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Esercito a scuola: il diritto di obiettare

L’Esercito a scuola: il diritto di obiettare

L’Esercito a scuola: il diritto di obiettare

Leggo sul sito dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna che il Comando Militare Esercito ER propone una serie di conferenze di orientamento e informazione rivolte alle Istituzioni scolastiche per divulgare agli studenti il ruolo, i compiti e le attività dell’Esercito Italiano.

L’Esercito vorrebbe presentare le offerte formative delle Scuole Militari, dell’Accademia Militare, della Scuola Sottufficiali e le opportunità di impiego nelle altre figure professionali delle Forze Armate.
Se l’Esercito vuole incontrare gli studenti per raccontare il proprio ruolo, la propria storia e le proprie responsabilità, può proporlo.

Sta alle scuole e agli insegnanti accettarlo o meno.

Io non lo accetterei, perché non credo che la scuola debba trasformarsi in una vetrina per le carriere militari, senza interrogarsi sul rapporto tra queste professioni, la guerra e la costruzione della pace.
La scuola non è un centro commerciale nel quale ogni istituzione può allestire il proprio banchetto promozionale. La sua funzione è educare persone libere, capaci di pensare, interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e scegliere il proprio futuro.

Nel caso alcune scuole lo accettassero, penso che un incontro serio dovrebbe lasciare spazio anche alle domande scomode: sulla guerra, sulle spese militari, sull’obiezione di coscienza, sulle vittime dei conflitti e sulle alternative alla violenza. Altrimenti il rischio è che la pubblicità si travesta da orientamento educativo. Del resto, l’orientamento non è mai neutrale: significa anche suggerire quali strade meritano attenzione e prestigio.

Ad esempio, accanto ai rappresentanti dell’Esercito potrebbero entrare nelle classi anche operatori umanitari, mediatori dei conflitti, costruttori di pace e persone che hanno conosciuto sulla propria pelle le conseguenze della guerra.

A scuola, gli insegnanti educano i ragazzi e le ragazze al rispetto della diversità, al confronto e al dialogo. Insegnano a risolvere pacificamente i conflitti e a costruire la pace attraverso l’ascolto reciproco.

Per questo mi domando: quale idea di futuro vogliamo proporre ai nostri ragazzi, se trasformiamo anche la scuola in un luogo di promozione del mestiere delle armi?

In copertina: Elaborazione grafica di Chat GPT su idea dell’autore

Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

24 ottobre: un pomeriggio a Ravalle, un tramonto sul PO e molte cose da non perdere

24 ottobre: un pomeriggio a Ravalle, un tramonto sul PO e molte cose da non perdere

Un pomeriggio d’autunno a Ravalle e un tramonto sul Po mappature, narrazioni, memorie, reading letterario/concerto WU MING 1 & Melologos, + reading poetico/musicale Antonio Vergoni & Antonio Di Nardo

“Cartografia dei luoghi Invisibili”
Un progetto di teatro partecipato di comunità, realizzato da Officina Teatrale A-ctuar tinsieme agli abitanti di Ravalle, che traccia una “mappa non turistica” e “sentimentale”, individuando quei luoghi legati alla memoria collettiva del paese che non trovano eco sulle carte geografiche e turistiche ufficiali.

Sabato 24 ottobre, dalle 15.00, vi invitiamo ad attraversare insieme questi luoghi, mappe alla mano, per ascoltare le narrazioni e per cercare le “Cartoline dal qui” da spedire ad amiche, amici e parenti lontani.

Alle 17.00, ci dirigiamo sull’argine interno Riva Destra Po per “Sonic Suite. Blues delle terre desolate“, reading/concerto dal romanzo “Gli uomini pesce”, di Wu Ming 1 e Melologos in collaborazione con Genti del Po e gli abitanti di Ravalle.
Le fotografie di “Cartoline dal qui” sono a cura di Lauro Casoni.

“Sonic Suite. Blues delle terre desolate”
produzione Melologos/Wu Ming Foundation è un reading/concerto di e con:
Wu Ming 1
Jadel Andreetto basso, voce, testi, percussioni
Stefano D’Arcangelo tastiere, elettronica, antimateria
Marco Manfredi voce, vociferazioni, bastoni della pioggia, triangoli
Wang Inc. elettronica, sax, corde, ingegneria sonora
Le vite di Arne Gustafsson, in arte “SonicAlly”, si intrecciano all’interno del romanzo “Gli uomini pesce” di Wu Ming 1 come un tuffo nel cuore nero del delta, caduta senza redenzione di suoni e registrazioni. Sonic Suite è la storia di questo precipitare che si specchia con mille altre cadute.

“Le zanzare insistono”
Il prosieguo d’un cammino di riflessione che l’autore Antonio Vergoni ha intrapreso per parlare di ecologia profonda, usando la poesia di parte, militante e partigiana, come ecopoesia.
Uno strumento pacifico di lotta per la salvaguardia dell’ambiente, con la consapevolezza d’esserne parte, di partecipare alla sua esistenza e di essere complici del suo destino.

Partecipazione aperta a tutti
Posti limitati per ridotta capienza sul Barcone di Flavio, dove degusteremo sprizzz e apericena con menù tradizionale brasiliano a base di pao de queijo, franguinho a pasarinho, canjica e caipirinha con offerta libera. Gradita e consigliata la prenotazione con risposta qui whapp. Vi aspettiamo !!

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Franco Ferioli, clicca sul nome dell’autore

Denata Ndreca: Alcune poesie da "In quale lingua devo morire".

Parole a capo /
Denata Ndreca: Alcune poesie da “In quale lingua devo morire”

Parole a capo
Denata Ndreca: Alcune poesie da “In quale lingua devo morire”.

In questo numero di “Parole a capo” diamo spazio e voce ad alcune poesie della poetessa Denata Ndreca tratte dal volume “In quale lingua devo morire”, Besa Muci, 2025. Un incedere senza sconti e senza fronzoli. Nella prefazione, Eugenio Lucrezi scrive «[…] carne e pianta, sangue e foglia si muovono sulla pagina nel mentre di un processo metamorfico che è insieme progressivo e retrogrado, oltranza e seppellimento. Il racconto è vivido perché la lingua è denudata, spoglia dei significati logori, ancorché funzionali a una circolazione inequivoca dei messaggi, di cui si ammanta la lingua del quotidiano».

 

*

Adesso non scrivo più con il sangue,
mi hanno segato la cassa toracica
e hanno aspirato tutto,
hanno aspirato anche
l’ultima goccia rimasta

poca era la carne tra ossa e pelle
e di filo di sutura ne occorreva poco

e allora mi sono alzata dal letto dove
mi credevano morta
sotto quella luce bianca che
accieca gli occhi del giorno

e mi sono detta: riprenditi lo scheletro –
                                                                         ora
così sono tornata al foglio –
                                 come all’albero torna la foglia

 

*

 

E allora scrivo
scrivo per non dimenticare
scrivo per queste strade dove
ho potuto camminare
scrivo per tutte le porte dove
mi è stato vietato bussare

scrivo del letto di questo fiume
e di tutto quello che porta dentro
scrivo del cielo che tinge di
                                                   blu il verbo

scrivo dell’attrito che si oppone
al movimento
alla quantità di acqua che passa
in un certo punto – in un solo momento

scrivo di attrazione che
si esercita tra due oggetti dotati di massa
scrivo di
RX – tracce di verità su lastra

 

*

 

Chi sa pregare preghi
in qualsiasi religione
chi sa cantare canti
e faccia un bel rumore

chi sa amare ami
ad ogni costo e tutto
purché non vada via
da codardo, purché
non vada via in lutto

 

*

 

bruna la corteccia
del vecchio pino –
verdi le spighe che
cadono nel giardino

nudo si sveglia
sempre il dolore
per lo stelo sradicato
che lentamente muore

 

*

 

Si predica la pace
per la carriera si fa guerra
si affoga nel pozzo delle menzogne
si sciacqua la bocca con la parola – vera
si ammazza per una striscia di terra
uccidiamo i bambini
poi accendiamo una candela

 

*

 

In quale lingua devo morire - Denata Ndreca - copertina

Tutto si è allontanato
le strade, la gente, le cose,
muri e travi vecchi aspettano
marzo per veder scoppiare le mimose

stendo nei fili fuori
le tovaglie con foglie e fiori di limoni
qualcuno tira fuori le sedie
le posa davanti ai portoni

si sentono scricchiolare
aprirsi le finestre
tutto si è allontano dal mio paese

nelle case svuotate – vivono
                                            tutte le assenze

 

*

 

La vita,
forse, è questa −
dove ci sono
le mura
devi immaginare
una finestra

 

Denata Ndreca è poeta, giornalista, pedagogista, traduttrice albanese che vive a Firenze dal 2000. Ha pubblicato: Fiori dei Balcani; A nord delle mie costole; La ragazza del ponte Vecchio; Tempo negato; Un faro nella nebbia; Senza paura; Calicanto; Intorno a me e i testi di letteratura per ragazzi I giorni della pace – insieme a Ven. Phra Medhivajirodom; Sonio io; La carrozzina magica. È stata tradotta in inglese, spagnolo, francese, thailandese, albanese, rumeno ed è inserita in diversi programmi scolastici. Si occupa di diritti umani. Già insignita del “Women for Culture and Peace” ed Eccellenze Europee.  

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’ IBAN: IT75P0538713004000003826665

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 360° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

pensione o remigrazione?

Pensione o remigrazione?

Il nostro sistema pensionistico si basa sul meccanismo detto “a ripartizione”. Questo vuol dire che l’INPS non attinge a un patrimonio proprio, ma utilizza i contributi delle persone che lavorano per pagare la pensione a chi si trova in quiescenza.

Questo sistema ha una conseguenza che a molti sfugge. Se entriamo nel sito dell’Inps, sezione “La mia pensione futura”(qui), potremo vedere il montante accumulato finora: il totale dei versamenti previdenziali effettuati, destinati a trasformarsi nella rendita che ci sosterrà una volta smesso di lavorare.
Per chi, come me, ha una anzianità contributiva significativa, si tratta di cifre assolutamente ragguardevoli. Peccato che quei soldi, in realtà, non esistano. Esiste esclusivamente una posta contabile, ma quelle somme non sono accantonate da nessuna parte: quando andremo in pensione avremo bisogno che ci sia un numero sufficiente di lavoratori e lavoratrici che versano contributi da ripartire, per poter beneficiare di quelle somme.

Ecco perché per la previdenza pubblica è indispensabile mantenere sempre un equilibrio tra attivi e inattivi: se questo rapporto si sbilancia, diventa necessario intervenire. In che modo si interviene? L’ideale, ovviamente, sarebbe aumentare il totale delle persone che lavorano e garantire loro una retribuzione adeguata, ma questo non è così facile.

E allora si interviene in due modi: riducendo il numero di persone che vanno in pensione e abbassando l’ammontare degli assegni che vengono pagati. Questo è il motivo per cui negli ultimi anni assistiamo ad un progressivo aumento dell’età pensionabile: dal 2029 serviranno 67 anni e 6 mesi. Contestualmente viene modificato il “coefficiente di trasformazione”, ossia il parametro attraverso il quale il montante viene trasformato in rendita. Se ne parla poco, ma l’ammontare delle pensioni riconosciute a chi esce dal lavoro tende a ridursi di anno in anno.

Accantoniamo, per un momento, la questione pensioni.

La novità politica degli ultimi tempi è la crescita di movimenti politici di estrema destra, diffusi in tutta Europa, che hanno in comune la stessa parola d’ordine: remigrazione. In cosa consiste la remigrazione?

L’obiettivo di chi la sostiene è il rimpatrio di tutti gli stranieri presenti in una nazione, compresi quelli che in quella nazione sono nati da genitori stranieri, ed il loro ritorno al loro paese “etnicamente nativo”. Quindi non si tratta di espellere solo coloro che creano problemi di ordine pubblico (obiettivo teoricamente condivisibile ma assai difficile da realizzare) ma tutti gli stranieri, a prescindere dal fatto che possano avere un lavoro regolare, una casa, e che magari siano nati in Italia e non conoscano altro posto né una lingua diversa dall’italiano.

Immaginiamo per un attimo che questo progetto si concretizzi. Ad oggi gli stranieri che risultano regolarmente impiegati nel nostro paese sono circa 2,6 milioni che versano, tra tasse e contributi, circa 40 miliardi l’anno. Se si potessero far sparire da un momento all’altro, il sistema pensionistico si sbilancerebbe in modo drammatico, costringendoci a restare al lavoro ben oltre la terza età e con assegni inadeguati ad un tenore di vita dignitoso.

In politica ognuno ha il diritto di avere le sue idee, ma alcune appaiono particolarmente insensate, se non pericolose. La remigrazione è un’idea che si basa su ignoranza, inconsapevolezza, razzismo, e, almeno in apparenza, egoismo.

Ma è soprattutto un’idea demenziale e suicida: volendo davvero essere egoisti, dovremmo fare in modo di avere tanti stranieri che lavorano in modo regolare, cercando di far emergere anche tutti coloro che lavorano in nero, per mettere in sicurezza le pensioni presenti e future.

E allora, la domanda che inizialmente poteva sembrare illogica, diventa uno dei punti su cui basare le nostre scelte negli anni a venire. Voi cosa volete? Pensione o remigrazione?

 

Cover image: dreamstime.com ID <a href=”https://it.dreamstime.com/parco-di-ritratti-o-coppia-anziani-con-abbraccio-interrazziale-romantico-legato-matrimonio-relazione-maturazione-affrontare-un-image278019180″>278019180</a> @ <a href=”https://it.dreamstime.com/peopleimages_info”>Yuri Arcurs</a> | <a href=”https://it.dreamstime.com/”>Dreamstime.com</a>

Per leggere gli altri articoli di Luca Copersini clicca sul nome dell’autore. 

FERRARA TRA VENEZIA E FIRENZE Mostra di pittura Riccardo Bottazzi e Matteo Venturini presso Langelo Atelier

FERRARA TRA VENEZIA E FIRENZE
Mostra di pittura Riccardo Bottazzi e Matteo Venturini presso Langelo Atelier

Langelo Atelier, negozio di arte e antiquariato, situato nel cuore della Ferrara antica, propone una mostra di pittura inedita, realizzata appositamente per l’occasione da due artisti di due generazioni diverse, in dialogo tra loro: Riccardo Bottazzi e Matteo Venturini. Ferrara tra Venezia e Firenze

Il negozio è un luogo, divenuto identitario grazie alla capacità della sua titolare Rosaria Trevisani (per gli amici Rosy) di renderlo unico, un luogo che non merita solo una visita ma che diventa esperienza di dialogo e di incontri. I frequentatori abituali od occasionali si scambiano pareri ed esperienze, stimolati dalla varietà degli oggetti, esposti con casualità organizzata, alla ricerca del bello ma anche di storie ed emozioni.

Nascono incontri, storie strane da ricordare con un sorriso ma anche amicizie che fanno anche immaginare progetti inediti e perciò all’apparenza anche un poco strampalati. Anche la pittura, oramai messa all’angolo dalla modernità, come quei pugili dagli occhi pesti, trova qui una propria vitalità e diventa oggetto di discussioni anche accese, cosa comune  molto tempo fa. Le generazioni e le esperienze diverse in questo contesto si amalgamano e riescono ad integrarsi in un progetto comune che difende e valorizza le proprie differenti identità.

Riccardo Bottazzi, gemmologo e scultore è artista di lunga eserienza che ha affiancato alla sua arte anche la pittura, molto materica con l’utilizzo di polveri di marmo, fogli d’argento ed altre diavolerie alchimistiche che non rivela a nessuno. Con l’amico Domenico Settevendemmie ha a lungo vissuto e studiato l’ambiente della bassa pianura padana, con video e appostamenti per studiare le diverse condizione di luce del paesaggio e della sua apertura atmosferica, che fanno pensare ad un prolungamento della ricerca paesaggistica della scuola di Burano, e quindi della grande tradizione luministica veneziana.

Matteo Venturini, pittore nell’accezione più tradizionale del termine, forte di una innata capacità di incidere con il disegno forme anche complicate, compie un percorso che partendo dalla macchia in cui cerca le forme, arriva a immaginare storie e situazioni che diventano racconti per immagini, tra realtà e fantasia, che il vibrare del segno trasforma anche in emozioni.

Nella sua recente ricerca è il gesto solo, individuato ed evidenziato quasi senza contesto dalla grande tradizione dei vari ratti di Proserpine o Sabine, nella sua centralità fa immaginare una più complessa articolazione delle figure.

Ferrara luogo di grande tradizione pittorica, ancora oggi trova tra i suoi figli artisti che guardano al futuro non dimenticando le radici, L’artista che ha rappresentato una sintesi sublime tra le aperture atmosferiche della pittura veneta e la complessa articolazione delle figure della pittura toscana è indubbiamente Benvenuto Tisi da Garofalo.

Ed il gesto cardine del dipinto Minerva e Nettuno, immerso negli azzurri è per questo il logo di questa esposizione, gesto e contesto di amicizia e condivisione nato in un piccolo scrigno magico, a Ferrara in via Centoversuri 6A.

Corrado Pocaterra

La mostra sarà inaugurata venerdì 23 ottobre alle 18:30 e resterà esposta dal 23 ottobre al 21 novembre 2026 presso Langelo Atelier, Via Centoversuri 6A

 

A pensarci bene / "Vlad, il serbatoio è vuoto!"

A pensarci bene / “Vlad, il serbatoio è vuoto!”

A pensarci bene /
“Vlad, il serbatoio è vuoto!”

