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Presto di mattina. La prima stella

La prima stella

Questa sera, per la prima volta in tanti anni,
mi è apparsa di nuovo
una visione dello splendore della terra:
nel cielo del crepuscolo
la prima stella sembrava
crescere in luminosità
mentre la terra andava oscurandosi
finché in ultimo non poté divenire più scura.
E la luce, che era la luce della morte,
sembrava restituire alla terra
il suo potere di consolare. Non c’erano
altre stelle. Solo quella
di cui sapevo il nome.
(Luise Glück, Averno, ed. Libreria Dante & Descartes, Napoli 2019, 77).

È la vita celata che compare con la prima stella, quando si fa sera, sulla soglia della notte. Ecco perché ridona alla terra sempre più scura il potere di consolare: una luce resta per tutto il tempo nel profondo e scuro Averno ingresso nell’Oltre. La prima stella, quella che giunge sola è messaggera nel crepuscolo dello splendore terrestre.

Per la poetessa americana Luise Glück (1943-2023), credere alla luce è credere ad una sconfinatezza vicina, all’intero nel particolare. Nata a New York in una famiglia di immigrati ebrei ungheresi, fu vincitrice nel 1993 del premio Pulitzer e nel 2020 del Nobel per la letteratura perché – come riporta uno stralcio della motivazione − «con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

Nella raccolta Averno (2006) canta il “buio come silenzio che annulla la mortalità”; il presente come parte del futuro; il tempo passato come un tutto ghiacciato, dove sotto il ghiaccio scorre futuro. Canta il vuoto e il pieno, la solitudine e la prossimità, la paura dell’ignoto e l’attesa dell’amore; il non lasciarsi cambiare dalla violenza, e se l’oscurità svuota la notte lasciando il nulla, la luce di sparpagliate stelle la riempie tracciando infiniti punti come sentieri senza fine.

L’inverno svuotò gli alberi
Li riempì di nuovo la neve

Tutta la vita, aspetti il tempo propizio
Poi il tempo propizio
si rivela come un’azione compiuta
(ivi, 83).

Cose, favolose le stelle.
Quando era bambina, soffrivo d’insonnia.
Le notti d’estate, i miei genitori mi lasciavano stare accanto
al lago
(ivi, 49).

Sì, favolose le stelle perché spargitrici di luce (Muller). È questa l’etimologia più probabile e verosimile del loro nome: stendere, spargere, tendere verso l’altro da sé; il Kuhn lo fa derivare dal sanscrito dalla radice “star” che dice qualsiasi rapporto con la luce.

 La prima stella in cammino

Erratica luce, nell’erranza di stella e delle sue sorelle fino al più remoto angolo della notte ed oltre.

Qual è il più remoto angolo della notte? Qual è l’estremo confine del mondo? L’oltre ogni dove: il cuore dell’uomo. Proprio lì in quel mistero di tenebra di luce, di smisuratezze e limite si sprofonda l’erratica luce delle stelle; ma non vanno sole, nel nucleo incandescente del loro intimo sono abitate da una voce sommessa, ma fedele: «nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce» (Sal 139). È la loro preghiera continua, e così vanno ripetendo le combattenti disarmate errando in ogni notte.

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo… Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima», (Mt 2, 1-2; 9-10).

Scrive papa Francesco nel discorso alla Curia romana, il 21 dicembre 2023:

«La gioia del Vangelo, quando la accogliamo davvero, innesca in noi il movimento della sequela, provocando un vero e proprio esodo da noi stessi e mettendoci in cammino verso l’incontro con il Signore e verso la pienezza della vita.

L’esodo da noi stessi: un atteggiamento della nostra vita spirituale che dobbiamo sempre esaminare. La fede cristiana – ricordiamocelo – non vuole confermare le nostre sicurezze, farci accomodare in facili certezze religiose, regalarci risposte veloci ai complessi problemi della vita.

Al contrario, quando Dio chiama suscita sempre un cammino, come è stato per Abramo, per Mosè, per i profeti e per tutti i discepoli del Signore. Egli ci mette in viaggio, ci trae fuori dalle nostre zone di sicurezza, mette in discussione le nostre acquisizioni e, proprio così, ci libera, ci trasforma, illumina gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati (cfr. Ef 1,18).

Come afferma Michel de Certeau, «è mistico colui o colei che non può fermare il cammino. Il desiderio crea un eccesso. Eccede, passa e perde i luoghi. Fa andare più lontano, altrove» (Fabula Mistica. XVI-XVII secolo, Milano 2008, 353)».

