poco) è dare a quei volti, a quelle fotografie, una storia, riempiendo di vita ciascuno di quei nomi.

Quelli delle vittime e anche quelli dei carnefici, quelli degli umili, incolti, che non giudica mai, e quelli dei consapevoli, in testa ai quali stanno Don Michele Rabino, che implora inutilmente la gente di andarsene e che sarà una delle prime vittime, e il comandante partigiano, che, incerto sul da farsi prima dell’intervento, aveva fatto presenti i rischi invitando le persone a fuggire (e che per il resto della vita pagherà un prezzo alto di rimorso e solitudine). Sullo sfondo la voce delle vittime è individuale e corale insieme, affidata ai si dice…, alle leggende, alle credenze, alle paure e speranze collettive.

La voce narrante non condanna mai le vittime o gli umili, anche quando sbagliano (nei giudizi/pregiudizi sulla resistenza), ma non assolve mai gli altri: mantiene netto il giudizio sui nazi-fascisti e su tutti quanti hanno compiuto il male. Consapevole delle possibili sfumature, non ha dubbi sulla colpa di quanti, dopo, non hanno voluto capire, hanno amnistiato, insabbiato, dimenticato, assolto, fino all’arrivo del procuratore onesto che dopo settanta anni ha avuto il coraggio di aprire l’“armadio della vergogna”. Già, coraggio, perché ogni scelta lo richiede.

L’autrice non mitizza i partigiani (come non li mitizzava il commissario Pin di calviniana memoria), ma distingue nettamente, come fa la sua fonte, tra azioni di guerra e attentati. Discute insomma anche la percentuale di 1 a 10 richiesta da tedeschi ubriachi in preda all’odio e alla vendetta. Non offre insomma nessun appiglio che spinga a invocare la banalità del male (pure usata in altri casi), perché qui il male è fin troppo visibile, visibile come avrebbe dovuto esserlo alla fine della guerra per processi che colpevolmente non ci sono mai stati.

Questo non significa che la Pini non usi artifici narrativi (a partire dall’ossimoro del titolo, che si riflette in quello delle storie di vita e morte che propone), con l’abile slittamento dalla prima persona narrante, che periodicamente riappare, a favore di un racconto in terza persona, che punta il riflettore su diversi personaggi con uno sguardo che, salvando i particolari, potremmo dire al grandangolo. Sì che è come se ci trovassimo anche noi sul cucuzzolo sopra la fattoria a osservare tanti piccoli esseri umani, mentre l’esercito nemico li circonda, li attacca…

Mi capita, quando leggo un libro, di accostarvi delle suggestioni di lettura: questa volta mi sono venuti in mente dei versi di quel Paul Éluard che ha scritto che “il perdono è forte come il male, ma che il male è forte come il perdono”, in particolare quelli dell’Éluard che esclude che si possa perdonare ai carnefici («Il n’y a pas de salut sur la terre / Tant qu’on peut pardonner aux bourreaux»), e delle pagine di Vladimir Jankélévitch, autore di un libro che, rispondendo in modo negativo a un fin troppo vulgato interrogativo sul perdono, ha sottolineato con forza che è troppo comodo perdonare a nome dei morti.

Ricordava Jankélevitch che siamo tenuti a testimoniare, visto che i morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà e che il passato ha bisogno della nostra memoria.  È quanto fa in questo libro Roberto Oligeri, e con lui, guidata da lui, Agnese Pini (svolge, il più anziano testimone, il ruolo dell’aiutante, come lo avrebbe chiamato Propp nei racconti di fiabe); mentre la stessa protagonista inserisce di quando in quando la sua quête in un percorso quasi fiabesco fatto di strutture circolari del tempo, come se altrove almeno la storia si potesse riscrivere.

Con Un autunno d’agosto siamo costantemente dentro quella che potremmo chiamare una dimensione morale. L’obiettivo è ridurre la distanza tra il soggetto e l’oggetto; di qui l’incertezza, la paura, la commozione della protagonista che si trasmette anche a noi. D’altronde c’è anche un grande equilibrio tra due rischi possibili: quello della distanza intellettuale e quello opposto della coincidenza passiva.

Agnese Pini è capace di dissociare l’occhio e lo sguardo, come dire che oggetto e soggetto sono sotto lo stesso sguardo rigoroso, attento… mentre pratica una sistematizzazione retrospettiva, ci mostra un tempo raccontato in parallelo allo svolgersi della tragedia. Parla dell’irreversibile, dell’irrevocabile; di ciò che il tempo non potrà cambiare mai più.

