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Il linguaggio violento con il quale comunichiamo non è fatto solo di parole

Il linguaggio violento con il quale comunichiamo non è fatto solo di parole

Il linguaggio violento con il quale comunichiamo non è fatto solo di parole

Adorno nel suo libro Teoria della Halbbildung (Il Nuovo Melangolo Editore) parla dilinguaggio dello spaccone“.

Non è, come si potrebbe pensare, un atteggiamento isolato, riservato a poche persone che hanno un comportamento psicosociale particolare: l’aggressività verbale è il mezzo di comunicazione che negli ultimi tempi veicola la maggior parte dei discorsi che facciamo ed ascoltiamo.

È interessante che Adorno prendesse come paradigma lo spaccone (derivato di spaccare col suffisso -one, derivato dall’ipotetica voce longobarda spahhan ‘fendere’). Un individuo, cioè “… che vanta la forza di spaccare il mondo, acceso da una sicumera irresistibile e crede che quando arriva lui spaccherà tutto, che niente può resistergli, nessuno superarlo. Lo spaccone dirompe in un’energia narcisa – lui qui, lui lì – e il suo passo è il passo della fiera che passa i monti e rompe i muri e l’armi…”.

Di solito, dietro non c’è molto di vero, sono solo parole ma non innocue per le conseguenze sul clima comunicativo e relazionale. Purtroppo, questo atteggiamento così diffuso è spesso tollerato come normale e si nasconde dietro a comportamenti formalmente corretti, ma solo apparentemente educati, rispettosi.

Nelle relazioni interpersonali, nella realtà vissuta quotidianamente, oltre le parole, il comportamento e tutta la comunicazione non verbale sono altamente significative. E ciò è vero anche in quelle formali.

Prendo come paradigma il contesto politico che più di altri è soggetto a protocolli e regole ma che, dietro agli obblighi dell’etichetta, non si cura della coerenza tra concetti, contenuti, ragionamenti espressi a voce o per iscritto tramite le parole e gli elementi che caratterizzano un elemento sostanziale: la qualità del modo in cui vengono comunicati. Qualità che è data dalla comunicazione paraverbale (volume, tono, ritmo della voce), dalla comunicazione del corpo: mimica facciale, sguardo, postura.

Come osservatrice di dibattiti, assemblee, riunioni, mi sono trovata esterefatta dalla poca attenzione che a questo livello, quello non verbale intendo, più immediato, istintivo e quindi più impercettibile ed inconsapevole, viene data da coloro che, per mandato elettorale, sono chiamati a dare voce, consistenza e legittimità a proposte necessarie per il governo della città e dei cittadini.

Per un dibattito che vuole portare a risultati chiari su argomenti o questioni di particolare importanza, è indispensabile creare i presupposti per avviare una discussione democratica; occorre una modalità di comunicare rigorosa, non improvvisata, non limitata alle parole, perchè queste possono essere confondenti, vuote, frutto di propaganda o adesione acritica che oscura il senso profondo, lo spirito autentico della politica che è confronto aperto, ricerca comune di soluzioni e pratica di governo.

Nella discussione politica, non è sufficiente padroneggiare l’ars retorica, la presentazione “obiettiva” di dati e cifre, (si selezionano le statistiche che ti danno ragione), non è adeguato l’uso della comunicazione violenta, scambiata per assertività, sono fuori luogo l’arroganza, il sarcasmo, la squalifica, la disconferma, l’escalation.

Eppure ho viste usare tutte, più o meno, queste strategie, e credo che, se sono così innocentemente esplicite, sia possibile pensare che siano abituali. Vale a dire sono diventate come un rumore di fondo persistente di cui non avvertiamo più la presenza o gli effetti piacevoli o spiacevoli. Un automatismo che pare escludere la partecipazione cosciente e non coglie le differenze tra i contesti e gli interlocutori

Non nascondo che è più difficile evitare le modalità elencate sopra all’interno di un contesto di dibattito politico in cui è già stabilita una relazione asimmetrica, perchè abbiamo a priori una forza di maggioranza ed una di minoranza ma, proprio per questo, una migliore attenzione nel saper trattare e confrontarsi democraticamente, rispettando e riconoscendo il lavoro e la rappresentatività di ciascuna parte, al di là degli obblighi formali delle procedure e dei protocolli, è tanto più necessaria se si fa sul serio e non si recita un copione.

Non intendo fare una lezione sull’argomento comunicazione efficace, ma mi ero illusa e sono perciò delusa dalla scarsa dimestichezza di molti, spero non sempre intenzionale, nell’arte del porgere, cioè della capacità di esporre, argomentare, commentare, interpretare con equilibrio e rispetto.

Per far capire nella pratica ciò che intendo, suggerisco di vedere ed ascoltare le registrazioni delle sedute dei Consigli Comunali di Ferrara, provando ad uscire dai confini del proprio punto di vista, gioco che rischia di essere senza fine nel ribadire costantemente il proprio modo di vedere le cose.

A riprova, porto alcuni esempi osservati durante il Consiglio del 16 dicembre 2025.

Disconferma : nella sequenza della quale parlo, non è presente il Sindaco; il Vice Sindaco esce a metà Consiglio (ritengo per gli impegni di entrambi, però le loro non sono assenze “neutre”, alimentano l’idea di una gerarchia forse di importanza o forse preferenziale). Molti Consiglieri compresi gli Assessori, escono durante l’esposizione delle mozioni altrui e, ancora più grave, su alcune questioni, oltre alla mancata presenza in aula, manca il dibattito, cioè si fa cadere come cosa inutile quasi seccante il confronto su di una problematica, come è successo per la mozione spazi pubblici per il volontariato.

Squalifica: si sta al cellulare mentre un collega espone il proprio pensiero, si chiacchiera con il vicino, si sghignazza, si sbadiglia impunemente. Certo ci sono giustificazioni a tutto questo ma, fossero ancora studenti, sarebbero stati come minimo richiamati o sanzionati o allontanati collezionando un brutto voto in condotta.

Aggressività: si usa disinvoltamente lo spazio della sala consigliare come se si fosse nel proprio salotto, si passeggia lasciando il proprio posto, si vanno a trovare gli amici posti in altre poltrone, si bisbigliano battute di scherno a voce bassa, ma non troppo da non essere udite.

Difficoltà nel decodificare il messaggio: cioè non ci si capisce, manca quello che si chiama ascolto attivo, ci si basa unicamente sulle proprie aspettative, paure o pregiudizi. È come se interpretassero il messaggio secondo i loro modelli interni anziché basarsi sul messaggio stesso. È successo, sempre nella stessa seduta consigliare, parlando dell’inverno demografico, quando l’Assessora ha sconfinato immaginandosi una estinzione della popolazione ferrarese a causa della alta natalità degli stranieri.

È successo anche quando un’altra Assessora, dopo un intervento interessante sull’argomento, inciampa dicendo che è segno di integrazione che gli stranieri, grazie al nostro esempio, una Ferrara sterile e vecchia, stiano imparando a fare meno figli. Peccato avesse dichiarato poco prima che questo indice di bassa natalità coinvolgerà il sistema sanitario, l’Università, l’economia. Ma, in una logica aristotelica, si possono sommare le mele con le pere?

Manipolazione: tale rielaborazione tendenziosa della verità attraverso una presentazione alterata o parziale dei dati c’è stata quando un consigliere, rispetto al disegno di legge per un consenso informato in ambito scolastico, chiede retoricamente: ma lei ha mai fatto l’insegnante?” artificio per zittire l’avversario e tacciarlo di incompetenza.

Dimenticando in questo che tutti i presenti in aula sono stati studenti per molti anni e che se sono, oggi, su posizioni diverse non è per essere stati plagiati dai modelli degli adulti all’interno della scuola, cosa che varrebbe in tal caso anche per il suddetto, ma perchè, proprio avendo avuto la possibilità di confrontare modelli differenti (famigliare, dei pari, dei media, evinti da letture eccetera), sono giunti a farsi delle idee proprie.

In più dimentica o non conosce, ma non credo, essendo stato, con orgoglio non celato, lui stesso insegnante, che, da molto tempo lo sviluppo delle scienze sociali, pedagogiche e psicologiche ha assodato che siamo anni luci distanti dall’idea di bambino come “tabula rasa” su cui l’adulto può inscrivere i tratti che vuole. Tutte le teorie più recenti riconoscono al bambino una soggettività potenziale sin dalla nascita; il bambino è competente, attivo, protagonista e costruttore del proprio percorso di crescita, dotato di strumenti per conoscere il mondo.

Comunicazione assertiva: ritornando al metodo più che ai contenuti si può verificare che tra i Consiglieri non ci sono stabilmente le caratteristiche di una comunicazione assertiva: un contatto visivo coerente (spesso invece sfuggente o provocatoriamente fisso, distratto); tono di voce stabile (meccanico e freddo o titubante o plateale o sarcastico); un’espressione facciale coerente con i contenuti, aspetto che induce a dubitare della convinzione o sincerità dell’enunciato.

Per concludere vorrei spendere qualche parola sul silenzio, seguendo un’importante acquisizione che è ci venuta dalla pragmatica della comunicazione: anche il silenzio comunica. Nel consiglio citato è stato un protagonista importante. Non era un silenzio denso di attenzione, uno spazio di ascolto, neppure una mancanza di interesse, una pausa per capire meglio, era un silenzio punitivo, di disappunto, l’intenzione consapevole di non essere disponibili ad affrontare un confronto diretto e franco.

Nel calcio, da tempo, si usa la moviola. Riguardare una partita alla moviola vuol dire accorgersi di alcune cose che sono passate inosservate o passate frettolosamente, non è un indicatore assoluto, infatti è fonte di molte animate discussioni, conferme e smentite, ma ha un grande pregio: non dare per scontata un’azione, un risultato, una decisione. Permette di guardare sequenza per sequenza, capire e migliorare.

In copertina: La trahison des images. (Magritte 1928-29) 

Per leggere gli articoli di Giovanna Tonioli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

 

Cento anni fa, Ferrara è stata Minneapolis

Cento anni fa, Ferrara è stata Minneapolis

 

“Sas ciapa a far al fassista?”

Italo Balbo

 

Immagina che per le strade di Corso Giovecca, Viale Cavour, Via Venti Settembre, Corso Martiri della Libertà, via Oroboni, via Porta Catena, circolino individui armati e mascherati che possono fermare chiunque, un tuo vicino, davanti a un bar, a una scuola, a una chiesa, trascinandolo a terra per un braccio buttarlo dentro un furgone e portarlo in un luogo di detenzione, senza un’accusa precisa, senza un mandato, e mantenerlo in uno stato di privazione della libertà senza un’indagine, ovviamente senza un processo. E nel frattempo, se gli garba, menarlo, seviziarlo, con la certezza di essere impuniti. Particolare importante: più persone arrestano, più guadagnano, perché il loro compenso è commisurato a quante persone rapiscono senza ragione. Se succedesse, immagineresti di essere alle prese con una banda armata di terroristi che scorrazzano liberamente per la città. E cercheresti di rivolgerti alle forze dell’ordine per segnalare questi terroristi, per chiedere loro che sia ristabilita la legge.

Ma c’è un problema: questi individui a volto coperto sono mandati dal tuo Stato. Anzi, sono sopra gli organi di polizia tradizionale, perchè possono rapire liberamente nella tua città, dove esiste la polizia locale, ma la polizia locale non si può immischiare, perché lo Stato ha incaricato loro, i mascherati, di mantenere l’ordine, contro immigrati irregolari, presunti delinquenti, presunti terroristi, disfattisti, comunisti. Come te.

 

Come me? Cosa c’entro io? Sono bianca, ho la fedina penale immacolata, mi faccio gli affari miei. 

Non abbastanza. Ti sei messa a riprenderci col telefono, mentre facciamo il nostro dovere. Se siamo a volto coperto, ci sarà una ragione. Non dobbiamo essere riconoscibili per evitare rappresaglie contro le nostre famiglie. Tutti coloro che si mettono a riprenderci stanno ostacolando il nostro lavoro. Anche tu lo stai facendo. Stai ostacolando dei tutori della legge e dell’ordine.

Ho acceso il video del telefono per curiosità, ma lo fanno in tanti. Chi vi ha autorizzati a fare quello che fate?

Lo vedi che non ti fai gli affari tuoi? Non devi fare domande, non devi interferire con il nostro lavoro. E’ il potere che ci ha autorizzati. Il governo. Lo hai votato anche tu il governo, o no?

Si, ma cosa…

Ecco, appunto. Prima ci dai il potere e poi rinneghi il potere.

Volevo dire no, ma cosa c’en…

Ah ecco! Lo vedi che sei una radicale comunista?

Tranquilli, non ce l’ho con voi, anzi adesso me ne vado…

Troppo tardi, fottuta stronza.

 

Così è stata uccisa a Minneapolis Renée Nicole Good. Le immagini di quell’assassinio sono su tutti i telefonini. Le scene di sapore sudamericano che il Minnesota vive nelle sue città, così come altri Stati della Federazione degli Stati Uniti, a causa degli “agenti” dell’ICE, circolano su tutti i social e i mezzi di comunicazione. Giusto a titolo di esempio, ve ne posto una fra le meno stomachevoli qui. 

Per fortuna, è praticamente impossibile censurare internet negli Stati Uniti, da e per gli Stati Uniti. E’ impossibile, a differenza che in Iran, perchè la rete di connessioni è troppo decentralizzata – esattamente il contrario di come è fatta in Iran.

Quello che mi fa più impressione in casi come questi – i casi in cui un depravato narcisista riesce in qualche modo a conquistare, in maniera formalmente legale, il potere – dicevo, quello che mi fa più impressione non è lui. Quello che mi fa impressione, e rabbia, è la consapevolezza che lui non sarebbe niente senza i suoi servi. E i servi non sarebbero niente senza la nostra ignavia. I servi del potere non siamo tutti noi, ma molti tra noi si credono assolti e sono lo stesso coinvolti. A causa della loro indifferenza. E’ in questi frangenti che si coglie fino in fondo la tragica lucidità di pensatori come Antonio Gramsci.

Il parallelismo immaginario che ho fatto parlando delle strade di Ferrara, non l’ho fatto solo perché scrivo da Ferrara, la mia città. E tengo a precisare che non c’entra nulla con l’attuale giunta al governo della città. L’ho fatto perché a Ferrara è nato il fascismo italiano, che è riuscito a trovare nuova linfa proprio qui, quando sembrava morto prima di nascere, essendo stato sconfitto nella tornata elettorale del 1919, in cui prese una manciata di voti. Eppure è successo, ed è successo qui. La mia provincia si porta dentro questa macchia, che naturalmente ha delle ragioni sociali legate alle vicende della Grande Bonifica ed alle lotte dei braccianti contro i latifondisti e la borghesia agraria. Per cui, Ferrara ha conosciuto anche dei moti di ribellione e di liberazione che poterono essere considerati storicamente di frontiera. Però poi gli agrari hanno vinto, e hanno vinto in poco tempo, facendo passare dalla parte del fascismo tanti affittuari e mezzadri dietro la promessa di diventare piccoli proprietari. Altro che collettivizzazione della terra: il sogno di diventare borghesi agrari ebbe la meglio – anche perchè inopinatamente molti piccoli coltivatori di canapa avevano realizzato grandi guadagni, e avevano soldi da investire. Quella fascista fu una vittoria della violenza e dell’opportunismo, oltre che (duole dirlo) di una lettura probabilmente più pragmatica della situazione sociale. Così i picchiatori prezzolati dal grande capitale agrario poterono esercitare il loro sopruso mercenario, perché chi gli si oppose era troppo solo. Giacomo Matteotti divenne Segretario della Camera del Lavoro di Ferrara, ma restò fondamentalmente un uomo solo, seppure molto stimato tra i braccianti. La maggioranza si voltò dall’altra parte, per paura o per convenienza. O per conformismo.

Altri tempi, altre situazioni sociali. Eppure Ferrara cent’anni fa divenne un fosco laboratorio di violenza squadrista, la violenza di una minoranza che approfittò dell’opportunismo e dell’ignavia di tanta parte di popolo, al punto da far resuscitare un morto: il fascismo, appunto. Anche i servi violenti del potere di oggi costituiscono una minoranza. Una minoranza che non potrebbe prevalere nemmeno nonostante la violenza, se la maggioranza delle persone non funzionasse come massa ignava, indifferente, passiva.

Quindi, quando ti chiedo d’immaginare una ICE che commette brutalità lungo viale Cavour, corso Martiri della Libertà, corso Giovecca, non lo faccio solo per esorcizzare il futuro: lo faccio per ricordare il passato. Non si tratterebbe dell’ennesima moda che importiamo dagli Stati Uniti: a Ferrara questo è già successo.  Un graffito nel 2012 su un muro della galleria Matteotti riportava la frase “Ferrara 500 anni fa era New York”, ricordando il periodo aureo del Rinascimento e dell’Addizione Erculea. Cento anni fa, la provincia di Ferrara è stata Minneapolis.

 

Tra i tanti testi sul periodo, puoi leggere qui un saggio di Paul Corner su “le basi di massa del fascismo a Ferrara”.

Ti invito anche a rileggere qui il dialogo pubblicato su Periscopio con la storica ferrarese Antonella Guarnieri.

Ascolta anche il podcast “I Fantasmi della Bassa”, qui

 

 

Foto di copertina tratta da anpi.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parole a capo
Franca Alaimo: « Abbandoni » e altre poesie

Parole a capo <br> Franca Alaimo: « Abbandoni » e altre poesie.

Ringrazio di cuore Franca Alaimo per aver condiviso con i lettori di Parole a capo queste sue poesie.

Abbandoni

Esistere è un’iterazione di abbandoni:
volare via, staccarsi da, svanire in,
gli uccelli dal nido, la barca dalla riva,
la luna nel chiarore dell’alba.
E nell’ultimo giorno lasciarsi alle spalle
tutto il tempo del prima, quando,
– anche se nella memoria
l’avverbio è sempre adesso –
la tua mano sostava sulla rima pulsante
cuore-amore, baciata così teneramente.
La stessa mano che ti strinse attorno alla gola
il nodo del verbo intransitivo per eccellenza,
se è vero che morire significa,
secondo la definizione del vocabolario,
cessare di vivere, e per me che ti canto
sapere che non scriverò nessuna poesia
che possa farti tornare dall’altrove.

(inedito)

*

 

Incenerimenti

Questo tempo dolente, annoiato
che fa scempio nella memoria
come fiato di vento gelato.
Non sono più la piccola fuggiasca
che provava a volare tra i rami
saziandomi di luce e calore
come una cardellina
o una pesca matura.
Adesso mi esercito ad uscire
dal mondo, dormendo,
cancellando nomi numeri indirizzi,
scrivendo, leggendo per ore.
L’angelo stanco della vecchiezza
non capisce tutta questa ubriachezza
di versi recitati come rosari.
Ed io non gli ho ancora detto
che è un modo gentile di sparire
incenerita dalla bellezza.

(inedito)

*

 

Due lingue

Come un fonte battesimale
la tua bocca rinominava le cose
del mio mondo infantile
e nel passaggio da uno spartito all’altro
vocali e consonanti frusciavano
e sospiravano come foglie
che cadono nel vento.
Mond, Blume, Himmel: ripeti
‒ mi esortava ‒ ed io, senza comprenderlo,
intuivo il dolore di un mistero
come se – ma allora non sapevo dirlo ‒
dare nomi fosse una menzogna.
Per questo l’amata scrive:
Yo no quiero dicir, yo quiero entrar.
ogni poeta sa che cantare è un modo
di far morire le cose per riaverle intere.
Per questo, madre, ti indicherò soltanto
con un dito, come una bambina
che non sa ancora parlare, aspettando muta,
se mai tu ti voltassi, se mai io mi voltassi,
mentre oltrepassi la soglia senza più disparire.


(inedito)

*

 

Mentre il vento risveglia le foglie,
il bianco del mattino si versa
come latte sui fogli.
Ho febbre di figliatura di parole.
Lei ha l’occhio spalancato,
sta dietro ai vetri abbagliati
e con il dito traccia i segni
della sua meraviglia
se in un angolo del giardino
fioriscono i fiori vermigli
del cisto marino.

 

(da 100 poesie, Ed. peQuod, 2024)

 

*

 

Chi sei, cardo, fiore, farfalla?
La vita smembrata in mille valli.
Che cosa, fiume, pietra, cardellino?
Dove i confini?
Il vento cammmina.
Ha toccato tutte le cose del mondo.
Le stelle morte brillano ancora.
Eppure il cielo, l’antico di millenni,
somiglierà a un bambino
quando domani indosserà
la sua veste turchina.

