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TERZO TEMPO
Palla lunga e pedalare

Route one: Palla lunga e pedalare

Tra il 1966 e il 1972 andò in onda sulla BBC un programma intitolato Quiz Ball, nel quale piccole delegazioni delle principali squadre inglesi e scozzesi si sfidavano in un quiz di cultura generale [Qui]. Chi otteneva più punti accedeva al turno successivo, e per mettere a segno ciascun punto – o gol, date le circostanze – bisognava scegliere uno tra i quattro percorsi disponibili con cui attraversare simbolicamente il campo da calcio elettronico presente in studio. Su quel campo, infatti, c’erano quattro vie luminose: dalla più tortuosa alla più diretta, denominata route one, la quale prevedeva una sola e difficilissima domanda.

Fatto sta che, grazie all’enorme popolarità del suddetto programma televisivo, l’espressione route one viene tutt’oggi utilizzata per descrivere la tattica più in voga nel calcio inglese degli anni ’70 e ’80, cioè quella che dalle nostre parti è stata sintetizzata nel concetto di “palla lunga e pedalare”. Insomma, è il modo più diretto – ma non per questo il più efficace – di risalire il campo, proprio come in Quiz Ball.

Sulla scia degli studi effettuati dall’analista Charles Reep nel secondo dopoguerra, il cosiddetto route one football si affermò definitivamente nella seconda metà degli anni ’70, e fu incentivato addirittura dalla Football Association, ossia la federazione calcistica inglese. In particolare, fu l’allora direttore tecnico della stessa federazione a stabilirne i princìpi: si trattava di Charles Hughes, il quale sosteneva che nella maggior parte dei casi non fossero necessari più di cinque passaggi per segnare un gol. Così, al fine di risalire il campo il più velocemente possibile, bisognava lanciare il pallone in delle zone che lo stesso Hughes chiamava POMO (Positions Of Maximum Opportunity), situate, com’è intuibile, nei pressi dell’area avversaria.

Queste e altre idee vennero raccolte in un libro, The Winning Formula, che fu pubblicato nel 1990, ossia all’inizio di una decade in cui la Premier League e il calcio inglese accolsero nuovi stili di gioco, grazie soprattutto all’apporto di giocatori e allenatori stranieri. Tuttavia, già a partire dagli anni ’80 il gettonatissimo route one football suscitò qualche critica, tra le quali spicca certamente quella dell’allenatore Brian Clough.

“If God had wanted us to play football in the clouds, he would have put grass up there.”

Per certi versi /
Una gentile canzone

carcere di ferraraUna gentile canzone

C’era una canzone
Che cantavano
Nelle spiagge
Ondulate
Dell’oceano francese
Una canzone d’amore
Di pace
Umanità spogliata
Dalle maschere
Una canzone
Che taceva
I gabbiani
Incessanti
La cantava
Diane Keaton
Con una voce
Anymore
Era Reds
Che film…
Ricordava
L’albero delle mele
a Greenwich Village
Ognuno mangiava
La sua
In quella canzone
Erano così dolci
Che scriveva
Scriveva una poesia
Gentile
Gentile come
Solo una donna
Può essere
Le nuvole
Coprivano il sole
L’oceano portava
Nelle onde
I canti
Delle balene
C’era una canzone
Diane Keaton
La cantava
Con una voce
Anymore
una canzone
Che
Tutte le prendeva
L’albero delle mele
Di Greenwich
Non parlava
Di Adamo e Eva
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Cronista di nera

