PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO
PARIGI, SULLE TRACCE DEL TEMPO
Non so se sia il fascino lontano dell’Ungaretti francese, quello della Guerre, con una lirica dedicata ad Apollinaire scomparso proprio nel giorno in cui, terminato il primo conflitto mondiale, per le strade di Parigi si gridava à mort Guillaume (“en souvenir del la mort que nous avons accompagnée / en nous elle bondit hurle / et retombe / en souvenir de fleurs enterrées”); se sia per i versi sulla malinconia di fredde serate nelle quali era un ‘colore di pianto’ a muovere e sfumare il paesaggio davanti agli occhi del poeta, flâneur notturno sul lungo Senna; certo è che la mia passione per quella città credo sia cominciata proprio da lì. Dal numero 5 della rue de Carmes, “appassito vicolo in discesa” frequentato da Mohammed Sceab, l’amico arabo che non aveva saputo sciogliere “il canto del suo abbandono”, dalla Rouche e dalla Montparnasse dell’École de Paris, da quell’insieme di artisti geniali venuti da ogni parte d’Europa, destinati per lo più a morire giovani di stenti, o per l’intolleranza e la guerra,
Per molti oggi non è facile immaginare la vita genialoide e bohémienne che si svolgeva intorno al carrefour Vavin tra La Rotonde, Le Dôme, La Coupole,.., eppure, per chi è capace di muoversi tra le soglie e ha un cuore che “batte al centro / di Parigi”, “nel cuore / del cuore di Parigi” (per citare i versi di un altro poeta, Giorgio Caproni, che ha dedicato alla città dove è nata la grande poesia europea una piccola e incantevole raccolta dal titolo Erba francese) è come se in controluce o in sovrimpressione fosse in qualche modo sempre presente anche quel mondo.
Non c’è bisogno neppure di ricorrere al passaggio dell’auto d’epoca che Woody Allen in Midnight in Paris fa arrivare fino al numero 27 della Rue de Fleurus, dove Gertrude Stein riuniva con profetica intuizione quanti in letteratura e nelle arti figurative avrebbero segnato la prima metà del secolo scorso.
Basta guardare con attenzione gli edifici II Impero del boulevard e le basse e semplici case delle strade vicine, osservare gli ateliers dalle grandi vetrate frequenti nel XIV arrondissement fino a Villa Seurat, farsi prendere dal fascino dei luoghi e dei nomi. In rue Campagne Première (una traversa del boulevard du Montparnasse, a pochi passi dalla Closerie de Lilas), dove Giuseppe Ungaretti abitò a partire dalla fine degli anni Dieci con la giovane moglie Jeanne Dupoix, di ateliers d’artists ce n’erano, a credere alla plaque commemorativa posta a lato del n. 9, quasi un centinaio.
Di sicuro in quell’articolato complesso a inizio secolo aveva vissuto il giovane Rainer Maria Rilke, vi era stato Rodin; Ungaretti deve avervi incontrato non solo Apollinaire, ma De Chirico, Picasso… Ai primi del Novecento al 13 bis viveva il pittore e incisore Bernard Naudin, all’angolo del Passage d’Enfer (che da Campagne Première porta al boulevard Raspail) il fotografo Eugene Atget.
Quasi in fondo alla strada, accanto a uno splendido edificio primo Novecento, l’hotel Istria ricorda ancora che nel clima effervescente degli anni Venti le sue stanze erano frequentate da Francis Picabia, Marcel Duchamp, Man Rey, Kiki de Montparnasse, Tristan Zara, Vladimir Majakovskij…, Elsa Triolet, la mitica Elsa, che in Il ne m’est Paris que d’Elsa Aragon avrebbe celebrato mentre usciva dall’hotel illuminando con la sua presenza tutta la via.
Nella seconda metà del secolo di rue Campagne Première si sarebbe ricordato Jean-Luc Godard che, nella scena finale di À bout de souffle (film manifesto della nouvelle vague), vi avrebbe fatto cadere sotto i colpi della polizia il suo protagonista, Jean-Paul Belmondo.
Insomma, se il passato porta con sé lo struggimento per quanto è perduto, prendendo in prestito il titolo di un bel libro di fotografie di Brassaï commentate da Patrick Modiano uscito da Hoëbeke nel 1990, si potrebbe parlare a buon diritto di un prolungato effetto Paris tendresse. In quel caso a raccontare una Parigi quotidiana di brasserie e bistro, di portinaie, suonatori di fisarmonica, giocatori di bocce, prostitute e macrò… erano delle fotografie.
E fotografie, sia pure di altro genere, si trovano nei romanzi di Modiano: ma sappiamo che la chambre claire (splendido titolo per un indimenticabile libro di Roland Barthes) conserva l’ultima testimonianza di quanto è esistito o di cui si sono smarrite le tracce. Per questo ogni scatto alimenta e nutre domande, contiene una storia sconosciuta che relativamente al momento fissato nell’immagine riguarda non solo il passato ma anche un futuro di cui non sappiamo e non sapremo mai niente.
Modiano, spesso a partire da fotografie, da lettere ritrovate, da frammenti di giornale ripescati per caso in camere d’albergo o in appartamenti abbandonati, ha ripercorso nei suoi libri una città attraversata dalle ombre del tempo dell’Occupazione.