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla pagina Facebook con il consenso dell’autore)

Donald Trump ha fatto un accordo con Vladimir Putin per comprare diesel russo.
Ormai è impossibile superare la realtà con la satira.
Gli Stati Uniti comprano il carburante del Paese che hanno passato anni a sanzionare (per la guerra in Ucraina).
Quello per cui Washington ha chiesto agli alleati di sacrificare denaro e energia in nome della “libertà”.
Trump ha telefonato al Cremlino dicendo “Vlad, il serbatoio è vuoto!”
L’Impero del Bene si è accorto che il capitalismo funziona solo finché non bisogna pagare il pieno.
Il 9 ottobre Trump ha annunciato che Putin immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di diesel, seguite da altre 500.000 a novembre, un milione poco dopo e ulteriori tre milioni di tonnellate in tempi brevi.
Il Paese che si autoproclama faro dell’umanità chiede aiuto energetico all’uomo contro cui sta cercando di esercitare pressione economica.
La lanterna della democrazia ha la spia della riserva accesa.
Il Dipartimento del Tesoro USA ha contestualmente autorizzato le forniture di diesel russo, allentando le restrizioni che avrebbero dovuto limitarle.
Le sanzioni sono sacre finché non diventano costose. Poi si trasformano in un’eccezione temporanea. E alla fine si scopre che la fermezza morale aveva un prezzo al gallone.
Ricordate il discorso? “La Russia deve pagare per l’invasione dell’Ucraina. Bisogna colpire le sue entrate energetiche, ridurre le risorse con cui finanzia la guerra, impedire a Mosca di trasformare il petrolio in denaro e il denaro in bombe”.
Trump ha scoperto che un elettore con il portafoglio vuoto è meno interessato alla grandezza degli Stati Uniti di un elettore che riesce a pagare il gasolio del trattore.
Una rivelazione sconvolgente per un’amministrazione che ha fatto della forza nazionale uno spettacolo permanente.
Gli Stati Uniti hanno costruito l’intera mitologia nazionale sulla propria indipendenza, sulla capacità di non piegarsi a nessuno, sulla libertà individuale e sulla superiorità del loro modello economico.
Ma gli ammeregani sono campioni nel trasformare una sconfitta in una vittoria.
Per cui non stanno cambiando idea. Stanno facendo un accordo storico.
Non stanno mollando la presa sul Cremlino. Stanno dimostrando che soltanto loro sanno parlare con Mosca.
Non stanno aiutando un avversario a vendere il suo prodotto. Stanno salvando il Paese.
È turbocapitalismo nella sua forma più pura.
Fino a ieri il petrolio russo finanziava la guerra. Oggi a quanto pare finanzia la pace. Dei distributori a stelle e strisce.
Il 3 novembre gli statunitensi votano per le elezioni di metà mandato. Rinnovano la Camera dei rappresentanti e una parte del Senato.
Possono cambiare gli equilibri del Congresso e complicare enormemente la vita alla Casa Bianca.
E il costo dell’energia è un problema concreto per gli elettori.
Il diesel serve agli autotrasportatori, agli agricoltori, alle imprese. Non è un lusso da ricchi annoiati.
È uno dei costi che attraversano tutta l’economia: se costa di più trasportare il grano, i prodotti industriali e le merci, il conto si propaga lungo la catena e finisce anche sul tavolo di chi non possiede neppure l’automobile.
Mancano poche settimane alle elezioni e il presidente deve dimostrare che la sua politica produce risultati tangibili.
E allora ecco il miracolo della diplomazia transazionale.
L’accordo potrebbe aumentare l’offerta e contribuire a calmierare i prezzi. Ma non è detto che lo faccia in misura significativa, né che il carburante arrivi tutto nei tempi annunciati.
Il mercato energetico non è un distributore automatico in cui inserire una dichiarazione presidenziale e ritirare gasolio scontato.
Per giunta, il diesel russo annunciato rappresenta soltanto una parte del fabbisogno USA.
Quindi Donald Trump sta cercando di risolvere una crisi strutturale con una mossa che potrebbe avere un effetto limitato.
Vladimir Putin non è un benefattore che si è svegliato con il desiderio di aiutare i camionisti del Midwest. È il presidente di un Paese che ha interessi strategici, militari ed economici propri.
La Russia ricava entrate dall’energia. Limitare la possibilità di vendere prodotti petroliferi significa limitare una fonte di reddito. Permettere nuovamente determinate vendite significa riaprire una porta commerciale.
Il vantaggio politico immediato è evidente: il presidente russo può presentare la situazione come una dimostrazione del fatto che Washington, quando ne ha bisogno, si rivolge a Mosca.
Per Putin la cosa importante qui è il precedente.
Se un Paese può essere colpito economicamente per ragioni strategiche e poi riammesso nel mercato quando il prezzo interno diventa politicamente insostenibile, la credibilità della pressione economica sparisce.
È la forma di potere più redditizia: aspettare che il nemico cambi posizione da solo, davanti alle telecamere, mentre ti ringrazia.
Volodymyr Zelensky ha criticato l’intesa, definendola ingiusta e disonesta (in un’intervista ad Axios).
La crisi energetica non nasce dal nulla. La guerra con l’Iran ha aggravato le tensioni sui flussi internazionali di energia.
E gli Stati Uniti, che sono direttamente responsabili delle dinamiche militari e strategiche di questo periodo, adesso devono affrontare le conseguenze economiche della crisi energetica internazionale che hanno creato.
La loro risposta è aumentare l’offerta attraverso una fonte che la loro stessa politica aveva cercato di limitare.
Questa non è una strategia: è una lista di emergenze che si contendono il portafoglio.
“Il mercato ha sempre ragione”.
Finché non vince il nemico.
Il capitalismo statunitense viene spesso raccontato come un sistema in cui il mercato distribuisce risorse in modo efficiente, premia l’iniziativa privata e consente alle imprese di prosperare.
Ma il mercato guarda il prezzo.
E se il prezzo non scende, il mercato non si commuove perché il presidente scrive “RECORD NUMBERS” in maiuscolo.
Gli Stati Uniti fanno da sempre affari con governi autoritari, concorrenti strategici e Paesi con cui hanno controversie profonde.
Il punto è smettere di raccontare ogni affare come se fosse un episodio della lotta tra il Bene e il Male.
Se le sanzioni erano necessarie per ridurre le risorse economiche della Russia, perché è opportuno allentarle adesso?
E se invece l’obiettivo è favorire la pace, quali impegni verificabili vengono chiesti a Mosca in cambio?
Gli USA pretendono di essere il giudice morale del mondo e il poliziotto del mercato, mentre sono solo il cliente che chiede lo sconto.
A un certo punto è necessario riconoscere che sono ruoli che stanno recitando. Mentre altri pagano il biglietto.
È il sogno americano, che chiama Mosca per sapere se accettano la carta.
Cover: Attacco aereo, foto CUBE con licenza Wikimedia Commons
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
La poesia di Kathleen Jamie, una dei più importanti ‘nature writers’

La poesia di Kathleen Jamie, una dei più importanti ‘nature writers’

La poesia di Kathleen Jamie, una dei più importanti ‘nature writers’

Ho conosciuto Kathleen Jamie nel 2015. Da qualche anno conoscevo e apprezzavo la sua poesia e mi sarebbe piaciuto tradurla. Finalmente nel 2015 mi sono decisa a scriverle. Mi ha subito risposto, molto cortese e affabile, in un certo senso sorpresa che qualcuno in Italia volesse tradurre la sua poesia. Nel 2016 era uscita, per Giuliano Ladolfi Editore, la mia prima traduzione delle sue poesie, La casa sull’albero, poesie scelte, che l’anno dopo avrebbe ricevuto il premio Achille Marazza per la traduzione poetica.

Nel 1994 una giovanissima Kathleen Jamie era diventata nottetempo famosa nel Regno Unito con la raccolta The Queen of Sheba, Bloodaxe Editore. Seguirono, Jizzen 1999, Mr and Mrs Scotland Are Dead, poesie scelte 2002, The Tree House 2004, The Overhaul 2012, Frissure, una collaborazione con l’artista Brigid Collins, Polygon 2013,The Bonniest Companie 2015, e tutta una serie di prestigiosi premi in UK.

Nel 2024 pubblica Cairn, Sort of Books, e infine nello stesso anno The Keelie Hawk, la sua prima raccolta interamente in Scots. Nel 2021 Kathleen Jamie viene nominata Makar, poeta nazionale della Scozia, con un mandato triennale.

Ma ritorniamo a La casa sull’albero. Che cosa mi aveva colpito nella poesia di Jamie? Oltre, naturalmente, ai temi cari all’autrice, la natura, l’interazione tra mondo naturale ed essere umano, la personificazione di alberi, animali, uccelli, fiori, l’empatia verso questo mondo, empatia priva di sentimentalismo (la natura di Jamie non è mai romantica), quello che mi colpì di più fu l’immediatezza delle immagini abbinata alla profondità di pensiero.

La casa sull'albero

La lingua, lucida e scarna, solo apparentemente semplice e i ritmi concorrevano a dare a ricreare la  naturalezza della lingua parlata. Una lingua rarefatta, ricca di sorprendenti metafore, veniva esaltata esaltata nella sua musicalità dal ritmo e dagli accenti della parlata scozzese.  Inoltre, come traduttrice ne apprezzavo anche la facilità di comprensione – cosa diversa dalla difficoltà di traduzione – capivo di che cosa parlava la poesia che volevo tradurre.

…ma bacche rosse

di biancospino si tendevano verso di me,

e tra le foglie cadute

sbocciavano fiorellini bianchi

tardivi. Cercai

di chiamarti , o credo

di averlo fatto, ma il tuo nome

mi si appassì sulla lingua…

[da Incantesimo pg.141]

Nessuna difficoltà era rappresentata dalle parole in Scots, facilmente comprensibili o traducibili con l’aiuto dell’online Dictionary of the Scots Language. Solo in un caso, per la poesia ‘Bairnsang’, (‘Ninnananna’), scritta in occasione della nascita del suo primogenito, ho chiesto aiuto a Kathleen che me ne ha fornito una versione inglese.

Nel 2018 traduco e pubblico, per l’editore Medusa, La compagnia più bella (The Bonniest Companie 2015). Questa è la sua settima raccolta, scritta e sostenuta dalla ‘tremendous energy’ – parole sue – generata dalla campagna per l’indipendenza della Scozia in vista del referendum del settembre 2014, che però sancirà la vittoria del NO. Attivista e fervente sostenitrice del SI, Jamie decise di esprimere quell’energia scrivendo, se possibile, una poesia la settimana.

La sfida della scrittura fu vinta, la sconfitta del referendum cocente, ma l’energia intatta. Così dice, infatti, nella poesia ‘23/9/14’, qualche giorno dopo il risultato:

“Dunque eccoci qua, 

abbattuti e sfiniti

ammantati di speranze in frantumi …

È martedì. Di nuovo in piedi.

Oggi si ricomincia.

I temi di questa silloge sono quelli delle sue raccolte poetiche a cominciare dal 1999: il mondo naturale scozzese, i suoi grandi paesaggi, gli animali, i fiori, gli alberi, gli uccelli (per esempio i falchi pescatori che lei stessa può osservare con l’inseparabile binocolo dalla finestra della sua cucina), ma anche liriche personali, ricordi di gioventù e dell’infanzia in una originale commistione di selvatico e domestico. Ho detto della freschezza e immediatezza della lingua poetica di Jamie, della sua vitalità ed energia, della sua ricchezza lessicale. Tutto ciò viene esaltato dall’uso che lei fa dello Scots.

Alcune poesie, sia in questa sia in precedenti raccolte, sono scritte interamente in uno scozzese colloquiale; la maggior parte, invece, è scritta in ‘standard English’ ma con termini scozzesi qua e là, per ottenere i più diversi effetti speciali, a volte di vigore, energia, vitalità, oppure di familiarità, tenerezza, intimità, a volte ancora di affettuoso umorismo, di ironica simpatia.

Nella primavera del 2018 Jamie viene invitata al festival ‘Incroci di Civiltà’, a Venezia, e a seguire a ‘Poetry Vicenza’. Ed è a Venezia che finalmente ci conosciamo di persona.   Nel settembre dello stesso anno ci incontriamo di nuovo perché viene invitata al festival di ‘Pordenonelegge‘. Nella primavera del 2019 Jamie riceve il Premio Internazionale del Ceppo di Pistoia nella categoria Poesia Piero Bigongiari dal direttore del premio, il poeta  Paolo Fabrizio Iacuzzi. In occasione del Premio pubblichiamo un’auto antologia dal titolo Falco e ombra (Hawk and Shadow), Interno Poesia Editore, la cui prefazione ‘I quattro fili della vita e dell’arte’ è la lectio magistralis che Jamie legge alla consegna del premio. Falco e ombra contiene poesie dalle raccolte da lei pubblicate fino a quel momento e brevi prose dalle sue opere di non-fiction.

Jamie è, infatti, uno dei più importanti ‘nature writers’ del panorama mondiale.  La sua fama è dovuta principalmente alla trilogia Findings, 2005,  Sightlines 2012  e Surfacing 2019.  Sightlines è stato pubblicato in mia traduzione italiana col titolo Scrutare gli orizzonti da  Luciana Tufani Editrice nel 2018, Surfacing uscirà prossimamente per Interno Poesia.

Nel 2024 Jamie pubblica Cairn (Sort of Books), brevi saggi e racconti in prosa, e qua e là qualche poesia. Testimonianze, osservazioni, un’accumulazione di momenti, e poi gli uccelli a lei cari, gheppi, chiurli, sule, e fiori, alberi, e passeggiate nel paesaggio scozzese. Nel ‘Prologo’ Jamie spiega i motivi delle sue scelte:

“Avvicinandomi ai sessanta, mi sono ritrovata a un inizio – sempre un momento solitario ma almeno ora familiare. A scrivere di nuovo ma in modo diverso: pezzi brevi, micro-saggi, pagine, chiamateli come preferite. Come la pietra locale qui, si frantumano facilmente. Ho scritto di fatti, ricordi, momenti che hanno attirato la mia attenzione. Sono stati distillazioni e osservazioni. Testimonianze. Si sono accumulati nel corso degli anni e, alla fine, mi sono ritrovata a raccoglierli in questo libro. Una specie di cairn…Lascio qui Cairn come un segnavia, un momento annotato, una vista da questo strano qui-e-ora”.

Ho preferito non tradurre il titolo in italiano, Cairn, Interno Poesia 2026, contando anche sulla conoscenza e familiarità del termine da parte dei lettori italiani. Un segnavia, un cumulo di pietre.

Nello stesso anno Jamie pubblica The Keelie Hawk, Poems in Scots. Una delle sue raccolte poetiche più affascinanti. Lo traduco immediatamente. L’editore Il Ponte del Sale ne capisce la grandezza e lo pubblica col titolo Il gheppio, 2026.

Il Ponte del Sale - Homepage

The Keelie Hawk, come dice l’autrice nella postfazione, è la sua prima raccolta interamente in Scots:

“Da tempo volevo scrivere una raccolta di poesie interamente in scozzese… Mi ero accontentata di sparpagliare qualche parola di scozzese in una frase inglese, fare qualche traduzione. Aggiungevano un sapore estraneo, una diversa atmosfera emotiva… C’è un’intimità emotiva nello scozzese…Lo attraversa una sensibilità non manifesta, sfuggente al radar… Una volta tradotte in inglese queste opere le trovo altisonanti, superbe, e questo è dovuto ai suoni vocalici”.

Aggiunge poi l’autrice: “Imbattersi nello scozzese in un mondo di lingua inglese è come vedere fiori di campo sbocciare nelle crepe di un marciapiedi…”.

Traduco The Keelie Hawk ma non conosco lo scozzese. Per fortuna l’autrice ne fa una sua traduzione in inglese, per i lettori inglesi e per chi non conosce lo Scots. Una sua traduzione in prosa, versione già altamente lirica. Questo mi ha consentito di confrontarmi con la struttura dell’originale scozzese, notarne le parole a volte simili a volte totalmente diverse, immaginarne il suono. A volte, indecisa sulla scelta di un termine lessicale, era alla versione scozzese che mi rivolgevo. Un gioco linguistico, un’esperienza preziosa, che mi ha arricchito.

Abbiamo presentato sia Cairn sia Il gheppio all’ultima edizione del festival Pordenonelegge lo scorso 20 settembre.

Cover: La poetessa Kathleen Jamie è stata nominata nuova “Makar” della Scozia. La prima ministra Nicola Sturgeon le ha dato formalmente il benvenuto nel nuovo incarico presso la Scottish Poetry Library di Edimburgo – Foto su licenza Wikimedia Commons.

I ragazzini di Milano e il mestiere della condanna

I ragazzini di Milano e il mestiere della condanna

Domenica a Milano migliaia di ragazzini hanno devastato le vetrine del centro.
Lo Stato è riuscito solo a fare due cose: condannarli e metterli in gabbia
.

Bisogna dichiararlo subito?
Sì, perché se non lo dici passi per un fiancheggiatore, un complice dei violenti.
Va bene, è scontato ma lo scrivo lo stesso: sono contro le vetrine infrante, i fuochi per strada, i saccheggi, gli espropri più o meno proletari nei negozi e supermercati, sono contro le violenze, quelle grandi come quelle piccole.

Ora, al riparo (forse) dal codardo oltraggio dei commentatori mainstream, vorrei dire che la rivolta dei ragazzini di Milano non mi ha stupito per niente (l’abbiamo già vista in Francia e si ripeterà sempre di più anche da noi). Mentre mi ha colpito come una pietra in testa la prima frase pronunciata dalla premier Giorgia Meloni, con gli scontri di Milano ancora in corso, la quale non si è limitata a condannare, ma ha condannato chiunque non condanna come lei. Insomma, chi non condanna, giustifica, fiancheggia, diventa complice della violenza.

Nient’altro? No, c’è la solita coda: 

Per oggi è già convocato un vertice a Palazzo Chigi sull’ordine pubblico. Aspettiamo un nuovo decreto Caivano, comunque  il  copione sembra identico: reprimere, “Sorvegliare e Punire” direbbe Foucault: l’unica risposta che la destra al Governo riesce ad elaborare.
Fratelli d’Italia vorrebbe  equiparare il reato di devastazione e saccheggio (già previsto dal Codice penale) al reato di Associazione a delinquere, altri propongono di estendere anche ai minorenni la misura del “fermo preventivo” (già introdotto con l’ultimo Decreto Sicurezza e palesemente incostituzionale), Salvini insiste con il suo “Chi rompe paga” trovando un nuovo ascolto tra gli alleati.

Vedremo presto cosa sortirà da questo urgentissimo vertice di governo. Che è stato deciso just in time, anche se le cronache ci informano che lunedì mattina (oggi) nel centro di Milano le vetrine del centro erano già state sostituite e i negozi del lusso avevano riaperto regolarmente i battenti.

Allora perché tutta questa fretta. Per 2 ragioni.

La prima è solo indirettamente legata ai fatti di sabato e domenica. Per il governo l’importante è il primato assoluto della sicurezza, l’ordine pubblico, il silenziatore ad ogni dissenso. Sulla Sicurezza il governo Meloni ha sempre puntato le sue carte e fondato il suo consenso. Adesso che si avvicinano le elezioni (a marzo o a settembre), ogni episodio è buono per ribadire questa linea. Occorre dar l’idea di un’Italia nel caos per riproporre la ricetta repressiva della destra (fino ad ora ha funzionato).

Poi, e forse qui il governo non finge ma è davvero preoccupato, ci sono migliaia di ragazzi, i minorenni dai 14 ai 17 anni, che si sono riversati in centro a Milano dandosi appuntamento sui social.
Ma chi sono questi? Da dove vengono?  Dei 300 fermati dalle forze dell’ordine, l’80 per cento sono minorenni, i più piccoli hanno meno di 14 anni. Vengono per lo più dalle periferie: ragazzi a reddito zero di famiglie a reddito basso.

Per loro, cioè per tutti i ragazzi, minorenni inclusi, il governo prepara un nuovo giro di vite.
Così, gli stessi ragazzi spesso blanditi come “il nostro futuro”, i minori da accompagnare, gli adolescenti da ascoltare e aiutare, oggi hanno cambiato nome. Adesso i ragazzi sono maranza, teppisti, violenti, rivoltosi, ladri, saccheggiatori.

Politici  e telegiornali non sanno più come chiamarli – beh, qualcuno taglia corto e li chiama delinquenti – quelle migliaia di ragazzini, sbucati da chissà dove e sbarcati nel centro della Milano del lusso, ingaggiando una “guerriglia urbana” (la chiamano così) e mettendo la città “a ferro e fuoco” (altra iperbole usata dai media).

Ma perché è successo? Non se lo chiede nessuno. Anzi, rimarcano politici e giornalisti, quei ragazzi non avevano un programma, un obiettivo sociale o politico (che vergogna!), e spaccavano tutto “Senza nessuna ragione”, “Solo per esserci“.

Solo per esserci! Da qui si misura quanto siano lontani dai ragazzi il governo, lo Stato, la politica, i media.
In fondo questo lo sapevamo, anche se si fa finta di non saperlo, e si preferisce blandire o condannare.

I ragazzi intanto vanno per la loro strada. Questa Italia non li conosce. E loro non la riconoscono, Il loro è un altro paese.

In copertina: Foto di beasternchen ai-generated da Pixabay

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Oltre l'immagine mentale: la sfida psicologica del disegno realistico

Oltre l’immagine mentale: la sfida psicologica del disegno realistico

Il disegno infantile: la sfida psicologica del disegno realistico

Il testo seguente offre una riflessione sulla psicologia del disegno infantile, evidenziando come i bambini non cerchino di imitare fedelmente la realtà visiva, ma utilizzino il foglio per esprimere la propria mappa concettuale e gerarchica del mondo.

Consideriamo, innanzitutto, il disegno come uno strumento per riprodurre efficacemente la realtà esterna. Un bambino, quando disegna, non osserva il mondo che lo circonda per riprodurlo (a meno che non venga invitato a farlo), ma, chino sul foglio, costruisce un mondo simbolico fortemente intellettivo: disegna cose che sa del mondo, non cose che vede.

disegno infantile – Foto di joduma da Pixabay

Quindi il papà è più grande della casa; non penseremmo mai che abbia visto una cosa del genere, ma lui sta strutturando una gerarchia d’importanza che chiarisce in che posizione gerarchica stanno le cose per lui. Disegna il gatto con tutte e quattro le zampe ben visibili, perché sa che il gatto ne ha quattro. La sua rappresentazione del mondo non è mimetica, è concettuale.