 

(da Oltre il bordo, Ed. Macabor, 2020)

 

Foto di DEHNCKA da Pixabay

 

Franca Alaimo Nata a Palermo nel 1947, esordisce come poeta nel 1991 con Impossibile luna (Antigruppo Siciliano), a cui seguiranno altre venti sillogi, le più recenti delle quali sono: Elogi, (Ladolfi 2018); sacro cuore, (Ladolfi 2020), Oltre il bordo, (Macabor 2020), 7 poemetti, (InternoLibri 2022), PentruAltundeva, (Cosmopoli 2022). Sul sito La Recherche ha pubblicato quattro e-book (tre sillogi poetiche ed un epistolario). Ha collaborato con P. Terminelli nella redazione della rivista L’involucro, con T. Romano in quella di Spiritualità & Letteratura, e con Maggiani e Brenna, direttori della rivista online La Recherche. Attualmente dirige la collana poetica per le edizioni Spazio-Cultura, Palermo. Ha tradotto dall’inglese due brevi sillogi di Peter Russell. Ha pubblicato saggi sulla poesia di D. Cara, T. Romano, G. Rescigno, L. Luisi, F. Loi, l’Antigruppo siciliano, V. Fabra, e centinaia di recensioni sulla produzione dei poeti contemporanei. È presente in molte antologie (Newton Compton, LietoColle, Aragno, l’Arca Felice, etc..) e riviste (tra le quali, Poesia di Crocetti, Atelier, Italian Poetry Review, Il Portolano, Poeti e poesia) e storie della letteratura contemporanea, tra le quali Insulari. Romanzo della letteratura siciliana, a cura di Stefano Lanuzza (Stampa Alternativa, 2009). Nel 2018 ha curato per l’editore Ladolfi, insieme a Antonio Melillo, l’antologia L’eros e il corpo. Un’auto-antologia è uscita nel 2017 sul sito online Bomba Carta, gestito da Liliana Porro e Elio Andriuoli. È autrice di tre romanzi: L’uovo dell’incoronazione (Serarcangeli 2001); Vite Ordinarie, (Ladolfi 2018); La gondola dei folli (Spazio Cultura). Alcuni suoi testi sono stati tradotti in varie lingue (tedesco, spagnolo, inglese, cinese). Nel 2020 Bonifacio Vincenzi le dedica una monografia, che inaugura una collana sulla poesia insulare. È stata recentemente inserita in Dizionario critico della poesia italiana (1945-2020), a cura di Mario Fresa (Società Editrice Fiorentina 2021) e in Contemporary sicilian poetry, a cura di Ana Ilievska e Pietro Russo (Italica Press, New York, 2023). Gestisce la rubrica “Fulgore e poesia” per la rivista letteraria “L’estroverso”, diretta da Grazia Calanna. Nel 2024 ha pubblicato per peQuod “100 poesie“.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 321° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Lo zio Battista e Milano

Lo zio Battista e Milano

Lo chiamavano Battista el calderatt. Lavorava in una officina di lamiere, quel che al giorno d’oggi si direbbe fonderia. Calderatt, perché lui era uno di quelli che battevano il ferro caldo. Aveva fatto la terza elementare. Parlava in stretto milanese. Lo zio Battista stava di casa in Porta Lodovica, vicino San Celso, a due passi dai vecchi bastioni. Nel suo cortile c’era la ringhiera, con fiorire prodigioso di fagioli e pomodori la prosa d’orticello lì d’appresso. D’inverno le verze croccanti; d’estate l’anguria che più rossa non si può. Quel vetero crespino di case s’apriva d’un tratto al luccicare di una roggia a serpentina. Quella stessa che, avanti un pezzo, s’andava a resentà[1] nella Vettabbia della Vetra, l’antico rione popolare di Porta Ticinese. Lì, c’erano altre ringhiere, abitate da un subisso di gente minuta e traffichina che ancora, a cento e passa anni dalle poesie di un Carlo Porta, s’affacciava sulla vita, stesse strade, stessi streccioeu[2], con la lingua fantasiosa di un Maggi, di un Tanzi, un Cherubini.

…“In quj casoni brutt ch’hin vegnuu su come i fong in via Bligny…”[3] cantava in quei tempi il Delio Tessa. Case brutte, eppur nuove. Tirate su in quella che allora era, “foeura Porta Lodovica on mia[4], la periferia milanese. Via Bligny era a un tiro di schioppo dalla casa del Battista calderatt. Lì, appena oltre i dazi delle antiche porte urbane, ruspe e badili ci davano dentro anche di notte. Scavavano fosse, ne colmavano altre, sterminavano ortaglie e ringhiere. Erano mesi, anni, che il piccone trafficava a più non posso; appena oltre i vecchi bastioni, come nel ventre di Milano, in del sciroeu de la cittaa[5].

Il Piano Regolatore redatto a partire dal 1931, con modifiche e varianti negli anni seguenti, quello dell’architetto urbanista Cesare Albertini, voleva fare le cose in grande; e grande, più grande ancora Milano. Ciò perfettamente coincideva con l’annientamento delle vecchie comunità; di famiglie e affettivi sodalizi che, quei luoghi, avevano sempre vissuto. In buona sostanza, attorno al Duomo, a rogge e navigli, i milanesi erano in troppi. Ringhiera dopo ringhiera, nei boeucc[6] e nei trani[7], in quel semenzaio di anfratti e vicoletti, sotto volte e archi di viscontea memoria, si mangiava, si brigava, si faceva l’amore. Troppo…

Milano, Il Rebecchino (davanti al Duomo) distrutto nel 1878

“Il circondario interno, quindi, dovrebbe essere rarificato.” Esattamente questo aveva scritto il milanesissimo Cesare Beruto, ingegnere, estensore del primo piano regolatore cittadino nel 1884. Rarificare. Desertificare. Deportare?… Il grande sventramento del vecc Milan era cominciato. Come già qualche anno prima la distruzione del Rebecchin, il rione medioevale che stava in faccia al Duomo (dove ora sorge il bronzo del primo Savoia re d’Italia, gambe larghe sul cavallo), allora, dalla contrada de Santa Margarita fino al Castell, dalla Scala a Sant Steven giò per Porta Tosa, in lungo e in largo tutto intorno, centinaia di case e di cortili, avevano reso la loro anima al cielo; quel cielo di Milano che, già greve di suo, per mesi e mesi si è gonfiato di polvere rossa, fine tritume di quel che un tempo era stato il borgo dei Visconti, del Bramante, dei Rabisch [8]del Giovanni Paolo Lomazzo…

…Così è stato che, in un giorno degli anni trenta, immagino nebbioso di scarògna, in casa dello zio Battista è arrivato un messo comunale. Toc toc. Chi l’è? Se gh’è?[9] Documento, firmato il Podestà. Sgombero di casa. Come? Se gh’è scrivuu?[10] Abbattimento, abbattimento. Oh vacca loeuggia! Me tran giò la cà? E in doe vèmm? Che cristo fèmm?[11] L’avviso di sfratto arriva a lavori ormai già in corso. Il piccone ci dà dentro con geometrica potenza. Lo fa di qua dei bastioni; e dentro, dentro fitto el venter de Milan[12] del Cima, del Ferravilla, del Cletto Arrighi. Come già cinquant’anni prima profetizzato dall’Emilio De Marchi…Milanin è lì per diventare Milanon.

Milano, Via Tre Alberghi (due passi dal Duomo) distrutta nel 1936

Via Tre Alberghi, Via Visconti, San Giovanni in Conca, Vicolo delle Quaglie, via Paolo da Cannobbio, il Largo del Bottonuto, la Stretta dei Giudei. Dal Dòmm a Porta Romana; dal Carròbbi a San Lorenz; dal Cordusi a Brera. Rarificare! Uno dopo l’altro, cadono in ruina di macerie, i sacelli di quell’umana devozione alla vita che, in saecula saeculorum, aveva fatto di Milano, della gente sua, un unico altrove non più replicabile; una lingua, un modo di essere, di dare nome agli uomini e alle cose, ai fatti, alle memorie, in altro luogo del tutto impossibile. Si sfondano case, cortili, pusterle; si sventra il vivo corpo. Il vecchio Milano è appeso alla corda; al più alto pennone, innalzato sul trionfo di una città che si fa metropoli, affari, denaro, dominio…dissoluzione.

Lo zio Battista sa più che fare. Dove andrà? Che casa avrà? Con lui, in migliaia restano al palo. Stanno tutti lì, tra San Cels e Porta Lodovica. Sono operai, facchini, gent de fadiga e òli de gombet[13]. Sanno di bocce e opache biciclette; sventolano vessilli di lugànega e stracchin[14]. Quando parlano, a dispetto delle poche centinaia di parole cui oggi, per forza di cose, siamo ridotti, con tragicomico furore calcano le scene di un Moliere gotico-lombardo, dello Zanni in versione meneghina. La loro lingua è un incanto. Purtroppo per loro, non è l’italiano. L’è el milanes. Purtroppo per loro, sono gli ultimi testimoni di un racconto popolare, a forza condotto sul patibolo della Storia.

Lo zio Battista ci ha in mano il documento del comune. Legge, rilegge, capisce quel poco che gli serve. Come lui, fa la gente del cortile, dei cortili tutti intorno. Quel che si fatica a comprendere, non sfugge certo ai sensi. Le demolizioni, difatti, non danno tregua. Il fragore è tonante. Son notti e notti che la ruspa intona il de profundis.

Muzio, Magistretti, Griffini, Portaluppi e Piacentini, gli ingegneri, gli architetti, incaricati dalla giunta comunale, han pensato bene in grande. Se el vecc Milan è lì che muore, un’altra città è già pronta all’occorrenza. E’ fatta di casamenti popolari, infiniti metri cubi verticali, solitudini abissali. Rarefazione. Sperso in fondo alla campagna che campagna non lo è più, sta nascendo il nuovo Lorenteggio, con annesso il Giambellino. Fino ad allora un paesello di tre case e due galline, uno schiocco famelico di dita padronali lo trasforma in pochi anni in suburbio. Lì finisce la sua storia quella schiatta milanese. Altre, di altri vecchi rioni abbattuti, andranno ad Affori, Niguarda e Lambrate, al Gratosoglio e a Baggio, al Musocco e alla Bovisa, in fondo a Viale Certosa.

…Bestemmia lo zio Battista. Madonna giù di brutto. La casa nuova gli piace affatto. “Sti bastard de fascista!  Soa de lor a l’è la culpa se semm chì strengiuu ‘me i ratt!!!” [15]

Milano, Vicolo sconosciuto (nei pressi della Scala) distrutto negli anni 30lano
Milano, Vicolo sconosciuto (nei pressi della Scala) distrutto negli anni 30

Pochi anni dopo, nell’inverno del 1944, sarà lui ed altri robusti meneghini della schiatta del Giambellino, a darsi da fare in bicicletta per il GAP del ticinese. Roba minima, senza colpi d’artificio, intendiamoci. Volantini, sabotaggi. Quanto basta per dar forse un senso a questa storia, quella minima, quotidiana, della gente qui di noi…

…L’altra storia, quella che conta e giunge fino ad oggi; la storia che fa danee[16], potere, gloria, nani e ballerine; la storia che ha sbranato una città, per farne un’altra, ad uso e consumo di una variegata razza di carrieristi e consulenti finanziari, quella, è stata in ultimo vergata dal piano regolatore del 1953. Che ha completato lo scempio del 1884, il genocidio culturale del ’31. Allora, scacciati, le ultime migliaia di indigeni sparsi nei dintorni della Vetra, da lì fin presso il Duomo, hanno lasciato il posto a uffici, banche, alberghi stellati, assicurazioni, unto che cola da musi tutti uguali, i dieci mila euro al metro quadro dell’oggidì.
Li han tutti mandati in Palmanova, a Rozzano, in Bovisasca, al Gallaratese, alla Comasina, tra il rudo dei rottami, la roggia tombinata, il verde attrezzato.

Non so cosa allora abbia pensato lo Zio Battista. Certo, per l’estremo sfregio, non poteva prendersela con i fascisti. E allora con chi? Chi sono i nuovi padroni?..

C’è qualcosa di tremendo nell’Impero dei rinnovati spazi urbani; qualcosa di tremendo, ultraumano…

 

Dal dialetto all’italiano:

[1] Risciacquare

[2] Vicoli

[3] “In quelle case brutte, come funghi cresciuti in via Bligny.” Delio Tessa -I cà –

[4] “Fuori da Porta Ludovica un miglio…” Carlo Porta – Apparizion del Tass-

[5] Nel ventre della città

[6] Antiche osterie

[7] Bettole popolari con mescita di vino rosso sfuso

[8] Rime e prose in bislacco lombardo facchinesco, date alle stampe nel 1589.

[9] Chi è? Cosa c’è?

[10] Cosa c’è scritto? E dove andiamo? Cosa facciamo?

[11] Oh porca vacca! Mi sfasciano la casa?

[12] Romanzo in milanese, scritto da Camillo Cima, ambientato nel 1878

[13] Gente di fatica e olio di gomito

[14] Salsiccia e gorgonzola

[15] “Questi bastardi fascisti! Loro è la colpa se siamo qui come dei topi!”

[16] Fa soldi

In copertina: Via Molino delle Armi, naviglio, 1901 – foto da Vecchia Milano

Perche’ votare no nel referendum giustizia serve a tutti i cittadini

Perché votare no nel referendum giustizia serve a tutti i cittadini

Perché votare no nel referendum giustizia serve a tutti i cittadini

di Giovanni Cannella*

Articolo originale sulla rivista di Critica del Diritto 

Il referendum sul disegno di legge costituzionale sulla giustizia riguarda la giustizia nel suo insieme e non, o non solo, come appare nei media, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

La vittoria del SI avrebbe effetti dirompenti sull’intera giustizia, non solo penale ma anche civile, e il referendum riguarda quindi i diritti di tutti i cittadini, che non dovrebbero fare l’errore di sottovalutarlo, pensando che non si raggiungerà il quorum, perché in questo caso non occorre alcun quorum (si vince con un voto in più, a prescindere dal numero dei votanti).

Anche perché il referendum non coinvolge solo la giustizia, ma la democrazia nel suo complesso, che rischia di essere notevolmente indebolita se vincessero i SI.
Ma andiamo con ordine.

Cosa non c’è

Nel disegno di legge costituzionale non c’è una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Lo riconoscono gli stessi fautori della riforma. Nessun intervento sul numero dei magistrati, del personale, dei locali, delle strutture, dell’organizzazione degli uffici giudiziari, rivolto a migliorare tempi, efficienza e qualità dei procedimenti. Anzi, come vedremo, il nuovo sistema costituzionale creerebbe problemi organizzativi non indifferenti.

Non c’è neppure, se non marginalmente, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nonostante quello che si dice. Perché la separazione c’è già oggi anche a seguito della riforma Cartabia del 2022, che consente il passaggio una sola volta e solo cambiando Regione. Quindi passare da una carriera all’altra è difficilissimo, tanto che negli ultimi 5 anni la percentuale media dei passaggi è stata pari allo 0,31% (cfr. il parere del Csm sul disegno di legge costituzionale).

Se lo scopo della riforma fosse stato una separazione delle carriere ancora più netta, la maggioranza avrebbe potuto provvedere con legge ordinaria (vietando, ad esempio, del tutto i passaggi di carriera) senza scomodare la Costituzione. Se non l’ha fatto, significa che non è la separazione delle carriere lo scopo di questa riforma.

Certo la previsione di due Consigli superiori della magistratura separati per Pm e giudici renderebbe la separazione più netta. Ma davvero la netta separazione delle carriere è utile ai diritti dei cittadini?

I fautori della separazione sostengono che, in tal modo, Pm ed avvocati avrebbero finalmente armi pari e, quindi, questi ultimi, potranno difendere meglio i loro clienti, perché i giudici non sarebbero più condizionati dai Pm a causa della comune carriera.

Ma davvero sono condizionati? Sembrerebbe proprio di no se il tasso di assoluzioni si aggira tra il 40% e il 50%, come risulta dalle statistiche del Ministero della giustizia e della Corte di Cassazione (il Sole24 ha riportato il dato del 46%). D’altra parte, se il preteso condizionamento dipendesse dalla comune carriera, occorrerebbe allora separare le carriere tra giudici di primo grado, di appello e di cassazione, per evitare che i giudici si influenzassero l’un l’altro.

Occorre chiedersi, in ogni caso, se una più netta separazione migliorerebbe la giustizia penale, agevolerebbe la ricerca della verità, tutelerebbe meglio i cittadini, imputati e parti lese. Noi crediamo di no e pensiamo anzi che la probabilità di un peggioramento, quale conseguenza della riforma, sia molto alta.

Si discute molto, in primo luogo, sul rischio della sottoposizione del Pm all’esecutivo. Il Governo nega che quella sia la sua intenzione, ma sta di fatto che, in tutti gli Stati in cui la separazione è prevista, il Pm dipende dall’esecutivo. Si dice che faccia eccezione il Portogallo, ma solo in apparenza, perché è prevista una rigida gerarchizzazione della Procura, il cui vertice è nominato dal Ministro della giustizia. E in Italia con la riforma del 2006 l’organizzazione delle Procure è già stata modificata in senso gerarchico e quindi sarebbe agevole da parte dell’esecutivo controllare tutti i Pm, controllando i vertici.

E un Pm dipendente dall’esecutivo renderebbe i cittadini più esposti alle ingiustizie. È facile prevedere che i Pm perseguirebbero solo i reati che non diano fastidio al Governo in carica, non colpirebbero i politici, almeno quelli ad esso fedeli, mentre potrebbero essere usati come strumento contro le opposizioni, e si indirizzerebbero verso i reati che il Governo di turno riterrà più importanti, evitando di toccare i poteri economici e i colletti bianchi, conformati alla politica governativa.

Ma, anche se non si arrivasse alla diretta sottoposizione delle Procure all’esecutivo, una seperazione delle carriere più netta di quella attuale, mediante lo sdoppiamento del Csm, non aiuterebbe la giustizia. Infatti, la presenza nell’attuale Csm dei rappresentanti di entrambe le categorie, giudici e Pm, consente un dialogo tra le differenti posizioni e la reciproca consapevolezza del ruolo di ciascuno nell’interesse della giustizia nel suo complesso, migliorando la qualità dell’esercizio delle rispettive professioni.

I fautori della riforma sostengono che la netta separazione è una conseguenza necessaria del sistema accusatorio vigente, come avviene negli Stati Uniti. L’esempio è controproducente per i SI, perché lì l’accusatore è eletto dal popolo o nominato direttamente dall’esecutivo, e quindi controllato dal potere politico. In ogni caso il nostro non è affatto un sistema accusatorio puro, bensì un sistema misto, tanto che la legge prevede che il Pm abbia l’obbligo di cercare le prove non solo contro l’imputato, ma anche a favore, di cercare in sostanza la verità nell’interesse della giustizia. Ma un Pm completamente separato dalla giurisdizione si allontanerebbe inevitabilmente dalla ricerca della verità, cercando di raggiungere con ogni mezzo la realizzazione della politica penale, sua o dell’esecutivo. Ci rimetterebbe anche la qualità e l’efficienza della giustizia penale, perché la ricerca del risultato ad ogni costo (senza tener conto degli elementi probatori contrari) si scontrerebbe con la successiva verifica del giudice, che potrebbe vanificare attività investigative anche lunghe e costose.

Cosa c’è

Ma, come si diceva all’inizio, il vero obiettivo della riforma è un altro e lo hanno confessato candidamente molti esponenti della destra (lo stesso ministro Nordio in un’intervista al Correre della Sera ha dichiarato che la riforma “fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale” e “quello spazio colmato dalla magistratura”).

Il Governo in carica è apertamente insofferente nei confronti della pretesa invadenza della magistratura che, ad esempio, per i migranti in Albania o per il Ponte sullo Stretto, ha riscontrato gravi irregolarità dell’azione governativa. Il messaggio è il seguente: il Governo è voluto dal popolo sovrano, che lo ha eletto, mentre nessuno ha eletto i magistrati, i quali, ostacolando l’attività governativa, si porrebbero contro la volontà popolare.

Quindi l’obiettivo della riforma è quello di rendere i magistrati inoffensivi, attraverso la riduzione della loro autonomia e indipendenza. È palese l’intenzione di incidere sul canone fondamentale della democrazia costituzionale, basata sulla separazione dei poteri, e quindi sull’indipendenza e autonomia di ciascun potere, come quello giudiziario, dagli altri poteri, come il potere esecutivo.  E di incidere in conseguenza sul fondamentale principio dello Stato di diritto, in base al quale nessuno è sopra la legge, e quindi anche il Governo deve rispettarla e i giudici devono potere accertare le eventuali violazioni a garanzia di tutti i cittadini.

In che modo tali connotati fondamentali dello Stato di diritto democratico vengono messi in discussione da questa riforma?

