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Periscopio, istruzioni per l’uso

Guardare e leggere Periscopio: istruzioni per l’uso

La vita, istruzioni per l’uso è un famoso romanzo-non romanzo di George Perec. Per alcuni Perec, come Queneau, è noioso, illeggibile. Per me no, il romanzo di Perec è un gioiello di stile e di intelligenza: per fortuna la pensava così anche Italo Calvino. Naturalmente leggerlo non significa automaticamente “imparare a vivere”, ma ti mette in testa strane idee e molti dubbi interessanti. Nel micro (perché Perec è Perec) Periscopio si propone la stessa cosa: non di spiegarvi come va il mondo, cosa c’è di sbagliato e cosa bisognerebbe fare per raddrizzarlo, ma raccontare semplicemente delle storie, i sogni e i bisogni  che ci abitano, e porre domande. aprire altri punti di vista, mostrare qualche angolo di storia rimasto colpevolmente al buio.

Avete sotto gli occhi la Veste nuova di Periscopio. Qui, le nostre istruzioni per l’uso, sono solo un manuale, un vademecum per il lettore, un navigatore non-satellitare per orientarsi nel rigoglioso bosco di un quotidiano diverso dagli altri. Se però la lettura vi annoia, seguite il consiglio di Pennac, smettete di leggere queste note e affrontate l’ignoto, navigate in libertà, senza mappa, scoprite da soli il vostro personalissimo Periscopio.

Cominciamo dall’inizio, dalla testata: in alto, grande, centrata, come in tutti i quotidiani che si rispettino. Non vedete più il sottomarino con il suo il periscopio, il cielo e il mare. C’è solo il logo: Periscopio, accompagnato da un mirino (sembra un tirassegno, ma è un mirino, un invito a andare al centro delle notizie). Periscopio vorrebbe guardare lontano, o almeno un po’ più in là del punto dove di solito si fermano tutti i giornali. La testata è immersa in un colore che abbiamo scelto con cura. È un verde petrolio. Ci piace molto, ed è l’unico petrolio che riusciamo a sopportare.

Appena sopra la testata trovate i nostri canali: Facebook, twitter, instagram, YouTube. Per ora non fateci caso, li abbiamo ereditati da ferraraitalia e dobbiamo ancora sistemarli. L’unico che funziona e che potete usare per approvare, disapprovare e commentare è Facebook, noi però preferiamo i commenti (aperti a tutti) direttamente sotto ogni articolo, oppure una vostra email.

Sotto la testata (lo so che sembra una lezioncina, ma forse a qualcuno può servire per orientarsi), dicevo, sotto la testata c’è la barra degli strumenti : Home – Chi siamo – Quotidiano –  Rubriche – Ferraraitalia – Sostienici – Contatti. Alcune voci sono ancora incomplete o addirittura vuote, ma queste quattro sono importanti. In Quotidiano trovate in ordine cronologico tutti gli articoli pubblicati, a cominciare dall’ultimo, indipendentemente dalla casella che sono andati ad occupare sul giornale. In Ferraraitalia tutti gli articoli che hanno a che fare con Ferrara e la sua comunità. Invece cliccando su Categorie e Rubriche si apre una tendina con l’elenco completo. Le categorie sono i temi, gli argomenti, mentre nelle Rubriche trovate le pagine scritte o curate dai vari autori di Periscopio.

Il primo articolo con la foto a tutta pagina è l’articolo del giorno, o quello che riteniamo più rilevante o interessante. Questa apertura noi la chiamiamo PRIMISSIMO PIANO.
Appena sotto, a formare una specie di mosaico, i 5 articoli di PRIMO PIANO: sono articoli che riteniamo rilevanti, usciti il giorno stesso e nei giorni appena precedenti. Sotto il Primissimo e il Primo piano c’è un rullo con 25 articoli che potete far scorrere e visitare a piacere. Per noi è la striscia IN EVIDENZA 

Scendiamo ancora verso il basso, lasciamo indietro quella trentina di articoli che corrispondono più o meno alla “prima pagina” del quotidiano. Solitamente un giornale finisce lì, ma Periscopio avete appena cominciato a esplorarlo. Ora trovate, dentro una grafica particolare, la sezione Ferraraitalia. Attenzione, anche se non siete di Ferrara e dintorni, potete trovare cose che vi riguardano molto da vicino: effetti della globalizzazione e scrittura glocal.

Un giallo becco d’oca accompagna gli Speciali: una storia o un viaggio a puntate, il percorso a tappe di una mostra, di un convegno, di un festival, l’antologia dedicata a un autore o a un argomento, un fumetto a puntate. Insomma, una proposta seriale, senza la noia e la superficialità dei serial televisivi e dei tormentoni politici. Uno “Speciale” può farvi compagnia per molti giorni. Potete cominciarlo, smettere e riprendere la lettura quando volete. Periscopio non butta via nulla. Ha la memoria lunga.

Gli Eventi si spiegano da soli. Anche se le scelte di Periscopio potranno stupirvi. I grandi eventi, quelli di cui tutti parlano, non godono del sacro diritto di precedenza. Così, invece del centenario di Antonio Canova o della Biennale di Venezia, sotto i riflettori può starci un piccolo festival di poesia errante o una rassegna di micro-teatro in giro per gli appartamenti di un grattacielo. Ecco, scegliamo eventi, piccoli o grandi, che facciano girare il cervello e muovano i nostri sensi e il residuo dell’anima. Scommettendo, va da sé, nel cervello e nell’anima dei lettori.

In fondo, si apre il catalogo delle Pagine e Rubriche. Un continente sconosciuto e da conoscere a poco a poco.  Parafrasando un grande bibliotecario e bibliografo: ad ogni lettore la sua rubrica, a ogni rubrica i suoi (affezionati) lettori. Per ora le proposte sono trenta. Aumenteranno, perché Periscopio è continuamente alla ricerca di nuove scritture e nuovi autori.

Gli indizi sono finiti. Restano le firme dei tanti che per Periscopio scrivono e collaborano al giornale. Perché lo fanno? Per piacere e per passione. Nient’altro.

In copertina: elaborazione grafica di Ambra Simeone

Aprite gli occhi:
è arrivato il nuovo Periscopio!

Aprite gli occhi: è arrivato il nuovo Periscopio!

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo, ardito, colorato, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica dell’oggetto giornale [1], un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informatica, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani. Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito. Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione, di accostare il basso e l’alto, di contaminare, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe i compartimenti stagni delle sezioni tradizionali. Accoglie e dà uguale dignità a tutti i generi e a tutti i linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono dentro e fuori di noi”, denunciare il vecchio che resiste e raccontare i germogli di nuovo,  prendere parte per l’eguaglianza e contro la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo.

Con il quotidiano di ieri, così si dice, ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Tutto Periscopio è free, ogni nostro contenuto può essere scaricato liberamente. E non troverete, come è uso in quasi tutti i quotidiani,  solo le prime tre righe dell’articolo in chiaro e una piccola tassa da pagare per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica, ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come quelli immateriali frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e ci piacerebbe cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”, scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dai circoli degli specialisti, dagli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è frutto del lavoro volontario del collettivo redazionale e di una vasta cerchia di collaboratori. Svolge quindi un lavoro di promozione sociale e culturale rivolto a un pubblico nazionale sempre più vasto. Si finanzia attraverso le libere donazioni dei lettori sostenitori che allo scopo intendono costituire una Associazione di Volontariato Sociale senza scopo di lucro. Come ogni impresa del sistema solare ha dei costi e deve fare bilancio. Si sostiene, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita piccoli sponsor e inserzionisti, ma solo le realtà socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato quasi otto anni fa con il nome ferraraitalia [2], Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Conta oggi 300.000 lettori in ogni parte d’Italia e vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma anche e soprattutto da chi lo legge e lo condivide con altri che ancora non lo conoscono. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante. Buona navigazione a tutti.

[1] La storia del giornale è piuttosto lunga. Il primo quotidiano della storia uscì a Lipsia, grande centro culturale e commerciale della Germania, nel 1660, con il titolo Leipziger Zeitung e il sottotitolo: Notizie fresche degli affari, della guerra e del mondo. Da allora ha cambiato molte facce, ha aggiunto pagine, foto, colori, infine è asceso al cielo del web. In quasi 363 anni di storia non sono mancate novità ed esperimenti, ma senza esagerare, perché “un quotidiano si occupa di notizie, non può confondersi con la letteratura”.

[2] Non ci dimentichiamo di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno il giornale si confeziona. Così ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Cover: elaborazione grafica di Ambra Simeone

Salmo fa flip, flop & fly

Salmo fa flip, flop and fly

Cosa ci fa un vecchio appassionato di blues, soul e jazz ad un concerto di Salmo? Ma soprattutto perché ritorna a vederlo e sentirlo dal vivo?
A scanso di equivoci, il vecchio appassionato di black music sono io che son tornato a vedere Salmo dal vivo a Padova il 23 marzo, dopo averlo visto a Bologna il 25 novembre scorso.
Le risposte sono semplici: Salmo è un artista bravo che sa esprimere, in maniera originale, la “musica del diavolo” e quella “dell’anima” con i suoi testi, con la sua musica e con le emozioni che riesce a creare.


Salmo sa interpretare in maniera piena le inquietudini della sua generazione e di quella dei ragazzi di oggi; riesce a parlare direttamente ai ragazzi e alle ragazze, ad arrivare diretto alla loro testa e alla loro anima, è capace di capirli e di farsi capire.
Io credo che, in tempi come questi in cui la comunicazione è sempre più virtuale che reale e sembra più finta che vera, questa sua qualità umana sia incredibile.
“È un artista vero, è bravo, mi piace perché ha il coraggio di chi dice la verità”: sono gli aggettivi che mi hanno riferito più spesso i ragazzi e le ragazze con cui ho parlato al concerto.
Son tornato a vederlo dal vivo perché ne vale la pena sia dal punto di vista musicale che scenografico.

 

I suoi concerti sono coinvolgenti ed inarrestabili: sono potenti e terapeutici perché fanno star bene. Non c’è mai ripetitività o monotonia nei suoi testi ed i dettagli sono sempre molto curati.
Le sue parole diventano ritmo e musica e la sua musica sa trasformarsi in parola, in sberla, in carezza, in pugno, in abbraccio.
Lui e la sua band attraggono magneticamente con una musica travolgente, con un’energia senza limiti che ricarica all’istante.
I filmati proiettati sullo sfondo risucchiano il pubblico in un allucinante paesaggio surreale che fa viaggiare; sembrano suonare anche loro.
Le parole, sparate come raffiche, colpiscono direttamente nello stomaco e nella testa. La base ritmica è un cuore collettivo che batte fortissimo all’unisono con quello del pubblico.

È difficile inquadrare musicalmente Salmo e questo spiazzamento a cui si è costretti mi sembra un elemento molto positivo per un artista contemporaneo anticonformista, dissacrante e provocatorio perché costringe lo spettatore a non chiedersi che musica è quella che ascolta, ma ti prende per mano con decisione e ti accompagna in un percorso fatto di contrasti ben equilibrati e di meraviglie sorprendenti.
Salmo riesce a mescolare generi diversi con la sapienza e la sensibilità di un grande artista. Rap, hip hop, punk rock, hardcore, blues e pop convivono: a volte in modo conflittuale, a volte in modo naturale.

 

Io, che non sono un critico musicale, ascoltandolo riconosco sapori dei Rage Against The Machine, dei Metallica, dei Creedence Clearwater Revival, del primo rap dei Run DMC, dei Public Enemy, ma anche la tensione delle poesie di Arthur Rimbaud e la sorpresa delle filastrocche di Gianni Rodari.
Il pubblico partecipa esaltandolo ed esaltandosi in maniera condivisa; è un mare di onde che vibrano, saltano, si agitano, si scontrano, si riuniscono e diventano una cosa sola.
Si capisce che il pubblico gli vuole bene perché sente forte la passione che mette nelle sue interpretazioni. Si sente che Salmo vuole bene a suo pubblico perché non si risparmia ma si concede senza pause.

Salmo, il cui vero nome è Maurizio Pisciottu, nei concerti è accompagnato sul palco da Le Carie, la sua band composta da Daniele Mungai aka Frenetik alla chitarra, Jacopo Volpe alla batteria, Marco Azara alla chitarra, Davide Pavanello aka Dade al basso e da Riccardo Puddu aka Verano.

Questi i brani eseguiti durante il concerto di Padova: Russell Crowe, Stai zitto, Antipatico, Parappapà, Che ne so, Daytona, In trappola, La chiave, Criminale , 1984, Perdonami, PXM, Flop/Ace of Spades, A Dio, Hellvisback, Kumite, 90MIN. Monologo e cambio palco per i brani unplugged: Il senso dell’odio, La prima volta, Lunedì, Aldo ritmo, L’alba, Il cielo nella stanza, Run through the jungle. Chiusura affidata al DJ Set.
Per la cronaca, Salmo sarà a Ferrara il 28 giugno prossimo; se volete un consiglio spassionato da parte di un appassionato, non perdetevi quel concerto: sarà un’esperienza forte ed unica, corroborante e magica ma soprattutto non potrà mai essere un “flop”.

P.S.
Flop è il titolo dell’ultimo lavoro in studio di Salmo che ha avuto un triplo disco di platino, uscito dopo Playlist che ne ha avuti sei, il quale a sua volta è stato preceduto da quattro CD che hanno avuto tutti il disco di platino oppure il disco d’oro.
Flip, Flop & Fly è un brano famoso di Big Joe Turner del 1955, reso ancor più conosciuto da The Blues Brothers nel 1978.

Fotografie di Mauro Presini

INCONTRO DI PRIMAVERA:”IO SONO GLI ALTRI”
Sabato 1 aprile ore 15: Reading, Pittura e Poesie Volanti

INCONTRO DI PRIMAVERA:”IO SONO GLI ALTRI”
Sabato 1 aprile ore 15: Reading, Pittura e Poesie Volanti 

“IO SONO GLI ALTRI”
reading, pittura e poesie volanti
Secondo Incontro Poetico di Primavera

promosso dalla Associazione Culturale APS  Ultimo Rosso
in collaborazione con il quotidiano online Periscopio
e la Biblioteca Popolare Giardino

 

Sabato 1 Aprile 2023 : ore 15,00-18.30
al parco del Montagnone

presso il Bar Paradiso Verde di Viale Alfonso I D’Este, 1

 

La Associazione Culturale APS Ultimo Rosso organizza il secondo Reading di Poesia di Primavera nella location ormai consueta del Bar Paradiso Verde, nell’area di alberi e prato accanto al locale attrezzata per l’occasione ad accogliere le diverse attività previste.

Nel corso del pomeriggio si potrà prendere parte alla lettura dei testi poetici, ascoltare musica dal vivo e partecipare a un laboratorio di arteterapia.

Il programma avrà inizio alle 15,00 con le letture di testi poetici accompagnate da sottofondo musicale a cura dei chitarristi Andrea Melloni e Maurizio Miglioli. Il tema a cui sono ispirate le letture, Io sono gli altri, rimanda a un proverbio africano che promuove l’idea di percepire se stessi non da soli, ma all’interno di una comunità, in una vita di relazione, accoglienza ed autoaiuto. e nel rispetto di tutte le forme viventi: piante animali e la madre terra nel suo insieme.

Saranno letti testi di autrici  e autori del passato o contemporanei: le poesie proposte o composte dai poeti e dalle poetesse della Associazione Culturale APS Ultimo Rosso che organizza l’evento, ma tutti gli intervenuti (che speriamo numerosi) potranno intervenire, leggendo le poesie proprie o di altri autori.

Intanto, si potrà trovare ispirazione, alzando lo sguardo e guardando le poesie appese agli alberi. Poeti e poesie resteranno a sventolare ai rami degli alberi fino al 25 aprile, aspettando l’attenzione dei passanti, corridori e delle famiglie, 

Alle 16.00 prenderà il via il laboratorio espressivo – creativo condotto dall’arteterapeuta Miriam Cariani aperto a tutti : bambini ed adulti disposti a mettersi in gioco. Lo spunto del laboratorio saranno i 25 ritratti di bambini realizzati da Mirian Cariani per la mostra “Elin e gli altri” .

Nel segno dell’improvvisazione poetica e musicale, Patrizio Fergnani, munito di chitarra, proporrà le sue canzoni istantanee personalizzate per i partecipanti.

Durante la manifestazione sarà disponibile uno spuntino offerto dalle amiche del Bar Paradiso Verde

In caso di maltempo, l’evento sarà rinviato.

Locandina della iniziativa – 1 aprile 2023

“IO SONO GLI ALTRI”
Autrici e autori appesi agli Alberi
Parco del Montagnone, dall’1 al 25 aprile
2023

Rafael Alberti
Roberta Barbieri
Doris Bellomusto
Bertold Brecht
Anna Rita Boccafogli
Cecilia Bolzani
Rita Bonetti
Miriam Bruni
Lidia Calzolari
Marta Casadei
Julio Cortázar
Roberto Dall’Olio
Erri De Luca
Umberto Fiori
Tiziano Fratus
Pier Luigi Guerrini
Nazim Hikmet
Langston Hughes
Roberta Lipparini
Maria Mancino
Cristiano Mazzoni
Alda Merini
Franco Mosca
Lara Pagani
Sandro Penna
Umberto Saba
Pedro Salinas
Chiara Scaglianti
Kenan Shukur
Charles Simic
Angela Soriani
Franco Stefani
Wislawa Szymborska
Tesfalidet Tesfom
Elena Vallin

Cover: ritratto di bambino, acquerello di Mirian Cariani
Locandina: elaborazione grafica di Ambra Simeone

Diario in pubblico /
Parole nuove

Diario in pubblico: Parole nuove

Da filologo dimezzato e in pensione mi resta la curiosità di esaminare le parole nuove e/o il mezzo con cui parole antiche assumono significati nuovi grazie all’abuso che ne fanno i social e via dicendo, o ancor di più l’uso corrente di parole tecniche.

Per sgombrare subito il campo dai sussurri e grida che personaggi famosi hanno fatto delle parole più antiche si esamini la varietas con cui vengono declinate parole antiche riferentesi a insulti antichi come il mondo, da c…o a t…a.

Ha suscitato scalpore il monologo del sottosegretario alla cultura recitato in un celebre programma televisivo domenicale, in cui oggetto della dotta spiegazione era il termine con cui si definisce la femmina del maiale che, sempre a suo dire, viene dall’informazione tecnica applicato alle donne nate nell’anno 2000. Poi distrattamente rivolgendosi alla figlia le chiede se – come lui è sicuro – è nata nel 1999. Alla risposta che no lei è del 2000, risponde premurosamente di ‘stare attenta’, tra le crasse risate della conduttrice. Ovviamente le scuse ufficiali hanno resi ancor più ghiotta la performance.

Chiunque di noi giri per le strade di paesi, città borghi s’imbatte nella ‘gioventù del loco che mira ed è mirata’ mentre porta in ostensione il più prezioso oggetto taumaturgico, il telefonino, e condisce i suoi passi, specie se femminili, del termine che definisce l’organo maschile.

Del resto, un cantante in una pubblicità stomachevole ammicca agli eventuali acquirenti facendo un calembour tra la parola suddetta e tasso ovviamente economico. Ad una brava e focosa giornalista in trasmissione sfugge quella parola. Apriti cielo. A tutte le vergini dell’ipocrisia sfugge all’unisono un perfetto crucifige!

Ma se le parole sporche hanno tanto fascino presso i cultori della materia, altrettanto risulta stupefacente, l’uso disinvolto di tecnicismi un tempo relegati nell’ambito più stretto del lavoro. Splendida mi è parso la spiegazione condotta dalla Direttrice della Galleria estense di Modena, persona amabilissima e formidabile nel suo lavoro che così descrive il lavoro di pulitura dei quadri:

“In questo momento stiamo analizzando tutte le 427 opere esposte in Galleria Estense, rimuovendole dalla parete o dalla vetrina, per poterle osservare da vicino e annotare in apposite schede eventuali sofferenze o particolarità. Allo stesso tempo, le depolveriamo e le manutentiamo con piccoli interventi localizzati.”

Depolverare e manutentare sono tecnicamente perfetti. E faccio ammenda dei tecnicismi dai noi critici della letteratura di termini consimili usati disinvoltamente al tempo che fu. Ma usare ‘spolverare’ non mi sembra così osé.

Assai interessante anche un commento di un famoso giornalista del quotidiano La Repubblica che così analizza il comportamento di una famosa star:

“Lo scontro tra generazioni potrebbe conoscere una pagina entusiasmante. Pare che Gwyneth Paltrow, classe 1972, brava attrice poi devoluta a star del salutismo on line (pappine, brodini, clisteri depuranti, il corpo angelicato come missione), non incontri i favori della generazione Z, almeno a giudicare da quel vaglio occasionale, e però nero su bianco, che sono i commenti social.”

Bene! ‘Devolviamo’ tutti assieme.

Spendidi poi gli usi di una frase corrente come ‘ In modo spicciolo’ = spicciolamente. O nel verboso e confuso “discorzo” di un politico di prima fascia dove spicca un  “punti di attracco”.

Ormai poi ridotti nel mio uso della lingua a odio estremo almeno a ‘problematiche’ e ‘fragili’. Ma la seconda un po’ meno odiosa, in quanto decine di volte usata da medici, operatori sanitari, scienziati.

Terribile la locuzione appena sentita da una speaker televisiva di “slancio aspirazionale”.

Dunque, parole nuove/antiche che rivelano quanto la parola tenti di agguantare la realtà.

Ma quale realtà?

Sta tutto qui.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca [Qui] 

NON DIRE, MOSTRA
Interviene Luciana Passero: 3 aprile, ore 17 alla Biblioteca Ariostea

Invito al 2º appuntamento della rassegna “Non dire, Mostra”

“Lo sguardo fluido”

Luciana Passaro
racconta le identità non conformi con la fotografia 

Il ciclo “Non dire, mostra” a cura di Arcigay Ferrara “Gli occhiali d’oro” continua lunedì 3 aprile alle ore 17 alla Biblioteca Comunale Ariostea con Lo sguardo fluido, incontro con Luciana Passaro. Introduce Manuela Macario, Presidente Arcigay Ferrara “Gli Occhiali d’oro”.

La fotografia come linguaggio e strumento di rappresentazione di identità non conformi alla norma comune. Visione di reportage realizzati da Luciana Passaro, visual designer e fotografa da anni impegnata nell’ARTivismo sociale.

Secondo dei tre appuntamenti dedicati al ruolo che spetta alle arti nella costruzione di un immaginario collettivo in riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Tre incontri per approfondire e testimoniare la rappresentazione delle identità queer nell’arte visiva, nella fotografia e nella musica.

La rassegna terminerà l’8 maggio con lo scrittore Vincenzo Patanè (Icone gay nell’arte. Marinai – Angeli – Dei)

La locandina completa della rassegna:

Arcigay Ferrara APS — «Gli Occhiali d’Oro» di Giorgio Bassani

Mediterranea è sbarcata a Ferrara

Mediterranea è sbarcata a Ferrara

In questi giorni festeggiamo un avvenimento molto emozionante per tutta la grande famiglia di Mediterranea Saving Humans: una delegazione è stata ricevuta da papa Francesco! Un incontro avvenuto il 22 marzo nel suo stile: quello della semplicità, dell’ascolto e della condivisione.
Più di un’ora di confronto in cui abbiamo avvertito una volta ancora la sua vicinanza e il suo sostegno.