L’uomo è portato ad organizzare e dare senso a ciò che lo circonda e i disegni dei bambini sono un ottimo esempio di questo immane sforzo di categorizzazione e gerarchizzazione del reale.

“Cosa succede quando cresciamo e ci viene chiesto — o per nostro stesso desiderio ci mettiamo a — disegnare la realtà che ci circonda con intento realistico?

Quando proviamo a ritrarre la realtà in modo realistico, incontriamo una profonda resistenza interna. Questo accade perché si crea un vero e proprio conflitto tra la sfera cognitiva e quella percettiva: ciò che la nostra mente sa di un oggetto entra in contraddizione con ciò che i nostri occhi vedono in quel preciso momento.

Disegnare dal vero è difficile proprio per questo motivo. Non si tratta solo di saper muovere la matita, ma di compiere uno sforzo mentale: dobbiamo disimparare i nostri concetti pregressi e ripulire lo sguardo da ogni preconcetto. Dobbiamo imparare a osservare il mondo non come un insieme di simboli noti, ma come un puro incastro di linee, luci, ombre e colori.

È proprio questa capacità di isolare la pura percezione visiva dalla conoscenza teorica che distingue lo sguardo di un pittore da quello di un osservatore comune.

Questa difficoltà generale si amplifica a seconda del soggetto o dell’inquadratura, specialmente quando l’immagine si allontana da come siamo abituati a pensare quel determinato oggetto. Prendiamo l’esempio di un vaso: se lo guardiamo di fronte, definirne il profilo geometrico ci risulta relativamente semplice.

Se però proviamo a disegnarlo con una prospettiva dall’alto, andiamo in crisi. Quella visione dall’alto non è meno reale o meno accurata, ma scardina la nostra immagine mentale predefinita e, non sapendo come concettualizzarla, facciamo molta più fatica a tradurla graficamente.

In sostanza, ogni oggetto depositato nella nostra memoria possiede un “punto di vista privilegiato”, ovvero una forma-simbolo che lo rappresenta nella nostra mente nella sua configurazione più riconoscibile. Svincolarsi da questo archetipo visivo per abbracciare prospettive insolite e complesse rappresenta la vera sfida del disegno: un’autentica esplorazione che è allo stesso tempo concettuale, visiva e grafica.

Cover: Foto di andreas N da Pixabay

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La zattera di Pietra:
Il successo della Spagna che abbandona l’Europa neoliberista

Come “La Zattera di Pietra” di Josè Saramago:
La Spagna di Sanchez abbandona l’Europa neoliberista.

In una piccola località  dei Pirenei Orientali, improvvisamente si spacca la terra, seminando panico e terrore tra gli abitanti. Non si conoscono le cause, ma ben presto si crea lungo tutto il confine tra Francia e Spagna una frattura così profonda che la Penisola Iberica si stacca dal continente europeo e, trasformatasi in un’enorme zattera di pietra, inizia a vagare nell’Oceano Atlantico, verso ignoti orizzonti.
Spagna e Portogallo, da sempre tenute ai margini dell’Europa, ora che non sono più vincolate a essa potrebbero dirigersi verso l’Africa e le Americhe, cui sono legate da un antico patrimonio comune di lingua e cultura.
(Effe Emme)
“La Zattera di pietra”, romanzo di Josè Saramago, Einaudi tascabili.

 

La Spagna è il solo grande paese della UE governato dalla sinistra. Il socialista Pedro Sanchez è in carica dal 2018 con una fragile maggioranza, sostenuta anche da 7 deputati conservatori indipendentisti catalani che hanno tolto l’appoggio ai recenti decreti sulla casa per cui si andrà a nuove elezioni il 28 novembre e l’11 novembre c’è uno sciopero generale dei sindacati.

Se Sanchez perderà ci sarà uno scivolamento ulteriore verso quella UE neoliberista in campo economico che governa da tempo che si sposterà ancora più verso quella destra estrema che ha come parole d’ordine “razza, sangue e fuori gli immigrati dalla UE”. Purtroppo la UE è un progetto ormai fallito, per responsabilità dei Governi e dei commissari (quasi sempre di centro-sinistra) a cui i Governi di destra metteranno la parola fine nelle prossime elezioni.
Il riarmo è l’ultima scelta sbagliata e il minuscolo bilancio Ue 2028-2034 (2mila miliardi, 1,6% del reddito lordo UE, quando negli Stati Uniti è del 20%) sarà pure tagliato di altri 160 miliardi come vogliono Germania, nordici e baltici.

Da tempo Sanchez si è “sganciato” da questa UE liberista e atlantista in politica estera, a differenza del Governo Meloni che ha fatto l’opposto di quanto chiedeva l’opposizione (tassare extraprofitti, ridare un ruolo allo Stato nell’economia, non riarmarsi,…).

Più Salari, Più occupazione e più PIL  

Con Sanchez il PIL spagnolo è cresciuto dal 2022 al 2026 più che in qualsiasi paese UE (+3,7%, vs +1,4% dell’Italia e dal 2016 al 2025 +2,1% Spagna, +1% Italia). La stessa occupazione (unico vanto della Meloni) è cresciuta in Spagna più dell’Italia. Meloni dimentica di dire che già durante il Governo precedente (Draghi) l’occupazione era salita molto di più che dal 2022 al 2026.

Poiché i salari si sono abbassati dell’8,7%% rispetto al 2008, il “monte salari” degli italiani oggi (nonostante 1,2 milioni di occupati in più) è inferiore a quello del 2022 (quando ha iniziato a governare la Meloni).

In Spagna sono cresciuti sia gli occupati che i salari, per cui nel 2026 il monte salari spagnolo è salito e nel 90% dei casi, gli spagnoli hanno salari più alti degli italiani. Solo nel decile 95° e 100° decile, cioè i dirigenti di più alto livello e i manager guadagnano più degli italiani.

La caduta dei salari non è avvenuta nella manifattura né tra coloro che lavorano a tempo pieno, ma tra chi svolge lavori non standard (part-time, chi lavora meno mesi, etc.) che erano il 40% nel 1990 e sono oggi il 55% nel settore privato. Poiché i loro salari calano, trascinano la media nazionale in basso.

E’ come se nel 2026 l’Italia avesse lo stesso “monte salari” del 2021 ma con 754mila occupati in meno…se infatti aumenti gli occupati ma calano molto i salari reali (com’è avvenuto in Italia per via dell’inflazione), il “monte salari” cala e pure la Domanda interna, anche se tra gli economisti mainstream nessuno lo dice.

Così nel 2024 lo stipendio medio italiano (33.523 euro) è stato superato da quello spagnolo (33.700 euro, fonti: Teha Group/Eurostat, Ocse). E così un dipendente italiano ha un salario inferiore del 33% di quello di un tedesco (era del 21% nel 2006) e ciò spiega la debolezza della Domanda interna dell’Italia e la spinta all’export (poi si critica la Cina…).

Ma la Spagna non solo ha aumentato i salari (mentre da noi crollavano), ha aumentato anche il tasso di occupazione (che è il vero indice e non il tasso di disoccupazione che in Italia cala perché non ci sono più giovani).
In Spagna il tasso di Occupazione è salito (dal 2022 al 2026), più di quello dell’Italia ed è oggi 4,8 punti più alto. In Spagna c’è quindi più lavoro che in Italia e pagato meglio, anche per gli immigrati (i cui tassi di occupazione sono più alti di quelli degli spagnoli), nonostante i salari siano cresciuti più di quelli dell’Italia.

Le ragioni del successo spagnolo 

Le ragioni sono varie, ma le principali sono due:
1) aver investito sulle energie rinnovabili, ridotto il costo dell’energia e così far crescere la manifattura e commerciare con tutti (Cina inclusa);
2) un’immigrazione legale di cui avevano bisogno le imprese spagnole. L’esatto contrario di quello che (non) ha fatto l’Italia.

I soldi del PNNR in energia rinnovabile

L’energia rinnovabile e pulita è diventato uno dei macro fattori dello sviluppo. La Spagna ha investito buona parte del suo PNRR (160 milioni) in energia rinnovabile (fotovoltaico+eolico+idroelettrico) così che oggi soddisfa il 55% del suo fabbisogno energetico (il più alto nella UE), abbassando i costi del megawattora (61 euro, rispetto a 83 di Germania e 109 in Italia). Fino al 2018 il MwH costava di più che in Italia.
Ha inoltre adottato un modello molto partecipato del PNRR con le organizzazioni delle imprese e dei lavoratori (il nostro era iper centralistico, alla faccia del regionalismo e dell’autonomia) aumentando efficienza e trasparenza.

Ha inoltre investito sull’efficienza giudiziaria (grande fattore di attrazione dei capitali esteri, che sono stati infatti il doppio dell’Italia). Oggi i tribunali spagnoli chiudono le controversie civili e commerciali in 3 anni e 8 mesi rispetto ai 6,5 dell’Italia dove l’impegno è stato dividere le carriere per meglio controllare i giudici (per fortuna fallito col referendum).

La strada dell’immigrazione legale

Il secondo grande fattore dello sviluppo spagnolo è stata l’immigrazione legale (3 milioni negli ultimi 8 anni di governo Sanchez) mentre l’Italia l’ha bloccata (su 660mila flussi legali programmati dal 2022 al 2026 ne sono arrivati 80mila…piacciono gli sbarchi e gli irregolari).

Gli immigrati spagnoli sono oggi il 12-15% della popolazione (le fonti divergono) rispetto al 9,5/10% dell’Italia. Una differenza in fondo piccola e inferiore a quella della Germania (15,2%) e di molti altri paesi UE.

I sudamericani ottengono in fretta la cittadinanza spagnola (dopo 2 anni), mentre in Italia ci vogliono 10 anni.
Così, mentre le imprese italiane hanno crescenti difficoltà di reperimento per via di leggi complicate, mentre in Spagna l’assunzione di stranieri è celere e semplificata [Vedi Qui] . 

Con questi due macro interventi la Spagna ha creato più lavoro con salari reali più alti (la produttività per ora lavorata è cresciuta, in Italia è calata) favorito le imprese, riducendo deficit annuo (-2,1% vs -3,1% Italia) e debito pubblico (100,7% vs 136,7% Italia).
Oggi in Spagna c’è quindi più lavoro che in Italia, salari più alti, meno debito e meno interessi da pagare sul debito, più manifattura, più incremento annuo dell’export, non ci sono spese per il riarmo, e il PIl cresce il triplo dell’Italia e più che in qualsiasi altro paese UE.

L’afflusso legale di immigrati dall’America Latina (via aereo) ha portato ad avere molti laureati (30% vs 12% dell’Italia). La maggiore occupazione legale aumenta le entrate dello Stato, favorisce la produttività delle imprese, aumenta i posti in asili e scuole e dà nuova linfa alle zone in declino demografico, riscalda comunità sempre più fredde e vecchie.

Sanchez sta regolarizzando 1,2 milioni di immigrati illegali ed è il paese UE che dal 2015 ad oggi ha più aperto le porte agli immigrati (+3,1 milioni rispetto ai 540mila dell’Italia, 6 volte tanto) con un sistema che trasforma gli irregolari in legali (se hanno lavorato alcuni anni).

La crescita demografica della Spagna

Il primo indicatore di sviluppo di un paese è la crescita demografica e la Spagna è oggi uno dei pochi paesi nella UE che cresce: +3 milioni di abitanti dal 2016 al 2025, mentre l’Italia ha perso 1,2 milioni.
La differenza è tra chi prospera innovando e fa convivere etnie diverse (Spagna, un tempo gli Stati Uniti) e paesi suprematisti bianchi (Italia, oggi Usa) che, a mio avviso, sono destinati invecchiando e chiudendosi a impoverire e implodere.

Il capitalismo, ormai estesosi come modo di produzione in tutto il mondo (Cina e Russia inclusa, anche se molto diverse sono, per fortuna, le culture locali e i modi di contenerlo) vede un Occidente (Usa ma anche UE) che ricorre al riarmo e all’idea di proteggersi con dazi contro chi (Cina) diventa più efficiente. Ma questa “protezione” delle sue manifatture si traduce nel lungo periodo in inefficienza produttiva.
La vera protezione viene dalla via spagnola che ha scelto di innovare, transitare alle energie pulite (come fa anche la Cina), con uno Stato (che la UE non ha) che sostiene le produzioni strategiche o direttamente o in joint-venture coi privati, come fanno la Cina da decenni e, da quando c’è Trump 1, gli Stati Uniti.

La Spagna ha seguito una via meno liberista di quella UE e dell’Italia puntando sulla crescita della Domanda interna, sul ruolo dello Stato nei settori strategici (manifattura, banche, salute, istruzione, casa) e sull’ingresso di immigrati legali.
Ha effettuato forti investimenti nell’energia rinnovabile, essendo povera di materie prime (come l’Italia). Quando esplosero i prezzi energetici nel 2022-23, Sanchez mise (a differenza di Draghi e Meloni), un tetto alle bollette di luce e gas (pagato dallo Stato e finanziato con le rinnovabili), con la scusa che la Spagna era isolata come reti dalla UE, per cui la produzione industriale è salita (da indice 104 nel 2022 a 105,7 nel 2025, mentre in Italia è scesa da 103 a 98,5, fatto =100 il 2015). Così si spiega perchè la Spagna produce 2,4 milioni di auto rispetto alle 500mila dell’Italia e le famiglie non sono salassate da maxi bolette di luce e gas.

Il Salario Minimo e sussidi per la Casa

La Spagna ha un salario minimo nazionale indicizzato all’inflazione, 735 euro nel 2018 che oggi sono 1.221 euro lordi per 14 mensilità, mentre per le colf la tariffa minima oraria è 9,5 euro. L’hanno fatto molti altri paesi UE e il Regno Unito. Nel lavoro ha incentivato l’uso del contratto a tempo indeterminato e introdotto nel 2020 un reddito minimo vitale per i poveri (residenti almeno da un anno) che varia da 565 euro per chi vive da solo a 1.368 euro per single con quattro o più figli.
Intanto, il welfare italiano si va degradando e lo sarà sempre più col riarmo previsto dal Governo Meloni (+14 miliardi nei prossimi 2 anni).

Sulle case per i più poveri e i giovani fino a 35 anni la Spagna ha dato un sussidio statale fino a 10.800 €, ma solo se la casa costa meno di 120mila € e in Comuni con max 10mila abitanti che si deve abitare per almeno 5 anni (e non avere altre case) e con un reddito annuo massimo di 25.200 € (33-42mila per disabili).
Come si vede gli aiuti per la casa in Italia sono molto maggiori fino alla follia del Super bonus case 110% e bonus facciate (220 miliardi di spesa pubblica, 5 volte le stime iniziali, più del PNRR).
Follia perchè è andata in gran parte a ceti medio-alti. Si potevano escludere le seconde case e ridurre l’incentivo (70-80% anziché 110%) stimolando i proprietari a controllare i prezzi che oggi sono raddoppiati beffando gli altri e i giovani senza possibilità. Un errore colossale che ha coinvolto anche Draghi e Meloni che l’hanno sostenuto.

E’ vero che il risparmio degli italiani è cresciuto a 2.100 miliardi, ma non si dice che metà è di poche famiglie. Se il 27% delle famiglie ha un reddito medio annuo di 14mila euro e il 2% di 211mila euro (fonte Banca d’Italia)…chi risparmia?

Gli immigrati legali e la fuga degli italiani

Sanchez ha scelto un’altra via. Usa gli immigrati legali per supportare la crescita delle sue Imprese e la Domanda Interna. Non è suddito degli Stati Uniti né di Israele, rifiuta il riarmo Nato (al 5% del PIL, accettata dagli altri UE), ha criticato UE ad accettare i dazi americani del 15%, ha buone relazioni con la Cina che fa forti investimenti in Spagna, non segue il neoliberismo UE, non sta con gli Stati Uniti, a prescindere, principale causa del declino della UE.

Nel 2024 l’Istat parla di un picco di 141mila italiani espatriati e 58mila rientri.
Tra 2014 e 2023, al netto dei rientri, l’Italia ha perso 97mila giovani laureati, i nati sono sempre meno e i pochi giovani sono mantenuti da genitori e nonni.
Negli ultimi 5 anni sono passate in eredità 2milioni di case.
Rimangono gli “ultimi”: 4,8 milioni in affitto e 3,5 milioni con un mutuo pesante, otto milioni di famiglie in sofferenza solo per la casa con spese crescenti.
Il piano Meloni da 100mila case in 10 anni è una goccia nel futuro e intanto ha abolito 900 milioni di aiuti all’affitto ai Comuni per morosità incolpevole.
La crisi della casa è tale che imprese e Pubbliche Amministrazioni delle città non riescono più ad assumere lavoratori per gli alti costi degli affitti (sempre più brevi), dati a turisti o, in singole stanze sempre più costose, a studenti universitari. Quando sono libero mercato e rendite a distruggere profitti, comunità e lavoro.

Cover: Foto di Maxim Yamkovoy da Pixabay

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Passione musica

Passione musica

Passione musica

Solo pochi anni fa, nel 2023, si è celebrato il centenario della nascita di Maria Callas, un’artista che nel pieno della carriera era già un mito che, a quasi cinquanta anni dalla sua scomparsa, continua a durare. Un mito legato a interpretazioni straordinarie, a una voce inconfondibile, a una personalità fuori del comune.

Ma anche soprattutto alla musica (Bellini, Verdi…),  a parole che continuiamo a sentire con/nella sua voce, e a una diffusa, immediata melomania che era tipica, senza distinzione di età e di censo, fino a qualche decennio fa di tanta parte degli italiani.

Mitomane, cleptomane, oppiomane, morfinomane, cocainomane, eroinomane, tossicomane, piromane, erotomane… Non c’è dubbio che le parole appena elencate indicano una mania (dal greco μανής, ‘pazzo’, ‘invasato’…) che rimanda a temibili eccessi, non solo per la salute personale ma, sia pure in gradi ben diversi, per la pericolosità sociale.

Si registrano solo poche ma significative eccezioni – e la melomania è proprio una di queste – che alludono a passioni culturali che, a dire il vero, vorremmo vedere più diffuse soprattutto tra i giovani.

Ad affiancarla si può ricordare il culto per un paese democratico ed i suoi usi (penso all’anglomania, nata nell’Italia del Settecento che ha avuto punte significative nella cultura di fine Ottocento, basti citare il nome di Arturo Graf) e la bibliomania, la strenua, inarrestabile ricerca da parte di collezionisti librari di edizioni rare ed autografi.

Ma queste ultime passioni, mi riferisco in particolare alla bibliomania e alla melomania (tanti di noi ne sono colpiti), sono affezioni innocue o quasi (portafoglio a parte), che riguardano soprattutto gli intellettuali (ma non solo), contribuendo a creare perduranti consonanze, solide amicizie, favorendo la nascita di collaborazioni e progetti comuni.

Ne è luminoso esempio, quanto a melomania, l’attività a cui ha dato vita, ormai da anni, Camillo Faverzani, professore di Letteratura italiana all’Università di Paris 8 – Vincennes-Saint-Denis, non solo autore di importanti studi sull’opera italiana del Sette-Ottocento, ma curatore di decine di volumi nati da seminari da lui organizzati dedicati alla librettistica.

I testi degli spettacoli operistici sono ogni volta oggetto di uno studio che pone al centro dell’indagine autori e temi ricorrenti che permettono di approfondire e rintracciare le fonti, i rapporti con la tradizione, le novità, la complessità e la ricchezza del teatro in musica soprattutto italiano e francese.

Il volume più recente, edito nella bella collana da lui diretta per la lucchese Libreria Musicale Italiana (Sediziose voci. Studi sul melodramma, già giunta alla diciassettesima pubblicazione), lo vede al lavoro con due colleghi parimenti competenti e melomani che insegnano nelle università italiane, Andrea Gialloreto e Michela Landi, che con lui firmano la cura del primo di due tomi dedicati agli Scrittori melomani.