La risposta è semplice, perché basta chiedersi qual è l’organo che la Costituzione ha posto a difesa dell’autonomia ed indipendenza della magistratura. Si tratta del Consiglio superiore della magistratura, che, in quanto composto per 2/3 da magistrati, eletti democraticamente in rappresentanza di “tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie” (art. 104 vigente), garantisce che le decisioni relative all’ordinamento giudiziario (come assegnazioni, trasferimenti, promozioni, ma anche provvedimenti disciplinari) non possano essere condizionati dal potere esecutivo e che quindi la magistratura possa essere, appunto, autonoma e indipendente dagli altri poteri dello Stato.

Ebbene il fulcro della riforma costituzionale proposta non è affatto, come si è detto, la separazione delle carriere, ma l’attacco al Consiglio superiore della magistratura e quindi all’indipendenza e all’autonomia della magistratura, ritenuta eccessiva, proprio perché disturba troppo il manovratore.

La riforma riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura

E vediamo come, attaccando il Csm, la riforma incide sull’autonomia e indipendenza della magistratura.

In primo luogo, con la falsa giustificazione di voler separare le carriere, la riforma spacca il Csm in due parti: un Csm per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ed è già evidente che due Csm saranno più deboli di uno solo, riducendo l’impatto ad esempio dei pareri espressi oggi dal Csm sui temi fondamentali della giustizia e sulle riforme governative in materia, ma anche complicando inesorabilmente i programmi relativi all’andamento della giustizia, come quelli relativi alla riduzione dell’arretrato, che non possono che essere valutati nel loro complesso, mentre perderebbero qualsiasi rilievo se visti settorialmente.

Ma l’attacco non si ferma qui. La riforma prevede che i componenti dei due Csm non saranno più eletti, bensì sorteggiati tra tutti i magistrati. Quella del sorteggio è una modalità abnorme, che non è prevista con riferimento a nessun organo costituzionale in nessuna Costituzione del mondo e crea un’ingiustificata discriminazione con riferimento ad altre categorie, come quella degli avvocati, che eleggono i propri rappresentanti negli ordini di categoria e negli organi disciplinari. Anche l’Unione Camere penali, che rappresenta gli avvocati penalisti, oggi favorevole alla riforma, nel 2019 riteneva il sorteggio “un’umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull’elettorato attivo e passivo”.

La giustificazione addotta dal Governo si riferisce espressamente alla necessità di combattere il potere delle correnti della magistratura, che condizionerebbe le nomine dei magistrati, come sarebbe dimostrato dalla famosa vicenda Palamara.

Le nomine, certamente fondamentali, rappresentano solo una parte dell’attività del Csm e non è logico che per correggere un preteso vizio parziale si butti a mare tutto il resto. Peraltro, un singolo scandalo, a cui la stessa magistratura ha reagito con pesanti sanzioni, non è sufficiente a dimostrare che tutte le nomine siano condizionate.

In ogni caso il discorso va fatto a monte. Le correnti hanno rappresentato storicamente una fondamentale spinta verso una magistratura meno corporativa, e cioè non più interessata solo ai problemi interni alla professione, ai suoi profili sindacali, ma anche all’effettivo funzionamento della giustizia nell’interesse di tutti i cittadini. Le correnti hanno consentito ai magistrati di discutere, contrapponendo idee diverse sulle modalità di gestione del servizio giustizia, fino a trovare soluzioni argomentate a maggioranza o all’unanimità. Ciò ha permesso di risolvere molti problemi del pianeta giustizia, raggiungendo anche l’obiettivo di riduzione dell’arretrato in molti settori, sulla base di ragionati programmi.

I componenti del Csm, pur non essendo vincolati nelle scelte, sono comunque ispirati idealmente nella loro azione consiliare da chi li ha eletti, nell’ambito di una lista elettorale, analogamente a quanto avviene per i parlamentari.

L’eliminazione della rappresentanza elettiva sulla base di liste e la loro sostituzione con il sorteggio distruggerebbe questo sistema, favorendo centri di potere nascosti e l’assoluta imprevedibilità delle scelte dei sorteggiati, non più maturate attraverso la discussione, i seminari e i documenti delle singole correnti. È come se, a causa degli scandali che coinvolgono i partiti, storicamente ben più estesi e gravi di quelli che hanno riguardato i magistrati, si volessero abolire i partiti e sorteggiare i parlamentari o i componenti degli enti locali.

Ma la riforma spinge la spaccatura del Csm ancora più in là, prevedendo un terzo organo costituzionale separato e cioè l’Alta Corte disciplinare.

Per inciso la formazione di tre distinti organi in sostituzione dell’attuale organo unico

comporterebbe una spesa aggiuntiva calcolata in più di 114 milioni il primo anno e di 102 milioni all’anno a regime (v. G. Arbia, Quanto costerebbe non dire NO? Il costo della riforma costituzionale, in Giustizia Insieme online, 7.12.2025, dove si sottolinea che la riforma non indica la copertura della spesa, in contrasto con l’art. 81 della Costituzione).

Anche per questo organo la riforma prevede il sorteggio per i rappresentanti dei magistrati, ma con la limitazione di almeno vent’anni di anzianità e di svolgere o di aver svolto funzioni di legittimità, cioè funzioni di giudice o Pm in cassazione.

Tale limitazione costituisce un ulteriore vulnus all’autonomia e indipendenza dei magistrati, che riporta la magistratura indietro di 60 anni, quando aveva ancora una struttura gerarchica, residuo del fascismo, sostanzialmente controllata dai magistrati di cassazione, all’epoca più facilmente controllabili ed asserviti al governo di turno, in contrasto con il principio costituzionale in base al quale i “magistrati si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni”.

La presenza nell’Alta Corte solo di magistrati di cassazione, e non di primo grado ed appello, oltre a far mancare la conoscenza più diretta dei problemi e delle modalità di lavoro degli uffici giudiziari minori, rischia di condizionare l’intera magistratura, spingendo verso il conformismo giudiziario e dei comportamenti, a danno dei diritti dei cittadini, che spesso trovano spinta e realizzazione negli uffici giudiziari di merito.

Inoltre, la riforma riduce, seppur di poco, la presenza proporzionale dei magistrati (non più 2/3, ma 9 su 15), indebolendone quindi l’influenza.

L’indebolimento dei tre nuovi organi costituzionali sarà conseguenza anche di un’ulteriore scelta del legislatore, e cioè la previsione di un sorteggio temperato e non secco dei rappresentanti di nomina parlamentare, e quindi politica. Questi verranno, infatti, sì sorteggiati, ma da un elenco, non si sa quanto esteso, predisposto dal parlamento mediante elezione. Non è difficile prevedere che il temperamento renderà la compagine parlamentare ben più attrezzata e preparata dei magistrati, che, sebbene in maggioranza, ne saranno inevitabilmente condizionati.

Secondo il Governo qualsiasi magistrato, se può prendere decisioni su aspetti importanti della vita delle persone, è in grado di occuparsi dei compiti del Csm. In realtà l’esperienza dimostra che le capacità necessarie per l’esercizio della professione di magistrato non sempre si accompagnano ad analoghe conoscenze o doti organizzative.

Con riferimento all’Alta Corte i promotori della riforma sostengono che occorreva formare un organo distinto per gli aspetti disciplinari e indebolire la presenza dei magistrati, per rendere l’azione disciplinare più efficace e severa, e cioè meno domestica, non condizionata dalla corporazione.

Ma, ancora una volta, il vero scopo è la riduzione dell’autonomia e dell’indipendenza, perché l’attuale funzionamento della sezione disciplinare non giustifica alcuna riforma, potendo vantare un numero di condanne superiore agli altri ordini professionali e alle magistrature di ogni altra parte del mondo (nel periodo Gennaio 2023-ottobre 2025 sono state emesse ben 194 sentenze disciplinari, di cui il  41% di condanna e il 12% di non luogo a procedere a seguito – quasi sempre – delle dimissioni volontarie del magistrato, per un totale del 53%). Qualcuno potrebbe chiedere retoricamente se la politica è altrettanto severa nel sanzionare gli scandali e gli abusi dei suoi membri.

Le conseguenze della riforma sui diritti dei cittadini

La vittoria dei SI inciderebbe quindi sull’indipendenza e autonomia della magistratura, provocando lo sconvolgimento dell’attuale assetto costituzionale, che si basa sul delicato equilibrio tra i poteri dello Stato e, in particolare, sulla forza dei contropoteri al potere esecutivo per evitare il ritorno ad un regime autoritario.

Lo sconvolgimento risulta ancora più grave perché la riforma, se vincessero i SI, comporterebbe un salto nel buio, in quanto la stessa presenta molte incognite in ordine al risultato finale dell’assetto della giustizia, come il numero dei componenti togati dei due Consigli, le procedure da adottare per il loro sorteggio, le modalità di votazione in Parlamento dell’elenco dei membri laici dei due Consigli, le maggioranze richieste, il numero degli eletti (se fossero pochi il sorteggio rileverebbe poco). Ancora più pericolose le incognite relative all’Alta Corte, perché, ad esempio, non si sa neppure come saranno composti i singoli collegi giudicanti, che potrebbero in teoria essere formati senza alcun magistrato, con conseguente estremo condizionamento della politica sull’attività dei magistrati, in barba alla separazione dei poteri. In sostanza gli elettori saranno chiamati a votare per il SI o per il NO, senza conoscere l’effettivo assetto della giustizia all’esito finale della riforma, che la maggioranza di turno potrà definire e modificare a suo piacimento.

In conclusione, la riforma è diretta a ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi ad indebolire il controllo di legalità degli atti dell’esecutivo proprio dello Stato di diritto costituzionale.

Ma è proprio necessario questo controllo o sarebbe meglio che il Governo in carica possa decidere liberamente quello che vuole? Bisognerebbe chiederlo a quei cittadini che si scontrano con i poteri forti economici e politici, protetti dal Governo di turno, che non riescono a far valere i propri diritti nei confronti di grosse aziende, pubbliche o private (aziende sanitarie, imprese produttive controllate dal governo o multinazionali da non infastidire), che subiscono abusi dalle autorità (vedi caso Cucchi o G8 di Genova), che vengono licenziati o sanzionati  ingiustamente da datori di lavoro che godono di coperture politiche, che subiscono infortuni sul lavoro senza che ne rispondano le grosse imprese committenti, anche pubbliche o all’apice del tanto magnificato made in italy, che assistono impotenti all’inquinamento del territorio, dell’aria e del cibo. E così via.

L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati, ma attribuisce loro la forza sufficiente ad obbligare tutti, compresi i più forti, i più ricchi, i più influenti, a rispettare le leggi, a vantaggio di tutti i cittadini, soprattutto dei più deboli, poveri, indifesi, svantaggiati.

Votare NO, quindi, non serve ai magistrati, ma a tutti i cittadini.

* ) Giovanni Cannella (Catania, 1950) ha svolto le funzioni di giudice del lavoro per quarant’anni, in pretura, in tribunale e in corte d’appello, negli ultimi anni come presidente di sezione della Corte d’appello di Roma. Per due anni, dal 2006 al 2008, è stato capo dell’ufficio legislativo del Ministero della solidarietà sociale nel secondo governo Prodi. Ha collaborato a diverse riviste, come Questione Giustizia, Omissis, Il Ponte, Critica del diritto.

Cover: immagine da A voce alta

L’Italia verso la recessione?

L’Italia verso la recessione? 

L’economia italiana, nonostante i fondi del PNRR, cresce pochissimo da 4 anni. Ma non è novità. Dopo i primi 30 anni del miracolo economico che ci fecero diventare la 4^ potenza mondiale, è dal 1992 che il Pil reale cresce pochissimo (+0,7% l’anno) e peggio si annunciano i prossimi anni, anche perchè dal 2028 finiscono gli investimenti del PNRR.

Sono 40 anni che il paese ristagna e ciò spiega il crollo dei salari. Lo Stato ha privatizzato le sue imprese ma le privatizzate e le private investono da sempre poco e il progresso tecnico è modesto. Solo quando aumentarono i salari: dopo il 1969 e negli anni ’70 ci fu una grande stagione di investimenti.
Dal 2014 l’occupazione cresce e il Governo se ne fa un vanto, anche se, per la verità, è cresciuta di più nel 2021 e 2022 (Governo Draghi) che negli ultimi 3 anni di Governo Meloni. Perchè cresce? Perché i salari sono diminuiti e perchè molti anziani non vanno in pensione e continuano a lavorare. Infatti crescono solo gli over 50 anni.
Essendo poco pagato il lavoro, conviene fare pochi investimenti in modo che il lavoro sostituisce il capitale.
E non a caso la produttività ristagna e crescono i settori dove il lavoro è mal pagato, a bassa produttività, a scadenza, e ciò spiega perché molti giovani emigrano.

Ci sono poi contratti come quello dei giornalisti scaduti dal 2012. Le regole UE sull’austerità impediscono al governo di spendere in sanità, scuola, infrastrutture (cioè la “buona” spesa pubblica keynesiana). Di grandi imprese pubbliche ormai non ce ne sono quasi più (sono quelle che possono investire su progetti a lungo termini e ricerca). E quelle private investono poco attratte dalla finanza che garantisce rendimenti alti (finché non arriva un grande crash).

La legge di bilancio 2026 è modestissima (circa 22 miliardi di euro) perché bisogna avere “i conti in ordine” e non sposterà nulla. Del resto non si vuole tassare nessuno (neppure i figli dei grandi ricchi che darebbe un’entrata di 20 miliairdi all’anno se solo fosse come quella inglese o americana) e quindi risorse non ce ne sono e quelle poche saranno spese per un riarmo assurdo quanto inefficace, perché solo un’azione congiunta UE avrebbe senso (e si spenderebbe la metà).

Il motore spento della Domanda Interna

Come la Germania, abbiamo sottovalutato la Domanda Interna (scuola, sanità, infrastrutture,…) per 30 anni, riducendo gli investimenti pubblici (specie dal 2009), per cui le case popolari non ci sono, molte infrastrutture sono scadenti, il territorio frana (altro che messa in sicurezza), per non parlare di scuola, sanità e ricerca.
Il Pnrr sembrava la “rinascita”. Disperso in mille voci, deciso dall’alto, ha generato un bassissimo moltiplicatore dell’economia (inferiore all’unità) e tra un anno scadrà. Una spesa che in parte dovremo ripagare in quanto se il moltiplicatore è basso non si autofinanzia.

La disuguaglianza intanto galoppa e si vede bene nei consumi dove solo il 17% delle famiglie aumenta le proprie spese, mentre tutti gli altri tirano la cinghia, per non parlare dei 6 milioni di poveri assoluti e di altri 13 milioni che rischiano di diventare poveri relativi. Siamo ormai a 20 milioni di persone (un terzo) ai margini della società.

La manifattura che regge è quella che esporta e poiché si sono formati oligopoli e rendite nelle utility, banche e assicurazioni e lì che investono (e smanovrano con la regia del Tesoro) molte grandi imprese (vedi Caltagirone, Essilux con MPS/Mediobanca/Generali). Profitti e rendite sono stati notevoli (a scapito dei salari), proprio perché le impese hanno pagato poco il lavoro e investito e innovato meno del passato.

Il Sud è alla deriva: il reddito pro capite resta quasi la metà di quello del Nord, che vuole per questo un’autonomia regionale. Difficile pensare che senza grandi investimenti pubblici in infrastrutture e una nuova “Iri”, gestita in autonomia dalla politica, il Sud possa risollevarsi, visti i modesti investimenti dei privati.

Più si avvicina la sconfitta della UE sull’Ucraina, più si profila un Nuovo Ordine Mondiale, in cui la Ue (e l’Italia) saranno ai margini. La UE (e l’Italia dentro) ha sbagliato tutte le sue politiche (comprese le alleanze) degli ultimi 25 anni.

Dentro la UE l’Italia è semimorta. Da 4^ potenza mondiale nel 1990 siamo declinati insieme ai nostri salari. E pensare che da straccioni che eravamo nel primo dopoguerra (con salari la metà degli inglesi) eravamo arrivati a pari di inglesi, francesi e tedeschi nel 1992. Poi con la 2^ Repubblica e l’ingresso nella UE siamo sprofondati.

Come mai? Siamo diventati di colpo fannulloni?

Se guardiamo tutti gli indicatori che interessano ai cittadini (redditi, salari, consumi), sono peggiori di quando siamo entrati nella UE.
I consumi delle famiglie residenti (cioè senza i turisti dall’estero) nei terzi trimestri (per avere gli ultimi dati) sono nel 2025 minori di quelli del 2007 (fonte: Istat). Ma lo sono sempre stati negli ultimi 18 anni.

Dal 2007 il PIL Italia è cresciuto del 6%; ma i consumi delle famiglie italiane sono scesi. Poiché il totale dei consumi ha dentro quelli del 20% di famiglie che si sono arricchite moltissimo[1], possiamo immaginare come stiano i consumi delle famiglie povere o anche solo di chi lavora.

Bisogna poi considerare che, a differenza degli ultimi 30 anni, in futuro potremo contare molto meno sull’export. Gli Stati Uniti che ci impediscono di cooperare con Russia e Cina (ma loro ci commerciano), si sono chiusi a riccio coi dazi e la Cina risponde con un’aggressiva politica verso tutti (UE inclusa) ed entra così in sempre nuovi settori in concorrenza con il made in Italy, mentre la Germania di cui l’Italia è il più grande fornitore di manufatti, è entrata in una crisi strutturale da cui cerca di uscire riarmandosi.

Anche i più stupidi capiscono quanto sia importante avere una politica keynesiana di sostegno della Domanda Interna (salari, consumi, investimenti), che conta per metà del PIL, ma non possiamo farlo per le regole UE, per cui siamo condannati alla semi-recessione, anche perché verranno a mancare i fondi del PNRR dal 2027.

Dal 2007 ad oggi le spese per alimenti (e bevande non alcol) sono scese del 10% in termini reali (da 167 miliardi a 150). Stiamo, pertanto, stringendo la cinghia da 18 anni, mentre i media parlavano di crescita e sviluppo. E ciò spiega perché i discount con il loro cibo spazzatura siano diventati un quarto della grande distribuzione.

Così, anche per via dell’invecchiamento, spendiamo 6,5 miliardi in più in cure private rispetto al 2007 (ma di recente abbiamo iniziato a risparmiare anche su questo).

Per i conti in banca e le assicurazioni (che stanno in oligopoli) spendiamo 4 miliardi in più rispetto al 2007 (sempre in termini reali, post-inflazione). Idem per le bollette (acqua, elettricità, gas, + 4 miliardi in più del 2007).

In sostanza i risparmi su cibo e vestiti sono stati spesi per salute e bollette, cioè per finanziare rendite ed extra profitti di banche, assicurazioni e utility e ora anche per i profitti delle imprese Usa che ci vendono il gas al triplo della Russia.

I consumi, già deboli, sono sostenuti da clienti (anziani) che verranno meno nei prossimi anni. I giovani hanno meno potere d’acquisto e avranno pensioni più basse, mentre perdiamo (da 10 anni) 126mila abitanti all’anno. Se in futuro calano i consumi delle famiglie e non crescerà l’export (come probabile), l’Italia entrerà strutturalmente in recessione.

Cosa servirebbe?

– Ridurre le disuguaglianze, tassare le successioni ereditarie oltre un milione di euro come fanno all’estero[2],

– aumentare la spesa pubblica in infrastrutture, scuola e sanità, aumentare i salari,

– introdurre il salario minimo, il part-time senior (pagato pieno) e il contemporaneo ingresso di giovani full time al lavoro per aumentare la produttività,

– ridurre le rendite di banche e utility, acquistare il gas non dagli Stati Uniti, avviando una nuova politica energetica nazionale.

Tutte cose che non si possono fare stando nella attuale UE. Poiché non possiamo uscire dalla UE, organizziamoci per godere del tramonto italiano, con qualche nostalgia di quando eravamo (1980) la 4^ potenza mondiale, a parte quel 20% di famiglie che scia e vola sempre più in alto e che straparla e si diverte sui media che vediamo.

Note:
[1] Che spiega perché (Fonte Nielsen) alcuni cibi ricchi crescono d volume nell’ultimo anno, come frutta esotica +47%, latte fermentato/Kefir +28%, yoghurt greco colato + 28%. Spendono di più oltre ai ricchi, i più anziani e le famiglie senza figli. Crescono anche del 3% all’anno i consumi per cane e gatto.