Cronista di nera

La strada asfaltata divenne più stretta e piena di curve. L’auto procedeva piano, nella nebbia di novembre. “Siamo quasi arrivati”, borbottò il fotografo. Lui scorse a malapena il cartello indicatore della frazione di R., un minuscolo centro con un bar ancora aperto, poche case e tanta campagna, a fianco del Po.
Era uno scialbo pomeriggio, imbruniva rapidamente e non si vedeva in giro nessuno. “Dobbiamo andare fuori dal paese, cinque – sei chilometri” mormorò il fotografo che aveva estratto dalla borsa due macchine per tenerle pronte. Proseguirono fino a quando notarono un assembramento davanti ad una casa, un’auto dei carabinieri e un’ambulanza. Quel che cercavano era lì.
Scesero e lui riconobbe il maresciallo dei carabinieri, comandante della stazione di R. e gli andò incontro. “Brutta cosa – disse costui – un ex insegnante in pensione ha ammazzato sua nipote con un revolver, un ferrovecchio di piccolo calibro che però ha funzionato. Era morbosamente geloso; la nipote, rimasta orfana di entrambi i genitori, era cresciuta in casa con lui e con la zia”.
Mentre parlava, il maresciallo era entrato in casa dirigendosi nel retro, in uno stanzino male illuminato, una specie di cantina, tipica di certe case coloniche. In terra, parzialmente coperte da un lenzuolo, dietro un divano, spuntavano le gambe del cadavere.
Presto si seppero i nomi e l’età dell’assassino e della vittima. Curiosando qua e là, mentre il fotografo scattava a raffica, sentì un vicino che parlava in dialetto con il maresciallo: la ragazza, appena diciottenne, voleva andarsene di casa, desiderava farsi una vita propria e lo zio l’aveva uccisa. Poi si era costituito, confessando tutto.
Come la ragazza avesse convissuto con gli zii sino ad allora nessuno lo disse. “Materia per un articolo adatto a far balenare una storiaccia davanti ai lettori. Forse il vecchio la insidiava …” pensò lui. In redazione lo aspettavano: lungo pezzo con tanti particolari, fotografia della casa, della morta e dell’assassino per farci sopra qualche titolone in cronaca l’indomani e vendere più copie del giornale.
Raccolte qua e là alcune testimonianze – poche frasi -, scattate le foto, recuperate quelle dei due protagonisti da un parente e salutato il maresciallo, uscì con il fotografo appresso.
Una volta in auto pensò: adesso cosa racconto su questa storia squallida? Una storia che ne ripeteva altre simili, lette, viste e sentite tante volte…
No, non gli piaceva fare il cronista di nera. Non gli era mai piaciuto da quando aveva cominciato a lavorare al giornale. Trovava deprimente tutto, persino chiedere ai familiari le foto delle vittime di omicidio per pubblicarle. Lo infastidiva la morbosità che suscitavano certi delitti commessi negli ambienti di povera gente.
Il fotografo, solitamente ciarliero, taceva; forse aveva intuito il suo malessere. Dopo aver percorso qualche chilometro si fermarono in paese, davanti al piccolo bar. Entrarono, lui chiese un whisky e lo mandò giù tutto d’un fiato. Una bomba, per un quasi astemio.
La nebbia adesso era più fitta e uscendo sentì il freddo penetrargli nelle ossa. Queste sono vicende da buco del culo del mondo e noi le scriviamo, si disse salendo in macchina per ripartire.

(Da Tre sguardi in uno, Bologna, Pendragon, 2015)

Video arte: Ferrara anticipatrice con Camerani e Liuba alla galleria zanzara arte

Nel film “Il diavolo veste Prada” la protagonista Meryl Streep, nei panni della  direttrice di una grande rivista di moda, riesce a dimostrare con grande efficacia quanto l’alta moda, che ai più appare come qualcosa di lontano dalla vita ordinaria, sia fonte di nutrimento delle tendenze di massa. Così l’arte e, in particolare l’arte concettuale che sembra appartenere a una sfera specialistica di intellettuali chiusi in una dimensione linguistica astrusa, è in realtà una sorta di apripista per costume e linguaggi che poi rimbalzano nell’universo espressivo di ogni giorno.

Allo stesso modo la Video Arte – al centro della seconda tranche espositiva della galleria ‘zanzara arte contemporanea’, in via del Podestà 11 e 14 nel centro storico di Ferrara – è più protagonista di quanto ci si immagini del panorama artistico contemporaneo, insinuandosi e arrivando a influenzare anche forme espressive più diffuse. Una visita attenta e guidata alla rassegna in corso intitolata “Video setting” offre un approfondimento importante di questa forma di espressione artistica che a Ferrara affonda radici delle origini storiche e sperimentali, sia locali sia internazionali.

L’opportunità di scoprirlo è offerta nei doppi spazi aperti nel cuore della città, dove è possibile visitare le due mostre di video-arte “Equilibrio-Energia” di Maurizio Camerani e “Senza permesso e per amore” di Liuba, affiancate da un cartellone di incontri di approfondimento sul tema, affidati a storici dell’arte, docenti ed esperti di questa forma espressiva con proiezioni video e un’esposizione fotografica.