Il libro riunisce quindici saggi (10 in italiano, 5 in francese) dedicati ad autori dell’Ottocento che hanno scritto sul repertorio operistico o con una costante attività recensiva o con interventi specificatamente dedicati. Si comincia con Heine (autore in soli quattro anni di un’ottantina di pezzi sull’opera francese e italiana) e con Kierkegaard (e la sua lettura dei libretti di Da Ponte che culmina nel Don Giovanni mozartiano) per arrivare a Gauthier, ai suoi ben 1400 scritti d’argomento teatrale al suo wagnerismo, che tanta fortuna avrebbe avuto in Francia a scapito dell’opera italiana.

Ma non manca l’attenzione per i gusti di melomani classicisti critici nei confronti di Verdi o la corrosiva satira di Belli sui cantanti e le rappresentazioni musicali nei teatri romani del suo tempo, compreso il riutilizzo popolare della musica sacra.

Si pone l’accento sula melomania di Collodi, critico musicale appassionato di Rossini; vengono rivelate le diatribe legali tra Verga a Mascagni per Cavalleria rusticana, compresa la storia del libretto che lo scrittore predispose (nell’accoppiata con Monteleone) per una diversa  e non felice trasposizione musicale della sua novella; l’amarezza di Felice Romani (librettista di Bellini) che sarebbe diventato un aspro recensore del melodramma di metà Ottocento.

Non manca neppure uno studio su audaci proposte di fine secolo sulla fine del libretto o sull’impegno da librettisti e recensori teatrali di scrittori di grande di spicco nella narrativa e società francese quali Zola e Colette. Tutti i saggi sono ben documentati, ricchi di rimandi bibliografici, e offrono uno spaccato davvero prezioso del secolo del melodramma.

Nell’impossibilità di soffermarmi su ognuno degli interventi ed autori (e tutti lo meriterebbero) mi limito a segnalarne alcuni che intrigano anche per l’impianto teorico che li sottende. Penso in particolare a quelli firmati da una grande studiosa del Settecento e Ottocento francese come Béatrice Didier che ci parla di due dei suoi autori: Stendhal e George Sand problematizzando e approfondendo il rapporto che esiste tra giornalismo (nel caso di Stendhal esercitato soprattutto su giornali inglesi, con il problema del rapporto con un pubblico straniero e la conseguente necessità della divulgazione), scrittura narrativa, biografia, autobiografia, linguaggio musicale e strutture romanzesche.

O a un saggio di Claudia Colombati che, interrogandosi sul rapporto tra note e parole, ricostruisce i rapporti di amicizia tra un pittore, un compositore e una scrittrice (Delacroix, Chopin,  George Sand) uniti all’inizio, e il nome non è causale, dalla comune passione per Rossini.

Celda Chopin n. 4 (Valdemossa, nell’isola di Maiorca – Baleari. Foto di Anna Dolfi)

Già, Rossini. Non posso non ricordare che è l’unico, tra i grandi musicisti di primo Ottocento, a figurare davvero nelle lettere di Leopardi e nel suo Zibaldone (giacché è fugace la citazione di Bellini e frettolosamente negativo, anche se soltanto per l’abnorme lunghezza dello spettacolo, un giudizio su rappresentazioni romane). Al fratello Carlo, che nel gennaio del 1823 gli aveva scritto dell’emozione provata nell’ascolto della Cenerentola, Giacomo, che a Roma frequentava l’Argentina ed il Valle, avrebbe infatti risposto solo pochi giorni dopo, il 5 febbraio:

“Mi congratulo con te dell’impressione e delle lagrime che t’ha cagionato la musica di Rossini, ma tu hai torto di credere che a noi non tocchi niente di simile. Abbiamo in Argentina La donna del lago, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere anch’io, se il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso”.

Anche se la sua passione non uguagliava certo quella dei fratelli (in particolare di Carlo e Paolina, amica, quest’ultima, della soprano Marianna Brighenti che, nell’aprile del ’32 – ne scriveva il padre Pietro a Leopardi – sembrava dovesse debuttare nella belliniana Straniera).

Mi torna a mente anche – su memoria di Zibaldone 3208-3209 – il legame stabilito da Leopardi, a sostegno della teoria dell’assuefazione sulla quale continuava a riflettere, tra il gradimento della musica rossiniana e la sua dimensione ‘popolare’, cantabile, o l’importanza attribuita dal giovane poeta alla Corinne di Madame de Staël e alla sua storia di musica e malinconia.

Fatalmente personali intermittences mi portano come d’uso ad allontanarmi dal libro di cui intendevo parlare. In realtà vorrei sottolineare, tramite gli articoli che figurano in Écrivains melomanes/Scrittori melomani, l’importanza dei grandi cantanti dell’epoca (la Pasta, la Malibran…), o la commozione di Chopin all’ascolto della Norma, il suo amore per le opere italiane di Mozart, più volte citate anche nei romanzi di George Sand.

Béatrice Didier, che tanto ha lavorato sulle scritture del privato, analizza il rapporto tra un articolo divulgativo su Rossini e la biografia musicale (Vie de Rossini) che Stendhal ne avrebbe ricavato introducendo in Francia un genere avviato con le sue vite di Haydn e di Mozart: il portrait musical, un genere ricco di aneddoti e dal taglio marcatamente personale.

Per non dire dei numerosissimi riferimenti musicali presenti nelle opere della Sand capillarmente individuati, o della struttura mimetica con il teatro d’opera realizzata dalla scrittrice in particolare nella costruzione di Consuelo, della presenza nei suoi romanzi di città per eccellenza musicali quali Vienna e Venezia…

Città di teatri ricchi di storia oggi frequentati assiduamente da Camillo Faverzani (sì che anche per lui si potrebbe sottolineare la veracità della testimonianza: “J’étais là”), oltre tutto instancabile recensore su Prèmiere Loge. “L’art lyrique dans un fauteuil” (si veda: www.premiereloge-opera.com) delle prime all’opera e loro successive rappresentazioni in Francia (in primis Parigi), Italia, Belgio, Svizzera…

A spingerlo quella passione che lo fa tornare a pochi giorni di distanza anche alle repliche, munito di un quaderno di appunti, spartiti alla mano, per continuare a discutere regie e messe in scena, verificando e confrontando le voci, la musica, il canto, da vero studioso melomane, insomma da critique mélomane al quadrato quale indubbiamente è.

In copertina: Dal testo di Felice Romani per La sonnambula di Bellini (sulla tomba del musicista nel Duomo di Catania – foto di Anna Dolfi)

In copertina e nel testo foto dell’autrice.

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Per certi versi / In seduta

Per certi versi / In seduta

In seduta

In seduta, oggi

mi è uscito dalla bocca

Otto anni che lo portavo in gola

Quasi mi ha soffocato

 

Sei lettere piantate lì

nella trachea

che pregavano di uscire

Un parto disperato

 

E finalmente il tuo nome

è ruzzolato a terra

tra il portaombrelli

e le scarpe nuove del dottore

 

(In seduta. Piccola psicoterapia del cuore, Puntoacapo, 2026)

 

In copertina: immagine generata da Intelligenza Artificiale

 La storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Fuori l'Italia della Guerra e dall'economia di Guerra. No alle spese per il Riarmo

Fuori l’Italia della Guerra e dall’economia di Guerra. No alle spese per il Riarmo

Fuori l’Italia della Guerra e dall’economia di Guerra.
No alle spese per il Riarmo e all’invio di Armi.

Iniziativa Pubblica a Ferrara, martedì 20 ottobre, ore 17, Sala ex Refettorio via Boccaleone 19.

E’ uscito oggi il rapporto ISTAT sulla povertà in Italia 2025, che indica in 5,4 milioni le persone -fra le quali 1 milione e 136mila minorenni- in condizione di povertà assoluta, mentre sono quasi 6 milioni le persone che hanno rinunciato a curarsi e oltre 1,3 milioni le persone minori che soffrono la povertà educativa.

L’Italia, come tutte le regioni del Mediterraneo, è anche uno dei luoghi dove gli effetti del cambiamento climatico producono un surriscaldamento quasi doppio rispetto ad altre zone del pianeta, con il conseguente aumento esponenziale delle morti in seguito ad ondate di calore e un numero di eventi climatici estremi che costano al Paese qualcosa come 13 miliardi di euro all’anno.

L’Italia è uno dei paesi nei quali la tenaglia debito-austerità indotta dalle politiche liberiste dell’Unione Europea ha eroso in maniera maggiore lo stato sociale e prosciugato la ricchezza collettiva, al punto che ogni anno quasi 100 miliardi di euro vanno al pagamento degli interessi sul debito senza che la spirale accenni ad essere interrotta.

L’Italia è infine il Paese dove i salari sono al palo come in nessun altro paese europeo e l’inflazione ne erode costantemente il potere d’acquisto, rendendo l’ansia della fine del mese molto più pressante di quella della fine del mondo.

Dentro questo contesto, qualsiasi governo di buon senso non dovrebbe avere difficoltà a definire le priorità d’intervento, eppure, tanto in Italia quanto in Europa, un unico imperativo sembra imporsi nelle scelte economiche, politiche, culturali: il riarmo, l’aumento spropositato delle spese militari, la militarizzazione della società e della democrazia.

L’appuntamento del 20 ottobre

Con il piano ReArm Europe, approvato nell’aprile 2025 dall’Unione Europea, è come se tutte le contraddizioni di questo modello economico e sociale fossero state sussunte dentro una narrazione che vede il nostro continente sottoposto ad una minaccia preminente e costante da parte di nemici esterni (Russia, Cina, Iran etc.) e la conseguente necessità del riarmo, degli investimenti nella difesa e della preparazione della società al clima di guerra.

Che sia una costruzione artificiale lo dimostra lo stesso Libro Bianco sulla Difesa approvato dall’Unione Europea, laddove al paragrafo 25 dice chiaramente come uno dei problemi che incontra il dispiegamento della nuova dimensione bellica europea sia dovuto alla scarsa percezione del pericolo che alberga nei cittadini europei, i quali andranno dunque formati attraverso la presenza dei militari nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il piano di riarmo è in pieno svolgimento e le due prossime scadenze lo renderanno ancora più evidente.

La prima sarà l’approvazione della Legge di Bilancio 2026, che ha iniziato ora il suo iter e che già dimostra come gli impegni di riarmo presi in sede europea e Nato (aumento della spesa militare fino al 5% del Pil entro il 2035) siano non solo incompatibili con le risorse necessarie per la transizione ecologica e per la giustizia sociale, ma che siano in netto antagonismo con le stesse: se si spende in armi si dovrà tagliare la spesa sociale, come ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale solo pochi giorni fa.

La seconda sarà l’approvazione del nuovo bilancio settennale europeo (2028-2034), nella discussione del quale è già stato messo in campo un aumento di cinque volte della spesa per la difesa e per gli armamenti.

La costruzione della guerra esterna porta con sé ovviamente la costruzione della guerra interna, ovvero la repressione del dissenso e delle proteste, come dimostrano i cinque decreti sicurezza approvati negli ultimi due anni.

Di fronte a questo quadro, occorre uno scatto ancor più ampio e incisivo da parte della società che già è scesa in piazza per più di un anno contro il genocidio a Gaza e contro le politiche di guerra, riarmo e autoritarismo.

Un appuntamento è già in campo a livello europeo: venerdì 20 novembre ci sarà lo sciopero studentesco europeo che si opporrà in particolare alle politiche relative alla leva e all’arruolamento dei giovani.

“Combattiamo per il nostro futuro non per le loro guerre” si intitola il manifesto della mobilitazione lanciato dai movimenti studenteschi [Leggi il testo del manifesto degli studenti]. Sarebbe importante che quella giornata fosse ampiamente sostenuta da tutta la società civile con iniziative in tutti i territori contro le basi militari, le fabbriche di armi, le industrie del fossile.

Siamo di fronte a un bivio: da una parte la direzione va verso l’incuria della guerra, del profitto e del dominio, dall’altra si può praticare dal basso la costruzione di una società della cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta). Nessuno potrà esimersi dal scegliere da che parte stare, è in gioco il futuro di tutte e di tutti.

Cover:Foto di Alexa da Pixabay

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Presto di mattina. La città giusta

Presto di mattina /
La città giusta

Presto di mattina. La città giusta    

In cammino verso la città

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare».
Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città.
(Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori Milano 1961, 91- 93)

«Un luogo non è solamente un’estensione geografica, ma anche uno stato interiore»
(Mahmud Darwish, Una trilogia palestinese, Feltrinelli Milano, 2026, 31).

Non giova fuggire dalla città alla ricerca di un luogo migliore. È come credere che cambiando zona ci si liberi da ciò che grava l’animo, che intristisce una città per il suo cuore sepolto. La tua città come te stesso ti seguirà e sarà il tuo perenne approdo. Volendo mutare l’animo, occorre semmai rientrare in sé stessi, senza abbandonare la città con l’illusione di trovarne una migliore: piuttosto ci si immerge in essa per poi emergere e salire in alto, insieme.

«A che cosa può giovare la novità dei paesi? A che cosa la conoscenza di città o di luoghi? Questo sbattersi di qua e di là è inutile. Ti chiedi perché codesta fuga non ti giovi? Tu fuggi con te stesso. È da deporre il carico dell’animo: prima nessun luogo ti piacerà»
(Seneca, Lettera a Lucilio, 28, 2).

La città giusta, a misura d’uomo

Don Luigi di Liegro (1928-1997) fondatore della Caritas diocesana di Roma e promotore nel 1974 del convegno «La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella diocesi di Roma» favorì l’apertura alla dimensione politica della carità attraverso la ricerca delle cause delle povertà e delle responsabilità strutturali e istituzionali dell’ingiustizia.

Don Luigi aveva acceso le luci sulla città e sulla sua gestione, mostrando che era verso di essa che doveva volgersi anche l’atteggiamento e l’impegno della chiesa. La sua attenzione e la sua cura dovevano concentrarsi su tutti i problemi e le criticità della città e periferie, perché in esse le persone non fossero più frammenti sparsi e raminghi, ma formassero la società civile verso una città coesa: la città dell’uomo prima della città di Dio, cittadini prima che cristiani. Per lui non si poteva rivelare la città di Dio se prima non si restituiva dignità alla città degli uomini accogliendo gli ultimi.

Nei suoi scritti ora raccolti nel volume La città giusta, Edizioni Lavoro Roma 2025 possiamo ritrovare, come ordito, le linee di una pastorale e una teologia della (e per la) città. L’orientamento e l’agire pastorale pertanto si radicano in una conoscenza e presenza attiva nella città per comprenderla in profondità per crescere insieme.

«“Aprire il Vangelo dove la storia bussa”. In realtà la storia e la vita della città costituisce certamente il luogo privilegiato dove rendere credibile il servizio all’uomo~ l’apertura agli altri. Un servizio che va inteso come sfida alla violenza, alla caduta dei valori, alla crescita delle aree di emarginazione, alla crisi complessiva di una grande città che può e deve ritornare a essere «una città a misura d’uomo… La fede, infatti, non è solo incontro di Dio nella preghiera, ma anche incontro di Dio che ci conduce a cambiare la nostra vita quotidiana e quella della città.» (ivi, 71; 89; cf. 94).

“La città è per l’uomo e non l’uomo per la città”

«La città è stata voluta perché fosse il luogo dove tutti potessero vivere in fraternità. Le città sono nate come qualcosa di diverso dalla dispersione. La città è evoluta perché i beni che si producono possano essere più facilmente distribuiti. E la città è voluta per la comunicazione più facile. Se non c’è più comunicazione nella città, viene meno il fine per cui esiste la città; il fatto che la città fa fatica a vivere la comunione intesa come comunicazione, come scambio, come relazione, come possibilità di dialogo.

Dobbiamo dirlo con molta franchezza, se un compito la Chiesa ce l’ha nella città è che non ci siano emarginati. Quando la città produce emarginazione allora non ci siamo più in quello che dovrebbe essere la caratteristica della città, una comunità. Troppe volte parliamo della città come comunità, ma possiamo parlare della città come comunità quando non si esclude nessuno, quando non ci sono categorie forti e categorie deboli, o perlomeno categorie forti che espellono categorie deboli… La città è per l’uomo e non l’uomo per la città.

La Chiesa entra per dire quali sono le esigenze dell’uomo, esprime per esempio quelle che sono le speranze di quanti non hanno casa, di quanti non riescono ad avere un tetto, la speranza di quanti nella città non riescono a ricevere un rispetto verso la dignità fondamentale che ogni cittadino ha» (ivi, 1701-171).

La città bella è la città giusta

Per Di Liegro la città bella deve corrispondere a una città giusta, perché dove abitano l’emarginazione, lo scarto, l’ingiustizia sociale non vi può essere armonia e dunque neppure bellezza. Non è allora una questione di sola estetica, belle pietre, strade larghe, monumenti e palazzi in bella vita, ma di vita buona degna dell’uomo e del suo dimorare. Non si tratta di mantenere in essa una pulizia solo visiva per allontanare la povertà dallo sguardo dei cittadini relegandola ai margini; essa deve corrispondere alla dignità umana custodita da tutta la comunità.

Nella Repubblica di Platone, la Kallipolis (letteralmente la “città bella”) ha come finalità di educare e imparare cosa sia la giustizia: la città giusta fa bella la città. In essa si tesse di continuo il legame tra urbs e civitas, dove urbs è la città fisica, fatta di mattoni, strade, case, monumenti e civitas e quella abitata dagli uomini, la comunità di cittadini, cives, con la loro storia, le loro leggi, i valori, i diritti e doveri: poiché la civitas è la forma spirituale e politica del loro agire e vivere insieme.

La città è bella se diviene anche una bellezza civile, non già una vetrina per turisti ed eventi, ma palcoscenico quotidiano del con-vivere civile.

Don Di Liegro a Roma ha vissuto e contrastato la crescita disordinata, frammentata e speculativa delle periferie romane nel secondo dopoguerra. Per lui, una città che cresce escludendo i più fragili o lasciando indietro i “nuovi arrivati” e gli emarginati soffre di una profonda asimmetria. Non solo le barriere architettoniche, ma proprio quelle sociali manifestano la mancanza di armonia.

Egli ricordava che non può esistere una reale “bellezza” urbana se quest’ultima è solo una facciata che nasconde l’ingiustizia sociale o il degrado umano. L’armonia estetica di una piazza o di un monumento deve riflettersi nell’armonia delle relazioni umane, solo così una città è giusta: se volge lo sguardo ai suoi abitanti più piccoli e marginali.

La “concinnitas” o del tenere insieme il bello e il giusto

Il termine deriva dal latino concinnus, ben collegato o armonico, riconducibile storicamente al verbo cano (cantare), con l’idea di una “cantabilità” o simmetria musicale applicata alla forma, così il significato nella Treccani. Esprime l’idea del porre insieme elementi diversi al fine di conseguire un’unità armonica dotata di senso. La concinnitas in riferimento alla città e alle sue architetture dice un’armonia che è equilibrio delle parti rispetto al tutto. Essa dovrebbe rappresentare l’arte e la politica stessa della polis, quella del tenere insieme la città delle pietre e quella degli uomini attraverso la pratica dell’accoglienza e della ospitalità.

Giancarlo Consonni urbanista e storico dell’architettura nel suo libro Non si salva il pianeta se non si salvano le città Quodlibet, Macerata 2024, ci ricorda che «la ricerca del bello negli insediamenti umani non è più illuminata dalla concinnitas: manca la guida di questa tensione ordinatrice che Leon Battista Alberti chiamava “compagna dell’animo e della ragione” e che qualificava come “nutrita di ogni grazia e splendore”.

Risultato: la bellezza civile non è più sostanza della trasformazione del mondo; in particolare, non è più la matrice e il legame di edifici, luoghi, città e paesaggi… Uscendo dalla concezione platonica che affermava il sussistere di un vincolo ontologico tra Bello, Buono e Vero, nella visione di Leon Battista Alberti, bello, buono e vero tornano insieme, ma camminano per strada, con e tra i cittadini…

Nell’architettura degli spazi aperti pubblici uno dei punti più alti è rappresentato dalla strada fiancheggiata da portici su entrambi i lati. Si tratta di una delle invenzioni più straordinarie della città cristiana, frutto della fusione della strada porticata della romanità antica con il tessuto abitativo. La strada porticata della cristianità sia una successione di interni basilicali (con il cielo a fare da volta alla navata principale). In questo modello, prediletto da Leon Battista Alberti, rifulge il carattere ospitale dell’architettura urbana» (ivi, 51-52; 48; 63).

