Naturalmente il sindaco Fabbri, iscritto alla Lega e amico personale di Matteo Salvini, può pensare ogni male del Partito Democratico. Ci mancherebbe…
Quindi può scrivere peste e corna delle Opposizioni ai suoi migliaia di followers sul suo canale Facebook.
Ovvio, può dire la sua alla stampa locale, magari occupando (l’ha fatto proprio oggi, 3 ottobre 2023) 2 spaginate del quotidiano amico Il Carlino Ferrara, magnificando il suo governo e tacciando di inconcludenza e di povertà di idee il Pd e le altre formazioni del Centrosinistra che gli si oppongono in Consiglio Comunale.
Dice cose inesatte, cattiverie, balle spaziali? Sarà un problema della sua coscienza e, forse, una lezione per i futuri elettori.
Si lascia andare ad espressioni tendenziose, ad attacchi inconsulti, ad insulti veri e propri? Qui non interessa. Se ne occuperà, forse, qualche giudice.
Ma insomma, Alan Fabbri, piaccia o no, è un uomo libero, e se non è “uno di noi” (io ad esempio non sono “uno dei loro” e non l’ho mai nascosto) è comunque “un cittadino come noi”, libero di esercitare il suo diritto di espressione e di opinione, che la nostra Costituzione della Repubblica gli garantisce.
C’è solo una cosa che Fabbri non può e non deve fare. Non può dimenticarsi di ricoprire la carica di Sindaco della città di Ferrara. Quando parla in via ufficiale deve “cambiarsi il cappello” e mettersi quello da Primo Cittadino. A maggior ragione se fra 10 mesi i suoi concittadini (di destra, di centro e di sinistra) saranno chiamati a scegliersi un nuovo governo e un nuovo sindaco.
Leggete questa Comunicazione del Sindaco, pubblicata ieri 2 ottobre sul sito ufficiale del Comune di Ferrara:sezione Notizie, sottosezione Agenda del Sindaco
“Più si procede nel percorso verso le elezioni più emerge chiaramente che il Pd, nelle sue svariate correnti, è unito solo da un programma elettorale anti-Fabbri. Pensavamo di confrontarci su idee, proposte, progetti, visioni strategiche della città del futuro e invece, ancora una volta, ciò che emerge è solo un ‘programma – contro’ l’Amministrazione. Addirittura pare si siano inventati i tavoli anti-Fabbri in vista dell’imminente congresso, mentre tentano di fare capolino alcuni candidati, veri o presunti non è dato sapere. Dispiace perché, a causa del vuoto che sta esprimendo il partito democratico, la campagna elettorale non potrà essere, stante le premesse, un’occasione per confrontarsi sui contenuti, ma rischia di essere la solita nota stonata di un partito, il Pd appunto, che in assenza di capacità costruttiva, sa solo dire ‘no’ a tutto. Come accaduto in questi anni, peraltro. Cambiano i segretari, cambiano le correnti, ma rimane il solito e vecchio Pd di sempre, oscurantista e carico di risentimento e odio, non solo politico, per aver perso le elezioni, candidandosi così a una seconda sconfitta. Il Pd di Ferrara si pone oggi solo come un partito-contro. Per il resto è nebbia fitta in val padana”. Così il sindaco Alan Fabbri commentando le ultime dichiarazioni di portavoce ed esponenti delle componenti territoriali legate a Elly Schlein e Stefano Bonaccini. (Comunicazione Sindaco)
Non entro nel merito, ho anch’io qualche opinione su cosa fa e cosa non fa l’Opposizione ferrarese, e pure su questa anomala campagna elettorale che sembra già partita, 250 giorni prima del giorno del voto amministrativo.
Lo farò, ma qui il problema è un altro. Qui parlo del rispetto di una regola minima di correttezza politica. Una regola a cui attenersi sempre, ancor di più in periodo di elezioni.
Se parli da sindaco, se ti metti la fascia tricolore, se intervieni sui canali ufficiali del Comune, non puoi fare campagna elettorale, non puoi indossare la maglietta verde di ultras della Lega. Devi parlare da Sindaco. Da sindaco di tutti i ferraresi. E basta.
Non so che nome salterà fuori dall’urna il prossimo 7 giugno 2024. Ognuno farà la sua scelta.
Quello che vorrei – lo dico alla Maggioranza e all’Opposizione, alla squadra di Alan Fabbri come alla squadra che gli si opporrà – anzi, quello che oserei pretendere, è un/a Sindaco/a che sappia stare al suo posto, che conosca le sue responsabilità, il suo ruolo, i limiti politici ed etici a cui un Primo Cittadino deve attenersi.
Non chiedo tanto. Potrebbe anche bastare una persona con un po’ di buon gusto, ma di quello, almeno a Ferrara, non tutti sono forniti.
Quel che è certo che di sindaci padre padrone – oggi, ma anche ieri – ne abbiamo avuti abbastanza.
Cover: Alan Fabbri, Sindaco di Ferrara – immagine tratta dal sito ufficiale del Comune di Ferrara
LA VOCE DELLA RIVOLUZIONE Incontro con Babilonia Teatri sullo spettacolo “Ramy. The voice of revolution” Venerdì 6 ottobre alle ore 18.30 al Fienile di Baura INGRESSO LIBERO
Venerdì 6 ottobre alle ore 18.30 al Fienile di Baura ospitiamo la compagnia veroneseBabilonia Teatri, per dialogare su queste sostanziali domande, vive e concrete come corpi pulsanti:
Cosa significa Stato?
Cosa significa giustizia?
Cosa significa potere?
Cosa significa polizia?
Cosa significa processo?
Cosa significa legalità?
Cosa significa carcere?
Cosa significa tortura?
Cosa significa opinione pubblica?
Cosa significa giornalismo e libertà di informazione?
Cosa significa responsabilità, umanità, forza?
Il cantante egiziano Ramy Essam “La voce della rivoluzione”
Valeria Raimondi ed Enrico Castellani di Babilonia Teatri racconteranno come hanno costruito ‘Ramy. The voice of revolution’, spettacolo che, partendo dagli eventi legati alle primavere arabe, pone le domande fondanti di ogni comunità umana e arriva a vicende legate ai rapporti di potere tra Stato e cittadini. Uno spettacolo che sollecita, in particolare, presa di coscienza sulla la violenza che talvolta attraversa quei vitali (o mortali) rapporti, e che può manifestarsi in forme coercitive o di tortura, come accaduto anche a nostri concittadini in note vicende di questi anni e non solo.
Nel titolo di questo loro lavoro il riferimento è all’artista egizianoRamy Essam, oggi conosciuto in Egitto come “la voce della rivoluzione”, perché cantava per le strade in onore di principi sacri e per noi scontati come libertà e giustizia.
Dal 2014 Ramy vive in esilio, non può tornare in Egitto e sulla sua sorte pende un mandato di cattura per terrorismo.
Valeria Raimondi ed Enrico Castellani di Babilonia Teatri
Valeria Raimondi ed Enrico Castellani hanno incontrato e conosciuto questo artista che vive ogni giorno sulla sua pelle, realmente, il prezzo imposto alle sue scelte dalla dittatura (parola di cui, forse, da questa parte quasi comoda del mondo non comprendiamo fino in fondo le conseguenze sulle vite che la incontrano e ci si oppongono, anche quando lo fanno con le civili armi dell’arte). Lo spettacolo “Ramy. The voice of revolution” prevede la presenza di Ramy Essam in scena, portatore in prima persona di un vissuto da cui sgorga la sete di risposte alle affilatissime domande in apertura dell’articolo.
Nella convinzione che l’arte parli sempre del mondo, che al mondo possa parlare e che abbia sempre un abito politico, Valeria Raimondi ed Enrico Castellani creano teatro in questa prospettiva, tessendo le proprie scritture drammaturgiche con i fili del reale: il loro sguardo si concentra su immaginari contemporanei, sui luoghi comuni e le debolezze dell’attualità, spesso manifeste in uno Stato carnefice o connivente, incapace di proteggete e tutelare ma capace, invece, di calpestare diritti fondamentali sanciti da convenzioni internazionali che, di fatto, sembrano carta morta.
Con questa proposta d’incontro si sottolinea uno dei fondamenti del teatro: il rapporto tra rappresentazione e vissuto comunitario secondo una dialettica in cui l’esistenza trova una delle forme più autentiche per emergere e mostrarsi in tutte le sue contraddizioni.
Di seguito alcune brevissime note sui nostri ospiti, non esaustive della ricchezza del loro percorso artistico ed umano.
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Babilonia Teatri. La compagnia nasce da Enrico Castellani e Valeria Raimondi nel 2005.
Si è sempre distinta per un linguaggio definito pop, rock, punk. Traccia costante dei loro lavori è il coraggio e l’innovazione. Ha manifestato fin dai primi lavori uno sguardo irriverente sulla contemporaneità da ‘Made in Italy’ (2007) a ‘Pornobboy’ (2009) a ‘Mulino bianco’ (2012) a ‘Calcinculo’ (2018) a ‘OK boomer’ (2022). A Ferrara sono stati presenti nella rassegna LST con il loro ‘Pinocchio’. La critica ha ampiamente riconosciuto la loro ricerca con due Premi UBU (vinti nel 2009 e 2011, e nomination nel 2018), Premio Scenario 2007, Premio Hystrio 2012, Premio Associazione Nazionale dei Critici di Teatro 2013 e infine con il Leone d’argento alla Biennale di Venezia 2016.
L’editore Kalandraka presenta una riedizione de “Il maialibro”, di Anthony Browne, un insegnamento ai bambini su come non incappare negli stereotipi, soprattutto di genere. La mamma è sempre la mamma, ma deve avere un suo spazio.
Anthony Browne è uno degli autori inglesi più stimati per il suo universo di riferimenti culturali e artistici, tracce visuali e chiavi che vogliono stuzzicare, a qualunque età, l’intelligenza del lettore, ulteriore responsabile dell’interpretazione del testo.
Poco conosciuto in Italia, oggi l’editore Kalandraka ci propone una nuova edizione del suo “Il Maialibro”, dalla copertina rosa, un albo illustrato del 1986, ancora attuale e importante. E lo presenta nella serie i “classici contemporanei” della collana Libri per Sognare.
Si affrontano gli stereotipi, con forza e decisione, che qui è rappresentato dal rapporto tra i maschi, figli e marito, e la donna, moglie e madre, della famiglia Maialozzi.
Quando la cura, l’attenzione e il rispetto vengono a meno nel delicato contesto familiare, i protagonisti di questa favola contemporanea diventano maiali. E gli equilibri si rompono.
Il signor Maialozzi viveva con i due figli, Simone e Luca, in una bella casa, con un bel giardino e una bella macchina in un bel garage. In casa c’era la moglie. “Allora, è pronta la colazione, cara?”, chiedeva lui ogni mattina prima di uscire per andare al suo importantissimo lavoro. “Allora, è pronta la colazione, mamma?”, chiedevano Simone e Luca prima di uscire per andare alla loro importantissima scuola…
Tutto è più importante di mamma, tutti hanno lavori più importanti del suo. Arrivano a casa stanchi, poverini, lei rientra dal suo ma non può esserlo, deve continuare a occuparsi delle faccende di casa. Lavare, fare il bucato, stirare, pulire, rifare i letti, passare l’aspirapolvere, cucinare. Prendersi cura di. Mentre nessuno si prende cura di lei e del suo sentire. Mentre gli altri si riposano dalle grandi fatiche quotidiane, stravaccati sul divano fiorito. Loro ne hanno diritto, lei no. Troppe volte lo abbiamo sentito raccontare…
Così quando la mamma, un bel giorno come tanti, Maialozzi scrive a figli e marito “Siete dei maiali” – pare forte ma tutto, in fondo, lo è – trae una semplice constatazione grazie alla quale la realtà si rivela trasformandosi e facendoci entrare con umorismo nel surreale. E se ne va, scompare. Non si trova da nessuna parte. Tutti la cercano, manca.
“I maiali sono segno di maschilismo, di disordine e sporcizia – una casa in disordine è spesso descritta come un porcile -, e pure di pigrizia”, ha detto l’autore in un’intervista. “E poi c’è anche un detto, ‘quando i maiali volano’ a indicare qualcosa che non accadrà mai” continua. “Siete dei maiali”, tuona la mamma dal suo biglietto lasciato sulla mensola del camino: l’espressione è forte, urticante, ma serve a (ri)svegliare animi e coscienze. Fino al cambio di passo, necessario, inevitabile. E ai cambi di ruoli, che possono anche divertire.
Ognuno legga e interpreti come crede, spazio all’immaginario in un’opera dal valore e messaggio universali; i libri sono per i bambini ma se fanno pensare anche gli adulti…
ANTHONY BROWNE
Autore e illustratore inglese, nasce a Sheffield nel 1946 ed è tra i più grandi nomi della letteratura per l’infanzia. Dopo essersi laureato al Leeds College of Art, si specializza in disegno grafico. Il suo stile rivela l’interesse per l’arte, l’inconscio e l’antropologia. Nel 2000 ha vinto il Premio Hans Christian Andersen, il maggior riconoscimento mondiale per un autore per bambini. Dal 2009 al 2011 è stato Children’s Laureate, la massima onorificenza inglese per gli autori di libri per ragazzi. Ha vinto per due volte la Kate Greenaway Medal, oltre a molti altri premi. Ha pubblicato oltre cinquanta titoli tradotti in venti lingue, molti dei quali divenuti autentici classici del genere.
Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti. Rubrica a cura diSimonetta Sandri in collaborazione con la libreriaTestaperaria di Ferrara
Inizia oggi Quella cosa chiamata città, una nuova rubrica di Periscopio affidata a Romeo Farinella, architetto-urbanista e professore ordinario di Progettazione urbanistica presso l’Università di Ferrara. Un giro del mondo attraverso metropoli, città, paesi. sistemi urbani, un viaggio alla scoperta della fitta trama che lega la “Città di Pietra” alla “Città Vivente”. Buona lettura. (La redazione di Periscopio)
Può una città come Quito nascere circondata da numerosi vulcani attivi e crescere a 3000 metri di altezza, circondata da boschi e campi fertili? Si, se consideri i vulcani una fonte di vita e non di morte.
Quito, Plaza San Francisco (ph. R. Farinella)
Si potrebbe ripensare l’area metropolitana diQuito, partendo daiculuncos che sono degli antichi “cammini” storici e corridoi naturali.
Per questo motivo la città storica era lineare e la metropoli oggi è lunga circa 90 km mentre la larghezza è compresa tra i 3 e i 5 km. Secoli fa lungo i culuncos della zona nord-occidentale di Quito, molti commercianti e agricoltori scendevano dal País Yumbos portando i prodotti dagli altipiani alla costa e viceversa.
Il popolo Yumbo era coetaneo degli Inca, era specializzato nella pratica dello scambio, il paese si estendeva dalle bocche delle montagne fino ai piedi delle Ande e all’inizio della pianura costiera. Viveva nella foresta pluviale, la topografia era difficile e accidentata, mancavano buone strade ma ciò non impediva gli spostamenti. Vivevano in villaggi sparsi, in capanne fatte di canna e foglie di guadua e intrattenevano un commercio molto importante con le signorie degli altipiani della sierra Circumquiteña.
Quito, i mercati (ph. R. Farinella)
Per muoversi lungo i culuncos era necessaria la conoscenza precisa dello spazio fisico che si attraversava e la capacità di orientamento attraverso l’astronomia. Riprogettare i culuncos significa associare archeologia, storia e natura con la pratica dell’attraversamento.
Quito è una città lunga, o allungata, la griglia spagnola se vista dall’alto sembra quasi definire uno spazio isotropo, ma percorsa, ci si rende conto di quanto la geometria possa adattarsi a un sito ma possa anche nasconderlo. Il “sali scendi” di una linea retta a Quito viene esaltato dalla compattezza uniforme degli edifici che delimitano la linea, sembra quasi un cretto di Burri abitato.
