I più noti studiosi liberali non solo italiani come Ernesto Galli della Loggia, Goffredo Buccini, etc. sono allarmati perché nelle nostre democrazie occidentali è in corso una polarizzazione elettorale verso le estreme, definite populismi. Gli elettori sono stregati da personaggi e proposte poco credibili, si è formato un “vuoto al centro”, quel centro che consentì nel dopoguerra a molti partiti di prosperare (DC per esempio).
Eppure l’analisi della situazione che fanno potrebbero aiutarli a trovare le soluzioni. Sentiamo cosa scrive sul Corriere della Sera del 12 agosto 2026 Galli della Loggia:
“Il contraccolpo sulle societàeuropee è stato brutale. Nello spazio di tre decenni (1990-2025) perdono lo slancio economico-produttivo precedente, le economie appaiono sempre più dominate dalla finanza e dai servizi, la popolazione invecchia mentre aumenta il fenomeno, per molte di esse nuovo, di una immigrazione incontrollata.
Contemporaneamente cresce al loro interno il divario sociale e l’emarginazione, mentre dappertutto i sistemi di istruzione perdono capacità di formazione, di selezione e di promozione, e il Welfare stenta sempre di più a tener dietro alle crescenti necessità del sistema…
Declina la fiducia nel futuro, la natalità crolla, mutano in peggio i valori nello spirito pubblico, i legami sociali (famigliare, religioso, nazionale) si allentano fino a svanire. Eguale sorte tocca al vincolo associativo, i sindacati diventano l’ombra di se stessi. All’individuo sembra restare solo la dimensione del consumo che alimenta la sua solitudine… nei giovani declina in misura impressionante il rapporto con la lettura e la scrittura ideativa sempre più insidiata dall’intelligenza artificiale.
Si respira un senso di stanchezza, di disillusione, di difficoltà a mettere in cantiere iniziative importanti. S’indebolisce la speranza nella possibilità di realizzazione personale ma aumenta in pari misura l’idea dell’illimitatezza dei propri diritti in quanto individui singoli. Crolla infine la fiducia nell’azione collettiva e negli strumenti della politica… nella fase storica della globalizzazione tende a disintegrarsi e a dissolversi il mondo morale della democrazia europea”.
Galli della Loggia indica poi nella morte di Dio (del cristianesimo) e nella fine dell’attrazione della cultura liberale e socialdemocratica la crisi attuale. Ma cosa l’ha colpita al cuore? Cos’é cambiato in profondità in nei paesi occidentali (Usa inclusi) col crollo del comunismo (1991), la fine della guerra fredda (che guarda caso fa finire anche la crescita dei salari in Italia)?
La crisi economica e anche quella morale (individualismo vs comunità) hanno eroso la base sociale delle liberal democrazie, da cui sono sorti i “populismi” che sono una richiesta (per quanto confusa) di cambiamento radicale.
Ma perché questa crisi se negli ultimi decenni è continuata la crescita della ricchezza? La globalizzazione ha portato alle stelle le disuguaglianze e ha distrutto le comunità, dov’é rimasto un singolo sempre più povero, con meno relazioni sociali ma libero di consumare. Cioè una liberal democrazia svuotata di diritti sostanziali e di reale partecipazione, ma che propone sempre più diritti formali e una vita virtuale, mentre le cosiddette autocrazie hanno accresciuto salari e diritti sostanziali (Cina inclusa).
Come poi non vedere la graduale perdita di ruolo degli Stati e il crescente potere di alcune multinazionali (big tech, big pharma, colossi bancari ed energetici, grande finanza,…) che impongono le principali scelte agli Stati. Chi, se non questi colossi privati, decidono i nostri prossimi consumi, dove investire, come predare i beni collettivi residui (spazio, terre, mari…), ridimensionando gli Stati nella loro sovranità (anche fiscale).
Il caso più clamoroso è proprio l’Europa che, nata per opporsi a questi processi, è riuscita a far scomparire sia le singole sovranità dei suoi Stati membri che la sua, lasciando praterie al libero mercato. Neppure gli Stati Uniti o gli altri paesi occidentali e tantomeno Cina e Russia l’hanno fatto.
Le nuove élite ricche occidentali si sentono oggi del tutto avulse dalle proprie comunità e hanno costruito reti di relazione tra loro (esterne alle proprie comunità delle quali se ne infischiano), mentre si sono estinte quelle dei poveri e degli operai un tempo floride.
Siamo al polo opposto di imprenditori come Olivetti e Marzotto,che lavoravano per il bene comune, per le loro comunità, e la fabbrica era in funzione della città, con asili, case (anche di riposo), assistenza sanitaria, con differenziali salariali al massimo di 1 a 10 e dove l’imperativo era non licenziare nessuno. Valdagno e Ivrea sono oggi residui novecenteschi e lo sport più diffuso è l’evasione fiscale (abbellito, talvolta, da fondazioni private) altro che dar valore alla propria comunità.
Ma se questi sono i risultati dell’ultimo liberismo, perché gli elettori dovrebbero continuare a votarlo? Per masochismo? Non è strano che cerchino un’alternativa e gonfino il “nuovo”: Renzi nel 2014 (41%), M5S nel 2018 (32%), Meloni (33%). Chi la spara più grossa accresce i consensi.
Vannacci propone di avere solo il 4% di migranti (quindi remigrare oltre 3 milioni di attuali stranieri che sono il capro espiatorio di oggi), Farage aveva detto che dopo la Brexit si sarebbero risparmiati 350 milioni di spese sanitarie alla settimana (a Brexit compiuta ammise che scherzava), Mélenchon in Francia propone la pensione a 60 anni (anziché i 64 di Macron). Afd ha intanto conquistato il primo Land in Germania col 40% dei voti.
Eppure ci sarebbe un modo per superare il liberismo o anche solo rivitalizzarlo. Usare gli incrementi di ricchezza del nuovo capitalismo finanziario, distribuendoli a tutti. Servirebbe anche altro perché la crisi è soprattutto morale e di civiltà (tornando all’umanesimo), ma intanto si potrebbe partire dai soldi.
In Cina Cxmtla più grande azienda di chip memorie dram ha deciso di distribuire a tutti i suoi 20mila dipendenti il 40% dell’incremento di borsa (ora vale 400 miliardi), per cui tutti i suoi dipendenti sono diventati di colpo milionari. L’imprenditore proprietario lo ha fatto “spontaneamente” pensando che avrebbe fatto piacere al Partito comunista e che non sarebbe finito come Jack Ma (già Ceo Alibaba, rimosso nel momento in cui ha quotato in una borsa estera la sua azienda, pensando solo per sé à la occidentale).
È una misura poco liberal e molto “autoritaria”, ma in fondo non ha fatto la stessa cosa lo Stato italiano coi cinesi in Pirelli? Volendo esistono anche nei paesi liberal modalità democratiche (dalla golden share alla distribuzione degli utili a cittadini e dipendenti) che farebbero crescere le comunità.
Il fondo norvegese pensionistico statale Norges fondato nel 1990, che amministra 2.380 miliardi di dollari che provengono dall’estrazione di gas e petrolio del Mare del Nord, ha comunicato che nei primi 6 mesi del 2026 ha guadagnato altri 160 miliardi (+4-5% il rendimento annuo). I 5,5 milioni di norvegesi (anche il più povero) possono contare quindi su un patrimonio di almeno 400mila dollari. Un modo in cui lo Stato socializza i profitti, mentre da noi “si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti”.
Lo Stato Norvegia ha deciso che una parte del profitto del fondo statale Norges finanzia il 25% del welfare (pensioni, sanità, istruzione,…) e il 72% degli investimenti in azioni sono fatte su rigide linee guida (escluse aziende che inquinano, che producono armi o tabacco, violano diritti umani…).
Dunque anche il capitalismo può essere addomesticato ed è questo che chiedono gli elettori a quel “centro” che una volta queste cose le faceva (almeno in parte, come appunto la DC). Se i nostri centri liberal non le fanno più si rivolgeranno alle offerte politiche che promettono “mari e monti”, anche se poi troveranno probabilmente pianure assolate, clima infuocato e grandi data center.
Ma ci sono anche speranze come quelle 200 aziende che in Europa vogliono replicare il modello Olivetti e Marzotto (steward ownership), politici come il sindaco di New York Mamdami che vuole tassare le seconde case dei ricchi, Burnham che vuole ridurre le disuguaglianze sociali e ridare ruolo allo Stato nell’economia e chi in Italia vuole riportare l’imposta sulle eredità com’è da sempre in Germania, Francia o Inghilterra e Stati Uniti (non proprio paesi comunisti).
Si potrebbe poi avere un’unica agenzia nazionale dell’energia (come la Norvegia, già abbiamo ENI ed ENEL) in modo da ridurre le bollette anziché 850 utility di libero mercato e uno Stato che investe (insieme ai privati) nelle tecnologie strategiche, in modo che lo sviluppo sia indirizzato dove conviene a cittadini e i cui profitti siano a vantaggio dei molti e non dei pochi.
Ma certo questo non è un modo moderato o centrista di cercare voti anche se sarebbe liberalismo dal volto umano. Quello che cercano gli elettori che, se non viene offerto, cercano altrove, a costo di trovare bufale. Ma la responsabilità è dei partiti di centro e dell’attuale liberismo, che si è trasformato in oligarchia, potere e profitto dei pochi verso i molti con la scusa del libero mercato e dei liberi diritti.
Il paradosso non sono i crescenti consensi dei socialisti democratici negli Stati Uniti, ma che gli stessi Maga cominciano a criticare questo capitalismo (visto che l’età dell’oro promessa da Trump non arriva) al punto che, sebbene Trump riduca le tasse ai ricchi, almeno usa lo Stato nella politica industriale.
Per chi lavora in banca, quella delle pressioni commerciali è la questione più urgente, quella che peggiora enormemente la qualità di vita causando stress, ansia, depressione, insonnia.
Una questione che apparentemente non riguarda i clienti delle banche, ma la realtà è ben diversa.
Nella vendita di prodotti finanziari e assicurativi, le normative Mifid e Ivass pongono al primo posto il cliente e le sue esigenze, dando un’importanza fondamentale all’ascolto e alla consulenza. La vendita di prodotti d’investimento e di polizze assicurative ha come presupposto la preventiva compilazione di questionari, il cui scopo è la conoscenza del cliente e delle sue specifiche esigenze, in modo da individuare i prodotti più adatti e limitare a quelli la proposta commerciale. Il cliente dev’essere il punto di partenza.
Le banche adottano un approccio diametralmente opposto. Ogni anno i CdA decidono a tavolino quale dovrà essere l’obiettivo da conseguire. Ogni anno si decide di quanto dovranno aumentare i dividendi e l’utile netto, e da lì si procede alla pianificazione delle attività. Si parte quindi dal risultato, che diventa così una variabile indipendente, lasciando il cliente e le sue esigenze come punto di arrivo.
Sulla base dei risultati previsti si programmano i prodotti da vendere, sia per quanto riguarda gli investimenti che per il ramo assicurativo, si determinano gli obiettivi di vendita per ogni filiale e quindi si ripartiscono per ogni singolo gestore. Non è raro assistere a riunioni in cui si fa riferimento a determinati prodotti assicurativi “chiedendo” ad ogni singolo consulente di piazzare un certo numero di “pezzi” ogni settimana. E’ proprio così che li chiamano: “pezzi”.
Prima di andare avanti è necessario fare una importante considerazione. I prodotti finanziari e assicurativi commercializzati dalle banche sono soggetti a preventiva autorizzazione e successivi controlli da parte della autorità competenti (Consob, Banca d’Italia, Ivass). In banca non si rischia di incorrere in truffe come quelle che invece possono capitare sottoscrivendo prodotti analoghi online, o tramite finti promotori finanziari.
Quando si parla di investimenti non ce n’è uno “migliore” o “peggiore” in senso assoluto: il fatto che esista una moltitudine di proposte, molto diverse tra loro, dimostra la necessità di trovare la soluzione più adatta ad ogni investitore. Ogni prodotto è a suo modo valido, ma dovrebbe essere proposto tenendo conto di una serie di fattori quali l’età del cliente, le sue conoscenze in materia, la sua capacità di reagire ad andamenti negativi e così via.
Quando si passa dalla consulenza alla logica dei “pezzi” da piazzare, il rischio che si corre è paragonabile a quello di andare in un negozio di abbigliamento e trovare un commesso che ci consiglierà un paio di pantaloni rimasti in giacenza da tempo, facendoci credere che la taglia ed il modello siano perfetti per noi, quando in realtà il suo unico scopo è toglierli dal magazzino. Usciremo dal negozio indossando un capo magari di alta qualità, che starebbe benissimo ad altri, ma che su di noi produce l’effetto clown.
Il consulente, pressato da “richieste” non esattamente cortesi, ribadite in modo martellante nell’arco della giornata e che molto spesso sconfinano in minacce velate di demansionamenti o trasferimenti, si troverà spesso costretto a consigliare prodotti che, sebbene validi in termini assoluti, potrebbero non rappresentare la soluzione ideale per la persona che hanno di fronte. Questo vale per gli investimenti, ma vale analogamente per le polizze, visto che le esigenze di copertura variano per ogni persona a seconda di età, reddito, stato familiare, ecc…
La sostanza della questione sta tutta qui: in banca si rischia di vedersi proporre qualcosa non perché sia calato sulle nostre esigenze, ma perché si tratta di uno dei “pezzi” da piazzare. Ed evidentemente non è un problema di poco conto (La questione era stata affrontata su Periscopio in questo articolo: Bancari e clienti di tutto il mondo, unitevi – Periscopionline.it – l’informazione verticale ).
Il tema è stato oggetto di diversi interventi nel tentativo di arginarlo. Nel settore bancario è stato sottoscritto nel 2017 un protocollo tra Sindacati di settore ed ABI (qui il testo). A seguito delle continue sollecitazioni sindacali fu costituita anche una Commissione Parlamentare d’inchiesta che portò, nel 2022, al risultato che di solito producono le Commissioni Parlamentari d’inchiesta: tante dichiarazioni di principio, ma nulla di concreto.
Il modus operandi adottato dalle banche paga: non è un caso se ad ogni semestre riescono ad annunciare la realizzazione di un utile record, “il migliore della storia”, almeno fino al semestre seguente.
Ed inseguendo una corsa al profitto che ritengono evidentemente inarrestabile, le banche si stanno trasformando: sempre meno credito – in modo particolare alle piccole imprese con le quali si guadagna meno – , sempre più ricavi da commissioni (ne avevo parlato nell’ articolo Le banche non hanno più voglia di fare le banche – Periscopionline.it – l’informazione verticale ). (immagine licenza kuraplan.com)
La stessa logica del profitto deciso a tavolino e da far crescere oltre misura è quella che porta al progressivo abbandono di territori ritenuti “meno profittevoli”, con conseguente perdita di servizi e riduzione del credito, ed alle mega operazioni di fusioni tra banche. Sappiamo che nei prossimi mesi il sistema bancario italiano sarà di nuovo stravolto. Sappiamo che l’unico fine di tali operazioni è la massimizzazione degli utili attraverso il taglio – o, come dicono i banchieri, la “razionalizzazione” – dei costi. Sappiamo che, a differenza di quanto proclamato ai quattro venti, a trarre benefici da tali fusioni saranno solo gli azionisti e i super manager: come sempre avvenuto in passato non ne deriverà nulla di buono per dipendenti, clienti o territori.
Sarebbe lecito aspettarsi dai politici un’attenzione maggiore, la stessa che mettono in campo quando sono prontissimi ad intervenire per orientare o addirittura bloccare operazioni societarie non gradite. Ma se si tratta di disturbare le banche e andare in qualche modo ad ostacolare l’inarrestabile corsa dei profitti verso l’infinito ed oltre, improvvisamente sembrano non accorgersi di nulla.
E nel frattempo è in continua crescita il numero di imprese piccole o piccolissime che chiudono, anche a causa della difficoltà di ottenere finanziamenti.
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Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie
Diciannove giorni. 5.400 chilometri.
A raccontarli così sembrano numeri. In realtà, dentro quei chilometri ci sono mondi. E c’è tutto ciò che, una volta tornati, non sappiamo bene dove mettere.
Una lunga traiettoria tra Francia e Italia, dal Mediterraneo all’Atlantico e ritorno, attraversando montagne, campagne, coste e città, cambiando continuamente paesaggio, clima, casa e orizzonte.
Le fotografie sistemano il viaggio in una sequenza ordinata e conservano ciò che abbiamo visto. Ma forse la parte più importante comincia dove la fotografia non riesce ad arrivare.
Abbiamo navigato su un fiume sotterraneo, dentro una grotta a 103 metri di profondità. Siamo scesi nel ventre della terra, là dove la luce scompare e il tempo sembra essersi fermato.
Poi abbiamo camminato accanto alle bertucce e, inevitabilmente, ho finito per osservarle come osservo gli esseri umani. Le ho viste litigare. Fare pace. Cercarsi. Allontanarsi. Proteggersi. Ho osservato i piccoli muoversi in una comunità nella quale la cura non appartiene esclusivamente alla madre, ma circola. Gli altri intervengono, sorvegliano, partecipano.
Guardandole ho pensato che forse, quando qualcuno ci dà della ‘bertuccia’, dovremmo smettere di considerarla necessariamente un’offesa. Potrebbe persino essere un complimento. Il legame non significa assenza di conflitto. Le bertucce litigano, ma si può protestare, allontanarsi e poi tornare. Una distinzione che noi esseri umani qualche volta sembriamo dimenticare.
Abbiamo attraversato borghi medievali nei quali ti aspetti un cavaliere in armatura e paesini così abbarbicati sulla roccia da richiedere qualche parentela con gli stambecchi. Abbiamo inseguito castelli, abbazie, leggende e tracce dei Templari, perché nei nostri viaggi cerchiamo sempre anche ciò che non c’è più.
Di alcuni luoghi abbiamo visto così tante immagini da rischiare di trovarli già consumati dalla loro rappresentazione. Mont-Saint-Michel ha prodotto in me l’effetto opposto.
Non siamo arrivati nel momento della massima marea, quando diventa davvero un’isola. Eppure basta il movimento dell’acqua intorno alle mura perché il paesaggio cambi. Poi si entra e l’orizzonte scompare: restano pietra, scale, passaggi, salite, discese, viuzze labirintiche. Un luogo che sembra costruito più dall’immaginazione che dagli uomini.
Ma tra le immagini rimaste più impresse ce n’è una meno spettacolare.
Siamo entrati nelle antiche prigioni e lì sono state le pareti a raccontare.
Sulla roccia sono ancora visibili le incisioni dei detenuti: piccoli simulacri, scene di navigazione, figure, segni, riferimenti alle persone amate. Tracce lasciate da uomini ai quali era stato sottratto quasi tutto.
Perché incidere una nave quando non si può andare da nessuna parte? Perché rappresentare qualcuno che si ama quando non può essere raggiunto?
Forse proprio per questo.
Quando il corpo è rinchiuso, l’immaginazione continua a cercare un altrove. Quando la presenza dell’altro è impossibile, se ne traccia il segno. Come se incidere qualcosa sulla pietra fosse un modo per opporsi alla propria scomparsa.
Sono stato qui.
Ho amato qualcuno.
Ho immaginato ancora un altrove.
L’essere umano lascia tracce da sempre: scrive, incide, conserva, fotografa, racconta. Non soltanto per ricordare, ma per affermare che il proprio passaggio ha prodotto un segno.
È questo che mi affascina dei luoghi: non soltanto ciò che mostrano, ma ciò che trattengono. Le tracce degli uomini sulle pietre e quelle che i luoghi, senza che ce ne accorgiamo, imprimono dentro di noi.
Viaggiare, del resto, ha qualcosa di profondamente psicoanalitico.
Non perché ogni viaggio debba diventare un “percorso interiore”, ma perché viaggiare significa accettare di perdere temporaneamente le proprie coordinate.
Per qualche giorno si abita una vita che non è la propria. Si dorme in case diverse, si guarda il mondo da finestre di sconosciuti, si percorrono strade senza conoscerne il nome. Un quartiere diventa “casa” per qualche notte e la mattina della partenza torna a essere il luogo di qualcun altro.
Cambiano paesaggio, clima, odori, ritmo delle giornate. E si incrina una delle nostre illusioni preferite: poter controllare ciò che accadrà.
Il viaggio introduce l’imprevisto. Una strada chiusa, un luogo che ci delude, un altro dal quale non vorremmo più andare via. Il caldo, la fame nel momento sbagliato. Qualcuno che non è mai pronto e qualcun altro che vorrebbe essere già partito.
E quando si viaggia insieme, a spostarsi non sono soltanto i corpi. Si muovono anche i legami.
Diciannove giorni insieme costruiscono una piccola geografia affettiva. Ci sono le risate, gli scazzi, la stanchezza, le attese. L’entusiasmo di qualcuno davanti a qualcosa che agli altri interessa pochissimo. Ci si aspetta, ci si perde, ci si rincorre, ci si irrita, si cede, si ricomincia.
Il viaggio rende evidente ciò che nella quotidianità possiamo dimenticare: l’altro non coincide con noi, non ha necessariamente i nostri desideri, i nostri tempi, la nostra direzione.
Eppure si continua insieme. Forse il legame è anche questo: fare strada senza pretendere che l’altro percorra ogni metro esattamente come noi.
Torniamo con milioni di diapositive nella testa: colori, odori, pietre, acqua, leggende, caldo, stanchezza, incontri. E con moltissimo lasciato indietro.
Luoghi che non siamo riusciti a raggiungere. Deviazioni che non abbiamo fatto. Porte trovate chiuse. Strade che avrebbero portato altrove.
Forse un viaggio ha bisogno anche di una parte incompiuta. Viviamo in un tempo che ci spinge a completare tutto: vedere, fotografare, non perdere nulla. Il desiderio funziona diversamente: ha bisogno che qualcosa sfugga.
Se vedessimo tutto, se arrivassimo ovunque, se nessuna strada rimanesse inesplorata, non avremmo più nessuna ragione per tornare. È ciò che manca a impedire che l’esperienza si chiuda definitivamente. Forse per questo ogni viaggio finito contiene già, silenziosamente, il successivo.
Adesso comincia un’altra vacanza. Quella sedentaria. Staremo fermi nel solito villaggio a Jesolo, diventato negli anni un luogo familiare. Tornarci assomiglia un po’ a quando si andava a trovare i parenti lontani: conosci la strada, i luoghi, le persone, le abitudini.
Dopo tanti giorni trascorsi a cercare l’altrove, scegliamo volontariamente il già conosciuto.
Perché abbiamo bisogno di entrambi: dell’altrove, che ci sposta, e del familiare, che ci permette di riconoscerci.
Partire e tornare. Scoprire e riconoscere. Perdersi e ritrovarsi.
Le fotografie conserveranno borghi, grotte, castelli, mare. Ma non una risata in macchina, una frase diventata tormentone, un silenzio, un’attesa, uno scazzo già dimenticato, una deviazione imprevista. Non possono fotografare ciò che accade a un legame mentre attraversa un luogo.
Forse è questo che riportiamo a casa: non soltanto ciò che abbiamo visto, ma ciò che ci ha attraversati mentre guardavamo.
Quello che non entra nelle fotografie non scompare.
A volte è precisamente ciò che resta. Ora dovrei stare ferma.
Dovrei.
Ma conoscendomi, anche nel luogo più familiare troverò qualcosa da vedere, cercare, organizzare o inventare.
Del resto, lo sguardo non va in vacanza.
Nemmeno io.
Cover (Mont Saint Michelle) e fotografie del viaggio nel testo scattate dall’autrice-
Per leggere gli altri articoli di Chiara Baratelli, su Periscopio clicca sul nome dell’autrice. Per consultare gli articoli e i racconti di Periscopio che trattano di viaggi reali e immaginari clicca sulla rubrica Suole di vento.