Quando Ferrara è bella? Quando resta una domanda aperta all’umano

Anche il nostro Carlo Bassi in Perché Ferrara è bella ricorda Leon Battista Alberti e la sua De re aedificatoria, che egli commentava con il duca Ercole nei quotidiani incontri in cui parlavano di architettura e teatro, e della sua teoria del continuum tra città antica e città nuova nel loro sviluppo armonico come espressione della città ideale:

«Uno dei “dettagli” più significativi che Ferrara ci presenta è la figura dell’incrocio, utilizzata, nel medioevo, per i suoi valori funzionali nel tessuto urbano a trama prevalentemente rettilinea, e che compare, nella Addizione di Biagio Rossetti con un alto valore simbolico, perché si pone come baricentro ordinatore del tessuto nuovo che dovrà formarsi attorno ad esso» (ivi, 182). Come a dire anche, il nuovo che dovrà formarsi attorno alla città bella sarà la novità di una la città giusta che chiede una nuova addizione e nuovi incroci a fare da baricentro al convenire umano delle diversità e a nuove presenze comunitarie.

In un altro testo l’architetto Bassi precisa che Leon Battista Alberti «non cade, nel suo ideale disegno della città, in una utopica fuga in avanti o in una cristallizzazione di contenuti e di forme solo teoricamente alternative, ma prefigura la città come problema aperto negando la possibilità di una semplicistica soluzione di tutti i suoi problemi tramite l’adozione di una forma astrattamente perfetta», ma punta «a definire l’organismo nel suo complesso, come una sorta di continuum che si configura mutevolmente.

Quindi continuità che determina unità fra città medioevale e città progettata, estensione che delinea, alla fine, la forma di una ‘città nuova’ dove convivono, senza gli astratti furori delle forme cristalline, il passato e il futuro entro la cerchia delle mura pentagone» (Ferrara. Lessico di architettura, “frammenti di un discorso amoroso”, G. Corbo Editore, Ferra, 2005, 226-227).

La città come «luogo dell’amicizia degli uomini»

Scrive don Luigi di Liegro: «Le città hanno sempre rappresentato, nei secoli e nei millenni della storia dell’uomo, la fucina più ricca, l’espressione più compiuta, il cuore stesso della civiltà. A sottolineare il carattere di centrali di comunità rispetto sia alla storia civile sia a quella della redenzione, san Tommaso definisce la città come “luogo dell’amicizia degli uomini”, cioè del loro riconoscimento comunitario, dell’affermazione della loro solidarietà e della loro reciproca carità.

L’attenzione della Chiesa, quale comunità dei credenti che vive e opera nella storia, nei confronti della città, di ogni singola città, non è mai e non può essere un fatto contingente, ma esprime la centralità del messaggio cristiano rispetto alla storia; per questo è naturalmente un’attenzione viva, che, cioè, non si limita a osservare, ma incide, vuole e deve incidere nella vita stessa della città; un’attenzione che è stata e vuole essere lievito: lievito di civiltà e di promozione umana» (La città giusta, 90-91)

Partecipazione è ripartire dalla gente

Di Liegro scriveva nel 1985: «Di fronte al fenomeno della crescita di attese di “giustizia e carità»” (nella città di Roma) e del cambiamento del clima dell’interesse collettivo intorno alla domanda sociale, le stesse amministrazioni locali non hanno risposto, né con una capacità di analisi e di programmazione, né con la sollecitazione di partecipazione sociale.

Talvolta ci si è limitati a inseguire i bisogni, spesso a scopo di allargare il consenso. L’effimero è stato un fatto emblematico di un certo modo di fare politica… La partecipazione va intesa invece come il tentativo di porsi dalla parte della gente, che non ha altro interesse da avanzare che quello delle risposte ai loro diritti fondamentali. Gente che non ha la forza di farsi sentire, che non ha forza politica, né ha coscienza di dover rappresentare un problema collettivo.

Partire da questa gente è “ripartire dagli ultimi”: i senzatetto, i disoccupati, quanti sono privi di istruzione e di salute; ma non significa fermarsi a questi. Cioè non è possibile fare un discorso sulle disuguaglianze fermandosi all’ultimo anello sul quale si scaricano tutte le tensioni, tutte le difficoltà, senza poi domandarsi di quale catena quest’ultimo anello fa parte e quali responsabilità ci sono dall’altra parte.

Perciò il discorso deve cadere sulla cattiva amministrazione, sugli sprechi e sui privilegi, se si vuole che l’obiettivo sia quello di una politica di integrazione globale nella società delle persone che si trovano in situazione di emarginazione. Un discorso, quindi, sull’organizzazione o sulla disorganizzazione dei servizi, sulla giustizia, sulla gestione delle risorse, sulla capacità di rappresentare queste esigenze… Fare politica non significa necessariamente ed esclusivamente fare partito, fare politica significa sentirsi servi di tutti, soprattutto servi dei più poveri ai quali molto spesso viene rifiutata la cittadinanza, come a Gesù Cristo quando venne in mezzo a noi», (ivi, 119-120; 173).

La chiesa nella città: il vangelo tra la gente

«Parlare della città credo sia uno degli argomenti più suggestivi che la Chiesa possa trattare, perché parlare della città non significa parlare di qualcosa di estraneo, ma del luogo dove il Signore l’attende. Infatti il luogo dove la Chiesa opera e rivela il mistero di Dio è di fondamentale importanza, perché è dal luogo, dai suoi abitanti, dalle caratteristiche, dalla tradizione, dalla civiltà del territorio che la Chiesa assume tutta la sua dimensione di servizio all’uomo, di solidarietà, di comunione e servizio della testimonianza della carità di Dio. In altri termini le caratteristiche del luogo e dei suoi abitanti sono una provocazione alla missione della Chiesa – sia per i suoi problemi e per i suoi peccati sia per i suoi valori – perché la fanno uscire da sé stessa per essere incarnazione della Parola», (ivi, 167).

Dov’è il cuore della città?

Dal cuore sepolto di Kavafis al cuore perduto di Luzi.

Mario Luzi nella poesia Ma dove, tratta dalla raccolta Nel Magma (1963), passa dall’ermetismo degli inizi a una poesia civile: non tanto ideologica, militante, ma dantesca, intesa come un viaggio tra la gente nella ricerca di un polo di salvezza nel magma della modernità. Una poesia dialogica e profondamente immersa nella realtà storica della sua città Firenze, che ai suoi occhi sembra aver perso il cuore, divenuto errante in cerca di rifugio e relazione. E per ritrovarlo occorre responsabilità personale e una fede attiva ancora capace di credere nell’umano. Per questa via il cuore della città lo si troverà dislocato nel cuore stesso dell’uomo che si incontra strada facendo con la gente nella città: «Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta».

Ma dove
«Non è più qui» insinua una voce di sorpresa
«il cuore della tua città» e si perde
nel dedalo già buio
se non fosse una luce
piovosa di primavera in erba
visibile al di sopra dei tetti alti.
Io non so che rispondere e osservo
le api di questo viridario antico,
i doratori d’angeli, di stipi,
i lavoranti di metalli e d’ebani
chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
e spandersi un po’ lieti e un po’ spauriti nei vicoli attorno.
«Non è più qui, ma dove?» mi domando
mentre l’accidentale e il necessario
imbrogliano l’occhio della mente
e penso a me e ai miei compagni, al rotto
conversare con quelle anime in pena
di una vita che quaglia poco, al perdersi
del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.
Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta stretta.
(Mario Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1993, 340)

Cover: Porticato della Certosa di Ferrara (Foto di Jade Palace da Pixabay)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Risonanza a ritmo di rock

Risonanza a ritmo di rock

“Si metta la cuffia nelle orecchie, si rilassi e non si muova”.
Facile a dirsi.
Mi inseriscono un ago in un braccio poi mi infilano dentro un tubo bianco che, a prima vista, sembra una lavatrice per centrifugare gli esseri umani.

Mi spiegano che sentirò dei rumori [1].
Dei rumori?
Parte il primo, fortissimo: TUM! TUM! TUM!
Ah, bene.

Decido di non farmi spaventare e trasformo quei rumori in musica che conosco.
Il suono è quello di una batteria molto ritmata… Riconosco l’inizio di “Rock & Roll” di Gary Glitter.
Poi: TRRRRRRRRR!

Entra una chitarra elettrica suonata con la grattugia: fingo di essere un concorrente ad un quiz televisivo e schiaccio il pulsante: è l’assolo di Tom Morello in “The ghost of Tom Joad”.

Breve pausa con il sottofondo di batteria di prima e poi: CLANG! SLAP! CLANG!
Questo è quasi sicuramente il basso di Victor Wooten.

Pochi minuti dopo, il rumore cambia, come pure il ritmo: TAKITÀ DHI TARITÀ
Sembra una voce che mi percuote. Distinguo il canto kannakol [2] del grande batterista Ranjit Barot.

A quel punto capisco: non sto facendo una risonanza magnetica, sto partecipando a un concerto organizzato da un elettrodomestico.
Il batterista è una macchina infernale con problemi di rabbia.
Il chitarrista ha una creatività unica ma non riesce a grattugiare il parmigiano sui maccheroni.
Il bassista pizzica e picchia il basso con fare sadomaso.

Io sono il cantante, ma non posso cantare.
Non posso muovermi.
Non posso nemmeno tossire.
Quindi canto nella testa.

E parte il pezzo: TUM! TUM! TUM! TRRRRRR! CLANG! TAKITÀ!
Il pubblico, composto da migliaia di globuli rossi e piastrine, è in delirio.
La macchina sembra aumentare il volume.
TUMTUMTUMTUMTUM! TRRRRRR! CLANG! TAKITÀ!

Ormai siamo al gran finale.
Immagino le luci, il fumo, le chitarre sollevate al cielo.
Io sul palco, capelli lunghi al vento.

Poi mi ricordo di essere sdraiato dentro un tubo con un camice addosso… solo e con i miei capelli invisibili.
Pazienza.
Il rock è anche questione di immaginazione.

Dopo trenta minuti circa l’esibizione sembra finire…
Invece mi iniettano il liquido di contrasto e il concerto riparte… forse è il bis. Dura 5 minuti
Ora finalmente il silenzio.

La macchina mi sputa fuori…centrifugato.
Il tecnico mi chiede:
“Tutto bene?”
“Benissimo” rispondo.

Sempre il tecnico mi dice di aspettare fuori perché sta masterizzando il CD e poi me lo consegnerà.
Cavoli, penso io…sono avanti qui a Santa Maria Maddalena, hanno registrato un bootleg del concerto che era nella mia testa e mi danno già il CD.

La verità la scoprirò 10 minuti dopo… non è un CD musicale ma contiene le immagini della risonanza magnetica.
Peccato per il concerto ma, per fortuna poche ore dopo, il referto che mi è arrivato mi ha tranquillizzato più della musica che mi ha accompagnato durante l’esame.

Note:

[1] Il forte rumore della risonanza magnetica è causato dalle rapide vibrazioni delle bobine di gradiente, parti interne della macchina, che si muovono continuamente per creare le immagini. Si sentono colpi ritmici, ticchettii, battiti forti o fischi elettronici che cambiano a seconda del tipo di scansione in corso. Il volume può raggiungere i 110-120 decibel.

[2] Il konnakol è l’antica arte indiana di eseguire sillabe percussive con la voce.

In copertina: Un’elaborazione grafica di Mauro Presini.

Per leggere invece tutti gli articoli di Mauro Presini su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Cosa ha cambiato Anne Carson?

Cosa ha cambiato Anne Carson?

Lo confesso: tifavo per Mia Couto. Ma quest’anno il Nobel per la Letteratura è andato ancora una volta alla poesia (dopo Louise Glück nel 2020), ancora una volta a una canadese (dopo Alice Munro nel 2013) e ancora una volta (evviva!) a una donna: Anne Carson.

E pensare che era una decina d’anni che speravo nel premio Nobel alla poetessa, filologa, saggista e traduttrice canadese e pochi anni fa ne parlavo nel ricordare un amico.

Nel giorno della proclamazione, altri miei amici, buontemponi, mi avevano inviato un falso whatsapp annunciandomi che anche quest’anno la Carson non ce l’aveva fatta e che il premio era stato assegnato al mozambicano Mia Couto che sapevano essere, ripeto, il mio favorito di quest’anno, primo perché scrive in una lingua sonoramente latina, il portoghese; secondo perché quando avevo letto il suo capolavoro edito da Guanda nel 1999, Terra Sonnambula, rimasi positivamente impressionato dal romanzo, fin dall’esergo che l’autore aveva scelto e che riporto qui di seguito:

«Si diceva di quella terra che era sonnambula. Perché mentre gli uomini dormivano, la terra si muoveva nello spazio e nel tempo. Quando si svegliavano, gli abitanti guardavano il nuovo volto del paesaggio sapevano che quella notte erano stati visitati dalla fantasia del sogno» [Credenza degli abitanti di Matimati].

E infine, la mia preferenza per Couto dipendeva da quella atmosfera da realismo magico resa nella narrazione di una storia che raccontava, sì una guerra di liberazione dal colonialismo portoghese dello stato africano del Mozambico, ma che iniziava con una…borsa nascosta che conteneva numerosi quadernetti scarabocchiati con una scrittura incerta.

Un incipit dunque ad alto tasso di coinvolgimento degno, some scrissero Doris Lessing e Luis Sepulveda, di uno dei più grandi capolavori della letteratura africana del XX secolo.

E vabbè. È andata così: quando mi stavo preparando per scrivere un pezzo su Mia Couto, falsamente ispirato dallo scherzo dei miei suddetti (e cosiddetti) amici, sono venuto a sapere della Carson e dunque sono stato ben felice di dirottare la penna sulla mia amata e preferita candidata al Nobel di questi ultimi anni.

Sfogliando tra i miei quadernetti scarabocchiati da una scrittura altrettanto incerta ho ritrovato in quello del 2020 uno strano appunto: annotavo che qualcosa di anomalo stava accadendo nell’Universo; se vi ricordate – e come si fa a dimenticare? – dalle nostre parti impazzava il Covid-19 e a mala pena riuscivamo ad esorcizzare il tempo lungo ed infinito da passare nelle costrizioni dell’isolamento, ascoltando musica, guardando serie TV e leggendo libri.

Sì. Stava proprio accadendo qualcosa di anomalo, anche perché, accendendo la TV, riuscii ad imbattermi in una bellissima serie diretta da Luca Guadagnino (We Are Who We Are) e, soprattutto, cominciai a leggiucchiare Autobiografia del Rosso di Anne Carson (La Nave di Teseo, 2000).

Oggi capisco che le due opere, la serie di Guadagnino e il poema di Anne Carson, trattavano lo stesso argomento. Parlavano dell’Origine, di quando cioè gli “istinti naturali” o, meglio sarebbe dire, le emozioni umane, non si erano ancora cristallizzate in sentimenti.

I giovani protagonisti della serie di Guadagnino, Kate e Frazer al pari del giovane Gerione del poema della Carson, iniziavano a percorrere tutte le tappe di quel volo scomposto e incerto che è l’approssimazione all’amore. Gli scali di quel volo verso IL sentimento si chiamavano rabbia, desiderio, paura, ansia, aggressività.

La prefazione della Carson aveva come titolo Carne rossa: cosa cambiò Stesicoro? Alcuni brevi passi di questa potente prefazione possono da soli rappresentare la prova migliore di quanto questo premio sia stato ampiamente meritato.

Stesicoro è stato «…il più omerico dei poeti lirici. Genio squisito nell’uso degli aggettivi…» e qui, arriviamo al nocciolo della domanda che dà il titolo alla prefazione: «… Forse può esserci utile un parallelo. Volendo riassumere in una frase l’unicità di Picasso, Gertrude Stein disse: “Era uno da cui uscivano cose”. E allora di Stesicoro potremmo dire: “Era uno da cui uscivano aggettivi”».

«Cosa è un aggettivo? I nomi designano il mondo. I verbi attivano i nomi. Gli aggettivi vengono da altrove. La parola “aggettivo” (epitheon in greco) è a sua volta un aggettivo che significa “soprammesso”, “apposto”, “aggiunto”, e quindi “importato”, “straniero”».

La Carson qui ci svela e ci fa capire che questi piccoli meccanismi importati che sono gli aggettivi sono i veri e propri “cardini dell’Essere”: «…In Omero gli epiteti sono espressioni fisse con cui l’autore assicura ogni elemento del mondo …» alla propria consuetudine, a quella, diremmo oggi, comfort zone che consentirebbe anche un loro uso epico.

Prendendo in prestito l’immagine della Carson, potremmo dire che i “cardini dell’essere” non erano altro che il dentro e il fuori dalle porte Scee di Troia. Achei e Troiani, vincitori e vinti: gli esseri ruotavano “banalmente” e meccanicamente su cardini rigidi, inamovibili, riconoscibili.

Così in Omero le donne sono “amabili” e dalle “belle caviglie”; il mare è “infaticabile” e “del color del vino”. Ecco, per un motivo che nessuno è mai riuscito a spiegare, Stesicoro cominciò a smontare i cardini, a liberare l’essere. E come la racconta questa “semplice” operazione la Carson?

Così: «[con Stesicoro]…tutti gli elementi del mondo si animano di vita propria. Di colpo non c’era più niente che impedisse ai cavalli di avere “zoccoli cavi”…O agli inferi di essere “profondi” quanto alto è il cielo». D’improvviso i fiumi potevano apparire “argentei” e i bambini restare “indenni”. Un insonne poteva vivere “privo di gioia” e un … eccidio essere “nero come la pece”.

Se Stesicoro fosse stato un poeta convenzionale avrebbe raccontato l’uccisione di Gerione, il mostro alato rosso, da parte di Eracle, proprio dal punto di vista di quest’ultimo, l’eroe greco per eccellenza, e produrre così il solito elettrizzante ed epico racconto della vittoria della cultura sulla barbarie.

Ma la Carson fin da questa sua impresa filologica e poetica vuole aiutarci a provare la…”gioia del sublime”, che significa essere dentro il potere creativo della poesia e farci condividere un po’ di quella vita elettrica dell’artista che, tramite la sua creazione, ti consente di “traboccare di gioia” con lui o con lei, empatizzare dunque attraverso i vari Gerione, Kate e Franzen anche con il poiein, cioè il fare artistico dell’autore e dell’autrice.

Se quindi la Carson ci ha aiutato a comprendere la poesia attraverso questa immagine di un poeta dal quale sono cominciati ad uscire gli aggettivi, potremmo senz’altro concludere con un’analoga domanda riguardante la Carson: Cosa ha cambiato Anne Carson nella poesia per meritare il Nobel di quest’anno?

E mi permetto umilmente di avanzare una risposta. Al pari di Stesicoro e di Picasso anche dalla Carson escono cose e sono le citazioni (quote in inglese). Le citazioni, a volte da sole, ti tengono in quota e di fatto sono uno spicchio di quel “frutto” chiamato, appunto, “sublime”, del quale appena avuto un assaggio, subito ne vorremmo provare un altro boccone con la curiosità di scoprirne il vero sapore come invocano i gerioni, le kate e i frazer, di ieri e di oggi.

Ecco cosa ha fatto e continua a fare la poesia di Anne Carson, ci tiene in quota, nei vari scali che facciamo, per avvicinarci sempre più al Sublime.

Cover: La lettura di Anne Carson, finalista ai National Book Awards 2024 – foto Wikimedia Commons

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Nobel a Navi Pillay: difendere la Corte penale internazionale è difendere la pace

Nobel a Navi Pillay: difendere la Corte penale internazionale è difendere la pace

Nobel a Navi Pillay: difendere la Corte penale internazionale è difendere la pace

Il Nobel per la pace alla giurista sudafricana Navi Pillay è un’affermazione dell’umanità del diritto. Ribadisce che non può esserci pace duratura senza giustizia, ma anche che nessun potere può collocarsi al di sopra del diritto.

Mai come oggi dobbiamo difendere la Corte penale internazionale e la sua indipendenza dagli attacchi di Trump.

