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Deus absconditus

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto (abscondito) in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13, 44).

Tu non sei il fiume
ma ti nascondi nel fiume,
non sei la foresta
ma sei nascosto nella foresta,
non sei il vento
sei il vento del vento:
e senza, non c’è tempo,
perciò viviamo
e saremo eterni.
(D. M. Turoldo, Ultime poesie, Garzanti, Milano 1999, 25).

Sto all’inizio del nuovo anno, come di fronte all’ignoto dei giorni ancora nascosti, inediti, con l’intimo desiderio di andare cercando, come anno dopo anno, il vangelo nascosto nella vita delle persone che incontrerò nel divenire dei giorni, pagine di nuovo vangelo.

Nel labirinto dei giorni tu sei
certezza di speranza in ogni inciampo,
filo d’Arianna a quanti van sperduti:
e il mostro è vinto, il Tesoro è trovato;
tesoro ai cuori, nascosto nel campo.
(Clemente Rebora, Le poesie 1913-1957, Garzanti Milano 1997, 337-338).

La prima e fondamentale ricerca di Dio la si fa senza conoscerlo, avventurandosi nella nube oscura della non conoscenza, come Mosè. Il suo mistero ci accompagnerà durante tutta la vita, anche dopo averlo incontrato, riconosciuto, creduto ed accolto.

Credenti o non credenti, appartenenti a questa o a quella religione, siamo infatti tutti spinti da un qualcosa in noi di indefinito, impalpabile, inafferrabile eppure capace di sommuoverci tutti o di esondare al di sopra di tutto – un poco come la musica o la gioia – di inquietarci interiormente e turbarci fino a scuoterci come il dolore, specie quello innocente, mistero che, possedendoci e facendoci sentire la fame e la sete di ciò che ci manca, ci butta oltre noi stessi pur restando profondamente e tenacemente radicato dentro noi stessi.

È quel mistero pure dell’uomo nascosto, intimo a noi più di noi stessi; l’uomo a venire della conviviale aperta a tutti; “l’uomo planetario” direbbe Ernesto Balducci.
Quest’esperienza ci accade quando non sappiamo ancora nemmeno nominare questa forza e presenza che ci inabita spiritualmente, così noi procediamo come a tentoni alla sua ricerca.
Ma cos’è questo mistero? questo Deus absconditus et ignotus e tuttavia non lontano da noi?

Eppure è così simile a quello che accade quando ci troviamo di fronte a qualcuno per la prima volta. Lo vediamo con gli occhi e ne conosciamo la figura, lo scrutiamo nella sua forma esteriore, sentiamo la sua voce, osserviamo il suo volto, il colore dei suoi occhi, ma in realtà, pur standoci di fronte, egli resta absconditus et ignotus.

Così, l’incontro con una persona ci spinge a cercarla ancora e ad andare più in profondità, a procedere oltre, a cercare l’uomo nascosto nel cuore, gettando la fiducia come il seminatore il seme, senza fermarsi all’esteriorità della prima volta. Non basteranno una volta e neppure cento; occorreranno tutti i giorni dell’anno, tutti quelli della nostra vita per sollevare un poco il velo.

E nondimeno, anche così, questa persona resterà nascosta ed ignota nella sua realtà più profonda, pur camminandoci a fianco ogni giorno, fino a quando non sarà lei stessa a manifestarsi a noi e a farci entrare nell’intimità della sua esistenza. Se così è con le persone, perché non dovrebbe esserlo con colui che il profeta attesta: «Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore», (Is 45, 15).

Homo cordis absconditus

L’uomo nascosto nel cuore, è l’uomo in noi che sta al di dentro, potenziale, in gestazione, non ancora venuto alla luce: «homo qui intus est» (2 Cor. 4, 16), l’uomo interiore, «interiorem hominem» (Rom. 7, 22), quello del cuore, «absconditus est cordis homo» (1 Pt. 3, 4).

Più di quella esteriore – sembra dirci l’apostolo Pietro – è la bellezza interiore. Una bellezza segreta, che ci fa da guida perché capace di generare l’uomo ancora nascosto, in embrione in ciascuno di noi: mistero a noi stessi, che attende di disvelarsi e mostrare il suo “volto scoperto”.

Si potrebbe dire allora con Jürgen Moltmann che l‘identità umana nasconde in se stessa una profonda non identità: un’identità a venire. Che – secondo Moltmann – caratterizza pure l’identità cristiana: «non è un’identità chiusa, aggressiva, del tipo di quella che si profila nei rapporti ispirati allo schema amico/nemico, ma identità aperta, invitante, accogliente e salvante.

È quell’identità in cui gli esseri umani non solo giungono a se stessi, ma da se stessi pure escono; non solo vengono radunati, ma anche inviati. È l’identità che nasce dal movimento che va dall’uno ai molti, quindi non un’identità statica, di cui potremmo dire “semper idem“, ossia sempre la stessa, ma di tipo processuale, che si forma nel processo dell’effusione dello Spirito “ogni carne”.