L’attraversamento e il camminare raccontano la storia di tante città e del radicamento dell’uomo in certi luoghi.
Se Carlo Emilio Gadda rammenta come gli uomini in Europa camminavano lungo strade non sempre dritte ma che arrivavano sempre al termine, George Steiner ci ricorda che l’intera nostra geografia continentale è tracciata dai solchi necessari per recarsi da città a città, da villaggio a villaggio. Affermazione confermata da Michel de Certau quando sostiene che la storia comincia sul suolo, raso terra, con dei passi.
Anche i culuncos ci raccontano questa stessa storia fatta con i piedi.
“Semafor”: all’incrocio dell’informazione, ecco il semaforo che pretende di regolare il traffico.
Sabato scorso sono andato al Teatro Comunale di Ferrara, ma per partecipare a un evento che non era nel programma della stagione di prosa. Si trattava invece di uno degli incontri organizzati all’interno del Festival di Internazionale, la rivista che quest’anno festeggia i suoi trent’anni di vita. Un’era geologica nel mondo dell’informazione, considerata la velocità attuale dei mutamenti che investono e a volte travolgono la galassia dei media e dei news magazine.
E proprio di media e di notizie si è parlato in questa chiacchierata pubblica a due voci, intitolata “Informazione”, tra Giovanni De Mauro, direttore responsabile di Internazionale e Ben Smith, nato come blogger politico statunitense, poi columnist del New York Times, ora “padre” di un nuovo sito molto ambizioso (https://www.semafor.com). Ho assistito all’incontro in un Teatro Comunale gremito di giovani, di giornalisti e di giovani giornalisti. Ne ho ricavato alcune impressioni, tipo istantanee.
La prima impressione è di aver sopravvalutato la mia capacità di seguire, senza traduzione, il dialogo tra una persona che fa le domande in italiano e una che risponde in inglese (la sua madre lingua, peraltro). Quando una parte del teatro ridacchiava ascoltando le battute di Ben Smith ho ridacchiato anch’io, ma non posso giurare di aver capito del tutto cosa ci fosse da ridere. E’ anche vero che molti ridevano perché ascoltavano la traduzione in cuffia: ciononostante la sensazione di essere un troglodita non mi ha abbandonato.
La sensazione è aumentata quando Ben Smith ha affermato che Semafor ha l’ambizione di agganciare un’utenza di 200 milioni di persone nel mondo, mediamente acculturate,interessate alla finanza, alla tecnologia e ai grandi temi economico-politici, che parlano inglese e che vivono ovunque nel mondo. Non mi sono sentito parte di quella nutrita minoranza illuminata (Curiosità, per un incontro svoltosi rigorosamente in inglese che parla di una news magazine in lingua inglese: “Semafor” non è una parola inglese – sarebbe stoplight – ma è stata scelta perché evoca lo stesso tipo di significato in tante lingue diverse).
Ben Smith ha parlato anche dei suoi fallimenti, o perlomeno degli errori che hanno segnato il suo periodo da chief editor di Buzzfeed News, che nel giro di pochi anni è passato da articoli che totalizzavano anche 40 milioni di visualizzazioni, a tagli al personale per mancanza dei contributi necessari da parte degli inserzionisti pubblicitari. La parabola, o il tracollo, è stata almeno in parte dovuto alla pubblicazione di alcuni dossier controversi, il più famoso dei quali (lo “Steele dossier“) è stato bollato anche da giornali della concorrenza come “non verificato” e “diffamatorio” nei confronti della reputazione di Donald Trump – strano caso di presunta fake accusation nei confronti del riconosciuto e notorio re delle fake news.
Ben Smith è un tipetto che può essere piacevole intervistare, ma potrebbe non essere altrettanto piacevole essere un suo collega, o addirittura il suo principale. Quando lavorava per il New York Times, dal gennaio 2020, aveva preso l’abitudine di scrivere pezzi sul suo direttore che se ne stava a casa sua in campagna durante l’epidemia di Covid, mentre il resto della redazione doveva rimanere in ufficio. La sua permanenza al NYT è durata lo stesso tempo dell’epidemia di Covid.
Ben Smith, quindi, potrebbe sembrare un outsider. Se lo è, è un outsider del tipo statunitense, visto che per fondare Semafor è riuscito a raccogliere 25 milioni di dollari , di cui 3/4 da inserzionisti e 1/4 da eventi sponsorizzati da Mastercard, Verizon, Hyundai.
Se ti stai chiedendo come fa ad essere indipendente da Mastercard uno che si fa finanziare il sito (per quelle cifre) da Mastercard, beh, me lo chiedo anch’io.
Il libro che sta pubblicizzando si chiama Traffic e verrà tradotto a breve (per mia fortuna) per l’edizione italiana. Credo parli anche del fatto che è finita, a suo parere, l’epoca dello sfruttamento dei social media per far rimbalzare le notizie, e che occorre veicolare direttamente le stesse attraverso l’autorevolezza degli autori, ancor più che dei marchi giornalistici (brand).
Siccome i social media tendono a polarizzare le opinioni, la sua “ricetta” è quella di spacchettare le notizie e di separarle dalle opinioni. Il suo suggerimento ai giovani giornalisti è quello di cercare le notizie fresche e di non confonderle con la propria visione dei fatti, che poi è quello che intende fare con il suo “Semaform”: separare anche graficamente il fatto dall’opinione.
Per leggere tutti gli articoli ed interventi su Periscopio di Nicola Cavallini, clicca sul nome dell’autore.
NUOVAMENTE RINVIATA L’ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE URBANISTICA
La regione colpisce ancora! Nuovamente rinviata per parte della Regione l’entrata in vigore della legge urbanistica.
Il lupo perde il pelo… Verrebbe proprio da dire così, infatti, mentre in consiglio regionale, l’assessore Calvano rassicurava l’assemblea dichiarando che il periodo di applicazione transitoria della L.R 24/2017 sarebbe cessato alla fine del corrente anno, la mano tecnica della Regione emanava un “Chiarimento circa gli effetti del DL 61/2023 (decreto Alluvione) sulle tempistiche indicate dalla LR 24/2017 relative a PUA e AO del periodo transitorio”.
In sostanza l’intervento “tecnico” rinnova la prorogadella piena entrata in vigore della legge, con tanto di stop alla realizzazione di interventi dei vecchi piani, assimilandola, come motivazioni, a quelle che giustificarono un provvedimento similare durante la pandemia: cause di forza maggiore. Ma, prendendo a riferimento il “decreto alluvione”, allarga l’applicazione dello stesso agli interi territori comunali degli 80 Comuni elencati dal decreto, non solo alle frazioni e località colpite, cui fa riferimento il dispositivo governativo.
E, in aggiunta, come purtroppo era prevedibile, allarga preventivamente l’applicazione della nota di chiarimenti regionale anche a tutti quei comuni che dovessero essere inseriti successivamente negli elenchi ministeriali.
Così, per tutti gli 80 comuni di due province (Ravenna e Forlì-Cesena) e mezza (Rimini) e la parte est della Città Metropolitana di Bologna, dell’Allegato 1 del Decreto Alluvione, l’entrata in vigore della legge, viene nuovamente rimandata dal gennaio al maggio del 2024. Altri 4 mesi per avviare iter di realizzazione di interventi urbanistici previsti da vecchie pianificazioni.
E lo stop al consumo di suolo di cui si sono tutti riempiti la bocca dopo le alluvioni di maggio? Conta forse più il business che la sicurezza delle popolazioni? Parrebbe proprio di sì.
E’ ora di finirla con questo transitorio infinito di una legge urbanistica che, secondo le dichiarazioni di Bonaccini e della sua giunta non aveva nulla di transitorio e i cui termini temporali dovevano essere tutti perentori, mentre sono passati sei anni – e così ne passerà un altro – prima che per i Comuni scatti veramente l’obbligo di dotarsi di nuovi piani urbanistici che assumano come riferimento la transizione energetica delle città e la conversione ecologica dei territori, azzerando le previsioni urbanistiche dei piani degli ultimi 50 anni.
Qualsiasi scusa e occasione, persino le più tragiche, diventano ottime per giustificare la prosecuzione dello stupro dei territori e la cementificazione tra le più aggressive d’Italia.
Sconcerta dover constatare che, nonostante i fiumi di parole e di lacrime di coccodrillo versati dopo la tragedia della scorsa primavera, in realtà dall’alluvione la Regione non ha tratto le necessarie conseguenze, accelerando – come ci si sarebbe aspettato – l’applicazione di norme pianificatorie più stringenti sull’uso del suolo, ma invece persegua la massimizzazione dei profitti per pochi, anche in quelle aree così duramente colpite.
Purtroppo, l’emergenza climatica chiama, ma pare che non ci sia nessuno all’ascolto. Sicuramente non in viale Aldo Moro.
La democrazia abita anche a Pozzallo: Il Tribunale di Catania affossa il decreto sicurezza Meloni-Piantedosi.
La giudice Iolanda Apostolico della Sezione Specializzatadel Tribunale di Catania, nell’ambito delle prime udienze di convalida di richiedenti asilo trattenuti nel nuovo “Centro per il Trattenimento dei Richiedenti Asilo” di Pozzallo alla luce delle disposizioni delDecreto Ministeriale 14 settembre 2023 (G.U. 21 settembre 2023, n. 221) che prevedono il trattenimento dei cittadini stranieri provenienti da Paesi cd sicuriche chiedono protezione internazionale se non presentano personalmente una garanzia finanziaria di € 4938,00, ha stabilito che “trattenere chi chiede protezione senza effettuare una valutazione su base individuale e chiedendo una garanzia economica come alternativa alla detenzione è illegittimo alla luce della giurisprudenza e della normativa europea e dell’art. 10 della Costituzione italiana.”,
Una decisione che colpisce ed affossa i tre punti cardine su cui ha puntato maggiormente il governo delle destre della presidente Meloni: – detenere i richiedenti dei “paesi sicuri” durante l’iter per l’asilo, – fideiussione di circa 5.000 euro da versare personalmente,
– procedure accelerate in frontiera.
Come già denunciato dall’ASGI(Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e da diverse associazioni ed esponenti della società civile e del volontariato, anche il Tribunale di Cataniaha sottolineato come la garanzia finanziaria per evitare il trattenimento sia incompatibile con quella dell’Unione Europea e va disapplicata dal giudice nazionale, perché non prevede una valutazione su base individuale della situazione di chi chiede protezione internazionale in Italia e proviene da un Paese cosiddetto “sicuro”, come chiarito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea– Grande Sezione- nella sentenza 8 novembre 2022 (cause riunite C-704/20 e C-39/21).
La garanzia finanziaria imposta dal D.M. 14 settembre 2023 al richiedente asilo proveniente da un Paese “cd sicuro”, ha stabilito la Giudice, non può essere considerata misura alternativa al trattenimento, ma un requisito amministrativo imposto per il solo fatto che chiede protezione internazionale, violando le norme sull’accoglienza previste all’art. 6 – bis del D. Lgs 142/2015 prima di riconoscere i diritti conferiti dalla direttiva 2013/33/UE.
Non solo, ma secondo il Tribunale di Catania, le norme sulla detenzione dei richiedenti asilo provenienti da Paesi “cd sicuri” sono in contrasto con l’art. 10 comma 3 della Costituzione italiana che garantisce comunque il diritto d’ingresso del richiedente asilo (come chiarito anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 26 maggio 1997, n. 4674.
Nell’ordinanza del Tribunale di Catania si afferma a chiare lettere che “alla luce del principio costituzionale fissato da tale articolo, deve infatti escludersi che la mera provenienza del richiedente asilo da Paese di origine sicuro possa automaticamente privare il suddetto richiedente del diritto a fare ingresso nel territorio italiano per richiedere protezione internazionale” .
“Si tratta di una decisione che, in maniera chiara e giuridicamente ineccepibile, conferma la prevalenza della Costituzione e della normativa europea sui tentativi di strumentalizzare l’arrivo di persone in cerca di protezione in Italia.” è il commento dell’ASGI. “L’attuale Governo, in un solo anno, è intervenuto con nove atti normativi sul diritto dell’immigrazione e dell’asilo, trasponendo all’interno dell’Ordinamento giuridico la confusione politica, l’incapacità amministrativa di affrontare il fenomeno migratorio e pulsioni autoritarie degne delle più buie epoche storiche. “E’ un pessimo modo di legiferare che deriva da uno sbagliato approccio politico e da una irrazionale risposta ad un fenomeno ordinario della nostra società. Il Governo fa finta di ignorare che ciò che manca in Italia è una nuova politica sugli ingressi regolari, non certamente la necessità di comprimere ancora i diritti delle persone”. conclude l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione.
L’ordinanza ha inevitabilmente scatenato l’ira delle destre (Salvini in testa) che l’hanno immediatamente bollata come ideologica e politica.
Per fortuna siamo in un Paese democratico, nel quale, come si è affrettato a dichiarare il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “E’ la democrazia. Noi non partecipiamo all’indirizzo politico e governativo, facciamo giurisdizione. E’ fisiologico che ci possano essere provvedimenti dei giudici che vanno contro alcuni progetti e programmi di governo. E questo non deve essere vissuto come un’interferenza”.
Il provvedimento del Tribunale di Catania e una sintesi delle motivazioni giuridiche[Qui].
Cover: CPR Centri per il Rimpatrio – immagine del sito Sinistra Classe Rivoluzione
Nel silenzio generale
Scompare
Il Nagorno Karabakh
Scompare
Evaporato
Dalla storia
Regalato
Dalla maialpolitik
Di Stalin
Agli Azeri
Anni Trenta
Per sgrossare
Gli irriducibili
Armeni…
Adesso gli armeni
Se ne vanno
Dopo trenta anni
Di guerriglia
E due giorni
Di “pace”
Se ne vanno
In Armenia
Senza casa
Senza nulla
Chirurgia etnica
Forse centomila
Nell’esodo
La Russia
Celebra
La pace fasulla
l’America boh
Ha i suoi disegni
l’Europa
Ha bisogno
Troppo bisogno
Del gas azero
Erdogan festeggia
Festeggia ma
In bianco e nero
In copertina: Armenia Azerbaijan, Nagorno karabakh, On Geographic Map
Ogni domenica Periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca[Qui]
E’ stato festeggiato giovedì 28 settembre, nella pausa pranzo dopo la consueta attività di manutenzione del verde pubblico, il primo anno di esperienza di volontariato ambientale vissuto da tre detenuti in regime di semi-libertà del carcere di Ferrara. Grazie a Progea, una delle associazioni firmatarie della convenzione – stipulata tra la direzione del Carcere e il Comune di Ferrara – i volontari detenuti si sono visti offrire, insieme agli altri, un pranzo presso il ristorante “Al Volo”, in luogo del consueto pranzo presso la mensa di Viale K, come prevede la convenzione.
Un momento conviviale cui hanno partecipato gli artefici del progetto, ovvero le associazioni ambientaliste che tre volte la settimana gestiscono la manutenzione di alcune aree verdi in accordo con l’Ufficio verde di Ferrara, presente al pranzo nelle figure dell’assessore Maggi e della funzionaria Rita Berto.
L’idea di coinvolgere i detenuti è nata all’interno del gruppo di volontari che autogestiscono con piantumazioni, pulizia e manutenzione alcune aree verdi pubbliche tra le quali il bosco di via Marconi, il parchetto della Cappella Revedin, il parco Giordano Bruno vicino all’ex mutua, il giardino Ilaria Alpi.