Antonio Tabucchi ha sostenuto che una delle ragioni della letteratura sta nella sua capacità di regalarci vite che non potremmo avere. Dinanzi a un libro come questo viene fatto di pensare che non ci dà soltanto un presente o un futuro impossibili, ma anche un passato che non è stato il nostro, permettendoci di ripercorrere l’irrevocabile, di restituire al passato quello che non può più avere, ovvero lo spazio e il tempo.

Un irreversibile insomma che può attenuarsi solo grazie alla memoria; laddove il perdono corrisponde alla dimenticanza. Mentre sottolinea la responsabilità dell’individuo, è palese la sua scelta di far raccontare la storia non dai vincitori ma dai vinti, ad uso delle future generazioni.

Come aveva fatto Calvino, che per  il Cantacronache 1958 aveva scritto un testo, Oltre il ponte, messo in musica da Sergio Liberovici, dove aveva ‘cantato’ i sogni della resistenza:

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte che è in mano nemica / vedevam l’altra riva, la vita / tutto il bene del mondo, oltre il ponte […] Silenziosi sugli aghi di pino, / su spinosi ricci di castagna, / una squadra nel buio mattino / discendeva l’oscura montagna. / La speranza era nostra compagna / a assaltar caposaldi nemici […] Vedevamo a portata di mano / dietro il tronco, il cespuglio, il canneto, / l’avvenire di un mondo più umano / e più giusto, più libero e […] Io son solo e passeggio tra i tigli / con te, cara, che allora non c’eri. / E vorrei che quei nostri pensieri, / quelle nostre speranze d’allora / rivivessero in quel che tu speri, /o ragazza color dell’aurora”.

È in definitiva questo l’obiettivo che si propone Un autunno d’agosto, un libro dalla sapiente struttura che, con la climax ascendente nella parte conclusiva, nell’intrecciarsi delle voci, delle storie, auspica che si possa giungere un giorno alla conoscenza e grazie a quella a una memoria condivisa. Memoria condivisa – si badi bene – che è il contrario di quella proposta nel 1996 da Luciano Violante nel citare i cosiddetti ‘ragazzi di Salò’.

La memoria condivisa invocata Agnese Pini, nella quale ci riconosciamo, è una memoria che possa vederci infine tutti insieme convinti nel distinguere i torturatori dai torturati, le vittime dai colpevoli, che ci veda infine uniti nel pensare che “quanto fecero – con consapevolezza, lucidità, premeditazione, odio, ferocia – le Brigate nere nelle stragi del 1944 non fu guerra civile. Fu criminalità organizzata, fu barbarie, fu imperdonabile orrore”.

Agnese Pini ci ricorda che “negando o banalizzando la verità [si] distrugge la storia”. Al suo invito possiamo rispondere adesso con i suoi 160 nomi, e, ad deterrendum, con i nomi degli altri, occultati per decenni per compiacenza, che si dovrebbero citare a ludibrio.

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Silvan, l’artista bohémien alla Galleria del Carbone.
Testimonianza dell’amico biografo in chiusura il 7 gennaio

Silvan, l’artista bohémien in mostra alla Galleria del Carbone di Ferrara.
Presentazione del catalogo venerdì 22 dicembre.

È un piccolo romanzo a tinte vivaci la storia di Silvan Gastone Ghigi, pittore ferrarese dal tocco depisisiano, disseminato nei salotti della borghesia non solo locale. A lui ora la Galleria del Carbone dedica una mostra personale nella centralissima piazzetta del Carbone, in pieno centro medievale di Ferrara.

Inaugurazione della mostra di Silvan

L’artista è conosciuto con il nome d’arte semplificato di Silvan. Nato a Venezia nel 1928, è morto a Ferrara nel 1973, a soli 44 anni, in seguito a un incidente al termine di una serata nei locali notturni. Personalità controversa, con un’esistenza avvolta in un’aura bohémien, caratterizzata da un’alternanza di attività, inquietudini e furore analoghi a quelli delle sue pennellate. La sua produzione è ricca, quasi forsennata, formata da una quantità considerevole di composizioni floreali, paesaggi urbani e campestri, ma soprattutto ritratti. Volti schizzati da colpi di colore, figure di signore in posa con un collo di pelliccia o il filo di perle, nudi maschili scompigliati, bambini con l’abito delle feste, personalità note, come l’icona dell’arte circense Moira Orfei, la diva del cinema Zeudi Araya o il pittore ferrarese con quell’atteggiamento alla Clark Gable che era Marcello Tassini. Per ogni figura i tratti – ancorché tracciati come d’un balzo – conferiscono sguardi e personalità ben precise, trasmettendone vivacità, pensieri, languori e malinconie.

