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Storie in pellicola /
In arrivo “Manodopera” di Alain Ughetto

Quando i migranti eravamo noi. Il 31 agosto uscirà in Italia “Manodopera” (“Interdit aux chiens et aux Italiens” – “Vietato ai cani e agli italiani”) del regista Alain Ughetto

Lucky Red ha annunciato la distribuzione in Italia dell’atteso film d’animazione in stop motion Manodopera (titolo originale Interdit aux chiens et aux Italiens / Vietato ai cani e agli italiani) del regista francese Alain Ughetto, con musiche originali di Nicola Piovani.

Il poetico lungometraggio ha debuttato al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy 2022 e ha vinto il premio per il Miglior film d’animazione agli European Film Awards 2022. Pupazzi, broccoli, carbone e zollette di zucchero. E tanto altro.

Ambientato all’inizio del Novecento in Piemonte, ai piedi del Monviso, Manodopera pesca nei ricordi e si ispira al passato della famiglia di Ughetto per raccontare la vera storia di Cesira e Luigi, una coppia di migranti italiani, trasformati in marionette “dai grandi occhi meravigliati“, che fuggono la miseria delle vallate alpine italiane per cercare fortuna e crescere una famiglia in Francia (per un’interessante intervista su Le Monde), dopo il sogno, andato in frantumi, de “La Merica”.

Nonna Cesira (la mémé vestita di nero con le mani sempre nella polenta che Ughetto ha conosciuto fino all’età di 12 anni), con il suo racconto fresco e poetico della vita sofferta e romanzesca degli emigranti di ogni tempo, avvolge e conduce lontano lo spettatore.

Un racconto che ci farà riflettere su un tempo in cui eravamo noi quelli a cui era vietato l’ingresso. L’incredibile cartello “Vietato ai cani e agli italiani” è il segno di un’epoca, ma ovviamente ha un’eco nell’attuale questione dei migranti. Il titolo forte e incisivo del cartone animato fa riferimento a un’espressione realmente esistita negli anni ’20, incisa su un cartello appeso sulle facciate di alcuni negozi o bistrot in Belgio, in Francia e in Svizzera. Italiani maltrattati e derisi sui giornali dell’epoca: “Quel che caratterizza l’operaio italiano è l’accondiscendenza: sopporta di tutto (…), piega la testa e obbedisce”. Quei “Ritals”, come venivano chiamati gli italiani dai supervisori francesi, che, silenziosi e umili, lavoravano e si preoccupavano della famiglia rimasta in Italia.

 

“Mio padre raccontava sempre che in Italia, in Piemonte, c’era un paese chiamato Ughettera, dove tutti gli abitanti si chiamavano Ughetto, come noi. Quando mio padre morì, decisi di andare a controllare. Era vero: UGHETTERA, la terra degli Ughetto! La mia ricerca iniziò quel giorno di nove anni fa e, con essa, ebbe inizio anche la storia di questo film. Dietro al mio nome ho trovato una storia: la cronaca di una famiglia originaria del Piemonte. Ho sviluppato questa storia ispirandomi alla realtà, cercando nei miei ricordi, poi in quelli delle mie cugine e cugini, dei miei fratelli e sorelle. Guerre e migrazioni, nascite e morti… e il racconto ha preso vita” (via Film Commission Torino Piemonte).

Grazie alle testimonianze di contadini piemontesi nati alla fine del XIX secolo, il regista rievoca il percorso del nonno, nato nello stesso luogo e periodo, ed emigrato in Francia, nella prima metà del XX secolo, come migliaia d’altri italiani, raccontandone i timori (legati anche all’ascesa del fascismo), le lunghe marce, le ambizioni di una vita più dignitosa e i desideri che dettarono la scelta di fuggire da un Paese senza futuro.

Con un nobile obiettivo: ridare vita a un mondo scomparso, quella civiltà contadina dei nonni, il “mondo dei vinti”, come lo chiama lo scrittore-partigiano Nuto Revelli che ne ha raccolto le ultime parole. La storia di una famiglia unita che affronta miseria e razzismo ordinario.

Un film, costruito in nove anni, dove il regista vuole parlare del lavoro, il racconto di chi, straniero e rimasto invisibile, ha costruito le infrastrutture della Francia: ponti, tunnel, strade, dighe.

Un racconto universale carico di dolore, di solidarietà e fratellanza. Da non perdere.

Incontro con Alain Ughetto, Arras Film Festival 2022

Per una bella intervista ad Alain Ughetto di Cineuropa

Pagina Facebook di Alain Ughetto

Manodopera (Interdit aux chiens et aux Italiens), di Alain Ughetto – Italia, Francia, Svizzera, Belgio, Portogallo, 2022, 70 mn.

L’Arte che Cura /
Toni (Antonina)

Toni (Antonina)

Ho scritto questa pagina tanto tempo fa quando ancora non sapevo che l’arte sarebbe diventata la mia alleata di cura. Un dialogo profondo e rispettoso dove la mia estetica incontra l’estetica dei pazienti e produce trasformazioni e cambiamento.

Racconta una storia di tossicodipendenza in un periodo, i primi anni 80 quando i drogati, l’eroina (ma qualsiasi droga indistintamente), l’Aids erano una vergogna una “piaga sociale” cui si rispondeva con il controllo, la repressione, il carcere o la comunità a vita. Ma erano anche gli anni di quei temerari che cercavano di illuminare l’ignoranza, i pregiudizi, sostituire la paura con la scienza, servizi sanitari competenti.

Ferrara è stata per oltre un decennio una eccellenza, l’unica USL nazionale che aveva realizzato una comunità terapeutica pubblica e, all’ostracismo e/o al buon cuore, sostituiva trattamenti via via sempre più specializzati.

Per coincidenza, ma Jung dice che “il caso non è mai per caso”, in questi giorni ho letto LA TRAVERSATA DEL DESERTO -Quattordicesimo Libro Bianco sulle droghe, un rapporto sulle tossicodipendenze scritto a più mani che riflette con dati e riflessioni critiche questo fenomeno aggiornato al 2022.

Ed è così che si sono risvegliati tanti ricordi di persone, di storie, di battaglie sociali e sanitarie. Politiche!

Tra questi l’incontro con Toni.

L’arte era il suo talento da sempre e ritrovarla è stata la chiave per la sua emancipazione.

Leon Spilliaert, Bevitrice di assenzio,1907

Ho un nome da uomo, ma sono una femmina. E’ un diminutivo, così, un po’ provocatorio. Ma mi piace.

Io non sono quella che si dice un bel pezzo di figa, ma sono intelligente, creativa, estrosa, anticonformista.

E non mi frega niente dei soliti commenti di merda degli uomini e degli stereotipi insulsi nelle rosse bocche a cuore delle donne.

Sono piatta come un asse da bucato. E allora?

Non mi trucco, porto i capelli corti, porto solo le braghe, vado in moto. E con ciò?

Sono una donna libera. Cari maschi non per forza lesbica come voi, quasi fosse una offesa mi liquidate. Autonoma. “Io sono mia” per davvero.

Ho militato nei collettivi femministi, ho vissuto a Londra con i Punk, non mi sono fatta abbindolare da una rassicurante vita “borghese”. Come quella di merda dei miei, magari!

Mi sono diplomata: sono maestra d’arte. Amo studiare, le cose belle, la vita, il mondo e voglio una vita “esagerata”.

“tut-to e su bi to”, “il corpo è mio e me lo gestisco io” ,“la fantasia al potere” “maschio repressoo…..

Gaetano Previati, Le Fumatrici_di_Haschish, 1887

Ce l’ho avuta una vita esagerata.

E adesso sono qui.

Comunità di recupero la chiamano. Sì perché mi sono fatta fregare. Idiota!

Libertà di fare. Già. Libertà di farmi.

Niente regole, niente precauzioni.

E adesso sono qui. Tossicodipendente da eroina e sieropositiva.

Libertà un cazzo. L’ho data via per della roba di merda, per una sigaretta, per un posto dove dormire.

L’ho data a chiunque poteva pagarmi e anche a chi diceva che mi dava di più senza guanto. Magari è lui che si fotteva senza il guanto.

Però adesso sono qui. “Per riabilitarmi”. Giusto?

Stronzate.

Robert De Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone

Sono qui perché ho deciso che non voglio crepare e non voglio avere sulla coscienza i miei vecchi.

Ho un nome da uomo, non sono quella che si dice una bellezza ma sono intelligente, spiritosa, fantasiosa.

Qui in comunità non so cosa è successo, ma gli operatori mi trattano con rispetto e mi stimano.

Ho trovato anche un fidanzato che mi dice che sono bellissima e che mi fa tanto ridere.

Forse mi assumono come grafico.

Tornerò presto a casa dai miei vecchi che, poveri, sembrano rinati.

Carlo Carrà, La donna e l’assenzio,1911

Non è una vita esagerata, ma mi sento bene.

Non sono più tossicodipendente. Credo!

Sono ancora sieropositiva. Di certo!

Il mio nome è Antonina. Una volta mi facevo chiamare Toni, così per provocare.

Non sono mai stata bella, “un asse da bucato” dicevano.

Adesso sono qui, in una stanza di ospedale. Sono sieropositiva e non è il primo ricovero.

Se non fosse che ho grandi occhi, adesso ancora più grandi, e per i sussulti della tosse, si potrebbe pensare che sotto le lenzuola non c’è niente.

Volevo una vita esagerata e l’ho avuta.

Non ho fatto bene i conti però, ho avuto troppa fretta e ho svenduto le cose importanti, la libertà, il mio corpo, la fantasia.

Mi viene da ridere: quante cazzate!

Bacco di Caravaggio 1596                                                        

Mi viene da piangere.

Perché, lo confesso, adesso, ogni tanto, ho paura.

Nota:
Invece delle solite immagini retoriche, splatter e morbose di solito riesumate quando si scrive di tossicodipendenze, ho scelto di illustrare questo ‘racconto’ con alcune opere di grandi artisti, anche come dedica a Toni/Antonina

Immagine di copertina: Edgar Degas, L’Assenzio, 1875-76

Per leggere gli  altri interventi  della rubrica L’Arte che Cura di Giovanna Tonioli, clicca sul nome della rubrica o su quello dell’autrice.

Malamovida, si salvi chi può

#Malamovida e città italiane, si salvi chi può. Ma i Tribunali (a volte) ascoltano…

È ormai un fenomeno planetario e di quelli brutti e cattivi. Non risparmia nessuno, non ci sono arte, bellezza, monumenti e piazze che tengano. La noncuranza e il disprezzo del bene comune imperano. L’indifferenza e il laissez-faire dominano. Troppo di tutto.

La #malamovida comanda, ovunque, ma soprattutto nei centri storici delle città. Proprio in quei luoghi che meriterebbero maggior rispetto, cura e attenzione. Un ‘movimento’ fatto di schiamazzi, musica a palla, ubriacature, sporcizia, orinatoi e tanta maleducazione.

L’esodo dai centri storici, privatizzati da locali ed eventi chiassosi, è ormai inarrestabile.

Torino, foto di archivio Torinoggi.it

Si scappa, si fugge, disperati, dopo aver magari risparmiato una vita per comprarsi una casa che sia centrale e permetta, magari a chi non è più così tanto giovane, di poter fare una passeggiata senza troppi sforzi. Ma ormai, nella giungla urbana che ci circonda, questo non pare più possibile. Un miraggio, mentre si fa la gimcana fra bottiglie e bicchieri.

Ricordo questo fenomeno già nel centro di Bruxelles a inizi duemila. I belgi scappavano verso le periferie più verdi e salutari, lasciavano in centro dominato da delinquenza, un far west che oggi conosciamo anche noi. Un esodo verso quartieri più silenziosi, alla ricerca del silenzio, quello che oggi è un lusso da pagarsi a caro prezzo.

Abbiamo già parlato del silenzio, quello che ormai costa, e di quanto i cittadini soffrano dei disturbi sonori. Non solo economicamente ma anche in termini di sacrifici che si è obbligati a fare soprattutto in termini di chilometri e traffico. Perché se stai fuori città spesso i mezzi pubblici non funzionano, quando non mancano del tutto. Al danno la beffa.

Dopo il silenzio forzato del Covid, oggi i centri della città brulicano di turisti mordi e fuggi e di cittadini ser(i)ali confusionari che sembrano aver perso ogni controllo. Peggio di prima, pare, non abbiamo imparato nulla.

A Roma sono soprattutto Trastevere (e la povera piazza Trilussa) e il martoriato Campo de’ fiori in una città in preda al degrado (ne avevamo scritto nel 2017, nulla è cambiato), a Napoli via Chiaia, a Milano corso Como, a Ferrara tutto il centro. Per citarne alcune. In nome dell’economia. Ma quale? Quella dello spritz o del gin tonic?

Comitati di cittadini esasperati e imbufaliti (mi perdoni il bufalo) scalpitano e fanno appello alle loro amministrazioni comunali o ad altre entità di rilievo.

Ferrara, Piazza Verdi, foto Sky TG24

A Ferrara, ad esempio, sono nate varie petizioni (ad esempio Ferrara chiama Unesco) e varie pagine Facebook (fra queste, stop rumore!). Qualcuno li ascolterà?

Il Tribunale pare di sì, almeno inizia a farlo e bene. Quello di Brescia è stato un interessante apripista. A giugno 2023, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di quel Tribunale che, nel 2012, aveva condannato il Comune a versare 50 mila euro a due residenti esasperati. Il giudice riconobbe l’esistenza di danni biologici e patrimoniali per la movida “a causa del rumore antropico per gli schiamazzi di avventori di alcuni locali che stazionano nei pressi dei plateatici o dei locali su suolo pubblico”. Il Comune fece ricorso e il caso finì, appunto, in Cassazione.

Oggi la Suprema Corte conferma quella condanna (anche se ci sono voluti, punto dolente, oltre dieci anni…), con la seguente motivazione: “La movida per le strade di un quartiere crea un danno alla salute per “immissione di rumore” ai suoi residenti, i quali pertanto possono chiedere un risarcimento ai Comuni “che non garantiscono il rispetto delle norme di quiete pubblica e di conseguenza non tutelano la salute dei cittadini”. Per i giudici, “la pubblica amministrazione è tenuta ad osservare le regole tecniche o i canoni di diligenza e prudenza nella gestione dei propri beni e, quindi, può essere condannata sia al risarcimento del danno patito dal privato in conseguenza delle immissioni nocive che abbiano comportato la lesione” del diritto alla salute, “ma anche del diritto alla vita familiare e della stessa proprietà”. A Torino si moltiplicano le class action peraltro vincenti. Per tutte ricordiamo quella di San Salvario.

Non è questione di bandiera, credetemi, di amministrazione di destra o di sinistra. La mia ormai pace dei sensi politica mi fa vedere questo crescente fenomeno, allarmante e inquietante, come un problema senza colore.

La maleducazione e la mancanza di rispetto degli altri è neutra, non è né rossa né nera. Spaventa il vuoto di valori, la mancanza di rispetto per l’altro (la tua libertà è più importante della mia?), il ruolo centrale del divertimento a tutti i costi, dello sballo senza limiti e confini che pervade anche la cronaca e la narrativa (soprattutto social) quotidiane.

Mi spaventano quei commenti aggressivi sui social che criticano chi vuole dormire sonni tranquilli e lo apostrofano come un vecchio rompi…c…che non sa(prebbe) godersi la vita. O che magari lo invitano, senza mezze parole, a ritirarsi in un eremo.

Continuo a chiedermi perché abitare in centro non siamo compatibile con un sano silenzio notturno o con una musica che non rompe i timpani e che magari termini all’ora giusta.

E perché, poi, gli schiamazzi notturni alla chiusura dei locali e il lancio di bottiglie? Perché nessuno controlla? Perché tanta indifferenza da parte delle amministrazioni locali?