Ci ha parlato di sbandati, di apatridi, di falliti, di balordi vissuti tra il mercato nero e la delazione che pure esercitano una strana fascinazione su protagonisti adolescenti tormentati dal desiderio di sapere e dalla nostalgia lasciata in loro da una sorta di genetica orfanità. Giovani che cercano di scoprire qualcosa della generazione che li ha preceduti, delle cui colpe portano un non meglio precisato rimorso, e che ripercorrono quartieri scomparsi mentre una memoria intermittente li riconduce sulle tracce di vicende irrisolte e di un’infanzia perduta.
Intorno una Parigi notturna (per lo più da rive droite) percorsa da un’umanità in fuga non troppo dissimile da quella che si intravede in Automne à Berlin di Joseph Roth, singolare libro non a caso apparso in traduzione francese nel 2000 con una premessa di Patrick Modiano. Insomma il nostro autore (a cui è andato nel 2014 un meritato Premio Nobel per la Letteratura) ha sempre posto Parigi al centro dei suoi romanzi affidando alla inconfondibile petite musique della sua prosa la nostalgia per un mondo scomparso.
Ma la rive gauche che tanto mi intriga, i suoi personaggi la percorrono di rado, a meno che non si tratti degli spazi più a sud: il boulevard Jourdan, i dintorni del Parc Montsouris, della città universitaria… Arriva adesso, a inserirla a pieno diritto nella ricerca, nel percorso di Modiano, un nuovo libro (70bis entrée des artistes, Paris, Gallimard, 2025), scritto in collaborazione con un giovane musicista (Christian Mazzalai). Non si tratta di un romanzo, piuttosto di un cahier di appunti fuori formato, di una raccolta di brevi schede corredata da fotografie, che riesce però, a dispetto della stringatezza, a restituire assieme e tramite minuscoli pezzi di cronaca, il sapore di un’epoca.
Non ho resistito, appena acquistato il libro, a percorrere più di una volta rue Nostre-Dame de Champs tentando di vedere cosa si nasconde davvero dietro il cancello del 70bis, sperando, se non di incontrare l’autore, che pure deve esserci passato parecchie volte per interrogare il passato, almeno di vedere il vero ingresso di quell’affollato complesso di ateliers dove, nell’arco di tempo che va dal II impero agli anni Sessanta del Novecento, sono passati almeno duecento artisti.
Alcuni per rimanervi a lungo, altri per salutare soltanto qualcuno (il caso di Proust, in visita a un pittore americano che gli avrebbe ispirato la figura di Elstir…). Tanti personaggi originali (tra questi il cowboy che scorrazzava a cavallo per quello che all’epoca non era che un “Chemin Erbu”, un sentiero di campagna nel ‘village’ di Monparnasse); molte donne, per lo più straniere, che venivano dalla Scandinavia o dal sud America attirate dalla vivacità del quartiere, dai teatri, dalla musica, dall’ebrezza della libertà…
Di tutti Modiano ricostruisce, a partire dai pochi dati disponibili, la storia, scruta i luoghi, le fotografie. Ad emergere è uno strano, ininterrotto corteo di ombre. Pittori, scultori, artisti dai nomi mitici (Courbet, Camille Claudel…), grandi scrittori e poeti (Stevenson, George Sand, Hemingway…, Ezra Pound, Eliot…), autori di feuilleton (Xavier de Montépin…), musicisti (Berlioz, Rossini…), assieme ad altri oggi completamente dimenticati.
Tante presenze che si incrociano, si perdono… Se gli anni, i volti si confondono, se i dati mancano o hanno bisogno di essere completati, a guidare la ricerca può essere perfino l’annuario Didot-Bottin, ‘telegrafico’ elenco dei pittori e scultori che abitavano la rue Notre-Dame de Champs nell’ultimo decennio del Novecento. In quel repertorio se ne trovano schedati una sessantina, altri sono stati rintracciati tramite avvisi per ricerche di lavoro (le strisce di giornale che tanto sarebbero piaciute anche a Christian Boltanski), altri ancora perché citati in atti giudiziari, in lettere. Modiano, spingendosi indietro nel tempo, tenta di rintracciarli tutti, con quella pietas che, nutrendo i suoi quesiti, accompagna il desiderio di salvare tutto quanto un tempo ha avuto spazio nel mondo…
Mentre si chiede instancabilmente cosa succedeva in quegli anni, in quei decenni al 70 bis, il nostro scrittore allarga progressivamente il cerchio della ricerca fino allo studio di Zadkine in rue d’Assas e, dall’altra parte del boulevard, fino al Museo Bourdelle, dove si era costituita l’Académie de la Grande Chaumière, fino alla Torre di Montparnasse, la cui costruzione nei primi anni Settanta aveva stravolto il quartiere con la sua stazione ferroviaria, frequentata da passeggeri frettolosi e da gente che non abita più la ville.
“Paris change! mais rien dans ma mélancolie / N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs, / Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie / Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs”, aveva scritto Baudelaire in una delle sue liriche più famose. Mai come oggi, mentre sono sulle tracce di Modiano, quelle parole mi sono sembrate profetiche, non solo per Parigi ma per tutte le grandi ‘capitali’ intellettuali d’Europa. Modiano, da parte sua, in singolare sintonia con la malinconia di Le Cygne, chiude il suo libro domandandosi per quanto tempo ancora ci si ricorderà di quegli indirizzi, di quel mondo, ed eleva un ultimo, commovente epitaffio, oltre i luoghi, a quei nomi, a quell’umanità, e al numero che l’ha vista passare…, il 70 bis rue des artistes.
Immagini nel testo e copertina (al 70bis): © Anna Dolfi
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