“Moira Orfei” di Silvan

Scopro, durante l’inaugurazione della mostra che si è tenuta sabato 16 dicembre 2023, che le opere sono state raccolte da una moltitudine di famiglie che le conservano in casa, le hanno commissionate, ereditate o in certi casi le hanno scoperte in questi ultimi anni, alimentando piccoli collezionismi privati.
Tele, carte e cartoni dipinti con quei tratti stenografici, veloci e nervosi ai quali ci ha abituato l’arte di Filippo De Pisis, vengono da estimatori di Ferrara, ma anche di Bologna e di altre regioni, come il Veneto e la Lombardia. Il tam tam della mostra si è diffuso pian piano in fase di progettazione, consentendo ai gestori della piccola e attenta galleria cittadina di mettere insieme un bel repertorio, qui concentrato su ritratti e paesaggi.

Ritratti dell’artista Silvan al Carbone

“Lo vede quel ritratto?”, mi interpella un maturo visitatore indicandomi una figura di donna. “Quella – spiega – è la nonna di questa signora. Si era fatta fare il ritratto e poi aveva comprato quell’altro, di Moira Orfei”, spiega accostandosi al variopinto olio su tela. La nipotina della signora raffigurata, che ora è sulla quarantina, conferma con il capo, ed è venuta da Bologna per vedere le opere di famiglia in esposizione.

Un altro visitatore – mi racconta la gallerista Lucia Boni – quando ha visto lo schizzo del cliente sulla seggiola da barbiere, le ha rivelato di possedere l’opera dipinta ad olio su questo tema, che rappresentava un negozio dalle parti di via Terranuova. Lì, secondo il suo racconto, Silvan aveva l’abitudine di trascorrere del tempo, ed era anche l’occasione per ritrarre alcuni clienti.

Opere dell’artista Silvan

Tra il pubblico dell’inaugurazione c’è l’ottantenne Galeazzo Giuliani, seduto sotto al disegno su carta che lo rappresenta negli anni della gioventù. Giuliani spiega che il quadro con il bambino in camicia appeso nella parete dedicata alle persone era suo figlio Pippetto, che Silvan avrebbe preferito raffigurare senz’abiti, ma al quale era stato negato. Con il risultato che l’indumento è accennato come di malavoglia, lasciando ampio spazio al color carne sottostante.

Galeazzo Giuliani vicino al ritratto giovanile

In mezzo ai partecipanti all’inaugurazione ritrovo anche un amico ingegnere, che mi sorprende rivelando di essere grande appassionato d’arte ferrarese. “Ho trovato un quadro di Silvan in un mercatino – racconta Luca Gavioli – e da lì mi sono affezionato e ho raccolto diversi lavori. Il gallerista Paolo Volta mi ha chiesto di darne alcuni per la mostra, ed eccoli lì, un ritratto di signora e un paesaggio. Gli altri non li ho prestati, perché mi spiaceva spogliare troppo le pareti di casa”.

Inaugurazione della mostra dell’artista Silvan

Quando torno per rivedere le opere con più tranquillità, incappo in due colleghe giornaliste, le cui vite si sono a loro volta intrecciate con la produzione di Silvan.

Mostra di Silvan alla galleria del Carbone

Alessandra Mura, redattrice del quotidiano Nuova Ferrara, è venuta con la mamma, rimasta folgorata una decina d’anni fa da una composizione di fiori del nostro pittore. L’aveva vista esposta in una galleria antiquaria di via Garibaldi a Ferrara e da allora il quadro troneggia nel salotto di casa.

L’ex bambina del ritratto mancante

Lucia Mattioli, già addetta stampa dell’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, racconta invece di un ritratto mancato. “Quando ero bambina – racconta – abitavo in via Ghisiglieri 14 [e non al civico 17 come erroneamente ricordato in precedenza, ndr] a Ferrara, nello stesso complesso condominiale dove, di sicuro tra il 1962 e il 1967, viveva Silvan con la madre. Le nostre madri erano amiche e noi bambini andavamo spesso a sbirciare l’artista al lavoro. Aveva allestito lo studio nel garage del cortile. Ricordo molti quadri di fiori e ritratti. Io avrò avuto tra i sette e gli otto anni e, in un accordo tra le madri, lui si era messo a disposizione per farmi un ritratto. Io però non ne volli sapere. Mia mamma ha provato a convincermi e ha insistito a più riprese, ma io (ahimè) non mi sono mai prestata. Un mio amichetto, Giuliano, che abitava in via Gramicia ed era amico di famiglia, aveva invece acconsentito”. E conclude ridendo: “In questo modo, ogni volta che andavamo a trovarlo c’era il quadro lì appeso, come un monito per la mia mancanza!”.