Video setting: Liuba a zanzara arte di Ferrara
Locandina con Camerani

Ferrara è stata infatti centro nevralgico di un’esperienza di ricerca e di sperimentazione d’avanguardia in questo ambito, grazie alla presenza del Centro Video Arte di Palazzo dei Diamanti. Il centro è stato attivo dal 1978 al 1994, voluto dal direttore Franco Farina e con la direzione artistica di Lola Bonora e la collaborazione di Carlo Ansaloni. L’esperienza e i materiali prodotti in quegli anni sono documentati all’interno degli archivi della Galleria d’arte moderna e contemporanea di Ferrara.
Ora grazie alle giovani galleriste e curatrici artistiche Giulia Giliberti e Sara Ricci questa eredità viene rivitalizzata e attualizzata, recuperando le origini e riallacciandole alle forme espressive più recenti.

Giulia Giliberti, Camerani, Liuba e Sara Ricci

Una bella carrellata tra la produzione video-artistica contemporanea quella offerta a fine settembre dall’incontro con la ricercatrice del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna Silvia Grandi, che ha analizzato l’evoluzione del linguaggio della video arte e della performance.

“Virus” di Liuba
Video 2004 ed esposizione 2023

In un aggiornamento sulle ultime produzioni, la docente ha mostrato il video “Zwei” del 2022 dell’artista Christian Niccoli, premiato agli ultimi festival d’arte, che mette in scena due uomini attaccati a una fune in un pericoloso e affannato equilibrio che li vede penzolanti da una parte e dall’altra di un muro.

“Zwei” di Christian Niccoli, 2022

Un concitato bilanciamento dualistico che era stato anticipato dall’opera realizzata oltre trent’anni prima da Camerani: “Progetto segreto” del 1988. Due monitor sospesi, dentro i quali compaiono i volti affaticati dei protagonisti che per apparire sul video sono costretti a vorticosi salti ritmati da una parte e dall’altra della video-scultura.

“Progetto segreto” di Camerani, 1988

Rivelatori, e anche divertenti, i video di Liuba, che documentano le performance realizzate in spazi pubblici davanti a un pubblico ignaro, che diventa inconsapevolmente parte dell’opera. Un’applicazione dell’idea di contaminazione tra mondo artistico e mondo reale. Mi ha ricordato l’opera dell’artista giapponese Yayoi Kusama (classe 1929), che – come racconta lei stessa in un video esposto al Museo Louisiana di Copenhagen – personalizza interi ambienti fisici, dalle pareti agli arredi, passando per abiti e accessori, “mettendo i pois a tutto”.

Liuba nel video artistico “Virus”
L’artista giapponese Yayoi Kusama

Il famoso monologo che ne “Il diavolo veste Prada” la direttrice Meryl Streep-Miranda rivolge alla giovane assistente Anne Hathaway-Andrea ben illustra il ruolo mediatico sotterraneo che anche la ricerca artistica svolge sulle tendenze comunicative, arrivando a forgiare messaggi commerciali o prodotti di mero intrattenimento. Un po’ come  il maglioncino ceruleo preso dal cesto di un grande magazzino è stato, più o meno consapevolmente, ispirato dalle collezioni dei grandi stilisti. Interessante, ad esempio, ritrovare il tema stilistico della sagoma della mano usato da Camerani nel 1977 e ripresentato in una mostra alla Mlb home gallery nel 2014, rimbalzato quest’anno in una locandina di una collana di libri gialli, esposta sulla vetrina di una libreria cittadina.

Maurizio Camerani davanti all’installazione di 5 stampe
Poster collana libri in vetrina a Ferrara
“Il ramo” di Camerani, frottage 2014

Le mostre “Equilibrio-Energia” di Maurizio Camerani e “Senza permesso e per amore” di Liuba sono visitabili nei fine settimana rispettivamente nelle Ex-Scuderie e nella Galleria di zanzara arte contemporanea. Le esposizioni sono dedicate a due artisti riconosciuti, il cui lavoro è strettamente legato alla creazione e riproduzione di immagini in movimento, sia nell’ambito della Videoarte tout court con le video-sculture di Camerani, sia nell’ambito performance Art con la documentazione e le opere video di Liuba.