Meticolosamente lui spegne ogni mia luce Il mio splendore
Pazientemente Mi scaccia poi dal buio Il mio rifugio
Imparo così a vivere l’invisibile Ad orientarmi con il cuore A fare esistere, dell’universo, solo ciò che riesco a dire A sentire forte ciò che credo di sentire A creare, plasmando in vero i miei pensieri
Ogni mattino, io accendo stelle A notte, apro le mani a voli di farfalle diurne
E cavalco desideri impetuosi come onde nell’oscurità che svela Che nasconde
IN SEDUTA. PICCOLA PSICOTERAPIA DEL CUORE, PUNTOACAPO 2026
In copertina: Onde notturne, Foto di Pexels da Pixabay
GIORGIA MELONI vs MUSSOLINI quando anche l’aritmetica fa paura
Ieri Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia erano in festa. Da ieri, dice lei, il suo è il governo più longevo d’Italia: 1413 giorni, uno in più del governo Berlusconi. Non è dato sapere quanto seguiteranno complimenti e festeggiamenti, certo è che ogni giorno che passa Meloni si lascerà sempre più indietro il Cavaliere. Ma cosa abbia combinato la Destra al potere in questi quattro anni e mezzo è sotto i nostri occhi: un’Italia impoverita, arrabbiata, impaurita.
Ammettiamo pure che stare al governo più di tutti gli altri sia un traguardo, non politico, tantomeno etico, ma sicuramente aritmetico, ma Giorgia Meloni mente sapendo di mentire. Molto più bravo di lei, primo in classifica con enorme vantaggio, c’è il Governo di Benito Mussolini: incaricato appena dopo la Marcia su Roma da re Vittorio Emanuele III e durò ininterrottamente (ne sanno qualcosa gli italiani) dal 31 ottobre 1922 al 27 luglio 1943 quando viene sfiduciato dal medesimo re Sciaboletta.
Riassumendo: Governo Mussolini = 7.572 giorni, Governo Meloni = 1.413 giorni. Non c’è proprio partita.
Questo fino ad oggi. Ma lasciamo perdere per un attimo i contenuti, le riforme promesse e mancate, la pressione fiscale e gli italiani alla canna del gas (letteralmente). Sono proprio i numeri che dovrebbero far paura, perché Giorgia, a Bari l’ha gridato a squarciagola, è convintissima di farsi eleggere di nuovo nel 2027 e bissare il suo Governo. Anzi, non ha nemmeno nascosto che le piacerebbe succedere a Mattarella alla Presidenza della Repubblica.
Fate una botta di conti: 5 anni di questa legislatura, più altri 2 da Premier per arrivare al 2029, più altri 7da Presidente. Fanno 14 anni. Se riesce a bissare l’incarico di Mattarella arriva a 21 annial potere. 1 anno più del Mascellone, che uscirebbe definitivamente dal Guinness dei primati.
Non erano ancora finiti gli anni 60. Quel giorno era il 1 maggio. Avevo 8 anni e giravo con due amichetti per il quartiere. Niente macchine. Al piano terra di una casa, appeso all’inferriata, leggo un cartello, grossi caratteri neri di vernice: “Sono fascista e io oggi non faccio festa”. Torno a casa e chiedo spiegazioni a mio padre: “E’ il signor Mattoni, l’idraulico, un’ottima persona, purtroppo la pensa così”.
50 anni dopo, il nuovo fascismo che avanza non ha il volto rassicurante del signor Mattoni, ma quello dell’ex generale Vannacci, che sulla scia dell’Ultradestra tedesca, arriverà (è la mia previsione) al 15%. Ma in fondo Vannacci è solo una variante minore, il problema è Giorgia Meloni, seduta su un trono, governante e nullafacente.
Il problema è l’aritmerica, sono i numeri, il pallottoliere dei giorni che continua a girare.
Forse però gli italiani hanno imparato a diffidare dai lunghi governi. Stabili e Disastrosi. Forse di uno ne hanno avuto abbastanza
«Frodo era silenzioso. Anche lui fissava le giravolte della strada, come se le vedesse per la prima volta. Improvvisamente disse ad alta voce, ma come a sé stesso:
La Via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita via avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo.
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa». …
«Frodo, dicci dove stai andando ora. Vediamo un’ombra di paura sulla tua anima» (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Rusconi, Milano 1984, 111; 119).
È questa la domanda che Gildor e gli altri elfi esuli dalle “Terre Immortali” gli rivolgono mentre, segretamente, stanno andando al Gran Burrone per mettere al sicuro l’anello.
Il viaggio dell’hobbit della Terra di Mezzo che viene narrato da Tolkien in questo romanzo che unisce fantasy, mitologia ed epica può ben rappresentare anche il viaggio dell’umanità in cammino e riproporre l’interrogativo: “dove stai andando?”.
E subito veniamo messi di fronte a un paradosso e a una sfida, una scelta che proprio oggi sembra così inattuale, risibile, improponibile: che cioè il futuro del mondo, il destino dell’umanità passino attraverso i piccoli, i miti, i coraggiosi che non temono di rischiare la vita affrontando la malvagità non con le armi che il male stesso ha forgiato.
Amicizia e sincerità, umiltà e fede, pietà e perdono, sacrificio e grazia, alleanza e lealtà, faranno ben sperare in una riuscita dell’impresa. E sarà proprio nel vuoto e nello sprofondo delle difficoltà che si troverà la via d’uscita della grazia, non già come un miracolo o una magia, ma come permanente e operante atto di amore.
L’umanità si edifica e si compirà non potenziandosi solamente, ma amando, prendendosi cura, facendo alleanze, unendo nella diversità. Ubunto (in lingua Zulu e Xhosa) significa “Umanità verso gli altri”; non ci si salva da soli è il leitmotiv del romanzo dove la realizzazione dell’umano avviene attraverso relazioni di empatia, il comporsi delle diversità in una solidarietà fino al sacrificio.
«Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli» (ivi, 83). Distruggere, sottomettere per dominare è invece il desiderio e l’agire dei tiranni, il potere è il loro tesoro: l’anello smaniato. Anche oggi sperimentiamo il primato della forza sul diritto, della falsità sulla verità, della morte sulla vita. Sono tra noi ancora Sauron di Mordor, l’oscuro Signore della Terra di Mezzo, e Saruman che si lasciò corrompere dalla brama di potere anziché combatterlo con la sua magia bianca.
Per contro, eroiche sono le parole di Sam verso l’amico Frodo quando giunsero verso gli oscuri pendii del monte Fato. Parole che dicono amore fraterno, devozione, lealtà fino alla fine; uno stile di vita anche oggi praticato da tanti uomini e donne sconosciuti, disseminati sui mari e nelle terre di mezzo del pianeta:
«Sam lo guardò, piangendo in fondo al cuore, ma non sgorgarono lacrime dai suoi occhi asciutti e arrossati. “Ho detto che l’avrei portato in braccio, dovessi rompermi la schiena” – mormorò – “e sono pronto a farlo! “Coraggio, signor Frodo!”, gridò. “Non posso portare io l’Anello, ma posso trasportare voi ed esso insieme. Alzatevi! Suvvia, signor Frodo, caro! Sam vi porterà in groppa. Ditegli dove deve andare, e lui vi andrà», (ivi, 1123).
«E poi dove andrò? Nessuno lo sa»:
l’umanità un grande fiume, noi i suoi affluenti
Pipino, uno dei quattro hobbit della compagnia dell’anello, all’inizio dell’impresa così commenta la canzone di Frodo: «“Sembrano versi del vecchio Bilbo” (lo zio di Frodo) disse Pipino. “Oppure è una tua imitazione? Non molto incoraggiante, comunque”. “Non lo so”, rispose Frodo. “Mi sono venuti così alla mente, ad un tratto, come se li stessi creando io: ma è possibile che li abbia sentiti tanto tempo fa.
Certo mi ricordano molto il Bilbo degli ultimi anni prima della partenza. Diceva spesso che la Via è unica, ed è come un grande fiume: le sue sorgenti si trovano davanti ad ogni soglia, ed ogni sentiero ne è l’affluente. “È pericoloso ed impegnativo uscire di casa, Frodo”, mi ripeteva sempre. “Cammini per la strada e, se non fai attenzione, chissà fin dove sei trascinato» (ivi, 111).
Ancora, verso la fine del viaggio, ritorna sempre di nuovo l’interrogativo sulla direzione del cammino quale metafora di quello che ancora attende l’umanità. Sam e Frodo sono pronti all’arrampicata finale al monte Fato: Frodo «aprì gli occhi ed emise un respiro. Era più facile respirare lassù oltre le fetide esalazioni che stagnavano nella pianura. “Grazie, Sam”, bisbigliò affannosamente. “Quanta strada rimane da fare?”. “Non lo so” – disse Sam – “perché non so dove stiamo andando”» (ivi, 1124).
Vivere il presente apre prospettive e vie nel futuro ancora ignoto. È solo questo tempo presente l’unico momento decisivo per mutare le sorti, per prendere coscienza del mondo in cui viviamo e agire responsabilmente, a partire dalle piccole cose, dai piccoli. Frodo, Aragorn o Sam non scelgono la propria epoca, né cercano la propria missione. Si lasciano scegliere, rispondono alla chiamata, alla sfida del proprio tempo e la vivono come la loro vocazione.
Il momento presente ti chiama, l’oggi chiede di non voltarti dall’altra parte rinchiudendoti nella nostalgia o disperdendoti nell’incantesimo evanescente del futuro: «“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo. “Anch’io” – annuì Gandalf – “Come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato», (ivi, 84).
«In tre si è compagnia», così il tempo vissuto come amicizia dischiude la via. Sorprende pure il legame di fiducia e reciproco affidamento, pur nella diversità e la precedente ostilità tra le loro etnie, tra un elfo, Legolas, e il nano Gimli entrambi divenuti amici nella compagnia dell’anello: “È un bosco vecchio e impregnato di ricordi. Sarei stato felice qui, se fossi giunto in tempo di pace”.
“Più che probabile”, replicò Gimli. “Tu sei un Elfo dei Boschi, e comunque tutte le varietà di Elfi sono gente strana. Eppure mi dai un certo conforto. Dove vai tu, andrò anch’io. Ma tieni l’arco a portata di mano, mentre io allenterò la mia ascia nella cinta. Non per usarla contro gli alberi”, soggiunse velocemente, levando lo sguardo verso l’albero che li sovrastava… Andiamo» (ivi, 599).
Una piccola scintilla, due mondi si intrecciano
All’inizio una piccola scintilla quasi impercettibile ma affiorante alla coscienza, il guizzo di luce di una sinapsi, di un contatto tra due cellule celebrali, quella congiunzione da cui poi nascono i pensieri e i sentimenti. Due ambiti, due idee, due immagini apparentemente estranei, lontani tra loro, si sono messi così a comunicare e a trovare punti in comune, esponendosi ed espandendosi l’uno nell’altro nella mente: il cerchio magico della letteratura e quello spirituale ellittico della teologia.
Un poco come l’incontro tra Legolas, che tradotto significa Verdefoglia, principe degli elfi del Bosco Alto, e il nano guerriero Gimli il cui nome significa Fuoco: opposti che s’incontrano. Ora qui la letteratura tiene la parte dell’elfo Legolas e la teologia quella del nano Gimli, memore di Bernardo di Chartres, citato da Giovanni di Salisbury nel suo Metalogicon (III, 4): «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».
Così è accaduto, non so come, un mattino presto, che si intrecciassero sulla soglia di casa mia l’orizzonte letterario de Il Signore degli anelli e quello teologico del documento Quo vadis humanitas? della Commissione Teologica internazionale.
«Quo vadis, humanitas?»
Il documento della CTI si prefigge di «Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano» e riportare al centro della riflessione antropologica gli interrogativi sullo sviluppo umano, e di conseguenza sull’identità, dignità e destino umani.
Si è voluto far interagire l’antropologia cristiana con le trasformazioni tecnologiche contemporanee riconoscendone certamente il valore ma al tempo stesso ricordare pure che uno sviluppo senza etica, senza spiritualità può finire per asservire l’umano alla tecnica.
Nel testo vengono analizzate le teorie del transumanesimo e del postumanesimo secolare, vedendovi nella loro radicalizzazione ideologica una sottomissione della libertà e marginalizzazione della dignità umana che tende a un superamento se non addirittura a una sostituzione dell’uomo con la tecnologia.
Si ricorda così che la vera umanizzazione non può scaturire dal semplice potenziamento tecnologico, dalla svalutazione dell’umano e dalla manipolazione o ibridazione biologica e tecnologica del corpo. È invece dalla riscoperta continua di una vocazione di amore interpersonale, comunitario, dal lasciarsi amare amando, dal lasciarsi accogliere accogliendo che prende consistenza il processo di umanizzazione.
Aprendosi pure a quel di più di amore inesauribile, misterioso, ineffabile che muove il sole e le altre stelle, che provoca, sostiene, consola l’inquietudine, il desiderio, l’aspirazione del cuore umano e incalza il suo buon agire, chiama a una responsabilità condivisa, non elitaria né oligarchica, ma aperta verso l’intera umanità integrando le diversità dei popoli e percepita come luogo della libertà, che si affida all’altro nella reciprocità del dono.
L’identità umana nasce da una vocazione che coinvolge il cuore
L’identità autentica nasce da una vocazione e dal riconoscimento dell’altro; percorre la via delle relazioni del cuore, è un dono che si riceve, non ci si fa da soli, si attua dall’incontro. È un processo di rivelazione di noi stessi attraverso gli altri; la si accresce ospitando la loro diversità come una ricchezza che trafigge e che trasforma.
Ne Il Signore degli Anellil’identità non è già data, ma è in costruzione: costituisce un percorso di trasformazione. Si evolve attraverso la prova del potere che sgretola l’identità, spersonalizza e frantuma l’individuo quando lo si usa per dominare e sottomettere e non come servizio di amore (Gollum senza più identità totalmente sottomesso al potere dell’anello, il suo tesoro).
L’identità matura poi attraverso il radicamento in una famiglia, in una comunità, attraverso la lotta tra la propria essenza e la corruzione, sfuggendo alla menzogna, mostrando così come i più deboli possano ridefinire e ricostruire il proprio destino.
Il bambino come paradigma dell’umano, immagine della gratuità
Il documento della CTI dedica un passaggio importante al bambino come chiave interpretativa dell’umano: «La cultura oggi dominante non è sufficientemente attenta al fatto che “si nasce”, e il transumanesimo, e ancora di più il postumanesimo, dimenticano che l’essere umano è anzitutto figlio e quindi bambino, che si scopre generato e donato a sé stesso nell’avventura meravigliosa di essere e di crescere…
Il bambino è segno dell’umano filiale inteso come il dimorare in una pienezza: proprio perché non è gettato nell’esistenza, ma accolto e circondato dalle cure parentali, il bambino non si deve conquistare in uno sforzo di sviluppo continuo, ma si riceve in atteggiamento di gratitudine. Il bambino non è un vuoto da riempire, ma una pienezza donata e promessa, da accompagnare nell’avventura di dare forma all’esistenza nelle esperienze della vita.
L’identità filiale è oggetto di riconoscimento mediato dalle cure familiari nella casa: in questo spazio di vita la passività del provenire è la condizione della libertà di agire, e la dipendenza dall’amore è la condizione dell’autonomia. Per questo la ragione si sviluppa nel bambino sullo sfondo di un’originaria unità della realtà, come articolazione dell’essere, del bene e del bello. Il pensiero ha una radice affettiva nella sua origine.
Questa condizione è da ritrovare, e non da superare, in uno scambio nel quale il bambino si riceve dall’amore dei genitori e questi riscoprono con lui il loro essere figli. Il desiderio di potenziare l’umano, dunque, dovrà concentrarsi meno sul programmare un transumano che vada oltre l’essere (stati) bambini, per cercare piuttosto di garantire a ogni famiglia le condizioni sociali ed economiche per accogliere e accompagnare questo miracolo dell’inizio, in un contesto di vita favorevole alla nascita e alla crescita dei figli» nn. 95; 88-89.
Ne Il Signore degli anelli gli hobbit, gli abitanti della Contea, possono rappresentare tutto il potenziale, le dinamiche, i valori che troviamo nei bambini: piccoli in un mondo di grandi, dallo sguardo limpido, innocente, privi di ambizione, generosi e proprio perché piccoli e umili sono chiamati ad essere protagonisti della storia, quelli che da ultimi saranno i primi. L’ultimo capoverso del documento titola: La sfida dei poveri, come un invito ad essere noi umili sentinelle, strenuamente vigilanti sulle «conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi».
Umanismo integrale
Voltato l’angolo forse ci aspetta
Un ignoto portale o una strada stretta;
Se purtroppo oggi tirar oltre dobbiamo,
Può darsi che domani questa strada facciamo,
Prendendo sentieri nascosti
Che portano alla Luna o al Sole.
Mela, spina, noce, prugna,
Fateli passare! Fateli passare!
(Tolkien, 116).
Per Jacques MaritainUmanesimo integrale — il suo saggio del 1936 — significava una visione dell’umano fondata sulla dignità della persona, radicato nel personalismo comunitario che situa l’umano nella sua totalità spirituale e corporea, rifiutando sia l’individualismo borghese sia i totalitarismi del Novecento e ricordando che l’orizzonte ultimo dell’umanità non è circoscritto a quello terreste e cosmico, ma proteso in una trascendenza più che umana, divina.
Il termine Ultra-umano del gesuita scienziato Pierre Teilhard de Chardin, connesso con quello di cosmogenesi, rappresenta la meta finale di un processo di amorizzazione, evolutivo di differenziazione, spirituale, unitivo e mistico, il culmine di una comunione interpersonale e collettiva con il Cristo evolutore, cosmico e universale. A questa prospettiva il documento della CTI aggiunge un ulteriore aspetto circa l’umanesimo integrale affermando che «la vera umanizzazione dell’uomo raggiunge il vertice nella sua divinizzazione gratuita, cioè nell’amicizia e nella comunione con Dio» n. 147.
Il termine divinizzazione, tema centrale della teologia e spiritualità patristica viene intrepretato poi nel documento con un’immagine più familiare, meno teologica, ma fino a un certo punto: quella dantesca del Transumanar.
«La corretta accezione di questo “andare oltre” proprio dell’umano si ritrova nel “transumanar” espresso da Dante nel primo Canto del Paradiso, come in altre modalità dell’esperienza della “divinizzazione”, effetto dell’unione intima con Dio per grazia piuttosto che prodotto di tecniche umane più o meno elaborate:
“Solo grazie a quest’incontro — o reincontro — con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani, quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi, perché raggiungiamo il nostro essere più vero”.
A questo livello del discorso si potrà misurare la profonda distanza che esiste tra il sogno di “diventare come dèi” (cf. Gen 3, 4 La Torre di Babele) di certo transumanesimo o postumanesimo e il dono della “divinizzazione” intesa come partecipazione alla vita divina nell’umanità trasfigurata dei figli di Dio in Cristo» n. 24.
Un fiume carsico scorre accanto al grande fiume dell’umanità
Ne Il Signore degli anelli, anche se non viene usata una terminologia religiosa, la narrazione sottende una struttura teologica che rivela non solo il movimento di trascendenza dell’umano in un oltre più che umano, trasfigurato (le Terre Immortali), ma sottende altresì una forma di superamento mistico della condizione umana, che conduce a un altrove già presente e operante, straordinariamente nuovo, un dono, originario che si accompagna, rende solidali i diversi, vicini i lontani in compagnia del divino umanato, della sua grazia facendoli partecipi della sua impresa si salvazione.
Così il Transumanar di Dante e la divinizzazione, come presenza del mistero di Dio nella vita umana, propri della spiritualità e mistica patristica, sono come latenti ed emergenti nel e dal testo di Tolkien, sotterranei come un fiume carsico che attraversa tutta la narrazione.
“Cambierò davanti a loro le tenebre in luce” (Is 42, 16)
A questo proposito si può richiamare l’episodio della trasfigurazione di Gandalf il grigio, la guida spirituale della compagnia dell’anello. La sua rinascita dopo la morte nella lotta contro il Balrog lo ha trasformato, da limitato nel tempo e nello spazio a trasversale ad essi. Una trasfigurazione che gli ha mutato il nome in Gandalf il bianco.
«Il vecchio fu più rapido di lui. Saltò in piedi, e con un balzo salì su di una grande roccia. lvi si eresse improvvisamente, giganteggiando. Il cappuccio e gli stracci grigi giacevano in terra, e le bianche vesti brillavano… Lo guardarono tutti stupefatti. La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere.
Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole… [Legolas, Gimli e Aragon gridarono] “Gandalf”. “Sì, era questo il nome. Io ero Gandalf. Discese dalla roccia e raccolse la cappa grigia, avvolgendosela poi intorno alle spalle: e parve che il sole splendente di poco prima fosse ora di nuovo nascosto dalle nubi» (ivi, 603).
La partenza di Frodo dai Ponti Grigi verso le Terre Immortali
Anche Frodo può ricordarci la trasformazione interiore, e con essa l’ascesa mistica dell’umanità attraverso un combattimento spirituale, la notte oscura dello spirito in cui entrò anche lui quando salì sul Monte Fato con l’anello. Così pure al suo ritorno alla contea, con profonde ferite ma vittorioso, egli era come trasparente, un altro agli occhi de degli hobbit della contea, egli non apparteneva più a se stesso; ormai il suo ego era stato annullato accettando la sofferenza per il bene altrui, era stato liberato da tutto ciò che in lui era inautentico; era divenuto nonviolento, contrario alle armi, risparmiando la vita perfino a Saruman. Uomo di pace e portatore di pace egli avrà accesso così alle Terre Immorali.
«“Ebbene, cari amici, qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male”. Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì.
La nave veleggiò nell’Alto Mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una fresca fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i frutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba» (ivi, 11225-1226).
Voltato l’angolo forse ancor si trova
Un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà,
Finalmente il giorno giungerà,
E sarò condotto dalla fortuna
A est del Sole, ad ovest della Luna
(ivi, 1223).
Oltre la Sorellanza. Perché le donne continuano a ferire altre donne?
La domanda è scomoda. Ed è proprio per questo che va posta.
Per decenni il femminismo ha insegnato a noi donne a riconoscere la violenza esercitata dagli uomini. Ha dato un nome alla discriminazione, alla disparità salariale, alla violenza domestica, alle molestie, agli stereotipi.
È stata una rivoluzione culturale prima ancora che politica. Essendo donna, e quindi immersa in questa non facile situazione, ritengo sia necessario avere il coraggio di affrontare altro aspetti, meno discussi e forse ancora più delicati.
Le donne hanno davvero imparato a essere solidali tra loro? La risposta, se vogliamo essere onesti, non può essere un semplice sì.
La lezione del femminismo è stata davvero assimilata?
In parte sì. Le donne studiano, lavorano, guidano aziende, governi, università. Molte hanno acquisito una consapevolezza che le loro madri e le loro nonne non avevano potuto sviluppare.
Il linguaggio della parità è entrato nella società e parole come “patriarcato”, “sessismo”, “violenza di genere” fanno ormai parte del dibattito pubblico.
Ma una conquista culturale non coincide automaticamente con una trasformazione interiore. Molte donne hanno imparato a riconoscere le ingiustizie quando provengono dagli uomini. Molto meno quando arrivano da un’altra donna. Ed è qui che il femminismo sembra essersi fermato.
La violenza che non lascia lividi. Esiste una violenza femminile contro le donne che non è sempre evidente e raramente fa notizia, quasi mai viene denunciata.