I gruppi di volontari appartenenti a La voce degli alberi, Green Team, Fare Verde, Difesa ambientale estense, Plastic Free, Ferrara Progea, supportati da Rete Lilliput per l’acquisto delle tute da Lavoro, da Zerbini Garden per i guanti e gli attrezzi, dalla Cooperativa Sociale Il Germoglio per la messa a disposizione delle biciclette e appunto da Viale K per l’accoglienza in mensa, hanno firmato una convenzione di due anni che ha portato i detenuti alla prima uscita nel 31 luglio 2022, con inizialmente una sola giornata di intervento. Data la positività dell’esperienza e la siccità dell’estate 2023, le uscite sono diventate tre alla settimana.
Il pranzo offerto da una socia di Progea ha voluto essere il ringraziamento non solo alle istituzioni, che hanno permesso l’esperienza, ma soprattutto ai detenuti che hanno sviluppato passione e competenza in tutte le giornate di intervento e che hanno permesso a tutti i volontari ambientali di abbattere il pregiudizio sulla condizione di detenuto.
L’esperienza continua ogni martedì, giovedì e sabato e sono benvenute tutte le persone che si vorranno unire a noi.
BIODIVERSITÀ ADDIO. Il governo cancella il vincolo paesaggistico a tutela dei boschi
29 settembre 2023 – È stato approvato, in sede di conversione del Decreto legge “Asset” che trattava di tutt’altra materia, un emendamento presentato da FdI che cancella totalmente la tutela paesaggistica dei boschi nei confronti dei tagli boschivi, manomettendo il Codice Urbani e il senso originario della legge Galasso: la tutela dei boschi nelle aree vincolate con decreto ed il concetto di taglio colturale.
La difesa dei boschi ha subito, negli anni, vari attacchi del mondo forestale, sia da parte delle ditte, che dei politici degli enti locali, che di alcune rappresentanze dei dottori agronomi e forestali, che di una frazione del settore accademico, contro il parere prevalente di biologi, botanici e studiosi dell’ecologia e del paesaggio.
Le regioni, in modo incontrollato, hanno esteso il concetto di taglio colturale ad ogni possibile ed immaginabile trattamento selvicolturale, anche il taglio a raso, che si applica ai nostri boschi ceduo. Il motivo questa volta è chiaro, come dice letteralmente l’art. 5–bis del decreto, senza tanti giri di parole: incentivare la filiera del legno, aumentare la concorrenza sui mercati esteri (specialmente quelli balcanici e nord europei, che tagliano boschi a raso su grandi superfici) e accrescere l’approvvigionamento interno di legno, rallentando l’evoluzione degli ecosistemi forestali. Si annulla quindi la tutela paesaggistica, di rango costituzionale primario, al fine di incrementare l’economia. Del resto, non è la prima volta che principi costituzionali vengono violati pur di aumentare i tagli boschivi: pensiamo per esempio al Testo Unico per le Filiere Forestali, che consente alle Regioni di obbligare i proprietari a tagliare i loro boschi.
Questo la dice lunga non solo sull’attuale politica di tutela ambientale e dei beni culturali, ma sulla stessa cultura costituzionale, tra l’altro recentemente arricchita dalla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e della biodiversità, gravemente fraintesa da chi ha proposto e votato questo articolo. Una scelta del tutto anticostituzionale.
Questa non vuole essere una critica politica all’attuale maggioranza, visto che tale volontà politica, che covava dal 2018, anno di approvazione del controverso Testo Unico Forestale, è trasversale ai maggiori partiti, con asse privilegiato PD-Lega, con il contrappunto di Legambiente, cui si è aggiunta anche FdI.
Dietro questa decisione ci sono molte lacune culturali, scientifiche e concettuali da parte dei proponenti, nonché palesi ragionamenti illogici e aberranti tra i sostenitori, la cui applicazione apre allo smantellamento di ogni tutela ambientale e paesaggistica.
Innanzi tutto da parte di coloro che sostengono che l’opera dell’uomo ha formato il paesaggio, e quindi anche i tagli, in quanto opera dell’uomo, fanno parte del paesaggio. Con questo ragionamento, potremmo sostenere che anche le case e i palazzi fanno parte delle opere umane, e quindi costruire qualsiasi casa o palazzo non danneggi mai il paesaggio.
Chi sostiene poi che l’autorizzazione paesaggistica danneggi l’economia forestale in quanto inutile orpello burocratico, ammette di conseguenza, con tale ragionamento, che anche l’autorizzazione paesaggistica per costruzioni, apertura di cave, e ogni altra opera, essendo oggettivamente un orpello alle attività produttive, potrà essere superata a richiesta degli operatori e dei professionisti del settore (imprese edili, ingegneri, architetti, che invece non si sognano nemmeno lontanamente di farlo).
Il prossimo passo sarà quindi, conseguentemente e coerentemente, l’abrogazione dell’art. 9 della Costituzione?
Adesso finalmente parte del settore dei tagliatori e dei dottori forestali avrà mani libere sui boschi che, coi loro 11 milioni di ettari, rappresentano il più vasto patrimonio culturale della nazione.
Con il presente comunicato lanciamo pertanto l’appello a tutte le associazioni di protezione ambientale, ai comitati, ai gruppi di azione civica e ai cittadini, affinché la protesta della società civile si elevi sopra questa barbarie.
Gufi www.gufitalia.it L’obiettivo primario del GUFI è quello di assicurare la conservazione del patrimonio forestale nazionale affinché possa essere lasciata in eredità alle generazioni che verranno. Perché la tutela della biodiversità e del paesaggio naturale dei boschi italiani e dei benefici ecosistemici che questi assicurano all’uomo sia assicurata è necessario che almeno il 50% della copertura forestale del Paese sia lasciata alla libera evoluzione. Ciò è possibile senza entrare in conflitto con le esigenze economiche di tipo produttivo.
Martedì 3 ottobre, ore 17, presso la Biblioteca Comunale Ariostea: presentazione del primo volume di Oscar Ghesini sulla storia della S.P.A.L. dalle origini al 1951.
Il primo volume, intrecciando gli eventi sportivi con la storia della città e del paese, racconta le origini della S.PA.L. e la sua attività fino al campionato 1924-1925.
È un lavoro di ricerca sulle origini della S.P.A.L. e sul suo radicamento sul territorio durato anni, quello di Oscar Ghesini, ex giornalista sportivo e docente di Italiano e Storia nella scuola pubblica: martedì 3 ottobre alle ore 17 sarà presentato il primo volume, “Dalla nascita al campionato 1924-1925”, presso la biblioteca comunale Ariostea.
La collana si snoda attraverso quattro volumi che accompagnano la Società Polisportiva Ars et Labor dalla sua nascita fino al campionato 1950-51, arrestandosi alle soglie della promozione in serie A con Paolo Mazza. “Perché la storia successiva della S.P.A.L. è più nota – spiega l’autore – mentre a me interessava affondare la ricerca in anni ormai dimenticati, eppure nobilissimi per la S.P.A.L., che a lungo con i propri tesserati ha praticato anche il ciclismo e l’atletica, ancor prima che il calcio, onorando il proprio nome di Polisportiva”.
Oscar Ghesini
Il lavoro di Oscar Ghesini è stato affiancato dalla sua ricerca e presa di contatto con decine e decine di ex giocatori dell’epoca o dei loro familiari. Durante la presentazione del primo volume presso la Biblioteca Ariostea, martedì, saranno presenti alcuni discendenti di quei lontani pionieri dello sport biancoazzurro.
Il primo volume è acquistabile in due versioni cartacee (a colori o in bianco e nero) e in versione ebook, andando sul sito editoriale www.lulu.com
In copertina: Società Polisportiva Ars et Labor 1924-1925
“Il diritto di non uccidere”, una mostra e una settimana di iniziative cittadine sul tema dell’obiezione di coscienza alla guerra programmata tra il 2 e il 3 ottobre 2023, a cura di Movimento Nonviolento e Rete della Pace di Ferrara.
Il diritto di non uccidere
L’obiezione alla guerra in Italia e in Russia, Ucraina, Bielorussia Mostre, incontri, proiezioni, letture, testimonianze Ferrara, da Lunedì 2 ottobre
Con “Il diritto di non uccidere” Ferrara risponde all’appello lanciato a Vienna, a chiusura del Vertice Internazionale per la Pace in Ucraina che si è svolto il 10-11 giugno scorso, convocato dai movimenti pacifisti e nonviolenti europei. Con la Dichiarazione di Vienna per la Pace i cittadini europei si rivolgono ai leader politici per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina e l’avvio di negoziati. In tutta Europa l’appello verrà divulgato attraverso la mobilitazione internazionale prevista nei primi giorni di ottobre celebrando il 2 ottobre, compleanno di Gandhi, proclamato dalle Nazioni Unite Giornata Internazionale della Nonviolenza.
Una ricca rassegna di eventi cittadini si svolgerà presso Spazio Crema (Via Cairoli 13, Ferrara). La promuovono il gruppo locale del Movimento Nonviolento e la Rete della Pace di Ferrara nell’ambito della coalizione Europe for Peace, e ha il patrocinio della Fondazione Estense, dell’Istituto di Storia Contemporanea e del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara.
Il tema che unisce le diverse proposte è l’obiezione di coscienza alla guerra. La rassegna vuole essere l’occasione per aprire un dibattito su concetti niente affatto scontati, come ripudio della guerra, primato della coscienza o difesa nonviolenta della patria. Sarà dunque un luogo a aperto a chiunque desideri trovare un luogo di incontro e di confronto sui temi della guerra e del bellicismo in atto anche a livello culturale. Un luogo dove portare un contributo e proporre nuove iniziative cittadine a favore della pace con mezzi nonviolenti.
LA MOSTRA
Lunedì 2 ottobre,alle 17, inaugurazione della mostra curata dal Movimento Nonviolento e strutturata in due sezioni.
Da un lato, il percorso che in Italia ha condotto al riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, partendo dal primo caso di grande rilievo, quello del giovane ferrarese Pietro Pinna obiettore nel 1948, fino alla prima legge approvata nel 1972.
Dall’altro, il coraggio e la tenacia dei movimenti per la pace attivi in Russia, Ucraina e Bielorussia, indicati come traditori dai loro governi. Giovani che rifiutano la partecipazione alla guerra in corso a costo di mettere a rischio la propria libertà e, in alcuni casi, anche la propria vita. A tale proposito ricordiamo l’incontro che si è svolto a Ferrara nel febbraio 2023 con tre attiviste, Darya (Russia), Katya (Ucraina) e Olga (Bielorussia), con una fortissima presenza di cittadini ferraresi.
Il lavoro incessante di queste associazioni è sostenuto in Italia da una Campagna di Obiezione alla guerra, coordinata dal Movimento Nonviolento, alla quale è possibile aderire online e di cui si troveranno notizie a Spazio Crema nei giorni indicati.
Orari di apertura della mostra: da lunedì a venerdì 17-22, sabato e domenica dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 19.
PROPOSTA PER LE SCUOLE
Scuole o gruppi interessati a una visita guidata potranno prenotarsi per le mattine di venerdì 6, sabato 7 o domenica 8 ottobre. È inoltre possibile ospitare la mostra presso la propria scuola, parrocchia, centro di aggregazione, università. La sua realizzazione è stata pensata proprio per una facile trasferibilità dei pannelli. Per informazioni: movimentononviolento.fe@gmail.com
LA FORMAZIONE DEI GIOVANI IN SERVIZIO CIVILE VOLONTARIO
In accordo con il COPRESC di Ferrara (Coordinamento provinciale degli Enti di servizio civile), nelle mattine del 3-4-5 ottobre, dalle 9 alle 14, la mostra diventerà luogo di formazione per gruppi di volontari in servizio civile. Oltre a una visita guidata della mostra, i giovani e le giovani avranno l’occasione di riflettere sull’obiezione di coscienza come radice del Servizio Civile Universale che stanno svolgendo. Saranno proiettati video, incontreranno obiettori di coscienza con i quali confrontarsi e parteciperanno a laboratori pensati per favorire l’espressione di ciascuno.
GLI EVENTI GIORNO PER GIORNO
Lunedì 2 ottobre alle 18 e alle 21, verrà proiettata l’intervista a Daniele Lugli
“Legge 772/72. Il diritto di non uccidere”. Il video è la riduzione di una lunga conversazione nella quale il presidente emerito del Movimento Nonviolento racconta l’esperienza del GAN, il Gruppo di Azione Nonviolenta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, cui ha partecipato, con Pietro Pinna, nei primi anni Sessanta.
Il filmato sarà anche l’occasione per rendere omaggio al protagonista, uomo molto amato scomparso il 31 maggio scorso, riferimento certo per tutti coloro che in città si interessano di pace, nonviolenza, giustizia sociale. Molteplici i ruoli che ha rivestito. In questa sede giova ricordare che è stato amico di Aldo Capitini dal 1962 e partecipe alla nascita del Movimento Nonviolento, che proprio Daniele Lugli ha presieduto dal 1997 al 2011 rimanendone poi il presidente emerito. In città ha animato o condiviso innumerevoli iniziative per la pace, la tutela dei diritti umani e dell’ambiente, tra cui, per molti anni, la Scuola della Nonviolenta.
L’intervista è stata raccolta nel febbraio 2020 da Elena Buccoliero con le riprese di Giuseppe Di Bernardo. Il video è stato realizzato dal regista Alejandro Ventura, con la collaborazione di Elena Buccoliero. Verrà proiettato in due momenti, alle 18 e alle 21, per dare al maggior numero di persone l’opportunità di partecipare. Introdurranno Francesca Battista, coordinatrice di Rete Pace Ferrara, e il gruppo ferrarese del Movimento Nonviolento.
Martedì 3 ottobre,dalle 17,30 alle 22, la mostra ospiterà una Maratona di letturaper la pace promossa con l’ulteriore collaborazione della Biblioteca Popolare Giardino e del Centro Documentazione Donna. Ciascun lettore avrà a disposizione 8-10 minuti. Alla Maratona i promotori leggeranno testi di don Lorenzo Milani, di cui ricorre il centenario della nascita, ma ci sarà spazio per tutti coloro che vorranno proporre altri autori o i propri testi sulla pace. Per partecipare alla maratona di lettura è necessario iscriversi compilando questo modulo [Qui]
Mercoledì 4 ottobrealle 20,30, si confronteranno obiettori di coscienza e volontari in servizio civile di diverse generazioni, desiderosi di scambiare le loro esperienze e di comunicarle alla cittadinanza. L’incontro è promosso con la collaborazione del Copresc di Ferrara, il Coordinamento provinciale degli enti di servizio civile, ed è aperto ai cittadini interessati. In quella occasione verrà ricordato Andrea Samaritani, ferrarese, obiettore di coscienza e fotografo, prematuramente scomparso. La serata sarà coordinata da Andrea Casari e Patrizio Fergnani. Per adesioni o richieste di informazioni: movimentononviolento.fe@gmail.com
Giovedì 5 ottobre alle 18“Pacifismo e nonviolenza in Russia, Bielorussia, Ucraina. Il nostro ruolo, in Italia” è il tema che verrà sviluppato da Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della Campagna di obiezione alla guerra della Rete Italiana Pace e Disarmo. Dal principio della guerra il Movimento Nonviolento, attraverso le reti internazionali cui partecipa, è in contatto con i movimenti degli obiettori di coscienza e dei pacifisti di tutti i paesi coinvolti e contribuisce a sostenerli. Garantisce la difesa legale degli obiettori di coscienza, accoglie i loro bisogni più immediati e si impegna a far conoscere le loro storie attraverso il sito www.azionenonviolenta.it, la rivista “Azione nonviolenta” e una molteplicità di incontri e dibattiti su tutto il territorio nazionale. Introduce l’incontro Alfredo Mario Morelli, docente dell’Università di Ferrara e coordinatore del Laboratorio per la pace dell’Ateneo.
