VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava
VIVERE CON I PIEDI NELL’ACQUA.
Il villaggio di Timbulsloko e la distruzione della costa di Giava.
Le immagini[1] di una festa tra le donne del villaggio di Timbulsloko trasmettono gioia. I loro sorrisi spontanei sembrano sereni, soprattutto se si pensa che queste donne, e l’intera comunità, vivono costantemente, ogni giorno, con i piedi nell’acqua. Timbulsloko è un villaggio costiero indonesiano, sull’isola di Giava, a quattrocento chilometri a est di Jakarta, che sta sprofondando a causa dell’innalzamento del mare, delle maree e della subsidenza del terreno. Anche così si manifestano i cambiamenti climatici nelle aree povere del pianeta, dove la resilienza significa letteralmente cercare di “restare a galla”, basandosi sulle proprie forze e sulla condivisione di esperienze, come ci rammenta il neuropsicatria Boris Cyrulnik.
L’Indonesia è uno dei paesi ad alto rischio, a causa delle inondazioni fluviali e marine che colpiscono le aree urbanizzate, prodotte dall’innalzamento del livello del mare. Il paese ha ottantamila chilometri di coste e diciassettemila isole, dove vivono numerose comunità in territori deltizi con quote del suolo molto basse. Una popolazione in gran parte marginale, come quella che abita la megalopoli Jakarta, capitale del paese per la quale è in corso un controverso progetto di delocalizzazione nella foresta del Borneo.
In contesti di tale natura non ci sono Nature Based Solutions (NBS) che tengano, se non si cambia la tendenza all’irrigidimento delle coste attraverso barriere e dighe. Se non cambiano i modelli di intervento che privilegiano le soluzioni più rapide e dunque più rigide ma più semplici e si continua a urbanizzare territori fragili come quelli dell’isola di Giava.
Progettare con la natura (questo è il senso delle NBS) significa prendere in conto anche i tempi della sedimentazione fisica e culturale e promuovere politiche territoriali e ambientali in controtendenza con quanto fatto finora. La soluzione non potrà essere solo tecnica, presuppone chiare scelte politiche sui modelli di futuro da perseguire.
A livello governativo si è proposto di evacuare gli abitanti, ma la comunità, in quel villaggio, ha i propri affetti e ricordi. Tra questi vi sono anche i luoghi della memoria collettiva, come il cimitero che sta scomparendo sotto l’effetto dell’innalzamento delle acque, e che gli uomini del villaggio, con caparbietà e arte dell’arrangiarsi, cercano di mettere in salvo.
La quotidianità a Timbulsloko è pesante perché rappresenta una situazione che noi, pensando ai nostri territori deltizi a rischio d’inondazione, potremmo individuare come un futuro possibile; ma per loro questo futuro è già reale. Non è l’effetto di un evento improvviso, ma un processo lento, continuo e irreversibile, che si poteva certamente prevedere, del quale eravamo già stati messi in guardia, ma che si è scontrato – e lo fa tuttora – con politiche e politici incapaci di assumere la complessità dei tempi presenti attraverso forme adeguate di pianificazione e di previsione.
Le immagini del villaggio mostrano un insediamento completamente in balia di acque divenute permanenti. In passato era un territorio fertile, ricco di risaie, ma anche ricco di mangrovie, distrutte per favorire lo sfruttamento del suolo, l’acquacoltura e l’insediamento umano. Le mangrovie costituiscono un ambiente ricco di relazioni ecologiche, un sistema dinamico che svolge funzioni fondamentali: contenitore di biodiversità, protezione dei terreni retrostanti dalle mareggiate, trattenimento dei sedimenti necessari per consolidare la costa.
Se ridotte a relitti, a seguito di azioni di disboscamento o trasformate in tambak (territori bonificati, in malese-indonesiano), queste foreste acquatiche perdono la loro efficacia e scompaiono. Molti villaggi si sono ampliati o sono nati su terreni un tempo occupati da loro. Tale scomparsa consente alle onde di raggiungere più rapidamente la terra, poiché i sedimenti non vengono trattenuti, causando l’arretramento della costa. Le mangrovie non scompaiono a causa dell’avanzamento del mare, ma per effetto del disboscamento umano; pertanto, la loro eliminazione facilita l’ingressione marina. A partire dagli anni Ottanta, settecentocinquantamila ettari di foresta di mangrovia sono stati distrutti per creare bacini di acquacoltura nei tratti sedimentari più bassi della costa.
Per contrastare l’erosione costiera si sono costruite dighe che hanno peggiorato la situazione, riducendo l’apporto di sedimenti e quindi la difesa naturale. Se a questi fenomeni si aggiunge la subsidenza, generata dalla pratica diffusa della captazione capillare dell’acqua di falda, si chiariscono le ragioni dell’allagamento del villaggio di Timbulsloko.
La costa della reggenza di Demak, nella provincia di Giava Centrale, dove è sorto il villaggio, è di carattere deltizio, quindi, è giovane; il suolo è morbido, composto da argille e limi, e l’estrazione prolungata dell’acqua sotterranea ne provoca un abbassamento stimabile tra uno e due metri ogni dieci anni.
