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“La chimera” e la sua dea etrusca come risposta alternativa a “Barbie”

È la civiltà sepolta in un passato remoto il grande polo di attrazione del film “La chimera”. Questo universo rintracciabile con fatica e mezzi incerti sottoterra è la spinta irresistibile che muove i protagonisti dell’ultimo film della regista Alice Rohrwacher e che incanta  uno spettatore disponibile a farsi trasportare da questa poetica scarna e visionaria. Uno spettatore o spettatrice che, alla fine, vorrebbe scendere, visitare quelle tombe etrusche, vedere da vicino quelle pitture di uccelli e vegetazione che trasformano le cavità nel sogno di un Eden. E – soprattutto – si vorrebbe poter girare intorno a quella statua che viene rinvenuta alla fine per rimirarla meglio, godersela e apprezzarne tutti i dettagli.

Ricostruzione della tomba etrusca della scenografa Emita Frigato

La scoperta della scultura della dea degli animali segna il culmine della vicenda. La candida e levigata fanciulla rimasta nascosta sotto i devastanti impianti industriali della centrale termoelettrica è la rivelazione visiva più imponente e anche la rappresentazione materiale di un culto femminile che non ha eguali. Un magnifico contraltare in versione di donna per tutti quelli che sono da sempre amanti della figura di Francesco d’Assisi, del suo messaggio di celebrazione del creato e dell’iconografia che lo rappresenta mentre predica al lupo e ancor di più di quella che lo inserisce davanti a un variegato uditorio di uccelli. La dea – nel film – i volatili li accoglie in cima alla testa tra la capigliatura marmorea, mentre in braccio tiene un pesce e un felino è al suo fianco.

“San Francesco predica agli uccelli” di Giotto – Basilica di San Francesco, Assisi 1292-1296
Illustrazione della statua della dea di Fabian Negrin per il film “La chimera”

Un film di questa stessa annata come “Barbie” ha messo in scena il divario tra la supremazia dell’universo femminile nell’immaginario del gioco e il predominio maschile che contraddistingue il mondo reale persino nell’emancipata società occidentale americana.

Scena del film “Barbie”

Il film “La chimera” invece, in tutt’altro stile e maniera, accenna al divario tra quest’antica civiltà matriarcale e quella patriarcale del mondo contemporaneo.

O’Connor con regista – foto Simona Pampallona

“Mi piacciono gli etruschi, perché era una società dove comandavano le donne” dice il personaggio di Melodie, interpretata dall’attrice Lou Roy Lecollinet deliziosamente piena di vitalità, di carne e di buona predisposizione d’animo.

Il cerchio si chiude con la rivelazione della vera identità del fantomatico collezionista e cultore dei reperti archeologici, il riverito Spartaco che solo nelle scene finali rivela volto e personalità. E un’identità che non è quella dell’uomo che il nome faceva immaginare.

Scena dell’asta ne “La chimera”

Alle mie amiche il film “Barbie” non è piaciuto: troppo legato a un prodotto commerciale, troppo rosa, troppo lungo. Neanche “La Chimera”, però, hanno sopportato: troppo autoriale, troppo scarno con un’immagine che volutamente replica le imperfezioni della vecchia pellicola, che usa improvvise rotazioni di camera e talvolta riprese velocizzate.

Locandina del film “La chimera”

Serve, ovviamente, un atto di sospensione dell’incredulità per apprezzare l’una o l’altra, un’accettazione della lettura, dell’immaginario e dei tempi che in entrambi i casi offrono le registe: l’americana Greta Gerwig e la nazionale Alice Rohrwacher.

La caduta del sogno nel film “Barbie”
La discesa archeologica ne “La chimera”

Ma “La chimera” lascia più spazi, più aria, più rimandi poetici. Ci sono richiami alla cinematografia felliniana con la statua che vola agganciata al cavo aereo come il Gesù de “La dolce vita” e poi in Sorrentino. Solo che questa volta la scultura è quella di una divinità del creato, una dea.

Leggi su Periscopio:
– Catina Balotta: “Succede a Barbieland”
– Simonetta Sandri: “Tempo di Barbie

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Giorgia Mazzotti

Da sempre attenta al rapporto tra parola e immagine, è giornalista professionista. Laurea in Lettere e filosofia e Accademia di belle arti, è autrice di “Breviario della coppia” (Corraini, Mantova 1996), “Tazio Nuvolari. Luoghi e dimore” (Ogni Uomo è Tutti Gli Uomini, Bologna 2012) e del contributo su “La comunicazione, la stampa e l’editoria” in “Arte contemporanea a Ferrara” sull’attività espositiva di Palazzo dei Diamanti 1963-1993 (collana Studi Umanistici Università di Ferrara, Mimesis, Milano 2017). Ha curato la mostra “Gian Pietro Testa, il giornalista che amava dipingere”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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