Venerdì 6 ottobrealle 18 si svolgerà con un flash mob a difesa dei diritti umani dei migranti. Alle 18,30 a Spazio Crema verrà presentata la campagna “Stop Border Violence. Art. 4 Stop alla tortura e ai trattamenti inumani ai confini d’Europa”, che chiede all’Unione Europea di prendere sul serio la propria Convenzione e impedire che si perpetuino violenze, respingimenti e torture alle sue frontiere. Durante l’incontro sarà possibile sottoscrivere l’appello “Stop border violence”.
Alle 21, sempre venerdì 6 ottobre a Spazio Crema, si prosegue con le Canzoni
Patrizio Fergnani. L’autore è un obiettore di coscienza al servizio militare e alle spese fiscali da sempre attivo per la pace e la partecipazione dei cittadini. Con chitarra e voce, proporrà alcune delle sue canzoni, anche inedite.
Sabato 7 e domenica 8 ottobre
la mostra “Il diritto di non uccidere” sarà aperta alle visite dei cittadini interessati alle 9,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 19.
Elena Buccoliero per il Movimento Nonviolento, Ferrara
Per informazioni: movimentononviolento.fe@gmail.com
In copertina: immagine dell’Istituto Ernesto De Martino.
3 ottobre 2013-3 ottobre 2o23: dieci anni dal naufragio di Lampedusa, 10 anni di indifferenza
Il 3 ottobre 2013 persero la vita al largo di Lampedusa 368 persone. Il Comitato 3 Ottobre (https://www.comitatotreottobre.it/), un’organizzazione senza scopo di lucro nato all’indomani del naufragio con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’inclusione e dell’accoglienza attraverso il dialogo con cittadini, studenti e Istituzioni, ha voluto raccontare cosa è successo da allora fino ad oggi, in questi 10 anni durante i quali sono morte in almeno altri 10 naufragi altre 27mila persone nel disperato tentativo di attraversare il Mediterraneo: https://www.youtube.com/watch?v=upGIvDFvZLk.
E mentre in questi anni nelle acque del Mare Nostrum si consumava un eccidio, l’Europa si affannava a tirare su barriere. Come certifica il Comitato 3 Ottobre nel suo dossier#10annidindifferenza, sono stati almeno 10 i muri costruiti in questi anni: in Bulgaria al confine con la Turchia, per 235 km; in Grecia al confine con la Turchia, per 12,5 + 27 km; tra la Macedonia del nord confine e la Grecia, per 37 km 4; al confine tra Ungheria, la Serbia e la Croazia, per 158 + 131 km; al confine tra la Slovenia e la Croazia, per 198 km; in Spagna al confine con la Marocco (Ceuta e Melilla), per 8 + 12 km; nell’EuroTunnel tra la Francia e il Regno Unito, per 1 km; tra l’Estonia e la Russia, per 4 km; tra la Lettonia e la la Russia, per 93 km; al confine tra la Lituania, la Russia e la Bielorussia, per 45 + 71,5 km.
Secondo un documento pubblicato dal Parlamento Europeo a fine ottobre 2022, nel 2022 si contavano 2.048 chilometri di barriere ai confini Ue in 12 Stati membri, nel 2014 erano appena 315, nel 1990 zero.
Già nell’ottobre 2021, dodici Stati membri (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia) hanno inviato alla Commissione una lettera chiedendo finanziamenti Ue per i “muri”. “Barriere fisiche – scrivevano – appaiono un’efficace misura di protezione dei confini che servono gli interessi di tutte l’Ue” e dunque “devono essere oggetto di fondi aggiuntivi adeguati dal bilancio Ue con la massima urgenza”.
Fra qualche giorno ricorrerà il decennale di quella tremenda strage. Dieci anni trascorsi calpestando la dignità delle persone, tra “chiusura dei porti”, decreti sicurezza, “guerre” alle Ong e a chi cerca di aiutarle a salvare vite umane, porti assegnati sempre più lontano al solo scopo di complicare l’azione di salvataggio, improbabili processi ai presunti scafisti, motovedette “donate” alla guardia costiera libica, violazione sistematica di norme di diritto internazionale e di quelle costituzionali e smantellamento delle esperienze virtuose d’accoglienza. Dieci anni di complice indifferenza, se non di una vera e propria criminalizzazione di chi si mette in viaggio in cerca di una vita degna. Intanto, durante questi due lustri, ogni giorno nel Mediterraneo qualcuno moriva.
Nel 2016 fu istituita la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza in ricordo di quel 3 ottobre 2013. Come ci invita a fare il Comitato 3 Ottobre dovremmo iniziare a porre con forza alcune domande e pretendere risposte: come è possibile che oggi si verifichino ancora naufragi con centinaia di morti, con rimpalli di responsabilità e promesse che non verranno mantenute? Come è possibile che la commozione di dieci anni fa si sia trasformata in indifferenza, se non in ostilità verso chi fugge da guerre e persecuzioni? Come è possibile che l’Operazione Mare Nostrum sia stata archiviata, e Italia e istituzioni europee abbiano cercato solo di stipulare “patti con il diavolo”, pagando signori della guerra e capi di Stato/dittatori, perché “si tenessero” i profughi?
Il Comitato 3 Ottobre ha organizzato una “tre giorni” per raccontare e offrire spunti di riflessione in merito a cosa è successo dal 2013 fino ad oggi a Lampedusa, dando voce alle persone sopravvissute ai naufragi, a chi fa soccorso in mare, ai parenti dei morti e a chi ha cercato di dare un nome alle salme, a chi si occupa dell’accoglienza.
Vergogna
A cominciare
Dalla mia
Ai funerali
Funerali operai
Della strage
Di Brandizzo
Nessuno
Non c’era nessuno
Del Governo
Nessuno della opposizione
Cara Schlein
Hai perso una occasione
Nessuno dei sindacati
Soli lasciati soli
Maledetti
Li avete lasciati soli
I funerali operai
Senza stato
E bisogna pregare
Tanto succede
Pure la Chiesa
Lascia. Interdetti
Cosa significa (oggi, domani e domani l’altro) rubare?
‘Rubare‘ significa “Appropriarsi, impadronirsi con mezzi e in modi illeciti, di oggetti, valori e beni che appartengono ad altri; indica di norma un’azione compiuta senza ricorrere alla violenza, ma usando la destrezza e l’astuzia, il sotterfugio e l’inganno, di modo che il proprietario o altri non se ne accorga subito; non ha preciso significato giuridico, ma può comprendere vari reati come il furto, la truffa e la frode, il peculato e la prevaricazione, l’abigeato” [Enciclopedia Treccani].
Mi chiedo se questa definizione sia ancora esaustiva in questa epoca postmoderna di digitalizzazione.
Sicuramente si può rubare un bene materiale. Vado al mercato e rubo le arance, dal macellaio la carne e dal fruttivendolo la frutta. Oppure rubo portafogli sulla metro affollata e catene d’oro al collo di signore ricche, oppure ancora organizzo truffe entrando nella casa di persone anziane, spacciandomi per un tecnico dell’A2A, stordendole e facendo in modo che mi consegnino i soldi che hanno.
È successo a una mia vicina di casa. Per fortuna che un passante ha capito che c’era qualcosa di strano e ha fatto scappare i ladri. La mia vicina di casa è morta con un brutto ricordo di quell’esperienza. Rubare i soldi è un conto, rubare la serenità di una persona un altro, più grave e duraturo. Quanto può valere la serenità di una persona? Tutti i soldi che uno ha, tantissimi o pochissimi che siano, e anche molto di più.
Purtroppo, però non esistono solo questi “furti” che appartengono alla brutta tradizione di questo paese pieno di contraddizioni, ma ne esistono di più sottili, cattivi e con potenziale devastante.
Uno riguarda la maldicenza. In contesti molto competitivi dove ci si confronta ogni giorno per accaparrarsi lavoro, e quindi denaro, la maldicenza impera. Diffondere notizie false sui competitor è un gioco da ragazzi all’ordine del giorno.
Ecco così che in epoca passata un bravo professionista (o gruppo di …) ha fatto pessimi lavori, non si sa bene né dove né come. Oppure ha voluto soldi senza consegnare il lavoro finito, oppure ha organizzato consessi “strani” per farsi pagare in maniera illecita …. e chi più ne ha più ne metta. Non credo di avere sufficiente fantasia per descrivere tutte le falsità inventabili e fatte circolare per “rovinare” qualcuno.
Mi vengono in mente Mia Martini, il presidente della repubblica Leone,Enzo Tortora … personaggi all’apice di questi processi distorti che creano informazioni false ma credibili e che distruggono le persone. Senza prove non si affermano verità cattive e nemmeno le si suggerisce.
Dall’altra parte non bisogna essere disposti a credere all’ultimo arrivato che ti racconta, con atteggiamento amichevole e cospirante, delle assolute falsità infanganti e che sicuramente danneggeranno qualcuno. Anche in questo caso si può usare il verbo “rubare”. Rubare la serenità, se non il futuro a una persona è un atto che ripugna, non è legittimo, puzza.
La creduloneria è un male di quest’epoca e, purtroppo, non è una cosa strana. Un ‘credulone’ è una persona che, per troppa ingenuità, è pronta a credere a tutto quanto un altro dice o vanta o promette (sempre Treccani). Esiste un surplus di informazioni circolanti che non permette di andare dritto alla fonte per capire cosa stia succedendo, transitano continuamente nella rete notizie senza che ci sia la possibilità di discriminare in maniera sicura la veridicità del contenuto.
Ovviamente non è tutto così e non è sempre così. Esistono ancora contesti positivi che anelano alla trasparenza, io ne conosco e non voglio che mi si consideri una pessimista cronica, ma credo che i veri latrocini non riguardino i beni materiali, i veri latrocini riguardano pezzi di vita degli altri, possibilità e risorse umane e professionali degli altri.
Alla base dei furti di vita c’è l’invidia, un’invidia con radici negli abissi, che è un male di questo mondo capitalista, consumista, arraffone e indifferente. Il peggio di noi si esprime nel togliere possibilità di vita agli altri in nome della necessaria salvaguardia di sé stessi, dei propri figli. Ho paura che se questi “figli” sapessero in che contesti vengono citati e con quali scopi prenderebbero a odiare i genitori e si scatenerebbe una guerra famigliare. Non citate i vostri figli a sproposito, lo diceva già la Bibbia.
Eppure, è così. Citare bambini legittima il peggio che si può esprimere in termini di ruberie. Non si ruba la vita agli altri in nome delle arance del mercato, del posto di lavoro, della propria realizzazione, ma in nome dei propri figli. Credo che questa sia una delle porte dell’inferno. Se la porta esiste ed è aperta ci si va dritti, altrimenti ci si va appena qualcuno la apre.
Anche i sistemi mafiosi usano questo tipo di legittimazione per i reati, questo modo subdolo che aiuta la mente e il cuore a piegarsi al danno e alla vendetta come armi salutari e irrimediabili. La seconda forma di legittimazione di questa perversione comportamentale è l’appartenenza al gruppo.
Chiunque abbia studiato i sistemi mafiosi sa che è così. Consiglio a chi non l’ha ancora fatto di mettersi a studiare. Provate, ad esempio, a leggere il libro di Michele Santoro che s’intitola Nient’altro che la verità. Questo argomentare potrebbe portare lontano, ma qui mi fermo, per ora.
Passando a ciò che vediamo tutti i giorni, mi vengono in mente tutte le ruberie del mondo digitale in cui viviamo. Password, numeri di telefono, codici fiscali, numeri di carte di identità o carte di credito: tutti questi nostri dati, finiti nelle mani sbagliate, possono consentire a dei ladri/malfattori di compiere atti illeciti a nostro nome.
Il furto di identità digitale rappresenta una minaccia sempre più diffusa, in ragione del fatto che i servizi informatici sono sempre più estesi nella vita quotidiana e la maggior parte delle attività sono condotte online, tramite strumenti tecnologici come il pc, lo smartphone o il tablet: tutte le informazioni che un utente inserisce, ad esempio all’interno di forum online, social network o piattaforme di e-commerce, sono esposte al rischio di essere sottratte da parte di criminali informatici.
Secondo il RapportoCensis-DeepCyber sulla sicurezza informatica in Italia, pubblicato in aprile 2022, nel 2021 sono stati rilevati nel web “4,5 miliardi di dati sottratti a individui tra e-mail, carte di credito, Carte di Identità e passaporti”.
Secondo i dati del Rapporto Censis 2022 al 64,6% dei cittadini (75,6% tra i giovani, 83,8% tra dirigenti) è capitato di essere bersaglio di email ingannevoli il cui intento era estorcere informazioni personali sensibili, presentandosi come provenienti dalla banca di riferimento o da aziende di cui la persona era cliente. Il 44,9% (53,3% tra i giovani, 56,2% tra gli occupati) ha avuto il proprio pc/laptop infettato da un virus.
L’insicurezza informatica viaggia anche tramite i pagamenti online: al 14,3% dei cittadini è capitato di avere la carta di credito o il bancomat clonato, al 17,2% di scoprire acquisti online fatti a suo nome e a suo carico. Il 13,8% ha subìto violazioni della privacy, con furti di dati personali da un device oppure con la condivisione non autorizzata di foto o video.
Al 10,7% è capitato di scoprire sui social account fake con il proprio nome, identità o foto, al 20,8% di ricevere richieste di denaro da persone conosciute sul web, al 17,1% di intrattenere relazioni online con persone propostesi con falsa identità.
Diffuso anche il cyberbullismo: il 28,2% degli studenti dichiara di aver ricevuto nel corso della propria carriera scolastica offese, prese in giro, aggressioni tramite social, WhatsApp o la condivisione non autorizzata di video. Che dire, una ruberia continua che, come minimo, causa uno stato di malessere e di insicurezza dannoso. Alcune di queste cose sono successe a tutti, quindi non è necessario descriverle oltre.
Mi viene in mente tutto questo ogni volta che parlo in un microfono. Con la digitalizzazione chiunque parli in un microfono sa che la sua voce può essere registrata, le parole tagliate e riassemblate fino a comporre frasi che dicono il contrario di quanto si è affermato, che si possono creare avatar che dicono assurdità con la nostra voce. Le parole riassemblate possono essere vendute, citate, usate per fini cattivi. La tecnologia permette tutto questo, il nostro senso etico.
E allora mi viene da fare una preghiera ai potenziali ladri della mia voce: per favore lasciatemi la mia voce! Non posso vivere senza di essa.
Per leggere gli altri aricoli di Catina Balotta su Periscopio cliccasul nome dell’autrice
Moka (all’anagrafe Monica Zanon) ha imparato a comunicare con la poesia durante gli studi tecnici che le sono serviti per apprendere l’arte della manutenzione degli elicotteri.
Il “vuoto d’aria”, anche se si riferisce a quando l’elicottero perde quota all’improvviso, è un’espressione errata, come scrive l’autrice nella breve nota introduttiva, “perché non può esserci assenza d’aria altrimenti non potremmo volare o vivere. Eppure il ‘vuoto d’aria’ è la metafora perfetta che rappresenta ciò che accade nel volo della mia vita.”
Una poesia in cui si rincorrono, si sfidano legami profondi con la propria terra e desiderio di assaporare briciole d’infinito mentre s’incrocia l’aria vista di profilo.
Ho volato volato volato
Ho volato volato volato
sui tempi d’oro
della gioventù dirò,
ho camminato
su storie incredibili.
I tumulti sono orme
infilate in passaggi stretti,
misurati con le mie ossa,
tuffi in grandi attese.
Salvati!
Ho urlato nelle mie orecchie,
perché cadere
è rendersi fragili:
si sfilano le tracce di noi
e a nulla serve lasciare
nuvole di memoria.
Non ci sono più misure
in cui riconoscersi.
L’orecchio discute, sente i messaggi del vento. Una dialettica del dialogo tra significato e suono.
Il profondo legame con la natura, in cui Moka è immersa mentre dall’alto della sua casa guarda lontano oltre il Lago Maggiore, con quello che qualcuno chiama Creato, lo senti, lo fissi in “Reggi l’anima coi denti”.
