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Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

Il desiderio non si “programma”: perché i buoni propositi non bastano

A fine anno ci sediamo a stilare buoni propositi e elenchi di traguardi. Ma il soggetto non coincide mai con ciò che promette di voler fare, e il desiderio non si lascia schedare né controllare.

Puntualmente, si ripete lo stesso rituale: bilanci, conti simbolici, e soprattutto liste. Liste di buoni propositi per l’anno che verrà, e sempre più spesso liste di ciò che si è concluso nell’anno che se ne va.

Oggi, questo rito ha trovato un’ulteriore amplificazione: i social media. Pubblicare ciò che si è fatto, condividere ciò che si intende fare, non è più solo un conto simbolico con sé stessi, ma un appello alla piazza virtuale, un invito al plauso, al consenso, al riconoscimento. L’atto di rendere pubblico il bilancio personale trasforma la riflessione in performance, e l’introspezione in vetrina.

Osserviamo la struttura di questo rito: non è solo una pratica organizzativa, è un tentativo illusorio di far coincidere l’Io con ciò che desidera, un tentativo destinato a fallire già in partenza.

I buoni propositi, come le diete, sono fallimentari a monte. Non perché manchi volontà o disciplina, ma perché partono da un presupposto falso: il desiderio non si può regolamentare per decreto. La dieta promette controllo sul corpo, il buon proposito promette controllo sul tempo, sulle abitudini, su ciò che saremo. Entrambi funzionano come illusioni rassicuranti: producono un ideale, impongono una norma e lasciano il soggetto solo con la colpa quando inevitabilmente fallisce.

Anche l’elenco dei risultati ottenuti non è innocente: serve a costruire continuità dove il soggetto è, per struttura, discontinuo. Serve a dire: sono coerente, ho portato a termine, ho tenuto il punto. Tuttavia, ciò che è stato fatto non coincide necessariamente con ciò che il soggetto desiderava davvero. Può capitare che i risultati coincidano con i veri desideri del soggetto, e in quel caso si vive la soddisfazione di un allineamento autentico tra azione e desiderio. Ma anche allora, i buoni propositi restano un’illusione: non garantiscono controllo né continuità, perché il desiderio resta libero, imprevedibile, e spesso agisce al di là delle liste o delle promesse che ci autoimponiamo.
In altre parole, realizzare ciò che si desidera non equivale a rispettare un progetto prestabilito: il desiderio non si programma.

Il bilancio, se ha un senso, non è una contabilità morale né un esercizio di autoassoluzione. È piuttosto una lettura delle ripetizioni: che cosa torna, anno dopo anno, anche quando diciamo di voler cambiare? Dove insistiamo? Dove falliamo sempre allo stesso modo?

Mettere al lavoro il desiderio significa osservare cosa ci attraversa davvero, riconoscere pulsioni, inclinazioni, intuizioni che non rientrano nelle checklist, e usarle come guida. Non si tratta di stilare liste perfette, ma di dare spazio a ciò che muove realmente il soggetto, anche se disorganizzato, fragile o imprevedibile.

Accettare l’incompiutezza, l’incoerenza, gli inciampi non è una resa: è lì, proprio in quelle zone non lineari, che si possono creare esperienze uniche e straordinarie. Come mostrano i percorsi analitici, è nell’osservare e attraversare ciò che resiste, ciò che disturba e ciò che non rientra nei programmi, che il desiderio prende forma concreta e si trasforma in qualcosa di originale.

Le liste e i buoni propositi rischiano di diventare allodole, lucide e appariscenti, ma vuote: ci distraggono da ciò che davvero ci chiama. Invece, osservare il desiderio significa trasformare frustrazione e attesa in motore, mettere energia là dove conta, e lasciare che il percorso emerga dal contatto reale con ciò che ci attraversa.

Meno liste. Meno diete del desiderio. Meno promesse a un Io ideale che non reggerà.
E più attenzione a ciò che non si lascia mettere in ordine. Più coraggio di seguire ciò che ci attraversa, anche quando non appare organizzato o “socialmente riconosciuto”.

Più cura nel coltivare il desiderio reale, nel lasciarlo agire, trasformarlo in azione concreta, accogliendo l’incompiutezza, gli inciampi e le incoerenze come elementi creativi anziché ostacoli.

Il vero atto sovversivo di fine anno non è dire cosa farò o cosa ho fatto, ma interrogarsi seriamente su chi sta parlando quando sentiamo il bisogno di elencarlo, e su come possiamo mettere quel desiderio concreto al centro, trasformandolo in azione invece che in vuoto rituale.

Il resto, come sempre, verrà da sé. O non verrà affatto.

Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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Chiara Baratelli

È psicoanalista, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, di questioni legate all’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.

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