È la violenza dello sguardo che giudica, della collega che ostacola, della madre che educa la figlia alla competizione invece che alla fiducia, della professionista che umilia una giovane appena arrivata, della donna che considera un’altra donna una rivale prima ancora di conoscerla.
È la violenza delle esclusioni, delle maldicenze, dell’invidia, del sarcasmo, dell’umiliazione sociale, del pettegolezzo usato come arma, della delegittimazione sistematica. È una violenza che non lascia segni sul corpo, ma può produrre ferite profonde nell’identità.
Perché accade?
Perché nessuno nasce immune dalla cultura nella quale vive. Per secoli a noi donne è stato insegnato che il nostro valore dipendesse dall’essere più belle, più desiderabili, più giovani, più brave, più devote, più madri, più mogli, più perfette delle altre e in una società che offriva pochi spazi di potere al femminile, ogni conquista sembrava possibile solo sottraendola a qualcun’altra.
Così la competizione è diventata un’abitudine. La rivalità è stata normalizzata. L’invidia è stata persino romanticizzata o celebrata attraverso l’uso dei mass media.
Il patriarcato non produce soltanto dominio maschile. Produce anche donne che finiscono, inconsapevolmente, per riprodurne i meccanismi contro altre donne. Questo fenomeno è stato descritto da numerose studiose come “misoginia interiorizzata“: l’assorbimento di pregiudizi e gerarchie che portano le donne a giudicare più severamente le altre donne che gli uomini.
La ricerca contemporanea sottolinea inoltre che la solidarietà femminile non nasce automaticamente dall’appartenenza allo stesso genere, ma richiede un lavoro continuo di riconoscimento reciproco e di rispetto delle differenze.
La falsa idea della “sorellanza”
Per molto tempo si è parlato di “sorellanza” come se fosse un sentimento naturale. Non lo è. Essere donne non significa automaticamente comprendersi.
Le donne possono essere solidali, ma possono anche essere spietate. Possono proteggersi oppure distruggersi. La solidarietà non nasce dal sesso biologico. Nasce dall’etica.
Il giudizio tra donne
Le donne continuano a giudicarsi con una severità impressionante. La madre lavoratrice viene criticata. La madre casalinga viene criticata. La donna senza figli viene criticata. La donna troppo elegante. Quella trascurata. Quella giovane. Quella anziana. Quella ricca. Quella povera. Quella colta. Quella semplice.
Sembra esistere sempre un tribunale invisibile nel quale ogni donna viene processata da altre donne. Come se nessuna fosse mai abbastanza.
Anche le differenze sociali dividono
Esiste poi un’altra frattura, spesso ignorata. Le donne appartenenti a classi sociali differenti fanno fatica a riconoscersi.
La donna privilegiata rischia di non comprendere le difficoltà economiche di chi vive con uno stipendio precario. La donna istruita può guardare con paternalismo chi ha avuto meno opportunità. La donna benestante può non vedere il lavoro invisibile della collaboratrice domestica, della cassiera, della badante, della donna migrante.
Ma anche il contrario è possibile. Il risentimento sociale può trasformarsi in disprezzo verso chi viene percepita come privilegiata. Così il dialogo lascia il posto al sospetto e la solidarietà si dissolve.
Che cosa dobbiamo ancora imparare noi donne?
Forse la lezione più difficile. Che il rispetto non consiste nel pretendere che tutte siamo uguali. Consiste nell’accettare che ogni donna abbia una storia diversa.
Una madre non vale più di una donna senza figli. Una manager non vale più di un’operaia. Una donna istruita non vale più di una donna che ha potuto studiare meno. Una donna occidentale non comprende automaticamente l’esperienza di una donna migrante. Una giovane non comprende quella di un’anziana.
Una donna libera oggi non dovrebbe dimenticare il prezzo pagato da chi quella libertà l’ha conquistata. Il femminismo del XXI secolo dovrà forse smettere di chiedere soltanto agli uomini di cambiare, dovrà chiedere anche alle donne di interrogarsi su come guardano, parlano e trattano le altre donne.
La vera rivoluzione
La vera emancipazione non sarà completa finché una donna continuerà a sentirsi più al sicuro nel giudicare un’altra donna che nel sostenerla.
La solidarietà, infatti, non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscere nell’altra una persona degna di rispetto, anche quando è diversa da noi, quando ha fatto scelte che non condividiamo, quando appartiene a un’altra classe sociale, a un’altra cultura o a un’altra generazione.
Il femminismo ha aperto la strada alla libertà. Ora resta da percorrere il tratto più difficile: trasformare quella libertà in una cultura del rispetto reciproco. Perché una società sarà davvero più giusta non quando le donne avranno conquistato gli stessi diritti degli uomini, ma quando avranno imparato a non diventare, l’una per l’altra, il primo ostacolo alla libertà dell’altra.
L’INASPETTATO PRESENTE
Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo
Ci sono persone che entrano nella geografia della nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non perché le abbiamo cercate, ma perché qualcosa, tra noi e loro, accade.
Lei la incontro a Jesolo da sei anni.
Viene dal Senegal e trascorre qui i mesi estivi, da giugno a settembre. Lavora sulla spiaggia, fa le trecce. All’inizio le faceva alle mie bambine. Tre anni fa le ha fatte anche a me. È cominciata così, dentro uno di quei gesti ordinari che sembrano destinati a esaurirsi nel momento in cui avvengono.
E invece no.
Da allora, ogni estate, ci ritroviamo. Ci riconosciamo, parliamo, ci raccontiamo qualcosa del tempo trascorso dall’ultima volta. Piccoli frammenti di vita che, anno dopo anno, hanno trasformato una casualità in qualcosa che assomiglia a un legame.
Ma una consuetudine non è una certezza.
Quest’anno lei è partita dal Senegal portando con sé un regalo per me, senza sapere se mi avrebbe trovata ancora qui.
Forse immaginava che sarei tornata. Forse lo sperava. Ma non poteva saperlo, perché non me lo aveva chiesto.
Ed è proprio questo particolare ad avermi colpita più di ogni altro.
Significa che io ero già nel suo pensiero. Che da qualche parte, lontano da Jesolo e da quella spiaggia sulla quale ogni estate ci ritroviamo, dentro un’altra quotidianità, lei si è ricordata di me.
Il regalo è un portaoggetti intrecciato a mano da sua sorella, coloratissimo, con i colori della sua terra.
Per me ha un valore enorme.
Il suo valore sta nella storia che porta con sé e soprattutto nel gesto che lo precede. È qualcosa che appartiene al suo mondo, alla sua famiglia, alla sua terra, e che lei ha scelto di consegnare a me. Quasi a lasciare qui una parte di sé perché io possa averla accanto durante l’anno e, guardandola, pensare a lei. Come se già non lo facessi.
Un dono non è mai soltanto ciò che abbiamo tra le mani.
Qualcuno lo ha intrecciato in Senegal. Lei lo ha scelto per me e gli ha fatto attraversare migliaia di chilometri senza avere la certezza che avrebbe raggiunto la sua destinataria.
Quando me lo ha consegnato mi sono commossa.
Perché il valore di un dono autentico non si misura con il suo prezzo. Si misura con il posto che abbiamo occupato nella mente di qualcuno prima ancora di riceverlo.
Un regalo, quando è davvero un regalo, dice qualcosa di molto semplice: ti ho pensata quando non c’eri.
E forse non esiste definizione più essenziale del legame.
Mi sono chiesta allora che cosa, in questi sei anni, avesse costruito tutto questo.
Non c’è stato un momento preciso. Nessun evento straordinario. Ci sono stati tanti piccoli gesti.
Tra questi ce n’è uno al quale ho pensato subito: ogni anno le faccio gli auguri per il suo compleanno.
Può sembrare poco. Per me non lo è.
Al compleanno ho sempre attribuito un significato particolare. È la data nella quale qualcuno è venuto al mondo e ricordarla significa, almeno per me, qualcosa che va oltre una formula di cortesia. Significa dire all’altro: mi ricordo di te. La tua esistenza non è passata inosservata. Hai occupato un posto nella mia memoria anche mentre eravamo lontani.
Non posso sapere quanto abbia contato né voglio costruire una spiegazione certa per un gesto che è bello proprio perché non ha bisogno di essere spiegato. Ma mi piace pensare che anche questo sia entrato, insieme alle parole, ai sorrisi e a ciò che negli anni ci siamo raccontate, nella trama silenziosa di questa relazione.
Perché i legami spesso si costruiscono esattamente lì: nelle cose apparentemente minime.
Nel ricordarsi. Nel riconoscersi. Nel prestare attenzione. Nel vedere una persona anziché semplicemente incrociarla.
C’è una differenza enorme tra guardare qualcuno e vederlo. Possiamo incrociare molte persone senza che lascino alcun segno e possiamo trascorrere poco tempo con qualcuno per accorgerci, magari molto dopo, che qualcosa è rimasto.
Non sempre ciò che diamo viene raccolto. Possiamo offrire attenzione, presenza, parole e non ricevere alcuna restituzione. E possiamo invece compiere un gesto che a noi sembra minuscolo e scoprire, molto tempo dopo, che qualcuno lo aveva custodito.
Perché alcune persone sanno raccogliere.
Raccolgono una parola, un’attenzione, un compleanno ricordato, un sorriso. Ma soprattutto raccolgono qualcosa di molto più difficile da definire: l’essere state viste.
Lei avrebbe potuto restare, per me, “la signora che fa le trecce sulla spiaggia”.
Io avrei potuto restare, per lei, una delle tante persone conosciute durante una stagione di lavoro.
Invece siamo diventate qualcosa di diverso: due persone che si riconoscono.
E quando qualcuno si sente visto, qualche volta qualcosa di quel riconoscimento ritorna.
Non nello stesso modo e non nello stesso momento. La restituzione autentica non è un conto da pareggiare: nasce perché ciò che abbiamo ricevuto ha prodotto in noi il desiderio di rispondere.
Quest’anno quella risposta, per me, ha preso la forma di un contenitore coloratissimo arrivato dal Senegal.
Guardandolo vedo un viaggio, delle mani che lo hanno intrecciato, una donna che ha deciso di metterlo in valigia per me.
E vedo soprattutto quel margine di incertezza che rende il gesto ancora più prezioso: non sapeva se mi avrebbe trovata.
Sei anni fa c’erano semplicemente una donna che faceva le trecce su una spiaggia di Jesolo e un’altra donna che portava lì le proprie bambine.
Oggi c’è qualcosa fatto dalle mani di una sorella che non conosco, scelto per me dall’altra parte del mare e arrivato fino a qui nell’incertezza persino di poter essere consegnato.
In mezzo ci sono sei estati.
Parole, sorrisi, racconti, compleanni, partenze e ritorni. C’è memoria.
E c’è quella cosa impalpabile che chiamiamo legame e che spesso continuiamo a cercare nei grandi gesti mentre nasce, quasi sempre, dall’accumularsi di quelli piccoli.
Forse è proprio questo che rende preziose alcune relazioni: non quanto tempo trascorriamo con qualcuno, non quanto siano formalmente definite, neppure quanto le nostre vite si assomiglino.
Conta ciò che riusciamo a lasciare l’uno nell’altro.
Qualcosa può essere prezioso perché è raro o costoso. Oppure può diventare inestimabile perché qualcuno, a migliaia di chilometri di distanza, lo ha guardato e ha pensato proprio a noi.
E allora non possediamo semplicemente ciò che abbiamo ricevuto. Custodiamo il pensiero che lo ha accompagnato.
Possiamo attraversare luoghi meravigliosi, collezionare fotografie, riempire la vita di esperienze.
Ma alla fine, quando qualcosa riesce davvero a raggiungerci, quasi sempre c’è un volto.
Forse perché i luoghi diventano importanti per chi vi abbiamo incontrato. Le cose per chi ce le ha donate. I ricordi per chi li ha abitati insieme a noi.
Cover: Un incontro in spiaggia a Jesolo.
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Cosa portiamo a casa da Bonn? I negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima
Poco più di due mesi fa, il 18 giugno a Bonn, si sono ufficialmente chiusi i negoziati intermedi in preparazione alla COP31 sul clima, in programma a novembre in Turchia.
Il network italiaclima.org, nato nel 2011 per affrontare la crisi climatica e assicurare un futuro sostenibile a noi e alle prossime generazioni, è tra i pochi a fornire informazioni su questo importante appuntamento (https://www.italiaclima.org/cop31-aspettative/) nel quasi completo disinteresse dei media italiani.
Tra le prime considerazioni che si trovano nella sintesi che il network pubblica si sostiene che la “COP31 è percepita dai Paesi come il “momento decisivo per passare all’implementazione concreta dell’Accordo di Parigi”, ponendo in primo piano l’obiettivo relativo al lancio del secondo Global Stocktake (GST) e alla necessità di chiudere il gap sull’adattamento”.
Il Global Stocktake (o Bilancio Globale) è il meccanismo chiave dell’Accordo di Parigi e consiste in una valutazione periodica globale dei progressi compiuti per raggiungere gli obiettivi climatici, in particolare limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali.
Successivamente si dice come sia “emersa, in modo trasversale tra i Paesi partecipanti e sui diversi tavoli di lavoro, la necessità di attribuire maggiore centralità alla finanza nei prossimi negoziati considerandola un elemento essenziale per rendere attuabili gli obiettivi concordati”, e infine che i “Paesi riaffermano l’impegno nel multilateralismo e lo considerano cruciale per accelerare la transizione energetica e mantenere l’obiettivo di 1,5°C”.
Sally Box, vicepresidente dei negoziati e capo negoziatrice per la COP31, continua il rapporto di Italian Climate, ha dichiarato che “l’Australia intende lavorare su tutti gli elementi del negoziato, facendo leva sui risultati della COP30 e cooperando con Brasile e Turchia per accelerare l’attuazione a livello globale e preparare le basi per il secondo Global Stocktake (GST) attraverso un processo inclusivo e trasparente”.
La delegazione del Network che ha seguito i negoziati sul clima da Bonn scrive che le due settimane di lavori sono state segnate “da una forte frustrazione collettiva”, culminata nella serata del 18 giugno, quando all’ultimo minuto dell’ultimo giorno non è stato trovato un accordo sulla creazione di una taskforce sul Global Goal on Adaptation, che comunque sarebbe stata una soluzione di compromesso.
Dai negoziati una sola vera eccezione positiva: il tavolo negoziale sulla giusta transizione, l’unico, in due settimane di lavori, capace di avanzare concretamente grazie all’approvazione di un testo preliminare verso COP31”.
Altro elemento importante che scaturisce dall’articolo è il risalto dato “alla rapidità con cui i governi mobilitano risorse finanziarie per il settore militare e per la gestione delle crisi geopolitiche, in contrasto allo stallo e alla frammentazione che continuano a frenare lo stanziamento di risorse (materiali e politiche) per i cambiamenti climatici, la cui urgenza non può essere messa sempre in secondo piano rispetto alla contingenza geopolitica, anzi: ne fa parte”.
I principali temi negoziali trattati nelle settimane di Bonn sono stati la Giusta Transizione, il tavolo negoziale che ha fatto i passi avanti più concreti, l’Adattamento, il Global Goal on Adaptation (GGA), che si è trovato a un bivio dato dal fatto che il negoziato di Belém (COP30) avrebbe dovuto passare dalla costruzione dell’architettura all’attuazione pratica, ma a Bonn si è visto quanto sia difficile fare il passo successivo.
Segue la Mitigazione, uno dei dossier più controversi e tesi, come si è visto in questi negoziati intermedi.
Sul quarto tema, il Global Stocktake(Bilancio Globale), Il dato forse più positivo è arrivato dal Segretariato UNFCCC : il 90% dei nuovi obiettivi climatici nazionali (NDC) presentati tra giugno 2024 e giugno 2026 dichiara, almeno verbalmente, di basarsi sul primo Global Stocktake (GST1).
È un segnale utile politicamente, ma non basta a garantire il funzionamento del meccanismo. Soprattutto resta da capire se nel registro ONU mancano all’appello ancora 53 obiettivi climatici nazionali, nonostante la scadenza fosse a febbraio 2025 e i richiami al GST nei piani nazionali siano un vero cambio di rotta o una formula di rito.
Infine il tema della Finanza Climatica che vede contrapporsi visioni distanti, con divisioni che attraversano lo stesso fronte dei Paesi in via di sviluppo.
Tra le poche fonti di informazioni che hanno riportato notizie su questi negoziati vi è GreenMe (testata giornalistica online d’informazione e di opinione su tematiche green), dove, all’articolo di Riccardo Liguori I negoziati climatici di Bonn sono stati un fallimento: ecco cosa (non) si è deciso si afferma come “i negoziati intermedi dell’ONU si arenano sui dossier più delicati. Avanti solo la Giusta Transizione.”
Il giudizio che viene dato sui lavori di Bonn non è certo lusinghiero. “Più che preparare la strada verso la COP31, i negoziati climatici intermedi di Bonn hanno fotografato lo stato del multilateralismo climatico nel 2026: un sistema che continua a produrre dialogo e compromessi, ma che fatica sempre di più a trasformare gli impegni in decisioni operative”.
Nel sito di Materia Rinnovabile (versione italiana di Renewable Matter, magazine bimestrale di approfondimento di argomenti inerenti la transizione economica circolare), Jacopo Bencini, nell’articolo Clima, a Bonn si assaggia la durezza del post-negoziato scrive che “le sessioni preparatorie di COP31 si chiudono con pochi progressi e molte tensioni su adattamento, mitigazione e finanza climatica, mentre l’attuazione mette alla prova gli impegni assunti negli anni scorsi”.
Anche Huffington Post è tra i pochi a dare notizia dei negoziati. Il 19 giugno, il giorno successivo alla chiusura, ne parla sul proprio sito Alfredo De Girolamo, con toni simili ai precedenti, nell’articolo Comincia male la strada verso Cop31 a Bonn: un negoziato troppo frammentato e prudente si dice che “la «diplomazia dei piccoli passi» non riesce a tenere il passo con la velocità del riscaldamento globale.
A novembre in Turchia si dovrà dimostrare che gli obiettivi di Parigi sono ancora raggiungibili, non con dichiarazioni ma con azioni concrete”.
Questa breve rassegna farebbe pensare a una realtà tutta in negativo; fortunatamente non è così: una notizia del giugno scorso apre a un po’ di ottimismo. È quella riguardante la transizione ecologica del nostro paese e che fa ben sperare nei negoziati della prossima COP.
La riporta il sito della testata digitale Ambientenonsolo nell’articolo A maggio rinnovabili al 52,8% della domanda elettrica italiana: il solare guida la transizione, dove viene messo in evidenza come le fonti rinnovabili confermino un ruolo ormai centrale nel coprire il fabbisogno energetico nazionale. Ma questo tema, che merita commenti e argomentazioni appropriate, conviene venga approfondito in modo adeguato in altro articolo.
Parole a capo / Un poemetto di Cristina Simoncini e un ricordo di Mariella Bettarini scritto da Elisa Donzelli
Parole a capo /
Un ricordo di Mariella Bettarini e un poemetto di Cristina Simoncini
ADDIO A MARIELLA BETTARINI (Firenze 1942- Firenze 2026) Non ha avuto la gloria di molti uomini della poesia del secondo Novecento. Non c’è altra parola per darne spiegazione che una parola retorica: “ingiustamente” non ha avuto la stessa attenzione. Mariella Bettarini ha rappresentato molto più di altri e altre la voce che ha “giurato guerra alla guerra” attraverso l’azione della poesia. E ha visibilmente rappresentato un’epoca domandandosi in quell’epoca da donna, e domandando a uomini e donne, “Chi è il poeta?“. Non solo secondo l’idea che ce ne ha restituito “Il pubblico della poesia”, oggi la sola antologia, o quasi, iconizzata (epigonizzata) dagli studi e dai poeti stessi per leggere quel tempo.
Mariella sarà al centro di una antologia che uscirà a mia cura con più di altre 100 voci di poeti (almeno 40 di poete/esse) tra pochi mesi per lo Specchio Mondadori. Ne era onorata e felice, persino stupita. Perché era una che non ha mai giocato a fare la sacerdotessa, o a fare la parte della poetessa oracolare o impegnata. Mi ha aiutata moltissimo per ciò che poteva e ricordava a ritrovare i suoi infiniti materiali sparsi e i suoi materiali inizieranno a ricircolare a partire da questo libro.
Noi tutti le dobbiamo per l’azione e la diffusione artistica, politica e della bellezza della poesia. Perché aveva quanto più cervello e nettezza nelle scelte che aveva compiuto da “Salvo imprevisti” (fondata con Silvia Batisti nel 1973) alla collaborazione a circa 160 giornali e riviste. Soprattutto per la sua poesia che sapevano essere il cuore della sua azione almeno Frabotta, Porta, Cordelli, Manacorda, Luperini, Cucchi, Borsellino, Cecchi, Siti, Kemeny, Majorino, Lunetta, Fortini. Fortini anche, sì, che come tutti loro ha scritto su di lei, e che qualche volta la aveva anche “ingiustamente” snobbata. Poi intelligente come era recuperando e vergognandosene.
Ciao Mariella, grazie.
ELISA DONZELLI
Nel 2006, la Bettarini diceva di sé “Vivo e lavoro a Firenze (dove fino al ’92 ho insegnato nelle scuole elementari), città dove sono nata il 31 gennaio 1942. Dopo una parentesi torinese negli anni dell’infanzia e un doloroso soggiorno di tredici anni a Roma, e dopo corroboranti esperienze nella mia città natale (la città di La Pira e di don Milani, di padre Balducci e dell’Isolotto: le mie radici), nel 1973, in un postsessantotto colmo di disperate speranze, con alcuni amici scrittori diedi vita a “Salvo imprevisti”, quadrimestrale (12/11/06), fascicoli monografici dedicati a temi come “Cultura e meridione”, “Donne e cultura”, “Dopo il sessantotto”, Pasolini, “Poesia e inconscio”, “I bambini/la poesia”, “Poesia e teatro”, “Poesia e follia”, “Del tradurre”, ecc: Ho, infatti, sempre sentito strettissimamente connessa la mia ricerca etico-estetica con il rovello, la ricerca, l’esperienza etico-culturale di altre persone (prima che poeti/scrittori), in una comunitaria, non competitiva passione insieme letteraria e sociale.
Dal 1992 “Salvo imprevisti” si chiama “L’area di Broca”, semestrale che privilegia temi scientifico/conoscitivi, oltre che letterari. Intanto, dal 1961 scrivevo molto, soprattutto poesia (ma anche prosa creativa e critica: recensioni prefazioni, brevi saggi), leggevo moltissimo, traducevo la Weil, partecipavo attivamente, su fogli e riviste, al dibattito in corso sui sempre difficili rapporti tra letteratura e società.
Da allora ad oggi ho pubblicato ventisei titoli di poesia, sette tra libri e plaquettes di narrativa,due di saggistica (sulla condizione della donna e la sessualità nel 1978 e nell’80 una serie di interviste a 33 poeti di varie generazioni); ho partecipato a dibattiti, letture pubbliche, convegni, ecc. Poiché credo nella cooperazione culturale (e amo profondamente la scrittura degli altri), sono sempre stata contraria ai premi letterari. Così, dal 1984, in questa linea di intensa partecipazione e collaborazione, assieme a Gabriella Maleti (che ne è stata l’ideatrice) curo la piccola Editrice Gazebo, che ha collane di scrittura creativa e critica. Nel 1996, con i genitori di Alice Sturiale, ho curato Il libro di Alice (ripubblicato da Rizzoli nel 1997).
Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/”naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.”
(Poemetto inedito di Cristina Simoncini)
IN CAMPAGNA
1.