Qualcuna agisce, svegliatasi dal torpore quasi di soprassalto: oggi ci sono i fiorentini steward della notte o quelli di Vigevano, ma in molte città italiane i cittadini organizzano ronde (o almeno ci hanno provato). Vi pare normale?

A Roma molti sono scappati, disperati, dal centro, sarà necessario anche a Ferrara?

Foto in evidenza Corriere Web

Parole a capo
Maria Cristina Sferra: “Le mani bambine” e altre poesie

“La fantasia è un posto dove ci piove dentro.”
(Italo Calvino)

Le mani bambine

Le mani bambine
distese sul tempo
rincorrono libellule
dalle ali d’argento.
Le mani bambine
carezzano piano
il sogno piccino
di un gioco leggero.
Le mani bambine
disegnano mute
la forma del giorno
nel giro del mondo.
Le mani bambine
dividono lente
le piccole gioie
dalle grandi sofferenze.

 

In fine

Tagliatemi le unghie,
che io non graffi la carne agli angeli
mentre arrampico sul declivio
verso l’assoluzione dalle pene.
Tagliatemi le unghie,
che non vi si infili sotto la terra,
l’aria, la tristezza. E la paura
di aver vissuto invano.

 

Ricordi

Ho messo ordine
tra i fogli sparsi
di capitoli infiniti.
Risme di parole
risuonano dal fondo
di un tempo smarrito.
Crepita la carta il suono
bianco del suo fuoco.
Ghirigori d’amore
e lacrime di fanciulla.
Lontani palpiti
di sospiri incompiuti.
In un luogo perduto
gemono piano i ricordi.

 

Fa che io sia la strada

Calpesta il mio sentiero
con passi di vento selvaggio.
Affonda le tue mani
nella mia terra fertile e greve.
Respira l’orizzonte
oltre le colline dei miei fianchi.
Fa che io sia la strada
su cui camminare verso il mondo.

 

Tu danzi

Sul bordo tra la luce e l’ombra,
sul filo aspro della lama,
sopra il margine del tempo,
sul filo lieve della vita,
tu danzi.

(Queste poesie sono tratte dalla raccolta “Attraverso il tempo”, Independently published 2021, su gentile autorizzazione dell’autrice)

Maria Cristina Sferra, nata a Novara nel 1965, vive a Milano.
Giornalista professionista e graphic designer, scrive per lavoro e per passione. Sul sito personale cristinasferra.wordpress.com, condivide narrativa e poesia.
Collabora con l’associazione culturale Cultura al Femminile e il relativo portale web, dove recensisce libri e cura la rubrica Lettere al Femminile. Suoi racconti e poesie sono inclusi in antologie collettive pubblicate da case editrici varie. Dell’antologia Storie sbagliate (Golem Edizioni, 2020), a cui ha partecipato con diverse poesie, è anche co-curatrice e firma il progetto di copertina.
Autrice indipendente, nel 2014 pubblica il romanzo A mezzogiorno del mondo (una storia d’amore), nel 2016 la silloge poetica Il soffio delle stagioni e la raccolta di racconti L’amore è una sorpresa, nel 2017 la silloge poetica Ombra di luna, nel 2019 il diario esperienziale Il corpo morbido (per)corso di teatro, nel 2021 la raccolta di pensieri e immagini White (pagine bianche) e la silloge poetica Attraverso il tempo, nel 2022 la silloge poetica Anima liquida.

LO SCAFFALE POETICO
Da alcune settimane inseriamo nella rubrica alcune segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia. Questa settimana diamo spazio anche ad alcune recenti uscite editoriali che “parlano” di Italo Calvino, nel centenario della sua nascita. Buona lettura e ricerca
 poetica.

“Italo. Una biografia, ricordi e sei articoli”, di Bernardo Valli, Edizioni Ventanas, 2023.
“Guardare. Disegno, cinema, fotografia, arte, paesaggio, visioni e collezioni”. (a cura di Marco Belpoliti), Ed. Mondadori, 2023

  • Miriam Bruni, Concentrati sul cromosoma celeste, Ed. Il Seme Bianco, 2022
  • Roberto Dall’Olio, La ballata di Jan e versi boemi, Pendragon, 2022
  • Franco Stefani, Istanti, Genesi Editrice, 2019

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Per leggere il Bando e partecipare al Premio Internazionale Senza Premi “Le nostre parole per l’Alluvione” [Vedi qui]

Crollano i salari, L’Italia è maglia nera.

Tratto da Collettiva del 14.07.23

L’Ocse certifica il calo delle retribuzioni: giù del 7,5%, nessuno ha fatto peggio di noi. Le soluzioni? Salario minimo e contrattazione collettiva

L’Italia è il Paese che ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie Ocse. Alla fine del 2022, erano crollati del 7% rispetto al periodo precedente la pandemia. Una discesa continuata nel primo trimestre di quest’anno, con una diminuzione su base annua del 7,5%.

L’Outlook 2023 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (che riunisce 38 Paesi con Pil pro-capite medio-alto) non porta buone notizie. L’aggressione russa contro l’Ucraina ha contribuito a un’impennata dell’inflazione, che non è stata accompagnata da una corrispondente crescita dei salari nominali. Di conseguenza, i salari reali sono diminuiti praticamente ovunque.

Italia, maglia nera

Ma qui emerge il record negativo del nostro Paese. In media, nel primo trimestre 2023 i salari reali sono diminuiti del 3,8% rispetto all’anno precedente (i dati disponibili sono su 34 Paesi Ocse). Ma noi abbiamo fatto peggio degli altri: il 7.5%, praticamente il doppio.

Anche le previsioni non sono buone. Da un lato, nei prossimi due anni il mercato del lavoro rimarrà sostanzialmente stabile, con una crescita dell’occupazione totale inferiore all’1% sia nel 2023 sia nel 2024 (a maggio il tasso di disoccupazione in Italia era al 7,6%, la media Ocse è 4,8%). Dall’altro, i salari nominali aumenteranno del 3,7% nel 2023 e del 3,5% nel 2024, ma l’inflazione si attesterà al 6,4% nel 2023 e al 3% nel 2024.

Le soluzioni dell’Ocse

Alla conclusione della sua analisi, l’Ocse offre anche soluzioni per mitigare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori e garantire una più equa distribuzione dei costi dell’inflazione tra imprese e lavoratori. “Il mezzo più diretto per aiutare questi ultimi – si legge nel report – è quello di aumentare i loro salari, compreso il salario minimo legale, che è fissato dallo Stato”.

Sull’Italia pesa “l’assenza di un salario minimo” (presente in 30 Paesi Ocse su 38), ha precisato il direttore per l’Impiego e il lavoro Stefano Scarpetta. L’economista ha rimarcato “l’importanza di avere in momenti come questo un salario minimo, accompagnato da una commissione tripartita per valutarne il livello”. Secondo l’esponente Ocse il nostro Paese dovrebbe fare come la Germania, che nel 2015 ha introdotto il salario minimo pur avendo (come l’Italia) una “forte contrattazione collettiva”.

La seconda soluzione, appunto, è la contrattazione collettiva. Ma c’è un “però”: in Italia i salari fissati dai contratti collettivi sono diminuiti in termini reali di oltre il 6% nel 2022. L’Ocse, infatti, sottolinea che “i significativi ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi (oltre il 50% dei lavoratori è coperto da un contratto scaduto da oltre due anni) rischiano di prolungare la perdita di potere d’acquisto per molti lavoratori”.

Nello stesso tempo In generale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ritiene che ci sia “spazio per i profitti per assorbire aumenti salariali, almeno per i lavoratori a bassa retribuzione” e che i governi “dovrebbero riorientare i sostegni in maniera più mirata sulle famiglie a basso reddito”.

vite di carta se come d'aria vince il premio strega 2023

Vite di carta /
Se “Come d’aria” vince il Premio Strega 2023…

Vite di carta. Se Come d’aria vince il Premio Strega 2023

Se “Come d’aria” di Ada D’Adamo vince il Premio Strega 2023 e se come mi hanno detto alcuni lettori esperti è un libro di valore, in una notte torrida di queste apro il tablet e subito dopo il pdf che ne contiene il testo.

So che l’autrice non c’è più, che ha saputo di essere nella dozzina dei libri finalisti nel suo ultimo giorno di vita. Penso che una coincidenza come questa  deve aver rafforzato l’onda emotiva che il libro suscita di per sé con la storia che ha dentro.

vite di carta come d'aria ada d'adamo premio strega 2023Daria è la figlia che Ada ha avuto sulla soglia dei quarant’anni: è una bambina minuscola il cui destino è segnato da una grave patologia cerebrale e dalla diagnosi mancata nei mesi della sua gestazione.

Dopo poco più di dieci anni Ada scopre di essersi ammalata di tumore e questa scoperta terribile le dà l’occasione di raccontare alla figlia la loro storia insieme.

Le parla dei mesi dell’attesa, del parto e del tunnel di disperazione in cui è caduta durante i suoi primi mesi di vita, vedendola soffrire e apprendendo la diagnosi della malformazione da cui è affetta. Non le nasconde che il suo arrivo ha portato uno tsunami nella vita sua e del suo compagno.

Si muove avanti e indietro  nella vita di madre che ha condotto con immensa  difficoltà avendo a fianco il babbo col suo amore incondizionato per Daria, e intanto riproduce i gradi della consapevolezza guadagnata giorno dopo giorno di  avere trovato  in questa figlia speciale la bellezza che ha sempre inseguito. Cercandola nella danza, nella scrittura.

Descrive i gesti, i canali sensoriali con cui ha comunicato con la figlia, la loro simbiosi.

Nella fase avanzata della malattia si esprime così: “La riduzione della vista, della mobilità, la rachicentesi che mi impone svariati giorni di stare sdraiata… La tua badante diventa anche la mia. La domenica il babbo ci solleva entrambe dal letto. È così che, ancora e ancora, continuo a identificarmi con te. Il mio corpo sperimenta, seppur in misura ridotta, i limiti del tuo. Prima li conoscevo, li sentivo, li toccavo attraverso te; poi ho cominciato via via a incorporarli”.

Non si fa peccato a  svelare le ultime parole del libro. Sembrano così leggere, così legate al titolo da formarci un gioco di parole, uno scioglilingua, in cui ogni lettera è iniziale dei nomi dei protagonisti. Ada lo scrive per Daria e le dice “Senti se ti piace: d’adamo – d’ada – d’a(di)a – d’a(ri)a – d’aria”.

A è l’iniziale del nome Ada e Alfredo, il babbo, suo compagno e poi marito. Per loro AdA è l’acronimo che significa “Ada di Alfredo” e inversamente “Alfredo di Ada”; quando è nata la loro bambina la “di” che indicava il reciproco possesso è divenuta D. Al centro esatto del loro amore, “un amore d’aria“, ecco il nome della loro piccola, l’omofono senza apostrofo che suona Daria.

La veglia indomabile di questa notte mi rende gradevole la luce lunare che esce dallo schermo del tablet. Mi domando cosa sia meglio fare di un libro come questo, che ho letto fino all’ultima parola senza potermene staccare. L’onda emotiva ha raggiunto sicuramente anche me. Trovo tuttavia inconfutabile che si tratti di una altissima testimonianza di ciò che può la sensibilità umana.

Investita dal cono di luce verdognola, cerco di dargli un destino diverso da quello che ha già conseguito vincendo un premio letterario: lo metto idealmente in una piccola capsula, che possa salire tra gli spazi siderali, una moderna bottiglia che non lancio nell’oceano, ma più su.

Lo troveranno gli altri di altri mondi?  È un divertissement fatto tante volte con gli studenti: “guardati allo specchio e descriviti con gli occhi di un extraterrestre piccolo piccolo che ti vede per la prima volta.”

Un cartiglio fatto di poche frasi spiegherebbe agli altri di altri mondi che questo libro rivela di cosa sia capace l’interiorità di una donna, vissuta nella parte occidentale del mondo agli inizi del terzo millennio.

Di come la sua cultura e la educazione alle arti le abbiano affinato la capacità di guardare lucidamente la società malata, quella sì, in cui vive. Di tollerare i più poveri di spirito, di accogliere la diversità e di trovare la bellezza, anche dove il caso maligno è andato a nasconderla di più.

Nota bibliografica:

  • Ada D’Adamo, Come d’aria, Elliot,2023

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Salari poveri e profitti ricchi.
L’ingiustizia “dedicata a te”

L’ingiustizia “dedicata a te”

I salari reali nel 2022, quelli cioè calcolati dopo l’inflazione, sono in calo in 30 paesi su 34 tra quelli che formano l’OCSE, l’organizzazione dei paesi occidentali. La fonte è la stessa Ocse che certifica il disastro sociale in atto che colpisce la grande maggioranza dei lavoratori (quelli meno pagati perdono ancora più della media). Solo i dipendenti di Belgio, Costa Rica, Olanda e Israele vedono aumentati i loro salari reali. In Usa calano dello 0,7%, per arrivare fino alla massima flessione dell’Ungheria (-15%). All’interno dei singoli paesi solo una piccola percentuale di dipendenti (ad alto salario, quadri e tecnici) e i grandi manager vedono crescere il loro potere d’acquisto. Così aumenta ancora la disuguaglianza.

La strategia delle banche centrali è quella di aumentare ancora i tassi di interesse per combattere una inflazione che però non cala (o cala troppo poco) in quanto è determinata da un aumento dei profitti e dei prezzi delle imprese. Essendo venute meno tutte le forme di controllo sociale e contrattuale sui prezzi, a pagare sono in ultima istanza i lavoratori.

I salari degli italiani hanno perso in media il 7,5%, una delle maggiori flessioni (siamo al 28° posto su 34). Per i salari più bassi la perdita è ancora maggiore e sale a -10,3% anche nel 1° trimestre del 2023, avendo l’Italia una delle inflazioni più alte al mondo, a causa della mancanza di controlli sia sui prezzi delle imprese che dei negozi. Com’è noto la causa principale dell’inflazione non sono più le materie prime, ma la mancanza di controllo sui prezzi delle imprese che stanno approfittando del clima di guerra, nonchè dei passati aumenti dei costi dell’energia e delle materie prime (ora però in forte calo).

Anche per il 2023 le previsioni sono pessime. Nella media dei paesi si prevede un aumento dei salari del 3,7% ma una inflazione del 6,4% (6% per l’Italia); questo significa che la previsione è di una ulteriore perdita di potere d’acquisto del 3-4% almeno per 8 italiani su 10.

L’Istat ha comunicato al Parlamento, in una specifica audizione, che l’introduzione del salario minimo a 9 euro all’ora, porterebbe ad aumentare i salari di 3,6 milioni di italiani per una media di circa 804 euro all’anno (inclusi 500mila apprendisti), con un aumento del monte salari di 2,8 miliardi. I beneficiari sarebbero coloro che guadagnano meno di 9 euro all’ora, giovani e donne che lavorano nei servizi, in agricoltura e al Sud.

Ma al momento il Governo è contrario. Nel frattempo vara una misura-carta che prevede un impegno di 1,3 miliardi denominata “Dedicata a te”, che darà a circa 1,3 milioni di famiglie individuate dall’Inps (non dai Comuni) 382,5 euro di bonus alimentare (76 euro al mese da agosto a dicembre 2023). Bisogna avere un Isee fino a 15mila euro (il doppio di quello che serviva per ottenere il Reddito di Cittadinanza). In Italia sono 15 milioni le persone sotto quella soglia. La misura è chiaramente limitata a un piccolo gruppo di famiglie, è di modesta entità (un’elemosina) e serve ad oscurare il fatto che da agosto perderanno il RdC 350mila persone (altre 265mila da gennaio prossimo). Non va a chi ha già il RdC e non è mirata ai “veri” poveri (che conoscono solo le anagrafi comunali), ma alle famiglie con 3 componenti che non sono né povere né benestanti. Un primo criterio è la differenza tra reddito medio locale e nazionale, per cui ci saranno famiglie con Isee a 15mila euro con il bonus e altre con Isee molto più basso senza bonus, a seconda se vivono in un posto più o meno ricco e popoloso. Un altro criterio è la numerosità della famiglia e la presenza di figli. Viene così stilata una classifica dall’Inps e si procede “in ordine di priorità decrescente”. Una misura limitata, palliativa e senza alcun principio universale: l’ennesimo bonus elettorale ad un gruppo di famiglie, nonostante si sappia bene che in Italia ci sono 5,6 milioni di poveri assoluti.

