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“Semafor”: all’incrocio dell’informazione, ecco il semaforo che pretende di regolare il traffico.

Sabato scorso sono andato al Teatro Comunale di Ferrara, ma per partecipare a un evento che non era nel programma della stagione di prosa. Si trattava invece di uno degli incontri organizzati all’interno del Festival di Internazionale, la rivista che quest’anno festeggia i suoi trent’anni di vita. Un’era geologica nel mondo dell’informazione, considerata la velocità attuale dei mutamenti che investono e a volte travolgono la galassia dei media e dei news magazine.

E proprio di media e di notizie si è parlato in questa chiacchierata pubblica a due voci, intitolata “Informazione”, tra Giovanni De Mauro, direttore responsabile di Internazionale e Ben Smith, nato come blogger politico statunitense, poi columnist del New York Times, ora “padre” di un nuovo sito molto ambizioso  (https://www.semafor.com) Ho assistito all’incontro in un Teatro Comunale gremito di giovani, di giornalisti e di giovani giornalisti. Ne ho ricavato alcune impressioni, tipo istantanee.

La prima impressione è di aver sopravvalutato la mia capacità di seguire, senza traduzione, il dialogo tra una persona che fa le domande in italiano e una che risponde in inglese (la sua madre lingua, peraltro). Quando una parte del teatro ridacchiava ascoltando le battute di Ben Smith ho ridacchiato anch’io, ma non posso giurare di aver capito del tutto cosa ci fosse da ridere. E’ anche vero che molti ridevano perché ascoltavano la traduzione in cuffia: ciononostante la sensazione di essere un troglodita non mi ha abbandonato.

La sensazione è aumentata quando Ben Smith ha affermato che Semafor ha l’ambizione di agganciare un’utenza di 200 milioni di persone nel mondo, mediamente acculturate, interessate alla finanza, alla tecnologia e ai grandi temi economico-politici, che parlano inglese e che vivono ovunque nel mondo. Non mi sono sentito parte di quella nutrita minoranza illuminata (Curiosità, per un incontro svoltosi rigorosamente in inglese che parla di una news magazine in lingua inglese: “Semafor” non è una parola inglese – sarebbe stoplight – ma è stata scelta perché evoca lo stesso tipo di significato in tante lingue diverse).

Ben Smith ha parlato anche dei suoi fallimenti, o perlomeno degli errori che hanno segnato il suo periodo da chief editor di Buzzfeed News, che nel giro di pochi anni è passato da articoli che totalizzavano anche 40 milioni di visualizzazioni, a tagli al personale per mancanza dei contributi necessari da parte degli inserzionisti pubblicitari. La parabola, o il tracollo, è stata almeno in parte dovuto alla pubblicazione di alcuni dossier controversi, il più famoso dei quali (lo Steele dossier) è stato bollato anche da giornali della concorrenza come “non verificato” e “diffamatorio” nei confronti della reputazione di Donald Trump – strano caso di presunta fake accusation nei confronti del riconosciuto e notorio re delle fake news.

Ben Smith è un tipetto che può essere piacevole intervistare, ma potrebbe non essere altrettanto piacevole essere un suo collega, o addirittura il suo principale. Quando lavorava per il New York Times, dal gennaio 2020, aveva preso l’abitudine di scrivere pezzi sul suo direttore che se ne stava a casa sua in campagna durante l’epidemia di Covid, mentre il resto della redazione doveva rimanere in ufficio. La sua permanenza al NYT è durata lo stesso tempo dell’epidemia di Covid.

Ben Smith, quindi, potrebbe sembrare un outsider. Se lo è, è un outsider del tipo statunitense, visto che per fondare Semafor è riuscito a raccogliere 25 milioni di dollari , di cui 3/4 da inserzionisti e 1/4 da eventi sponsorizzati da Mastercard, Verizon, Hyundai.
Se ti stai chiedendo come fa ad essere indipendente da Mastercard uno che si fa finanziare il sito (per quelle cifre) da Mastercard, beh, me lo chiedo anch’io.

Il libro che sta pubblicizzando si chiama Traffic e verrà tradotto a breve (per mia fortuna) per l’edizione italiana. Credo parli anche del fatto che è finita, a suo parere, l’epoca dello sfruttamento dei social media per far rimbalzare le notizie, e che occorre veicolare direttamente le stesse attraverso l’autorevolezza degli autori, ancor più che dei marchi giornalistici (brand).

Siccome i social media tendono a polarizzare le opinioni, la sua “ricetta” è quella di spacchettare le notizie e di separarle dalle opinioni. Il suo suggerimento ai giovani giornalisti è quello di cercare le notizie fresche e di non confonderle con la propria visione dei fatti, che poi è quello che intende fare con il suo “Semaform”: separare anche graficamente il fatto dall’opinione.

Per  leggere tutti gli articoli ed interventi su Periscopio di Nicola Cavallini, clicca sul nome dell’autore.  

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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