Col gesto affonda un semicerchio
nel verde, la bimba impugna la falce
e fa lo stesso, l’erba raccolta in grembo
sfamerà i conigli, lei ha imparato
ad aprire la gabbia – mentre i musetti
la osservano, impauriti.
2.
Il baffo di vernice sulle ali
dei polli che becchettano nell’aia
è il magro segno della proprietà.
Osservando l’altalena che oscilla
sghemba sull’area, il fotogramma si alza
e si abbassa mostrando la mescolanza
dei volatili, il vagare a vuoto
dell’ultima gente di campagna.
3.
Si sporge sui covoni di fieno
e guarda suo cugino che ridendo
si è tuffato in basso, sembra un burattino,
è settembre, forse, ancora caldo,
odore di animali e la paura che arrivi
lui, una nuvola d’ira, il forcone,
la distanza dall’infanzia non si colma.
4.
Scappa fino alla recinzione elettrica,
la affascina il grugnito, focalizza
i margini del bosco, il filo spinato,
sa che non deve avvicinarsi,
grida il suo nome, è arrivato a riprenderla,
forse uno sculaccione, non ricorda
non ha mai avuto le gambe così piccole,
come se tutto lì intorno la annientasse.
Quanto la trascina percepire
il reale come tale, un vento di cose.
La lontananza, non volere niente.
5.
Si sporge – le mani
sulla rete – è preoccupata
le ali spuntate la rendono più docile.
È andato a riprenderla.
Ora le sta davanti famelico
la bocca asciutta dalla rabbia
una solenne onnipotenza
alza il braccio e configge
la tortora con forza sul selciato
un ventaglio di sangue si diffonde
la testa sconfitta ciondola a lato
l’urlo ghiacciato nella bambina
si articola in vuoto cocciuto
i passi sembrano cadere
da una cornice di lentezza.
6.
È legato alla quercia da una corda,
domestico vuol dire a disposizione.
Qualcuno va su, a turno
– gli adulti all’oscuro –
provare ad allungare la ciotola,
nel caldo afoso dell’estate dire
Non più di lì, non tradire il confine.
Invece se n’è andato,
nessuno a casa intendeva accudirlo,
pensavano che già ci sono i figli.
7.
Lei, i passi, sembrano far strada
a una punta di disagio. Lo noti dalla foto.
Ad esempio, il vestito della donna
non c’entra niente con l’occasione.
L’erba secca da lontano ricorda
la savana, lui fischia a un cardellino
mentre la bimba sfodera bastone
e sguardo da esploratrice,
stanno distanti e in fondo pensano
che quello sia un mortorio, da dimenticare.
Cristina Simoncini è nata a San Giovanni Valdarno (Arezzo) nel 1966. Vive a Terranuova Bracciolini. Ha pubblicato poesie su riviste cartacee (Il Foglio Clandestino, Nova), su alcune antologie e su molti spazi virtuali (tra le quali Avamposto, Limina Mundi, Larosainpiu, Circolare Poesia). Linea di mira (Pietre Vive Editore, 2025) è la sua prima opera poetica. In “Parole a capo” sono state pubblicate alcune sue poesie il 6 aprile 2023.
Ringrazio Cristina Simoncini per avermi autorizzato la pubblicazione.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesiaParole a capocurata da Pier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 353° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Il grande scacchiere non mente. Una possibile mappa per leggere il conflitto in Ucraina
C’è una domanda che i nostri media raramente si pongono con la dovuta serietà: “perché il conflitto tra Russia ed Ucraina?” (Ne avevo parlato su Periscopio appena scoppiato il conflitto Qui). La risposta mainstream, semplificando, oscilla tra psicologia del tiranno (‘Putin è pazzo’, ‘Putin è malvagio’) e retorica dei blocchi (‘democrazie buone: noi, contro autocrazie cattive, loro’).
Entrambe le letture hanno un difetto strutturale: sono morali, non analitiche. Spiegano, o meglio dichiarano, chi ha torto e dunque chi ha ragione, non cosa sta succedendo. Per capire cosa sta succedendo davvero occorre rispolverare due dottrine geopolitiche vecchie di un secolo che, lungi dall’essere reliquie accademiche, continuano a orientare i calcoli delle potenze sullo scacchiere globale.
Si chiamano “teoria dello scontro tra potenze di terra e di mare” e “teoria dell’Heartland”. Usarle come lenti d’ingrandimento non significa giustificare nulla. Significa provare a capire.
La terra contro il mare: una guerra di civiltà prima che di eserciti
Carl Schmitt, giurista e teorico politico tedesco (1888–1985), elaborò in Terra e Mare (1942) una delle intuizioni più dirompenti del pensiero geopolitico novecentesco: la storia universale è, nella sua struttura profonda, la storia di una contesa tra potenze di terra e potenze di mare. Non si tratta semplicemente di geografia fisica, ma di una divergenza di civiltà, di modi di organizzare il potere, il commercio, il diritto, l’identità collettiva.
Le potenze di terra — Schmitt le chiama Tellurokrat — fondano il proprio ordine sulla stabilità territoriale, sulla continuità, sulla gerarchia radicata nel suolo. Il loro universo valoriale è quello del confine fisico, della sovranità forte, del controllo dell’entroterra.
Le tellurokrat pensano in termini di profondità strategica e di blocchi continentali. La Russia zarista, l’Unione Sovietica, la Russia di Putin sono, in questa chiave, l’incarnazione moderna della potenza tellurocratica per eccellenza.
Le potenze di mare — le Talassokrat— costruiscono il loro dominio sulla mobilità, sul commercio, sulla fluidità delle rotte oceaniche. Il loro diritto è il diritto commerciale internazionale; il loro spazio è l’oceano, aperto e indifferente ai confini. Gran Bretagna prima, Stati Uniti poi, sono le potenze talassocratiche per antonomasia.
La NATO, in questa lettura, non è un’alleanza difensiva nata dalla paura sovietica: è lo strumento geopolitico con cui la potenza marittima ha esteso il proprio controllo fin dentro il continente eurasiatico, agganciando l’Europa (prima occidentale, oggi tutta) alla propria orbita e comprimendo progressivamente lo spazio di manovra della potenza tellurocratica russa.
La contesa, per Schmitt, non è risolvibile attraverso la diplomazia ordinaria, perché non è un conflitto di interessi: è uno scontro tra ontologie politiche diverse, tra modi radicalmente differenti di concepire l’ordine del mondo. Ogni allargamento della NATO verso est, in questa prospettiva, non è un’espansione difensiva di uno spazio democratico: è l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente, verso ciò che la Russia percepisce come il proprio spazio vitale — termine geopolitico, non morale.
L’Heartland: chi controlla il cuore del mondo, controlla il mondo
Nel 1904, il geografo britannico Halford John Mackinder (1861–1947) presentò alla Royal Geographical Society un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna: The Geographical Pivot of History. La tesi centrale è sintetizzata in una formula lapidaria, diventata celebre:
“Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda la World-Island; chi governa la World-Island comanda il mondo”.
Per Mackinder, la massa continentale euro-asiatica-africana — che chiama World-Island, l’isola-mondo — è il cuore geopolitico del pianeta (Qui) Al centro di questa massa si trova l’Heartland, il “cuore della terra”: una vasta regione interna che corrisponde approssimativamente all’odierna Russia centro-asiatica, alle steppe kazake, e a parte dell’Europa orientale.
È una regione inaccessibile alle potenze navali: i suoi fiumi non sfociano in mari aperti (in oceani) i suoi confini interni non possono essere raggiunti dalla flotta militare di nessuna potenza marittima. Chi controlla l’Heartland dispone di risorse naturali immense, di una profondità territoriale inespugnabile, e della capacità di proiettare forza in tutte le direzioni del continente.
L’Ucraina, in questa cartografia del potere, occupa una posizione di rilevanza assoluta. È il lembo occidentale dell’Heartland, il margine dove la massa continentale incontra l’Europa e il Mar Nero.
Non a caso Mackinder, già nel 1919, scriveva che una Ucraina indipendente (con Polonia, Bielorussia e repubbliche del Caucaso a far da stati cuscinetto controllati) era un contrappeso essenziale alla potenza russa — e che una Russia che avesse avuto il pieno controllo di quelle terre (oggi l’Ucraina) avrebbe ricostituito il pieno controllo sull’Heartland, con conseguenze per l’equilibrio mondiale difficili da contenere.
Era il 1919. Quasi esattamente un secolo dopo, le parole di Mackinder sembrano scritte per descrivere il presente.
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e uno degli architetti della strategia americana post-Guerra Fredda, riprendeva esplicitamente Mackinder nel suo The Grand Chessboard (1997): “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico”. Non un’opinione, ma una deduzione quasi geometrica dalla teoria dell’Heartland.
Il conflitto russo-ucraino come caso di scuola geopolitico
Integriamo ora le due dottrine e applichiamole al conflitto in corso. Ciò che emerge è una lettura strutturale che non sostituisce il diritto internazionale, né assolve provocatore e aggressore, ma consente di capire la logica profonda degli attori — una logica che prescinde dalle dichiarazioni ufficiali e dagli appelli morali; una logica che funziona a prescindere da chi governa il Cremlino o da chi comanda a Londra o a Whashington.
Dal punto di vista della teoria schmittiana: l’allargamento della NATO dall’Elba fino ai confini russi — dodici paesi dell’ex blocco orientale tra il 1999 e il 2004, con dichiarazioni di disponibilità all’ingresso di Georgia e Ucraina nel 2008 — è percepito dalla Russia non come un’alleanza difensiva di stati sovrani, ma come l’avanzata della potenza marittima nel cuore del continente.
Non importa se questa percezione sia fondata o strumentale: è la percezione che guida i calcoli strategici. Come scriveva George Kennan nel 1997, uno degli architetti della dottrina del contenimento americano: L’allargamento della NATO è un errore tragico. Nessuno ha capito la sensibilità russa (vedi Qui). Kennan non era un filorusso: era un analista geopolitico della migliore tradizione realista americana.
Dal punto di vista della teoria dell’Heartland: un’Ucraina integrata nella NATO significherebbe che la potenza marittima (gli Stati Uniti e i loro alleati europei) giunge fisicamente ai confini dell’Heartland, con capacità missilistiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
Per la Russia, questo non è un rischio calcolabile: è una minaccia esistenziale. Esattamente come gli Stati Uniti considerarono inaccettabile la presenza di missili sovietici a Cuba nel 1962 — a novanta miglia dalle proprie coste — la Russia considera inaccettabile la prospettiva di infrastrutture militari NATO sull’ex territorio sovietico.
L’analogia con Cuba è volutamente provocatoria, ma non irragionevole: la usano tanto i critici della NATO quanto diplomatici occidentali in pensione come Henry Kissinger, che fino alla sua morte ha sostenuto che “l’Ucraina dovrebbe accettare la neutralità come condizione per la pace” (vedi Qui). Non perché la Russia abbia ragione, ma perché la geopolitica non funziona a ragioni: funziona a rapporti di forza e a percezioni di minaccia.
Nulla di questo giustifica gli eccessi di uno stato di guerra (non dichiarata), l’invasione, la distruzione di città e infrastrutture, le vittime civili da entrambe le parti, le violazioni del diritto internazionale. La spiegazione non è la giustificazione: confonderle è l’errore intellettuale più comune nel dibattito pubblico.
Ma pensare che la Russia abbia invaso le regioni a maggioranza russofona dell’Ucraina solo perché Putin è un autocrate pericoloso, che vorrebbe addirittura conquistare l’Europa (!) — e che il problema si esaurisca lì — è una semplificazione consolatoria,che impedisce di capire perché questo conflitto non si risolverà con la disfatta militare di uno dei contendenti, e perché qualsiasi accordo di pace durevole dovrà necessariamente fare i conti con la geografia, prima ancora che con la storia.
Pensare contro il pregiudizio indotto
Ovviamente le dottrine di Schmitt e Mackinder non sono verità rivelate. Sono strumenti analitici: lenti che, applicate al presente, permettono di vedere strutture che la narrazione dominante tende a oscurare. Ci dicono che il conflitto russo-ucraino non è nato il 24 febbraio 2022, non è stato scatenato dalla rivoluzione orchestrata di Maidan del 2013-14, dalle annessioni russe e dai successivi scontri nel Donbass tra nazionalisti ucraini e separatisti russofoni, ma ha radici lunghe che affondano nel secolo scorso, radicate nella competizione tra potenzeper il controllo dell’Heartlandeurasiatico.
Il mainstream mediatico e politico occidentale ci propone invece una storia con buoni (eroi) e cattivi chiaramente identificati, dove la guerra è l’irrazionale follia di un uomo solo contro una comunità di democrazie. È una storia rassicurante, facile da comunicare, utile per mobilitare consenso e giustificare il grande riarmo in vista della guerra che verrà. È anche, come ogni semplificazione, parzialmente cieca: non vede la struttura, non vede la lunga durata, non vede la razionalità — per quanto criminale — degli attori in gioco.
Pensare in modo non scontato non significa essere neutrali. Significa rifiutare il pregiudizio indotto — quella nebbia cognitiva che ci fa scambiare la narrazione del potere per la realtà del mondo. Mackinder e Schmitt ci invitano a guardare la mappa prima di leggere i giornali; ci ricordano che raramente la mappa ha torto e che, conoscendola, forse, anche noi cittadini possiamo fare qualcosa prima che gli eventi ci travolgano.
Il nuovo patto UE sull’immigrazione entrato in funzione il 12 giugno 2026 prevede più controlli e procedure più rapide alle frontiere (max 12 settimane) di rimpatrio per chi non ha diritto di asilo e più redistribuzione e assistenza UE ai Paesi maggiormente sotto pressione (Italia, Grecia, Spagna,…). Da un lato ci sono maggiori garanzie per chi ha diritto di asilo (comuni per tutti i paesi UE e registrazione dei movimenti con Eurodac), dall’altro più rapidi rimpatri per chi non ha diritto.
I cosiddetti dublinanti (Accordo di Dublino del 1990: irregolari richiedenti asilo che sbarcano in un paese UE e poi vanno in un altro) possono però ora essere riportati nel primo paese di arrivo UE. Essendo l’Italia quello dove ne arrivano di più, Eurostat stima che l’Italia potrebbe doversi riprendere circa 24mila irregolari (11mila solo dalla Germania e mille dalla Svizzera). Entrambi i paesi l’hanno già richiesto e altri 5 hanno detto che lo faranno (Austria, Olanda, Finlandia, Svezia, Irlanda) e altri si aggiungeranno.
Lo fanno perché sperano di accrescere in patria i consensi elettorali come destre, in quanto dal 2021 al 2026 gli irregolari in Europa sono sbarcati soprattutto in Italia (35% sul totale) anche se poi si sono spostati altrove.
Meloni considera valida questa modifica dell’Accordo di Dublino, che prevede più solidarietà obbligatoria UE in caso di forte pressione, ma prevede anche che un migrante possa essere riportato nella nazione UE di primo approdo solo dopo il 12 giugno 2026 (gli altri no). Come questo nuovo Patto UE possa essere una vittoria dell’Italia è un mistero. E’ vero che gli sbarchi (irregolari) sono in calo, ma l’Italia ne ha sempre il doppio della Spagna e Grecia e il Nuovo Patto UE (c’è già chi vuole solo pagare anziché tenerseli) accrescerà il conflitto tra paesi (e partiti sovranisti) che useranno i migranti l’uno contro l’altro.
Altra questione è l’”invasione” di Ceuta (un pezzo del Marocco che è Spagna, residuo coloniale) da parte di 72mila marocchini, i quali sono stati manipolati dal Marocco stesso e da servizi segreti via social che volevano mettere in difficoltà la Spagna in quanto governata dal socialista Sanchez odiato da Trump, Israele e dal re del Marocco. Quest’ultimo (che ha appena dedicato una autostrada a Trump) lo odia perchè Sanchez ha dato credito di nuovo alla rivendicazione dei saharawi, appoggiati dall’Algeria, che vogliono l’autodeterminazione di un’area del Marocco e su cui l’ONU stesso aveva promesso un referendum. (vedi anche il mio articolo).
In realtà più che un flusso migratorio a Ceuta c’è stato un flash mob geopolitico organizzato a tavolino e 70mila dei 72mila sono già rientrati in Marocco. E anche qualora riuscissero ad arrivare nella Spagna continentale (che dista 34 km. di mare) non potrebbero avere la cittadinanza che è quella che serve per circolare nella UE (Schengen).
Chiudere le frontiere è quindi una misura del tutto propagandistica, in quanto ne potrebbero arrivare in Italia nei prossimi mesi al massimo un centinaio, meno di quanti ne arrivano ogni mattina sulle coste siciliane (la media giornaliera del 2026 è 80 al giorno; 167 nel 2025, 145 nel 2024).
Gli sbarchi (irregolari) sono in calo nella UE dal 2023 al 2026 e in Spagna e Grecia sono da sempre la metà dell’Italia. La Spagna ha deciso di regolarizzare (non di dare la cittadinanza che consentirebbe la libera circolazione nella UE, come afferma erroneamente il Ministro Tajani) mezzo milione di irregolari che già lavoravano e si erano integrati in Spagna (per 2/3 latino americani) e di far arrivare rilevanti flussi regolari (tripli degli anni precedenti) in treno e aereo, al fine di avere lavoratori in regola (richiesti dalle imprese) che pagano le imposte e non fanno concorrenza sleale ad altri lavoratori e imprese.
L’alternativa a regolarizzare è far rimanere senza diritti e con lavoro nero gli immigrati (321mila in Italia, nel 2024 fonte Ismu; erano 458mila nel 2022, sono diminuiti in quanto migrati altrove nella UE) favorendo piccoli padroncini e caporalato senza alcun vantaggio per lo Stato e le imprese leali. Peraltro, è stata proprio la regolarizzazione che ha favorito la crescita del PIL spagnolo che viaggia dal 2022 a velocità tripla dell’Italia.
La scelta migliore per l’immigrazione è da sempre quella di organizzare flussi regolari e programmati, ma non come fa l’Italia col click day che ne ha fatti arrivare 56.600 sui 452mila programmati (12,8% nei tre anni dal 2023 al 2025). Misure del tutto farraginose, sballate, su cui operano trafficanti e mafie con una complice inefficienza dello Stato, richieste che partono in febbraio e che le prefetture autorizzano in agosto come l’assunzione di braccianti che dovrebbero lavorare da maggio (!).
Così il governo Meloni continua a programmare 497.550 ingressi nei prossimi 3 anni (2026-2028) sapendo però che ne arriveranno (se va bene) 50-60mila, causando così gravissimi problemi alle imprese e favorendo caporalato, mafie e arrivi irregolari e mantenendo un bel bacino di 321mila irregolari, con la scusa che se si fa un condono ne arrivano altri (quelli fiscali per gli italiani invece vanno bene). Perché lo fa? Ogni epoca ha il suo capro espiatorio…ai lettori la risposta.
Photo Cover: Ceuta, licenza wikimedia commons
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Vite di carta. Tre ciotole, l’ultimo romanzo di Michela Murgia
Beato gruppo di lettura che me l’ha messo tra le mani, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi. Sono passati tre anni dalla scomparsa di Michela Murgia ed è un tempo giusto per riprendere a leggerla, lontano dal chiasso emotivo sollevato da lei che finisce di vivere.
Mi è sembrata una immersione nella vita la lettura dei dodici racconti che Murgia ha scritto al tempo del Covid, un romanzo corale in cui ci sono personaggi che escono da un racconto e riappaiono in uno successivo formando ramificazioni narrative.
Uscito nella primavera del 2023, il libro ci immerge negli spazi di Roma nei primi anni venti di questo millennio. I protagonisti sono colti nel grembo diuna loro giornata particolare, sovversiva: sullo sfondo restano i modi di vita che hanno costruito, mentre un elemento inatteso, perturbatore, sfalda in loro ogni sicurezza.
Il tempo diventa una categoria fondamentale nei racconti perché mette a fuoco un segmento di vita brevissimo per ogni protagonista, ma è il momento che destabilizza, il delta (Δ) dell’esistenza, e pertanto struttura la narrazione tra il dire cosa c’era prima nella vita di ognuno e cosa interviene dopo.
Ho preso carta e matita per tabularli tutti e dodici: come indicatori ho messo il titolo e il relativo protagonista con due parole sulla sua vicenda e il tipo di narratore: 36 caselle che ho riempito per mettere a fuoco una narrazione così esperta delle cose della vita da non lasciarsi facilmente imbrigliare.
Non mi potevo abbandonare, leggere e basta. Avvertivo le connessioni tra le storie, le dovevo rendere visibili con i tratti di matita, volevo cerchiare i personaggi che ricompaiono, come accade del dottore che nel primo racconto, Espressione intraducibile, deve dire alla paziente che ha un brutto male e in Volto non riconosciuto, il sesto, è tra le mura di casa a collezionare dei pretoriani in miniatura facendone dei feticci.
Attratta dai personaggi come se fossero persone, né più e né meno della donna che in Cartone animato compera il cartonato di Park Jimin e lo tratta come un interlocutore delle sue giornate, pur avendo un marito e un figlio.
Narratore interno ed esterno si alternano, ma nel libro prevale la voce narrante che dice io e che ci immette nel suo mondo senza protagonismo, si direbbe per la sola esigenza di condividere quel suo pezzo di vita che è contenuto nelle pagine.
A questo punto la tabella che ho riempito salta, mi è servita per darmi una configurazione del narrato ma ora sono oltre. Sento le voci di chi dai testi mi ha parlato e mi pare che pulsi la vita in questi uomini e donne posti di fronte a un amore che finisce, a una malattia grave, a un lutto, fosse anche quello di un animale come accade nel bellissimo Fossa comune.
Persone come siamo tutti che per non andare in pezzi davanti al dolore creano piccole abitudini da rispettare ogni giorno, come nutrirsi del cibo contenuto in Tre ciotole. Cercano di darsi consistenza e capacità di controllo, quel tanto che basta a tentare di risarcirsi per ciò che è stato loro tolto.
Soli davanti alla Túχη, mi piace chiamare la sorte col nome che le davano i Greci. Superati i concetti di responsabilità, colpa, errori di scelta.
Messa da parte anche l’idea di vecchiaia in senso biologico, i personaggi del libro sono tutti a buon punto del guado. Arrivati in una fase della vita in cui le scelte che hanno fatto li determinano e in varia misura li opprimono. Alle prese con la difficoltà di comunicare, in bilico tra il detto e il non detto anche nel rapporto con chi vive loro accanto.
Ho detto personaggi, mi sono dovuta correggere, ora aggiungo surrogati di personaggi, come gli abiti che indossano o le sagome di cartone oppure le statuine, che ora parlano tutti insieme e io mi sento sempre più della partita.
Mi attiranoi vestiti. La protagonista del racconto iniziale, quella che apprende dal medico di avere un carcinoma e lo chiama col nome coreano am, si è vestita per l’occasione con un cappotto dal taglio particolare. Il suo armadio è “un deposito di armi” con cui affronta l’agone quotidiano delle relazioni sociali. I vestiti per lei sono come maschere, forme da assumere come impalcature chefiniscono per dare sostanza.
Nel racconto finale, Cambio di stagione, “i vestiti appesi agli alberi si muovevano al vento come spiriti inquieti” , con volute più o meno accentuate a seconda del tessuto lieve, come le sete, oppure pesante come il velluto o la lana cotta. Tutti insieme sembravano “un bosco di spettri, infestato dai resti di tutte le donne che la defunta aveva provato a essere prima di andarsene“.
La defunta viene ricordata così dalla sorella che ha organizzato un pranzo per gli amici che la frequentavano, una quarantina di intervenuti, e ha donato a ciascuno un abito. Un modo di essere di lei, ognuno una muta “del serpenteche era stata sua sorella, velenosa e calda, piena di spire”.