Reggi l’anima coi denti
Ci laviamo con le lacrime
il viso nel risveglio,
hai una voglia di ciliegie in bocca,
mentre fissi il soffitto di stelle.
Reggi l’anima coi denti
senti il suono della ranza
e il profumo dell’erba nel latte,
c’è un po’ di gelosia nel tuo respiro
per i colori dei fiori ancora da travasare.
Terra e cielo dialogano di continuo, si rimandano segnali colorati in carenza d’infinito. Guardare la terra dall’alto per abbracciarla e lasciarsi passare dai sentimenti. Nell’aria dei pensieri.
Tante sono le parole che sentiamo e tante sono quelle che non ci arriveranno mai. Anche vicino a noi.
La siccità del vuoto
Si svuota la casa
in poco tempo,
i vestiti i cappotti,
non resta nulla di sé,
restano i muri a secco
resta la siccità
del non detto.
Liriche spesso brevi, che punteggiano una quotidianità capace di unire una malinconia sotterranea e una poesia che irrompe impaziente.
L’impazienza della poesia
Avvolta in una tuta da meccanico,
con la malinconia liquida nel petto,
volevo fare il pilota d’elicottero
solo in autorotazione recupero i battiti,
ma l’impazienza della poesia
mi ha insegnato a volare.
Ogni tanto traspaiono, emergono cenni “biografici”, desideri di una vita personale attenta all’essenzialità, alla positività nei rapporti personali. Iosif Brodskij scriveva che “in poesia, come in qualsiasi altra forma di discorso, il destinatario non è meno importante del parlante”.
Atlante di vite insoddisfatte
Infinitamente insoddisfatti
distratti distruggiamo gli altri,
in vece portiamo acri disappunti
di un sogno irraggiungibile chiamato vita.
Se fossimo davvero attenti
non perderemmo tempo con inutili parole
compiacendo il nostro ego infelice,
ago che cuce indefinite amarezze.
Monica Zanon, in arte Moka (1982) è nata e vive a Solcio di Lesa (NO). Nel 2014 ha fondato l’Associazione Licenza Poetica, insieme ad alcuni amici. Alcune sue pubblicazioni: “L’orso logorroico”, Youcanprint, 2016; “La casa dell’indigeno“, Youcanprint, 2017; “Nella mia selva sgomenta la tigre“, Le Mezzelane Casa Editrice, 2018; “Un tempo assente“, Le Mezzelane Casa Editrice, 2019; “Difettosa“, Youcanprint, 2020; “Buchi temporali“, Youcanprint, 2020; “Vuoti d’aria”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021. Crea e collabora all’organizzazione di eventi letterari. Cura il suo sito personale (www.mokaend.com) e la collana digitale “I Girini” di poesia de Il Babi Editore.
Nella rubrica Parole a Capo abbiamo pubblicato altre sue poesie il 26/11/2020.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]
TERRA 1
Le potenzialità generative della creta nella Psicoterapia Espressiva integrata all’Arte
Irpinia, scultura nella piazza di Conza Nuova, costruita dopo il terremoto del 1980
Nella stanza dei materiali un cartello dice “la terra può essere rigenerata con l’acqua”. Mesi più tardi ci sarà un’altra avvertenza d’uso: “La terra indurita può essere scolpita”.
Penso a mia madre che desiderava essere sepolta sotto terra perché “ questo è il processo naturale delle cose”, l’unico luogo che potesse accogliere il corpo.
L’anima, per lei che era credente, era un altro discorso.
Penso alla mia scoperta della creta tanti anni fa.
Maria Belfiore mi propone di manipolare un po’ di terra, così mentre parliamo, le mie mani si muovono accompagnando le parole, le pause, i ricordi, il dolore.
Le dita piegano, pressano, lisciano la terra e la terra asseconda i gesti e si piega, si comprime, si leviga.
Dal niente, nasce la mia prima scultura.
Oggi, so e posso dire, che non era dal niente. Quel mucchietto di terra conteneva già, in attesa, un potenziale generativo. L’intervento delle mie mani aveva liberato una forma tra tutte quelle possibili.
La terra si era permeata delle mie emozioni, docile e resistente a un tempo….
L’incontro con la creta ha dato origine ad una ricerca che mi ha messo in contatto con parti profonde e oscure della psiche. Ho avuto il riscontro che il toccare con mano la terra risveglia sentimenti arcaici e fondamentali.
Il mistero che vorrei svelare riguarda la potenza della creazione. Quel momento di pura creatività per cui da una massa scaturisce una forma che non è solo una immagine estetica, ma è un concentrato di emozioni, di energia, di vita.
Attraverso la creta, le mani e con esse il corpo che partecipa, la mente, immersa in una dimensione intima, atemporale e infinita, inizia un moto naturale, spontaneo, estasiato che genera l’opera artistica.
Solo successivamente, di fronte al proprio “capolavoro”, l’artista può guardarlo attentamente e cercare di decodificarlo.
L’argilla è un materiale concreto, tangibile che permette di usare la tridimensionalità. L’oggetto è un oggetto vero, non solo una rappresentazione, può essere esperito da più punti di vista, il fruitore vi può girare intorno, occupa uno spazio e questa valenza rafforza il senso di potenza.
La terra richiama il significato del procreare e quindi si collega imprescindibilmente con l’archetipo materno.
La dea Iside, statuetta risalente al III o IV secolo a.C. rinvenuta a Nag Hammadi, Egitto
Inno a Iside
Perchéiosonocoleicheèprimaeultima
Iosonocoleicheèvenerataedisprezzata,
Iosonocoleicheèprostitutaesanta,
Iosonosposaevergine, Iosonomadreefiglia,
Iosonolebracciadimiamadre,
Iosonosterile,eppuresononumerosiimieifigli,
Innumerevoli sono le rappresentazioni della Dea Madre, del suo culto, del suo simbolismo e molto di tutto ciò che è legato al suo archetipo rimane e si svela. Pachamama, ad esempio,inArgentina,èoggettodivenerazioneancoraoggi.Ritornatainaugeperlequestioniecologicheambientalistiche,nelSuddelmondononhamaismessodiesserecelebrataconritiefeste,convivendoconaltretradizionipopolariereligiose. Ma è presente anche nel lavoro artistico e nel processo terapeutico quando la terra è lo strumento privilegiato per esprimersi.
Pachamama
Donna, terracotta di G. Tonioli
Contenitori
Contenitori di diverso tipo di diversi pazienti
Ogni contenitore costruisce un confine tra interno ed esterno, tra dentro – ciò che è contenuto- ed esterno – ciò che racchiude. Creare dei confini è già un modo per strutturare l’esperienza e organizzare il mondo interiore.
Il Lacrimatoio
“Il lacrimatoio”, terracotta dipinta di A., 2020
A. non piange, anzi racconta le cose drammatiche vissute intercalandole con bellissimi sorrisi. “la sera, mi dice, quando nel silenzio e nel buio penso a quello che sto vivendo mi si inumidiscono gli occhi, ma, via via ! ci sono i figli e non bisogna farsi prendere dalla tristezza. Già alla prima telefonata mi aveva colpito la leggerezza e l’ironia con la quale mi accennava a traumi irreversibili che avevano sconvolto la sua vita. Ho pensato siamo lontane da una elaborazione che passa anche attraverso la rabbia e il pianto.
Nel tempo, approfondiamo la nostra relazione terapeutica.
Oggi sento che è il momento di usare la terra. Ne prende poca, comincia la sequenza dei gesti più consueti e spontanei, alla fine, il suo contenitore plasmato nell’incavo della mano decide che deve diventare prezioso. Pensa ai lapislazzuli e all’oro una combinazione elegante che le ricorda l’infanzia passata in Egitto e agli oggetti sacri. Non sa dire di più ma, al momento di salutarci, si ferma come presa da una illuminazione. Mi ricorda un lacrimatoio. Sorride.
Sin dall’antichità esistono i lacrimatoi, dei contenitori nei quali si raccolgono le lacrime. Il raccogliere le lacrime è giustificato dal fatto che esse segnano sempre un momento di passaggio e di rinnovamento che segna la fine di qualcosa, dunque aiutano a accettare una trasformazione.
La seduta successiva mi riferisce di aver pianto quel giorno stesso, ma proprio con tanto dolore. Penso gocce che testimoniano un disgelo, siamo arrivati al momento in cui può avere compassione di sé e autorizzarsi al dolore, alla perdita, alla paura.
Picasso, Vase deux anses hautes, 1953
Nidi,caverne,grotte
Sono spesso questi i temi preferiti dei bambini, ma compaiono di frequente anche nelle opere adulte. Partendo da una sfera compatta di argilla si arriva ad una forma che somiglia ad un trullo o un igloo, forme molto antiche di abitazioni umane. Spesso vi si arriva anche mediante lo scavo modellando un cumulo di terra e iniziando a forarlo alla base. Non è difficile pensare a queste costruzioni: case grotte tane nidi come rifugio, metafora del primo contenitore – l’utero.
Richiamano l’esperienza di “luogo sicuro”, privo di pericoli, il primo quello del ventre materno, e suggeriscono la ricerca, il desiderio, la necessità di trovare una nuova forma di contenimento per sé, fondamentale per un senso di sicurezza, protezione, appartenenza.
Essendo spazi che, oltre che accogliere, permettono il movimento opposto dell’andare fuori, sono anche simboli della nascita e riproducono l’uscita dalla vagina, o nelle prime esperienze infantili, l’andare fuori per la esplorazione e la conquista del proprio posto nel mondo.
A questo proposito, interessante a mio avviso è stata l’esperienza di un gruppo sul tema del trauma. In quella occasione avevo chiesto ai partecipanti di creare un’ immagine di ciò che intimamente poteva essere il proprio personale “luogo sicuro”. Tra le tante rappresentazioni realizzate, molte erano state fatte privilegiando, tra i vari materiali a disposizione, proprio la creta, e molte di esse erano grotte, contenitori o allegorie più esplicite a riferimenti materni.
La grotta, o il ventre materno, scultura di S. donna 33 anni
Bambino che manipola la creta per gioco
La mano, realizzata da G., uomo 49 anni
Buchi,varchi,passaggi
Sono anch’essi prodotti che spesso vengono realizzati intuitivamente. Nel concreto svolgono la funzione di una possibilità di attraversamento, di una situazione mediana tra due stati, tra due dimensioni.
Si potrebbe dire che in terapia sono la metafora del passaggio da una situazione conosciuta ad una ignota, da una vecchia ad una nuova. Corrisponde al processo trasformativo e non appare molto differente dalla simbologia delle molteplici morti e rinascite che la Terra comprende in sé nel suo ciclo vitale.
Pizze,focacce,torte
Sonoleformepiùfacilie spontanee durantelamanipolazionee rimandano in maniera molto diretta al cibo e al nutrimento.
La terra viene schiacciata, premuta, allungata. Si ripetono gesti antichi: quelli delle donne che impastano e trasformano i semi della terra in cibo.
Donna, 65 anni, pensionata
Uomo, 35 anni
I lavori presentati nelle figure sono decorati, impreziositi, ricchi. La cura e l’attenzione con cui sono stati realizzati suggeriscono l’ amorevolezza e la sollecitudine per l’ oggetto di tale dedica.
C’è molto di rituale in questo.
Conoscendo più da vicino la Terra come potenziale Madre che genera e protegge mi sono imbattuta però nella sua duplice natura in cui conflitti antichi vengono riproposti e cercano una conciliazione. La Madre e la Terra possiedono ambivalenze che sono imprescindibili e che permangono nei luoghi più reconditi della nostra mente antica: l’istinto di vita Eros, e l’istinto di morte Thanatos, (Freud).
Ma ciò sarà argomento di un prossimo secondo articolo sulla Terra.
In copertina:Albero di creta, rifugio di piccoli animali, realizzato da un giovane paziente.
Per leggere gli altri interventi della rubricaL’Arte che CuradiGiovanna Tonioli, clicca sul nome della rubrica o su quello dell’autrice.
Bologna: Extinction Rebellion inizia uno sciopero della fame
Extinction Rebellion (XR) : Oggi, 27 settembre 2023, inizia uno sciopero della fame portato avanti da Emiliano, un attivista del movimento, ed esteso e allargato a chiunque ha deciso di appoggiare le motivazioni del gruppo.
A partire da questa data lə scioperanti si incontreranno tutti i pomeriggi dalle ore 17 alle ore 20 in Piazza Maggiore per chiedere alla Regione Emilia-Romagna di abbassare gli obiettivi di neutralità climatica dal 2050 al 2030 e indire un’Assemblea Cittadina regionale per elaborare le politiche eco-climatiche necessarie a realizzare questo impegno. Il gruppo si è organizzato chiedendo a cittadine e cittadini di aderire anche solo per un giorno allo sciopero finché la Regione non si impegnerà ad agire ora accogliendo le nostre richieste, perché non è la lotta di un giovane, ma è la lotta di tutta l’umanità.
“Sono Alessandro, padre di un figlio di 23 anni. Ho deciso di aderire allo sciopero della fame perché sono molto preoccupato del collasso climatico ed ecologico che stiamo attraversando. Per questo motivo ho fame di speranza, ho fame di un futuro per mio figlio e per tutti i ragazzi, i bambini, i giovani di questo mondo”.
Decine di cittadine e di cittadini di tutte le età e di tutti i territori della Regione sciopereranno insieme a Emiliano. Scioperano perché spaventatə dagli eventi estremi degli ultimi mesi. Scioperano perché consapevoli delle responsabilità che le istituzioni hanno avuto nel guidarci verso il collasso e le possibilità che avrebbero di salvarci, se solo si dotassero degli strumenti per farlo.
Le responsabilità della Regione Emilia-Romagna
Si è appena conclusa una delle estati più calde della storia dell’umanità. Quest’anno l’Emilia-Romagna si è trovata nella situazione apparentemente paradossale di dover fronteggiare gli effetti devastanti della siccità dopo aver passato gran parte della primavera del 2023 a fare i conti con le devastazioni delle alluvioni, che hanno causato la morte di 17 persone e oltre 22.000 sfollatə. Lə primə profughə prodottə dal cambiamento climatico nella storia della nostra regione.
Di fronte a questi scenari, per XR è essenziale che le istituzioni regionali agiscano attraverso politiche eco-climatiche elaborate con la partecipazione dei cittadini e delle cittadine della regione.
Abbiamo potuto osservare il potenziale distruttivo delle alluvioni primaverili favorite da una cementificazione scellerata del suolo frutto di politiche che hanno ignorato l’alto rischio idro-geologico del nostro territorio: infatti, nonostante la legge regionale 24/2017 affermi di contrastare la cementificazione, l’Emilia- Romagna continua a essere la terza regione in Italia per consumo di suolo, e la prima per quanto riguarda le aree a rischio alluvione. Inoltre, come segnalato dal Prof. Paolo Pileri su altreconomia, il 7 agosto scorso la delibera 1407 della Giunta regionale ha dispensato le autorità comunali dal dover ricorrere al parere dell’Agenzia ambientale regionale (Arpae) sulle valutazioni ambientale strategiche dei loro piani urbanistici. Un’altra dimostrazione dell’inconsistenza delle politiche ecologiche della Regione Emilia-Romagna.
Il “Patto per il Lavoro e per il Clima” si è rivelato un guscio vuoto: mancando di una chiara formulazione sia di obiettivi intermedi che di investimenti specifici e risorse finalizzate al raggiungimento del 100% di energie rinnovabili al 2035.
Senza questi indicatori è impossibile monitorare l’attuazione dei propositi del Patto, che sono in aperta contraddizione con le grandi opere ad alto impatto ambientale, come l’allargamento del sistema autostradale-tangenziale a Bologna (il Passante di Mezzo) e il rigassificatore di Ravenna, avviate col consenso delle autorità Regionali, nonostante l’opposizione di più di settanta associazioni ecologiste regionali che fanno parte della Rete per l’Emergenza Climatica ed Ambientale dell’Emilia-Romagna.