Catalogo a cura di Lucio Scardino

Il critico d’arte Lucio Scardino, che dell’artista ha seguito le tracce già in passato attraverso interventi su riviste e pubblicazioni dedicate all’arte ferrarese contemporanea, ha colto quest’occasione del cinquantenario della morte per ricostruirne in maniera organica le vicende biografiche e artistiche. Il piccolo catalogo “I quadri del veneziano Silvan nel civico museo De Pisis di Ferrara”, appena edito da Comune e Fondazione Ferrara Arte, è una lettura appassionante che fa anche la ricognizione sulle opere di Silvan donate a suo tempo al Comune di Ferrara. Il lascito è stato reso possibile grazie anche all’intercessione di Scardino tra l’ente e la madre Maria Accorsi. I quadri sono ora nel deposito del Museo d’arte moderna e in parte esposti come arredo di alcuni uffici.
La mostra ha il patrocinio del Comune di Ferrara.

Venerdì 22 dicembre 2023 alle 17 presentazione del catalogo a cura di Lucio Scardino.

Domenica 7 gennaio 2024 alle 18, in chiusura dell’evento espositivo, incontro con la testimonianza dell’amico e collezionista Galeazzo Giuliani.

“Silvan Gastone Ghigi cinquant’anni dopo”, mostra Galleria del carbone, via del Carbone 18/a, Ferrara, dal 16 dicembre 2023 al 7 gennaio 2024, dal mercoledì alla domenica ore 17-20, festivi aperto, lunedì e martedì chiuso. Ingresso libero

 

[articolo revisionato il 2 gennaio 2024]

Interno Verde Design, Botanica Fantastica, concorso per giovani illustratori

Il festival Interno Verde e l’associazione “Parma, io ci sto!” lanciano il concorso di illustrazione Botanica Fantastica, che arricchirà la mostra “Impronte – noi e le piante”, che si potrà visitare a Parma, al Palazzo del Governatore, da sabato 14 gennaio a lunedì 1 aprile 2024.

Il bando è rivolto a giovani artisti, grafici e disegnatori, studenti o professionisti di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Valuterà i lavori dei partecipanti una giuria d’eccezione. La selezione sarà curata da Emiliano Ponzi, illustratore di fama internazionale, che vanta innumerevoli premi e collaborazioni di prestigio, dal Salone del Mobile al New Yorker, da Vanity Fair a Moleskine, Elisa Seitzinger, visual artist particolarmente legata alla città emiliana, dove oltre a collaborare con il Festival Verdi ha avuto occasione di organizzare la mostra personale “Agiografie profane”, Silvia Molinari, artista specializzata in acquarello botanico, firma di note campagne e copertine, da Legambiente a Gardenia, Elena Canadelli, docente di museologia naturalistica all’Università degli Studi di Padova, divulgatrice impegnata nel coniugare scienza e cultura visuale contemporanea.

Le dieci opere migliori verranno presentate in una “mostra dentro la mostra”, che affiancherà le sale di “Impronte – Noi e le piante” e verrà inaugurata venerdì 1 marzo 2024. Nella stessa occasione verrà svelato il primo classificato, che riceverà il premio di 500 euro e un soggiorno di due notti per due persone a Parma, grazie alla collaborazione di INCHotels.

Botanica Fantastica rappresenta la seconda edizione di Interno Verde Design, contest avviato dal festival Interno Verde nel 2022, che quest’anno propone un tema quanto mai aperto e affascinante, che invita a mescolare realtà e immaginazione, epoche passate e future, traendo spunto tanto dai disegni dei primi erbari medievali quanto dalle più innovative e avveniristiche riproduzioni digitali.

Botanica Fantastica è il cuore di Impronte Off, il programma di eventi collaterali sostenuto da “Parma, io ci sto!” con la volontà di avvicinare le ragazze e ai ragazzi alla mostra “Impronte – Noi e le piante”, organizzata dall’Università e dal Comune di Parma.