[2] E’ il patrimonio dei ricchi che va tassato. Prendiamo i più ricchi in Italia (gli altoatesini) hanno 189 miliardi di € di patrimoni (fonte Banca d’Italia, 2023). 129,4 miliardi (2/3) sono beni materiali (90 miliardi sono case, 39 miliardi edifici commerciali, terreni). Altri 39 miliardi sono titoli, azioni, fondi di investimento e 22 miliardi sono contanti, depositi bancari e risparmi postali. 13 miliardi sono assicurazioni e fondi pensione. Poi hanno debiti per 14,7 miliardi. Ogni abitante avrebbe in media 352mila € pro capite (beni materiali per 242mila € e da attività finanziarie per 139mila €, e debiti per 27mila €.). I trentini hanno invece molto meno: 292mila euro per abitante e 191mila gli italiani, come i ferraresi. Ma poi si scopre che solo il 44% dei lavoratori altoatesini riesce a risparmiare nei prossimi 12 mesi, mentre il 56% dichiara che ciò non sarà possibile. Possiamo immaginare nelle altre aree come si sta.Cover:

 

In copertina: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Parole e figure / Il bambino stella

Appena uscito in libreria, con Lapis edizioni, “Il bambino stella”, di Rachel Hausfater, illustrato da Olivier Latyk, affronta il tema della Shoah

“Ogni persona è una stella. Ovunque sia, in qualsiasi epoca e sotto qualsiasi cielo. Ha il diritto di brillare. E di tornare a vivere senza più nascondersi”. Matteo Corradini

C’era una volta un bambino che non sapeva di essere una stella. Quando glielo dissero, all’inizio ne fu felice, perfino orgoglioso: sembrava una cosa bella. Ma la sua stella, ahimè, aveva una punta di troppo. Così, poco a poco, cominciò a provare vergogna… E più si vergognava, più la stella cresceva. Dopo un po’, il bambino non si vedeva nemmeno più: si vedeva solo la stella dentro di lui. Qualcosa che cresceva e travolgeva.

Intorno, intanto, le altre stelle correvano di qua e di là, piene di paura. Terrorizzate.

Un giorno, i temibili e spietati cacciatori di stelle le catturarono e le portarono via sui terribili lunghi treni neri…

Il bambino stella, immagini Lapis
Il bambino stella, immagini Lapis

Con un linguaggio poetico, Il bambino stella racconta la Shoah senza nominarla, affidandosi alla forza della metafora e alla potenza delle immagini.

La stella cucita addosso diventa simbolo di identità negata, di vergogna imposta, di dolore condiviso, per poi trasformarsi in segno di resilienza e luminosa rinascita. Un albo illustrato di grande delicatezza, capace di toccare il cuore e accendere la speranza.

Rachel Hausfater, Olivier Latyk, Il Bambino stella, Lapis edizioni, Roma, 16 gennaio 2026, 32 p.

Rachel Hausfater

Autrice francese di numerosi libri per ragazzi, ha vissuto in Germania, negli Stati Uniti e in Israele. Per 25 anni ha insegnato inglese in una scuola di Parigi. Oggi si dedica interamente alla scrittura, con particolare attenzione al racconto delle vicende della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah.

Olivier Latyk

Ha studiato Tipografia e Graphic design a Parigi e ha perfezionato la sua formazione a Strasburgo. Le sue opere sono comparse in oltre 100 pubblicazioni, in Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Corea. Negli anni ha collaborato con importanti quotidiani e riviste, come il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post e il Boston Globe. Oggi vive e lavora nel Sud della Francia.

Immagini ufficio stampa Lapis

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Marc Chagall, un artista capace di “curare con la bellezza”. Incontro con ANDOS

Il progetto “Curare con la bellezza”, che ANDOS – Ferrara porta avanti con il sostegno del Comune, è nato per offrire alle donne spazi di benessere in cui l’arte diventa strumento di cura, ascolto e consapevolezza. Fra le iniziative, la visita alla mostra di Marc Chagall al Palazzo dei Diamanti, che ha permesso alle partecipanti di immergersi nei mondi di figure sospese, ricordi, sogni, memorie e radici lontane di questo meraviglioso artista. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Marcella Marchi, presidente dell’Associazione nazionale donne operate al seno (ANDOS), Comitato di Ferrara, e con la psicologa Dorina Adelaide Lombardo

La bellezza cura, è un dato di fatto, oltre che provato scientificamente. La rivista VITA ne ha parlato a proposito dell’indagine del Cultural Welfare Center sullo stato dell’arte della prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia e in occasione dell’uscita del libro Art Cure, della psicobiologa ed epidemiologa Daisy Fancourt, che fornisce risposte scientifiche alla correlazione tra esperienza culturale, espressione creativa e ben-essere.

Secondo Fancourt, le canzoni supportano lo sviluppo strutturale del cervello dei bambini, gli hobby creativi aiutano a rimanere resilienti contro la demenza, l’arte visiva e la musica agiscono come farmaci per ridurre depressione, stress e dolore, la danza costruisce nuovi percorsi neurali per le persone con lesioni cerebrali, e partecipare a eventi musicali dal vivo, a mostre e spettacoli teatrali riduce il rischio di solitudine e fragilità future.

In generale, praticare l’arte migliora il funzionamento di tutti i principali organi del corpo. E, cosa più importante, l’arte aiuta non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare e a fiorire. La bellezza, però, è anche quella delle imperfezioni, quella dei sognatori. È pure quella morale, fatta di tatto, attenzione, ascolto e gentilezza.

Comune di Ferrara e ANDOS: il progetto “Curare con la bellezza”

Alcune politiche socio-sanitarie del Comune di Ferrara hanno fatto propria la convinzione che la bellezza possa essere un fondamentale stimolo a superare la malattia. Così, dal 2024, l’amministrazione comunale supporta il progetto “curare con la bellezza“, promosso dallAssociazione nazionale donne operate al seno, ANDOS, comitato di Ferrara.

La presidente dell’associazione ferrarese, la dottoressa Marcella Marchi, e le psicologhe Dorina Adelaide Lombardo e Chiara Campagnoli portano avanti, con cura e dedizione, le attività dedicate dal progetto dedicato a pazienti e caregiver, ad oggi 20 in totale, volto a favorire un’esperienza mente-corpo che permetta di entrare in contatto con sé stesse, per alleggerire il carico emotivo e mantenere una mente lucida.

Cristina Coletti Assessore alle Politiche Sociosanitarie e Marcella Marchi presidente Andos Ferrara
Cristina Coletti Assessore alle Politiche Sociosanitarie e Marcella Marchi presidente ANDOS Ferrara, Foto ufficio stampa Comune Ferrara
Marcella Marchi presidente di Andos Ferrara con le psicologhe Dorina Lombardo e Chiara Campagnoli, foto ufficio stampa Comune Ferrara
Marcella Marchi presidente di ANDOS Ferrara con le psicologhe Dorina Lombardo e Chiara Campagnoli, foto ufficio stampa Comune Ferrara

In un mondo dove tutto pare caderci addosso”, racconta la dottoressa Marchi, “c’è sempre più urgenza di dare spazio al bello. Per questo abbiamo dato vita al progetto ‘curare con la bellezza’, dedicato alle pazienti ma anche a chi sta loro vicino. L’arte in tutte le sue dimensioni porta emozioni che aprono alla speranza, crediamo fortemente nella guarigione dalla malattia attraverso l’osservazione delle cose belle”, ci dice.

Tante le attività del progetto, nel tempo: una visita al Bosco Officinale di Mesola, dove le partecipanti hanno ricavato sensazioni positive attraverso profumi naturali e oli essenziali; l’organizzazione di un laboratorio di scrittura dove elaborare un proprio pensiero dalla lettura di due pagine di un libro scelto casualmente; l’esperienza di quadri di Botticelli e Pollock a confronto (una tela incarnava il caos emotivo di una diagnosi di malattia, l’altra, la forza del gruppo che abbraccia e protegge le parti di noi da custodire), la creazione di una canzone con il maestro Andrea Poltronieri e appuntamenti al cinema, come la visione e commento a La pazza gioia, una riflessione su fragilità, diversità e accoglienza.

Diverse le motivazioni delle protagoniste nel prendere parte al progetto.

Per Marcella Marchi, medico in pensione che ha prestato lungo servizio presso l’Arcispedale Sant’Anna di Ferrara in qualità di Aiuto responsabile, prevalentemente al Day Hospital (DH) oncologico, la motivazione è forte.La vera riflessione”, racconta “è relativa al concetto di cura. Bisogna prendersi cura della persona e non solo curarla. La malattia, se aiutata, può essere un’occasione per dare al malato qualcosa di più della cura stessa. Molte associazioni, come ANDOS, colmano una lacuna, quella del dopo, dei difficili momenti a casa, accompagnando le persone attraverso un sostegno fisico e psicologico. Il segreto è tenere insieme le persone, farle entrare in un gruppo che dà loro forza”, continua.Tanti reparti di oncologia, oggi, cercano di rendere i DH più accoglienti, con pareti colorate che diano una certa serenità”, sottolinea. “Il bello aiuta, su questo mi ha sempre ispirata il ricordo del film “Una breve vacanza”, con la bravissima Florinda Bolkan, la storia di una donna ammalata inviata a passare un periodo di guarigione in montagna, in un posto bellissimo, con una sua funzione sociale fondamentale”, conclude.  

La psicologa Dorina Adelaide Lombardo, dal canto suo, racconta: “ho svolto, in passato, il lavoro di infermiera. Serve passione per fare questo lavoro, amore per l’altro, per la persona nella sua totalità. Quando l’Ospedale di Ferrara è stato trasferito dal suo centro città a Cona, tutte le attività principali sono state decentrate. Ho sentito quindi la necessità di fare altro, di cambiare”, continua.Ciò mi ha portato a completare gli studi di psicologia e a diventare una volontaria presso ANDOS. Nel momento in cui ho iniziato a conoscere i pazienti oncologici, ho capito l’enorme ricchezza emotiva che sanno trasmettere.  Volevo che le donne parte del percorso non si sentissero più pazienti da curare e potessero ricominciare a guardare il mondo, con un orizzonte davanti senza limiti”, conclude

Il bisogno di ascolto e la volontà di darlo sono anch’essi doni di bellezza, quella dell’anima.

Mostra Chagall

“Curare con la bellezza”: viaggio nel mondo di Chagall

Se dicembre è un mese freddo, una visita guidata alla mostra di Marc Chagall, presso il rinascimentale Palazzo dei Diamanti di Ferrara (visitabile fino all’8 febbraio), può scaldare.

Ecco allora che ANDOS Ferrara accompagna le partecipanti al progetto nei mondi di figure sospese, ricordi, sogni e radici lontane, di un artista visionario capace di trasformare memoria e sentimento in colore. Dopo la visita, un incontro moderato dalle psicologhe Dorina Lombardo e Chiara Campagnoli, ha dato voce alle emozioni suscitate dai dipinti.

L’arte di Marc Chagall è sicuramente una forma di cura perché le sue opere, ricche di sogni, ricordi, colori e simboli, parlano all’anima, offrendo benessere, conforto, oltre che un ponte tra memoria, speranza e dolore, trasformando l’esperienza umana in bellezza e spiritualità. Vi sono, infatti, anche progetti di arte terapia o di sostegno alle disabilità, come il progetto Calamaio, che usano le sue creazioni per consapevolezza e guarigione. 

Quanto a colore e sogno, Chagall usa un linguaggio onirico e fiabesco, con colori vibranti, per evocare emozioni e superare la realtà, portando luce e speranza anche nelle difficoltà.

Ci sono poi memoria e radici: i dipinti attingono a infanzia e tradizioni ebraiche, dando un senso di calore, appartenenza e connessione con le proprie origini, anche di nostalgia.

Mostra Chagall

E, infine, c’è un simbolismo universale: elementi come l’albero della vita, il violinista, gli animali e l’amore simboleggiano la resilienza, la pace, la spiritualità e la trascendenza, unendo culture e fede. L’amore che fluttua sopra la città natale, simboleggia un amore che trascende i limiti e porta a una dimensione quasi angelica, un violinista sul tetto rappresenta la musica e la tradizione che continuano a vivere nonostante le avversità. 

Le figure dell’artista sono profondamente connesse con il mondo delle emozioni, meccanismi sensibili da tutelare, da perseguire come “La Pace”, tema della decima sezione della mostra, dipinta nel 1949, al rientro dall’esilio americano. Dopo anni di guerra e sradicamento, Chagall affida a una colomba bianca il suo messaggio di speranza, una necessità per chi ha vissuto l’esilio, la perdita della patria. La colomba porta un libro aperto sulle cui pagine si leggono “La Vie” e “La Paix”, inscindibili, in basso, un uomo e una donna. Emerge la convinzione che la bellezza possa ancora vincere sulla distruzione, che l’immaginazione possa ancora costruire mondi migliori, fatti di amore e memoria

Nella visita organizzata da Andos tutto questo è emerso in maniera esplicita. Le impressioni, diverse da donna a donna, hanno però trovato un filo comune: Chagall parla all’anima, con la sua favola intensa e malinconica. Racconta un’infanzia povera, ma traboccante di affetti, calore e umanità; evoca la nostalgia per la propria terra e le radici che continuano a nutrire la vita, anche quando si è lontani, persi e stanchi; fa sentire che la patria non è necessariamente un luogo fisico esterno ma la sensazione di sentirsi a casa e in ordine con se stessi; ricorda che, anche nel dolore può esistere una luce, un colore, un ricordo che salva e aiuta  trovare l’uscita dal tunnel. Questo grande artista rappresenta l’arte di restare in equilibrio.

Ogni partecipante ha riconosciuto qualcosa di sé nelle tele: una sensazione, una memoria, una sfumatura emotiva, la capacità di migliorarsi e rinascere dopo una difficoltà, di superare i traumi, di ritrovare un equilibrio ancorandosi ai valori della vita, dopo tanto fluttuare. La stanza finale con i quadri di fiori riconcilia con il mondo, chiude un cerchio.

È proprio in questa pluralità di vissuti che l’arte mostra la sua forza, regalando speranza.

A testimonianza del suo potere terapeutico, perché permette di esprimere, alleggerire, reinterpretare ciò che a volte le parole non svelano. La bellezza quella autentica, che tocca e trasforma può essere parte del percorso di recupero, di rinascita e di riappropriazione del proprio benessere. Nulla di più vero.

Immagini, cortesia ufficio stampa della Mostra, Arthemisia e Fondazione Ferrara Arte

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Chagall

2025, un anno di guerra che non deve farci smettere di sperare nel futuro

2025, un anno di guerra che non deve farci smettere di sperare nel futuro

Il 2025 è stato un anno di grande fragilità globale, caratterizzato da quello che il World Economic Forum (WEF) definisce un panorama di “frammentazione crescente“. Con questo termine si indica una tendenza alla divisione e alla rottura di blocchi precedentemente uniti (economici, politici, sociali), con l’emergere di tensioni, disuguaglianze, nazionalismi e interessi contrapposti, portando a un sistema internazionale più complesso, instabile e diviso in aree di influenza separate.

I conflitti armati tra Stati sono diventati il rischio immediato più grave per la stabilità mondiale, superando persino le emergenze climatiche, demografiche e la povertà. La guerra è una catastrofe devastante che distrugge vite, comunità e ambiente, causando sofferenza umana, fame, impoverimento, migrazioni forzate e danni irreparabili a scuole, ospedali ed ecosistemi, con un impatto profondo e duraturo sulla salute e sul futuro delle persone e dei Paesi.

Il Global Peace Index 2025 mostra un deterioramento della pace mondiale, con lo “spettro della guerra” che condiziona ormai le politiche economiche globali. In Italia, Confartigianato ha stimato che l’instabilità geopolitica del 2025 ha messo a rischio il 40,7% delle importazioni di energia e quasi il 10% dell’export nazionale.

Gli eventi bellici di questo ultimo anno sono stati talmente tanti che fa impressione solo il loro elenco.

Crisi in Medio Oriente. Secondo i dati di Statista, ad agosto 2025 il bilancio delle vittime nell’area ha superato i 60.000 palestinesi e i 1.700 israeliani dall’inizio delle ostilità nel 2023. L’International Crisis Group ha evidenziato come il conflitto si sia allargato coinvolgendo direttamente l’Iran, oltre a Hamas e Hezbollah, trasformando la regione in un teatro di scontro tra grandi potenze.

Guerra in Ucraina. Entrato nel suo quarto anno, il conflitto rimane una minaccia primaria per la sicurezza europea. Il Global Risks Report 2025 sottolinea come l’incertezza sul sostegno finanziario internazionale stia portando il conflitto verso scenari di ulteriore escalation o di un congelamento forzato.

Crollo del Regime in Siria. Dopo 54 anni, il regime di Assad è caduto nel dicembre 2024/inizio 2025, lasciando il Paese in una fase di transizione estremamente violenta e incerta, monitorata come uno dei 10 conflitti più critici del 2025.

Carestia e Massacri in Sudan. L’ONU (OCHA) ha classificato il Sudan come una delle crisi più gravi al mondo, con costanti uccisioni di massa e una popolazione civile devastata dalla fame.

Secondo l’OCHA, nel 2025 circa 305 milioni di persone hanno necessitato di assistenza umanitaria urgente a causa di conflitti e cambiamenti climatici. Nonostante ciò, il sistema di aiuti ha affrontato un deficit di finanziamenti drammatico, ricevendo solo il 21% dei fondi necessari entro settembre.

Un report del Centre d’Estudis per la Pau dell’Università di Barcellona riporta che il 60% dei conflitti attivi nel 2025 ha registrato un aumento della violenza rispetto agli anni precedenti, alimentato principalmente da lotte per le risorse e crisi di governance.

Quando si afferma che una guerra è causata da lotte per le risorse, si intende che il conflitto armato nasce dalla competizione per il controllo di beni essenziali (petrolio, acqua, minerali preziosi) o strategici, dall’accesso a territori fertili, o dalla gestione dei loro redditi, spesso esacerbato dalla scarsità delle risorse stesse, dal cambiamento climatico, o dalla “maledizione delle risorse”, che rende i governi vulnerabili e alimenta scontri interni ed esterni per il potere e la ricchezza.

Una guerra è invece causata da una “crisi di governance quando il conflitto nasce da problemi nel modo in cui uno Stato o un’area è governata, indicando un fallimento delle istituzioni nel gestire conflitti interni, fornire sicurezza, garantire diritti, distribuire risorse o mantenere la stabilità, portando a caos, divisioni, rivendicazioni e, infine, a violenza organizzata o guerra civile/internazionale. Una crisi di governance ha molteplici conseguenze nefaste.

Inefficienza e Corruzione: Le istituzioni non funzionano, sono corrotte, e incapaci di amministrare il paese efficacemente, creando malcontento. La corruzione e l’inefficienza distruggono la fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle istituzioni pubbliche. Quando i cittadini percepiscono che il sistema è pilotato da interessi privati o di parte, si crea un senso di ingiustizia e disuguaglianza sociale. L’inefficienza della pubblica amministrazione può causare più danni dell’evasione fiscale in termini di perdite economiche per il paese. Questi costi si manifestano attraverso uno spreco di risorse, servizi scadenti e barriere legali: norme complesse e poco chiare che favoriscono la discrezionalità e le opportunità di corruzione, ostacolando l’efficienza.

Mancanza di Legittimità: Il governo perde il sostegno popolare perché non rappresenta gli interessi di tutti, magari favorendo un gruppo a scapito di altri. Il fenomeno riguarda la crisi della rappresentanza politica e si verifica quando l’azione di governo viene percepita come parziale o sbilanciata.

Ci sono alcuni importanti meccanismi attraverso cui questo accade, ad esempio la “Cattura dello Stato” (State Capture) che si verifica quando interessi privati o gruppi di pressione (lobby) influenzano i processi decisionali a proprio vantaggio. In questo scenario, le leggi non servono più il bene comune, ma proteggono i privilegi di una minoranza, generando sdegno e senso di ingiustizia nella popolazione. Oppure la “Cattura del Regolatore” (Regulatory Capture) che si verifica quando un’agenzia di regolamentazione, che per mandato dovrebbe agire nell’interesse pubblico, finisce per promuovere gli interessi commerciali o politici dei gruppi che è incaricata di supervisionare.

Svantaggio per i consumatori: Prezzi più alti o servizi di minor qualità a favore dei profitti aziendali.

Percezione di ingiustizia sociale: Quando il governo promuove riforme che favoriscono categorie già avvantaggiate (ad esempio attraverso politiche fiscali agevolate per i redditi alti o tagli ai servizi per le fasce deboli), si crea una frattura sociale.

Gestione della Fiducia e Sfiducia Istituzionale: un governo che non bilancia gli interessi di tutti rischia di trasformare la democrazia rappresentativa in una forma di tutela per pochi, alimentando la totale disaffezione dei cittadini.

Tutti questi meccanismi di deterioramento si acuiscono in situazioni di conflitto prolungato e di violazione costante dei diritti umani, trasformandosi in una crisi sistemica che travalica ogni confine nazionale. In questo contesto, la guerra non si limita alla distruzione fisica, ma agisce come un catalizzatore di instabilità globale: nel 2025, l’insicurezza alimentare ha colpito milioni di persone anche a migliaia di chilometri dal fronte, mentre la sistematica distruzione degli ecosistemi rende interi territori inabitabili per le generazioni future.