La delegazione di Mediterranea in Vaticano da papa Francesco

Mediterranea è una giovane organizzazione, nata da una idea che può sembrare quanto meno originale: comprare una nave e metterla in acqua, per il salvataggio di bambini, donne ed uomini che rischiano tutto per trovare una vita più dignitosa nel nostro continente.
Persone che fuggono da miserie, povertà, guerre, violazioni dei diritti, spesso provenienti da Paesi in cui gli effetti della crisi climatica sono già molto evidenti: siccità, carestie…

L’idea dei fondatori è stata visionaria, come lanciare un seme nel vento… La risposta è stata repentina e trasversale, portando all’adesione al progetto persone provenienti da mondi apparentemente lontani: dai centri sociali alle parrocchie, passando per ARCI e Banca Etica. Possono esserci anche differenze sostanziali su tanti ambiti, ma ci siamo riuniti intorno ad una pratica e ad una certezza: “prima si salva, poi si discute!”

Il 3 ottobre 2018 la Mare Jonio, un rimorchiatore del 1973, è salpata dal porto di Augusta per la sua prima missione ed è diventata la prima e per ora unica nave di soccorso battente bandiera italiana.
Da allora le missioni di mare sono state 13 e 680 le persone salvate, scampate alla morte in quel mare, il Mediterraneo centrale, conosciuto come il più grande cimitero del mondo. Secondo l’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal 2014 ad oggi sono più di 25.000 i morti o dispersi in mare.

Di queste morti, purtroppo, i governi italiani ed europei sono fortemente responsabili, a seguito di una politica all’insegna dei respingimenti, delle omissioni di soccorso e del finanziamento della cosiddetta ‘guardia costiera libica’. La strage di Cutro, che passerà alla storia come la strage dei bambini (35 i piccoli corpi recuperati), è uno degli ultimi esempi.
Definiamo cosiddetta la guardia costiera libica, perché composta da personaggi discutibili, spesso miliziani, quando non macchiati da crimini e mandati internazionali, come nel caso di Bija. Eppure con questi personaggi tutti i governi, da Minniti in poi, hanno fatto e rinnovato accordi, come il Memorandum Italia Libia, accordo bilaterale secretato. Non ci è dato sapere su cosa esattamente le parti si siano accordate.

Quello che ci è dato sapere e vedere, invece, sono i segni di torture, abusi e stupri nei corpi e nelle anime delle persone che arrivano. Persone che, nel loro viaggio verso una vita migliore, arrivano in Libia, dove vengono detenuti in veri e propri lager. Questo è quello che sta accadendo negli ultimi anni e questo è quello che non ci stancheremo mai di denunciare e per cui continueremo a lottare.

Con l’inizio della guerra in Ucraina, Mediterranea ha iniziato missioni anche di terra, inizialmente portando aiuti umanitari e tornando in Italia con profughi messi al riparo. Dall’estate 2022, si è avviato il progetto MedCare: team di medici e volontari offrono assistenza sanitaria di base e beni di prima necessità alla popolazione civile, soprattutto dei campi profughi, in stretta collaborazione con associazioni locali con cui si sono stretti rapporti di amicizia e fiducia.

L’ultima missione è rientrata da pochi giorni ed è partita proprio dall’Emilia Romagna, con uno sforzo coordinato tra i vari equipaggi di terra di Mediterranea. Anche da Ferrara abbiamo contribuito grazie al pulmino messo a disposizione dalla Parrocchia Sant’Agostino. Durante la missione è stata consegnata un’ambulanza all’ospedale Dyadkovichi, centro per le cure palliative della provincia di Rivne. L’ambulanza servirà a supplire alla carenza di mezzi dovuta alla situazione bellica, che ha privato la città non solo di vetture sanitarie, ma anche degli scuolabus per spostare gli studenti sul territorio.

Gli equipaggi di terra sono molto importanti nella vita di Mediterranea perché sostengono le missioni e, in tutti i territori in cui sono presenti, sensibilizzano a questi grandi temi del nostro tempo.
A Ferrara il gruppo è nato ad agosto 2021 ed organizza con continuità iniziative di vario tipo.

Il prossimo appuntamento è previsto lunedì 27 marzo alle ore 17.00 un incontro pubblico dal titolo “La cura senza confini. Dibattito sul soccorso in mare e sulle operazioni di terra”.
Ne parleremo con Vanessa Guidi, presidente di Mediterranea Saving Humans, capamissione e medica a bordo della Mare Jonio e in diverse missioni di terra.
L’evento è in collaborazione con SISM Ferrara (Sindacato italiano Studenti in Medicina), SCORP e Laboratorio Antirazzista dell’Università di Ferrara.
Si terrà nell’ Aula D6 del Polo Chimico Biomedico, in Via Luigi Borsari 46.

Per rimanere aggiornati sulle iniziative dell’equipaggio di terra di Ferrara, o aderirvi, è possibile scrivere a mediterranea.fe@gmail.com

In copertina: la Mare Jonio, la nave soccorso di Mediterranea Saving Humans

Per certi versi /
Il viale della mente

Il viale della mente

Il viale
Della mente
Sapeva in fondo
di lilla
Con petali di monti
Fioriti
Il cielo diviso
Tra l’arancio
Savana
Diottrie azzurre
E un grigio oscuro
Di nuvole satolle
In mezzo
La riga dolce
Dei suoi capelli
Il fiato che bolle
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Presto di mattina /
La cerva dell’aurora

Presto di mattina. La cerva dell’aurora

Il canto del desiderio

Come una cerva
che si trascina
verso corsi d’acqua pura,
tutto il mio essere,
anela a te, brama te.
La gola mia ha sete di te del Dio vivente
e quando verrò e potrò il volto di Dio vedere?
(Sal 42/41)

Nel vado/uadi austero e secco della Quaresima è il tempo di cantare la sete: «tempo è di tornare poveri/ per ritrovare il sapore del pane,/ per reggere alla luce del sole/ per varcare sereni la notte/ e cantare la sete della cerva./ E la gente, l’umile gente/ abbia ancora chi l’ascolta,/ e trovino udienza le preghiere» (D. M. Turoldo, O sensi miei, Rizzoli, Milano 1997, 617).

È il canto del desiderio, del bramito dei cervi, pure quello della notte oscura, del cuore del salmista non ancora rincuorato, del sentire Dio lontano come un Uadi senz’acqua. È il canto che sgorga dalla sete della cerva, il suo sospiro, quello con cui si identifica e si presenta a noi il salmista, che errando lontano, come in esilio, va alla ricerca del suo Dio. Lo stesso canto dell’amata nel Cantico dei cantici che cerca l’amato suo, ed è intriso da quel desiderio di essere dissetati/rincuorati, guariti da ferita d’amore che ci deve accompagnare verso la Pasqua.

In Canti ultimi nell’imminenza della sua ultima pasqua p. Turoldo scriveva:

Quando sarà venuta… [la morte]
Pure allora mi sgorghi
dal cuore ferito il canto:
come dal costato di Cristo
Usciva sangue e acqua.
Cantare quanto in vita
ti abbia inseguito quale
la cerva del salmo
fiutando sorgenti lontane.
Cantare ancora i gemiti
che la sera – e le notti! – empivano
le vaste solitudini;
e il lungo errare per i boschi
sempre disperato e illuso.
Ora almeno che prossimo
sono all’incontro
svelami come,
pur malato mortalmente di te,
abbia potuto essere a Te infedele:
tradirti nel mentre stesso
che dicevo di amarti!
o forse anche il peccato
è un gesto folle per cercarti?
Pace non c’è per gli amanti,
lo sai!
(Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991, 137-138).

Preghiera: il parto del desiderio

Anche questa Pasqua è il parto di un nuovo universo, di un altro orizzonte, di un mattino nuovissimo, un amore non più atteso, un desiderio compiuto, in presenza e per sempre, un faccia a faccia con il volto risorto, vita nel suo spirito che rincuora anche ora, come di sorgente d’acqua sorgiva dall’interno.

La sete, le doglie, le lacrime, la morte, le cose di ogni giorno vengono alla luce, sono trasfigurate e trasformate dalla vita del risorto. Pasqua, un immenso parto proprio nel cuore della terra che riapre il futuro e la speranza.

Vivere come oranti nel tempo di quaresima è come vivere il tempo del desiderio del parto: “parturitio desiderii” così Agostino, Gregorio Magno e Bernardo, maestri del desiderio. Il desiderio è comunicazione per e con qualcuno; è generativo dell’incontro. E la preghiera è espressione del desiderio, l’esercizio diuturno, ininterrotto del desiderio: esercizio e pratica non solo quaresimale: un dare forma ai desideri non mortificando ma facendo vivere, portando alla luce se stessi e gli altri.

Scrive Agostino «Il tuo desiderio è la tua preghiera: se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera. L’Apostolo infatti non a caso afferma: “Pregate incessantemente” (1Ts 5,17). S’intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente? Se intendiamo così il pregare, ritengo che non possiamo farlo senza interruzione.

Ma v’è un’altra preghiera, quella interiore, che è senza interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato (che è il riposo in Dio), non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. Il tuo desiderio è continuo, continua è la tua voce. La freddezza dell’amore è il silenzio del cuore, l’ardore dell’amore è il grido del cuore. Se resta sempre vivo l’amore, tu gridi sempre; se gridi sempre, desideri sempre; se desideri, hai il pensiero volto alla pace» (Commento sui Salmi, dalla Liturgia delle Ore, vol. I, p. 289).

La liturgia è questo pregare insieme, desiderando insieme, davanti a una presenza reale: “davanti a te ogni mio desiderio e il mio gemito non ti è nascosto” (Sal 38,10). “Lasciando fluire il tuo desiderio in lui, in lui confida e lascialo agire a colmare le brame del cuore” (Sal 37,5).

Dalla preghiera liturgica e delle Ore impariamo pure la pratica della sinodalità dell’andare insieme: desiderio e preghiera ne sono la linfa vitale. È sempre Agostino che riconosce nella postura dei cervi in cammino uno stile sinodale:

«C’è qualcos’altro da notare nel cervo. Dicono che i cervi quando camminano nella loro mandria, oppure quando nuotando si dirigono verso altre regioni, appoggiano la testa gli uni sugli altri, di modo che uno precede, e lo segue un altro che appoggia il capo su di lui, e il terzo lo appoggia sul secondo e così via fino alla fine del branco. Il primo che porta il peso del capo di quello che lo segue, quando è stanco va in coda, in modo che il secondo diventa il primo e lui appoggiando la testa sull’ultimo possa riposarsi dalla sua stanchezza; in questo modo, portando alternativamente il peso, portano a termine il viaggio senza allontanarsi gli uni dagli altri. Non parla forse di cervi di questo genere l’Apostolo, quando dice: portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo» (Esposizione sul salmo, 41[42]).

La cerva dell’aurora

Siamo ora nel vado/uadi del salmo 22/23, il cui incipit è sulle labbra di Gesù in croce, che ripete il grido dell’abbandonato al Dio sentito come assente e lontano: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?». Le parole del salmista vi scorrono in esso dapprima come un urlo di passione, un vuoto di speranza, ma poi, dopo uno sprofondo sempre più devastante, improvvisamente avviene un mutamento: dal buio impenetrabile una luce, un passaggio che si apre alla vita, un anticipo pasquale.

Così i suoi versi si mutano in un canto di gioia e di vittoria: parole assetate che vengono dissetate, parole morte che risorgono e riprendono il cammino. Quelle di colui che ha trionfato sulla cerchia dei suoi assalitori, passando in mezzo a loro; e così, dopo aver sperimentato la sua gola come creta riarsa, egli sperimenta il suo Dio come l’acqua ritrovata e fonte del suo cantare nuovo, perché Egli lo ha liberato nonostante i suoi nemici gli avessero mani e piedi perforati e contate tutte le sue ossa e il suo cuore fosse ormai liquefatto come cera.

I salmi hanno spesso questo carattere torrentizio: inariditi e sgretolati, d’improvviso l’acqua e la vita ritornano, come nei torrenti del Negev in Palestina, vuoti e assetati per un certo tempo, ricolmi solo di suppliche e grida, e poi, d’improvviso, inondati ed esondanti di acque impetuose, di gioia, di gratitudine, della lode, del rendimento di grazie, degli inni per il manifestarsi della salvezza insperata.

Acqua viva quella dei salmi che passando per l’uadi del pianto lo cambia in una sorgente, una prima pioggia l’ammantata di benedizioni (Sal 83).

Si rompono le acque a primavera per far nascere di nuovo la terra a primavera:
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi delle sue ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu fai crescere il frumento per gli uomini.
al tuo passaggio stilla l’abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di grano;
tutto canta e grida di gioia.
(Sal 65 [64])

«Cerva dell’aurora» era probabilmente il nome della melodia sulla quale si doveva cantare il salmo. Ma un’altra traduzione è «per il conforto mattutino», oppure anche «per la fine», come a ricordarci che quel salmo era riferito alla passione, morte e risurrezione del Cristo. Così in questo salmo si può ripercorrere il cammino d’Israele e dei popoli al monte del Signore come pure la preghiera del Servo del Signore, le sue sofferenze e la glorificazione.

Il canto dell’amore mistico

L’invito finale del salmo è di narrare del Signore alla generazione che viene e annunciare al popolo che verrà: «Ecco l’opera del Signore». L’iscrizione ebraica “la cerva del mattino” allude per i cristiani al mattino di Pasqua, alla bellezza della risurrezione che ha il suo emblema nella cerva, all’alba, al sorgere dell’aurora. «Chi è costei che sorge come l’aurora» si canta nel Cantico dei cantici: è l’amata che attende il sorgere del sole amato.

Sia l’assemblea di Israele che attende il Signore più che le sentinelle il mattino, sia l’assemblea cristiana nella veglia pasquale, come pure l’amata nel Cantico dei cantici portano il nome di cerva. Assemblee che ad ogni Pasqua sono chiamate a incamminarsi nel uadi del salmo 63 (62) e a cantare il canto nuovo, quello dell’amore mistico.

Così lo chiama padre Turoldo e aggiunge «…o assetati di lui, altro non dite perché tutto è già detto cantato, sofferto da altri innamorati. È grazia di lui pregare così: O Amato solo te dall’alba desidero, il mio essere ha sete di te, per te spasima la mia anima come arida terra riarsa… Quando in veglie la notte sussurro e ti penso dal mio giaciglio!… canta il mio cuore di gioia all’ombra delle ali tue… A te l’esser mio si stringe, in tua destra è il mio sostegno» (Lungo i fiumi. I salmi, San Paolo, Cinisello Balsamo MI, 1987, 211-212).

Il cervo, considerato nemico dei serpenti perché li fa uscire dai loro nascondigli con l’acqua e poi li colpisce con gli zoccoli, diviene in alcuni scrittori quale emblema e paradigma della fedeltà di Dio contro il serpente antico. È visto altresì come metafora del Cristo che sulla croce fa scaturire dal suo costato l’acqua viva che guarisce dai morsi velenosi della morte, preludio del fonte battesimale da cui scaturisce l’acqua della vita che guarisce la ferita antica.

Nella raccolta patristica Clavis Melitonis si racconta che «il cervo uccide i serpenti dei crepacci con l’acqua che fa uscire dalla sua bocca, un simbolo di Cristo, che ha dato a noi: dal suo costato le acque celestiali, l’acqua della sapienza». Divenne poi anche nell’iconografia dei battisteri simbolo del catecumeno e dei neofiti, i nuovi battezzati a Pasqua.

Desiderio assetato di pace

«Murato nel desiderio senza amore», «chiuso fra cose mortali», dove anche «il cielo mortale finirà», Giuseppe Ungaretti si domanda: «Perché bramo Dio?».

Gli fa eco il salmo della cerva: «Dirò a Dio: «Mia roccia!/ Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?». Mi insultano i miei avversari quando rompono le mie ossa, mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”».

In altro modo la sete della cerva che brama e sospira l’acqua che non c’è e quella dell’anima del salmista che brama di vedere il volto nascosto del Vivente è ripresa nei testi poetici di Giuseppe Ungaretti.

Leggendo la poesia Accadrà mi è venuto di declinare la situazione della città di Roma occupata dai nazisti durante la guerra alla condizione della cerva del salmo 42. Anche Roma, oppressa dalla “cenere” della guerra, brama libertà e con lei tutte le città incenerite dalla desolazione infernale e distruttiva delle guerre.

Nella sezione Roma occupata la lirica Accadrà fa parte della raccolta Il dolore. Il poeta immagina Roma occupata dilaniata dai bombardamenti, “tesa sempre in agonia” in cui il male sembra ormai avere il sopravvento e non finire più. Le sue parole sono un appello al Cristo perché confermi la sua promessa di Roma città per sempre.

Sogno, grido, miracolo spezzante,
Seme d’amore nell’umana notte,
Speranza, fiore, canto,
Ora accadrà che cenere prevalga?

Anelante come la cerva al uadi è così decritta Roma: «umile interprete del Dio di tutti» in attesa – come tante città anche oggi – di essere dissetata dall’arsura rovente del fuoco della guerra spento dalle acque della pace.

Tesa sempre in angoscia
E al limite di morte:
Terribile ventura;
Ma, anelante di grazia,
In tanta Tua agonia
Ritornavi a scoprire,
Senza darti mai pace,
Che, nel principio e nei sospiri sommi
Da una stessa speranza consolati,
Gli uomini sono uguali,
Figli d’un solo, d’un eterno Soffio.

Da venti secoli T’uccide l’uomo
Che incessante vivifichi rinata,
Umile interprete del Dio di tutti.
(Vita d’uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1996, 231-232).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

NATURE URBANE E SPAZI PUBBLICI
Secondo Incontro sulla Città che Vogliamo: lunedì 27 marzo alle 17

NATURE URBANE E SPAZI PUBBLICI
lunedì 27 marzo alle 17

INCONTRI SULLA CITTÀ RIFLESSIONI E PROPOSTE PER LA CITTÀ FUTURA
Ciclo di incontri pubblici organizzati dall’Università di Ferrara, Dipartimento di Architettura_CITERlab e LSFD e dal Forum Ferrara Partecipata

 Gli incontri proposti trattano temi generali importanti per il futuro delle città che si possono riscontrare sia nell’Agenda 2030 dell’ONU (Obiettivo 11) che in numerose esperienze che si stanno compiendo non solo in Italia. Gli incontri riguardano la rigenerazione e il consumo di suolo, la natura, il verde urbano e gli spazi pubblici, la mobilità, il diritto alla casa, la salute urbana, la partecipazione dei cittadini. Tali temi saranno trattati da ricercatori e esperti di diverse università italiane e da esperti di settore.
La presentazione dell’intero ciclo di incontri è su Periscopio [Qui]

Secondo incontro
NATURE URBANE E SPAZI PUBBLICI
Lunedì 27 marzo ore 17,00
Sala Sinodale della Parrocchia di San Giacomo Apostolo, via Arginone 161.

Relatori:
Romeo Farinella (architetto-urbanista, Dipartimento di Architettura-UNIFE)
Anna Lambertini ( architetto del paesaggio, Dipartimento di Architettura-UNIFI)
ne parlano con Giovanna Foddis (Forum Ferrara Partecipata)

L’INCONTRO E’ APERTO A TUTTI

L’iniziativa è nata grazie all’incontro tra il laboratorio di Ricerca CITERlab del Dipartimento di Architettura dell’Università, il Laboratorio didattico LSFD entrambi diretti dal Prof. Romeo Farinella e il Forum Ferrara Partecipata, costituitosi come luogo di riflessione sul futuro di Ferrara e di cittadinanza attiva finalizzato al coinvolgimento dei cittadini nelle scelte future che riguardano la città. L’occasione che ha portato alla nascita del Forum è stato il dibattito scaturito dal Progetto Fe.Ris, ma l’obiettivo è più ampio e riguarda la volontà di consolidare a Ferrara un luogo di discussione sul futuro urbano, aspetto strutturale di ogni ipotesi o strategia di transizione ecologica.

Si intende pertanto coinvolgere i cittadini nelle scelte che riguardano la città, avviare un percorso di cittadinanza attiva finalizzato alla formulazione di idee innovative, orientate alle necessità future e alla costruzione di una visione condivisa della trasformazione urbana. Un’esperienza che rientra anche nel campo del public engagement che sempre più connota i rapporti tra le università e i loro territori.

C’è bisogno di una visione più consona alla situazione di crisi eco climatica, economica e sociale in cui ci troviamo. Non si può continuare con le vecchie logiche di “sviluppo” a base di cemento, plastica e combustibili fossili. La città va ripensata, come stanno facendo in molte città europee, con più verde, senza automobili private, con trasporti collettivi efficienti, con più spazi per attività sociali e culturali, salvaguardando il patrimonio culturale e naturale, riducendo l’inquinamento, garantendo a tutti l’accesso ad alloggi adeguati, difendendo i beni comuni e i servizi pubblici.

Per contatti:
forumferrarapartecipata@gmail.com
https://ferrarapartecipata.it

In copertina: LAVORI DI RIQUALIFICAZIONE DI PIAZZA VERDI A FERRARASCHEDA TECNICA a cura del Servizio infrastrutture, Mobilità e Traffico del Comune di Ferrara (Cronaca Comune, 13,12,2019)

Gli operai GKN in piazza per “rompere l’assedio”
(tutte le puntate di una lunga storia di lotta)

Gli operai GKN in piazza per “rompere l’assedio”
(tutte le puntate di una lunga storia di lotta)

di Silvia Giagnoni
Articolo originale su Valigia blu del 24 marzo 2023

“Noi siamo qui a parlare di mutualismo e micro-credito, di come il denaro sia un mezzo e non un fine, e quello ci prende per fame?”Quello è Francesco Borgomeo, proprietario di Qf, l’azienda che nel dicembre 2021 ha rilevato la GKN Driveline di Campi Bisenzio, dopo che il fondo Melrose aveva provato a licenziare i 422 lavoratori con un’email il 9 luglio 2021. Chi parla è uno degli operai in assemblea permanente da oltre 20 mesi, e parte attiva di un movimento che ha portato l’intero paese a mobilitarsi per e con i lavoratori GKN in nome della convergenza.

Negli ultimi tempi, quell’operaio ha imparato tante cose—se ci riflette, si commuove, cosa che non vuole fare, in pubblico. Ha anche imparato cosa vuol dire far parte di una cooperativa finanziaria mutualistica e autogestita, quale la MAG di Firenze, che consente un accesso al credito in assenza di garanzie patrimoniali. Perché, appunto, è importante restituire il giusto posto al denaro. Quel posto centrale che un fondo finanziario ha preso di prepotenza nelle vite delle persone.

“Se potessero chiudere due volte lo rifarebbero, e così noi se potessimo insorgere due volte insorgeremmo di nuovo”, dice parafrasando Bartolomeo Vanzetti nell’interpretazione di Gian Maria Volontè. L’operaio ha una compagna che lavora, non ha figliə o familiari da accudire, per ora tiene botta. Non è così per altri lavoratori che nelle ultime settimane hanno dato le dimissioni. Chi per bisogno di certezze, chi, appunto, per fame. Sei mesi senza stipendio. Chi potrebbe resistere così a lungo?