La nostra determinazione
Dispostə a privarci del cibo, abbiamo fame di giustizia climatica, prontə a entrare in azione per fermare la violenza di questo sistema capace di generare ed esacerbare le disuguaglianze. Abbiamo fame di democrazia: l’Assemblea Cittadina regionale rappresenta un’opportunità per ri-politicizzare le comunità, un laboratorio per elaborare politiche serie ed efficaci partendo dalla scienza e da un coinvolgimento reale di cittadini e cittadine. Abbiamo fame di vita e di futuro.
Laddove la politica continua a mettere in pericolo le nostre vite, noi continueremo a ribellarci all’estinzione con i nostri corpi. Extinction Rebellion, con il supporto di tutte lə cittadinə che hanno aderito e aderiranno, continuerà lo sciopero finché la Regione non agirà.
Extinction Rebellion – Bologna
In copertina: Un precedente sciopero della fame di Extinction Rebellion (foto di Pasquale Pagano)
Papa Francesco denuncia il commercio delle armi dietro la guerra in Ucraina e si batte per trattativa e per la pace. Il presidente brasiliano Lula propone ai leader mondiali un incontro ad alto livello per rimettere al centro dell’agenda politica. La sinistra europea, che dovrebbe avere un ruolo trainante, continua a tacere.
Le nette parole di Papa Francesco dovrebbero spingere la sinistra europea a chiedersi se sta davvero agendo in modo coerente con i suoi principi morali. L’Europa dovrebbe essere un faro di pace e giustizia nel mondo, e la sinistra europea ha un ruolo cruciale in questo contesto.
Nel panorama politico europeo, una voce che sembra essersi persa negli ultimi anni è quella della sinistra europea. Mentre un tempo questa corrente politica aveva un forte impegno verso la pace e la giustizia sociale, oggi sembra essersi smarrita. Un recente intervento del Papa Francesco ha messo in evidenza una mancanza di dibattito e di azione che la sinistra europea avrebbe dovuto intraprendere da tempo.
Il Papa ha pronunciato parole di grande significato durante una conferenza stampa a bordo del volo papale, mentre si discuteva della guerra in Ucraina. Ha detto: “Questa guerra è un po’ interessata non solo dal problema russo e ucraino ma per vendere le armi, il commercio delle armi”, e ha aggiunto che “gli investimenti che danno più redditi sono le fabbriche di armi, cioè le fabbriche di morte”.
Queste parole del Pontefice sono un richiamo potente all’indignazione morale contro il commercio delle armi, una questione che sembra essere caduta nell’oblio nei discorsi della sinistra europea.
In passato, la sinistra europea era spesso una voce chiave nell’impegno per la pace. Tuttavia, negli ultimi anni, sembra essersi allontanata da questa lotta cruciale.
Mentre Papa Francesco solleva la questione del commercio delle armi e dell’uso indiscriminato di queste armi in conflitti come quello in Ucraina, la sinistra europea sembra aver perso il suo impegno e la sua voce su questo tema.
Le parole del Papa sono un richiamo alla responsabilità morale di tutti i leader dei governi europei. Ha affermato a proposito della guerra in Ucraina: “Non dobbiamo giocare col martirio di questo popolo”.
Le nette parole di Papa Francesco dovrebbero spingere la sinistra europea a chiedersi se sta davvero agendo in modo coerente con i suoi principi morali. L’Europa potrebbe essere un faro di pace e giustizia nel mondo, e la sinistra europea ha un ruolo cruciale in questo contesto.
La sinistra europea dovrebbe ascoltare queste parole e riflettere sulle sue priorità e sul suo ruolo nella promozione di un mondo migliore. La questione del commercio delle armi è una questione centrale e la sinistra europea dovrebbe tornare a sollevarla con forza nella sua agenda politica.
E invece? Si fa continuamente scavalcare da Papa Francesco. Un Papa che, nei fatti, riprende in mano con la mitezza francescana quelli che erano gli ideali e le parole d’ordine dei grandi e compianti leader della sinistra europea del secolo scorso: Willy Brandt, Olof Palme, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer.
Questo Papa attinge a piena mani dalla grande tradizione pacifista di don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, don Tonino Bello, don Primo Mazzolari. Una tradizione che a suo tempo incalzò non solo la Chiesa ma anche la sinistra a prendere posizione in modo meno ambiguo e più deciso sul tema dell’obiezione di coscienza alla guerra.
In un momento critico in cui il conflitto in Ucraina continua a infliggere sofferenze a un popolo innocente, che sta sacrificando decine di migliaia di persone in una controffensiva sanguinosissima, è fondamentale che i leader europei e mondiali che condividono un impegno per la pace si uniscano per cercare soluzioni diplomatiche e porre fine a questa tragedia.
L’invito a un incontro di alto livello, guidato dal presidente brasiliano Lula, potrebbe rappresentare un passo importante verso la promozione della pace in Ucraina.
Il mondo guarda ora a questi leader per dimostrare che la diplomazia e la cooperazione internazionale possono prevalere sul conflitto armato e sulla sofferenza umana. La speranza è che, attraverso il dialogo e l’impegno congiunto, si possa aprire una strada verso la pace.
Sinistra europea, se ci sei batti un colpo e sostieni gli sforzi di pace del Papa, del presidente brasiliano Lula e dei leader africani.
Nota: Questo intervento è già uscito, con altro titolo, sul sitoPeacelink
In copertina: Trattativa. foto tratta da www.pace.it
Vite di carta.La terra sbagliata dello scrittore albanese Gazmend Kapllani.
Di ogni libro che si legge bisognerebbe poter parlare con qualcuno. Oggi vorrei che Maria, mia compagna nel recente viaggio dentro il Festivaletteratura 2023 a Mantova, potesse essere qui e discutere con me del libro che Gazmend Kapllani ha presentato nella bella cornice di Santa Barbara giovedì 7 settembre.
E vorrei scrivere a Simonetta Bitasi che ha gestito l’incontro con Kapllani e con l’autrice italo-bosniaca Elvira Mujčić, per dirle che mi è servita la chiave di lettura da lei suggerita, anche se nel corso della lettura ho dovuto ridefinirne i confini semantici.
Mi è stato utile cominciare La terra sbagliata aspettandomi un romanzo politico: è vero che la politica e la storia dell’Albania escono in primo piano a un certo punto del racconto, dopo un inizio dedicato alla vicenda personale di Karl, che da emigrato torna a casa per il funerale del padre dopo molti anni di lontananza, e della sua famiglia che invece è rimasta tenacemente legata al sortilegio della città natale, Ters (in albanese con due accezioni di significato, “sortilegio” e più in negativo “malocchio”).
Il romanzo racconta la massiccia emigrazione albanese seguita alla caduta del regime comunista negli anni Novanta, quando gli studenti di Tirana in segno di protesta occuparono le università e uccisero la dittatura facendo a pezzi la statua diEnver Hoxha.
Tra questi ragazzi c’è Karl. Si trova Karl anche tra i tanti che in seguito partirono dall’Albania per materializzare i loro sogni di libertà, andando in Europa, America, Australia, ovunque potessero, o nella vicina Grecia come accade al nostro protagonista.
Il romanzo mette a fuoco molto bene anche la visione del mondo della sua famiglia rimasta a Ters, del padre e del fratello, la cui voce emerge alla fine di buona parte dei capitoli. In caratteri corsivi si leggono le parole di Frederik , la sua dissonanza rispetto alle scelte di Karl, la cui vita è andata avanti in altri paesi (dopo la Grecia, l’America), con altre donne a fianco, con il bagaglio delle lingue straniere imparate che si è accresciuto facendo lievitare in lui una identità aperta e sempre problematica.
Nella stessa pagina in cui Karl decide di fuggire dalla schiavitù a cui la dittatura ha ridotto gli albanesi e rinfaccia al padre la sua ortodossia comunista, il fratello prende la parola per ricordargli gli insegnamenti paterni sulla importanza delle radici, della famiglia e della nazione. Due modi contrapposti di rapportarsi al proprio paese, alla origine di sé e al futuro.
A questo punto ho dovuto ripensare al significato di romanzo “politico” e includervi una accezione di più vasta portata e una che porta lo zoom narrativo su una scala decisamente più ridotta, di carattere personale e intimo. La prima va riferita all’orizzonte più ampio e generale, quello del sistema mondo in cui la migrazione di individui e popoli è da sempre un carattere costitutivo, frutto e causa di squilibri e ri-categorizzazioni degli assetti geopolitici.
“L’essere umano vive in un complesso equilibrio tra noto e ignoto, tra necessità di un radicamento e voglia di partire, di cambiare la propria situazione, di ribellarsi a un passato che non lo definisce più. Persino il più tradizionalista degli uomini, se guardasse al proprio albero genealogico, alla costituzione del proprio DNA, scoprirebbe di essere il frutto di una qualche migrazione”: mi soccorrono le parole che trovo nella postfazione scritta dai due traduttori del romanzo, Ermal Rrena, emigrato da Tirana proprio come Karl nel 1991, e la milanese Rossella Monaco.
I quali aggiungono: “Accade che emigrare è un lavoro: presuppone visione, speranza, impegno, fatica, obblighi, in vista di una vita migliore… Ma emigrare è anche un diritto, specie – aggiungo io – quando coloro che partono fuggono da un paese che disattende i caratteri della polis e si fa terra di diritti calpestati e di guerre.
Nella parabola di vita di Karl questa prima accezione che potrei definire ecumenica si intreccia con l’altra, più intima e personale del figlio in lotta col proprio padre. “Nello scontro generazionale… si ritrova tutta la forza politica delle decisioni umane. Il figlio non comprende lo sforzo di costruzione del padre e il punto di vista del fratello che ha finito per incarnare quello del genitore. Il padre e il fratello non comprendono la sua volontà di definirsi attraverso l’incontro con l’altro“.
Allontanandosi dalla terra sbagliata ha trovato coordinate esistenziali più autentiche, come la donna che ha amato dalla giovinezza, perduta e poi miracolosamente ritrovata, e come il mestiere dello scrittore.
Quando torna per due settimane a Ters per il funerale del padre rivela a se stesso che nulla è davvero cambiato: le sue scelte confermate, la contrapposizione con la fissità della vita del fratello confermata e resa ancora più netta. Al nazionalismo di Frederik che concepisce le proprie radici soltanto in senso geografico e culturale, Karl risponde con altre radici, dal significato più ampio, esistenziale.
Se Maria fosse qui condividerei con lei un’ultima frase molto bella in cui Rrena e Monaco parlano della difficoltà del tradurre e di ogni lingua come scrigno fluido e pulsante di una visione del mondo. La frase è questa: “nella traduzione convivono… l’incontro e lo scontro, l’impossibilità di dire la stessa identica cosa in lingue diverse, la volontà di avvicinarsi ai significati, alla musica, ai ritmi, alle immagini che fanno di un popolo quel che è. Di aprirsi invece di imporsi. Di lasciar andare invece di afferrare”.
Nota bibliografica:
Gazmend Kapllani, La terra sbagliata, Del Vecchio Editore, 2022 (traduzione di Ermal Rrena e Rossella Monaco)
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Aspettavo con emozione i due concerti che si sono tenuti al Teatro Comunale di Ferrara diretti dal maestro Gatti che, perseguendo un progetto triennale di esecuzione delle sinfonie beethoveniane, avrebbe diretto la Quarta e la Quinta e due giorni dopo la Seconda e la Sesta. Per il teatro ferrarese una convalida della qualità delle scelte e quindi l’importanza del cartellone.
Arriva la sera della prima esecuzione. Indosso la giacchetta di rito e aspetto l’apertura dell’atrio. Attorno tante persone che mi salutano affettuosamente, altre che mi guardano con aria complice come a dire «Io c’ero!», mentre nascondo le emozioni e la preoccupazione di non ricordarmi di qualcuno di loro.
I musicisti prendono posto ed esplode l’incipit della Quarta sinfonia. La memoria si mette in moto e sull’onda della musica si spalancano le porte dei ricordi. Poi, dopo il passeggio dell’intervallo, mentre ostinatamente tengo la mascherina consigliata dal medico tra gli sguardi furbetti di chi irride la misura, si ritorna tutti in sala per ascoltare la Sinfonia forse più famosa del mondo.
Gatti ne dà un’esecuzione foscoliana, quasi gridata, mentre vorticosamente la memoria mi trasporta a Bellosguardo, a Firenze, quando, dalla finestra della mia camera, osservavo il rifugio foscoliano e immaginavo il fulvo poeta mentre declama impetuoso l’inno
«- Te beata, gridai, per le felici aure pregne di vita, e pe’ lavacri che da’ suoi gioghi a te versa Apennino! Lieta dell’aer tua veste la Luna di luce limpidissima i tuoi colli per vendemmia festanti, e le convalli popolate di case e d’oliveti mille di fiori al ciel mandano incensi»
Così, a mio avviso, nella esecuzione del Maestro Gatti, la Quinta assume toni decisamente foscoliani e i toni -per proseguire il parallelo con la letteratura – più leopardiani o manzoniani rimangono un sussurro.
La domenica pomeriggio seduto in platea tra amici conosciuti o meno, dopo l’intervallo che mi produce ancora dubbi e perplessità su chi salutare o chi riconoscere o meno, si apre il palco di proscenio ed entrano due ragazzi con casco in testa sui dieci anni accompagnati da un’affascinante signora che tiene in braccio un pupo di due-tre anni.
Probabilmente parenti dei musicisti. Appena le prime note della Sesta si diffondono, il pupo comincia a balbettare e a tendere le mani al padre che avrà riconosciuto tra gli orchestrali. Una scena di una dolcezza straordinaria. Tutta la fisicità di chi riesce a trasformare corpi, fiati, capelli e piedi in un sogno perfetto, che è la vera conoscenza, si trasferiscono in quel gesto e dagli occhi non più abituati mi scendono le lacrime.
Il ritorno alla realtà si rivela però di una bruschezza inaudita. Mentre le ultime note, quasi sospirate, stanno per finire, un improvviso bisogno mi scuote. Ah! Come siamo ‘fragili’.
Corro spostando i vicini di posto mentre esultano. Mi precipito fuori ma – hélas! – il bagno è chiuso. Trasvolo gli spettatori uscenti e mi precipito quasi in agonia nell’albergo dei miei amici. Mi guardano perplessi, indicano il bagno e mi chiedono se voglio un aperitivo.
No grazie e rifiuto a malincuore. Poi mestamente m’avvio a casa accolto trionfalmente dai rimbombi della costruzione del garage e dalle urla ormai consuete di chi vi lavora dentro.
Un bel contrappasso!
Ma finiranno mai questi lavori? Boh! Se non lo sanno loro. Se fossi nelle macchine comincerei a preoccuparmi.
Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturiclicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
Abbiamo un ricordo di Don Milani nelle sue attività topiche di prete antimilitarista, di maestro dei poveri, di critico dell’educazione, ma ci rendiamo conto che non abbiamo molte testimonianze dirette della sua opera quotidiana di persona.
Nelle numerose pubblicazioni che giustamente celebrano i 100 anni dalla nascita del priore di Barbiana ci viene incontro questo libro pubblicato da Dissensi e scritto da Sandra Passerotti in base alla testimonianza di Fabio Fabbiani: Non bestemmiare il tempo, l’ultimo insegnamento di Don Milani.
Il libro, racconta l’autrice/curatrice, ha una genesi particolare, un libro pubblicato in Francia prima che in Italia, un libro scritto a due mani, fino alla morte di Fabio nel 2017, sull’esigenza di lasciare un ricordo alle nuove generazioni di una realtà che ancora il mondo non ha accettato pienamente. Un libro scritto da persone e non da professionisti della letteratura.