Ogni identità personale nella fede in Cristo “trascende” se stessa nella speranza del regno di Cristo che viene; ogni identità di gruppo che si forma nelle comunità particolari “trascende” i propri limiti per aprirsi ad “ogni carne”» (La pienezza dei doni dello Spirito, in Concilium, 1 (1999), 60-61).

Non solo ecumenico ma anche planetario è l’homo absconditus cordis. Ce lo ha ricordato padre Ernesto Balducci (1922-1992) nel suo libro: L’uomo planetario. Testimone di pace a profezia di quei miti che erediteranno la terra, artigiano di pace pure lui, nonostante fosse oggetto di molte censure e “controlli” ecclesiastici e allontanamenti forzati.

Ma il soggiorno romano gli permise di avere parte alla primavera del concilio e di sostenerne in modo accorato la riforma. Fondatore della rivista Testimonianze e delle Edizioni Cultura della Pace diceva di se stesso di essere stato «fedele più che alle istituzioni alle coscienze delle persone».

Proprio oggi desidero ricordarlo alla chiusura dell’anno centenario della sua nascita. Significativa è così la scelta dell’ultimo giorno dell’anno sulla soglia di quello nuovo, tra quel che muore e quel che nasce: l’uomo ancora inedito si specchia in una storia e prassi di chiesa ancora da scrivere. (Cfr. scheda del Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani).

Beatitudini: il mondo dell’uomo nascosto

L’espressione “uomo nascosto” è ricorrente nei testi di Balducci come nelle sue conferenze sulla pace, specie in quella di Boves a Cuneo del 1989. In quell’occasione egli indicava Gesù di Nazaret come l’uomo nascosto che si rivolge all’uomo ancora inedito, non ancora modellato da una particolare cultura, soprattutto da quelle che rivendicano la pretesa di essere uniche ed esaurienti espressioni in sé dell’umano.

Gesù indica non tanto la cultura ma la profezia, come l’espressione più vera dell’uomo; egli si rivolge al non ancora nascosto, all’uomo potenziale, piuttosto che al già delle culture che tendono a rinchiuderlo, egli rivela e risveglia così nelle coscienze, con la parola e l’azione il non ancora dell’uomo che tuttavia gli abita dentro:

L’uomo nascosto è per un verso quello che porta in sé il sigillo dell’atto creativo di Dio e che aspira alla pace; nell’atto creativo Dio orienta l’uomo alla pace”. Nella risurrezione l’uomo nascosto di Nazaret sarà colui che affiderà ai discepoli la consegna della pace dicendo loro “pace a voi”. Egli è pure il Figlio dell’uomo nascosto negli uomini e nelle donne delle Beatitudini, sono questi, secondo Balducci, che vanno plasmando “il mondo dell’uomo nascosto”, la terra nuova dell’uomo planetario.

Così «le prospettive di vita enunciate nelle Beatitudini sono anche – si pensa poco a questo aspetto – enunciazioni di possibilità dell’uomo. Chiunque dicesse: “è impossibile per l’uomo essere mite” contraddice il Vangelo perché il Vangelo ha legittimato questa aspirazione come possibilità umana. E così: “è impossibile che i perseguitati siano beati”; chi dice così, mentisce, contraddice al Vangelo perché il Vangelo dice: “Beati i perseguitati”.

Le Beatitudini hanno questo di proprio hanno una enorme carica di consolazione perché legittimano, dinanzi a noi stessi, aspirazioni che la cultura in cui siamo delegittima e squalifica. C’è una porzione di noi che è screditata, vilipesa dalla cultura dominante, al punto tale che noi stessi ce ne vergogniamo e la rimuoviamo da quella sfera interiore dentro cui ci raccogliamo quando vogliamo costruire le linee del nostro esistere.

Le Beatitudini ci esortano a non conformarci ai modelli di vita dominanti, a guardarli con sospetto metodologico e a recuperare la fiducia in certe aspirazioni che invece il mondo esistente sconsacra e deride. Le Beatitudini ci restituiscono alla piena solarità interiore» (Il mondo dell’uomo nascosto. Le Beatitudini, E. Balducci et al., Borla, Roma 1991, 65-66).

Quando io annuncio ad un’assemblea qualsiasi: “Beati i poveri, beati i miti”, qualcuno può sentirsi a disagio, ma in realtà, dentro di lui, una risposta si leva: è l’uomo nascosto che si alza in piedi, che sente annunci di cui ha avuto il presentimento. Ecco perché il linguaggio profetico dà gioia: dichiara che l’impossibile è possibile. Nell’uomo nascosto c’è il futuro. Il suo tempo è il futuro e non il passato. Il linguaggio profetico è il linguaggio che mette in rapporto l’uomo nascosto e il suo futuro» (ivi, 74-759).

Uomo edito e uomo inedito

«Il futuro dell’uomo nascosto non è il tempo a venire i cui contenuti sono già nel presente – il futuro dei futurologi -, è il tempo che ci viene incontro portando con sé, come possibilità oggettive, nuovi modi di essere rispondenti alle possibilità soggettive latenti in noi. Ci manca, ed è questo il nostro vero dramma, una mappa delle possibilità umane, perché siamo imprigionati in un’immagine univoca di uomo costruita e imposta, con tutte le iridescenze dell’universalità, dalla cultura in cui siamo cresciuti.