Questo dramma geopolitico si estende ormai alla dimensione digitale, dove attacchi alle infrastrutture critiche paralizzano servizi essenziali e minano la sovranità degli Stati, dimostrando che il conflitto moderno è un’onda d’urto invisibile ma totale. Distruggendo i pilastri del diritto internazionale e calpestando la dignità umana, la guerra si conferma un fenomeno globale, che non coinvolge solo chi imbraccia le armi, ma minaccia le basi stesse della convivenza civile e della sicurezza collettiva mondiale.

Fermare la guerra non è quindi soltanto un nobile ideale umanitario, ma è diventata una condizione indispensabile per la sopravvivenza del nostro sistema globale. Se guardiamo allo scenario del 2025, ci rendiamo conto che ogni giorno di conflitto in più agisce come un veleno che si diffonde ben oltre le trincee, colpendo le fondamenta stesse della vita umana.

Inoltre, la guerra sta sgretolando il tessuto stesso della civiltà moderna: il diritto internazionale. Se si accetta che la forza bruta prevalga sulla giustizia, si mette a rischio la sicurezza di ogni nazione. La crisi dei diritti umani e l’esodo forzato di milioni di profughi non sono “emergenze temporanee”, ma il risultato di un ordine mondiale che sta perdendo la sua bussola morale.

Fermare i conflitti significa quindi ridare valore alla dignità umana e impedire che l’odio diventi l’unica lingua parlata tra i popoli. Inoltre, fermare la guerra è un atto di puro pragmatismo: significa scegliere di investire nell’intelligenza, nella tecnologia e nella cooperazione, anziché nella distruzione reciproca. In un mondo interconnesso come quello attuale, la pace è l’unica infrastruttura capace di garantire un domani a un’umanità che non vuole l’autodistruzione.

Nonostante la situazione geo-politica attuale, non va assolutamente dimenticato il cammino possibile verso la pace. La forza della speranza si nutre della resistenza quotidiana di chi rifiuta la logica della violenza. Educare alla pace, promuovere lo sviluppo sostenibile e proteggere i diritti umani, sono atti di fede nel futuro. Si può continuare a sperare, perché la storia insegna che anche i conflitti più lunghi hanno avuto una fine, inoltre la tecnologia e la scienza, se ben usate, possono essere strumenti di unione e conoscenza condivisa per un futuro sostenibile.

In definitiva, sperare nella pace significa credere che la volontà umana di costruire un mondo “buono” sia più forte dell’impulso a distruggere. È una scelta coraggiosa che richiede perseveranza, ma che trova fondamenta reali in ogni gesto di solidarietà e in ogni appello alla ragionevolezza che continua a levarsi da ogni angolo del pianeta.

Infine, avendo io due nipoti giovanissimi, non posso che dedicare un pensiero a loro e ai loro coetanei: non arrendetevi mai e continuate a credere che la pace sia una meta possibile. Un augurio per un anno che porti pace nel cuore di ciascuno e su tutta questa terra. Mi auguro che a nessuno piaccia vedere grondare sangue di gente morta inutilmente.

SITOGRAFIA

Cover: foto di Annette Jones immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Ferrara, solidarietà urgente! Gli sfollati da aiutare

Ferrara, solidarietà urgente!
Gli sfollati da aiutare

Un sindaco che se ne lava le mani

Scrive il sindaco Alan Fabbri nell’ultimo post sulla sua pagina Facebook

Oggi abbiamo chiuso la fase di emergenza al Palapalestre. Abbiamo tenuto la barra dritta sui tempi senza lasciarci trasportare o intimidire da polemiche politiche e strumentalizzazioni.
Sono felice di sapere che tutto è avvenuto con il massimo rispetto e senza alcun problema, compresa la manifestazione di protesta contro la chiusura che legittimamente un gruppo di cittadini ha voluto portare avanti.
Non parlerò delle argomentazioni a sostegno perché non mi interessa creare ulteriori contrapposizioni in una fase che avrebbe dovuto unire tutti. Una fase che ha visto partecipi tutte le istituzioni e i volontari, che ringrazio per il grande lavoro.
Questa mattina il Prefetto mi comunicava di aver fatto un sopralluogo con Domenico Bedin di Viale K al Palapalestre e concordato un ulteriore supporto della Protezione Civile, con brandine da collocare in una nuova struttura privata in via Mura di Porta Po, per coloro che non hanno ancora trovato una sistemazione.
Ringrazio Bedin per la sua disponibilità. Meno condivisibili, invece, sono state le parole affidate immediatamente alla stampa nei confronti delle istituzioni. Sono certo che sappia perfettamente che l’Amministrazione ha fatto tutto il possibile, (e oltre) pur nella consapevolezza che si tratta di una struttura privata, con responsabilità chiare, garantendo ospitalità ai nuclei familiari con minori e prestando particolare attenzione alle situazioni di fragilità.
Sarò un romantico, ma continuo a credere che un volontariato autentico non debba cercare costantemente esposizione mediatica, contrapposizioni politiche e dichiarazioni polemiche, soprattutto quando ci si rivolge a coloro che, sin dalle prime ore, si sono assunti la responsabilità di gestire l’emergenza.
Da domani il Palapalestre torna ad essere nelle disponibilità della collettività per eventi sportivi e allenamenti mentre il futuro del Grattacielo è difficile da prevederlo oggi.
Oggi è stata chiusa solo una fase ma immagino che non finirà qui.
Palapalestre di Ferrara
Tutto regolare dice il sindaco: abbiamo sgombrato il palapalestre rispettando i tempi previsti.
E le decine di persone  sono rimaste senza un  posto per dormire?
Ci pensino i volontari, l’assistenza e la solidarietà non spetta al Comune di Ferrara
🔴 ULTIM’ORA!
Abbandonati dal Comune di Ferrara, evacuati dal Palapalestre, sarà l’Associazione Viale K di Domenico Bedin ad accogliere gli sfollati del Grattacielo.
🔴 ULTIM’ORA!
Elenco di cose che servono nell’immediato per l’ospitalità degli sfollati sgomberati dal palapalestre di Ferrara.
Carta igienica, prodotti per igiene personale, salviette igiene intima monouso che si possono buttare nel WC, bottigliette di acqua da mezzo litro, bibite, bidoni e sacchetti per raccolta differenziata, asciugamani e ciabatte per la prese multiple.
Presso la sede di viale K 
in Via Mura di porta Po 9
Per informazioni: 3516919775
C’è un IBAN dedicato a sostenere le spese che Viale K affronta per ospitare le persone senza casa a causa dell’evento al grattacielo e dell’atteggiamento “respingente” della Giunta Fabbri.
Nome: Viale K Odv
IBAN: IT05U0707213001000000172010
🔴 ULTIM’ORA!

⚠️ Domani! Lunedì 19 Gennaio
ore 17:00
Presidio in piazza municipale – Ferrara
Insistiamo nella ricerca di una soluzione per gli sfollati dall’incendio della torre B del grattacielo

Portiamo solidarietà, rispetto e dignità per tutte le persone coinvolte in questa tragedia.

Chiediamo all’amministrazione che trovi al più presto una soluzione abitativa per le persone fatte uscire dal palapalestre e che contribuisca a far in modo che possano partire prima possibili i lavori necessari per far rientrare le persone nelle proprie case.

In copertina: Domenico Bedin della Associazione viale K

Trionfo della virtù senza incantesimi con “La Cenerentola” di Rossini in scena al Teatro Abbado

Trionfo della virtù senza incantesimi con “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini.

Siamo tutti un po’ Cenerentola. L’opera lirica messa in scena il 9 e l’11 gennaio 2026 al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara racconta una storia che coinvolge ognuno di noi. In un modo o nell’altro, chiunque può identificarsi o ritrovare echi personali di vessazione e sconfitta nelle vicende dell’eroina. Per lo stesso motivo un po’ tutti gli spettatori possono poi trarre sollievo e piacere dall’altrettanto condivisibile evoluzione della vicenda. Con l’eroina che, dopo aver subito ingiustizie e avversità, attraverso una serie di peripezie riesce a ottenere il riconoscimento del suo valore e ad avere quella che – nella storia – è la più alta ricompensa e garanzia di apprezzamento duraturo ed esclusivo: la conquista del principe.

Locandina La Cenerentola di Eugenio Ciccone
La versione in panni umili
Il disegno in abito da sera per The Ferrareser

Una formula così vincente da far sì che la trama di Cenerentola compaia in oltre trecento varianti di  tradizioni popolari anche molto lontane tra loro nel tempo e nello spazio, come documentano le ricerche dell’antropologa inglese Marian Roalfe Cox . Si parte dall’egiziana Rodopi del VI secolo avanti Cristo citata da Esopo, per proseguire con la Ye Xian cinese del IX secolo. Nella letteratura occidentale la prima versione è quella della Gatta Cenerentola (1634), scritta in napoletano da Giambattista Basile e ambientata nel Regno di Napoli nel ‘Cunto de li cunti‘. Seguono poi Cendrillon di Charles Perrault (dai “Racconti di Mamma Oca”, 1697) di impostazione più elegante e fiabesca, focalizzata sulla magia e l’aspetto aristocratico-sociale; la Aschenbrödel dei fratelli Grimm (nelle “Fiabe del focolare”, 1812), cruda fino allo splatter truculento, con una morale più severa, che enfatizza il riscatto ottenuto in termini di punizioni e giustizia sovrannaturale. Senza dimenticare la Cinderella del celebre film d’animazione di Walt Disney del 1950, che ha forgiato l’immaginario visivo della principessa.

Giulia Alletto al centro nei panni di Cenerentola (foto Beatrice Speranza)

Nel caso del dramma giocoso allestito a Ferrara, mirabile è il modo in cui Gioachino Rossini ha scelto di mettere in musica la vicenda, affidandola alla narrazione di Jacopo Ferretti (1817). Il libretto – che venne scritto di getto nell’arco di poche settimane – lascia fuori dal palco tutti gli elementi magici e favolosi.

Nella storia vengono invece inseriti quell’umorismo e quella brillantezza comica che Rossini sa poi valorizzare così bene con i suoi ritmi. Tolti gli incantesimi e la magia, la rilettura della fiaba prende toni realistici. Il risultato è più vicino a una visione attualizzata di giustizia ed equità. Il valore che spicca è quello del perdono, come forza (e non debolezza) che azzera i rancori e dà ulteriore luce al trionfo personale, in netto contrasto con gli istinti di vendetta che affollano le antiche favole. Il perdono, l’umiltà, ma anche la grande forza di volontà e la consapevolezza di sé e dei propri valori aggiungono alla trama una valenza di riscatto, sociale e personale, consapevole.

La protagonista Alletto con il principe Zeinolla (foto Beatrice Speranza)
Il trionfo finale (foto Marco Caselli Nirmal)

Un’aura di spiritualità avvolge la protagonista. Non a caso il titolo dell’opera è “La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo”. E sul palco del Comunale l’opera – realizzata come coproduzione del Teatro Comunale Abbado di Ferrara e del Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca – evidenzia il valore della personalità a discapito delle apparenze. Non a caso l’incontro dove il principe resta colpito dalla giovane non è al ballo.

Nell’opera rossiniana la fanciulla viene scoperta dal principe in anonimato, con il suo paggio sotto mentite spoglie di mendicante che chiede carità e viene assecondato solo da lei, Cenerentola attenta e generosa a dispetto degli abiti coperti di cenere. E anche alla fine, l’abbraccio domestico tra eroina e principe avviene con i costumi cinerei di Rosanna Monti, composti da una spartana giacchina e gonna dello stesso tono grigio. Una visione etica che pone al centro autenticità e positività come forze capaci di trasformare il destino. Privata degli elementi magici, l’opera attribuisce ogni svolta all’agire umano, alle scelte morali e alla rivincita del perdono sulla rivalsa. Una narrazione che trasmette un messaggio di valore quasi filosofico e invita a credere nella forza silenziosa di altruismo, semplicità, mitezza, ma anche risolutezza. E quella di Cenerentola si delinea come una personalità consapevole dei propri valori, priva di ostentazione e orgogliosa della propria equilibrata rettitudine.

Il direttore d’orchestra Daniel Smith (foto Marco Caselli Nirmal)

Sul podio dell’Orchestra della Toscana uno dei più giovani e acclamati direttori d’orchestra: l’australiano Daniel Smith. La regia è affidata ad Aldo Tarabella, che enfatizza una lettura visionaria e poetica e interpreta l’opera come una continua metamorfosi scenica, in cui travestimenti, illusioni e giochi teatrali diventano metafora della ricerca di identità e felicità. Le scene sono di Enrico Musenich, i costumi di Rosanna Monti, il progetto luci è curato da Marco Minghetti, le coreografie da Giulia Menicucci, il Coro Arché è preparato da Nicoletta Cantini.

Le sorellastre di Cenerentola (foto Marco Caselli Nirmal)
La scena della carrozza (foto Marco Caselli Nirmal)

Nel ruolo di Cenerentola è Giulia Alletto, affiancata da Alikhan Zeinolla che veste i panni del Principe Don Ramiro. Accanto a loro Pasquale Greco interpreta Dandini, Gianluca Failla è Don Magnifico, Ilaria Monteverdi e Greta Carlino sono rispettivamente Clorinda e Tisbe capaci di gustose scenette, mentre Valerio Morelli veste i panni di Alidoro.

Lo spartito fotografato da Marco Caselli Nirmal

Tanti applausi alla fine e quella frizzante, un po’ spensierata vaghezza che solo la musica di Rossini sa infondere.

In copertina: La Cenerentola di Rossini nell’allestimeento al Teatro Abbado di Ferrara- foto Marco Caselli Nirmal 

Per leggere tutti gli articoli di Giorgia Mazzotti su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Per certi versi / La tua penna

La tua penna

La tua penna

Inclina a sinistra

Trova l’ingresso

Il buco fondo d’inchiostro

 

Narra l’inaudito

Rivela i segreti

Racconta di te

Di me

Delle storie antiche

Di fauni, boschi

Di pesci d’oro e principesse rapite.

 

All’alba ci addormentiamo

Dimenticandola lì

Tra il mio corpo e il tuo

Sul nostro sonno 

Che tutto sa

Che nulla vuole più

 

(inedito)

 

Cover: Foto di Hello Cdd20 da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Per Shiraz e per tutte le donne di Persia

Per Shiraz e per tutte le donne di Persia

Ho incontrato a Ferrara una donna iraniana che vive da anni nella nostra provincia, ma la cui famiglia d’origine – madre, padre, fratelli e sorelle – vive a Teheran. La chiamerò Shiraz, come la principale città della Persia, che è stata la capitale dello stato iraniano nel diciottesimo secolo. La chiamo Shiraz perché lei mi dice di sentirsi orgogliosamente persiana prima ancora che iraniana. Lo dice senza accenti razzisti, ma ci tiene a precisare che loro, i persiani, sono diversi dagli arabi. In particolare ci tiene a distinguersi da “quelli di Hezbollah”, le potenti milizie armate sciite di cui si serve il potere teocratico per sparare sulle persone che scendono nelle strade per manifestare contro il governo degli ayatollah.

Shiraz mi racconta dell’ultima volta che è stata a Teheran a trovare i suoi familiari. E’ stato qualche anno fa. Il viaggio d’andata, soprattutto, è stato travagliato, con le ultime 24 ore passate su un pullman che da Istanbul, percorrendo strade dissestate, l’ha condotta alla capitale iraniana. La sua famiglia appartiene alla borghesia persiana. Vive nella parte relativamente benestante della metropoli, che lei chiama la “zona A” , per indicare un quartiere che attiene alla parte fortunata della città, quella dove con un po’ di soldi puoi comprare tutto, anche la libertà dei costumi.

Col denaro potevi permetterti di essere musulmano ma fino ad un certo punto. Potevi comprare alcol, sigarette, col denaro potevi comprare e mangiare carne di maiale, col denaro potevi toglierti Hijab, Niqab, Burqa.

Adesso, Shiraz di queste cose non è più sicura.  Non è più sicura perchè non riesce a comunicare con la sua famiglia. Internet non funziona, telefonare non funziona. Abbiamo fatto una prova in diretta. L’unico mezzo di comunicazione che funziona a intermittenza, anche se è ufficialmente vietato, è Starlink. Niente whatsapp, niente telegram. Le stupidaggini, le vanità delle quali riempiamo gli strumenti di comunicazione social fino a rendere stupido lo strumento in sè, evaporano di fronte all’importanza del poter diffondere al mondo le immagini delle proteste e delle uccisioni, della repressione. Quando la possibilità di comunicare con i propri familiari e con il mondo viene interdetta, si comprende quanto è importante far sapere. Da questo punto di vista la situazione è peggiore che a Gaza.

Quando ho chiesto a Shiraz di dirmi perchè questa protesta è diventata di massa, al punto da coinvolgere anche strati della popolazione normalmente allergici alle manifestazioni di piazza, pensavo che mi rispondesse qualcosa del tipo “le persone non arrivano più alla fine del mese”. La crisi economica in Iran sta mordendo forte: la svalutazione della moneta e l’aumento dei prezzi, aggravati dalle sanzioni internazionali riprese dopo  l’interruzione, da parte del governo iraniano, dei rapporti con l’Agenzia Atomica, sono state il detonatore. La carica esplosiva però è un’altra, secondo Shiraz. Che mi indica il suo telefonino, dicendomi “è questo“. L’Iran è un paese pieno di giovani, che sono nati con il cellulare in mano. La dimestichezza non acquisita, ma organica, quasi biologica, con gli strumenti smart della comunicazione interplanetaria ha reso intollerabile per queste generazioni – le ultime due in particolare – la prospettiva di una vita sotto il giogo del teocrata. Gli ha reso inaccettabile l’accettazione di un doppio standard: da una parte lo stile di vita di chi può vestirsi mangiare muoversi fumare bere pensare in libertà; dall’altra lo stile di vita imposto da una cricca di fanatici oscurantisti (per gli altri) completamente anacronistici. Il pensiero di una vita inchiodati a queste catene ha fatto perdere loro ogni remora, soprattutto alle ragazze.  Meglio rischiare la vita che accettare di essere già morte: è questa la molla che rilascia quell’energia che non si arresterà, non si fermerà davanti a nulla.

Shiraz non dorme più, e se dorme lo fa poco e male. In lei ho visto tutte le ragazze persiane che lottano per essere libere.

Il 17 gennaio in Piazza Cattedrale dalle ore 12 si tiene un presidio di solidarietà con il popolo iraniano, organizzato dalla Rete per la Pace di Ferrara.

 

Cover photo https://www.instagram.com/reels/DTajYqCiHeY/

Le storie di Costanza /
Alla caccia della VOLPE VERDE. Incognite

Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Incognite

Ripensai a ciò che era accaduto nelle ore precedenti. Uno dei clienti appena arrivati al Pontalba Hotel aveva in tasca un fazzoletto da naso verde fatto con una stoffa morbida o con un ciuffo di pelo tinto. Forse, con molta più fantasia, nella tasca poteva starci pigiata una coda di volpe verde.

Dovevo prendere tempo e comporre un articolo per Tresciaone. Pensai che invece di una intera pagina potevo scrivere un trafiletto di aggiornamento. Avrei scritto l’articolo di fondo quando avessi avuto più notizie. Estrassi il mio PC dalla sua fodera, lo accesi con la mia impronta digitale, riaprii il file word dove avevo cominciato a scrivere il giorno prima e mi rimisi a pensare a come comporre l’articolo.

Alla fine, ripresi ciò che avevo già scritto in precedenza e aggiunsi qualche notizia in più.

«Come già scritto su questo giornale, due mesi fa è morta la contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana di Pontalba. Molto conosciuta in paese per le sue opere caritatevoli, è stata trovata morta nel suo letto dalla cameriera. Eventi inspiegabili sono associati alla sua dipartita. Si racconta che il mattino in cui è stato rinvenuto il cadavere, il cielo sopra villa Cenaroli, la residenza abituale della contessa, sia diventato verde e che una volpe dello stesso colore sia uscita dalla sua tomba il giorno dell’inumazione.

In paese si parla ancora dell’accaduto e le idee a riguardo sono contrastanti. C’è chi è convinto che queste dicerie possano avere un fondamento e chi le ritiene delle assurdità. Le prime persone incontrate sono di vedute molto differenti, mentre sui documenti ufficiali del Comune e della Parrocchia non si trova alcuna nota che accenni a queste manifestazioni. Nei prossimi giorni troverete altri aggiornamenti su queste stesse pagine – Pim (Pietro Moroni).»

Rilessi velocemente, salvai il file, mi collegai ad internet e inviai le dieci righe alla redazione di Tresciaone. Sicuramente il mio capo non sarebbe stato contento, ma il trafiletto serviva a tenerlo buono ancora un po’. Non so per quanto, forse qualche ora, o nella migliore delle ipotesi, un paio di giorni. Comunque fosse, un po’ di tempo l’avevo guadagnato.