E sono i dem a lanciare la nuova campagna in vista delle prossime elezioni.
Al di qua e al di là dell’atlantico, politici e politiche che si definiscono“ progressisti” fanno da gran cassa al mercato dei corpi e dei pezzi di corpo.
Da alcuni giorni, sui giornali, si leggono interviste a testimonial come Alexandra Ocasio-Cortez, senatrice Dem americana, che afferma di volere il controllo sul proprio desiderio di maternità e dunque congela gli ovuli, o alla consigliera PD Pelucchi che confessa di non sapere se vorrà figli , se li vorrà, certamente li vuole o da sola o con una donna (dimenticando che non basta un ovocita per fare un figlio), ma nel frattempo per non rischiare, soffre di endometriosi e dunque ha una riserva di ovuli più bassa, si assicura il capitale in una banca di ovociti.
Renzi che, spudoratamente – tanto lui è un maschio e mica dovrà imbottirsi di ormoni per favorire la produzione di più ovuli fino quasi a far scoppiare un ovario – invita a pensare a una proposta di legge per rendere gratuito il social freezing per le “ giovani donn“ tra 35 e i 38 anni.
Il Pd propone: un bonus fino a 3.000 euro per congelare gli ovuli alle donne under 40 (non per tutte le under 40 ovviamente, la legge fisserebbe limiti precisi). Peccato che congelare gli ovuli possa arrivare a costare fino a 7.000 euro e comunque non è un’assicurazione sulla maternità; gli ovociti di una 38 enne non sono come quelli di una 25enne (e qui si apre una nuova buona altra fetta di mercato).
Soldi nostri, soldi dei contribuenti per sostenere tutto questo, senza rivelare che tra un ovocita crioconservato e un futuro bambino c’è un lungo processo artificiale in cui tutto deve funzionare bene. Basta che un solo passaggio si inceppi e la catena industriale si blocca.
I corpi non sono macchine, i corpi sono viventi e sono senzienti, e oggi, oserei dire, sanno più delle nostre menti; menti ormai manipolate dalle narrazioni pro “progresso”.
Il logos domina, da tempo, in modo talmente sbilanciato sul sapere intuitivo, che sono riusciti a farci credere che il progresso sia tutto collegato alla riproduzione artificiale, perché renderà libere le donne dall’orologio biologico (falso), perché le renderà ricche (si venderanno ovuli giovani e caucasici), renderà le società “più sane” perché faremo i figli “perfetti”(oggi è anche sdoganato il concetto di esame genetico dell’embrione – un tempo si chiamava selezione eugenetica).
Diminuiranno i rischi nelle gravidanze subaffittando corpi di donne che hanno già mostrato di essere abili alla gravidanza, o addirittura si utilizzeranno corpi di donne morte cerebralmente come madri surrogate – ipotesi di una professoressa dell’università di Oslo (Anna Smajdor) – e ovviamente per l’economia, perché si apriranno nuovi mercati.
Per non parlare di tutte le categorie che si dicono pronte a costruire “nuove famiglie”; nuovi diritti crescono sotto il cappello della giustizia sociale, trasformando la realtà in narrazioni funzionali agli interessi di questo nuovo mercato e di chi lo controlla.
Non fraintendetemi, la mia posizione netta contro la narrazione del diritto alla riproduzione (avere un figlio non è un diritto!) non è una posizione insensibile alle sofferenze di chi non riesce o non può averli.
La mia posizione è così netta, contro questa orribile propaganda del mercato dei corpi , perché per me ormai è evidente il disegno che l’élite globalista vuole portare a termine. La pandemia lo ha mostrato benissimo. Il potere si esercita sul popolo se lo si rende fragile, spaventato, e convinto che è costituito di tante unità tutte uguali ma separate fra loro.
Se lo si convince che siamo macchine tutte uguali, tutti facili prede di virus, di malattie, di rischi per la sopravvivenza (badate bene: sopravvivere non vivere), tutti a rischio infertilità, a cui è vendibile la soluzione dall’esterno, allora lo controlli completamente.
Si chiama Transumanesimo. Ci hanno insegnato a temere i nostri corpi, a temere i nostri geni. Da anni insegnano alle giovani donne a temere i loro corpi, mentre compiono l’atto più naturale e fisiologico che esista: portare alla luce un bambino o una bambina.
Il social freezing non è che l’ennesima narrazione che parte da questa prospettiva omologante e meccanicista, esattamente come lo è stata la narrazione del vaccino contro il covid.
Nella storia non si era mai somministrato un farmaco sperimentale uguale per tutte le età e per tutti i generi, e certamente mai lo si era suggerito alle donne incinte, ma durante la pandemia è stato caldamente consigliato -surrettiziamente reso obbligatorio – a tutti senza alcune distinzione di età e di stato.
“Più vaccinati più liberi” era lo slogan,” il vaccino è libertà di andare a scuola di fare sport….” tuonava Letta da un palco PD. Oggi “social freezing gratuito, più libertà per tutte!” e lo sappiamo la libertà diventa un ottimo brand, in questi tempi, se passa, prima di tutto, attraverso il sostegno alla liberazione delle Donne.
Mi addolora che la parte politica nella quale per anni mi sono riconosciuta sia proprio quella che sostiene da decenni questa narrazione e dunque quell’élite malvagia, definita filantropica, che ha un bisogno disperato del mercato dei corpi e dei pezzi di corpo, per sopravvivere. Ma dopo la pandemia non mi stupisce affatto. È un tradimento politico che non dimenticherò.
L’unica via per raggiungere i giovani e sperare in un loro risveglio, in una ribellione profonda e autentica, è quella di ricordargli che i loro corpi sono potenti, che i corpi parlano una lingua ancestrale e che, se la sapranno ascoltare, non li tradirà e li guiderà presto fuori da questo tempo burrascoso e confuso restituendo all’umanità il suo vero potere, quello di essere UMANI.
Le voci da dentro / 1 Ottobre: La città incontra il carcere (Quarta edizione)
Nel nostro Paese ci sono 190 istituti carcerari per adulti, 17 istituti carcerari per minori e un carcere militare. In Italia, sono 37 i giornali che si realizzano in carcere; di queste testate 29 sono registrate ed hanno un direttore responsabile. Fra queste c’è Astrolabio, il giornale della Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara.
Astrolabio propone un incontro
Giovedì 1 ottobre 2026, nell’ambito del programma “Intanto a Ferrara” del Festival di Internazionale, presso la Casa Circondariale di via Arginone 327 si terrà la quarta edizione dell’iniziativa, aperta al pubblico, dal titolo “LA CITTÀ INCONTRA IL CARCERE”.
Lo scopo Lo scopo dell’incontro è quello di creare ponti fra il dentro e il fuori, di favorire occasioni di comunicazione, di superare i pregiudizi e di far conoscere il giornale del carcere Astrolabio che, come tanti altri progetti di valenza sociale, è finanziato dal Comune di Ferrara attraverso le risorse del fondo sociale regionale.
Il programma Il programma è il seguente: Dalle ore 16,30 alle ore 18,30 il comitato di redazione del giornale Astrolabio, formato da persone ristrette ed un curatore, incontreranno la cittadinanza.
Coordinerà l’incontro Filippo Vendemmiati, giornalista e regista già autore del film “Meno male è lunedì” girato nella casa circondariale di Bologna.
Durante l’incontro chiunque potrà intervenire, interagire e partecipare attivamente alla discussione.
Modalità di partecipazione
Per partecipare all’incontro in carcere è obbligatorio prenotarsi entro il 18 settembre 2026, inviando una e-mail a giornaleastrolabio@gmail.com indicando: nome e cognome, luogo e data di nascita ed allegando la scansione leggibile della carta di identità.
Si chiede ai partecipanti che lo desiderano di inviare, nella stessa mail, una domanda da rivolgere alle persone della redazione che non sia riferita al reato commesso. Le più significative saranno prese in considerazione durante l’incontro.
Si ricorda che l’ingresso alla Casa Circondariale è consentito ai maggiori di 18 anni incensurati e non è permesso ai parenti dei detenuti reclusi nel carcere di Ferrara.
Vista la capienza della sala, potranno entrare al massimo 60 persone.
In caso di sovrannumero, la precedenza sarà data ai primi 60 nuovi iscritti che invieranno la richiesta di partecipazione.
Qualche giorno dopo il 18 settembre, verrà inviata via mail una comunicazione della conferma di accesso all’iniziativa, della condotta da tenere, degli oggetti vietati, degli orari di ritrovo e di quelli di ingresso.
Informazioni
L’ingresso è libero. I giornalisti, i fotografi ed i video operatori sono invitati.
L’immagine di apertura
Il disegno, gentilmente concessoci da Fabieke, un writer professionista, declina benissimo la metafora del ponte che collega la “città di dentro” che vive dietro i muri del carcere, dove ci sono storie, creatività, voglia di crescere e di comunicare e la “città di fuori” che cammina per le strade e vive la comunità, ma spesso non sa nemmeno di quella parte nascosta accanto a lei e non immagina neppure che le due realtà possano integrarsi.
È un’immagine molto importante perché rappresenta un sogno; infatti gli amici dell’Avoc di Bologna e del Coordinamento Carcere del Quartiere Navilevogliono costruire un ponte tra queste due realtà e vogliono farlo attraverso l’arte.
Vogliono ingrandire quell’immagine su un murales di 6 metri per 3, sotto il cavalcavia di via Ferrarese nel quartiere Navile a Bologna.
Vogliono realizzare il progetto con i detenuti della Dozza di Bologna, dopo un periodo di formazione insieme a un artista professionista.
Per realizzare questo ponte di colori che unisca la città di fuori alla città di dentro hanno bisogno di circa 6.000 euro entro la fine di settembre. Quindi hanno bisogno di ognuno di noi, del nostro piccolo o grande contributo per fare di quel sogno un progetto concreto.
Sostieni anche tu il progetto perché ogni contributo è un mattone per realizzare quel ponte che significa empatia, speranza, umanità e futuro migliore per tutti noi. Grazie per il tuo sostegno.
Per maggiori informazioni e per versare clicca qui: https://www.ideaginger.it/progetti/un-ponte-di-colore-tra-carcere-e-citta.html#tab_sostenitori
In copertina: Disegno di Fabieke.
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Il dannoso impatto dell’accordo con l’Albania sui diritti delle persone.
Un Report di Amnesty International
L’accordo tra Italia e Albania per l’esternalizzazione della detenzione di persone migranti e richiedenti asilo sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani di queste persone. È quanto sottolinea Amnesty International in una ricerca pubblicata a poche settimane di distanza dai fatti di Ceuta, che hanno messo in evidenza i pericoli insiti nelle politiche migratorie dell’Unione europea, da tempo basate sull’esclusione e sul confinamento.
La ricerca, intitolata Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani, esamina l’accordo del 2023 che ha istituito due centri in Albania gestiti dalle autorità italiane. Tale accordo ha comportato il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, con un accesso fortemente limitato all’assistenza legale.
Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio.
“Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 – evidenzia Amnesty International – sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento di queste persone, l’Italia ha cessato i trasferimenti.
Nel marzo 2025, tuttavia, il governo italiano ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia. A seguito di ciò, negli ultimi 15 mesi centinaia (si ritiene oltre 500) uomini prevalentemente razzializzati sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër.
In questo centro, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 ‘eventi critici’, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo.
Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente avvolto dal segreto”.
Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia.
Un avvocato intervistato da Amnesty Internationalha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare in modo adeguato la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite.
I tribunali italiani e la Corte di giustizia dell’Unione europea hanno giudicato incompatibili con le norme dell’Unione europea le leggi e le prassi italiane circa la gestione delle richieste d’asilo da parte di persone provenienti da paesi designati “sicuri” dall’Italia, a causa della cui designazione si applicano procedure accelerate d’esame. Hanno anche stabilito che non vi sono sufficienti salvaguardie a disposizione delle persone richiedenti asilo.
Nonostante una serie di sentenze dei tribunali italiani che hanno ordinato il ritorno in libertà delle persone detenute in Albania, il governo italiano ha proseguito ad applicare l’accordo. Ha cercato di limitare le verifiche dei tribunali sulla designazione dei “Paesi sicuri”, ricorrendo alla decretazione d’urgenza, senza spiegare i motivi di questo indebolimento dello stato di diritto. Le persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia e qui già detenute vengono anche sottoposte a trasferimenti extraterritoriali illegali, non previsti dalle norme italiane ed europee.
Come si ricorderà, l’accordo Italia-Albania è entrato in vigore il 23 febbraio 2024 con validità di cinque anni e conseguente rinnovo automatico. Per la sua attuazione, il governo italiano risulta abbia previsto oltre 670 milioni di spesa fino al 2028.
Poiché il ministero dell’Interno italiano, citando motivi di sicurezza e di ordine pubblico, ha negato ad Amnesty International di visitare i centri di detenzione in Albania, la ricerca si è basata sulla corrispondenza con lo stesso ministero, sulla revisione di atti giudiziari, su informazioni condivise con la rete della società civile Tavolo asilo e immigrazione, su relazioni di parlamentari e difensori civici e su interviste con agenzie delle Nazioni Unite e con due avvocati di persone detenute a Gjadër.
Lo scorso giugno una delegazione di Amnesty International Italia ha percorso via mare la rotta da Brindisi a Shëngjin a bordo di un’imbarcazione della cooperativa transfemminista e popolare Seasters. L’iniziativa, che ha ripercorso il tragitto utilizzato per il trasferimento dei migranti nell’hotspot in Albania, ha visto anche la partecipazione dell’artista Laika, presente a bordo con una sua opera.
Federico García Lorca: disobbedire alla pesantezza
Il poeta e drammaturgo Federico García Lorca fu ucciso dai franchisti a Viznar, poco lontano da Granada, il 19 agosto 1936 – questa la data ufficiale. Aveva solo trentotto anni, essendo nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros. A novant’anni di distanza, sappiamo relativamente poco di ciò che sia realmente successo. Il certificato di morte scritto solo quattro anni dopo è un documento palesemente ipocrita: «Deceduto nel mese di agosto del 1936 in conseguenza di ferite prodotte da cause di guerra». Ma la fossa comune in cui il suo corpo è stato gettato non è mai stata individuata.
Simone Weil, ne Il peso e la grazia, scrive: «Obbedienza alla pesantezza. Il massimo peccato».
Si trova nel frammento in cui Weil analizza la “pesantezza” come legge naturale dell’anima — una forza che trascina verso il basso, verso la reazione, verso la meccanicità — e che solo la grazia può interrompere.
In quel contesto, “obbedire alla pesantezza” significa cedere alla forza che ci fa reagire meccanicamente, a quella forza che ferisce, giudica, offende. È una forza contraria all’attenzione, alla leggerezza e, appunto, alla grazia.
È una frase che mi accompagna da anni, che ho usato come esergo e fil rouge nella mia quarta raccolta poetica e che oggi riconosco essere la chiave perfetta per raccontare il mio incontro con Federico García Lorca e, più in generale, con la poesia. Perché se la pesantezza è il peccato, la poesia — quella vera — è la grazia che salva.
La poesia è “l’ape che vola” nella sera, la levità che ti porta in alto, il gesto che è indice di libertà.
Il mio incontro con Lorca avvenne così: avevo quindici anni, quando un giovane sindacalista — uno di quelli che parlano come se il mondo fosse ancora (o sempre) aggiustabile — mi regalò i due volumi dell’opera completa del poeta di Granada.
Non era un gesto calcolato. Era un dono impulsivo, quasi distratto, come se avesse voluto condividere un segreto senza sapere che stava consegnandomi una (e alla)… vita.
In quelle pagine trovai immagini e voci che non ho più dimenticato: una lumachina pacifica borghese della strada, un’ape che vola nell’aria dolce, una formichina agonizzante che avverte la sera immensa, una voce che dice: “Ecco chi viene a portarmi su una stella.”
Non voglio riportare il verso integralmente: andarlo a cercare tra le poesie di Lorca è già di per sé un modo di esorcizzare quella obbedienza della quale parla la Weil. Di proposito quindi non lo riporto, ma posso provare a raccontare quello che ha fatto a me.
Come si sa, nella poesia di Lorca la natura non è mai semplice scenario ma è destino, presagio, linguaggio. Gli animali diventano figure dell’anima, i colori sono veri e propri stati emotivi, e le stagioni cicli temporali interiori.
La sua è una poetica della metamorfosi: ciò che è piccolo diventa cosmico, ciò che è quotidiano diventa simbolo, la ferita diventa canto. L’immagine dell’ape che vola nella sera immensa e della formichina agonizzante appartiene a questa logica. Cosicché la natura diventa rivelazione: l’ape non è un insetto ma un messaggero; la formichina è espressione di una condizione umana e la stella è una via d’uscita.
Da adolescente, quelle immagini mi hanno insegnato che la poesia non è un semplice ornamento perché quelle parole non erano solo suoni ma gesti, gesti concreti.
Quando sei piccolo, schiacciato, senza forze, arriva un’ape — una immagine, un suono ritmato, un simbolo — e ti porta altrove, ti solleva per salvarti e ti restituisce un nuovo respiro.
Lorca non è rimasto confinato nella mia adolescenza. La sua voce ha continuato a risuonare nei miei anni, nei miei studi, nelle mie scelte, nelle mie ferite. È diventato un compagno di strada, una presenza discreta ma costante. È anche il motivo per cui, molti anni dopo, quando ho scritto una poesia dedicata a José Mujica, ho sentito il bisogno di usare alcuni versi di Lorca. Non come citazione ornamentale, ma come innesto vitale: la sua voce poteva illuminare un’altra storia, un’altra lotta, un’altra forma di tenerezza politica. Lorca, in quel testo, non era un riferimento: era un alleato.
La presenza di Lorca nella cultura contemporanea è sorprendentemente vasta. La sua influenza attraversa la poesia ispanoamericana, il teatro del Novecento, la musica popolare e colta, la narrativa simbolica, la cultura della memoria. Lorca è diventato una costellazione: un punto di riferimento che non si esaurisce nella sua biografia tragica, ma continua a generare forme, immagini, linguaggi.
Nel 2011, quando Leonard Cohen ricevette il Premio Principe delle Asturie, pronunciò un discorso che è diventato una piccola lezione di poetica. Ringraziò la Spagna non solo per avergli dato la chitarra, ma per avergli dato Federico Garcia Lorca.
Disse che senza Lorca molte delle sue canzoni non sarebbero mai nate, che la sua voce — quella voce profonda, scavata, quasi rabbinica — era stata plasmata anche dal poeta di Granada. «Potrei dirvi di quando da giovane ancora adolescente…studiando i poeti inglesi non riuscivo proprio a sentire la mia voce. Quando iniziai a leggere i testi di Lorca, sebbene tradotti, fu solo allora che iniziai a percepire una voce» – raccontò Cohen e che fu solo grazie alla compagnia di quella voce «…[che riuscii] a conoscere la mia voce…
Anno dopo anno, compresi che questa voce mi trasmetteva anche delle istruzioni. Quali erano queste istruzioni? Mai soffrire inutilmente, e se qualcuno vuole affrontare l’inevitabile caduta a cui tutti siamo destinati, deve farlo sempre con dignità e stile» e, aggiungerei, con leggerezza.
E mentre lo ascoltavo, ho pensato al mio amico sindacalista, ai miei quindici anni, alla formichina agonizzante, all’ ape che ci porta su una stella. Ho pensato che anche per me Lorca è stato questo: una stella che avrebbe brillato per tutta la vita e che avrebbe reso così comprensibile quell’esergo weiliano.
Non bisogna mai…obbedire alla pesantezza ed è proprio nei momenti più difficili della nostra esistenza che bisogna affinare quell’attenzione tanto cara a Simone Weil e ascoltare nella sera immensa il ronzio dell’…ape che si avvicina e convintamente dire: “Ecco chi viene a portarmi su una stella”.
In copertina: Settembre 1931. Inaugurazione della prima biblioteca pubblica a Fuente Vaqueros, una cittadina nella Vega di Granada. Federico García Lorca, il poeta più famoso a livello internazionale dell’epoca e nato proprio a Fuente Vaqueros, iniziò il suo discorso con la voce rotta dall’emozione: «Innanzitutto, devo dirvi che non parlo, leggo». – immagine da ciceronegranada.com
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Archeologia militare e tesori segreti di Palestina
Il 23 novembre 1947Eleazar L. Sukenik, docente di archeologia ed epigrafia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, ricevette una telefonata da un amico armeno, mercante di antichità nella città vecchia, che richiedeva un incontro urgente per una faccenda delicata.
In quei giorni la tensione era alta, ebrei e arabi erano sul piede di guerra e aspettavano da un momento all’altro l’annuncio della spartizione del paese da parte dell’O.N.U. per iniziare a combattere.
L’iter per la richiesta del lasciapassare necessario per attraversare lo sbarramento militare da una zona all’altra, avrebbe richiesto alcuni giorni, pertanto l’incontro fu preliminare ed ebbe luogo clandestinamente il 25 novembre, alla Porta di Giaffa.
Quil’armeno raccontò di aver ricevuto la visita di un mercante arabo di Betlemme che era andato a portargli frammenti scritti di una pergamena di cui voleva stimare il valore, provenienti da un recente ritrovamento fatto nei pressi del Mar Morto.
Aveva portato con sé uno di quei pezzi che riuscì a mostrargli attraverso il muro di filo spinato che divideva in due settori la Città Santa.
Eliezer Sukenik, 1951, ph. creative commons
Il prof. Eleazar L. Sukenik, nell’osservarli, li trovò del tutto simili alle iscrizioni funerarie ebraiche incise su pietra del I secolo d.C, ma fino a quel giorno non aveva mai visto l’ebraico scritto con inchiostro su pergamena.
Due giorni dopo l’armeno gli ritelefonò per informarlo che aveva ottenuto nuovi frammenti e nuove informazioni sulla loro appartenenza ad un unico grande rotolo.
Il prof. Sukenik, che nel frattempo aveva ottenuto il lasciapassare, si recò il giorno stesso dal suo amico, li analizzò e si dichiarò disposto ad incontrare il più presto possibile il mercante arabo, per acquistare, tramite la sua mediazione, il rotolo completo da cui provenivano quei frammenti.
E così, il giorno dopo, furono ricevuti a Betlemme da un calzolaio appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, che gli vendette non uno, ma ben tre rotoli e molti altri frammenti.
Sukenik ripartì per Gerusalemme avvolgendo i tre rotoli e i frammenti in carta di giornale e, appena rientrato, corse a studiarli, rendendosi immediatamente conto che si trattava del sensazionale ritrovamento dei più antichi manoscritti ebraici conosciuti sino ad allora: il Libro degli Inni, una raccolta di salmi biblici riferiti all’Antico Testamento; un primo rotolo del Commentario Biblico di Isaia e La Regola della Guerra.
A differenza degli altri che trattavano argomenti religiosi e incompleti, quest’ultimo rotolo, La Regola della Guerra, gli apparve come un vero e proprio poema letterario che raccontava di una guerra, una grande guerra combattuta tra forze del bene contro forze del male, proprio mentre la radio annunciava l’adozione della risoluzione di spartizione della Palestina per la creazione di uno stato ebraico e, di conseguenza, l’inizio della guerra.
A quel punto le coincidenze che lo avevano condotto alla “scoperta archeologica del secolo” gli dovettero apparire chiare: quello che aveva decifrato, tradotto e letto per primo, era il testo integrale di un rotolo di manoscritti poi conosciuto come il Libro della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre, cioè con il nome con cui lui lo rinominò a partire da quel giorno.
Intuì anche che gli autori avrebbero potuto essere stati gli adepti di una delle sette messianiche più estremiste vissute nella Giudea tra il secondo secolo a.C. e il primo secolo d.C., quella degli Esseni di Qumran, ma quello che non avrebbe potuto certo immaginare era come, proprio in quei luoghi, l’avventura moderna dei manoscritti fosse già cominciata qualche tempo prima, per puro caso.