L’avventura toscana di Francesco Borgomeo, salutata con tappeti rossi e gran pacche sulle spalle da politici e amministratori locali, è finita. L’industriale romano, campione dell’economia circolare made in Italy, ha messo in liquidazione Qf. Ha fatto sapere che “non intende procedere alla mera cessazione dell’attività perché si vuole cercare una soluzione al fine di garantire il pagamento delle retribuzioni dei lavoratori”. Ma di fatto, Borgomeo ha ottenuto la cassa integrazione straordinaria da gennaio a ottobre 2022. Le RSU, già prima che fosse ufficializzata la notizia, avevano dichiarato: “Quello stesso Stato di cui invochiamo ‘l’intervento da un anno e mezzo ha socializzato sulle casse pubbliche i costi dell’operazione Borgomeo”. D’altra parte, Il Tribunale ha appena respinto il ricorso presentato dall’imprenditore contro il primo decreto ingiuntivo. “In assenza di un atto di accoglimento della domanda di CIG il datore di lavoro continua a essere obbligato al pagamento della retribuzione”, si legge nella sentenza.  Il Collettivo commenta: “Ad oggi Qf continua a trattenere illegittimamente le nostre retribuzioni, e anche le buste paga, il nostro Cud, per impedire di fare valere le nostre ragioni con altri ricorsi per ingiunzione. Da ottobre ad oggi Qf deve pagare interamente tutte le spettanze contrattuali e di legge”. Anche per questo, Firenze è chiamata a insorgere di nuovo il 25 marzo. E a rompere l’assedio.

L’assedio’ di Borgomeo al Collettivo di Fabbrica

Ma come si arriva a quello che il Collettivo ha chiamato “un assedio composto di calunnie, di logoramento psicologico ed anche economico”?

Scaduti i termini definiti tra le parti con un nulla di fatto, il 9 ottobre GKN si dichiara “fabbrica pubblica e socialmente integrata” e apre una nuova fase della lotta. Il 2 novembre si tiene un estenuante incontro-fiume del Comitato di Proposta e Verifica (istituito con l’accordo quadro del gennaio 2022): la proprietà incontra al presidio Comune, Regione, sindacati e RSU. Quest’ultime chiedono di poter fare entrare in fabbrica altri soggetti privati e pubblici, ma Borgomeo rifiuta: vuole la cassa integrazione, e l’INPS gliela sta negando. I sindacati e le RSU si oppongono a una cig retroattiva senza piano di reindustrializzazione. Il proprietario di Qf insiste nel chiedere la rimozione di quelli che chiama “rifiuti.” “‘Non esci di qui se non firmi’. Firmare ciò che in pratica era un’espropriazione”, dichiara in un’intervista Borgomeo. Non secondo la Regione che ha preparato il documento congiunto assieme a RSU e sindacati.“Non sono solito stilare documenti che violino i principi della Costituzione”, ribatte Valerio Fabiani, che segue dall’inizio la vertenza GKN in qualità di consigliere regionale speciale per il Lavoro e le Crisi Industriali. L’incontro si conclude con un nulla di fatto dopo ben dodici ore. Stanchi ed esasperati dall’ostinazione dell’imprenditore, i lavoratori restano fino a notte fonda a buttare in strada i semiassi e le culle. Che se li vengano a prendere questi “rifiuti”, il loro commento. E infatti, il pomeriggio del 4 novembre, arriva il comunicato ufficiale di Qf che annuncia: “Per circa tre settimane inizieranno i lavori di sistemazione e smobilizzo di tutto il materiale”. Si parla di “prodotti finiti (da rendere inutilizzabili), semilavorati, materie prime (componenti di fornitura).” La sera di sabato 5, mentre il Collettivo di Fabbrica è con oltre diecimila persone a manifestare contro il carovita a Napoli accanto al Movimento di Lotta Disoccupati – 7 novembre, ha inizio l’assedio.

Borgomeo, infatti, sbotta. Quella che per Fiom, RSU e solidalə è legittima difesa del posto di lavoro, cioè tutela dello stabilimento e dei materiali in esso, che non possono uscire, senza in cambio delle garanzie, per Borgomeo è un presidio illegale. La polemica sui rifiuti? “Pretestuosa e senza senso”. Lunedì 7 novembre, un migliaio di solidalə si presentano davanti alla Fabbrica rispondendo alla chiamata del Collettivo “Giù le Mani da GKN.”

Il proprietario di Qf comincia dunque ad attaccare l’assemblea permanente. E soprattutto, smette di pagare gli stipendi. Per evitare forse ulteriori ingiunzioni di pagamento, a dicembre smette anche di mandare i cedolini ai lavoratori. L’inevitabile conclusione dopo “il boicottaggio sistematico a cui ogni tentativo di rilancio è stato sottoposto,” scriverà Qf in una nota ai lavoratori.

Borgomeo, dunque, fa proprio quello che, secondo una comunicazione interna alle RSU risalente al 21 giugno 2022, aveva scritto che non avrebbe mai fatto: dare la colpa della mancata re-industrializzazione ai lavoratori. A inizio mese, la proprietà aveva infatti agitato con una lettera ai dipendenti Qf lo spettro della presunta inagibilità dello stabilimento, ostativo ai piani di reindustrializzazione. Le RSU avevano risposto con un testo approvato dall’assemblea permanente in cui chiedevano “chiarezza sul reale stato finanziario di Qf e sulla reale solidità finanziaria del progetto”. Da lì, le conseguenti rassicurazioni di Borgomeo.

Da parte sua, l’imprenditore deve in qualche modo salvarsi la reputazione. Quando ha fondato Qf—che sta per Fiducia nella Fabbrica di Firenze—ci ha messo la faccia, è vero, e adesso deve cambiare la storia, perché qualcosa è andato storto. La riconversione che doveva portare avanti con Qf non si è mai tramutata in un piano industriale. “Lo stabilimento non era agibile, l’occupazione illegale.” Eppure, Qf ha pagato per mesi 21 dipendenti (operai di produzione) al giorno in rotazione per mansioni di guardiania e sorveglianza, 8 manutentori e il direttore di stabilimento. Hanno lavorato tutti dentro una fabbrica occupata? Borgomeo incalza. La colpa è di un gruppetto di lavoratori (alcuni membri del Collettivo) che, a suo avviso, tengono in ostaggio tutti gli altri.

A partire da novembre, Borgomeo ha dato addosso più volte al “movimento politico Insorgiamo”. Per Dario Salvetti, Collettivo di Fabbrica GKN, questo significa attaccare ciò che quel movimento rappresenta: le sue radici, che affondano nella Resistenza di una città che si libera da sola, l’11 agosto 1944, invece di attendere il Liberatore, metafora di ciò che stanno facendo i lavoratori GKN assieme al territorio.

È così che si arriva all’articolo di Libero del 7 marzo 2023. Il titolo, “In piazza con la Schlein: hanno occupato la fabbrica e la stanno facendo fallire”. Si legge nell’articolo: “Il patto è: io trovo gli investitori, voi (Stato) mi date la cassa integrazione, i lavoratori interrompono l’occupazione” (…) “La cassa integrazione non arriva’”. Il messaggio che l’articolo fa passare è che il lavoro manca perché c’è la lotta dei lavoratori, in una sorta di capovolgimento di fatti, considerato che la lotta è iniziata quando ci fu il tentativo di licenziamento via mail nel 2021. Si invertono la causa con l’effetto, dichiara Salvetti durante l’assemblea del 23 febbraio. “C’è la lotta perché ci hanno tolto il lavoro. Ma invece, la proprietà vuol far passare il messaggio opposto: ‘Il lavoro manca perché c’è la lotta”.

Dall’inizio dell’assedio, il Collettivo di Fabbrica non si ferma. I lavoratori rispondono con una vertenzialità legale: dal 9 novembre, 278 lavoratori mettono in mora gli stipendi e diffidano l’azienda dal “continuare una condotta lesiva della propria professionalità e della propria salute psicologica.” Cominciano a partire le ingiunzioni di pagamento. Soprattutto, si mobilitano di nuovo, anche con blitz all’aeroporto e in centro a Firenze; con un’occupazione storica di ben trenta ore della Salone de’ Dugento, sede del Comune, a Palazzo Vecchio (14-15 novembre 2022); e una consultazione popolare autogestita (1-11 dicembre), a sostegno della Fabbrica pubblica e socialmente integrata, arrivata a raccogliere quasi 17 mila firme.

Secondo Borgomeo, Il Collettivo di Fabbrica è una “minoranza eversiva” e sta creando una corrente all’interno della Fiom. La cosiddetta sinistra sindacale, però, in CGIL esiste da anni, e si rifà a esperienze di cui il Collettivo di Fabbrica è certo l’espressione contemporanea più riuscita, ma che risalgono al biennio rosso e ai consigli di fabbrica, fulcro stesso della democrazia, secondo Antonio Gramsci, e poi alle lotte operaie che portarono allo Statuto dei Lavoratori nel 1970. E la CGIL, organizzazione che mantiene una vocazione e una struttura democratica, dà la possibilità di presentare un documento alternativo che sia sostenuto dal 3% del direttivo nazionale. Così è avvenuto al Congresso appena conclusosi a Rimini, con il documento #2, Le radici del sindacato, presentato da Eliana Como il 30 giugno scorso a Livorno e poi in giro per l’Italia per avanzare la necessità di un sindacato più conflittuale.

“Hanno portato dentro i centri sociali,” dichiara ancora Borgomeo, criminalizzando così anche pratiche alternative e luoghi dove da anni si fa cultura in questo paese. Quella che spesso non trova posto nei salotti televisivi, ma nemmeno sulle pagine di quotidiani che un tempo si sarebbero detti di sinistra. E a proposito di spazi ritagliati, i lavoratori GKN e le/i solidali si sono persino inventati un Festival Internazionale della Letteratura Working Class che si terrà proprio nella Fabbrica dal 31 marzo al 2 aprile. Organizzato dal Collettivo assieme a Edizioni Alegre e in collaborazione con Arci Firenze, e grazie al contributo di oltre 300 militantə, l’evento prevede anche un innovativo Spazio Prole nella nuova area bimb@liberatutt@ in GKN, ideato proprio per rispondere alle esigenze di cura e partecipazione di lavoratori, lavoratrici e solidalə.

Il Collettivo di Fabbrica non si ferma: la prima assemblea della società di mutuo soccorso e la ricerca di ipotesi alternative di reindustrializzazione

Sotto assedio, dunque, il Collettivo di Fabbrica va avanti, non può fare altrimenti. Fermarsi vorrebbe dire cedere alla rassegnazione, gettare la spugna. Ancora c’è la forza per lottare, almeno un altro po’. C’è tutto un territorio che spinge.

Il 21 gennaio si tiene la prima assemblea della SOMS Insorgiamo, la società di mutuo soccorso creata ad ottobre per dare un’alternativa alla mancata reindustrializzazione del sito di Campi Bisenzio da parte di Qf. Fissata proprio nel giorno dell’anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano con la famosa scissione di Livorno, perché anche per questo movimento si tratta di un nuovo inizio: non nasce un partito e non c’è nessuna rottura, ma il passaggio è tutt’altro che indolore. È cominciata “la fase delle grandi possibilità e del grande scoramento,” come dichiara Salvetti.

Il momento è difficile. Ci sono sempre più lavoratori che se ne vanno, in lacrime. Cresce la tensione, sono all’ordine del giorno le recriminazioni tra chi è “sempre al presidio,” e “ha fatto il giro dell’Italia per far riaprire la Fabbrica”, nei confronti di chi, invece, è stato “tutto il tempo sul divano”. Nel momento del bisogno, però, alcuni lavoratori si son fatti vedere, e sono stati aiutati: una decisione non condivisa da tuttə coloro che hanno portato avanti la lotta in questi mesi. (In mezzo alle polemiche sulla linea tenuta, le RSU a febbraio chiedono ai lavoratori una conferma al mandato—che viene data a stragrande maggioranza dall’assemblea permanente)

Auto-organizzarsi è faticoso: ci sono lavoratori che sono scettici circa il nuovo corso. D’altronde, il passaggio alla Fabbrica pubblica è quasi un cambiamento di specie, da anfibio a rettile, non serve più l’acqua (“il padrone”)—è la proverbiale rana che salta fuori dalla pentola e diventa qualcos’altro. Gli operai sono chiamati a camminare con le loro gambe. Ma i rischi ci sono e sono tanti e le bollette da pagare si stanno accumulando. Come la stanchezza, del resto. Una stanchezza indicibile.

Intanto, sempre a gennaio è la volta dello stabilimento GKN di Mosel in Germania: 800 persone a casa. Dopo Birmingham in Inghilterra (519 posti di lavoro nella sola fabbrica di Erdington) e Kaiserslautern in Germania, chiude anche un’altra fabbrica tedesca dove si producono pezzi per Audi e Volkswagen. D’altra parte, Melrose, ha annunciato a settembre 2022 di voler ritenere solo GKN Aerospace e scorporare GKN automotive. Chris Carr, professore di economia dell’Università di Edimburgo, che ha aiutato GKN a internazionalizzare l’azienda, si chiede sul Financial Times se Melrose non si prepari a un’ulteriore vendita, visto che non è riuscita ad ottenere i guadagni desiderati e visto che il suo impegno con il governo britannico di mantenere brevetti e tecnologia scade a breve.

A Campi Bisenzio, per settimane sono al vaglio ipotesi alternative di reindustrializzazione del sito. Non c’è nessun idealismo in questo, dice Salvetti in assemblea; e ammette: “Non siamo sconfitti ma non siamo nemmeno riusciti a vincere”.

Non ci sarà una fabbrica nazionalizzata a controllo operaio, come avrebbe voluto il Collettivo. Non esistono i rapporti di forza per averla. Arriva però una start-up che propone di entrare con brevetti e quota in una fabbrica autogestita almeno al 51% dai lavoratori. L’idea è di produrre batterie e componenti per pannelli fotovoltaici di nuova generazione. In questo processo, la SOMS serve tecnicamente come soggetto giuridico in grado di richiedere finanziamenti per la re-industrializzazione. “La nostra proposta è chiara”, continua Salvetti. “La Regione fa il consorzio industriale, prende in mano lo stabilimento, accompagna Borgomeo fuori in un’uscita composta dove rimetta a posto, faccia un APEA (un’area produttiva ecologicamente attrezzata) in base alla loro legge, la politica energetica in base alla loro legge e noi possiamo diventare un pezzo di una sorta di ‘condominio industriale’”.

La situazione si complica

La situazione però si complica ulteriormente a febbraio. Il 22 Borgomeo mette in liquidazione l’azienda. Di fatto, la procedura viene depositata il 9, quando RSU, sindacato e Regione credono ancora di stare a discutere della cassa integrazione per riorganizzazione, la cui procedura è stata aperta appunto dalla proprietà a gennaio. Il 10 febbraio, un gruppo di operai ex GKN fa incursione a Cassino: c’è assemblea di Unindustria, di cui Francesco Borgomeo è presidente. Ma l’arrivo dei lavoratori da Campi Bisenzio è il segreto di Pulcinella: fuori dall’edificio, ci sono già le forze dell’ordine ad aspettarli. Un poliziotto comunica loro che l’assemblea, appunto, “si tiene in remoto”. Gli operai si spostano ad Anagni dove ha sede la Saxa Gres di Borgomeo, ma non lo trovano nemmeno lì. Nel frattempo, le RSU ricevono un’email dall’azienda in cui comunica che è disposta a discutere della riorganizzazione industriale proprio a partire dal 21 febbraio… Dopo le proteste dei lavoratori ex GKN nel Lazio, Dario Nardella invita a recuperare un clima di serenità; il Collettivo ribatte seccamente al sindaco di Firenze: “Si privi degli ultimi quattro stipendi”.

Per San Valentino, arriva il pignoramento di due macchinari della 4.0—uno automatico per il controllo qualità denominato “Vision” e un robot motoman, e salgono a 98 le ingiunzioni di pagamento da cinque giudici diversi. “L’azione legale dei lavoratori arriva a fare chiarezza dove un intero sistema istituzionale fallisce,” scrive il Collettivo. Il 24 febbraio al tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (ex MISE) al posto di Borgomeo arriva il commissario liquidatore, Salvatore Sarcone, nominato dall’azienda qualche giorno prima; dichiara la carenza di liquidità e che “all’azienda sarebbe utile potersi avvalere della cassa integrazione”. Soprattutto, dice di non aver avuto il tempo di studiare le carte; il tavolo viene aggiornato. Dopo due settimane, Sarcone si dimette e arriverà un nuovo liquidatore, Gianluca Franchi, consigliere della Saxa Gres.

“Perché diserta i tavoli? Non sarà perché non ha nulla da offrire?”, si chiede Matteo Moretti, RSU-Fiom ex GKN. In altre parole, rimane senza risposta la domanda che potrebbe portare a fare chiarezza su tutta la vicenda: cos’è di proprietà di Borgomeo?

Da advisor di Melrose/GKN (novembre 2021), poi “salvatore” con il passaggio di proprietà (23 dicembre 2021), quindi coordinatore di un consorzio, Iris Lab, “non a scopo di lucro” (29 luglio 2022) e re-industrializzatore unico (31 agosto 2022) fino a mettere in liquidazione Qf (febbraio 2023), come aveva fatto la multinazionale, fa notare Moretti, incluso l’invito a licenziarsi. Tramite una comunicazione aziendale, Qf (a firma del nuovo liquidatore Franchi) fa sapere che è stato attivato un canale di ricollocamento “dopo accordi con società di outplacement”. Proprio quello che aveva provato a fare Melrose/GKN con la mitigation nell’agosto 2021, dichiara Moretti.

Ufficializzata quindi la messa in liquidazione volontaria dell’azienda, Borgomeo scompare (appunto) dai tavoli ministeriali. Non si presenta nemmeno all’audizione alla Camera delle Commissioni Attività Produttive e Lavoro. Nel frattempo, nell’ultimo incontro ristretto al Mimit a cui è presente, Borgomeo definisce la liquidazione come necessaria: è aperta al liquidatore solo la vendita per cespiti, quindi non ad un solo acquirente. La Regione Toscana, rappresentata dal consigliere con delega al lavoro, Fabiani, che ha condotto lo scouting in queste settimane, e secondo cui ci sarebbero sei soggetti interessati al sito, chiede il ritiro della procedura di liquidazione, per consentire il commissariamento. Concordano sindacati e RSU. Borgomeo però dichiara: “Qf non ha i requisiti per l’amministrazione straordinaria, a cominciare dalla continuità produttiva, vista anche l’assenza conclamata di un piano industriale”.

Il 2 marzo si tiene altra riunione-fiume di oltre dieci ore al Mimit con Rsu e sindacati, il proprietario di Qf (assente) fa sapere che subordina il ritiro della liquidazione allo smantellamento dei macchinari. Secondo Luca Annibaletti, coordinatore della Struttura per le Crisi d’Impresa al Mimit, e la sottosegretaria Fausta Bergamotto, l’amministrazione straordinaria è invece possibile, ma deve essere revocata la procedura di liquidazione (il Tribunale competente deve dichiarare lo stato di insolvenza).

Poi, però, di nuovo tutto fermo. Gli operai ancora senza stipendio. Il Ministero tace, Borgomeo dichiara che non è più affar suo, che tutto è in mano al liquidatore. Il 20 marzo arriva la conferma alle voci che correvano da giorni: con decreto la cassa integrazione è stata applicata retroattivamente per il periodo da gennaio a ottobre 2022. Certo, una boccata di ossigeno per l’industriale, ma  le 140 ingiunzioni di pagamento non decadono, data la sentenza del Tribunale contro il ricorso di Borgomeo. Resta il fatto che i lavoratori potrebbero aspettare dei mesi prima di vedere le mensilità dovute.

Di nuovo al punto di partenza, meno sei mensilità

E allora? Dopo 20 mesi di lotta, gli operai sono al punto di partenza. Meno sei mensilità.

Avanti, dunque. Avanti con l’azione legale, la mobilitazione, la convergenza.  E la richiesta avanzata dal Collettivo all’audizione alla Camera del 21 marzo di aprire una Commissione parlamentare d’inchiesta. “Esiste un modus operandi con cui si portano avanti le delocalizzazioni e le deindustrializzazioni?”, si chiede Salvetti nell’Aula delle Commissioni Attività Produttive della Camera.  “Da ottobre, siamo controllati da una società, la Pvar, che ha come oggetto sociale la vendita di immobili e non la reindustrializzazione del sito,” continua. E ancora: “È questo dunque un modus operandi delle multinazionali nel condurre delocalizzazioni senza dichiarare licenziamenti trasformando le strutture societarie in scatole vuote dove i contratti a tempo indeterminato non vengono distrutti formalmente ma (i lavoratori) sono costretti a licenziarsi e vengono quindi distrutti posti di lavoro?” Sarebbe importante “per la politica capire se gli strumenti giuridici e politici esistenti sono all’altezza delle azioni delle multinazionali e dei grandi capitali sui nostri territori”.

Le RSU chiedono l’amministrazione straordinaria e il commissariamento di Qf, di ripristinare il rispetto della contrattazione nazionale e interna, l’apertura di una cassa per riorganizzazione integrata e anticipata al soggetto privato o pubblico che consenta la reindustrializzazione con i progetti che stanno arrivando alla Regione Toscana. E prosegue Salvetti: “Vogliamo valutare assieme a Mimit, Invitalia e CFI l’entrata di capitale pubblico in Qf e l’ipotesi di copertura pubblica dei piani industriali da noi proposti anche in forma di garanzie sul credito e/o l’analisi di fattibilità del nostro piano industriale, in particolare quella legata ai pannelli fotovoltaici, un’ipotesi di Workers’ Buyout, anche sostenute da intervento pubblico.

Avanti, quindi, anche con la possibile reindustrializzazione “dal basso”.  A questo proposito, Il 16 marzo il Collettivo di Fabbrica lancia anche la campagna di crowdfunding “GKN for Future”, sostenuta da Banca Etica, ARCI e Fridays for Future Italia e elaborata assieme a ricercatrici e ricercatori solidali da tutta Italia, attivistə di Co.Mu.net-Officine Corsare, Autogestione in Movimento – Fuori Mercato, Rete Italiana Imprese Recuperate, MAG Firenze. Il crowdfunding si compone di tre fasi: la prima (il cosiddetto reward crowdfunding) , che durerà fino al 2 maggio 2023, raccoglierà le donazioni di voglia contribuire ad avviare il piano di reindustrializzazione, fornendo il budget minimo di 75 mila euro necessarie “per coprire le spese per la fondazione del nuovo soggetto industriale e per l’avvio dell’attività produttiva”; la seconda fase sarà quella dedicata all’equity crowdfunding dopo l’estate e “si avvarrà dei piccoli, medi e grandi investimenti di chiunque vorrà scommettere sul piano di reindustrializzazione. La terza fase, una volta avviata la produzione dei pannelli, vedrà infine un product crowdfunding, con le prime commesse, che puntano a coinvolgere imprese recuperate e cooperative di produzione già esistenti, alleate nel processo di sviluppo di un’autentica transizione ecologica.

Il piano, in linea con gli obiettivi del PNRR e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, si snoda nella produzione di pannelli fotovoltaici, batterie e cargo bike a ridotto impatto ecologico. A Campi Bisenzio, si potrebbero produrre rinnovabili che si pongono fuori dalla filiera del litio e del silicio (e quindi fuori da logiche estrattiviste), si potrebbe dare un impulso alla mobilità sostenibile con una prima cargo bike targata Insorgiamo, che i lavoratori hanno presentato in Fabbrica l’11 febbraio. Si potrebbe, infine, trasformare lo stabilimento di Campi Bisenzio in una comunità energetica. Si tratta del progetto per “una fabbrica recuperata dai lavoratori e dalle lavoratrici e socialmente integrata grazie al protagonismo delle persone e delle associazioni che hanno solidarizzato con la nostra lotta,” hanno dichiarato le RSU ex GKN nel lanciare l’iniziativa.