Il Governo vuole dimostrare che pensa agli ultimi, ma in realtà toglie a tutti quelli che lavorano attraverso la riduzione del potere d’acquisto del salario reale, non introducendo il salario minimo e riducendo il Reddito di Cittadinanza da 8 a 5 miliardi. Si procede “in ordine di priorità decrescente”: prima le famiglie con tre componenti, poi, se avanzassero risorse (che non ci sono), andrebbero anche agli altri: sono questi i nuovi “poveri” del governo Meloni.

the soul of porretta, memphis tennesee

The soul of Porretta, Memphis Tennessee .
20 / 23 luglio 2023: un festival imperdibile

The soul of Porretta, Memphis Tennessee : 20 / 23 luglio 2023 Porretta Soul Festival

Dal punto di vista geografico, Porretta Terme è una frazione situata nell’Appennino Tosco-Emiliano, nella valle del fiume Reno, ed è la sede comunale del comune di Alto Reno Terme, nella città metropolitana di Bologna, in Emilia-Romagna.

Dal punto di vista etimologico, il toponimo Porretta deriverebbe dal latino porrectus da porrigere nel significato di “esteso”, “lungo”. Dal punto di vista termale, le acque delle terme di Porretta utilizzano le proprietà salutari di diverse fonti e i preziosi attributi di sorgenti benefiche: sulfuree, ricche d’idrogeno solforato, salsobromoiodiche, copiose di oligoelementi, sale e iodio.

Dal punto di vista musicale, Porretta è sede da 35 anni del Porretta Soul Festival – Tribute to Otis Redding  The sweet sound of rhythm & blues.

Infatti, il festival è diventato nel tempo il più prestigioso appuntamento europeo dedicato interamente alla musica soul e rhythm & blues, con un riferimento particolare alla musica di Memphis, il Memphis Sound, la scuola musicale del grande Otis Redding, al quale il festival è dedicato.

Il festival nacque il 10 dicembre 1987 per iniziativa di Graziano Uliani, appassionato di musica soul, il quale, dopo aver partecipato alle celebrazioni per il ventesimo anniversario della morte di Otis Redding a Macon, in Georgia, decise di organizzare un festival in suo onore.

Bobby Rush & Latimore. ph Mauro Presini
Otis Clay. ph Mauro Presini

In oltre trent’anni da Porretta sono passati i più bei nomi del soul, molti di questi giunti appositamente per la prima volta in Europa, altri, autentiche leggende, scovati in sperdute località del deep south, il profondo sud degli States e riproposti al pubblico e alla stampa internazionale, che ha parlato del ‘miracolo di Porretta’ come dell’evento musicale degli ultimi anni.

Qualche nome mitico tanto per fare qualche esempio: Rufus Thomas, Sam Moore, Wilson Pickett, Carla Thomas, Mavis Staples, Otis Clay, The Bar-Kays, Shirley Brown, Solomon Burke, Isaac Hayes, The Neville Brothers, Joe Simon, Ann Peebles, Percy Sledge, William Bell, The Blues Brothers, Syl Johnson,. The Memphis Horns, James Carr, Spencer Wiggins, Bobby Rush e l’elenco può continuare a lungo.

Rufus Thomas, ph Mauro Presini

Gli addetti ai lavori hanno dovuto anche rivedere la geografia della musica nera, inserendo Porretta nel percorso dei grandi avvenimenti musicali. Porretta è così entrata di diritto nelle enciclopedie e nelle biografie ufficiali dei grandi interpreti del soul, tanto che si è guadagnata un posto nel prestigioso Stax Museum of American Soul Music a Memphis.

Ho partecipato a moltissime edizioni del festival come appassionato e come fotografo e, oltre alla qualità musicale incredibile, è doveroso sottolineare l’accoglienza calorosa, l’atmosfera unica ma soprattutto l’anima sincera di Porretta che, nei giorni del Festival, diventa un meraviglioso luogo interculturale dove “pace, amore e musica” non è solo uno slogan di altri tempi, ma un modo di essere e di vivere insieme fraternamente: pubblico e musicisti.

Solomon Burke. ph Mauro Presini

A Porretta ci sono il parco Rufus Thomas, via Otis Redding, il Solomon Burke Bridge, un vicolo dedicato a Sam Cooke e splendidi murales, che rendono le montagne dell’appennino orgogliose di creare uno splendida cornice a questo quadro capolavoro rappresentato dal Soul Festival.

In pratica, dal punto di vista della salute psicofisica, Porretta è un luogo corroborante dove andare a farsi del bene.

Wilson Pickett. ph Mauro Presini
Syl Johnson. ph Mauro Presini

Quindi il mio invito a visitare Porretta (partecipando alla trentacinquesima edizione del festival che si svolgerà nei giorni 20, 21, 22 e 23 luglio prossimi) è rivolto non solo a tutti gli appassionati di questo fantastico genere musicale, ma a tutti coloro che credono in una fratellanza universale, dove la musica aiuta ad immaginare un mondo migliore.

Comunque la pensiate buon viaggio musicale a Porretta Terme, ormai diventata a buon titolo provincia di Memphis, Tennessee.

In copertina: Alvon Johnson in concerto al Porretta Soul Festival. Cover e foto nel testo sono di Mauro Presini

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure /
Notiziario (triste). Niente da dichiarare!

È appena uscito in libreria “Notiziario”, di Armin Greder, con Orecchio Acerbo editore: uno sguardo che non lascia mai nell’indifferenza. Lo shock è servito!

Informazioni che sono prese da fonti ufficiali, agenzie di stampa, pubblicità alla portata di tutti nel web o video su Facebook e Youtube. L’acqua pura ottenuta dallo scioglimento del ghiaccio delle Svalbard, venduta a 100 euro la bottiglietta; le 160.000 visualizzazioni di Autumn Fry, bambina di otto anni in Pennsylvania, filmata dal padre mentre impugna un lanciafiamme, un astuccio di tela da 8 orologi che dispone di un cassettino estraibile per nascondere altri oggetti di valore al prezzo di 7.200 dollari.

Accanto a notizie del genere Armin Greder si limita – senza aggiungere nemmeno una parola di commento – a giustapporre queste altre informazioni: bambini che fanno ore di cammino sotto il sole per due taniche d’acqua, ragazze reclutate e poi violentate dai gruppi armati nel nord-est della Nigeria. Spa, ristoranti, crociere.

Accanto a fame, povertà, fuga. Benvenuti nel nostro meraviglioso mondo. L’incredibilità del reale che supera ogni più fervida immaginazione.

Un autore che tace perché sa che il giudizio è già negli stessi fatti. Basta leggere le notizie per avere la misura della folle e cieca corsa che l’umanità ha intrapreso.

Un j’accuse che si riempie di senso nel solo susseguirsi delle notizie quotidiane.

Armin Greder è fumettista, graphic designer e illustratore. È emigrato in Australia nel 1971, dove ha insegnato design e illustrazione al Queensland College of Art. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali e collettive dalla Germania fino al Giappone.

Nel 1996, ha ricevuto il Bologna Ragazzi Award e l’IBBY Honour List con “The Great Bear” di Libby Gleeson (Scholastic Press). Con Libby Gleeson ha pubblicato anche: “Big dog” (1991), “Sleep time” (1993), “The princess and the perfect dish” (1995) e “An ordinary day” (2001). “Die Insel” (“L’isola” orecchio acerbo, 2008) pubblicato da Sauerlander nel 2002, è il libro di cui per la prima volta è anche autore dei testi. È tradotto in moltissime lingue e ha ricevuto premi in tutto il mondo, fra cui il Goldener Apfel/Golden alla Biennale di Illustrazione di Bratislava del 2003.

Armin Greder, Notiziario, Orecchio Acerbo editore, 36 p., luglio 2023

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

diario in pubblico non sono una signora

Diario in pubblico /
Non sono una signora (per nostra disgrazia)

Diario in pubblico. Non sono una signora (per nostra disgrazia)

Tra l’aria che tira dal mare e il calor che ci confonde in un momento di delusione cosmica decidiamo di seguire in tv un programma condotto da Alba Parietti, un tempo musa ispiratrice di filosofi e critici impegnati. Il titolo sembrava invitante: Non sono una signora.

Detto fatto programmiamo ed ecco apparire il volto ben noto, appena scalfito dall’età. Vicino a lei imponenti drag queen osservano con evidente disprezzo i/le candidati/e. Cerco la definizione del termine che così definisce questo tipo di attore:

“Artista, generalmente omosessuale o transessuale, che si esibisce in spettacoli di varietà travestito da donna, sfoggiando un trucco e un abbigliamento volutamente appariscenti, improntati a un’idea di femminilità eccessiva e talvolta parodica”.

Diligentemente vado alla ricerca del soggetto dello spettacolo che così viene esposto:

“In ciascuna puntata, cinque celebrità del mondo dello spettacolo, sport e cultura – rese irriconoscibili da un team di esperti in make-up e styling- si mettono in gioco nei panni di splendide Drag Queen e si sfidano in una gara a eliminazione nelle discipline più iconiche del mondo Drag.[..].

A giudicare, invece, le performance dei concorrenti, e a stabilire “chi” per ogni sfida deve abbandonare il programma, è una giuria di Drag professioniste. A loro il compito di valutare abbigliamento, performance e attitudine di ciascun concorrente e mostrare al pubblico che una Drag non è semplicemente un uomo con vestiti da donna, ma molto di più…”.

Nel nome, dunque, della parità dei sessi e di quanto nel mondo produca vado rinfrescare la memoria su questa definizione

“LGBTQIA. Cosa significano tutte queste lettere? La comunità LGBT è una comunità molto variegata, che rappresenta molte identità sessuali e di genere. L’acronimo significa lesbica, gay, bisessuale e transgender. Comunque si tratta solo della punta dell’iceberg.

Un altro acronimo è LGTBQQIAA, che aggiunge queer, questioning (indeciso), intersessuale, asessuale e ally (simpatizzante). Altri acronimi possono includere un asterisco (*) a significare ogni altra lettera omessa. Per semplificare le cose, molte persone, invece di un acronimo usano “queer” come termine-ombrello più inclusivo.”

E a questo punto ci accingiamo alla visione, che risulta tra le più orribili, orrende, potrei dire ‘schifose’ manifestazioni di ogni tipo che mi sia capitato di vedere! E questo con la compiaciuta compartecipazione della conduttrice, che arriva a coinvolgere lo stesso figlio che, da bel ragazzo, viene trasformato in una inguardabile drag.

Non sono uso a scandalizzarmi in quanto la mia gioventù è stata segnata dalla cosiddetta rivoluzione sessuale attentamente compartecipata, ma inscenare uno spettacolo che ricorre ai più infami trucchi per esaltare non il sesso, ma ciò che una ormai miserabile moda diffonde tra i giovani, ma soprattutto tra i vecchi, questa sì è una colpa, che offende le legittime istanze di chi crede in questo movimento.

Vergogna! Se questa è la televisione che sostituisce la vecchia rinuncio e volentieri a seguirla.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

The Hollywood Strike:
attori e sceneggiatori lottano anche per noi

 

The Hollywood Strike

Alzi la mano chi si sarebbe aspettato che una “tata” – anzi, La Tata per eccellenza, Francesca Cacace nella versione italiana della sit-com –  si mettesse alla testa di uno sciopero contro le corporation dell’immaginario di Hollywood. Parliamo di giganti del calibro di Disney, Netflix, Paramount, Warner Bros…

La “tata” in questione è Fran Drescher, attrice che ha impersonato il carattere di Nanny in una serie televisiva di notevole successo di fine anni ’90. In una protesta partita dagli sceneggiatori già a maggio, la Drescher (portavoce del SAG-AFTRA, il sindacato attori di Hollywood) è riuscita nell’impresa di saldare la loro lotta con quella degli attori, e dal 13 luglio scorso le produzioni e i set sono bloccati. Ha pronunciato frasi molto nette, dai contenuti radicali. Ne riporto alcune particolarmente significative:

“Ciò che sta accadendo qui è importante perché accade in ogni ambiente lavorativo, dopo che i datori di lavoro hanno come priorità Wall Street e la cupidigia e si dimenticano di chi alla base fa muovere la macchina“; “Un’entità avida si sta accanendo su di noi. Sono scioccata dal modo in cui le persone con cui abbiamo sempre lavorato ci stanno trattando”; “Non posso credere al modo in cui gli studios piangano miseria, che stanno perdendo soldi a destra e a manca quando danno centinaia di milioni ai loro CEO. È disgustoso, devono vergognarsi, quando la maggior parte degli americani non ha neanche 500 dollari da parte per le emergenze”.

Ti evocano qualcosa queste affermazioni? Beh, a me sì. Mi evocano quello che succede in una marea di aziende – non solo grandi multinazionali – che strapagano i loro amministratori delegati e contemporaneamente giustificano la tirchieria nel pagare gli stipendi appellandosi alle difficoltà del mercato. Infatti l’anno scorso i dirigenti di Netflix, Amazon, Disney, Apple, Paramount e Comcast hanno percepito 280 milioni di dollari e le loro società hanno realizzato utili per 115 miliardi di dollari. Ma non è solo questo il problema.

Il grande tema sullo sfondo è la possibile sostituzione delle prestazioni umane con quelle di entità artificiali. Sceneggiatori ed attori hanno posto al centro delle loro rivendicazioni la questione dell’intelligenza artificiale e dell’effetto potenzialmente devastante che potrebbe avere sul loro lavoro. Nella sceneggiatura, la tecnologia spesso già sostituisce per lo “scheletro” della storia l’uomo, cui è lasciata la parte dei dettagli (con una conseguente riduzione del suo compenso). Quanto agli attori, chi ha maggiore potere contrattuale già fa inserire nei contratti una clausola che vieta di ritoccare artificialmente le scene (Keanu Reeves, ad esempio, si è lamentato di una lacrima “digitale” aggiunta a sua insaputa in post produzione per drammatizzare una sequenza). Ma se le star possono negoziare alcune condizioni ad personam, non altrettanto può fare la massa degli attori, pagati mediamente 25.000 dollari, che hanno già orecchiato l’intenzione di alcuni studios di far girare loro una sola scena – e di retribuirli solo per quella –  utilizzando per il resto una scansione digitale del loro volto (c’è un Harrison Ford giovane e “finto” che recita accanto al vero, ormai ottantenne, anche nell’ultimo Indiana Jones).

Questa lotta dei lavoratori dell’entertainment più famoso del pianeta è particolarmente significativa, per diversi motivi. Anzitutto appare evidente che i fabbricanti di storie – gli sceneggiatori – abbiano spesso una acuta sensibilità predittiva dei trend sociali, per averli messi al centro di molti dei loro script più avant-garde: pensiamo a serie come The Office, Black Mirror, Breaking Bad, Handmaid’s Tale, Stranger Things. Chi fa della capacità di visione, anche la più cupa, il proprio mestiere, ha le antenne per captare in anticipo quando le proprie fantasie distopiche iniziano ad entrare dentro la sua vita reale. C’è una “notizia” fulminante di Lercio.it – il più famoso sito italiano di fake news satiriche – che può rendere l’idea del clima: “Elon Musk crea una nuova intelligenza artificiale che, per prima cosa, lo licenzia”. Questa battuta fa ridere e rabbrividire al tempo stesso non per la sua assurdità, ma per la sua verosimiglianza: se il potente e visionario tycoon può essere avvicendato ad opera di una macchina sua creatura, figuriamoci cosa può succedere a montatori, cameramen, costumisti, inservienti, comparse, scrittori – molti di essi accomunati, tra l’altro, anche dalla precarietà dei loro contratti di lavoro con relative coperture, a partire da quella sanitaria.