Al proliferare di scuole intitolate a Don Milani non ha corrisposto una reale e profonda comprensione del messaggio pedagogico di Barbiana e meno che mai la sua applicazione nella pedagogia contemporanea.
In questo senso alcuni dei messaggi pedagogici essenziali sono perfettamente leggibili in un libro scritto in forma di diario da Fabio, allievo tardivo, direi dell’ultima generazione che vive il declino fisico ma non spirituale di Don Lorenzo, soffre con lui per la tremenda ingiustizia di un processo che ci appare dolorosamente anacronistico.
Barbiana è concretamente la scuola degli ultimi, basata sulla carità cristiana e sul riscatto del popolo; è la scuola che si fa insieme, esaltata dalla figura carismatica ma sempre accogliente del priore; è la scuola che prende posizione contro l’ingiustizia, che scrive ai potenti, che si ribella contro l’ordine stabilito.
Il libro dà testimonianza di tutto questo e lo fa con gli occhi di un ragazzo che riscopre il piacere dello studio, di quello vero, alieno dai programmi ministeriali e dalle convenzioni pedagogiche del momento; un ragazzo che fa del suo riscatto educativo una bandiera positiva, una concreta realizzazione dell’ i care.
Leggere questo libro, scritto con l’amore per il compagno, per i nipoti e per l’Umanità da Sandra, riporta alla mente quel mondo, ancora così attuale, delle aspirazioni per una rivoluzione profonda, sociale, spirituale che ha animato le migliori menti del XX secolo e lo ha reso, oltre che un secolo di tragedie, anche un secolo di grandi ispirazioni che è necessario ricordare e opportuno mettere in pratica.
Nota: questo articolo è già uscito nei giorni scorsi su pressenza
Il Dragone d’oro per il miglior lungometraggio a “Sweetwater”, dedicato alla vita di Nat Clifton. Miglior docu “Sisters of Ukraine”, la guerra vista con gli occhi delle suore che aiutano i profughi
Sabato 24 settembre si è conclusa l’ottava edizione del Ferrara Film Festival, “un grande successo dal punto di vista mediatico e qualitativo”, dice Maximilian Law, Direttore Artistico del Festival. “Abbiamo avuto una partecipazione tre volte superiore a quella del 2022, sfiorando le 30mila presenze tra proiezioni, eventi e convegni che si sono susseguiti tra Teatro Nuovo e Cine Village. Il livello dei film proiettati e degli ospiti arrivati al Festival si è alzato moltissimo, basti pensare a Giancarlo Giannini a cui è stato assegnato il Dragone D’Oro alla Carriera, a Manuela Arcuri, Edoardo Leo, Stefano Fresi, Jeremy Piven, Martin Guigui, Kevin Reynolds, Martina Stella, Daniele Taddei e ai tantissimi ospiti italiani e internazionali. Questa edizione svolta in una nuova “casa” ci ha portato più al centro della città, ed è stata una chiave vincente. È un ottimo presupposto per fare un’edizione 2024 ancora più di successo”.
Due le giurie che hanno avuto il compito di assegnare i Golden Dragons di questa edizione: la Giuria Principale, presieduta da Daniele Taddei, Amministratore degli Stabilimenti Cinematografici Studios e composta da Martina Stella, Francesco Montanari, Luca Ribuoli (regista di Speravo de morì prima, La mafia uccide solo d’estate e di Call My Agent), Nicoletta Ercole (costumista che ha curato per oltre 150 film per cinema e televisione, membro dell’Academy Awards – Oscar – e degli EFA – European Film Academy), Tonino Zera (scenografo di Il primo re, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Vallanzasca – Gli angeli del male, e vincitore del premio Campari Passion For Film alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per il film The Palace di Roman Polanski) e Roberto Rocco (fotografo e direttore della fotografia di Angelo nero, Un bacio nel buio e Beauty Centre); la Giuria FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub) che ha invece giudicato i cortometraggi formata dal Presidente Lorenzo Caravello (Presidente Fedic) e da Laura Biggi (Consigliere nazionale Fedic e Responsabile Fedic Scuola), Gianluca Castellini (Consigliere nazionale Fedic e Direttore di Sedicicorto Film Festival di Forlì), Maurizio Villani (Presidente Cineclub Fedic Ferrara) e Roberto Fontanelli (Vice Presidente Cineclub Fedic Ferrara).
Ecco i vincitori dei Golden Dragon Awards e le dichiarazioni dei premiati.
Premiere Event 2023 – Best Feature Film: “Sweetwater”, di Martin Guigui,con Everett Osborne, Jeremy Piven, Cary Elwes.
Nat ‘Sweetwater’ Clifton entra nella storia come il primo afroamericano a firmare un contratto NBA, cambiando per sempre il modo in cui si gioca il basket.
“A Ferrara ho passato dei momenti incredibili. Sono davvero onorato che il pubblico e la giuria abbiano apprezzato il film nella sua interezza. Non vedo l’ora di tornare, perché il Festival è stata per me un’esperienza eccezionale”. Jeremy Piven
“Da italiano è un onore ricevere questo premio per un film come Sweetwater. Sapere di essere tra gli italiani che hanno avuto un riconoscimento a livello mondiale mi riempie di enorme soddisfazione e orgoglio”. Massimo Zeri, Direttore della fotografia
Premiere Autore 2023 – Best Feature Film: Tre Storie In Bottiglia, di Giuseppe Gandini con Massimo Olcese, Ignazio Oliva, Christian Borromeo
In una magica ‘enoteca’ le bottiglie di vino raccontano storie. Due avventori e l’Oste assaggiano tre vini diversi e, magicamente, tre storie iniziano a intrecciarsi lentamente.
“Questo premio dimostra che “nemo profeta in patria” non è sempre per forza un detto valido. Devo davvero ringraziare tutti quelli che mi hanno sempre supportato, in particolare la mia famiglia. Tutti coloro che hanno lavorato al film lo hanno fatto con serietà e professionalità come si fa nelle più grandi produzioni. Speriamo che questo sia il primo passo perché il film possa essere presto in distribuzione”. Massimo Gandini
Best Director of Feature Film 2023: Martin Guigui, per Sweetwater
Regista, produttore, produttore esecutivo, sceneggiatore e compositore di musica per film e televisione. Tra i suoi film: 11 settembre: Senza scampo (2017), The Bronx Bull (2016), Beneath the Darkness (2012), My X-Girlfriend’s Wedding Reception (2001).
Best Lead Actor in Feature Film 2023: Massimo Olcese, per Tre Storie In Bottiglia, di Giuseppe Gandini
Attore e comico genovese lo ricordiamo in A.N.I.M.A. (2019), Rapiscimi (2019), Infernet (2016), Ti stimo fratello (2012).
“Sono molto emozionato di ricevere questo premio, che è il primo che ricevo nel ruolo di attore. Devo ringraziare Giuseppe Gandini e tutti gli attori giovani e alcuni alla loro prima esperienza, perché sono stati bravissimi”. Massimo Olcese
Best Lead Actress in Feature Film 2023 – Premio Lyda Borelli: Lucrezia Lante Della Rovere, per L’incantevole Lucrezia Borgia
Il racconto “pop” del regista Carlo Alberto Biazzi dedicato alla vita della nobildonna estense, tra le donne più controverse della storia. Nel film Lucrezia Lante della Rovere racconta la storia di Lucrezia Borgia come la più grande telenovela del Rinascimento. Inseguita da voci e pettegolezzi, Lucrezia vive tra favola e l’incubo.
Premiere Docu 2023 – Best Feature Film: Sisters Of Ukraine, di Mike Dorsey
Due volontari di Barcellona si recano in un convento nell’Ucraina Occidentale dove le suore stanno aiutando i rifugiati dopo l’invasione russa.
Best Soundtrack 2023 – Premio Radio Bruno: Sweetwater
La colonna sonora del film vincitore spazia dal jazz al blues al rock’n’roll.
Best Short Film Director 2023: Luca Maria Piccolo, per Soluzione Fisiologica, con Stefano Accorsi
Il regista si dedica in particolare alla scrittura e alla regia di cortometraggi. Nel 2019 ha vinto il premio Solinas alla migliore sceneggiatura con “Arrusi”. Nel 2021 è assistente alla regia di Ferzan Özpetek e Gianluca Mazzella per la serie TV “Le Fate Ignoranti”. Il film racconta quella che sembra un’ordinaria telefonata tra un uomo e un sex worker, ma che nasconde un intento ben più complesso. Un gesto di profonda comprensione. Un atto di amore incondizionato.
Premiere Event 2023 – Best Short Film – Premio “Weshort”: The Screens, di Erik Champney, con Harvey Lipman, Randy Borruso
Un paziente di un ospedale psichiatrico familiarizza con uno sconosciuto visitatore e capisce che potrebbero condividere una inquietante connessione.
Premiere Autore 2023 – Best Short Film: Midnight Ride, di Alessandro Farrattini Pojani, con Nancy Farino, Alessandro Maria Rossi, Matthew Coulton
Un fattorino italiano spacciatore di droga ricorre alla rapina in un locale di burrito nel sud di Londra dopo che gli sono stati rubati la bicicletta e la droga, senza sapere che potrebbe essere lui a essere preso in giro per tutto il tempo.
Il Ferrara Film Festival è realizzato con il sostegno del Comune di Ferrara, Regione Emilia-Romagna, Ministero Della Cultura, Renault Italia, Mercatorum, Italo, OroPuro Caffè, Archivio Vittorio Cini e il sostegno di UNICEF Italia nel settore umanitario. Riuscita la partnership con Studios, rappresentata durante il Festival dai Gianluca Melillo Muto in qualità di Managing Partner.
Martina Stella, foto in copertina, e altre foto della premiazione di Valerio Pazzi
Saudade per Antonio Tabucchi. Un compleanno in assenza (per i suoi 80 anni)
C’è uno strano testo disperso di Tabucchi che si intitola Lettera a un editore (non inviata). Lo scrittore si chiedeva cosa mai potessero pensare di lui in un paese (il Portogallo) che, pur essendo stato fondamentale nella sua vita professionale e privata (basti ricordare i suoi anni di insegnamento della Letteratura portoghese nelle università italiane, e il fatto che sua moglie,Maria José de Lancastre, appartiene ad una nobile famiglia portoghese), non era la sua terra nativa, e rifletteva sui complessi codici di appartenenza che ci legano al mondo che ci circonda.
Insoddisfatto delle due categorie più evidenti, secondo le quali o si è autoctoni o si è stranieri, ne evocava una terza, suggeritagli dal termine portoghese di estranjerado con il quale vengono chiamati i portoghesi che vivono altrove e tornano a casa solo per le vacanze. Sono persone che non sono né autoctone né straniere, più o meno come lo era lui in Portogallo: autoctono per vocazione, ma straniero per nascita.
E questo nonostante il forte amore per il Portogallo, di cui aveva mirabilmente studiato la letteratura, mentre si sentiva a disagio nel paese natio: l’Italia neo-fascista e berlusconiana, che non si era mai stancato di stigmatizzare, al punto che – per una serie di circostanze – avrebbe finito per allontanarsene scegliendo di vivere piuttosto in Portogallo e in Francia.
Era estanjerado dunque anche in Italia, per l’Italia (dalla quale comunque non avrebbe potuto sradicarsi mai e di cui portava con sé dovunque quanto più contava, la lingua) mentre, per ovvi motivi, non poteva dirsi autoctono negli altri due paesi prescelti. Apparteneva a tutti e tre, e allo stesso tempo per ciascuno dei tre era dislocato altrove: estranjerado dovunque, mentre per cultura, passione, predilezione, perfino per lingua,era insieme italiano, portoghese e francese.
Insomma Tabucchi è stato un grande scrittore europeo, in un’Europa che non aveva (e non ha ancora) saputo/voluto abbattere le frontiere creando una comune societas. Ma chissà che questa mancanza di collocazione non abbia contribuito a nutrire, almeno in parte, la sua inquietudine, facendo di lui un intellettuale esemplare, il modello di quello che si può chiedere a un’arte narrativa in grado di unire maestria tecnica e impegno, invenzione e capacità di segnalare in modo lieve (come si conviene alla vera gravitas) un profondo turbamento esistenziale. In questo, e non solo in questo, insomma, il nostro autore era maestro, perfetto figlio di un secolo che si era avviato a Parigi, in anni nei quali negli altri paesi mancava – e sarebbe a lungo mancata – la libertà.
“Gli scrittori devono avere due paesi, quello al quale appartengono e quello nel quale vivono realmente”, ha scritto Geltrude Stein nel suo Paris France.
Tabucchi di paesi ne aveva tre, ma diversamente da quanto scriveva la Stein (“Il secondo è ‘romanesque’, è separato da loro, non è reale, anche se è realmente là”), nessuno dei suoi era ‘romanesque‘, nessuno era separato da lui, ognuno era reale, anche se non era ‘realmente là’. Ma come sappiamo, la saudade – parola e malattia lusitana tanto cara ai suoi personaggi, alle atmosfere dei suoi racconti e romanzi – si nutre anche di questo.
Non è un caso allora che Tabucchi abbia scelto a proprio nume tutelare un poeta alloglotta e moltiplicato per eteronimi come Pessoa, che tramite un “baule pieno di gente” ha dato voce all’altro da sé realizzando la struttura cubica e ortogonale di una diffrazione della personalità.
Uno scrittore che ha scritto che “Tutto è noi e noi siamo tutto”, aggiungendo “ma a che serve questo, se tutto è niente?”, e che ha sostenuto che “la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta” (è da qui che nasce non solo il tabucchiano Elogio della letteratura che apre il postumo Di tutto resta un poco – la sua splendida raccolta di saggi -, ma la conclusione: “Trovate un uomo a cui la vita basti: costui non farà mai letteratura”).
Il trascorrere da un luogo all’altro, da una patria all’altra (fino a vivere e a morire altrove, in quel Portogallo dove adesso riposa accanto ai grandi scrittori portoghesi), sono diventati un modo per tradurre nel quotidiano la transitabilità non solo della vita ma dell’arte.
Alla percezione di irreversibile e nostalgia, e al desiderio dominante di essere altrove, Tabucchi ha dato parola letteraria inventando storie nelle quali gli spostamenti, gli interscambi di città (Pisa, Roma, Parigi, Lisbona, Madrid…) e di personaggi sono frequenti, dove in definitiva a dominare è l’eterotopia, cioè un tempo (per definizione inafferrabile) che si concretizza in uno spazio tangibile che ricava però dalla sua singolare genesi una sorta di straniata consistenza.
Gli spazi della narrativa tabucchiana, benché localizzabili (anche se spesso è difficile essere veramente sicuri che ci si trovi in un luogo preciso) sono luoghi fuori dai luoghi, luoghi ripetibili, duplicabili, quasi anonimi. Gli incontri più significativi tra i suoi personaggi avvengono sui treni, negli scompartimenti ferroviari, nelle stazioni, negli ospedali, nei caffè, nelle biblioteche, nei musei.
A dominare è l’effetto specchio, che moltiplica l’io, lo confonde con l’altro, anche nel luogo che Foucault ha considerato eterotopico per eccellenza: il cimitero. Un luogo dove il tempo si accumula mentre perde la sua identità (come avviene anche nelle biblioteche e nei musei)e dove è possibile mantenere un contatto con l’assenza; un luogo dove, come nello specchio, si riflette ciò che non esiste ma che ci assomiglia e a cui si continua a dare un nome.
Il passaggio dall’eterotopia all’eterocronia diventa allora possibile; i tempi, i luoghi si sovrappongono, così come la partenza e il ritorno. Tutto si condensa e cerca significato nel luogo-non luogo ossimorico per eccellenza che domina l’inizio di uno dei suoi romanzi più belli (Requiem) e la città di Lisbona: il Cemitério dos Prazeres.