Nel villaggio allagato, la vita quotidiana inizia con i piedi nell’acqua e, nel corso dei decenni, i lavori più frequenti sono stati quelli di rialzare i pavimenti, costruendo tavolati di legno all’interno di edifici per lo più in muratura. Le maree alte, normalmente due al giorno, non sono estreme come nell’oceano Atlantico, e questo conferma che l’allagamento del villaggio e delle case è ormai la regola quotidiana.
I problemi drammatici da affrontare sono determinati da scelte di sviluppo sconsiderate, che non si sono interrogate sui loro possibili effetti. L’acquacoltura è certamente una delle cause della vulnerabilità dei territori costieri di Giava e del Demak: Un’acquacoltura ad alto rendimento economico e dunque ecologicamente devastante, anche a causa del massiccio uso di pesticidi, che non ha arricchito le popolazioni locali, essendo controllata da società economico-finanziarie esterne. La distruzione delle mangrovie e la costruzione di un paesaggio di bacini irrigiditi da arginature di terra hanno alterato le dinamiche sedimentarie, favorendo la progressione del mare.
Timbulsloko e gli altri villaggi costieri dell’area di Demak si configurano come insediamenti a nastro, urbanizzazioni lineari cresciute lungo un argine che un tempo attraversava, in direzione del mare, bacini di acquacoltura e risaie. Oggi la parte più prossima al mare appare, anche a una vista zenitale, completamente coperta dall’acqua, che lascia intravedere le sfumate geometrie dei campi e i minuscoli relitti di ciò che resta, dove un tempo le ampie fasce di mangrovia proteggevano la terra dal mare.
Si tratta di case basse, di un solo piano, in mattoni, organizzate lungo canali delimitati da massicciate di pietra coperte da terra costipata e trattenute da palizzate di legno e bambù, quindi facilmente erodibili. Il fenomeno erosivo era già chiaramente evidente nel 2003, probabilmente causato da diversi fattori: oltre che dalla diffusione degli stagni per la “coltivazione” di pesci e gamberetti, dall’irrigidimento delle strutture portuali della città di Semarang che, insieme alle dighe, costruite parallele alla costa, hanno influenzato i processi di sedimentazione fluviale, riducendo l’apporto di sabbia.
Come spesso accade, gli interventi per bloccare l’erosione costiera risultano contraddittori. Da un lato si continua con l’irrigidimento attraverso strutture in cemento che, nel lungo periodo, aggravano il problema; dall’altro si è tentata la riforestazione con le mangrovie, che tuttavia faticano a ricostituire un sistema coeso quando l’equilibrio sedimentario è compromesso, riuscendo, se va bene, a consolidarsi in alcune situazioni protette come frammenti isolati.
La vita quotidiana di questi villaggi è quindi anfibia, e lo è soprattutto all’interno delle abitazioni, dove l’acqua è una presenza costante che condiziona l’organizzazione di tutte le attività domestiche, più che all’esterno, poiché le “strade” del villaggio sono trasformate in passerelle di legno, regolarmente rialzate secondo le necessità. Si fa colazione, si prepara la cena, si conversa e si guarda la televisione sempre con i piedi nell’acqua. Diversi villaggi della regione sono stati evacuati; in altri si resiste, sempre più sfiduciati. A Timbulsloko, fino a qualche anno fa, vivevano circa centocinquanta famiglie: coltivavano riso, poi divennero allevatori di pesce, ma anche questo mercato è presto entrato in crisi. Oggi l’intera struttura urbana e sociale del villaggio è cancellata: la strada principale, le aree commerciali che erano anche luoghi di socialità, i parchi e i giardini.
Le riflessioni di Amitav Ghosh qui prendono forma e diventano luoghi che raccontano storie vere. Gli effetti del colonialismo, dello sfruttamento ambientale e del capitalismo estrattivo sono alla base della storia di questo e di molti altri villaggi.
Una violenza che a Giava si manifesta attraverso la distruzione delle mangrovie, l’irrigidimento di territori mutevoli e anfibi e la cancellazione di economie e culture locali per generare profitti a breve termine, lasciando, a chi resta, macerie e una difficile ricostruzione. C’è chi produce il rischio e chi ne abita le conseguenze, e a quest’ultimo si chiede anche di essere resiliente.
Si ritorna così allo snaturamento di grandi categorie come sostenibilità o resilienza, utilizzate ipocritamente dal neoliberalismo coloniale per giustificare nuove forme di rapina del territorio[2]. Se la resilienza diventa uno dei fondamenti di una politica territoriale, questo non può avvenire attraverso uno spostamento di responsabilità: da chi ha determinato, con azioni interessate e sbagliate, un processo di erosione costiera, a chi – la popolazione locale – deve farsi carico delle conseguenze, rialzando le case, convivendo con l’acqua e reinventandosi una socialità. Come cercano di fare le donne nella festa del villaggio di Timbulsloko, le cui risate non cancellano lo sguardo sconsolato di chi sta perdendo la propria vita.
[1] Le immagini a corredo dell’articolo sono fotogrammi del reportage della televisione ARTE: “Indonesia a villege threatened by floods”.
[2] Una riflessione sul tema della insostenibilità della sostenibilità in un articolo sul Giornale dell’Architettura: https://ilgiornaledellarchitettura.com/2025/11/18/sostenibilita-retorica-del-capitalismo/
In copertina: Timbulsloko, attivita di pesca – ARTE
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