Un altro particolare molto importante è la saldatura nella lotta di maestranze che non sempre sono solidali. Sceneggiatori e attori, ad esempio. Un attore potrebbe anche “fregarsene” del destino di chi scrive le storie, se c’è qualcuno o qualcosa che continuerà a farlo. Il fatto è che la percezione di chi lavora per gli studios è: oggi tocca a loro, domani tocca a me. La solidarietà non è mai gratuita e unilaterale, come la carità: chi è solidale è intimamente convinto che quella battaglia va combattuta insieme ad altri perchè condivide con essi un infausto destino, e cerca di sventarlo unendo le forze.

Ti sembra un concetto banale? Beh. Prova a pensare al tuo ambiente di lavoro, al tuo settore. Prova a pensare se la Meryl Streep o la Jennifer Lawrence del tuo organigramma (quelli da un milione di euro l’anno in su) o anche un Gaten Matarazzo (corrispondente ad un giovane rampante da centomila euro a salire) parteciperebbero a cuor leggero ad un picchetto, o semplicemente accetterebbero di firmare una lettera di fuoco contro il tuo Consiglio di Amministrazione. Certo, ci sono anche le Kim Kardashian che il picchetto lo forzano per andare sul set, ma in questo momento il crumiraggio è praticato da una minoranza. La vera incognita è verificare quanta di questa solidarietà resisterà al trascorrere del tempo, soprattutto se il braccio di ferro  dovesse durare diverse settimane. Alcuni attori e attrici sono infatti anche produttori o coproduttori delle serie in cui recitano, e credo di essere facile profeta nel pronosticare un tentativo degli Studios di dividere il fronte, staccando gli anonimi manovali dello spettacolo dalle celebrità.

E’ anche per questa ragione che osservare come evolve la mobilitazione di attori e scrittori – la prima unitaria in sessant’anni – è importante per tutti i settori lavorativi e per tutti i rapporti di forza che implicano una dialettica conflittuale. Come afferma Fran Drescher, infatti, “ciò che sta accadendo qui è importante perché accade in ogni ambiente lavorativo”. Almeno una cosa è certa: a prescindere da come andrà, Hollywood non si lascerà sfuggire l’occasione di utilizzare questa vicenda per costruirci sopra una nuova storia. Sarà interessante vedere da quale punto di vista sarà raccontata.

 

Il calcio è moribondo
Ma a morire saranno sempre gli stessi

 

Il calcio è moribondo. Ma a morire saranno sempre gli stessi.

Il calcio è in coma da alcuni decenni, perché al suo interno aveva i semi della propria autodistruzione, citando Carlo Marx – ma potrebbe essere anche Carlo Petrini. In effetti l’ex sport più bello del mondo è davvero una rappresentazione della nostra società malata, che parte come commedia, si tramuta in farsa, per divenire tragedia (citazione rovesciata). Ormai la serie A, la Liga, Ligue 1, la Premier, sono proto spettacoli per appassionati e appassiti da divano. Gli stadi di proprietà? Non più popolari nemmeno nei popolari, in curve con prezzi spesso inaccessibili. Un mondo patinato, dove forse anche io, a vent’anni e un buon procuratore, sarei costato una milionata, perché chi è quello sfigato che guadagna meno di un numero a sei cifre. Certo esistono le serie minori, dove i poveri se la giocano tra loro, anche se magari un qualche “americano” lo abbiamo pure in serie C.

Adesso arrivano i petrol-dollari.  Gli arabi, stanchi di acquistare squadre nel vecchio continente, portano il vecchio continente nei loro deserti, comprando campioni al crepuscolo e facendoli esibire in stadi con l’aria refrigerata.

E in Italia, provincia dell’impero calcistico (al tramonto) vecchio continente, come va? Scuole calcio con bimbi di dieci anni che hanno il procuratore, ragazzini quindicenni che ambiscono alla serie A, diciottenni che esigono il posto in squadra. Un mondo di pazzi.

Nessuno di questi ragazzi ha mai giocato in strada, tra le macchine, nei cortili chiusi su tre lati, in parchetti affollati tra i palazzoni, dove si imparava la legge della sopravvivenza, dove il calcio era operaio, classista all’incontrario e violento. Non c’erano palestre, mister patentati, accompagnatori e genitori che pretendevano la maglia per il loro pupillo.

Oggi, bambini con la maglia numero dieci diventano genitori dei loro genitori.

Il capitalismo sfrenato, feroce, compulsivo, distruttivo, fagocita ogni passione: il business, il target, plus valore, plus valenze, si nutre di quella sfera che ci ha stregati fin da bambini.

Un mondo di deroghe e contro deroghe, dove il valore ed il prezzo non coincidono più, dove ragazzi in braghini corti fatturano come una s.p.a. metalmeccanica che dà lavoro a centinaia di persone, sport? Ma quale sport? Fondamentalmente, un enorme giro di carta.

Società storiche del calcio mondiale con debiti inenarrabili, miliardi di profondo rosso, che in qualche modo se la cavano sempre, mentre ad un artigiano o ad un commerciante in difficoltà lo Stato stesso da il colpo di grazia.

Sacrifici, allenamenti, macchinari che gestiscono ogni fibra muscolare, culturisti che giocano al calcio. Dei mostri.

Schemi, tattiche, tattici, computer, analisti. Il calcio di oggi non è paragonabile a quello di quaranta anni fa, certo che no, allora esisteva la fantasia, esistevano atleti magri con lo zucchero nelle scarpette.

Che valore avrebbero oggi, i ragazzi di ieri? Edson Arantes Do Nascimento, Maradona, Eusebio, Artur Antunes de Coimbra, Crujiff, Puskas, Platini, Falcao, Rivera, Mazzola (padre e figlio), Baggio, Van Basten, Gullit, Totti, Del Piero e mille altri, quanto sarebbero monetizzati con il metro odierno? Come il P.I.L. del Belgio?

Nauseante, ma questo paradigma della società odierna esploderà, così come il capitale. Forse. A terra rimarranno però sempre gli stessi, quelli morti in guerra, quelli morti in fabbrica, i morti di fame, i morti ammazzati dai padroni del vapore, uguali tra loro nella conta dei dollari. Loro, i soliti, moriranno di sicuro, come sempre. Il puzzo dell’avidità ha ammorbato tutto, compreso il mio gioco, quello dove bastava una maglia bianca e un numero scritto col pennarello nero sulla schiena, per essere un giocatore.

Forza, vecchio cuore biancoazzurro.

Nasce #BookRave, un progetto condiviso

Lanciato sui social il progetto Bookrave. Tanta curiosità per un festival diffuso che connette storie e persone

È appena stato lanciato via social il progetto condiviso di otto case editrici (effequ, Iperborea, minimum fax, NN Editore, Nottetempo, Quinto Quarto, il Saggiatore, Sur).

Da subito, tante le adesioni: si tratta di BookRave.

Non si hanno ancora troppi dettagli sulle modalità dell’evento/iniziativa, ragion per cui sarà da seguire con attenzione. Si sa solo che dal 15 settembre al 15 dicembre 2023, nelle librerie aderenti al progetto, si parlerà di libri in un modo nuovo!
Qualche indiscrezione però trapela… Le librerie che aderiscono al progetto riceveranno dalle otto case editrici un titolo legato al tema del trimestre. Prima ancora dei libri, infatti, ci sono i temi.

Il primo tema è CORPI: perché il corpo attraversa le narrazioni e le storie, è elemento preponderante di riflessione sia in narrativa che in saggistica, attorno ad esso ruota gran parte della discussione contemporanea su rappresentazione e visibilità.

BookRave presenterà otto storie (i cui titoli saranno rivelati a fine mese sui social delle case editrici), tra saggi, romanzi e graphic novel, per attraversare il tema centrale della contemporaneità, comprenderlo meglio e in qualche modo celebrarlo.Starà poi alla libreria e ai suoi lettori determinare un percorso assieme, trovare i collegamenti, giocare coi libri, stimolare le discussioni: è una sfida comune, che sarà sostenuta da iniziative da parte delle case editrici, incontri dal vivo, contenuti multimediali. L’obiettivo di BookRave è molteplice e ambizioso: creare un festival diffuso, collaborativo, mostrare come case editrici anche molto diverse tra loro possano riflettere su uno stesso tema, e come libri anche molto diversi, se messi in dialogo, possano aprire nuove prospettive. E per (di)mostrare che le storie, come le persone, prendono davvero vita solo quando ne incontrano altre.

Ma soprattutto a BookRave piace l’idea di pensare che le cose si possano fare insieme, mettendo le proprie forze in condivisione, aprendo un percorso di dialogo e mutuo sostegno con le librerie e con chi i libri li acquista e li legge e ne parla.

L’iniziativa nasce da un progetto condiviso che per la prima volta riunisce insieme case editrici, librerie, lettrici, lettori e gruppi di lettura, autori e autrici: un festival diffuso che sia anche divertente, informale, anarchico, originale, qualcosa di inedito, una specie di rave con i libri. In pratica… un #bookrave!

P.S. Avete una libreria e volete partecipare a Bookrave? Scrivete a info.bookrave@gmail.com

Per certi versi /
Poesia per un’amica

Poesia per un’amica

La bellezza
si stanca facilmente
Poi sei bianca
Anemica
Come le nostre terre
Chiare
Dei monti pallidi
Delle golene
Ponenti
Dubiterei
Dei tuoi occhi
Se non fossero
Così ardenti
Ogni domenica Periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Festival SiciliAmbiente a San Vito Lo Capo dal 17 al 22 luglio

Saranno sei i lungometraggi in concorso alla 15ª edizione di SiciliAmbiente, con due anteprime siciliane: “Le ragazze non piangono” di Andrea Zuliani e “I sogni abitano gli alberi” di Marco Della Fonte

Annunciati i lungometraggi in concorso alla quindicesima edizione di SiciliAmbiente che si svolgerà dal 17 al 22 luglio a San Vito Lo Capo. Il festival è da sempre un importante punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per il cinema legato alle tematiche ambientali, ai diritti umani, allo sviluppo sostenibile e alla biodiversità.

Saranno sei i lungometraggi in concorso, che affrontano una pluralità di temi di grande attualità.

Primo titolo in concorso, lunedì 17 luglio, Le ragazze non piangono, opera prima di Andrea Zuliani, regista e sceneggiatore di un road movie che è anche il percorso di conoscenza di due ragazze in cerca della propria identità. Il film arriva in anteprima siciliana alla presenza del regista.

La diciannovenne Ele si è trasferita in Basilicata perché il nuovo compagno della madre ha trovato lavoro da quelle parti. Nel nuovo liceo incontra Mia, una ragazza rumena che fa temporaneamente la bidella. Le due stringono un’amicizia ed Ele rivela a Mia il suo progetto di salvare dalla rottamazione il vecchio camper del padre, morto anni prima, e farci un giro per l’Europa. Quando la madre decide invece di liberarsi di quel “pezzo da museo”, Ele fugge e intraprende un viaggio per portare il camper dal migliore amico del padre, Lele, e Mia decide di imbarcarsi anche lei in questa avventura. Quel che Ele non sa è che Mia è parecchio intraprendente ed ha una missione pericolosa, ma è anche una presenza vitale che la aiuterà a crescere.

Martedì 18 verrà proiettato Evelyne tra le nuvole di Anna Di Francisca. Protagonista una donna alle prese con una possibile convivenza fra la natura incontaminata e le nuove tecnologie. Sofia vive in un antico casale ai piedi di Pietra di Bismantova, sull’Appennino Reggiano. Qui, dove non prende internet, completamente “disconnessa”, gestisce un agriturismo noto ai turisti che cercano relax e social detox. Nella zona è però in arrivo un ripetitore telefonico che potrebbe distruggere l’identità fuori dal tempo che contraddistingue il luogo.

Mercoledì 19 luglio sarà proiettato il film Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017. Il film dei due registi belgi, già vincitore del Premio della Critica al 75° Festival di Cannes e di quattro David di Donatello, racconta l’amicizia tra Pietro e Bruno, interpretati da Luca Marinelli e Alessandro Borghi. I due si conoscono fin da bambini quando passavano le giornate tra le montagne. Vent’anni dopo, Pietro ormai uomo, torna in alta quota per ritrovare sé stesso e fare pace con il suo passato.

Giovedì 20 luglio sarà la volta de Il signore delle formiche di Gianni Amelio. Alla fine degli anni ‘60 si celebrò a Roma un processo che fece scalpore. Il drammaturgo e poeta Aldo Braibanti fu processato con l’accusa di plagio, cioè di aver sottomesso alla sua volontà, in senso fisico e psicologico, un suo studente e amico da poco maggiorenne. Il film è un racconto a più voci, in cui, accanto all’imputato, prendono corpo i familiari e gli amici, gli accusatori e i sostenitori, e un’opinione pubblica per lo più distratta o indifferente. Un capitolo vergognoso della storia italiana.

Durante la stessa serata sarà proiettato alla presenza del regista, in premiere siciliana, I sogni abitano gli alberi di Marco Della Fonte. Due anime affini che si incontrano, una comunità che le respinge. Una storia struggente sul diritto all’amore. È il 1978 e l’Italia è il primo Paese al mondo ad abolire i manicomi, grazie alla legge Basaglia. Anja torna a casa affidata alle cure del fratello Ettore e di sua moglie Lisa. Con l’aiuto del nuovo psichiatra, Anja inizia lentamente a adattarsi alla nuova vita fuori dal manicomio. Incontra Libero, un uomo che va in giro consegnando le verdure del suo orto alla gente del paese. Anche Libero, come Anja, soffre di disturbi mentali. Anja e Libero si innamorano e trovano rifugio in una baracca segreta in mezzo alla foresta circondata da alberi colorati, che diventa il simbolo del loro amore. Affronteranno i pregiudizi della famiglia di Anja e del paese. Quando Anja rimane incinta, la sua famiglia farà di tutto per separarla da Libero e impedire la nascita di una famiglia “inaccettabile”.

Venerdì 21 luglio chiude la sezione lungometraggi in concorso, Siccità di Paolo Virzì, che abbiamo recensito. 

Il Festival, diretto da Antonio Bellia, con la direzione organizzativa di Sheila Melosu, vuole promuovere e diffondere il cinema d’autore e il cinema documentario, favorendo il confronto tra i registi attraverso incontri e tavole rotonde. Annovera 4 sezioni competitive: un Concorso internazionale documentari; un Concorso internazionale lungometraggi di finzione, un Concorso internazionale cortometraggi (di finzione e documentari) e un Concorso internazionale dedicato all’animazione. Oltre ai premi in denaro di ogni sezione competitiva, attribuiti da una giuria di esperti e di personalità del cinema e della cultura, saranno assegnati il Premio AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), il Premio “Diritti Umani” conferito da Amnesty International Italia, il Premio “Ambiente” conferito da Greenpeace Italia, il Premio Speciale TTPIXEL. A questi si aggiunge il Premio del Pubblico per la sezione Lungometraggi.

Il Festival è promosso da Associazione culturale Cantiere 7 e da  Demetra Produzioni con il contributo del Comune di San Vito Lo Capo e di ARPA Sicilia. Il progetto è sostenuto con i fondi “Otto per Mille della Chiesa Valdese” e realizzato grazie al contributo della Regione Siciliana – Sicilia Film Commission e della Direzione Generale Cinema del Ministero delle Cultura realizzato in collaborazione con Amnesty International Italia, Greenpeace Italia e AAMOD.