Sebbene il fenomeno delle imprese recuperate esista anche nel nostro paese, coinvolge in genere fabbriche più piccole. Questo sarebbe il primo esperimento del genere in Italia. Il modello è quello dell’Argentina, dove dopo trent’anni di politiche economiche e sociali neoliberiste che hanno portato il 60% del paese sotto la soglia di povertà, sono emerse centinaia di fabbriche recuperate (empresas y fabricas recuperadas).

“Avanti, adesso, insorgiamo”

Nell’assedio, i lavoratori GKN si sono ritrovati dentro a un nuovo calcolo, a cui, per loro stessa ammissione, non erano preparati. Non erano preparati perché credevano che bastassero il CCNL, il contratto aziendale, le 29 PEC, e ancora, la mobilitazione popolare, le quasi 17 mila firme raccolte, lo sforzo continuo (e riuscito, almeno a livello locale) di tenere i riflettori accesi sulla vertenza, la convergenza con le altre lotte anticapitaliste. Che essere (stati?) una delle realtà più sindacalizzate d’Italia potesse bastare.

E invece, ancora non basta. “Se osano comportarsi così, in una vertenza nazionale e alla luce del sole, cosa succede quotidianamente nelle piccole aziende, nei capannoni, nei magazzini, nei campi, nel turismo stagionale?”, si chiede il Collettivo sui social il 9 marzo, dopo 20 mesi di assemblea permanente.

220 posti di lavoro bruciati, 90 persi da quando è arrivata la nuova proprietà, scrive il Collettivo nel lanciare l’appello “a difendere GKN, ora, tentare il futuro, creare un precedente a favore di tutte/i,” sottoscritto da centinaia realtà della società civile e da personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo.

E invece, ancora non basta. “Non fa scandalo nemmeno il fatto che non pagano”, aveva ammesso Salvetti nell’assemblea del 23 febbraio. Anche perché, “un conto è capire il calcolo, un conto è riuscire a sventarlo”.

Forse perché quasi 3 milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà relativa, secondo i dati pubblicati dall’Istat a giugno 2022. Forse perché ormai assistiamo da anni a processi di normalizzazione del lavoro precario che toccano la vita di ognunə di noi. Forse perché manca “un’organizzazione politica del conflitto sociale in questo paese”, come dichiara Natalia Piombino durante il suo intervento in assemblea.

Il fatto è che il capitalismo nella sua forma avanzata non ammette di non poter essere inserito in un calcolo: cioè, deve poter esser in grado di calcolare tutto. Secondo economistə liberalə francesə in voga qualche anno fa, quali Olivier Blachard (dal 2008 al 2015 all’IMF) e Jean Tyrol (Premio Nobel per l’Economia nel 2014), è proprio qui che risiede “il problema del diritto del lavoro continentale,”come ha spiegato bene Federico Martelloni a Wikiradio. Lo smantellamento in Italia dell’architrave di tutte le tutele–l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori–è servito proprio a questo. Dopo la L.108/1990 si è assistito a una monetizzazione del posto di lavoro e ampia discrezione è stata data aə giudici del lavoro, I lunghi tempi processuali, inoltre, esponevano i datori di lavoro che avessero indebitamente licenziato un dipendente a risarcimenti dei danni anche notevoli. E invece, non ci possono essere elementi di disturbo del “calcolo di anticipazione razionale degli agenti economici”. A partire dalla Monti-Fornero (L.92/2012) si spacchettano i regimi di tutela dell’art.18 per venire incontro alle imprese, in quanto esse devono poter calcolare i costi delle proprie operazioni, il che significa, anche, predire il costo di un eventuale licenziamento.

Il calcolo in GKN, secondo Salvetti, è sulla “materialità della vita delle persone”. Se perderanno, visto che ci vorranno forse anni per ottenere ciò che legalmente è dovuto loro, quantə avranno la forza e la voglia di portare avanti una vertenzialità legale?  “Tanti non ne vorranno più sentir parlare”, conclude amaro.

Per uscire dal nuovo calcolo, per saltare fuori dall’acqua bollente del pentolone, la rana deve fare un gesto che è quasi impossibile, perché regole ferree come quelle della fisica riducono le possibilità fino a farle diventare mere improbabilità.

E siccome, ancora non basta, GKN scende di nuovo in piazza. Sabato 25 marzo sarà dunque una “mobilitazione d’orgoglio”, in difesa di GKN,” ma anche un corteo “fortemente sindacale, perché il precedente che si è creato va chiuso”, dichiarano le RSU in conferenza stampa. Occorre far notare che, al 23 marzo, RSU o direttivi locali CGIL, sindacati di base e Fiom locali, CGIL Toscana, e minoranza CGIL (Riconquistiamo Tutto) hanno aderito alla manifestazione. I sindacati nazionali tacciono. Aderire, d’altra parte, non significa contribuire all’organizzazione e alla riuscita della manifestazione, specie ai tempi del carovita, visto che spostarsi per raggiungere Firenze ha un costo. Anche in questo senso, la comunità solidale che si è stretta attorno alla Fabbrica di Campi Bisenzio, ha dato prova di esserci nel momento in cui altrə (soggetti politici e sindacali) non erano attivə.

Il corteo partirà da Novoli, viale Guidoni angolo via Forlanini. Un luogo simbolico perché fino al 1994 qui c’era la Fiat e proprio da questo slargo partivano le manifestazioni. Un modo per connettersi alla storia industriale della città e pretendere di continuare ad esserlo, scrive il Collettivo. Girerà per le periferie perché sono i luoghi dove abitano e vivono le lavoratrici e i lavoratori della città. Sebbene sia in atto un tentativo di far diventare gli operai GKN “un problema di ordine pubblico”, il corteo vuole essere “colorato e pacifico come sempre”. Sfilerà accanto a vetrine, teatri, uffici a vetrata, passerà sopra ponti, attraverserà soprattutto diversi sottopassaggi, perché non c’è cosa che il Collettivo di Fabbrica adori di più—che entrare nel buio del futuro, fare tanto rumore e uscirne nuovə e vivə, alla luce del sole.

“Avanti, adesso, insorgiamo!”

Silvia Giagnoni
Silvia Giagnoni è scrittrice e lecturer in Communications & Media Studies presso la John Cabot University di Roma. Sta lavorando a un libro sulla vicenda dei lavoratori ex GKN in uscita a giugno 2023 per Fandango Libri.

Cinquemila litri di acqua:
critica alle critiche agli ambientalisti imbrattatori

Cinquemila litri di acqua: critica alle critiche agli ambientalisti imbrattatori

di Dario Manni
Tratto da Comune-info, 20.03.2023

L’imbrattamento di Palazzo Vecchio a opera degli attivisti e delle attiviste della campagna Ultima Generazione e la folcloristica reazione del sindaco di Firenze, Dario Nardella, hanno rilanciato il dibattito sull’efficacia della modalità d’azione del movimento ambientalista – e quello sull’efficacia delle azioni radicali (o percepite tali dall’opinione pubblica) in generale. Si tratta di un rilancio perché in effetti, da quando Ultima Generazione (UG) è attiva in Italia, il dibattito sul tema non si è mai completamente arrestato; il che è uno dei meriti da ascrivere alla campagna.
Solo un paio di mesi fa, per esempio, in occasione dell’imbrattamento del senato sempre a opera di UG, il quotidiano  Domani lanciò un confronto pubblico con i suoi lettori e le sue lettrici. Oggetto della questione, furbamente posta in termini dicotomici, era se a proposito degli imbrattamenti si trattasse di disobbedienza civile o di mero vandalismo. Il direttore di Domani, Stefano Feltri, scrisse un editoriale difendendo la tesi della disobbedienza civile e giustificando le azioni di UG, mentre la risposta degli intervenuti e delle intervenute fu varia, spaziando dall’apologia alla condanna netta. Segno di una spaccatura anche nell’universo genericamente progressista cui si rivolge quel giornale.
Certo, riflettere sulle strategie è un bene; se non lo facessimo, non potremmo migliorarle e correggere gli errori compiuti. Ma l’impressione è che il nocciolo del problema sia altrove rispetto all’opportunità di agire più o meno radicalmente; che sia altrove rispetto alla percezione di certe azioni come vandaliche o meno; e che sia altrove anche rispetto a ciò di cui più ci si preoccupa a proposito di blocchi stradali su vie cittadine e simili, cioè se “la maggioranza” condivida.
Militante di Ultima Generazione all’opera (tratta da pag. fb Ultima Generazione )

Sui suoi social, dopo l’accaduto a Palazzo Vecchio, il sindaco Nardella ha pensato bene di tornare sull’azione di Ultima Generazione scrivendo: “A proposito di ambiente e siccità, per ripulire Palazzo Vecchio dal ‘blitz ambientalista’ sono stati consumati più di 5 mila litri d’acqua. Cinquemila”. Cioè più o meno un terzo di quanto occorre, in media, per produrre un kg di carne bovina.

Eppure non risulta che Nardella si sia mai preoccupato di ridurre o eliminare la carne nelle mense di competenza del suo Comune. Piuttosto, in alcune occasioni il sindaco ha mostrato un’attenzione nei confronti della gestione idrica curiosamente bassa per chi come lui fa certi conti; come quando ha fatto bagnare scalinate e sagrati delle chiese cittadine così da allontanare i turisti che vi sostavano per riposare e rifocillarsi (invece, magari, di sedersi a consumare e spendere in qualche ristorante locale). Dopo l’azione di UG, Nardella ha addirittura preso parte attiva ai lavori di pulitura, dando il buon esempio – e mostrando il lato migliore a favore di camera. Il sindaco si è impegnato con spazzole, spugne, idranti e i famosi “cinquemila litri di acqua” per lavare via la vernice dalla facciata dell’edificio. Se fosse la persona più competente a svolgere quel particolare lavoro o se non abbia invece contribuito, con la sua inadeguatezza, allo spreco idrico messo in conto agli attivisti è materia complessa da affrontare e non ne tratteremo qui.

L’accusa di incoerenza nei confronti degli attivisti che percorre il fondo dell’ideologia nardelliana è, del resto, il sempreverde della flora anti-ambientalista: “Tu manifesti ma poi usi l’auto, hai lo smartphone…”.Ma si tratta di un albero che non pianta radici solo nel terreno dell’anti-ambientalismo. Gli animalisti radicali, per esempio, sono abituati a sentirsi rinfacciare le formiche inavvertitamente schiacciate sotto le suole o i moscerini sul parabrezza. Come se ad essere in gioco fosse la coerenza individuale, come se si manifestasse per rivendicare superiorità morale nei confronti dei passanti e degli spettatori e non per denunciare il massiccio sfruttamento degli animali non umani e degli ecosistemi tutti.

Certo, si tratta delle argomentazioni pretestuose di chi non vuole cambiare e vuole che anche gli altri non cambino, così che non si senta costretto ad agire e che nemmeno sembri peggiore di chi, invece, agisce. Certo, c’è una componente di conformismo: la massa e le élite vogliono l’uniformità; eccezionale deve essere chi ce l’ha fatta a riprodurre il modello dominante, non a sovvertirlo.

Infine: certo, nei Nardella parla l’ideologia destrorsa del decoro (Pitch, 2013). Ma non si tratta solo di questo. Nell’era della politica-show in cui la spunta chi si vende meglio, gli avversari politici non si superano tanto criticandone idee e azioni; quanto scovando retroscena imbarazzanti sulla loro vita che li delegittimi, che gli faccia perdere credibilità agli occhi di un pubblico ambiguamente prossimo a quello televisivo.

La direzione non è più dall’individuo alla società, ma da una società materialmente svuotata – di luoghi di incontro, confronto, aggregazione e organizzazione, di strumenti e risorse per la solidarietà pubblica – all’individuoIl politico si è tradotto interamente nel personale. Nel tipo di reazioni suscitato dalle azioni di UG si legge in controluce, insomma, lo schiacciamento neoliberale della dimensione politica dell’esistente su quella individuale, dove tutto ciò che conta sono lo stile di vita e il consumo.

Ecco che, se per spostarti usi l’auto, non puoi coerentemente manifestare per maggiori investimenti nel trasporto pubblico. Se per curarti ricorri alla sanità privata, non puoi coerentemente manifestare per maggiori investimenti nella sanità pubblica. Poco conta se trasporto e sanità pubblica non sono efficienti: per assurdo che sia, se li critichi devi farteli andare bene. In questo contesto, è ovvio che le critiche agli ambientalisti (e quelle agli antispecisti, ai comunisti invariabilmente “col Rolex” ecc…) non siano quasi mai sulla giustezza delle loro idee o sulla praticabilità delle loro proposte politiche, ma quasi sempre sulla loro coerenza. Da virtù individuale, la coerenza si è fatta paradigma (pseudo)sociale.

Oggi questo paradigma della coerenza, intrinsecamente inscritto nelle logiche della reazione e funzionale al mantenimento dello stato di cose presente, finisce per formare non solo la risposta moderata e conservatrice; ma, paradossalmente, anche quella progressista e rivoluzionaria. Per i vegani moralisti, per esempio, se si mangiano prodotti animali non si può coerentemente manifestare per la trasformazione del sistema alimentare in senso vegetale, tanto che molti di loro sono stati ostili all’ondata dei nuovi movimenti ambientalisti fin dai primi Climate Strike. Cosa avrai mai da chiedere un futuro migliore se tu non sei vegan..?

Malgrado certa retorica sull’intersezionalità e la convergenza delle lotte, insomma, è avvenuta un’interiorizzazione del “discorso” dell’oppressore anche nei movimenti di liberazione, con il risultato di un aumento della loro divisione e dei sospetti reciproci. Ma c’è di più. Alla base dell’introiezione del discorso dell’oppressore c’è la dimensione socio-economica dei nuovi movimenti, che ne è quasi condizione di possibilità. Molti dei nuovi attivisti ambientalisti e animalisti, infatti, condividono l’estrazione borghese con i loro avversari politici, e dunque i loro interessi e la loro ideologia di classe.

Se quindi è vero che tentare di rispondere al discorso dell’oppressore senza cambiare linguaggio significa legittimarlo, è altresì certo che tale uscita non potrà essere determinata da un semplice atto della volontà, né dalla semplice scelta di diverse pratiche discorsive: per cambiare il discorso occorre cambiare la struttura materiale e di potere che lo genera, cioè allentare le maglie fittissime del neoliberalismo.

Da una parte occorre coinvolgere le classi popolari nel progetto di trasformazione dell’esistente, cosa che a oggi è riuscita solo in maniera liminare. Dall’altra, considerato quel che diceva già Marcuse a proposito della cooptazione capitalistica della classe operaia, occorre ricreare il senso dell’interesse e del bene comune moltiplicando gli spazi sociali, le scuole e le università popolari e politiche, riaprendo i molti circoli e le molte sezioni chiuse, gli sportelli d’ascolto e di solidarietà.

Ma anche per questo non basterà la volontà, che del resto non è mai mancata a chi fa politica sui territori; volontari e volontarie, perlopiù, del mondo dell’associazionismo e delle organizzazioni informali che crescono nel vuoto della politica partitica, della sconfitta della sinistra. Per riuscire occorrono, piuttosto, soldi e tempo; e dunque occorre rientrare nei partiti e nei sindacati, punti di leva dai quali contrastare il potere delle classi dominanti strappandone brani per sé e mettendo i movimenti nella condizione di crescere, in un gioco di sponda che rafforza tutte le parti e ne corregge gli errori.

Allora, e solo allora, le obiezioni sulla coerenza individuale non saranno praticabili come oggi; verranno anzi viste come pretestuose e fuori fuoco, come effettivamente sono. Fino a quel punto, però, continueremo a riceverle e qualcuno, se sarà stato abbastanza coerente – e, soprattutto, abbastanza moderato da non mettere davvero in pericolo l’ordine costituito – si sarà guadagnato un po’ di credito presso la maggioranza; ma non avrà comunque cambiato nulla, sia perché il coerentismo è un pozzo senza fondo (non c’è mai un “abbastanza”, e se c’è non è conoscibile né ri-conoscibile, perché manca un parametro condiviso); sia perché i moderati, nascondendo la loro inefficacia dietro la gonna del pragmatismo, cambiano sempre troppo poco. Qualcun altro, invece, avrà vissuto la sua radicalità con meno infingimenti, e quindi con meno rimorsi – e meno fortune. Ma non avrà comunque cambiato nulla.

Comune-info 
Chi siamo? Non lo sappiamo bene, siamo in movimento. Comune  abita lo spazio web (in particolare facebook) e ama stare in mezzo alle persone (comuni), a quelle che resistono nella vita di ogni giorno e si ostinano a ribellarsi facendo. Adesso e ovunque si trovino. Quello che vedete in queste pagine è prima di tutto un tentativo di rispondere al bisogno di cambiare la direzione del nostro sguardo, un sito che cerca di raccontare, accompagnare e moltiplicare i cambiamenti sociali profondi, spesso poco visibili. Ci interessano le trasformazioni e i movimenti che mettono in discussione il profitto e la mercificazione delle relazioni ma soprattutto il muoversi che sperimenta, tra limiti e contraddizioni, relazioni diverse da quelle di tipo capitalista. Le relazioni di chi mette (e si mette) in comune.

Cover: cattura da parte di un vigile urbano e del sindaco di Firenze Dario Nardella di un imbrattatore militante ambientalista davanti a Palazzo Vecchio. (Dalla pag. Fb di  Ultima Generazione)

Storie in pellicola
Living: vivere alla ricerca del tempo perduto

Living: vivere alla ricerca del tempo perduto

Un uomo londinese degli anni Cinquanta, un lavoro monotono e di routine in un ombroso ufficio municipale, una malattia in fase terminale che richiama alla vita e ai suoi valori.

Candidato a due Premi Oscar 2023 – miglior attore e migliore sceneggiatura originale -, Living, diretto dal sudafricano Oliver Hermanus e sceneggiato dal premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro, è un riuscito remake del capolavoro di Akira Kurosawa del 1952, Ikuru (Vivere), che si trova nella classifica dei 100 più grandi film secondo il Time.

L’impiegato comunale Kanji Watanabe, vedovo, rimane nella storia del cinema come una sintesi del pessimismo del Maestro giapponese che si traduce in un ottimismo della volontà. Hermanus si è assunto il difficile compito di rileggerlo, con un’azione che, temporalmente, resta negli anni Cinquanta ma che, spazialmente, si trasferisce da Tokyo a Londra. Una città ancora intenta a fare i conti con le macerie materiali e morali della Seconda Guerra Mondiale.

Sono le vicende di Mr Williams (Bill Nighy), responsabile di un ufficio londinese preposto a concedere o rifiutare autorizzazioni di utilizzo di luogo pubblico. Distaccato, freddo, poco comunicativo e impassibile, questo burocrate incallito pospone ogni pratica complessa, che finisce nella pila interminabile di casi lasciati dormienti. Scartoffie, montagne. È talmente apatico che la giovane collaboratrice Mrs Margaret Harris (Aimee Lou Wood) lo ha soprannominato “zombie” (glielo confesserà in un momento inaspettato di tenera amicizia). Uno zombie che per anni ha camminato senza una meta in grado di afferrare la bellezza della vita solamente a un passo dalla sua fine. Meglio tardi che mai.

Attraverso gli occhi del neoassunto, e giovane idealista, Peter Wakeling (Alex Sharp) lo spettatore assiste alla metamorfosi: si presenta una pratica complessa, la medesima viene posposta ma arriva un gruppo di mamme a chiedere che quello che era un parco giochi per bambini venga sottratto al degrado e restituito ai suoi piccoli utenti. Avendo scoperto di essere un malato terminale, senza rivelarlo alla famiglia, Mr Williams inizia a occuparsi della pratica, con incredibile tenacia e assiduità che sorprende tutti.

Dall’aplomb british d’antan scaturisce una sensibilità inattesa. La prospettiva, inevitabilmente, cambia, la vita cerca il suo spazio perduto.

Grande recitazione, una potente fotografia fatta di contasti di Jamie Ramsay, un pathos crescente. Film toccante, altamente consigliato.

 

Living, di Oliver Hermanus, con Bill Nighy, Aimee Lou Wood, Alex Sharp, Tom Burke, Gran Bretagna 2022, 102 mn.

 

Incerte geografie. Storie di incontri e spaesamenti.
Convegno Nazionale a Ferrara, 24 e 25 marzo 2023

Incerte geografie. Storie di incontri e spaesamenti.

CIES Ferrara  –  Associazione Cittadini del Mondo

Ferrara   24  –  25 marzo  2023

21^ edizione del Convegno nazionale Franco Argento

Culture e letteratura dei mondi

Incerte geografie
Storie di incontri e spaesamenti

 

Cies Ferrara e Associazione Cittadini del mondo promuovono la 21^ edizione del Convegno nazionale Franco Argento. Culture e letteratura dei mondi, che si avvale del Patrocinio del Comune di Ferrara e del MIUR – Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna;  della collaborazione dell’ITE “V.Bachelet” Ferrara,  del Liceo ”G.Carducci” di Ferrara e della Bibloteca popolare Giardino.

L’iniziativa sarà dedicata in modo particolare agli studenti e agli insegnanti delle scuole superiori, presso le  quali  sono state avviate attività sulle culture  della migrazione e sulle tematiche dell’intercultura. 

Questa edizione  del convegno trae spunto  dalle riflessioni del geografo Alessandro Ricci, autore di  “La geografia dell’incertezza” (Exorma, 2018), nel quale il fenomeno della globalizzazione viene letto attraverso la lente dell’incertezza geografica di fronte  alla crisi generalizzata del mondo contemporaneo.

Alessandro Ricci  intende con  «geografia dell’incertezza» “una differente interpretazione dell’idea stessa di globalizzazione, che prese avvio – inequivocabilmente – con la cognizione della globalità del mondo stesso, avviatasi proprio a partire dal compimento del folle volo di Colombo e degli altri grandi esploratori d’età moderna, che seppero superare ogni vincolo certo, dogmatico, metafisico e allegorico”. Quell’incertezza che si determinò nel declino delle strutture e delle certezze medievali a causa dell’affermazione di una “forma mentis” globale, si riscontra oggi  “nell’idea di crisi generalizzata […]  nelle dinamiche geopolitiche, economiche e sociali della post modernità”.

Così come l’incertezza sembra essere la cifra attraverso cui declinare l’esperienza quotidiana, lo “spaesamento” sembra essere la cifra attraverso cui tanta arte e letteratura tentano di rappresentare quell’esperienza. Ed è una cifra che si può cogliere in molti  fra i libri usciti recentemente che hanno fermato la nostra attenzione.

Nel corso della mattinata del 25 marzo, si svolgerà un momento in ricordo di Alberto Melandri, tra i fondatori del Convegno, animatore di innumerevoli iniziative culturali sui temi della pace e dell’incontro tra culture, per molti anni stimato e amato insegnante presso il Liceo “G.Carducci” dove, per volontà di tutto il personale e della Dirigente, gli verrà intitolato l’Auditorium.

Ospiti e relatori:

Alessandro Ricci,  Università degli studi  di Bergamo

Guido Barbujani, docente di  genetica presso l’Università degli studi di Ferrara e scrittore

Tahar Lamri,  scrittore

Nader Gazvinizadeh, insegnante, poeta e scrittore

Margherita Cennamo, burattinaia e cantafiabe

Valentina Avoledo, insegnante, scrittrice

Wajahat Abbas Kazmi, regista, attivista per i diritti umani

le ragazze e i ragazzi di Occhioaimedia

– Gruppi di lavoro di studenti e insegnanti delle scuole superiori di Ferrara che hanno realizzato ricerche e laboratori

Le tre sessioni del convegno

Venerdì 24 marzo, ore 9.00
Aula magna dell ITE “V.Bachelet”, Via Bovelli 7/13  Ferrara

Venerdì 24 marzo, ore 17.00 – Letture e riflessioni
Biblioteca Popolare Giardino, Sala Polivalente –  Viale Cavour 189,  Ferrara

Sabato 25 marzo, ore 9.00
Auditorium Liceo “G.Carducci”, Via della Canapa, 75/77, Ferrara

 

La partecipazione è libera e gratuita.