Quell’immagine si sta lacerando e proprio per questo si riapre dentro di noi la dialettica tra uomo inedito e uomo edito. In forza di questa dialettica acquista senso la circostanza che è totalmente nuova nella storia: la compresenza, anzi in certi casi la convivenza di molte umanità, ciascuna delle quali ci apre un distinto spiraglio sulla totalità umana.

Di più: noi oggi sappiamo, come mai nel passato, che il destino dell’uomo e quello del cosmo sono tra loro indisgiungibili, sia nella loro origine, perché l’uno e l’altro prodotti da un medesimo processo evolutivo, sia nel loro fine, perché il mondo così com’è è un prodotto della versatile creatività umana, sia perché l’uomo così com’è è il centro di unificazione dei processi cosmici.

Per questo la verità dell’uomo non è nel rifiuto del mondo, è, semmai, nel suo oltrepassamento o per meglio dire nel suo farsi carico del gemito che sale dalla creazione e che, secondo la forte immagine di Paolo, non è il gemito di un morente, è il gemito di una partoriente» (La terra del tramonto. Saggio sulla transizione, Ed. Cultura della Pace, Fiesole 1992, 55-56).

Ed ancora: «Come l’uomo, anche dio ha mille nomi, ma la pluralità nominabile trova il suo senso unificante nell’asse che, sotto le forme storicamente espresse, corre dall’uomo nascosto, gravido di una universalità ancora inedita, al dio nascosto nel cui seno quell’universalità potenziale ripone se stessa, al sicuro dalle usure del tempo e dalle menomazioni delle culture.

In quanto tengono vivo questo trascendimento, le religioni sono una garanzia della libertà dell’uomo, o meglio della sua non identità con se stesso… Il senso delle religioni è il servizio all’uomo nella sua dimensione di trascendimento perenne fino al contatto con Dio, fino a quel disvelamento che aprirà definitivamente l’uomo a Dio e Dio all’uomo» (ivi, 128- 134-135).

«Ti rendo lode, Padre, hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.» (Mt 11,25)

Francesco d’Assisi – ha scritto ancora padre Balducci – è colui che ci permette di renderci conto dello stupore e dell’entusiasmo che suscitò nei suoi contemporanei, e continua a suscitarlo in noi, l’uomo nascosto disvelato nella sua vita.

Si riconoscono in lui, rispetto alla cultura e alla fede del suo tempo, i tratti di un profeta, di un uomo nuovo inedito per il suo tempo e per la sua stessa chiesa: «Potremmo dire che Francesco fece apparire possibile quanto per la cultura del tempo appariva “impossibile”, fece apparire ragionevole quel che appariva “irrazionale”», fece apparire del tutto ovvio quel che appariva “strano”.

E questo non con uno stravolgimento delle misure a cui la natura umana deve attenersi per non uscire dal proprio asse, ma perché, com’è nel potere dei profeti, egli portò alla luce l’uomo nascosto, voglio dire l’uomo che nelle sue inesauribili possibilità resta represso nel modello che l’educazione gli impone, dandogli così identità ma dividendolo da se stesso.

È da questa porzione inedita di umanità che salgono, tenute a bada dalla sorveglianza della ragione, le aspettative di nuove forme di vita che lascino uscire al sole e all’aria le possibilità mortificate dal divieto della cultura dominante.

Tutto sembrava ormai condannato alla vecchiaia, così Tommaso da Celano, testimone diretto di Francesco, apre il suo Trattato dei Miracoli: “quand’ecco, all’improvviso, emerse sulla terra un uomo nuovo, e all’apparire subitaneo di un nuovo esercito, i popoli furono ripieni di stupore davanti ai segni della rinnovata età apostolica. È ora d’un tratto portata alla luce la perfezione già sepolta della Chiesa primitiva, di cui il mondo leggeva sì le meraviglie, ma non vedeva l’esempio (3 Cel, 1)» (Francesco d’Assisi, Ed. Cultura della Pace, Fiesole 1989, 57-58).

Ne L’uomo planetario leggiamo infine: «Da qui trae origine una nuova forma di pietas, il cui contenuto è la premura amorosa per la specie in quanto tale e, più generalmente, per ogni forma di vita in cui si svela la profonda parentela dell’uomo con il cosmo.»

Una libellula rossa è passata ed è andata a posarsi su una palizzata, proprio davanti a me. Mi sono alzata con il cappello in mano per prenderla, quando …” , così scrisse un’allieva del collegio Sanyo Fukuhara Eiji, sopravvissuta all’eccidio di Hiroshima. La mano infantile tesa verso una libellula nell’attimo stesso dell’apocalisse è come un simbolo di questo amore fragile dell’uomo per tutto ciò che attorno a lui narra il poema della vita» (Ed. Cultura della Pace, Fiesole 1992, 1990, 8).

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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