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Mina e le sue sorelle

Mina era la più giovane delle tre sorelle Viscioli, l’unica che aveva studiato. Faceva la professoressa di disegno alla scuola media di Casalrossano e di vacche da squartare non ne voleva proprio sapere.

Da giovane era stata in convento, voleva prendere i voti e consacrare la sua vita al Signore ma, la malattia e la conseguente morte del padre, l’avevano convinta a tornare a casa e a contribuire, con la sua presenza e il suo stipendio, alla sussistenza della famiglia e della proprietà.

Pregava, disegnava, leggeva libri, preparava le lezioni per i suoi studenti e non entrava in macelleria nemmeno per sbaglio. Ciò che succedeva in negozio non le importava minimamente, anzi credo che le facesse schifo tutto quell’odore di carne cruda, di interiora, fegato e reni di bovino, venduti come prelibatezze.

Non si occupava nemmeno di faccende domestiche se non per spolverare e pulire vetri e pavimenti, faccende che le permettevano di stare lontano dal sangue, quanto un palombaro dalla luna.

Mina era alta, bionda e magrissima. Tutt’altro che brutta, ma inavvicinabile. I maschi fiutavano subito che quella signorina non era disponibile e la sua aurea ghiacciata intimoriva anche i conquistatori più avventati.

A differenza delle sue sorelle non consumava amori piccanti, ma nutriva un amore platonico per il preside della sua scuola, amore mai corrisposto e nemmeno conosciuto dall’interessato che viveva una vita tranquilla con moglie e figli, senza occuparsi di quella professoressa di disegno, che arrivava tutti i giorni in bicicletta da Cremantello.

La bicicletta e il mal di schiena

Mina andava a scuola con una biciletta nera dalla sella di pelle e dal passo veloce, come facevano tutte le pendolari in quegli anni. La patente era prerogativa di pochi maschi ricchi, la macchina possibilità di pochi temerari. La Fiat 500 era già stata brevettata da alcuni anni, ma nessuno a Cremantello sapeva della sua esistenza, il boom avvenne nei primi anni ’60 cambiando molte abitudini e molte aspettative.

La signorina era freddolosa e d’inverno si metteva addosso un cappotto di cavallino a chiazza bianche e marroni che le aveva conciato e confezionato un’amica di famiglia. Il cappotto era duro e rigido, se lo appoggiavi in terra restava “in piedi” e ne potevi ammirare la forma esattamente come se contenesse una persona. Ma sta di fatto, che quel cappotto scaldava molto e le permetteva di arrivare a scuola in condizioni ottimali per insegnare, anche d’inverno.

Camminava un po’ piegata in avanti perché spesso le veniva mal di schiena, a volte era perfino costretta a passare intere giornate a letto senza riuscire nemmeno a muoversi. In quelle occasioni sua sorella Carolina saliva nella sua camera, situata all’ultimo piano della grande casa rossa, e le portava il pranzo e la cena su un vassoio di peltro, senza dire nemmeno una parolaccia. Cosa strana per lei che insultava chiunque per un nonnulla, probabilmente le sofferenze fisiche della sorella le bloccavo un po’ la lingua, oppure considerava la malattia uno stato umano degno del massimo rispetto.

Caròla, come la chiamavano a volte, aveva perso la falange di un dito grazie a un pesante coltello da macelleria e sapeva quanto la sofferenza imbruttisca le persone e possa diventare un tarlo che impoverisce l’anima. Si sentivano i suoi pesanti passi sulla scala centrale della casa e si vedeva la sua traballante figura scomparire un pezzetto alla volta. Chi stava giù guardandola salire, si chiedeva come facesse a fare le scale dondolando a quel modo, senza rovesciare il vassoio con la minestra. Eppur ci riusciva.

Il dottore aveva detto che qualche vertebra di Mina era spostata, oppure schiacciata, oppure aveva qualche piccola ernia al disco. Non si seppe mai quale di queste alternative fosse quella giusta, sta di fatto che la povera signorina si tenne il mal di schiena fin che visse e quando morì era talmente incurvata che si fece fatica ad adagiarla nella bara.

Mina e i colori

A Mina piaceva particolarmente il colore azzurro. Forse perché le ricordava il cielo e il paradiso, sicuramente perché era l’antitesi del rosso, il colore preferito da Gemma.

Portava spesso vestiti e cappellini di quel celestiale colore e le piacevano i foulard di seta da mettere al collo con sfumature tra il verde e il blu. Sempre per quella sua indole freddolosa e forse perché doveva fare chilometri in biciletta tutti i giorni, i foulard erano il suo capo di abbigliamento preferito e ne conservava un bel numero impilati nel primo cassetto del suo comò.

“Questo è un bell’azzurro, è come il mare in burrasca” la si poteva sentir dire. Non si sa come facesse a sapere che quello era il colore di un mare agitato, visto che al mare non c’era mai stata, l’aveva solo visto dipinto e ciò le bastava. Tutti prendevano le sue considerazioni sui colori come veritiere, perché lei era un’insegnante di disegno e una delle poche persone istruite del paese.

A lei erano delegati tutti gli aspetti artistici della manutenzione casalinga: restaurava i mobili, li dipingeva e addobbava, smaltava le inferriate ed era l’unica autrice dei quadri impressionisti che caratterizzavano l’ingresso di casa Viscioli.