«Impronte Off rientra nel più ampio progetto che la nostra associazione ha avviato nel 2018 a fianco dell’Ateneo per valorizzare e rigenerare l’Orto Botanico», spiega Alessandro Chiesi, Presidente di “Parma, io ci sto!”. «Si tratta di un asset strategico per la nostra città, che riteniamo fondamentale recuperare, potenziandone la funzione educativa, per rilanciarlo quale polo aggregativo per le nuove generazioni. Ed è proprio a loro che vogliamo rivolgerci con questa serie di iniziative legate alla mostra al Palazzo del Governatore: dal concorso per giovani illustratori, che consentirà alle opere vincitrici di diventare parte dell’esposizione, agli incontri tematici che avranno luogo a Parma, Bologna e Milano».

Il bando è online al sito www.internoverde.it, il termine per la consegna degli elaborati è domenica 28 gennaio 2024Per saperne di più: design@internoverde.it.

Parole a capo
Giorgia Deidda: poesie inedite

Giorgia Deidda: poesie inedite

V’è il poeta della scoperta, quello del rinnovamento, quello dell’innovamento… [io sono un poeta] della ricerca. E quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive.
(Amelia Rosselli)

 

In te amo
il filo che cuce le nervature
amo in te
il bosco fitto che spezza
la lontananza e il luogo fangoso —
e a Capo Colonna ci sedemmo a rammendare
il cielo terso e le nuvole sfilacciate.
Se fossi accanto a te l’eterno durerebbe
un secondo, ché l’eternità è come
un battito di ciglia se a durarlo è la mano
che stringe.
C’è un posto enorme dove
le spalle si incontrano, ed è
nella tua tasca destra, vicino al mio cuore.
Ogni inizio è solo un partire,
e la nostra partenza rimandata è solo
un avvenire.

*

Mi servono
un paio di forbici per tagliare
i momenti di quando
il bianco asettico
mi screziava la vista deforme.
Sono tornata a vedere nitidamente –
la ferrugine che batte contro la lingua rovente.
Sei per me covo, rifugio di paglia,
negletta speme che rimbomba
ai rintocchi delle campane.
E quando metto le mani nelle tasche,
c’è sempre la tua mano così grande,
che mi ci perdo dentro.
Nessun granello può compatire
la vera bocca di miele.
E assaggio i tuoi colori,
sperando di smacchiare e strizzare
il mio bianco e nero.

*

Se ti chiedessi di incartare
in una busta qualche piccolo segno d’autunno,
la pioggia che scivola su aghi di pino,
la clessidra che disegna cilindri e il tempo

che tarda ad arrivare,
la notte che sbuca dal comignolo,
e le stelle pargoli in nascita,
ancorati al solstizio d’estate,
vi scaveresti un posticino buio dove
farli germogliare
e scopriresti, il giorno dopo
e il giorno dopo ancora
quanto io ti adori.

*

Quando gremito di gente
attraverso i binari,
sospesa tra vento e fiamma,
io non so dire se la strada
sarà rovente oppure di piuma.
Ma di certo è la magnolia
che incolla come carta
la mano affine di sbieco
e lenta, come un gabbiano che si posa,
fermo,
durante il viaggio.
Il profumo ricorda,
le giornate che colavano come proiettili,
la bomba che riuscì a spegnere
l’amore stretto al nodo.
Ed ecco di nuovo la melodia,
le strade di Philadelphia,
il cammino travisato come acqua pura.
E il volto che sorride
e il nuovo inizio,
e gli occhi che s’accendono
come fiammiferi spenti al soffio
e io che sorrido di tutto questo.

*

Ecco;
di nuovo l’azzurro.
Sempre il tronco che non cede,
la rosa e la peonia che colgo,
petalo per petalo,
mentre bacio la tua bocca
rossa.
Quando guardo di sbieco
come lampo di luce,
i tuoi occhi nero pece,
si instilla e stria la voglia voluttuosa,
il sapore acquoso,
la pelle che si appiccica come colla;
una conchiglia.
E se per caso volessi partire lontano
e venirti a scombinare,
se per caso volessi amarti
e non andare più via.
Se ci amassimo fortissimo,
tanto da sentire i battiti,
cosa sarebbe l’amore
se non un albero con radici
ancorate al divino?
Vicino, vicino.
Il mare gracchia e gonfia.
Le mani si avvicinano,
e tu sei con me,
nell’etere rimbombo di un amore
senza fine.