Per partecipare in presenza, al fine di verificare la disponibilità di posti, si prega di scrivere all’indirizzo info.vocidalsilenzio@tiscali.it

Per assistere alle dirette streaming compilare il modulo di iscrizione al seguente link: https://forms.gle/C3sEx1U49a3T9Kv79

Per ulteriori informazioni: sito “Voci dal silenzio” http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm

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Numeri /
Chi si è mangiato il mio mezzo pollo?

Chi si è mangiato il mio mezzo pollo?

Numeri è una rubrica che “dà i numeri”, quelli importanti che ci aiutano ad orientarci. Per fortuna i numeri non sono tutto, ciò che conta infatti spesso non viene contato. Quindi non li prenderemo troppo sul serio, anche se sono molto seri.

La ricchezza non è mai aumentata così tanto nella storia come negli ultimi 30 anni. Siamo nell’era del turbocapitalismo. Questa ricchezza va però solo a pochi e non “sgocciola” ai piani bassi verso tutti gli altri.

Gli italiani hanno accumulato 3.300 miliardi di euro tra conti correnti bancari, azioni, obbligazioni e risparmio gestito (pensione integrativa, sanità privata,…). Ma di questa enorme ricchezza solo il 3% ne possiede il 49%, vale a dire 1.600 miliardi, l’altro 17% più ricco altri mille miliardi.
Il restante 80% ne possiede 730 miliardi. Tra questi ci sono i poveri (30%) che non posseggono nulla.

Ciò spiega perché l’indice di Gini (che misura la diseguaglianza (1 se tutto va solo a una persona, 0 se c’è equa distribuzione) è salito da 36 a 41,6 con la nuova indagine della Banca d’Italia del 2022 (relativa al 2020).

Per uscire dalle medie che non piacciono a Trilussa, la Banca d’Italia fornisce questa figura:
– il 30% più povero ha solo 7-8mila euro come patrimonio (cioè nulla, neppure la casa),
– il ceto medio ha 250mila euro (in genere una casa che vale 200mila euro e 50mila in banca),
– il 5% dei ricchi ha una casa che vale un milione di euro e 600 mila euro in banca.

In Europa siamo tra i più diseguali, più o meno come gli Stati Uniti.

Tutti i dati sono di fonte Banca d’Italia.

Teatro a passi sospesi nelle carceri di Venezia: un incontro, un video, una mostra fotografica.

Teatro a passi sospesi nelle carceri di Venezia:
un incontro, un video e una mostra fotografica

 

Salvatore Sasà Striano al festival Internazionale a Ferrara

Teatro in carcere:
il progetto teatrale “Passi Sospesi” di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia

Lunedì 27 Marzo 2023, ore 16.00
Sala conferenze della Fondazione di Venezia
(Dorsoduro 3488/U 30123 Venezia)

 ingresso libero

In occasione della 61a Giornata Mondiale del Teatro e della 10a Giornata Nazionale di Teatro in Carcere, il CESTUDIR, Centro Studi sui Diritti Umani dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e La Fondazione di Venezia in collaborazione con Balamòs Teatro, organizzano lunedì 27 marzo alle 16.00, nella sala conferenze della sede della Fondazione di Venezia (Dorsoduro 3488/U), un incontro pubblico sul teatro in carcere con la presentazione del progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia
(Casa Circondariale Santa Maria Maggiore, Casa di Reclusione Femminile di Giudecca).

Questa iniziativa è promossa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che in concomitanza con la Giornata Mondiale del Teatro, promossa dall’International Theatre Institute dell’Unesco, ha istituito nel 2014 la Giornata Nazionale del Teatro in Carcere. Per il 2023, il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere in accordo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, ha invitato, nel periodo che va dal 27 marzo al 30 aprile,  le direzioni degli Istituti Penitenziari, i vari contesti del circuito per la giustizia minorile e di comunità, le associazioni, le compagnie teatrali, i singoli operatori, enti e organismi che operano nelle carceri, istituzioni pubbliche e private, a promuovere e ideare eventi, spettacoli, incontri, iniziative di confronto e dibattito dentro e fuori dagli Istituti Penitenziari.

Sarà un’occasione per fare una riflessione sul ruolo del teatro in carcere e confrontarsi sul rapporto tra il carcere e il territorio per capire se, e come, la società possa contribuire nel percorso rieducativo della pena. Al centro dell’attenzione dei promotori c’è la considerazione che le buone pratiche del teatro, nella loro più ampia accezione, costituiscono un elemento fondamentale
per una reale crescita del percorso di risocializzazione delle persone detenute.

Il programma della giornata:

ll progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia:

mostra fotografica di Andrea Casari

proiezione video documentario di Marco Valentini

presentazione del progetto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro

incontro pubblico:

modera Maria Ida Biggi, Centro Studi sui Diritti Umani, Università Ca’ Foscari di Venezia

interventi di:

Caterina Carpinato, prorettore alla Terza Missione, Università Ca‘ Foscari di Venezia

Giovanni Dell’Olivo, direttore generale Fondazione di Venezia                          

Linda Arata, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia

Maria Milano, provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria del Triveneto

Immacolata Mannarella, direttore Istituti Penitenziari di Venezia

Marco Foffano, garante dei detenuti del Comune di Venezia

Valeria Ottolenghi, Associazione Nazionale Critici di Teatro

a seguire dibattito pubblico e domande

info: www.balamosteatro.org – 328 8120452

 

Il docufilm del regista Marco Valentini: 

Il video è anche presente sulla pagina Fb di Periscopio

Uno scatto della mostra fotografica sull’attività di Balamos Teatro nelle carceri Veneziane “Scatti Sospesi” di Andrea Casari

 

61° Giornata-Mondiale-del-Teatro-2023; il messaggio di S

Cover: un momento dello spettacolo delle detenute presso la casa di reclusione femminile di Giudecca  -Venezia, (Foto di Andrea casari, Balamos Teatro)

Parole a capo /
Elena Vallin: “Lavoro quotidiano” e altre poesie

Elena Vallin: “Lavoro quotidiano” e altre poesie

Le stagioni non si inchinano davanti a nessuno, nemmeno davanti all’imperatore.”
(Proverbio cinese)

Crociera notturna

Parto
salpo le vele e parto
di notte
al sopraggiungere del sogno
Parto con un volo a spirale
verso la luna e la sua coorte
sul mio veliero silenzioso e corsaro.

 

Lavoro quotidiano

Occorrerà tempo
A dispiegare i tratti
Del pensiero nascosto
A svelare i misteri
Di anfrattuosità segrete.
Allargo di più
Il mio sentire
Per non soccombere
A tenere quotidianità
Su ferree leggi
Di nutrimento e riposo
Ah… desiderio mi prende…
Per ore scivolate
Annodate lente
A infilare concetti
Come coralli
E liquide atmosfere intorno.
Ora non ascolto
Andare e venire il pensiero,
solo il mormorio mi giunge
a testimoniarne presenza:
ora ascolto la passione tenera
per radice piccina,

ora ascolto i suoi movimenti di lenta possessione
attenta a non farmi
ingoiare tutta.

(Questa poesia è stata scritta dopo la nascita del primo figlio)

 

Estate 2

Anche gli alberi ormai
allentano la presa e
liberano la notte
che svanisce rapida sotto
l’incalzare prepotente
di una luce già forte e aspra
al mattino
e del calore già ovunque assestato.
Iniziano male le attività
pesanti e umane
dover andare
dover fare
dover dire e poi capire…
E il calore s’intrufola
a sconnettere le logiche usuali…

 

Notte di lavoro

Come alchimista
allucinato e indomito,
cerco
i segni nei residui
indago
gli elementi nei composti,
del dolore furioso
che travolge impazzito
e sicuro chiude il respiro.
Cerco un precipitato d’angoscia
che riconoscerò dal bagliore ametista.
Tra i fumi degli alambicchi
voglio vedere luccicare l’antidoto

polvere di fatica
contro la pena che tracima
funesta e mortifera.

(Questa cosa è stata scritta dopo l’eccidio di Beslan, e l’orrore che
avevo provato per quella terribile situazione, con bambini prigionieri,
caldo infernale e prospettiva di saltare per aria; anche la conclusione
non era stata leggera.)

 

Notte

Batte
l’imposta per un vento incostante.
Ascolto
la notte che fruscia
sui muri di casa e
dal folto degli alberi folti
scende
lungo i tronchi
dilaga…
S’allarga sui letti e
vince
il chiarore azzurro
della luna che
Illuminava
strisce di coperta.
E’ notte piena
mantello benefico
sul mio capo:
non accabadora funesta…
cambio riva
senza passaporto alcuno
cambio lavoro

senza averlo imparato a scuola
cambio alfabeto
per non farmi capire più.

 

Elena Vallin è nata e vive a Trecenta (Rovigo) il 17 giugno 1952. Superiori e Università a Padova, si laurea in Pedagogia.  Ha insegnato alle scuole elementari a Padova. Ha due figli. Nel 1999 si laurea in Filosofia, nel 2013 si iscrive ad un Master Erasmus Quaternario e preistoria. Le poesie le ha stampate in 4 volumetti ma le ultime le scrive mano a mano che “arrivano” sul PC. I temi trattati riguardano i sogni, l’avvicendarsi delle stagioni, gli inciampi della vita…

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Disagio: gli studenti chiamano, la politica non risponde. Una proposta di legge sulla salute mentale delle ragazze e dei ragazzi 

Disagio: gli studenti chiamano, la politica non risponde.
presentata una proposta di legge sulla salute mentale delle ragazze e dei ragazzi 

Gli studenti chiamano, ma la politica non risponde. Così provano a fare da sé. Ieri mattina (22 marzo) Udu e Rete degli studenti medi hanno presentato presso la sala stampa della Camera dei deputati una proposta di legge sulla salute mentale delle ragazze e dei ragazzi che frequentano scuole e università. L’obiettivo è quello di istituire un presidio psicologico con psicologi in ogni, appunto, scuola e università.

Un percorso iniziato lo scorso anno, grazie a una ricerca sul disagio realizzata con Spi e Ires (Chiedimi come sto). I risultati circa le condizioni post pandemia erano stati davvero preoccupanti. Come ricorda Camilla Piredda, coordinatrice nazionale dell’Udu, “il sentimento più provato durante il periodo pandemico è stata la noia per il 76% dei rispondenti; emergono anche l’ansia al 59% e il senso di solitudine al 57%. Vi sono poi risultati particolarmente allarmanti: basti pensare che il 28% del campione ha avuto esperienza di disturbi alimentari, mentre il 14,5% ha avuto esperienze di autolesionismo. Alla luce di questi dati, abbiamo auspicato che la politica e le istituzioni reagissero per cercare di supportare la salute mentale degli studenti e prevenire qualsiasi forma di disagio”.

Politica assente

Ma la risposta, come detto, non è arrivata. Di qui il senso dell’iniziativa di oggi. Le uniche risposte, sottolinea Piredda, sono arrivate da singoli istituti, università o Regioni, “ma è mancata una risposta complessiva del sistema e adeguati finanziamenti: così, oggi siamo costretti nella maggior parte dei casi a rivolgerci alle prestazioni private erogate dagli psicologici, il cui prezzo medio di una seduta della durata di 50-60 minuti è di circa 70-80 euro”.

Anche il bonus psicologo, “soluzione temporanea ma utile, quest’anno è stato rifinanziato per soli 5 milioni di euro, con un taglio dell’80% rispetto al finanziamento del 2022. La politica ha deciso di ignorare le esigenze e le richieste di un’intera generazione”, nota con amarezza la studentessa.

L’Unione degli universitari e la Rete degli studenti, grazie al supporto dello Spi Cgil, hanno così predisposto una proposta di legge composta da quattro articoli da consegnare ai gruppi parlamentari.
Alla conferenza erano infatti presenti diversi parlamentari, alcuni dei quali iscritti al gruppo interparlamentare per la tutela e la promozione della salute mentale, che hanno accettato di ascoltare le richieste delle associazioni studentesche: per il Partito Democratico Nicola Zingaretti, Susanna Camusso, Beatrice Lorenzin e Rachele Scarpa; per Alleanza Verdi-Sinistra Italiana Elisabetta Piccolotti e Eleonora Evi, per il Movimento 5 Stelle Elisa Pirro, Carmen Di Lauro, Valentina Barzotti e Antonio Caso.

Auspichiamo che il sostegno psicologico riguardi tutti, non solo chi se lo può permettere. Per questo chiediamo che l’assistenza psicologica parti da scuola e università, nonché che questa venga sostenuta e finanziata da Stato e Regioni. Speriamo che i parlamentari possano aiutare a portare avanti questo progetto. Noi vogliamo aiutare a dare una risposta a questo bisogno sociale”, questo il commento di Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil intervenuto nel corso della conferenza stampa.

Un team per “ascoltare”

La proposta di legge, spiega Camilla Velotta, esecutivo nazionale Rete, “punta a istituire, regolare e finanziare un servizio di assistenza psicologica, psicoterapeutica e di counselling scolastico e universitario, che possa basarsi su personale professionista e interfacciarsi con il servizio sanitario territoriale assicurando la presa in carico degli studenti che ne avessero bisogno”.

Se è vero che molte scuole e università autonomamente offrono un servizio psicologico, “le risorse economiche e il personale a disposizione sono gravemente insufficienti: infatti, noi chiediamo che lo Stato investa almeno cento milioni di euro all’anno per arruolare sul territorio dei team multidisciplinari di professionisti, le cui competenze devono garantire l’assistenza in relazione alle necessità specifiche degli studenti”, spiega Velotta. I team presenti nelle scuole potranno sostenere non solo gli studenti, ma anche il personale scolastico e universitario.

Intercettare subito le difficoltà

“Fondamentale sarà intercettare precocemente le situazioni di disagio, legate in particolare ai disturbi alimentari, alla disforia di genere e alle dipendenze, nonché delle situazioni di devianza, quali bullismo e cyberbullismo”, aggiunge Paolo Notarnicola, coordinatore della Rete degli studenti medi.

Non solo: “Garantiranno poi lo svolgimento di attività di supporto tecnico e di formazione al personale docente riguardo alle specifiche problematiche dell’età evolutiva e alle eventuali difficoltà relazionali esistenti all’interno della classe e tra docenti e alunni. Svolgeranno infine attività di promozione della salute mentale, della prevenzione del disagio e del disturbo mentale, nonché di idonei percorsi di educazione alla salute e al benessere psicologico, alla sensibilità e all’emotività”, conclude il coordinatore della Rete.

Studenti e studentesse ci sono: ora tocca alla politica che ha una delle tante occasioni che gli si offrono per provare a invertire quel trend di disaffezione delle persone che per una società pienamente democratica rappresenta una ferita profonda.

22 marzo: Giornata Mondiale dell’Acqua…
sempre più scarsa, sempre più privata

22 marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua: sempre più scarsa, sempre più privata

Proprio in prossimità della giornata mondiale dell’acqua (oggi, 22 marzo), arriva dall’Argentina una notizia decisamente preoccupante ed emblematica. Lì la più grande siccità degli ultimi 60 anni sta acuendo fortemente la crisi economica che investe quel Paese, producendo una riduzione di 3 punti di PIL nel 2023.
Le previsioni di raccolta della soia, di cui l’Argentina è primo esportatore mondiale, per quest’anno ammontano a 27 milioni di tonnellate rispetto ai 47 milioni preventivati, il livello più basso dall’inizio del secolo, nonostante la superficie coltivata sia aumentata di molto. Inizio da qui non solo per ragionare sulla drammaticità della situazione derivante dal cambiamento climatico, ma soprattutto per sottolineare che, ormai, la crisi ecologica diventa immediatamente crisi economica e sociale.

Persino Christine Lagarde, presidente della BCE, afferma che siamo dentro una policrisi, una situazione cioè nella quale crisi ambientale, crisi economica e sociale sono contemporaneamente presenti e, ancor più, si intrecciano e si alimentano vicendevolmente. Per citare un altro dato, l’Anbi – l’Associazione nazionale che riunisce i Consorzi di bonifica – stima che, nel 2022, la siccità sia costata all’Italia 13 miliardi di €, di cui 6 di mancata produzione agricola.

Non mi aspetto certo che i governi e i poteri forti che sostengono questo modello produttivo e sociale, il capitalismo che ha una visione predatoria delle materie prime e naturali e mercifica tutte le attività umane, lo mettano in discussione; tuttavia, constatare che si prosegue su una linea di continuità con le politiche degli ultimi decenni e di occultamento della crisi di questo modello significa, come ha spiegato il segretario dell’ONU, non voler fare i conti con il fatto che “siamo sull’orlo del baratro”.

E’ quello che sta facendo il governo italiano, che si accinge a varare una sorta di “Piano acqua” di contrasto alla siccità fondato sostanzialmente su 3 assi di fondo:

-la nomina di un Commissario straordinario

-norme di semplificazione e deroghe per accelerare i lavori fondamentali

-risorse di una certa entità (si parla complessivamente di circa 8 miliardi di €) destinate soprattutto alla creazione di nuovi invasi e dighe.

Si tratta della solita vecchia ricetta, basata su una logica emergenziale, sulle grandi opere e sul fatto di bypassare il loro impatto ambientale, peraltro in linea con quanto previsto dal PNRR che ha stanziato in tema di risorse idriche circa 4 miliardi, sempre con quelle finalità e lasciando ben poche risorse all’ammodernamento delle reti idriche (circa 900 milioni di €). Mentre invece è da lì che si dovrebbe partire, a fronte di una situazione per cui si perde più del 40% dell’acqua immessa in rete – e non solo nel Mezzogiorno, come una “vulgata” interessata vorrebbe far credere.

Da questo punto di vista, assieme ad interventi che guardano al riutilizzo delle acque reflue e piovane, al risparmio idrico, a partire dall’agricoltura, il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua ha messo a punto un vero e proprio “Piano straordinario per la ristrutturazione delle reti idriche”, che dovrebbe portare nell’arco dei prossimi 5 anni ad un livello fisiologico la dispersione idrica, avendo a disposizione circa 10 miliardi di €.

Sono risorse che si possono reperire riscrivendo il PNRR su questa materia, reindirizzando altre risorse esistenti e utilizzando anche una quota dei forti profitti che hanno realizzato negli ultimi anni le aziende che gestiscono il servizio idrico, a partire dalle grandi multiutilities, grazie alla forte spinta delle privatizzazioni. Giacché questo, il rilancio della privatizzazione del servizio idrico, altro non è se non il rovescio della medaglia del fatto che siccità e cambiamento climatico stanno facendo dell’acqua una risorsa scarsa.

Lo hanno spiegato bene, al momento della scandalosa quotazione in Borsa dell’acqua alla Borsa merci di Chicago alla fine del 2020, i dirigenti di CME Group (che controlla il Chicago Mercantile Exchange), protagonisti di quella scelta, quando hanno affermato che a causa del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione, del peggioramento qualitativo della risorsa, essa è appunto destinata a diventare bene sempre più scarso e soggetto all’accaparramento, per cui non può che essere governata dalla logica del mercato.

Si tratta di un tema ben presente a tutti i governi che si sono succeduti dalla vittoria referendaria del 2011 in avanti, da ultimo quelli Draghi e Meloni che, con il decreto delegato sul riordino dei servizi pubblici locali derivante dalla legge sulla concorrenza, hanno prodotto ulteriori passi per limitare e ostacolare la gestione pubblica del servizio idrico. Senza, peraltro, avere la consapevolezza che l’alternativa non è più solo tra l’acqua bene comune o il suo assoggettamento al mercato, ma tra la possibilità della vita e un mondo senza futuro.

Corrado Oddi
Forum Italiano Movimenti per l’Acqua

Questo articolo del nostro  collaboratore Corrado Oddi è uscito ieri, 21.03.2023 sul quotidiano  il manifesto 

Per leggere gli altri articoli ed interventi di Corrado Oddi su Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Vite di carta /
Purché lettura sia

Vite di carta. Purché lettura sia

Sono le 9 precise e sto entrando nel cortile del carcere di Ferrara; per fortuna è con me una amica con la quale affronto serena una mattinata particolare. Serena, sì. Il carcere è un posto diverso, nel nostro immaginario contiene sofferenza, deviazione, mancanza di speranza. Eppure ho accettato volentieri l’invito a partecipare alla maratona di lettura di oggi, 15 marzo, un giorno che è a un passo dalla primavera.

Ho accettato di venire a leggere un testo a mia scelta che rispecchi il titolo dato alla Prima Maratona di Lettura Ristretta (?), Leggere gli altri (é) parlare di sé, e ho scelto Italo Calvino. Ricordo bene il sollievo che ho provato quando ha detto sì un’altra socia storica dell’Associazione degli Amici della Biblioteca Ariostea, ho detto non vado da sola. In realtà ho sentito sollievo anche nel portare con me il libro di Calvino, uno dei più capaci di parlare al genere umano.

il cavaliere inesistenteNe Il cavaliere inesistente c’è l’uomo indaffarato a compiere operazioni su operazioni, fino a diventare astratto. Parlo di Agilulfo, il cavaliere che non c’è, la cui armatura lucida e in perfetto stato ricorda agli altri trasandati paladini la distanza che intercorre tra il dover essere e l’essere.

Ma noi non siamo solo le azioni che compiamo, credo di esserne certa. Scelgo allora la paginetta iniziale del capitolo quarto, che racconta la prima battaglia del giovane Rambaldo, venuto alla guerra dell’Imperatore Carlo Magno contro gli infedeli per vendicare la morte del padre.

La parodia che Calvino riversa sulla battaglia ha effetti esilaranti: Rambaldo si accorge che lo scontro è iniziato per i colpi di tosse che si alzano sempre più forti tra i suoi compagni chiusi nelle armature, mentre si alza anche il polverone dell’esercito franco in movimento. Lo stesso accade all’esercito nemico che ha preso a muoversi dall’altra parte. Quando i due polveroni si scontrano, ecco i guerrieri agire di lancia e di spada. Nulla, però, si svolge come Rambaldo si aspettava.

Altra bella tirata d’orecchi da parte di Calvino: non fissiamoci sui nostri progetti né sulle previsioni e sulle aspettative. Occorre che siamo flessibili davanti alla mutevolezza delle cose.

Rido di gusto ogni volta che leggo questa pagina, per questo l’ho voluta proporre all’uditorio. Una cinquantina di detenuti seduti nelle file dietro della grande sala in cui ci siamo raccolti. In questo stanzone spoglio sono sistemate molte sedie, non manca un palco solo accennato da uno zoccolo basso ma è ampio, è montato anche uno schermo piuttosto grande. Ci fanno attività teatrali, proiezioni e altre iniziative come quella di oggi, e voglio sperare che siano numerose.

Mentre aspettiamo che la maratona cominci e sto seduta in prima fila a guardare i nuovi arrivi, signore che arrivano a gruppetti di tre, col pass in bella evidenza e un libro tra le mani, mi scatta un’idea. Eh no, siamo venuti fino a qui con tutta la procedura che c’è da seguire per avere l’accesso e ora siamo seduti in file distanti, noi e loro. Le signore e qualche sparuto signore, i lettori venuti da fuori insomma, sistemati via via nelle prime file e ora immobili nell’attesa.