Prima di andare a pranzo lessi tutte le mail arrivate, sia quelle professionali che quelle personali. Tra queste ultime ne trovai una di mia sorella Danila che mi annunciava di essere incinta. Con il suo stile sempre molto sobrio la mail riportava le seguenti frasi:

«Ciao Pim, sono incinta di tre mesi. Quindi fra circa sei mesi diventi zio. Non so ancora se sarà maschio o femmina, ma per me e Dario non fa nessuna differenza, spero non la faccia nemmeno per te. Dalla prima ecografia il bambino risulta sano e vispo, quindi tutto ok. Spero tu sia contento della notizia. Comunque, preparati, perché fra poco dovrai trovare almeno una briciola di tempo per fare lo zio. Un caro saluto. A presto. Danila

Ecco una notizia inaspettata e inedita … stavo per diventare zio, una novità davvero bella affidata ad una mail quasi anonima. Nello stile di Danila, sempre molto telegrafico. Aveva ragione, avrei dovuto trovare una piccola porzione di tempo per il mio nipotino. Non avevo mai tempo per nessuno, nemmeno per i miei parenti più stretti. Quando riflettevo su questo aspetto della mia vita, mi sentivo un verme, uno di quegli esseri inutili che sembrano più automi che persone vere dotate di sentimenti e di aspirazioni amorevoli, dedicate e intense.

Pensando al bambino in arrivo, mi dimenticai per poco della volpe verde e, sapendo che a Danila piacevano le mie poesie mi accinsi a scrivergliene una che si intitolava Bambino, per poi mandargliela e dimostrarle che ero emozionato dalla notizia e la consideravo improntante.

Scrivere una poesia non è mai una cosa semplice, possono volerci molte ore, se non addirittura giorni. È impegnativo. Le parole non arrivano quando servono, o arrivano tutte insieme e sembrano lì solo per fare confusione. Cerchi di dire qualcosa di vero, ma ogni frase sembra già detta, ogni immagine sembra vecchia. Poi ti siedi, ascolti l’aria che respiri, ricominci. A volte pensi che sarebbe meglio cancellare tutto. E poi senza sapere il perché, una riga resta – e ti sembra abbastanza per scrivere ancora.

Intanto era diventata l’una, dopo due ore di parole scritte e cancellate, di rime trovate e perse, di un senso cercato e solo approssimato, la mia poesia per Danila era pronta.

BAMBINO (PER DANILA)

Corre la luce
tra mani che spifferano sogni,
scivola sul viso
e si ferma negli occhi.

Ride del vento,
parla con le nuvole,
costruisce città
fatte d’aria e di cielo.

Si muove piano
sul ciglio del tempo,
conta le strade
e sogna un cammino.

Ogni cosa è un inizio,
ogni sasso una luna,
ogni passo
un universo che nasce.

Non chiede domani,
non conosce confini,
abbraccia l’adesso,
tutto.

E quando dorme,
il silenzio lo guarda,
attento,
come chi veglia
sul sogno che fa.

Spedii la poesia a Danila affidandola ad un anonimo messaggio di posta. Avrei dovuto mandarle un mazzo di fiori, ma in quel momento non avevo il tempo di cercare il fiorista e scegliere delle rose o delle orchidee adatte alla situazione. Quindi mi limitai a scriverle.

«Ciao cara sorella, sono molto contento della notizia, questa poesia è per il mio nipotino, chissà se quando sarà grande gli piacerà, per ora spero piaccia a te Aggiunsi varie altre frasi che poi cancellai e, alla fine, la poesia rimase il perno del messaggio e il senso della mia emozione per la novità. “Speriamo che apprezzi modi e forma” pensai. Invia la mail e spensi il PC.

Il trafiletto per il giornale era andato, la poesia per Danila pure.

Era ora di scendere a pranzo. Feci la doccia e mi misi jeans e maglione, un paio di calze di lana spessa, scarpe con i lacci e le suole di gomma. Presi la giacca vento rossa e il mio zaino nero milleusi. Uscii dalla camera e andai dritto all’ascensore che portava alla hall dell’albergo. Erika stava versando da bere a un cliente e Giulia, l’impiegata, parlava al telefono per fissare una prenotazione di chissà chi.

Entrambe mi salutarono con la mano. Aspettai che finissero le loro attività e chiesi se la pizzeria era aperta anche a pranzo. Erika, che nel frattempo aveva riempito il bicchiere del cliente assetato, mi rispose di sì, la pizzeria Bella mia era aperta e Amed, il pizzaiolo, stava preparando gli impasti per il pranzo. Ottimo pensai, vado là.

Poi mi venne in mente di chiedere ad Erika della Storia della Volpe Verde (così ormai chiamavo tra me e me l’insieme degli strani eventi associati alla morte della contessa Cenaroli). Lei mi guardò dritto negli occhi senza dire nulla, come se stesse riflettendo su quanto le avevo chiesto.

Forse era stupita che glielo chiedessi, sapeva che ero un giornalista di Tresciaone, ma penso non avesse ancora capito il vero motivo per cui mi trovavo a Pontalba. Allora aggiunsi: «Sono qui inviato dal mio giornale per indagare sulla morte della contessa Maria Augusta e sugli strani eventi associati alla sua morte tutti caratterizzati dalla presenza di strane manifestazioni color verde» dissi per riassumere il senso della mia presenza, contestualizzando la domanda che le avevo appena posto.

«La volpe verde interessa anche ai giornalisti … perfino da Trescia siete venuti fin qui per questo …»

«Sono – le dissi – Sono venuto solo io». Nessuna risposta, non spostò le sue sopracciglia di un millimetro. Sembrava pensierosa. Mi guardava con un misto di sorpresa e preoccupazione intensa. Stava sicuramente soppesando le mie parole. Come se ci fosse qualcosa che poteva dirmi, ma non sapeva se farlo o no.

Non doveva essere una informazione da poco se la decisione di comunicarmela necessitava di una riflessione e forse anche di un confronto con qualcun’altro. Sicuramente si fidava poco di me, ma questo non era poi così strano, non mi conosceva, potevo essere uno di quei giornalisti in cerca di pettegolezzi o di gossip.

Però doveva sapere che Tresciaone era un giornale serio. Anche a Pontalba si leggeva prevalentemente quello, nella hall dell’albergo ne avevo visto una copia a disposizione dei clienti. Non si fidava proprio di me, del resto perché avrebbe dovuto farlo. Non sapeva da dove venivo, cosa pensavo delle donne, del senso della vita e della morte, il mio senso del dovere, le innumerevoli volte in cui mi ero cacciato nei guai per scoprire qualcosa, la mia insaziabile voglia di verità.

Nessuno mi conosceva in quel paese né come persona né tantomeno come giornalista. Spesso non firmavo gli articoli con il mio nome per intero ma solo con la sigla Pim, come è usuale tra i reporter di nera. Quindi ero di fatto un’incognita, un giornalista piombato tra la gente di quel paese senza conoscerne le dinamiche, i modi usuali con cui stavano insieme o da soli, con cui si fidavano di qualcuno o di nessuno, il modo in cui le nuove persone venivano studiate e posizionate su un continuum che andava dal “forse affidabile” a “abbastanza affidabile” a “sicuramente affidabile”.

Magari la stessa Erika non aveva sufficienti informazioni per pensare che io fossi serio, attendibile, uno che, tra l’altro, non rivelava mai le sue fonti. La serietà di una testata e dei suoi professionisti è una variabile essenziale per il buon funzionamento di un giornale e per la qualità della vita di tutti coloro che vi lavorano, fattorini compresi. Senza serietà, per un giornale che vuole raccontare gli eventi importanti della vita comunitaria c’è poco da fare, muore subito. Una copertina di carta colorata si dimentica immediatamente, la foto degli innamorati di turno pure, anche se sono belli e griffatissimi, è tanto uguale.

«Vabbè – dissi a Erika che continuava a guardarmi sospettosa – parleremo della volpe verde con più calma nei prossimi giorni. Ora devo andare in pizzeria a magiare qualcosa e poi mi devo preparare per l’incontro con Costanza Del Re che mi ha invitato per il tè».

“Costanza Del Re…” ripeté a bassa voce Erika. “La conosco bene. Abita vicino ai miei suoceri. Due dei suoi tre nipoti erano amici dei miei figli. Quando erano piccoli giocavano sempre insieme”. La guardai sperando che continuasse a raccontarmi qualcosa. Magari attraverso la rievocazione di qualche vicenda familiare si apriva una breccia nel suo muro di protezione. Ma Erika non aggiunse altro e dopo poco si girò per salutare un cliente che era nel frattempo sopraggiunto in albergo.

Rimasi lì un attimo a guardare dalla finestra la strada che passava davanti all’albergo. Una strada lunga, dritta e grigia dove non si vedevano passanti, ma solo automobili che sfrecciavano per andare chissà dove, guidate da chissà chi. Le incognite sono proprio una caratteristica del mondo in cui viviamo. Ogni giorno se ne verificano tante e spesso, presi dalla frenesia della vita quotidiana, non abbiamo neanche il tempo di renderci conto che sono tali, delle vere e proprie pozze di buio.

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/no-longer-here-19203/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>No-longer-here</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=163617″>Pixabay</a>

Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando sul nome dell’autrice

OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI: LE ADESIONI CRESCONO

OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI: LE ADESIONI CRESCONO

La spesa per il riarmo supera i 32 miliardi di euro e aumenta di oltre il 20% rispetto alle ultime due leggi di bilancio. Nel 2026 arriverà a 32,4 miliardi, con una crescita di oltre 1,1 miliardi rispetto al 2025. In dieci anni la spesa militare è cresciuta di 12,5 miliardi (+63,8%).
Mai come oggi l’Italia investe così tanto in armamenti e così poco in diritti.

A Ferrara, nel ventunesimo anno della nostra Campagna di obiezione alle spese militari registriamo 205 adesioni per un totale di 5.060 euro di contributi di pace. Un trend crescente a dire il vero ma che quest’anno ha aumentato significativamente il numero dei nuovi aderenti.

Forse proprio a causa delle guerre che ci attorniano, la campagna portata avanti a Ferrara dal nodo locale della Rete Lilliput, ha avuto un nuovo impulso.
Promossa da Lega Obiettori di Coscienza (L.O.C.), Lega Disarmo Unilaterale (L.D.U.), Disarmisti esigenti, WILPF Italia, la Campagna OSM fa parte di quella Rete di movimenti che non si arrendono al pensiero dominante della Difesa armata.

Ogni anno, da tutta Italia, i moduli di adesione alla campagna spediti al Presidente della  Repubblica, chiedono la riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali, il riconoscimento legale della opzione fiscale che dia la possibilità ai cittadini di indirizzare le proprie tasse verso la costruzione di una difesa alternativa civile e nonviolenta, il cambiamento del sistema di difesa offensivo realizzando una struttura per la difesa civile non armata.

In attesa di una legge che ci permetta di agire in sede di dichiarazione dei redditi noi obiettori anticipiamo quanto vorremmo detrarre dalle tasse per sostenere un progetto di pace.
La somma di 5.060 euro è stata appena inviata, come da anni, alla Fondazione Alexander Langer Stiftung- Onlus per il sostegno al progetto “Adopt Srebrenica” che da dopo il conflitto nei Balcani agisce per il recupero della memoria del genocidio (avvenuto nel 1995) e per ristabilire le relazioni  “umane” tra le persone delle diverse etnie. Il difficile lavoro dei reduci di Srebrenica dovrebbe ricordarci che oltre l’orrore della guerra c’è un dopo che è altrettanto spaventoso.

La raccolta del contributo, per quanto possa sembrare modesto testimonia la volontà degli obiettori di voler devolvere la quota della loro futura detrazione fiscale a sostegno dei progetti di pace ed è diventata essenziale per il mantenimento dell’attività di Adopt Srebrenica.
E’ dunque molto importante essere riusciti ancora una volta a raccogliere una cifra che consentirà ai ragazzi superstiti di Srebrenica di continuare la loro difficile opera di ricostruzione del tessuto sociale devastato dalle guerre etniche, attraverso il lavoro “Centro di documentazione della
memoria”.
Chi volesse saperne di più può scrivere utilizzando la mail davide.scaglianti@alice.it

Davide Scaglianti per
Rete Lilliput Ferrara

Cover: Progetto Adopt Srebrenica: il futuro poggia sulle fondamenta del passato -Fonte Balkan Diskurs

Parole a capo
Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie

Parole a capo <br> Vincenzo Russo: «All’ingresso del giardino» e altre poesie

Le poesie,  che pongo questa settimana all’attenzione di chi legge questa rubrica, rivelano a mio giudizio una crescita nell’espressione poetica di Vincenzo Russo. La conferma di questo mio pensiero credo la si possa trovare, in particolare, nelle liriche “Il coraggio sottile del ramo”, “Ai giorni di silenzi” (…Alle rincorse che non fanno rumore/ alle mete raggiunte in punta di cuore), nelle parole semplici che bucano le indifferenze della vita in “Grandezza nel poco”. (PLG)

 

Il coraggio sottile del ramo

 

C’è aria gelida.
Per strada, ancora un po’ di neve
dei giorni che non vogliono passare.
Da un’asola del muro
spunta un ramo solitario,
magro come un pensiero ostinato,
con poche foglie rimaste
per distrazione o coraggio.
Il vento le convince una a una,
le prende senza fretta,
le porta via
come promesse sussurrate
che non hanno trovato casa.
Il muro resta,
freddo e antico.
Il ramo trema,
ma insiste.
E nel silenzio d’inverno
la vita fa questo:
si sporge appena,
resiste al gelo,
impara a lasciare andare.

 

*

 

Ai giorni di silenzi

Ai giorni di silenzi,
di pensieri che sfiorano l’alba
e speranze posate leggere
sul bordo del domani.

Agli sguardi che parlano piano,
ai sorrisi che nascono senza chiedere nulla,
agli incontri che riconoscono l’anima
prima ancora del volto.

Alle rincorse che non fanno rumore,
alle mete raggiunte in punta di cuore,
ai passi incerti che pure avanzano
come preghiere in cammino.

Al cuore che si sfuma nei colori delle lacrime,
nelle ombre dell’ansia,
nei sospiri che tremano
e nei sogni che resistono.

All’amore, paradigma di vita,
che accende e consola,
che lascia impronte di luce
anche nei giorni più stanchi.

Al bene che vibra sottopelle,
alle emozioni in ogni loro declinazione,
che ci fanno vivi, fragili, immensi —
umani, fino in fondo.

 

*

 

Brindo alle donne coraggiose

Brindo alle donne coraggiose,
che portano il mondo negli occhi,
e non temono il vento né il giudizio,
perché conoscono la forza del cuore.

Brindo alle madri, sentinelle dell’amore,
che vegliano nel silenzio della notte,
che stringono la vita tra le braccia,
difendendo un sogno, un respiro, un domani.

Brindo alle mogli, compagne leali,
che conoscono l’arte del rispetto,
che costruiscono pace con gesti gentili
e parole che curano come carezze.

Brindo alle donne tutte,
a chi cade e si rialza,
a chi ama senza misura,
a chi cammina fiera, anche da sola.

Perché in ogni donna vive un canto antico,
un fuoco che non si spegne,
una promessa al mondo:
essere vita, anche nel dolore.

 

*

 

All’ingresso del giardino

Entra piano,
non serve bussare.
Qui il vento conosce il tuo nome
prima ancora che tu lo ricordi.

Togli le scarpe del rumore,
lascia fuori i pensieri stanchi.
Ogni fiore che vedi
è nato da un verso che ha pregato in silenzio.

Non cercare risposte,
né domande da sciogliere tra i rami.
Siediti accanto alla luce
e ascolta ciò che non ha voce.

Questo giardino non ti parla,
ti ascolta.
E ti riconosce
anche quando tu ti sei dimenticato

 

*

 

Grandezza nel poco

Non è ciò che hai
a farti luce nel mondo,
ma ciò che accendi dentro
quando tutto sembra spento.

Puoi avere mani vuote,
ma se stringono speranza
diventano fiumi che nutrono
terre aride di sogni.

Non serve oro né corona
a chi porta nel cuore il sole —
basta un passo sincero,
una parola che scalda,
un gesto che cura.

Perché la vera grandezza
non si pesa col possesso,
ma con la forza di restare
puri,
umani,
vivi,
anche con poco.

 

Vincenzo Russo nasce ad Aversa l’8 marzo 1966. Nel luglio del 1990 si trasferisce a Ferrara, dove tuttora vive. È qui che le radici del Sud si intrecciano con una nuova terra e con una nuova stagione della sua vita, senza però spegnere la scintilla che fin da ragazzo lo spinge a scrivere: la poesia come urgenza dell’anima.
Le sue prime parole, appuntate di getto su fogli consumati, nascono da un bisogno profondo: dare forma a emozioni, inquietudini e nostalgie; raccontare l’amore e le fragilità; custodire la memoria del dolore e della speranza.
Laureato in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, affianca alla sua attività lavorativa un intenso impegno culturale, convinto che la scrittura non sia soltanto espressione personale, ma anche strumento di condivisione, incontro e solidarietà.

Nel 2021 la poesia Messaggio d’amore sospeso si classifica al 9° posto al concorso “La Panchina dei Versi” promosso da Aletti Editore, entrando a far parte dell’antologia dedicata.
Nel 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Quando il cuore sfugge, destinando i proventi a un progetto solidale a favore di associazioni locali. Da quel momento la sua scrittura diventa sempre più strumento di connessione, incontro e resistenza umana. Ne sono testimonianza i progetti collettivi che cura e promuove: dal fotolibro “Poeti al trivio – Dissonanze” (2023, con Rita Consiglio e Nicola Corrado) alla rassegna internazionale “Fantasie Tricolori”, che porta alla pubblicazione dell’omonima antologia contenente sei sue liriche inedite.
Nel 2024 organizza la prima edizione della rassegna poetica “Il Giardino dei Versi”, uno spazio aperto e sensibile dove parole, volti e storie si incontrano tra poesia e vita. Nello stesso anno, con la poesia “Auschwitz”, ottiene il 4° posto al concorso internazionale “Un cuore, una voce”, a conferma della sua capacità di affrontare temi profondi con delicatezza e verità.
Il 2 giugno riceve dal Prefetto di Ferrara l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per il suo impegno culturale e solidale.
Nel 2025 realizza la seconda edizione de Il Giardino dei Versi. In febbraio pubblica Ritorni, una raccolta poetica dal respiro intimo e autobiografico, che segna un punto di arrivo ma anche un nuovo inizio.
In novembre coordina “Il Giardino dei Poeti”, un progetto che dà vita a un luogo dell’anima, uno spazio senza confini in cui venticinque autori si raccontano in stile giornalistico, lasciando che le parole diventino radici, foglie e silenzi.
Pubblica “Il tempo dentro”, un libro nato dall’incontro tra memoria e immaginazione: cento racconti brevi, cento piccole lanterne capaci di illuminare emozioni che tutti abbiamo vissuto, sfiorato o solo sognato. Il 1° dicembre Radio 24, emittente de Il Sole 24 Ore, dedica al primo capitolo del libro – Il pane nel lavatoio – una puntata della rubrica matteocacciaracconta, dal titolo Pane secco.
È membro del Collettivo poetico “Ultimo Rosso”, con cui condivide l’idea della poesia come gesto civile, capace di smuovere coscienze e creare legami.
In “Parole a capo” sono state pubblicate diverse poesie di Vincenzo Russo. In particolare il 31 marzo 2022; l’8 giugno 2023 e il 18 aprile 2024.

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 320° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Vite di carta /
La bellissima canzone di Achille

Vite di carta. La bellissima canzone di Achille

Sono arrivata in fondo e a meno di tre pagine dalla fine avevo un nodo alla gola, che all’ultima pagina si è fatto lacrime. La canzone di Achille di Madeline Miller è il racconto incantevole dell’umanità per come l’hanno vissuta l’eroe Achille, l’aristos achaion della guerra di Troia, e il suo amatissimo compagno Patroclo. Achille, figlio del re Peleo e della ninfa Teti, dunque un semidio. Patroclo, un principe esiliato e umbratile, poco capace di combattere.

In due, una potenza di umana predilezione per quanto si amano l’un l’altro, per quanto godono di ogni giorno vissuto insieme da un’età all’altra, da un punto dell’Egeo all’altro.

Si amano nella vita di pace e quando la guerra che con gli altri Greci vanno a combattere a Troia li espone alle logiche della grandezza degli eroi, l’uno cerca fino in fondo la salvezza dell’altro e il suo onore. Fino alla morte, fino alle loro ceneri mischiate sotto lo stesso mausoleo che rimane a risplendere sulla spiaggia di Troia, anche quando le navi achee ripartono per il ritorno a casa.

