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Lasciamo stare la legge della giungla:
è l’avidità umana a governare il mondo

Lasciamo stare la legge della giungla: è l’avidità umana a governare il mondo

Chi ha dedicato la sua vita allo studio del diritto internazionale, diventandone magari uno specialista, oscilla in questi ultimi anni tra il sarcasmo e la disperazione. Direi che fa del sarcasmo per non suicidarsi. Del resto, come ci si può sentire sapendo che la passione di una vita di studio è stata dedicata ad una disciplina che non conta nulla?

Hai voglia a prendere per il culo (come fa il prof. Guido Saraceni) l’analfabetismo reale dei cretini che parlano di libertà restituita ad un paese oppresso, o l’analfabetismo simulato dei giornalisti che parlano di “arresto” del capo di stato di un paese sovrano. E’ disperazione travestita da sarcasmo. Maduro non è stato arrestato per capi d’accusa mossigli ai sensi del diritto internazionale. Quello nel caso dovrebbe accadere a Netanyahu, sul cui capo pende un’incriminazione della Corte Penale Internazionale, ma Netanyahu invece vola liberamente solcando i cieli del pianeta perché nessun capo di stato si permette di dare esecuzione all’ordine di arresto. Le accuse a Maduro sono costruite dalla procura federale degli Stati Uniti:  cospirazione per narco-terrorismo, cospirazione per l’importazione e la distribuzione di cocaina, produzione e traffico di stupefacenti destinati al mercato statunitense, uso e possesso di mitragliatrici e ordigni esplosivi in relazione alle attività di narcotraffico.

Non esiste un mandato di cattura internazionale per Maduro. Sarebbe come se la procura generale del Messico costruisse un’accusa penale contro il governo degli Stati Uniti per remigrazione forzata e illegale in Messico di centinaia di migliaia di cittadini statunitensi di origine messicana, e su questa base “arrestasse” Trump con un blitz armato a Mar-a-Lago, o magari a Capitol Hill.

Ma il Messico è un paese che è stato colonizzato. Gli Stati Uniti sono una nazione che colonizza, e si percepiscono come un impero. Chi si percepisce come impero non ha bisogno del diritto internazionale, che anzi considera un fastidioso inciampo. Il suo costruire una cornice pseudogiuridica al rapimento di un capo di Stato serve a nutrire quel minimo di propaganda da dare in pasto ai telegiornali dei pensionati, delle casalinghe e dei ragazzini: così Maduro è un dittatore e Trump è un cowboy che pulisce il mondo dal crimine e dalla droga. Serve a nutrire la maggioranza silenziosa, che parla di geopolitica a tavola come sopra, tra una fetta di salame e un cappelletto.

Gli Stati Uniti rifiutano di riconoscere come legittimo il governo Maduro, in quanto per loro sarebbe stato eletto con brogli (per tutto il periodo “incriminato”, compreso l’interim di Guaidò, si legga ad esempio qui). Ergo: se un governo per noi non è legittimo, rapirne il capo non viola secondo noi la sovranità di uno stato, anzi fa giustizia di un usurpatore (se il suo territorio è pieno di risorse naturali da sfruttare, beninteso). Questo assunto sembra essere, nel caso venezuelano, farina del sacco di Marco Rubio, Segretario di Stato USA, avvocato di Miami nato da cubani esuli (ma non durante il castrismo, bensì durante la precedente dittatura di Batista).

La dottrina Donroe

Trump ha rispolverato la “dottrina Monroe”, enunciata ab origine dal presidente USA James Monroe nel 1823. Monroe dichiarò che i paesi latino americani non sarebbero più potuti essere oggetto di mire da parte dei grandi stati coloniali europei, a partire dalla Spagna. Al tempo, questa affermazione poteva suonare addirittura come una sorta di “protettorato” nordamericano nei confronti delle istanze dei paesi del Centro e Sudamerica di emancipazione dalle colonie europee, e in generale dalle mire dell’Europa, in cui la Restaurazione aveva unito alcune potenze nella cosiddetta Santa Alleanza. In realtà, al tempo la dichiarazione di Monroe era piuttosto un modo per allearsi con la potenza coloniale per antonomasia, la Gran Bretagna (che non aderì alla Santa Alleanza) in funzione antieuropea, ovvero in funzione anti russa e tedesca (Prussia e Austria, allora). Da allora, la dottrina Monroe è stata piegata alle ciniche esigenze del momento, diventando sinonimo di “l’America agli Stati Uniti”, con i paesi vicini anzi, con l’intero continente americano assunto all’interno di quello che viene definito “cortile di casa”: dove la casa ovviamente è quella degli yankees.  Quindi Guatemala, Cuba, Brasile, Cile, Argentina, Nicaragua, Panama, la famigerata operazione Condor (leggi qui). L’unica parentesi nell’applicazione della “dottrina Monroe” si è verificata durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, proprio quando potevano sussistere ragioni oggettive per richiamarvisi, in quanto i sovietici installarono basi missilistiche a Cuba, a un centinaio di miglia dalle coste statunitensi. L’assennatezza di Kennedy e Kruschev in quei frangenti evitò lo scoppio di un’altra guerra mondiale: invece di applicare la dottrina Monroe, Kennedy (fortunatamente per i destini del mondo) preferì dedicarsi a Marilyn Monroe.