A moltiplicarsi ogni volta per i tanti suoi lettori, in ogni paese, in ogni lingua, è la suggestione della scrittura: quanto fa leggere e induce a tornare a rileggere i suoi libri (da Notturno indiano a Sostiene Pereira, dal Gioco del rovescio a Tristano muore, dalla profetica Testa perduta a Si sta facendo sempre più tardi…), trovandoli ogni volta diversi, ricchi di piste che avevamo perduto e/o dimenticato, sempre pronti come sono, quei libri, a divertire, ad appassionare, a sollecitare turbamenti e domande, non solo sulla finzione, ma sulla vita, sul suo destino, sul suo senso.
Inaugurato il 28 aprile del 1877, Stamford Bridge è uno degli impianti sportivi più antichi del Regno Unito, nonché il primo e finora unico stadio nella storia del Chelsea Football Club. Tuttavia, il proprietario fondiario di Stamford Bridge non è lo stesso Chelsea, bensì un’organizzazione non profit creata nel 1993 e composta perlopiù da tifosi dei Blues: una sorta di azionariato popolare che, oltre alla suddetta proprietà, detiene anche i diritti di denominazione del club londinese. L’organizzazione in questione, cioè la Chelsea Pitch Owners, fu istituita dall’ex presidente del club Ken Bates al termine di una vicenda legale che mise a rischio il futuro di Stamford Bridge, sul cui terreno, se non fosse stato per lo stesso Bates, sarebbe sorto probabilmente un elegante complesso residenziale.
Cominciamo dall’inizio di questa vicenda, cioè dal fatto che il già citato Ken Bates, proprietario e presidente del Chelsea dal 1982 al 2003, non riuscì ad acquistare la proprietà fondiaria di Stamford Bridge dal suo predecessore Brian Mears, il quale si ostinò a non venderla. Senonché, nel 1984 lo stesso Brian Mears trasferì quella proprietà alla società di sviluppo immobiliare Marler Estates in cambio di un milione delle sue azioni: una cessione che, dati gli interessi della stessa società, non prometteva nulla di buono per il Chelsea e per il suo stadio. Pochi mesi più tardi, infatti, il presidente della Marler Estates ottenne il via libera dal consiglio distrettuale di Hammersmith e Fulham alla riduzione di Stamford Bridge, il quale, stando a tale progetto, sarebbe dovuto diventare “uno stadio molto più piccolo e compatto”. Insomma, la situazione apparve piuttosto critica, e nel 1986 il club londinese lanciò la campagna “Save the Bridge“ allo scopo di sensibilizzare i tifosi e raccogliere 15 milioni di sterline, cioè il prezzo al quale sarebbe stato possibile riacquistare la proprietà fondiaria del suo stadio.
Nel frattempo, il Chelsea continuava a usufruire di Stamford Bridge in leasing, cioè quello concesso a Bates nell’atto di cessione del 1982. Tuttavia, quell’accordo sarebbe scaduto nel 1989 e, in virtù della vendita effettuata da Brian Mears, il Chelsea avrebbe dovuto rinegoziarlo non più con il suo ex presidente, ma bensì con la Marler Estates. Data la difficoltà di questa trattativa, la strategia di Bates fu piuttosto chiara: esasperare l’avversario attraverso una serie di piccole dispute legali e, di conseguenza, guadagnare sempre più tempo. Sta di fatto che nel 1989 la Marler Estates cedette la proprietà fondiaria di Stamford Bridge a un’altra società di sviluppo immobiliare, la quale presentò immediatamente un avviso di sfratto al Chelsea: si trattava della Cabra Estates, i cui legali dovettero anch’essi scontrarsi con la tenacia di Ken Bates. Stando a quanto dichiarato dall’avvocato che affiancò lo stesso Bates, quest’ultimo si aggrappò a una clausola secondo la quale il Chelsea avrebbe avuto il permesso di riqualificare Stamford Bridge – e quindi di prolungare la sua permanenza in tale stadio – nel caso in cui avesse portato a termine i lavori di ristrutturazione avviati nella prima metà degli anni ’70. Così, in un modo o nell’altro, il club londinese cercò più volte di dimostrare che avrebbe concluso quei lavori.
Il punto di svolta dell’intera vicenda arrivò nel 1992: il Regno Unito entrò in recessione, il mercato immobiliare subì una forte crisi e, nel giro di pochi mesi, la Cabra Estates fu costretta ad avviare la procedura di liquidazione del suo patrimonio. La Royal Bank of Scotland assunse il controllo della proprietà fondiaria di Stamford Bridge, e il 15 dicembre di quello stesso anno raggiunse un accordo con il Chelsea: oltre al rinnovo ventennale del leasing, il club inglese riuscì a ottenere un’opzione di acquisto fissata a 5 milioni di sterline. Di lì a breve, Bates trasferì tale opzione alla neonata Chelsea Pitch Owners al fine di evitare ulteriori “convivenze” con proprietari o investitori esterni, e nel dicembre del 1997 la stessa organizzazione non profit acquistò la proprietà di Stamford Bridge grazie a un prestito erogato proprio dal Chelsea, il quale ottenne in cambio l’utilizzo dello stadio in leasing per i successivi 199 anni.
Il risultato di tutto ciò è che adesso i tifosi dei Blues possono decidere le sorti di quello che, da più di vent’anni, è a tutti gli effetti il loro stadio. Al momento, sono state vendute circa 22.000 partecipazioni azionarie della Chelsea Pitch Owners, e per acquistarne una basta compilare un semplice modulo in PDF che è scaricabile dal sito ufficiale del club[Qui].
Leggendo queste frasi poetiche si riescono a cogliere contemporaneamente sia il silenzio della solitudine che la melodia della speranza. Si avverte la ricerca della meditazione come percorso che può attraversare il dolore conseguente al senso di colpa per arrivare ad una sorta di redenzione. Mauro Presini
La scuola di umanità
di H. J.
Solitudine, isolamento, dolore, soffrire nel silenzio. Nessun maggior dolore che ricordarsi dei tempi felici nella miseria.
L’esperienza porta consapevolezza. Il mondo ha sete di valori veri.
Il canto della liberazione, la capacità di ascolto, la semplicità, l’umiltà, la pazienza che apre il cuore dell’anima.
L’umile insegnamento della pace.
Ansia, nausea, confusione, disillusione, disperazione… lì sembra di aver già consumato la vita senza mai trovare la pace.
Vivere la prigione come una Redenzione. Una perfetta dose di sofferenza. Le tenebre del giorno cercano un senso. Sognare di riparare il misfatto. Essere pieno di progetti per domani, nonostante il dolore e la perdita.
La triste condizione è la mancanza di ideali e valori.
Umiliato e confuso, nel suo cuore non c’è traccia di risentimento, perché non giudica nessuno.
In ogni situazione della vita, anche la più negativa, è nascosta la via per un’altra via; per dimenticare la via del male. Cercare la felicità.
Qualcuno ha odio verso la sua persona, egli non odia l’altro.
Un fuoco nero lo consuma, si sente stanco a fare nulla.
Quello che è deprimente è l’inazione perpetua.
La solitudine di ogni momento.
Seduto a guardare il nulla.
Malinconia, angoscia, monotonia, promiscuità.
Non ha più una vita intima.
Gli manca la famiglia e l’odore della terra bagnata con l’acqua del mattino.
Si sente perso nel deserto del cuore umano.
Cover: un’ opera di un detenuto nelle carceri di Ferrara
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A Gaia Tortora il Premio Estense 2023, edizione dei record. Federico Rampini si aggiudica il prestigioso riconoscimento Gianni Granzotto. Sgarbi: “il premio più democratico d’Italia”.
Sembra esserci davvero tutta la città in un Teatro Comunale elegante e scintillante, insieme al gotha del giornalismo italiano e all’imprenditoria di una regione innovatrice e produttiva, che dalle grandi difficolta esce sempre a testa alta. Proprio come “Testa alta, e avanti”, di Gaia Tortora, che vince la 59° l’edizione del Premio Estense, l’edizione dei record. Record per il numero dei libri candidati, ben 69, per le presenze, anche di tanti giovani, per la sua giuria popolare che dibatte, sullo stesso piano, con una giuria tecnica prestigiosa, ribaltando, a volte, ogni pronostico. Il che lo rende “il premio più democratico in Italia”, sottolinea Vittorio Sgarbi nel suo intervento in chiusura delle votazioni.
I membri della giuria tecnica sono: Alberto Faustini, Michele Brambilla, Luigi Contu, Tiziana Ferrario, Paolo Garimberti, Jas Gawronski, Giordano Bruno Guerri, Agnese Pini, Venanzio Postiglione, Alessandra Sardoni e Luciano Tancredi.
Il filo conduttore di questa scelta, è la memoria, ricorda Alberto Faustini, presidente della giuria tecnica, al momento del dibattito per le votazioni. La vicenda di Enzo Tortora, la donna dimenticata di Marcello Sorgi, il racconto dell’anno fondamentale della storia italiana (il 1922) di Ezio Mauro e dei traditori che ci sono stati, e ancora ci sono, in Italia, fin dallo sbarco alleato del 1943, di Paolo Borrometi.
Il dibattito far le due giurie sarà intenso e acceso. Ricco, appassionato, coinvolgente, emozionante. Un testa a testa fino alle fine, il vincitore decretato dopo cinque votazioni, quasi un ex aequo (peraltro invocato da due finalisti che, per la prima volta nella storia del premio, hanno “fatto irruzione” nella sala dei votanti dalla vicina sala al ridotto del Teatro da cui osservavano la discussione).
Emerge subito l’importanza di come la storia vada fermata sulle e nelle pagine, indagata, capita, sviscerata, compresa e raccontata. “Sono ancora troppi i misteri italiani, spesso coperti dal segreto di stato. Il cittadino ha diritto di sapere”, sottolinea Tiziana Ferrario. Temi attuali, come il “cancel culture” ante litteram della scrittrice Mura, avvolta da una misoginia che riporta alla triste cronaca dei nostri giorni.
La storia della bolognese Maria Assunta Volpi Nannipieri, in arte Mura, raccontata da Marcello Sorgi, che riuscì vendere, in un paese illetterato, fino a un milione di copie scrivendo romanzi di letteratura rosa con un pizzico di erotismo, tollerato dal regime, in quanto era stata anche a lungo la fidanzata del giornalista Alessandro Chiavolini, racconta tutto il cortocircuito della censura fascista, la sua contraddittorietà. Il suo romanzo, “Sambadù amore negro”, del 1934, la mise al bando, in fondo, solo per la copertina che raffigurava una donna bianca abbandonata tra le braccia di un uomo di colore. Nessuno lesse il libro, al centro della lotta intestina ai vertici del regime, fra Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, e il potente capo della polizia Bocchi.
Il libro di Ezio Mauro viene, da qualcuno, definito “perfetto”: è didattico, perfetto per le scuole, ha una scrittura eccellente, lineare e non barocca, segue il metodo del cronista. Misurato dal numero delle suole e dei taccuini consumati, il cronista indaga, ripercorre i luoghi in cui si sono consumati i fatti. Ed Ezio Mauro ha sempre fatto questo, come con il racconto della caduta dei Romanov. Per “L’anno del fascismo. 1922. Cronache della marcia su Roma” ha effettuato ricerche accurate negli archivi di stato, spulciato testimonianze, cercato le storie, come solo lui è in grado di fare, definito “retroscenista” dei fatti. Comunicandosi emozioni, nell’indifferenza italiana, in un “paese ipnotizzato”, incapace di capire dove tanta violenza avrebbe portato.
Il libro di Paolo Borrometi, invece, racconta dei traditori del nostro paese, di chi si è servito dello Stato ma anche dei tanti eroi che hanno servito lo Stato. Un disegno inquietante non ancora compreso né completo. L’importanza di portare alla luce e parlare di quest’ombra e lato oscuro del paese, per sapere, ricordare e non dimenticare, viene sottolineata da una giovane studentessa del liceo cittadino Dosso Dossi. Lei è Elisa Rizzi è ed è andata a Milano, a piazza Fontana. Ha letto, studiato, cercato di sapere e di capire. Anche grazie alla sua professoressa. Alcuni giurati ammettono, altri forse solo lo pensano, vorrebbero avere una figlia o una nipote così. C’è speranza, penso io, fra me e me.
Agnese Pini non esita a supportare il libro di Gaia Tortora. Si tratta di “una memoria familiare che diventa collettiva”, sottolinea, “non un errore giudiziario ma un orrore giudiziario. E poi rimette in questione il ruolo di certa stampa”, quella sensazionalistica, che non esita a condannare prima di ogni sentenza. “In questa vicenda si legge tutta l’epicità della condanna degli innocenti, narrata dal Vangelo fino a Dante”, conclude, “una storia intima, vista e raccontata dagli occhi di una quattordicenne, impegnata, nel giorno dell’arresto plateale del padre, nel suo esame di terza media”. Un padre assente ma che, a causa del carcere, è diventato presente. Un carcere che sapeva la verità. “Perché nel carcere” dirà Gaia al momento del ritiro del premio, “tutti sanno la verità, appena entri”.
Jas Gawronski fa una emozionante confessione, un mea culpa sincero, quello di avere avuto qualche dubbio di fronte a un Enzo Tortora in manette.
Molti di noi ricordano quel viso attonito e incredulo, noi che guardavamo Portobello, che avevano nelle nostre camerette il gioco in scatola che riproduceva quel mercatino televisivo, un gioco compagno di tante domeniche spensierate.
Personalmente dubbi non ne ho mai avuti. Un processo mediatico terribile e spietato, invece, aveva deciso ancora prima di ogni sentenza di tribunale. Una gogna, la gogna. La mia memoria va, d’istinto, a Raul Gardini, a Maureen Kearney del recente film, “La verità secondo Maureen K.”, di Jean-Paul Salomé, a “Il penitente” di David Mamet.
Il libro di Gaia – una biografia emotiva come ricorda Faustini, perché il giornalismo è anche emozione, – è scorrevole, la scrittura è lieve, c’è amarezza ma non ci sono odio né rancore; del sistema, non è tutto da buttare, questa donna coraggiosa continua a credere nella democrazia e nella giustizia. Incredibile, ma vero. Meritava di vincere.
“Nel mio cuore considero la vittoria al fotofinish con il mio amico Paolo Borrometi un ex aequo, sono due libri che raccontano la storia d’Italia seguendo filoni paralleli, sui quali ci sarebbe ancora molto da dire. Dedico questo riconoscimento a quella ragazza di terza media e quindi ai ragazzi delle scuole e delle carceri dove continuo ad andare, soprattutto in quelle minorili. Vorrei che i ragazzi, attraverso il mio libro, comprendessero che giudicare subito è sbagliato e che utilizzassero la loro testa per farsi una propria idea”. Gaia Tortora
Il 39° “Riconoscimento Gianni Granzotto. Uno stile nell’informazione”è stato assegnato aFederico Rampini, editorialista del “Corriere della Sera” e già corrispondente de “la Repubblica” da New York dal 2009. Giornalista dal 1979, Rampini è stato vicedirettore del “Sole 24 Ore” e inviato e corrispondente da Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino. Ha insegnato nelle università di Berkeley, Shanghai e in Bocconi. Lo ritira ricordando l’amico Andrea Purgatori, che lo aveva vinto nel 2020.
I sensi
Non sono
Più opachi
Quella patina
Che attutiva
E feriva
Il mio gusto
Della vita
Si è dipanata
Le ferite
Però
Non vanno
Mai a dormire
Proseguono nei sogni
Nel profondo sonno
Il loro salasso
Di energie
Lo sento
Avverto i miei cali
Improvvisi
E progressivi
La vista
Sul baratro
Tuttavia
Non mi dà
Vertigini
Preferisco
Il cielo
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