Programma completo

Fonte: Ufficio stampa Storyfinders

Ortigia Film Festival, al via il 15 luglio

La proiezione di “Stranizza d’amuri” di Giuseppe Fiorello aprirà la XV edizione dell’Ortigia Film Festival il 15 luglio, a Siracusa. L’appuntamento con il cinema durerà fino al 22 luglio

Sabato 15 luglio, apre la XV edizione di Ortigia Film Festival, con l’attrice e imprenditrice Cristina Marino come madrina. Prima serata di proiezioni di OFF15, il festival internazionale di cinema della città di Siracusa, diretto da Lisa Romano e Paola Poli.

In apertura, la proiezione speciale di “Stranizza d’Amuri”, esordio alla regia di Giuseppe Fiorello, alle ore 21:30 in Arena Minerva. Fiorello, insieme agli attori Samuele Segreto e Anita Pomario, sarà l’ospite d’onore della prima serata. Il film è un’opera dal profondo valore civile e politico, che mette a fuoco un Mezzogiorno tormentato in cui diritti civili e diritti sociali si intrecciano. Il film è dedicato a Giorgio e Antonio, le vittime del delitto di Giarre avvenuto nel 1980 in provincia di Catania.

In occasione della serata inaugurale, Nicola Tarantino, responsabile di Sicilia Film Commission, consegnerà a Giuseppe Fiorello il Premio Speciale OFF XV di Ortigia Film Festival per aver saputo unire la passione per il suo territorio, l’amore per i diritti civili e l’ammirazione per Franco Battiato con un film al tempo stesso semplice, delicato e capace di fa pensare e riflettere. Al termine della proiezione il Q&A con Giuseppe Fiorello moderato dal critico Steve Della Casa.

A inaugurare il Concorso Internazionale Cortometraggi, “Cicatrici” di Paolo Civati. Il corto, in anteprima regionale, racconta la storia di una donna che lavora da remoto, sdraiata sul letto. A mediare i rapporti con il mondo esterno il suo avatar.

A Seguire, per il Concorso Internazionale Documentari, l’anteprima mondiale di “Grain – portrait of Fabio D’Emilio” di Simone Valentini.

Il film racconta l’inaspettata vita di Fabio D’Emilio che negli anni ’60 e ’70, mosso da due passioni, quella per la fotografia e quella per la musica, si trovò a fotografare prima i palchi della sua città, Roma, per la rivista Sound Flash, e poi i palcoscenici internazionali per la EMI, da Zurigo con i Pink Floyd a Melbourne con Patty Smith, immortalando concerti iconici e grandi artisti, tra i quali Peter Gabriel, Queen, Frank Zappa e molti altri, durante le loro esibizioni dal vivo. Al termine della proiezione Simone Valentini e Fabio D’Emilio incontreranno il pubblico.

Ortigia Film Festival, si svolge nelle piazze del centro storico della città di Siracusa (Unesco World Heritage) ed è annoverato nel calendario dei festival cinematografici più importanti del bacino del Mediterraneo. Il Festival ha sviluppato una forte identità legata al cinema italiano, ma allo stesso tempo, ha rinnovato e ampliato la propria offerta, esplorando nuove realtà nel campo dell’audiovisivo e conquistando spazio a livello nazionale e internazionale. La visibilità e il consenso, ottenuto negli anni da parte delle istituzioni, hanno permesso al festival, fondato da Lisa Romano con l’associazione culturale Sa.Li.Ro’, di ricevere la prestigiosa medaglia del Presidente della Repubblica e, negli anni, il sostegno di: Mic, Regione Siciliana, Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo, Dipartimento Turismo Sport e Spettacolo – Sicilia Film Commission, nell’ambito del progetto Sensi Contemporanei, Ars e Comune di Siracusa, Siae, Unesco, Rai, Rai Cinema Channel. Media Partner della XV edizione del festival, Ciak, Cinecittà News, Cinematographe e Taxidrivers.

Tutti i dettagli sul sito ufficiale 

Programma completo

 

presto di mattina padre nostro che in terra stai

Presto di mattina /
Padre nostro che in terra stai

Presto di mattina. Padre nostro che in terra stai

Quel che fu senza luce è rischiarato

Eternità del grido
Dell’infante che sembra
Nascere nel dolore
tramutato in luce

Eternità discende
Nella nuda terra
E come una marra
Ne solleva il senso
(Yves Bonnefoy, L’opera poetica, i Meridiani Mondadori, Milano 2010, 364-365).

L’eterno nascosto nel grido nascente, risonanza in ogni cosa del giorno che viene, attraversando il dolore lo cambia in luce. L’eterno si abbrevia nel tempo e come vanga apre la terra illuminandone il senso, suo tesoro nascosto. L’eterno tutto nel tempo, l’infinita presenza presente in ogni frammento finito:

Le parole come cielo
Infinito
Ma tutto all’improvviso
Nella pozzanghera breve

Così prende forma dal grido che nasce un altro cielo, riflessi di luce nel dolore sommerso, incandescenza sotto la cenere:

E ha senso la parola gioia
Malgrado la morte
Qui dove scava il vento
Queste chiare braci
Sufficienza dei giorni
Che vanno verso l’alba
Attraverso abbagli
Nel cielo notturno
(ivi, 481)

…

L’anima è, illuminata,
Come un nuotatore
Che si tuffa, d’un tratto
Sotto la luce
(ivi, 483).

Io presente e in ascolto

Dapprima la poetica di Yves Bonnefoy (1923-2016), di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, è invito ad avvertire una presenza e a mettersi in ascolto dell’esperienza stessa del mondo; porre attenzione alle cose, alla natura, alle relazioni, a un sentire con gli alberi, pietre, fiumi, voci e volti. Il tutto nella convinzione profonda che, senza l’universo che ci circonda, non è possibile accedere al logos, sollevare il senso del tutto illimitato affiorante in ogni cosa.

Come un passante di valico è allora la sua poetica che porta oltre, in profondità. Se il concetto astrae, porta fuori dall’esperienza, isolandone un aspetto, la parola poetica per contro porta dentro, immerge nel reale cogliendo il tutto nel frammento, l’assoluto nel limitato, nell’abbreviato l’infinito.

Possono sembrare solo sensazioni, percezioni minime, ma non sono affatto vacue, perché lasciano intravedere come un lampo e presentire come un’eco la pienezza, risonanza divina che abita la realtà e la forma degli esseri animati o inanimati: come un profumo invisibile e impalpabile eppure presenza presente, viva.

Così scrive Bonnefoy: «l’intera realtà appare sotto un’altra luce, perché allora costatiamo che in ogni minima cosa c’è un numero infinito di aspetti, ma soprattutto vi sono insieme aggrovigliati e in primo luogo attirano lo sguardo e non il pensiero. La cosa è qui sotto i nostri occhi nel suo qui e nel suo ora; nulla può prenderne il posto. Essa ha il carattere di un assoluto ed è un assoluto che ricade su di noi, che in questo istante la guardiamo» (ivi, 1348).

Per Bonnefoy la poesia ha così la capacità di dar voce all’assoluto congenito nella misteriosa evidenza di ogni presenza. È suono delle cose, risonanza affiorante «della profondità del mondo, frammento che al tempo stesso rappresenta il tutto, infinito silenzioso annodato su di sé ma che irradia la propria luce…

La poesia, questa forma che accompagna il suono, è ciò che indebolisce il controllo del concetto sulla parola, ciò che denuncia il pericolo cui ci sottopone il concetto. Anzi fa di meglio, ce ne libera. O per meglio dire aiuta a criticarlo, a relativizzarlo, poiché è certo impossibile stabilire con il pensiero concettuale – assolutamente necessario, lo ripeto – una relazione diversa da quella di cautela, all’interno della quale esso continua a esprimersi». (ivi 137)

Io acconsento

La poesia di Bonnefoy si arrischia così in una relazione, gioca tutto per tutto l’impossibile, pur di andare oltre la parola stessa ed esprimere l’inesprimibile incontrato in un balenante attimo.

Come la parola così anch’essa, la poesia, pone la relazione io-tu-noi, diviene respiro e pensiero, dialogico un parlare bocca a bocca con la realtà incontrata, come Mosè con il suo Tu. Lui balbuziente al cospetto della Parola originante tutte le parole.

Così, se dapprima era sufficiente avvertire una presenza e mettersi in ascolto, ora la poetica di Bonnefoy richiede di necessità per essere tale il consenso, l’acconsentire all’altro, l’uscire allo scoperto. La sua poesia è un dire “Sì” attraverso tutte le cose.

Sì, io, pietre della sera, illuminate,
Io, sì, acconsento.
Io, sì, la pozzanghera
Vasta più del cielo, l’infante
Che ne smuove la melma, l’iride
Dai riflessi senza posa cangianti, senza ricordi,
Dell’acqua, io, acconsento.
E io fuoco, io
La pupilla del fuoco, nel fumo
Dell’erbe e dei secoli, acconsento.
Io, nube,
Acconsento.
Io, stella della sera,
Acconsento.
Io, grappoli dei mondi maturi,
Io, l’avviarsi
Dei muratori, sul tardi, al villaggio,
Io, il rumore del furgoncino che si allontana,
Io, acconsento.
Io, pastore,
Sospingo la stanchezza e la speranza
Sotto l’arca della stella
Verso l’ovile. Io, notte d’agosto,
Preparo la lettiera delle bestie nella stalla.
Io, sonno,
Accolgo il sogno nelle mie barche,
Io acconsento.

Io, la voce
Che tanto avrà desiderato. Io, il mazzuolo
Che urtò a colpi sordi contro
Il cielo, la terra nera. Io, il passatore
Io la barca del tutto
Attraverso tutto.
Io, sole,
Mi fermo sulla vetta del mondo,
Tra le pietre.
(367; 369)

Il “Sì” rende visibile l’invisibile, ciò che è sparso ricongiunto, l’altro nascosto dietro le quinte. Il “Sì” dell’incontro del mondo, che riunisce tutto ciò che vediamo, perfino la notte e il giorno, cielo e terra sugli orizzonti, diaframmi delle loro diversità riconciliata, il loro sponsale “sì”.

Sì, per la notte
Quando il bisogno di senso preme a lungo
…
Sì, per il dio che va errando
Sotto l’aspetto di agnello
Accanto al furgoncino,
Sotto la lampadina accesa ardente
Tutta la notte.
Mi fermo, si ferma,
Avanzo, e quel viso
Si dissolve, schiarando…
…
Sì, per la cima in luce
Ancor un’ora.
Sì, per i rovi
Delle cime tra le pietre. Per quest’ albero, ritto
Contro il cielo.
Per le fiamme, in ogni luogo,
E, ogni sera, le voci dello sposalizio
Di cielo e terra
…
Sì, per il nascere che destò la fiamma
Dal niente,
E placati riunisce
I nostri visi.
…
Sì, per le parole,
Per qualche parola.
…
Sì, per la morte,
Sì, per senza fine la vita.
(ivi, 402-403; 405; 415; 419).

Scrive Bonnefoy: «Vorrei riunire, vorrei quasi identificare la poesia e la speranza» (ivi, 1185), perché la poesia coglie in ogni cosa reale un frammento di assoluto, così in ogni cosa c’è speranza in tutti, come un varco una speranza di assoluto: «Occorre, in altre parole, reinventare una speranza. Nello spazio segreto del nostro avvicinarci all’essere, io credo che non vi sia oggigiorno poesia vera che non cerchi e non intenda cercare, fino all’ultimo respiro, di fondare una nuova speranza» (ivi, 1199).

La poesia ci aiuta a non disperare del futuro, a fare fronte all’oblio della speranza. Muove la brace sotto la cenere e la spiga consunta; con l’ultimo respiro rilascia nuovo seme alla terra.

E più tardi agito ceneri, in un focolare
Della casa cui giungo ogni notte,
Ma è già grano, come se l’anima
Delle cose consunte, al loro ultimo respiro,
Si staccasse dalla spiga della materia
Per farsi granello di una nuova speranza, (ivi, 503).

Anche la preghiera come la poesia è innesto nell’invisibile e allo stesso tempo sua eco dialogica dell’eterno nel tempo, un atto di ospitalità alla parola originaria che risveglia, risposta al silenzio del mondo che attende il senso. Questa ospitalità porta alla luce una grammatica dell’assenso, come dire sì all’altro, giorno dopo giorno.

Ricordando la poetica di Bonnefoy il critico letterario e francesista Antonio Prete scrive: «Mentre ospita un albero, una pietra, uno spicchio di cielo, un colore scrostato di pittura, si spinge sulla soglia dell’invisibile, leggendo le sue ombre. Mentre ascolta un passo nella sera, un rumore di vento o d’acqua, mentre accoglie figure provenienti da un sogno, cerca un radicamento nel qui, nella opacità della terra. E allo stesso tempo libera l’ala dell’altrove, il pensiero dell’impossibile. E tutto questo accade nel ritmo aperto, da adagio meraviglioso, del verso.» (in Doppiozero, 2 luglio 2016)

Padre nostro che in terra stai

Padre nostro che “per più amore in terra” stai in ogni cosa, senza essere “circoscritto dalle cose e dal tempo. Sei l’eterno dei giorni, cammino e meta; su ogni strada e sentiero sei, e in ogni pensiero nostro pensi a noi. Eppure le tue vie non sono le nostre vie e i tuoi pensieri non sono i nostri pensieri.

In silenzio, al principio era la tua parola ma poi si fece umanità, carne nostra, pane terroso, pure nostro quotidiano e da quella umanità ospitale, il regno che viene, in cui ci fu sempre il “sì”, sono giunte a noi le parole per continuare a dire “io acconsento”, sì acconsento e trovo il coraggio di un altro “sì”, come un altro passo.

“Sì” all’unisono con quello del tuo figlio, insieme alla pietre, alla pozzanghera, al fuoco, io acconsento; con la nube, il sole con l’acqua, con gli alberi le erbe e i secoli acconsento, non senza i grappoli dei mondi e degli universi.

Acconsento con il pastore a sospingere stanchezza e speranza verso l’ovile e con il passatore a sognare il sogno della mia barca e a guardare avanti, acconsento alla barca del tutto verso il tutto. Sì, per il dio che va errando sotto l’aspetto di agnello mansueto e muto davanti ai suoi tosatori e cerco quel volto che, svanendo, schiarisce il mio volto.

Aveva visto bene allora Ferdinand Ebner nel Padre nostro la preghiera del “tu” e del “noi”, quella parola-preghiera originaria, sorgiva, determinante lo sviluppo del suo pensiero dialogico dove il senso del Padre nostro è quello di «guardare al cielo sentendosi vincolati alla terra» (Frammenti pneumatologici, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 1998 307).

Preghiera dialogica: da Dio per l’uomo e dall’uomo per Dio: «Nella preghiera, dunque, la parola ritorna là donde era venuta». E «se l’uomo prega nel giusto senso anche solo la prima parola del Padre nostro, allora l’“ineffabile mistero di Dio” è divenuto parola – muovendo dall’uomo» (ivi, 101).

Quale il tempo della preghiera? Quale quello del Pater? Pensando all’opera poetica di Yves Bonnefoy, ma non solo, mi viene da dire che sia lo stesso tempo dove viene alla luce e principia a balbettare la poesia e la speranza: è il tempo “presente”, inteso non in senso cronologico ma esistenziale, quello delle relazioni, della decisione della libertà ad esserci qui e ora di fronte all’appello dell’altro; tempo del sì, ora, l’adesso che non è solo presenza, ma una presenza presente quella che dice “io acconsento” a te, a voi.

La preghiera di Gesù implica una molteplice e pluriforme ospitalità: «Perché il regno di Dio – scrive ancora Ebner – non è nell’uomo nell’intima solitudine della sua esistenza, nella solitudine del suo Io, bensì nel fatto che l’Io si sia aperto al Tu nella parola e nell’amore e nella parola e nella prassi dell’amore – e allora è “in mezzo a noi”, come la comunione della nostra vita spirituale.

