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Qualità dell’aria a Ferrara:
Il 2024 inizia in modo preoccupante

Qualità dell’aria a Ferrara: il 2024 inizia in modo preoccupante

Al di là delle dichiarazioni sulla qualità dell’aria nel comune di Ferrara effettuate, poco prima dello scorso Natale, dall’Assessore con delega all’Ambiente Alessandro Balboni, dichiarazioni puramente di facciata rese in occasione della conclusione del progetto Air Break, può risultare utile un riscontro di tali affermazioni attraverso i dati prodotti da ARPAE in particolare nei primi mesi dell’anno, quelli che normalmente presentano il maggior numero di sforamenti specialmente dei valori delle polveri sottili (PM 10 e PM 2,5).

L’Assessore Balboni, come riportato sulla stampa locale e nella rubrica del quotidiano online dell’Amministrazione comunale ferrarese Cronaca Comune, dichiara che in base ai dati raccolti dalle centraline IoT installate in alcune zone della città, nell’ambito del progetto Air Break, la qualità dell’aria di Ferrara migliora, passando, nel corso degli ultimi due anni, da “accettabile” a “buona”.

Il comunicato presenta sinteticamente gli obiettivi del progetto, le metodologie adottate e i partner dello stesso, enti, istituzioni e aziende tra cui l’Università di Ferrara e il Politecnico di Milano.
L’assessore Balboni ha sottolineato nella conferenza stampa che “il progetto Air-Break è riconosciuto come un grande successo” avendo “infatti ottenuto importanti menzioni e premi sia nazionali sia internazionali per la sua innovatività e i suoi risultati concreti”.

Tutto ciò è stato possibile grazie ai 5 milioni di fondi europei che hanno finanziato Air-Break, attraverso il quale è stata raccolta “un’importante mole di dati, sia di natura ambientale, ma anche sulle modalità di spostamento dei ferraresi”, allo scopo, dichiara l’Assessore, di sviluppare politiche di programmazione più efficaci legate alla mobilità.

L’obiettivo “è donare alle nuove generazioni una Ferrara più verde, un’aria più pulita e una città più vivibile”, oltre, grazie alle attività realizzate da Air Break, “ad essere un esempio di coinvolgimento, innovazione e concretezza a livello nazionale e internazionale”.

Osservando i dati presenti sulle pagine del sito di ARPAE relativi alla presenza degli inquinanti atmosferici mi sembra tuttavia ne derivi un quadro un po’ diverso. E questo è confermato non solo dagli allarmi che i media hanno lanciato in queste ultime settimane rispetto agli elevati livelli di inquinamento, in particolare dell’area padana, ma anche dai rapporti di Legambiente Mal’Aria di Città 2024 ed Ecosistema Urbano 2023. 

Il primo, nel comunicato di presentazione di inizio febbraio, apre affermando che “la lotta allo smog nelle città italiane è ancora in salita. I livelli di inquinamento atmosferico sono troppo lontani dai limiti normativi previsti per il 2030 e soprattutto dai valori suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La salute dei cittadini è a rischio”.

Poco più avanti: “Nonostante una riduzione dei livelli di inquinanti atmosferici nel 2023, le città faticano ad accelerare il passo verso un miglioramento sostanziale della qualità dell’aria. I loro livelli attuali sono stabili ormai da diversi anni, in linea con la normativa attuale, ma restano distanti dai limiti normativi che verranno approvati a breve dall’UE, previsti per il 2030 e soprattutto dai valori suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, evidenziando la necessità di un impegno deciso, non più rimandabile, per tutelare la salute delle persone”.

Si tratta di considerazioni molto diverse, quindi, da quelle riportate all’inizio dall’Assessore e dai dirigenti dell’Amministrazione comunale di Ferrara.

Riservandomi di approfondire in un successivo articolo i principali argomenti contenuti nei due rapporti di Legambiente, in questo intervento mi limiterò a riportare alcuni dati di Ferrara e delle provincie emiliano-romagnole relativamente ai soli mesi di gennaio e febbraio riferiti agli ultimi cinque anni (2020-2024).

Come esplicitato nel titolo, il 2024 è iniziato, principalmente a causa delle condizioni meteo favorevoli al ristagno degli inquinanti a terra (precipitazioni quasi nulle, così come la ventilazione, alta pressione e nebbie persistenti), con elevati livelli di inquinamento atmosferico in tutta la pianura padana.

Ferrara ha registrato, dal 1° gennaio fino a fine febbraio, 26 sforamenti relativamente ai livelli delle micropolveri PM 10 (i dati sono riferiti alla centralina di monitoraggio che nell’ambito provinciale ha registrato il valore più elevato), mentre 14 sono stati quelli nel solo mese di febbraio. La provincia con il maggior numero di superamenti del limite (50 µg/m 3 ) è stata Modena con 33 giorni (17 a febbraio) tallonata da Piacenza con 31 e 17, a cui segue Reggio Emilia con 27 e 15 giorni di superamento rispettivamente.

Poi Ferrara, di cui si è detto, che si colloca quarta in questa graduatoria per niente positiva, quindi Parma con 25 e 13, Ravenna (25 e 12), Rimini (22 e 10), Forlì-Cesena (20 e 9) e infine Bologna con 19 sforamenti nei primi 53 giorni dell’anno e 10 nel mese di febbraio.

Come si può notare Modena e Piacenza, rispettivamente con 33 e 31 superamenti nei primi due mesi dell’anno, sono molto vicine al limite dei 35 giorni annui consentiti dalle normative europee, che, a meno di particolarissime condizioni, verranno superati da qui alla fine del 2024. Solo le province di Bologna, Forlì-Cesena e Rimini potrebbero non raggiungere tale limite. La situazione per questo inizio d’anno risulta quindi parecchio critica.

Osservando la tabella riportata, relativamente agli ultimi 5 anni, le province dove già a fine febbraio erano stati superati i 35 giorni limite di sforamento sono state Modena e Piacenza nel 2020 (39 e 36 rispettivamente) e sempre Modena nel 2022 con 36.

I dati in tabella potrebbero suggerire l’ipotesi che dal 2020 ad oggi la situazione sia andata migliorando: il 2023 infatti, ad esclusione di Piacenza (20 giorni di sforamento contro i 17 dell’anno precedente), ha mostrato, nei primi due mesi dell’anno, un numero di giorni di sforamento inferiori non solo rispetto al 2022, ma anche al 2021 e 2020.

Difficile comunque trovare una logica e un andamento coerente, dovendo, da un lato, tenere conto non solo della mutevolezza degli eventi atmosferici, ma, specie nel biennio 2021/2022, anche al leggero calo complessivo dovuto probabilmente alle restrizioni derivanti dalla pandemia di covid-19 nei periodi di lockdown.

2020
2021
2022
2023
2024
Piacenza
36
22
17
20
31
Parma
34
25
19
17
25
Reggio Emilia
33
28
31
24
27
Modena
39
31
36
23
33
Bologna
27
24
20
14
19
Ferrara
34
24
30
20
26
Forlì-Cesena
24
15
15
13
20
Ravenna
29
19
19
19
25
Rimini
28
19
21
15
22
Tab 1

Per completezza di informazione e, come già accennato, in attesa di una analisi più approfondita e complessiva, vengono riportano i giorni di sforamento relativi alla fine del mese di marzo (termine delle misure emergenziali decise dalla nostra regione (misure antismog e misure emergenziali – Provvedimenti antismog, limiti alla circolazione, misure emergenziali, uso di biomasse per il riscaldamento domestico https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/liberiamo-laria) e al 31 dicembre degli anni dal 2020 al 2023

Analizzando la tabella 2 risulta evidente che i giorni di sforamenti annuali del 2023 sono stati di gran lunga inferiori rispetto agli anni precedenti. Solo Modena (45 giorni), Reggio Emilia e Ferrara (38 giorni) hanno oltrepassato le 35 giornate di superamento dei limiti per le micropolveri PM 10 previsti dalla normativa (oltretutto al 31 marzo nessuna provincia aveva raggiunto i limiti previsti, a differenza invece del triennio precedente).

Una situazione diversa ci mostrano i dati riferiti agli anni 2021 e 2022. Qui il superamento delle 35 giornate dove sono stati superati i 50 µg/m 3 giornalieri è avvenuto per tutte le province della regione ad esclusione di Forlì-Cesena per entrambe le annate. Nel 2020 poi tutte le province hanno superato il limite dei 35 giorni annui, con punte di 79 per Modena e 73 per Ferrara.

Nei 4 anni considerati, secondo i dati riportati dai monitoraggi di ARPAE, il peggior risultato è stato registrato dalla provincia di Modena nel 2022, quando sono state raggiunte le 89 giornate di sforamento.

2020
2021
2022
2023
31-mar*
31-dic
31-mar
31-dic
31-mar
31-dic
31-mar
31-dic
Piacenza
37
53
30
54
27
60
21
34
Parma
35
58
32
51
28
51
18
27
Reggio Emilia
36
63
34
58
44
71
24
38
Modena
41
79
38
69
50
89
23
45
Bologna
25
45
26
39
28
48
14
22
Ferrara
39
73
28
45
38
65
20
38
Forlì-Cesena
30
49
15
29
18
34
14
23
Ravenna
31
60
20
38
25
41
19
32
Rimini
32
56
19
36
24
41
17
34
* Tra il 28 e il 30 marzo dati anomali per sabbia dal deserto (I dati sulla qualità dell’aria in Emilia-Romagna nel 2020, https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/report-aria/report-regionali/sintesi-qualita-dellaria-2020.pdf/view).
Tab 2

Per leggere gli articoli di Gian Gaetano Pinnavaia su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Milko Marchetti, condividere emozioni, da 12 volte campione del mondo

Allo European Projects Festival si condividono emozioni. Visitabile ancora fino all’8 aprile all’Ex Teatro Verdi, la mostra del fotografo naturalista Milko Marchetti

Vincitore, per la dodicesima volta consecutiva, della Coppa del Mondo di Fotografia Naturalistica, Milko Marchetti, vero (e noto) talento cittadino, ieri sera ha condiviso un mondo magnifico con il suo pubblico. Lo ha fatto nella serata di presentazione delle due mostre, “Un Po di bianco e nero” e “European Nature Moments”, allestite, grazie a Studio Archeo900, all’ex Teatro Verdi, e visitabili fino all’8 aprile.

Le serate di presentazione del suo lavoro, fatto di immensa passione e dedizione, sono, introduce Milko, momenti di emozioni naturali, pensate e fatte per condividere almeno una delle tante vissute durante un clic. Quel clic che per uscire perfetto necessita di studio, preparazione, attesa, sacrificio e molta pazienza. Dietro le immagini ci sono anche tende, zaini, droni, cieli stellati, diapositive, ali.

Due mostre, la prima, “European Nature Moments”, legata alla natura di Europa, Islanda, Norvegia e Olanda, ritrae stupende scene di vita rubate alla natura, attimi, ed è allestita nella parte superiore dell’ex teatro.

“Amo la natura da sempre”, spiega a un pubblico numeroso e attento. “È importante avere un’etica; fotografare gli animali non è difficile, tutto si può fare, ma nella foto naturalistica è importante conoscere il territorio che si visita e le sue delicate specie, arrecando il minor disturbo possibile. Questo tipo di fotografia è fatto di conoscenza e coscienza”, continua. Aggiungerei di grande rispetto e delicatezza, che qui si toccano con mano.

La seconda mostra, al piano sottostante, “Un Po di bianco e nero”, cerca di trasmettere quanto si vede solo dando vita ai contrasti, senza essere abbagliati dal colore. Sono immagini, spiega Milko, che rispettano la regola del bianco e nero. Ogni fotografo ha il suo, ognuno gioca e crea i propri contrasti.

Se ci voleva dare e infondere energia, con queste meravigliose immagini del Parco del Delta del Po, una delle zone umide più importanti d’Europa, territorio naturale fortemente antropizzato, caratterizzato da un potente connubio fra uomo e ambiente, ci è riuscito.

A mio umilissimo parere, queste immagini sono le più belle. Forse perché ci parlano di una storia che ancora continua, di fatiche di uomini che hanno costruito il nostro futuro, di una natura che mantiene la sua identità selvaggia pur confrontandosi con l’homo faber che qui, a differenza di tanti luoghi nel mondo, riesce a rispettare.

Scorrono immagini e musica, video che solo questa sera possiamo ammirare.

“Il fotografo”, sorride Milko “è, in fondo, uno dei pazzi che se ne sta in un capanno ad attendere l’attimo fuggente”. Catturare qualche attimo è un regalo anche a noi, mi permetto di aggiungere. Ogni immagine ha tanto lavoro dietro, ci spiega. Ci vogliono tenacia e passione per condividere zanzare, freddo, situazioni climatiche avverse. Scorrono sullo schermo emozioni, ancora e sempre loro: foreste, fiumi, rane, gabbiani, danze di uccelli, un’aurora boreale, fenicotteri che si baciano, lunghi colli intrecciati che creano una romantica e fantastica forma di cuore. La magia della natura.

Il lavoro in bianco e nero sul Delta del Po è diviso in due parti, la prima parte è costituita da immagini video realizzate con il drone, vediamo come si presenta la morfologia del territorio dall’alto, la seconda parte è fatta di immagini.

Sia dal drone che dalle foto percepiamo la fusione di terra e acqua, due elementi che si abbracciano verso l’infinito, ci sono alberi che svettano verso il cielo come se nascessero dalla stessa acqua e poi un labirinto, l’Abbazia di Pomposa.

Ci muoviamo al ritmo cullato delle onde che accarezzano le rive, una nebbiolina lascia intravvedere l’operosità dell’uomo e delle sue reti, spuntano raggi di sole, due anatre si baciano, gli uomini remano, una barca va alla deriva mentre un’altra resta ancorata con le sue robuste funi, chi va e chi viene. Le onde paiono onde sonore, ci sono mani forti che lavorano, che parlano di fatica, sacrificio e sudore, così i visi con rughe profonde, quasi solchi, e poi le anguille, le luci.

Siamo ancora a bocca aperta quando passa a presentarci il suo lavoro video sull’Islanda, luogo dal tempo sbarazzino, che può cambiare in soli cinque minuti.

Terra di geyser, di cascate che mostrano la potenza dell’acqua mentre uno sfacciato arcobaleno le attraversa, dell’azzurro potente del mare, di onde che si infrangono sulle rive, di ghiaccio, del bianco della neve, di nuvole che corrono, di vento sulla sabbia, di faraglioni, di potenza del mare infuriato e spettinato.

Terra di fiori viola, di fiumi impetuosi che scorrono verso la vita, di gocce nel fango, di strisce che ricordano i colori del deserto, di pace, di armonia.

Terra di mamme chiocce, di colorate pulcinella di mare, di campanule gialle, di uccelli dalla maestosa apertura alare, di foche che si rilassano, di tramonti impetuosi, di strette gole, di pietre secolari, di cieli, di lastre di ghiaccio che sembrano abbandonate, di iceberg solitari, di abbracci fra cielo e mare, abbracci sempre e ancora abbracci.

Terra di ghiaccio, terra del ghiaccio. Quei ghiacci paiono cristalli preziosi, perché preziosi lo sono davvero. Dall’alto la visione è magnifica, sembrano diamanti.

Lo sguardo si perde e vola su specchi d’acqua dove si riflettono pensieri e sogni, le fessure nel ghiaccio ricordano ferite aperte, quelle della Terra. I numerosi rigagnoli paiono lacrime di commozione di fronte a cotanta bellezza. I raggi di sole attraversano le nuvole, come i desideri. L’aurora boreale ricorda i fulmini a ciel sereno.

E ancora ali in volo, che si chiudono, come danze, ali che si specchiano nell’acqua, una civetta curiosa, un cervo con corna che paiono scultura, prede, predatori, tenerezza di madri, una volpe che si stira, uno scoiattolo che si arrampica, un picchio ballerino, frazioni di secondo che l’occhio non vedrebbe. Cogli l’attimo. E qui è colto. Per davvero.

Anche le immagini del Pantanal in Brasile, una delle zone a maggiore biodiversità al mondo, un Eden in terra, ci fanno sognare. Ecco Sua altezza reale il giaguaro, mentre i caimani osservano qua e là. Da lassù, dagli alberi, un volatile si pettina, si curiosa, si effettuano voli planari, ci si nasconde per attendere la preda, ci si lava, si sbircia dal cavo di un tronco, si nuota, si sbadiglia, si sonnecchia, si prende il sole.

Il pubblico è affascinato e molto curioso, fra le tante domande si chiede a Milko quale è stata la “foto più sudata” (un appostamento di otto ore su un nido di airone cenerino, immersi nell’acqua, mimetizzati) o quando ha avuto davvero paura (in Africa, vicino ad una “piscina dell’ippopotamo”, l’animale più pericoloso e irascibile che ci sia). Gli viene anche chiesto dove non sia mai stato. In molti luoghi, dice. Una vita non basta per visitare il mondo, mentre sogna l’ostica e lontana Antartide.

Dietro ogni immagine c’è un occhio curioso, un cuore che si emoziona. E, nelle foto di Milko, c’è Energia. Energia pura. Vitale. Energia della vita. Meraviglioso.

Foto cortesia di Milko Marchetti, foto in evidenza “Mani che raccontano”

Parole d’Europa, quelle di cui oggi abbiamo bisogno

Parole europee e Treccani: Massimo Bray, Michele Ainis e Maria Vittoria Dell’Anna ci conducono in un interessante viaggio alla (ri)scoperta di alcuni concetti fondanti della cultura europea.

Allo European Projects Festival, che si sta tenendo a Ferrara dal 4 al 6 aprile, ieri pomeriggio è andata in scena la prestigiosa Fondazione Treccani Cultura, luogo di sapere per eccellenza, con tre relatori di eccellenza a introdurre cinque parole dell’Europa: democrazia, libertà, pace, giustizia e plurilinguismo. Massimo Bray (in collegamento video), direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani dal 2015, Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’università di Roma Tre e Maria Vittoria Dell’Anna, Professoressa associata di Linguistica italiana all’Università del Salento.

A tali illustri personalità il non semplice compito di presentare, a una platea di giovani, parole fondanti della cultura europea, fondamenta imprescindibili di una costruzione solida, legate a un concetto di cittadinanza attiva. Parole di cui oggi abbiamo più che mai bisogno. Giovani e meno giovani.

Di fronte a un deficit comunicativo dell’Unione europea, spesso dovuto alle diverse prospettive di 27 governi nazionali e all’utilizzo di parole ambigue (si pensi al Consiglio dell’Unione Europea, al Consiglio Europeo e al Consiglio d’Europa che hanno ben diversa accezione), non sempre il linguaggio delle nostre istituzioni comuni è intellegibile ai più.

“La stessa parola democrazia è talmente usata”, spiega Michele Ainis “da subire una sorta di azzeramento semantico. Ogni regime ormai si definisce democratico e nella storia la democrazia è, in realtà, un’eccezione; abbiamo osservato, nei tempi, come, di regola, ci siano stati molti più sistemi autoritari. La parola democrazia contiene, tuttavia, tutte le parole di cui si parla in questa tavola rotonda, soprattutto contiene la parola libertà”, continua.

“Dobbiamo distinguere”, si rivolge ai ragazzi, “la democrazia diretta del referendum, quella indiretta della delega e quella partecipativa, che significa concorrere al governo della polis, fare politica riunendosi con altri in movimenti e partiti”.

“La parola democrazia ne contiene molte altre del vivere civile, fondamento del rispetto altrui”, sottolinea, a sua volta, Massimo Bray. Il concetto di libertà, ad esempio, è connaturato a quello di democrazia. Libertà, tuttavia, è un termine anch’esso con una sua ambiguità lessicale. In Europa è anzitutto economica, associata inizialmente alla libera circolazione delle merci e delle persone; solo in seguito ha assunto sfaccettature più ampie, affondando, anch’essa nella storia. Si può esercitare la propria libertà con la semplice non interferenza da parte del potere pubblico, altre volte, invece, per alcune libertà, come quella di cura o istruzione, c’è bisogno del potere pubblico, serve un suo intervento per rendere alcune libertà effettive. Anche Dante, ricorda Bray, percorre il suo viaggio alla ricerca della libertà.

Serve poi spazio per la pace, un termine che pare dimenticato. Eppure, nel 1693, il quacchero William Penn scrisse il “Discorso intorno alla Pace presente e futura dell’Europa. Per la costituzione di un’Europa ordinata in una Dieta, Parlamento o in Stati generali”, prendendo in prestito da Cicerone l’epigrafe Cedant arma togae!. Immanuel Kant ha definito con assoluta precisione la pace e l’ha distinta radicalmente dalla guerra, in “Per la pace perpetua” (1795). La pace, infatti, o è perpetua o non è. Su questa base, il grande filosofo tedesco distingue tra pace e tregua. La prima è la condizione in cui la guerra risulta impossibile, la seconda una semplice pausa tra due guerre. Inevitabile concludere che nella storia dell’umanità vi sono state tregue più o meno lunghe, pace mai.

L’Europa nasce, allora, come progetto di pace, di convivenza pacifica tra popoli che nei secoli si erano fatti la guerra. Vengono anche ricordate le lezioni di Benedetto Croce sull’importanza della libertà e della ricostruzione della pace, di come, per Tahar Ben Jalloun, con la pace si impari a essere cittadini e a vivere insieme, di quanto la pace sia un antidoto alla paura e alla violenza, come diceva Norberto Bobbio. Oggi pare davvero lontana la volontà dei padri costituenti di difendere i valori da cui proveniamo. Serve un impegno quotidiano per costruire la pace. Lo stesso impegno che dobbiamo mettere per coniugare progresso e la tutela del mondo intorno noi. Perché, come ricordano i bellissimi passaggi della “Laudato sì del Santo Padre Francesco, di questo paesaggio, la nostra casa comune, siamo ospiti e non proprietari, e, per questo, non dobbiamo e possiamo sfruttarlo ma gestirlo nel modo migliore in quanto fonte inesauribile di diritti e libertà. Per tutti. Perché la giustizia, soprattutto quella climatica, oggi non può più attendere. Non c’è più tempo. E questo festival ce lo ricorda, anche con la settima arte (vedi 1, 2, 3  4, e 5).

don tonino bello. riflessioni sulla pasqua

Don Tonino Bello. Riflessioni sulla Pasqua appena trascorsa

Don Tonino Bello. Riflessioni sulla Pasqua appena trascorsa.

A Pasqua i Cristiani celebrano l’evento centrale della loro religione, cioè la resurrezione di Gesù e la vittoria della vita sulla morte. Così diceva Sant’Agostino: “Togli la resurrezione e distruggi il cristianesimo”. Inoltre, nei Vangeli si narra il ritrovamento della tomba vuota da parte delle donne, la proclamazione della resurrezione da parte di un angelo, l’apparizione del Signore risorto e le confessioni che lo testimoniano. Attraverso la sua risurrezione, Gesù ha potuto incontrare i suoi discepoli e incaricarli di una missione mondiale, portare la sua parola a chi non la conosceva.

Il termine Pasqua deriva dal greco: pascha, a sua volta dall’aramaico pasah e significa propriamente “passare oltre”, quindi “passaggio”. Con questo termine gli Ebrei ricordavano il passaggio attraverso il mar Rosso dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione. I cristiani ricordano il passaggio dalla morte alla vita di Gesù Cristo.

La data della Pasqua cambia sempre, perché coincide con la domenica successiva alla prima luna piena dell’equinozio di primavera. Quest’anno ricorre presto, il 31 marzo. Esistono molti testi vicini e lontani al cristianesimo che affrontano e descrivono questo evento soprannaturale e unico dal punto di vista storico, religioso, spirituale, ascetico, ma anche apocrifo, eretico, ateo.

Credo che aldilà delle singole fedi, dei credi e anche delle insofferenze a volte superficiali, sia interessante il cammino e il tentativo di rendere attuale la Pasqua che alcuni uomini “illuminati” hanno fatto e cercano ancora di fare. Sacerdoti e laici, dipende.

Uno di questi è stato Don Antonio Bello, ex vescovo di Molfetta e presidente nazionale di Pax Christi (Alessano, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20 aprile 1993). La sua opzione radicale per gli ultimi, il suo impegno per la promozione della pace, della nonviolenza, della giustizia e della solidarietà lo rendono, ancor dipiù in questi tempi, un profeta audace.

Tra i suoi scritti ve n’è uno che si intitola: Ti voglio bene. I giorni della Pasqua. Questo particolare e breve testo racchiude gli ultimi scritti che il Vescovo indirizzò alla sua comunità pastorale appena prima di morire. La sua morte avvenne infatti nell’Aprile del 1993, nove giorni dopo Pasqua.

Sono brevi lettere scritte in una situazione di grande sofferenza, era infatti tormentato da un cancro che gli causava molta sofferenza e che lo condusse in breve tempo alla morte. Un piccolo libro piene di luce, di speranza, ma anche di una forte voglia di vivere.

Contiene parole adatte alla Pasqua, che uno creda o meno nell’aldilà.  Del resto, se aprire una porta alla fede migliora la situazione di sofferenza, questa è comunque una strada da provare a percorrere, aldilà della storicizzazione della chiesa, della sua secolarità e dei suoi rappresentanti non sempre all’altezza.

Ma non solo, leggendo queste pagine si resta impressionati dalla forza di questa persona, dalla sua capacità di consolare gli altri quando ne avrebbe avuto bisogno lui, stava infatti lasciando questo mondo. Il 19 marzo del 1993 don Bello registra un messaggio per gli ammalati della sua parrocchia che viene trasmesso dall’emittente locale Radio Christus, la cui trascrittura viene riportata, tra le altre, nel libro.

Che cosa significa speranza? (si chiede don Bello): “Speranza significa forza di rinnovare il mondo. Forza di cambiare le cose: Nonostante tutto. Nonostante la malattia. Nonostante la sofferenza.” e ancora: “Il mondo può cambiare. E noi che siamo ammalati o che siamo vittime di tante sofferenze morali, noi possiamo contribuire a cambiare il mondo”.

Questo mi sembra davvero un bel messaggio Pasquale. La forza di cambiare il mondo. Credere che davvero lo si possa cambiare, migliorare ogni giorno. Un messaggio importante per tutti, credenti e non. Nonostante la situazione mondiale attuale sia pessima per i venti di guerra, il terrorismo, la presenza di armi spaventose e diffuse, si può provare a cambiare il mondo.

A volte mi chiedo se le persone abbiano ancora la consapevolezza che quando fanno volontariato, aiutano un vicino di casa, vanno a trovare un ammalato, oppure semplicemente facilitano il confronto e il dialogo fra le persone, stanno cambiando il mondo. Lo stanno cambiando nel loro piccolo, nelle loro azioni quotidiane, nella vita di tutti i giorni. Ma lo stanno cambiando in meglio.

Lo stanno migliorando “dal basso” (Ora al top down si preferisce la parola “liquido” che ha pervaso tutto e sciolto insieme alla contingenza il suo significato). La convinzione che il mondo può cambiare grazie al nostro operato quotidiano è da riattualizzare con molta forza ed è un atteggiamento educativo che va adottato nei confronti dei giovani.

La passività, il ripiegamento su logiche d’attesa, se non l’inattività, è uno status a cui non ci si deve né adattare, né rassegnare, altrimenti il mondo davvero dormirà nella penombra e non rivedrà la luce. Non la luce della resurrezione, ma nemmeno la luce della speranza. È la speranza che può fare la differenza, è lei che ci ricorda la Pasqua. È utile ritrovare il tempo per osservare il mondo dell’infanzia e per imparare dai bambini ad essere fiduciosi nel domani, nei giorni che verranno, nel sole che splenderà, nelle persone più grandi che ci aiuteranno e ci renderanno felici.

La Pasqua è fatta per ritrovare la speranza in un mondo migliore e non per rannicchiarsi come vecchie tartarughe in un guscio di indifferenza e di protezione dei propri privilegi, pensando che quello sia il modo migliore di vivere, dimenticando gli altri e le loro necessità, le piccole cose che potremmo fare per loro e che non ci costano nemmeno tanto, se non una briciola del nostro tempo.

Una secondo aspetto del libro di Don Bello che si sembra degno di interesse è la sua tensione all’idealità. Esiste e alberga in ognuno di noi un’idea di giustizia, un’idea di legalità, un’idea di pace, un’idea di libertà. Ciascuno di questi temi esiziali ed esistenziali deve tornare al centro delle nostre riflessioni, bisogna riappropriarsi della consapevolezza che riflettere su questi argomenti piò fare la differenza, può elevare il mondo al disopra delle contingenze per aprire a nuovi orizzonti di azione e di riflessione.

L’idealità si scontra con la vita quotidiana che è fatta di arranchi, di errori, di impotenza ma anche di possibili strade che si possono intraprendere oppure no, vie libere e limonose che aspettano di essere percorse. Bisogna avere la forza di vedere, guardare in alto, senza abbassare gli occhi.

A proposito del nostro rapporto con l’idealità don Bello scrive “Non abbiate mai paura di essere carichi di utopie, carichi di queste idealità purissime, soprattutto quelle che si rifanno ai grandi temi della pace, della giustizia, della solidarietà. Sono temi che si stringono intorno ad una parola: Freedom!”

E ancora “La libertà è un dono che dobbiamo implorare dal Signore, perché tutti quanti i popoli della terra siano felici. E noi dobbiamo essere protagonisti di questo rinnovamento culturale, di questo cambio di mentalità. Non dobbiamo stancarci, non dobbiamo demordere anche se le difficoltà sono tantissime”.

Ma cos’è la libertà? Quante volte ce lo dovremmo chiedere? L’idea di libertà ha una definizione ufficiale e una declinazione personale. Una componente utopica e una operativa, che diminuisce la forza indiscussa dell’idealità per ragionare sulla concretezza, per sbriciolare l’idea e renderla azione. Nel passaggio dall’idea all’azione si perde la purezza utopica, non vedo cosa debba cambiare questa consapevolezza.

Il mondo nel quale viviamo non è un mondo puro, è un mondo pieno di disgrazie, accidentalità malefiche e scelte scellerate che qualcuno ha già fatto e che altrettanti stanno facendo. Ma il passaggio dall’idea all’azione resta fondamentale, la consapevolezza che in questo passaggio ci saranno delle accidentalità, importante. Non è forte chi rinuncia ad un ideale perché irrealizzabile nella sua dimensione puramente teorica.

Ogni ideale in quanto utopia è di suo irrealizzabile, è invece realizzabile una concretezza dell’azione che dell’idea si nutre e da essa trova linfa e senso. Non si può abbandonare un ideale in nome di una sua inattualizzabilità. L’ideale è inattualizzabile in quanto utopia ma è percorribile in quanto operatività imperfetta.

L’imperfezione dell’idea attualizzata è una caratteristica di questo mondo, è ciò che lo rende così com’è. È il suo limite ma anche la sua possibile salvezza. Abdicare alle idee impoverisce il mondo fino ad ucciderlo. Rendere gli ideali approssimativi (in quanto approssimabili per prove ed errori) è il meglio che possiamo fare.

Esiste il piano dell’assoluto e il piano del fattibile che solo in momenti di armonia cosmica (chiamiamoli così) è possibile vedere congiunti, esigibili, “esistibili”. È proprio questo che ci regala la Pasqua, un confronto ravvicinato con “l’esistibile”.

Un terzo tema che Don Bello affronta in Ti voglio bene è quello della violenza. Sono molto conosciute le sue posizioni pacifiste ed è molto interessante quello che lui sostiene sulla violenza: “(…) non c’è solo la violenza delle armi. C’è la violenza del linguaggio, quando, per esempio, si risponde male a una persona anche se si ha ragione. Quello è un linguaggio violento. Quando si vuol coartare, piegare la volontà degli altri alla propria, quello è un atteggiamento di egemonia, di superbia. È un atteggiamento violento. (…)

Quando educatori, genitori, maestri, più che modellare l’animo dei discepoli o dei figli (in funzione della loro autentica crescita umana) la modellano secondo progetti anche splendidi, però caparbiamente modellati sulle loro vedute: allora corrono il rischio della violenza. Quando vantiamo un pregio forse anche meritato, per cui chi vede magari ha paura di noi: anche questa è violenza”.

Pensando al mondo che ci circonda, tutti possiamo individuare focolai violenti e rovinose cadute di ideali, ma anche azioni illuminate. La Pasqua ci aspetta in quanto persone che riflettono sul senso del loro vivere e che sperano in un futuro migliore. È la rinascita a vita “buona”.  È un percorso, una ricerca interiore che ciascuno di noi fa e che in alcuni momenti dell’esistere è più presente che in altri.

Non credo ci siano persone che non si pongono mai temi esistenziali, credo però che in molti casi si trovi il modo di dimenticarsi le possibili risposte. Nel futuro si annidano molto insidie, ma la Pasqua ci insegna che nel futuro possono albergare anche le nostre idee più belle, le nostre speranze. Credo che il grande dono che la Pasqua fa a tutti sia proprio questo, una nuova strada e una possibile speranza che riguarda sia una miglior vita sulla terra che l’aldilà.

Per leggere gli articoli di Catina Balotta su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole a Capo
Marisa Pia Boscia: “Poesie alla ricerca di un titolo”

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.
(Romano Battaglia)

 

SENZA TITOLO

Sulla collina dei limoni
cerco l’altare della poesia
per bere
le sanguinanti lettere
del tuo simulacro
e gustare
l’eterno fremito.

 

SENZA TITOLO

Era bambina
e piangeva il giglio
reciso da putide ombre.

Era donna
e lacrimava il garofano
toccato da insipide dita.

 

SENZA TITOLO

Davanti al sepolcro
che sconquassa,
aspettavo l’alba
che mitiga,
per camminare
nella meraviglia.

 

SENZA TITOLO

Dietro un velo buio
la Luna è svanita
con occhi sgomenti.
Gemendo, si è trasformata
in globo oscuro
sospeso nel cielo.
La moltitudine la fissa
con mente colma
di giudizi.

 

SENZA TITOLO

Un vapore funebre
sale dai corpi nudi.
Il sangue delle vittime
feconda i miseri giacigli.

Gocce amare
baciano gli occhi spenti.
Ogni mattino
si colma di tombe.
La luce verde
è stata violentata.

 

Marisa Pia Boscia vive nel capoluogo molisano. Fotografa e scrittrice per passione, unisce i suoi studi da autodidatta alla frequentazione di workshop artistici. Degni di menzione sono: “Proforma – Dalla Forma al Mercato”, il corso di formazione artistica realizzato da Aratro Unimol con il supporto del MIBACT; la masterclass di scrittura poetica del Festival “Il Federiciano 2019” e il “Laboratorio creativo di fotografia e suggestioni poetiche” della WSP Photography. Finalista in concorsi letterari, ha pubblicato versi e racconti in diversi volumi antologici.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Di chi è la città?
L’amministrazione comunale deve ascoltare i cittadini: venerdì 5 aprile Piazza Cattedrale ore 17.30

Di chi è la città?

L’amministrazione comunale deve ascoltare i cittadini

Venerdì 5 aprile in Piazza Cattedrale a Ferrara dalle 17.30 numerose associazioniForum Ferrara Partecipata, Associazione Piazza Verdi, Centro Sociale La Resistenza, Cittadini del Mondo, Ferrara 2030, Koesione 22, Italia Nostra, Caldirolo Libera organizzano un’assemblea pubblica sui temi della pianificazione urbanistica, riqualificazione ambientale e rigenerazione urbana di Ferrara.

Potete scaricare il volantino dell’iniziativa qui sotto:

VOLANTINO VENERDì 5 APRILE FRONTE (1)

VOLANTINO VENERDì 5 APRILE RETRO (2)

Stoltenberg, nomen omen
La guerra che c’è, la guerra che verrà e la gerarchia delle canaglie

Stoltenberg, nomen omen

La guerra che c’è, la guerra che verrà e la gerarchia delle canaglie

 

Vladimir Putin è il nuovo Adolf Hitler? La domanda mi pare al contempo abnorme e legittima. Abnorme, se penso al male assoluto che il nazifascismo ha costituito nella storia del genere umano, imparagonabile in termini ontologici e “filosofici” con altre ideologie criminali. Legittima, perché solo la convinzione che Putin sia il nuovo Hitler può giustificare la sfrenata corsa al riarmo, testimoniata dai seguenti fatti pubblici:

-un ampio fronte di Paesi tra cui Francia, Italia e Germania chiede alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) di finanziare il riarmo europeo;

-paesi storicamente neutrali come la Finlandia (e prossimamente forse la Svezia) aderiscono alla Nato;

-il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel dichiara: “La Russia rappresenta una grave minaccia militare per il nostro continente europeo e per la sicurezza globale. Se non reagiamo in modo appropriato a livello di Ue e se non diamo all’Ucraina un aiuto sufficiente per fermare la Russia, saremo noi i prossimi. Dobbiamo quindi essere ben preparati in termini di difesa e passare alla modalità “economia di guerra”…. È ora di assumerci la responsabilità della nostra sicurezza. …Se vogliamo la pace dobbiamo essere pronti alla guerra”;

-ultimo ma non ultimo, i rigurgiti pseudo-gollisti di Macron, che prima dichiara che non bisogna umiliare la Russia e poi afferma di voler mandare i soldati anche da solo per batterla. Del resto, scriveva De Gaulle, “la Francia non può essere la Francia senza la grandezza”. Bisogna vedere la grandezza di cosa: i francesi chiamano con proverbiale eleganza, boutades, anche quelle che noi chiamiamo cazzate.

Saremo noi i prossimi. Noi chi? Immagino che Michel parli della Francia, dell’Italia, della Germania, perché no del Regno Unito passando prima dalla Polonia, dalla Finlandia, dai paesi baltici, dalla Svezia  (e dall’Ungheria? Dalla Turchia? Come dobbiamo considerarle queste, nazioni amiche del satrapo russo? Eppure sono membri della Nato…). Quindi, secondo questa narrazione, Putin sarebbe a capo di una nazione che considera Crimea e Ucraina solo le prime tappe di un disegno di annessione globale su scala paneuropea, sotto il giogo russo.

Qui sotto favorisco una cartina geografica che mostra bene l’espansionismo degli ultimi trent’anni:

Sorpresa. La macchia scarlatta che si è dilatata verso est negli ultimi 24 anni è rossa, ma non è russa. E’ la Nato. Ed è già da aggiornare perchè quella nazione color magenta in alto a destra, la Finlandia, è diventata rossa pure lei. Conosco l’obiezione: la Nato non obbliga nessuno Stato all’adesione. Ma la Nato è un’organizzazione del libero commercio? Un ente filantropico? Un enorme Rotary Club in cui i notabili della Terra si riuniscono per fare il bene dei loro cittadini più sfortunati?

La Nato (Organizzazione del Trattato Nordatlantico) è un’alleanza militare, nata all’indomani della fine della seconda guerra mondiale (1949). Attualmente conta 32 paesi aderenti, di cui solo due sono extra europei, ma uno di questi due, gli Stati Uniti d’America, è di gran lunga il più influente di tutti. Nasce come patto di reciproca difesa nei confronti dell’alleato bolscevico contro il nazismo, l’URSS, che nella spartizione post bellica si prende la Germania dell’Est, gli stati baltici ed è sospettato di avere mire espansionistiche paneuropee: ricordiamo che l’Armata Rossa alla fine del conflitto mondiale era arrivata a 80 km. da Berlino. Il simbolo della spartizione delle spoglie della Germania sconfitta è proprio Berlino, divisa in due fino alla caduta del Muro. Ma perché Berlino fu separata a metà dal Muro? Perché i sovietici, sospettati appunto di mire espansionistiche in tutta l’Europa, decisero a loro volta di creare un’alleanza militare di reciproca difesa – il Patto di Varsavia, 1955, con dentro tra le altre Germania Est, Polonia, Bulgaria, Ungheria e Cecoslovacchia – nata soprattutto sul timore del riarmo occidentale e in reazione all’adesione alla Nato della Germania Ovest.  Tutto ciò accadde dopo che c’erano state trattative per l’ingresso della stessa Unione Sovietica nella Nato: ingresso fortemente osteggiato, tra gli altri, da Hastings Lionel Ismay, britannico, segretario generale della Nato stessa, che affermò come tale istanza era paragonabile alla “richiesta di un ladro impenitente di entrare nelle forze di polizia”.

Quel muro che divideva Berlino non c’è più dal 1989. Il Patto di Varsavia si è sciolto nel 1991, assieme al dissolvimento dell’URSS sotto la guida di uno statista troppo visionario e troppo confidente nella buona fede degli “alleati freddi” americani, oltre che irragionevolmente fiducioso nel genere umano: Mikhail Gorbachev. Quindi, in sintesi: il Patto di Varsavia non esiste più da oltre trent’anni, la Nato esiste tuttora ed è foderata di Stati, alcuni dei quali confinanti con la Russia.

Prima domanda: quale dei due fronti vincitori, dopo la guerra sospettosi l’uno dell’altro, aveva più ragione a sospettare dell’altro?

Seconda domanda: come si comporterebbero gli Stati Uniti se il Messico o il Canada entrassero nell’orbita di influenza russa?

Terza domanda: come si sono già comportati gli Stati Uniti d’America, tutte le volte che una nazione del continente americano (o addirittura asiatico) è entrata nell’orbita sovietica o semplicemente ha tentato di intraprendere una propria via economica, sociale e politica, affrancandosi dalla dipendenza dagli USA? (Un suggerimento per rispondere correttamente: non c’è stata solo Cuba, il Cile, l’Argentina. In Porto Rico e Nicaragua gli yankees hanno proprio invaso il paese. Per brevità non mi dilungo sul Vietnam e sull’Iraq).

“Il contesto era che il Presidente Putin aveva dichiarato nell’autunno del 2021, e in realtà aveva inviato una bozza di trattato che voleva che la NATO firmasse, di non promettere più alcun allargamento della NATO. Questo è ciò che ci ha inviato. Ed era una condizione preliminare per non invadere l’Ucraina. Naturalmente, non l’abbiamo firmato. È successo il contrario. Voleva che firmassimo quella promessa, di non allargare mai la NATO. Voleva che rimuovessimo le nostre infrastrutture militari in tutti gli alleati che hanno aderito alla NATO dal 1997, il che significa che metà della NATO, tutta l’Europa centrale e orientale, dovremmo rimuovere la NATO da quella parte della nostra Alleanza, introducendo una sorta di adesione di serie B, o di seconda classe. Abbiamo rifiutato. Quindi, è entrato in guerra per evitare che la NATO, più NATO, si avvicinasse ai suoi confini. Ha ottenuto l’esatto contrario”.

Questa straordinaria spiegazione non è uscita dalle labbra dei putiniani d’Italia, cioè di tutti coloro che per il fatto di avere un’opinione sono tacciati di intelligenza con il nemico. Sono parole di Jens Stoltenberg, attuale segretario generale della Nato. Nomen, omen.

Sei a casa tua. Un appartamento grande, ma un tempo era praticamente un castello. Ci sei dopo avere vinto una gigantesca faida condominiale, quando un tuo predecessore si alleò con dei condòmini  – che lui reputava schiavisti, inaffidabili, con la fissa del denaro ma non pazzi – al fine comune di sconfiggere il pazzo austriaco dell’appartamento centrale che voleva annettersi la tua casa, quella dei vicini e gasarti portandosi via i tuoi denti d’oro, se per caso non eri biondo e con gli occhi azzurri (che fosse pazzo si capisce subito dal fatto che lui stesso era moro con gli occhi scuri e forse addirittura ebreo, alla faccia delle origini ancestrali del popolo germanico di cui cianciava). Dopo sessant’anni ti accorgi che, lemme lemme, gli ex alleati si sono comprati tutti gli appartamenti attorno al tuo, e accusano te di essere un espansionista perché hai occupato abusivamente una veranda che dà verso il mare. Allora cerchi di accordarti con loro affinché resti libero l’unico appartamento che non hanno ancora comprato, e che ben prima della lite condominiale era una tua pertinenza, affittata poi a gente con strane simpatie per il pazzo austriaco, i cui muri confinano coi tuoi: ma loro ti dicono di no, che se vogliono lo comprano loro – con il denaro loro comprano quello che gli pare -, ma tu devi stare tranquillo perché tanto nessuno ti vuol fare del male. A quel punto decidi di bucare la parete di confine ed entri nel bagno dell’appartamento vicino, al grido di “liberiamo i bidet dai sederi nazisti”.

In questa storiella tu sei Putin. Questo non depone a tuo favore, perché a casa tua picchi moglie e figli, fai avvelenare i parenti scomodi e fai ammazzare chi racconta quello che sei, cioè una gran canaglia. Ma gli espansionisti, chi sono?

Chiedo scusa per avere paragonato la seconda guerra mondiale a una lite condominiale, la Crimea a una veranda e l’Ucraina a una pertinenza. Chiedo scusa per aver raccontato la storiella di una lite di condominio nella quale, fuor di parabola, chi paga il prezzo più alto in termini di morte e distruzione di un presente (e spesso di un futuro) sono le persone, non i potenti, che al massimo si suicidano quando tutto è perduto, compreso il loro popolo. Non chiedo scusa per la repulsione che provo davanti agli elmetti figurati che indossano questi funzionari al soldo dell’industria bellica, volendo spacciare la tesi che loro sono buoni e c’è un cattivo che vuole entrare a casa nostra. In questa corsa alla nuova guerra mondiale – che è già scoppiata in mezzo mondo, o forse non è mai terminata – non c’è nessun buono. Ma quel che è peggio, non riesco a individuare nessun “potente” che possa essere definito uno statista. Se anche Putin potesse essere avvicinato ad uno Stalin – paragone forse meno assurdo di quello con Hitler -, non avendone peraltro più né la stessa sconfinata ampiezza di territori né l’esercito a disposizione e quindi essendo decisamente meno potente e minaccioso, andrebbe ricordato che Roosevelt e Churchill con Stalin ci fecero la pace.

Anche tra le canaglie andrebbe stabilita una gerarchia. Gerarchia di merito ma anche di convenienza. Esiste la gentaglia convinta della propria follia al punto da poter essere paragonata ai nazi, nel ventunesimo secolo di questo straordinario e allucinante antropocene, e non sono Putin e la sua cricca. Sono gli integralisti religiosi, negli ultimi decenni prevalentemente musulmani (non è sempre stato così). Possono contare su una manodopera di folli, talmente accecati dal fanatismo da ammazzare più islamici loro di tutti. Se non si udisse, flebile e disperata, la voce nel deserto di Papa Francesco avrei la peggiore opinione possibile del Dio degli uomini. In realtà gli uomini mi piacciono ancora meno.

 

Cover photo: Borodyanka, Kiev, Banksy graphiti

 

 

 

 

Parole e figure / Lo scrittore, che meraviglia

“Lo scrittore”, di Davide Calì e Monica Barengo: una storia di amicizia e amore, raccontata dalla viva voce di un simpatico e buffo quadrupede

Edito da Kite, “Lo scrittore”, di Davide Calì e Monica Barengo ci porta nel mondo dell’amicizia, di quella pura e disinteressata. Magnifica esperienza, fatta di dedizione, attenzione, cura e fedeltà, come quella che solo i nostri amici cani sanno donare.

Perché, in effetti, essere il cane di uno scrittore implica grandi responsabilità: obbligarlo a rispettare gli orari, preoccuparsi della sua vita sociale, ricondurlo con i piedi per terra.

Lui scrive, scrive, vive nel mondo dei sogni e della fantasia, si dimentica di mangiare, di uscire, tralascia tutto. La scrittura lo avvolge e rivolge, le parole sono la sua vita.

Un po’ come Pongo de “La carica dei 101”, il simpatico bulldog francese de “Lo scrittore” aiuta il suo padrone a staccarsi un po’ dal suo “tic tic tic” continuo, per lui leggermente snervante, che pare scandire ogni minuto della giornata. Certi giorni il suo padrone se ne sta chiuso in casa in pigiama a bere caffè, non si veste nemmeno, null’altro che quel rumore della macchina da scrivere. Che barba, che noia. Se non fosse per lui, non si ricorderebbe nemmeno di mangiare. Meno male che c’è la sua ciotola …Dal basso della sua cuccia con tanto di pallina da tennis accanto, lui, attento, vigila…

Ma cosa scriverà mai il suo padrone? Che mondo sarà mai quello dove pare vivere, da solo? Perché appallottola tanti fogli? A cosa pensa? Per fortuna c’è lui ad aiutarlo a distrarsi, ogni tanto. Guinzaglio e via, fuori a fare una bella passeggiata. Le giornate possono essere tiepide e piacevoli, talora piene di belle sorprese. Gli servirebbe davvero un’altra compagnia, magari una piacevole e bella ragazza… Ma lui non si guarda intorno, non vede davvero nulla, di questo passo resterà sempre e per sempre da solo. Pare una causa persa… Ma, ma, vedi questa… finché un giorno…

Davide Calì, Monica Barengo, Lo scrittore, Kite, Padova, 2019, 36 p.

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

electric star

Electric Star

Electric star

kosmische musik. La musica cosmica ha avuto un enorme influenza sull’elettronica, la psichedelia, il prog, il noise e persino il metal, andando a costituire uno degli arcipelaghi sonori più preziosi e, tuttavia, meno conosciuti della musica contemporanea occidentale.

Non voci né parole, ma un’isola.

Il suono, tutti i suoni, correnti di suono sotterranee. Spiagge e scogli, un fiume e le sue piene e le sue anse, le sue secche. Onde, erbe selvatiche, sulla spiaggia conchiglie e rami. Il fiume, il mare. Onde sonore come le falesie.

Non il linguaggio, non la conoscenza, ma un’isola.

Nessun telefono, rete, device. Nulla se non stelle elettriche, grida di uccelli, sole e luna e giorno e notte, acqua e nubi, falesie di suoni e Betelgeuse, stelle e nessuna voce umana.

Isola in un tempo algoritmico.

Nessuna voce tranne la tua voce, la tua voce che è voce anche senza suono, il troppo pieno del pensiero, pensieri come onde come frattali, un pensiero via l’altro come bolle di fango e di vapore, bolle che affiorano scoppiano e scompaiono via una avanti un’altra, la mente una caldera una solfatara, né spazio né tempo nessuna voce la tua voce un’isola.

E gli attimi di vuoto tra i pensieri. Nella mente una fiamma si divincola – il bordo, il vuoto, il margine.

Cammini sulla sabbia a piedi nudi, disegni il tuo mandala mentre lo percorri. Isola. Tra sabbia e sassi gigli stella.

Chiamala come vuoi, un’isola. Ora d’aria, vuoto, pura contemplazione. Voce che non dice io, voce sciolta dall’io. Voce che è noi e tu, vita che è e non è persona, stella dell’immanenza, luce nera. Chiamala mare, marea risacca tregua dell’angoscia, gioia senza motivo, placarsi dei pensieri e delle bolle, lux sicca, gioia non spiegabile. Luce emergente dalle nubi, dalla nebbia, chiamala come vuoi, chiamala un varco nel reale, chiamala istante, battito o beatitudine, chiamala stella bipolare. Betelgeuse, astro, supernova, nessun nome è importante. Chiamala come vuoi, colonna d’aria, cisterna di suoni. Shantih, gioia anteriore, silenzio che contiene tutti i suoni. La chiamassi anche George, Albertine o Clelia, isola, quest’anguilla il linguaggio, queste squame cangianti – via, via!, come la pelle usata delle bisce. Anguilla che si addentra in mare aperto. Libera. Voce che non è un io, voce che non dice io. Voce che è una voce è una vita.

Così come in terraferma vivi, dissociando la luce dal rumore: che cosa triste fu l’angoscia, che cosa triste è stata la speranza, vita in tempi algoritmici a guadagnarti il pane, il tetto sulla testa, la macchina di pena del linguaggio e l’ordine del discorso, la terra arsa l’orrore antropocenico, andare avanti come puoi meglio che puoi e quante volte sei dentro la nebbia, d’improvviso davanti a un’acqua nera, niente è reale e niente immaginario e sembra pietrificarsi la realtà, senti il tuo sé fuori dal corpo e innanzi a te si frattura il reale, linea di faglia e vuoto interstellare, la realtà ha abbandonato il mondo e resta un astro deserto oppure nebbia, cadi fuori da te, cadi nel come se, che cose tristi furono le cose. Derealtà, nel pieno troppo pieno del reale. In terraferma il gergo senza fine, il ritorno del ritmo, a ogni giorno la sua pena e procurarsi il cibo, il tetto sulla testa, ti attende la caldera e il vasto gergo del mondo, ti attende e ti respinge, la trascendenza tarda come la speranza e come la tristezza triste, come bolle di fango i tuoi pensieri, caldera cratere solfatara.

Ma ora sei qui, isola. Isola deserta, fiume e mare, pura contemplazione, pura contraddizione – ecco, eccoti qui.

Stella dell’immanenza, sguardo mare, isola di respiro tra i pensieri. Libera in mare questa voce cantora, anguilla e Betelgeuse, voce tra spiagge e gigli stella, dive to deep dreams for spei et metus affectus sine tristitia non dantur, senti il battito il flusso, il ronzio il brusio dei pensieri, la radiazione cosmica di fondo. Stella elettrica sopra di te, notte stellata dentro di te, strida di uccelli e l’arnia dei pensieri, il silenzio che alberga tutti i suoni, tutto qui, luce emergente dall’abisso, gioia senza perché, tu al sicuro nel mondo e nell’istante, nel destino del mondo, atomo del piano in cui sta tutto tutti i pensieri le idee i concetti i suoni le bestie le persone i vivi e i morti, i nostri cari qui nel petto, piante colori e musiche e quale miracolo il mondo, non il mondo com’è ma il mondo in quanto è, nastri galassie e costellazioni, trecce armoniche e grappoli di suoni, corone di serpenti e tu spirale sonora, voce come una voce, significanti come rampicanti, tu isola che appare, istante vuoto tra un pensiero e l’altro, vide cor tuum nella notte stellata, gioia in tempi algoritmici. Canta nel tempo cantando a respiro, nel tessuto celeste strana stella.

Per leggere i racconti di Silvia Tebaldi pubblicati su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Per certi versi /
Non era biondo

Non era biondo

Gesù
Non era biondo
Nemmeno
Gli angeli
Cherubini
Maria era una
Donna
Mise al mondo
Un Bimbo
Lo vide morire
Soffrì molto
Se ne parla poco
I barbari
Erano migranti
Le razze
Sono pesci
Da accarezzare
Gli indiani
Sono indiani
Nessuno è indio
Le foto più belle
Sono in bianconero
La pace
È una tromba
Capace di cantare
Per tutti
Gli umani
Non
La colomba
Animale
Terribile
E spietato
L’uovo
Di Pasqua
È
Nero cioccolato
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]
avanti di cinquant'anni (don Milani)

Avanti di cinquant’anni (don Milani)

di Eraldo Affinati

Prima di morire don Lorenzo Milani, ricoverato all’ospedale Careggi di Firenze, disse al cardinale Ermenegildo Florit che, dopo averlo tanto ostacolato, era andato a trovarlo: “Io sono più avanti di lei di cinquant’anni”. Era vero perché aveva intuito cose che noi ancora oggi stentiamo a comprendere sul ruolo centrale che la scuola dovrebbe avere in ogni consorzio umano, sul necessario rinnovamento del linguaggio della Chiesa, sul rapporto coi giovani, sulla giustizia sociale, sulla storia italiana, sul pacifismo e sull’obiezione di coscienza.

I lavori di questo convegno lo confermano appieno. Don Milani ci ha fatto comprendere che, al di là dei metodi, che possono essere molto diversi e magari ugualmente efficaci o dannosi, a fare la differenza a scuola è la qualità della relazione umana fra il docente e lo studente: se non si instaura fra di loro un rapporto di reciproca fiducia e rispetto, qualsiasi obiettivo didattico è destinato a fallire.

“Chi insegna pedagogia all’università”, scrisse don Milani in Lettera a una professoressa, “i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline”: con ciò voleva comunicare il suo scetticismo per ogni visione teorica e precostituita.

Al contrario, è necessario partire dalle esigenze del singolo studente, accompagnandolo verso la meta prefissata ed essendo pronti a scomparire quando lui o lei l’ha raggiunta. Bisogna sapere che ogni apprendimento ha una sua forma e un suo tempo. È fondamentale premiare il movimento che i ragazzi fanno registrare dalle loro posizioni di partenza, prima ancora dei traguardi che devono raggiungere, ai quali tuttavia non dovremmo mai rinunciare.

Credo che Lettera a una professoressa sia un testo ancora decisivo, al di là dei fraintendimenti che continua a suscitare. Pierino e Gianni, i due bambini protagonisti di quell’opera, uno avvantaggiato, l’altro svantaggiato, hanno cambiato nome, ma sono sempre gli stessi.

Da una parte abbiamo oggi Giulia e Marco, figli di coppie benestanti; dall’altra Mohamed o Ibrahim, analfabeti nella lingua madre: non possiamo di certo affrontarli nel medesimo modo! Tenendo presente che non stiamo parlando di medici e ingegneri, bensì di adolescenti in via di formazione.

Don Milani, insegnando le parole, costruiva le persone, conduceva alla maturità, formava la coscienza dei futuri cittadini, educava allo spirito critico. Del resto, i grandi linguisti ce l’hanno spiegato: se non avessimo un sistema verbale ben strutturato, ogni nostra emozione sarebbe soltanto un grumo emotivo, qualsiasi esperienza resterebbe inespressa e noi esseri umani non ci distingueremmo dagli animali.

Il priore di Barbiana, prima ancora di qualsiasi ricetta o istruzione per l’uso, ci ha lasciato una grande energia vitale e propositiva: in tale direzione molti insegnanti lo hanno messo a frutto e continuano a farlo, ma l’istituzione scolastica, nella sua struttura complessiva, l’ha ignorato, restando legata a una valutazione standardizzata che, di fronte alla rivoluzione digitale, rischia di penalizzare le nuove generazioni. Basti pensare agli alti tassi di dispersione scolastica presenti in Italia, specie nelle regioni meridionali, per renderci conto di quanto don Milani sia rimasto inascoltato.

I ragazzi di Barbiana di oggi si chiamano Omar e Faris, vengono da ogni parte del mondo, hanno lo stesso problema linguistico che avevano i bambini dell’Appennino ai quali si rivolgeva il priore. Sono loro i nuovi italiani, come hanno più volte affermato, in perfetta sintonia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Francesco il quale, nel giugno 2017, recandosi a pregare sulla tomba di don Milani, pose fine a una stagione di lunghi e dolorosi equivoci. L’ultima cosa che avrebbe voluto il prete fiorentino, questo ribelle ubbidientissimo, sarebbe stata quella di venire definito un eccentrico ai margini della Chiesa, come invece purtroppo ancora oggi molti lo considerano.

I numerosi convegni scaturiti dal centenario della nascita, importanti soprattutto per diffondere fra i più giovani la sua conoscenza, non ci dovrebbero comunque illudere sul superamento delle questioni sollevate dal priore. Basti pensare alle polemiche derivate dalla nuova denominazione istituzionale del Ministero della scuola e del “merito”.

Siamo di fronte a un tema ad alto tasso di fraintendimento e strumentalizzazione. Ogni insegnante vuole scoprire e premiare i ragazzi meritevoli. Ci mancherebbe altro che non lo facesse! Don Milani puntava proprio a questo. Ma non si sarebbe mai sognato di selezionare o isolare il vincitore dal resto del gruppo, ben sapendo che non soltanto i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario.

Un gruppo scolastico composto di tanti secchioni sarebbe tristissimo, oltre che improduttivo, come pure uno che riunisse i soli ripetenti. Le migliori classi, nell’esperienza di chi ha trascorso la vita in aula, sono quelle eterogenee, composte da bravi e negligenti, maschi e femmine, lenti e rapidi, bianchi e neri, ricchi e poveri.

Se non facciamo parlare fra loro i nostri allievi, non riusciremo mai a creare la coscienza del bene comune, nucleo imprescindibile di ogni cultura democratica, nel solco di quanto ci hanno insegnato i padri costituenti. Ecco perché il motto più bello della scuola di Barbiana resta quello che ci spinge all’azione collettiva: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia

Come docenti abbiamo il dovere e la responsabilità di restare fiduciosi. In un mio libro dedicato alla figura di questo straordinario sacerdote (se non fosse entrato al Cestello, il seminario in riva all’Arno dove prese i voti, niente sarebbe accaduto), profeta (la foto in cui tiene in braccio un bambino africano resta plasticamente emblematica), maestro (colui che spezza il pane dell’istruzione) e scrittore (epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana, pensando a Francesco Petrarca, Santa Caterina da Siena e Ugo Foscolo), intitolato proprio L’uomo del futuro, ho raccontato i molti don Milani da me incontrati in ogni parte del mondo.

Erano il maestro di villaggio africano impegnato a controllare decine di allievi, il volontario berlinese teso a recuperare l’adolescente naziskin, il padre giuseppino di Città del Messico che giocava a pallone coi bambini di strada, la suora di Madre Teresa di Calcutta che a Benares accoglieva le giovani cerebrolese, l’obiettore di coscienza russo…

Nessuno di questi educatori sapeva chi fosse stato il priore di Barbiana ma io, guardandoli in azione, lo vedevo rivivere grazie a loro.

 

Inizia il cammino della lista civica de La Comune di Ferrara (LCF)
Ecco i candidati

Inizia il cammino della lista civica de La Comune di Ferrara (LCF)

Si è tenuto nei giorni scorsi il primo incontro collegiale dei 32 candidati a Consigliere Comunale della lista civica La Comune di Ferrara, che ha espresso la candidatura a sindaca di Anna Zonari: 18 donne, 14 uomini. Il più giovane ha 21 anni, la più ‘giovane dentro’ ne ha 74. Sono (e sono stati/e) insegnanti, operatori e operatrici sanitari/e, universitari/e, dirigenti, impiegati/e nel pubblico e nel privato, tutte e tutti accomunate/i da esperienze di impegno nella società civile e di politica attiva nei movimenti, nell’associazionismo, nei partiti.

L’estate scorsa abbiamo iniziato come LCF ma non immaginavamo che saremmo arrivati fin qui. Nemmeno la mia candidatura era in programma: a guidarci sono stati il comune sentimento di urgenza, il bisogno di un nuovo modo di fare politica, dal basso, e una visione di città che sia all’altezza delle sfide del presente.” Così Anna Zonari, candidata sindaca, accoglie i suoi compagni di viaggio e li invita a un giro di presentazioni durato quasi due ore: molte persone non si conoscevano tra loro, e il momento di condivisione degli obiettivi è sempre molto importante.

“Quando a fine anno abbiamo deciso di esprimere una candidatura al ruolo di sindaco della città, Anna ci ha chiesto, in quanto membri di LCF della prima ora, quale fosse la disponibilità di ognuno di noi. Personalmente, sono sicura che l’esperienza in Consiglio Comunale non faccia per me, ma ora sono qui: per un senso di responsabilità verso il gruppo di persone che ha preso questo impegno nei confronti della città e per la continuità di questo tortuoso e sorprendente percorso.” Marcella Ravaglia, mamma e impiegata nel settore dei servizi pubblici locali.

“Io e Anna ci conosciamo da anni, ci siamo incontrate alla manifestazione NO CPR. Mi ha parlato del percorso di LCF e mi ha chiesto di salire a bordo; ho pensato che ci fossero necessità e spazio per dare il mio contributo.” Francesca Rinaldi di Viale K.

“Seguo fin dallo scorso settembre il percorso partecipativo di LCF e ho deciso di offrire le mie competenze, accumulate in tanti anni di lavoro in qualità di dirigente tecnico al Petrolchimico.” Enrico Beccarini, nonno e ingegnere meccanico.

“Apprezzo il percorso di LCF e le qualità di Anna Zonari. In quanto cittadino che lavora in Università darò il mio convinto contributo alla campagna elettorale”. Romeo Farinella, urbanista e professore ordinario UniFe.

Si susseguono le presentazioni, arriviamo agli iscritti ai partiti.  Nel caso dei tesserati a Sinistra Italiana e Europa Verdi presenti, avversati dalle rispettive segreterie nazionali, non hanno ottenuto il permesso di utilizzarne il simbolo e sono stati accolti nella lista LCF.

“Abbiamo seguito i lavori del tavolo dell’alternativa, che poi ha preso una strada per noi impercorribile. Ci riconosciamo invece nei contenuti e nel metodo incarnati dalla candidatura di Anna Zonari, che con le sue qualità personali ci trasmette entusiasmo per questa campagna elettorale. Siamo grati di essere qui con tutti voi.” Giulio Mezzadri, co-portavoce di Possibile, assegnista di ricerca UniFe a Fisica.

“Non m’intendo di campagne elettorali ma sento che è necessario impegnarsi per Ferrara e per i suoi cittadini; qui con voi e con Anna mi sento a casa.” Maria Calabrese, ex insegnante e bibliotecaria volontaria alla Biblioteca Popolare Giardino.

Anna Zonari e i candidati di LCF vi aspettano numerosi alla cena di autofinanziamento del 12 aprile al Centro Sociale Barco. Prenotazioni entro l’8 aprile via e-mail all’indirizzo info@lacomunediferrara.it o con un messaggio al 348 598 5435.

La presentazione dei punti di programma avverrà nelle prossime settimane tramite conferenze stampa aperte che si terranno a Factory Grisù tutti i sabati mattina, dal 4 maggio al 1° giugno.

     LISTA LA COMUNE DI FERRARA

 

n. Nome Cognome ANNO DI NASCITA
1 MALEK FATOUM 1997
2 ANDREA FIRRINCIELI 1961
3 FRANCESCA RINALDI 1981
4 ROMEO FARINELLA 1958
5 MARTA LEONI 1986
6 FEDERICO BESIO 2002
7 FRANCESCA CHIARAMONTE 1996
8 SERGIO GOLINELLI 1953
9 GIULIA FIORE 1987
10 MARIA CALABRESE 1949
11 VALENTINA FAGGION 1988
12 RODOLFO BARALDINI 1955
13 MORENA GAVIOLI 1957
14 ENRICO BECCARINI 1958
15 LAURA ALBANO 1973
16 GIOACCHINO LEONARDI 1964
17 MARIA ANGELA MALACARNE 1960
18 PIER LUIGI GUERRINI 1954
19 CAROLA RUGGERI 1970
20 ALESSANDRO TAGLIATI 1953
21 GIULIANA ANDREATTI 1958
22 GIAN GAETANO PINNAVAIA 1949
23 SILVIA TROMBETTA 1970
24 ALBERTO SQUARCIA 1949
25 GIOVANNA TONIOLI 1959
26 VANNI RIZZIOLI 1991
27 CINZIA PUSINANTI 1956
28 GIULIO MEZZADRI 1989
29 EUGENIA SERRAVALLI 1967
30 ALESSIO PAPA 1980
31 MARCELLA RAVAGLIA 1976
32 CLAUDIA TITI 1957

 

 

                                                                                

presto di mattina. pasqua di viandanti

Presto di mattina /
Pasqua di viandanti

Presto di mattina. Pasqua di viandanti

Pasqua di Cristo, Pasqua del viandante

Cristo è l’uomo che cammina, così lo scrittore Christian Bobin nel suo piccolo libro chiama il profeta di Nazareth. Non si allude solo al suo andare senza sosta, sempre verso qualcuno per ascoltare ed essere ascoltato. Anche la sua parola è come lui: divenuta vangelo buona notizia, gli cammina un passo avanti, e come le acque torrentizie in un wadi dopo le piogge di primavera fanno fiorire il deserto, esse oltrepassano la morte stessa portando vita.

Bobin paragona così la via del Cristo al cammino tortuoso di una falda d’acqua sotterranea che si fa strada; un procedere incerto faticoso ma inarrestabile, fino a sgorgare fuori alla luce con un getto travolgente che ribalta l’ultima pietra: «Non sembra seguire un percorso a lui noto. Potremmo addirittura parlare di esitazioni. Cerca semplicemente qualcuno che lo ascolti. È una ricerca quasi sempre delusa, il suo cammino è quello delle delusioni, da un villaggio all’altro, da una sordità alla seguente.»

Come la falda d’acqua in cerca di una via d’uscita: scava, gira, ritorna, riparte, fino al colpo di genio risolutore: il getto impetuoso che sgorga in un pieno respiro polverizzando l’ultima diga…

«Pochissimi riescono a tenere il suo passo. Una manciata di uomini e alcune donne. …Verso la fine, annuncia che “là dove va” nessuno potrà seguirlo e che non si tratta di un abbandono, perché “là dove va” avrà la stessa costante benevolenza per ciascuno… Non fa dell’indifferenza una virtù. Un giorno grida, un altro piange. Percorre l’intero registro dell’umano, l’ampia gamma emotiva, così radicalmente uomo da raggiungere dio attraverso le radici.

«Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là, se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine» (L’uomo che cammina, Qiqajon, Magnano [BI] 1998, 9; 11; 18).

Un volto che cammina

«Il suo volto era andante verso Gerusalemme»: questo ebraismo conservato nel vangelo di Luca 9,56 dice mirabilmente una delle caratteristiche fondamentali del Gesù storico insieme alla pratica della convivialità e a quella taumaturgica.

Il Gesù narrato nei vangeli è sempre in movimento: “in cammino”, un camminare verso Gerusalemme, ma lo stesso verbo descrive pure il suo andare verso la croce per entrare nella morte. Con la sua parola itinerante, egli dischiude alle persone il cammino stesso della fede.

Dopo ogni riconoscimento del credere, dopo ogni guarigione scaturita dalla fede, dopo ogni sua parola accolta egli comanda: “Alzati e va’ la tua fede ti ha salvato”; “Va’ in pace la tua fede ti ha salvata”; Va’ e anche tu fa lo stesso”; “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!”. Va’, andate, caratterizza anche il cammino dei dodici apostoli prima e dopo la Pasqua.

In Giovanni poi, nei discorsi di commiato, Gesù parla spesso ai discepoli del suo andare al Padre. Venuto da lui egli ritorna al Padre, così il suo salire a Gerusalemme ha come prospettiva e meta quella di andare e salire al Padre per poi ripresentarsi di nuovo nello Spirito consolatore che accompagna i discepoli in cammino. «Non mi trattenere – dice a Maria di Magdala il mattino di Pasqua – ma va dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.” (Gv 20, 17)

La Pasqua stessa dunque è “passaggio”, luogo di transito per un oltre. Transiliens, scrive Agostino ricordando colui che “oltrepassa tutto per non desiderare altro che Dio con tutto se stesso”. Viandante tra i suoi fratelli, li precede anche ora nel cammino della storia come fu viandante in Palestina tra la gente: «Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme» (Lc 13, 22).

«Uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, ti seguirò dovunque tu vada”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”» (Mt 19, 20); «Egli disse loro: “È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città”. E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea» (Lc 4, 43-44); «“Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni» (Mc 1, 36-38).

Pasqua di Cristo, Pasqua di un forestiero in transito

«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus… Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Egli domanda loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Uno di loro con la tristezza sul volto rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”» (Lc 24, 13-18).

La prossimità del forestiero e le sue domande procurano un effetto di straniamento nei discepoli. È questo l’effetto di sconvolgimento della percezione che si ha della realtà quando si incontra uno sconosciuto. Un mutamento di prospettiva operato con l’intento di farne emergere aspetti nuovi, inattesi. Una conversione dello sguardo, tale da indurlo a una prospettiva altra.

È questo che produce l’incontro del forestiero: un guardare non più con i propri occhi, ma con quelli dello straniero incrociato sulla via di Emmaus. E si passa, passo dopo passo, dall’estraneità al riconoscimento, dalla tristezza alla gioia. È anche oggi il Risorto nascosto, e forestiero, che si immedesima con noi, perché noi ci immedesimiamo con lui strada facendo, per incontrarlo ancora nel forestiero, come un fratello.

Il cammino educa a straniarsi, allontanarsi da sé; porta fuori di se stessi. È il dono di riguardare e ricomprendere se stessi e il proprio mondo dalla parte di chi ci cammina accanto. Scrive Claudio Magris ne L’infinito viaggiare:

«Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini» (Mondadori, Milano 2014, xx).

A tutti i cercatori del tuo volto
mostrati, Signore;
a tutti i pellegrini dell’assoluto,
vieni incontro, Signore;
con quanti si mettono in cammino
e non sanno dove andare
cammina, Signore;
affiancati e cammina con tutti i disperati
sulle strade di Emmaus;
e non offenderti se essi non sanno
che sei tu ad andare con loro,
tu che li rendi inquieti
e incendi i loro cuori;
non sanno che ti portano dentro:
con loro fermati poiché si fa sera
e la notte è buia e lunga, Signore.
(David Maria Turoldo)

Pasqua di discepoli, Pasqua di viandanti

Se ci si sofferma anche solo a considerare i diversi verbi delle narrazioni pasquali dei vangeli, ci si accorge che è tutto un continuo via vai. Verbi di moto a luogo e da luogo, andare, venire, giungere, ripartire, entrare uscire; perfino un correre avanti e indietro dal sepolcro di Maria di Magdala, di Pietro e Giovanni.

Spaesamento è il mattino di Pasqua. Sono venuti meno i criteri e l’orizzonte di senso del vivere dei discepoli della loro stessa fede. Per tutta la loro itineranza alla sequela di Gesù è detto che non avevano compreso le sue parole e «cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9, 10; Gv 20, 9).

Quel mattino presto ritornano viandanti che cercano, passando dalla paura alla gioia, dalla gioia all’incredulità: «per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore» (Lc 24, 41). Hanno bisogno di una nuova narrazione, di una nuova luce e parola, di un senso altro che può venire solo da altrove:

«[Le donne] videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea” (Mc 16, 4-7).

Viandanti sorpresi da un’alba nuova di un’altra luce, cercando l’impossibile: un virgulto in terra arida, un sorriso spuntato dal dolore, qualcuno nato dalla morte:

Ancora un’alba sul mondo:
altra luce, un giorno
mai vissuto da nessuno,
ancora qualcuno è nato:
con occhi e mani,
e sorride.
(Turoldo, Il grande male, Mondadori, Milano (1995, 11).

Discepoli della via (At 9,2; 19, 23; 24, 14 e 22): viandanti per farsi prossimi

Mentre il sole è già volge al declino
sei ancora il Viandante che spiega le scritture
e ci dona il ristoro con il pane spezzato in silenzio
cuore e mente illumina ancora
perché vedano sempre il tuo volto
e comprendano con il tuo amore
ci raggiunge e ci spinge più al largo.
(David Maria Turoldo)

Scrive Umberto Galimberti: «Il viandante, come l’homo viator di Gabriel Marcel, vuole restituire all’uomo il suo “peso ontologico”, quel di più di essere custodito nelle sue profondità più nascoste che lo spingono a un oltrepassamento dal reale al possibile, consentendogli di sperimentare così la trascendenza nell’immanenza, come Abramo che si incammina verso una terra che il Signore gli avrebbe indicato; come i pellegrini medioevali che, avendo in vista una meta, non esitano a dire addio a ogni tappa raggiunta; come i pastori che senza meta accompagnano i loro armenti; come i profughi di ogni guerra e i migranti dei nostri giorni che camminano ininterrottamente sospinti dal desiderio e dalla speranza che per loro si apra il futuro» (L’etica del viandante, Feltrinelli, Milano 2023, 56).

E citando un testo di Enzo Bianchi sulla parabola del Samaritano, Galimberti scrive: «Il viandante non incontra il prossimo, ma si fa prossimo. “La vera domanda non è “Chi è il mio prossimo?”, ma ‘Chi si è fatto prossimo?’. Perché prossimo non si nasce, ma si diventa, con una scelta, una decisione. Nessuno è prossimo ma ognuno può diventarlo. La prossimità non è già data ma va costruita mediante il movimento di farti vicino e le azioni che ne conseguono”. Apprendiamo così che il prossimo non è definito da una condizione o da un’appartenenza, ma dalla nostra decisione di “renderci prossimi” all’altro, perché noi e l’altro abbiamo in comune quell’elemento essenziale che è l’appartenenza alla stessa umanità» (ivi, 368-369).

Viandante e via

«Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Sal 77),

«“Vado a prepararvi un posto. Ritornerò e vi prenderò con me. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?” Gli disse Gesù: “Io sono la via” (Gv 14, 3-5).

È proprio quando non si conosce la via che cresce l’attenzione e l’interesse, si è attratti oltre, perché è proprio verso ciò che è ignoto, camminando nel mistero, che questi si rivela e si fa conoscere. Così non sono solo i viandanti che vanno incontro alle strade, ma è la strada che va incontro ai viandanti.

Viandante, sono le tue impronte
il cammino, e niente più,
viandante, non c’è cammino,
il cammino si fa andando.
Andando si fa il cammino,
e nel rivolger lo sguardo
ecco il sentiero che mai
si tornerà a rifare.
Viandante, non c’è cammino,
soltanto scie sul mare.
(Antonio Machado).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Autonomia differenziata:
un altro passo verso l’ampliamento delle disuguaglianze

Autonomia differenziata: un altro passo verso l’ampliamento delle disuguaglianze

Sembra che finalmente la discussione sull’Autonomia differenziata regionale sia uscita dal cono d’ombra nel quale era stata relegata solo fino a qualche mese fa. Forse perché il suo iter legislativo sta andando avanti: probabilmente, ancor più, perché si sta allargando la presa di coscienza di ciò che essa significa.

Ma cosa vuol dire, in concreto, Autonomia Differenziata delle Regioni? Rispetto alla situazione odierna, secondo quanto prevede il disegno di legge Calderoli (attualmente in discussione) significa spostare a livello regionale competenze e risorse su materie fondamentali, nel momento in cui le singole regioni ne facciano richiesta e a ciò segua un’intesa tra Governo e regione, mentre oggi esse sono oggetto di legislazione concorrente: cioè sia dallo Stato che dalle Regioni, con un’apposita distinzione dei ruoli.  Questo spostamento avverrebbe su 23 materie di grande rilievo, che vanno dall’istruzione alla sanità, dalla tutela e sicurezza sul lavoro alla previdenza complementare, dal governo del territorio alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, dalla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali alla produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, e altre ancora. Come si può facilmente vedere, si tratta di questioni di grande rilevanza, che hanno un’incidenza diretta sulle condizioni di vita delle persone e sui diritti di cui possono usufruire. Ora, non c’è dubbio alcuno che andare in questa direzione comporta il fatto di acuire le disuguaglianze territoriali, in particolare tra Nord e Sud del Paese. In una situazione in cui esse sono già molto profonde, con questo provvedimento sono destinate ad ampliarsi ulteriormente. Né vale la pena argomentare che, nell’ultima stesura votata al Senato, si è stabilito che il trasferimento di poteri e risorse alle Regioni avviene a valle della determinazione dei Livelli Essenziali di Prestazioni da garantire uniformemente sul territorio nazionale, perché si prevede espressamente che la legge Calderoli non può comportare maggiori oneri per la finanza pubblica; che è un modo, neanche troppo elegante, per dire che essi verranno fissati ad un livello minimo e non potranno che fotografare la situazione già diseguale oggi esistente. Non solo: il Ddl dispone che il finanziamento delle funzioni trasferite alle Regioni avverrà tramite la compartecipazione regionale ad uno o più tributi erariali maturati nel territorio della regione, e cioè le imposte dirette, l’imposta sul valore aggiunto e le altre imposte indirette, contribuendo così a scassare ancor di più l’attuale sistema fiscale, già oggi stravolto con la diminuzione della progressività insita nella riforma fiscale in itinere.

Aumentare le disuguaglianze territoriali ha come conseguenza quella di far crescere le disuguaglianze sociali e radere al suolo l’universalismo dei diritti: non ci vuol molto a realizzare cosa succederà del diritto alla salute o all’istruzione quando questi temi saranno normati e differenziati nelle singole regioni. Anche perché l’idea dell’autonomia differenziata è costruita sull’ideologia della competitività tra diversi sistemi territoriali e sociali, per cui quelli più “bravi” sono i più “meritevoli” e chi rimane indietro è solo per colpa sua. Un’idea generale di società, che alla fine sta alla base tutta l’ideologia della destra, in Italia e nel mondo. Solo per fare un altro esempio, è utile ragionare su un aspetto che spesso, nella discussione sull’autonomia differenziata, viene trascurato. Mi riferisco al tema delle aree interne: è evidente che, anche nelle regioni cosiddette “ricche”, le aree marginalizzate saranno quelle che, nella distribuzione interna delle risorse, avranno meno risorse, concentrandolo invece nelle aree forti, a partire da quelle metropolitane e urbane, considerate “vincenti”, maggiormente attrattive per gli investitori e i soggetti di mercato, appunto più competitive.

Inoltre: se, da una parte, affidare una serie di materie, a partire da sanità e istruzione, alle Regioni significa produrre maggiori disuguaglianze, dall’altra, per un’altra tipologia di materie, invece, comporta semplicemente mettere in campo politiche inefficaci e controproducenti. Cosa vuol dire spostare alle Regioni competenze sui temi ambientali, di governo del territorio, delle scelte di carattere energetico? Se pensiamo che tutte queste questioni intervengono in modo significativo su come si intende affrontare il contrasto al cambiamento climatico e la conversione ecologica ed energetica, non ci vuole molto a concludere che frammentare e diversificare le decisioni non potrà che allontanare la possibilità di costruire soluzioni utili e convincenti, mentre esse non possono che essere costruite, se non a livello sovranazionale, perlomeno in una dimensione europea  – che peraltro sta facendo anch’essa vistosi passi indietro.

Insomma, il disegno di legge sull’autonomia differenziata regionale va in una direzione del tutto sbagliata. Stupisce che esso sia potuto avanzare con il contributo non solo di Regioni come la Lombardia e il Veneto, che guardano alla “secessione dei ricchi”, ma anche con quello della Regione Emilia-Romagna che, sia pure in modo meno spinto, è comunque rimasta abbagliata dal voler dimostrare di essere regione competitiva e attrattiva, ma così rompendo quell’idea di solidarismo e universalismo dei diritti che avevano costituito la base del “modello emiliano-romagnolo” nel secolo scorso.

Questo progetto va dunque contrastato e fermato. Da questo punto di vista, è decisamente importante e positivo che La Via Maestra, la coalizione sociale che comprende la CGIL e tantissime associazioni e realtà sociali, in una delle sue ultime riunioni, abbia deciso di promuovere una grande manifestazione nazionale anche contro l’autonomia differenziata il prossimo 25 maggio a Napoli e, soprattutto, di fatto assunto l’impegno che, nel momento in cui il disegno di legge Calderoli, ora in discussione alla Camera dei Deputati, diventasse legge, di promuovere il referendum abrogativo per eliminarla. Così come utile è l’iniziativa del Comitato per il No ad ogni autonomia differenziata dell’Emilia-Romagna, che ha promosso ultimamente una legge di iniziativa popolare regionale, sottoscritta da più di 6000 cittadini della regione, per “dichiarare interrotto” il percorso prodotto dalla Regione per avviare l’autonomia differenziata” o comunque di “non procedere ad altro iter alternativo per l’acquisizione di ulteriori forme di autonomia”.

Questa battaglia è anche fondamentale e in qualche modo preliminare per fermare anche l’intenzione del governo di arrivare alla modifica costituzionale necessaria per introdurre il “premierato”. E’ chiaro il nesso che lega autonomia differenziata e premierato: una società che rompe la coesione sociale, si frammenta e diventa ancora più divisa, fino ad alimentare il rancore, ha bisogno di trovare un punto di unificazione nella figura del Capo. Siamo di fronte ad un progetto autoritario, che si rivela funzionale ad un’ idea di forte restringimento della democrazia. Per fortuna, ci sono le forze e le energie in questo Paese per impedire che si affermi.

Storie in pellicola / Farfalle fino alla fine del mondo

Altri due interessanti cortometraggi verranno proiettati allo European Projects Festival il 4 aprile: “Farfalle” di Marco Pattarozzi e “The end of the world” di Stefano Cinti

Marco Pattarozzi firma “Farfalle”, il cortometraggio di 20 minuti con Marco Celli, Caterina Nardini, Elisa Nardini e Pietro Romano, Premio giuria giovani della sesta edizione del Ferrara Film Corto Festival “per la sua eccezionale regia e produzione, una sceneggiatura scorrevole, una colonna sonora e fotografia di alta qualità e un messaggio profondo”.

I ragazzi della giuria hanno, sorprendentemente, votato un’opera che parla di uno dei temi più scottanti e difficile da affrontare come lo stupro fra giovani. Una storia ambientata nell’Appennino emiliano, con protagonista Caterina, appena maggiorenne, che trascorre l’ultima estate con l’amico d’infanzia Patrick, prima che lui parta per studiare in America. Coinvolti in uno sfrenato festino in cui gli alcolici vengono corretti con una sostanza psicotropa, la ragazza, per tutti Cate, si avvicina all’attraente Nico.

La mattina seguente si risveglia con i segni di uno stupro di cui non ricorda nulla. Mentre cerca di ripercorrere l’accaduto, arriva il giorno della partenza di Patrick. Cate sprofonda nel trauma fino a una disperata richiesta d’aiuto al fratello Antonio, il quale decide di farla pagare a Nico. Quando la ragazza ha un’importante intuizione, è forse troppo tardi per fermare Antonio.

Una storia in cui pregiudizi e repressione generano un senso di inadeguatezza cronica per cui nessuno si sente al posto giusto.

“The end of the world”, del romano Stefano Cinti (Belgio, 5 min.), invece, è un video tratto dall’omonima canzone ‘La fine del mondo’, scritta durante il periodo di confinamento dovuto alla pandemia di COVID-19. È un urlo liberatorio che sintetizza con ironia e sarcasmo gli elementi che caratterizzano il declino delle società moderne e, in generale, il tragico degrado del mondo in cui viviamo.

Il video descrive la giornata di una persona che vive l’isolamento in modo straniante, passando da una frustrazione all’altra per indicare il fallimento della società globalizzata e consumistica e la perdita della libertà. A nulla sembrano servire i goffi e vani tentativi del protagonista di mantenersi in equilibrio sulla palla ginnica, che simboleggia il fragile equilibrio tra uomo e natura. Nel mezzo del video appaiono le meduse, maestosamente indifferenti, per ricordarci che erano qui molto prima di noi.

Il verdetto finale è ancora da scrivere e nell’ultima scena il video suggerisce la riscoperta della bellezza del mondo come chiave di volta per rivedere il nostro atteggiamento verso noi stessi, gli altri e la natura.

Parole a Capo /
“Poeticamente parlando”

“Non usare il telefono. Le persone non sono mai pronte a rispondere. Usa la poesia.”
(Jack Kerouac)

LASCIARE
Lasciare, lasciar scorrere le cose
Scivolare sul tempo con lentezza
Seminare, dissodare dolcezza
Aspettare. Fioriranno le rose
Pianissimo. Avvicinarsi al fiore
come farebbe l’ape laboriosa,
o meglio, la farfalla silenziosa
Non toccare. Lasciarsi inebriare
Immergersi in questa primavera,
perdersi e perdere l’orientamento
Ascoltare i sussurri e il fermento
Come Gazania chiudersi di sera
Cedere al sonno che il sogno profuma,
Belle di notte danzano alla luna
(Sara Ferraglia)
*
FIABE GENER(OSE)
Riccidoro si è stufata
di mangiare la zuppa degli orsi,
si è fatta la testa rasata
e suona la chitarra a morsi
con tre donne metallare.
Bella ha smesso di ballare
il valzer con la Bestia e
accantonata la modestia,
è in corteo da stamattina
contro la guerra in Palestina.
Alice, quella bionda bambina
ha adottato lo Stregatto.
“E’ un po’ matto, ma non deve
star rinchiuso in quel paese.
Lo porterò tra la gente, sia fatto.”
La Sirenetta ha preso atto
che il principe tanto amato,
è violento e prepotente.
L’ha quindi denunciato
al magistrato competente.
Coraggio lettore, non ti crucciare,
la donna nelle fiabe voglio cambiare.
Moglie, madre, sorella, ancora le vedi,
perché le vuoi tener sotto ai tuoi piedi.
(Stefano Agnelli)
*
SPENGO
Spengo il rumore del mondo
Spengo le sue luci violette
Cancello i dialoghi urlati
E tonanti
Accosto le imposte
E giro la testa
Esco di casa e
Mi avvio verso un luogo di silenzio
Dove tu mi darai la mano
Senza richiedere
Arditi sillogismi o
Raffinate prestazioni culinarie.
(Elena Vallin)
*
ESISTERE
Il futuro ha un altro nome
che da questa distanza
non riesco a leggere,
troppa polvere, troppo fumo.
Il futuro ha cambiato suono,
non riesco a sentirlo,
le urla e i pianti lo sovrastano.
Il futuro ha un altro sapore,
riesco a sentire
solo il sale del mare.
Allora
volgerò gli occhi
al sacro
e all’umano
per ricostruire la speranza.
(Maria Angela Malacarne)
*
FUTURO
Ragazzo che guardi il mondo
dalla tua cameretta
davanti ad una tastiera
e uno schermo
ragazzo che guardi una ragazza
colpita da una coetanea
col coltello
e non fai niente per separarle
è molto meglio filmarle
è più bello.
Ragazzo che guardi il mondo
in mezzo al fango e alle macerie
della tua casa
distrutta da una bomba
intelligente.
Ragazzo che cerchi smarrito una ragione
per uscire da questa prigione.
Ogni tanto sentiamo
parlare di futuro
ma prima dovremmo
capire come buttare giù
le fabbriche del muro.
(Pier Luigi Guerrini)

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

accordi un fuoco che brucia ma illumina tutto il concerto di vasco brondi alle officine meca di Ferrara

Accordi /
Un fuoco che brucia ma illumina tutto. Il concerto di Vasco Brondi alla Officina MECA

Un fuoco che brucia ma illumina tutto. Il concerto di Vasco Brondi alla Officina MECA

 Sabato 23 marzo scorso, ho avuto la fortuna di essere nel numero ristretto di appassionati che hanno potuto assistere allo showcase di Vasco Brondi alla Officina MECA di Ferrara.

Nelle intenzioni del cantautore quella era una specie di prova generale o una data zero del tour che partirà il 5 aprile da Livorno (qui le 14 date del tour), dove le canzoni del disco uscito il 15 marzo scorso si sarebbero mescolate insieme a quelle dei dischi precedenti.

Nelle emozioni del pubblico quello è stato un concerto magnifico dove Vasco Brondi, insieme ai cinque bravi musicisti che lo hanno accompagnato, è riuscito a coinvolgere, stupire, commuovere e far riflettere chi era presente… che fossero suoi coetanei, che fossero più giovani o, come nel caso di chi scrive, che fosse quasi sicuramente il più anziano del locale.

La recente uscita, il 15 marzo scorso, del suo disco Un segno di vita ha attirato a Ferrara appassionati “storici”, ma ha coinvolto anche nuovi fans, che hanno apprezzato moltissimo quest’ultimo suo lavoro, frutto di una ricerca e di una selezione azzeccatissime fra tutto il materiale recentemente prodotto dal cantautore ferrarese.

Le dieci canzoni di Un segno di vita sono vere e proprie poesie che, ricercando l’umanità delle persone, attirano in maniera magnetica, sorprendono in un modo diretto, avvicinano con naturalezza e avvolgono chi ascolta con gentilezza, rispetto e tatto.

Se dovessi scegliere una parola chiave per i testi di questo disco sarebbe ‘fuoco’ e non solo perché Vasco ne fa diversi riferimenti, ma perché ho percepito la presenza di questo elemento naturale, distruttivo e rigenerante allo stesso tempo, come forza appassionata, come necessità di ripartenza, come bisogno di luce, come occasione di rinascita, come percorso spirituale che esalta la grandezza e la potenza della vita senza nasconderne le ombre e le difficoltà.

Tutti i testi della dieci canzoni affascinano generando meraviglia e gli arrangiamenti musicali aiutano a creare una cornice preziosa a questi veri e propri quadri lirici.

Io però scrivo da appassionato musicale e non da critico musicale, quindi queste mie parole potrebbero apparire poco professionali a qualcuno. La cosa non mi preoccupa molto, anzi ne approfitto e aggiungo con azzardo che, mentre ascolto le canzoni di Vasco Brondi, mi viene in mente un cantautore che apprezzavo moltissimo nei primi anni settanta: Claudio Rocchi.

Attenzione! Non ho scritto “Brondi si rifà a Rocchi” o lo imita, ma che “lo fa venire in mente” a me perché ho la mia storia, i miei gusti e la mia sensibilità.

Claudio Rocchi, cantando dei suoi “voli magici”, faceva entrare luce, apriva la mente ed illuminava l’anima. Ricordo un concerto di circa quarant’anni fa in un piccolissimo locale di Vidiciatico, sull’Appenino bolognese, dove oltre alle sue canzoni ne improvvisò una per il pubblico presente, guardandoci negli occhi e leggendoci dentro.

Vasco Brondi, in un suo modo personalissimo, canta con sensibilità rara, riuscendo a rendere uniche le avventure intime dei suoi protagonisti. La potenza espressiva dei suoi “voli magici” è una sua caratteristica peculiare che lo rende un comunicatore davvero empatico, capace di leggerti dentro.

La scaletta eseguita sabato scorso da Vasco Brondi e dal suo gruppo merita una sottolineatura particolare, perché è stata composta con la sapiente capacità di alternare i brani del passato con quelli del presente, lasciando immaginare un futuro pieno di luce di cui tutti noi sentiamo il bisogno. Questi i brani riportati nell’ordine di esecuzione:

Illumina tutto (da: Un segno di vita), Le ragazze stanno bene (da: Costellazioni), Meccanismi (da: Un segno di vita), Qui (da: Terra), Fuoco dentro e Incendio (da: Un segno di vita), Coprifuoco (da: Terra), Fuori città (da: Un segno di vita), 40 km (da: Costellazioni), Cara catastrofe e Quando tornerai dall’estero (da: Per ora noi la chiameremo felicità), Macbeth nella nebbia e I Sonic Youth (da: Costellazioni), La stagione buona (da: Un segno di vita), Cosa sarà? (cover del brano scritto da Ron e Lucio Dalla e cantato dallo stesso Dalla insieme a Francesco De Gregori), Notti luminose (da: Un segno di vita), Chakra (da: Terra), Per combattere l’acne e Piromani (da: Canzoni da spiaggia deturpata), Mistica (Tra la via Emilia e la via Lattea), A forma di fulmine (da: Terra), Un segno di vita (da: Un segno di vita) e Nel profondo Veneto (da: Terra).

Alla fine del concerto, qualcuno, che di concerti di Vasco Brondi ne ha visti tanti, mi ha confidato che quello a cui avevamo appena assistito, a suo parere è stato probabilmente uno dei concerti migliori.

Mi fido della sua competenza; io non saprei dirlo, ma so già da ora che seguirò altre tappe di questo tour che si preannuncia davvero di una bellezza “illuminante”.

Cover e foto nel testo di Mauro Presini

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vite di carta l'ultimo romanzo di viola ardone grande meraviglia

Vite di carta /
L’ultimo romanzo di Viola Ardone, “Grande Meraviglia”, grande vicinanza

Vite di carta. L’ultimo romanzo di Viola Ardone, Grande Meraviglia, grande vicinanza.

Non posso lasciarlo andare, restituirlo a chi me l’ha prestato senza tenermi ancora per un po’ alcune sue parole. Il libro di Viola Ardone, dico. Si parla di pazzia e di manicomi chiusi con la legge Basaglia del 1978, eppure quello che nel libro si dice della vita e della imperfezione di noi creature mi ha fatto bene.

Sapevo che la storia viene raccontata da una adolescente internata insieme alla madre nel manicomio di Napoli, ma poi appena sono entrata nel libro ne ho saputo il nome: Elba come il “grande fiume del nord che passa per la Germania”.

Glielo ha dato la sua Mutti, la madre, così come insieme hanno dato nomi di fantasia a persone e cose nelle loro giornate tutte uguali dentro al Fascione. Hanno creato filastrocche in rima e modi di dire per dare uno stigma giocoso alla disperazione.

Un esempio che rende bene la privazione del mondo in cui Elba vive: “A me piace fare le rime e per fortuna al mezzomondo tutte le parole finiscono in -ia, come pazzia”.

Un po’ come avviene nel film La vita è bella di Roberto Benigni, dove la vita del lager viene straniata da un padre prigioniero e presentata agli occhi del suo bambino come un grande luna park dove si fanno giochi di squadra in cui bisogna assolutamente vincere.

Dopo che ha presentato le altre, le pazze del suo reparto, non la cambieresti più col miglior narratore al mondo, questa ragazzina che nel suo Diario dei malanni di mente stila il catalogo di malattie e terapie, in lizza col primario del manicomio, Colavolpe, che non ne azzecca molte più di lei. Accoglie la Nuova, che resta muta e non mangia, e le sta accanto a lungo presentandole una ad una le altre malate e una per volta le regole della vita lì dentro.

“Sai, al mezzomondo ogni giornata è sempre la stessa: svegliarti quando arriva la luce, andare alle docce, infilare il camicione, mangiare pane raffermo nel latte annacquato, aspettare il giro delle visite, pranzare. Camminare una mezz’ora nel cortile se non piove, aiutare Gillette con le pulizie, guardare la televisione se non sei stata messa alla corda, cenare, prendere la Caramella-grigia del Buon Sonno, tenerla tra la guancia e la gengiva per poi sputarla senza farti scoprire, attendere che si spengano le luci, sentire gli zoccoli della sorvegliante che battono sulle mattonelle e scendere in un pozzo nero nero, se non hai fatto in tempo a gettare la pillola di nascosto”.

Quando nel libro il narratore è cambiato, non l’ho accettato subito. Come se non fosse ancora il momento di staccarmi da Elba e ascoltare il dottorino che da quando è entrato nel Fascione ne ha scardinato le regole cieche: ha portato fuori i pazzi, facendoli giocare a pallone o lasciandoli camminare in cortile sotto la neve. Trattando Elba non da pazza, perché pazza non è mai stata. Nemmeno sua madre, fatta rinchiudere dal marito quando era rimasta incinta di lei da un altro uomo.

Meraviglia è il suo cognome, e meraviglia sparge col suo metodo nel trattare i malati, che è anche il suo modo di valutare la vita. Come narratore interviene quasi quarant’anni dopo che Elba è uscita dal manicomio, dopo la morte della sua Mutti, e lui se l’è presa in casa, l’ha aiutata a studiare e l’ha accompagnata fino alle soglie della laurea in psicologia.

Ignaro, o distratto, rispetto al turbamento che la presenza di Elba poteva apportare ai suoi figli, a Vera in particolare, che soffriva della assenza di lui come padre e di quella sua dedizione pressoché totale al lavoro dentro al manicomio.

Ignaro e innamorato della vita e dei propri ideali.

Quando racconta ha settantacinque anni: i figli sono adulti e lontani dalla sua quotidianità, la ex moglie si è risposata ormai da molti anni. Elba se ne è andata da tantissimo tempo, ha scritto molte cartoline, poi è calato il silenzio.

Ecco: ci ho messo un po’ ma poi questo anziano che vive solo e si interroga sulle cose passate, pieno di disincanto e di sensi di colpa a metà, perché la sua indole cinica e sorniona glieli ha fatti perdonare, mi si è fatto vicino vicino. L’ho ascoltato e dalla parabola della sua vita ho preso lezione.

Dice alla ex moglie Elvira incontrata per strada nell’ultimo giorno dell’anno: “La vita mi è piaciuta, Elvì, e pure io a lei, ma era solo una cotta, poi è passata. Lo sai come ti accorgi di invecchiare? Quando incominci a perdere. Prima la vista, poi gli oggetti, poi la salute, il sonno, le amicizie, i capelli, gli amori. E infine il tempo. Ho trascorso la vita a fuggire dai legami e quando mi sono fermato ho scoperto che nessuno mi inseguiva più… Perfino Elba è scomparsa così, di punto in bianco, senza una spiegazione. Almeno a lei credevo di avere fatto solo del bene“.

La storia ha una conclusione che non svelerò, una conclusione in cui il caso ha messo il suo zampino, non bastassero gli errori che si commettono o quello che non si comprende delle situazioni a complicarci la vita. La morale, però, posso dirla per come l’ho intesa io. La morale è che a dispetto di tutte le forze che ce ne allontanano ci fa bene e ci dà senso rimanere aderenti a noi stessi.

Nota bibliografica:

  • Viola Ardone, Grande Meraviglia, Einaudi, 2023

Cover:  Marco Cavallo, Trieste 1973

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

diario in pubblico. antisemitismo nei college americani

Diario in pubblico /
Antisemitismo nei college americani

Diario in pubblico. Antisemitismo nei college americani

Non avrei mai creduto che una situazione culturale che ho sperimentato decenni fa nelle università americane si ripresentasse in modo assai più grave ora, con le ripercussioni che anche in Italia hanno impedito al direttore di La Repubblica Molinari di tenere la sua relazione all’Università Federico II di Napoli, una struttura che ben conosco dove ho anche tenuto lezioni come nell’altra, la Suor Orsola Benincasa, fiore all’occhiello del sistema universitario napoletano, benché privato, nella sua specializzazione umanistica.

Ancora più grave la decisione di molti studenti di impedire la titolazione del loro Istituto a Peppino Impastato: tre studenti su quattro votano contro, giudicandolo un personaggio “divisivo”. La notizia viene giudicata dal fratello Giovanni “inquietante “Perché “divisivo”?

Sono segnali molto pericolosi, quando cioè l’Accademia o la scuola diventano oggetto e soggetto dello scontro politico.

Una mia decisione presa decenni fa e che ha provocato scelte assai difficili tanto da costarmi la qualifica di professore emerito è stata quella di scindere l’Accademia dalla politica, ma soprattutto di opporsi alle scelte degli allievi come naturali prosecutori del ruolo dei loro maestri.

L’indagine di Gianni Riotta su La Repubblica del 17 marzo dal titolo Nei college USA un vento di censura e odio anti-ebraico contagia gli studenti ha aperto una discussione accesa, in quanto è staticamente accertato che le grandi università americane private sono in gran parte sovvenzionate da capitali ebraici e quindi la protesta non riguarderebbe quelle sedi prestigiose ma, come scrive The Economist,  “in quelle popolari si pensa a studiare”.

Riotta corregge il tiro, poiché la protesta arriva da “Hunter College e City University a New York, da sempre sono atenei  working class di lavoratori, operai, immigrati, come Napoli, Federico”.  E d’altra parte è necessario leggere la importante dichiarazione di Anna Dolfi, esimia studiosa e docente universitaria e la sua fiducia sul sistema accademia.

Tra gli amici più cari conto Lino Pertile, studioso emerito e docente ad Harward, con il quale ho scambiato una lunga telefonata. Mi ha ribadito con molti seri argomenti che queste notizie se non sono proprio fake news rispondono a precisi momenti politici nella lotta che oppone Repubblicani e Democratici, ovvero il duo Trump-Biden.

Quindi, probabilmente, anche in Italia – e si veda la recente notizia di lasciare a casa gli studenti mussulmani in una scuola piemontese a Pioltello affinché possano celebrare il Ramadan, chiaramente esposta nel Corriere del 20 marzo in cui si legge la ‘fremente’ risposta di Ignazio La Russa.

Tuttavia, avere impedito a Molinari di parlare alla Federico II e, a mio avviso ancor più grave segnale, la contestazione a David Parenzo di entrare nella Sapienza romana viene con grande intelligenza commentato da Aldo Cazzullo sul Corriere del 19 marzo.

In questo momento questa notizia viene se non abbandonata, passata in seconda linea dalla terribile strage nel teatro di Mosca.

Resta da aggiungere una notizia che dovrebbe por fine alle più brutte illazioni e che riporto:

“Una lettera aperta al Presidente del Consiglio e al Ministro per l’Università e la Ricerca, promossa dall’Associazione Setteottobre e firmata a oggi da oltre 130 universitari, esprime un gravissimo allarme per gli episodi di antisemitismo che costellano, dal 7 ottobre in poi, la vita delle università italiane.

Dopo la parola negata a due giornalisti ebrei, alla Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli, la decisione dell’Università di Torino di non partecipare al bando di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani, a seguito dell’irruzione squadrista di un manipolo di studenti durante la seduta del Senato accademico,

è l’ennesimo esempio di una deriva antisemita e antisraeliana, che mina la libertà della vita accademica, la sicurezza di studenti e docenti di origine ebraica, il libero e corretto svolgimento delle attività scientifiche e di ricerca”, dichiara il presidente di Setteottobre, Stefano Parisi.

Se si dovesse commentare questo fatto e porlo a confronto con altre notizie verrebbe spontanea la perplessità di chi scrive, poiché ciò che interessa di più sembra ancora rivolgersi ai fatti della famiglia reale inglese o al divorzio degli innominabili Fedez-Ferragni.

Purtroppo, così è ma “non mi pare”.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Parole e figure / Perdere la coda

Appena uscito in libreria, con Iperborea, “Una coda per Nisse” della svedese Eva Jacobson è un albo illustrato che, delicatamente, incanta, sorprende e diverte con le sue svolte inattese.

Nisse e Hasse devono andare a una festa, ma all’improvviso a Nisse manca la coda. Come ha fatto a perderla? Dov’è finita? Cerca, cerca, non si trova da nessuna parte. Ci si arrampica sugli alberi, si cerca in mezzo al prato, ma nulla.

Bisognerà andare dal dottore. Forse lui potrà risolvere. “A Nisse è caduta la coda, gliene serve una nuova”, dice Hasse al dottore. “Lei che code ha?”. Il dottore non ha proprio nessuna coda, ma forse può trovare qualcos’altro, un’idea brillante gli dovrà pur balenare nella sua intelligenza magnanima e sopraffina… Della corda, un calzino? Nisse sceglie allora una cravatta, quella che ci si mette per essere eleganti, e il dottore gliela attacca per bene al posto della coda perduta. È o non è un bravo chirurgo?

Ma ecco che dietro ad un folto albero spunta una maialina color rosa pastello, ha trovato lei la coda, ora è sua, non se ne vuole certo separare. Non molla. Le piace troppo quella coda, ma, alla fine, capisce che deve restituirla. In cambio di una bella cravatta!

Tutti alla festa allora!

Eva Jacobson ci porta nel suo mondo speciale in cui la fantasia incontra un sottile humour surreale, capace di conquistare i bambini come i lettori di ogni età. Con tinte delicate.

Eva Jacobson, laureata all’École Nationale Supérieure des Beaux­ Arts di Parigi, è pittrice e scultrice oltre che autrice di una serie di libri per bambini che hanno riscosso successo di pubblico e critica. Vive e lavora a Stoccolma.

Eva JACOBSON, Una coda per Nisse, traduzione di Giola Spairani, collana I Miniborei, Iperborea, Milano, 2024, 32 p.

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Tabucchiana. trent'anni dopo pereira, i libri e il mutamento del canone

TABUCCHIANA 1.
Trent’anni dopo Pereira, i libri e il mutamento del canone

TABUCCHIANA 1. Trent’anni dopo Pereira, i libri e il mutamento del canone

Ogni cultura elabora o fa proprio un canone, un insieme di autori e opere di riferimento che ne rispecchiano credenze e valori. I regimi dittatoriali li usano come strumento di propaganda e ogni allontanamento viene interpretato come un atto eversivo.

Quel che stupisce è che spesso alcuni tra i più fedeli osservatori del canone non si accorgono del gioco di potere che quest’ultimo sottende e vi aderiscono con una convinzione che ritengono, almeno in gran parte, libera e non condizionata.

È quanto accade almeno all’inizio a Pereira (l’indimenticabile protagonista di un romanzo di grande successo pubblicato da Feltrinelli esattamente trenta anni fa, nel gennaio 1994), che pensa che il Lisboa, il giornale per la cui pagina culturale lavora, sia apolitico e indipendente, e dovendosi confrontare per i suoi articoli con libri e scrittori, pur usando norme di elementare prudenza, che lo inducono a qualche autocensura, ritiene complessivamente di agire liberamente e nel rispetto di valori oggettivi.

Per questo hanno tanta importanza i libri che legge e che cambia, gli autori di cui parla e la funzione perturbante che provocheranno, nella rubrica Ricorrenze (i ‘coccodrilli’ in ricordo di grandi personalità), le scelte diverse e/o le letture sostanzialmente variate del giovane e ribelle Monteiro Rossi che, insinuandosi nei punti deboli della sua riflessione esistenziale (i quesiti sull’immortalità, una certa inquietudine che lo tormenta dopo la morte della moglie…), lo porteranno a rendersi conto della possibilità di interpretazioni alternative che si troverà gradualmente ad accettare.

Il passaggio, lento, sarà accompagnato da piccoli segnali che predispongono e ridestano il dubbio (l’accorgersi del clima mutato nel paese, della presenza di militari e bandiere, del silenzio dei giornali su gravi fatti di sangue…) e alimentano uno scontento all’inizio imprecisato, assieme a una delusione che si fa sempre più forte.

Per altro la teoria della “confederazione delle anime”, la possibilità che nella nostra vita possano succedersi diversi io egemoni differenziati l’uno dall’altro, propostagli dal dott. Cardoso (che, da cardiologo e dietologo qual è, avvia una cura che non è solo del corpo), dà un suggestivo tocco filosofico alla metamorfosi che lentamente il personaggio sperimenta dentro di sé.

Pereira cambia con l’apparizione nella sua vita di Monteiro Rossi (che l’anziano giornalista finirà per sentire come una sorta di alter ego: i romanzi di Tabucchi sono sempre pieni di doppi…), ma anche per quanto muovono in lui i colloqui con Padre António, con Ingeborg Delgado, con il cameriere del caffè, con il medico… Cambia venendo a contatto con le letture e convinzioni dei suoi interlocutori e con i loro libri, compresi tra questi perfino quelli… del suo stesso autore.

Se infatti l’“ipotesi” di médecins-philosophes come Binet e Ribot, sostenitori della possibilità psicologica del cambiamento, è messa sulle labbra del dottor Cardoso, anche i “sentieri che si biforcano” di Borges, le immagini che mutano e si perdono nella vita e sulle fotografie (come l’amica Susan Sontag gli aveva insegnato), l’autopsicografia di Pessoa e dei suoi eteronimi, qui appena accennati, e che tanto hanno contato per Tabucchi, alimentano in modo sotterraneo il percorso di crescita, di tardiva educazione morale, politica, esistenziale di Pereira, che comincerà a confrontarsi davvero con la cultura europea – così lontana dall’asfittico e nazionalista Portogallo di Salazar – fino a inserire nella sua finale testimonianza autori eterodossi e libri (sia pur di altri tempi) che inneggiano alla libertà.

Antonio Tabucchi nel 2010 a Stoccolma (©anna dolfi)

Sostiene Pereira (uno dei romanzi più apparentemente facili e godibili di fine Novecento) è ricco di nomi di filosofi che appartengono a culture e progettualità politiche diverse (Vico, Hegel, Feuerbach, Marx…), di scrittori soprattutto francesi che propongono alternative interpretazioni della realtà (Claudel, Mauriac, Bernanos…), di vittime/poeti interdetti (García Lorca), di portoghesi teorici della molteplicità (Pessoa), di italiani di cui si può parlare diversamente (D’Annunzio, Marinetti…), di ‘oggetti’ di necrologi da lui scelti (T. E. Lawrence, Rilke) o affidati al giovane Monteiro (Majakovskij…) rifiutati e poi accettati, se non nella forma certo nella sostanza (Marinetti…).

Soprattutto sono significativi gli autori a cui Pereira dedica le sue ultime traduzioni: Maupassant, Balzac (con Honorine, uno splendido racconto secondario sul pentimento), Daudet (con il primo, vibrante, dei sui Contes du lundi)…

Conteranno questi libri insieme alle letture di un’ebrea tedesca costretta a fuggire, alle opinioni degli scrittori, alla loro figura morale (lo scontento di Mann emigrato negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo, le denunce di Bernanos contro il clero spagnolo in Les Grands Cimetières sous la lune).

L’autorità del nome combinata all’eticità, in contrapposizione alla prevedibile acquiescenza al canone stabilito, condizionerà, alla pari di quel che comincia a vedere anche grazie alle confidenze del barman del Caffè Orquídea, necessariamente esterofile, ai frammenti di conversazione carpiti nei locali pubblici…, la presa di coscienza di Pereira.

È progressivo il suo fastidio per un modo di vivere privo di varietà, di fantasia, si tratti di politica, di idee, di alimentazione. Scoprire il mondo equivarrà a educarsi alla libertà, a imparare a leggere in chiave autobiografica la grande letteratura, sì da fare di un romanzo breve sul pentimento l’occasione per un’esperienza ‘saudosa’ che può avviare il lavoro del lutto.

Pereira intuisce che si può cominciare a parlare per interposta persona (ad esempio traducendo La dernière classe di Daudet, che con una subitanea partenza per sfuggire all’oppressione e un finale grido d’amore per il proprio paese occupato anticipa la conclusione di Sostiene Pereira), e che, a dispetto di ogni nostalgia, l’invito ad andarsene, a non essere complici, può diventare realtà.

La crescita di Pereira, la liquidazione del suo primo, acquiescente super-io stanno compiendosi ancora prima della morte del suo giovane ospite, quando comincia a trovare noiose le novelle di Camilo Castelo Branco, preferendo il Journal d’un curé de campagne, “serio, etico, che tratta di problemi fondamentali, un libro che avrebbe fatto bene alla coscienza dei lettori”; quando trova inaccettabile scrivere su Camões nella giornata della celebrazione della razza, quando comincia a eliminare il cibo zuccherato e ripetitivo che era diventato una sorta di compensazione alla frustrazione.

Quando si accorge che la vita nella quale si era sempre visto non gli basta più e affida a una testimonianza, a pagine scritte (in definitiva ad un libro: quello che stiamo leggendo), un messaggio destinato a raggiungere, tra noi, tutti quelli a cui una vita non basta.

Nella cover: Tabucchi a Stoccolma nel 2010 (© Anna Dolfi)

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Storie in pellicola / Il mondo dell’uomo in crisi, cambi di prospettiva

Mondi diversi, cambi di prospettive. I due cortometraggi di oggi, “Affendomino” e “Space Woman”, vi portano in altri spazi.

Il mondo costruito dall’uomo, fatto di grattacieli, cemento e investimenti gonfiati, è sempre più fragile. Cosa succederebbe se anche una sola scimmia in uno zoo si ribellasse e tutto ciò che l’uomo ha costruito improvvisamente crollasse, come un domino?

Ulf Grenzer prova a raccontarvelo con il cortometraggio animato, di quattro minuti, “Affendomino”, le vicende di una scimmia che si abbandona al ricordo della sua vita nella giungla. Che bello era saltare fra gli alberi e mangiare banane…

Allo zoo questa simpatica scimmia incontra un uomo con sua figlia: lui lavora, sempre, l’orecchio incollato al cellulare, i grafici dei profitti che sul suo computer salgono e scendono. Una telefonata lontana, un ordine impartito, una motosega in azione a un uomo con le cuffie, un albero che cade, e il grafico sale. Il disastro nella natura e il suo portafoglio cresce, il margine di guadagno sale. Un’affannosa continua corsa e il dollaro avanza. Poco tempo per dare attenzione alla figlioletta. Le ricchezze non possono aspettare, il tempo, in fondo, è danaro.

Mentre quell’uomo d’affari bieco e senza scrupoli continua la sua corsa all’oro e all’abisso, l’Orangutan e la bambina si divertono insieme. Una serie di casuali eventi cambierà per sempre la sua vita in gabbia. Sarà lui a prendere in mano il cellulare e a dare altro ordine confuso. Palazzo che crollano. Effetto domino. La prospettiva cambia. Fantastico.

La prospettiva può cambiare anche per una simpatica signora che sta per andare in pensione: 64 anni e congedo dalla professione di insegnante.

È la storia di Maha (interpretata da Maha Abas, la madre del regista) in “Space Woman”, del libanese Hadi Moussally, la storia di una donna come tante, divorziata, rimasta sola. I figli sono partiti da tempo, sono all’estero e li vede poco, e lei si ritrova di fronte alla solitudine, la realtà cui la pensione la mette davanti. Sulle note di “Hypercube” di Loopstache, Maha sogna e si diverte. E ci coinvolge nella sua simpatica e allegra follia. Non ha forse sempre sognato di essere un’astronauta? E se si lasciasse a dare a questa meravigliosa promessa di evasione? Un racconto delicato e ironico, tenero e divertente. Perché, a volte, basta davvero poco per cambiare prospettiva.

I corti saranno presentati allo European Projects Festival di Ferrara nell’ambito della rassegna selezionati dal Ferrara Film Corto Festival (FFCF), dal 4 al 6 aprile.

Lo stesso giorno/25 marzo: Giornata mondiale in memoria delle vittime della schiavitù

Tra i vari fatti accaduti in un 25 marzo della nostra storia, va per primo ricordato subito che oggi si celebra il “Dantedì”, una intera giornata dedicata al sommo poeta.

Che Dante sia importante per la nostra cultura è indubbio. Che lo si debba celebrare in un apposito giorno, il 25 marzo, data di inizio del suo cammino onirico, francamente potevamo anche risparmiarcelo. Ogni giorno del calendario si sta riempiendo di “date-day” o “date-dì” per celebrare, ricordare, memorizzare un evento, un nome, insomma “qualcosa o qualcuno”.

Dante a me piace finché sta all’inferno. Dopo è noia e pesantezza che ogni studente deve seguire, pena la bocciatura. Istituita nel 2020, questa speciale giornata ha piazzato un enorme macigno a schiacciare ogni altro evento. Preferisco soffermarmi su un altro avvenimento, meno ricordato ma molto più attuale e per questo forse meno interessante per il nostro Ministero della Cultura.

Oggi 25 marzo è la Giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù e del commercio degli schiavi transatlantici, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Oltre a non essere tristemente ricordato da nessuno, questo giorno della memoria è da attualizzare più che mai. Per oltre 400 anni, più di 15 milioni di uomini, donne e bambini sono stati vittime del tragico commercio transatlantico di schiavi. Ed essendo “transatlantico”, per qualcuno forse a noi non dovrebbe interessare: “che c’entriamo noi con gli schiavi africani e gli americani?”.

C’entriamo eccome. Quattrocento anni fa gli schiavi li andavano a prendere proprio in Africa, continente che ancora oggi “esporta” schiavitù verso altri continenti. Gli schiavi “per fame” che attraversano deserti, soffrono rinchiusi in prigioni a due passi dal mare, da quel mare che potrebbe portarli in salvo, chi sono?
Se per ogni evento storico decidiamo di tirare una riga, uno spazio dove da lì in poi è tutto nuovo, fresco, bianco, pulito, non serve a nulla. La storia non ha limiti così netti e la schiavitù, la tratta di esseri umani, ne è un chiaro esempio. Oggi come allora, il continente africano continua ad essere una sorta di “supermercato” a basso costo, per materie prime, controllo di risorse, mercato delle armi e schiavi.

Ecco che allora, se volete, possiamo chiudere il cerchio tra Dante e la tratta di schiavi: un “lasciate ogni speranza o voi che entrate” sembra tragicamente attuale.

 

Photo cover: Encyclopedia Virginia: The landing of the first Negroes

Paura dell’intelligenza artificiale o paura del progresso tecnologico?
Vince chi accetta la sfida.

Paura dell’intelligenza artificiale o paura del progresso tecnologico?

 

Nicola Gemignani è il titolare di NeXus, azienda che sviluppa siti internet, grafica e organizzazione di eventi. E’ anche un collaboratore di Periscopio, ma il cotè esplorato con questa chiacchierata è quello del musicista-non musicista. Attraverso app di intelligenza artificiale, Nicola ha creato una rock band integralmente virtuale, i Nocturune. No, non sono come i Gorillaz: lì almeno uno (Damon Albarn) è un essere umano e suona. I Nocturune sono completamente virtuali. Potete ascoltarli qui.

 

 

P: Nicola, puoi spiegare in parole semplici come fai a generare musica così “strutturata” (parliamo di brani completi di cantato, suonato, arrangiamenti e produzione) utilizzando esclusivamente l’AI?

NG: le applicazioni di Intelligenza Artificiale sono dei programmi che si possono usare con un computer o un cellulare, o tablet.
Per generare musica “strutturata” esistono molte strade, ma è essenziale avere delle conoscenze di informatica, di musica e di produzione musicale. Bisogna saper scegliere quali comandi dare (in gergo “prompt”, ndr). Si passa da semplici applicazioni che richiedono “solo” indicazioni sullo stile musicale (esempio: “rock” o “pop con strumenti che richiamano al metal”), fino a quelle che richiedono l’inserimento del testo, delle basi musicali, delle note o di veri comandi di programmazione, di informatica.
A seconda delle competenze che uno ha, può essere più utile passare prima da un AI che genera le liriche e lascia alla “macchina” la creazione della musica o viceversa. Personalmente i testi delle canzoni sono la parte più impegnativa. Nel generare una canzone con l’AI non si può non passare attraverso il proprio gusto, la propria esperienza culturale. Chi ascolta solo canzoni impegnate, per esempio alla Guccini, cercherà di generare canzoni simili.
ChatGPT è forse la più famosa applicazione AI in grado di scrivere qualsiasi cosa: da testi di canzoni a monologhi teatrali. Tutto è però tendenzialmente freddo, banale. Del resto il risultato deve “convincere” più persone possibili. E’ per questo che, accanto ad applicazioni “generaliste” come ChatGPT, se ne sono sviluppate altre sempre più specifiche per ogni progetto, tra cui alcune per generare testi di canzoni. In sostanza allo stato attuale si passa attraverso diverse soluzioni per ottenere un risultato abbastanza buono. L’ultimo step è poi quello della produzione musicale. AI può fare anche questo lavoro: migliorare la voce, il suono, la qualità, aggiungere effetti e strumenti. Si carica la canzone generata all’interno di un’altra applicazione specifica, si clicca su “ottimizza” e lei fa il resto. Non pensate che sia una passeggiata: bisogna comunque investire ore di lavoro per ottenere un buon risultato.
Le persone devono iniziare a comprendere la differenza tra un prodotto interamente “generato” dall’AI ed uno dietro il quale esiste un lavoro “umano”, fatto di ore al computer e in sala prove.

P:Almeno in campo musicale, l’avvento della AI può essere paragonato alla stagione dei sintetizzatori, con possibilità forse ancora maggiori?

NG: direi di si. I sintetizzatori hanno rivoluzionato la musica e ancora oggi sono degli strumenti incredibili. Ed esistono già applicazioni AI che ne simulano il lavoro. E’ una evoluzione che deve essere, più che “domata”, come vorrebbe qualcuno, capita, gestita e sviluppata nel modo corretto.

P: cosa rispondi a chi evoca il pericolo della sostituzione della creatività umana con qualcosa di completamente artificiale che soppianta l’essere umano?

NG: questo timore è giustificato dalle poche informazioni che si hanno e, mi permetto, dal non saper nulla della storia dell’informatica e dello sviluppo tecnologico. Usiamo il correttore automatico su Word, anche questa è da un certo punto di vista una AI: ci dice che la nostra grammatica è sbagliata e ci permette di correggerla. Oppure il traduttore automatico o anche le macchine fotografiche automatiche digitali. Insomma: l’AI ci circonda da sempre, fin dal primo calcolatore. Sta a noi, ripeto, sapere usare queste tecnologie e comprendere che possono essere un aiuto più che valido. I giovani hanno tempo e modo di adattarsi e comprendere cosa fare dell’AI e, ovviamente, anche decidere la direzione verso cui portarla. Come NeXus, non siamo per esempio dell’idea che sia giusto imporre per legge un “cartellino” alle produzioni musicali o artistiche in genere, specificando se fatte con AI o senza. In mezzo ci sta un vero e proprio oceano di variazioni sul tema, che non può essere etichettato per legge.

P: ci racconti qualcosa della tua impresa?

NG: Nexus multimedia è una piccola realtà con sede a Carrara (MS) e che nel tempo si è spostata a Venezia e poi a Ferrara. E’ nata principalmente per lo sviluppo di siti internet, grafica e organizzazione di eventi. In sostanza abbiamo messo dentro ad un’unica realtà tutte le nostre passioni.
Il nome nasce da un programma radiofonico che andava in onda su Radio Base Popolare Network di Mestre, ormai 20 anni fa. Si occupava di notizie di informatica generale alternata a musica, quella “vera”, direbbe qualcuno. La passione per la tecnologia e le novità ci ha spinto ad approfondire gli applicativi AI, ora più alla portata di chiunque voglia anche solo testarli.

 

Photo cover: i Nocturune

Per certi versi /
Futuro

FUTURO

Hanno fatto
Le barricate
Pure gli angeli
Per i bambini
Dentro le miniere
A bagno
Nei veleni
Per le nostre
Batterie green
Le mie mani
Rigide
Guardano
L’aggeggio
Vedono di là
Dalle barricate
Le stragi
Del futuro

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.

Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Il successo di NBA JAM, il videogioco che penalizza i Chicago Bulls

A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, NBA JAM è tutt’oggi uno dei videogiochi sportivi più apprezzati dal pubblico statunitense: in tre decadi è passato dalla popolarissima versione arcade di inizio anni ’90 all’attuale gioco per smartphone, attraversando con successo almeno tre generazioni di console.

Il gioco è piuttosto semplice: si sceglie una delle 30 squadre NBA e si sfida il computer o l’avversario in un classico “due contro due”. Ogni squadra, infatti, ha a disposizione soltanto i due giocatori più rappresentativi. Ciò che caratterizza NBA JAM è da sempre l’esagerata e irrealistica spettacolarità delle giocate, che, sulla scia di picchiaduro quali Street Fighter o Mortal Kombat, dà la possibilità ai personaggi di effettuare le cosiddette combo o di aumentare la propria potenza attraverso una serie di mosse.

Tra l’altro, nel descrivere l’assurdità di quelle giocate, la voce narrante del telecronista Tim Kitzrow ha introdotto nel gergo sportivo statunitense delle espressioni che col tempo sono diventate di uso comune: da “he’s on fire!” a “razzle dazzle!”. Tutto ciò contribuì all’enorme successo che il videogioco ebbe negli anni ’90, inducendo la casa editrice Midway a replicare tale formula.

L’ideatore di NBA JAM si chiama Mark Turmell, ed è stato uno dei programmatori di punta della suddetta Midway per vent’anni (1989-2009), contribuendo poi al revival del suo videogioco presso EA Sports. Attualmente lavora per Zynga, società californiana che negli ultimi anni si è fatta notare per aver rilanciato il gioco FarmVille. Ebbene, di recente lo stesso Turmell ha confessato che la versione arcade di NBA JAM conteneva una specie di trucco [Qui].

Tifosissimo degli irriducibili Detroit Pistons di fine anni ‘80, Turmell non vedeva di buon occhio la squadra che all’epoca stava per spodestare i Pistons, ossia i Chicago Bulls di Michael Jordan. Infatti, a partire dal 1991 il dominio della squadra del Michigan – finalista nell’88, campione nell’89 e nel ’90 – lasciò spazio all’ascesa dei Bulls. Così, in NBA JAM Turmell inserì un codice in grado di alterare l’esito delle gare tra Bulls e Pistons: un eventuale buzzer beater dei Bulls, cioè il canestro che decide l’incontro allo scadere, aveva lo 0% di successo.

Insomma, seppur minima e virtuale, la ripicca del tifoso Mark Turmell dette comunque i suoi frutti: i giocatori più assidui di NBA JAM fiutarono l’inghippo e iniziarono a scegliere i Pistons al posto degli amatissimi Bulls di Jordan e Pippen.

Anna Zonari all’Acquedotto
“Bisogna far vivere questo spazio meraviglioso”

Anna Zonari all’Acquedotto: “Bisogna prendersi cura e far vivere questo
spazio meraviglioso”

Ieri mattina Anna Zonari, candidata sindaca per La Comune di Ferrara,
ha fatto un sopralluogo presso il parco dell’Acquedotto accompagnata da
alcune residenti e commercianti, raccogliendo osservazioni sulle
problematiche del quartiere.

“L’Acquedotto è uno spazio dall’enorme potenziale, non sfruttato negli
ultimi anni”, dichiara Zonari “anzi, è stato svuotato dalle numerose
iniziative – che qui erano nate e si svolgevano come loro spazio
naturale – e letteralmente ‘dimenticato’ da questa Giunta.
L’Acquedotto, che oggi rischia di diventare una nuova piazza di spaccio
e di ritrovo per i tossicodipendenti, è frequentato da famiglie con
bambine/i e ragazze/i residenti nel territorio e frequentanti le
numerose scuole circostanti.
È della scorsa settimana la notizia di un bambino che si è punto con una
siringa mentre giocava nel parco, e numerosi sono tutt’ora i
ritrovamenti di ‘rifiuti pericolosi’.
I parchi sicuri non li fanno i recinti.
Servono iniziative, sostegno ai commercianti e maggiore controllo, anche
utilizzando vigili di quartiere.
È urgente che tornino all’Acquedotto le grandi iniziative  – come Estate
Bambini, che qui era nata anche per la vicinanza dell’ottimo servizio
del Centro per le Famiglie “Isola del Tesoro” che proprio all’Acquedotto
ha sede – e che se ne programmino di nuove.
Il Quartiere Giardino, anche per la presenza dello stadio e per il fatto
che si trova fra la stazione e il centro, è il biglietto da visita della
nostra città. E come tale va curato.”

presto di mattina don Peppe diana

Presto di mattina /
Don Peppe Diana: «A me non importa sapere chi è Dio. Mi importa sapere da che parte sta»

Presto di mattina.  Don Peppe Diana: «A me non importa sapere chi è Dio. Mi importa sapere da che parte sta»

«A me non importa sapere chi è Dio. Mi importa sapere da che parte sta»
(don Peppe Diana).

Era il suo onomastico quel 19 marzo di trent’anni fa quando la camorra pretese di far tacere don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe, che insieme agli altri parroci della periferia aversana aveva scritto una lettera in risposta agli omicidi e alle stragi dei clan che stavano insanguinando il territorio.

Così, non un passo indietro, come il suo Cristo, ma un passo avanti, passò dalla parte di Dio, tra gli umiliati della vita fino alla fine, incarnando le parole del profeta Isaia: “Per amore del mio popolo non tacerò”.

Aveva 36 anni; erano le 7,30 di un sabato mattina mentre stava andando a celebrare messa. Fu ucciso da un killer della camorra con quattro colpi di pistola in volto, come il vescovo di El Savador Oscar Arnulfo Romero e don Pino Puglisi, anche lui parroco di periferia al Brancaccio, assassinato dalla mafia sei mesi prima di don Diana.

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà
(Iosif Brodskij, Poesie, 53).

…la notte
è ingombrante, questo, è vero,
ma non così smisurata da pensare che ricopra
entrambi gli emisferi
(ivi, 93).

Con don Beppe gli uomini della camorra non si accontentarono di assassinarlo, ma provarono anche a calunniarlo cercando di depistare le indagini.

Don Maurizio Patriciello, attuale parroco nel degradato Parco Verde di Caivano, impegnato anche lui contro la camorra e nella lotta per tutelare il territorio della Terra dei Fuochi inquinata dalle discariche industriali radioattive, ha scritto su Avvenire del 18 marzo 2024: «Immediatamente iniziano i depistaggi. “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà” disse qualcuno. Non aveva tutti i torti. La macchina del fango entra in azione alla velocità del lampo. Schizzi puzzolentissimi di sterco velenoso arrivano a sfiorare perfino coloro che della camorra hanno da sempre avuto orrore. I credenti si aggrappano al Vangelo: “Beati voi quando vi insulteranno… e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi, per causa mia…”. La verità, lentamente, inizia a farsi strada».

Strade: a ciascuno la sua

Il tentativo fallì perché Giuseppe Quadrano, autore materiale dell’omicidio, consegnatosi alla polizia, iniziò a collaborare con la giustizia. E il mandante Nunzio De Falco, ’o Lupo, morto nel 2022 appartenente al clan dei Casalesi, fu condannato all’ergastolo nel 2003.

«Certo, don Peppino non appartiene a quella schiera di santi comunemente intesi − continua don Patriciello − i suoi modi sono spicci, il linguaggio tagliente. Niente di affettato, in lui. Spigoloso, autentico. … Sa di vivere in terra di camorra. Tanti criminali li conosce di persona, abitano a quattro passi da casa sua. Sono suoi amici d’infanzia, di studi, di giovinezza. Strade. Ognuno deve percorrere la sua. Itinerari. Non si capisce tutto e subito. Il Signore ti porta per vie sconosciute. Gradualmente ti fa avanzare, facendoti innamorare del bene, in tutte le sue forme. La prepotenza sui deboli ti diventa insopportabile. Capisci che il tuo posto è stare accanto a loro, agli umiliati dalla vita…».

Preti e basta

«Non era facile, nei passati decenni, nel nostro amato Meridione, districarsi tra i meandri di una società agricola, povera, arretrata, trascurata dagli anni dell’Unità d’Italia, in balia dei ricchi proprietari terrieri. I mafiosi, i camorristi, gli ‘ndranghetisti, sono camaleonti. Si mimetizzano. Sono ipocriti e vigliacchi. Non attaccano gli uomini di Chiesa frontalmente, li circuiscono, li confondono, li ingannano. Scaltri come serpenti, vivono tra la gente cui succhiano il sangue. Prendono parte alle feste patronali, fanno benedire i loro morti e battezzare i figli.

S’inchinano davanti al vecchio parroco poco prima di correre a strangolare un uomo e scioglierlo nell’acido. La stessa società civile negli anni passati brancolava nel buio. … Prete antimafia, don Puglisi? Prete anticamorra, don Peppino? Macché. Preti. Preti e basta. Preti senza aggettivi. Martiri perché liberi. Si chiamano ambedue Giuseppe, i miei confratelli, come il silenzioso custode del piccolo Gesù. Ed essi, come il santo di cui portano il nome, si sono fatti sentinelle attente del popolo loro affidato».

«Per amore del mio popolo non tacerò»

Il testo della lettera del Natale 1991 è diventato il testamento spirituale di don Beppe, e pure il manifesto del suo impegno per la legalità. Invito a prendere coscienza, ad aprire gli occhi sulla realtà in cui si vive; un appello a ribellarsi alle ambiguità e ai compromessi, a ricercare la verità, la giustizia sociale attraverso un processo di liberazione facendo leva sull’amore per la propria terra. Un richiamo ad essere profeti e a denunciare con coraggio le situazioni di illegalità.

«Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà».

«La Camorra

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato».

«Precise responsabilità politiche

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale.

L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili».

«Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.

Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

«Non una conclusione: ma un annunzio

Appello

Le nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe.

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”».

(Forania di Casal di Principe [Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; Santuario di Maria S.ma di Briano])

Indifeso sotto la notte, solo una voce

Tutto quello che ho è una voce
che smuova la menzogna nascosta,
la menzogna romantica annidata nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la menzogna dell’Autorità
i cui palazzi palpano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste mai da solo;
la fame non consente scelta
al cittadino o alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.
Indifeso sotto la notte
il nostro mondo giace inebetito;
eppure, sparsi dappertutto,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma che afferma.
(W. H. Auden, Un altro tempo, Adelphi, 2013, 191).

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