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Abbiamo assistito nei giorni scorsi alle polemiche sulle dichiarazioni di nostalgico amore per il MSI, da parte di esponenti di vertice della destra al potere.
Niente di particolarmente elevato, in questo dibattito, eppure non privo di significato tale da suscitare qualche riflessione.
Il Presidente del Senato e una sottosegretaria del governo, La Russa e Rauti, i protagonisti di questa impresa. Oltreché due cariche istituzionali di prima grandezza, sono due nomi pesanti nella storia politica del nostro paese. Entrambi legati alla nascita e alla vita del Movimento sociale fiamma tricolore, erede diretto di Salò.
Figli d’arte dei fondatori fascisti di quel movimento e delle sue emanazioni ancora più estreme e, se possibile, ancora più fasciste. Come Ordine Nuovo, famigerata e funesta aggregazione terroristica di nazifascisti, di cui Pino Rauti fu creatore e ideologo. Come il padre di La Russa, che fu un caporione dell’ancien regime mussoliniano.
Commemorarne il 75mo anno della nascita, coincidente, scherzo della storia, con lo stesso anniversario della costituzione, democratica e repubblicana, nata, vedi tu, proprio dalla Resistenza a quell’ infausto regime. Se ne è dibattuto.
Ci si è scandalizzati, sono state chieste le dimissioni dei due, dalle importanti cariche istituzionali. Fuffa. La storia non si può riscrivere a piacimento. Così fu e così resta. Certo non è un bel servizio a quella democrazia, che ha consentito loro di scalare il potere, e che ora sono chiamati a rappresentare con “dignità e onore”. Semmai è proprio questo, la dignità e l’onore che difetta, segno di una incompiuta conversione alla democrazia.
Il fatto ci dice, invece, che questo è il Pantheon della destra oggi vincente. Se vogliamo dargli una verniciatina culturale si può aggiungere Gentile, Evola, Erza Pound. Ma questi chi li evoca mai?
La Russa, la nostra seconda carica dello stato, è un fanatico collezionista dei busti del Duce! Tutto qui, il pantheon e la cultura basica della destra nostrana.. Roba di una miseria da vergognarsi.
Eppure la maggioranza del paese li ha votati. Disperazione o straniamento?
Messo a confronto con la ricchezza del Pantheon della sinistra democratica, cattolica e socialista, non c’è proprio paragone che tenga. Valori culturali, politici, umanitari, democratici, testimoniati spesso con il sacrificio violento della vita, ad opera di quel terrorismo che, anche quando appariva di estrema sinistra, aveva sempre stretti e confusi rapporti con gli epigoni di quella cultura politica di destra, dei suoi gruppuscoli violenti, e dei suoi mille oscuri rapporti col peggio della società, fino a comprendere mafia e P2. Matteotti, don Minzoni, Moro, La Torre, Mattei, Ruffilli, Tarantelli, Bachelet…e quanti altri…
Ma anche chi ci ha lasciati morendo nel suo letto, da Berlinguer, a don Milani, La Pira, Jotti, Anselmi e tanti altri ancora, il patrimonio morale e culturale della sinistra è immenso. Di valore e di valori perenni.
Moderni. E non, certo, archeologia culturale.
Oggi che nella crisi del PD, avviato ad un surreale congresso, si cincischia intorno alla “ricerca di una identità”, nella illusione di un incerto rilancio, viene da imprecare il destino “cinico e baro”.
Che destino proprio non è, ma frutto di un tradimento di quanti hanno dimenticato e dilapidato quella eredità morale e politica, svendendola per il biblico piatto di lenticchie.
Un potere sterile senza più ideali e valori. Che nulla ha prodotto per la promozione umana e sociale di quelle classi più sfortunate ed emarginate, che è la missione irrinunciabile di una vera sinistra. “Sconfiggere la povertà non è un atto di carità ma di giustizia” diceva Mandela. Ciò che non viene fatto, però, se il potere si gestisce come interesse personale e non come servizio…
Quel potere che corrompe, se si tradisce il patrimonio ideale di riferimento, dal quale, e solo da esso, può trarre ancora alimento.
C’è davvero da domandarsi come possa essere accaduto che un popolo, il più povero, un tempo blocco sociale della sinistra, possa affidare il destino della sua vita ad una destra senza radici, senza cultura e senza valori. Abbandonando così quello straordinario patrimonio di ideali e sensibilità, ispirati invece a quell’ “umanesimo integrale” (Maritain, Mounier…) di vero riscatto.
Eppure è accaduto. In pochi anni ben sei milioni di elettori hanno voltato le spalle al Pd.
Ha ragione Cuperlo a dire che su questo deve riflettere il congresso del PD, e dare ragione delle responsabilità di avere dilapidato un patrimonio di così grande valore.
È per questo che occorre quella radicalità, su temi e regole, che inizia con il ricambio totale del vecchio gruppo dirigente e regole rigorose sulle ricandidatura, ad evitare che ci sia chi accumula sette legislature e, non pago, porti anche la moglie in parlamento! Vergogna, arroganza, avidità riprovevoli.
Ma fondamentali sono anche le battaglie sociali e di civiltà da affrontare con decisione e passione, a cominciare dalla lotta alla disoccupazione, alla precarietà e alle disuguaglianze. Con una speciale attenzione ai giovani, alle donne, ai poveri, all’ambiente.
Ma con politiche concrete e creative, e non con vuote e retoriche declamazioni, come è accaduto fino ad oggi. Recuperando così quel senso della vita sociale e individuale, partendo dalle classi più disagiate.
“Solo i poveri conoscono il vero significato della vita” scrive Bukowski. Un legame intimo e profondo da recuperare nella convinzione che la società è pervasa da un prevalente spirito di sinistra ideologica e sociale, che non può non tornare alla sua casa naturale. Questa la mia speranza. Questo il compito del nuovo partito democratico.
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Benito Boschetto

Aretino di nascita, fiorentino di formazione, milanese di adozione. allievo di padre Ernesto Balducci. Top manager in aziende pubbliche e private (Camere di Commercio, Borsa Spa, Società immobiliari, organizzazioni no profit). Analista politico. Socio fondatore della Associazione ONLUS Macondo Ha sviluppato progetti di cooperazione e solidarietà a favore del popolo palestinese.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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