Sebbene proprio nel suo rapporto con Dio l’uomo stia di fronte a Dio come il “singolo”, non può tuttavia pregare se non in comunione spirituale con tutti gli uomini. Quando preghiamo, dobbiamo farlo come ci ha insegnato Gesù e non altrimenti. Non è solo per sé che l’uomo prega e parla con Dio, bensì per tutti gli uomini», (ivi, 325-326).

Padre-Nuestro, rezo de la vida sencilla

Anche Pablo Neruda sembra voler declinare, come Bonnefoy, poesia con speranza quando scrive:

Ah vastità di pini, rumore d’onde che si frangono,
lento gioco di luci, campana solitaria,
crepuscolo che cade nei tuoi occhi, bambola,
chiocciola terrestre, in te la terra canta!
In te i fiumi cantano e in essi l’anima mia fugge
come tu desideri e verso dove tu vorrai.
Segnami la mia strada nel tuo arco di speranza.
(Crepuscolario, L’abitante e la sua speranza, et al. Edizioni Accademia, Milano 1977, 115).

Ed è sempre Pablo Neruda che chiama il Padre nostro ‘preghiera della vita semplice’, perché della vita quotidiana ha i sapori e da tutti si fa comprendere e dire, perché in tutti tremante si immerge/ y todo estremecido se sumerge nel mare notturno di ciascuno.

Questa chiesa non ha lampade votive,
non ha candelieri né cere gialle,
l’anima non abbisogna di ogive vetrate
per baciare le ostie e pregare in ginocchio.

Il sermone senza incensi è come un seme
di carne e di luce che cade tremando nel solco vivo:
il Padre-Nostro, preghiera della vita semplice,
ha un sapore di pane fruttifero e primitivo…

Ha un sapore di pane. Odoroso pane scuro
che nella bianca infanzia confidò il suo segreto
a ogni anima fragrante che lo volle udire…

E il Padre-Nostro in mezzo alla notte si perde,
corre nudo sopra i poderi verdi
e tutto tremante si immerge nel mare…
(Crepuscolario, L’abitante e la sua speranza, et al. Edizioni Accademia, Milano 1977, 30-31).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Storie in pellicola / In uscita “Il sapore della felicità”, con Gérard Depardieu

“Il sapore della felicità” (titolo originale Umami) esce in anteprima nelle arene estive e dal 31 agosto lo vedremo nei cinema italiani.

Prodotto in Francia, diretto da Slony Sow (Grenouille d’Hiver, 2011) e interpretato da Gérard Depardieu, Kyozo Nagatsuka, Sandrine Bonnaire, Pierre Richard e Bastien Bouillon (recentemente vincitore del César come miglior esordiente per il noir La Nuit du 12), dopo aver aperto il Festival internazionale del film di Friburgo 2023, Il sapore della felicità sarà disponibile da luglio in anteprima nelle arene estive (il 17 sarà al cinema Farnese di Roma, per la stampa) e dal 31 agosto nei cinema italiani, con Wanted Cinema.

Kikunae Ikeda

Umami (lett. “saporito” o “sapido”), oltre a essere il titolo originale del film è un termine giapponese usato per denominare il quinto elemento del gusto: dolce, salato, aspro, amaro e, infine, umami. L’umami è stato identificato come un gusto fondamentale nel 1908 da Kikunae Ikeda, professore di chimica all’Università imperiale di Tokyo, mentre compiva ricerche sul sapore forte del brodo di alghe. Ikeda isolò il glutammato monosodico come responsabile del sapore. L’umami si può percepire anche, in valori più o meno concentrati, in alcuni alimenti già a crudo come il Parmigiano Reggiano, specie se lungamente stagionato, il pomodoro maturo, i funghi porcini secchi, la colatura d’alici e l’aglio nero.

Gérard Depardieu
Pierre Richard e Gerard Depardieu

Un sapore buono, dunque. Ed è proprio in Giappone, alla ricerca di questo insolito elemento che ci porterà il protagonista di questo viaggio culinario, un grande chef stellato francese, Gabriel Carvin (Gérard Depardieu). Quando la sua salute e la sua vita familiare iniziano a sgretolarsi, dopo aver sfiorato la morte, il noto chef di fama mondiale decide di recarsi in Giappone alla ricerca dell’uomo che 40 anni prima lo aveva battuto in una gara di cucina.

Il viaggio culturale e culinario tra i sapori del Paese del Sol Levante, lo costringerà a riflettere su sé stesso e a fare un bilancio della sua vita. Un’avventura – che ci ricorda un poco quella, recensita, di Stephane in #IoSonoQui – tutta da seguire.

Il sapore della felicità (Umami), di Slony Sow, con Gérard Depardieu, Kyozo Nagatsuka, Pierre Richard, Rod Paradot, Sandrine Bonnaire, Eriko Takeda, Akira Emoto, Bastien Bouillon, Francia, Giappone, 2022, 105 mn

Foto ufficio stampa Echogroup

parole a capo. Sostiene Szymborska

Parole a capo
Sostiene Szymborska

“Mi preoccupo molto se qualcuno non capisce qualcosa di ciò che scrivo”. Così diceva di sé Wisława Szymborska (1923 – 2012) preoccupata, quasi assillata di mantenere un costante, diretto rapporto verticale con chi la leggeva. La ricerca di una costante empatia fatta di profondi stati d’animo “mescolati” a vissuti di vita quotidiana, è la cifra della sua poetica. Il 2 luglio del 1923 nasceva a Kòrnik. Oltre alla Polonia, sua nazione natale, il centenario della nascita della poetessa (premiata col Nobel per la Letteratura nel 1996) verrà ricordato in tutto il mondo con eventi, mostre, reading, pubblicazioni. Un esempio, che può essere socializzato con chi ci legge, è la mostra Wisława Szymborska. La gioia di scrivere,  inaugurata il 16 giugno scorso a Genova, al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce e che sarà visitabile fino al prossimo 3 settembre. L’esposizione raccoglie, tra l’altro, 85 collage eseguiti dalla poetessa, massime e versi estratti (e videoproiettati sulle pareti) dai suoi componimenti e tanto altro. Nel 2021, al primo Reading ferrarese, organizzato dall’allora Collettivo Poetico Ultimo Rosso, decidemmo all’unanimità e senz’alcuna esitazione d’iniziare le mini-performance poetiche sparse per la città con la lettura della poesia “Ad alcuni piace la poesia”.
Ho pensato di regalarmi/ci una “pausa” poetica riportando queste tre poesie tratte da “La gioia di scrivere”, Ed. Adelphi, 2009.

Scrivere il Curriculum

Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

 

 La cipolla è un’altra cosa.

Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

 

Pi greco

È degno di ammirazione il Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali, cinque nove due, poiché non finisce mai.
Non si lascia abbracciare sei cinque tre cinque dallo sguardo,
otto nove, dal calcolo, sette nove dall’immaginazione,
e nemmeno tre due tre otto dallo scherzo,
ossia dal paragone quattro sei con qualsiasi cosa due sei quattro tre al mondo.
Il serpente più lungo della terra dopo vari metri si interrompe.
Lo stesso, anche se un po’ dopo, fanno i serpenti delle fiabe.
Il corteo di cifre che compongono il Pi greco non si ferma sul bordo della pagina,
È capace di srotolarsi sul tavolo, nell’aria, attraverso il muro, la foglia, il nido, le nuvole,
diritto fino al cielo, per quanto è gonfio e senza fondo il cielo.
Quanto è corta la treccia della cometa, proprio un codino!
Com’è tenue il raggio della stella, che si curva a ogni spazio!
E invece qui due tre quindici trecentodiciannove il mio numero di telefono
il tuo numero di collo l’anno millenovecentosettantatré sesto piano
il numero degli inquilini sessantacinque centesimi la misura dei fianchi due dita
sciarada e cifra in cui vola e canta usignolo mio oppure si prega di mantenere la calma,
e anche la terra e il cielo passeranno,
ma non il Pi greco,
oh no, niente da fare,
esso sta lì con il suo cinque ancora passabile,
un otto niente male, un sette non ultimo,
incitando, ah, incitando
l’indolente eternità a durare.

LO SCAFFALE POETICO
Dalla scorsa settimana inseriamo nella rubrica alcune segnalazioni editoriali interne al mondo della poesia. Buona ricerca
poetica.

  • Rita Bonetti, D’amore e di altre storie, Bertoni Editore, 2021
  • Moka, Vuoti d’aria, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021
  • Sergio Gnudi, E infine la fine, Eridanea Project Edizioni, 2023

Cover: Wislawa Szymborska su licenza Wikimedia Commons

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Per leggere il Bando e partecipare al Premio Internazionale Senza Premi “Le nostre parole per l’Alluvione” [Vedi qui]



diario in pubblico andare in cacanza nella nostra riviera

Diario in pubblico /
Dalla padella alle braci: andare in vacanza nella nostra riviera

Dalla padella alle braci: andare in vacanza nella nostra riviera

 Le lunghissime giornate di un giugno anomalo si trascinano in quel di “Ferara” scandite dal cupo rimbombo dei martelli pneumatici, che stanno creando lussuose abitazioni per macchine che verranno ospitate a prezzi incredibili nella stretta via Ghisiglieri, tra proteste di tutto il vicinato, tra cadute di un quadro, mio, per le vibrazioni provocate dal martello che, come cantava Rita Pavone, disperatamente avrei voluto come arma d’offesa per darlo in testa a chi penso io! Ovvero la cosiddetta ‘proprietà’ che cautamente tace e non ha fatto nemmeno la prevista telefonata per registrare il danno. E nonostante che la nostra abitazione sia monumento protetto dalla Soprintendenza per i beni artistici e monumentali. Complimenti!

Comunque, dopo aver installato una sedia mobile e avere provveduto a tutte le necessità del caso, affrontiamo la trasferta al luogo marino dove teniamo casa: ovvero al Laido degli Estensi. La battutaccia ormai è quasi secolare eppure ancora valida.

Così affrontiamo il percorzo conosciuto, ma tutto sembra ed è cambiato. Un grande spazio vuoto ha preso il posto del vetusto hotel e qui enormi cartelli annunciano la costruzione di un palazzo di 13 piani. Rifletto che nemmeno nelle più affollate città a vocazione marina si pensa così in grande. Corrucciato rimane il palazzo di fronte di pochi piani inferiore e che accoglie il supermercato d’eccellenza.

Dall’altra parte della nostra stradina, una grande gru impedisce il passaggio. Anch’essa è addetta alla costruzione di altri posti macchine. E, come nei più famosi film di Totò, io pago io pago con il sonante rumore dei trapani in azione. Sghignazzano i gabbiani che mi guardano irridenti dalle case di fronte e mollano enormi cacche sui terrazzi, quasi a sfidare l’ingenuità pervicace dell’intraprendenza umana.

Allora dolce s’affaccia il ricordo dei mari percorsi: Sicilia, le Eolie, le Maldive, l’Africa, il Brasile e m’abbatto avvilito sul letto appena fatto, che ovviamente odora di chiuso e di umidità. Poi faticosamente m’appresto a telefonare a chissà quale polizia per denunciare il rumore invivibile, ma tutto risulta vano.

Che fare? Nun lo saccio! direbbe qualche meridionale scafato e allora, tra un colombaccio petulante, un urlante gabbiano, in un luogo infernale quale è questo, m’appresto a passare le mie vacanze laidesche.

P.S.: E mentre la domenica afosa s’accinge alla notte ancor più calda urla e rumor di lotta scuote la mia via. E un piccolo bassotto strilla all’impazzata due case oltre. Una dama transitante chiama i carabinieri e si scopre che a un rimprovero sul cagnolino abbaiante due ‘forsennati’ si mettono a picchiarsi e a frustarsi con il guinzaglio ovviamente di vera pelle del pelosetto.

Sale l’arma al piano dove sta l’incriminato poi…..mistero. I vicini partono, la strada torna silenziosa. Racconto l’accaduto a Benny, alla Terry e alla Frida, legittimi pelosi che accompagnano i miei nipoti. Scuotono sconsolati le orecchie e commentano che alla demenza umana non c’è mai fine.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Parole e figure / Inseguire un gelato si può, ed è divertente

Una bellissima e divertente novità di Babalibri, in uscita il 20 luglio: “All’inseguimento del gelato” di Katja Gehrmann e Constanze Spengler

Tempo di estate, di spiaggia affollata, di colori, di desiderio di divertimento, di caldo torrido che fa venir voglia di cercarsi un gelato fresco e gustoso.

Ecco allora, per grandi e piccini, una storia illustrata che trattiene tutti i colori dell’estate e che ci riporta a quei momenti, piccoli ma grandi, capaci di schiudere ricordi dolci come una Madelaine, senza mancare l’appuntamento con l’avventura e l’umorismo.

In uscita il 20 luglio con Babalibri, Katja Gehrmann e Constanze Spengler in “All’inseguimento del gelato” ci portano a seguire Nico e il papà in vacanza al mare su una piccola isola: sistemano l’ombrellone a strisce bianche e rosse – degli stessi colori del faro lontano – , nuotano e giocano con pallone e racchette. Il papà è un fervente e convinto lettore, adora i libri, Nico un bambino curioso che ama correre e divertirsi.

Quando all’orizzonte compare il magico furgoncino dei gelati, oggi un po’ in ritardo, Nico chiede al papà il permesso per andare a comprare un gustosissimo cono per entrambi (il lettore accanito, che vuole il gelato alla stracciatella, non può davvero spostarsi ora, è in un punto talmente avvincente del libro…).

Il papà acconsente, con la raccomandazione di non allontanarsi e di tornare subito. Quante volte ce lo siamo sentiti dire… non accettare nulla dagli sconosciuti, non correre, non ti allontanare (alla nostra epoca, la medaglietta al collo dello stabilimento balneare tranquillizzava i genitori un po’ di più…).

Nico scattante e felice corre verso il furgoncino, ma questo, inizialmente parcheggiato fra il venditore di palloncini colorati e il noleggio degli sci d’acqua su cui pare di volare, si è già spostato fulmineo verso un’altra destinazione… Fermati, fermati… pare dire Nico…

Inizia così un mirabolante inseguimento sulla strada costiera e per ripide salite che coinvolgerà un asinello nano con un cappello di paglia giallo che pare un sombrero, una postina, una fruttivendola, un autista di autobus, un operatore di sci nautico e un pilota.

In groppa dell’asinello che si trasforma in veloce destriero e sulla bicicletta della postina, Nico percorre piazze e colline, fiancheggia il molo da cui parte il traghetto affollato.

Spiaggia uno, spiaggia due, spiaggia tre, è sempre quella sbagliata. Ci sono pure i paracadutisti ad aiutare. Eccolo, finalmente, al tanto rincorso furgoncino dei gelati: uno al mirtillo per l’asinello, uno alla stracciatella per papà e uno alla fragola per lui, il coraggioso e temerario Nico. “Non ti sei allontanato troppo, vero Nico?”, dice il papà. Meno male che lui ama tanto leggere libri lunghi lunghi…

Katja Gehrmann, Constanze Spengler, All’inseguimento del gelato, Babalibri, 2023

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

per certi versi il bacio e le cicale

Per certi versi /
Il bacio e le cicale

Il bacio e le cicale

Con le cicale
L’estate
Di mille anni
Fa
Il primo bacio
A una ragazza
Era pieno
Di cicale
Si chiuse
La porta
Del tempo
Di scatto
Le labbra
Divennero anguille
Il fico
Reggeva la musica
Nell’olio della notte
Attorno alla luna
Più interessata
Che mai
A questo bacio
Da Rialto
Non finiva
Non si voleva
Finisse
Insieme alle cicale
Che verve
Che smalto

Ogni domenica Periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]
luglio 2062 una fotografia le storie di costanza

Le storie di Costanza /
Luglio 2062 – Una fotografia

Le storie di Costanza. Luglio 2062 – Una fotografia

La zia Costanza ha avuto un incidente. È caduta dalle scale della vecchia casa di via Santoni e si è rotta il metatarso del piede sinistro. Per fortuna la frattura era composta e, per curare il trauma, è bastata l’ingessatura senza bisogno di ricorrere all’intervento chirurgico. Ora ha il piede ingessato e per un mese può camminare solo in casa, usando le stampelle.