Mi alzo e vado col mio Calvino tra le mani. Vado a caso tra i lettori interni seduti dietro, chiedo cosa hanno scelto di leggere. Ho una curiosità onesta di sapere cosa propongono e rimango colpita dai libroni che si sono portati dietro, chi la Bibbia, chi una monografia su Darwin, chi la biografia di Garibaldi. Alcuni hanno portato dei testi di narrativa, ma non ne conosco gli autori né i titoli. Non importa.

il visconte dimezzatoFaccio vedere il mio Cavaliere a un ragazzo che mi ha mostrato il suo testo, nel titolo c’è una espressione del tipo fare il bene. Mi dice che lui il male l’ha già fatto, ora cerca di fare l’opposto. Beh, dico, dovresti leggere Il visconte dimezzato.

Lì viene fuori la storia complicata di uno che è stato diviso a metà da una cannonata e che dopo molte traversie viene ricucito. La metà buona e la metà cattiva da sole hanno fatto solo danni, è il miscuglio che fa di ogni uomo un uomo.

Comincia la maratona e un gustosissimo presentatore introduce noi lettori uno dopo l’altro; è così bravo da saper rispettare tempi che oso definire televisivi. Cinque minuti di lettura a testa, dopo la sua strampalata presentazione. Non azzecca una pronuncia, né del nome degli autori né dei titoli. Non si salva nemmeno il continente Asia, che lui pronuncia Asìa.

Ma la maratona procede a vele spiegate. Le due ore previste nella mattinata volano. Suppongo che accadrà lo stesso nel pomeriggio, durante la seconda sessione di letture. Alcuni detenuti leggono fluidamente, altri faticano un po’. Emozionati? Credo proprio di sì. Anche in difficoltà, con i libroni che si sono scelti.

Mi domando di quali e quanti titoli disponga la loro biblioteca. Quanto abbia inciso nella loro scelta, oltre alla penuria delle possibilità, anche la voglia di ben figurare salendo sul palco con un libro importante.

L’applauso gratifica tutti. Non ci sono momenti di spiegazione dei libri proposti, se non qualche parola a commento. Non è previsto di scambiarsi le reazioni alla lettura, che sarebbe la forma più completa di condivisione, ma è pur sempre lettura, una empatia data, un vestito buono per tutte le stagioni.

Nota bibliografica:

  • Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, Einaudi, 1959
  • Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Einaudi, 1957

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Dalla parte della capra
(e delle donne nate nell’anno 2000)

Dalla parte della capra (e delle donne nate nell’anno 2000)

“La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo.”
Pier Paolo Pasolini

Avvertenza
Se volete vedere il Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, invitato a Domenica in per celebrare la Festa del papà, mentre dà delle T… a tutte le donne nate nel 2000 figlia compresa, cercatevi il link per conto vostro. lo troverete in rete in un attimo, ma non qui.

Non sono un “moralista”, come probabilmente penserebbe Sgarbi che, alla fine del suo siparietto televisivo, ha finto di scusarsi con “i moralisti” che si sarebbero scandalizzati per il suo “libero eloquio”. Anzi, i moralisti li detesto: ci sono tre cose (oltre all’ignoranza e agli errori di sintassi) che hanno ucciso il giornalismo e la scena culturale italiana: il moralismo, il conformismo e la volgarità.

Non sono nemmeno tra “gli odiatori” di Vittorio Sgarbi. Gli ho sempre riconosciuto una buona conoscenza della lingua italiana (di questi tempi non è poco), una riconosciuta competenza della storia dell’arte, una straordinaria energia fisica e intellettuale. La sua bulimica ambizione, che tanti condannano, a me fa quasi tenerezza e induce al riso.
Vittorio Sgarbi è l’ultima maschera della Commedia dell’Arte italiana, e le maschere fanno ridere.

Purtroppo, come si dice, è proprio l’uomo che mi è insopportabile.
Per la sua volgarità. Per il suo conformismo. Per il suo moralismo, perché è proprio Sgarbi il campione dei moralisti del tempo corrente.
Ieri le gambe delle sedie coperte dalla Regina Vittoria, oggi il CAPRA CAPRA CAPRA dell’Onorevole Sgarbi.

Per cui cerco di evitarlo: di non leggere niente di lui o che riguarda lui, di schivare le vernici delle sue mostre, di cambiare canale quando appare in video. Giuro, mi impegno moltissimo, ma è difficile evitare un personaggio che ha fatto dell’ubiquità la sua ragione di vita. Conseguendo, bisogna ammetterlo, un clamoroso successo: digitate su Google la parola “Vittorio” e il motore di ricerca vi scodella come primissimo risultato “Vittorio Sgarbi”, prima di “Vittorio De Sica”, “Vittorio Emanuele”, “Vittorio Veneto”, “Vittorio Gassman”, “Vittorio Feltri”…

Il potere infestante di Vittorio Sgarbi raggiunge lo zenit nella Città Estense s-governata da tre anni da Lega e Fratelli d’Italia.  Se sei di Ferrara (di cui Vittorio e Elisabetta Sgarbi sono signori e padroni e dove tengono Corte), se fai il giornalista e sei direttore di Periscopio (un quotidiano nazionale, ma con la sede e un pezzo di cuore a Ferrara), stai certo che tutti i santi giorni Vittorio ti attraverserà la strada. Non hai scampo, lo leggi sui titoli del Carlino e nei comunicati stampa, te ne parlano amici e conoscenti, ti chiedono un parere i colleghi di fuori, da cui invano cerchi di difenderti: “Tu sei di Ferrara come Lui”. “No, veramente Sgarbi è di Ro Ferrarese”.

Così, dopo due tre quattro messaggi piovuti sul mio WhatsApp, ho dovuto cedere. Ho cliccato (in gran ritardo) sul link del famigerato video diventato virale. Che, intendiamoci, non documenta nessun “Evento”, ma l’ennesimo “avvento” in etere del più famoso boomer d’Italia.  Non è una colpa essere un boomer o un babyboomer, anch’io sono nato nella forchetta tra il 1946 e il 1964 (Vittorio Sgarbi nel 1952), è invece (per me) una colpa mortale portarsi addosso e spargere volgarità dovunque ti trovi, dal Parlamento a un dibattito o un’ospitata televisiva.

La cosa insopportabile (anche nello Sgarbi in versione papà) non è solo la capacità di denigrare, aggredire e offendere il prossimo (trattato sempre come un inferiore), ma la pretesa (e lui ne è certamente convinto) di essere lui, il boomer figlio del farmacista del paese, il migliore: il più intelligente e il più colto, il più svelto e il più furbo, e soprattutto il più libero e il più moderno di ogni altro essere umano.

Così interrompe e zittisce chi non lo asseconda con quell’assordante insulto: CAPRA CAPRA CAPRA…. all’infinito.  Oppure, come a Domenica in, si fa scappare (o piuttosto finge di farlo) un insulto triviale e maschilista: le donne nate nel 2000 sono tutte T…  per poi assolversi da solo, rivendicando la sua libertà, il suo anticonformismo e irridendo i moralisti e i bacchettoni che si spaventano e gridano allo scandalo davanti a una parolaccia.

In realtà, non c’è personaggio più conformista, conforme cioè al pensiero mainstream e fedele al potere dominante di Vittorio Sgarbi. Nessuno come lui ha curato gradino per gradino la sua scalata alla fama e al potere, collezionando una carica e un incarico dietro l’altro: ho letto che fino ad oggi ne detiene 17. Manca solo la docenza all’università, ma arriverà anche quella.

Si è coltivato amici, sponsor e protettori nei campi più diversi, ha fatto e ricevuto un milione di telefonate. Ma tutto questo non sarebbe stato sufficiente: per arrivare ai piani alti Sgarbi ci ha messo un impegno e una costanza fuori dal comune, ha speso molte notti nello studio e nella lettura; del resto, anche al Liceo Ariosto di Ferrara passava per uno sgobbone, nemico dei contestatori e amico del preside. A quei tempi era lui il “capretto”.

Da qui la volgarità. Che è il linguaggio preferito dei potenti e di chiunque potente vuol diventare. La volgarità che sommerge la televisione, che trasuda dai social, che conquista gli stadi e le stanze della politica. Sgarbi, mi spiace per lui, non è il nuovo che avanza, ma il vecchio che marcisce ma resiste. Lui, come tanti altri, segue un copione ingiallito, le battute trite e ritrite, i giochetti visti mille volte, le solite mosse da avanspettacolo. Anche per questa estrema ragione cerco di evitare e consiglio di evitare Vittorio Sgarbi. Mi annoia.

Parole e figure /
Che magnifica giornata!

Una storia d’amicizia, che rende più bella la giornata.

La noia, la noia, questa terribile noia… “Soltanto gli esseri intelligenti provano noia”, diceva Giacomo Leopardi. Nelle filosofie orientali, poi, in un momento di vuoto ogni individuo è libero di annoiarsi, di oziare e di meditare, senza pensare a nulla. Noia, noia, può essere talmente distensiva, a volte…

Un bel giorno Procione un po’ malinconico, fra la ginnastica e la lettura di un libro, decide di fare un bel dolce di mele per scacciare questa noia che lo affligge, ma si accorge che gli mancano le uova, va allora a chiederle a Volpe, che ha le galline, ma Volpe è molto indaffarata: deve riparare il tetto, perché le piove in casa. Accidenti però, che difficoltà insormontabile, non arriva su quel tetto così alto, si deve allora andare da chi ha tutto.

I due amici decidono quindi di farsi prestare una scala da Tasso che, però, non riesce a risolvere la domanda sul miele nelle sue parole crociate, la sua passione. Solo Orso può aiutarli. Se si tratta di miele lui ne sa certamente qualcosa…

Ecco allora Procione, Volpe e Tasso incamminarsi verso la casa dell’amico. Camminando scoprono un rovo pieno di more, nulla di meglio per una bella pausa golosa, un bel picnic fra amici. Arrivati alla casetta nel bosco di Orso (una casetta dai tratti deliziosi, come quelle che sin vedono nelle fiabe e che tanto vorremmo avere), Corvo dice (gracchia) loro che l’orso è andato al ruscello a pescare…

Procione, Volpe e Tasso e Corvo si arrampicano sulle colline e trovano l’amico Orso che tenta di pescare un pesce persico con il verme. Pesca tutti insieme sia! Magari ci scappano pure un bel bagnetto e una nuotata in allegria.

Fra disegni dai tratti delicatissimi di case, oggetti, alberi, prati, siepi, fiumi, colline ci uniamo a questa entusiasmante avventura. Si sente il rumorio dell’acqua fresca e della gioia di starsene fra amici, al sole che riscalda. Si palpa felicità.

Quattro amici – che diventano cinque – si aiutano, tutti risolveranno i loro problemi, in una splendida e complice serata, alla luce rosa del tramonto, dopo una magnifica giornata trascorsa insieme: perché quando si hanno veri amici si hanno tutti gli aiuti che servono (e che si meritano).

Philip Waechter, Che magnifica giornata! Babalibri, 2022, 36 p.

Philip Waechter

Figlio del celebre illustratore e fumettista Friedrich Karl Waechter, nasce a Francoforte nel 1968, dove attualmente vive e lavora come illustratore freelance. Ha frequentato corsi di comunicazione e illustrazione presso la University of Applied Sciences in Mainz ed è stato cofondatore di Labor Ateliergemeinschaft, uno studio collettivo composto da illustratori, grafici e autori. Ha illustrato numerosi bestseller ed è stato premiato con importanti riconoscimenti.

Per un interessante articolo su Philip

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di
Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara.

 

ACCORDI
L’introspezione onirica dei War On Drugs

L’introspezione onirica dei War On Drugs

Il primo passo per affrontare i dubbi e le contraddizioni che popolano la mia quotidianità è mettere su un pezzo dall’atmosfera calda, avvolgente e in grado di alleviare quel momentaneo senso di smarrimento. Insomma, ci vuole una canzone che chiuda la porta della realtà e metta a nudo i miei pensieri.

Il più delle volte quella canzone è The Strangest Thing dei War On Drugs, il cui incipit somiglia per l’appunto all’ingresso in un’altra stanza, in un’altra dimensione. È come se quegli accordi iniziali fossero l’anticamera dell’introspezione e mi dicessero: “nei prossimi 6 minuti ci prenderemo cura di te, entra e raccontaci quello è successo”.

Ed è in quel momento che la voce sofferta e un po’ nasale di Adam Granduciel inizia a riflettere sulle sue scelte e sul suo futuro, domandandosi se “vivere nello spazio tra la bellezza e la sofferenza” sia l’unica costante delle nostre vite. A far da contraltare all’incertezza delle liriche di Granduciel ci sono dei fraseggi chitarristici robusti e armoniosi. Non c’è un ritornello, bensì un’alternanza irregolare, e a tratti onirica, tra le linee vocali e i soli strumentali.

Dentro The Strangest Thing c’è tutto ciò che ha reso i War On Drugs una delle band indie-rock più apprezzate dell’ultimo decennio: la voce biascicata à la Bob Dylan, il gusto melodico di Tom Petty e, soprattutto, il sound trascinante dello Springsteen di Born To Run e Darkness On The Edge Of Town. La sensazione che lascia dietro di sé è un mix di appagamento e irrequietezza con il quale continuerete a fare i conti, e che magari vi spingerà ad ascoltarla più e più volte, cullando i vostri dubbi fino a farli sembrare lontani, sfocati e intangibili.

Immigrazione e demografia
Tre passi per gestire i problemi

Immigrazione e demografia: tre passi per gestire i problemi

La crescita anno dopo anno del fabbisogno delle imprese italiane è dovuta al fatto che, a causa del calo demografico, siamo già nella fase in cui, per i lavori manuali (sia al Nord che al Sud), per ogni 100 anziani che vanno in pensione ci sono in media solo 30 giovani italiani (non diplomati) disposti a fare questi lavori. Ciò spiega il crescente problema a trovare braccianti, edili, baristi, camerieri, autisti, operai, etc… Un problema peraltro europeo, in quanto il fabbisogno di manodopera in Europa è stimato in circa 2 milioni di immigrati all’anno, sempre a causa del calo demografico. E quindi i flussi potrebbero essere organizzati dall’Europa (sarebbe anche meglio, pensando alla disorganizzazione tipica degli italiani). Ma si tratta di un processo in 3 “passi” che può alimentare anche lo Stato italiano.

Il primo passo è programmare ogni anno il flusso di immigrazione regolare. L’ultimo decreto del Governo che entra in vigore il 27 marzo ne prevede 82.705 (44mila stagionali e 38.705 non stagionali). E’ il dato più alto degli ultimi 10 anni, ma ancora è troppo basso perché, se è vero che le stime della Fondazione Moressa prevedono un fabbisogno di 80mila all’anno, per molti altri la stima è almeno il doppio per i prossimi 10 anni a causa del declino demografico. E se non si fa questo primo passo, le prime ad essere danneggiate saranno proprio le imprese italiane.

Il secondo passo è cambiare la legge Bossi-Fini. Attualmente, un imprenditore che volesse assumere un immigrato deve prima rivolgersi al Centro per l’Impiego per verificare che non ci sia un italiano e, se non c’è risposta dopo 15 giorni, può fare domanda di un immigrato regolare allo Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura, che si prende 30 giorni per il rilascio del nulla osta, dopo aver controllato che la richiesta sia dentro le quote. A questo punto si attiva la rappresentanza diplomatica italiana nel paese di origine per il rilascio del visto e, ovviamente, la procedura prevede che l’immigrato sia nel suo paese di origine. Questo meccanismo, come tutti possono capire, è fasullo e inefficace. Fasullo, perché non c’è nessun imprenditore che assume un lavoratore, tanto più immigrato, senza averlo prima selezionato e visto. Inefficace, perché assegna a Prefettura e Rappresentanza diplomatica processi (come la selezione del personale) che non sono in grado di gestire, e che comporterebbero tempi lunghissimi – conoscendo il grado di inefficienza delle nostre istituzioni su aspetti ben più semplici di questo.

Quindi cosa succede nella realtà? L’imprenditore seleziona un immigrato irregolare già presente in Italia e fa in modo che questi rientri in patria, chieda il visto, e arrivi. Tempo medio: 3-6 mesi. Questo meccanismo burocratico è finto e non funziona. Ecco perché i decreti flussi regolari sono in realtà forme mascherate per regolarizzare gli irregolari, che lo sanno benissimo e continuano ad arrivare, tra l’altro, con le carrette del mare. Sono 20 anni che tutti i Governi (e l’ Europa in testa) fanno finta di non vedere questa realtà, come le tre scimmiette.

Il terzo passo consiste nel fare accordi ufficiali coi paesi di provenienza. Nel 2022, su 105mila sbarchi di irregolari, più della metà dei migranti proviene da tre paesi: Egitto (20.542), Tunisia (18.148) e Bangladesh (14.982). Non è un caso che provengano da questi paesi, perché sono i nostri imprenditori che li ritengono lavoratori affidabili. In sostanza facciamo come gli inglesi, che hanno individuato da tempo gli immigrati dal Commonwealth come i preferiti. Gli imprenditori ci guadagnano perché pagano in nero, gli immigrati sono comunque contenti rispetto alla vita terribile che facevano in patria, Governo e opposizione fanno finta di non sapere. E’ interesse dei paesi d’ origine fare accordi con l’Italia, perché le rimesse degli immigrati regolari sono “oro” per il loro paese, finanziando la scuola dei figli e la sanità e aiutando mogli e famiglie povere.

Gli accordi dovrebbero prevedere una formazione in loco con insegnamento dell’italiano, una selezione on line con gli imprenditori italiani e l’invio in Italia regolare, via nave o aereo. Questi stessi paesi che inviano cittadini regolarmente selezionati si dovrebbero impegnare poi a riprendere eventuali immigrati irregolari che avessero pagato per essere trasportati dagli scafisti in modo illegale.

Si potranno poi migliorare le forme di “incontro e selezione” tra datori di lavoro italiani e lavoratori immigrati, per esempio con la presenza (pagata dall’Italia) dei datori di lavoro nei paesi di origine nelle fasi finali di selezione.

Questo processo avvierebbe una sana collaborazione tra l’Italia e il nord Africa, che rappresenterebbe per l’Italia un investimento essenziale per il suo futuro e ridurrebbe sia gli sbarchi illegali che i morti in mare.

Documentazione:

Decreto flussi 2023

Il decreto flussi 2023 (approvato dal governo a dicembre 2022) stabilisce che possono entrare in Italia per motivi di lavoro un totale di 82.705 persone distribuite così:
Lavoro stagionale (quindi per un lavoro che avviene solo in un periodo dell’anno): 44.000 persone dai seguenti paesi: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, El Salvador, Etiopia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Mali, Marocco, Mauritius, Moldavia, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica di Macedonia del Nord, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Tunisia, Ucraina.

Di questi:

22.000 per lavoro stagionale in agricoltura. Le domande possono essere presentate dai datori attraverso queste associazioni: Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Copagr, Alleanza delle cooperative (comprende Lega cooperative e Confcooperative).

1.500 per lavoro stagionale pluriennale (cioè con un solo nulla osta il lavoratore ha diritto ad entrare in Italia per lavoro stagionale per un massimo di 3 anni).

Lavoro non stagionale e autonomo (quindi per lavori che hanno una durata più lunga del lavoro stagionale) nei settori dell’autotrasporto (esempio: guida di camion), dell’edilizia e del turismo (esempio: cameriere di albergo): 30.105, di cui 24.105 persone provenienti da Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia – Herzegovina, Corea (Repubblica di Corea), Costa d’Avorio, Egitto, El Salvador, Etiopia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Mali, Marocco, Mauritius, Moldavia, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica di Macedonia del Nord, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Tunisia, Ucraina.
6.000 persone provenienti da paesi extra UE con i quali l’Italia firmerà accordi di cooperazione durante l’anno 2022.

1.000 persone che hanno completato programmi di formazione ed istruzione all’estero approvati dal Ministero del Lavoro e dell’Istruzione.

100 persone che vengono dal Venezuela e hanno origine italiana per almeno una parte della famiglia.

500 persone per lavoro autonomo, cioè imprenditori, liberi professionisti, artisti famosi, ideatori di start up.

7.000 persone che devono convertire in permesso di lavoro un tipo diverso di permesso. Tra esse: 4.400 persone con permesso di soggiorno per lavoro stagionale da convertire in permesso di soggiorno per lavoro subordinato non stagionale; 2.000 persone con  permesso di soggiorno per studio, formazione professionale o tirocinio da convertire in permesso di soggiorno per lavoro subordinato; 370 quote persone con permesso di soggiorno per studio, formazione professionale o tirocinio da convertire in permesso di soggiorno per lavoro autonomo; 200 persone con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo rilasciato da un altro Stato membro dell’Unione europea da convertire in permesso di soggiorno per lavoro subordinato; 30 persone con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo rilasciato da un altro Stato membro dell’Unione europea da convertire in permesso di soggiorno per lavoro autonomo.

 

Parco Urbano e concertone: il caso non è chiuso

Parco Urbano e concertone, il caso non è chiuso:
aspettiamo un parere scritto dal Presidente della Provincia

Le recenti esternazioni pubbliche di Claudio Trotta, promoter italiano dei concerti di Springsteen, nelle quali si afferma che è stata la pubblica amministrazione ad indicare il luogo del concerto (circostanza finora negata), che il parco non è area protetta e nelle quali soprattutto, in modo offensivo, si pretende di insegnare ai cittadini di questa città come si devono utilizzare e far vivere i parchi (ma il signor Trotta ha mai frequentato un parco da utente?), hanno indotto Italia Nostra a richiedere al Presidente della Provincia, ente al quale risulta demandata la definizione ed il rispetto delle aree protette dal punto di vista ambientale, se le prossime iniziative previste nel Parco Urbano “Giorgio Bassani” sono compatibili con il rispetto della normativa vigente.

Si ribadisce che Italia Nostra è favorevole allo svolgimento di importanti concerti nella città, ma in luoghi adatti, quindi non a scapito di luoghi sensibili dal punto di vista ambientale e non a scapito della fruizione di spazi pubblici deputati ad altre funzioni.

Giuseppe Lipani
presidente della sezione di Italia Nostra di Ferrara.