Lezioni di musica

Mina sapeva anche suonare il pianoforte e cercò per molto tempo di insegnare a mia madre quella meravigliosa arte. La faceva sedere davanti ai tasti con i libri sotto le ascelle per tenere le braccia “in posizione” e le faceva fare le scale musicali utilizzando i tasti bianchi e neri. Per ottenere una scala musicale, è necessario suonare in successione un tasto dopo l’altro. Ogni scala musicale (scala di Do maggiore, scala di Do minore, scala di Do# maggiore, scala di Do# minore, scala di La maggiore, ecc.) ha un suo schema rigido da seguire.

Così ripeteva Mina a mia madre: “Se noi suoniamo la successione di tasti bianchi che va da un Do più basso a un Do più acuto, otteniamo la scala di Do maggiore. Se noi invece suoniamo la successione di tasti bianchi che vanno dal Re più basso a quello più acuto, non otteniamo la scala di Re maggiore e nemmeno quella di Re minore.

Per conoscere gli “schemi” sui quali sono costruite le scale musicali, bisogna prendere come riferimento una sola scala maggiore e tre scale minori. Esiste un unico modello per la costruzione di una scala maggiore e tre modelli per le scale minori.” Tutto questo a mia madre non interessava e non si è mai spiegata perché Mina continuasse a ripeterglielo.

A differenza dei conti della macelleria, che imparò a fare con precisione e che le davano soddisfazione, tutte queste storie sulle scale musicali la stufavano e, mentre la signorina gliele spiegava, lei guardava fuori dalla finestra per vedere cosa stessero facendo Gemma e Gianin. Gli sforzi di Mina furono comunque in parte ripagati e, ancora adesso, mia madre possiede un pianoforte che ogni tanto suona con una discreta abilità. Questa è la prova di quanto la costanza e la determinazione paghino e di quanto la convinzione di un risultato positivo orientino l’agire verso la ripetitività. Mia madre non divenne però una grande musicista e Mina visse questo come un parziale fallimento della sua attività didattica.

La signorina ogni tanto vagheggiava. Tali vagheggiamenti erano una sua caratteristica, il suo senso di realtà non era di certo allineato con quello delle sue sorelle che la consideravano spesso una presenza inutile. E così a tavola, quando le altre due parlavano di vacche da macellare, lei taceva o le guardava con sufficienza. Allo stesso modo, quando lei parlava delle sfumature del cielo, le sue sorelle la guardavano senza commentare e poi si guardavano tra loro alzando gli occhi.

Gli occhi di Carolina e Gemma rovesciati verso l’altro erano uno spettacolo un po’ inquietante, uno scambio tra loro due, da cui tutti gli altri erano esclusi. Essendo abituate l’una all’altra non si facevano impressione da sole e a Mina non importava nulla di quegli sguardi furtivi, strabici e stralunati perché la gioia, l’amore e l’aldilà erano verità che le sue povere sorelle non sapevano cogliere nella loro vera essenza e di cui, solo lei, conosceva i segreti e le prospettive.

Natale 1959, ovvero addobbi di carta e marubini

Si arrivò così al Natale del 1959 con Mina che fece un bellissimo presepio sul pianoforte, adagiato su un tappeto di muschio morbido e felci appena raccolte nel lato nord del loro orto. Decorò un alberello con palline rosse e nastri di raso, che venne posizionato all’ingresso e fece una strana fila di angeli di carta gialla che aprì una feroce discussione sul suo collocamento più idoneo.

Le signorine avevano anche un grammofono che fu posizionato all’ingresso, lucidato e rimesso in funzione da Gianin. Musica natalizia si diffuse nella casa e coprì la ricorrente lite delle tre sorelle su come fare i marubini da mangiare il giorno di Natale.

Nessuna di loro tre sapeva fare la pasta e la nonna Adelina, che di solito non amava molto le visite al vicinato, in quell’occasione andava aldilà del muro e le aiutava a tirare la sfoglia leggera e senza grumi. Una pasta gustosa e fresca che si accartocciava intorno al ripieno di ogni singolo marubino, fatto con carne di prima qualità, uova, formaggio e spezie.

Ma il vero problema arrivava quando si trattava di cuocerli. A Carolina e Gemma piacevano in brodo e a Mina asciutti. La lite su come cuocere i marubini si ripeteva uguale ogni Vigilia di Natale, ed era coperta dalla musica che usciva un po’ gracchiante dal grammofono e dalla voce della gente che entrava e usciva dal negozio per acquistare la carne da cucinare e per fare gli auguri a quelle tre signorine che a Cremantello erano una vera istituzione. La vita del paese ci avrebbe rimesso senza quel pittoresco trio.

La prova ci fu quando, parecchi anni dopo, morirono tutte e tre. Nessuno se le è mai potute dimenticare e, a Natale, mia madre dice sempre: “Le mie vicine di casa. Mi vengono sempre in mente, non sono mai riuscite a mettersi d’accoro su come cucinare i marubini”.

Ma siamo al 1959, le signorine sono là che litigano per gli addobbi di carta e i marubini e il mondo sorride a loro e a quel Natale che, tutto sommato, sta per consumarsi sereno. Gli angeli gialli sono posizionati sulla porta del negozio e strappano un sorriso a tutti coloro che arrivano. Un bel Natale rosso, azzurro e giallo, dove c’è spazio per la parentela, il vicinato e anche per una complicità che, come quasi sempre, funziona a fasi alterne.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore o sulla sua rubrica Le storie di Costanza.

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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