Le rovine di Qumran nel Deserto di Giudea – foto Franco Ferioli
Le rovine di Qumran giacciono nell’impietosa siccità del Deserto di Giudea, sulla sommità di una falesia di calcare rossastro che sovrasta di 350 metri la costa nord occidentale del Mar Morto e prendono il nome da un torrente stagionale, lo uadi Qumran, che scava un profondo canyon le cui pareti presentano numerose cavità e grotte naturali.
Negli anni ’40, gli unici frequentatori del luogo erano pastori nomadi beduini delle famiglie Ta’amireh, che vi si recavano saltuariamente per brevi periodi primaverili dell’anno, al seguito delle loro greggi, in cerca di pascoli.
La caccia al tesoro di Qumran
Mohamad ed Dhib – Mohamad il Lupo – mentre il resto del suo gregge si trovava nei dintorni di Qumran, era alla ricerca di una capra smarrita sul fianco della falesia. Vide un’alta apertura nella roccia: vi lanciò dentro un sasso e sentì rumore di cocci rotti.
Era l’apertura di una grotta, si inoltrò e dentro vi trovò otto giare chiuse con il coperchio, una delle quali contenente tre rotoli di pergamena coperti di scritture, uno grande e due più piccoli, che poi raccolse e portò all’accampamento.
Nessuno seppe cosa farsene e dopo alcune settimane intervenne uno zio che portò tutto a Betlemme dove un calzolaio arabo appassionato di antiquariato, Halil Iskandar Shahin detto Kando, comprò tutto per cinque dollari.
Nessuno a Betlemme fu in grado di decifrare la scrittura e così Kando, che era un cristiano della Chiesa Siriana, credendo si trattasse di siriaco antico, pensò bene di portare i rotoli al suo parroco che li sottopose all’Arcivescovo Mar Athanasius Yeshua Samuel, del convento di San Marco di Gerusalemme, che li visionò e comprò immediatamente.
Kando aveva contattato altri antiquari della Città Vecchia, incluso l’armeno amico di Sukenik, mentre la grotta di Qumran veniva rivisitata e ispezionata minuziosamente dagli scopritori Ta’amireh, che, pochi giorni dopo gli portarono alcune giare, numerosi frammenti e altri quattro rotoli interi, quelli cioè che furono ceduti, tutti tranne uno, a Sukenik.
Questi primi episodi della caccia al tesoro di Qumran crearono un enorme scalpore e un’enorme attesa nella società israeliana.
Mentre Sukenik procedeva nello studio dei rotoli in suo possesso per giungere all’attesissima prima pubblicazione dei risultati, Mar Samuel, dopo essersi recato con i rotoli ad Antiochia e a Beirut, alla fine del gennaio 1948 si rivolse anche all’Università Ebraica di Gerusalemme e, di fatto, al prof. Sukenik, che venne ufficialmente autorizzato a prenderne in visione soltanto tre per pochissimi giorni.
Fino al 6 febbraio, Sukenik ebbe davanti agli occhi la parte mancante del tesoro di Qumran, ma non gli riuscì né di trattenerla né di acquistarla, perché l’arcivescovo siriaco li affidò interamente, il 18 febbraio, all’American School of Oriental Research di Gerusalemme e alla perizia di due studiosi nordamericani, John C. Trever e William H. Brownlee che furono anche autorizzati a fotografarli per primi e a inviare le foto negli USA.
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele e l’indomani gli eserciti di Egitto Siria, e Giordania, sostenuti da contingenti libanesi e iracheni, partirono all’attacco.
Il 16 Mar Samuel uscì illeso dal bombardamento del Monastero di San Marco, raccolse i rotoli e li porto con sé negli Stati Uniti, dove si rifugiò. La guerra Arabo Israeliana finì con una tregua nel luglio del 1948 e la zona di Qumran, come Gerusalemme Est e la Cisgiordania, venne mantenuta sotto il controllo delle forze giordane.
Alla fine del gennaio 1949 la grotta di Mohamad il Lupo fu individuata dal capitano belga dell’O.N.U. Philippe Lippens insieme ad altri ufficiali della Legione Araba e battezzata “grotta 1 di Qumran”.
Un primo scavo della “grotta 1 di Qumran” venne condotto tra il 15 febbraio e il 5 marzo 1949 da un pool di istituzioni internazionali composto dal Dipartimento delle Antichità di Giordania, L’Ecole Biblique et Archeologique Francaise di Gerusalemme e il Palestine Archeological Museum di Gerusalemme poi coadiuvato dall’American School of Oriental Research.
A partire dagli anni ‘50 iniziarono le pubblicazioni delle traduzioni di Sukenik, divenute dei best sellers, e alla fine del 1951 si svolse la prima campagna di scavi sul sito archeologico di Qumran.
Secondo uno schema tattico che si ripresenterà inalterato per tutti gli anni a seguire, proprio mentre era in corso la prima campagna, furono ancora i Ta’amireh a rifornire il mercato clandestino delle antichità di Gerusalemme con nuovi manoscritti scoperti in alcune grotte del uadi Murabba’at, poco più a sud di Qumran.
Gli archeologi allora si dirigono verso il wadi Murabba’at e subito dopo i Ta’amireh ritornano a Qumran e scoprono vicino alla “grotta 1” un’altra grotta di manoscritti che verrà detta la “grotta 2”.
Gli archeologi vi accorrono a loro volta e dal 10 al 29 marzo 1952, esaminano passo a passo la falesia di Qumran per otto chilometri senza lasciarvi, a loro dire, nessuna apertura inesplorata: più di quaranta vani vengono ispezionati, ma viene scoperta solo una nuova grotta ricca di manoscritti, la “grotta 3” che custodiva anche il preziosissimo Rotolo di Rame.
Deserto di Giudea, Cisgiordania – foto Franco Ferioli
Il Rotolo di Rame
Il Rotolo di Rame, rinvenuto diviso in due parti arrotolate separatamente e appoggiate l’una sull’altra contro la parete rocciosa della “grotta 3 di Qumran”, è un documento straordinario per molti motivi.
Nella vasta collezione libraria di Qumran è l’unico rotolo non scritto, ma inciso su rame e proprio per questo, quando fu scoperto, il 20 marzo 1952, dopo quasi duemila anni di età, la corrosione era talmente avanzata da renderlo completamente mineralizzato e illeggibile.
Tali condizioni consentirono solo esami superficiali e per tre anni rimase chiuso, in tutti i sensi, nel vasto repertorio di ritrovamenti conservati nel Palestine Archaelogical Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della porta di Erode, nel settore est della Città Vecchia di Gerusalemme, in attesa che venisse trovato il modo per poterlo srotolare senza arrecare ulteriori danni.
Lungo e complesso fu pertanto il lavoro di recupero, che venne svolto in due fasi, a partire dal 1955, prima in Inghilterra, poi in Francia.
Presso il College of Technology di Manchesteri due volumi vennero tagliati in lamelle, ottenendo 23 strisce incurvate corrispondenti alle dodici colonne del testo e numerose schegge: ciò permise di capire che il rotolo era composto da tre fogli di rame fissati l’uno all’altro ed era lungo 228 cm, alto 30 e spesso meno di un millimetro.
Poi venne pulito e ricomposto giustapponendo i pezzi e le schegge, mediante l’applicazione di strisce di rinforzo.
Alla fine di questa prima fase venne analizzato, studiato, fotografato ed esposto in pezzi distaccati in una apposita bacheca del Museo Archeologico Nazionale di Giordania, divenendo il principale punto di attrazione di Amman fino al novembre del 1993, quando fu di nuovo necessario intervenire per garantirne lo stato di conservazione.
Sotto gli sguardi di migliaia di visitatori, le colle e le resine applicate a Manchester si erano deteriorate e nei laboratori parigini Velectra della Compagnie Electricitè de France, vennero ripulite con un bagno alcolico e bloccato l’avanzamento della corrosione con applicazioni di resine protettive e reversibili.
Il rotolo venne infine rifotografato, digitalizzato, radiografato, riprodotto su rame in copia conforme mediante galvanoplastica e salvato dal tempo. L’unico studioso che ebbe modo di seguire il lavoro iniziale svolto a Manchester e di ricopiare direttamente il testo mano a mano che veniva ripulito, fu J. M. Allegro, ma lo studio e la pubblicazione ufficiale, che avvenne sei anni dopo nel 1962, fu affidata a J. T. Milik.
Le due versioni coincisero tra loro e coincisero anche con quella espressa di getto dal prof. Karl Georg Kuhn, studioso tedesco di teologia e lingue antiche, che in precedenza fu tra i primi a decifrare quanto era riuscito a leggere solo sugli strati esterni: si trattava di una lista di nascondigli segreti di tesori sepolti in Palestina.
I nascondigli erano 64, sparsi per tutta la Giudea: nell’area del Mar Morto, intorno a Qumran, Masada, Gerico, nonché a sud e a est di Gerusalemme, nella valle del Cedron e in Samaria.
Forniva indicazioni e direzioni geografiche molto precise da seguire per ritrovare luoghi quali tombe, sorgenti, cisterne, grotte, cascate, che custodivano grandi tesori: essenze e pietre preziose riposte in vasi pregiati, vesti sacerdotali, oggetti di culto, offerte votive, argento e oro per migliaia e migliaia di talenti; solo i metalli preziosi, se sommati, sarebbero arrivati a pesare 65 tonnellate di argento e 26 tonnellate d’oro:
A Horebbeh, nella valle di Acor, sotto i gradini che vanno verso oriente, a quaranta cubiti: cofano d’argento, il cui peso totale è di diciassette talenti.
Nel monumento funebre di Ben-Rabbah da Shalisha: cento lingotti d’oro.
Nella grande cisterna del recinto del piccolo peristilio, turata da una pietra bucata, in un angolo del fondo di fronte all’apertura superiore: novecento talenti.
Nella grotta, casa del vecchio maestro, nel terzo ridotto: sessantacinque lingotti d’oro.
Nel recinto del… sotto l’angolo meridionale a nove cubiti vasi d’argento e d’oro, sono i vasi di offerte di prelevamento, tazze, coppe, patere, ampolle: totale seicentonove.
Tra le due tamerici della valle di Acon, nel mezzo, scava tre cubiti: qui ci sono due marmitte piene d’argento.
Nella fessura di Secaca, a oriente della vasca di Salomone: vasi delle offerte di prelevamento.
Lì vicinissimo da sopra del canale di Salomone in direzione del grande masso di pietra, a sessanta cubiti scava tre cubiti: ventitré talenti d’argento.
Nessuno sa chi sia stato a incidere il Rotolo di Rame, l’autore è rimasto e rimarrà anonimo.
E forse lo stile dato a questo libro, cioè quello di un elenco, non poteva nemmeno consentire di esprimere velleità letterarie da parte di un vero e proprio autore, quanto semmai le abilità tecniche e artigianali di uno scriba o di un amanuense.
Oltretutto dalla lettura emersero anche le difficoltà che incontrò nell’incidere con un bulino i caratteri aramaici di una scrittura incerta, poco uniforme, che presentava numerosi errori e correzioni, ma è interessante notare come la sua personalità sia emersa, comunque e inaspettatamente, solo in un preciso punto:
Nell’acquedotto che fiancheggia la strada a oriente di Bet Hatsor, a oriente di Hazor: vasi di offerte di prelevamento e libri. Non appropriartene!
Per poi continuare ancora la stesura del lungo elenco, così via, fino quasi alla fine:
Alla cascata presso Kefar Nebo, a oriente, circa, dal suo sbocco; scava sette cubiti: nove talenti.
Nella caverna che si trova a settentrione dell’ingresso della gola di Bet Tamar, nel terreno pietroso di Garpela: tutto ciò che vi si trova è cosa consacrata.
Nella vasca della valle di Giobbe, sul lato occidentale, si trova una pietra fermata da due grappe; essa è all’ingresso: trecento talenti d’oro e venti vasi incatramati.
Sul monte Gazirim, sotto i gradini della caverna superiore: un cofano con tutto il suo contenuto e sessanta talenti d’argento.
All’orifizio della fontana di Bet-Sham: vasi d’argento e vasi d’oro, sono i vasi delle offerte di prelevamento: il totale dell’argento è di seicento talenti.
È sorprendente che l’autore sia giunto a porre il proprio unico intervento, sotto forma di quel monito diretto – Non appropriartene! – proprio nell’unico luogo dove il tesoro non è più solo costituito da vasi preziosi, scrigni, argento e oro, ma anche da libri.
E lo è ancor di più come l’autore abbia posto alla fine, come ultimo tesoro, un altro libro ancora: cioè una copia di questo stesso rotolo. Le ultime righe del testo menzionavano infatti un nascondiglio che proteggeva una copia di questa lista, arricchita da maggiori particolari:
Nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe: una copia di questo scritto con la spiegazione, le misure e un inventario completo oggetto per oggetto.
Di questa copia non venne mai data la notizia del suo ritrovamento, nè conferme sulla veridicità dei nascondigli o notizie su eventuali ricerche svolte in loco.
Emile Puech fu il terzo qumranista a studiare il Rotolo di Rame non appena terminò la seconda fase di restauro: il suo lavoro accertò l’appartenenza del rotolo alla Comunità Essena di Qumran e ridusse da 64 a 60 il numero complessivo di nascondigli, accorpandone alcuni tra loro che giudicò concomitanti, ma non eliminò l’ultimo di questi, il più importante, quello cioè che rivelava dove era riposta la copia gemella del Rotolo di Rame.
Nessuno ha mai messo in dubbio l’attendibilità delle traduzioni e la veridicità del documento e si è disquisito sul fatto che un testo cosi asciutto, benché ricco di nuovi vocaboli, non potesse in alcun modo presentare trabocchetti, giochi di parole o stratagemmi atti a fuorviare deliberatamente il lettore.
I dubbi sorsero sul significato di questo scritto e sulla chiave di lettura da adottare per la comprensione di un impianto così articolato e suddiviso in due parti.
Il Rotolo di Rame mantiene uno schema fisso di elencazione che fornisce scarse informazioni relative alla provenienza e alla giustificazione dei tesori: la sua copia era una copia complementare che includeva anche i dettagli mancanti sulla ‘spiegazione’, sulle ‘misure’ dei tesori inventariati ‘oggetto per oggetto’?
Il Rotolo di Rame, la più straordinaria mappa di tesori mai trovata, era da considerarsi come un “negativo” o un “calco” dell’altro suo rotolo gemello?
E chissà poi se ‘nella caverna della roccia levigata a settentrione di Kholit, aperta verso settentrione al cui ingresso vi sono delle tombe’ l’ultimo tesoro elencato nella copia sarebbe coinciso con il Rotolo di Rame della “grotta 3 di Qumran” ?!
Se così fosse, si tratterebbe di uno straordinario virtuosismo da parte di un grande autore che, in tal modo, sarebbe riuscito per primo a donarci una figura linguistica, quella del chiasmo, applicandola in maniera magistrale all’intera struttura letteraria della sua opera di antico scrittore, custode dei grandi tesori segreti di Palestina.
Deserto di Giudea, Cisgiordania – foto Franco Ferioli
In luglio-settembre 1952 le famiglie beduine Ta’amireh offrono papiri nabatei e frammenti di pergamene bibliche dei Profeti Minori scritte in aramaico e greco; poi scoprono a Khirbet Mird, ammassati in una camera sotterranea di un monastero che gli scritti bizantini che chiamano Kastellion o Marda, manoscritti redatti in greco, in cristo-palestinese (dialetto aramaico di epoca bizantina) e in arabo; poi scoprono una nuova grotta; la “grotta 4” e la storia del ritrovamento è favolosa tanto quella della “grotta 1”.
Un vecchio nonno della tribù raccontò un suo ricordo di gioventù: andando a caccia nella regione di Qumran, disse che era sulle tracce di una pernice ferita, che si sottrasse alla sua vista e alla sua presa cadendo in una cavità. Egli allora si infilò nell’anfratto dove riuscì a catturarla e dove notò che erano deposti una lampada ad olio di terracotta e dei cocci di vasellame. I giovani beduini si diressero immediatamente verso il luogo indicato, lo trovarono, scavarono e videro affiorare migliaia di reperti.
Gli archeologi tentarono di localizzare la caverna e di carpirne l’ubicazione, padre Roland de Vaux, direttore dell’Ecole Biblique Francaise di Gerusalemme, riuscì ad avvertire la polizia di Gerico, che intervenne sul posto e subito dopo, accompagnato dal suo collaboratore Jozef Milik, si recò in loco, penetrò nella grotta attraverso un cunicolo e rinvenne, sotto uno strato di polvere e fango secco, un manoscritto che riconobbe immediatamente essere il Libro di Enoc.
La disputa infinita tra guardie e ladri si protrae così, colpo su colpo, fino alla grotta 11 e oltre la metà degli anni ’50 (estate del 1956) quando la grande quantità di documenti estratti dai beduini venne acquistata dal Palestine Archaeological Museum di Gerusalemme, dal Governo Giordano, dalla Biblioteca Vaticana, dalle università Mc Gill di Montreal Canada, di Manchester Gran Bretagna, di Heidelberg Germania; dal Mc Cormick Theological Seminary di Chicago USA, e si venne quindi a creare una equipe internazionale di studiosi che incluse anche il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, la Catholic University di Washington e il Jesus College di Oxford.
Senza mezzi termini, la scoperta dei Rotoli del Mar Morto divenne la scoperta del secolo, di importanza e interesse mondiale.
Il 1 giugno del 1954 apparve questo annuncio sul Wall Street Journal di New York:
” Quattro rotoli del Mar Morto Manoscritti biblici risalenti perlomeno all’anno 200 d.C, sono in vendita. Potrebbe essere un ideale dono privato o collettivo per un’istituzione culturale o religiosa.”
L’unico che rispose attraverso un intermediario, per non lasciare apparire il filo diretto con Israele, fu anche il solo acquirente e l’unica persona al mondo in grado di sapere con certezza che si trattava di un patrimonio di inestimabile valore che comprendeva il Commentario di Abacuc, La Regola della Comunità, un libro apocrifo della Genesi e il Manoscritto di Isaia, il più antico esemplare integrale della Bibbia mai conosciuto.
Si trattava di Ygael Yadin, archeologo direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Israeliano, il quale, secondo una consuetudine non rara e ammessa in Israele, aveva cambiato il proprio cognome di origine famigliare – Sukenik – con un cognome ebraico -Yadin -: Ygael (Sukenik) Yadin figlio primogenito del prof. Elehazar Sukenik, deceduto appena un anno prima.
Quattro anni dopo Ygael Yadin ricomparve sulla scena e, dopo aver comperato da un anonimo nordamericano un frammento di Qumran appartenente al rotolo biblico dei Salmi, venne a conoscenza dell’esistenza di un ultimo rotolo nelle mani di un privato arabo.
Gliene era stato recapitato un frammento e sapeva che era disponibile sul mercato clandestino; le trattative per l’acquisto, condotte da intermediari, non sortirono però alcun esito.
Nel giugno 1967, alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni, Israele ebbe la meglio sulle forze giordane, facendole arretrare ad est oltre il Giordano e stabilì il proprio controllo sia su Gerusalemme Est che sulla WestBank. In tal modo ottenne, come il più ricco dei bottini archeologici di guerra, il Palestine Archaelogical Museum di Gerusalemme e il controllo diretto dei siti del Mar Morto.
In concomitanza con questi eventi, Ygael Yadin ottenne dal governo israeliano un incarico speciale per ricercare il mercante arabo che aveva fornito all’americano anonimo il frammento. Il tenente colonnello dei servizi segreti israeliani, Shelomoh Goren, rabbino capo dell’esercito, venne messo a disposizione di Yadin ed ebbe inizio una missione segreta.
Una task force, appena giunta a Betlemme l’8 giugno con le avanguardie dell’esercito, rintraccia il ricettatore arabo, lo contatta e lo induce a consegnare alle Autorità Militari Israeliane il contenuto di una scatola da scarpe e di una confezione di sigari.
Per la legislazione giordana come per quella israeliana tutto il materiale archeologico è proprietà dello Stato e nessun privato può accampare su di esso diritti di proprietà.
Forti di questa norma, gli agenti israeliani, portarono a termine la missione recandosi a colpo sicuro e irrompendo in casa di Halil Iskandar Shalim, detto Kando.
Il 22 ottobre 1967, nel corso di un convegno internazionale che vedeva riuniti a Gerusalemme un gran numero di studiosi provenienti da ogni parte del mondo, l’archeologo Ygael Yadin annunciò ufficialmente la scoperta di un nuovo rotolo proveniente da Qumran: la scatola di scarpe conteneva il Rotolo del Tempio, la confezione di sigari dei frammenti strappati.
La provenienza precisa, cioè la grotta, non venne rivelata; fu invece reso pubblico e svelato tutto l’intreccio di circostanze segrete che portarono all’esito finale, creando un ennesimo clamore mediatico, che sancì la fine della caccia al tesoro di Qumran. Era l’ultimo rotolo, quello che mancava dal conto totale, e dove poteva mai essere trovato?
Al momento dell’irruzione degli ufficiali israeliani, Kando ricevette un documento legale che gli consentì di definire la conclusiva vendita allo stato di Israele nel luglio del 1969 per 250.000 shekels.
Dalle lettere di Tell el-Amarna scoperte da contadini nel 1887, all’iscrizione di Shilo scoperta da fanciulli nel 1880, dalla Stele di Mesha scoperta da beduini nel 1868, fino alla scoperta nel 1929 dell’antica Ugarit e nel 1945 dei codici di Nag Hammadi ad opera di agricoltori, pare un destino che le più sorprendenti scoperte archeologiche mediorientali siano state fatte fuori dalla cerchia di ricercatori e studiosi competenti.
Per tanti motivi di carattere storico, etnico, politico, religioso ed economico – ma fino ad ora mai di carattere militare – sono tutte avvenute nell’ambito del traffico internazionale del mercato nero delle antichità, tramite governi e istituzioni internazionali.
Con la scoperta del secolo avvenuta a Qumran e con l’acquisizione pressocchè completa dei Rotoli del Mar Morto, la fonte della conoscenza biblica iniziò da allora ad essere schierata sul fronte delle guerre israeliane, ispirando strategie di conduzione militare e rinvigorendo una vecchia branca internazionale – l’archeologia di guerra – con l’innesco di un corposo ramo regionale mediorientale in continuo sviluppo: l’archeologia militare israelopalestinese.
A dispetto del detto popolare: “Co Rovigo no me intrigo” che invita a tenersi a debita distanza da quella città, io nel tempo mi sono “intrigato” parecchio con Rovigo e col Polesine.
Sono 39 anni che seguo il Deltablues Festival: è uno dei migliori d’Italia perché ha visto sul palco i migliori musicisti di questo genere musicale che a me piace molto.
A Rovigo vado spesso a vedere le partite di rugby di una delle squadre più forti in Italia che milita nella Serie A Élite: da ex giocatore continuo a seguire lo sport più costituzionale di tutti.
Come appassionato di fotografia, le mostre di foto e di quadri che si tengono a Palazzo Roverella sono scelte con cura, ricche di contenuti interessanti e ben presentate.
Al Di Meola
Quando ho bisogno di fare qualche risonanza magnetica vado a Rovigo o in provincia dove, senza troppe lungaggini, trovo macchine all’avanguardia gestite da personale gentile.
Da alcuni anni seguo con interesse Tra ville e giardini, un’iniziativa ricchissima di itinerari di musica, teatro e arti performative che si tiene nelle ville e nelle piazze del Polesine. Mi sembra un bell’intrigarsi per un ferrarese bastardo geneticamente come me, che vive a sud di Rovigo… del resto “Si è sempre meridionali di qualcuno”, come scriveva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista.