Si allega per conoscenza la richiesta inviata:   

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Al Presidente della Provincia di Ferrara 
Gianni Michele Padovani
e per conoscenza: 
al Responsabile del Settore Pianificazione Territoriale della Provincia di Ferrara
arch. Manuela Coppari
al Responsabile Area pianificazione territoriale, urbanistica e tutela del paesaggio
della Regione Emilia-Romagna
dott. Roberto Gabrielli
alla Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio
per la città metropolitana di Bologna e le Province Modena, Reggio Emilia e Ferrara
arch. Francesca Tomba
Essendo in programma nel mese di maggio del corrente anno un concerto nel Parco Urbano della città di Ferrara per il quale è previsto un afflusso di almeno 50.000
persone, risultando alla scrivente associazione che il territorio del Parco Urbano della città, intitolato a Giorgio Bassani,
sia tuttora tutelato come “zona di particolare interesse paesaggistico – ambientale” (art.19) dal Piano Paesistico Regionale e come parte delle reti ecologiche di primaria importanza nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale,
chiede
se lo svolgimento nel parco della manifestazione sopra richiamata sia compatibile con la normativa di tutela del Piano Paesistico Regionale e Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale o se non sia pregiudizievole della salvaguardia di un territorio tutelato in quanto ricco di valori ambientali, anche sotto l ’ aspetto del rispetto e della difesa della flora e della fauna in esso presenti.
Poiché da notizie di stampa sembra di capire che l’attuale Amministrazione Comunale intenda in futuro utilizzare il parco come sede frequente, se non permanente, di spettacoli con grande affluenza di pubblico, pone il medesimo quesito anche per questa, a parere della scrivente Associazione, inconcepibile eventualità.
In attesa di cortese rapido riscontro, motivato dalla imminenza del concerto, porge cordiali saluti
Per il Consiglio Direttivo  della sezione di Italia Nostra di Ferrara
Il Presidente Domenico Giuseppe Lipani
Ferrara. 15/03/2023

Ferrara, Città all’incontrario

Sembra quasi una lettera innocua, cortese, educata, ma non lo è. E’ un’altra carta da giocare,  l’ultima in ordine di tempo, di Italia Nostra, contro le politiche della Giunta Fabbri,  sbagliate e pericolose nel merito ma anche nel metodo. Una lettera che inaugura l’ennesima battaglia della storica Associazione Ferrarese in difesa dell’ambiente e dell’identità culturale di Ferrara, perché tutti (in primis il Pubblico) rispettino i vincoli urbanistici e paesaggistici. della legge e del rispetto che merita una comunità urbana.
L’arrogante, illegittima  (e offensiva, come si legge nella lettera) presa di posizione del “tour operator” del Boss, ha il medesimo brutto sapore della vergognosa lenzuolata sul Carlino Ferrara a firma dell’impresa ARCO sul FE.Ris. Mai vista prima di ora a Ferrara una cosa così grave: imprenditori privati che parlano in vece della voce pubblica, che impartiscono lezioni (di scienza?) (di democrazia?), che dividono il popolo gregge tra i bravi della classe e i cattivi soggetti da metter dietro la lavagna. Sarebbero i soliti piantagrane degli ambientalisti.
Ci saranno altre occasioni per richiamare il Governo Locale  al rispetto delle norme su cui si fonda il gioco democratico. Nella lettera spedita 4 giorni fa e che oggi gli amici di Italia Nostra hanno deciso di rendere pubblica torna a concentrarsi sul Parco Urbano e sulla nebbia  di silenzi e reticenze che hanno accompagnato l’azione della amministrazione comunale  sin dall’inizio di tutta la vicenda.  La lettera chiede al Presidente della Provincia di Ferrara, che ha precise competenze in tema di tutela ambientale ed uffici preposti ai conseguenti controlli, di esprimere ufficialmente un parere chiaro sulla legittimità ed opportunità delle scelte compiute unilateralmente dal Sindaco e dal Consiglio Comunale di Ferrara.
Vedremo se arriverà una risposta e quando arriverà . Per ora c’è una sola cosa certa, che al contrario di quanto ha dichiarato più volte il sindaco con una certa sicumera, il “caso non è chiuso”. 
Francesco Monini

Per certi versi /
La ballata della luce

La ballata della luce

Fu l’inizio
allo sgorgare
del mattino
da una roccia
di cielo grigio
a comparire
una brace accesa
per la mia legna
ancora verde
che vento seccava
il fuoco
invisibile
divampò
divenne luce
per le nuvole
per le mani
degli alberi
rivoltate
degli ulivi
luccicanti
pensieri
illuminati
a comparire
dando inizio
alla candela
della sorte
fuochi di mare
nella grande notte
degli occhi
dove riposano
gli oceani
i pianeti
le galassie
non c’è
Spazio
che possa
sfuggire
alla capienza
delle mie pupille
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

SANTA LIBERTÀ
una storia vera

Santa Libertà. Una storia vera

 

Che piacere, che felicità  poter offrire in anteprima ai lettori di Periscopio un magnifico recente testo teatrale di Fabio Mangolini, che per me è un fratello più che un amico, ma anche – ed è questo che qui interessa – un grande autore: drammaturgo, regista, attore. insegnante, artista errante. La storia di Santa Libertà, come recita il titolo,  è una storia vera. Un viaggio reale in mezzo all’Atlantico e, insieme, il viaggio di Mangolini  che accende la luce su un piccolo episodio quasi dimenticato, che però ha incrociato la Grande Storia, quella delle nazioni, dei presidenti, dei generali e, come sempre accade, dove agiscono le idee, la politica, le opposte convenienze. La ricerca documentaria puntigliosa di Mangolini, la lingua asciutta e  precisa,  il montaggio incalzante del testo ci catapultano dentro una sorta di  “maledetta grana internazionale”. Una grana che qualcuno deve pur risolvere, ma che nessuno stato o capo di stato avrebbe voglia di accollarsi. 

Fin qui la storia macro, una storia, appunto, vera dal primo all’ultimo protagonista. Tranne chi occupa la scena, uno sconosciuto imbarcatosi in terza classe sulla nave “Santa Maria”: Alberto Sarti, 16 anni, nato a Caracas nel 1945 e figlio di genitori di San Giovanni in Persiceto, che attraversava l’oceano per visitare la zia e vedere per la prima volta la vecchia Italia.  L’Alberto Sarti di Mangolini è “lo spettatore per caso”; non sa niente del mondo, della politica, della dittatura di Salazar, della nuova Cuba, dell’America e del suo nuovo presidente giovane e bello. Ci è capitato per caso e di quel fuori programma ci ha capito poco e nulla. Per non mancare l’appuntamento con la storia bastava essere sul ponte di quel transatlantico, ed arrivarci puntuale, il il 21 gennaio 1961, proprio quando il Directorio Revolucionario Ibérico de Liberación, l’organizzazione fondata da esuli spagnoli e portoghesi per combattere le dittature di Franco e Salazar, ha sequestrato la Santa Maria e subito ribattezzata  Santa Libertà.
E’ finito un secolo e n’è cominciato un altro, ma quell’avventura, l’unica della sua vita, Sarti se la ricorda ancora per filo e per segno. La racconta a tutti quelli che incontra, anche a noi.
Buona lettura.

P.S. 1 Fabio Mangolini è di Ferrara, da ragazzo abitava in piazzale Camice Rosse. Una decina di anni fa è’ stato persino presidente del Teatro Comunale Claudio Abbado. Per un anno,  poi basta, altrimenti non sarebbe vero che Nemo profeta in patria e che a Ferrara presidenti e direttori artistici bisogna andarli a pescare tra i foresti e pagarli a peso d’oro.

P.S.2“Santa Libertà, Una Storia vera” ha girato alcune  piazze d’Italia. Io lo spettacolo l’ho visto 3 anni  fa, con grande divertimento, al ITC Teatro di San Lazzaro, quello che a me piace chiamare Stefano Tassinari. Ieri, sabato 18 marzo 2023 era in scena a Lecco. A Ferrara? Niente; né al Teatro Abbado, né al Nuovo, né altrove. Non so, forse  si sono dimenticati di invitarlo.
Francesco Monini

Santa Libertà. Una storia vera

di Fabio Mangolini

Lo spazio è diviso in due aree. In una l’attore narrerà le vicende legate al sequestro del transatlantico “Santa Maria”; nell’altra, invece, sarà un personaggio a raccontare la stessa storia dal suo punto di vista.

Quadro 1 Entrata

Entra l’attore e costruisce una barchetta di carta. Poi si siede al centro della scena con la barchetta in mano

Quadro 2 “Io c’ero” (soggettiva)

Mi chiamo Alberto Sarti. Sono nato a Caracas il 12 gennaio del 1945 da genitori italiani, di un paese vicino a Bologna, San Giovanni in Persiceto. I miei erano andati a vivere in Venezuela dieci anni prima un po’ per fame e un po’ perché non andavano d’accordo con i fascisti. Poi c’era stata la guerra, sono nato io, e hanno deciso di rimanerci, in Venezuela. Rimanerci per davvero. Alla fine del 1960 sono morti, tutti e due in un incidente stradale. Bum e la vita si sfascia. Finita. Ero rimasto da solo e avrei anche potuto rimanere a Caracas, ma una zia, la sorella di mia madre, mi scrisse dall’Italia che l’Italia stava rinascendo, che non era come una volta, come se io sapessi come fosse stata una volta, e mi mandò un biglietto per un transatlantico. Era per venire in Italia su un transatlantico portoghese, il Santa Maria, in terza classe, ma sempre un transatlantico di lusso. Si partiva dal porto de La Guaira, a due passi da Caracas, poi ci si fermava a Curaçao, nelle Antille Olandesi, a San Juan del Puerto Rico, a Miami, a Tenerife nelle Canarie e poi a Lisbona e a Vigo, in Spagna. Da lì avrei continuato in treno fino in Italia. Mia zia mi disse che sarebbe stato un viaggio molto bello, che mi avrebbe distratto e che avrei conosciuto molte persone. E sulla nave ce n’erano tante davvero. Eravamo in 959. Oltre all’equipaggio, c’erano portoghesi, spagnoli, venezuelani, olandesi, cubani, brasiliani, panamensi e un italiano. Io. Mia zia mi diceva anche che sarebbe stata un’esperienza che mi sarei portato dietro per tutta la vita. Certo che non poteva sapere, mia zia, che quella sarebbe stata l’esperienza che me l’avrebbe cambiata, la vita. Ma neanche gli altri passeggeri non potevano saperlo, neanche immaginarlo.
Il 20 gennaio del 1961, quando tutta questa storia cominciò, avevo sedici anni, ma quella storia mi è rimasta qui, per sempre. Ricordo benissimo quando alle undici di sera la nave salpò dal porto de La Guaira. Ero affacciato alla murata della terza classe. Tutti che salutavano e io che avevo gli occhi pieni di lacrime, ma cercavo di non mostrarlo agli altri. Lasciavo per sempre la terra dove ero nato. Non salutavo nessuno, io, solo il Venezuela. E non sapevo quello che sarebbe successo. Ma ancora oggi, dopo tanti anni, posso dire che io sul Santa Libertà, c’ero.

Quadro 3 “In Europa c’erano due dittature” (narrazione)

Parte un video con immagini delle dittature franchista e salazarista.

Erano due le dittature fasciste che ancora resistevano in Europa nel 1961 e tutte e due nella penisola iberica. In Spagna e in Portogallo. Francisco Franco, el Caudillo, in Spagna, e Antonio de Oliveira Salazar, il fondatore dell’Estado Novo, in Portogallo. Tutti e due erano lì fin dagli anni ’30. Salazar era arrivato al potere quasi in punta di piedi, nel 1932. Franco dopo una terribile guerra civile durata più di tre anni. Tutti e due erano stati alleati e aiutati da Mussolini e da Hitler. Tutti e due, però, quando avevano visto che fine avevano fatto i loro amici, erano diventati immediatamente filo-americani. Anticomunisti lo erano sempre stati. Crociati e ultracattolici, anche. Anzi, Santa Romana Chiesa li appoggiava fieramente. Salazar durante la guerra aveva dato le Azzorre agli americani perché ne facessero una base militare in mezzo all’Atlantico. Franco aveva aperto il territorio spagnolo alle basi americane anche se poi manteneva gli ex gerarchi nazisti a Ibiza e nelle isole Baleari. In Spagna la dittatura era durissima e tantissimi oppositori venivano uccisi con la garrota, un cerchio di ferro che si stringeva attorno al collo con una vite fino a uccidere per strangolamento. In Portogallo la pena di morte non c’era, ma gli oppositori venivano rinchiusi in celle minuscole, di due metri per uno e mezzo e lasciati lì anche per anni. Francisco Franco, per la sua gloria, aveva fatto costruire vicino all’Escorial, a due passi da Madrid, il suo mausoleo: el Valle de los Caidos. L’aveva fatto costruire dai prigionieri della guerra civile che erano morti di stenti costruendo quello che doveva essere il tempio del franchismo. Salazar, i suoi oppositori, li faceva morire di stenti nelle isolette sperdute di fronte all’Africa. Sia la Spagna che il Portogallo, nel 1961, erano due paesi coloniali. Proprio negli anni delle indipendenze dei popoli africani, la Spagna e il Portogallo non avevano nessuna intenzione di mollare. Dell’impero coloniale spagnolo rimaneva la Guinea e una parte del Marocco. Il Portogallo stava perdendo le sue città stato in Estremo Oriente, Goa, Macao, ma si teneva stretta mezza Africa Australe con l’Angola e il Mozambico.

Erano dittature, quelle di Franco e di Salazar. In Portogallo facevano finta di fare le elezioni. Nel 1958 avevano fatto un’elezione presidenziale farsa che aveva vinto il candidato del regime, il generale Américo Tomas. Ma Humberto Delgado, l’altro generale, quello che aveva perso le elezioni farsa, non era stato al gioco e si era autoesiliato in Brasile. Delgado era stato salazarista fino al giorno prima. In Brasile aveva costituito un movimento di lotta contro la dittatura di Salazar mettendo in moto tutti i suoi contatti. Fino a qualche anno prima era stato ambasciatore portoghese a Washington.
In Spagna, invece, la situazione era un po’ più complicata. C’era un governo repubblicano in esilio. E c’erano repubblicani antifranchisti in giro per il mondo. Molti in Europa, in particolare in Francia, moltissimi in Sud America. Nel 1958 il Partito Comunista Spagnolo aveva deciso che non avrebbe più fatto azioni di guerriglia sul territorio spagnolo e che avrebbe atteso momenti migliori. In Venezuela si erano ritrovati in diversi fuoriusciti, molti di loro provenivano dalla Galizia, l’ultimo lembo a nord ovest della Spagna, proprio sopra il Portogallo. Il galiziano, la lingua che si parla da quelle parti, è una lingua antica e bellissima, più antica del castigliano e a metà fra lo spagnolo e il portoghese. Una lingua di mezzo, con la quale tutti i popoli della penisola iberica potrebbero parlare e capirsi, se solo lo volessero. Fra gli esiliati spagnoli e galiziani in Venezuela, c’era un maestro che scriveva poesie e teatro, Xosè Velo, per tutti Pepe Velo. Lui diceva:
“La Spagna deve ancora nascere.
Questo e il ritornello di una canzone che nessuno ha ancora cantato ma che tutti canticchiano.
Facciamola questa Spagna, da ogni lato delle nostre nazioni liberate.
Rompiamo le bussole. Destituiamo tutti i punti cardinali che ci separano. Non ci sono più nord e sud e neanche est e ovest. C’è solo un punto cardinale: l’uomo.”

Xosè Velo aveva fondato nel 1959 il DRIL, Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione. Sognava che la Spagna e il Portogallo si liberassero dalla schiavitù delle dittature di Franco e di Salazar e che la penisola iberica diventasse una federazione di stati liberi e uniti: la Galizia, I Paesi Baschi, la Catalogna, la Castiglia, il Portogallo… tutti con pari dignità. Attorno a lui c’erano anche altri spagnoli, soprattutto galiziani e baschi. La prima cosa da fare era far capire al mondo che quelle due dittature esistevano ed erano spietate. Il DRIL aveva già fatto qualche azione in Spagna, ma Velo progettava qualcosa di più grande che potesse far vedere la situazione iberica al mondo intero
Ma il mondo, in quel gennaio del 1961, viveva un periodo molto complicato.

Quadro 4 “Era il 1961” (narrazione)

In quel gennaio del 1961 stavano succedendo diverse cose.

Il Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione era nato per dare democrazia e libertà alla Spagna e Portogallo.

Parte un video con immagini della situazione geopolitica nel 1961

Il 20 gennaio del 1961 gli USA avevano un nuovo Presidente, John Fitzgerald Kennedy, un Presidente giovane e democratico che aveva battuto il repubblicano Richard Nixon. L’Unione Sovietica era presieduta da Nikita Kruscev che era arrivato al potere nel 1958. L’anno dopo a Cuba i barbudos con Fidel Castro avevano sconfitto il dittatore Fulgencio Batista ed erano entrati a la Habana da trionfatori. Nel Medio Oriente, in Egitto, il generale Nasser aveva nazionalizzato il canale di Suez e si era messo alla testa dei movimenti anticolonialisti. In Africa le colonie belghe, inglesi e francesi ottenevano lentamente l’indipendenza in maniera non sempre facile. Eravamo in piena Guerra Fredda, i colpi di stato erano all’ordine del giorno e il mondo era in continuo e permanente subbuglio. La minaccia era una guerra nucleare. Il mondo era diviso. Il 13 agosto del 1961 sarebbe stato costruito il muro di Berlino. Negli oceani c’erano più sottomarini e cacciatorpediniere che pesci. E a Caracas nacque il Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione.

Quadro 5 “Operación Dulcinea” (narrazione)

Parte la musica

“Quando don Chisciotte si vide in campagna aperta, libero e sbarazzato dagli amorosi detti di Altisidora, parevagli di trovarsi nel suo centro e di sentirsi rinnovare il coraggio per proseguire le geste delle sue cavallerìe. Rivoltosi a Sancho, gli disse: — La libertà, o Sancho, è uno dei doni più preziosi dal cielo concessi agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. “

Si conclude la musica

Xosè Velo aveva in mente un piano: sequestrare un transatlantico, chiudere le comunicazioni con il resto del mondo, instaurare a bordo una repubblica democratica e indipendente, fare rotta verso Fernando Poo nel Golfo di Guinea, allora territorio spagnolo, e da lì, risalendo l’Africa, iniziare un processo rivoluzionario che avrebbe portato la democrazia e la libertà in Spagna e in tutta la penisola iberica. Il sequestro del transatlantico non avrebbe dovuto essere considerato come un atto di pirateria, ma un atto rivoluzionario e così avrebbe dovuto essere inteso dal mondo. Un atto d’amore, prima di tutto, come Don Chisciotte verso la sua amata Dulcinea. Un atto d’amore verso la libertà. Si sarebbe chiamata “Operación Dulcinea”.

All’inizio del 1960 Pepe Velo si era incontrato, a nome del Direttorio Rivoluzionario Iberico de Liberación, con diversi esponenti del Movimento Nacional Indipendente, il gruppo cui aveva dato vita Humberto Delgado, il generale portoghese che, sconfitto alle elezioni del 1958, si era autoesiliato in Brasile. A questi incontri partecipava anche Henrique Galvao, il plenipotenziario di Delgado.

Parte il video con i capi dell’operazione: Velo, Sotomayor e Galvao. Sul video continua la narrazione.

La struttura del commando che avrebbe dovuto sequestrare il transatlantico sarebbe stata composta da ventiquattro persone, dodici spagnoli e dodici portoghesi. Capo dell’operazione il direttore generale del DRIL, Xosè Velo, comandante generale per la parte spagnola e responsabile della navigazione lo spagnolo Josè Fernandez, alias Comandante Sotomayor, comandante generale per la parte portoghese, il portoghese Henrique Galvao. Forse troppi comandanti…
Xosè Velo era nato a Celanova in Galizia nel 1916. Per l’operazione Dulcinea si era dato il nome di battaglia di Carlos Xunqueira de Ambía. Non amava le armi e credeva che la rivoluzione sarebbe stata possibile con la forza delle parole.
Josè Fernandez, il Comandante Jorge de Sotomayor, era stato un ufficiale della Marina Militare durante gli anni della Repubblica spagnola. La sua nave viene affondata dalle forze franchiste, ma lui riesce a raggiungere terra con i suoi uomini ed inizia la lotta partigiana in zona franchista. Riesce a sequestrare un cacciatorpediniere francese e raggiunge la Francia. Da lì è a Barcellona agli ordini del governo repubblicano. Ma la guerra civile è persa. Si rifugia in Francia e prende parte alla Resistenza. Catturato dalla Gestapo viene internato ad Auschwitz. Finita la guerra va in Venezuela, esiliato. Ma non sopporta le ingiustizie del mondo. Nel 1958 lascia definitivamente il Partito Comunista e aderisce al DRIL.
Henrique Galvao era nato nel 1895 e quando salì sul transatlantico aveva sessantacinque anni. Era un personaggio con ansia di notorietà e che amava le apparenze. Un dandy. Appena salito sul Santa distribuì stellette da attaccarsi alle spalline delle camicie. L’unico che non se le attaccò fu Velo, che diceva che le costellazioni stavano nel cielo. Henrique Galvao non era un rivoluzionario, ma era stato un militante fascista fieramente a lato di Salazar. Un colonialista convinto. Era stato governatore in Angola e si era staccato da Salazar per appoggiare Humberto Delgado. Salazar non l’aveva presa bene e Galvao era stato rinchiuso nelle prigioni del regime. Ne era scappato in maniera rocambolesca e dopo essersi rifugiato nell’ambasciata argentina era riuscito a raggiungere il Sud America. Divenne la faccia visibile del sequestro del transatlantico. Era il portavoce ed era portoghese su una nave portoghese. Fu proprio Galvao a convincere il DRIL che il transatlantico da sequestrare doveva essere portoghese: in Portogallo non c’era la pena di morte, in Spagna sì. Dal suo punto di vista questo era un argomento dirimente.

Decisero di sequestrare il Santa Maria, non un transatlantico qualsiasi, ma il più grande, il più moderno, il più bello, il più lussuoso di tutta la marina mercantile portoghese, della Compagnia Coloniale di Navigazione. Il Santa Maria aveva un gemello, il Vera Cruz. Era una nave di 20.906 tonnellate ed era stato costruita in Belgio nel 1952. Era spinta da turbine a vapore e poteva portare fino a 1182 passeggeri e 350 persone di equipaggio. Copriva normalmente la tratta Portogallo-Sud America toccando i porti de La Guaira, Curaçao, San Juan de Puerto Rico, Port Everglades (Miami), La Habana, Funchal a Madera, Tenerife nelle Canarie, Lisbona e Vigo, in Spagna.

Quadro 6 “Quando sono salito ho visto” (soggettiva)

Aveva ragione mia zia. Ero salito nel pomeriggio del 20 gennaio. Così avevo avuto il tempo di farmi un bel giro sul Santa Maria. C’erano piscine e palestre per fare ginnastica. C’erano piste da ballo e ristoranti. Divani dappertutto. Mi sembrava un mondo nuovo, mai visto. Un mondo a parte. Come se si stesse preparando una festa che doveva durare per tutto il tempo della navigazione. Una festa infinita. I transatlantici, ora lo so, sono come città galleggianti. La pubblicità diceva: “Lasciatevi trasportare in una meravigliosa avventura”. Non immaginavo, non immaginavamo che avremmo vissuto l’esperienza più inquietante e fantastica della nostra vita: il primo sequestro politico della storia di un transatlantico che trasportava passeggeri.
All’inizio un po’ di paura c’era. Ma poi l’abbiamo persa. All’inizio c’era chi diceva che erano mercenari, una banda di assassini. Ma non era vero. Quando abbiamo iniziato a conoscerli abbiamo visto che erano brave persone. Fra di loro c’era anche un ragazzo che aveva appena un anno più di me. Si chiamava Victor Velo ed era il figlio del capo. Lui avrebbe voluto fare l’attore di teatro da grande, pensa te. Adesso però diceva che bisognava fare la rivoluzione. Che bisognava conquistare la libertà. Non lo capivo all’inizio. Capivo solo che aveva un coraggio che io non avevo. Si era imbarcato in una storia che non sapeva come sarebbe andata a finire. Aveva solo un anno più di me.