È la luce della stella errante che apre il cammino agli erranti e che fa la differenza, fa chiarezza “tra innamorati e abituati”. Così Francesco conclude il suo discorso: «Restiamo vigilanti contro il fissismo dell’ideologia, che spesso, sotto la veste delle buone intenzioni, ci separa dalla realtà e ci impedisce di camminare.

Invece siamo chiamati a metterci in viaggio e camminare, come fecero i Magi, seguendo la Luce che vuole sempre condurci oltre e che talvolta ci fa cercare sentieri inesplorati e ci fa percorrere strade nuove. E non dimentichiamo che il viaggio dei Magi – come ogni cammino che la Bibbia ci racconta – inizia sempre “dall’alto”, per una chiamata del Signore, per un segno che viene dal cielo o perché Dio stesso si fa guida che illumina i passi dei suoi figli…

A sessant’anni dal Concilio, ancora si dibatte sulla divisione tra “progressisti” e “conservatori”, ma questa non è la differenza: la vera differenza centrale è tra “innamorati” e “abituati”. Questa è la differenza. Solo chi ama può camminare».

Tu sei la prima stella del mattino

Sublime ed umile insieme, lontana eppur vicina, la più alta e la più profonda, presenza visibile e nascosta, così è pure la luce della sapienza. Il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366) nei suoi scritti ripresi da M. Buber in Confessioni estatiche nomina la Sapienza come la stella mattutina:

«mentre con gli occhi della mente cercava di vederla negli esempi tratti dalla Scrittura, ella in effetti a lui si palesò: si librava in alto, al di sopra di lui in un trono di nubi, sfavillante come la stella del mattino e fulgida come il sole raggiante; la sua corona era l’eternità, la sua veste la beatitudine, la sua parola la dolcezza, il suo abbraccio pienezza di ogni gaudio. Era lontana e vicina, sublime e umile, presente e nascosta; permetteva che si conversasse con lei, e tuttavia nessuno poteva afferrarla. Superava in altezza il più alto dei cieli e toccava l’abisso più profondo. Si allargava possentemente da un estremo all’altro e governava ogni cosa con soavità» (Confessioni estatiche, Adelphi, Milano 2010, 116).

Colui, come è detto nell’Apocalisse di Giovanni, che «tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro» è la lucente stella mattutina. «Una stella sorgerà da Giacobbe», così dicono le profezie del Messia (Num 24,17) ed è Lui stesso ad attestarlo a conclusione dell’Apocalisse: «“Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”. Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”» (22, 16-17).

La stella mattutina viene, anzi è posta nelle nostre mani, e promette anche a noi come al discepolo: «A lui darò la stella del mattino» (Ap 2, 28). Ma che cosa è posto nelle mani con la stella?

Nelle nostre mani Tu, Tu il grande desiderio, la speranza della vita, il volto della pace, il vento nuovo nelle nostre vele stella che non s’arrende mai.

Ancora “Tu, sempre, dovunque Tu” dice anche un canto dei Chassidim ricordato da Buber nei suoi Racconti e proprio nella celebrazione del primo dell’anno il coro della parrocchia ha intonato un canto che mi ha ricordato quelle parole:

Tu sei la prima stella del mattino
Tu sei la nostra grande nostalgia
Tu sei il cielo chiaro dopo la paura
Dopo la paura d’esserci perduti
E tornerà la vita in questo mare
Soffierà soffierà il vento forte della vita
Soffierà sulle vele e le gonfierà di Te
Soffierà soffierà il vento forte della vita
Soffierà sulle vele e le gonfierà di Te
Tu sei l’unico volto della pace
Tu sei speranza nelle nostre mani
Tu sei il vento nuovo sulle nostre ali
Sulle nostre ali soffierà la vita
E gonfierà le vele per questo mare
(Paolo Spoladore).

Scrive Carlo Betocchi:

Or dunque, stella mia, dei miei anni vecchi,
ma di spirito giovani; stella

So che si deve morire. Ma tu,
ma tu sta’ lieta, brilla,
mòstrati quale sei, stella
che non t’arrendi: vita
che se marcisce il tuo riflesso
in me, tua peritura immagine,
tu in alto resti, libera, felice,
in Dio, dove sei nata, ancor raccolta
(Tutte le Poesie, 357).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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