La dottrina Monroe in salsa trumpiana è meno ipocrita. La sua brutalità non viene camuffata dietro concetti come “esportazione della democrazia”. Il riferimento pseudo-giuridico al traffico di droga e alla illegittimità del governo Maduro è un paravento che non gli interessa nemmeno enfatizzare (del resto, Trump ha appena concesso la grazia al presidente dell’Honduras che era stato condannato alla bellezza di 45 anni per narcotraffico). Trump stesso nella conferenza stampa di domenica scorsa non ha avuto il minimo problema a dire che quello che interessa agli Stati Uniti è “riprenderci il nostro petrolio”: ovvero riconsegnare alle corporation statunitensi la gestione dell’industria petrolifera venezuelana, nazionalizzata a partire dal 1976.

Non mi avventuro nell’impresa di ipotizzare parallelismi, similitudini o differenze strutturali tra la dottrina Donroe e la dottrina Putin, ossia la scelta russa di combattere militarmente chi “abbaia alle porte” di casa sua. La cosa che posso definire “dato oggettivo” è la cartina dei paesi Nato nel 1991, e quella dei paesi Nato nel 2022 (nota: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, alla Nato si è aggiunta anche la Finlandia, che nella cartina non è ancora rossa).

Anche un bimbo capisce, guardandole, che la Nato si sta espandendo fino ai confini russi con una dinamica sostanzialmente priva di contrappesi, dal momento che il Patto di Varsavia, nato nel 1955 in contrapposizione alla Nato (il Patto Atlantico è del 1949), non esiste più da 35 anni.  Certo, la Russia si è ripresa la Crimea e con la forza il Donbass che, dal punto di vista etnico, linguistico e culturale – posto che la storia politica e militare per nostra fortuna ha preso un’altra strada – è come se l’Austria (immaginandola di nuovo impero austroungarico) si riprendesse l’Alto Adige. Non faccio parallelismi, anche perché mi vengono più naturali le differenze: non ci sono basi militari russe in Venezuela, in Messico, in Canada, in Groenlandia, mentre la Russia è letteralmente accerchiata, sul suo versante occidentale, da basi Nato.

 

Dalla Via della Seta alla Via delle Bombe

Tuttavia, l’operazione Maduro ha più rilevanza nei confronti della Cina che della Russia. E’ la Cina la principale destinataria dell’esibizione di forza ed efficienza del blitz venezuelano. Aldilà dello schiaffo in faccia dell’ avere rapito Maduro a distanza di alcune ore dalla visita in Venezuela del governo cinese ( “Ringrazio Xi Jinping per il suo sostegno fraterno”, dice Maduro prima di salutare Qiu Xiaoqi, inviato speciale della Cina per l’America Latina. Qualche ora dopo, Maduro viene catturato dagli statunitensi), l’operazione contiene alcuni messaggi a tutti i governi latinoamericani non allineati:

-se pensavate che la Cina vi proteggesse anche militarmente, questo è il vostro livello di protezione

-se intrattenete i vostri principali rapporti commerciali con la Cina, sappiate che la vostra economia può collassare

-se intrattenete rapporti indiretti con la Cina (es. Cuba, che importa la maggior parte del suo fabbisogno di petrolio dal Venezuela) sappiate che la vostra economia collasserà per effetto del collasso del vostro fornitore principale

Questo genere di avvertimenti non riguarda, tra l’altro, solo il cortile di casa degli yankees. Riguarda ad esempio la Nigeria, lo stato africano che ha stretto di recente pesanti accordi commerciali con la Cina: petrolio, gas e litio (alla Cina) in cambio di tecnologia, addestramento militare e, soprattutto, infrastrutture (alla Nigeria). A Natale gli USA hanno sferrato attacchi militari a (così dichiarate) basi dell’ISIS in Nigeria per difendere la comunità cristiana locale: operazione che serve a Trump sicuramente in termini di recupero dell’elettorato evangelico cristiano statunitense, inquietato dal pantano epsteiniano nel quale il presidente si dibatte; ma che serve anche a spostare gli equilibri strategici contro la Cina e a favore degli Stati Uniti. E’ come se lo sceriffo del pianeta Trump dicesse al governo nigeriano: se volete protezione ed efficienza militare, dovete rivolgervi a noi.