 

Quadro 7 “I primi giorni del sequestro” (narrazione)

Il 20 gennaio alle 23 ventidue membri del DRIL erano a bordo del Santa Maria. Tutti tranne Galvao e uno dei suoi uomini che salgono il giorno dopo a Curaçao. Galvao è troppo conosciuto in Venezuela e la sua presenza a bordo nel porto di partenza potrebbe far saltare tutto il piano.
Il 21 all’ora di pranzo tutti e ventiquattro i rivoluzionari si ritrovano nella cabina di Pepe Velo. Alcuni di loro s’incontrano per la prima volta. Si distribuiscono le armi: quattro pistole, un fucile e una mitragliatrice che non funziona. Il piano d’assalto è chiaro. Prendere di sorpresa i quattro punti nevralgici della nave: il ponte di comando, la sala delle radiocomunicazioni, le cabine degli ufficiali e la sala macchine. Le istruzioni sono di agire rapidamente per sorprendere ogni resistenza dell’equipaggio. Sotomayor fa subito chiarezza fra un’operazione di guerriglia in terra e una in mezzo al mare: in terra c’è sempre modo di ritirarsi. In mezzo al mare, no.
La luna è coperta dalle nuvole nella notte caraibica tra il 21 e il 22 gennaio. Questa mattina John Fitzgerald Kennedy ha appena giurato davanti alla Casa Bianca come 35º Presidente degli Stati Uniti d’America. Fra dieci giorni Janio Quadros, che ha vinto le elezioni presidenziali in Brasile, prenderà il posto di Kubitschek. Kennedy e Quadros, due presidenti democratici negli Stati Uniti e in Brasile. Le condizioni sono eccellenti per l’ “Operazione Dulcinea”.
I membri del DRIL si dirigono ai punti previsti. C’è un problema sul ponte di comando. I nervi sono a fior di pelle. Non si sa chi abbia sparato prima, l’equipaggio o i tre del DRIL. Una torcia. Un bagliore. Un membro dell’equipaggio giace a terra, morto. Altri due sono feriti. La nave è presa. Le comunicazioni con l’esterno sono bloccate. Sotomayor prende il timone fra le mani. Xosè Velo si presenta nella cabina del Comandante Maia, dove sono riuntiti tutti gli ufficiali dell’equipaggio e dice loro: “La nave è nelle nostre mani. Non siamo pirati, ma rivoluzionari. Avete tre scelte davanti a voi: aderire alla nostra causa e vi considereremo come compagni; riconoscere il vostro stato di vinti che obbediscono alle nostre regole e in questo caso dovete giurarci di non fare resistenza; non accettare nessuna delle due soluzioni ed in questo caso potete considerarvi come prigionieri di guerra e come tali sarete trattati.” Dopo essersi guardati in faccia gli ufficiali scelgono la seconda soluzione. Non c’era da aspettarsi altro da gente che da sempre era stata oppressa e con la smania di poter opprimere appena possibile. È la legge dei tiranni e dei loro cortigiani.
La mattina seguente dagli altoparlanti della nave si sentiva la voce di Galvao che diceva:
“Questa notte il Santa Maria è stato occupato dal Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione. Sono infinitamente dispiaciuto per le difficoltà che questa nuova situazione potrà comportare. Abbiamo occupato questa nave in nome di una causa che consideriamo sacra: la difesa dei diritti e delle libertà di milioni di abitanti dei due grandi paesi della penisola iberica. Faremo tutto il possibile per rendervi la vita meno sgradevole possibile e ci sforzeremo di sbarcarvi alla prima occasione. Non vi chiediamo di aiutarci ma di aiutarvi fra di voi: mantenete la calma, l’ordine e la tranquillità. D’ora in poi la nave non si chiamerà più Santa Maria, ma Santa Libertà”.

Del morto e dei feriti, però, non si parlava. Anche se Galvao e Sotomayor erano contrari, Velo decise che i feriti andavano sbarcati. È vero, forse li avrebbero scoperti, probabilmente il piano di raggiungere le coste dell’Africa sarebbe andato in aria, ma i feriti andavano sbarcati per ragioni umanitarie.
Lunedì 23 gennaio, secondo giorno del sequestro, mattino. Il Santa Libertà si avvicina all’Isola di Santa Lucia, nelle Piccole Antille inglesi. In rada c’è la fregata inglese Rothesay. Basterebbe solo che qualcuno si chiedesse cosa ci fa mai da quelle parti un transatlantico portoghese di ventimila tonnellate per dare l’allarme. E invece pare che il clima caraibico abbia contagiato tutti, anche gli inglesi. Dal Santa Libertà partono due scialuppe con i feriti, il medico di bordo e tre membri dell’equipaggio. Velo, Galvao e Sotomayor dalla tolda della nave si sincerano che le scialuppe siano arrivate a terra e, senza che la fregata inglese si accorga di nulla, rimettono la prua in direzione del mare aperto mostrando agli ignari inglesi la poppa.
Poche ore dopo viene dato l’allarme. La US Navy dirama un comunicato in cui si dice che il Santa Maria è stato sequestrato da almeno settanta guerriglieri armati fino ai denti con mitra e granate”. Da Puerto Rico parte immediatamente uno squadrone di aerei Hurricane Hunters. Si muove alla ricerca la fregata inglese e partono navi olandesi. Intanto, mentre tutti pensano che il Santa Libertà si muova verso Cuba, Sotomayor inizia a zigzagare nell’Atlantico dirigendosi verso Sud. D’ora in poi, ogni giorno che passa è tutta pubblicità per l’azione del Direttorio Rivoluzionario Iberico di Liberazione e per la sua causa.
Martedì 24 gennaio, terzo giorno del sequestro. La notizia inizia ad impensierire Kennedy. Dal Santa Libertà si inviano cablogrammi al Segretario Generale dell’ONU, al Segretario di Stato americano, al Presidente del Venezuela, al Primo Ministro britannico in cui si spiegano le ragioni dell’azione. Si dice anche di avvertire le famiglie dei passeggeri che tutti sono in buone condizioni. Sul fronte diplomatico, il governo inglese decide di non continuare nelle ricerche della nave con la scusa che il Rothesay ha difficoltà nell’approvvigionamento di carburante. Con la stessa scusa si ritirano anche le fregate olandesi. Da Lisbona è partito il cacciatorpediniere Pero Escobar con intenzioni non certo umanitarie. Rimangono gli americani che, oltre agli aerei, hanno messo alle calcagna del Santa Libertà anche due cacciatorpediniere, la Wilson e la Damato, e un sottomarino atomico, il Seawolf. Sono millecinquecento uomini, un ammiraglio, Robert Dennison e un contrammiraglio, Allen Smith. Intanto iniziano a muoversi anche i brasiliani.

Parte video sulla vita a bordo

Intanto a bordo si fa la rivoluzione per davvero: si dà ordine che le donne incinte abbiano, tutte, priorità nell’alimentazione, che si aboliscano le classi, che il menu della prima classe sia ridotto in favore della terza, che i bambini possano giocare tutti insieme e che abbiano tutti diritto alla stessa merenda. La rivoluzione si comincia a fare dagli asili nido! Si dà ordine che gli scambi a bordo si facciano con una nuova moneta, l’ibero. Si sta fondando una libera e popolare repubblica che vaga sull’Oceano. Quando non sono di servizio, gli attivisti frequentano i bar e i ristoranti e si relazionano con i passeggeri. Pepe Velo e Galvao si sforzano di comunicare a tutti i motivi e gli obiettivi della loro lotta. Le barriere sono state eliminate e tutti possono andare nelle piscine, andare a ballare nelle tante piste da ballo, mangiare in qualsiasi ristorante. La situazione a bordo è tranquilla. Si comincia a pensare che si sta vivendo un’avventura straordinaria e che, in fondo, questi Velo, Sotomayor e Galvao, sono brave persone. Molti passeggeri solidarizzano con la causa del DRIL. E così fanno molti dell’equipaggio. Velo è instancabile. Passa le giornate a discutere con i passeggeri. Parla loro dei grandi poeti della lingua spagnola, della lingua galiziana, della lingua portoghese. Le sue sono lezioni o poesie.

Sii un fiume
essere per essere mare
essere fontana
Sii il primo ad essere un pinguino di acqua al sole e nuvola viaggiatrice
scia dell’amore nell’ultima ora

Essere raccolto
essere un granaio e nient’altro che essere grano
se
e ancora meglio
seme seminato

Sii pane
tutto
essere per tutti e per tutto o per sempre
pane e acqua per essere
per tutte le carestie e per tutti i luoghi
essere come un Cristo che desidera
corpo e sangue mai versati
redento scorrendo attraverso i canali delle vene
senza ferite e senza guerre
essere per la speranza
essere di fronte alla morte naturale
quella cosa
che può raggiungerci nell’amata avventura
che sta conducendo l’uomo fino alle stelle.

Essere semplicemente umani
se
né bestia né angelo
metà monaco e metà soldato
Centauro incredibile che la Spagna ha abortito.

Sii un fratello e sii amico
sii sempre con te
con te
vicinanza
qua e là
in lontananza
mangiato o infondendo cura
allora la storia sarebbe anche
il modo migliore per testimoniare
del lavoro dell’uomo che ha già inventato l’umanità.

Quadro 8 “Intanto in Italia 1” (narrazione)

Intanto nel mondo la stampa aveva cominciato a seguire la storia del Santa Libertà. Non che se ne sapesse qualcosa. Anzi. Nessuno sapeva dove fosse. Nessuno sapeva quanti fossero i rivoluzionari. Nessuno sapeva se fossero armati per davvero. Quello che si sapeva, sì, era quello che volevano: far sapere al mondo che in Spagna e in Portogallo c’erano due dittature sanguinarie. Eppure i giornali dovevano vendere e le prime pagine aprivano con titoli a due o tre colonne.
In Italia la cosa era addirittura comica. La stampa di sinistra prendeva le parti dei rivoluzionari perché così si definivano. Però non capiva molto bene, la stampa italiana di sinistra, come mai questi rivoluzionari non avessero girato la prua verso Cuba. Non era lì che si stava facendo la rivoluzione? E allora? Invece la stampa di centro e di destra considerava i rivoluzionari come terroristi, pirati, che andavano impiccati all’albero più alto della nave, come se se ne trovassero di alberi su una nave spinta da moderne turbine.

Un famoso giornalista italiano, maestro di tanti giornalisti di oggi, così terminava un suo lunghissimo articolo, parlando di Galvao, che si apriva con l’invidia che lui stesso provava per non poter essere presente a questo incredibile ed increscioso spettacolo:

“Quanto tempo potrà restare il capociurma spericolato, il grande bucaniere che sempre aveva sognato di diventare? Forse non se l’è nemmeno chiesto. L’importante era di poterlo essere, una volta, prima di morire.
E, per il momento, lo è.
Non so quali leggi internazionali attualmente vigano in proposito. Non so se abbia ancora corso quella che prevede l’impiccagione del pirata all’albero della nave. Trattandosi di navi moderne, non vedo a quale albero potrebbero impiccarlo. Comunque, se, di qui a un po’, sapremo che il cadavere di Galvao oscilla al vento del Mar dei Caraibi, penseremo che ha avuto quel che merita, e ben gli sta.
Ma ciò non ci impedirà di toglierci rispettosamente il cappello. È l’ultimo filibustiere che ci dice addio dall’alto di un pennone, al termine di una rapida, impossibile avventura che anche noi tante volte abbiamo sognato.”
Indro Montanelli

Quadro 9 “Intanto nel mondo” (narrazione)

Quelli del DRIL non erano pirati, la loro era un’azione politica e non di pirateria. Era Salazar che spingeva perché il mondo intero li considerasse come pirati e come tali andassero trattati: impiccati all’albero più alto. Ma gli altri avevano capito. Cinque giorni dopo il sequestro, giovedì 26 gennaio, l’Accademia delle Leggi Internazionali della Aja, un organismo annesso al Tribunale Internazionale di Giustizia, decretò che secondo il diritto marittimo l’azione non poteva essere considerata pirateria. La cosa si metteva male per Salazar e per Franco. Sempre meglio per il DRIL. Il mondo libero stava dalla loro parte. Intanto anche la Spagna aveva inviato un cacciatorpediniere, il Canarias, alla ricerca del Santa Libertà e grazie al Patto Iberico sottoscritto da Franco e da Salazar, avrebbe dovuto muoversi in azione coordinata con il Pero Escobar, il cacciatorpediniere portoghese.

Ma intanto, per bloccare una nave in mezzo all’Oceano bisogna prima trovarla. E per il momento il Santa Libertà sembra scomparsa. Le voci sono tante.

Parte il video “ammiraglio brasiliano e Kennedy”

C’è chi, come i portoghesi e gli spagnoli, continuano a dire che si tratta di una manovra comunista e che la nave non può che muoversi verso Cuba, c’è chi invece dice che si sta spostando verso le coste dell’Africa. È chiaro l’imbarazzo di quelli che lo stanno cercando.

La strategia di Sotomayor, quella di zigzagare nell’Oceano, sta portando i suoi frutti. Il Santa Libertà è diventato un vascello fantasma. Pare che sia “approssimativamente” da qualche parte di qua o “approssimativamente” da qualche parte di là. In fondo il mondo è un fazzoletto. Però il Santa Libertà viene avvistato da una nave cargo danese, il Vieike Gulka nella notte fra il 25 e il 26 gennaio. Subito viene dato l’allarme e un aereo della marina statunitense, il P2B, lo intercetta. A Kennedy viene portato un foglio in conferenza stampa. Lo legge anche lui per la prima volta. Il Santa Maria si trova a circa sessanta miglia dal Rio delle Amazzoni, di fronte al nord del Brasile. Il Dipartimento di Stato americano informa subito i portoghesi che gli Stati Uniti faranno di tutto per sbarcare i passeggeri in territorio neutrale. In questo modo gli americani si muovono per mettersi in mezzo, fra il Santa Libertà e il cacciatorpediniere portoghese che sta arrivando e che ha come unica intenzione quella di affondarla.
Il sesto giorno, venerdì 27 gennaio, il DRIL inizia a negoziare con l’ammiraglio Dennison. È un riconoscimento enorme. L’ammiraglio americano propone di sbarcare i passeggeri a Belem, in Brasile, ma Galvao e Velo prendono tempo. Il Brasile può andare bene, ma il nuovo presidente, Janio Quadros, giurerà solo il 1º di febbraio. Con il presidente uscente, il rischio è quello di essere bloccati e di essere spediti in Portogallo. Meglio evitare. Il giorno successivo, il 28 gennaio, Janio Quadros conferma alla stampa che offrirà tutte le garanzie ai suoi amici del DRIL se dovessero entrare in un porto brasiliano.

Quadro 10 “Intanto in Italia 2” (soggettiva)

Sul Santa Libertà, anch’io ormai lo chiamavo così, ci lasciavano fare un po’ di tutto. A turno ci facevano andare alla radio per dire ai nostri famigliari che stavamo bene. Io non sapevo chi avvisare se non mia zia. Con Victor, che era il figlio del capo, eravamo diventati amici. Lui era sempre molto serio, ma la mattina dell’ottavo giorno, era il 28 di gennaio, venne sorridendo. Mi fece scendere con lui nella sala radio ed iniziò a girare la manopola.

Parte la musica del Festival di Sanremo

In Italia in quei giorni c’era il Festival di Sanremo. E c’erano dei giovani, giovanissimi, a competere. C’era Adriano Celentano con 24000 baci. Non sapeva ancora se l’avrebbero fatto gareggiare nella finale perché stava facendo il servizio militare e non volevano dargli la licenza. Sarebbe arrivato secondo, ma fu un successo così grande che era come se avesse vinto lui. Cantava con Little Tony.
Non riuscivo ad immaginare che anche a Victor interessasse il Festival di Sanremo.
Poi c’era Mina, con due canzoni. Le mille bolle blu. E Milva che si era presa l’influenza e stava da una sua zia a Torino a farsela passare. Lei cantava Il mare nel cassetto. Alla fine vinse Betty Curtis con Al di là. E poi c’erano Claudio Villa, Tony Renis, Gino Paoli, Umberto Bindi. Il Festival di Sanremo del 1961… me lo sono ascoltato tutto seduto nella sala radio del Santa Libertà in un posto sperduto nell’oceano.
Alla fine avevo tutto il festival di quell’anno nell’avventura che stavo vivendo da più di una settimana: Un mare nel cassetto fatto di mille bolle blu.

Quadro 11 “Arrivano gli americani” (narrazione)

Erano stati trovati e li stavano scortando. Aerei americani sorvolavano il Santa Libertà senza interruzione. I messaggi che Velo e Galvao si scambiavano con l’ammiraglio Dennison erano amichevoli. Si era trovato l’accordo per un incontro a bordo del Santa Libertà per la mattina del 31 gennaio. Ma senza entrare nelle acque brasiliane e rimanendo a tre miglia dalla costa. Il nuovo presidente del Brasile avrebbe giurato solo il giorno dopo e fino a quel momento la marina brasiliana aveva ricevuto l’ordine di catturare la nave.

Prima dell’incontro con gli americani, Pepe Velo era stato categorico: l’azione del DRIL non deve essere considerata come un atto di pirateria, ma un atto di legittima sollevazione contro le dittature di Franco e di Salazar. Per questo aveva fatto fare un inventario di tutti i soldi che c’erano nella cassaforte, con saldo al 29 gennaio:
– 91314,60 scudi portoghesi
– 19220,40 pesetas spagnole
– 1519,29 dollari americani
– 2141,55 bolivares venezuelani
– 131,38 Fiorini di Curaçao

Loro, i rivoluzionari del DRIL, non avevano toccato neanche un soldo. Quindi non potevano essere considerati pirati.

All’alba del 31 gennaio nessuno avrebbe creduto ai suoi occhi. Un’armata di navi da guerra si stavano avvicinando al Santa Libertà. Tre cacciatorpediniere tra cui la Gearing, tre fregate, e altre navi più piccole. E c’era anche il sottomarino Seawolf uscito allo scoperto.

Parte il video “arrivano gli americani”

Prima dell’arrivo a bordo del contrammiraglio Allen Smith, c’era stato un piccolo incidente diplomatico. Sotomayor si era accorto che il cacciatorpediniere Gearing aveva i cannoni scoperti e quindi in posizione di attacco. Subito richiede che sia fatta chiarezze e intanto dispone la prua del Santa Libertà contro il Gearing come a minacciarlo. Gli americani si scusano e l’incidente si chiude lì.
Quando il contrammiraglio Allen Smith sale a bordo del Santa Libertà, accompagnato dal capitano Ebenezer Porter, dagli ufficiali Rainey, Hoffman e Jones, dall’addetto dell’ambasciata americana a Rio Harry Quinn e dal console di Recife Ernest Guadarrama, gli si presenta una scena surreale. Fa un caldo torrido e il contrammiraglio viene accolto dal comando del DRIL e da tutti i membri del commando sull’attenti che ascoltano le note degli inni nazionali americano, del Portogallo, della Galizia e della Repubblica spagnola. Più di venti minuti tutti sull’attenti.

Parte il video inni nazionali

Quadro 12 “Sbarco a Recife” (narrazione)

L’incontro durò fino alle 13,30. La decisione era stata presa: i passeggeri sarebbero stati sbarcati al porto di Recife due giorni dopo. Alla fine della riunione gli americani visitarono la nave e si sincerarono delle condizioni dei passeggeri. Nessuno ebbe a lamentarsi di come erano stati trattati. Però chiedevano di poter sbarcare.
Alle 12 di quel giorno, a Brasilia, Janio Quadros stava giurando e il mattino successivo avrebbe occupato lo scranno più alto, quello di Presidente della Repubblica del Brasile.
Intanto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva finalmente dato una risposta definitiva sul sequestro: non si trattava di un atto di pirateria, ma di un atto simbolico autorizzato da un governo in esilio. Gli Stati Uniti avrebbero agito come neutrali trovandosi a bordo passeggeri di nazionalità americana. Inoltre il Portogallo non avrebbe potuto appellarsi alla sua partecipazione alla NATO per chiedere aiuto come paese membro perché il sequestro era avvenuto sotto il Tropico del Cancro e quindi sotto la giurisdizione del Patto Atlantico.
Salazar e Franco avevano perso su tutta la linea.

Alle nove del mattino di mercoledì 1º febbraio, si vede la sagoma del Santa Libertà all’orizzonte del porto di Recife. Tutta la città è pronta ad attendere la nave. Ma il Santa Libertà rimane all’orizzonte, non si muove. Il DRIL chiede di tenersi la nave come bottino di guerra dopo lo sbarco dei passeggeri e di parte dell’equipaggio. Tutto questo perché non sono ancora arrivate garanzie da parte del governo brasiliano sul diritto di asilo per tutti i membri del DRIL. Nel pomeriggio, finalmente, arriverà un telegramma di Janio Quadros, il nuovo presidente della Repubblica: tutti i membri del DRIL avranno diritto d’asilo.

Quella sera del 1º di febbraio, il DRIL organizzò un’enorme festa a bordo del Santa Libertà. La mattina dopo sarebbero tutti sbarcati a Recife. Al centro, nella tavola presidenziale, i tre comandanti, Pepe Velo, Jorge Sotomayor e Henrique Galvao. L’orchestra suonò fino all’alba.
E al mattino…

Parte video sbarco a Recife

La storia si era conclusa. Kennedy aveva risolto la questione diplomaticamente e il DRIL aveva ricordato al mondo intero che nella penisola iberica c’erano due terribili dittature. Una opposizione che è in qualche modo una replica al Patto Iberico stilato da Franco e da Salazar. Non si trattava della libertà del Portogallo e non si trattava della libertà della Spagna, ma della libertà di tutti i popoli oppressi e ansiosi di libertà.

Parte video conferenze stampa


Quadro 13 “Cosa ne è stato di loro, cosa ne è stato di me” (soggettiva)

Una volta sbarcati a Recife i pirati della libertà furono mandati a Rio, poi a San Paolo. Galvao, ruppe con gli altri. A lui la rivoluzione non interessava, era più attento alla fama e questa storia gli aveva reso un bel servizio. La faccia pubblica del Santa Maria era stata la sua.
Sotomayor e Pepe Velo si ritirarono. Pepe Velo continuò ad insegnare, poi aprì una libreria.

Io, sono stato mandato in Spagna con un’altra nave, due giorni dopo. Era il Vera Cruz, la gemella del Santa Maria, ma del Santa Libertà non c’era più niente. Quando sono arrivato in Italia ho cominciato a pensare che era meglio se fossi rimasto in Venezuela. Ho fatto di tutto, nella mia vita. Ho lavorato in fabbrica, ho fatto il cameriere, il venditore, di tutto. Ma non mi sono mai sentito libero come in quei tredici giorni. E per tutta la vita ho cercato un’occasione, almeno una, per tornare ad esserlo.

Ricordo le sere che Victor e gli altri cantavano una canzone bellissima che diceva “svegliatevi, uomini che dormite… svegliatevi e venite a incendiare di astri e di canti le pietre e il mare, il mondo e i cuori”. Svegliatevi, diceva la canzone e in portoghese diceva Acordai…

Parte il video finale “Acordai”

Acordai acordai
homens que dormis a embalar a dor
dos silêncios vis
vinde no clamor
das almas viris
arrancar a flor
que dorme na raíz

Acordai acordai
raios e tufões
que dormis no ar
e nas multidões vinde incendiar
de astros e canções as pedras do mar
o mundo e os corações

Acordai acendei
de almas e de sóis este mar sem cais nem luz de faróis e acordai depois das lutas finais
os nossos heróis
que dormem nos covais Acordai!

N. B. E’ vietata ogni riproduzione anche parziale del testo senza l’espresso consenso dell’Autore.  

Alcuni scatti dallo spettacolo: 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In copertina: il manifesto dello spettacolo “Santa Libertà. Una storia vera” andato in scena al Teatro Invito Ultimaluna di Lecco il 18 marzo 2023