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Vite di carta. Abitare una casa che è Il cerchio perfetto nell’ultimo romanzo di Claudia Petrucci

La casa come luogo che i personaggi attraversano: mi convince la prima risposta della giovane autrice Claudia Petrucci mentre viene intervistata sul suo secondo romanzo da poco uscito,  Il cerchio perfetto.

Su Youtube se ne vede il volto, si percepisce il dinamismo della voce e dei gesti: questa scrittrice milanese nata nel 1990 sembra avere molto da dire su come si scrive un romanzo, su come dipanare temi e tecniche, sul contaminare generi narrativi della tradizione, come il romanzo gotico e il romanzo d’amore, e della contemporaneità, come il distopico.

Da quale idea è nata la storia? Da una casa, appunto. Una dimora situata nel cuore di Milano, nata dal progetto ardito di un giovane architetto che ha inscritto i vani interni di forma circolare dentro le linee quadrate dei muri perimetrali.

Perché la casa come tema di partenza del racconto, insisto a chiedermi. La mia amica Elena ne abita una nuova, grande e bellissima da pochi giorni. Nella mia mi muovo a mia volta e la attraverso con un senso di pace. La casa è la casa.

Petrucci aggiunge che questa nel romanzo è un luogo saturo di emozioni, attraversamenti, misteri e racchiude in sé due tempi della nostra storia recente. I personaggi che ne occupano le stanze appartengono infatti a due periodi separati tra loro da qualche decennio.

Con la prima linea narrativa siamo nel 1985-86: viene abbattuta la vecchia costruzione sita in Via Saterna al civico 7 e al suo posto comincia a formarsi la nuova casa dal progetto originale pensata per due fidanzati prossimi alle nozze.

La costruzione cresce in realtà secondo le variazioni apportate dall’amore: il giovane architetto e Lidia, mentre il fidanzato è lontano, vivono una relazione intensissima, un amore che li spinge a dare alla casa un nuovo fulcro: una vasca nell’atrio che accoglie la luce dal lucernaio dell’ultimo piano e proietta riverberi che vibrano in tutti gli spazi.

A lavori ultimati, nel corso di una festa Lidia cade proprio nella vasca da cui si origina il prodigio della luce irradiata, le è fatale forse un movimento sbagliato, e muore.

Siamo, con la seconda linea del racconto, in un futuro molto vicino:  Milano è da anni intrappolata in una nebbia dai colori aranciati, vagamente apocalittica. Anche la Cop 42 sembra non avere apportato inversioni di tendenza e Milano va verso il disastro ambientale come ogni altra città del mondo.

Da una Roma in cui ancora brilla il sole ma il caldo raggiunge livelli di ferocia, attorno ai cinquanta gradi, si trasferisce qui Irene. Deve occuparsi della casa di Via Saterna: ispezionarla, inventariare mobili e oggetti, organizzarne la vendita all’asta. Operazione piuttosto difficile, anche per un’affermata professionista come lei:  l’ultima famiglia che è vissuta qui ha patito a sua volta vicende infelici e la casa da tempo è vuota.

Irene è una donna adulta ed esperta nel proprio lavoro, torna a Milano, sua città d’origine, interrompendo la storia con Paolo e facendosi ospitare dai genitori nella casa dove è cresciuta con i due fratelli. In solitudine e senza sorprese ritrova il clima della vita famigliare che ha lasciato anni prima per trasferirsi nella capitale.

Ecco che la casa di Via Saterna entra nella sua vita: ispezionandola, la trova piena di inquietudine e di una concezione spaziale che ottunde l’orientamento. La trova abitata da una ragazza che dice di chiamarsi Lidia ed è lì ad occupare abusivamente le stanze per poter studiare e perché non ha un altro posto dove andare.

L’incontro con Lidia è l’elemento imprevisto nel destino di Irene. Mentre il legame tra le due si fa più intenso nelle settimane in cui si predispone la vendita all’asta, e Lidia le fa sentire per la prima volta quanto sia forte in lei il senso della maternità, nei capitoli che si alternano nel libro e ci riportano agli anni Ottanta scopriamo come è nata la storia d’amore dell’altra coppia, di Lidia e dell’architetto. Il racconto della loro relazione va all’indietro, esattamente in senso contrario all’altra linea narrativa.

Il cerchio è perfetto nelle pagine finali, quando si ricompongono lo spazio della casa e il tempo delle vite che su di essa hanno riversato le loro aspettative. Lidia giovane chi è davvero, si chiede il lettore. Cosa la lega all’altra Lidia, la ricca proprietaria caduta molti anni prima nella vasca della sua straordinaria casa? E soprattutto: dove andrà a vivere ora che la casa è stata venduta? Andata deserta l’asta, si è fatto avanti un compratore anonimo.

Il lavoro di Irene sembra concluso, esaurito l’incarico che le è stato dato dall’anziano Avvocato Ferrari. Il quale ora è davanti a lei e le rovescia addosso il colpo di scena, una verità inaspettata che rimette in fila i fatti accaduti decenni prima nella casa di Via Saterna e li lega alla famiglia di Irene e a lui stesso.

La scrittrice fa uso di una lingua che alterna pagine nitide sulla vita di Irene e sulle due grandi città in cui ha vissuto, a pagine dallo stile più allusivo e velato anch’esso di mistero. Magari le giunge l’eco stilistica di un altro straordinario scrittore milanese, Dino Buzzati, nel binomio tra mistero e quotidianità.

Forse è anche per questo che, non solo nel colpo di scena finale ma anche mentre attraversano le stanze della casa in Via Saterna, i personaggi del romanzo sono solo in parte preparati al proprio destino.

Nota bibliografica:

  • Claudia Petrucci, Il cerchio perfetto, Sellerio, 2023

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
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PAESE REALE
di Piermaria Romani


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