La storia del conflitto greco-troiano è noto dal grandioso poema omerico Iliade, e nel racconto di Miller, mirabilmente tradotto da Curtoni e Parolini, la vicenda viene nel complesso rispettata.

Il valore aggiunto nel libro della scrittrice di Boston sta nell’aver lasciato che la voce narrante appartenesse a Patroclo, al suo sguardo innamorato rivolto alle fattezze di Achille, ai minuscoli dettagli della sua pelle e della voce, alla velocità superumana dei suoi movimenti. Alla sua aura di giovane bellissimo e aggraziato, dai capelli come oro.

La voce di Patroclo è una continua diminutio di sé al cospetto della grandezza di Achille, fin da quando all’età di dieci anni è stato esiliato a Ftia presso il re Peleo, padre di Achille. A Ftia Patroclo diviene amico del principe, che l’ha prescelto tra i tanti adolescenti che si addestrano alle armi, ospiti di Peleo, e lo fa dormire nella sua stessa stanza.

Quando Achille e Patroclo si trasferiscono sul monte Pelio presso la caverna di quarzo rosa del centauro Chirone “che insegna agli uomini”, la parte migliore della loro adolescenza si svolge lì, nell’idillio della vita secondo natura, nell’avvicendarsi delle stagioni e degli apprendimenti a cui li accosta il maestro. Sono regole della vita pratica e sono storie di eroi e di uomini.

Restano con lui fino a sedici anni e imparano ad amarsi e a concepire un futuro che li tenga uniti. Non conta la tenace avversione di Teti, madre di Achille, verso Patroclo. L’unicità che questi riveste per Achille l’ha ben compresa e accettata Chirone, ma Teti ha in mente un altro ordine di grandezza per il figlio.

Lo vorrebbe trasformato in divinità, non può accettare che Achille parta per Troia a conquistare da umano il massimo dell’onore tra gli uomini in qualità di aristos achaion, disprezza Patroclo che non sa combattere e non salverà Achille, nemmeno morendo con addosso la sua armatura.

Cosa attiri Achille della figura di Patroclo non sappiamo. Patroclo stesso, che racconta, non sembra poterlo sapere. La predilezione verso di lui è data ed è totale. La sua per Achille è semplicemente ragione di vita. Tanto che, come sappiamo dall’Iliade, va a combattere al posto suo indossandone l’armatura per porre rimedio al contrasto con Agamennone e per salvare la cara Briseide, la schiava contesa.

Ciò che mi commuove in questo epilogo della guerra e della vita dei due giovani, che dopo i dieci anni trascorsi a Troia si sono fatti uomini vicini alla trentina, è che sanno guardare in faccia il proprio destino.

Achille nei modi che sono noti, puntando a conquistare morendo una gloria immortale e versando a fiumi il sangue dei Troiani che ha ucciso. Patroclo stando nelle retrovie a curare i feriti e andando a combattere solo se Achille sente il bisogno di averlo accanto.

Patroclo finisce il suo racconto quando è già morto per mano di Ettore. Morto, ma non ancora arrivato nell’Ade in quanto gli mancano ancora una degna sepoltura e un nome sulla tomba. La prima arriva quando anche Achille viene ucciso dalla freccia fedifraga di Paride e dopo la pira vengono mescolate le ceneri sue e dell’amico, secondo la sua volontà.

Sotto il marmo bianco del mausoleo che i Greci edificano sulla spiaggia di Troia prima di ripartire, Achille e Patroclo sono insieme per sempre.

Il lettore si è intanto accorto che al compagno di Achille è appartenuta una umanità straordinaria: l’ha dimostrata andando a combattere per rimediare agli eccessi di superbia di Achille, non prima di avergliela rimarcata apertamente.

L’allievo straordinario di Chirone, bravo nel canto e nel suonare la lira, amico della natura e della naturalità, il più veloce di tutti nel manovrare le armi, il figlio della dea, si è ora lasciato travolgere dalla fame di onore quanto e più di Agamennone, la cui hubris ha già procurato la pestilenza nell’accampamento greco.

Come dire che il meglio di noi può appartenere alla giovinezza, alla adolescenza, prima dell’ingresso nel mondo adulto.

L’umanità di Patroclo, così piccola agli occhi di Teti, sa essere ancora più grande quando le parla presso la tomba che lei visita ogni giorno. Le rimprovera di avere amato più di Achille stesso suo figlio, il crudele giovane Pirro, le rimprovera che la fama di Achille dipenda dalla crudeltà con cui ha ucciso Ettore e Troilo e gli altri Troiani: “Forse, tra gli dei certe cose passano per virtù. Ma che gloria c’è nel togliere una vita?… Lascia che ciò che si racconta di lui sia qualcosa di più.”

Che cosa di più? chiede Teti. “Quando ha restituito a Priamo il corpo di Ettore, dico. Questo dovrebbe essere ricordato. Il suo talento con la lira. La sua bellissima voce…Le ragazze. Che prendeva come bottino perché non dovessero soffrire nelle mani di altri re”.

A Teti, cui non è riuscito di fare del proprio figlio un dio, resta un gesto: incidere sulla pietra il nome di Patroclo, così che possa raggiungere Achille nell’Ade.

Nota bibliografica:

  • Madeline Miller, La canzone di Achille, Sonzogno, 2013 ( traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

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Se gli europei (che lavorano) sono insoddisfatti

Se gli europei (che lavorano) sono insoddisfatti

Gallup ha mostrato come nel 1935 i due principali problemi per gli americani fossero la disoccupazione e il budget nazionale e nel 2025 le politiche interne del Governo e l’immigrazione. Si è passati da problemi economici a problemi di politica interna (come anche l’inflazione e la disunità della Nazione). Ciò spiega molto di Trump e dell’America di oggi, ma anche dell’Italia, dove il consenso al Governo Meloni dopo 3 anni è intatto.

James Vance (vicepresidente USA) ha detto che il vanto degli Stati Uniti è che sono una nazione cristiana. Zohram Mamdani neo sindaco Dem a New York, musulmano, giura sul Corano. Meloni e Trump sono contro gli immigrati, i Dem a favore. I valori e i temi interni premiano le destre e spingono i giganteschi problemi socio-economici in secondo piano. Forse per questo non cambia il consenso al Governo Meloni.

Viviamo una nuova era dove la forza, più che il diritto, spinge verso nuovi equilibri mondiali. Ma non è vero, come ci racconta la retorica mainstream, che prima era tutto “democrazia e diritto internazionale”. L’Europa (e l’Italia, visto il patrono che ha) potrebbe essere più francescana e dare l’esempio, come invitava a fare il frate che abbracciò l’estrema povertà. Vuole un mondo “con rimedi che sappiano meno di muffa”?
Scrive Violante: “Riesamini i suoi limiti per superarli. Una politica onesta sull’immigrazione, riduca le disuguaglianze, accresca i salari (e quello minimo), curi l’istruzione non solo per i ceti urbani e progressisti, difenda il diritto internazionale (di tutti aggiungo io), si munisca di grandi valori (in cui la spiritualità o l’etica non può mancare, aggiungo io) per respingere una laicità che si esaurisce nel relativismo”. Manca la sanità e una tassazione progressiva (a partire dall’eredità oltre un milione di patrimonio), ma c’è quasi tutto.

Gallup (news.gallup) ci dice anche che i lavoratori dipendenti in Europa non sono affatto contenti. Lo sono di più nelle democrature o dittature e in USA. Com’è possibile se in Europa salari, libertà e diritti sono migliori (a parte USA)? Perché probabilmente chi lavora si aspetta di più da società ricche.

I dipendenti che si sentono attivamene impegnati nel proprio lavoro e come tali soddisfatti sono in Italia solo il 10% (erano il 14% dieci anni fa).

L’Italia ha una delle peggiori posizioni in Europa. Solo in Francia, Spagna e Polonia i dipendenti dicono di stare peggio e che sono peggiorati come Italia e Germania negli ultimi 15 anni. In Nord Europa si sta meglio, specie in Svezia dove le cose sono migliorate.

Ma anche in Romania e Ungheria. Meglio di noi dicono di stare i dipendenti in tutti i paesi Brics e ancora di più negli Stati Uniti, dove i dati sono migliorati, come anche in Cina e India e pure in Russia (nonostante la guerra). Gallup usa dati rigorosi e non è sospettabile di truccare i dati.

Basterebbe guardare la distribuzione in Italia tra profitti e salari per capirlo ma, come abbiamo detto, si vota non solo sull’economia ma anche sull’immigrazione e le politiche del Governo (interne ma anche il riarmo che ha poi effetti interni) e qui “casca l’asino”.

Allarme rosso quindi per i paesi europei e specie per i big: Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, dove i Governi dicono che tutto va bene, mentre chi lavora come dipendente (ed è la maggioranza) non la pensa affatto così. Il fondatore George Gallup (1901-1984) amava dire: “La democrazia si basa sulla volontà del popolo, ma qualcuno dovrebbe andarla a scoprire”.

Negli Stati Uniti gli “impegnati” sono il triplo dell’Italia, ma le cose non vanno bene neppure lì. Alla domanda se si è soddisfatti della direzione in cui procede il proprio paese (Fonte: Gallup, Americans End Year in Gloomy Mood), solo il 24% degli americani risponde affermativamente e sono 20 anni che le cose vanno più o meno così, mentre negli anni ’80 e ’90 andavano meglio.

Insomma, molta inquietudine nel mondo nel 2026; e chi vota guarda al portafoglio ma anche ai grandi valori e a questioni che hanno effetti sulla politica interna.

La continuazione della guerra

La continuazione della guerra

La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale

Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.

Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale.
In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.

La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare.
Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico.
Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.

In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.

Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degradodispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.

Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.

Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.

Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.

Parafrasando Von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.

Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.

Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera. In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.

Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo.
La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, che la crisi si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?

*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).

Esiste la pace giusta?

Esiste la pace giusta?

“La guerra in Ucraina potrà concludersi solo con una pace giusta”

Abbiamo sentito pronunciare tante volte queste parole dai più alti vertici dell’Unione Europea, da diversi Capi di Stato del nostro continente e, in Italia, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ma che cos’è la “pace giusta”? Chi decide se è giusta? Come si fa a concludere una guerra con una pace che entrambi i contendenti considerino “giusta”?

Ma soprattutto, è mai esistita una pace giusta?

La regione dell’Alto Adige, coincidente con la Provincia Autonoma di Bolzano, è entrata a far parte del Regno d’Italia del 1920, a seguito degli accordi di pace stipulati al termine della Prima Guerra Mondiale. Come mai fu annessa all’Italia? Era stata occupata illegittimamente dagli Austriaci?

In realtà no. L’Alto Adige, o Sud Tirolo, entrò a far parte del Sacro Romano Impero fin dal 5° secolo D.C. Fin da allora è stato un territorio linguisticamente e culturalmente germanico, annesso ai possedimenti degli Asburgo a partire dal 1363.

E allora, perché dopo la Prima Guerra Mondiale passò all’Italia? Perché alla fine di una guerra non c’è una pace giusta: c’è la pace che i vincitori impongono agli sconfitti. L’Italia aveva vinto la guerra, l’Austria l’aveva persa, quindi l’Italia si prendeva dei pezzi di Austria.

Alla stessa data l’Italia si appropriò di altri territori appartenenti all’Impero Austro-Ungarico: la penisola istriana, oggi divisa tra Slovenia e Croazia, divenne italiana. Fu un’annessione molto più problematica, mal digerita dai locali, che si concluse in modo drammatico con la tragedia delle foibe.

A ben guardare, l’intero trattato di Versailles, che pose fine alla prima guerra mondiale, fu un capolavoro di ingiustizia, principalmente finalizzato ad umiliare la Germania, che causò una rabbia ed una voglia di riscatto tali da generare la nascita del nazismo e la Seconda Guerra Mondiale. Anche il successivo trattato di Parigi del 1947, che chiuse il secondo conflitto mondiale, fu vissuto nel nostro paese come profondamente iniquo, causando l’esodo di centinaia di migliaia di italiani e una perdita di sovranità per l’Italia.

Senza voler tornare all’antichità, quando gli sconfitti in guerra erano attesi da saccheggi e riduzione in schiavitù, possiamo notare che anche in epoca moderna non è mai esistita una pace giusta. Potremmo prendere innumerevoli esempi. Pensiamo all’Afghanistan, che dopo oltre 20 anni di occupazione statunitense è stato abbandonato al suo destino, ed è ritornato nelle mani dei Talebani. Pensiamo alla Libia, bombardata dalla Nato e poi lasciata spaccata, in balia delle guerre tribali. Potremmo pensare al Venezuela: quale potrebbe essere la pace giusta immaginata da Trump dopo l’aggressione dei giorni scorsi? Uno stato fantoccio che svende il suo petrolio agli USA?

Pensiamo, infine, all'”accordo di pace” firmato tra Israele e Palestina lo scorso mese di ottobre. Non è una pace giusta; non è neanche una vera pace, perché i Palestinesi continuano a morire. Ma il pessimo accordo ha comunque portato ad una drastica riduzione delle uccisioni, quindi è molto meglio che ci sia stato. E questo ci impone di riflettere su cosa significhi davvero cercare la pace.

Sostenere che la pace si insegua attraverso la forza ed il riarmo equivale a spingere per la guerra eterna. Se non si può arrivare ad una pace giusta – e non succede praticamente mai – bisogna cercare la pace possibile, tenendo saldamente il contatto con la realtà e pensando che il risparmio delle vite umane debba essere prioritario su tutto il resto.

Torniamo alla guerra tra Russia e Ucraina. Senza entrare nel merito del conflitto, possiamo tranquillamente sostenere che la guerra sia destinata a concludersi con la vittoria della Russia (e degli Stati Uniti) e la sconfitta dell’Ucraina (e dell’Unione Europea). Il concetto è ben chiaro a Zelensky, passato dal divieto assoluto di trattative con la Russia, inserito a suo tempo in Costituzione, all’accettazione di sacrifici e rinunce che con il passare dei mesi si fanno sempre più pesanti.

Eppure, ogni ipotesi di accordo avanzata da Russi e Ucraini, con l’immancabile supervisione degli Stati Uniti, viene immancabilmente affossata dai vari Von Der Leyen, Kallas, Macron, Meloni…

“Vogliamo una pace giusta”.

Che è un modo per dire che vogliono che la guerra prosegua, anche se questo comporterà la morte di tanti altri Ucraini e Russi, e porterà probabilmente ad una pace ancor meno giusta in futuro. Parafrasando il vecchio detto romano, si potrebbe dire: “Se vuoi la guerra, pretendi una pace giusta”.

E con questo gioco di prestigio, con questo fingere di volere una cosa per ottenere l’esatto contrario, si rifiuta la pace possibile e si porta avanti una guerra sempre più insensata.

Tornano alla mente i motti immaginati da George Orwell nel suo romanzo 1984, parole che oggi suonano sinistramente profetiche:

“La guerra è pace”

“La libertà è schiavitù”

“L’ignoranza è forza”

 

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Il Governo spinge a trasferire il TFR da INPS ai Fondi pensione:
un altro scellerato spostamento di risorse dalla produzione alla finanza

Il Governo spinge a trasferire il TFR da INPS ai Fondi pensione: un altro scellerato spostamento di risorse dalla produzione alla finanza

Sono 7 milioni su 24 i lavoratori che hanno scelto di tutelare il proprio TFR (cioè la liquidazione) non più tramite l’INPS (lo Stato italiano), ma tramite i fondi “complementari” che sono finanziari, anche se “gestiti” anche dai sindacati della propria categoria.

Fino al 1993 ciò non era possibile. La liquidazione dei lavoratori era garantita dallo Stato che ancora oggi la tutela con un interesse annuo fisso dell’1,5% più il 75% dell’inflazione (3,1% la rendita annua degli ultimi 10 anni, che è superiore a quella dell’80% dei fondi pensione – in media dal 2,3 al 2,9%-, tranne quelli azionari che sono però molto a rischio). Lo Stato fa inoltre pagare ai fondi un’imposta fiscale minore di quella che paga lui (un vero paradosso in cui lo Stato tifa contro se stesso e a favore della finanza). Il motivo per cui spesso i fondi finanziari hanno rendimenti peggiori del TFR statale è che sono gravati da elevate commissioni dei gestori, che vogliono essere pagati profumatamente dalla loro gestione (così come in America le spese amministrative della sanità privata sono enormi).

Poiché si tratta di una gestione finanziaria è non solo costosa ma anche rischiosa per i lavoratori. Là dove i rendimenti sono migliori (non sempre) cosa succede se c’è una crash delle borse? Dal crash del 2008 (che nessuno previde, tranne Roubinì e pochi altri tra cui noi, che lo scrivemmo con un anno di anticipo) ad oggi l’indebitamento delle banche centrali degli Stati e dei fondi privati finanziari è salito a 50 volte il PIL mondiale. Mai il debito fu così gigantesco nella storia…tutti tranquilli?

Per quale ragione dunque un Governo che proclama di essere dalla parte della Patria e della Famiglia, vuole favorire i fondi finanziari (internazionali, spesso americani) sapendo che, trasferendo questi fondi dalle Imprese alla Finanza, priva le imprese italiane di una fonte di liquidità importante (17 miliardi è il TFR in possesso alle imprese), specie ora che il credito nelle piccole e medie imprese è sempre meno concesso e sempre più oneroso?

Il primo obiettivo è che spera (ed è probabile) un maggior acquisto da parte dei Fondi pensione dei titoli (BTP) emessi dal Tesoro italiano per finanziare il debito pubblico dello Stato.

Il secondo obiettivo è favorire la lobby della finanza che potrà contare (se tutti i neo assunti dal luglio 2026 dovessero aderire) su 500 milioni in più all’anno.

Il terzo (e più importante) è creare gradualmente (tutte le fregature iniziano lentamente) le condizioni (come negli Stati Uniti e in altri paesi europei) affinchè ci siano sempre più dipendenti che vivono non solo del loro lavoro ma anche del Capitale: o perché hanno il loro TFR che dipende dall’andamento della borsa, o perché hanno una seconda casa che affittano (caso mai con Airb&b); così mettono in difficoltà gli altri lavoratori che cercano una casa in affitto in città dove lavorano, rompendo una relazione di fratellanza che ha sempre caratterizzato la classe operaia.

Branko Milanovic chiama questo nuovo fenomeno, che si sta rafforzando in Europa ed è molto avanti negli Stati Unti, omoplutia (dal greco), cioè Ricchezza che deriva sia dal Lavoro che dal Capitale, in modo da indebolire la classe operaia e la cultura della fratellanza.

Sindacati e partiti di sinistra non si sono resi conto, quando hanno accettato la previdenza complementare nel 1993 –Governo tecnico Ciampi e poi riforma del Governo Dini nel 1995, non a caso con la fine della prima Repubblica – che, favorendo i Fondi pensione, si mettevano nelle mani di “padroni” peggiori delle precedenti famiglie imprenditoriali, in quanto per accrescere i rendimenti finanziari (dei TFR), i Fondi spolpavano aziende (dove stavano altri lavoratori che venivano licenziati o a cui si riducevano i salari) al fine di aumentare i profitti in modo da avere migliori rendimenti dei Fondi pensione.

E in effetti nei primi 10 anni fu così: alti rendimenti (mai più visti però). Una forma di “cannibalismo” tra umani, in quanto il rendimento dei titoli per essere elevato e garantire buone pensioni, avveniva a scapito dei colleghi destinati a perdere il lavoro o veder ridimensionato il salario. E oggi tutti esperti e zitti con salari bassi.

E’ il capitalismo finanziario, bellezza! …che sposta sempre più la fonte del reddito dall’economia reale a quella finanziaria. E cosa fanno infatti ¾ dei figli di quei bravi imprenditori italiani che hanno investito e creato valore e posti di lavoro per 40 anni e che oggi ereditano l’azienda? Vivono dei grandi capitali ereditati a causa della mancanza di una imposta di successione decente sull’eredità (come almeno c’è in Usa, Regno Unito, Germania e Francia) e vendono l’azienda ai Fondi finanziari, rimpicciolendo un’Italia che non sa fare più impresa. Anche l’ILVA sta per essere ceduta ai soliti fondi finanziari americani.

Un ulteriore colpo alle piccole e medie imprese italiane, che sono da decenni una ricchezza dell’Italia e che riceveranno un altro colpo perdendo liquidità e dove i dipendenti che hanno scelto i Fondi pensione (nonostante anni di propaganda) sono meno del 10%, mentre nelle grandi imprese l’adesione sale anche all’80%. L’obiettivo è individualizzare anche queste piccole comunità lavorative, colpendole ancor più. Un altro passo verso la teoria (errata) che chiede alle piccole imprese italiane di diventare medie o grandi (cioè vendere) o scomparire.