Riguarda la Groenlandia, territorio danese vicinissimo al Canada, che Trump dichiara dover essere statunitense per ragioni di “sicurezza nazionale”, e che – afferma lui – è “circondata da navi cinesi e russe”. Anche in questo caso la ragione è duplice, strategica ed economica: non è detto che le navi cinesi e russe che battono le rotte artiche lo facciano o lo faranno solo per ragioni commerciali; e non è detto che lo scioglimento dei ghiacci continui a rendere impossibile o antieconomico, com’è stato finora, ogni intrapresa di sfruttamento dei giacimenti di metallo e terre rare. Da Greenland a Greedland.  Un dettaglio, che aggiunge una vena di paradosso alla distopia: la Groenlandia fa parte della Nato.

Riguarda Taiwan (o Repubblica di Cina), isola separata dalla Repubblica Popolare Cinese non solo dal mare, ma da una guerra civile mai realmente cessata; isola piena di armi statunitensi e anche di basi USA, anche se non fa parte formalmente della Nato. Lì il messaggio è ancora più diretto: se provate a invadere o annettere Taiwan, è come se invadeste un pezzo di Stati Uniti. Che poi sarebbe speculare a quello che la CIA provò a fare contro Castro alla Baia dei Porci, fallendo, nel 1961.

Riguarda l‘Iran. Le ridicole frasi in lingua farsi del tipo “non fate giochetti con Trump, è un uomo d’azione” sembrano preparare il terreno ad un attacco congiunto con Israele, già tentato con scarso successo alcuni mesi fa. Anche se la situazione iraniana non può essere paragonata a quella venezuelana – nel senso che un cambio di regime in Iran potrebbe aprire un ciclo di instabilità in Medio Oriente dagli sviluppi ancor più imprevedibili – è innegabile che l’operazione Maduro ha trasmesso un’immagine di grande efficienza e potenza, almeno in termini di rappresentazione simbolica.

 

Greed is good

E’ altrettanto innegabile che i vaticini sul fatto che Trump si sarebbe concentrato sugli affari interni e non avrebbe aperto nuovi fronti di guerra (come peraltro lui stesso affermava) si stanno rivelando sbagliati. E’ innegabile però che la strategia della Casa Bianca sul tema “geopolitica” sia cambiata. Sulle motivazioni del cambio di strategia, trovo persuasiva l’analisi dell’economista e storico Alessandro Volpi, che cito testualmente: “L’elezione di Trump ha scatenato una guerra finanziaria all’interno del capitalismo Usa fra i “padroni del mondo”, le Big Three, grandi monopoliste del risparmio globale e grandi azioniste delle Borse americane (e delle società petrolifere), e la finanza legata al presidente, da Ellison, a Musk, a Thiel, a Bessent e Lutnick. Questa tensione interna minacciava la tenuta del debito federale, della bolla finanziaria, del dollaro, mettendo a nudo tutte le criticità strutturali dell’economia a stelle e strisce. La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa non stanno funzionando e rischiano di far perdere consensi a Trump in vista delle elezioni di midterm, così come non sembra percorribile, a queste condizioni, la nuova creazione di dollari o l’abbattimento dei tassi della Fed e tantomeno le stable coin. Così la guerra finanziaria diventa tradizionale guerra militare per la conquista delle risorse, per la difesa del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario americano, può soddisfare il complesso militare-industriale e i boss dell’energia e magari anche della droga. Il punto vero è però capire fino a quando la Cina potrà accettare tutto questo perché il “nuovo” Trump pare andare oltre anche l’ordine multipolare”. 

In conclusione: il diritto internazionale attualmente è materiale per gli studiosi di storia contemporanea, più che per i giuristi, lo dico con mestizia. Tuttavia, smettiamola di parlare della “legge della giungla”. La legge della giungla si fonda sull’istinto di sopravvivenza: uccido la preda perché devo mangiare, mi difendo dal predatore per non diventare il suo cibo. La legge che vige è quella del potere umano, strettamente influenzato da una brama eminentemente di specie, che non saprei se connaturata all’homo sapiens o al sapiens sapiens: greed.  Avidità. Un concetto ben espresso dal sociologo brasiliano Emir Sader: “Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne può mangiare, mentre la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero questa scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo. Quando a farlo sono gli umani, li mettiamo sulla copertina di Forbes”.

 

 

Immagine di copertina wikimedia commons

 

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, anche se lo stipendio fisso lo ha portato in banca, dove ha cercato almeno di non fare del male alle persone. Fa il sindacalista per colpa di Giorgio Ghezzi, Luciano Lama, Bruno Trentin ed Enrico Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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