Giorgia Deidda, ha 29 anni e proviene da Orta Nova, un paesino in provincia di Foggia. Ha studiato Lingue all’università di Bari, e ha vissuto lì per circa 3 anni in un collegio. Ha vissuto anche a Bitonto, una bellissima città alle falde delle Murge con una cattedrale romanica spettacolare in provincia di Bari, dove ha prodotto due romanzi. Si definisce una scrittrice biografico- confessionale e ha come luci ispiratrici Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Anne Sexton. Ha pubblicato tre sillogi poetiche. Del suo fare poesia dice “Descrivo con minuzia il dolore, la passione, la melanconia. Le poesie gotiche hanno anche in parte influenzato la mia scrittura“.
Pratica Slam Poetry da due anni; la Slam Poetry è una gara tra poeti che recitano i loro versi a memoria rivolgendosi al pubblico che decreterà il vincitore.
E’ apparsa su vari giornali quali “L’Attacco” e “Il Quotidiano di Bari”. Dipinge, canta e suona il pianoforte da diversi anni. L’espressionismo viennese è una sua fonte d’ispirazione, in particolare Munch e Schiele. Adora l’arte in generale, in tutte le sue forme.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

L'età fragile nuovo romanzo Donatella di Pietrantonio

Vite di carta /
Qual è “L’età fragile” nell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio

Vite di carta. Qual è L’età fragile nell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio.

La signora seduta accanto a me dice di essere di Milano, mi sorride e precisa che ha preso la metropolitana per arrivare qui, alla libreria Ubik appena inaugurata in Via Monte Rosa 91. No, io vengo da Ferrara, sono stata a visitare la modernissima Piazza Tre Torri, cuore del quartiere City Life che non conoscevo.

Vedo per la prima volta anche questo complesso plurifunzionale Monterosa 91, progettato dallo studio di Renzo Piano e da poco inaugurato nei diversi settori che lo compongono: uffici, sale meeting, palestra, ristorante, asilo nido e, appunto, spazi dedicati alla cultura. Un affascinante aggregato di edifici di solo vetro, allo sguardo.

Cosa ha portato qui lei e me da luoghi così distanti? La scrittura di Donatella Di Pietrantonio. Il suo romanzo appena uscito presso Einaudi, L’età fragile, è disponibile in gran copia su un tavolino messo accanto alle sedie dove si accomoderanno tra poco l’autrice e Gaia Manzini, che condurrà la presentazione. Ne leggerà alcuni passi  la voce garbata di Elena, di cui non riesco a cogliere il cognome.

L’ho già letto e soppesato, ma aspetto di sentire da lei, dalle sue risposte, su quale sostanza umana abbia avvertito il bisogno di scrivere quest’ultimo libro. 

Ho letto per prima la pagina finale, quella dei ringraziamenti, intuendo quale sia stata la gestazione della scrittura e le fatiche che ha comportato. Ho provato la consueta invidia buona che mi suscitano coloro che sono vicini, oppure dentro, ai libri belli. In fondo sono qui oggi per seguire un percorso di vita, quello che ha le letture importanti tra le pietre miliari. Sono venuta a fare manutenzione della mia vita interiore, perché mi serve avere coraggio.

Vado all’inizio: la dedica dice “A tutte le sopravvissute” e in effetti nei capitoli iniziali una madre e una figlia, tornata a casa ferita dalla grande città, faticano a rapportarsi tra loro e col proprio personale passato. Alla domanda di Manzini sui temi portanti del libro l’autrice sta rispondendo che sì, nei suoi romanzi il rapporto tra genitori e figli, specie tra madre e figlia, è un tema costante.

In questo, tuttavia, il punto di vista dominante è quello di una madre, Lucia. Certo, è da Lucia che mi sono fatta guidare dentro la storia. Attraverso lei ho conosciuto Amanda, tornata alle radici nel paese vicino a Pescara dopo che Milano ha minato ogni sua sicurezza; ho messo a fuoco le figure maschili del padre di Lucia, Rocco, e di Dario, il marito da cui vive di fatto separata da tempo.

Di chi è la fragilità nella fase della vita che ci viene raccontata al presente? Siamo nel pieno della pandemia da Covid 19 e una patina di timore, un sentore di vita perennemente allarmata ha preso un po’ tutti. Tuttavia nel passato di Lucia è ancora vibrante un doloroso fatto di sangue che né lei né la comunità intera del suo paese sembrano avere rielaborato.

Per volontà di Rocco, che sente avvicinarsi la fine della vita, arriva per lei e ricade su famigliari, amici e compaesani il momento di fare i conti con il femminicidio avvenuto trent’anni prima, nell’estate del 1992, su al campeggio, nel terreno che ora Lucia deve ereditare come unica figlia da suo padre.

Lucia si sente scissa, da un lato non ha una bussola per andare verso il futuro che l’eredità può comportare, dall’altro sente di dover superare l’inerzia del presente e affondare finalmente lo sguardo nel passato. Come può non sentirsi fragile in uno snodo così delicato della propria vita.