Le sanzioni americane contro la Corte e il rifiuto del mandato d’arresto contro il premier israeliano esprimono la pretesa inaccettabile di sottrarre i potenti e i loro alleati al giudizio.

Il caso dell’ex presidente filippino Duterte, rinviato a giudizio davanti alla CPI per crimini contro l’umanità legati alla sua “guerra alla droga”, richiama ciò che accade oggi nei Caraibi.

Gli attacchi dell’amministrazione Trump contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, denunciati dall’Alto commissario ONU come uccisioni extragiudiziali, ripropongono la stessa logica: il sospetto diventa condanna a morte senza processo. Neanche le pessime convenzioni sulle droghe autorizzano a uccidere fuori dalla legge.

L’Italia ha una responsabilità speciale: promosse la nascita della Corte ospitando la conferenza che il 17 luglio 1998 adottò lo Statuto di Roma. Emma Bonino, che abbiamo ricordato in consiglio comunale, ebbe un ruolo fondamentale.

«È giunto il momento di spezzare il circolo vizioso della violenza, di porre fine all’impunità e di dimostrare la determinazione della comunità internazionale ad affermare il primato dello Stato di diritto»: così la CPI, riprendendo le parole che pronunciò da commissaria UE per gli affari umanitari, l’ha salutata un mese fa.

Bonino definiva la CPI «strumento di pace e di diplomazia preventiva».

Onorare quella storia significa agire: contrastare le sanzioni imposte da chi ha deciso di riportare il calendario della civiltà occidentale indietro di tre secoli, mandando in diretta streaming le esecuzioni capitali; proteggere chi amministra la giustizia internazionale; cooperare con la Corte, dando esecuzione ai suoi mandati, a differenza di quanto fatto dal governo Meloni nel caso Al-Masri.

L’Italia e l’Europa devono scegliere il diritto, anche quando a violarlo sono gli alleati.”

Cover: Navi Pillay – foto wikimedia commons

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Parole a capo. Francesco Papallo: "Il tradimento dei girasoli" e altre poesie

Parole a capo /
Francesco Papallo: “Il tradimento dei girasoli” e altre poesie

Parole a capo. Francesco Papallo: “Il tradimento dei girasoli” e altre poesie  

IL TRADIMENTO DEI GIRASOLI

Da nomade fissavo le tende
sulla graticola dello scirocco
e da un deserto all’altro meditai
su quante spine chiamare diamanti.
Ma persi il conto e fui disarcionato
dal dorso di scorpione delle dune.

Chi scappava temendomi predone
vedeva occhi screziati e inopportuni
come coriandoli in un lazzaretto,
due girasoli portati a tradire
corolle per criniere,
il giorno per la notte e il plenilunio.

 

L’ECLISSI

Squarciato il tetto, la casa è un solaio.
Le macerie imbandiscono la tavola.
(Una porzione abbondante per tutti).

È presto. Non andare. Stammi accanto.
In gola ho una faretra di singhiozzi.
Aiutami ad estrarli
se la tristezza mi tende il suo arco.

O andiamo insieme al mare
per guardare l’eclissi. Affrontiamo
la piovra e il suo plotone di tentacoli:
meglio vedersela con certi mostri
che accettare la fine, mostruosa in quanto tale.

Perdona l’impudenza: cosa ti fa
felice? Aspetta, non rispondere.
Va bene se hai paura delle onde
tumultuose. Va bene se hai paura
del mare aperto e cerchi l’acqua morta
di una laguna nell’insenatura.

*

 

I GIARDINI NON CINTI DA MURA 

Gli ultimi ad essere creati
– i più fedeli alla sua immagine –
furono loro, i teneri stoppini
dei tuoi capezzoli: il paradiso,
al confronto, era l’argilla cruda,
incompiuta sul tornio, di un artista
nella palude del suo fallimento.

Lì ho assaporato l’innocuo tepore,
il lievito del rogo e la caduta,
lì ho visto crescere lussureggianti
giardini non cinti da mura
dove in un sorso il calice si svuota
dei secoli a venire, dove tracima
l’uno da noi due.

 

*

 

IL LAMPO DURA NELLA NEVE

Tutto il mio nulla è stato perdonato
dalla vita. Ne vengo condannato,
piuttosto, quando ricerco l’ebbrezza
senza schiacciare nulla fino al mosto.
Io non volevo – quanta presunzione –
lasciare delle tracce,
pensavo fosse questa l’innocenza.
Ma accade in un momento di candore:
mi rivedo in montagna, scalatore
in erba che allenava l’orecchio
al minimo belato della neve.
La mia memoria stona con le note del presente,
restituisce un lampo di magnesio
alla durata.

 

*

 

A MIA MADRE

Porti due lacrime di ogni specie,
le prime capitali del diluvio.
Ci sono quelle azzime, dolori
con un impasto povero di sale –
ci sono quelle escluse,
le impure fuori casta
costrette come sintomi e metafore
a fare il periplo intorno al reale.

Per un eone ne saremo intrisi.
Tu annoderai le opere terrene
all’intelaiatura degli stormi,
io passerò l’aratro in una ruga,
camminerò all’indietro fino ai tempi
in cui l’uomo commosso trasaliva
davanti al rantolo delle sue prede.

Madre, l’arte iniziò come discolpa:
ridare vita a chi l’aveva persa,
renderla sempreverde, più feconda
di verità alla bocca dell’inferno.

 

*

Francesco Papallo è nato nel 1987 a Napoli dove vive e lavora come editor. Alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati da Elio Pecora nella rivista “Poeti e Poesia”, nell’antologia “I nuovi lirici” curata da Silvio Raffo, nell’antologia “L’assedio della poesia” curata da Antonio Spagnuolo, nell’antologia “Napolesìa” curata da Ferdinando Tricarico, Costanzo Ioni e Luca Ariano, nella rivista “La clessidra”, “Malpelo” e in altre riviste e blog letterari tra cui “Atelier”, “Inverso”, “Kairos”, “Le parole di Fedro”. Alcuni suoi articoli e racconti brevi sono apparsi sul “Manifesto” e sul “Mattino”. La sua raccolta poetica d’esordio “La linfa della cenere” sarà pubblicata nell’autunno del 2026 per i tipi di Editoriale Scientifica. Altre poesie di Francesco Papallo sono state pubblicate in “Parole a capo” il 7 dicembre 2023.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’ IBAN: IT75P0538713004000003826665

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 359° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Cover: Foto di Rainhard Wiesinger da Pixabay
La finta polarità Perché mercato globale e critica del mercato finiscono spesso per volere la stessa cosa

La finta polarità
Perché mercato globale e critica del mercato finiscono spesso per volere la stessa cosa

La finta polarità
Perché mercato globale e critica del mercato finiscono spesso per volere la stessa cosa

Fino a qualche anno fa veniva raccontata una mappa politica molto semplice che ha ancora un suo peso specifico: da una parte un mondialismo finanziario e tecnocratico che spinge verso l’occidentalizzazione del pianeta in nome dei libero mercato; dall’altra un’opposizione che si dichiara anticapitalista, critica del neoliberismo, essa stessa organizzata su scala globale in nome dei diritti umani.

Due poli, un conflitto. Era ed è ancora una mappa per taluni rassicurante. Ed è, nella sua parte più istituzionalizzata e visibile, largamente imprecisa se non falsa. Imprecisa  innanzitutto, perché riguarda una popolazione assolutamente minoritaria sul pianeta quale è quella sedicente “occidentale” con la sua pretesa universalistica (stimiamo 0,8 – 1,2 miliardi di umani a seconda dei criteri di aggregazione su più di 8 miliardi complessivi).

La stessa idea di individuo

Secondariamente suona falsa, non perché le due posizioni coincidano nei contenuti dichiarati; ma perché condividono, per grandi linee, la stessa idea di persona umana (l’individuo sciolto da ogni appartenenza, libero di ricomporsi come meglio crede) e lo stesso lessico di legittimazione (quello dei diritti individuali).

Il polo finanziario la  chiama libertà di mercato e di movimento del capitale. Il polo che si dice anticapitalista – nelle sue componenti più istituzionalizzate – la chiama liberazione dalle strutture oppressive.

L’accento cambia, la grammatica antropologica sottostante che lo sostiene, no. Entrambi i poli, per ragioni opposte nelle premesse, ma identiche negli effetti, trattano allo stesso modo il vero ostacolo comune: tutte le forme sociali aggregate, che si pongono prima della scelta del cittadino/consumatore universalizzato, si mostrano come istituzioni tradizionali e ruoli ascritti.  

Famiglia tradizionale, comunità religiosa, nazione, comunità e cultura tradizionale, identità razziale, istituzioni locali storicamente radicate, perfino sesso, genere, età — insomma: tutto ciò che produce appartenenza e vincola l’individuo prima che egli scelga cosa essere — sono un freno tanto alla piena mobilità del capitale quanto alla piena disponibilità del soggetto come destinatario di advocacy (difesa) universalista.

Chi contesta l’ordine dominante ne adotta il repertorio simbolico

Non serve immaginare un accordo, tantomeno un complotto. Basta un meccanismo che la sociologia politica del primo Novecento aveva già isolato con precisione. Robert Michels mostrò che ogni movimento, per avere efficacia, deve strutturarsi — e ogni struttura genera un ceto di gestori i cui interessi di sopravvivenza organizzativa finiscono per convergere con quelli delle istituzioni già esistenti, semplicemente perché è con quelle che occorre negoziare finanziamenti, visibilità, un posto ai tavoli internazionali.

Vilfredo Pareto aggiunse il tassello mancante: un’élite che contesta l’ordine dominante, per affermarsi davvero, finisce per adottarne il repertorio organizzativo e simbolico. 

Non tradimento. Condizione stessa della presa di potere in un campo le cui regole — lessico dei diritti, forma organizzativa transnazionale, capitale culturale accademico-mediatico — sono già state scritte da altri.

L’anticapitalismo che si istituzionalizza — ONG internazionali, fondazioni filantropiche, reti di advocacy, una parte consistente dell’accademia globalizzata — non tradisce per corruzione dei singoli. Si struttura invece e la struttura lo rende omologo, nella forma non meno che nel linguaggio a ciò che dice di combattere.

Il capitalismo finanziario non teme l’autonomia degli individui: se ne nutre

C’è un secondo argomento, più fine, offerto oltre due decenni fa da due sociologi francesi, Luc Boltanski ed Ève Chiapello (in un testo ormai classico: Il nuovo spirito del capitalismo): il capitalismo post-fordista ha digerito con straordinaria efficienza proprio la critica (recente) centrata su autenticità e autonomia individuale, molto più facilmente di quanto abbia mai digerito quella (passata) centrata su sfruttamento e disuguaglianza materiale.

La sinistra novecentesca, nata come critica materialista, si è progressivamente spostata su questo secondo terreno proprio mentre il capitalismo finanziario imparava a farne il proprio combustibile. Un capitalismo flessibile e finanziarizzato non teme chi gli chiede più autonomia, più mobilità, meno vincoli identitari: anzi, se ne nutre.

Ne fornisce una controprova empirica il sociologo francese Emmanuel Todd, mostrando come le società a struttura familiare più individualizzata, con legami intergenerazionali deboli — tipicamente anglosassoni –  sono anche quelle dove l’individualismo liberale attecchisce con minore attrito, tanto nella versione di mercato quanto in quella progressista.

Non stupisce che l‘establishment progressista-finanziario globale prosperi proprio lì, mentre le resistenze culturali più tenaci — al mercato dispiegato non meno che alla decostruzione identitaria — vengano da società a struttura familiare maggiormente comunitaria (Qui)

Il contro-movimento che dice di rispondere alla logica mercatista finanziaria

Karl Polanyi (1886-1964) insegnava ai suoi tempi che alla disarticolazione mercatista della società, la società civile avrebbe reagito storicamente con un contro-movimento protettivo: creando corpi intermedi come sindacati e associazioni, apparati di  welfare, regolazione pubblica. Cosa effettivamente successa nel dopoguerra e con indubbi benefici.

Oggi però, il contro-movimento auspicato da Polanyi, nella sua ala dominante, ha sostituito la protezione della comunità concreta con la protezione dell’individuo astratto. Si è convertito, in parte, nel proprio opposto: un movimento di liberazione dell’individuo da ogni comunità concreta, esattamente ciò di cui il mercato globale ha bisogno per prosperare e completare la propria opera.

C’è una controprova che rafforza questa tesi invece di indebolirla. Il campo dei tecno-ottimisti e accelerazionisti (Qui) da Ray Kurzweil a Peter Thiel, da Nick Land a Nick Bostrom — è quanto di più lontano si possa immaginare dalla retorica progressista dei diritti umani. Eppure anche qui la convergenza regge, sia pure con segno opposto: l’accelerazionismo teorizza esplicitamente il capitalismo come processo che dissolve ogni forma sociale precedente, in nome di un’efficienza che trascende la scelta politica.

Il punto di contatto con l’anticapitalismo istituzionale non è nei contenuti — gli accelerazionisti disprezzano il linguaggio progressista (vedi Qui)— ma nella funzione: entrambi i poli trattano quelli che sopra abbiamo definiti come corpi intermedi (secondo Polanyi), istituzioni tradizionali e ruoli ascritti, come attrito da rimuovere: l’uno in nome dell’efficienza tecnica, l’altro in nome dell’emancipazione individuale.

Esistono ancora correnti anti-capitaliste autentiche?

Se questa è una tendenza strutturale e oggettiva, essa non va assolutizzata poiché non è, credo ed auspico, un destino universale senza eccezioni. Esistono infatti correnti anticapitaliste che questa cattura l’hanno teorizzata e compresa e se ne sono divincolate: la sinistra “decrescitista” di ispirazione illichiana, il municipalismo che ricostruisce corpi intermedi locali invece di dissolverli, la critica anti-imperialista che smaschera l’interventismo umanitario come prosecuzione della geopolitica occidentale, la critica interna alla “ONG-izzazione” dei movimenti sociali. 

La formulazione più difendibile dunque, non è che l’intero anticapitalismo sostenga la globalizzazione mondialista, ma che la sua ala istituzionalizzata e internazionalmente interconnessa — quella con accesso ai tavoli ONU, alle grandi fondazioni (un caso esemplare Qui), ai circuiti accademici globali, ai media mainstream — converga strutturalmente con il polo che dichiara di avversare. Le ali più radicali, meno finanziate – per fortuna –  restano eccentriche rispetto a entrambi, e per questo doppiamente marginalizzate: estremiste per il mainstream progressista, irrilevanti per quello tecno-liberale.

Sotto questo profilo, la mappa dominante da cui siamo partiti — volgarizzata anche come: sovranismo contro globalismo, identitarismo progressista contro populismo nazionale — descrive ancora nella percezione di molti una faglia reale, ma certo non la più profonda. 

Ce n’è una seconda, più difficile da nominare perché attraversa il campo che si autorappresenta come opposizione al sistema: la faglia tra chi tratta l’appartenenza come ostacolo da dissolvere (in nome del mercato o dei diritti, indifferentemente) e chi la considera condizione d’essere di ogni possibile resistenza reale.

Riconoscerla non è un invito al tradizionalismo. È un invito a diffidare di ogni mappa politica che si presenti come naturale, e a chiedersi, di fronte a chi si dichiara critico del sistema, quale effetto produca davvero sui “corpi intermedi” (oltre che sui ruoli ascritti e sulle forme culturali tradizionali) — indipendentemente dal linguaggio con cui si giustifica.

In copertina: Foto di Thomas Ulrich da Pixabay

Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore

vite di carta Se Medusa sono io

Vite di carta /
Se Medusa sono io

Vite di carta. Se Medusa sono io

Se Medusa sono io e la mia vera identità mi balza addosso alla fine del libro, a te lettore vengono concesse due irregolarità. La prima è che se ne parli non puoi non svelare come va a finire la storia. L’altra è che dopo avere letto l’ultima pagina sarai spinto a riavvolgere il nastro della narrazione e a riattraversare il libro. 

A parlarmi è Nilo, l’adolescente protagonista de Il custode, l’ultimo romanzo scritto da Niccolò Ammaniti e presentato insieme a Gaia Manzini al recente Festivaletteratura a Mantova.

Nilo è la voce narrante della storia: siamo in un borgo di mare della Sicilia, dove la famiglia Vasciaveo gestisce un’attività di lavorazione del marmo. Nilo, tredicenne, sua madre Agata e la zia Rosi in realtà custodiscono nel seminterrato ombroso dove vivono un segreto ancora più buio.

Chiusa con tre lucchetti nel bagno c’è Medusa, creatura antica che i Vasciaveo custodiscono da generazioni. Medusa va curata con attenzioni particolari che tocca ad Agata rispettare: entrare in bagno a occhi bendati e lavare con cura il corpo squamoso della creatura, cercando di evitare il suo sguardo e le serpi sibilanti che ha sul capo.

A Nilo resta il tormento di sentirla camminare sui tacchi avanti e indietro, notte e giorno. C’è di più, a volte il potere che ha di pietrificare ogni cosa con lo sguardo viene usato per far sparire i corpi delle vittime di mafia su richiesta dei capi locali.

Agata è la figura dominante, vero demiurgo della semioscurità: dà ordini alla sorella ed educa Nilo con il rigore che richiede il mistero racchiuso nella casa. A Nico è precluso di stringere vere amicizie e relazioni sociali, con la sola eccezione della scuola, la sera va trascorsa tra le mura di casa, soprattutto va difeso a oltranza il segreto.

Il romanzo è per buona parte della storia un romanzo di formazione e segue la crescita del ragazzo secondo l’antico paradigma familiare.

Quando però Nilo conosce Arianna, capitata lì nel paese con la figlia, prova per lei una attrazione fortissima che scompiglia le carte e lo mette di fronte a una nuova dirompente passionalità.

Il sentimento dell’amore lo traghetta fuori dall’infanzia, lo porta al rifiuto di un destino preordinato da cui ora si sente soffocato.

Non dirò altro sulla trama: il lettore si aspetta che il libro racconti di Nilo e dei suoi tentativi di conquistare Arianna, staccandosi dalla severa tutela della madre. Questo effettivamente accade, e accade che la forza dell’amore che occupa Nilo si riveli dirompente, alla fine distruttiva.

Mi preme arrivare in fondo a considerare gli effetti che produce il finale, quando Nilo deliberatamente apre gli occhi e li punta su Medusa.

Il primo effetto di cui ho fatto cenno nell’incipit è che salta l’intero schema narrativo costruito sulla famiglia Vasciaveo. Il segreto custodito per generazioni è infranto, Nilo ha fallito la sua missione di diventare dopo Agata il custode di Medusa.

Non è tuttavia l’effetto più dirompente. Che si sprigiona invece dall’ultimo flash back: l’ultima pagina ci riporta indietro di tredici anni, al momento in cui Medusa partorisce aiutata da Agata e Rosi. La voce narrante registra le voci alterate della partoriente e del bambino che nasce: “Le grida sovrumane di Medusa si univano agli strilli di chi veniva al mondo. Io“.

A Nilo, che con lo sguardo di Medusa addosso ha sentito le serpi occupare il proprio capo e le squame diffondersi sul corpo, è toccato scoprire per sé una identità altra, più che umana. Nessun tempo della vita degli umani ora può riguardarlo.

È stato il custode, pur se approssimativo, di Medusa chiusa nel bagno, ora è il custode di se stesso. Ha preso le distanze dalla prigionia di una missione impostagli dalla famiglia, ora la prigionia è autoimposta.

Il secondo effetto, con cui si infrange il romanzo di formazione di Nilo, è prodotto così dalla agnizione finale.

L’ultimo per me è un dubbio che mi ha preso da quando in Piazza Castello a Mantova ho ascoltato Ammaniti parlare di questo suo libro e dell’inesplicabile che vi è contenuto.

La storia di Nilo che devia dal logos per prendere la strada del mytos mi mette davanti a ciò che di soprannaturale può esserci nella vita.

Lo fa la storia raccontata da Ammaniti, ancora più fortemente lo fa nel suo ultimo romanzo L’occhio fantasma il grande scrittore indiano Amitav Ghosh. E quando avrò le idee più chiare ne scriverò.