A volte basta proprio poco per farsi del male e la vita cambia velocemente in peggio. Un minuto prima cammini normalmente e un minuto dopo non lo puoi più fare. Non serve a niente maledire la sfortunata coincidenza, indietro non si torna e comunque il piede resta rotto.

Nello scendere dalla soffitta, dove ogni tanto si rifugia per far rivivere avvenimenti del suo passato e pensare ai fatti suoi senza interferenze, la zia ha appoggiato male il tallone ed è caduta in avanti. Per fortuna non si è fatta altro che la frattura del metatarso.

Con lo stesso piede Costanza aveva già avuto problemi in passato, un legamento se l’era lesionato da giovane in una gara sportiva e l’alluce aveva subito una brutta botta durante un tuffo in piscina. Questa volta un osso si è spezzato e, grazie al gesso, il piede è diventato gigante e bianco. Da lontano sembra un cucciolo di orso delle nevi appeso a una gamba.

Si accompagna all’altro piede che è lungo e magro, una strana coppia davvero, poco sincronizzata. I piedi umani mi hanno sempre affascinato, sono eleganti, flessuosi dotati di una capacità di movimento e di abilità articolari davvero sorprendenti. Sono arte viva in mutamento. Rendono i movimenti del corpo umano armonici. Per poter danzare la salute di mani e piedi è essenziale e i ballerini dedicano loro molto tempo e cura.

Cosmo-111, Canali-111, Galassia-111, Maya-111 e Orsino-121 sempre molto pragmatici, hanno chiesto cosa dovessero fare per pulire il gesso e una volta saputo che non lo potevano né lavare né lucidare, si sono molto dispiaciuti. Hanno fatto delle ricerche nei loro sistemi informativi e hanno scoperto che una delle abitudini dei ragazzi degli anni 2.000 era quella di riempire il gesso di scritte, fatte con un pennarello nero indelebile.

Così i nostri Robot si sono procurati un pantone nero. Cosmo-111 ha scritto sul gesso della zia “An bacaa (un bacio)”, Canali-111 “Guarisci presto”, Galassia-111 “I love white”, Maya-111 “Evviva Costanza” e Orsino-121 ha disegnato un teschio con tanto di ossa incrociate sotto.

Quando la zia gli ha chiesto per quale motivo le avesse disegnate, lui ha risposto: “Ho visto che, quando eri giovane, i tuoi coetanei facevano così”. Deve essere vero, perché Costanza ha sorriso e Orsino-121 ha fatto un fischio di soddisfazione “eureka” ha poi detto.

Sabato sera siamo andati tutti (io, mio marito, Axilla e Gianblu) a trovare la zia. Nel vecchio soggiorno di Costanza c’erano anche mia madre e mio padre e una vicina di casa che si chiama Giuliana. Abbiamo portato il gelato, perché piace sia ai robot che agli umani e, con questo caldo, è particolarmente adatto per chiudere la giornata.

La zia era seduta su una delle poltrone gialle del soggiorno e teneva il piede ammalato appoggiato su un pouf dello stesso colore. Era tutta vestita di nero e i suoi capelli d’argento erano legati dietro la nuca con un elastico rosso. I miei genitori erano seduti sul divanetto d’Adelina e Giuliana sull’altra poltrona.

Quei vecchi mobili gialli erano della nonna Anna e, prima ancora, della bisnonna. Sono sempre rimasti in casa della zia nonostante il passare degli anni e hanno subito col tempo il rifacimento di diverse fodere, sempre sulle tonalità del giallo, a volte più dorate e a volte più color polenta.

La vecchia casa di via Santoni ha un po’ il fascino del museo, è piena di ricordi che vengono tramandati e sopravvivono alle singole vite. Quando entri in casa cambia un po’ il senso del tempo, se guardi i mobili è tutto stranamente uguale da decenni, mentre se guardi il viso delle persone che vi abitano è tutto diverso.

Quando siamo entrati, Giuliana stava dicendo ai presenti che Costanza non è l’unica infortunata di Via Santoni Rosa, anche la mamma del notaio è caduta e si è rotta un braccio. Quella signora dagli occhi color acciaio ha quasi novantotto anni ed è il punto di riferimento della zia per decidere quanti anni potrà ancora vivere.

Dice sempre: “la mamma del notaio ha novantotto anni e sta ancora bene, quindi io, se faccio come lei, ne ho ancora almeno otto da vivere in buone salute”. Questa considerazione le fa bene al cuore, allontana i tristi pensieri legati alla dipartita da questo mondo. Meglio così, speriamo che la mamma del notaio stia bene ancora a lungo.

Adesso però ha un braccio rotto, è caduta anche lei ma non dalle scale, è scivolata in lavanderia in mezzo a un mucchio di capi pronti per essere caricati in lavatrice e lavati. Suo figlio l’ha trovata in terra dolorante ricoperta di calze, asciugamani e pigiami puzzolenti. Ridiamo tutti, nonostante il dispiacere, per il braccio della signora Nora.

La zia aziona col telecomando il suo flight-t e subito arriva volando un piccolo robot dalla forma simile a quella di una libellula. I flight-t hanno una lunghezza che varia dai venti ai settanta centimetri e, a differenza dei -111 e dei -121, volano. Possiedono tutte le funzionalità dei droni e molto altro ancora.

Sono molto servizievoli, estraggono dalla cassetta della posta le lettere e te le portano, oppure fanno il caffè, lo mettono nelle tazzine sopra un vassoio, volano dove vuoi e depositano il vassoio dove indichi loro. Sanno spruzzare acqua e antiparassitario sui fiori e anche andare a fare la spesa dal fruttivendolo.

La cosa che li contraddistingue maggiormente è che sanno superare tutti gli ostacoli che un normale cammino impone, semplicemente azionando le loro ali meccatroniche e alzandosi da terra fino a cinquanta metri. Quelli di casa si alzano solo di qualche metro e ciò è sufficiente per renderli molto efficienti e utili.

Il flight-t della zia è verde e le sue ali sono argentate. Molto bello davvero. Lo ha scelto lei a Robomecca, il centro commerciale di Trescia-111. Costava tanti soldi ma la zia ha detto:

“Ormai ho novant’anni, le cose per cui vale la pena spendere un po’ dei miei risparmi sono quelle che mi aiutano a gestire la casa senza ammazzarmi di lavoro. Sono troppo vecchia per poter pensare di tenere in perfetto ordine una casa di dieci stanze, un cortile, un giardino, un orto, una rimessa e una soffitta.

Mi serve un aiuto efficiente e se tale aiuto arriva da un robot è anche meglio, il mezzano fa quello che gli dico io senza protestare e senza opporre motivazioni confliggenti con le mie priorità. Questo fligh-t oltre che ricchissimo di funzionalità è anche bello. Le ali argentate lo rendono un po’ fiabesco. Sembra il robot di Cenerentola. Io lo voglio, è adatto alla casa di via Santoni, ha un’eleganza senza tempo che mi piace molto.”

Così il fligh-t è stato acquistato e ha cominciato subito a lavorare. La zia gli ha anche dato un nome, si chiama Zeus-t. Mentre chiacchieravamo, seduti sui divani gialli, è arrivato Zeus-t e ha posato sul tavolo basso posizionato di fronte a uno dei due divani, le ciotole e le palettine per il gelato. Una scena familiare molto tranquilla e normale, nonostante il gesso della zia.

A volte mentre osservo i miei parenti che conversano, mi succede uno strano evento intra-psichico, mi allontano da me stessa. È come se riuscissi a guardare tutti, me compresa, da lontano.

Come se diventassi un osservatore distaccato dell’interazione che si sta svolgendo, invece che un membro attivo. Come se una parte di me continuasse a chiacchierare e a mangiare il gelato e un’altra parte si allontanasse di qualche metro, lo spazio sufficiente per diventare contemporaneamente un osservatore e un osservato.

Questo strano modo di distaccarmi dagli eventi è curioso, stupisce anche me. Mi permette di visualizzare e ricordare le situazioni con una lucidità e una dovizia di particolari che non potrei avere se fossi troppo immersa nel momento. È uno stare sulla porta, né dentro né fuori dalla stanza, né dentro né fuori dal tempo, né dentro né fuori dalle circostanze.

E così, insieme ai miei parenti, riesco a guardare la parte di me stessa che è rimasta seduta sul divano e a descriverla come descriverei tutti gli altri protagonisti della storia. Questo strano meccanismo, che mette in relazione il dentro con il fuori, mi è stato molto utile per tutta la vita. Una specie di doppia visione da-dentro e da-fuori, che mi ha permesso un aumento delle informazioni sugli eventi e una completezza di visione importante.

Anche adesso mi allontano dal divano e mi fermo sulla porta. Vedo un bel quadretto familiare, una signora anziana con un piede rotto, un bel soggiorno dal sapore un po’ antico, un bellissimo robot dalle ali argentate che mi ricorda che siamo nel 2062. Il mio stare sulla porta riesce a cogliere un momento di serenità che sospende il tempo e si eleva sopra la stanza per diventare una stella.

Lo stare sulla porta arricchisce la capacità di riflettere sulla situazione, la cristallizza in un’immagine, la fa diventare un ricordo. Attraverso questo guardare un po’ da lontano so che il momento che sto vivendo durerà per sempre, che il ricordo sta già abbracciando quell’incontro serale per farlo diventare una pietra miliare, una roccia che segna il cammino, una lapide. L’immagine si ferma e diventa una fotografia.

Le persone sorridono mentre stanno mangiando il gelato. Ci sono anche due ragazzini, un maschio con gli occhi verdi come le foglie d’autunno e una femmina mora con una felpa con scritto: “Non buttare la plastica. Gli aironi la potrebbero mangiare.”

Nell’immagine si vede anche il padre dei ragazzi, alto e atletico con gli occhiali dalla montatura sottile. Si vede una signora anziana che sorride e una seconda signora anziana con un piede ingessato. Ci sono anche altre due persone di circa ottant’anni, marito e moglie.

Stanno tutti là seduti in soggiorno, è quasi sera e si stanno raccontando qualche episodio curioso, che li sta divertendo. La luce del tramonto filtra attraverso le tapparelle semi abbassate, il robot dalle ali d’argento sta assicurando, con la sua presenza, l’efficienza del servizio e dell’ospitalità.

Ho di nuovo colto l’attimo, ho fermato un’immagine, l’ho resa eterna. Ora mi muovo dalla porta, torno dentro me stessa. Ricompongo il dentro e fuori, mi siedo sul divanetto d’Adelina, prendo in mano il gelato alla vaniglia che Zeus-t mi sta porgendo e mi metto a ridere perché la zia Costanza ha appena detto “Tutto sommato potrei anche diventare immortale. Mi sto esercitando molto in questo senso”.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere gli altri articoli di Le storie di Costanza la rubrica di Costanza Del Re clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Il rock è morto. Viva il rock! Ma dove e come ascoltarlo oggi?

“Un concerto dovrebbe essere e basta, ma in realtà le cose devono essere pianificate nei minimi dettagli.  Devi provare con altri musicisti in modo da ridurre la possibilità di improvvisare e queste cose impediscono che un concerto sia veramente spontaneo”.
Parola di Vangelis, il grande compositore greco, già tastierista dei mitici Aphrodite’s child.

Vorrei partire da questa semplice affermazione e provare a riflettere sui megaconcerti rock. La musica dell’ultimo, quello di Springsteen a Ferrara, volteggia ancora tra le foglie degli alberi del parco Bassani, con la sua lunga coda di polemiche.

Dal primo grande raduno rock a Monterey in California nel 1967 di note ne sono passate nell’aria. Dai tentativi di dare corpo alla controcultura giovanile, con il movimento hippy, alla globalizzazione musicale senza più anima, dove tutti i luoghi d’intrattenimento risultano alla fin fine uguali e quello che conta veramente è non fermare mai la macchina tritatutto dello spettacolo. Una logica perversa, ma stringente, che vola inesorabilmente sulle nostre teste, stringe ancora i nostri stomaci e continua a regalarci emozioni più o meno forti, alla faccia di ogni orpello moralistico. 

Non mi scandalizzo dunque, dei tanti paradossi che i megaconcerti propongono ogni volta, finendo ogni volta per essere bellamente accantonati, perché ritenuti, a torto o a ragione, demagogici. La legge del mercato è inesorabile.

Quindi non c’è storia. Se un musicista ha un cachet che per un’esibizione può arrivare e anche superare il compenso mensile di un’intera comunità di 2000-2500 persone, il problema non esiste: basta fare sold out e avere un indotto sufficientemente largo. Ci guadagnano tutti: promoter, maestranze, albergatori e ristoratori. Ricordiamoci di quello che è accaduto con i lockdown: decine di migliaia di persone ridotte quasi alla fame.
L’immenso circo che accompagna l’esibizione dal vivo di un big della canzone con la sua band è ormai organica alla legge del consumo e se i prezzi dei biglietti, soprattutto dopo la pausa forzata imposta dalla pandemia, risultano spesso proibitivi per molte persone, peggio per loro. [vedi dal sito di RollingStone: i prezzi dei biglietti per i concerti sono diventati folli]. 

Anche in questo caso, la storia degli anni settanta ci ha insegnato molte cose, mettendo per anni il nostro Paese ai margini delle esibizioni live dei giganti del rock, impauriti dalle violente contestazioni sui prezzi.
Inutile ritornare sull’argomento, anche se, questa volta, pure dall’ estero stanno arrivando proteste contro il caro biglietti, rivolte non solo ai promoter, ma anche ai musicisti. Questi, in generale, non sembrano porsi alcun problema di responsabilità “sociale” nelle loro scelte produttive. Quei pochi che ci hanno e/o ci stanno provando, si sono trovati davanti a difficoltà enormi. A solo titolo di esempio i mitici Pearl Jam. [Vedi qui]

Mai come in questi anni il consumo di musica è diventato  tanto largo e diffuso. Schiacci un link e puoi ascoltare qualsiasi musicista, spesso gratuitamente, bypassando con i cookies e la pubblicità,  i costi che qualsiasi produzione musicale deve sostenere per garantirsi un futuro. Le piattaforme ed i concerti dal vivo, lo sappiamo, hanno sostituito la vendita dei supporti fissi. Anche se la fedeltà della riproduzione è ai minimi, la gran massa degli ascolti si accontenta della quantità, al grido di “gratis  è bello”.

qualità audio e frequenza di campionamento
Audio in alta risoluzione: come ascoltare la musica alla massima qualità [Vedi qui]

Non avendo forse mai sperimentato la magica alchimia che, quando ero giovane, derivava dal rumore della puntina sul long playing appena acquistato, spesso a costo di parecchie rinunce. E quel disco lo si ascoltava fino a consumarlo. 

I concerti live restano dunque una delle poche isole “felici” nella nostra esperienza musicale?
Un evento si vive innanzitutto con il cervello:  il primo, collocato nella testa. Il secondo, altrettanto importante, collocato nello stomaco. Se il concerto lo seguite su di un maxischermo che inquadra, come un’icona, il vostro beniamino, allora secondo me avete sbagliato tutto. A parte il “Ciao Ferrara !!!”, che diventerà “Ciao Roma o Ciao Milano !!!” lo spettacolo sarà perfettamente riproducibile a se stesso, come in un disco, con l’unica, non banale differenza, di una riproduzione sonora sicuramente al top.
È come andare ad ammirare la Gioconda al Louvre invece che in una riproduzione cartacea di alta qualità. Vuoi mettere? Modestamente, sì.