Il paradosso è che la proposta viene da chi dice di difendere la Patria e la Famiglia. Mentre in realtà si spingono i lavoratori (e le stesse imprese) a dipendere sempre più dalla finanza. Un virus che si è esteso anche a sinistra.

Fu Beniamino Andreatta (doroteo DC) a imporre il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, in Inghilterra il laburista Tony Blair nel 1996 ad attuarlo e così il democratico Bill Clinton nel 1999 concesse a tutte le banche di speculare (con l’impegno di salvarle se fallivano), avviando la grande globalizzazione che ha immiserito milioni di famiglie operaie (americane e italiane). L’esatto contrario di quello che fece il presidente Roosevelt (sempre democratico) che nel 1933 introdusse la legge che divideva le banche d’affari da quelle (sane) commerciali. Americani molto diversi tra loro.

Piccola nota finale: più la finanza cresce, più cresce la lobby ebraica negli Stati Uniti che ha sempre orientato la politica estera. E si vede dalla mattanza di Netanyahu a Gaza che non si ferma. I nostri piccoli comportamenti (sommati) si trasmettono molto lontano da noi (“effetto farfalla”).

Per certi versi / Mi piace il fuoco

Mi piace il fuoco

Mi piace il fuoco

Pinocchio del mio cuore

Venero la fiamma

Mio bugiardo, mentitore.

 

Ed amo te

d’amore infinito

Canaglia adorata

Farabutto smarrito.

 

Scaldiamoci entrambi

Accendiamolo insieme

Ascoltiamo avvinghiati

La legna che geme.

 

Lì, cuore a cuore

Nella luna d’inverno

Se il naso non ti cresce

Sarà amore eterno.

(inedito)

 

Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

Gli spari sopra / Una prosa di rabbia

Una prosa di rabbia

Il tallone di ferro opera incontrastato nel mondo senza più una barriera, un rifugio, un’isola galleggiante per i derelitti. Gli sfruttatori, i potenti, i dominatori del mondo, dove l’unica religione è il denaro, dove il denaro è l’unica religione, dove i confini diventano sacri, dove i popoli non hanno terra, dove i diritti sono per pochi. I potenti uccidono senza limiti, senza pietà, la giustizia è a pagamento, il più forte se la compra. Non esistono contrappesi, ma solo appesi, con l’unica colpa di essere vivi e non conformi ai canoni. Evangelici corrotti, timorati di Dio che per diritto celeste riportano in vita il terzo impero, divenendone il quarto. Sfruttati e oppressi, sfruttano e opprimono genti ancora più oppresse, schiavi del capitale e tronchi di legno che votano per l’ascia, convinti che il manico possa essere dalla loro parte. Timidi, timorati, pavidi e riformisti, alla ricerca del metodo per raggiungere il potere non rappresentando nulla e nessuno, alla ricerca del consenso della metà, della metà, della metà degli elettori. Eletti, senza meriti e né merito, impongono il loro volere a menti ottuse, piatte, senza parole e né cultura. Genti che si vantano di non leggere, di non studiare, ma che si sfregano indice e pollice per fatturare. Il tempo per la vita, per lo sport, per lo studio, schiacciato dai turni, sulla ruota del criceto, che gira, gira, gira, fino a quando il criceto muore. E poi padroni e poi frontiere, genocidi di cui non si può parlare, genocidi camuffati con altri nomi, governi di assassini, bombe contro fionde, barche che affondano nel silenzio generale, generali medioevali col seguito di zombie senza testa, attratti dal luccichio delle stellette. Progressisti in fase di regresso, talmente impauriti di essere tacciati di socialismo da divenire i primi servi del capitale. Capitalismo criminale, che non può mai essere messo in discussione, mai e per nessuna ragione, un unico modello, un’unica idea di mondo, il progresso verso l’implosione di un sistema che ha al suo interno il gene della propria autodistruzione. L’utopia uccisa, il sol dell’avvenire spento, il sogno irraggiungibile senza i soldi, il pragmatismo della ragione soffoca la speranza di una generazione. Ma voi dove siete, dove eravate, che state facendo per noi? E noi, cosa stiamo facendo per tornare a galla, per respirare, per di nuovo sognare un mondo diverso? Forse nulla, forse nemmeno noi esistiamo più, forse avete davvero già vinto.

Ma no, non mi avete convinto.

In copertina: Foto di Diego Rios da Pixabay

Per leggere tutti gl articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca sul nome dell’autore.

Venezuela, la distruzione del diritto internazionale

Venezuela, la distruzione del diritto internazionale

di

Per Marina Castellaneta, Università di Bari, gli Usa hanno usato la forza contro un Paese sovrano. Troppo debole la reazione dell’Europa

Come si può definire quello che è successo a Caracas?

È una flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. Hanno violato l’articolo 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite. È un salto in negativo di qualità nelle violazioni del diritto internazionale, perché si rende evidente un uso sfrenato del potere da parte dell’amministrazione statunitense, che non soltanto ha colpito, ha usato la forza contro un Paese sovrano, ma per di più ha sequestrato il capo di Stato e lo hanno portato negli Stati Uniti. Quindi siamo sicuramente in presenza di una violazione del divieto dell’uso della forza, del divieto di non ingerenza negli affari interni. Insomma, le violazioni sono fragranti e manifeste, davvero molto gravi proprio perché non rispettano minimamente la sovranità dello Stato. E, al netto di tutte le atrocità eventualmente commesse da Maduro che naturalmente vanno condannate, i modi per punire gli autori di crimini non sono questi.

Sostanzialmente nessuna, probabilmente è diverso il fine, l’obiettivo dell’aggressione della Russia all’Ucraina è l’acquisizione territoriale mentre quella con l’uso della forza da parte degli Stati Uniti al Venezuela non ha come scopo un’acquisizione territoriale ma è l’imposizione di chi deve governare quel paese. In ogni caso, sono tutte e due delle violazioni, sono crimini perché si tratta appunto di aggressioni in contrasto con il diritto internazionale.

Il motivo dell’attacco sarebbe quello di colpire il narcotraffico internazionale e il terrorismo, ma questi sono crimini che possono essere giudicati da un tribunale nazionale? Non bisognerebbe fare ricorso al tribunale internazionale?

È possibile che uno stato eserciti per alcuni crimini anche la giurisdizione universale.

Anche nei confronti di un capo di Stato?

La questione è un po’ discutibile, alcuni sostengono che nei confronti di capi di stato viga il principio dell’immunità fino a quando sono in carica, altri ritengono che rispetto ad alcuni crimini questo principio verrebbe meno. Credo però che il punto importante sia proprio quello che tutto diventa illegittimo, anche qualora si sostenesse che si può giudicare un capo di stato estero, per le modalità con le quali è stato effettuato l’arresto. In realtà non si tratta di arresto ma di sequestro, e quindi naturalmente questo rende in qualsiasi tribunale tutto illegittimo. Ripeto, gli Stati Uniti hanno una legislazione interna che permette l’esercizio di una giurisdizione “universale” nel caso di alcuni reati, come terrorismo o narcotraffico. Ma ciò che è profondamente illegittimo è proprio la modalità con la quale è stato sequestrato Maduro.

Professoressa, se mettiamo insieme l’attacco russo all’Ucraina, quanto sta accadendo e continua ad accadere in Medio Oriente tra Israele e Palestina, e oggi l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela, il diritto internazionale come sta?

Sta proprio male. Anche perché coloro che rispettano lo stato di diritto, faccio riferimento all’Unione Europea e ai paesi europei, rispetto a quanto sta accadendo hanno delle reazioni piuttosto singolari. Nel caso dell’Ucraina, correttamente, hanno condannato la Russia per l’aggressione. In questo caso le prime reazioni sono state molto tenui. Si afferma che occorre tenere sotto controllo la situazione e si chiede il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, però non si parla espressamente di una flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. D’altra parte se si legge il documento National Security Strategy degli Usa, quello approvato e reso pubblico nel dicembre 2025, ci si rende conto che si sta attuando quanto lì c’era scritto, anche il cosiddetto corollario Trump alla dottrina Monroe. Quella dell’altra notte non è una mossa avventata ma l’esito di una strategia precisa.

Ma il mondo a questo punto è più sicuro o più insicuro? Insomma, “80 anni di pace”, sono stati garantiti proprio dall’affermarsi del diritto internazionale nazionale.

Il mondo è una polveriera perché c’è una grande violazione del diritto internazionale, attuata proprio degli stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mi riferisco in particolare a Stati Uniti e Russia. Anche in passato ci sono state delle violazioni, ma non di questa portata e non di paesi così “rilevanti”. Negli ultimi anni, si assiste a una accettazione della violazione del divieto dell’uso della forza. Questo è il punto vero, è passato il concetto che il divieto dell’uso della forza non è più un divieto così intangibile come lo era fino a qualche anno fa. E le reazioni internazionali alle violazioni, soprattutto in quest’ultimo caso, sono veramente molto tenui. Insomma, quasi rimpiangiamo il periodo della guerra fredda dove almeno c’’ra un equilibrio fra le due superpotenze. Oggi, invece, le due superpotenze sono alleate nella distruzione del diritto internazionale.

Giornalista con interessi nel campo della comunicazione politica, economica, sociale e del lavoro. Giornalista parlamentare dal 2016 e per oltre 10 anni redattrice di RadioArticolo1. È attenta alle tematiche dell’emancipazione femminile. Ha collaborato alla stesura dell’«Agenda ottomarzo», al bimestrale «Leggendaria» e al mensile «Noi donne» e ha pubblicato Il tempo della maternità (1993). Per Donzelli ha curato, con Altero Frigerio, Lavorare è una parola (2020), Pubblico è meglio (2021). Per Strisciarossa, nel 2023 ha collaborato alla stesura di Facciamo Pace.

Questa intervista è apparsa su Collettiva il 3 gennaio 2026

Cover: Bandiere USA e Venezuela – immagine ISPI  licenza Creative Commons

 

DOLLAR TRUMP THE FIRST

DOLLAR TRUMP THE FIRST

ROMA, 14 Maggio 2037

Buongiorno a tutti voi, cari Websudditi.

Apriamo questa diretta in WorldStreaming dalla Basilica di San Pietro in Roma, dove tra poco più di quaranta Cryptovaluti Dollar Trump sarà incoronato Imperatore d’Occidente, con il nome di  Supreme Dollar Trump the First, da Papa Micetto XIV.

Ricordiamo nell’attesa le tappe salienti che hanno portato al glorioso regno di Trump the First.

2026Conquista di Venezuela e Groenlandia.

2028 – Innesto cibernetico della coscienza del Nostro Sommo Imperatore in un corpo artificiale, alimentato al dentifricio, grazie agli studi sul Transumanesimo del Nostro amatissimo King of Scientist, Elon Musk. Tale Innesto ha reso il Supremo Dollar Trump First immortale, degno cioé di regnare su tutta l’Umanità, donandogli anche un alito sempre fresco e profumato.

2029 – Nascita del Permanent Web Entertainment. Ogni uomo, donna e bambino del pianeta viene dotato di un collegamento neuronale diretto con la rete, dalla quale arrivano continui input all’obbedienza, alla Pace e allo Spritz con patatine al lime e pepe rosa.

2030 – Abolizione della Costituzione Americana, e nascita della Holy True Trumponarchy, che regna nel Sacro nome di Dio e del Dollaro su tutta la Nazione, ribatezzata per l’occasione American Kingdome. Emanazione della Nuova Carta d’Obbedienza che sancisce i doveri ineluttabili dei sudditi americani nei confronti del loro paese e di King Dollar Trump. Abolizione del Congresso, della Corte suprema e di tutte le Giurie federali, sostituite con l’Ordalia e il Guidrigildo longobardo per i reati minori. Reintroduzione della schiavitù per tutti i sudditi, ad eccezione di quelli dalla pelle bianca. Alle stelle il prezzo della candeggina che, come è noto, protegge anche dal Covid.

2034 – Accordi di Mar-a-lago. Vladimir Putin e Xi Jinping accettano la supremazia di Dollar Trump the First sull’Occidente, in cambio del riconoscimento di importanti nuove acquisizioni territoriali. Alla Russia vanno tutti i territori dell’ex Unione Sovietica, più la quota di minoranza della pizzeria al taglio O’ Scugnizzo, mentre la Cina acquista Taiwan, il Giappone, le due Coree, tutta l’Asia e metà Gianni Togni. L’Africa viene assegnata con una partita ad Acchiappa la talpa. Putin la vince facile. Netanyahu, a forza di uggiolare fuori dalla porta, rotolandosi nell’erba, ottiene la Palestina, tutto il Medio Oriente e un collare antipulci.

2035 – L’Unione Europea accetta di entrare nell’American Kingdome. Contraria solo Giorgia Meloni che voleva essere incoronata Regina, ma la proposta di Palazzo Chigi è andata a… rotoloni.

Cover: Donald Trump – Burgercyborg (L’immagine fornita è un’immagine generata dall’intelligenza artificiale (AI) utilizzando un modello generativo di intelligenza artificiale (AI) chiamato Stable Diffusion identificabile dalla filigrana “stablediffusionweb.com” in basso a destra 

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Dipartimento di Giustizia USA: “Il Cartel de los Soles non è un gruppo reale”

Dipartimento di Giustizia USA: “Il Cartel de los Soles non è un gruppo reale”

A ottobre 2025, in un articolo su pressenza dal titolo Cartel de los Soles, la menzogna del “narco-Stato” come giustificazione di guerra contro il Venezuela approfondivo il tema del narcotraffico e come l’accusa verso il Venezuela e il governo bolivariano fosse una farsa architettata ad hoc come giustificazione di guerra. Cosa che si è verificata in modo agghiacciante e disarmante il 3 gennaio 2026, con la conseguente cattura del Presidente Nicolás Maduro Moros.

Justice Dept. Drops Claim That Venezuela’s ‘Cartel de los Soles’ Is an Actual Group

Last year, before capturing President Nicolás Maduro, the Trump administration designated a Venezuelan slang term for drug corruption in the military as a terrorist organization and said he led it.
Qualche giorno prima della sua cattura, i media mainstream occidentali hanno “dimenticato” di dare un’altra notizia molto importante, che invece è stata lanciata dal New York TimesIl Dipartimento di Giustizia ha ritirato l’affermazione secondo cui Nicolas Maduro sarebbe a capo di un’organizzazione terroristica dedita al narcotraffico: affermazione promossa l’anno scorso dall’amministrazione Trump per gettare le basi per rimuovere Maduro dal potere in Venezuela, accusandolo di essere a capo di un cartello della droga chiamato “Cartel de los Soles”.
Tale affermazione risale a un atto d’accusa del 2020, redatto dal Dipartimento di Giustizia, nei confronti di Maduro. Nel luglio 2025, copiandone il testo, il Dipartimento del Tesoro ha designato il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso.
Gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno affermato che si tratta in realtà di un’affermazione dubbia sul presidente Nicolás Maduro, un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni ’90, per indicare i funzionari corrotti dal narcotraffico.
Sabato, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un atto d’accusa riscritto che sembrava tacitamente ammettere la questione. In sostanza, i pubblici ministeri hanno continuato ad accusare Maduro di aver partecipato a un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ma hanno abbandonato l’affermazione che il “Cartel de los Soles” fosse un’organizzazione reale. L’atto d’accusa rivisto afferma invece che si riferisce a un “sistema clientelare” e a una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro proveniente dal narcotraffico: nuova accusa forzata, anch’essa di dubbia origine.

Mentre la vecchia accusa fa riferimento 32 volte al “Cartel de los Soles” e descrive il signor Maduro come il suo leader, la nuova lo menziona due volte e afferma che lui, come il suo predecessore, il presidente Hugo Chávez, ha partecipato, perpetuato e protetto questo sistema clientelare. Secondo la nuova accusa, quelli che sarebbero i profitti derivanti dal traffico di droga e dalla protezione dei partner del narcotraffico “derivano a funzionari civili, militari e dell’intelligence corrotti, che operano in un sistema clientelare gestito da chi sta al vertice, denominato Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, in riferimento all’insegna del sole appesa alle uniformi degli alti funzionari militari venezuelani” – si legge nel nuovo atto d’accusa.

Si tratta di accuse pesanti che nulla hanno a che fare con la realtà. I governi di Hugo Chavez si sono contraddistinti per la lotta al narcotraffico, sull’onda di quella che è stata la ferrea e intransigente lotta intrapresa ormai da decenni dal socialismo cubano contro la droga che periodicamente viene ribadita. Basta recarsi in Venezuela per vedere con i propri occhi il lavoro anti-droga da parte della Polizia Bolivariana negli aeroporti. Più volte in passato agenti DEA e FBI hanno espresso ammirazione verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha sempre seguito il modello anti-droga cubano inaugurato da Fidel Castro in persona attraverso cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali.

La ritirata dell’accusa mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno. Elizabeth Dickinson , vicedirettrice per l’America Latina presso l’International Crisis Group, ha affermato che la rappresentazione del Cartel de los Soles contenuta nella nuova accusa era “esattamente fedele alla realtà”, a differenza dell’iterazione del 2020: “Penso che il nuovo atto d’accusa sia corretto, ma le designazioni sono ancora lontane dalla realtà” – ha affermato – “Le designazioni non devono essere provate in tribunale, ed è questa la differenza. Chiaramente, sapevano di non poterlo provare in tribunale”.
Oltre a confermare che il “Cartel de los Soles” era una bufala, ciò mette ancora più in crisi la credibilità e la serietà della modalità azione statunitense, volti sempre più a celare i loro interesse geopolitici con giustificazioni senza prove.

Tuttavia, Rubio ha nuovamente fatto riferimento al Cartel de los Soles come a un vero e proprio cartello in un’intervista rilasciata domenica al programma “Meet the Press” della NBC, un giorno dopo che l’atto d’accusa rivisto era stato reso pubblico. “Continueremo a riservarci il diritto di colpire le navi della droga che trasportano droga verso gli Stati Uniti, gestite da organizzazioni criminali transnazionali, tra cui il Cartel de los Soles”, ha affermato. “Naturalmente, il loro leader, il leader di quel cartello, è ora in custodia cautelare negli Stati Uniti e sta affrontando la giustizia statunitense nel Distretto Meridionale di New York. E questo è Nicolás Maduro”.

E’ giusto ricordare che la valutazione annuale della minaccia nazionale alla droga della Drug Enforcement Administration, che elenca le principali organizzazioni dedite al traffico di droga, non ha mai menzionato il “Cartel de los Soles”. Né lo ha fatto il Rapporto annuale sulla droga dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine.

Eppure l’atto d’accusa del 2020, che delineava una lunga narrazione di una cospirazione durata anni, dipingeva il “Cartel de los Soles” come un’organizzazione dedita al narcotraffico guidata da Maduro, affermando che il gruppo aveva intrapreso azioni come la fornitura di armi alle FARC, un gruppo ribelle marxista in Colombia che ha finanziato le sue attività militanti con il narcotraffico, e il tentativo di “inondare” gli Stati Uniti di cocaina “come arma”. Tutte accuse senza uno straccio di prova fattuale.

La stesura dell’atto d’accusa del 2020 è stata supervisionata da Emil Bove III, allora procuratore dell’unità antiterrorismo e narcotici internazionali di New York. Bove ha guidato il Dipartimento di Giustizia nei primi mesi della seconda amministrazione Trump e ha avuto un mandato turbolento, che ha incluso il licenziamento di decine di funzionari e l’archiviazione delle accuse di corruzione contro Eric Adams, allora sindaco di New York. Trump ha poi nominato Bove a un incarico a vita presso una corte d’appello federale .

Mentre gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno elogiato la correzione riguardante il Cartel de los Soles, alcuni hanno anche criticato altri aspetti dell’atto di accusa rivisto. Ad esempio, l’atto d’accusa ha aggiunto come imputato – e presunto complice di Maduro – il capo di una banda carceraria venezuelana chiamata Tren de Aragua. Il collegamento descritto nell’atto d’accusa è sottile: si dice solo che il capo della banda, in alcune telefonate del 2019 con qualcuno che riteneva fosse un funzionario venezuelano, aveva offerto servizi di scorta per proteggere i carichi di droga che transitavano per il Venezuela.

L’anno scorso, il signor Trump ha dichiarato che il signor Maduro stava dirigendo le attività di Tren de Aragua, nonostante l’intelligence statunitense creda il contrario.

Jeremy McDermott, co-fondatore di InSight Crime, un think tank latinoamericano specializzato in criminalità e sicurezza, ha affermato che l’inclusione del leader del Tren de Aragua tra gli imputati di cospirazione con Maduro in un’organizzazione per il traffico di droga “riflette la retorica del presidente Trump”, ma è fuorviante. Ha sottolineato l’analisi del suo think tank sul Tren de Aragua, secondo cui la banda non possiede importanti spedizioni di cocaina.

Cover: La taglia su Maduro come capo del Cartel de los Soles – immagine da YouTube

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