Lo fa, e ne sono rimasta colpita, il bel Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti. L’ho ascoltata sempre a Mantova mentre parlava del suo libro e della Carnia, la amata terra di origine in cui è ambientata la storia della protagonista, Serafina, e di due popoli che imparano a convivere negli anni del secondo conflitto mondiale.

Ma non avevo colto abbastanza quella venatura di arcano e di misteriosa preveggenza che ha messo nel libro e che invece è balzata fuori durante la lettura.

Sarò davanti a una isoipsa letteraria che fa a meno del logos mentre percorre le narrazioni di autori così lontani tra loro?

Ci dovrò tornare su.

Nota bibliografica:

  • Niccolò Ammaniti, Il custode, Einaudi, 2026
  • Amitav Ghosh, L’occhio fantasma, Einaudi, 2026
  • Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Longanesi, 2026

Cover: Foto di lieber5 da Pixabay 

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Una striscia di schiuma rosa Un ricordo

Una striscia di schiuma rosa
Un ricordo

Una striscia di schiuma rosa
Un ricordo.

Lido delle Nazioni, 20 Maggio 2012

Un fine settimana da ricordare per eventi particolari, unici, mai vissuti sino a ieri. La prospettiva visuale di fronte al mare ci ha consentito di notare, casualmente, laggiù, lontano, uno strano fenomeno. Una striscia di schiuma rosa percorreva la superficie confusa dell’orizzonte e del mare da nord verso sud.

Che strano, pensai, che cosa sarà quella vela che viaggia così veloce senza scafo? Inquinamento? Anche in questo periodo di primavera? Sforzando di più la vista mi sembrava qualcosa che volava a pelo d’acqua…, ma non capivo dalla conformazione a freccia che cosa potesse essere quella macchia rosa.

Poi, dopo avere chiesto conferma di non avere visioni, allucinazioni o miraggi, insieme abbiamo capito che era un grande stormo di bellissimi fenicotteri rosa, dalle ali screziate di nero e dalle vivaci piume rosa. Si allineavano tutti uno dietro l’altro, per poi aprirsi di nuovo in formazione. Radenti sul mare scuro, sul quale si allungavano gli ultimi raggi del sole al tramonto, mentre anche le nuvole qua e là si tingevano di rosa sopra il blu intenso della pioggia, prigioniera in loro.

Uno sguardo più intenso ce li ha avvicinati, mentre veloci sfuggivano verso destra……ed ecco un altro stormo, anch’esso veloce, danzare e sfrecciare sfiorando la superficie marina. Incolonnarsi e aprirsi. Giocare contro il vento teso di sud est. Sfuggire verso sud. Salutare noi, curiosi casuali e chissà…qualche altro attento osservatore dell’orizzonte serale.

Arrivederci. Andate pure, anzi allontanatevi di fretta, perché qui tra poco passerà la paura, per fortuna solo quella, mentre più vicino passerà la morte. Si. Poche ore dopo quell’avvistamento, poche ore dopo quelle nuvole rosa intenso, un’altra folata, questa volta soltanto nera, accompagnata da un boato sibilante, ha attraversato il cielo e la terra, da est verso ovest pensavo, mentre invece era dal basso verso l’alto.

Era un terremoto che scuoteva le case, le vite, le chiese, le fabbriche, i castelli. Esperienza mai vissuta così da vicino, tanto da sorprenderci inspiegabile. Tanto da confonderci le idee su cosa realmente stava accadendo. Una piccola luce accesa nella notte: “Tutto ok”? Perché c’era chi piangeva, chi non si sarebbe più rialzato, chi osservava crolli e distruzioni.

Arrivederci anche a loro, che non sono riusciti a fuggire volando a pelo dell’acqua. E’ stata la vostra ora, purtroppo.  Un’ ora triste, durante il lavoro, in quelle fabbriche grandi ed oscure, senza neppure vedere, per l’ultima volta, il mare, il cielo arrossato al tramonto e quelle nuvole rosa che sfrecciavano, imprendibili, lontano, sulle increspature appena accennata delle onde.

 

Cover: Foto di Lando Hamukwaya da Pixabay

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“Bestiario Idrico”, o il paesaggio (in)visibile dell’acqua

Nel panorama contemporaneo segnato da forti incertezze, il teatro e la cultura non devono cedere alla rassegnazione. Come rifletteva il sociologo e filosofo Edgar Morin, il rischio è perdere la speranza davanti alle crisi. Tale perdita non è una debolezza individuale, ma il risultato diretto della crisi globale che stiamo attraversando: la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze e l’incertezza del futuro. La speranza deve essere un’attitudine di resistenza morale. Si spera non perché si ha la certezza di vincere, ma perché battersi per la vita, l’umanità e il pianeta è l’unica scelta etica possibile. In questo l’arte può aiutare. La sfida del teatro, ad esempio, è quella di creare oasi di felicità e di civiltà. Esso può allora parlare dell’acqua non solo come di una risorsa naturale, ma come di un bene comune e di un problema sociale. Il teatro deve farsi porta aperta sulle comunità, interrogandosi anche sulla gestione democratica delle risorse.

Lo sa (e lo fa) bene Marco Paolini che, con il suo ultimo spettacolo “Bestiario idrico”  – in scena i giorni scorsi al Teatro Comunale di Ferrara – indaga il legame profondo tra l’acqua, la storia umana, il paesaggio e la politica. Raccontandolo al grande pubblico con dovizia di dati e di ironia. Fra mille appalusi e dopo un interessante incontro pomeridiano con la Compagnia.

L’acqua è paesaggio che ci modella

“Bestiario idrico” è il progetto teatrale ideato e interpretato da Marco Paolini, scritto a quattro mani con lo scienziato ed esperto di geopolitica dell’acqua Giulio Boccaletti e con le musiche e la voce di Patrizia Laquidara, parte del più ampio ciclo Atlante delle Rive.

Paolini – autore e interprete di un teatro capace di unire narrazione, memoria, storia e impegno civile (come le indimenticabili orazioni sulle tragedie del Vajont e di Ustica)  – parte da una domanda semplice e provocatoria: quanto del nostro territorio e della nostra vita quotidiana è plasmato dalle infrastrutture idrauliche? Dalle bonifiche ai canali d’irrigazione, dai ponti ai rubinetti di casa, l’acqua non è solo un elemento naturale, ma un’opera culturale, sociale ed economica che definisce le nostre comunità.

Ci sono cose che vediamo ogni giorno e che proprio per questo abbiamo smesso di vedere. Un argine, un canale, una golena, una diga. L’acqua che scompare sotto terra e quella che riaffiora. È da questo paesaggio invisibile, costruito nei secoli dall’uomo e dalla natura, che prende avvio “Bestiario idrico”, un monologo intenso su fiumi, personaggi (come Noè) e bestie d’ogni genere (come la vita delle anguille), di vita biologica e sociale, ma anche di conflitti e contratti nati intorno all’acqua e capaci di dare forma al paesaggio che oggi riconosciamo come nostro. Nel teatro di Paolini, l’acqua possiede una presenza fisica, geografica e quasi arteriosa. In fondo, il fiume è un albero alla rovescia, racconta. È l’acqua dei fiumi veneti, delle risorgive che scompaiono, della laguna, ma anche l’acqua canalizzata dalle bonifiche e piegata alla crescita economica del Nord-Est. Nel suo spettacolo, Paolini ripercorre come l’acqua assuma diverse “forme animali”: torrente furioso, idra industriale, fantasma sotterraneo e risorsa prosciugata.

Oggi l’acqua nel suo discorso teatrale cambia natura ontologica. Da minaccia e forza da addomesticare a vulnerabilità: non è più l’onda travolgente, ma la falda che si abbassa e il cuneo salino che risale lungo le foci dei fiumi. Da motore industriale a bene comune primario: l’approvvigionamento alimentare, agricolo e potabile diventa la priorità etica d’emergenza. Si deve procedere per priorità.

L’acqua impone allora una sfida di giustizia sociale, economica e di sicurezza nazionale. Se il Nord-Est preleva dalle falde più di quanto esse riescano a ricaricarsi, occorre una strategia nazionale (e obiettivi condivisi) per trattenere l’acqua piovana prima che finisca in mare, evitando il paradosso di dover ricorrere a costosi impianti di dissalazione.

L’acqua nella storia dell’umanità è stata spesso un elemento di accordo e cooperazione più che di conflitto, a patto che vi sia una comunità d’intenti condivisa. Tuttavia, l’agenda delle città differisce da quella del mondo agricolo e della montagna.

Patrizia Laquidara e Marco Paolini foto Moretto

Eppure l’acqua c’è…

Oggi il modo di piovere è drasticamente cambiato. Da un lato, viviamo l’innalzamento dello zero termico (che, quest’estate, ha superato i 5000 metri di altitudine) e l’impatto dei cambiamenti climatici, rendendo il bacino del Po un vero e proprio hotspot del Mediterraneo. Dall’altro, la ricerca geografica e idrogeologica continua a rivelare sorprese: recentemente, un lago sotterraneo d’acqua dolce esteso su quasi 30mila ettari – grande quanto l’intero lago di Garda – è stato scoperto nella parte bassa della Provincia di Venezia, tra Cavarzere e Chioggia, una zona spesso colpita negli scorsi anni dal connubio di siccità e risalita del cuneo salino, scoperta è stata effettuata nel contesto del progetto europeo Swamrisk (Subsurface Water monitoring and Management to prevent drought risk in coastal systems). Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di bonifica Adige Euganeo e responsabile del progetto Swamrisk per il Consorzio ha dichiarato: “I rilievi in Veneto confermano che questo gigantesco giacimento profondo, protetto da spessi strati argillosi, è poco soggetto all’intrusione dell’acqua salata”. Un’opportunità incredibile.

La vera domanda non è allora solo dove sia l’acqua, ma come usarla. La scoperta di questo “lago invisibile” ha subito evidenziato la complessità del presente: gli idrogeologi hanno avvertito che attingere a quella falda profonda in modo indiscriminato rischia di causare fenomeni di subsidenza e di alterare gli equilibri del suolo. L’illusione dell’abbondanza si scontra, quindi, subito con il limite di un estrattivismo cieco, che consideri il giacimento come una sorta di bancomat d’acqua senza alcuna pianificazione. Serve poi una gestione custodita, dove la conoscenza scientifica deve guidare la tutela, evitando i medesimi errori di presunzione del passato. Perché la memoria serve a fornirci gli strumenti critici per non ripetere l’errore di considerare la natura una risorsa infinita.

Il rapporto tra uomo e natura va rinegoziato è ormai evidente. In territori come l’Emilia-Romagna – dove il 50% della superficie si trova sotto il livello del mare – la bonifica e i suoi manufatti non sono solo opere idrauliche ma vere infrastrutture culturali e paesaggistiche. Parlare di acqua oggi significa poi parlare anche di sovranità alimentare e di trasformazione dei modelli agricoli.

Paolini richiama la lezione dell’alluvione del Polesine del 1951, citando la famosa lettera in cui Luigi Einaudi spiegava ad Alcide De Gasperi che i problemi della pianura nascono dalla cattiva gestione e dall’abbandono delle “terre alte”, sottolineando la necessità di prendersi cura dell’intero bacino idrico e dei terrazzamenti.

In quell’occasione si mise in discussione l’eredità delle leggi fasciste contro l’inurbamento (come le norme del 1931-1935), pensate per “tenere la gente attaccata alla terra” e impedire il trasferimento in città. Se da un lato spezzare quei vincoli di servitù ha liberato energie sociali e concesso opportunità d’emancipazione economico-sociale, dall’altro l’abbandono dei terrazzamenti e della cura del territorio montano ci ha resi orfani di una pratica di custodia della terra. Oggi, secondo Paolini, serve fondare un nuovo concetto di “contadinanza” e di corresponsabilità tra chi vive in città e chi presidia le aree interne.

La provocazione: il Vajont come “banca dell’acqua” e la comunità Idrica

Intervistato da Gian Antonio Stella del Corriere della Sera, Marco Paolini ha rilanciato una provocazione costruttiva sulla diga del Vajont. Se ne è discusso molto. E l’artista dopo decenni di libri e performance teatrali sul tema, sa di cosa parla. E ancor più conosce gli abitanti di quel territorio devastato dalla catastrofe nel 1963, traditi dagli errori nell’edificazione della diga e la valutazione dei rischi di frane, offesi dal processo trasferito all’Aquila e dagli indennizzi offerti (28.800 euro attuali per un figlio unico morto, 14.400 se ai genitori restavano altri figli). Ma lui valuta le cose nel loro insieme, a partire dalla traumatica erosione del ghiacciaio della Marmolada e dalla siccità.

Proprio come avviene al pronto soccorso, sottolinea l’artista, occorre applicare una logica di triage all’uso della risorsa idrica. Negli anni ’30 la priorità era la produzione idroelettrica per l’industrializzazione – gli uomini del progresso avevano trattato l’idrologia come un mero bilancio di kilowattora – oggi la priorità assoluta deve diventare l’uso potabile, alimentare e agricolo per le popolazioni. Va superata la logica di mercato.

La sacralità del luogo e della memoria del Vajont legata ai sopravvissuti (che Paolini non mette assolutamente in discussione) deve forse aprirsi a una riflessione sul futuro. Con la scadenza e il riassegnamento delle concessioni idroelettriche (previsti entro il 2029), il grande bacino del Vajont non dovrebbe più servire a produrre energia elettrica secondo logiche speculative di profitto di mercato, ma essere convertito nella più grande riserva idrica di pianura (“banca dell’acqua”). La memoria non deve tenere in ostaggio ma diventare strumento per non ripetere gli errori o commetterne di nuovi, etici e tecnici. La ferita della memoria civile si ritrova a interpellare la necessità del presente.

«È più grave, cioè è più urgente, risolvere il problema dell’energia o il problema di una riserva d’acqua buona per l’agricoltura e per uso civile?», ha detto Paolini al Corriere. «Il Vajont era strategico per l’idroelettrico perché da solo poteva ospitare più acqua di tutti gli altri serbatoi messi insieme e l’avevano messo lì con la funzione di banca dell’acqua. Non era una diga come le altre. Era “il polmone del Piave”. Quella che doveva dare equilibrio a tutto il sistema. Non sono uno specialista ma so che è molto difficile resistere alla sirena tentatrice del profitto e alla logica della gestione privatistica. Qui, però, questa logica monopolistica orientata all’energia diventa rivale dell’uso dell’acqua come riserva per gli usi civili e per l’agricoltura». E aggiunge. Perché non affidare la gestione dell’acqua a una comunità idrica pubblica anziché al mercato dell’energia? Trasformare la visione significa restituire al serbatoio la sua funzione primaria di vita e di sostegno alle aree marginali, trattando la cura delle zone interne come un fondamentale patrimonio civile e sociale.

Il teatro civile di narrazione si evolve. Negli anni ’90 serviva a denunciare quello che i periti e i giornali magari avevano nascosto (il “disastro annunciato”). Oggi serve ad alfabetizzare la cittadinanza sulla complessità della transizione ecologica. Siamo di fronte a un teatro che dialoga criticamente con la realtà. Interessante, molto.

BESTIARIO IDRICO, uno spettacolo di Marco Paolini, scritto con Giulio Boccaletti, collaborazione alla drammaturgia Marta Dalla Via, Diego Dalla Via, Michela Signori, con Marco Paolini e con Patrizia Laquidara, regia Fratelli Dalla Via, assistenza alla regia Teresa Vila, cura delle musiche Giuseppina Casarin, elementi scenici Mirko Artuso, direzione tecnica e fonica Piero Chinello, disegno luci e scene Michele Mescalchin, luci Nicola Munerati, produzione Michela Signori, coproduzione Jolefilm e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale.

Immagino ufficio stampa Teatro Comunale di Ferrara, Moretto

Immagini di donne: donne reali, sognate, rappresentate

Immagini di donne:
donne reali, sognate, rappresentate

Immagini di donne:
donne reali, sognate, rappresentate

Quanto delle donne che conosciamo appartiene davvero a loro?

Ci sono conferenze che finiscono quando si esce dalla sala. Altre, invece, continuano a tornare alla mente nei giorni successivi, perché hanno lasciato una domanda alla quale non è così facile rispondere.

Per me è stato così con l’incontro con Florence Bistagne, docente presso l’Università di Avignone, organizzato dall’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara e dedicato alle “Donne reali, Donne sognate” nelle corti del Quattrocento, conferenza tenutasi il 24 settembre 2026 presso il Museo Schifanoia, alla quale ho partecipato mossa da notevole interesse.

Pollaiolo, ritratto di giovane dama, 1470 -1475. ca. – Museo Poldi Pezzoli (Wikimedia Commons)

Mi sono fermata proprio su quelle due parole: reali e sognate.

Perché una donna può essere esistita davvero e, nello stesso tempo, essere arrivata fino a noi soprattutto attraverso l’immagine che altri hanno costruito di lei.

Può essere stata una persona concreta, con i suoi desideri, le sue contraddizioni, le sue scelte, e diventare poi, nelle parole di un poeta, una figura diversa: idealizzata, celebrata, desiderata, ricordata.

È quanto accade nella poesia di Giovanni Pontano, al centro della conferenza. Le persone incontrate nella vita di corte, i luoghi, le relazioni diventano materia poetica. Una donna reale entra così nella letteratura, ma non vi entra con tutta la sua complessità: viene trasformata in un’immagine.

Ed è proprio qui che, ascoltando, ho iniziato a pensare al presente.

Dalla donna reale alla donna rappresentata.

Non è una novità che la letteratura abbia costruito immagini femminili: la donna angelicata, la seduttrice, la moglie fedele, la madre, la musa, la donna virtuosa, quella colta e raffinata, quella ribelle.

Sono figure diverse, talvolta persino opposte. Eppure, hanno qualcosa in comune: raccontano la donna a partire da ciò che essa significa per qualcun altro.

Per secoli, inoltre, la possibilità di raccontare il mondo attraverso la scrittura è stata soprattutto nelle mani degli uomini. Questo ha inevitabilmente influito sulle immagini femminili che ci sono state consegnate.

Non penso che sia necessario condannare queste rappresentazioni. Sarebbe troppo semplice, e anche storicamente poco corretto, giudicare il passato soltanto con le categorie del presente. Ma credo sia importante riconoscere quanto a lungo quelle immagini abbiano contribuito a definire ciò che una donna avrebbe dovuto essere.

E forse è proprio questo il punto che mi tocca più da vicino.

Da donna e, per tanti anni, da insegnante, ho visto quanto sia difficile liberarsi completamente dai modelli culturali che abbiamo ricevuto. Anche quando pensiamo di averli superati, qualcosa di quelle aspettative può rimanere.

Il modello che ci portiamo dentro

Oggi nessuno ci presenta più, almeno esplicitamente, un unico modello di donna.

Eppure, le aspettative non sono scomparse. Una donna può essere ambiziosa, ma non troppo; sicura di sé, ma senza sembrare arrogante; forte, ma non aggressiva; indipendente, ma senza apparire distante.

Sono richieste spesso contraddittorie, che cambiano a seconda dei contesti e delle persone. Proprio per questo sono difficili da riconoscere.

La questione, allora, non è soltanto lo stereotipo imposto dall’esterno. È ciò che succede quando quello stereotipo diventa una misura interiore. Quando cominciamo a chiederci se siamo abbastanza belle, abbastanza giovani, abbastanza capaci, abbastanza disponibili. Quando una scelta personale deve essere spiegata, motivata, quasi difesa.

Lo stereotipo diventa davvero potente quando non ha più bisogno di essere imposto: siamo noi stesse a controllare quanto ci avviciniamo al modello.

Oggi possiamo raccontarci

C’è però una differenza fondamentale rispetto alle donne del Quattrocento.

Oggi possiamo parlare in prima persona.

Possiamo scrivere, fotografarci, raccontare la nostra esperienza, correggere un’immagine che non ci rappresenta. Abbiamo strumenti per diventare, almeno in parte, autrici della nostra stessa rappresentazione.

Ma anche questa libertà ha le sue ambiguità.

Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Cinema, pubblicità, televisione, social network ci mostrano ogni giorno come dovrebbe apparire una donna realizzata, desiderabile, giovane, indipendente, felice.