Abbiamo tutti vissuto abbastanza per non intuire che, proprio recuperando con l’esercizio della memoria ciò che è accaduto, potrà dare una sagoma agli anni a venire. E in effetti due lunghe parti del romanzo, la seconda e la quarta, nonché penultima, ridanno forma al fatto delittuoso e al milieu della montagna, in cui è maturato.

Anche il processo che ha condannato il colpevole fa parte della ferita, perché nel processo tutti, le vittime sopravvissute e il carnefice, sono stati esposti una volta di più alla sofferenza.

Ogni età è esposta, dice Di Pietrantonio. Ogni età è l’età fragile. Per Lucia, che si trova nel ruolo difficilissimo di essere al contempo figlia e madre. Attorno ha la fragilità del padre, venuta alla luce dopo la perdita della moglie, e la fragilità di Amanda, dopo l’aggressione subita a Milano.

La manutenzione per cui sono venuta è a buon punto: le domande che vengono poste all’autrice sono una dopo l’altra impeccabili, ma aspetto di sentir parlare della scrittura, di come è scritto il romanzo al di là (o al di qua) dei temi che lo sostanziano. Certo, si allude allo stile essenziale e al nitore lessicale, quanto mai preciso. Avrei tuttavia una domanda da porre, e rimango un po’ delusa dal fatto che alla fine dell’incontro non venga lasciata la parola al pubblico.

La dico qui. Sarà che, per avere letto ogni sua cosa, ho dimestichezza con la sensibilità con cui Donatella Di Pietrantonio si espone raccontando. Sarà che sono stata catturata molto presto anche da quest’ultimo racconto condotto in prima persona, il fatto è che a pagina 42 mi sono fermata a scrivere una mia considerazione, più che una domanda: la forza narrativa risiede nella modalità con cui apprendiamo le informazioni. Lucia ce le consegna quando vengono pensate o dette da lei, nell’immanenza dei suoi atti quotidiani.

Raccogliamo qua e là che ha uno studio, che ha studiato fisioterapia, ci dice il suo nome a una cinquantina di pagine dall’inizio.

Si svela con pudore, perché al lettore non si mente e ogni dettaglio costruisce il quadro di cui siamo fatti. Non credo che dobbiamo attendere di saperne il passato per capire Lucia. Certamente serve a lei come a noi la ricomposizione, ma c’è di più.

Ho scritto: ogni giorno che viviamo ha in sé il patrimonio genetico della nostra vita e di questo ci mette a parte lei, in ogni titubanza, in ogni momento di angoscia e di amore.

Nota bibliografica:

  • Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile, Einaudi, 2023

Cover: Neve a Campo imperatore su licenza Wikimedia Commons

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Un altro naufragio Ma questa foto non serve a nulla

Un altro naufragio.
Ma questa foto non serve a nulla

Un altro naufragio. Ma questa foto non serve a nulla

E queste? Anche queste foto non raccontano niente…


Eccetera eccetera eccetera …

A volte una foto, una “bella foto”, può da sola raccontare tutta una storia. E’ stata l’intuizione di un geniale quotidiano del secolo scorso, si chiamava Lotta continua (il giornale, non il movimento politico) e aveva inventato la “foto notizia”: una fotografia da sola, senza alcun commento, nessuna didascalia… e quell’immagine parlava, raccontava da sola un’intera notizia. Anche a Periscopio abbiamo una grande considerazione per le foto. Perché le immagini possono parlare, come le parole, a volte di più delle parole. Abbiamo anche creato una rubrica intitolata Immaginario.

A volte però  il gioco della “foto notizia” non funziona. Cerchi l’immagine giusta, ne scegli una, poi un’altra, un’altra ancora, ma ti accorgi che quelle immagini non servono a niente, non parlano, rimangono mute. Come quando prendi in mano una fotografia e l’immagine sparisce sotto i tuoi occhi, alla fine è solo un foglio bianco.

Come adesso. Dove trovo la foto giusta? Ora che vorrei dire qualcosa dell’ultimo naufragio “al largo della Libia”, che uno potrebbe dire anche “al largo dell’Italia”, perché siamo sempre nello stesso mare, nel nostro Mediterraneo, ma tutti diciamo “al largo della Libia”, così siamo più tranquilli.

Riporto la nota di agenzia:  “11 i corpi recuperati, 62 i dispersi. solo 7 i salvati, a seguito di “un tragico naufragio” al largo della costa della Libia: lo ha riferito l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Secondo le informazioni disponibili, l’incidente si è verificato ieri. “L’imbarcazione”, riferisce Oim in un messaggio diffuso anche sui social network, “trasportava circa 80 persone e sarebbe partita da Qasr Alkayar diretta per l’Europa”.