Fra le varie iniziative di quest’anno nell’ambito della rassegna Tra Ville e Giardini ormai alla ventisettesima edizione, martedì 18 agosto ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto di uno dei migliori chitarristi al mondo: Al Di Meola, considerato tra i più grandi virtuosi viventi, maestro della jazz fusion, chitarrista dalla grazia sublime e dal lirismo evocativo.
Al Di Meola si è affermato negli anni ’70 come pioniere del jazz-rock e membro dei Return to Forever, gruppo storico di Chick Corea. In seguito, ha consolidato la sua reputazione affermandosi con dischi come Elegant Gypsy del 1977 e Splendido Hotel del 1980.
Oltre ai tour in trio con chitarristi stellari come John McLaughlin e Paco de Lucia, Di Meola ha collaborato a progetti con molti artisti importanti come Larry Coryell, Steve Winwood, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Gonzalo Rubalcaba, Jaco Pastorius, Les Paul, Jean-Luc Ponty, Steve Vai, Frank Zappa, Luciano Pavarotti, Paul Simon, Phil Collins, Santana, Milton Nascimento, Egberto Gismonti, Jimmy Page, Tony Williams, Stanley Clarke, Stevie Wonder e molti altri.
Recentemente ha continuato ad ampliare il suo sound e a bilanciare le sue radici fusion con incursioni nel flamenco spagnolo e nel tango argentino, così come nelle tradizioni mediorientali, nordafricane e afro-cubane.
In occasione di questo tour acustico, Al Di Meola ha scelto come compagni di viaggio Peo Alfonsi, chitarrista italiano di fama internazionale, e Sergio Martinez, percussionista cubano capace di fondere ritmi e tradizioni provenienti da culture diverse.
Il loro concerto è stato davvero molto bello, suggestivo, in armonia col posto: incantevole! Al Di Meola è capace di creare un sound meraviglioso suonando con una naturalezza ed una calma impressionanti come se fosse un tutt’uno con la sua chitarra.
Il suo è uno stile unico, capace di incarnare perfettamente le influenze musicali provenienti da tutto il mondo: jazz, rock, latin, flamenco e world music.
Le chitarre Di Meola e Alfonsi si sono incontrate molto spesso, intrecciando un dialogo musicale fatto di arpeggi, rincorse e improvvise accelerazioni, fino a momenti di grande passione ed energia. Sergio Martinez ha accompagnato i due, creando un tessuto ritmico affascinante e prezioso.
Il concerto si è caratterizzato per l’eleganza, per le dinamiche curate e per una narrazione musicale che ha attraversato culture e generi diversi. Alle spalle dei musicisti, un grande schermo ha aggiunto un secondo racconto alla serata, una sorta di “colonna visiva” che ha accompagnato quella sonora eseguita dai tre musicisti; infatti, per ogni brano veniva proiettato un filmato dedicato: paesaggi e immagini di città legate alla sua storia personale e artistica, fotografie della sua famiglia, incontri con musicisti e personalità del mondo della cultura, quadri, paesaggi esotici ed onirici.
Un pubblico attento ed estasiato, che ha gremito il giardino, ha ascoltato con attenzione ed ha ringraziato per ogni brano con applausi convinti, calorosi e a scena aperta.
Nelle due ore di concerto Al Di Meola ha eseguito brani vecchi e nuovi, ha arrangiato stupendamente pezzi di altri e ha reso omaggio a vari artisti.
Questa la scaletta della serata; fra parentesi il titolo dell’album in cui è presente il pezzo:
Azzurra (One of these nights) Fandango (Twentyfour) Because e In my life sono un tributo ai Beatles e a John Lennon (All Your Life: A Tribute to the Beatles) Ava’s Dance in the Moonlight (Twentyfour), dedicata alla figlia più giovane Cafè 1930 (Di Meola Plays Piazzolla) composto originariamente da Astor Piazzolla This way before (Orange and blue) Vizzini (The infinite desire), dedicata ad Andrea Vizzini, un noto pittore siciliano Eden (Twentyfour) Turquoise (Consequence of Chaos) Double concert (The grande passion) di Astor Piazzolla
Bis Infinite desire (The infinite desire), registrata in studio con la partecipazione di Pino Daniele, Herbie Hancock e Steve
Vai. Sound of silence (Midsummer Night in Sardinia), originariamente inciso insieme al cantante sardo Andrea Parodi (ex Tazenda) col titolo Deo Ti Gheria Maria. Mediterranean Sundance (Elegant Gipsy), il suo pezzo più conosciuto.
Al termine dello spettacolo, Al Di Meola ha inoltre rivolto al pubblico un messaggio a sostegno diEmergency, letto volontariamente in italiano: in questi tempi di indifferenza mi sembra che sia una cosa bella ed importante da parte di un’artista.
Visto che al pomeriggio in carcere un ragazzo della redazione diAstrolabio che suona la chitarra, una volta saputo che andavo al concerto di Al Di Meola, mi aveva chiesto se riuscivo a portargli un suo autografo, alla fine del concerto sono andato da lui e gli ho detto nel mio inglese scassato: “Al, thank you for the wonderful emotions you’ve given us! Can I have your autograph for a friend who’s in prison?”
Lui: “In prison?????” ed io: “Yes, but he’s a good guy and he’s a big fan of yours” (vedi traduzione in fondo).
Sorriso finale da parte sua, poi ha firmato il mio quadernetto e ci siamo stretti la mano reciprocamente. A volte non c’è bisogno di troppe parole per intendersi.
Agli appassionati raccomando calorosamente la prossima data comoda in cui Al Di Meola si esibirà ancora in trio acustico: il 28 ottobre al Teatro delle Celebrazioni nell’ambito del Bologna Jazz Festival.
Comunque la pensiate, ne varrà sicuramente la pena.
Traduzione del dialogo in inglese:
IO: Grazie Al per le meravigliose emozioni che ci hai regalato. Potrei avere un tuo autografo per un amico che è in carcere?
AL: In carcere????? IO: Sì, ma è un bravo ragazzo e un tuo grande ammiratore.
Cover: foto di Mauro Presini
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Periscopio ripubblica questo articolo, in origine uscito su La Voce di Ferrara- Comacchio
La mutazione genetica del Ferrara Buskers Festival: dalla libertà alle transenne
«Un altro mondo è ancora possibile, vieni a sentire come suona»: così recitava l’invito per la conferenza stampa di presentazione del Ferrara Buskers Festival (FBF) 2026 con il lancio dell’iniziativa “Eco-Jungle”. Slogan che ne richiama un altro, quello del grande movimento di protesta e d’alternativa altermondialista contro il G8 di Genova del 2001.
Mi chiedo cosa ci sia d’alternativo nel proporre, anche quest’anno, il buskers festival a pagamento quando per sua natura dovrebbe essere libero e gratuito. Cosa ci sia d’alternativo nella privatizzazione di un evento e del centro storico per giorni, sequestrato con tanto di vigilantes privati a controllarne i varchi d’accesso. Ogni giorno, per entrare nell’area occupata dal festival, bisognerà sborsare 12 euro, con abbonamento per cinque sere a 25 euro (ingresso gratuito per under 13 e persone con disabilità). È la quinta volta che accade a Ferrara, dopo le edizioni del 2020, 2021, 2024 e 2025.
D’altronde, nel 2024 in un’intervista a Ferrara TodayRebecca Bottoni, direttrice artistica del FBF, giustificava anche in questo modo l’introduzione del biglietto a pagamento: «Serve un pubblico che sia realmente interessato: gli 11 euro sono il prezzo minimo per evitare che la gente sia distratta»…
Fuori tutti, iniziano i Buskers
Per cinque giorni, dal 26 al 30 agosto (con il 23 a Comacchio), il centro viene ripulito oltre che dai residenti, dai passanti e dai “senza nome”: i rom che chiedono la questua suonando la fisarmonica, i senza tetto, i mendicanti di ogni tipo, i venditori ambulanti, gli anziani, i disabili e le famiglie che amano godersi il centro prima o dopo cena, senza dover consumare e spendere nulla.
«Il tuo contributo [il costo del biglietto d’ingresso] – recita un reel pubblicitario del FBF sui social – ti rende parte della comunità che da quasi quattro decenni custodisce l’ultimo territorio selvaggio della creatività. Proteggi un patrimonio culturale unico senza proprietari o padroni». «L’ultimo territorio selvaggio della creatività», «senza proprietari o padroni»: una retorica ammantata di spirito libertario per coprire un approccio commerciale.
Retorica che porta gli organizzatori (si veda il comunicato stampa di marzo 2026) a dire che l’introduzione di un biglietto a pagamento «non ha penalizzato ma bensì conferito un forte valore agli artisti e alle loro performance». Come se il valore di un busker dipendesse dal prezzo per accedere all’evento…
Dal Festival al brand
Il lato economico è sempre più il motore principale del festival: infatti, come da anni ripetono gli organizzatori, per essere competitivi con le tante rassegne simili, per non farsi “rubare” gli artisti da queste, è concesso metterli in un recinto nel quale entri solo se sborsi soldi. A ulteriore conferma della profonda anima commerciale del Ferrara Buskers Festival, a luglio 2025 Rebecca Bottoni è stata eletta presidente di “Imprese Cultura Confcommercio”.
Come riporta il Carlino Ferrara, il consigliere Federico D’Anneo ha presentato così l’obiettivo della nuova creatura: «Sarà quello di far capire alle imprese il ruolo fondamentale sociale ma anche economico delle associazioni culturali, un vero e proprio volàno». Ecco a cosa servono arte e cultura, buskers festival compreso: a far da «volàno» alle (poche) attività economiche del centro. Visione, questa, totalmente sposata dall’Amministrazione comunale in carica, e non solo.
Sempre Rebecca Bottoni aveva aggiunto che «il nostro brand è molto forte». Più chiaro di così: il festival dei musicisti di strada ridotto a un marchio commerciale. D’altronde, durante la conferenza stampa si è parlato più delle associazioni di categoria che degli artisti. E sul sito di CNA Ferrara nella brochure intitolata «Perché fare Brand Integration con il Buskers Festival» è scritto: «Puntare sulla cultura: un investimento che conviene». Piena logica neoliberista. E poco oltre: «Cresce l’interesse delle imprese per la cultura, come leva di marketing e reputazione aziendale», oltre che per l’«affermazione del brand».
Così viene spiegato, senza giri di parole, qual è il senso della “cultura” per le associazioni di categoria: aumentare i clienti, quindi i profitti. Punto. Nessun contenuto che elevi lo spirito della persona e delle comunità. Che sia l’arte rinascimentale, i buskers o Marilyn Manson, l’unica cosa che importa è che porti soldi, e a pochi.
Gratis nell’outlet, a pagamento in città
Se il busking è stato ormai totalmente introiettato nella logica consumistica, non stupisce la scelta di anticipare la rassegna 2026…in un outlet. Il 16 luglio, il 30 luglio e il 6 agosto, infatti, il FBF si è svolto al Castel Guelfo The Style Outlets. «Un assaggio dell’atmosfera che si respirerà dal 26 al 30 agosto 2026 a Ferrara»: invito, questo, che smaschera la volontà di ridurre quel bene comune rappresentato dal centro cittadino in un mero luogo commerciale, sempre più accessibile solo a chi consuma. Mancano, infatti, sempre più, spazi e dimensioni dove ritrovarsi senza dover spendere. Da luogo ai margini della città, il Centro commerciale la città l’ha trasformata a propria immagine e somiglianza.
E, tornando all’outlet, si crea l’ennesimo paradosso per cui in uno spazio pubblico (la piazza di Ferrara) entri al FBF se paghi, mentre in un centro commerciale no. Così, quest’ultimo – vera e propria città di cartone – lo si legittima maggiormente rispetto a un centro storico Unesco.
Soldi pubblici, acqua quasi
Di certo, però, non scarseggiano i finanziamenti pubblici: nel 2025 il Festival ha ricevuto oltre 216mila euro di contributi, di cui 44.200 dalla Regione, 110mila dal Comune di Ferrara, 19.500 dal Comune di Comacchio e 42.271 dal Ministero della Cultura. Senza contare l’art bonus: al 22 luglio scorso, a partire dal 2021, sono registrati 60mila e 200 euro di erogazioni liberali.
E dal 2019 l’incarico per la consulenza tecnica per la gestione spazi e progetti sicurezza è assegnato allo Studio Sigfrida. Compenso anno 2025: euro 6832. Studio Sigfrida che ha quasi “l’esclusiva” negli eventi cittadini, essendo o essendo stato incaricato anche per l’incendio del Castello la notte di Capodanno, Ferrara sotto le stelle, Festival Internazionale, i concerti di Vasco Rossi e Ferrara Summer Festival.
In seguito alle critiche registrate un anno fa, gli organizzatori del FBF han deciso per alcune “concessioni”: «al festival – ha spiegato Rebecca Bottoni – è possibile accedere con la propria borraccia, e questa non è scontata come scelta, dato che normalmente ai concerti non si può». In estate, una scelta scontata viene presentata come una gentilezza da parte di chi ha affittato il cuore della nostra città. Inoltre – c’è scritto sul sito del FBF – la borraccia si può ricaricare gratis solo fino a 0,6 litri. E dove? Alla Sorgente Urbana del Gruppo Hera in piazza Trento e Trieste. Ora è tutto più chiaro: si concede ai paganti di poter entrare con una propria borraccia per favorire Hera, main partner del festival.
Ma cos’è davvero Hera? Lo spiegano Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica Ferrara nel presentare (nel 2025) una petizione per la gestione pubblica dell’acqua a Ferrara e provincia: «Hera è una società per azioni quotata in Borsa, a proprietà mista tra soggetti privati e pubblici […] e adesso i privati detengono la maggioranza assoluta delle azioni, pari al 54,2%», quindi Hera persegue «interessi aziendali finalizzati ad aumentare i propri profitti e distribuire lauti dividendi ai soci privati e pubblici, non a produrre un servizio pubblico efficiente e ambientalmente orientato».
Nel 2023 Hera per i vari servizi che svolge (acqua, rifiuti, gas e luce) e nell’insieme dei territori in cui è insediata, «ha realizzato profitti per circa 375 milioni di € e distribuito dividendi per 205 milioni di €, in crescita progressiva rispetto agli ultimi anni».
Hera che, inoltre, ha fatto diventare l’ingresso al festival…una lotteria: «Con #genHERAZIONI, fino al 23 agosto puoi giocare e provare a vincere uno dei 150 ingressi per il Ferrara Buskers Festival…», recitava una mail promozionale.
E a proposito di ingressi, è Ticketmaster a gestire l’acquisto on line dei biglietti. Ma lo scorso aprile il sito del Wall Street Journal spiegava come un tribunale federale di New York «ha stabilito che Live Nation [la più potente società al mondo nell’organizzazione e promozione di eventi musicali] ha monopolizzato illegalmente il mercato dei biglietti per i principali concerti negli Stati Uniti, una vittoria per un gruppo di stati che l’accusavano di applicare prezzi eccessivi agli appassionati di musica e di fare pressioni sui locali affinché utilizzassero il suo servizio dominante, Ticketmaster». Per ulteriori approfondimenti si legga la parte conclusiva di questo nostro articolo.
La privatizzazione degli spazi e dei locali
Ieri sera, 26 agosto, ho notato che una nota pizzeria su corso Martiri della libertà, di fronte al duomo, aveva i due punti d’accesso al locale sul marciapiede sbarrati da altrettante transenne gialle. Indagando, ho capito il motivo. Versando 500 euro+iva al FBF, i locali e i negozi (dentro o fuori l’area buskers) potevano diventare partner ufficiali del festival, con tutti i privilegi annessi (ad es. in termini di visibilità). Altrimenti, i gestori dei locali o negozi avrebbero potuto acquistare un massimo di 10 biglietti d’ingresso al festival al giorno a 6 euro per alcuni dei propri clienti.
I gestori della pizzeria di fronte al duomo non hanno accettato, per una questione di principio, nessuna delle due proposte. Risultato? L’accesso al locale è stato transennato per fare in modo che vi possano accedere solo coloro che hanno prenotato un tavolo (e questi sono “scortati” al locale, e ritorno, da un volontario del festival), non permettendo quindi a chi si trova in piazza per il festival di potervi accedere liberamente.
«Le critiche che negli ultimi tre anni ho ricevuto per il FBF non fanno danni a me ma all’intera città»: così ha detto Rebecca Bottoni nella sopracitata conferenza stampa. Per gli organizzatori, quindi, è scontata la totale identificazione tra il festival e Ferrara. E già questo è opinabile. Ma ancor più grave è il tentativo di liquidare ogni minima critica come ingiusta. Insomma, chi critica il FBF sarebbe nemico della città, a prescindere dal contenuto della critica, e quindi – ci chiediamo – andrebbe trattato come un “disfattista”, un “nemico della patria” in tempo di guerra?
In difesa di un bene comune
Insomma, è da anni che gli organizzatori del Ferrara Buskers Festival e i loro sostenitori economici e istituzionali ci vogliono convincere che privatizzare il busking e la piazza siano due cose normali, naturali, anzi positive per tutte/i. L’esatto contrario di come, fino al 2020, ci han presentato il FBF. Una totale mistificazione della realtà, uno stravolgimento del senso del busking e della logica del bene comune: logica che si è perduta, demonizzata come «danno per la città», rappresentata come pretesa di pochi, come bizzarra idea di chi non ama né i buskers né Ferrara.
Contro le acritiche standing ovation, chi scrive si schiera – invece – con coloro che in quelle transenne e in quei tornelli vedono esclusione, non apertura; profitti di pochi, non condivisione collettiva; mercificazione, non libertà. Torniamo a un Buskers Festival più semplice e accessibile: è quello che molti, compreso il sottoscritto, han conosciuto e amato fin da bambini.
Virginia, una scrittrice amata, odiata, non capita
Virginia Woolf, perché?
Perché è una di quelle rare intelligenze che sembrano vivere contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.
Virginia attraversa questi stadi del tempo in un fluire continuo che la eternizza rendendola sempre attuale. A più di ottant’anni dalla sua morte, Virginia continua a suscitare entusiasmo, polemiche, interpretazioni contrastanti, è celebrata nelle università, citata nei movimenti femministi, discussa dagli psicologi, amata dai lettori più esigenti e, nello stesso tempo, respinta da chi la considera troppo difficile, troppo elitaria, troppo distante dalla realtà.
Sta di fatto che, per comprendere davvero Virginia Woolf, bisogna innanzi tutto accettare una sfida: rinunciare alle etichette, questo perché Virginia ha cambiato il modo di pensare.
Virginia aveva già individuato il cuore del problema su cui si incentra il femminismo, prima ancora che la parola assumesse il suo significato moderno e cioè l’assenza di libertà per le donne.
Quando nel 1929 pubblica Una stanza tutta per sé(A Room of One’s Own)non chiede privilegi per le donne, ma qualcosa di infinitamente più rivoluzionario: il diritto di pensare.
Secondo Virginia, una donna può diventare davvero creativa soltanto se possiede due cose apparentemente semplici: indipendenza economica e uno spazio personale.
Due condizioni che per secoli erano state negate. La sua riflessione non nasce dalla rabbia contro gli uomini, ma dalla osservazione disincantata della storia. Se le donne non hanno scritto grandi opere non è perché mancassero di talento, ma perché erano state private delle condizioni necessarie per svilupparlo.
Virginia Woolf combatte il patriarcato senza trasformare gli uomini nel nemico assoluto. Combatte una cultura che limita ogni individuo, uomini compresi. E questa modernità la rende ancora attuale.
Milioni di donne hanno trovato nelle sue pagine qualcosa che nessuno aveva mai espresso prima con tanta precisione: non soltanto la discriminazione sociale, ma il peso invisibile delle aspettative, il senso di colpa, il desiderio di essere sè stesse, l’intelligenza soffocata dalle convenzioni.
Anche molti uomini si sono riconosciuti nella sua analisi dell’identità, della fragilità e della solitudine, ed è per questo che il suo pubblico continua ad allargarsi ed ogni generazione trova nella sua opera nuove domande.
Dunque, Virginia si presenta al suo pubblico come autore rivoluzionario, ed ogni autore davvero rivoluzionario produce inevitabilmente resistenze. Perché? Perché nelle sue opere Virginia non offre consolazioni. Non racconta storie lineari. Non costruisce eroi. Non propone verità definitive, bensì mette continuamente il lettore davanti alla complessità della mente umana, e per questo molti critici del suo tempo la giudicarono incomprensibile, snob, aristocratica.
Alcune femministe della seconda metà del Novecento la giudicarono troppo legata alla propria condizione borghese, incapace di comprendere le difficoltà delle donne appartenenti alle classi popolari. Insomma, ogni generazione ha trovato un motivo per contestarla e questo dimostra certamente quanto fosse difficile incasellarla.
Virginia paga dunque un prezzo, il prezzo della originalità. Incontra per questo un destino comune a molti grandi innovatori: essere semplificati. Virginia Woolf viene spesso ricordata soltanto attraverso due immagini: la scrittrice che si suicida e la femminista. Entrambe sono vere, ma entrambe sono insufficienti. La sua opera è enormemente più ampia.
Virginia è stata una straordinaria sperimentatrice della forma narrativa inventando nuove tecniche per rappresentare il flusso della coscienza individuale e trasformando il tempo psicologico in protagonista del romanzo, ha inoltre mostrato come la memoria modifichi continuamente il presente. Nei suoi romanzi gli avvenimenti esteriori diventano meno importanti delle emozioni interiori e questa non è una scelta estetica, bensì una nuovaidea di essere umano.
La finalità che si propone scrivendo non è quella di intrattenere i lettori, ma di cambiare il modo in cui noi guardiamo noi stessi. Virginia parla dunque al nostro tempo, il XXI secolo. In che modo?
Parla della costruzione dell’identità, parla dell’ansia, parla della salute mentale, del rapporto tra individuo e società, della condizione femminile, del tempo che sfugge, dell’impossibilità di conoscere completamente gli altri, temi che oggi riempiono conferenze, podcast e saggi, e che erano già presenti nella sua narrativa cento anni fa.
Romanzi come Mrs. Dalloway,Gita al faro (To the Lighthouse) e Le onde (The Waves) non sono semplicemente capolavori della letteratura inglese, sono laboratori della coscienza, in quanto ogni rilettura porta alla scoperta di significati nuovi. Volere ridurre Virginia Woolf a un’icona femminista significa privarla della sua vera dimensione che è una dimensione universale.
La sua vera battaglia riguarda infatti la libertà della mente, la possibilità di vivere senza maschere, il diritto di essere complessi, di cambiare, di dubitare, di non adattarsi alle aspettative imposte dalla società. È una lezione che riguarda ogni essere umano.
Nell’articolo si parla del fatto che nel secondo Congresso Nazionale dell’Associazione italiana di Ostetricia (organizzato da Opoct -ordine della professione ostetrica di Catania e Provincia) , che si terrà a Riccione il 3/4 ottobre prossimo, è prevista una sessione dal titolo “ Se a partorire non è una madre: panoramica su gravidanza, parto e allattamento nella comunità Trans* ”.
La critica contenuta nell’articolo non vuole essere una polemica politica ma sostanziale. Come dice giustamente Monica, l’arte medica e la cura deve essere sempre diretta a ogni persona , qualunque sia il suo rapporto con il proprio corpo, qualunque sia l’intendimento verso il proprio genere, qualunque sia il percorso di transizione intrapreso , qualunque sia lo “stato anagrafico” registrato.