“Quando arriverò a trentatré anni smetterò. Quella è l’età in cui uno dovrebbe fare qualcos’altro. Non voglio fare la rockstar per tutta la vita. Non potrei sopportare di finire come Elvis a cantare a Las Vegas con le casalinghe e le vecchiette che arrivano con la busta della spesa.”
Chissà se Mick Jagger si ricorda di questa sua istruttiva affermazione giovanile. Perché il megaconcerto rock è un fatto culturale ben preciso e circostanziato. Come il mito dell‘autenticità nel rock.  Ecco la voce “
Autenticità e artisticità rock” nella Storia della Civiltà Europea Treccani [Vedi qui].

Riproporlo come un rito senza tempo è ancora una volta un miracolo del capitalismo e della sua capacità di trasformare tutto in merce.
A mio avviso, l’unica dimensione ancora percorribile é quella del teatro, dove la finzione scenica e musicale è palese, ma il contatto con il pubblico, “umana” e dunque sostenibile. So che questa mia provocazione non sarà digerita dai più. Anche per questo la lancio, sperando di ricevere qualche indicazione utile a farmi cambiare idea. In fondo è questa la mia segreta aspirazione.
Ragazzi, il megaconcerto mi manca.

Il Parco Bassani:
Addizione verde o Luna Park?

Riceviamo e Pubblichiamo

Comunicato stampa del Comitato “Save The Park”

Il sindaco di Ferrara (da oggi “Alan l’Asfaltatore”) ha cambiato per sempre la natura del Parco urbano Giorgio Bassani, desiderato e voluto per primo da Paolo Ravenna, senza uno straccio di delibera, impegno di spesa, fattura, scontrino che sia accessibile e controllabile.
l’Asfaltatore, come il Sommo Giove, ha fatto uscire la sua nuova creatura come Minerva, da un vistoso foruncolo sul cranio.
Si ricordi solo, l’Asfaltatore di comunicare l’accaduto al Controllo Nazionale del Traffico Aereo, vedi mai che qualche pilota di linea scambiasse i viali ciclabili del Luna Park ex Bassani per il Marconi o il Marco Polo.
E i ferraresi? Sono contenti, contentissimi, come recitano le veline municipali, e già aspettano impazienti l’atterraggio del prossimo superdivo direttamente ai bordi del palco.
Ma infine, ci sorge un dubbio: che densità politica ha la pubblicazione di alcuni giorni fa della “scoperta” che l’area demaniale a sud della città potrebbe essere attrezzata per grossi eventi (come Save the Park ha sempre sostenuto)?
E allora, vedi mai che Alan l’Asfaltatore (e il suo vice?) non abbia precorso i tempi per accontentare tutti i compagni della merenda municipale: “Se gli eventi si faranno a sud, allora l’aeroporto lo spostiamo a nord!”.
Comitato Save The Park

PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE SENZA PREMI
“Le nostre Parole per l’Alluvione”.
Scadenza per invio testi: 22 luglio, ore 24.00

“Le nostre Parole per l’Alluvione”. 

Può esistere un “premio senza premi”? Secondo l’Associazione Culturale Ultimo Rosso sì.
Mentre rullano i tamburi dei media per l’arrivo imminente del Premio Strega, cui ne seguiranno una dozzina di grande e media taglia, più alcune migliaia sparsi in tutta la penisola, è molto consolante (per me e per questo giornale) sapere che c’è qualcuno che pensa che la letteratura, e in particolar modo la poesia, non c’entri nulla con le gare, le classifiche, i premi, gli allori. Si scrive una poesia, o un racconto, o un romanzo, per “il bisogno di farlo”. Lo si mette in circolazione per condividerlo con altri. Si apre un libro per il solo piacere di leggerlo. Poi, è vero, esiste una Grande Letteratura e una letteratura usa e getta, ci sono poeti eterni e artigiani o semplici copisti, ma la scrittura e la lettura sono un meraviglioso gesto individuale e universale, sono l’output creativo che irrompe nel quotidiano. E merita di essere ascoltato.
Ecco, quindi, un Premio Internazionale senza Premi. Dove non si vince nulla,  a cui si partecipa con un proprio libero gesto creativo, in prosa o in poesia, con il pensiero rivolto alla tragedia che ha colpito l’Emilia-Romagna.  Una tragedia di cui non è responsabile una “natura cattiva” ma l’incuria, il cemento e la corsa al profitto. “Le nostre Parole per l’Alluvione” vogliono essere un piccolo segno riparatore.
Buona scrittura a tutte e a tutti.

Francesco Monini
direttore responsabile di Periscopio

ECCO IL BANDO:

Premio Internazionale

 CONCORSO SENZA PREMI
“Le nostre Parole per l’Alluvione”

BANDO

L’Associazione Culturale “Ultimo Rosso”, in collaborazione con “Periscopio” quotidiano online bandiscono la prima edizione del

PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE  SENZA PREMI
“Le nostre Parole per l’Alluvione”

Al Premio si partecipa con opere edite o inedite, in lingua italiana, in vernacolo o lingua straniera (purché corredate da traduzione in italiano a cura dell’Autore candidato), a tema libero (non è quindi necessario un qualsiasi riferimento alla tragedia dell’alluvione).

Il Concorso è rivolto ai soli Autori maggiorenni.

La partecipazione al Concorso prevede un contributo di adesione libero di almeno 5 Euro, da versare autonomamente alla Protezione Civile dell’Emilia Romagna per aiuti alle persone delle aree alluvionate.

Ogni Autore può partecipare a più di una Sezione, con un massimo di un’opera per ciascuna di esse.

Il Concorso è suddiviso nelle seguenti Sezioni:

Sezione A _Poesia singola edita o inedita a tema libero, lunghezza massima 40 versi, carattere Times New Roman 14, interlinea 1,5.

Sezione B_ Racconto edito o inedito a tema libero, lunghezza massima 20.000 battute (spazi inclusi), carattere Times New Roman 14, interlinea 1,5.

Le opere dovranno pervenire entro il 21 luglio 2023, esclusivamente in formato elettronico Word all’indirizzo email: lultimorosso.ferrara@gmail.com, indicando nel testo della email nome e cognome del concorrente, email, recapito telefonico e titolo dell’opera candidata. In allegato sarà inviato il testo dell’opera  e la ricevuta di avvenuto versamento della quota libera di adesione.

La quota di adesione sopracitata dovrà essere corrisposta alle seguenti coordinate:
Agenzia regionale Sic.T. Protezione civile Emilia Romagna – IBAN: IT69 G020 0802 4350 0010 4428 964  – Causale: “ALLUVIONE EMILIA-ROMAGNA”

Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare al Concorso, dichiara la propria esclusiva paternità e originalità delle opere inviate e del loro contenuto. Dichiara inoltre di avere il pieno possesso dei diritti di utilizzo delle opere e che le stesse sono libere da ogni eventuale vincolo editoriale sia in caso di opera inedita sia in caso di opera edita, manlevando pertanto l’Organizzazione del Concorso dalle eventuali pretese o azioni di terzi.

La Giuria si riserverà, d’intesa con l’Organizzazione, il diritto di escludere dal Concorso le opere che, a proprio insindacabile giudizio, riterrà offensive, di cattivo gusto o comunque non in linea con lo spirito sociale e culturale del Concorso.

Le liriche partecipanti che supereranno la selezione operata dalla Giuria, saranno pubblicate all’interno della rubrica “Parole a Capo” del quotidiano online Periscopio. Inoltre, dopo un ulteriore selezione, una cinquantina di opere (di poesie e racconti) verranno inserite in una antologia dal titolo: “Le nostre Parole per l’Alluvione”. (Il prezzo di copertina sarà indicato successivamente, non potendolo definire prima di conoscere il n. complessivo delle pagine. Pagate le spese, gli introiti della vendita del volume saranno devoluti alla Protezione Civile dell’Emilia Romagna)

Informativa ex art. 13 del D.L. 196/2003, GDPR n. 2016/679, sulla tutela dei dati personali: i partecipanti al Concorso autorizzano l’Associazione organizzatrice al trattamento dei dati personali al solo fine di permettere il corretto svolgimento delle diverse fasi del Concorso stesso.

GIURIA DEL PREMIO

  1. Pier Luigi Guerrini – Presidente di Giuria – poeta e critico letterario (Ferrara)
  2. Roberta Barbieri – poetessa, giornalista pubblicista – Poggio Renatico (FE)
  3. Moka – Monica Zanon – poetessa, scrittrice- Associazione Licenza Poetica (Solcio di Lesa – NO))
  4. Maria Calabrese – docente di letteratura italiana – Biblioteca Popolare Giardino (Ferrara)
  5. Francesco Monini – scrittore, giornalista – quotidiano online Periscopio (Ferrara)

 

Il giudizio della Giuria si intende come insindacabile e inappellabile.

Storie in pellicola / Grazie ragazzi, per questa magnifica pièce di teatro in carcere

Riccardo Milani torna a occuparsi di sociale con la consueta ironia, in “Grazie ragazzi”, con un convincente Antonio Albanese e un sorprendente gruppo di attori

Il teatro in carcere, la voglia di riscatto, l’attesa. Studenti-allievi molto singolari.

Una storia ispirata a fatti accaduti, quella dello svedese Jan Jönson che, nel 1985, aveva tenuto lezioni di teatro nel carcere di massima sicurezza di Kumla e si era impegnato a far recitare a cinque detenuti Aspettando Godot di Samuel Beckett, torna oggi nel film Grazie ragazzi di Riccardo Milani.

Si tratta anche di un remake del francese Un triomphe, del 2020, diretto da Emmanuel Courcol, che aveva scoperto la storia di Jönson dal documentario del 2005 Les Prisonniers de Beckett, mostratogli dal suo produttore Marc Bordure.

Nel film di Milani, Antonio Cerami (Antonio Albanese) è un attore di teatro che da anni non calca il palcoscenico, vive da solo in un appartamento a Ciampino dove sente il passaggio di ogni aereo e doppia film porno per sbarcare il lunario. Un disoccupato un po’ disadattato (non osa confessare alla figlia lontana che lavoro fa) ma sempre curioso.

Il suo amico di vecchia data Michele (Fabrizio Bentivoglio), che ha un lavoro stabile presso un piccolo teatro romano, gli trova un incarico insolito ma sfidante: sei giorni di lezioni di recitazione presso un carcere di Velletri allo scopo di far mettere in scena ai detenuti una serie di favole. È un progetto finanziato dal Ministero cui la direttrice del carcere, Laura (Sonia Bergamasco), ha acconsentito senza troppo entusiasmo, ma ad entusiasmarsi sarà Antonio, che deciderà di mettere in scena presso il teatro di Michele un progetto più grande: “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, perché i detenuti “sanno cosa vuol dire aspettare: non fanno altro”.

Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara, foto Claudio Iannone
Fabrizio Bentivoglio, foto Claudio Iannone

Così Mignolo (Giorgio Montanini) dalla moglie focosa, Aziz (Giacomo Ferrara) nato a Tripoli e arrivato in Italia su un gommone, Damiano il balbuziente (Andrea Lattanzi), Diego il boss (Vinicio Marchioni) e Radu (Bogdan Iordachioiu) l’addetto alle pulizie rumeno lavoreranno per interpretare un testo complesso e impegnativo, con risultati da scoprire. In un tour teatrale che porterà i ‘magnifici cinque’ fino all’elegante e scintillante ‘tempio’, il Teatro Argentina di Roma.

Un film pieno di umanità, oltre che di ironia, di bellezza che tocca anche chi non la frequenta o non vi è abituato, di simpatia e, soprattutto, di tanto bel teatro che, in carcere (ma non solo), può fare miracoli. In un laboratorio vitale che è un turbinio di emozioni.

Le musiche di Andrea Guerra (e la canzone di Vasco “I soliti”) accompagnano una pellicola che ha il dono di raccontare gente semplice, spesso non per scelta, con disarmante e magnifica semplicità. Perché tutti possono avere un talento nascosto.

Grazie ragazzi, di Riccardo Milani, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara, Giorgio Montanini, Andrea Lattanzi, Bogdan Iordachioiu, Italia, 2023, 117 minuti

Foto in evidenza Claudio Iannone

Guerra di tasse e guerra di classe
Chi vince e chi perde

“E’ una guerra di classe, e la mia classe sta vincendo” 

(Warren Buffett)

Il periodo storico che stiamo vivendo indurrebbe a un utilizzo parsimonioso del sostantivo “guerra”, specialmente in contesti non propriamente geopolitici.
Leggendo il libro di Vincenzo Visco e Giovanna Faggionato “La guerra delle tasse”, edito da Laterza, tale considerazione lascia però il posto ad una sincera condivisione dell’utilizzo di tale termine.
L’ analisi del Professor Visco, ampiamente suffragata dall’essere stato egli stesso testimone diretto ed anche interprete, nelle sue vesti di ministro, dei fatti riportati, attraversa la storia del fisco italiano e delle sue riforme dal dopoguerra ad oggi.

 

LA GUERRA DELLE TASSE

Partendo dall’art.53 della Costituzione e dai principi cardine in esso riportati, riferiti alla progressività della capacità contributiva del contribuente e al rispetto dell’equità orizzontale e verticale nell’applicazione dell’imposizione, si dà conto del “patto sociale” che i Padri Costituenti delle diverse espressioni politiche dell’epoca, in particolare quelle con maggior base popolare come la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano, hanno voluto sottendere a questa tematica nella sua formulazione.

Sono questi gli obiettivi che, scorrendo il libro, non si sono riusciti a raggiungere nel disegno e implementazione di una seria riforma fiscale nel contesto italiano, partendo dalla Commissione Cosciani degli anni ’60 e dalla riforma Visentini negli anni ’70, fino ad arrivare ai giorni nostri. Il tentativo di disegnare un imposta omnicomprensiva in grado di incontrare e mettere a sistema le diverse espressioni di reddito, da quello personale a quello di impresa e di capitale, ha lasciato spazio a interventi disorganici e “sartoriali”: solo per citare un esempio, si arriva a situazioni in cui “i redditi da capitale sono tassati al 26%, un’aliquota inferiore rispetto a quella che si paga sulla parte di reddito che eccede i 28.000 € annui”.

Complementare all’analisi delle imposte è quella sull’evasione fiscale italiana, a partire da quella riguardante l’IVA, e la constatazione, nocciolo fondamentale della questione attuale, che “i profitti delle aziende sono sempre più slegati dai redditi da lavoro e anche dall’occupazione” e questo ci dice che “l’evoluzione del mercato ha reso vetusti alcuni pilastri su cui erano stati costruiti i sistemi fiscali delle democrazie occidentali del secondo dopoguerra”.

Gli autori si soffermano quindi sull’attuale proposta del Governo italiano relativa alla flat tax (imposta piatta) in relazione ai redditi autonomi e successivamente ai redditi dipendenti, lasciando insoluta la questione del gettito fiscale e di come esso potrà essere rimodulato in quanto, allo stato attuale, la sua composizione è rappresentata per la grande maggioranza da redditi da lavoro e da pensione. Proprio su questo punto si può intendere l’utilizzo del sostantivo “guerra” nel titolo del libro, poiché, “da un punto di vista politico-sociologico si può anche osservare che le imposte piatte con pochi scaglioni – garantendo o aumentando la salvaguardia dei redditi bassi, assicurando gli sgravi ai ceti abbienti, e penalizzando implicitamente il ceto medio – corrispondono anche al perseguimento di una particolare alleanza politica: quella tra “ricchi” e poveri , un’alleanza “populista” rispetto a quella socialdemocratica-keynesiana tra poveri e ceto medio, che era stata prevalente fino agli anni Ottanta del secolo scorso”.