Abbiamo conquistato la possibilità di autorappresentarci, ma continuiamo a farlo dentro un immaginario che esiste già.

Forse la differenza è che oggi possiamo scegliere. Ma scegliere davvero significa anche poter dire: questa immagine non mi rappresenta.

Quello che resta delle donne reali

È per questo che una riflessione sulle donne del Quattrocento non mi sembra affatto lontana dalla nostra vita.

Anzi, può aiutarci a vedere meglio qualcosa che nel presente rischiamo di non notare più.

La distanza fra una persona e il personaggio che gli altri costruiscono intorno a lei.

Una distanza che può sembrare innocua quando nasce dalla poesia, dalla pittura o dalla fantasia, ma che diventa problematica quando l’immagine si trasforma in aspettativa, e l’aspettativa in norma.

Penso allora alle donne sognate di cui parlava la conferenza.

Non c’è nulla di male nel sognare una donna, nel trasformarla in poesia, nel costruirne un’immagine ideale. La letteratura ha bisogno anche di questo.

Ma la donna reale viene prima.

E la donna reale è quasi sempre più complessa del personaggio che le viene attribuito. Non è soltanto bella o brutta, forte o fragile, madre o non madre, seducente o austera. Può essere tutte queste cose, anche contemporaneamente. Può cambiare. Può contraddirsi. Può non corrispondere alle aspettative.

Forse la libertà femminile passa anche da qui: dal diritto di non essere sempre riconducibili a un modello.

È una consapevolezza che, personalmente, porto con me da questa conferenza. Guardare alle donne raccontate dai poeti del Quattrocento mi ha fatto pensare alle donne di oggi e, in qualche modo, anche a me stessa.

Perché dietro ogni rappresentazione c’è una persona.

E forse il vero passo verso l’emancipazione non consiste soltanto nel conquistare la possibilità di essere rappresentate, ma nel poter finalmente dire, senza doverlo giustificare: questa sono io, e non devo necessariamente coincidere con l’immagine che qualcun altro ha di me.

Cover: Foto di Oscar da Pixabay

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Abuso dei social e isolamento

Abuso dei social e isolamento

Abuso dei social e isolamento

L’uso intenso dei social media produce isolamento e conflitti

L’ingresso nella preadolescenza si conferma uno dei momenti più critici e delicati per il benessere emotivo e relazionale di bambini e ragazzi nel nostro Paese.

È quanto emerge dal policy brief pubblicato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, intitolato “Proteggere il benessere dei minori. Un’infrastruttura per il monitoraggio delle politiche” e curato dalle ricercatrici Giovanna Giuliano, Cristina Lion e Paloma Vivaldi Vera e dal ricercatore Antonello Scialdone.

Lo studio mette a confronto gli indirizzi strategici dei tre recenti atti di programmazione nazionale (il 6° Piano nazionale di azione per la tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – PNIA, il Piano nazionale per la famiglia – PNF e il Piano di prevenzione contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori – PNCP) co

Dallo studio emerge un quadro di forte stabilità per quanto riguarda l’accudimento “di base”: oltre il 91% dei minori di tutte le età sente di ricevere cura e protezione all’interno del nucleo familiare.

Tuttavia, nel passaggio dalla scuola primaria (5ª elementare) alla secondaria di primo grado (2º media), si assiste a una sensibile flessione della qualità relazionale.

La sensazione di essere ascoltati dai genitori cala significativamente, in particolare tra le ragazze, passando dal 79,3% della 3ª elementare al 73,6% della 2ª media (a fronte del 74,3% dei ragazzi). Parallelamente, crolla di 11 punti percentuali la percepita possibilità di condividere con la famiglia le decisioni che li riguardano direttamente, passando dal 78% in quinta elementare al 67,3% in seconda media per entrambi i generi.

Anche la soddisfazione per il rapporto con gli amici subisce un declino progressivo e precoce: dall’83,3% complessivo registrato in 5ª elementare si scende al 75,1% in 2ª media, con picchi negativi marcati nel Nord Est (-20,1 punti percentuali), a dimostrazione che il deterioramento sociale comincia prima dell’ingresso alle scuole medie.

Un altro dato d’allarme riguarda l’isolamento emotivo. Il senso di solitudine rivela un divario di genere che si allarga con l’età: se in 5ª elementare la quota di chi si sente sola “spesso, molto spesso o sempre” riguarda il 15% delle femmine e il 16% dei maschi, in 2ª media la percentuale di ragazze che vive questa condizione di sofferenza emotiva impenna al 25% (1 su 4), contro il 16,5% dei coetanei maschi.

A fare da catalizzatore di queste fragilità relazionali è la pervasività dei dispositivi tecnologici e della vita online.

Se la dotazione domestica di connessione internet e computer condivisi è ormai pressoché universale (oltre il 95%), a cambiare radicalmente nell’arco di soli due anni scolastici è la disponibilità dello smartphone personale, che passa dal 52,7% in 5ª elementare all’87% già in 1ª media, raggiungendo il 90,7% in 2ª media (in pratica solo un preadolescente su dieci non possiede un cellulare).

A questa disponibilità corrisponde un vero e proprio boom nell’accesso ai social media:  l’iscrizione alle piattaforme social passa dal 31,5% in 5ª elementare al 74,8% in 2ª media; l’uso ad altissima frequenza (quotidiano o quasi, pari a 7 o più volte a settimana) schizza dal 20,4% a ben il 55,3% tra i ragazzi di 12 anni, senza rilevanti differenze di genere.

Tale sovraesposizione comporta inevitabili ricadute sul benessere psicofisico e familiare. In 2ª media, un ragazzo su tre (32,5%) ammette di aver provato a ridurre l’uso di internet senza riuscirci, e un quarto del campione (25%) riconosce che l’uso della rete gli crea problemi.

Aumentano significativamente i conflitti in famiglia e con gli amici (segnalati dal 20,1% dei dodicenni, con un picco di incremento tra le femmine che sale dal 10,4% della primaria al 19,8%) e il peggioramento dei voti scolastici (dichiarato dal 17,4% degli studenti di seconda media).

In termini di vittimizzazione e cyberbullismo, emerge chiaramente che mentre la violenza fisica a scuola rimane un fenomeno a forte prevalenza maschile (in 2ª media è vittima il 17% dei maschi contro il 5,9% delle femmine), nell’ambiente digitale sono le ragazze a subire maggiormente forme sottili ed escludenti di prevaricazione: l’essere escluse o ignorate sui social riguarda il 20,7% delle ragazze in 2ª media (contro il 14,3% dei maschi). Il Policy Brief evidenzia una buona coerenza teorica tra i bisogni rilevati e gli obiettivi definiti dai Piani nazionali (come il rafforzamento dei Centri per la Famiglia, l’educazione alla salute digitale e il contrasto al ritiro sociale), ma sottolinea l’urgenza di un cambio di passo operativo.

Secondo i ricercatori dell’Istituto occorre anticipare la soglia degli interventi di supporto relazionale e sociale ai 10 anni d’età, trasformando le azioni oggi riservate all’emergenza o alle situazioni di forte svantaggio socio-economico in un accompagnamento universale e strutturale alla transizione verso l’adolescenza. Inoltre, si richiama la necessità di monitorare in maniera continuativa non solo le forme estreme di isolamento (come gli hikikomori), ma anche la solitudine “ordinaria” e progressiva che colpisce in misura preponderante le giovani ragazze.

Cover: Foto di Alexa da Pixabay

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Alla caccia della volpe verde. A pranzo da Malù

Alla caccia della volpe verde. A pranzo da Malù

Alla caccia della volpe verde. A pranzo da Malù

Ci lasciammo alle spalle il corridoio e il silenzio spettrale delle statue di marmo, guidati dal passo rigido di Ettore. L’agitazione per il prodigio degli occhi di Costanza — o di Malù, non lo sapevo ormai più — mi rimbalzava sotto le costole come il ticchettio di un orologio impazzito. Entrammo nella sala da pranzo. Se la villa ieri mi era parsa una giungla un po’ opprimente, oggi mi sembrava il trionfo di una nobiltà che non dava segno di sbiadire.

Al centro della sala da pranzo dominava un lungo tavolo di noce, apparecchiato rigorosamente per tre. I piatti di ceramica avevano i bordi decorati con motivi di foglie di edera, e i calici di vetro di Murano, manco a dirlo, avevano una sfumatura verde bottiglia che tingeva l’acqua e il vino di un colore fluviale.

La contessa Malù ci attendeva in piedi, accanto a una grande finestra che dava sul parco. Indossava un abito di lino color rosa, una scelta che spezzava l’assolutismo cromatico del posto, ma al collo portava una catenina d’oro da cui pendeva un unico, grosso smeraldo. Un gioiello lasciatole da Maria Augusta, sicuramente. Ci sorrise, un sorriso che aveva la stessa grazia aristocratica e distante del suo gatto candido, Neve, che si era comodamente accovacciato sulla terza sedia, quella destinata a Costanza.

«Benvenuti», disse Malù con la sua voce limpida. «Costanza cara, è un piacere rivederti e benvenuto anche a te, Pim. Spero che il corridoio non vi abbia impressionato con la sua stravaganza.»

«Nessuna stravaganza, Contessa», mentii, cercando di recuperare la mia postura da reporter, sebbene le scarpe da ginnastica sul pavimento lucido mi facessero sentire un po’ fuori posto. «Solo qualche suggestione ottica. Il marmo serpentino si mescola con il sole che proviene dalle finestre facendo strani giochi di luce ed ombra» aggiunsi, sperando che Malù facesse qualche commento a proposito, ma lei non disse altro e io non insistei.

Malù si sedette, allontanando Neve con una carezza distratta, un gesto automatico che non interruppe di certo i suoi pensieri. Il gatto scivolò a terra in silenzio, quasi fosse fatto d’ombra, andando a strofinarsi con insistenza contro i miei jeans. Guardai lei, poi guardai Costanza, cercando invano un appiglio per iniziare una conversazione.

In quella luce meridiana, così netta, cruda e tagliente da ridefinire i contorni di ogni cosa nella stanza, la suggestione tornò a farsi viva, pungente. Gli occhi di Costanza erano di un verde opaco, opalescente, quelli di Malù di un azzurro limpido e profondo; eppure, nel modo identico in cui inclinavano la testa per ascoltare il silenzio, nella linea speculare delle dita affusolate che sfioravano la trama pesante dei tovaglioli di fiandra, c’era una simmetria sorprendente, quasi geometrica. Sembravano la stessa identica persona riflessa in due specchi d’epoca differenti, capaci di rimandare la medesima immagine a secoli di distanza.

Forse era solo una fascinazione – la più sorprendente di tutte, un inganno della mia mente un po’ stanca. Ma com’era possibile che avessi davanti a me la stessa persona divisa in due tempi diversi, frammentata nella storia, mentre io rimanevo appartenente a una sola epoca? E a quale delle due epoche apparteneva davvero quella creatura bellissima?

In un tempo che rallenta fino a fermarsi, che si accartoccia su sé stesso e oscilla invece di proseguire in una rassicurante linea retta, anche il prima e il dopo perdono ogni significato logico. Diventano un riferimento fragile, una bussola rotta incapace di illuminare la realtà delle cose; questo mi fu molto evidente in quel preciso istante, mentre il mondo intorno sembrava trattenere il fiato.

Ettore iniziò a servire il pranzo con una cerimoniosità maniacale. Il naso gli si arricciò impercettibilmente quando posò davanti a me la prima portata, come se il mio zaino nero, appoggiato vicino alla sedia, offendesse l’albero genealogico dei Cenaroli.

«Risotto alle ortiche del Lungone e mantecatura al Bagòss, formaggio tipico di questa zona Lombarda», annunciò piatto, prima di fare un passo indietro e dissolversi nell’ombra vicino alla credenza.

«Tua madre lo adorava», disse Costanza rivolgendosi a Malù, mentre raccoglieva la prima forchettata. «Diceva che le ortiche cresciute vicino all’ansa del Lungone hanno un sapore più ferroso, quasi di terra viva.»

«Mia madre cercava la terra in ogni cosa», rispose Malù, lo sguardo perso oltre il vetro della finestra, dove i pioppi alti e le betulle oscillavano nel sole. «Diceva che la nobiltà è una costruzione degli uomini, mentre le piante e gli animali sono la verità assoluta. Per questo studiava le volpi. Voleva capire come facessero a sparire nel bosco senza lasciare traccia, diventando un tutt’uno con l’ambiente. La volpe verde può essere una mutazione biologica, Pim, altro che un fantasma.»

Anche questo aspetto delle due donne era simile. Entrambe sembravano divertirsi a mettere alla prova la mia razionalità, a scardinarla pezzo dopo pezzo con molta disinvoltura. Un momento sostenevano con serietà che il fenomeno della volpe verde fosse perfettamente spiegabile attraverso cause del tutto naturali, citando teorie biologiche come il rotolamento prolungato in un particolare tipo di erba o una rarissima mutazione genetica del manto.

Poi, un istante dopo e senza battere ciglio, facevano l’esatto contrario: iniziavano a parlare di eventi del tutto inspiegabili, avvolti nel folklore. Raccontavano di vecchi nonni che giuravano di aver visto la volpe verde dileguarsi nei boschi, evocavano la figura quasi mitologica di Maria Augusta, colei che, a detta di tutti, custodiva ogni segreto e sapeva vita, morte e miracoli di quelle volpi.

Questo continuo oscillare tra scienza e superstizione mi lasciava stupefatto, creava un limbo in cui non si sapeva più a cosa credere, e nemmeno sembrava più fondamentale discernere la verità dalla superstizione. «Eppure la gente di Pontalba preferisce la favola», replicai, assaporando il risotto. Era squisito. «Preferiscono pensare che la Contessa Maria Augusta sia uscita dal loculo sotto forma di volpe verde. Camilla, la fornaia, dice che sono tutte stranezze inventate per sopportare la nebbia. Ma il bisnonno di Costanza giurò fino alla morte di aver visto una volpe verde molto prima che la Contessa morisse. Com’è possibile?»

Malù posò la forchetta. Il silenzio cadde per un minuito nella stanza, pesante come la cera d’api che profumava i mobili. «La verità, Pim», disse poi fissandomi, «è che Pontalba è un’ansa del tempo. Le cose qui accadono prima nella mente della gente e poi nella realtà. Mia madre non è mai diventata una volpe verde, ha semplicemente trovato il modo di immergersi nel colore di questo paese per non uscirne schiacciata. Proprio come fa Costanza con i suoi abiti.»

Mi girai lentamente verso Costanza. Mi stava fissando con quel suo solito sguardo, un misto indecifrabile di ironia e mistero che non lasciava mai trapelare nulla. Con un movimento deliberato, prese il calice di Murano per lo stelo slanciato, lo sollevò fin all’altezza degli occhi e osservò il sole di mezzogiorno filtrato attraverso il vetro, proiettando riflessi smeraldo sulla sua pelle.

«La bellezza è nella storia o nella favola, Pim?», continuò invece Malù, con una voce che sembrava venire da un tempo lontano. «Forse la risposta è che a Pontalba la storia e la favola si mescolano in maniera più evidente che da altre parti, ma in fondo è un po’ così dappertutto, non trova? E lei, con il suo taccuino fitto di appunti e le sue scadenze a Tresciaone, sta solo cercando di fotografare un evento di cronaca o vuole afferrarne il significato più profondo? Quello attraverso cui una comunità costruisce la propria cultura e, alla fine, dà un senso alle cose?»

In quel preciso momento, un fruscio improvviso e secco ci fece voltare di scatto verso la grande finestra della sala. Sul davanzale esterno, oltre il vetro antico e leggermente distorto, un’ombra furtiva passò rapida, svanendo in un battito di ciglia tra le siepi geometriche del parco. Fu una frazione di secondo, eppure fu nitida: vidi una scia smeraldina, elettrica e assolutamente inconfondibile. Mi alzai di scatto, facendo quasi barcollare la sedia pesante sul pavimento di marmo, che risuonò nella stanza come un colpo secco. «L’avete vista?», dissi con il fiato corto, mentre sentivo il cuore ricominciare a battere forte.

Costanza non fece una piega. Continuò a guardare il proprio piatto con un’assoluta, quasi irritante calma, mentre Neve, il gatto bianco, saltò agilmente sul davanzale interno, piantando le zampe sul legno e fissando il vuoto del giardino con le pupille dilatate. Malù bevve un piccolo sorso di vino, sollevò gli occhi nei miei e, con una dolcezza che mi parve quasi spietata, disse: «Cosa ha visto davvero, Pim? Una volpe, un riflesso del sole sulle foglie lucide, o semplicemente un’altra pagina del suo prossimo articolo?»

Mi risedetti lentamente, sentendo una striscia di sudore freddo scivolare lungo la fronte. Guardai e riguardai Costanza, sembrava allibita e immobile quanto me, come se il tempo si fosse improvvisamente congelato attorno a noi. In quell’istante di sospensione, Ettore si avvicinò felpato per cambiare i piatti, il volto come sempre indecifrabile e rigido nella sua livrea.

«Il secondo, Contessa», mormorò il maggiordomo con un tono piatto che sembrava voler cancellare ogni stranezza. «Filetto di cavedano del Lungone in guazzetto di prezzemolo.»

Il profumo delle erbe riempì l’aria e tutto tornò di colpo sui binari di una normalità apparente. Ma mentre affondavo i rebbi della forchetta e il coltello nella polpa tenera del pesce, compresi con assoluta certezza che la mia inchiesta di cronaca nera era definitivamente morta, sepolta sotto il peso di quella dimora. Non c’erano più verbali da scrivere, piste logiche da seguire o crimini efferati da svelare.

C’era solo quel mistero verde e primordiale che mi avvolgeva come un abbraccio, un legame d’edera da cui sentivo di non volermi più liberare. E c’erano loro due: due donne sedute davanti a me che sembravano custodire l’oscuro segreto del verde di Pontalba dentro i loro occhi cangianti, nei loro abiti, nelle stanze delle loro case e in ogni singolo, inconfessabile pensiero che sfuggiva a una lineare razionalità.

Continuammo il pranzo conversando del più e del meno, sforzandoci di mantenere in piedi una parvenza di normalità. Malù appariva tranquilla, avvolta in una calma olimpica e quasi innaturale; Costanza, al contrario, restava enigmatica, e di tanto in tanto mi lanciava qualche sguardo perplesso, come se stesse studiando le mie reazioni sotto un microscopio.

Io, dal canto mio, ero ancora stupefatto per l’apparizione della macchia verde e completamente concentrato sulla stringente necessità di imbastire una conversazione accettabile. Cercavo con tutte le mie forze di adempiere al mio ruolo di invitato, aggrappandomi alle buone maniere per non sprofondare.

A pochi passi dal tavolo, Ettore sorvegliava ogni nostra mossa senza fiatare. La sua presenza ieratica sembrava assorbire l’agitazione della stanza, mentre io facevo di tutto per non dargli l’impressione di essere preoccupato. Se ne stava là, immobile nella sua livrea, con la sua solita, gelida aria di sufficienza che scoraggiava qualsiasi tentativo di confidenza.

Quell’atmosfera sospesa rimase immutata fino alla fine del pranzo, che si concluse con la delicatezza di un budino all’uva e di un caffè fumante, il cui aroma nero e denso sembrò, almeno per quel giorno, riportarci tutti coi piedi per terra.

In copertina: Foto di Alexa da Pixabay

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Per certi versi / Dal lato vuoto del letto

Dal lato vuoto del letto

Dal lato vuoto del letto tengo i nomi.

La notte, nel buio, allungo un braccio o una gamba lì,

sulla parte di lenzuolo senza pieghe.

Aspetto che uno qualunque di essi mi si annodi

alla pelle.

Mi risalga. Mi entri nel sonno e mi conduca.

 

Al mattino riassetto le coperte.

Controllo che i nomi ci siano tutti.

Li dico.

Poi socchiudo le imposte.

Lì consegno alla penombra della finzione diurna.

Alla assurda invisibilità degli amori perduti.

 

(Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023)

 

In copertina: Foto di StockSnap da Pixabay

 La storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini