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Il libro inchiesta di Martina Castigliani: “Libere. Il nostro NO ai matrimoni forzati”

Vite di carta. Libere. Il nostro NO ai matrimoni forzati. Il libro inchiesta di Martina Castigliani.

Fatima, Yasmine, Zoya, Khadija e X sono cinque giovani donne cresciute in Italia, ma originarie di Bangladesh, Afghanistan, Pakistan e India: sono libere in quanto hanno deciso di ribellarsi alle nozze imposte loro dalla famiglia e hanno scelto la fuga.

Sono le autrici del libro uscito nel 2022 per PaperFIRST, autrici che salgono a sei con Martina Castigliani, la giornalista del Fatto Quotidiano che le ha intervistate e prima di tutto ascoltate. Diventano sette con la illustratrice Elisabetta Ferrari, le cui immagini  sottolineano il pathos che ogni storia sprigiona, sia che ritraggano la silhouette della protagonista, sia che mostrino un oggetto che vale per lei come un amuleto: un albero in fiore, un tappeto ricamato, una bicicletta.

Il libro contiene altri sette contributi, sette voci non solo al femminile che da più punti di vista (in)formano chi legge sul fenomeno dei matrimoni forzati e sulle donne che ne sono vittime, donne migranti e di nuova generazione, ma non solo.

La introduzione di Martina Castigliani è già un pugno nello stomaco: le cinque ragazze dopo essere fuggite dal loro nucleo familiare devono viverne lontane e sotto falso nome; sono ancora oggi in pericolo, in quanto il loro rifiuto non è mai stato accettato.

Per ognuna di loro il racconto della propria storia ha comportato dunque dei rischi e ha rinnovato il dolore di una profonda lacerazione, eppure non hanno ceduto alle difficoltà di incontrarsi con lei per le interviste nemmeno a seguito della pandemia.

Hanno accettato che nel libro venissero oscurati dei  pezzi della loro identità e di vedere cancellati tanti dettagli che erano loro cari, ma che potevano farle riconoscere.

Perché tutto questo, allora. La giornalista riporta la frase che tutte hanno pronunciato alla fine degli incontri: “Per le altre, perché devono sapere che si può fare”.

Anche per noi che leggiamo: sappiamo infatti molto poco sul tema ancora oggi dimenticato dei matrimoni forzati. Probabilmente non andiamo più in là di qualche caso di cronaca nera, come quello di Saman, la diciottenne di origini pakistane uccisa a Novellara nell’aprile del 2021. Uccisa dalla famiglia per aver rifiutato le nozze forzate con un cugino e avere infangato con ciò l’onore e la dignità di suo padre.

Nel libro tra i capitoli in calce alle interviste ne troviamo uno, utilissimo, che raccoglie Le storie sparite dalle cronache: si comincia con Basma Afzaal, scomparsa a Padova nel 2022, e si va all’indietro nel tempo fino ai casi italiani: quello più noto di Franca Viola del 1965 e quello di Maria Rosa Vitale, la minorenne di Cinisi che, dopo la violenza subita nel 1939, ha rifiutato le nozze riparatrici e col sostegno del padre ha denunciato lo stupratore.

Le lotte per i diritti in Italia proprio “da Franca Viola a noi” vengono ripercorse nel suo contributo da Angela Maria Bottari: lei, che è stata la promotrice  della prima legge contro la violenza sessuale, rimarca quanti anni di impegno fuori e dentro il Parlamento ci siano voluti per approdare alla legge del 1996, una vittoria civile che riconosce la violenza sessuale “come reato contro la persona e non più sminuito a reato contro la morale pubblica e il buon costume”.

L’inchiesta di Martina Castigliani punta anche sulle associazioni e sugli enti (pochi) che in Italia si occupano del problema e combattono contro l’indifferenza. Prima di tutte su Trama di terre, la associazione a cui sarà donata una parte dei proventi derivati dalla vendita del libro.

Fondata a Imola nel 1997 da Tiziana Dal Pra, “la prima a rompere il silenzio”, come recita il titolo del capitolo a lei dedicato, Trama di terre accoglie donne native e migranti in cerca di un rifugio in uno spazio ben allestito e le sostiene nel loro percorso verso l’emancipazione “cercando di smontare paure e pregiudizi”.

“Una ragazza che dice No alle nozze forzate lo fa perché non ha voglia di sposare chi le hanno scelto. O perché vuole sposarsi a quarant’anni. O disubbidire. Non perché vuole imitare la cultura occidentale. Perché è una persona, ha diritto di dire di No… Vive una costrizione talmente forte in famiglia e negli schemi sociali del suo Paese che quando può fare il confronto con un’altra realtà le scatta il meccanismo della scelta.”

Tiziana Dal Pra non crede che il punto sia rispettare le norme sociali delle società di provenienza, ritiene anzi che i termini del discorso vadano invertiti: ogni giovane donna ha diritto alle regole sociali del Paese in cui si è trasferita, e va accompagnata nella scelta che fa.

Le cinque storie raccontate nel libro mostrano i rischi a cui ogni ragazza è andata incontro quando ha voluto distogliersi dal controllo familiare. Rischi di punizioni corporali e psicologiche inflitte da entrambi i genitori, in qualche caso perfino minacce di morte.

Il padre di Yasmine arriva per due volte a puntarle contro un coltello, le dice “sei la vergogna della nostra famiglia”. Zoya subisce da parte della madre un controllo continuo e soffocante, perfino sulla sua verginità. Khadija vive reclusa in casa, picchiata regolarmente dal marito e dal cognato, anche quando è incinta; la sua colpa è di essere una donna istruita che va “rieducata” a essere sottomessa.

La salvezza per lei viene dall’intervento della polizia, chiamata da una vicina. In altri casi è un’insegnante a dare conforto, un’amica, una poliziotta. In seguito all’intervento delle forze dell’ordine le ragazze sono condotte a molti chilometri dalla loro casa e ospitate in strutture idonee.

Fatima, che è scappata nel giorno della laurea, ora fa il lavoro dei suoi sogni, è interprete e “aiuta le persone a comunicare”. Sente nostalgia per la famiglia, ma tira diritto per la sua strada, appagata dalla propria indipendenza anche economica.

Soltanto X dopo l’esperienza della fuga è rientrata in famiglia, col tempo le ha pesato troppo il pensiero di avere abbandonato la sorella più piccola. Dice “Per questo sono tornata: io voglio restare e rompere le tradizioni alla luce del sole”.

X è l’unica a essere critica verso gli italiani e la classe politica: “Ogni giorno aspetto dei segnali di apertura in casa mia. Ogni giorno aspetto dei segnali di apertura dai politici: noi siamo italiane, nate e cresciute qua. Siamo stanche di essere dimenticate, stanche di essere considerate straniere e stanche che voi giustifichiate le condotte dei nostri genitori dicendo “è la loro tradizione”. La tradizione che non rispetta i diritti va cambiata e io voglio cambiarla”.

Libere è un libro che sta circolando in alcune scuole: è un segnale piccolo, perché affidato alla iniziativa di singoli docenti, in assenza di un programma nazionale di prevenzione sul tema trattato. Tuttavia è un buon segnale.

Voglio concludere con una frase tratta dalla Postfazione di Cinzia Monteverdi, presidente della Fondazione il Fatto Quotidiano, e voglio immaginare di leggerla nella traccia di un elaborato di tipologia B (Analisi e produzione di un testo argomentativo) al prossimo Esame di Stato:

Il menefreghismo, quello che la nostra epoca consumistica ci ha insegnato, sta facendo il suo tempo... Speriamo…che dalle macerie dell’epoca nostra ne rinasca un’altra dove prevalga il pensiero che se sto bene io ma il mio vicino di casa muore di fame o è vittima di violenza, non posso voltarmi dall’altra parte“.

Nota bibliografica:
Martina Castigliani, Libere. Il nostro NO ai matrimoni forzati,  PaperFIRST, 2022.

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Parole e figure /
È arrivato un bastimento carico di… San Valentino

Ah, l’Amore!!! Domani è San Valentino. A voi una piccola carrellata di delicati e romantici albi illustrati, da regalare e da regalarsi. Buona lettura

Quando abbiamo chiesto alla casa editrice Kite di segnalarci alcuni volumi per un suggerimento ai nostri affezionati e fedeli lettori, in occasione della festa di San Valentino, Giulia, sempre pronta e disponibile, ce ne ha presentati vari. Tutti belli, bellissimi ma per ragioni di spazio, a malincuore, ne abbiamo dovuti selezionare quattro. Anche se, crediamo proprio, che ne presenteremo altri più avanti: d’altra parte le uova sono buone anche dopo Pasqua… (e le sorprese non finiscono mai).

Bisogna sapere aspettare e saper capire e accettare il perché di ciò che ci accade, il filo conduttore di questo albi. Perché nulla accade per caso. Il caso, poi, il bello della vita.

Il primo è “Quando un elefante si innamora”, di Davide Calì e Alice Lotti (2014, 32 p.), la storia di un elefante innamorato e molto timido che fa di tutto per attirare l’attenzione della sua amata. Si nasconde quando l’amata passa, dietro un albero (come se bastasse). Decide di seguire alcune regole base, quelle che tutti gli innamorati prima o poi decidono di seguire: si mette a dieta (anche se di notte, qualche volta, si alza per finire la cheesecake, il caro frigo, d’altronde, attende), si veste elegante (fra mille indecisioni), scrive delle lunghe lettere d’amore, guarda le nuvole pensieroso e lascia fiori alla sua porta (scappa subito dopo aver suonato il campanello). Ah, se almeno lei sapesse che esiste. Malgrado tutte queste attenzioni lei non sembra notarlo…. Tuttavia…

Dall’elefante all’uccellino. “Rosso come l’amore” di Valentina Mai (2018, 32 p.) è magnifico: dalla casa editrice ci dicono che glielo lo ordinano a colpi di cinquanta copie come bomboniera per i matrimoni. In queste pagine Rosso è un uccellino paffutello che vorrebbe trovare l’amore, lo ha sempre solo atteso, vedendolo però ovunque, ma l’impresa si dimostra molto più ardua di ciò che avrebbe creduto, perché quelli che gli paiono suoi simili, sono, in realtà, altre cose: un semaforo, un sole, una sua immagine nello specchio. Quando, sconsolato dalle sue mille avventure mai a lieto fine, comincia a dubitare che l’amore esista o che lui lo possa trovare, eccolo che invece arriva… Mai disperare, saper attendere oltre che vedere e capire, guardandosi dentro. Sempre. Non solo in amore.

 

C’è poi “Un giorno senza un perché”, di Davide Calì e Monica Barengo (2014, 32 p.) un evergreen sempre attuale e molto ironico. Nella vita succedono cose spesso inspiegabili. Come un regalo inaspettato, una sorpresa imprevista, un evento che destabilizza l’ordine delle cose e ci mette a soqquadro. Questo è ciò che accade al nostro protagonista, a cui una mattina spuntano improvvisamente sulle spalle un paio d’ali. Superato l’immediato sgomento, si arrovella interrogandosi (e interrogando chiunque gli capiti a tiro), sul motivo di questa trasformazione, ma nessuno sa fornirgli una spiegazione plausibile, accettabile, unica. Il dottore non ha mai visto nulla di simile e non esiste certo uno sciroppo… Nessun cugino o parente lontano che le abbia mai avute.

Per la vicina di casa è colpa dell’inquinamento, il custode propone di tagliargliele, il capo ufficio sbotta che non fanno parte dell’abbigliamento adatto a un impiegato.

C’è chi considera quelle ali un dono (magari, avercele, le ali) e chi un accessorio inutile, chi le reputa inadeguate e fuori luogo, chi pensa che ogni cosa abbia un perché. E in effetti, l’incontro giusto darà un senso a tutto. Anche qui, basta capire e sapere aspettare.

E, last but not least, “Il catalogo dei giorni”, di Luca Tortolini e Daniela Tieni (2017, 32 p.), poetico e intenso, un monologo alla Jacques Prévert (conoscete le sue “Paroles?”).

Una storia sul significato dello scorrere della vita, qualunque esso sia.

La nostra vita è fatta di giorni. Giorni in cui si aspetta una risposta o un risultato medico, semplicemente l’arrivo dell’autobus. Momenti cui si affidano decisioni importanti, occasioni per dire una o due parole o per non pronunciarne alcuna. Giorni cui si affidano i ricordi, tempo donato e da donare. Perché il più grande regalo a chi si ama è donargli tempo. Giorni che non si vogliono perdere. Giorni freddi in cui nulla scalda, giorni che hanno sogni di una precisione sconcertante, giorni da ferito, giorni in cui si fa una cosa ma se ne vorrebbe fare un’altra, in cui si sbaglia e pare grave, in cui ci si arrabbia e si vuole fare la guerra, incendiare e distruggere. Giorni in cui non si smette mai di fare, perché bisogna continuare, non fermarsi, non arrendersi, proseguire il viaggio, (ri)cominciare.

Ci sono giorni in cui dici addio, non voglio vederti mai più, giorni in cui ti penti di quello che hai detto o pensato, e ti rivedi. Giorni in cui dici ci rivediamo e non ci si rivede più.

Giorni, giorni che passano. Siano essi lieti, tristi, tormentati, perduti, colmi d’amore o rabbia, tumultuosi o anche stupidi o noiosi. E poi ci sono i giorni dell’amore.

Spesso andiamo veloci attendendo un altro giorno e un altro ancora. Ma il tempo vola, scappa, non ritorna e non dobbiamo avere fretta. Ogni giorno ha il suo valore, il suo perché. Soprattutto se c’è amore.

Guerritore e Vado al Teatro Comunale Abbado con “Ginger e Fred”

Dal 12 al 14 febbraio va in scena al Teatro Comunale di Ferrara lo spettacolo di e con Monica Guerritore, “Ginger & Fred”. L’amara rappresentazione della volgarità di televisione e pubblicità, che, nel 1986, Federico Fellini portò sul grande schermo con Giulietta Masina e Marcello Mastroianni.

Che a Federico Fellini non piacesse la televisione né, soprattutto, la sua pubblicità, non è un mistero. Nelle lunghe battaglie contro “Sua Emittenza”, Silvio Berlusconi, non aveva mai spesso di ripetere che “non si interrompe un’emozione”. Come dargli torto.

È il maggio del 1985 e la Repubblica dà notizia della denuncia da parte del regista nei confronti del broadcaster milanese. Il regista sostiene, nel ricorso all’autorità giudiziaria, “che gli inserti pubblicitari nelle opere cinematografiche violano le norme che tutelano il diritto d’autore e portano ad una deformazione del prodotto con grave lesione della qualità artistica del film e quindi della reputazione professionale dell’autore”. Qualche anno prima Franco Zeffirelli aveva citato l’ancora proprietario di Italia 1 Edilio Rusconi, in seguito alla messa in onda del suo “Romeo e Giulietta” interrotto da ben 18 pause pubblicitarie. Altri tempi, tempi andati. Ci penserà la legge Mammì, nel 1990, a non dargli ragione.

Seguirà una lunga lettera di Fellini pubblicata da l’Europeo, a fine 1985, in cui sosterrà di essere “estraneo alla televisione. Non mi attrae, non desta la mia curiosità. La televisione è soltanto un mezzo di distribuzione che, sì, può trasmettere anche film, ma restringendoli, mortificandoli, deformandoli, riducendoli a cartoline, e tutt’al più dando allo spettatore raggiunto nella sua casa un compiaciuto sentimento, un po’ losco, di voyeurismo a buon mercato […] Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua ad un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell’attività mentale, a tante piccole ischemie dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni, e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato […], vecchi film continuamente interrotti da soffritti sfrigolanti, cascate di ragù e ascelle irrorate da spray deodoranti”.

Una lettera forse programmata per anticipare di un mese l’uscita di “Ginger e Fred”, surreale racconto di due attempati ballerini sul viale del tramonto, riuniti un’ultima volta davanti alla potenza delle telecamere di un volgare network televisivo privato. Il riferimento è chiaro per comprendere contro chi si punti il dito: nel film ad aleggiare sul destino catodico dei due malconci ballerini, Amelia e Pippo, è tale Cavaliere Fulvio Lombardoni…

Dal film alle scene, Monica Guerritore porta sul palco del Teatro Comunale l’adattamento della storia dei due ballerini, che, separati dalla vita, si ritrovano, dopo molti anni, grazie a uno show televisivo natalizio che propone al pubblico le vecchie glorie.

Ci sono tutti i grandi temi: la vecchiaia, un mondo degenerato e divenuto ormai incomprensibile, un passato di entusiasmi perduti, uno spettacolo che non esiste più, la delusione, i dolori dell’esistenza. Anche in una realtà grottesca, tuttavia, rimangono la tenerezza, l’entusiasmo infantile, la fede, l’ottimismo, la dignità e il pudore.

Siamo alla Vigilia di Natale e, nel piazzale deserto, entra in scena un gruppo di personaggi strani e spaesati.

Sullo sfondo la vetrata di un albergo e l’insegna luminosa di una discoteca anni ‘80, qualche lampadina colorata ricorda una festa che è finita. I protagonisti, ospiti dello show, sono emozionati per la serata che li porterà sotto le luci dei riflettori.

Quello che non sanno è che, derubricati alla voce “materiale di varia umanità”, sono necessari a mandare avanti l’ingranaggio spietato della televisione commerciale, riempiendo i buchi tra una pubblicità e l’altra.

Nella notte, e poi in sala trucco, prima che il teatro stesso, pubblico compreso, diventi lo studio dello show e il Presentatore, come il Domatore di un circo, li faccia entrare come bestie ammaestrate, questa piccola umanità fatta di personaggi bizzarri, pavidi e coraggiosi, si imporrà intenerendo il pubblico per la realtà delle loro vite fatte di solitudine, piccole ambizioni e basse aspirazioni, menzogne e confessioni improvvise, nell’esaltazione di un giorno “straordinario”.

Amelia e Pippo, Ginger e Fred, sono tra questi personaggi, ma per loro è diverso: era il loro talento a essere ammirato, a brillare sotto le luci dei riflettori, prima che Ginger rinunciasse lasciando Fred solo e spaesato. Fred che perde l’equilibrio psichico ma anche fisico.

Lo spettacolo del Teatro Comunale è vivace, sulla scena irrompe e prorompe la pubblicità, imperterrita e che non perdona, spot continui che interrompono i momenti più importanti, senza pietà. La farina Amadori, il gelato Amadori, il gelato al cioccolato di Pupo, il pubblico che applaude, partecipe, al segno della claque, che ride su richiesta. In tutto ciò, bellissime musiche e scenografie.

Ginger e Fred si ritrovano qui, persi, confusi, e in questo mondo assurdo cercheranno di riannodare quel “filo nascosto” e ritrovare la luce. Balleranno… e per un breve momento ritroveranno la bellezza e l’intimità di un tempo. Il loro mondo fatto di incanto, come la luna di carta che Fred ha chiesto al macchinista di far apparire magicamente durante il ballo, non c’è più; la vede per un attimo, traballante, che viene calata dai macchinisti, per essere chiusa in un baule durante lo smontaggio. La serata è finita. Sipario. Federico ha voluto così.

“È nell’osservazione di questo piccolo popolo, nella comprensione, nella partecipazione alle loro vite disvelate durante le ore di attesa, nella loro umanizzazione prima di essere usati come ‘caricature’ e spediti al massacro, che emerge la pietas che spinge Fellini a scrivere e dirigere “Ginger & Fred”. Il mondo di Fellini è illusione e suggestione. La scena non descrive ma allude, indica uno spazio ‘altro’: le luci di una festa finita da tempo, le insegne di una discoteca riminese, l’Eden Rock. È quello il mondo che accoglie Ginger e Fred. E che ne racconta la fine”.
Monica Guerritore

“Ginger e Fred” di Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli, adattamento e regia Monica Guerritore, produzione Teatro della Toscana, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Società per Attori, con Monica Guerritore e Massimiliano Vado e con (in o.a.) Alessandro Di Somma, Mara Gentile, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni, Lucilla Mininno, Valentina Morini, Claudio Vanni. Scenografia Maria Grazia Iovine, costumi Walter Azzini, coreografie Alberto Canestro, light design Pietro Sperduti, regista assistente Leonardo Buttaroni, direttore allestimento Andrea Sorbera

Fotografare la musica: l’emozionante mostra “Il sorriso di Claudio” alla Rotonda Foschini

Fotografare la musica: l’emozionante mostra “Il sorriso di Claudio” alla Rotonda Foschini. Intervista al fotografo  Marco Caselli Nirmal.

La Rotonda Foschini è per me uno dei più bei luoghi di Ferrara. Nelle passeggiate in centro che faccio spesso – volendo sentirmi un po’ turista e molto flaneuse [1]– è la mia meta preferita, soprattutto quando, nei riquadri delle finestre che si rincorrono nella fascia ad altezza d’occhio, sono esposte, in diverse e sempre centratissime occasioni, le fotografie di Marco Caselli Nirmal.

Sono fotografie di teatro, giacché questa è la specialità di Marco, che del Teatro Comunale Claudio Abbado è il fotografo ufficiale. Sono fotografie che hanno una vita, una luce, uno spessore straordinari, qualunque sia il soggetto raffigurato. E ti fanno vivere lo spettacolo che riproducono, ti fanno sentire la musica degli strumenti e la voce dei cantanti, ti fanno vedere le movenze dei danzatori, ti fanno emozionare e palpitare.

Il tutto amplificato dalla cornice: le pareti ogivali di quel bel rosso dei mattoni ferraresi, le quattro file di finestre (di cui le due più in alto chiuse da imposte di un bel verde) che accompagnano lo sguardo verso l’apertura ovale che dà direttamente sul cielo, ultimamente sempre più spesso di un azzurro limpido.

È ciò di cui abbiamo goduto in tanti nella tarda mattinata di sabato 20 gennaio, nella inaugurazione della mostra dal magnifico titolo IL SORRISO DI CLAUDIO – Fare musica insieme: Abbado a Ferrara nelle immagini di Marco Caselli Nirmal 1990-2013 organizzata da Ferrara Musica.

Le foto poi continuano, nella forma del fronte/retro, sotto il portico corrispondente all’ingresso del teatro, dove è una goduria emozionante camminare a testa in su e ammirare volti gesti e sorrisi del Maestro. Nello spostarsi dalla Rotonda al porticato lo sguardo viene quasi pilotato, sulla destra, dai gradini dello scalone del Ridotto, verso una gigantografia che riproduce un gesto iconico, le braccia aperte, come due ali spiegate a interpretare il volo della musica.

Il sorriso di Claudio

Il sorriso del Maestro, rivelatore della sua gentilezza, è l’aspetto che più mi ha colpito nel discorso di Marco Caselli Nirmal, seguito agli interventi dell’assessore alla cultura Gulinelli, del presidente di Ferrara Musica Francesco Micheli e di Moni Ovadia, direttore generale del Teatro Abbado.

Ed è proprio il sorriso, il primo argomento che gli ho chiesto di trattare nella intervista che mi ha concesso qualche giorno dopo.

È un argomento che mi ha colpito emotivamente – dice Marco – perché al di là del lavoro costante, massivo, che ho fatto con Abbado, ho voluto soprattutto seguire gli esiti di questo sorriso che in realtà mi corrisponde; perciò ringrazio questa mostra che mi ha obbligato a dare ascolto a questo richiamo. Il suo sorriso mi ha fatto da guida, anche eticamente, rispetto al mio lavoro di fotografo; quindi ho cercato di documentare il lascito, l’eredità di Abbado, ma attualizzandola, rendendola viva. Volevo evitare in ogni modo il rischio di dar vita ad una celebrazione vuota, retorica, perciò ho evidenziato, nel breve discorso di presentazione, l’elemento della gentilezza, che è anche l’intonazione del mio lavoro, che si propone di seguire la tensione legata al trasmettere le cose e rendere più operativa la memoria delle opere d’arte”.

Claudio Abbado e José Antonio Abreu

Continua Marco: “Io ho sempre pensato che la musica è l’arte che muove tutte le altre, dovevo quindi partire dal musicista che ho seguito di più da quando faccio questo mestiere e far cogliere il riflesso, l’eredità di un uomo, un maestro che è venuto a mancare. Ora che di lui è rimasto il silenzio (ricordo che al termine di una esecuzione della Nona di Mahler nella Sala Santa Cecilia di Roma nel 2004 invitò il pubblico ad attendere ad applaudire e godere per alcuni minuti il silenzio) ci rimane la sua lezione, il suo pensiero, ci rimangono i semi che ha raccolto nel corso della sua vita, anche nel contatto con altre esperienze artistiche, come EL Sistema creato in Venezuela da José Antonio Abreu.

Il messaggio e il significato profondo dell’agire del maestro venezuelano sono arrivati, grazie ad Abbado, qui da noi; li ha accompagnati con azioni, invenzioni, creazione di orchestre, soprattutto giovanili, per risvegliare l’attenzione nei confronti della musica in parte sopita in Occidente rispetto ai secoli passati”.

Il discorso di Marco si concentra poi sul rapporto che il Maestro aveva con i musicisti, da lui osservato nelle lunghe sedute per le riprese fotografiche, sia durante le prove che in concerto.

Il modo di muovere le mani

“Abbado metteva in mostra quasi una forma di complicità, mi appariva come ’il capobanda’ di un gruppo che era praticamente alla pari. I suoi sorrisi erano proprio sintomo di questa complicità” e io mi inserisco nel suo discorso per osservare un aspetto che mi sta molto a cuore: la complicità, nei video che sto scorrendo per scoprirlo meglio, la vedo anche nel suo modo di muovere le mani.”

Anche nelle tue foto, gli dico, le mani di Claudio appaiono potentissime: tu le rispetti e le metti in luce. Marco risponde raccontando il suo modo di lavorare, il rapporto particolare che instaura con il soggetto rappresentato. È come se lo stile discreto di Claudio Abbado venisse condiviso in toto dal fotografo, che quasi si schermisce dal mio complimento: “Sull’esito fotografico non spetta a me dire, io ho fermato quelle immagini come riflesso. Quello che ho notato sul piano della direzione orchestrale è che Claudio aveva un segno veramente bello, rispettoso della musica e dei musicisti, un segno che faceva sì che io avessi davanti la musica, cosa che molto difficilmente ho visto con altri direttori, più centrati su sé stessi.

Anche i musicisti, quelli con cui avevo confidenza e ai quali chiedevo di dirmi cosa pensavano di lui, mi dicevano che non necessariamente lui era più bravo degli altri, ma rendeva le cose più semplici, rendeva facilitante fare musica, e questo è un dono raro. Un altro aspetto che vorrei trattare riguarda il fotografare durante le prove e nei concerti, le diverse situazioni, importanti entrambe, ma con esiti indubbiamente differenti. E occorre osservare che, soprattutto prima delle macchine digitali, raramente era concesso dagli organizzatori di riprendere durante i concerti, a causa del disturbo che poteva causare il rumore dello scatto.

Io considero importante la fase delle prove, ma il compiersi dell’opera d’arte, il ricostituire l’opera attraverso il lavoro dei musicisti e del direttore produce una trasformazione che accade solamente durante la presenza del pubblico. L’attenzione che ho avuto sempre nei confronti del disturbo provocato dallo scatto fotografico è nata in me nei tempi estremamente significativi, in cui ho cominciato a lavorare per la Sala Polivalente, in occasione delle performances dal vivo che là si svolgevano, così come mi si è rivelata allora la propensione per la fotografia culturale.”

Una fotografia che fa sentire la musica

Gli chiedo poi se quando fotografa presta ascolto alla musica e se essa lo indirizza, se la musica condiziona in qualche modo l’atto del fotografare.
E lui torna a parlare del rumore disturbante dello scatto.

Certo, mentre fotografo ascolto. Ti dicevo del rumore: il primo a essere disturbato quando scatto sono io perché ciò crea un’interruzione del flusso comunicativo con la musica. La soluzione, allora, si trova privilegiando i momenti di ‘pieno orchestrale’. Io mi pongo sempre nella consapevolezza che quello che sto fotografando è un’opera d’arte e che devo assecondarla, devo entrare in sintonia e non essere elemento di disturbo, di dissonanza.

Questo vale anche per la prosa, che vive sul suono della voce, per cui ha le stesse regole della musica, e ricordo con piacere l’apprezzamento di Paolini verso il rispetto che manifestavo nei confronti della voce. E comunque, quando qualcuno dice o scrive che la fotografia ‘fa sentire la musica’  [2] non voglio negare che questo possa accadere, ma dico che ciò non dipende dalla fotografia, ma da cosa prova chi la guarda, l’immagine fa da attivatore di sensazioni o emozioni che chi guarda ha già dentro; e questa funzione è propria di tutte le discipline artistiche.

Fotografare nella Terra di nessuno 

Certo ci possono essere esiti diversi se si tratta di foto giornalistica o di espressione artistica. Ho sempre amato stare nella linea di confine fra il gornalismo e l’arte, sono sempre stato attratto dai confini, dalle ‘terre di nessuno’, in cui c’è compresenza dell’uno e dell’altro aspetto: la documentazione e il fare artistico.
Cerco la linea di contatto fra una disciplina e un’altra, fra un concetto e un altro, una sorta di inquinamento, una messa in connessione tra elementi diversi, altrimenti l’espressione non è fertile.

Anche il mio percorso di studi e le successive scelte professionali mostrano questa mia attitudine a voler stare ‘sul crinale’: ho iniziato Architettura a Venezia, non l’ho completata e sono diventato fotografo, cominciando proprio col fotografare edifici, sempre al confine fra arte e architettura, come poi sarà fra arte e musica, fra parola e musica, sempre cercando il contatto e il confine, l’incontro, la gentilezza ed evitando il più possibile gli integralismi. E, per tornare alla fotografia, sento di non rimpiangere la macchina analogica, la camera oscura, lo sviluppo e la stampa”.

La conversazione, ricca e stimolante, tocca poi altri aspetti interessanti, ma mi preme non perdere il filo dell’incontro con Claudio Abbado attraverso le fotografie messe in mostra, per cui mi concedo una domanda conclusiva, che sta al confine fra tecnica ed espressività: perché (come mi ha confessato appena finita l’inaugurazione) per le foto della Rotonda avrebbe preferito il bianco e nero?

Riguardandole ora, e confrontandole con quelle esposte l’anno scorso nella mostra Volti della regia – mi risponde – mi è venuto da pensare che anche queste di Abbado (tranne una, quella del sorriso) avrebbero, in bianco e nero, una forza maggiore, rispetto all’ambiente, una intonazione con lo spazio, giacché a volte il colore può essere fonte di distrazione, soprattutto in uno sfondo cromaticamente determinato come quello della Rotonda. Al contrario, quelle esposte lungo il portico prendono maggiore valore, a colori, perché collocate in alto in una zona non particolarmente illuminata.”

L’incontro con Marco Caselli Nirmal mi ha consentito di avvicinarmi di più al Maestro che voleva essere chiamato soltanto Claudio, come più volte è stato ricordato nel corso dei tanti eventi dedicati a ricordarlo nella giornata del decimo anniversario della morte. Forse è proprio così: riusciamo veramente a scoprire e a capire qualcuno, solo se lo vediamo (e magari lo fotografiamo) nei suoi gesti quotidiani. Piccoli gesti che compongono un grande Maestro, raccontati da un grande fotografo.

La mostra Il sorriso di Claudio – Fare musica insieme: Abbado a Ferrara nelle immagini di Marco Caselli Nirmal 1990-2013″ sarà visitabile presso la Rotonda Foschini di Ferrara fino al 15 aprile 2024.

Periscopio dedicherà uno “Speciale” al maestro Claudio Abbado  e al fotografo  Marco Caselli Nirmal con tutti gli scatti in mostra ed alcuni inediti dal 21 febbraio al 20 marzo 2024.

Note:
[1] La parola, notissima, francese flaneur indica proprio chi passeggia per il piacere di farlo e addirittura gode del paesaggio. Di questo termine, però, manca il corrispettivo femminile. C’è stata una sorta di accordo tra accademici e perfino femministe per cui non si è mai pensato di declinarlo: del resto le donne non hanno mai avuto la totale libertà di camminare per la città. Io però me lo sono inventata, è flaneuse>.  Così, in un’intervista del 2017 su Il libraio, racconta Lauren Elkin, autrice del libro omonimo, edito da Chatto&Windus, che rievoca grandi autrici che amavano passeggiare per le loro città.

[2] …perché gli dico che forse considererà retorica la frase, di questo mio articolo, in cui scrivo che le sue fotografie fanno sentire la musica…

Bibliografia e sitografia

Foto in copertina e nel testo di Marco Caselli Nirmal

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Cara Ferrara, la libertà non è uno spazio libero:
libertà è partecipazione

“Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.”

Cara Ferrara, la libertà non è uno spazio libero: libertà è partecipazione

Nel 1972 Giorgio Gaber aveva già disegnato la silhouette della democrazia italiana prossima ventura, quella che in seguito abbiamo attraversato come un incubo: prima in bianco e nero e dopo a colori, pieno di lustrini e ragazze svestite, mentre gli onesti e capaci esplodevano nel tritolo.
Questi ultimi 40 anni, iniziati con la rappresentazione catodica della libertà (indirizzata ogni dieci minuti al supermercato con i “consigli per gli acquisti”), non sono passati invano. Le conseguenze sono incalcolabili, ormai impossibili da isolare dal nostro corpo e dalla nostra mente, anche solo per esaminarle – come quando si preleva un frammento di tessuto per una biopsia. La penetrazione capillare del modello catodico di libertà ha modificato la nostra biologia. Le giunzioni delle nostre sinapsi tra un neurone e l’altro sono cambiate, così come tra alcune generazioni nasceranno umani ricurvi e senza vista periferica.
L’incessante, subliminale gocciolare nella nostra fontanella cranica del modello Fininvest e di quel suo terrificante derivato che è la spettacolarizzazione della second life attraverso i social – una vera e propria weltanschauung cha scavalla la fine millennio e inaugura quello successivo, tanto più velenosa in quanto percepita come superficiale – ha trasformato l’idea stessa di “persona di valore”: non è più una persona con dei valori, ma una persona che ce l’ha fatta. Così come una persona con la capacità di coordinare un gruppo di lavoro non basta più: deve esserci un leader.
Nella contesa preelettorale per i prossimi sindaco/a e giunta di Ferrara, i primi passi confermano l’inevitabile trionfo del modello culturale dominante: attenzione, niente affatto subculturale, in quanto tutti ne siamo permeati, in misura diversa. Il candidato principale dell’opposizione che “scioglie la riserva” lo fa al cospetto di centinaia e centinaia di persone che sono accorse al cinema non per parlare, ma per ascoltarlo. E lui non è lì per ascoltare, ma per parlare. Chiedete ad una persona che sospira di sollievo allo “scioglimento della riserva” cosa lo fa scegliere, in questo momento, l’avvocato Fabio Anselmo: il centro storico senza auto? La bonifica delle falde acquifere inquinate? Migliorare la qualità dell’aria nelle zone in cui l’automobile adesso viaggia ai dieci chilometri all’ora, altrochè trenta? Ridare risorse alla sanità territoriale pubblica invece di dover aggirare le liste chiuse a suon di 120 euro a visita? Dare spazio amministrativo al terzo settore, quello fatto di gente che si occupa delle persone fragili facendo supplenza a uno Stato latitante?
Andiamo, su. Non fatela sempre complicata. La risposta è: “con Lui si vince” (del resto lei, Laura Calafà, è stata prima lusingata e poi congedata senza troppi complimenti, perché con lei non si vinceva).
Allora una domanda la faccio io: che differenza passa tra questo modo di dare una delega e l’altro, quello per cui altri l’hanno data ai “brutti sporchi e cattivi”?
Qualcuno la risposta me l’ha data: la qualità della persona.
Giusto. Le persone sono importanti. Quando qualcuno dice “prima i programmi e poi le persone”, quasi sempre mente, anche perchè di solito chi lo dice è un politico di professione, che intende esattamente il contrario.
Ma un cittadino comune che affida la sua delega in bianco a una persona senza avere non dico contribuito a, ma ricevuto un’idea di città, con quale logica lo fa? La mia risposta è: con la stessa logica degli altri. Questo non significa che uno o l’altro sono uguali: se fossimo in un sistema a turno unico in cui sono costretto a scegliere subito tra due alternative secche, non avrei un dubbio. Invece siamo in un sistema in cui, in direzione ostinata e contraria (e forse al tramonto) rispetto al modello culturale che ci ha colonizzato il cervello, sopravvive uno spazio che i cittadini possono riempire, sol che qualcuno gli dia il modo di farlo. La Comune di Ferrara sta facendo questo: sta dando ai cittadini lo spazio e il tempo per esprimere la propria idea di città.
Far esprimere le persone, tutte le persone che vogliono farlo, è una fatica enorme. Intanto bisogna farsi conoscere, e raccontare questa follia, che le persone possono parlare senza filtri sedute a un tavolino e che le loro idee vengono appuntate su un cartellone.  Poi bisogna organizzare gli spazi per ascoltarle, e farlo con delle tecniche che non disperdano le energie in mille rivoli. Poi bisogna fare i conti col fatto che le persone sono abituate a dire cosa non va, ma non sono più abituate a proporre qualcosa. A quello i nostri neuroni non sono più abilitati, non nel dibattito pubblico: nel dibattito pubblico la maggior parte delle persone prende parte come tifoseria. Non sono più abituate nemmeno all’idea di poter scendere in campo: in campo scende quello che ci arriva dal cielo, con l’elicottero.
Fare mediazione e sintesi (comunque indispensabile) partendo realmente dal basso e con queste premesse culturali sedimentate è una vera impresa. Si tratta, dentro un magma caleidoscopico e spesso indistinto di lamentazioni e di embrioni di idee, di fare filtro e sintesi, ma che arrivano dopo una disintermediazione resasi necessaria dalla caduta verticale della fiducia nei soggetti deputati: i partiti. Non è populismo, è aritmetica: basta fare il conto di quanta gente non va più a votare, dando purtroppo un oggettivo contributo alla vittoria dei “brutti sporchi e cattivi”. Ma questa è tutta gente menefreghista, priva di idee, che pensa solo ai cavoli propri, per la quale “sono tutti uguali”?
No. Lo dimostra la crescente partecipazione agli incontri de La Comune. Minoritaria? Riserva indiana? Invito semplicemente a riflettere sulla differenza di metodo. Da una parte ci sono coloro che parlano di sé, dall’altra un gruppo di persone che danno uno spazio per parlare di sé. Per partecipare, e non solo attraverso il televoto, che è divenuta la forma più apprezzata di democrazia diretta.
Detta così può sembrare la descrizione di un gruppo di autoaiuto. Invece potrebbe essere un salutare ritorno agli anni settanta dell’individualista disperatamente collettivo Gaber, prima che le stragi e il tubo catodico ammazzassero i giusti e i neuroni.
La campagna elettorale è appena iniziata. Non esiste nessun dubbio sul comune avversario cui togliere la sedia dal sedere. La differenza sta nel decidere di farlo senza cambiare nulla nel nostro modo di ragionare, che è ormai quello di delegare la risoluzione dei nostri problemi ad un supereroe o ad un furfante; oppure nel provare ad essere cittadini attivi e contribuire alla scrittura di un programma per cambiare Ferrara, e che può essere utile a chiunque diventerà sindaco. C’è ancora tempo e modo: infatti quello de La Comune di Ferrara si chiama “quasi programma”. 

Una nuova famiglia

Una nuova famiglia

Che buono, il couscous. Buono come l’agnello, l’insalata méchouia e i makroud, i dolci a base di datteri. Pietro assapora il cibo a tavola con Karim, sua moglie Aziza, e i loro due figli, Fouad, otto anni e Fatma, che ne ha sei. Karim e Aziza provengono da un villaggio vicino a Matmata, nell’interno della Tunisia. Da ragazzo Karim ha fatto il pastore, poi il muratore; Aziza tesseva tappeti. Sono in Italia da dieci anni e qui sono nati i bambini.

Pietro pensa che solo qualche tempo fa non avrebbe mai detto che questa sarebbe diventata la sua nuova famiglia… La sua mente fa un salto indietro, rivede immagini chiare, nette. Immagini di qualche mese fa.

***

È rimasto solo, sua moglie se n’è andata per un tumore, il suo unico figlio lavora all’estero, si sentono ogni tanto: ha la sua vita, va bene così.

Dopo la morte di Gianna, Pietro non ha desiderato più nulla. Si sono voluti molto bene, lei è stata una compagna dolce e paziente, ha sopportato con coraggio il male e la fine. Quando tutto è terminato e gli altri sono andati via dopo il funerale, gli abbracci e le condoglianze, lui si è seduto nel modesto soggiorno del suo appartamento a guardare il muro.

È restato lì per ore, a piangere. Poi si è coricato sul letto, su quel letto dove si erano amati, si erano detti tante parole, avevano fatto progetti. Per dormire ha dovuto prendere i tranquillanti e si è svegliato con la testa che girava. Nei giorni successivi è uscito unicamente per comprarsi da mangiare.

Pietro è in pensione, dopo quarant’anni di lavoro, abita in un quartiere popolare, case costruite molti anni fa in cui adesso vengono ad abitare molti immigrati. Quante volte li ha visti, gli uomini soprattutto di sera, le donne nel pomeriggio a spingere le carrozzine con due, tre, anche quattro bambini, molte sono giovani, parlano tra loro ad alta voce. Una babele di lingue, l’italiano si sente raramente, ormai qui sono tutti stranieri, io che ci faccio? non ti guardano, sembra che tu non esista. Stai a vedere che tra loro ci saranno pure dei terroristi…

Un pomeriggio, nel salire le scale per andare sul terrazzo condominiale a stendere il bucato, Pietro si accorge che due occhi neri lo stanno osservando. Si volta e gli occhi spariscono. Continua a salire e si accorge che gli occhi sono quelli di Fatma. La bimba sta sulla soglia dell’appartamento dove abita, due piani sopra il suo: appena lui si avvicina lei scappa dentro e richiude la porta.

Un’altra volta ad Aziza cade un recipiente lungo le scale, Pietro lo raccoglie e glielo porta; la donna lo ringrazia tutta confusa e rientra in casa. Poi è Fouad che torna da scuola, all’improvviso lo zainetto si apre spargendo libri, quaderni, matite e penne proprio davanti all’appartamento di Pietro: lui esce e insieme raccolgono tutto, il ragazzino ringrazia e fugge via.

In casa Pietro riflette: però questa è gente che non fa mai confusione, contrariamente a quel che si sente dire. Karim è un uomo un po’ austero, quando torna dal lavoro ha la tuta bianca di calce e saluta Pietro educatamente, con rispetto. Quando si incontrano, Aziza gli sorride timidamente.

***

Oggi è domenica, nel quartiere c’è aria di festa. Nel giardinetto tra i palazzi i bambini corrono e giocano, sulle panchine siedono pensionati e famiglie. Pietro è uscito, dopo tanti giorni trascorsi in casa. Ha pensato molto a Gianna, ha sentito suo figlio che adesso è in Australia, poche parole al telefono. Dopo aver passeggiato un po’, è tornato a casa per il pranzo. Sta per mettersi a cucinare, quando sente suonare il campanello.

Apre la porta e c’è Aziza con una tajine, il recipiente di coccio dove si cuoce e si serve il couscous. Ho portato questo per te, spero che ti piaccia, mormora la donna abbassando lo sguardo. Pietro prende la tajine e ringrazia: porta in cucina il recipiente e torna per salutare Aziza, ma lei è già sparita.

Allora sale le scale e suona alla porta dell’appartamento due piani più sopra. Viene ad aprire Karim, dietro di lui si nascondono Fouad e Fatma. Pietro ringrazia ancora, poi non sa più cosa dire e Karim lo invita a entrare. L’appartamento è ordinato e pulito, Pietro va nella cucina, dove tutta la famiglia sta per pranzare. Dice Karim: tu sei il benvenuto in questa casa. Sappiamo che sei solo, che hai provato un grande dolore. Se vorrai, noi saremo tuoi amici.

***

Pietro risente quelle parole mentre sta seduto a tavola. Ha pensato molto, lui pensa sempre, e una cosa gli è chiara. Non siamo tutti uguali, bisogna saper distinguere le persone e per distinguerle bisogna conoscerle. Bisogna imparare da dove vengono, cosa pensano, come vivono, in cosa credono. L’immigrazione non si può fermare con le cannonate e non si può lasciar morire la gente in mare. Certo, vanno aiutati a restare nei loro paesi d’origine. Ed è vero che qui il lavoro non c’è per tutti, ma molti immigrati fanno mestieri che noi non vogliamo più fare, pagano le tasse, cercano di rispettare le leggi.

Gli immigrati sono troppi, d’accordo, non sono un problema solo dell’Italia, anche degli altri paesi d’Europa, servono più controlli. E poi non tutti si comportano bene, invece devono rispettarci e osservare le nostre regole. Però non possiamo fare finta che non esistano, quando ci passano vicino e non ci guardano dobbiamo sapere perché, cosa pensano di noi. Almeno dobbiamo provarci, parlare con loro. E poi c’è il terrorismo che va combattuto insieme, noi e loro.

Tutti questi pensieri si agitano nella testa di Pietro, mentre mangia e guarda i bambini che sono un po’ irrequieti, ma con lui stanno volentieri. Oggi in tavola ci sono anche le brik, le frittelle sottili con uova, tonno, carne, formaggio, molto appetitose.

Domani è lunedì, Karim si alzerà presto per andare al lavoro, Aziza ha trovato un servizio a mezza giornata e Pietro accompagnerà Fouad e Fatma a scuola. E poi, in un condominio vicino abita Rita, una maestra in pensione amica di Gianna, che aiuterà i bambini nei loro compiti.

© Franco Stefani 
(11-12 maggio 2015- 23 agosto 2022)

In copertina: Tajine di Pollo con Verdure 

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Per certi versi /
UN CARNEVALE A BOLOGNA

UN CARNEVALE A BOLOGNA

Ti vedo
Ti accolgo
E non sento
il mio corpo
Sembro d’aria
di fuoco
D’acqua
di vento
Sono cosi intento
A viverci
Che mi dimentico
Di me
O piuttosto
Sono tutto
me stesso
Con la mia
torre gemella
Forse
se mangiamo
una frittella
Di carnevale
E tu mi lecchi
I baffi
zuccherati
Il corpo batte
un colpo
Il cuore sa
Dove siamo
stati

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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Anna Zonari: Basta con la vecchia politica fatta nei corridoi. Noi proponiamo una politica basata sul metodo partecipativo.

Solidarietà agli iscritti e ai dirigenti ferraresi di Sinistra Italiana e Europa Verde
La Comune di Ferrara ribadisce la sua disponibilità ad accogliere tutti i soggetti della politica ferrarese che credono ancora nel valore della partecipazione.

Ecco le parole della candidata Sindaca Anna Zonari: “Respingiamo un’idea di politica centralista che azzera le decisioni prese dai militanti a Ferrara, sostenendo la supremazia della strategia elettorale scelta a Roma. Tutti si aspettano trasparenza nel modo in cui vengono prese le decisioni, e questa fase iniziale della campagna elettorale non ci è piaciuta. L’allontanamento di Laura Calafà a dicembre, e ora l’alt intimato dalle segreterie romane agli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra Italiana, hanno il sapore di una politica concentrata sulle sue dinamiche di potere, quelle che hanno portato alla sconfitta elettorale di cinque anni fa.

La Comune ha messo sin dall’inizio al centro della sua azione politica il metodo partecipativo. Non basta riempire sale di elettori che ascoltano. Bisogna tornare ad ascoltare i cittadini e renderli protagonisti delle decisioni.

Troppe volte abbiamo visto una politica lontana dai cittadini. Una politica che privatizza l’acqua che la gente vuole pubblica. Supermercati che aumentano indipendentemente dal colore dell’amministrazione al potere, indipendentemente dai bisogni reali. Una politica che stravolge il senso delle parole, trasformando la rigenerazione urbana in speculazione edilizia, il verde urbano in operazioni di greenwashing.

Speriamo che dai prossimi giorni la politica ferrarese torni con i piedi per terra: serve un’idea di città diversa, che sa affrontare davvero le sfide delle migrazioni e dell’invecchiamento della popolazione, della decarbonizzazione, della sanità e della salute, del lavoro, della qualità della vita degli studenti e degli anziani. La politica fatta nei corridoi, lontano dallo sguardo dei cittadini serve solo alle segreterie nazionali dei partiti per giustificare il loro ruolo, e non merita nessuno spreco di energia da parte nostra”.

In copertina: Anna Zonari con Evita (una Springer spaniel di 8 anni di cui 7 nel canile di Assisi) che ha appena adottato.

San Valentino in salsa leghista

San Valentino in salsa leghista

San Valentino martire

Mi sono letto il suo profilo agiografico, che si richiama al celebre Martyrologium Hieronymianum del VI secolo, e devo dire che Valentino da Terni mi è sembrato un tipo tosto: vescovo, poi martire, quindi santo. San Valentino, l’originale, che penserebbe dell’asfissiante can can commerciale montato ogni anno per il 14 Febbraio, giorno del suo martirio e festa degli innamorati?
Comunque non c’è niente da fare, abbiamo voluto il capitalismo, e adesso ci tocca anche San Valentino, con il corollario di cioccolatini, scatoline, bigliettini,  palloncini, e naturalmente baci bacini e bacetti, tutti necessariamente a forma di cuore.

Quel che non si può proprio vedere, che personalmente non reggo, che tutti i ferraresi di buon senso non sopportano, sono quei cuori che ornano (deturpano) la Torre della Vittoria in piazza Trento Trieste. Un’altra pacchianata, dopo la cometa e il presepe kitsch in Piazza Ariostea, dopo lo stellone accanto allo scalone del Municipio, dopo la ruotina panoramica (senza possibilità di vedere alcun panorama) nei Giardini del Grattacielo ed altre dozzinali invenzioni in giro per Ferrara e che per fortuna ho dimenticato.

Torre della Vittoria con i cuoricini del Sindaco Fabbri
La panchina per farsi un selfie contornati dal cuoricione

Ma il caso della Torre della Vittoria, coperta di cuori rossi luccicati e con alla base un piccolo trono per i patiti del selfie, merita una particolare menzione; non è solo volgare e cretino. ma poco rispettoso per il monumento e per coloro a cui è dedicato.  La Torre deve il suo nome alla Grande Guerra e ai suoi caduti. Per ricordarli, all’interno della torre, visibile a tutti i passanti, c’è La Vittoria Alata, una scultura dello scultore ferrarese Arrigo Minerbi.

Ricapitoliamo. Natale è passato, la Befana anche, San Valentino e cuoricini dovremmo levarceli di torno nel giro di una settimana. Ma non è lecito sperare in una tregua. Siamo sotto elezioni e sono sicuro che il sindaco ha in serbo altre sorprese, altre luminarie, altre brutture, altri insulti a una città che voleva essere d’arte di cultura. Prendete nota: c’è il carnevale, c’è la Pasqua (31 marzo), la festa del papà (19 marzo), la festa della mamma (12 maggio). Poi arriva giugno e speriamo che alle elezioni  i ferraresi mandino a casa il Pifferaio magico e tutta la sua compagnia di giro. Cosi finalmente spegneremo le luci e Ferrara tornerà Ferrara.

Cover e foto nel testo di Carla Bottoni

La SPAL è un bene comune

Chi mi conosce sa che della mia passionaccia per la Spal scrivo anche su un’altra testata. Non preoccupatevi, per quanto riguarda Periscopio è una tantum.

Perché parlare della gloriosa Società Polisportiva Ars et Labor tra queste pagine? In molti diranno, coi problemi di oggi, il mondo che va a fuoco, l’incertezza sul futuro di tutti, la campagna elettorale imminente e impertinente, ancora di calcio dobbiamo sentir parlare? Ecco, chi ha questo legittimo pensiero può abbandonare questo men che memorabile articolo e veleggiare su argomenti più seri.

Parlo di S.P.A.L. qui e ora perché il calcio con i colori del mio cuore non c’entra nulla. L’evento sportivo in sé non spiega minimamente l’attaccamento viscerale di una comunità alla propria squadra. Ferrara e la Spal sono la stessa cosa, lo sono dall’alba dei tempi, una storia che nasce dalle sacrestie dei salesiani a inizio secolo e trionfa nella massima serie con il Commendator Mazza per sedici anni, ritorna ad annaspare in seconda e terza serie per quasi mezzo secolo e riprende il suo cammino ritornando in serie A dopo quarantanove anni grazie ai Colombarini da Masi San Giacomo. Poi, purtroppo, ai momenti di inaspettata e inebriante felicità segue la realtà odierna. Da Masi al New Jersey c’è un gran picchio di differenza, che poi io il New Jersey pensavo esistesse solo e unicamente nei film americani, non credevo fosse un posto reale.

Come parlarvi della fatica di essere spallino, come spiegarvi i veri motivi che ci spingono adandare alla Spal come si dice da noi, come scriverlo? Molto difficile e complesso per chi mai ha ascoltato il boato del Mazza che non ti fa sentire la tua voce, quell’esplosione di gioia che fa tremare i vetri dei due torrioni, quelle onde sonore che si perdono giù verso la via Foro Boario, fino quasi in via Bologna.

Oggi viviamo in un mondo dove l’aggregazione, lo stare insieme, il pronome personale noi, hanno perso il loro significato. Non esistono più luoghi deputati alla socialità. Sui gradoni della Ovest, appoggiati spalla a spalla, noi riusciamo a ritrovare quei valori che paiono dispersi nel mondo reale. La curva della S.P.A.L. è talmente politica da essere a-partitica, è rimasta l’ultimo baluardo aggregativo di una città dove non esistono spazi per i giovani, al di fuori di proto balere o street bar. I centri giovanili dei miei tempi erano essenzialmente tre: la sezione, la parrocchia e il bar, che accomunavano tra loro il sacro e il profano, l’ateo e il credente. Oggi quegli ambienti sono estinti, e lo stadio diviene luogo fondamentale per recuperare il concetto di amicizia, comunità, storia e memoria. Gli anni bui che già abbiamo vissuto ci hanno fatto perdere una generazione, che poi con il lavoro dei ragazzi della Ovest, piano piano, un passo alla volta si è riusciti a riprendere, realizzando un humus identitario che ci è valso i complimenti anche dei non adepti, specie quando venivano allestite coreografie ricche di contenuti.

Questi stessi ragazzi, spesso identificati come barbari trinariciuti, messi in un angolo e classificati come  teppaglia schiava del panem et circenses, sono un esempio da seguire per quanto riguarda la messa in pratica del concetto di solidarietà, vera, attiva, non sbandierata. Quegli stessi ragazzi che spesso a causa di provvedimenti iniqui come il Daspo alle intenzioni vengono privati della libertà personale. Capiamoci, non sto dicendo che lo stadio è una discarica dove tutto è lecito, esistono i reati e le pene, dopo una sentenza di condanna giustamente deve essere comminata una pena. Dopo però, non prima. Ecco in breve sintesi ciò che siamo e perché abbiamo così a cuore le sorti della nostra squadra.

Per tornare a bomba alla realtà di oggi, ci ritroviamo con una squadra gestita (!) da investitori stranieri che, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, hanno demolito in poco più di due anni un ambiente che pareva inscalfibile, anche oltre gli errori della precedente proprietà. Non sono così stupido da pensare che un qualsivoglia investitore, sia esso americano, arabo o marziano acquisti per amore una squadra di provincia lontana un anno luce dai suoi possedimenti. Capisco, non senza qualche conato di vomito, i concetti di budget, target, capitale e plusvalenze applicate al calcio, e mi immagino che i signori americani abbiamo visto in una piccola, sana, attrezzata realtà di provincia un bel giochino per fare soldi. Una realtà di provincia che ai tempi della serie A riempiva lo stadio cittadino, ma che nella storia (se qualcuno l’avesse letta), portava nei primi anni ’90 più di diecimila spettatori al Bentegodi per uno spareggio di quarta serie, assiepava seimila spallini a Bologna e molto, molto altro. Vero, mi si dice fosse un altro calcio e un altro mondo, ma la scalata della banda Semplici non è così lontana nella memoria, pochi anni fa, il tempo di un battito di ciglia, Floccari puniva la Vecchia Signora, si vinceva contro l’Atalanta, le squadre capitoline spesso venivano sconfitte dai ragazzi vestiti eleganti nelle loro strisce verticali dai colori del cielo (mi raccomando signor sindaco, i nostri colori sono bianco e azzurro, il celeste non sappiamo neppure che colore è).

Tornando agli errori presidenziali, io credo che i tanti soldi spesi nel progetto siano stati spesi … senza un progetto. Non so come si svilupperà il futuro, credo sia importante che le istituzioni cittadine, senza farne una mera bandiera elettorale, ascoltino quelle che sono le richieste del popolo spallino, nella figura delle persone che stanno là sotto in fondo dove fa più calor. La possibilità di avere il Comune (qualunque sia la giunta) come garante del marchio mi pare una richiesta più che sostenibile, ne abbiamo (pochi) esempi in Italia. La spesa per la Società detentrice dello stesso non è nei termini indicati dal Presidente nella pessima ultima conferenza stampa.

La S.P.A.L. è un bene comune e in quanto tale va rispettato, è la storia di un popolo e di una comunità che ne ha fatto bandiera dal 1907.

E no, col calcio in sé non c’entra un cazzo.

Photo cover: formazione Spal 1976/77, wikimedia commons

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FOIBE, IL DOVERE DI RICORDARE

FOIBE, IL DOVERE DI RICORDARE

di Sergio Anfossi
tratto da Famiglia Cristiana del 10 febbraio 2024

Oggi, 10 febbraio,  si celebra una delle grandi tragedie del Novecento: il massacro delle foibe e l’esodo dalmata-giuliano degli italiani decretato da Tito. Un evento che tramanda tante sofferenze che non va dimenticato nè strumentalizzato

E’ un paradosso grottesco, ma l’Italia sta già dimenticando il “Giorno del ricordo”, la solennità civile in memoria delle vittime massacrate dai partigiani di Tito gettati nelle foibe e dell’esodo di istriani, fiumani e dalmati di origine italiana all’indomani della vittoria militare slava (ma i primi eccidi iniziarono già nel ’43). Questa giornata di grande intensità civile, destinata soprattutto ai giovani, è stata istituita da una legge votata dopo un lungo e tormentato iter da quasi tutti i partiti nel 2004 (esclusa Rifondazione Comunista), in coincidenza con il trattato di pace del 10 febbraio 1947 tra Italia e Jugoslavia che ridisegnava i confini dei due Paesi.

Il Giorno del ricordo” nasce fin dall’inizio  tra le polemiche, tra chi accusò i suoi propugnatori di voler strumentalizzare questa ricorrenza da destra e chi tendeva a negare una delle pagine più orrende del comunismo con la scusa di opporsi alla “riabilitazione di fascisti e repubblichini” e al pericolo di infangare la Resistenza. E in effetti molti esponenti, giornalisti e persino studiosi del Centrodestra hanno tentato di farne quasi un ambiguo contraltare della Giornata della memoria, come denunciarono storici del calibro di Angelo Del Boca e Giovanni Gentile. Se ci furono vittime a destra come a sinistra allora tutti i carnefici sono uguali e dunque non ci sono carnefici, vengono attenuate le responsabilità. Un tentativo gravissimo che peraltro finisce per ledere anche l’unicità e la sacralità della Shoah, il genocidio di un popolo che va tramandato senza accostamenti fuorvianti.

In realtà quella tragedia umanitaria – frutto di abominio ideologico, etnico e nazionalista – è una pagina nera di tutto il Paese. Tra le vittime delle foibe oltre a moltissimi dirigenti e membri del Partito nazionale fascista figurano anche ufficiali, funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati bancari, sacerdoti come don Francesco Bonifacio, studenti come Norma Cossetto, orribilmente seviziata,  stuprata e uccisa dopo un’agonia infinita, tutti cittadini senza tessera legati solo da radici comuni a quelle terre  e persino partigiani e antifascisti autonomisti fiumani. Per non parlare dei destinatari del grande esodo che costrinse centinaia di migliaia di italiani a lasciare la casa e gli affetti per finire deportati come profughi in Italia (erano i “siriani” di allora, dovrebbero servirci da ammonimento, ma nessuno ormai li ricorda). Celeberrimo il “treno della vergogna”, il convoglio ferroviario che nel 1947 trasportò da Ancona i deportati di Pola, carico di esuli italiani, a torto definiti appartenenti al partito fascista grazie a un’operazione di controinformazione, su cui si scateneranno le invettive e le infamie più brutali. Il latte destinato ai bambini malnutriti e disidratati del convoglio – nel clima infuocato di allora –  venne gettato sui binari della stazione di Bologna per dileggio.

Oggi, a pochi anni dall’istituzione di questa solennità civile, ai tentativi di strumentalizzazione si è sostituito il quasi generale disinteresse (figlio non a caso della strumentalizzazione). Quanti ne hanno parlato nelle scuole? Quante manifestazioni sono state celebrate? Quanti articoli, quanti libri sono usciti sull’argomento? Pochi. Ma la tragedia legata alle foibe, gli inghiottitoi carsici dove furono gettate le vittime, simbolo del moto d’odio e di giustizia sanguinaria che caratterizzò il dopoguerra nell’Adriatico Orientale,  ha rivelato la natura repressiva e totalitaria del regime di Tito, in un clima di anarchia e resa dei conti che caratterizza i finali delle guerre. Quella memoria di sofferenza va tramandata per rendere omaggio a tante povere vittime e perché questo abominio della storia non si ripeta. Gettare questa giornata solenne nelle foibe dell’oblio sarebbe gravissimo.

Jin Jiyan Azadi: il pensiero di Öcalan e la scienza delle donne curde. Intervista a Zilan Diyar, giornalista e attivista del TJK-E

Il pensiero di Ocalan e la scienza delle donne curde
Intervista a Zilan Diyar, giornalista e attivista del TJK-E

“Il grado di libertà e uguaglianza che le donne riusciranno ad ottenere, corrisponderà al grado di libertà ed uguaglianza di cui godrà ogni sezione della societàAbdullah Öcalan.

di Baran Qamişlo
Articolo originale su Dinamo Press del 9 febbraio 2024

Sabato 10 Febbraio il Movimento delle donne curde in Europa TJK-E terrà presso l’aula magna del Dipartimento di Giurisprudenza dell’università di Roma Tre una conferenza dal titolo JIN JIYAN AZADÎ : Una filosofia di trasformazione della vita, insieme a Jineolojî Center, Rete Jin Italia, Comitato italiano di Jineolojî, Non Una di Meno e al Collettivo Transfemminista Marielle di Roma Tre.

Negli ultimi anni si è molto sentito parlare del motto jin Jiyan Azadî, traducibile in Donna, Vita, Libertà, soprattutto in seguito alle proteste sfociate in una vera e propria rivolta che ha coinvolto tutte le maggiori città iraniane e del Kurdistan dell’est, innescate dalla morte della ventiduenne curda Jina Amini, caduta in coma a seguito di un pestaggio subito dalla polizia morale iraniana.

A spiegare l’importanza di questo motto per le donne curde è Zilan Diyar, giornalista e attivista del TJK-E.

La conferenza si intitola Jin Jiyan Azadi (Donna, Vita, libertà). Perché questo motto è così importante per il movimento delle donne curde?

Perché l’identità stessa del movimento delle donne curde è basata su questo slogan. In effetti sarebbe più appropriato considerarlo una filosofia di vita piuttosto che uno slogan. Jin in curdo significa donna. È molto importante definire correttamente il concetto di donna. Perché, secondo le parole di Reber Apo [ Abdullah Ocalan, dal curdo reber: Guida, nda] , la donna è una classe sociale la cui esistenza è stata offuscata da bugie e propaganda. Quando parliamo di donna, intendiamo infatti un’identità sociale, non solo biologica. Nonostante la distruzione causata da cinquemila anni di sistema maschilista, ci sono aspetti della sua identità che mantengono le caratteristiche del periodo della dea madre. In altre parole, la donna è un’identità olistica, completa di ciò che ha perso e guadagnato dal punto di vista biologico, sociale e storico. Con questa conferenza stiamo cercando di raccontare questa identità in tutti i suoi aspetti.

Anche la connessione tra le parole curde jin e jiyan è importante. Osserviamo infatti la presenza delle donne in ogni aspetto della vita. Anche se, secondo la prospettiva occidentale, le donne in Medio Oriente sono viste come estranee alla vita, ma si tratta di una prospettiva incompleta. Al contrario in Medio Oriente ci sono tracce di questa cultura della dea madre ovunque. Possiamo persino Osservare che nella lingua curda tutte le parole hanno radici femminili. Azadî, in fine, rappresenta la ricucitura di questi legami tra le donne e la vita attraverso la lotta e l’organizzazione. Come donna curda, ho sentito questo slogan migliaia di volte in ogni manifestazione, marcia ed evento a cui ho partecipato. Ma questo non è solo uno slogan. È una motivazione fondamentale per la ricerca della propria identità e della direzione della propria vita. In queste tre parole si nasconde la volontà di definirsi correttamente, di dare un giusto senso alla vita e di cambiarla. In altre parole, si tratta di una filosofia sviluppata con grandi costi e fatica, che non può essere vittima della cultura popolare.

La seconda sessione richiama chiaramente la situazione di Abdullah Ocalan, perché avete ritenuto importante discutere delle sue condizioni di detenzione in questa occasione?

Questo è uno dei problemi che ci impedisce di essere comprese in modo olistico. Perché il rafforzamento del movimento delle donne curde e la conoscenza e l’esperienza che ha acquisito nella lotta per la libertà sono direttamente collegati all’impegno di Reber Apo. Spiegare correttamente questo legame è innanzitutto un requisito fondamentale del nostro compagnerismo con Reber Apo.

In secondo luogo, non abbiamo notizie di Reber Apo da 35 mesi. Questa è di per sé una valida ragione per lottare. Nessun prigioniero è mai stato tenuto in un isolamento così profondo, senza poter comunicare con la sua famiglia e i suoi avvocati. Attualmente siamo preoccupate per la sua salute e la sua sicurezza. Come donne curde, vogliamo condividere questa profonda preoccupazione del nostro popolo e consideriamo la creazione di una sensibilità contro l’isolamento e la sua eliminazione come un terreno fondamentale di lotta.

Inoltre, Reber Apo ci ha sempre detto «accettatemi come simpatizzante», mentre ci coinvolgeva nella lotta per la libertà. Vorremmo dare una risposta chiara a coloro che considerano Reber Apo, che ha pagato tanto per la libertà delle donne e che ha colto ogni occasione per analizzare la questione della libertà delle donne anche dal carcere di İmralı, come separato dalla nostra lotta. In breve, abbiamo intenzione di spiegare con la massima chiarezza il nostro legame con Reber Apo.

Perché avete deciso di tenere questa conferenza proprio in questo momento e perché proprio a Roma?

Le ragioni sono due. La prima ragione è legata a connessioni simboliche e storiche. Reber Apo è venuto in Italia per cercare una soluzione alla questione curda. All’epoca, l’intera società italiana fu testimone del suo legame con il popolo curdo. Tuttavia, questi sforzi non riuscirono a impedire la cospirazione e la conseguente cattura di Ocalan. Ripartire da qui significa completare una solidarietà incompiuta.

La seconda ragione è strettamente legata alla prima. La solidarietà e il legame dei nostri amici in Italia ci hanno incoraggiato a compiere questo passo. In Italia, da circa 7 anni, il 15 febbraio viene organizzata un’azione di protesta che riscuote grande partecipazione. Queste marce e azioni sono ampiamente sostenute da sindacati, partiti politici, ONG e vari collettivi italiani. Poiché riteniamo che questa partecipazione e sensibilità siano un ottimo punto di partenza e aprano la strada a discussioni più approfondite, abbiamo voluto tenere la conferenza qui. Durante i nostri preparativi, abbiamo constatato che tutti i nostri amici sono molto sensibili a questo tema e posso quindi affermare che abbiamo preso la decisione giusta.

Nella sessione conclusiva si parla di “completare un progetto incompiuto”, quanta strada credi sia stata fatta nel “cammino verso la rivoluzione delle donne” e che prospettive vedi per il completamento di questo progetto?

Nel primo incontro con i suoi avvocati, quando fu fatto prigioniero, Reber Apo disse: «L’unica cosa che mi rende triste è che i miei progetti sulla liberazione delle donne rimangono incompiuti». Il nostro titolo si riferisce a questo. Perché, a prescindere dalle difficoltà che incontreremo, siamo determinate a portare a termine questo progetto incompiuto. Tutti i nostri sforzi sono andati in questa direzione nel corso del quarto di secolo in cui siamo state fisicamente separate dal Reber Apo.

Sarebbe sbagliato raccontare questa situazione solo come una reazione alle sue aspettative. Come donne curde abbiamo capito quanto sia insaziabile il gusto delle opportunità di vita libera e della soggettività femminile in tutti gli ambiti della vita. Grazie al sistema creato da Reber Apo, abbiamo avuto l’opportunità di vivere in aree in cui la dominazione maschile (anche se non del tutto eliminata) è stata limitata. Così, abbiamo assaporato queste condizioni.

Per completare questo progetto, è necessario sfruttare tutte le opportunità disponibili a favore della libertà delle donne. I nostri sforzi sono sempre andati in questa direzione. Abbiamo certamente delle carenze e delle insufficienze. Tuttavia, abbiamo visto quotidianamente quanto sia appropriata e necessaria la determinazione secondo cui «la società non può essere liberata senza la liberazione delle donne» Non comprendere a sufficienza questa determinazione è alla base delle difficoltà che stiamo vivendo. Comprendere correttamente questa determinazione è alla base di ogni successo che abbiamo ottenuto come movimento.

In altre parole, non vediamo la liberazione delle donne come un obiettivo che solo le donne dovrebbero raggiungere. Al contrario, abbiamo visto chiaramente che la soluzione dei problemi sociali e del blocco da essi causato è legato anche alla non corretta comprensione di questa questione. Pertanto, è necessario ampliare le aree che offrono opportunità di libertà alle donne e perpetuare quelle esistenti. Considerando che il dominio maschile si è istituzionalizzato in tutti i settori della vita, abbiamo ancora molta strada da fare.

Per noi percorrere questo cammino è di per sé una rivoluzione. Dal più piccolo al più grande, da uno sviluppo che riguarda l’intera società a una sfida che cambierà la vita di una singola donna, ogni cambiamento è un passo su questo cammino. Tutti sono preziosi e importanti. Camminare su questo sentiero è la vita stessa.

Cover: Un’immagine di Ocalan mostrata durante una manifestazione – dinamopress

LE BUONE E LE CATTIVE RAGIONI DEI TRATTORI.
e le responsabilità dell’Europa, dei Governi e di noi consumatori

Gli Agricoltori  hanno molte ragioni e giuste richieste per cui protestare, ma anche richieste sbagliate. Purtroppo, L’Europa, i Governi, Italia compresa, sembrano accogliere solo le richieste sbagliate.

La mucca di Sanremo

Chissà se la mucca che dovrebbe salire sul palco di Sanremo … fa parte di quelle (la grande maggioranza) che sono allevate in modo intensivo, dentro recinti da cui non escono mai per tutta la vita, selezionate dai genetisti (in modo “scientifico”) per aumentare la produzione di latte (da 15 a 40 litri/giorno) a costo di ridurre la durata della loro vita che ora è di soli 4,7 anni, impedendo così di avere un 2° vitello (e producendo così anche un danno agli allevatori).

Questa ed tante altre porcherie ed atrocità vengono spacciate come “allevamento”, “agricoltura” e “scienza”, seppure in palese conflitto con la buona agricoltura, il buon allevamento, il benessere animale, la salute umana e il pianeta Terra.
In agricoltura bisogna infatti distinguere tra chi coltiva e alleva bene e chi invece, seguendo la logica solo dei soldi, coltiva e alleva male, inquina e vuole continuare a farlo. Uno dei grandi cambiamenti è ritornare ad un’agricoltura amica dell’uomo e della natura.

L’ideologia (la scusa) che sostiene l’agricoltura estensiva e gli allevamenti intensivi (di 70 miliardi di animali nel mondo, stimati a 100 nel 2030) è che non c’è cibo a sufficienza per tutti i 9 miliardi di abitanti (futuri). Una falsità, mostrata da numerosi studi; basti pensare che l’attuale organizzazione agro-alimentare produce un 30% di cibo che viene scartato o buttato (perché non conforme agli “standard” del consumatore) e senza considerare che il cibo industriale è molto meno nutriente del cibo “non forzato”.

Senza contare che, è un dato assodato, mangiare 70 kg. di carne (o 120 come in Usa) all’anno a testa è una ricetta per morire prima.

Un’agricoltura senza antiparassitari (o che li riduce come chiede l’Europa), biologica, biodinamica, che tutela la natura, il paesaggio rappresenta il futuro. E’ vero che produce il 10% in meno di quella industriale, ma garantisce cibo più sano e nutriente, non inquina e alla fine sommando tutti i costi (anche quelli di inquinamento delle falde acquifere, ambientali, di trasporto che mai vengono conteggiati), costa uguale o di meno. Un prezzo che possiamo permetterci se si pensa che gli italiani spendono il 17% del proprio reddito per il cibo e che se la spesa salisse al 19% (+10%) sarebbe una scelta intelligente perché avremmo una grande quantità di altri vantaggi: meno malattie (quindi meno spese), meno inquinamento, più occupazione, migliore paesaggio, più salute.

Contributi europei e criteri PAC

L’Italia è il 1° produttore agricolo d’Europa con 32 miliardi di valore aggiunto, seguita dalla Francia con 31 miliardi, la quale ha un’agricoltura molto più estensiva dell’Italia (ha il doppio di ettari). La Francia riceve però 8,2 miliardi di aiuti rispetto ai 5 dell’Italia, ai 6,7 della Germania, ai 5,7 della Spagna.
Le cause sono i criteri di finanziamento UE che privilegiano gli ettari e non il valore aggiunto o l’occupazione locale, valori che in futuro dovremmo valorizzare. Le agricolture di qualità (bio, agricoltura di precisione) producono non solo cibi di maggior qualità ma, inquinando meno, più occupati e reddito. Ma i “trattori” vogliono fare questa battaglia?

Cambiare in meglio o in peggio i criteri della PAC (la politica agricola europea) che favorisce le grandi aziende, chi usa antiparassitari, chi ha molti ettari e molti trattori oppure si vuole favorire i piccoli contadini o chi colativa bio?
Le produzioni biodinamiche hanno per esempio un fatturato di 13.000 euro per ettaro contro una media di 3.200 dell’agricoltura industriale. Sia in Italia che in Europa molte piccole aziende e contadini sono favorevoli a questa impostazione. La linea di conflitto è quindi dentro i singoli Paesi e tra gli stessi agricoltori. E se prevalesse anche in Europa la logica delle grandi aziende estensive? Il mattatoio della Tönnies nel Nord Reno Vestfalia (una enorme “fabbrica di carne” che macella e lavora 20mila maiali vivi al giorno) è stato uno dei principali focolai di coronavirus in Germania. Un centro dove lavorano migliaia di immigrati dall’Est Europa pagati poco e ammassati in fatiscenti alloggi che producono una carne a basso costo venduta a 3,99 euro per 600 grammi nei discount. Un tipico modo di produzione che ha un alto costo sociale ed ambientale, frutto però anche delle scelte dei consumatori tedeschi. Sono questi i prodotti che dovrebbero vedere aumentata l’Iva, al fine di favorire alimenti sani e prodotti fatti nel rispetto degli Animali e degli Esseri Umani.

Cambiare abitudini alimentari

Ci sono molti europei (anche quelli ricchi o della classe media) che scelgono frutta, verdura e carne a basso prezzo. Il che denota una mancanza di cultura del cibo. Non è solo questione di soldi. In Inghilterra e Germania (più ricchi di noi) si spende solo il 10%-14% del reddito per il cibo, rispetto per esempio al 17% dell’Italia.

Per migliaia di anni la carne è stata sinonimo di sopravvivenza, prosperità e potere in quasi tutte le culture. Nelle società agiate in cui viviamo da 50 anni, è cresciuto il numero di persone che mangiano carne tutti i giorni, quando solo prima della seconda guerra mondiale la si mangiava 2-3 volte all’anno da parte della metà della popolazione più povera in Italia. Ciò spiega perché crescono gli allevamenti intensivi di animali (70 miliardi nel 2019).

Oggi mangiare carne significa ancora per la maggioranza essere ricchi e avere un senso di piacere. In generale noi occidentali rimuoviamo mentalmente il fatto che produrre carne (in questo modo in particolare) provoca grandi sofferenze agli animali che mangiamo e spesso desertificazione e disboscamento nei paesi poveri.
Ricordo quando da giovane feci un trekking in Nepal che per mangiare carne ci si portava gli animali al seguito e il dover uccidere degli animali che avevano camminato con noi, produceva una drastica minor alimentazione di carne. Eppure qualcosa sta cambiando anche in Germania: nel 2018, il 33% dei tedeschi dichiarava di mangiare carne ogni giorno, nel 2019 questa percentuale è scesa al 25%.

 Le ragioni giuste degli agricoltori

Gli agricoltori hanno molte buone ragioni per cui protestano, ma anche sbagliate e, purtroppo, pare che Governi e Unione Europea, vogliano acconsentire a rispondere a quelle sbagliate.

Gli agricoltori sono divisi in tante specie, ma in particolare tra i piccoli che coltivano bene, biologico o con un minimo di pesticidi e le grandi imprese che coltivano in modo “industriale” facendo largo uso dell’agro-chimica.
Per tutti ma in particolare per i piccoli, il vero problema è che i prezzi di vendita alla GDO (grande distribuzione) o ai grossisti sono una troppo piccola percentuale del prezzo al cliente finale che fa la GDO.

Per esempio il radicchio rosso lungo al mercatino agricolo del paese (se vivi in un paese) costava a fine ottobre 2023 1,48 euro al kg, se invece lo acquistavi al supermercato (Grande Distribuzione Organizzata, GDO) 2,49 euro (se era della specie “rosso tondo Leonardo”); se era invece quello “rosso lungo” 2,99 euro. Se è poi un prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta) venduto presso un punto della GDO il suo prezzo saliva a 3,49 euro. E non stiamo parlando di prodotti biologici, che costano di più. All’agricoltore vanno 0,50 euro se “rosso lungo” e 0,53 se “rosso tondo Leonardo”. All’agricoltore va, quindi, solo il 15% del prezzo finale al supermercato (se acquisti un prodotto IGP) e il 17,7%. E così è quasi per tutto.

Ora facciamo l’ipotesi che all’agricoltore andassero solo 7 cent in più, cioè che prendesse 0,60 euro al Kg. Per il coltivatore sarebbe un aumento significativo (+13,2%), mentre per il consumatore sarebbe un aumento irrisorio (+2,3%). Ma si potrebbe anche pensare che con una più equa distribuzione la GDO mantiene lo stesso prezzo finale per il consumatore e retribuisce meglio l’agricoltore, riconoscendogli non il 17,7% del prezzo finale di vendita al consumatore, ma il 20,1%, che è sempre poco, ma consentirebbe all’agricoltura di fare un grande passo in avanti in termini di sicurezza (sua e del territorio) e di sviluppo.

Quindi, il primo e principale problema in agricoltura è una remunerazione maggiore degli agricoltori che danno il prodotto che finisce al cliente.
Vale la stessa cosa anche per gli allevamenti che negli ultimi decenni hanno assunto una dimensione “horror” con la crescita di quelli intensivi in cui non c’è alcun rispetto per il benessere animale, c’è un’enorme quantità di antibiotici mescolata al mangime e mucche, maiali, polli, etc. sono stati selezionate in modo tale che per produrre di più è stata ridotta la longevità. Per esempio le mucche producono più latte ma vivono meno (4,7 anni) e non riescono più a partorire un secondo vitellino, per cui ciò ha compromesso lo stesso allevamento. Come saranno considerati in futuro questi metodi di selezione delle razze che vanno avanti da 50 anni? Ma ci sono anche allevamenti biologici e biodinamici rispettosi del benessere animale, dove gli animali non sono costretti in spazi angusti, le mucche vanno al pascolo e non si usano farmaci (antibiotici, anabolizzanti e così via).

Un altro punto critico dei temi della protesta è l’accordo con i 4 paesi del sud America: Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay (Mercosur) che, con la scusa del libero scambio, apre le porte in Europa a prodotti che costano meno ma sono contaminati da fitofarmaci che vengono esportati dalle nostre multinazionali dell’agro-chimica, in quanto non sono più commercializzabili in Europa perché da noi vietati.

Ragioni sbagliate e risposte sbagliate

Ci sono poi richieste (da parte di alcuni, non tutti) di non ridurre l’uso dei pesticidi, che la Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo (modificando la proposta meno restrittiva della Commissione UE) prevedeva del 30% entro il 2035.

Altri chiedono di mantenere gli sconti al gasolio agricolo (che produce gas serra) e altri ancora di mantenere il sostegno ai redditi agricoli, eliminati (questi ultimi) dal Governo Meloni che ora (pare) vuole ripristinare per le piccole imprese (max 10mila euro di reddito annuo). Il 4% dei campi non coltivati è per dare possibilità al terreno di non esaurirsi come fertilità ed avere siepi e alberi come nell’agricoltura biologica-biodinamica dove il 10% non è coltivato per dare spazio agli insetti e alle api. Non si tratta solo di avere un paesaggio fatto di bellezza e con alberi ma di far vivere gli impollinatori senza i quali, secondo alcune stime, la produzione cala dal 3% all’8%.

Nulla si dice dei prezzi nella filiera o di come dirottare parte degli aiuti della PAC e PNRR ai piccoli contadini anziché sempre alle grandi imprese.
Le uniche aperture riguardano invece gli aiuti al gasolio e ai pesticidi che vanno contro ogni buona agricoltura che inquinano le falde acquifere, riducono la fertilità dei suoli, fanno sparire le api, danneggiano la salute umana, la biodiversità e gli animali.

L’orientamento è quindi di favorire la parte peggiore dell’agricoltura (grandi imprese, chi coltiva industrialmente, pesticidi, gasolio, allevamenti intensivi) e mettere in crisi ulteriormente i piccoli contadini che bene coltivano rispettando la Terra e gli Animali e in modo bio. Del resto il glifosato (diserbante cancerogeno) è stato prorogato dall’Unione Europea per altri 10 anni e non c’è tra le richieste dei “trattori”, come nessuno Governo parla di rivedere i prezzi nella filiera agricola che dai campi arriva alla GDO, imponendo per esempio sull’etichetta il prezzo che viene pagato all’agricoltore.

L’idea infine che Coldiretti stia dalla parte dei piccoli agricoltori è un’idea da tempo tramontata se si pensa che ad essa aderiscono le più grandi imprese agricole tra cui BF (Bonifiche Ferraresi) quotata in borsa.

Chi protesta, sta di fatto denunciando il fallimento di un modello agricolo che è in realtà agro-industriale, un sistema che non regge in quanto basato su produzioni intensive senza alcun controllo della filiera e dei prezzi, in balia della grande distribuzione (GDO) nel caso dei prodotti destinati al consumo umano o dell’industria mangimistica, per quei prodotti come il mais che ormai non vengono più prodotti per l’uomo, ma per diventare il cibo insostenibile del nostro cibo, cercando quindi di massimizzare la resa per ettaro a discapito della qualità ambientale, del lavoro agricolo e, anche a fronte della scarsità idrica che riguarda in particolare la Pianura Padana, sarebbe opportuno modificare il tipo di colture[1].

Una delle possibili soluzioni è scendere dai trattori da 200mila euro, dall’idea di un uso intensivo e dei pesticidi per tornare a un’agricoltura contadina, dove si produce cibo buono, nel rispetto della Terra e degli Animali e dove solo a chi fa questo importante lavoro viene riconosciuto un prezzo equo.
Viceversa, come nella rivolta dei “forconi” del 2012, facendo una gran “confusione di tutto”, il rischio è che le buone ragioni dei molti piccoli agricoltori siano seppellite per difendere ancora le grandi imprese, un’agricoltura sbagliata e inquinante che riceve l’80% dei fondi della PAC e PNRR, anche se rappresenta solo il 20% delle aziende agricole.

Nota:
[1] Raccontando la protesta avrebbe senso amplificare la voce di quelle realtà che lottano per una nuova agricoltura come Via Campesina, https://www.assorurale.it/chi-siamo/european-coordination-via-campesina/ il cui coordinamento europeo ha diffuso un “Manifesto per la transizione agricola per affrontare la crisi” e chiedono il sostegno economico alla transizione agro-ecologica commisurato alle problematiche in gioco, la priorità al sostegno ai redditi agricoli di che bene coltiva e non l’ampliamento delle grandi aziende agricole. Le rivendicazioni sono puntuali: “Chiediamo un bilancio adeguato affinché i sussidi della Politica agricola comune (Pac) vengano ridistribuiti per sostenere la transizione verso un’agricoltura in grado di affrontare le sfide della crisi climatica e della biodiversità. Tutti gli agricoltori già impegnati e che vogliono impegnarsi in processi di transizione verso un modello agroecologico devono essere sostenuti e accompagnati nel lungo periodo. È inaccettabile che nell’attuale PAC un 20% di aziende (le più grandi) monopolizzi quasi tutti gli aiuti pubblici, mentre l’80% degli agricoltori europei non riceve alcun aiuto, o solo briciole”.
Tratto da “I trattori in strada raccontano la fine di un modello agricolo, di Luca Martinelli, 31.1.2024, in Altreconomia.

 

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Storie in pellicola /
“The Feast”. Un mondo inquinato raccontato con ironia

“The Feast”, di Rishi Chandna, in concorso al Festival del Cortometraggio di Clermont-Ferrand, racconta di una raccoglitrice di gamberi che affronta un politico locale organizzando per lui una festa e usando un indimenticabile piatto segreto che potrebbe salvare il suo lago morente. Protesta con ironia,

Al Festival Internazionale del Cortometraggio di Clermont-Ferrand, dal 2 al 10 febbraio, che stiamo seguendo, vanno in scena l’ambiente e le sue sofferenze, le proteste silenziose di tanti popoli.

Rishi Chandna, regista indiano e autore della sceneggiatura con Rahul Srivastava, presenta “The Feast” (“Virundhu” in Tamil), visibile anche sulla piattaforma MUBI.

Il corto è uno dei 66 selezionati per la proiezione nel prestigioso concorso – il secondo più importante Festival francese dopo Cannes e il più importante festival di cortometraggi al mondo – fra le 9500 candidature ricevute da 52 paesi.

“The Feast”, parte di un’antologia, è ambientato vicino al lago Pulicat, situato sulla costa sud-orientale dell’India, al confine tra gli Stati di Andhra Pradesh e Tamil Nadu. Concepito come un film di scienza e immaginazione, il cortometraggio si concentra sull’inquinamento idrico e sul suo impatto generale non solo sull’ambiente ma anche sulla società e vuole sensibilizzare il pubblico al problema. Toccando tasti sensibli.

Il progetto è realizzato in collaborazione con la Krea University, che si trova vicino al Lago Pulicat. “Questo vasto lago, la seconda laguna di acqua salmastra più grande dell’India dopo il lago Chilika nello Stato di Odisha”, ricorda il regista in un’intervista, “si estende dal nord di Chennai fino allo Stato di Andhra Pradesh e arriva fino all’Oceano. Nel 2021, all’Università stavano cercando di realizzare un documentario sulla simbiosi uomo-acqua come parte del loro curriculum sugli studi ambientali. Dopo aver realizzato un paio di brevi documentari, ero ansioso di cimentarmi con la fiction”.

Eccolo qui, allora. Il film è girato nel villaggio di Kottakuppam, molto vicino alla città di Pulicat nel Tamil Nadu, al largo delle rive del lago, tra le sue ultime mangrovie. Quel mondo è un corpo idrico dall’equilibrio delicato poiché molte vite dipendono da esso e sta cambiando rapidamente a causa delle attività industriali e umane.

“Durante la mia prima visita al lago”, racconta Rishi, “ho potuto vedere donne quasi completamente sommerse, camminare con la testa che dondolava nell’acqua. Queste raccoglitrici di gamberi cercano e raccolgono gamberi con una tecnica indigena molto antica. È un mondo molto ricco in termini di storia”, conclude.

Il corto racconta la storia di Mary (Janagi), una raccoglitrice di gamberi, la cui vita dipende dalle acque agitate in cui pesca. Ma quelle acque sono inquinate e molti gamberetti morti e anneriti arrivano nei suoi pugni stanchi e graffiati. Quella merce non si può né vendere né tanto meno consumare. Degrado, confusione, il nero dell’inquinamento che uccide.

Ha intenzione di organizzare una festa e di invitarvi il politico locale Thomas (George Vijay Nelson): per questo si immerge nelle acque del lago per procurarsi i frutti di mare più pregiati. Fino alla festa, al banchetto preceduto dalla potente preghiera, come posseduta.

Interessante vedere, in quell’ambiente, una chiesa azzurra di 400-500 anni, dove si tiene una festa annuale e vengono invitati i politici locali: il villaggio ha una storia di colonizzazione olandese. I colori sono incredibili, la fotografia curata e attenta.

Thomas ha il suo tallone d’Achille, quel cibo profumato che gli ricorda l’infanzia e la nonna, Josie (la figlia di Mary, interpretata da Jeevesvaran Anbarasi), invece, rappresenta il conflitto generazionale. I più giovani, istruiti, non vedono futuro nella pesca e, a volte, finiscono per lavorare nelle stesse fabbriche che inquinano l’acqua. È una situazione complessa, un circolo vizioso. Ma il segreto di quel cibo antico è proprio l’acqua.

Il cibo diventerà l’atto di ribellione di Mery, il mezzo per portare avanti la sua protesta. E lei userà l’ironia, il sarcasmo e il teatro dell’assurdo per portare a casa messaggio e risultato.

Alla fine, sarà il cibo a conquistare Thomas perché il potere del cibo – depositario della nostalgia – sta nell’evocare ricordi. Se vogliamo realizzare un cambiamento, dobbiamo tornare al nostro passato, per ricordare da dove veniamo.

Una protesta ‘saporita’ e silenziosa. Delicata e toccante.

Diario in pubblico /
Sanremo 2024: cosa pensare? Tempo, ricordi, presente

Diario in pubblico. Sanremo 2024: cosa pensare? Tempo, ricordi, presente

Dal punto di vista del “diversamente giovane” mi sono imposto di non nutrirmi solo nei ricordi di quel tempo in cui si viveva nel presente e in quello interagivano potentemente passato e futuro. Ora, l’attività del presente porta solo a presagire, per chi scrive questa nota, un futuro che non sai se diverrà presente.

Da qui la necessità che può apparire futile ai miei compagni d’interessi di interrogare il presente anche nelle sue pieghe apparentemente più futili o riprovevoli come, ad esempio, il Festival delle canzonette, che ti dà mostruosamente dilatato ciò che ora si persegue nel tempo politico e purtroppo anche culturale.

Appena vedo la scritta del teatro che ospita la manifestazione mi ritorna in mente il rito che il nonno imponeva per l’audience, che scaturiva rimbombando dalla grossa radio Ducati troneggiante in salotto. E silenzio! Così, sgranocchiando i dolcetti di nonna, mi imbottivo di Grazie dei fiori, Vola colomba, Papaveri e papere e anche di “piove e piove sul nostro amor”.

Crescendo, era d’obbligo per i giovani “promettenti” sdegnare le canzonette (al massimo il jazz americano) per darsi esclusivamente alla musica classica. Così, anche se di nascosto curiosavo tra i programmi radiofonici per ascoltar canzonette, lo sdegno doveva essere palese. Al massimo Mina che, stregato d’amore, ascoltavo alla Bussola del Forte dei Marmi.

Tra un noioso sproloquio del “montanaro” che sbandiera grande complicità con la Berlinguer di Carta bianca comincia la mia ‘visione’ sanremese. Come sghignazzavamo al tempo dell’adolescenza, “Mon dieu de la France che mal à la pance”.

Una vecchietta dai capelli blu e in mutande appare e canta: una voce familiare; poi esce il nome: è la Bertè! Frattanto giovanette in reggicalze e giacche da uomo sbraitano, agitando il microfono come se fossero al mercato. Sono le nuove ‘promesse’. E tutte/i, quasi, indossano occhiali da sole per nascondere cosa? Forse il loro imbarazzo.

Tutto è ambiguo. Perfino cantare Bella ciao o le promesse per i trattoristi o le note, sicuramente sincere, ma un poco sopratono dei soprusi e dei delitti. Ecco dove il Festival coincide con la politica: ambiguità anche nelle buone intenzioni.

Mi si accuserà di essere un vecchio residuo ‘sinistrato’. Può darsi. E allora chiedo alla mia parte: “siate meno ambigui, meno sanremesi, meno politicamente di tutto e di più/meno”. Occorre la semplicità delle idee che solo la cultura (quella vera) può donare o prevedere. Che il resto sia silenzio. Almeno finche il Festival non finisce.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Il testo integrale della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul genocidio in corso a Gaza

Il testo integrale della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul genocidio in corso a Gaza

8 febbraio 2024 – Mentre prosegue la sanguinosa guerra di occupazione di Israele (quasi trentamila i civili palestinesi uccisi di cui diecimila bambini) e Benjamin Netanyahu continua a rifiutare tregua, è importante leggere con attenzione la sentenza integrale emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia nei confronti di Israele.
(traduzione di Michela Arricale)

CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA
ANNO 2024, 26 Gennaio
Elenco Generale
N. 192 – 26 Gennaio 2024
ISTANZA PER L’APPLICAZIONE DI MISURE CAUTELARI
ORDINANZA

Presenti: Presidente DONOGHUE; Vicepresidente GEVORGIAN; Giudici TOMKA, ABRAHAM, BENNOUNA, YUSUF, XUE, SEBUTINDE, BHANDARI, ROBINSON, SALAM, IWASAWA, NOLTE, CHARLESWORTH, BRANT; Giudici ad hoc BARAK, MOSENEKE; Segretario GAUTIER.

La Corte Internazionale di Giustizia,
Composta come sopra,
Dopo deliberazione,
Considerando gli Articoli 41 e 48 dello Statuto della Corte e gli Articoli 73, 74 e 75 del Regolamento della Corte,
Emette la seguente ordinanza:

1. Il 29 dicembre 2023, la Repubblica del Sud Africa (di seguito “Sud Africa”) ha presentato presso il Registro della Corte una domanda di avvio di procedimento contro lo Stato di Israele (di seguito “Israele”) riguardante presunte violazioni nella Striscia di Gaza degli obblighi derivanti dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (di seguito la “Convenzione sul genocidio” o la “Convenzione”).

2. A conclusione della sua domanda, il Sud Africa “chiede rispettosamente alla Corte di giudicare e dichiarare:

(1) che la Repubblica del Sud Africa e lo Stato di Israele hanno ciascuno il dovere di agire conformemente ai loro obblighi derivanti dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, riguardo ai membri del gruppo palestinese, adottando tutte le misure ragionevoli a loro disposizione per prevenire il genocidio; e

(2) che lo Stato di Israele:

(a) ha violato e continua a violare i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, in particolare gli obblighi previsti dall’Articolo I, letti in combinazione con l’Articolo II, e gli Articoli III (a), III (b), III (c), III (d), III (e), IV, V e VI;

(b) deve immediatamente cessare qualsiasi atto e misura in violazione di tali obblighi, compresi atti o misure che potrebbero causare la morte o il proseguimento della morte di palestinesi, o provocare o continuare a provocare gravi danni fisici o mentali ai palestinesi o infliggere deliberatamente al loro gruppo, o continuare a infliggere al loro gruppo, condizioni di vita atte a provocarne la distruzione fisica totale o parziale, e rispettare appieno i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, in particolare gli obblighi previsti dagli Articoli I, III (a), III (b), III (c), III (d), III (e), IV, V e VI;

(c) deve garantire che le persone che commettono il genocidio, cospirano per commettere il genocidio, incitino direttamente e pubblicamente al genocidio, tentino di commettere il genocidio e siano complici nel genocidio contrari agli Articoli I, III (a), III (b), III (c), III (d) e III (e) siano punite da un tribunale nazionale o internazionale competente, come richiesto dagli Articoli I, IV, V e VI;

(d) a tal fine e per ottemperare a tali obblighi derivanti dagli Articoli I, IV, V e VI, deve raccogliere e conservare le prove e garantire, consentire e/o non impedire direttamente o indirettamente la raccolta e la conservazione delle prove di atti genocidi commessi contro i palestinesi a Gaza, compresi i membri del gruppo sfollati da Gaza;

(e) deve adempiere agli obblighi di riparazione nell’interesse delle vittime palestinesi, compresi ma non limitato a consentire il ritorno sicuro e dignitoso dei palestinesi costretti al riparo e/o rapiti alle loro case, il rispetto dei loro pieni diritti umani e la protezione da ulteriori discriminazioni, persecuzioni e altri atti correlati, e provvedere alla ricostruzione di ciò che ha distrutto a Gaza, in conformità con l’obbligo di prevenire il genocidio ai sensi dell’Articolo I; e

(f) deve offrire assicurazioni e garanzie di non-ripetizione delle violazioni della Convenzione sul genocidio, in particolare gli obblighi previsti dagli Articoli I, III (a), III (b), III (c), III

(d), III (e), IV, V e VI.”

3. Nella sua domanda, il Sud Africa cerca di fondare la giurisdizione della Corte sull’Articolo 36, paragrafo 1, dello Statuto della Corte e sull’Articolo IX della Convenzione sul genocidio.

4. La domanda conteneva una richiesta per l’adozione di misure cautelari presentata con riferimento all’Articolo 41 dello Statuto e agli Articoli 73, 74 e 75 del Regolamento della Corte.

5. Alla fine della sua richiesta, il Sud Africa ha chiesto alla Corte di adottare le appresso indicate misure cautelari:

“(1) Lo Stato di Israele sospenda immediatamente le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza.

(2) Lo Stato di Israele assicuri che qualsiasi unità militare o irregolare armata che possa essere diretta, sostenuta o influenzata da esso, così come qualsiasi organizzazione e persona che possano essere soggette al suo controllo, direzione o influenza, non intraprendano alcuna azione a favore delle operazioni militari menzionate [in] al punto (1) sopra.

(3) La Repubblica del Sud Africa e lo Stato di Israele ciascuno, in conformità ai loro obblighi derivanti dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, riguardo al popolo palestinese, adottino tutte le misure ragionevoli a loro disposizione per prevenire il genocidio.

(4) Lo Stato di Israele, in conformità ai suoi obblighi derivanti dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, riguardo al popolo palestinese come gruppo protetto dalla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, cessi dalla commissione di qualsiasi atto nell’ambito dell’Articolo II della Convenzione, in particolare:

(a) uccisione di membri del gruppo;

(b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;

(c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita atte a provocarne la distruzione fisica totale o parziale; e

(d) imporre misure intese a prevenire nascite all’interno del gruppo.

(5) Lo Stato di Israele, ai sensi del punto (4) (c) sopra, riguardo ai palestinesi, cessi e adotti tutte le misure a sua disposizione, compresa l’annullamento di ordini rilevanti, restrizioni e/o divieti, per prevenire:

(a) l’espulsione e il displacement forzato dalle loro case;

(b) la privazione di:

(i) accesso a cibo e acqua adeguati;

(ii) accesso all’assistenza umanitaria, compreso l’accesso a carburante adeguato, rifugi, vestiti, igiene e igiene ambientale;

(iii) forniture e assistenza mediche; e

(c) la distruzione della vita palestinese a Gaza.

(6) Lo Stato di Israele, riguardo ai palestinesi, assicuri che la sua forza militare, così come qualsiasi unità armata irregolare o individui che possono essere diretti, sostenuti o influenzati da essa e qualsiasi organizzazione e persone che possono essere soggette al suo controllo, direzione o influenza, non commettano alcun atto descritto in (4) e (5) sopra, o si impegnino in incitamento diretto e pubblico al genocidio, cospirazione per commettere il genocidio, tentativo di commettere il genocidio, o complicità nel genocidio, e in quanto si impegnino in tali atti, che siano intrapresi passi verso la loro punizione ai sensi degli Articoli I, II, III e IV della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio.

(7) Lo Stato di Israele adotti misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative alle accuse di atti nell’ambito dell’Articolo II della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio; a tal fine, lo Stato di Israele non agisca per negare o limitare in altro modo l’accesso a missioni di accertamento dei fatti, mandati internazionali e ad altri organismi a Gaza per assistere nel garantire la conservazione e la ritenzione di dette prove.

(8) Lo Stato di Israele presenti una relazione alla Corte su tutte le misure adottate per dare attuazione a questo Ordine entro una settimana, a partire dalla data di questo Ordine, e successivamente a intervalli regolari come la Corte ordinerà, fino a quando una decisione finale sulla questione sarà resa dalla Corte.

(9) Lo Stato di Israele si astenga da qualsiasi azione e garantisca che non venga intrapresa alcuna azione che possa aggravare o estendere la controversia davanti alla Corte o renderla più difficile da risolvere.”

6. Il Vicesegretario ha comunicato immediatamente al Governo di Israele la domanda contenente la richiesta di misure cautelari, in conformità all’Articolo 40, paragrafo 2, dello Statuto della Corte e all’Articolo 73, paragrafo 2, del Regolamento della Corte. Ha anche informato il Segretario Generale delle Nazioni Unite della presentazione da parte del Sud Africa della domanda e della richiesta di misure cautelari.

7. In attesa della notifica prevista dall’Articolo 40, paragrafo 3, dello Statuto della Corte, il Vicesegretario ha informato tutti gli Stati autorizzati a comparire davanti alla Corte della presentazione della domanda e della richiesta di misure cautelari con una lettera datata 3 gennaio 2024.

8. Poiché la Corte non includeva tra i giudici nessun rappresentante della nazionalità di entrambe le Parti, ciascuna Parte ha proceduto ad esercitare il diritto conferito dall’Articolo 31 dello Statuto della Corte di scegliere un giudice ad hoc per sedere nel caso. Il Sud Africa ha scelto il Signor Dikgang Ernest Moseneke e Israele il Signor Aharon Barak.

9. Con lettere datate 29 dicembre 2023, il Vicesegretario ha informato le Parti che, ai sensi dell’Articolo 74, paragrafo 3, del suo Regolamento, la Corte aveva fissato le date dell’11 e del 12 gennaio 2024 per le udienze orali sulla richiesta di indicazione di misure cautelari.

10. Nelle udienze pubbliche, le osservazioni orali sulla richiesta di indicazione di misure cautelari sono state presentate da:

Per conto del Sud Africa: Sua Eccellenza Vusimuzi Madonsela, Sua Eccellenza Ronald Lamola, Sig.ra Adila Hassim, Signor Tembeka Ngcukaitobi, Signor John Dugard, Signor Max du Plessis, Sig.ra Blinne Ní Ghrálaigh, Signor Vaughan Lowe.

Per conto di Israele: Signor Tal Becker, Signor Malcolm Shaw, Sig.ra Galit Raguan, Signor Omri

I. INTRODUZIONE

14. La Corte inizia ricordando il contesto attuale in cui il presente caso è giunto davanti a essa. Il 7 ottobre 2023, Hamas e altri gruppi armati presenti nella Striscia di Gaza hanno compiuto un attacco in Israele, uccidendo più di 1.200 persone, ferendone migliaia e rapendo circa 240 persone, molte delle quali sono ancora tenute in ostaggio. In seguito a questo attacco, Israele ha avviato un’operazione militare su larga scala a Gaza, per terra, aria e mare, causando massicce perdite civili, estese distruzioni delle infrastrutture civili e lo sfollamento della stragrande maggioranza della popolazione di Gaza (vedi paragrafo 46 qui sotto). La Corte è profondamente consapevole dell’estensione della tragedia umana che si sta svolgendo nella regione ed è profondamente preoccupata per la continua perdita di vite e le sofferenze umane.

15. Il conflitto in corso a Gaza è stato affrontato nel contesto di diversi organi e agenzie specializzate delle Nazioni Unite. In particolare, sono state adottate risoluzioni dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (vedi la risoluzione A/RES/ES-10/21 adottata il 27 ottobre 2023 e la risoluzione A/RES/ES-10/22 adottata il 12 dicembre 2023) e dal Consiglio di Sicurezza (vedi la risoluzione S/RES/2712 (2023) adottata il 15 novembre 2023 e la risoluzione S/RES/2720 (2023) adottata il 22 dicembre 2023), che si riferiscono a molti aspetti del conflitto. Tuttavia, la portata del presente caso sottoposto alla Corte è limitata, poiché il Sudafrica ha avviato queste procedura in relazione alla Convenzione contro il Genocidio

II. PRIMA FACIE JURISDICTION

1. Osservazioni preliminari

16. La Corte può adottare misure cautelari se le allegazioni disposte dal richiedente appaiono suffficienti, prima facie, a fornire una base sulla quale potrebbe fondarsi la propria giurisdizione, ma non è tenuta a statuire in modo definitivo sulla giurisdizione per quanto riguarda il merito della causa (vedi Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misure cautelari, Ordine del 16 marzo 2022, Rapporti C.I.J. 2022 (I), pp. 217-218, para. 24).

17. Nel presente caso, il Sudafrica fa derivare la giurisdizione della Corte dall’articolo 36, paragrafo 1, dello Statuto della Corte e sull’articolo IX della Convenzione sul genocidio (vedi paragrafo 3 qui sopra). La Corte deve quindi prima determinare se tali disposizioni conferiscono ad essa, prima facie, la giurisdizione per pronunciarsi sul merito della causa, consentendole, se le altre condizioni necessarie sono soddisfatte, di adottare misure cautelari.

18. L’articolo IX della Convenzione sul genocidio prevede:
“Le controversie tra le Parti contraenti relative all’interpretazione, all’applicazione o all’adempimento della presente Convenzione, comprese quelle relative alla responsabilità di uno Stato per il genocidio o per uno qualsiasi degli altri atti enumerati all’articolo III, devono essere sottoposte alla Corte Internazionale di Giustizia su richiesta di una qualsiasi delle parti in controversia.”

19. Il Sudafrica e Israele sono parti contraenti della Convenzione sul genocidio. Israele ha depositato il suo strumento di ratifica il 9 marzo 1950 e il Sudafrica ha depositato il suo strumento di adesione il 10 dicembre 1998. Nessuna delle Parti ha presentato una riserva all’articolo IX o a qualsiasi altra disposizione della Convenzione.

2. Esistenza di una controversia relativa all’interpretazione, all’applicazione o all’adempimento della Convenzione sul genocidio

20. L’articolo IX della Convenzione sul genocidio subordina la giurisdizione della Corte all’esistenza di una controversia relativa all’interpretazione, all’applicazione o all’adempimento della Convenzione. Una controversia è “un disaccordo su un punto di diritto o di fatto, un conflitto di opinioni giuridiche o di interessi” tra le parti (Concessioni della Palestina a Mavrommatis, Sentenza n. 2, 1924, C.P.I.J., Serie A, n. 2, p. 11). Affinché esista una controversia, “deve essere dimostrato che la pretesa di una parte è positivamente contrapposta a quella dell’altra” (Sud Africa (Etiopia c. Sud Africa; Liberia c. Sud Africa), Obiezioni Preliminari, Sentenza, Rapporti C.I.J. 1962, p. 328). Le due parti devono “‘avere opinioni chiaramente opposte sulla questione dell’esecuzione o della non esecuzione di certi’ obblighi internazionali” (Violazioni Presunte dei Diritti Sovrani e degli Spazi Marittimi nel Mar dei Caraibi (Nicaragua c. Colombia), Obiezioni Preliminari, Sentenza, Rapporti C.I.J. 2016 (I), p. 26, para. 50, citando Interpretazione dei Trattati di Pace con Bulgaria, Ungheria e Romania, Prima Fase, Parere Consultivo, Rapporti C.I.J. 1950, p. 74). Per determinare se esista una controversia nel presente caso, la Corte non può limitarsi a notare che una delle Parti sostiene che la Convenzione si applica, mentre l’altra lo nega (vedi Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misure cautelari, Ordine del 16 marzo 2022, Rapporti C.I.J. 2022 (I), pp. 218-219, para. 28).

21. Dal momento che il Sudafrica ha invocato come base della giurisdizione della Corte la clausola compromissoria della Convenzione sul genocidio, la Corte deve anche accertare, nella fase attuale delle procedure, se sembra che gli atti e le omissioni lamentati dal richiedente siano suscettibili di rientrare nel campo di applicazione di tale convenzione ratione materiae (vedi Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misure cautelari, Ordine del 16 marzo 2022, Rapporti C.I.J. 2022 (I), p. 219, para. 29).

* *

22. Il Sudafrica sostiene che esiste una controversia con Israele relativa all’interpretazione, all’applicazione e all’adempimento della Convenzione sul genocidio. Afferma che, prima di presentare la sua Domanda, il Sudafrica ha ripetutamente ed urgentemente espresso le sue preoccupazioni, in dichiarazioni pubbliche e in vari contesti multilaterali, tra cui il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che le azioni di Israele a Gaza costituiscono genocidio contro il popolo palestinese. In particolare, come indicato in una dichiarazione stampa emessa il 10 novembre 2023 dal Dipartimento delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione del Sudafrica, il Direttore Generale del Dipartimento ha incontrato l’Ambasciatore di Israele in Sudafrica il 9 novembre 2023 e gli ha comunicato che, mentre il Sudafrica “condannava gli attacchi contro i civili da parte di Hamas”, considerava la risposta di Israele all’attacco del 7 ottobre 2023 illegale e intendeva deferire la situazione in Palestina alla Corte Penale Internazionale, chiedendo un’indagine sulla leadership di Israele per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Inoltre, alla decima sessione di emergenza speciale ripresa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 dicembre 2023, presso la quale Israele era rappresentato, il rappresentante del Sudafrica alle Nazioni Unite ha dichiarato specificamente che “gli eventi degli ultimi sei settimane a Gaza hanno dimostrato che Israele sta agendo contrariamente ai suoi obblighi in base alla Convenzione sul genocidio”. Il Sudafrica ritiene che la controversia tra le Parti si fosse già cristallizzata in quel momento. Secondo il Sudafrica, Israele ha negato l’accusa di genocidio in un documento pubblicato dal suo Ministero degli Affari Esteri il 6 dicembre 2023 e aggiornato l’8 dicembre 2023, intitolato “Conflitto Hamas-Israele 2023: Domande Frequenti”, affermando in particolare che “l’accusa di genocidio contro Israele è non solo completamente infondata sotto il profilo dei fatti e del diritto, ma è moralmente ripugnante”.

Il richiedente menziona anche che, il 21 dicembre 2023, il Dipartimento delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione del Sudafrica ha inviato una Nota Verbale all’Ambasciata di Israele a Pretoria. Sostiene che, in questa Nota Verbale, ha ribadito la sua opinione che gli atti di Israele a Gaza costituiscano genocidio e che il Sudafrica fosse obbligato a impedire che si commettesse il genocidio. Il richiedente afferma che Israele ha risposto con una Nota Verbale datata 27 dicembre 2023. Sostiene tuttavia che Israele, in quella Nota Verbale, non ha affrontato le questioni sollevate dal Sudafrica.

23. Il richiedente sostiene inoltre che almeno alcuni, se non tutti, gli atti compiuti da Israele a Gaza, a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023, rientrano nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio. Afferma che, contrariamente all’articolo I della Convenzione, Israele “ha perpetrato e sta perpetrando atti genocidi identificati nell’articolo II” della Convenzione e che “Israele, i suoi funzionari e/o agenti, hanno agito con l’intenzione di distruggere i palestinesi a Gaza, parte di un gruppo protetto ai sensi della Convenzione sul genocidio”.

Gli atti in questione, secondo il Sudafrica, includono l’uccisione di palestinesi a Gaza, il cagionare loro gravi danni fisici e mentali, infliggere loro condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica e lo sfollamento forzato delle persone a Gaza. Il Sudafrica sostiene inoltre che Israele “ha… omesso di prevenire o di punire: genocidio, cospirazione per commettere genocidio, incitamento diretto e pubblico al genocidio, tentato genocidio e complicità in genocidio, contrariamente agli articoli III e IV della Convenzione sul genocidio”.

*

23. Israele sostiene che il Sud Africa non sia riuscito a dimostrare la giurisdizione primafacie della Corte ai sensi dell’articolo IX della Convenzione sul genocidio. Sostiene innanzitutto che non vi è alcuna controversia tra le Parti poiché il Sud Africa non ha concesso a Israele un’opportunità ragionevole di rispondere alle accuse di genocidio prima che il Sud Africa presentasse la sua domanda. Israele sostiene che, da un lato, le dichiarazioni pubbliche del Sud Africa che accusano Israele di genocidio e il rinvio della situazione in Palestina alla Corte penale internazionale e, dall’altro lato, il documento pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri israeliano, non indirizzato direttamente o anche indirettamente al Sud Africa, non sono sufficienti a dimostrare l’esistenza di una “opposizione positiva” di vedute, come richiesto dalla giurisprudenza della Corte.

Il convenuto sottolinea che, nella Nota Verbale dell’Ambasciata di Israele a Pretoria al Dipartimento delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione del Sud Africa, datata 27 dicembre 2023, in risposta alla Nota Verbale del Sud Africa, datata 21 dicembre 2023, Israele aveva proposto un incontro tra le Parti per discutere delle questioni sollevate dal Sud Africa, ma sostiene che questo tentativo di aprire un dialogo è stato ignorato dal Sud Africa al momento opportuno. Israele ritiene che le affermazioni unilaterali del Sud Africa contro Israele, in assenza di qualsiasi interazione bilaterale tra i due Stati prima della presentazione della domanda, non siano sufficienti a stabilire l’esistenza di una controversia ai sensi dell’articolo IX della Convenzione sul genocidio.

24. Israele sostiene inoltre che gli atti di cui si lamenta il Sud Africa non sono in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio perché non è stata provata, nemmeno su una base primafacie, l’intenzione specifica necessaria di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese come tale. Secondo Israele, in seguito alle atrocità commesse il 7 ottobre 2023, di fronte agli attacchi indiscriminati con razzi da parte di Hamas contro Israele, ha agito con l’intenzione di difendersi, di porre fine alle minacce e di liberare gli ostaggi.

Israele aggiunge inoltre che le sue pratiche di riduzione del danno civile e di facilitazione dell’assistenza umanitaria dimostrano l’assenza di qualsiasi intento genocida. Israele afferma che una revisione attenta delle decisioni ufficiali in relazione al conflitto a Gaza prese dalle autorità competenti in Israele dall’inizio della guerra, in particolare le decisioni del Comitato Ministeriale per gli Affari della Sicurezza Nazionale e del Gabinetto di Guerra, così come quelle della Direzione Operazioni delle Forze di Difesa di Israele, mostra l’enfasi posta sulla necessità di evitare danni ai civili e di facilitare l’aiuto umanitario. Secondo Israele, ciò dimostra chiaramente che tali decisioni erano prive di intento genocida.

25. La Corte richiama che, ai fini della decisione sulla presenza di una disputa tra le Parti al momento della presentazione della domanda, tiene conto in particolare di qualsiasi dichiarazione o documento scambiato tra le Parti, nonché di qualsiasi scambio avvenuto in contesti multilaterali. In tal modo, presta particolare attenzione all’autore della dichiarazione o del documento, al destinatario effettivo o previsto e al suo contenuto.

L’esistenza di una disputa è una questione di determinazione oggettiva da parte del Tribunale; è una questione di sostanza, e non una questione di forma o procedura (vedi Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Provvedimenti provvisori, Ordine del 16 marzo 2022, C.I.J. Reports 2022 (I), pp. 220-221, para. 35).
26. La Corte nota che il Sudafrica ha rilasciato dichiarazioni pubbliche in vari contesti multilaterali e bilaterali in cui ha espresso la sua opinione che, alla luce della natura, portata ed entità delle operazioni militari di Israele a Gaza, le azioni di Israele costituiscano violazioni degli obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio. Ad esempio, alla decima sessione straordinaria di emergenza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 12 dicembre 2023, alla quale Israele era rappresentato, il rappresentante del Sudafrica alle Nazioni Unite dichiarò che “gli eventi degli ultimi sei settimane a Gaza hanno illustrato che Israele sta agendo contrariamente ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio”. Il Sudafrica ha ricordato questa dichiarazione nella sua Nota Verbale del 21 dicembre 2023 all’Ambasciata di Israele a Pretoria.
27. La Corte nota che Israele ha respinto qualsiasi accusa di genocidio nel contesto del conflitto a Gaza in un documento pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri israeliano il 6 dicembre 2023, successivamente aggiornato e riprodotto sul sito delle Forze di Difesa israeliane il 15 dicembre 2023 con il titolo “La guerra contro Hamas: risposta alle tue domande più pressanti”, affermando che “[l’] accusa di genocidio contro Israele non è solo completamente infondata dal punto di vista dei fatti e del diritto, è moralmente ripugnante”. Nel documento, Israele ha anche dichiarato che “[l’] accusa di genocidio… non è solo legalmente e fattualmente incoerente, è oscena” e che non vi era “alcun… valido fondamento, in fatto o diritto, per l’accusa scandalosa di genocidio”.
28. In luce di quanto sopra, la Corte ritiene che le Parti sembrino avere opinioni chiaramente opposte sulla questione se determinati atti o omissioni presumibilmente commessi da Israele a Gaza costituiscano violazioni da parte di quest’ultimo degli obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio. La Corte trova che gli elementi sopra menzionati siano sufficienti, in questa fase, per stabilire, a prima vista, l’esistenza di una disputa tra le Parti relativa all’interpretazione, applicazione o adempimento della Convenzione sul genocidio.
29. Per quanto riguarda la questione se gli atti e le omissioni lamentati dal richiedente sembrano essere in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio, la Corte richiama che il Sudafrica ritiene che Israele sia responsabile di commettere genocidio a Gaza e di non aver impedito e punito atti genocidi. Il Sudafrica sostiene che Israele ha anche violato altri obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, compresi quelli riguardanti la “congiura per commettere genocidio, istigazione diretta e pubblica al genocidio, tentato genocidio e complicità in genocidio”.
30. Nella fase attuale del procedimento, la Corte non è tenuta a verificare se siano avvenute violazioni degli obblighi di Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio. Una tale constatazione potrebbe essere fatta dalla Corte solo nella fase dell’esame del merito del presente caso. Come già notato (vedi paragrafo 20 sopra), nella fase della decisione di una richiesta di provvedimenti provvisori, il compito della Corte è stabilire se gli atti e le omissioni lamentati dal richiedente sembrano essere in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione sul genocidio (cfr. Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Provvedimenti provvisori, Ordine del 16 marzo 2022, C.I.J. Reports 2022 (I), p. 222, para. 43). Secondo la Corte, almeno alcuni degli atti e delle omissioni che il Sudafrica afferma siano stati commessi da Israele a Gaza sembrano essere in grado di rientrare nelle disposizioni della Convenzione.
3. Conclusioni sulla giurisdizione prima facie
31. Alla luce di quanto precede, la Corte conclude che, prima facie, ha giurisdizione ai sensi dell’articolo IX della Convenzione sul genocidio per esaminare il caso.
32. Data la conclusione sopraesposta, la Corte ritiene che non può accogliere la richiesta di Israele di rimuovere il caso dalla Lista generale.

III. LEGITTIMAZIONE DEL SUDAFRICA

33. La Corte osserva che il Convenuto non ha contestato la legittimazione dell’Attore nel presente procedimento. Ricorda che, nel caso relativo alla domanda di applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Gambia c. Myanmar) in cui è stato invocato anche l’articolo IX della Convenzione sul genocidio, ha osservato che tutti gli Stati parti alla Convenzione hanno un interesse comune a garantire la prevenzione, la repressione e la punizione del genocidio, impegnandosi a adempiere agli obblighi contenuti nella Convenzione. Un tale interesse comune implica che gli obblighi in questione sono dovuti da uno Stato parte a tutti gli altri Stati parti alla convenzione pertinente; sono obblighi erga omnes partes, nel senso che ogni Stato parte ha un interesse al loro rispetto in qualsiasi caso. L’interesse comune nel rispetto degli obblighi pertinenti ai sensi della Convenzione sul genocidio implica che ogni Stato parte, senza distinzione, ha il diritto di invocare la responsabilità di un altro Stato parte per una presunta violazione dei suoi obblighi erga omnes partes in base alla Convenzione e di portare a termine tale violazione (Domanda di applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Gambia c. Myanmar), eccezioni preliminari, sentenza, C.I.J. Reports 2022 (II), pp. 516-517, paras. 107-108 e 112).
• La Corte conclude, prima facie, che il Sudafrica ha legittimazione per sottoporre a esso la disputa con Israele riguardante presunte violazioni degli obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio.

IV. I DIRITTI LA CUI PROTEZIONE È RICHIESTA E IL COLLEGAMENTO TRA TALI DIRITTI E LE MISURE RICHIESTE

35. Il potere della Corte di adottare provvedimenti cautelari ai sensi dell’articolo 41 dello Statuto ha come oggetto la conservazione dei rispettivi diritti sostenuti dalle parti in una causa, in attesa della sua decisione sui meriti della stessa. Ne consegue che la Corte deve preoccuparsi di preservare mediante tali misure i diritti che potrebbero essere successivamente giudicati appartenere a una delle parti. Pertanto, la Corte può esercitare questo potere solo se è convinta che i diritti affermati dalla parte che richiede tali misure siano almeno plausibili (vedi, ad esempio, Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Provvedimenti provvisori, Ordine del 16 marzo 2022, C.I.J. Reports 2022 (I), p. 223, para. 50).
36. In questa fase del procedimento, tuttavia, la Corte non è chiamata a statuire definitivamente se i diritti per cui il Sud Africa invoca protezione esistano. Deve solo decidere se i diritti sostenuti dal Sudafrica, e per i quali si sta cercando protezione, siano plausibili.

Inoltre, deve esistere un collegamento tra i diritti la cui protezione è richiesta e le misure cautelari richieste (Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Provvedimenti provvisori, Ordine del 16 marzo 2022, C.I.J. Reports 2022 (I), p. 224, para. 51).

37. Il Sudafrica sostiene voler tutelare i diritti dei palestinesi a Gaza, così come i propri diritti in base alla Convenzione sul genocidio. Fa riferimento al diritto dei palestinesi nella Striscia di Gaza di essere protetti da atti di genocidio, tentato genocidio, istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio, complicità in genocidio e cospirazione per commettere genocidio. L’Attore sostiene che la Convenzione vieta la distruzione di un gruppo o parte di esso e afferma che i palestinesi nella Striscia di Gaza, a causa della loro appartenenza a un gruppo, “sono protetti dalla Convenzione, così come lo è il gruppo stesso”. Il Sudafrica sostiene anche di cercare di proteggere il proprio diritto a garantire il rispetto della Convenzione sul genocidio. Il Sudafrica sostiene che i diritti in questione sono “almeno plausibili”, poiché sono “basati su un’interpretazione possibile” della Convenzione sul genocidio.

38. Il Sudafrica sostiene che le prove prodotte alla Corte “mostrano in modo incontrovertibile un modello di condotta e dolo che giustifica una verosimile accusa di atti genocidi”. Afferma, in particolare, la commissione degli atti seguenti con l’intento genocida: uccisioni, causare gravi lesioni fisiche e mentali, infliggere al gruppo condizioni di vita atte a portare alla sua distruzione fisica totale o parziale, e imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo. Secondo il Sudafrica, l’intento genocida è evidente dal modo in cui viene condotto l’attacco militare di Israele, dal chiaro modello di condotta di Israele a Gaza e dalle dichiarazioni fatte dagli ufficiali israeliani in relazione all’operazione militare nella Striscia di Gaza. L’Attore sostiene anche che “l’intenzionale omissione del governo di Israele.

39. Israele afferma che, nella fase delle misurecautelari, la Corte deve stabilire che i diritti reclamati dalle parti in una causa siano plausibili, ma “[d]ichiarare semplicemente che i diritti reclamati sono plausibili è insufficiente”. Secondo il Resistente, la Corte deve anche considerare le asserzioni di fatto nel contesto pertinente, compresa la questione della possibile violazione dei diritti reclamati.

40. Israele sostiene che il quadro giuridico appropriato per il conflitto a Gaza è quello del diritto umanitario internazionale e non della Convenzione sul genocidio. Sostiene che, nelle situazioni di guerra urbana, le vittime civili possono essere una conseguenza non intenzionale del legittimo uso della forza contro obiettivi militari e non costituiscono atti genocidi.

Israele ritiene che il Sudafrica abbia travisato i fatti sul terreno e osserva che i suoi sforzi per mitigare i danni durante le operazioni e alleviare le difficoltà e le sofferenze attraverso attività umanitarie a Gaza servano a dissipare – o almeno contrastare – qualsiasi accusa di intento genocida. Secondo il Resistente, le dichiarazioni degli ufficiali israeliani presentate dal Sudafrica sono “al meglio fuorvianti” e “non conformi alla politica del governo”. Israele ha anche richiamato l’attenzione sull’annuncio del suo Procuratore Generale secondo cui “[o]gni dichiarazione che chieda, tra le altre cose, un danno intenzionale ai civili […] potrebbe configurare un reato penale, incluso l’incitamento” e che “[a]ttualmente, diverse di tali situazioni sono oggetto di esame da parte delle autorità giudiziarie israeliane”.

Secondo Israele, né tali dichiarazioni né il suo modello di condotta nella Striscia di Gaza danno luogo a una “plausibile inferenza” di intento genocida. In ogni caso, Israele sostiene che, poiché lo scopo delle misurecautelari è preservare i diritti di entrambe le parti, la Corte deve, nel presente caso, considerare e “bilanciare” i rispettivi diritti del Sudafrica e di Israele. Il Resistente sottolinea che ha la responsabilità di proteggere i suoi cittadini, inclusi quelli catturati e tenuti in ostaggio a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023. Di conseguenza, sostiene che il suo diritto all’autodifesa è fondamentale per qualsiasi valutazione della situazione attuale.
41. La Corte ricorda che, in conformità all’articolo I della Convenzione, tutti gli Stati parti si sono impegnati “a prevenire e a punire” il crimine di genocidio. L’articolo II prevede che
“il genocidio significa qualsiasi degli atti seguenti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
(a) Uccidere membri del gruppo;
(b) Causare gravi lesioni fisiche o mentali ai membri del gruppo;
(c) Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita atte a portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
(d) Imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo;
(e) Trasferire con la forza i bambini del gruppo a un altro gruppo”.
42. In base all’articolo III della Convenzione sul genocidio, sono altresì vietati dalla Convenzione i seguenti atti: la cospirazione per commettere genocidio (articolo III, comma (b)), l’istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio (articolo III, comma (c)), il tentativo di commettere genocidio (articolo III, comma (d)) e la complicità in genocidio (articolo III, comma (e)).
43. Le disposizioni della Convenzione sono intese a proteggere i membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso da atti di genocidio o da qualsiasi altro atto punibile elencato nell’articolo III. La Corte ritiene che vi sia una correlazione tra i diritti dei membri dei gruppi protetti dalla Convenzione sul genocidio, gli obblighi degli Stati parti e il diritto di qualsiasi Stato parte di cercare il rispetto di tali obblighi da parte di un altro Stato parte (Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (The Gambia v. Myanmar), Provisional Measures, Order of 23 January 2020, I.C.J. Reports 2020, p. 20, para. 52).
44. La Corte ricorda che, affinché gli atti rientrino nel campo di applicazione dell’articolo II della Convenzione, “l’intento deve essere quello di distruggere almeno una parte sostanziale del gruppo particolare. Ciò è richiesto dalla natura stessa del crimine di genocidio: poiché l’oggetto e lo scopo della Convenzione nel suo complesso sono di prevenire la distruzione intenzionale dei gruppi, la parte bersaglio deve essere significativa abbastanza da avere un impatto sull’intero gruppo.” (Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro), Judgment, I.C.J. Reports 2007 (I), p. 126, para. 198.)
45. I Palestinesi sembrano costituire un gruppo distintivo “nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quindi un gruppo protetto nel significato dell’Articolo II della Convenzione sul Genocidio. La Corte osserva che, secondo fonti delle Nazioni Unite, la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza supera i 2 milioni di persone. I Palestinesi nella Striscia di Gaza costituiscono una parte sostanziale del gruppo protetto.
46. La Corte osserva che l’operazione militare condotta da Israele a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023 ha comportato un gran numero di morti e feriti, nonché la massiccia distruzione delle abitazioni, lo sfollamento forzato della maggior parte della popolazione e danni estesi alle infrastrutture civili. Sebbene i dati sulla Striscia di Gaza non possano essere verificati in modo indipendente, le informazioni recenti indicano che sono stati uccisi 25.700 Palestinesi, riportati oltre 63.000 feriti, distrutte o danneggiate parzialmente oltre 360.000 unità abitative e circa 1,7 milioni di persone sono sfollate internamente (vedi Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), Ostilità nella Striscia di Gaza e Israele – impatto segnalato, Giorno 109 (24 gennaio 2024)).
47. La Corte prende atto, in questo contesto, della dichiarazione rilasciata il 5 gennaio 2024 da Martin Griffiths, Sottosegretario Generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore per l’Emergenza delle Nazioni Unite:
“Gaza è diventata un luogo di morte e disperazione…
… Le famiglie dormono all’aperto mentre le temperature scendono. Le aree in cui ai civili è stato detto di trasferirsi per la loro sicurezza sono state bombardate. Le strutture mediche sono sotto attacco incessante. I pochi ospedali parzialmente funzionanti sono oberati dai casi di trauma, gravemente carenti di forniture e invasi da persone disperate in cerca di sicurezza.
Un disastro sanitario si sta verificando. Le malattie infettive si stanno diffondendo nei rifugi affollati mentre i canali fognari traboccano. Circa 180 donne palestinesi partoriscono ogni giorno in mezzo a questo caos. Le persone si trovano di fronte ai livelli più alti di insicurezza alimentare mai registrati. La carestia è dietro l’angolo.
Per i bambini in particolare, le ultime 12 settimane sono state traumatiche: niente cibo, niente acqua, niente scuola. Nulla tranne i suoni terrificanti della guerra, giorno dopo giorno.
Gaza è semplicemente diventata inabitabile. La sua gente assiste quotidianamente a minacce alla sua stessa esistenza, mentre il mondo guarda.” (OCHA, “Il capo degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite: La guerra a Gaza deve finire”, Dichiarazione di Martin Griffiths, Sottosegretario Generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore per l’Emergenza, 5 gennaio 2024).
48. A seguito di una missione a North Gaza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riportato che, al 21 dicembre 2023:
“Un senza precedenti 93% della popolazione a Gaza si trova ad affrontare livelli di crisi alimentare, con cibo insufficiente e alti livelli di malnutrizione. Almeno 1 su 4 famiglie si trova in ‘condizioni catastrofiche’: sperimentando una mancanza estrema di cibo e fame e avendo ricorso alla vendita dei loro beni e ad altre misure estreme per permettersi un pasto semplice. La fame, la miseria e la morte sono evidenti.” (OMS, “La letale combinazione di fame e malattia porterà a più morti a Gaza”, 21 dicembre 2023; vedi anche World Food Programme, “Gaza sull’orlo mentre una persona su quattro affronta una fame estrema”, 20 dicembre 2023).
49. La Corte prende ulteriormente nota della dichiarazione rilasciata il 13 gennaio 2024 dal Commissario Generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per gli Aiuti e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), Philippe Lazzarini:
“Sono trascorsi 100 giorni da quando è iniziata la devastante guerra, uccidendo e sfollando persone a Gaza, a seguito degli orribili attacchi che Hamas e altri gruppi hanno compiuto contro la popolazione in Israele. Sono stati 100 giorni di prova e ansia per gli ostaggi e le loro famiglie.
Nei 100 giorni scorsi, il bombardamento continuo in tutta la Striscia di Gaza ha causato lo sfollamento di massa di una popolazione in uno stato di flusso costante, costantemente sradicata e costretta a lasciare da un giorno all’altro, solo per spostarsi in luoghi altrettanto insicuri. Questo è stato lo sfollamento più grande del popolo palestinese dal 1948.
Questa guerra ha coinvolto più di 2 milioni di persone, l’intera popolazione di Gaza. Molti porteranno cicatrici per tutta la vita, sia fisiche che psicologiche. La stragrande maggioranza, compresi i bambini, è profondamente traumatizzata.
I rifugi sovraffollati e insalubri dell’UNRWA sono ora diventati ‘casa’ per oltre 1,4 milioni di persone. Manca loro tutto, dal cibo all’igiene alla privacy. Le persone vivono in condizioni disumane, dove le malattie si stanno diffondendo, compresi i bambini. Vivono attraverso l’inaspettabile, con il ticchettio veloce verso la carestia.
La situazione dei bambini a Gaza è particolarmente straziante. Un’intera generazione di bambini è traumatizzata e ci vorranno anni per rimarginarsi. Migliaia sono stati uccisi, mutilati e rimasti orfani. Centinaia di migliaia sono privati dell’istruzione. Il loro futuro è in pericolo, con conseguenze di vasta portata e durature.” (UNRWA, “La Striscia di Gaza: 100 giorni di morte, distruzione e sfollamento”, Dichiarazione di Philippe Lazzarini, Commissario Generale dell’UNRWA, 13 gennaio 2024).

50. Il Commissario Generale dell’UNRWA ha anche dichiarato che la crisi a Gaza è “aggravata dal linguaggio disumanizzante” (UNRWA, “La Striscia di Gaza: 100 giorni di morte, distruzione e sfollamento”, Dichiarazione di Philippe Lazzarini, Commissario Generale dell’UNRWA, 13 gennaio 2024).
51. A questo proposito, la Corte ha preso nota di diverse dichiarazioni di alti funzionari israeliani. Fa particolare riferimento ai seguenti esempi.
52. Il 9 ottobre 2023, Yoav Gallant, Ministro della Difesa di Israele, annunciò di aver ordinato un “assedio completo” a Gaza City e che non ci sarebbe stata “elettricità, cibo, carburante” e che “tutto era chiuso”. Il giorno successivo, il Ministro Gallant dichiarò, parlando alle truppe israeliane al confine con Gaza:
“Ho tolto tutti i vincoli… Avete visto contro cosa stiamo combattendo. Stiamo combattendo animali umani. Questo è l’ISIS di Gaza. Questo è ciò contro cui stiamo combattendo… Gaza non tornerà a come era prima. Non ci sarà Hamas. Elimineremo tutto. Se non ci vorrà un giorno, ci vorrà una settimana, ci vorranno settimane o addirittura mesi, arriveremo dappertutto.”
Il 12 ottobre 2023, Isaac Herzog, Presidente di Israele, dichiarò, riferendosi a Gaza:
“Stiamo lavorando, operando militarmente secondo le regole del diritto internazionale. In modo inequivocabile. È un’intera nazione là fuori che è responsabile. Non è vero questo discorso sui civili non consapevoli, non coinvolti. Non è assolutamente vero. Avrebbero potuto ribellarsi. Avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza con un colpo di stato. Ma siamo in guerra. Siamo in guerra. Siamo in guerra. Stiamo difendendo le nostre case. Stiamo proteggendo le nostre case. Questa è la verità. E quando una nazione protegge la sua casa, combatte. E lotteremo finché non spezzeremo loro la schiena.”
Il 13 ottobre 2023, Israel Katz, all’epoca Ministro dell’Energia e delle Infrastrutture di Israele, dichiarò su X (ex Twitter):
“Lotteremo contro l’organizzazione terroristica di Hamas e la distruggeremo. Si ordina a tutta la popolazione civile di [G]aza di lasciare immediatamente. Vinceremo. Non riceveranno una goccia d’acqua o una singola batteria finché non lasceranno il mondo.”
53. La Corte prende anche nota di un comunicato stampa del 16 novembre 2023, emesso da 37 Rapporteurs Speciali, Esperti Indipendenti e membri di Gruppi di Lavoro facenti parte delle Procedure Speciali del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, in cui esprimevano preoccupazione per il “linguaggio discernibilmente genocida e disumanizzante proveniente da alti funzionari del governo israeliano”. Inoltre, il 27 ottobre 2023, il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale osservò che era “[m]olto preoccupato per l’accentuato aumento del discorso di odio razzista e della deumanizzazione rivolti ai Palestinesi dal 7 ottobre”.
54. Secondo la Corte, i fatti e le circostanze menzionati sopra sono sufficienti per concludere che almeno alcuni dei diritti sostenuti dal Sudafrica e per i quali cerca protezione sono plausibili. Questo è il caso per quanto riguarda il diritto dei Palestinesi a Gaza di essere protetti da atti di genocidio e atti vietati correlati identificati nell’Articolo III, e il diritto del Sudafrica di cercare la conformità di Israele con le obbligazioni di quest’ultimo ai sensi della Convenzione.
55. La Corte si rivolge ora alla condizione del collegamento tra i diritti plausibili sostenuti dal Sudafrica e le misurecautelari richieste.
* *
56. Il Sudafrica ritiene che esista un collegamento tra i diritti la cui protezione è richiesta e le misurecautelari che chiede. Sostiene, in particolare, che le prime sei misurecautelari sono state richieste per garantire che Israele ottemperi ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, mentre le ultime tre mirano a proteggere l’integrità delle procedure davanti alla Corte e il diritto del Sudafrica di vedere la sua pretesa giudicata in modo imparziale.
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57. Israele ritiene che le misure richieste vanno oltre quanto necessario per proteggere i diritti in via temporanea e quindi non hanno alcun legame con i diritti che si intendono proteggere. Il convenuto sostiene, tra l’altro, che concedere le prime e seconde misure richieste dal Sudafrica (vedi paragrafo 11 sopra) ribalterebbe la giurisprudenza della Corte, poiché tali misure sarebbero “per la protezione di un diritto che non potrebbe costituire la base di una sentenza nell’esercizio della giurisdizione ai sensi della Convenzione sul genocidio”.
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58. La Corte ha già stabilito (vedi paragrafo 54 sopra) che almeno alcuni dei diritti fatti valere dal Sudafrica ai sensi della Convenzione sul genocidio sono plausibili.
59. La Corte ritiene che, per loro stessa natura, almeno alcune delle misurecautelari richieste dal Sudafrica mirino a preservare i diritti plausibili che esso sostiene sulla base della Convenzione sul genocidio nel presente caso, ovvero il diritto dei palestinesi a Gaza di essere protetti da atti di genocidio e atti vietati correlati menzionati all’articolo III, e il diritto del Sudafrica di chiedere l’ottemperanza da parte di Israele a quest’ultimo obblighi ai sensi della Convenzione. Pertanto, esiste un collegamento tra i diritti fatti valere dal Sudafrica che la Corte ha ritenuto plausibili e almeno alcune delle misurecautelari richieste.

V. RISCHIO DI PREGIUDIZIO IRREPARABILE E URGENZA

60. La Corte, ai sensi dell’articolo 41 del suo Statuto, ha il potere di adottare misure cautelari quando potrebbe essere arrecato un pregiudizio irreparabile a diritti che sono oggetto di procedimenti giudiziari o quando la presunta violazione di tali diritti potrebbe comportare conseguenze irreparabili (si veda, ad esempio, Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misurecautelari, Ordinanza del 16 marzo 2022, I.C.J. Reports 2022 (I), p. 226, para. 65).
61. Tuttavia, il potere della Corte di adottare misure cautelari sarà esercitato solo se c’è urgenza, nel senso che esiste un reale e imminente rischio che sia arrecato un pregiudizio irreparabile ai diritti reclamati prima che la Corte emetta la sua decisione finale. La condizione di urgenza è soddisfatta quando gli atti suscettibili di causare un pregiudizio irreparabile possono “verificarsi in qualsiasi momento” prima che la Corte adotti una decisione finale sul caso (Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misure cautelari, Ordinanza del 16 marzo 2022, I.C.J. Reports 2022 (I), p. 227, para. 66). La Corte deve quindi valutare se tale rischio esista in questa fase del procedimento.
62. La Corte non è chiamata, ai fini della sua decisione sulla richiesta di indicazione di misure cautelari, a statuire definitivamente l’esistenza di violazioni degli obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, ma a determinare se le circostanze richiedano l’indicazione di misure cautelari per la protezione dei diritti in base a tale strumento. Come già notato, la Corte non può in questa fase formulare conclusioni definitive di fatto (si veda il paragrafo 30 sopra), e il diritto di ciascuna Parte di presentare argomentazioni e difese in merito rimane fermo e diverso dalla decisione della Corte sulla richiesta di adozione di misure cautelari.
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63. Il Sudafrica sostiene che esiste un chiaro rischio di pregiudizio irreparabile ai diritti dei palestinesi a Gaza e ai propri diritti ai sensi della Convenzione sul genocidio. Afferma che la Corte ha ripetutamente stabilito che il criterio del pregiudizio irreparabile è soddisfatto quando sorgono seri rischi per la vita umana o per altri diritti fondamentali. Secondo l’attore, le statistiche quotidiane costituiscono chiara prova di urgenza e rischio di pregiudizio irreparabile, con una media di 247 palestinesi uccisi, 629 feriti e 3.900 case palestinesi danneggiate o distrutte ogni giorno. Inoltre, secondo il Sudafrica, i palestinesi nella Striscia di Gaza sono, nella sua visione, a “rischio immediato di morte per fame, disidratazione e malattia a causa dell’assedio continuo da parte di Israele, della distruzione delle città palestinesi, dell’insufficiente aiuto consentito alla popolazione palestinese e dell’impossibilità di distribuire questo aiuto limitato mentre cadono bombe”.
L’attore sostiene inoltre che un aumento da parte di Israele dell’accesso al soccorso umanitario a Gaza non sarebbe una risposta alla sua richiesta di misure cautelari. Il Sudafrica aggiunge che, “[s]e [le violazioni di Israele della Convenzione sul genocidio] rimanessero impunite”, l’opportunità di raccogliere e conservare prove per la fase dei meriti del procedimento sarebbe seriamente compromessa, se non perduta del tutto.
64. Israele nega che esista un reale e imminente rischio di pregiudizio irreparabile nel presente caso. Sostiene di aver preso  e continua a prendere  misure concrete volte specificamente al riconoscimento e alla garanzia del diritto dei civili palestinesi a Gaza di esistere e ha facilitato la fornitura di assistenza umanitaria in tutta la Striscia di Gaza. A tal proposito, il convenuto osserva che, con l’assistenza del Programma alimentare mondiale, una dozzina di panetterie sono state recentemente riaperte con la capacità di produrre più di 2 milioni di pani al giorno. Israele sostiene anche di continuare a fornire acqua propria a Gaza attraverso due condotte, di facilitare la consegna di acqua in bottiglia in grandi quantità e di riparare ed espandere le infrastrutture idriche. Afferma inoltre che l’accesso a forniture e servizi medici è aumentato e afferma, in particolare, di aver facilitato l’istituzione di sei ospedali da campo e due ospedali galleggianti e che altri due ospedali sono in corso di costruzione. Afferma inoltre che l’ingresso di squadre mediche a Gaza è stato facilitato e che persone malate e ferite vengono evacuate attraverso il valico di Rafah. Secondo Israele, sono stati distribuiti anche tende e attrezzature invernali, e la consegna di carburante e gas da cucina è stata facilitata. Israele afferma inoltre che, secondo una dichiarazione del suo Ministro della Difesa del 7 gennaio 2024, l’entità e l’intensità delle ostilità stavano diminuendo.
* *
65. La Corte ricorda che, come sottolineato nella risoluzione 96 (I) dell’Assemblea generale dell’11 dicembre 1946,
“[i]l genocidio è una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, come l’omicidio è la negazione del diritto a vivere degli individui; tale negazione del diritto all’esistenza sconvolge la coscienza dell’umanità, provoca grandi perdite all’umanità sotto forma di contributi culturali e altri rappresentati da questi gruppi umani, ed è contraria alla legge morale e allo spirito e agli scopi delle Nazioni Unite”.
La Corte ha osservato, in particolare, che la Convenzione sul genocidio “è stata manifestamente adottata per uno scopo puramente umanitario e civilizzatore”, poiché “il suo scopo è da un lato salvaguardare l’esistenza stessa di certi gruppi umani e dall’altro confermare e sancire i principi più elementari della moralità” (Riserve alla Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, Parere consultivo, I.C.J. Reports 1951, p. 23).

66. Alla luce dei valori fondamentali che la Convenzione sul genocidio cerca di proteggere, la Corte ritiene che i diritti plausibili in questione in questi procedimenti, ovvero il diritto dei palestinesi nella Striscia di Gaza di essere protetti da atti di genocidio e atti vietati correlati identificati all’articolo III della Convenzione sul genocidio e il diritto del Sudafrica di chiedere l’ottemperanza da parte di Israele a quest’ultimo obblighi ai sensi della Convenzione, siano di tale natura che il pregiudizio ad essi può causare un danno irreparabile (si veda Applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Gambia c. Myanmar), Misure cautelari, Ordinanza del 23 gennaio 2020, I.C.J. Reports 2020, p. 26, para. 70).

67. Durante il conflitto in corso, alti funzionari delle Nazioni Unite hanno ripetutamente richiamato l’attenzione sul rischio di ulteriore deterioramento delle condizioni nella Striscia di Gaza. La Corte prende nota, ad esempio, della lettera datata 6 dicembre 2023, con cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha portato all’attenzione del Consiglio di Sicurezza le seguenti informazioni:

“Il sistema sanitario a Gaza sta collassando…

Nessun luogo è sicuro a Gaza.

In mezzo al costante bombardamento da parte delle Forze di Difesa di Israele, e senza rifugi o elementi essenziali per sopravvivere, mi aspetto che l’ordine pubblico si sgretoli completamente presto a causa delle condizioni disperate, rendendo impossibile persino un limitato soccorso umanitario. Una situazione ancora peggiore potrebbe svilupparsi, comprese malattie epidemiche e una maggiore pressione per lo spostamento di massa verso paesi limitrofi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Stiamo affrontando un grave rischio di collasso del sistema umanitario. La situazione sta rapidamente deteriorandosi in una catastrofe con implicazioni potenzialmente irreversibili per l’intera popolazione palestinese e per la pace e la sicurezza nella regione. Un esito del genere deve essere evitato a tutti i costi.” (Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, doc. S/2023/962, 6 dic. 2023.)

68. Il 5 gennaio 2024, il Segretario Generale ha scritto nuovamente al Consiglio di Sicurezza, fornendo un aggiornamento sulla situazione nella Striscia di Gaza e osservando che “[s]fortunatamente, livelli devastanti di morte e distruzione continuano” (Lettera datata 5 gennaio 2024 del Segretario Generale indirizzata al Presidente del Consiglio di Sicurezza, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, doc. S/2024/26, 8 gen. 2024).

69. La Corte prende atto anche della dichiarazione del 17 gennaio 2024 rilasciata dal Commissario Generale dell’UNRWA al suo ritorno dal suo quarto viaggio nella Striscia di Gaza dall’inizio dell’attuale conflitto: “Ogni volta che visito Gaza, vedo come le persone siano affondate sempre più nella disperazione, con la lotta per la sopravvivenza che consuma ogni ora.” (UNRWA, “La Striscia di Gaza: una lotta per la sopravvivenza quotidiana tra morte, esaurimento e disperazione”, Dichiarazione di Philippe Lazzarini, Commissario Generale dell’UNRWA, 17 gen. 2024.)

70. La Corte ritiene che la popolazione civile nella Striscia di Gaza rimanga estremamente vulnerabile. Ricorda che l’operazione militare condotta da Israele dopo il 7 ottobre 2023 ha comportato, tra l’altro, decine di migliaia di morti e feriti e la distruzione di case, scuole, strutture mediche e altre infrastrutture vitali, nonché un displacemento su vasta scala (vedi paragrafo 46 sopra). La Corte osserva che l’operazione è in corso e che il Primo Ministro di Israele ha annunciato il 18 gennaio 2024 che la guerra “durerà molti mesi ancora”. Attualmente, molti palestinesi nella Striscia di Gaza non hanno accesso a beni alimentari di base, acqua potabile, elettricità, medicine essenziali o riscaldamento.

71. L’OMS ha stimato che il 15% delle donne che partoriscono nella Striscia di Gaza è probabile che incontri complicazioni e indica che i tassi di mortalità materna e neonatale sono destinati ad aumentare a causa della mancanza di accesso alle cure mediche.

72. In queste circostanze, la Corte ritiene che la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza sia seriamente a rischio di ulteriore deterioramento prima che la Corte emetta la sua sentenza finale.

73. La Corte ricorda l’affermazione di Israele secondo cui ha adottato alcune misure per affrontare e alleviare le condizioni della popolazione nella Striscia di Gaza. La Corte osserva inoltre che il Procuratore Generale di Israele ha recentemente dichiarato che un appello al danno intenzionale alle persone civili potrebbe configurare un reato penale, incluso quello di istigazione, e che diversi casi del genere sono in esame da parte delle autorità di contrasto israeliane. Sebbene passi come questi siano da incoraggiare, sono insufficienti per eliminare il rischio che un pregiudizio irreparabile sia causato prima che la Corte emetta la sua decisione finale nel caso.

74. Alla luce delle considerazioni sopra esposte, la Corte ritiene che ci sia urgenza, nel senso che c’è un reale e imminente rischio che un pregiudizio irreparabile sia causato ai diritti ritenuti plausibili dalla Corte, prima che emetta la sua decisione finale.

75. La Corte conclude sulla base delle considerazioni sopra esposte che le condizioni richieste dal suo Statuto per adottare misure cautelari sono soddisfatte. È quindi necessario, in attesa della sua decisione finale, che la Corte indichi alcune misure al fine di proteggere i diritti reclamati dal Sudafrica che la Corte ha ritenuto plausibili (vedi paragrafo 54 sopra).

76. La Corte ricorda di avere il potere, ai sensi del suo Statuto, quando è stata avanzata una richiesta di misure cautelari, di adottare misure che sono, in tutto o in parte, diverse da quelle richieste. L’articolo 75, paragrafo 2, del Regolamento della Corte fa esplicito riferimento a questo potere della Corte. La Corte ha già esercitato questo potere in diverse occasioni in passato (vedi, ad esempio, Applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Gambia c. Myanmar), Misure cautelari, Ordinanza del 23 gennaio 2020, I.C.J. Reports 2020, p. 28, para. 77).

77. Nel caso presente, dopo aver considerato i termini delle misure cautelari richieste dal Sudafrica e le circostanze del caso, la Corte ritiene che le misure da adottare non devono essere identiche a quelle richieste.

78. La Corte ritiene che, per quanto riguarda la situazione descritta sopra, Israele debba, in conformità ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul genocidio, nei confronti dei palestinesi a Gaza, adottare tutte le misure a sua disposizione per impedire la commissione di tutti gli atti rientranti nel campo di applicazione dell’articolo II di questa Convenzione, in particolare: (a) uccidere membri del gruppo; (b) arrecare gravi lesioni corporali o mentali ai membri del gruppo; (c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita atte a determinarne la distruzione fisica totale o parziale; e (d) imporre misure intese a prevenire nascite all’interno del gruppo. La Corte ricorda che questi atti rientrano nel campo di applicazione dell’articolo II della Convenzione quando sono commessi con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo come tale (vedi paragrafo 44 sopra). La Corte ritiene inoltre che Israele debba garantire con effetto immediato che le sue forze militari non commettano nessuno degli atti sopra descritti.

79. La Corte è anche dell’opinione che Israele debba adottare tutte le misure a sua disposizione per prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio nei confronti dei membri del gruppo palestinese nella Striscia di Gaza.

80. La Corte ritiene inoltre che Israele debba adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le avverse condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia di Gaza.

81. Israele deve anche adottare misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative alle accuse di atti rientranti nel campo di applicazione dell’articolo II e dell’articolo III della Convenzione sul genocidio contro i membri del gruppo palestinese nella Striscia di Gaza.

82. Per quanto riguarda la misura provvisoria richiesta dal Sudafrica che Israele debba presentare un rapporto alla Corte su tutte le misure adottate per dare attuazione alla sua ordinanza, la Corte ricorda di avere il potere, riflessiato nell’articolo 78 del Regolamento della Corte, di richiedere alle parti di fornire informazioni su qualsiasi questione connessa con l’attuazione di eventuali misure cautelari da essa indicate. Alla luce delle specifiche misure cautelari che ha deciso di adottare, la Corte ritiene che Israele debba presentare un rapporto alla Corte su tutte le misure adottate per dare attuazione a questa ordinanza entro un mese, a partire dalla data di questa ordinanza. Il rapporto così fornito sarà quindi comunicato al Sudafrica, che avrà l’opportunità di presentare alla Corte i suoi commenti al riguardo.

** *

83. La Corte ricorda che le sue Ordinanze sulle misure cautelari ai sensi dell’articolo 41 dello Statuto hanno effetto vincolante e quindi creano obblighi giuridici internazionali per qualsiasi parte a cui sono indirizzate le misure cautelari (Allegazioni di genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Ucraina c. Federazione Russa), Misure cautelari, Ordinanza del 16 marzo 2022, I.C.J. Reports 2022 (I), p. 230, para. 84).

84. La Corte ribadisce che la decisione resa nel presente procedimento non pregiudica in alcun modo la questione della giurisdizione della Corte per trattare il merito della causa o eventuali questioni relative all’ammissibilità della domanda o al merito stesso. Non pregiudica il diritto dei Governi della Repubblica del Sudafrica e dello Stato di Israele di presentare argomenti in merito a tali questioni.

85. La Corte ritiene necessario sottolineare che tutte le parti coinvolte nel conflitto nella Striscia di Gaza sono vincolate dal diritto umanitario internazionale. La Corte è profondamente preoccupata per la sorte degli ostaggi rapiti durante l’attacco in Israele il 7 ottobre 2023 e detenuti da allora da Hamas e da altri gruppi armati, e chiede il loro immediato e incondizionato rilascio.

86. Per questi motivi,
LA CORTE,
Indica le seguenti misure cautelari:
(1) Con quindici voti a due,
Lo Stato di Israele deve, in conformità ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, nei confronti dei palestinesi a Gaza, adottare tutte le misure a sua disposizione per impedire la commissione di tutti gli atti rientranti nel campo di applicazione dell’articolo II di questa Convenzione, in particolare:

(a) uccidere membri del gruppo;

(b) arrecare gravi lesioni corporali o mentali ai membri del gruppo;

(c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita atte a determinarne la distruzione fisica totale o parziale; e

(d) imporre misure intese a prevenire nascite all’interno del gruppo;

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudice ad hoc Moseneke;
CONTRO: Giudice Sebutinde; Giudice ad hoc Barak;

(2) Con quindici voti a due,
Lo Stato di Israele deve garantire con effetto immediato che le sue forze armate non compiano atti descritti al punto 1 sopra;

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudice ad hoc Moseneke;

CONTRO: Giudice Sebutinde; Giudice ad hoc Barak;

(3) Con sedici voti a uno,
Lo Stato di Israele deve adottare tutte le misure a sua disposizione per prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio nei confronti dei membri del gruppo palestinese nella Striscia di Gaza;

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudici ad hoc Barak, Moseneke;

CONTRO: Giudice Sebutinde;
(4) Con sedici voti a uno,

Lo Stato di Israele deve adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le avverse condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia di Gaza;

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudici ad hoc Barak, Moseneke;
CONTRO: Giudice Sebutinde;

(5) Con quindici voti a due,
Lo Stato di Israele deve adottare misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative alle accuse di atti rientranti nel campo di applicazione dell’articolo II e dell’articolo III della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio contro i membri del gruppo palestinese nella Striscia di Gaza;

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudice ad hoc Moseneke;

CONTRO: Giudice Sebutinde; Giudice ad hoc Barak;
(6) Con quindici voti a due,
Lo Stato di Israele deve presentare un rapporto alla Corte su tutte le misure adottate per dare attuazione a questa ordinanza entro un mese a partire dalla data di questa ordinanza.

A FAVORE: Presidente Donoghue; Vicepresidente Gevorgian; Giudici Tomka, Abraham, Bennouna, Yusuf, Xue, Bhandari, Robinson, Salam, Iwasawa, Nolte, Charlesworth, Brant; Giudice ad hoc Moseneke;

CONTRO: Giudice Sebutinde; Giudice ad hoc Barak.
Eseguito in inglese e in francese, il testo inglese è autentico, presso il Palazzo della Pace, L’Aia, questo ventiseiesimo giorno di gennaio, duemilaquattordici, in tre copie, una delle quali sarà collocata negli archivi della Corte e le altre trasmesse al Governo della Repubblica del Sudafrica e al Governo dello Stato di Israele, rispettivamente.

(Firmato) Joan E. DONOGHUE,
Presidente.
(Firmato) Philippe GAUTIER, the
Segretario.

Il Giudice XUE allega una dichiarazione all’Ordinanza della Corte; Il Giudice SEBUTINDE allega un parere dissenziente all’Ordinanza della Corte; I Giudici BHANDARI e NOLTE allegano dichiarazioni all’Ordinanza della Corte; Il Giudice ad hoc BARAK allega un parere separato all’Ordinanza della Corte.

a cura di Andrea Pucciowww.occhisulmondo.info

Parole a Capo
Cosimo Lamanna: “Ti scrivo dal mio fronte” e altre poesie

La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello.”
(Gesualdo Bufalino)

 

Le parole che ho in mente
Sono luci che rischiarano appena
Sono la pace della sera
L’ultimo sorso di silenzio
Un tratto di respiro
E il senso profondo
Che inatteso riaffiora

Prima di illudermi ancora
Che esistano notti
Che non portino a te.

*

Si cerca salvezza
Anche nelle parole
In quel soffio o millimetro
Che sposta di niente
Il mio peso sul mondo

Ma si cerca salvezza
E ci si aggrappa a un silenzio
A un pensiero, al suo chiodo
Come fosse parete la vita
E ancoraggio ogni sillaba

Si cerca salvezza
Un conforto in musica
Nel dolore riflesso
Nella sua intermittenza
Che raccoglie il mio battito

*
Andrebbero lette ad occhi chiusi

Le poesie
Nuotando di cuore alla corrente
Immaginando ostacoli
Anse e deviazioni
Sogni predatori
Per cui mimetizzarsi
O desideri indomiti
Da divorare.

*

La poesia è ciò che resta giù in fondo
Quando tutto è passato al setaccio
I pensieri si mischiano al sale
Il mortaio ha finito il lavoro
Spezzettando dolori e illusioni
Sminuzzando ogni felicità
E rimangono schegge minuscole
Di parole alle quali hai creduto
Puntellando le tue verità

La poesia è ciò che resta, se aspetti
Di versare anche l’ultima goccia
Dell’amore che non hai bevuto
Della calce che copre ogni cosa
La poesia è ciò che sudi ogni notte
Ogni morso di tempo affamato
Ogni suola, ogni passo maldestro
Quell’impronta di rabbia sul petto
Questo male che stritola il fianco.

*

Ti scrivo dal mio fronte
Quando l’aria si è fermata
Il cielo arde
Tutto è perso
O forse solo
Da riconquistare

Ti scrivo qui dal campo
Dove in bilico raccolgo
Effetti, resti sparsi
Quel po’ che so di me

E forzo la custodia
Il codice segreto
Taciuto sul palato
Ripongo le parole
Divelte dal tumulto
Di tutto quel silenzio
Sottomarino e azzurro
Che preme sulle tempie
Nel quale a volte affondo
E non so più riemergere

Cosimo Lamanna è nato a Napoli nel 1970, vive a Roma dal 2000, dopo venticinque anni trascorsi a Bari. Laureato in Giurisprudenza, lavora nel settore dei servizi per le Risorse Umane.
Ha pubblicato: Fiore d’acrilico, versi duemilasedici (Ilmiolibro.it, 2016); La stanza accanto (Controluna – Il Seme Bianco, 2018); Inchiostro per il prossimo inverno (Controluna – Il Seme Bianco, 2019); I giorni prima della felicità (Link Edizioni, 2020), racconti di Rosanna Franceschina e poesie di Cosimo Lamanna, con illustrazioni di Angela Baccani e Irina Mileo; Canzoni controfuoco – Lettere dalla primavera (Tabula fati – Collana Poeti La Vallisa, 2021); Il diamante e la grafite (Tabula fati – Collana Poeti La Vallisa, 2022); Zolle (Tabula fati, 2023).
È presente nella raccolta collettiva Odi Alimentari (Tabula fati, Chieti 2020), a cura del prof. Daniele Giancane, e nelle raccolte collettive di poesie per l’Ambiente: L’Isola di Gary (Opera Indomita 2021) e L’isola di Gary – Paesaggi di guerra e di pace (Opera Indomita, 2022), a cura di Maria Pia Latorre.
Nel 2023 fa l’esordio nel mondo discografico, in veste di paroliere e co-produttore, costituendo con i musicisti pugliesi Toni Dedda e Marcello Colaninno, il Collettivo “Coanda”, con il quale  pubblica l’omonimo EP (AngappMusic) che prelude all’uscita del primo album a inizio 2024.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Lavoro povero…salario povero.

Lavoro povero…salario povero. Dati Istat: meno lavoro stabile, più lavoro a termine e precario

di Patrizia Pallara
pubblicato da Collettiva il 2 febbraio 2024 • 16:39

I dati Istat confermano una vivacità del mercato senza analizzare la qualità: crescono i contratti a tempo determinato e poveri, diminuiscono quelli buoni.

21.000+26.000-33.000 = 14.000

Rispetto a novembre scorso, dicembre ha registrato un incremento di 14 mila posti di lavoro. Da cosa deriva questo segno più? Dal calo dei contratti a tempo indeterminato (meno 33 mila per la precisione), dall’aumento dei contratti a termine, quindi precari (più 21 mila) e da quello degli autonomi (più 26 mila).

“Entrando nel dettaglio, quindi, si confermano gli elementi di preoccupazione per il sindacato – spiega Rossella Marinucci, Cgil nazionale -. A prescindere dalla tendenza positiva, che tipo di occupazione si sta creando? Meno lavoro permanente e più lavoro precario. Senza contare, e questo lo avevamo già sottolineato, che l’aumento in sé è fortemente connesso al calo demografico e al fatto che i meno giovani permangono di più nel mondo del lavoro”.

Dov’è la qualità?

Quindi aumenta il lavoro precario e povero e diminuisce quello stabile e dignitoso. I bollettini mensili dell’Istat, infatti, non forniscono informazioni sulla qualità dei posti di lavoro che si creano e si perdono. Quanto durano questi contratti? Quante ore di lavoro prevedono? Quale il salario medio? Quanti contratti a termine vengono trasformati in tempo indeterminato?

Lavoro povero, salario povero

“Il punto è proprio questo – prosegue Marinucci -: la qualità del lavoro. A noi non interessa quanti contratti di un giorno vengono stipulati. Un lavoro che dura uno, due o cinque giorni al mese può essere considerato davvero un posto di lavoro? E il salario relativo può esser considerato un reddito adeguato? Dai bollettini mensili dell’Istat non abbiamo dati sugli orari, sulle trasformazioni, su quanti contratti a termine diventano indeterminati, sulla qualità che è la vera analisi che bisognerebbe iniziare a fare”.

Ma quali divanisti?

Poi c’è il grande tema degli inattivi, che cresce per le persone over 35 e cala per i 15-34enni. Dietro a questo mondo ci sono motivazioni diverse: lo scoraggiamento, l’impossibilità di accettare offerte di lavoro, profonde disuguaglianze.

Non ci sono i divanisti pigri che non si attivano, come sostiene il nostro governo – conclude la dirigente sindacale -. Ci sono ragioni molto serie per cui si resta fuori dal mondo del lavoro. Certamente registriamo vivacità e movimento, ma i dati non possono essere letti in maniera troppo semplicistica, come viene fatto mese per mese. Non si supera la precarietà, il lavoro povero e il problema a cui il reddito di cittadinanza dava una risposta semplicemente sbandierando questi numeri. Né l’aumento deriva dal fatto, come qualcuno sostiene, che si sono dovute attivare persone che prima erano beneficiarie della misura”.

Parole e figure / Adesso e per sempre

La perdita di un genitore, quando ancora si è bambini, la rielaborazione del lutto. Temi importanti affrontati con delicatezza da Chiara Lorenzoni e Marco Somà in “Adesso e per sempre”, appena uscito con Kite Edizioni

Olivo e il suo papà si trovano d’improvviso senza la cosa più importante che avevano.

Gli succede la cosa peggiore, quella che non si vorrebbe mai affrontare: perdere la persona che più si ama al mondo. Senza un perché, senza capire.

Tutta la struttura delle loro vite e la bellezza che ne derivava vengono scomposte e scompaginate. Come un bel libro che si ritrova con le sue profumate pagine strappate. Rimangono solo loro due e basta. Prima erano tre. Prima.

Quel prima, adesso e dopo che sembrano non sapersi e potersi parlare. Perché una logica non c’è, il filo conduttore perduto nell’abisso più profondo, nel labirinto più inestricabile.

Nel prima tutto filava liscio, canzoni sotto la doccia, profumo di tisana alla mela e abbracci all’improvviso. La frittata, poi, non si bruciava mai. Adesso, invece, le cose si annodano, la frittata si brucia sempre, anche se gli abbracci restano, anzi sono pure di più.

 

Adesso sono rimasti in due. Ma come si fa ad affrontare una cosa così terribile? Loro non lo sanno davvero. Olivo è piccolo, all’inizio dell’adesso è sempre arrabbiato e disperato, tira calci e rompe cose. Gomitoli di parole tristi si ingarbugliano nel petto. Il respiro manca.

Suo padre gli propone, allora, di fare qualcosa che diriga la sua rabbia e disperazione verso un obiettivo costruttivo, come tagliare della legna con cui poi insieme potranno costruire una piccola casa sulla grande e ombrosa quercia. “Se proprio devi rompere qualcosa, rompila nel modo giusto”, gli dice il papà, teneramente.

Legno dopo legno, catasta dopo catasta, e tanto impegno con tanto di martello e chiodi, ecco la loro casetta. Parola buia dopo parola buia. Insieme.

E proprio lì, da quella prospettiva più alta, in quel posto tutto loro, papà e figlio sapranno trovare parole chiare e luminose, per parlarsi dopo quello che è successo.

Così, Olivo e suo padre, entrambi privati del loro bene più grande, accederanno, un gradino alla volta, a una nuova vita, sotto il cielo viola e rosa, ritrovando anche la presenza della persona che hanno tanto amato e perduto.

Bisogna ricostruire, crearsi un posto nuovo in cui trovare parole inedite, chiare, calde e morbide che illuminino il buio del dolore più profondo, per accoglierlo e farlo parlare, trasformandolo in un amore nuovo. Solo così si potrà ritrovare la serenità. E scoprire un modo di sentirsi ancora bene. Adesso e per sempre.

“Seduto lì in cima, Olivo capì che anche se adesso erano in due, lui e il suo papà, loro due e basta, nell’adesso e nel sempre sarebbero stati in tre. Loro tre. Per sempre”.

Chiara Lorenzoni, Marco Somà, Adesso e per sempre, Kite Edizioni, 2024, 32 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Storie in pellicola /
Il corto “Misérable Miracle” di Ryo Orikasa: sorprendente e spiazzante

Al Festival di Clermont-Ferrand il corto “Misérable Miracle”, sorprendente e spiazzante.
Continuano le proiezioni al Festival del Cortometraggio di Clermont-Ferrand. Con “Misérable miracle”, il cineasta giapponese Ryo Orikasa firma un corto d’animazione ispirato all’omonima raccolta di poesie e disegni di Henri Michaux.

Il Festival del Cortometraggio di Clermont-Ferrand non smette di stupire. Oggi è il turno di Ryo Orikasa e del suo “Misérable miracle” (“Miserabile miracolo”), la poesia di Henri Michaux che traccia la psiche umana fino ai confini dell’alienazione e della trascendenza nella febbrile e quasi convulsa narrazione francese di Denis Lavant. Di che disorentarsi.

Prodotto da Miyu Productions, Office national du Film du Canada e New Deer e vincitore del “Grand Prix – Court métrage animation” al “Festival international d’animation d’Ottawa”, Canada (2023), il corto di otto minuti esplora i limiti del linguaggio e della percezione, creando sorprendenti corrispondenze tra suono, significato, linea e movimento. In un turbinio di voci e linee.

“Questo libro è un’esplorazione. Per mezzo di parole, segni, disegni. La mescalina, il soggetto esplorato”. Così Henri Michaux, grande poeta, scrittore e pittore belga naturalizzato francese, apriva “Miserabile Miracolo”. Era il 1954, e all’età di 55 anni, Michaux, già artista di fama internazionale e viaggiatore esperto che aveva girato tutto in tutto il mondo come marinaio, intraprendeva un altro tipo viaggio, esplorando e descrivendo sistematicamente gli effetti di varie sostanze psicoattive sui suoi processi mentali e creativi.

Assistito da uno psichiatra, Michaux conduceva una serie di esperimenti per circa dieci anni, iniziando dalla mescalina, per poi provare l’LSD, la psilocibina, la cannabis. Ciò che viene presentato, come scriveva Michaux, è un testo, “più tangibile che leggibile”, rimodellato dal manoscritto originale scritto o scarabocchiato e disegnato sotto gli effetti della mescalina. Numerosi disegni e molte delle pagine annotate a mano sono riprodotte. E più delle parole stampate ci dà l’idea degli effetti della mescalina vissuti da Michaux nella mente e nel corpo. Vere e proprie allucinazioni visive e non solo.

Come aveva già evidenziato Baudelaire nei “Paradisi artificiali”, anche Michaux realizza che le visioni allucinate prodotte dalle sostanze psichedeliche sono inutilizzabili, indescrivibili a parole, per questo inquietanti, morbose.

Il corto anima queste sensazioni e visioni. Sorprendente quanto spiazzante. Mentre l’immaginazione, turbata e prigioniera, si perde nel cosmo. Mondo da evitare.

Ryo Orikasa, “Misérable miracle”, 8 mn

 

Gruppo KOESIONE22:
le nostre osservazioni al Piano Urbanistico Generale di Ferrara

KOESIONE22 – INDICAZIONI DI INDIRIZZO PUG 2023

ZONA SUD VIA BOLOGNA – QUARTIERE KRASNODAR

OSSERVAZIONE 1

MOBILITA’ E ACCESSIBILITA’

Percorsi ciclabili

Considerato quanto indicato nel profilo diagnostico e quanto indicato in parte strategica si osserva la necessità di un approfondimento locale degli indirizzi dedicati ai percorsi ciclabili con particolare riguardo alla qualità urbana dell’esistente ed ai collegamenti con le altre porzioni del quartiere ed alle nuove polarità urbane (corti di Medoro – Palazzetto dello Sport – Pietro Lana).

In dettaglio si osserva che le piste ciclabili esistenti non hanno caratteristiche di sicurezza sufficienti (non c’è separazione dal traffico veicolare, mancano indicazioni chiare del senso di marcia) e sono scollegate tra loro per lunghi tratti pertanto si ha la necessità di:

  • una maggior evidenza della segnaletica dedicata alle piste attuali e future;
  • il miglioramento dei sottopassi di Via Gandini e Via Beethoven inserendoli in un organico percorso ciclopedonale ben evidenziato e illuminato che unisca il Foro Boario alle Corti di Medoro.
  • la realizzazione di due collegamenti ciclopedonali:
  • pista 1: Sottopasso piscina Via Beethoven – Via Kramer – Via Nievo – sovrappasso ferroviario – Via dello Zucchero – accesso alla stazione e al centro città;
  • pista 2: Via Gandini – Via Verga – Viale Krasnodar – Via Dell’Amicizia – attraversamento ferrovia interrata – Via del Bove -Via Ravera.

 

OSSERVAZIONE 2

MOBILITA’ E ACCESSIBILITA’ 

Trasporto pubblico
Si osserva la necessità di potenziare la frequenza del trasporto pubblico dal quartiere Krasnodar verso il centro e si auspica una revisione delle tariffe favorevoli all’utente.

Viabilità carrabile
Sui documenti del PUG  il traffico su Viale Krasnodar è definito e descritto come traffico locale, in realtà il Viale è utilizzato anche come collegamento urbano per evitare le grandi linee di  traffico spesso intasate, quindi si osserva la necessità di interventi di dissuasione  e di controllo della velocità dei veicoli circolanti (dossi artificiali o altro posizionati su entrambi sensi di marcia). In tal merito si suggerisce  come  la creazione di una piazza collocata nel centro geografico del rione permetterebbe tra l’altro di rallentare il traffico, oltre alla sua funzione di aggregazione, socialità e accesso ai servizi scuole, chiesa, market.

 

OSSERVAZIONE 3

QUALITA’ URBANA  

attrezzature collettive, servizi e dotazioni di prossimità

Considerato quanto indicato nel profilo diagnostico e nella parte strategica del documento PUG in materia di attrezzature collettive servizi e dotazioni di prossimità si osserva come il quartiere Krasnodar, zona ad alta densità abitativa, abbia anch’esso bisogno di interventi di valorizzazione dei servizi.

Si pensa in particolare a:

  • mancanza di spazi pubblici e piazze (come indicato sul PUG) e di spazi di aggregazione culturale e ricreativa;
  • mancanza di una biblioteca con spazi più adeguati alle esigenze dell’utenza come sale studio, laboratori – maker space, spazi per attività culturali, sale per la socialità;
  • assenza di luoghi di aggregazione al chiuso pubblici per tutti esempio: sale prove – auditorium – sale riunioni;
  • carenza di spazi verdi attrezzati (come indicato dal PUG).

Si propone a tale fine che:

  • nel recupero previsto degli edifici nell’area di Foro Boario e nell’area ancora in stato di abbandono dell’ex palazzo degli Specchi (le Corti di Angelica) si pensi a dar vita a luoghi di aggregazione sociale;
  • si creino luoghi aperti alla comunità nel centro per le famiglie previsto nell’ex scuola Pietro Lana;
  • si realizzi una piazza tra la parrocchia Sant’Agostino e la scuola IC De Pisis per riqualificare il tessuto locale, riducendo in quella zona la circolazione e la velocità delle auto in transito, favorendo in quello spazio la circolazione pedonale e quindi un nuovo carattere per il luogo di condivisione per la socialità;
  • si pensi al recupero ed alla riqualificazione del centro sociale ex Rodari di Via Labriola (e di altri locali pubblici già presenti nel quartiere) per un suo utilizzo comunitario.

 

OSSERVAZIONE 4

QUALITA’ ECOLOGICO-AMBIENTALE

Spazi verdi e qualità ecologica

Nel quartiere Krasnodar, in tutto il settore urbano tra la sede ferroviaria e la via Beethoven, insistono numerosi spazi verdi che tuttavia sono frammentati , scarsamente visibili, scarsamente attrezzati e in generale sottoutilizzati.

Si osserva come sia auspicabile che in sede di attuazione del PUG si realizzino azioni di:

  • qualificazione e connessione del sistema degli spazi verdi pubblici presenti nel quartiere Krasnodar migliorando le dotazioni ricreative, sportive, ecologiche, vedi “Bosco e bacino di laminazione – Spina Verde  – Progetto di Riqualificazione del Quartiere Krasnodar (Nomisma per ACER FERRARA)”;
  • riqualificazione della zona verde ed ex campo tennis adiacente alla ex scuola Pietro Lana;
  • creazione di corridoi per insetti impollinatori e azioni mirate a favorire la biodiversità.

 

OSSERVAZIONE 5

QUALITA’ ECOLOGICO-AMBIENTALE

Tessuto urbano ed edilizio

In generale si osserva come il quartiere Krasnodar sia caratterizzato quasi completamente dalla presenza di edilizia abitativa pubblica e privata, da edifici isolati, capannoni artigianali, anche dismessi o in dismissione, grandi centri commerciali periferici scarsamente integrati tra loro, il tutto di edilizia datata e di scarsa qualità urbana. Si auspicano azioni atte ad incoraggiare una riqualificazione urbanistica e abitativa generale del quartiere.

Si suggerisce un censimento delle strutture in cemento o metallo un tempo dedicate a cartelli pubblicitari presenti in gran quantità nel quartiere ma non più utilizzate, al fine di valorizzare maggiormente il paesaggio sia da un punto di vista ecologico sia estetico.


Ferrara,  febbraio 2024
Gruppo KOESIONE22

C’è un’Italia che accoglie: oltre 53mila persone in quasi 2.000 enti locali

C’è un’Italia che accoglie: oltre 53mila persone in quasi 2.000 enti locali.

Ci sono 2.000 enti locali nel nostro Paese che sull’immigrazione non voltano la faccia dall’altra parte, non “alzano muri” e non si chiudono.  Sono gli Enti della Rete Sistema Accoglienza Integrazione – SAI, un modello che, come sostiene Matteo Biffoni, delegato ANCI all’Immigrazione e Sindaco di Prato, “seppure con diverse sfumature, è trasversalmente riconosciuto come il migliore dei sistemi di integrazione possibili. Migliorabile, sicuramente. Ma certamente un punto di riferimento.”
Dell’attività di questi enti locali si occupa il nuovo Rapporto SAI 2022 presentato a Roma in questi giorni, dal quale emerge come nel corso del 2022 53.222 persone sono state accolte nei progetti Sistema Accoglienza Integrazione (+ 25,3% rispetto al 2021), di cui: 40.481 (76,0%) nei progetti per accoglienza ordinaria (+20,4% rispetto al 2021), 11.910 (22,4%) nei progetti per minori stranieri non accompagnati (+47,5% rispetto al 2021) e 831 (1,6%) nei progetti per persone con esigenze di carattere sanitario e disagio mentale (+9,5% rispetto al 2021).

Nel 2022 le fasce d’età maggiormente rappresentate sono quelle che vanno dai 18 ai 25 anni (30,8%) e quella dai 26 ai 40 anni (32,2%). La somma di queste due fasce di età raccoglie quasi i due terzi degli accolti, ma rispetto agli anni precedenti si rileva un aumento dei minori appartenenti alla fascia di età più giovane (0-17), che sono giunti a rappresentare il 28,8% dei beneficiari (15.331 minori), a testimonianza della crescita del numero di nuclei familiari accolti nella Rete. I beneficiari accolti nel 2022 provengono da 110 Paesi, in prevalenza africani e asiatici. Le 10 nazionalità più rappresentate sono Nigeria, Bangladesh, Afghanistan, PakistanUcraina, Egitto, Tunisia, Mali, Somalia e Gambia. Nel 2022 si registra altresì un incremento delle presenze femminili (23,6% degli accolti), a conferma del trend di costante crescita degli ultimi anni. La popolazione femminile dei SAI proviene soprattutto da Nigeria (30,0%), Ucraina (20,06%) e Afghanistan (14,6).

I progetti SAI nel 2022 sono presenti in 104 Province (su 107) e in tutte le Regioni d’Italia804 sono gli Enti Locali titolari di progetto, di cui 709 Comuni, 16 Province/Città metropolitane, 30 Unioni di Comuni e comunità montane, 49 altri Enti (Ambiti o distretti territoriali e sociali, Associazioni o Consorzi intercomunali, Società della salute). 1.378 Comuni direttamente coinvolti dal sistema (ovvero circa il 17% dei Comuni italiani) in quanto titolari di progetto e/o sede di struttura SAI. 1.999 i Comuni interessati dalla rete SAI a vario titolo (in quanto titolari di progetto, sede di struttura o perché facenti parte di un’aggregazione – Unione/Comunità montana, Distretto o Ambito, Consorzio o Società della salute). Il 54,4% sono piccoli Comuni, sotto i 5.000 abitanti (1.087 su 1.999).

Tutte le città metropolitane e le città capoluogo di regione sono titolari di progettualità SAI, nucleo storico del sistema di accoglienza. Nel 2023 è stata consolidata la Rete SAI, che – grazie alla progressiva attivazione dei posti finanziati nel corso dell’anno precedente – ha potuto fare fronte alle esigenze di accoglienza, correlate allo stato di “emergenza sbarchi”, dichiarato dal governo nel mese di aprile. In particolare, con riferimento ai minori stranieri non accompagnati, i Comuni del SAI sono stati coinvolti nelle misure di prima accoglienza, con l’arrivo delle navi in diversi porti del Tirreno e dell’Adriatico. Il 2023 si è chiuso con 913 progettualità SAI per oltre 43.000 posti di accoglienza. 

La Sicilia si conferma la prima regione per presenza di posti per l’accoglienza ordinaria (13,8%), i quali risultano complessivamente 5.153, in forte aumento rispetto ai 3.559 del 2021. Diversamente dall’anno precedente, la seconda regione italiana per quanto riguarda i posti destinati alla medesima tipologia di accoglienza è la Campania (11,2%), con 4.184 posti, quasi raddoppiati rispetto ai 2.665 dell’anno precedente; a seguire la Calabria (9,6%) con 3.599 e la Puglia (9,4%) con 3.523 posti. La situazione non è molto diversa per ciò che afferisce la distribuzione dei posti dedicati ai minori stranieri non accompagnati.

Anche nel 2022 le tipologie abitative prevalenti risultano gli appartamenti, preferibili a soluzioni alloggiative collettive di medie e grandi dimensioni, in quanto rappresentano soluzioni migliori per favorire il percorso di inclusione sociale e autonomia dei beneficiari.
Gli appartamenti si attestano complessivamente a 5.790 e rappresentano l’84,5% degli immobili presenti nella rete SAI, registrando così valori in aumento rispetto al 2021 (4.763, pari all’84,3%).

Diminuiscono invece, sia in termini percentuali che assoluti, i centri collettivi di dimensioni medio-grandi (con più di 30 posti) che, nel 2022, rappresentano solo lo 0,9% del totale (complessivamente 63 strutture sull’intero territorio nazionale). Più alti, ma comunque sempre in diminuzione rispetto agli anni precedenti, i valori che riguardano i centri collettivi di dimensioni più contenute (con meno di 30 persone) che nel 2022 rappresentano il 4,9% con 334 strutture. Le comunità alloggio/case famiglia – disciplinate principalmente dalle normative regionali – sono 621 e complessivamente rappresentano il 9,1% del totale, facendo registrare un aumento rispetto ai valori registrati nel 2021 (8,2%) e confermandosi – al pari degli appartamenti – perfettamente adeguate all’impianto di presa in carico all’interno della rete SAI, sia dei minori che degli adulti portatori di particolari fragilità/ vulnerabilità.

Anche nel 2022 la figura professionale maggiormente impiegata nei SAI (15,3% del totale delle figure coinvolte) è quella dell’operatore dell’accoglienza, che incarna in sé l’approccio olistico promosso dal sistema, accompagnando i percorsi di inclusione dei beneficiari in ogni fase del progetto personalizzato.
Si tratta di operatori dalle competenze trasversali, che intervengono direttamente nella presa in carico degli accolti, con funzioni di lettura dei bisogni e di attivazione di servizi di accompagnamento e sostegno, in collaborazione con le altre figure professionali delle équipe multidisciplinari, nonché degli altri attori delle reti locali di riferimento. In percentuali poco inferiori, nei SAI sono impiegate figure professionali con funzioni amministrative (14,2%), indispensabili a garantire la gestione di progetti complessi come quelli del sistema.
Fra le figure professionali con funzioni amministrative la percentuale femminile è nettamente più alta di quella maschile (sono 1.503 donne a fronte dei 681 uomini). In misura minore, ma ugualmente indispensabili per il buon funzionamento delle progettualità, sono presenti tutte le altre figure professionali, fra le quali: mediatori linguistico culturali (11,5%), esperti in percorsi di integrazione (7,6%), educatori (6,1%), assistenti sociali (5,4%), esperti in materia legale (5,1%), psicologi (4,8%), consulenti (4,2%), supervisori (3,4%), operatori O.S.S. (0,8%), operatori O.S.A. (0,3%) e le altre figure professionali selezionate in base alle specificità progettuali, che nel complesso rappresentano il 15,3% del totale degli operatori.

(Vedi Qui) il testo integrale dell’Atlante SAI 2022.

N.B. Questo articolo è uscito su pressenza ieri, 4 febbraio 2024

Per leggere gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Fantasmi / Larissa

Fantasmi. Larissa

L’ultima volta che aveva suonato al citofono del villino rosa da poco restaurato, un angolo di lusso a buon mercato, col giardinetto, la statua di gesso e il cancello di ferro nero tra i muri  scrostati di Casalotti, la voce aspra, spezzata di quell’individuo – una voce che ormai nell’odio gli era diventata familiare –  aveva detto: “Larissa è in cucina. Sta preparando il pranzo. Non può ricevere nessuno.”

Come se fosse il suo cameriere, il maggiordomo, invece era il suo padrone. O forse si illudeva di esserlo, chissà davvero come stavano le cose. “Larissa sta preparando il pranzo. Non può ricevere nessuno”. È possibile immaginare una frase più idiota? Mostrava tutto il suo potere sulla schiava russa, quell’infame.

Ogni tanto invitavano a pranzo il vecchio zio diabetico e svanito per fare festa – pensa che  festa! – e lui faceva il padrone di casa, quello stronzo bolso e fottuto calciatore dismesso, con gli occhi celeste piscina e tre capelli bianchi in cima al suo metro e novanta, con il suo villino di merda, dove sta rinchiuso a spassarsela coi videogiochi, col suo bull-dog-schiavizzato che si vendica con la pisciata delle cinque e mezzo del mattino.

Tanto lui se ne frega, va a letto presto la sera per portare fuori all’alba il suo cane viziato, trattato meglio lui di Larissa, se ne frega perché tanto non lavora, ha smesso di fare il tassista e si è intascato un sacco di soldi con l’eredità del padre e della madre morti uno dietro l’altra, dicono. Povero orfano!

Però, guarda un po’, Nikolaj aveva scoperto che i genitori, a parte il villino che aveva succhiato tutti i risparmi di famiglia, erano proprio squattrinati, perciò la storia è un’altra, e cioè, molto semplicemente, mentre il cane piscia lui spaccia e poi racconta in giro la favola dell’eredità. Tutto chiaro. Ogni pisciata del cane – Otello, si chiama la bestia! – un bel po’ di grana intascata da lui. Tu piscia che io spaccio.

Nikolaj li aveva visti durante gli appostamenti, lui, il cane e quei relitti che lo incontravano agli angoli dei caseggiati o nei giardinetti pubblici quando usciva con Otello. Ma come poteva denunciarlo alla polizia, lui, senza permesso di soggiorno? E come faceva ad ammazzarlo, che sarebbe stato ancora meglio? Niente da fare, da tre mesi ormai si domandava come liberare Larissa da quella prigione, ma la risposta non la trovava.

E poi restavano troppe stranezze. Il suo rivale, a cui alla fine bisognerà pur concedere un nome – Cesare si chiamava, come il grande condottiero, Nikolaj lo sapeva molto bene, ma nella sua testa gli rifiutava la possibilità del battesimo – era un tipico delinquente romano di medio calibro, buone relazioni, retroterra da periferia, parlata, camminata, stile di vita e calzini vistosi, proprio tipico, però, però. Perché Cesare non aveva mai tentato di togliere di mezzo il povero Nikolaj? Perché non lo aveva mai picchiato? Perché non gli aveva aizzato contro il cane? E nemmeno aveva mai minacciato di farlo.

In fondo Nikolaj da tre mesi – non aveva mollato neanche un giorno – gli stava alle costole e gli insidiava la moglie. Possibile che lo prendesse così poco sul serio? Chiamava al telefono fisso spesso, anche di notte – alle tre, alle quattro – ma rispondeva sempre lui, Cesare. Lo bombardava di parolacce, certo, ma in fondo sembrava assuefatto a quel suo corteggiamento disperato. Forse soffriva di insonnia, ma non poteva essere una buona ragione per sopportarlo. Nessuno l’avrebbe mai sopportato, meno che mai che un delinquente di Casalotti.

Telefonate, citofonate, inutili scampanellate alla porta quando riusciva a scavalcare il cancello di ferro – tanto Otello dormiva in casa, tutt’al più abbaiava – appostamenti per tutta la notte nascosto dietro o dentro qualche vecchia automobile parcheggiata lì davanti.

Durante quelle notti sentiva gli odori, i colori, la musica della periferia che si alternavano e si mescolavano fino al silenzio delle tre o delle quattro, il silenzio ingannevole che precede la musica dell’alba, la musica preferita da Nikolaj. Lui non si annoiava.

Più di una volta aveva aspettato che alle cinque e mezzo Cesare uscisse con Otello per la pisciata del mattino e aveva scavalcato il cancello e suonato disperatamente alla porta, però mai Larissa aveva aperto né si era fatta viva in alcun modo. Di sicuro aveva ricevuto ordini precisi, era spaventata, magari stava lì  legata al letto. Spesso certi tipi lo fanno, aveva sentito dire.

Ma erano fantasie che gli bucavano il cuore, doveva scacciarle. Solo due o tre volte, la sera, durante gli appostamenti dietro il giardino, gli era parso di intravedere il profilo di lei dietro le tendine della camera da letto che dava sulla strada. Visioni fugaci, solo  pochi secondi.

Cesare non era tipo da chiamare la polizia, non era il suo stile, ma a spaccare tutte le ossa del povero Nikolaj non ci avrebbe impiegato più di due minuti, anche a mani nude. Nikolaj era un dentista ucraino in rovina fisica e morale, non un picchiatore, un uomo mite, dormiva e mangiava per strada. La Caritas gli sembrava un’anteprima del paradiso. Invece no, Cesare non passava ai fatti. E di certo sapeva che lui quasi tutte le notti stava appostato sotto il villino. ‘Non rompere le palle’, ‘Basta!’, ‘Tornatene in Ucraina!’ e, ultima della serie: ‘Larissa è in cucina’. Tutto qui. Solo parole. Perché?

Ormai Nikolaj puzzava come un vero barbone, erano finiti i tempi in cui quelli della comunità ucraina lo consideravano un privilegiato, perché lavorava nello studio di un dentista italiano. Aveva smesso di ricevere clienti di nascosto, di notte, nello studio del dottor Marziani, quando curava i denti sgangherati dei suoi connazionali immigrati e anche di qualche indiano o latino-americano.

Ormai nella sua stessa bocca ballava un vecchio ponte ucraino, costruito venti anni prima, che da un momento all’altro si sarebbe staccato lasciando nude le povere gengive e costringendolo a una dieta di soli liquidi o quasi, ma pazienza. Il dottor Marziani non avrebbe mai creduto che il suo fido Nikolaj, così dolcemente ricattabile, con il sorriso aperto e la faccia da bravo slavo malinconico, oltre a dormire la notte – gratis – nel suo studio avesse messo su una simile attività notturna. Pensieri oziosi, ormai tutto era finito.

È possibile per un ucraino innamorarsi di una donna russa spiandole un molare cariato? A Oleg era successo. Russi e Ucraini in patria si detestano da sempre e ultimamente sono perfino in guerra aperta, ma a Roma finiscono spesso col solidarizzare,  specialmente se ci sono di mezzo i denti da curare.

Oleg era diventato un punto di riferimento per tutti i profughi dell’ex-Unione Sovietica, qualsiasi nazionalismo o ricordo di guerre e ingiustizie patite, odi religiosi, tutto scompariva nel suo studio di notte e tutti gli aprivano la bocca fiduciosi. Gratis o quasi, la parcella, sempre minima, dipendeva dalla simpatia e dalla nazionalità del paziente.

Finchè non fu lei, Larissa, ad aprirgli la bocca. A Nikolaj tremavano le mani, non sarebbe mai riuscito a curarle i denti. Solo dopo una settimana di notti insonni, d’amore furibondo e romantico sul divano del dottor Marziani – tentarono anche, giusto per ridere, sulla poltrona del dentista, ma non funzionò, perché si scivolava ed evocava brutti ricordi – riuscì a infilarle il trapano in bocca senza fare troppi danni e a loro sembrò perfino che quell’operazione non fosse altro che una variante erotica, dolorosa ma intima, del loro amore, si dicevano ridendo, lei con mezza bocca paralizzata dall’anestesia.

Lui la consolava, molte volte gli toccava ascoltare la storia del marito, il padre del suo bambino di sei anni, un ucraino  approdato in Italia con l’idea di fare il pittore – voleva studiare tutta l’arte italiana, diceva – e intanto per campare assisteva gli anziani. Ma non resisteva mai più di una settimana.

“Questi vecchi sono insopportabili!” urlava l’artista, e si prendeva un mese di vacanza nel tentativo di dipingere un bel po’ di quadri per mettere su una mostra. Intanto Larissa  faceva la domestica a ore. Le gallerie di solito lo mandavano a quel paese, la pietà politica pareva non funzionare, qualche gallerista aveva perfino cercato di imbrogliarlo chiedendogli un anticipo per una mostra di quadri che peraltro non  aveva ancora dipinto.

Aveva tentato di fare il madonnaro da marciapiedi, ma era stato minacciato e messo in fuga da certi rumeni che controllavano i marciapiedi più redditizi. Alla fine aveva deciso che a lavorare e a badare al bambino avrebbe dovuto pensarci la moglie, altrimenti lui non sarebbe mai riuscito a fare il pittore.

Erano anche andati alla chiesa ucraina, in cerca di aiuto, ma il pope aveva capito che non erano credenti e aveva detto: “Donna giovane, bella. Se lei va sul marciapiedi, tutta la famiglia è a posto. Che posso fare io di meglio?”

Allora lui era partito affamato ed esaltato per Firenze, la città dell’arte, in cerca dell’ambiente giusto, e Larissa colse l’occasione per lasciarlo, anche se era innamorata. Lui ogni tanto si faceva vivo, le faceva vedere un quadro come prova della sua arte e le chiedeva un po’ di soldi. Lei glieli dava. Nikolaj ascoltava queste storie e la consolava e l’accarezzava. Non era geloso, perché alla fine il pittore si era messo a bere e lei si era disamorata.

Povero Nikolaj! Come si compativa adesso. Ricordava le poesie che le recitava con un piede sul bracciolo della poltrona, le canzoni cantate insieme, e quando trovarono un po’ di cocaina nel laboratorio e si fecero una sniffata, poi la vodka regalata da alcuni pazienti e gli strepitosi progetti per il futuro.

Ritorno a Odessa era il titolo della più schifosamente strappalacrime poesia scritta e recitata da Nikolaj per lei – con la chitarra aveva anche tentato di metterla in musica, ma ne era uscito un disastro in la minore, come l’aveva ribattezzata lei – e quella poesia in fondo riassumeva in rima tutti i loro sogni più veri, quelli segreti, a cui tenevano così tanto che per pudore ci ridevano sopra.

Il mare di Odessa, i soldi del dottor Marziani – lui  era onesto, ma una bella rapina al suo studio l’avrebbe fatta, magari lasciando una lettera di scuse – il sole e i sassi scuri del Mar Nero, il profumo della patria che a noi fa ridere ma che, si racconta, alcuni, dotati di un particolare potere olfattivo, percepiscono.

E i viaggi all’estero per turismo e non per soldi, i ristoranti che per chi viene da certi paesi sembrano sogni. Eppure stava anche attento al preservativo, perché già bastava il figlio di Larissa – che ormai era tornato dai nonni in Ucraina, vicino a Leopoli – e un altro figlio in quel momento non sarebbe servito a nessuno, avrebbe ucciso con la sua nascita qualunque sogno. Casomai più in là, a Odessa, le disse, e finì che lei si commosse.

Quando quella settimana di insonnia, vodka e cocaina finì – più un sogno che la vita vera – e Larissa scomparve a Oleg si strangolò il cervello. La signorina della Vodafone che parlava di numero inesistente lo irrideva, non sapeva più niente, sapeva solo che le bocche dei pazienti erano mostri che gli si spalancavano davanti agli occhi, come gli incubi che lo divoravano nelle poche ore di sonno, sapeva solo che non avrebbe mai più baciato nessuna donna in vita sua.

Di giorno la cercava dappertutto, ogni domenica andava alla stazione dei pullman alla Garbatella per vedere se stava lì a ricevere o spedire pacchi in Ucraina, chiedeva a tutti, agli autisti, agli amici degli amici, ai conoscenti.

Solo dopo tre mesi di ricerche continue seppe da Julia, l’unica del bar della Garbatella che non aveva le mani rovinate, perché “era una che batteva e riusciva ad evitare i lavori domestici”, così dicevano le donne del posto, seppe da Julia che Larissa si era sposata con un italiano, uno che aveva i soldi.

Abitavano a Casalotti, l’aveva rivelato una zia di Leopoli parente della madrina di battesimo di Larissa. Da quando aveva ottenuto il permesso di soggiorno non si era più fatta vedere. Da nessuno. “La solita storia, altroché solidarietà” aveva concluso Julia. Dovette aspettare un altro mese prima di avere dalla parente di Leopoli l’indirizzo esatto, quello del villino rosa, visto che ogni tanto con Julia si scrivevano.

Quanto tempo si passa ad aspettare e quanto a vivere, si chiedeva Nikolaj, e chissà se l’attesa è una forma di vita oppure no. I dubbi dell’amore frustrato. E alla fine non avrebbe sposato nessuna donna, ucraina, italiana o filippina, cinese, né somala, non era degno di sposare chicchessia, perché non aveva i documenti giusti, né i soldi né il lavoro né la casa, mentre il più merdoso degli italiani poteva sposare qualunque donna e purificarla, innalzarla fino alla dignità del permesso di soggiorno e più in là fino al paradiso della cittadinanza.

Aveva saputo di una ragazzina nata a Roma da genitori ucraini, che era dovuta tornare a Kiev a tredici anni, perché i genitori, dopo quindici anni che vivevano e lavoravano in Italia, non avevano ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno. Questo prima che la guerra rendesse tutto più facile.

Insomma quell’italiano era riuscito a sposare Larissa perché aveva i documenti, come se su quei pezzi di carta fosse certificato il suo valore come uomo e le sue referenze come aspirante marito. Quando si incazzava con la burocrazia italiana Nikolaj diventava così furibondo che dimenticava quanto fossero nazionalisti e burocratici gli ucraini.

All’inizio era sicuro che Cesare fosse un magnaccia e che Larissa usciva solo di notte per andare sui marciapiedi, dove restava pochissimo, pensava, perché era troppo bella per non trovare subito qualcuno che se la caricasse in macchina, ma aveva scoperto presto che invece semplicemente non usciva di casa.

Allora aveva supposto che ricevesse i clienti in casa, sotto il controllo stretto di Cesare e Otello, ma erano bastati pochi giorni per capire che in quel villino non entrava nessuno. La teneva semplicemente chiusa in casa, in prigione. Di nuovo l’immaginò legata al letto, nuda.

Un giorno Nikolaj danneggiò il trigemino di un paziente mentre lavorava alla pulizia dei denti e il dottor Marziani, che già aveva ricevuto segnalazioni dai condomini su certi movimenti notturni di Oleg, se lo levò dai piedi. “Per me eri come un figlio – gli aveva detto – Perché hai tradito la mia fiducia? E adesso guarda che mi hai combinato con quel paziente!”.

Oleg aveva pensato che i figli non si sbattono fuori di casa e che per questi incidenti i dentisti sono coperti da assicurazione e nel peggiore dei casi da avvocati e che sul suo lavoro nero ci aveva guadagnato parecchio, il bravo dottor Marziani, ma non aveva replicato nulla. Non gli importava di nulla, aveva solo voglia di andare in giro per la città, assediare il villino rosa notte e giorno e fare la sua vita. Se ne era andato con un saluto affettuoso. Non c’era nulla da chiedere.

***

Il giorno della liberazione arriva all’improvviso, alle sei meno un quarto di un mattino di novembre, il giorno dei morti, Oleg se lo ricorda bene. Otello ha fatto il suo lavoretto intorno all’isolato e ha finito prima del previsto, così Cesare lo incontra davanti al solito cancello nero. Otello non abbaia, lo guarda appena un attimo, gli annusa le scarpe e subito tira il guinzaglio a Cesare. Anche lui ha fretta di tornare a casa. Cesare guarda Oleg appena un attimo, non è sorpreso neanche un po’ di trovarlo lì, evita il suo sguardo, mentre lui, almeno con gli occhi, vorrebbe distruggerlo.

“Volevi entrare. Entra allora, – gli fa  – Così la facciamo finita con questa storia.”

Dentro la casa fa schifo, non ha niente della truce rispettabilità della facciata esterna.

“Vieni qui in cucina. Ci facciamo un caffè.”

Dopo aver messo sul fornello la macchinetta del caffè prepara una ciotola con della carne nera per Otello e lo conduce in bagno. Poi chiude la porta. Nikolaj non trova il fiato per parlare. In cucina Cesare accende la luce al neon che si confonde con il colore livido dell’alba, una penombra funebre che offende la retina e la sua testa torturata dall’insonnia.

Il caffè fischia e comincia a profumare, ma Nikolaj non riesce ancora a parlare. È inutile chiedere dov’è Larissa. La casa è vuota, si capisce dal disordine e da tanti altri particolari. Lì dentro non c’è niente che faccia pensare a una donna.

Bevono il caffè, forte, amaro, la polvere è stata troppo schiacciata e si è inacidito. Cesare beve un sorso e posa la tazzina.

Larissa è morta. Da tre mesi. Aveva un cancro alla gola, già da quando stava in Ucraina, ma se ne è accorta solo qui. E non voleva vedere nessuno dei suoi. Tutti infami, diceva. Peggio degli italiani. – Si accende una sigaretta, poi la offre anche a Oleg. Marlboro rosse, con quel bel triangolino bianco irresistibile – Quando tu telefonavi e venivi a cercarla stava già molto male. Poi l’ho portata al regina Elena, ma è durata solo due settimane.

Volevo che morisse qui, da me, ma non ce l’abbiamo fatta. E io non avevo voglia di dire che era morta, né a te né a nessuno. Perché per me è viva. Ci parlo ancora adesso con lei, qui dentro ci siamo solo io, lei e Otello. Qua in cucina preparava sempre quelle minestre rosse e quel dolce, come diavolo si chiama, Varecchina o Varenicca, non mi ricordo.”

“Vareniki – rompe il silenzio Oleg – Come li faceva? Col formaggio salato oppure dolci, con le ciliegie?”

“Dolci – fa Cesare – Mi piacevano quelli con la ricotta dolce.”

“Sono molto buoni quelli con le ciliegie. Non te li ha mai fatti?”

“No”

“Altrimenti poteva anche prepararteli con la carne. Da noi si dice “Succeda quel che succeda, basta che ci sono i Vareniki. Io li so cucinare.”

“Va bè. Lasciamo stare. Tu sei il primo che entra qui da più di un anno, a parte il fratello di mio padre che tanto non capisce più niente, non si accorgeva nemmeno di Larissa, non sa nemmeno se è vivo o morto lui stesso. Adesso non me ne frega niente di sapere chi sei, cosa facevi con Larissa e che cosa volevi da lei. Adesso voglio soltanto che ti levi dai coglioni. Non mi va più di essere spiato. Oppure diventi amico mio e la pianti di guardarmi in quel modo. Se vuoi, ti trovo lavoro. Per me non è un problema” e tossisce in profondità, da vecchio fumatore.

Occhiaie gonfie e nere sul viso carnoso e sbilenco, come il corpo da vecchio calciatore. Sul cranio pelato, sotto i tre capelli bianchi, piccole ferite, come succede a chi si gratta spesso la testa. Eccoli lì, pensa Nikolaj, due assassini di una donna fantasma che vorrebbero uccidersi tra di loro ma vorrebbero anche consolarsi a vicenda.

Sopra un lungo mobile di legno chiaro una grande foto a colori incorniciata di una giovane donna castana, gli occhi chiari sembrano verdi e il viso tondo, paffuto, la fa sembrare una ragazzina. Ma lo sguardo è grave, dietro il sorriso dolce a bocca chiusa.

“Chi è?” fa Nikolaj indicando la fotografia.

Improvvisamente Cesare lo guarda in tralice, spegne lentamente la sigaretta dentro la tazzina del caffè, il suo volto diventa rosso e si gonfia fino a trasformarsi completamente. Si alza lentamente dalla sedia e afferra Oleg per il bavero della giacca. Saltano due bottoni.

“Chi sei tu, stronzo? Che cazzo sei venuto a fare in casa mia?” urla.

A Nikolaj tremano le gambe, sente, capisce che non c’è niente da fare, che quello non ragiona e che può ammazzarlo in un attimo. Otello dal bagno comincia ad abbaiare, a ringhiare, gratta con le unghie contro la porta.

Nikolaj non capisce cosa sta succedendo, si sforza di guardare in faccia il mostro e cerca le parole ma in italiano non gli vengono quelle giuste. Non gliene frega niente di morire, ma la paura è lì, come se fosse legato alla vita mani e piedi e la amasse ancora disperatamente, come quando aveva vent’anni. Otello comincia a scagliarsi contro la porta e i suoi assalti  rimbombano per tutta la casa.

“Quella non è Larissa” trova appena la forza di dire. Ma la faccia di Cesare si fa ancora più cupa, fino al viola, e gli alita in faccia il suo fiato puzzolente di caffè e denti non lavati.

“E chi cazzo è, allora, eh? Me lo dici tu chi è?” e comincia a scuoterlo e a spostarlo verso la parete.

“Quella non è la mia Larissa.” riesce alla fine a trovare le parole giuste.

Lentamente la faccia di Cesare sbianca, chiude gli occhi e respira lentamente, in profondità, come se si sentisse male. Con uno spintone butta Nikolaj sulla sedia. Poi si siede anche lui e si prende la testa tra le mani. Si tormenta le ferite sul cranio con le dita nervose, stranamente sottili. La testa china, quasi appoggiata sul ripiano del tavolo. Nikolaj ripete: “Quella non è la mia Larissa.”

Cesare sospira. “Allora levati dai coglioni – dice senza alzare lo sguardo – I poveracci come te non mi piace ammazzarli di botte. Perciò levati dai coglioni, subito. Dimentica di avermi mai visto, di essere mai entrato qui.”

Nikolaj si alza, ha ancora in mano la sigaretta accesa, tira un ultimo boccata e poi la spegne nella tazzina da caffè, senza pensarci. Cesare ha ancora la testa china sul tavolo. Esce senza dire una parola. Fuori lo accoglie la musica dell’alba avvolta nell’umidità, un filo di nebbia all’altezza dei primi piani dei palazzi di Casalotti, il silenzio fasullo del mattino appena incrinato da un motorino o da un camion.

Si era fatta dare cento euro quella troia di Julia con le mani ben curate per dargli l’indirizzo di Larissa, ma Nikolaj non aveva nessuna voglia, nessuna forza, nessuno scopo per vendicarsi di nessuno. Ognuno ha la sua Larissa, pensò, le sue tracce si erano incrociate con altre, confuse, disperse, anche il ricordo di lei cominciava a sfilacciarsi e si mise a passeggiare lungo le strade senza marciapiedi tra la campagna e i caseggiati di periferia.

Quella non era la sua Larissa, la sua aveva gli occhi ridenti, i lineamenti un po’ più tartari, un viso meno da bambina, i capelli più biondi, eppure non era veramente diversa. Non sapeva spiegarsi bene questa sensazione, sapeva solo che non era lei, però se ci pensava davvero bene, in profondità, non poteva neanche essere totalmente sicuro che non fosse lei.

Vagò per molti chilometri prima di salire sul quarantasei che lo portava sulla Via Boccea, verso il centro. E scese ancora giù, oltre San Pietro, salì su un autobus a caso, senza guardare il numero e senza biglietto, finchè si trovò al Foro Italico, a ridosso di Piazza Mancini.

La pioggia dei giorni passati aveva gonfiato il fiume, le strade del Lungotevere erano coperte di foglie brune e lunghe strisce di fango. Scivolò due volte senza cadere, la terza cadde e si fece male all’anca. Allora decise di scendere i gradini che conducevano sotto il grande ponte che porta alla stadio, lì sotto gli era capitato di dormire già altre volte e non si era trovato male.

Quel giorno era davvero umido, il lastricato e anche le pareti imbiancate da poco all’interno del ponte erano spalmate di fango fresco, le acque erano risalite su per i gradini e poi si erano ritirate, quasi un’inondazione. Ma lui aveva sonno. Doveva soltanto andare un po’ in giro e cercarsi un po’ di stracci e dei cartoni per costruirsi il rifugio. Erano le nove, ma con quel cielo sembrava tutto ancora immerso nella penombra dell’alba.

***

Il lamento veniva dall’angolo in basso, dietro la parete del ponte, quasi dall’acqua. Vide Mbacke seduto sui lastroni infangati tra i cespugli sopra un mucchio di teli neri di plastica e si avvicinò. Guardava davanti a sé, verso l’altra riva, e teneva in braccio un fagotto scuro. Sembrava un corpo umano con la testa riversa e Nikolaj  pensò subito a una donna affogata ripescata del fiume. Mbacke parlava da solo, cantava, piangeva, forse faceva tutte e tre le cose insieme.

Nikolaj si avvicinò e si sedette in terra accanto a lui. Guardò quel corpo inerte, si avvicinò, guardò meglio e capì che era solo un cappotto, un cappotto scuro. Anzi, un montgomery dal cappuccio molto largo e pesante, fradicio d’acqua.

“Me l’ha portata il fiume. L’amavo, l’avevo conosciuta quando lavoravo al circo. L’avevo vista da lontano, dalle strade che stanno in mezzo tra il circo e la jungla, ma non potevo restare lì a lungo, lo sapevo. O di qua o di là, arriva sempre qualcuno che decide per te. Era tedesca, bianca e bionda come una dea, il suo cuore era candido e trasparente, mi sembrava di vederlo mentre volava sui trapezi. Si era innamorata di me perché ero il più alto, il più forte, il più bello, il più generoso e il più bravo di tutto il grande circo.

Loro erano tutti bravi cavalieri, lo so, loro sono i discendenti di Re Artù, hanno scoperto il Santo Graal, ma a me è bastato chiedere di fare un giro sulla giostra colorata. Ero entrato di nascosto sotto il tendone e avevo detto: “Perché voi si e io no?” e così ero diventato famoso.

Avevano capito. Perché senza di me il circo era finito, l’unico nero nel grande circo dei bianchi, io e lei eravamo la grande attrazione. Poi mi hanno licenziato – essere cacciato è il mio destino – e adesso me l’ha restituita lo spirito del fiume. E quando anch’io, quando il fiume mi chiamerà, annegherò li dentro e le nostre anime torneranno unite.”

Mbacke non aveva mai lavorato in nessun circo, Nikolaj lo sapeva. Nell’ambiente Caritas lo conoscevano in tanti. Chissà come dal Tevere era affiorato quel cappotto proprio il giorno dei morti ed era finito in braccio a lui e la sua mente aveva cominciato a lavorare.

Da quando la comunità senegalese lo aveva espulso perché aveva rubato un intero carico di CD per rivenderlo in Francia – lui diceva che lo avevano espulso perché si rifiutava di convertirsi all’Islam e forse erano vere entrambe le storie – da allora viveva sulla sponda del Tevere e chissà come non si ammalava.

Quasi ogni giorno, in qualunque stagione, entrava nel fiume per purificarsi oppure per punirsi, secondo i precetti della sua religione tradizionale. Quando si ammalava guariva subito. Eseguiva riti propiziatori, una volta lo vide torturare e poi uccidere un enorme ratto perché doveva sacrificare una bestia, possibilmente pericolosa, allo spirito del fiume.

Il Tevere era il suo dio e il suo altare. Era davvero alto, grande, forte. Teneva in grembo quel cappotto con la tenerezza di una madre e cantava qualcosa e borbottava nella sua lingua. Aveva una luce fissa e calma negli occhi. Era schizofrenico. Ne aveva visti tanti in Ucraina, ma lui era uno schizofrenico senegalese che viveva a Roma e questo rendeva le cose ancora più difficili. Anche per Nikolaj.

Perché somigliava molto a un cappotto di Larissa, un cappotto che lui ricordava molto bene. Ma quanti cappotti come quello potevano esserci in giro, a pensarci bene? Rischiava di diventare matto pure lui. Che senso aveva parlarne con Mbacke? Rimase seduto accanto a lui. Fango, nuvole, anatre, l’aria tersa ripulita dal vento di tempesta. Il resto è un deserto vuoto, anche il fiume è gonfio ma silenzioso, quasi non si avverte il passaggio degli autobus sopra le loro teste. Ogni tanto un gabbiano ride.

Presto Mbacke gli avrebbe raccontato che quella donna era sua sorella, che sembrava bianca perché l’acqua del fiume l’aveva scolorita, oppure che era l’insegnante di italiano di cui si era innamorato qualche tempo fa, per quelle poche settimane che aveva frequentato un corso di lingua, o tante altre di quelle storie che già altre volte aveva sentito da lui, ogni volta che andava a dormire sotto il ponte dello stadio.

Mbacke era stimato anche perché una volta aveva messo in fuga tre laziali imbecilli che avevano tentato di picchiarlo con le spranghe e uno di loro era pure finito in ospedale. Era stato prescelto dagli dei, diceva di se stesso, e questo significa che poi gli dei ti rendono la vita difficile, perché se lo contendevano tra di loro e lo reclamavano in cielo e gli uomini lo ammiravano ma lo temevano. Soprattutto non lo capivano. Solo lo spirito del fiume gli era amico, e con lui poteva parlare, capirsi. Quello era il suo destino.

Nikolaj aveva sentito tante volte questa storia, anche se ogni volta inventava o ricordava nuove avventure o aneddoti. Era fantasioso e ripetitivo, proprio come certi  schizofrenici. Chissà perché toccava proprio a Mbacke trovarsi lì, per accogliere quel cappotto così simile a quello di Larissa,  trascinato dallo spirito del fiume.

Il cappotto con il cappuccio largo di Larissa – è incredibile quanto si possano amare i vestiti di una persona amata – scomparsa chissà dove per tutti quei mesi e poi finita suicida. Succede a tanti come loro. Indizi impressionanti, coincidenze, somiglianze e dopo tanti dubbi, il nulla.

Così come non poteva escludere del tutto che la donna della fotografia a casa di Cesare non fosse, a ben vedere, la sua Larissa. Tante volte le foto ingannano, poteva essere ingrassata, le donne si tingono i capelli. Ma non avrebbe mai potuto spiegarlo a Cesare né poteva dirlo a Mbacke. Forse davvero non aveva nessuna importanza. E non solo perché era comunque scomparsa, anzi, quasi certamente morta. Non aveva importanza e basta.

Oleg aveva sonno, sempre di più. Mbacke continuava a cantare qualcosa. Si sdraiò lì, accanto a lui. E il giorno dei morti la cosa migliore da farsi è una bella dormita. Perché ciascuno è libero di inventarsi l’autoinganno che più gli è congeniale.

© Sergio Kraisky
(dicembre 2023- gennaio 2024

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Fabbri e Sgarbi:
come riuscire ad essere insieme elitari e volgari

“Quando il sole della cultura vola basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”
Karl Kraus

Fabbri e Sgarbi: come riuscire ad essere insieme elitari e volgari

La gestione Fabbri-Sgarbi è giunta al tramonto: dalla mostra fake su Banksy, alla non-mostra di Robert Mapplethorpe… dietro di sé lascia una fila di lunghe ombre.

Ombre di giganti? Ombre di nani ingigantiti?

I responsabili della cultura ferrarese, nani o giganti che siano, hanno assunto stessi ruoli e medesimi destini di naufraghi alla deriva, coinvolti in un disperato gioco al massacro che non consente di capire se sia il primo a lanciare un salvagente forato all’altro o il secondo a raccogliere la fune per stringersi un cappio attorno al collo, mentre cala la notte e il loro relitto affonda, facendo acqua da tutte le parti.

Le proposte di mostre intitolate “Un Artista Chiamato Banksy” o da intitolare “Fiori e cazzi” hanno invece assunto le proporzioni e i toni delle più grandi “truffe” mai rifilate al pubblico, agli artisti e all’arte stessa, dall’interno di una Galleria Civica Comunale di eccellenza internazionale come quella ospitata nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara. E’ dall’interno di questi due poli iniziali e finali, entrambi negativi e imbarazzanti, che si è imposta la nuova forma di fare arte e cultura nella nostra città d’arte e cultura.

L’età dell’oro estense, in cui Palazzo dei Diamanti era tra i musei più importanti e dinamici in tutto il mondo, è finita: non sarà facile ritornare agli splendori di quando “L’Arte per l’Arte” era la regola dell’operatività espositiva e la base di un grande successo, avviato dalla direzione di Franco Farina e portato avanti dai suoi successori. Quell’instancabile operazione di divulgazione di artisti e opere d’arte che, dal 1963 al 2019, ha trasformato una piccola città decentrata e di provincia in un perfetto contenitore museale tra i più rappresentativi per l’arte contemporanea in Italia e all’estero, al presente non è più riconoscibile.

Il climax discendente a precipizio nell’offensivo, nel volgare e nel provincialismo più oscuro della conduzione Fabbri-Sgarbi, impedisce di capire chi dei due protagonisti stia scappando dall’uscita posteriore o correndo verso quella d’emergenza. Nessun rispetto per gli artisti, per il pubblico, per i predecessori,  per i colleghi, per gli altri operatori culturali, per la tradizione locale e del territorio: considerare e presentare l’arte come un flusso di produzione di merci da offrire sul mercato, oltraggia i valori del passato e sottrae il significato dell’arte.

Non siamo tutti sulla stessa barca

“Non siamo tutti sulla stessa barca” (We’re not all in the same boat), è il titolo di una delle opere di Banksy che la mostra fake a Palazzo dei Diamanti non ha mostrato, per motivi prima di tutto allegorici.

Si tratta di un remake del celebre quadro di Theodore Gèricault intitolato La Zattera della Medusa e fa riferimento a La Méduse, una fregata francese che, nel 1816, si incagliò sulle secche atlantiche del Banc d’Arguin, al largo dell’attuale Mauritania. I passeggeri erano in numero superiore rispetto alla portata delle scialuppe e per grossolana irresponsabilità del suo comandante Hugues Duroy de Chaumareys, 17 passeggeri rimasero sulla fregata e ben 147 dovettero essere dirottati su una zattera di fortuna. Il capitano e l’equipaggio sulle scialuppe decisero inizialmente di trainare la zattera, ma la cima si ruppe, l’imbarcazione affondò parzialmente e venne abbandonata al suo destino. Sulla zattera della Medusa venti persone morirono già la prima notte; al nono giorno i sopravvissuti si diedero al cannibalismo; il tredicesimo giorno, dopo che molti erano morti di fame o si erano gettati in mare in preda alla disperazione, i superstiti vennero tratti in salvo da un battello di passaggio; cinque morirono la notte seguente. Sebbene sottoposto al giudizio della corte marziale, che prevedeva la pena capitale nel caso in cui il comandante non fosse stato l’ultimo ad abbandonare la nave, Hugues Duroy de Chaumareys ottenne solo una blanda condanna, rispettosa più dei privilegi accordati alla sua appartenenza alla classe nobiliare, che non delle regole della marineria e delle leggi della navigazione.

“La Zattera della Medusa” di Theodore Gericault si trova esposta nelle sale museali del Louvre di Parigi. “We’re not all in the same boat” di Banksy si trova esposta su un muro del porto di Calais non distante dalla “Jungle” dove vivono migliaia di migranti in transito dalla Francia verso l’Inghilterra e ritrae la medesima storia attualizzata: nella zattera i profughi moribondi tentano disperatamente di salvarsi e di mettersi in mostra, mentre in lontananza naviga un lussuoso yacht che li ignora. Il significato, il valore, il messaggio intrinseco di un’opera d’arte di denuncia dipinta pubblicamente dall’autore su un muro del porto di Calais può essere lo stesso espresso da riproduzioni private esposte in una Civica Galleria Comunale, presentate da un critico non autorizzato in una mostra a pagamento non autorizzata?

Secondo il fautore Vittorio Sgarbi e i curatori Gianluca Marziani e Stefano Antonelli la questione relativa alla musealizzazione di Banksy e degli artisti di strada non si sarebbe mai posta e non ha nemmeno da porsi. Giudicare Ferrara come una realtà colta e raffinata, al punto tale da essere ritenuta tra le più idonee per accettare di ospitare mostre fake travestite da eventi culturali d’avanguardia, non dimostra solo mancanza di considerazione nei confronti dei cittadini, degli artisti e del pubblico, ma anche nei confronti degli altri operatori culturali, andandosi a schiantare contro la tradizione del nostro territorio. L’Emilia Romagna è stata la culla del primo Graffitismo Metropolitano negli anni Ottanta con la Mostra “Arte di Frontiera” curata da Francesca Alinovi ed è divenuta il crocevia nazionale e internazionale dei successivi movimenti genericamente inclusi nel  termine “arte di strada”:  non esiste un aspetto o un argomento ad essi relativo che non sia stato preso in considerazione, analizzato, studiato, proposto ed esposto adeguatamente ed esaurientemente.

Le prime critiche erano già sorte in occasione della mostra Street Art Banksy & Co. L’arte allo stato urbano, presentata a Bologna presso Palazzo Pepoli nel 2016, come riflessione sul valore culturale e sulle modalità di salvaguardia, conservazione e musealizzazione della street art. L’esposizione bolognese, nata dalla volontà del Prof. Fabio Roversi-Monaco, Presidente di Genus Bononia e curata da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, fu preceduta da accese polemiche scatenate dalla presa di posizione degli street artists, in profondo disaccordo con il progetto espositivo e con la decisione di strappare dai muri alcuni graffiti per esporli in mostra. La presa di posizione che ha fatto più rumore è stata la decisione dello street artist italiano Blu -segnalato dal Guardian fra i dieci migliori artisti di strada del mondo- il quale, nei giorni precedenti l’apertura, appoggiato dai movimenti giovanili dei centri sociali occupati e dall’Associazione Italian Graffiti, ha cancellato le sue opere realizzate a Bologna, affidando poi al collettivo Wu Ming la comunicazione delle ragioni del suo gesto: “La mostra “Street Art” è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi.”

Quello del vantaggio dei pochi è il pensiero guida a cui fare riferimento per comprendere anche uno dei motivi principali del disconoscimento di Banksy verso la mostra voluta da Sgarbi: «L’arte che guardiamo è fatta solo da pochi eletti. Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell’arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari».

Invece, il pensiero guida a cui fare riferimento per comprendere Banksy, nelle parole del curatore Marziani, è questo: “Ferrara è una realtà colta e raffinata, insieme al resto dell’Emilia è forse tra le più alte del paese. E qui sta la vera intuizione di Sgarbi: portando Banksy ai Diamanti, si intercetta una fetta di pubblico che ai Diamanti altrimenti non andrebbe. Per Previati un ragazzino della provincia emiliano-romagnola non viene a Ferrara, per il fenomeno artistico del momento, con tutte le sue virtù e con tutte le sue criticità, molto probabilmente sì”.

Marziani fa un parallelismo tra due scelte espositive davvero imbarazzante.

Per prima cosa, la mostra su Gaetano Previati non è stata ospitata presso il Palazzo dei Diamanti ma nel Castello Estense (teatro di ulteriori iniziative gestionali/espositive proposte dalla fondazione Cavallini-Sgarbi con modalità contrattuali di finanziamento pubblico sottoposte al giudizio di legittimità da parte della Corte dei Conti). In secondo luogo, il pubblico di Palazzo dei Diamanti non è mai stato solo emiliano-romagnolo e pensare di “richiamare i ragazzini della provincia emiliano romagnola” a Ferrara “per vedere Banksy” può risultare quasi offensivo per la capacità generazionale che i più giovani hanno di informarsi e di scegliere da soli.

Tranne che in quelli ferraresi, nel frattempo, i territori urbani ed extraurbani di Bologna, Modena e Ravenna si sono arricchiti di opere d’arte di graffitismo murale che hanno coinvolto i migliori artisti della scena internazionale e, disseminate un po’ ovunque, chiunque di noi può trovare esposte opere di Ericailcane e Bastardilla, Eron, Blu, Stak, Honet, Paper Resistance, Dem, El Euro, MrFijodor, Etnik, BizzarDee, Escif, Finsta, Francesco Barbieri, Corn79, 059, Herbert Baglione, Reqvia e di moltissimi altri street artist e giovani operatori. Le testimonianze dell’immenso valore che hanno acquisito per tutta la comunità queste espressioni artistiche, sono raccolte nel portale web del Progetto Urbaner Culture Urbane Emilia-Romagna, nato dalla volontà del Comune di Modena di riconoscere e valorizzare le culture che si formano in ambito urbano e che, in una prospettiva estetica, sociale e antropologica, generano tendenze e talenti in diversi campi: dalla fotografia alla pittura, dall’illustrazione al graphic design, dalla musica alla danza, dai tatuaggi agli sport non competitivi come lo skateboard e la BMX.

I risultati di ricerche come “L’arte urbana ed i suoi processi culturali in Emilia-Romagna”, frutto della partnership tra l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Modena, e l’organizzazione di eventi condivisi da associazioni culturali, gallerie d’arte, aziende private e istituzioni pubbliche, come il Festival Icone, Totart, il FestivalFilosofia, RigenerArte writing urbano in Romagna”, il Festival Subsidenze, hanno dato vita ad uno straordinario percorso di rigenerazione regionale che ha trovato nella street art una chiave di lettura -e rilettura- della contemporaneità. Ravenna, capitale dell’arte bizantina, è oggi una capitale di arte di strada: in ogni quartiere, dalla Darsena a Porta Adriana, dallo Stadio alla Rocca Brancaleone, la città si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto e in una galleria permanente di arte moderna, con più di ottanta opere di artisti provenienti da tutto il mondo, venuti per lasciare un segno sempre visibile a tutti e fruibile h24.

L’arte di strada non ha bisogno di grandi: ha bisogno di tutti

A Ferrara, la sistematica sottrazione di forma, senso e contenuto avvenuta con la mostra fake su Banksy, da allegorica, ha finito col diventare profanatoria: basta leggere le motivazioni poste per il rifiuto, da parte della Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, di concedere le proprie opere alla Fondazione Ferrara Arte. Così come l’apprezzamento a Banksy non avrebbe dovuto essere posto in relazione al fatto che sia da considerare il più grande esponente della street art e la sua mostra un evento d’avanguardia, anche Robert Mapplethorpe non avrebbe dovuto essere presentato come il più importante esponente di una fotografia di stile pornografico-sensazionalistico.

Di artisti grandi come Banksy ce ne sono tantissimi. La street art non ha bisogno di grandi: ha bisogno di tutti, perché è un tipo di arte libera, pubblica, gratuita e diffusa spontaneamente su ogni muro del mondo attraverso un’infinità di stili. I principali meriti di Banksy come artista di denuncia e di protesta, negati e occultati a Ferrara, sono quelli di avere usato la chiave dell’arte di strada per sottolineare l’importanza di vecchi argomenti e la gravità di nuovi problemi a un pubblico vastissimo e non-museale. Argomenti e problemi, come ad esempio quelli relativi all’emergenza migratoria clandestina, al caso Wikileaks di Julian Assange e alla Questione Palestinese, che nel breve volgere di soli due anni dalla chiusura della non-mostra sono esplosi dinnanzi agli occhi del mondo.

Anche di maestri della fotografia come Robert Mapplethorpe ce ne sono stati tanti. I principali meriti da attribuirgli sono quelli di aver raggiunto la perfezione estetico-formale, puntando l’obiettivo della macchina fotografica su quello che nella visione della realtà appare più armonioso, plastico e scultoreo.

Le opere di Mapplethorpe sono presenti in Nord e Sud America, Europa e Asia e nelle collezioni dei principali musei di tutto il mondo e attualmente in Italia è in corso -fino al 14 febbraio 2024, presso il Museo Novecento di Firenze- la mostra dal titolo “Beauty and Desire”, frutto del supporto e della collaborazione scientifica della Robert Mapplethorpe Foundation con la Fondazione Alinari per la Fotografia. “Beauty and Desire” sta mettendo mette in luce il legame della sua ricerca con la classicità, nonché il suo approccio scultoreo al mezzo fotografico, reso evidente tanto nello studio del nudo maschile e femminile, quanto nella natura morta, equiparando i corpi agli oggetti secondo una sensibilità da scultore. In passato gli sono state dedicate, tra le altre, una mostra a cura di Germano Celant al Centro Pecci di Prato (1993) e un’esposizione a cura di Franca Falletti e Jonathan K. Nelson alla Galleria dell’Accademia di Firenze (2009): mostra, quest’ultima, che ha messo in evidenza l’innegabile relazione tra Michelangelo e Mapplethorpe. Al di là del valore storico, artistico e culturale del suo lavoro, la sua eredità sta diffondendosi attraverso l’attività della Robert Mapplethorpe Foundation, da lui stesso fondata nel 1988, per promuovere la fotografia, sostenere i musei che espongono arte fotografica e finanziare la ricerca medica nella lotta contro l’Aids.

Il metodo sviluppato per degradare nel più cupo provincialismo la città di Ferrara è tanto inaccettabile quanto evidente: stabilire che l’identità debba coincidere con le preclusioni, i limiti, le barriere, e imporre alla cultura di diffondersi attraverso l’inganno, l’insulto e l’oltraggio.

https://www.mapplethorpe.org/foundation
https://www.firenzetoday.it/eventi/museo-novecento-mostra-robert-mapplethorpe-22-settembre-30-novembre-2023.html
https://www.fanpage.it/spettacolo/personaggi/vittorio-sgarbi-pronta-una-mostra-che-si-chiama-fiori-e-caz-ma-i-moralisti-non-me-la-faranno-fare/

In copertina:  Theodore Gèricault, La Zattera della Medusa, 1819, Parigi Museo del Louvre

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La rivincita della capra

La rivincita della capra

La rivincita della capra

“Capra…Capra..Capra…Capra..Capra…Capra..Capra…Capra…”
Vittorio Sgarbi ad libitum, in tivù, su Facebook e in ogni luogo, per silenziare chiunque in disaccordo con lui .

Mi è capitato un milione di volte: conosco una persona, ci presentiamo, di dove sei? di Milano, e tu? di Ferrara. A questo punto ti esponi a un sorrisino di compatimento, e a una battuta inevitabile: “Ferrara? la città di Vittorio Sgarbi, un tuo concittadino.”
Ma hai la risposta pronta: “Nossignore, rispondo, Sgarbi è di Ro Ferrarese“.

Ma come ha fatto il figlio del farmacista (un classico) di un paesino aggrappato al Po a diventare tutto o quasi tutto? Qualcuno ha fatto il conto (che vi risparmio) delle cariche che il giovane talentuoso e linguacciuto ospite del salotto televisivo di Maurizio Costanzo è riuscito ad accumulare in cinquant’anni di smisurata e sregolata carriera.

Tutto merito, e tutta colpa, di un Ego smisurato, un Ego, per dirla alla Meloni, a 360 gradi. Questa sua malattia, perché se non ti chiami Leonardo da Vinci, dovresti indirizzare la tua intelligenza e il tuo talento verso una precisa direzione e un solo obiettivo, ha reso Vittorio Sgarbi una macchietta invece di un personaggio. Un sicuro sconosciuto per la posterità

Sgarbi è uno di quelli che dormono poco e leggono tantissimo, un secchione, ma anche un corridore e uno scalatore.  Se vedeva una poltrona nei paraggi (o un posto importante, o una bella donna) correva per occuparla, e se vedeva una scala (ma anche due, ma anche tre) si avventava sui primi gradini.

Eppure non è mai arrivato veramente in cima. Voleva essere un professore universitario, uno come Roberto Longhi, non c’è mai riuscito.  E da più di 20anni voleva diventare Ministro della Cultura, ma Berlusconi gli preferì l’odiato Giuliano Urbani, un docente universitario naturalmente.

Dai e dai, finalmente entrava nel governo, ma solo come sottosegretario. Come al solito, si era fermato a metà scala.

Ora si dimette a sorpresa dalla carica, inseguito da un imminente stop dell’Antitrust (cretino o almeno tardivo), da un’inchiesta per un quadro rubato e riciclato, ma anche e soprattutto dal desiderio di rivincita dei suoi numerosi nemici: fuori e dentro il governo, a sinistra, al centro a destra.

Io però non mi schiero con i suoi nemici. Nonostante le malefatte ferraresi (perché è Ferrara l’unica piazza dove Sgarbi negli ultimi 5 anni ha potuto regnare incontrastato), non riesco a prendermela con lui. Perché è un perdente che ha creduto tutta la vita di essere un vincente. Perché ha sprecato la sua intelligenza, il suo sapere, il suo talento in tanti rivoli, e nessuno di loro è riuscito a raggiungere il Grande Fiume (eppure l’aveva dietro casa sua).

La parabola di Sgarbi volge al tramonto, se in passato mi ha fatto rabbia, ora mi ispira quasi tenerezza. Penso a quel che rimarrà di quel milione di cose che ha detto e ha fatto in mezzo secolo di corse e scalate. Cosa arriverà di lui ai posteri? Poco o niente, come vuole il destino dei mediocri. O forse l’unica sua frase memorabile: capra capra capra…

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Presto di mattina /
Le ceneri della poesia

Presto di mattina. Le ceneri della poesia

Poesia in cenere

La poesia lascia una traccia anche sulla cenere; scrive sulla cenere anche quando la muove il vento e la sparpaglia ovunque, perché la poesia è – anche per lo scrittore e poeta polacco Czesław Miłosz – «inseguimento appassionato del reale» (facendo proprie le parole di un altro poeta lituano Oscar Vladislas de Lubicz Milosz).

Poesia è inseparabile compagna dell’umanità, generativa di un movimento del reale che è dentro e tuttavia va ben oltre la cenere del tempo. Per Miłosz la funzione della parola scritta e segnatamente della poesia è quella di preservare «il sentimento di umanità», non solo quello passato o presente, ma quello per l’avvenire.

Urlando, l’orrore nell’esili mani,
cadevi giù, dove regna cenere
e tesserci non possono il giaciglio
né abeti del nord né tuie italiane.
Che cosa tutto questo fu, è e sarà –
col nostro grido colmammo il mondo.

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
sulla terra solo fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e l’alba della condanna esce dai mari
Tutto trascorso, tutto dimenticato,
è dunque ora che tu sorga e corra,
anche se ignoti lo scopo e la sponda,
tu vedi solo che il fuoco brucia il mondo.
(Czesław Miłosz, Poesie, Adelphi, Milano 21; 24)

«La fede nell’esistenza di una realtà oggettiva oltre le nostre percezioni si è però indebolita, e questo sembra essere uno dei fattori alle origini della cupezza della poesia moderna, che appare come colpita dalla perdita della propria ragion d’essere… Ma davvero “non esiste affatto un mondo vero”?

Il Novecento, purtroppo, ci ha insegnato il modo più semplice per verificare se qualcosa è reale: il dolore fisico. Ciò è accaduto per effetto dei tormenti subiti da un numero enorme di persone, sia nelle varie guerre sia nella morsa del terrore politico… La gente ha sempre sofferto il dolore fisico, la fame, la schiavitù. Ma tutto ciò non arrivava a essere di dominio pubblico, com’è oggi possibile grazie al rimpicciolimento del pianeta e alla diffusione dei mass media» (Miłosz, La testimonianza della poesia, Adelphi, eBook 2022, senza numerazione).

Così la poesia diventa memoria e aspirazione del (e al) reale, vivendo senza posa del suo inesausto «desiderio di mimesi» di rappresentare e trasmettere una realtà: «Puro, violento, il mondo di nuovo ribolle/ E non cessa la memoria né l’aspirazione» (Poesie, 147). «L’atto stesso di dare un nome alle cose presuppone la fede nella sua esistenza e dunque in un mondo vero» (La testimonianza della poesia).

Le ceneri di Babij Jar

Polvere di cenere sono anche le poesie che hanno accompagnato il ricordo dell’eccidio degli ebrei di Kiev. Nella prossimità della città in una gola e profonda voragine che ha nome Babij Jar fra il 29 e il 30 settembre 1941 le truppe tedesche sterminarono, a colpi d’arma da fuoco, 33.771 ebrei.

Su questo eccidio, uno dei tre più grandi dopo quello di Odessa (50.000 ebrei assassinati) e di Emtefest in Polonia (42.000 vittime), scrisse un romanzo documento Anatolij Kuznecov (1929-1979). Un eccidio del quale per anni non si era potuto parlare, tradotto da Adelphi e la cui prima edizione digitale è del 2019: Babij Jar. Romanzo documento, Adelphi eBook, Milano).

Si legge nella prefazione dell’autore: «Il manoscritto originario di questo libro lo portai alla rivista Junost [Gioventù] nel 1965. I redattori me lo restituirono immediatamente – inorriditi, direi – e mi consigliarono di non mostrarlo a nessuno finché non avessi eliminato la «propaganda antisovietica» che avevano evidenziato nel testo… “Non c’è un monumento a Babij Jar” recita il primo verso del poema che, nell’autunno del 1961, il ventinovenne Evgenij A. Evtusenko consacra al massacro degli ebrei di Kiev», (ivi, 4).

 

La poesia come unico monumento a Babij Jar

Il poeta e scrittore Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1932-2017) voleva scrivere dei versi sull’antisemitismo, ma fu solo dopo aver visto la voragine di Kiev «quel luogo terribile» e mosso da un sentimento di vergogna che la sua intuizione trovò una «soluzione poetica». Era stato invitato a partecipare a una serata di lettura del libro di Anatolij Kuznecov, che gli aveva parlato di Babij Jar, chiedendogli di accompagnarlo sul posto. Ecco il racconto di quell’evento:

«E nella sala immobile risuonò lento, nitido: “Non c’è un monumento a Babij Jar…”. In un silenzio di tomba le parole del poeta rimbombavano come colpi di martello: battevano nel cervello, nel cuore, nell’anima. Il gelo saliva su per la schiena, le lacrime sgorgavano da sole dagli occhi. Nel silenzio di tomba della sala si sentiva singhiozzare. A metà del poema la gente cominciò per incanto ad alzarsi e, fino alla fine, ascoltò in piedi.

E quando il poeta terminò con le parole “da tutti gli antisemiti, come fossi ebreo, e per questo io sono un vero russo”, la sala tacque ancora per qualche istante. Poi, esplose. Letteralmente, esplose. Non potrei trovare un’altra parola per descrivere ciò che accadde. Le persone saltavano, urlavano, tutti erano in preda a una sorta di estasi, di entusiasmo sfrenato. Risuonavano delle grida: «Zenja, grazie! Zenja, grazie!».

Persone che non si conoscevano piangevano, si abbracciavano e baciavano l’un l’altra. E lo facevano non solo gli ebrei: la maggioranza dei presenti, è ovvio, erano russi. Ma in quel momento nella sala non c’erano né ebrei né russi. C’erano degli uomini che ne avevano abbastanza della menzogna e dell’inimicizia, che volevano liberarsi dello stalinismo» (Cit. da Antonella Salomoni, Le Ceneri di Babij Jar. L’eccidio di Kiev, il Mulino Bologna 2019, 179).

Non c’è un monumento a Babij Jar.
Il ripido burrone è una rozza lapide.
E io ho paura.
Ho tanti anni, oggi.
Quanti ne ha lo stesso popolo ebraico.
Mi sembra, oggi, di essere ebreo.
[ … ]
A Babij Jar c’è un fruscio di erbe selvatiche.
gli alberi guardano minacciosi, come giudici.
E tutto un grido muto,
e io, a capo scoperto,
Sento che i miei capelli sbiancano pian piano.
Sono io stesso un grido muto
Sulle molte migliaia di sepolti.
Sono io ogni vecchio,
Ogni bambino fucilato qui.
E non potrò dimenticare tutto questo.
… Non scorre nel mio sangue
sangue ebraico,
Ma sono odiato di un odio ostinato
Da tutti gli antisemiti, come fossi ebreo.
E per questo io
sono un vero russo
(ivi, 180).

Un testo collettivo di memorie

Volendo rimuovere i segni fisici del genocidio durante la guerra e dopo, si modificò il territorio stesso del burrone presso Kiev, per cancellare anche questa ultima memoria, ma non si cancellò quella delle arti, perché come cenere nel vento sparpagliate carte e suoni e immagini «prosa e poesia, musica, architettura e pittura hanno dato forma a una sorta di testo collettivo».

Le testimonianze sono ora raccolte e studiate nella loro genesi storica, così come i documenti/testimonianze dell’eccidio nel volume di 337 pagine di Antonella Salomoni, insieme alla ricostruzione storica delle intricate vicissitudini del romanzo documento di Anatolij Kuznecov, ripercorrendo il percorso ad ostacoli che la memoria dell’eccidio di Kiev ha attraversato, conservandosi viva nonostante le censure e le repressioni di un regime.

La Salomoni è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università della Calabria e incaricato di Storia della shoah e dei genocidi all’Università di Bologna e nel suo testo vengono riportate molte poesie di diversi autori, intrise e impastate con le ceneri di Babij Jar.

Fiamme nere e scarlatte vagavano
Lungo la terra sommersa d’orrore,
Avvolgendo i rioni con un bagliore malvagio
Annerivano i tetti degli abitanti di Kiev.
E la gente vide dai suoi miseri rifugi,
Oltre la corona delle cupole di Cirillo,
Oltre i pioppi dei lontani cimiteri,
Come bruciava la sua carne e il suo sangue.
Un vento sepolcrale soffiò dagli abissi,
Miasmi di roghi della morte e corpi carbonizzati,
E Kiev, l’adirata Kiev, guardava
Come nelle fiamme si dimenava il Babij Jar.
(ivi, 7)

A Kiev, nel Babij Jar, una bambina gridò:
«Ma perché mi gettate della sabbia negli occhi!».
La terra si muoveva.
La terra invocava.
Chi ha un cuore non dimenticherà quel grido.
Non dimenticherà fosse e burroni.
Quei fantasmi ci accompagneranno nella vita.
(ivi)

Perché la brezza del lungofiume a me cara
Cosparge il passante di polvere furiosa?
E i granelli, impregnati di fumo e sangue,
Mi soffocano e accecano.
Il vento ha traversato le pareti carbonizzate,
Spazzando la cenere nei vecchi luoghi d’incendio.
Fa mulinare sul Krescatik le ceneri sacre,
Polvere soffocante che scende da Babij Jar.
Se sotto il fogliame dei castagni fiorenti
In questa città avete dimenticato il dolore passato,
Lo rammenterete investiti all’improvviso
Da una desolante nube di polvere e cenere, (ivi, 8).

Resta, figlio mio, restami vicino,
Ti coprirò gli occhi con il palmo della mano,
Perché tu non veda in faccia la morte,
Ma solo il sangue sulle mie dita nel sole,
Quel sangue, che è diventato il tuo sangue,
E deve ora spargersi sulla terra …
Ero tra la folla nel cimitero,
Nudo tra le lapidi e tra i tumuli,
E ricordavo slanci elevati,
Il mondo senza dolore e senza sangue.
E mentre cadevo morto dal pendio
Nell’argilla spaventosa di corpi sanguinanti,
Credevo fermamente e senza tema
Che saresti venuto per ridarmi la vita.
(ivi, 90-91)

Burrone – con rive ritorte, un’enorme ferita lacera,
Sei deserto e selvaggio, su di te soffiano solo i venti.
Diventi nero come un abisso,
quando piomba l’oscurità,
I bagliori della città ti accerchiano come belve.
Centomila dormono in te. Il loro nome non è inciso sul granito,
Dormono ignoti nel tuo profondo, marrone come lo iodio.
I loro nomi sono dimenticati per sempre. Ma migliaia di migliaia
Non dimenticheranno mai il tuo nome di sangue …
(ivi, 147)

Sono giunto a te, Babij Jar
Se il dolore ha un’età,
Allora, sono incredibilmente vecchio,
Non si può farne il conto in secoli.
Sono qui in piedi, sulla terra, e prego:
Se riuscirò a non uscire di senno,
Ascolterò la tua voce, terra,
Parla.
Che frastuono nel tuo seno!
Non capirò nulla.
È l’acqua che risuona sotto il suolo
O le anime che giacciono nello Jar?
Interrogo gli aceri: rispondete,
Fatemi partecipe – siete testimoni.
Silenzio.
Solo il vento,
Tra le foglie.
Mi rivolgo al cielo: dimmi,
Tu, indifferente fino all’oltraggio.
C’era la vita. Ci sarà la vita.
Ma non vedo nulla sul tuo volto.
Forse, risponderanno le pietre?
No …
(Lev Ozerov, Babzj Jar, 1944-1945, ivi 336)

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