Resta però un fatto sostanziale che non può essere considerato marginale : “la medicina non può rinunciare alle parole che descrivono la realtà “ (parole di Monica), in nome dell’inclusività, perché così facendo non solo si cancellano le donne e la realtà biologica dei loro corpi ma si cancella la parola radice di tutte le parole: la parola MADRE, con il risultato che ad essere cancellato a livello simbolico è il senso stesso di essere umano e la verità scientifica sul sesso biologico (non esiste essere umano nato da uomo).
Ora, come giustamente riporta Monica, il fatto che a cancellare la parola MADRE (madre di tutte le parole) e la parola Donna, definita nel documento “persona con utero”, siano le ostetriche, rende tutto ancora più inquietante e distopico.
Il programma del convegno (riconosciuto dal ministero della salute) si apre con l’impegno di fornire crediti formativi per l’insegnamento di nuove terapie “tra cui la magnetoterapia, la laser terapia, le radiofrequenze etc”, però il primo giorno è tutto dedicato alla questioni della cura ostetricia verso la comunità LGBTQIA a partire dalla prospettiva irreale che il sesso biologico è “assegnato alla nascita” .
Dunque le stesse ostetriche dell’associazione sembrano non riconoscere il dato oggettivo che il sesso biologico è dimoformico, che senza maschio e femmina la riproduzione non è possibile, che il sesso biologico non si cambia.
Il sesso biologico si può camuffare; si può ingannare il corpo con ormoni del sesso opposto ma il dato biologico alla nascita resta un dato perpetuo.
O si diventa farmaco dipendenti per tutta la vita o il corpo tornerà a riconoscere sempre la sua realtà biologica e a funzionare secondo quella specifica realtà biologica ( e infatti la “non madre “ del titolo della sessione, se non erro, è una donna che ha mantenuto i suoi organi riproduttivi e che sospende la cura di transizione a uomo) .
Quindi la domanda è: se la medicina inizia a rinunciare alla parole che descrivono la realtà oggettiva cosa succederà nel campo della cura?
E che impatto ha questo stravolgimento del senso delle parole sulle nuove generazioni, sullo sviluppo di concetti elementari e fondamentali, dati dall’osservazione ma interpretati con parole fuorvianti dagli adulti, nei bambini?
Da anni mi occupo di maternità surrogata, una pratica a mio avviso aberrante, lesiva della dignità delle donne e dei bambini e da anni denuncio l’uso improprio delle parole che vengono usate per promuoverla come cosa buona e giusta.
Questa prospettiva mi ha portato a guardare con occhio critico a molte narrazioni in cui viene volutamente trasformato il senso delle parole per renderle funzionali a pratiche mediche che un tempo erano considerate pura eugenetica e che oggi ci vengono vendute come pratiche di “giustizia sociale”.
Ne parlo nel pamphlet “ PACHA MAMA” ,Giannini editore 2024i per chi volesse approfondire.
Di fronte poi a programmi come questo sono sempre più convinta del lavoro di attivista che compio da anni scrivendo articoli e libri dedicati alla riscoperta del senso profondo di maternità e del senso stesso di essere umano; uno sforzo nel quale oltre a cercare di disvelare il senso opaco di certe narrazioni cerco di raggiungere “la pancia” delle nuove generazioni richiamandomi a un linguaggio ancestrale indelebile (“Il mio nome è Maria Maddalena”, Marlin editore).
Ultimo sforzo in questo senso è “La soglia dell’umanità, lettera a mia figlia adolescente. sex matters!.” un piccolo libro illustrato bilingue Italiano/ inglese, sul tema delicato ma molto attuale del sesso biologico e della sua importanza per le donne; un piccolo libro che racconta alle giovani donne come il corpo incarnato femminile porti con se una conoscenza unica, indelebile e ancestrale.
È una lettera rivolta alle ragazze adolescenti perché, oggi, stare dentro la complessità della realtà senza però perdere la ragionevolezza delle evidenze semplici e fondamentali è diventata una impresa eroica.
Cover: L’immagine mostra un albero genealogico linguistico che illustra come la parola per “madre” derivi da un’unica radice comune proto-indoeuropea (*méh₂tēr) nelle varie lingue della famiglia. Da Facebook
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La nostra è una civiltà superiore. Lo dicono le nostre radici cristiane. Esistono testi che, pur essendo considerati libri sacri, incitano alla guerra santa, con frasi terribili, tipo:
“Ma delle città di questi popoli, non iscampar la vita ad alcun’anima vivente;anzi del tutto distruggi quei popoli acciocchè non v’insegnino a far secondo tutte le loro abbominazioni che hanno usate inverso i loro iddii”
La Bibbia, il testo dal quale traiamo le nostre radici cristiane, poggia su valori non discutibili: la vita umana, tanto per cominciare, è sacra. “Non uccidere” è un comandamento che non sembra prestarsi ad interpretazioni.
Tuttavia, ogni regola ha le sue eccezioni: e quindi anche la volontà divina non sembrerebbe così ferrea, prevedendo una serie di situazioni in cui uccidere non è solo accettabile, ma diventa doveroso. Andiamole a vedere.
Uccidi le streghe(Esodo, 22:18)
Indicazione che purtroppo è stata seguita per secoli
Uccidi gli adulteri (Levitico 20:10)
Un uomo che avesse avuto rapporti con la moglie di un altro dovrebbe essere ucciso insieme alla donna.
Uccidi i blasfemi(Levitico 24:14-16)
Buona parte della popolazione del Veneto dovrebbe essere lapidata.
Uccidi i falsi profeti (Zaccaria 13:3) e gli indovini (Levitico 20:27)
Un’indicazione che avrebbe almeno un innegabile aspetto positivo: la scomparsa di tante idiozie che si leggono sui social
Uccidi i figli dei peccatori (Isaia 14:21) e i figli che non rispettano i genitori (Esodo 21:17 e Marco 7:10)
L’intera umanità meriterebbe lo sterminio?
Uccidi gli omosessuali(Levitico 20:13, Romani 1:26-32)
Indicazione che in molti condividerebbero anche oggi
Uccidi i non credenti (2 Cronache 15:13)
In tanti saremmo a rischio
Uccidi ogni estraneo che si avvicini ad una chiesa (Numeri 1:48-51)
Immaginiamo questa norma applicata nelle località affollate da turisti
Uccidi chi lavora di sabato (Esodo 31:15) Disposizione invecchiata malissimo in un mondo in cui si lavora di sabato, di domenica, di giorno e di notte
Uccidi ogni sposa che non sia vergine (Deuteronomio 22:21) Oggi fa sorridere, ma quante donne nel corso dei secoli hanno avuto la vita distrutta per non essere arrivate illibate al matrimonio?
Uccidi i non Ebrei (Deuteronomio 20:16-17) Dio ordina agli Israeliti di non lasciare in vita alcun essere vivente che occupa le città che ha destinato loro in eredità, disponendone lo sterminio completo. Su questo punto tornerò a breve.
E infine, per chiudere in bellezza:
Uccidi chi uccide qualcuno (Levitico 24:17)
La stessa ricerca si può fare su altri temi: ad esempio la rappresentazione delle donne, che per la Bibbia sono il simbolo della tentazione e del peccato, devono essere sottomesse al marito ed in generale sono considerate creature inferiori.
Com’è possibile che il testo sacro sul quale – secondo alcuni – dovrebbe fondarsi la nostra civiltà, presenti affermazioni così spaventose?
La nostra è una civiltà superiore?
Per rispondere, dovremmo prima di tutto chiederci cosa sia davvero la Bibbia.
Per chi crede, si tratta di una serie di testi ispirati, o addirittura dettati da Dio agli uomini. Non dimentichiamo che la religione cristiana si autodefinisce una religione “rivelata”, cioè basata direttamente su insegnamenti arrivati da Dio, al pari dell’Islam e dell’Ebraismo che rivendicano a loro volta l’origine divina dei loro insegnamenti.
Per chi volesse avere un approccio più storico e razionale la Bibbia, o quantomeno l’Antico Testamento, è una serie di scritti che coprono un periodo storico di oltre mille anni, i più antichi dei quali risalgono a quasi 3.500 anni fa. Sono testi che riflettono il modo di pensare degli uomini di allora, in un mondo in cui i valori erano molto diversi da quelli attuali, e convinzioni che oggi troviamo aberranti rappresentavano la normalità.
Sono scritti che hanno, al netto di quello che può essere il valore religioso, sul quale sarebbe giusto lasciare ognuno libero di pensarla come vuole, un fine politico: lo scopo era dimostrare che il popolo israelitico era il popolo eletto da Dio, che Dio aveva donato loro la terra promessa, e che starci era il loro diritto. Il tutto inquadrato in un’epoca in cui le guerre tra popoli erano la normalità, e ad affermarsi era solo la legge del più forte.
Dovrebbero essere storie vecchie di millenni: e invece, proprio sulla base di quanto scritto sulla Bibbia (o Tanakh per gli ebrei), il governo israeliano rivendica il suo diritto di scacciare e sterminare i Palestinesi.
A pensarci bene, la questione appare paradossale, e anche un po’ ridicola. Immagino un dialogo di questo genere:
“Gli Israeliani sono gli unici ad avere il diritto di vivere nella Terra Promessa” “E chi lo ha detto?”
“Lo ha detto Dio” “E perché lo avrebbe detto?”
“Perché gli Ebrei sono il popolo eletto” “E dove sta scritto?”
“Sta scritto nella Bibbia” “E chi l’ha scritta la Bibbia?”
“Gli israeliti”
Ci sarebbe da ridere, se non fosse tutto drammaticamente reale.
Oggi molte delle indicazioni bibliche ci appaiono folli e del tutto inattuabili: peccato che quasi nessuno colga la contraddizione tra la loro presunta origine divina e la presenza di indicazioni così totalmente inaccettabili. O, più probabilmente, molto spesso in tanti non conoscono i testi ai quali dichiarano di ispirarsi.
Chi parla di valori cristiani come fondamento dell’Europa il problema non se lo pone minimamente: anzi, in molti casi sembra non rifiutare del tutto anche i passaggi più inammissibili: pensiamo al rifiuto dell’omosessualità, allo scacciare chi professa una religione diversa, ad una concezione della donna che dovrebbe tornare ad essere l’ ”angelo del focolare” dando priorità alla famiglia e tornando al suo ruolo di “riproduttrice”. Logiche, peraltro, paradossalmente simili a quelle dell’Islam, che invece viene presentato come il male assoluto.
Davvero questi sono i valori fondanti della nostra presunta “civiltà superiore”? Spero di no. Sicuramente non sono i miei.
P.S. Quasi dimenticavo. Anche il brano iniziale, che incita alla guerra santa ed allo sterminio totale degli infedeli, è tratto dalla Bibbia: Deuteronomio 20:16-18
Parole a capo <br> Laura Serluca: Poesie edite ed inedite
Parole a capo /
Laura Serluca: Poesie edite ed inedite
“Quattro alberi in un solitario acro di terreno, Senza alcun disegno, Ordine o azione apparente, Si mantengono Il sole al mattino li incontra, Il vento, Il confinante più vicino che hanno È Dio Il campo dà loro un posto, Gli alberi a lui l’attenzione di chi passa, Di un’ombra, o di uno scoiattolo, O magari di un ragazzo. Quale titolo abbiano nell’ordine naturale Quale piano, Individualmente, affrettino o ritardino Non si sa.”
(Emily Dickinson)
Per Eride che conduce
il serpente nella mia testa
lode a Ipno
che giace nel mio grembo.
Ho visto del diaspro rosso
in tutto l’oro dei quadri di Klimt
e una corolla di dalia sulla faccia
della Dickinson, guardiana di radici e rami.
L’ha deciso Algiz,
la più benevola di tutte le rune
a Oriente il Sole tramonta.
(inedito)
*
A tacere era l’agitarsi
di ali di rondine
a disorientarle la boscaglia
della falsa porta
l’isteria di una scappatoia
a sbeccare la mia schiena
e strascinarla fino al cielo
al variare del disegno divino
– polpa di Larice
e avventurina verde – accade
di rinnovare in aurora questi occhi,
spiantarmi da lontani volti
fino a rendermi forestiera
sulla soglia della porta dell’Orizzonte.
(Da “Sono stata via cent’anni”)
*
Roghi e dimenticanze a vociare nella voliera, interrare confetti
lenzuola e malanimo, scolorire magie e insolenze
incanalarle in traiettorie irraggiate di lucori – sei stato risarcito dal buio –
la gloriosa Papessa si sporge
nel vuoto e nell’oltre gentile,
– sono spoglia a pulsare nell’azzurrità –
la Giustizia avventuriera
l’ho scoperta tremula a gemmare
e dissolversi in tintura madre di salice, versarsi
nella pellicola cristallina,
rimuovere strofinando
marciare sulla Bilancia, lingue gravide
a sconcertare, in una tinozza l’iride
e la tigre bianca, in tre albe ho figliato la spada.
(Da “Sono stata via cent’anni”)
*
Sono aspra e legnosa, satura
del tuo esercito di narcisi
e delle mareggiate in controluce
a grondare un minuscolo Dio: – a schiarirlo sono barbagli
di salsedine a fiocchi
che puntellano il cielo – nel casolare
la corona dell’Imperatrice e gigli rosa
a incorniciarmi le caviglie.
L’ho imparato in volo.
Della tua musa azzurre talee.
Laura Serluca nasce ad Ariano Irpino nel 1984. Si laurea in Sociologia curriculum Comunicazione e mass media presso l’Università degli studi Federico II di Napoli. Si è poi specializzata in Mediazione interculturale. Lavora come Sociologa e coordinatrice nel settore dei Servizi Sociali. Collabora per la sezione arte- cultura di diverse testate giornalistiche online. Ha scritto una prima silloge poetica dal titolo “Magenta” e il suo nome compare anche nell’antologia “Invasione poetica ‘22” per Tempra Edizioni, un progetto che coinvolge diversi poeti irpini e intellettuali che incrementano e tutelano il patrimonio letterario meridionale. La sua ultima raccolta di Poesia dal titolo” Sono stata via cent’anni” è stata pubblicata per la collana Plenilunio, diretta da Emanuela Sica e firmata Delta 3 Edizioni. È proprio con una di queste poesie che è stata ufficialmente tra i finalisti del Premio Letterario Nazionale “Aurea Nox – L’Oro della Coscienza” tenutosi a Chiaravalle Centrale.
Ringrazio Laura Serluca per avermi autorizzato la pubblicazione di alcune sue poesie.
“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com
La rubrica di poesiaParole a capocurata da Pier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.Questo che leggete è il 352° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Il titolo del post è il titolo della bella poesia scritta da una ragazza detenuta nella Casa Circondariale di Lecce che ha vinto il Premio Afrodite conquistando la giuria e il pubblico di Santa Caterina di Nardò. Hanno ritirato il premio la Garante dei Diritti delle persone private di libertà personale per la città di Lecce, Maria Mancarella, insieme a Eleonora Rosato, coordinatrice del progetto “Libere di leggere” del carcere di Borgo San Nicola. Maria Mancarella ha evidenziato: “Questa poesia dimostra come, anche nei luoghi della privazione della libertà, possano nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti, al di là delle condizioni personali di chi le ha scritte. La scrittura, la lettura e l’arte sono strumenti fondamentali nei percorsi riabilitativi in carcere”. Le poesie vincitrici sono incise su ceramica e verranno installate sul lungomare di Santa Caterina di Nardò, dando vita al Lungomare dei Poeti. Di seguito il testo della poesia. Comunque la pensiate, buona lettura (Mauro Presini)
Ave Maria piena di rabbia il sole sorge, mi sveglio all’alba sezione femminile rimpianti senza fine la vita mia in mano alla follia reiterazione la tua prigione rabbia e rancore nostra alimentazione. Ave Maria piena di rabbia la notte è lunga in questa gabbia il silenzio è un’utopia chiudi il blindo amica mia la notte è lunga per chi ha l’insonnia c’è chi prende le gocce e non si vergogna sezione psichiatrica mai pensato in vita mia. Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia.
Foto di copertina di Mauro Presini. I fiori di carta sono stati realizzati da una persona detenuta nella Casa Circondariale di Ferrara.
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Il popolo di ricambio. Immigrazione, cittadinanza e crisi del patto fiduciario
C’è una domanda che il dibattito pubblico italiano evita con cura quasi professionale: perché i partiti che si dicono eredi della classe operaia spingono con tanta insistenza su ius scholae, flussi crescenti e naturalizzazioni accelerate, proprio mentre quella classe operaia che fu la loro ragion d’essere ha smesso da tempo di votarli?
La risposta più comoda è che si tratti di generosità morale, di diritti universali, di battaglia di civiltà. Quella più scomoda, ma più coerente con i dati, è che si tratti anche di un calcolo elettorale preciso: la ricerca di un nuovo elettorato che sostituisca quello perduto.
I numeri del riallineamento di classe sono ormai difficili da ignorare. Le rilevazioni ITANES e Ipsos degli ultimi anni fotografano un Partito Democratico che aumenta di dieci punti percentuali il consenso, passando dalla classe operaia al ceto medio-alto, mentre Fratelli d’Italia e Lega intercettano proprio quegli operai e impiegati che un tempo erano lo zoccolo duro della sinistra italiana.
Alle Europee 2024 alcune rilevazioni stimano che oltre tre italiani su quattro in difficoltà economica non hanno votato affatto. È il fenomeno che l’economista Thomas Piketty ha chiamato altrove “sinistra bramina” un partito progressista che, perso il proprio popolo, diventa il partito dei laureati, della “classe creativa” descritta dal sociologo Richard Florida, dei dirigenti, del ceto colto e urbano. Un partito alla ricerca di numeri e dunque di votanti.
Un partito che perde il proprio bacino storico ha due strade:
1) recuperarlo, affrontando il costoso e doloroso lavoro di ricostruire un rapporto con un elettorato che si sente tradito sul lavoro, sui salari, sulla sicurezza;
oppure 2) trovarne uno nuovo, più semplice da mobilitare.
Cinque milioni e mezzo di residenti stranieri,popolazione giovane in un paese che invecchia, sostanzialmente esclusi dal voto, ma potenzialmente inseribili attraverso una riforma della cittadinanza, sono — in termini di puro calcolo, spogliato di ogni retorica — un bacino elettorale vasto ed enormemente più promettente di un “proletariato” vecchio che ha già votato altrove nei precedenti turni elettorali (Per completezza e con le dovute cautele, va aggiunto che oltre a questi, ci sono circa 2,6 milioni di naturalizzati che già votano; inoltre, tra i 5,5 milioni di stranieri residenti, i cittadini non UE che sono circa 4 milioni non hanno nessun diritto di voto; mentre 1,5 milioni di provenienza UE possono votare ad elezioni comunali ed europee. Tenuto conto di tutto il numero complessivo dell’intero bacino è stimabile in circa 8 milioni di persone).
Non serve immaginare stanze fumose e cinismo consapevole nei singoli dirigenti: basta la logica strutturale che Robert Michelsdescriveva già un secolo fa, quando mostrava come ogni organizzazione politica tenda, per pura necessità di sopravvivenza, a convergere verso gli interessi che la tengono in vita, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
C’è poi un secondo beneficio, meno discusso ma altrettanto reale: la “causa migrante” permette a un partito che ha perso il proprio referente materiale storico dicontinuare a raccontarsi come forza degli ultimi, dei fragili, delle minoranze escluse e sfruttate; insomma, di restare, retoricamente, “dalla parte giusta della storia” senza dover attraversare la revisione più dolorosa, quella sul proprio rapporto ormai logoro con il mondo del lavoro manuale italiano. È un’operazione di coerenza identitaria oltre che di ingegneria elettorale.
Da questo doppio calcolo identitario ed elettorale, discende un secondo problema, più delicato e decisamente più dannoso. Chi costruisce la propria identità politica sulla difesa sistematica del “migrante” finisce per praticare una sospensione selettiva del giudizio: mobilitazione immediata, spesso prima ancora che un processo sia celebrato, quando il migrante è vittima (vedi il recente ‘caso Fakir’ a Bologna); silenzio imbarazzato, minimizzazione, ricerca affannosa di attenuanti sociologiche e psicologiche, quando il migrante è autore di reato.
È un meccanismo speculare, su scala diversa, a quello praticato dalla destra quando presume la colpevolezza collettiva (dei migranti, islamici etc.) prima che siano acclarati i fatti specifici. Sono due patologie identiche nella struttura: sostituire il giudizio sul singolo con l’appartenenza alla categoria.
Il problema non è annullare la lettura strutturale della devianza, che resta scientificamente fondata: l’irregolarità giuridica, la marginalità economica, l’assenza di rete sociale spiegano buona parte della sovra-rappresentazione straniera nelle carceri italiane, oggi al 31,5% (fonte DAP) a fronte di una presenza sul territorio del 9,4% (5,56 milioni: fonte ISTAT). Ma spiegazione strutturale e responsabilità individuale sono piani distinti, e tenerli insieme senza farli collassare l’uno nell’altro è precisamente ciò che la retorica della difesa a prescindere non riesce a fare.
Il risultato è un logoramento silenzioso di quello che i sociologi chiamano patto fiduciario: la fiducia diffusa che la legge si applichi allo stesso modo a tutti, indipendentemente da chi la invoca. A tale riguardo Max Weber ci ricorda che l’obbedienza volontaria all’ordine legale, non la coercizione, è il vero fondamento della tenuta dell’ordine sociale. Ogni erosione percepita di questa uguaglianza mina la fonte stessa della legittimità della pratica giudiziaria e dunque dello Stato.
C’è infine un paradosso che chi pratica questa difesa acritica raramente considera. In Italia vivono e lavorano milioni di persone di origine straniera che nulla hanno a che spartire con la criminalità: braccianti, badanti, infermieri, imprenditori, artigiani, operai regolari che nel 2024 hanno prodotto 177 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9 per cento della ricchezza nazionale (fonte: Fondazione L. Moressa), con punte del 16-18 per cento in agricoltura ed edilizia — settori che l’Italia, da sola, non è più in grado di sostenere.
Sono esattamente le comunità — penso ai lavoratori cinesi, filippini, a tante famiglie rumene e ucraine ben radicate — che presentano i tassi di detenzione più bassi in assoluto, segno che dove l’integrazione economica funziona la devianza si riduce drasticamente.
Eppure ogni narrazione che minimizza sistematicamente i reati commessi dalla componente minoritaria, spesso concentrata proprio nell’area dell’irregolarità, finisce per fondere agli occhi dell’opinione pubblica queste popolazioni radicalmente diverse in un’unica categoria indistinta. È un meccanismo di stigmatizzazione per associazione ben noto alla sociologia della devianza: il paradosso è chesia proprio la difesa acritica della categoria, in particolare di chi delinque, a produrre lo stigma collettivo che dice di voler combattere.
Il lavoro, per gran parte del Novecento, è stato il principio ordinatore attorno a cui si organizzava il conflitto politico e si ricomponeva, faticosamente, la solidarietà sociale. Quel principio si è indebolito, e l’identità — nazionale, etnica, religiosa ma anche di ogni autoproclamata minoranza — ne sta prendendo il posto per tutti gli schieramenti, non solo per chi ne fa bandiera dichiarata.
Costruire la propria base elettorale su un’operazione percepita come sostituzione demografica, indipendentemente da quanto sia fondata la percezione, significa giocare esattamente sul terreno più incendiario disponibile in un’epoca in cui quel terreno, non più quello economico, è diventato il principale campo di contesa politica (vediQui per una spiegazione di questo processo).
Non è un discorso sulla generosità o sulla sua assenza. È un discorso sul prezzo, pagato da tutti — migranti onesti compresi — di un calcolo che si maschera da principio e di una retorica che si presenta come verità comprovata.
Cover: Bandiera Pd. – foto Antonio Pinna, ilmiogiornale.net su licenza Creative Commons
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