La notizia con annessa foto di questo naufragio (“tragico”, concede la nota di agenzia), ha fatto capolino sui media, ma solo per un attimo per scomparire dopo meno di 24 ore. Una strage che nessuno ha più voglia e tempo di raccontare:  73 morti anonime, 73 sommersi, 73 inghiottiti dal mare e velocemente digeriti dai media. Cancellati. Proprio come una foto che svanisce.

I naufragi sono tutti uguali, almeno così dovrebbe essere, se diamo retta al vocabolario Treccani: ” naufràgio s. m. [dal lat. naufragium, comp. di navis «nave» e tema di frangĕre «rompere»]. –  Sommersione o perdita totale di una nave per grave avaria del suo scafo, dovuta all’azione degli elementi naturali, a urto contro un ostacolo o a collisione con altra nave, a incendio o altra causa di forza maggiore…” .

Insomma, per “fare naufragio” (lo dice anche l’etimo) è sufficiente un mare (verosimilmente in tempesta) e stare a bordo di una nave che si rompe: per qualche difetto di fabbrica, per l’errore del comandante, per uno scoglio, un iceberg, un’onda anomala, una bomba…

Purtroppo non è cosi. Un naufragio, per essere un vero Naufragio, per diventare un evento memorabile, per meritare una storia da raccontare e commentare, deve essere Unico, Eccellente, Straordinario. L’Odissea per esempio. Ma se non ricordiamo il naufrago Ulisse soccorso da Nausicaa, possiamo sempre rifarci con il Titanic, quel naufragio sì che è diventato leggenda, con il povero Leonardo di Caprio che ci rimette le penne e vince svariati Oscar.

Ma che ce ne facciamo dei  “naufragi in serie”? Quelli che ogni settimana ce n’è uno? Quelli che nemmeno sai da dove arrivano e il nome che li accompagna, se pure loro hanno avuto come noi un battesimo e un nome? Chi sono questi naufraghi seriali, questi morti di oggi che raggiungono in fondo al mare la schiera dei loro fratelli?  Mio dio, sono talmente tanti, sono così troppi,  che uno non ci fa più attenzione.

I naufragi in serie sono così “ripetitivi” che è difficile montarci sopra una nuova storia. Una foto a tinte drammatiche con gli annegati in primo piano?  Non ce ne accoriamo neppure. Se non fai più notizia, non esisti più. Così è il destino del migrante: non esistevi da vivo, a maggior ragione non esisti neppure da morto.
La nostra inconsapevolezza, quella di ognuno di noi, non può accampare scuse. La responsabilità è sempre individuale. Ma un’invettiva se la merita l’informazione, quella becera informazione che ci avvolge e che ha sempre bisogno di carne fresca, di sangue e di arena.

Ieri sera, prima di avviarmi verso il letto, ho inopinatamente acceso il televisore e sono capitato in mezzo a “Quarta Repubblica” di Nicola Porro. Stiamo parlando di un giornalista, di un programma, di un canale che metto al primo posto per faziosità, bugiardaggine, cattiveria. (Perché allora lo guardo? Perché non cerco qualcosa di meglio? Semplicemente perché preferisco ascoltare parole chiare anche se terribili, piuttosto che parole tiepide, ipocrite e sfumate).

Di che parlava Nicola Porro con i suoi ospiti nel talk di Rete 4?  Non dell’ultimo naufragio appena successo, ma del processo (per ora mediatico) al promotore di Mediterranea Saving Humans, quel brutto ceffo di Luca Casarini (in studio giganteggia un suo primo piano: con la barba incolta, segno evidente di delinquenza). L’obiettivo dichiarato era distruggere completamente la sua opera e la sua stessa vita. E tutto nel segno della menzogna e della cattiveria.  L’accusa più idiota è scritta in grande su una parete dello studio: “Casarini il Guru della sinistra”.

Di Luca ho un’idea affatto differente. Mi pare stia tentando di fare due cose importanti e difficili:  soccorrere i naufraghi ed evitare altri morti in fondo al mare, e chiamare a raccolta il senso di umanità che alberga in fondo a ogni uomo e ogni donna. Di conseguenza – e come potrebbe essere altrimenti? – Luca si è schierato dalla parte di Papa Francesco e contro l’egoismo, l’autoritarismo e il cinismo del governo Italiano e dell’Europa nel suo insieme.

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