Il progetto “Video Setting”, Galleria Zanzara arte contemporanea, via del Podestà 11, 11/a e 14/a, a Ferrara, dal 22 settembre al 30 dicembre 2023

Equilibrio-Energia” di Maurizio Camerani in mostra fino a giovedì 30 novembre 2023
“Senza permesso e per amore” di Liuba in mostra fino a sabato 30 dicembre 2023
Visite con ingresso libero giovedì, venerdì e sabato ore 11-13 e 15-18

Cover: Maurizio Camerani alla galleria Zanzara Arte di Ferrara con l’opera Progetto segreto 1988

Quella cosa chiamata Città /
Parigi, l’africana

PARIGI, L’AFRICANA

L’atmosfera di un luogo può nascere anche dall’intreccio di situazioni dissonanti, e solo Erik Satie può consentirci di interiorizzare un luogo spazialmente contradditorio come Sébastopol a Parigi. Però il tempo deve essere umido, all’imbrunire, con un via vai intenso di pedoni e mezzi. Se il viadotto della metropolitana separa nettamente il grigio superiore dei palazzi dalle luci mutevoli dei negozi, dei semafori e delle auto sulla strada, la linea luminosa della metro, che regolarmente passa sul viadotto, rende dinamico questo paesaggio futurista.

Parigi prima di essere una città fisica è un’atmosfera. All’angolo tra la rue Pierre Lescout e Rue de la Grande Truanderie due vecchi bistrot sono abbastanza vuoti, nel tavolino al mio fianco due giovani intellettuali parlano di politica americana e terrorismo mentre dei grossi passeri saltellano da un tavolino all’altro in cerca di cibo. Parigi non ha mai smesso di essere al centro delle attenzioni di filosofi, artisti, architetti, scrittori che ne hanno descritto forme, costumi, mali e disfunzioni proponendo spesso delle soluzioni per la sua riforma e la sua riorganizzazione. Ma, ci rammenta Giovanni Macchia, l’inizio della poesia di Parigi si deve a coloro che la città non la amano, anzi che la detestano per ragioni morali, sociali ed estetiche.

Questa metropoli è un grande mosaico di culture legate ai processi di immigrazione e decolonizzazione che ne hanno arricchito le modalità di comportamento e di vita quotidiana in contrasto con la forte identità architettonica «haussmaniana» che la città ha assunto con le trasformazioni ottocentesche. Le trasformazioni contemporanee della metropoli le possiamo collocare dentro un palinsesto che, come ricordava Italo Calvino, rende Parigi una sorta di enciclopedia storico-urbanistica-sociale che possiamo sfogliare, attraversare, leggere, vivere.

Parigi, Haussmann e il Maghreb

Tale diversità la riscontriamo aggirandoci nei quartieri a forte connotazione etnica, osservando le modalità di uso degli spazi pubblici, la varietà del commercio di prossimità, con gli orari degli esercizi commerciali, spesso legati alle differenti tradizioni religiose o culturali o ancora osservando l’utilizzo delle strade in quanto luoghi di coesione, di preghiera e di interscambio commerciale e culturale.

Il mercato di Barbès si svolge il mercoledì e il sabato sotto il cavalcavia del metrò. In realtà i mercati sono due: quello legale e quello irregolare. Nel secondo ognuno vende quello che ha, alle uscite del recinto della stazione mentre lungo il muro dell’ospedale parecchie donne e qualche uomo, vendono prodotti poveri da supermercato alternati a dolci zuccherosi e al pane algerino unto, saporito e speziato. Ci si muove a Barbès come ci si muoverebbe a Tunisi, Casablanca o Algeri. Stessi riti, identici rumori, merce informale lungo le strade che diventano uno spazio conteso da uomini e automobili. Risalendo il Boulevard de Barbès si giunge al marché de Chateau Rouge con i suoi prodotti alimentari e tessili tipicamente africani, i grandi pesci sui banchi mi portano immediatamente sui mercati atlantici senegalesi confermandomi che Parigi è la città più africana d’Europa.

Paris e il verde dei beaux quartiers_

Un geografo di Paris-Saint Denis, ad una cena, mi racconta che un mercante di origine algerina, che aveva sempre vissuto nel quartiere «africano» di Barbès, grazie al suo intenso lavoro e alla buona condizione economica raggiunta, decide di acquistare una casa in un quartiere borghese dell’ovest parigino (i beaux quartiers narrati da Louis Aragon).
La sua scelta ricade su di un bel palazzo déco con ampio giardino attorno.
A Parigi quando si cambia abitazione è buona norma presentarsi ai vicini e quello più prossimo al nostro mercante è uno dei più noti medici della città, un vero luminare della scienza medica. Come spesso capita tra vicini, una volta stabilito il contatto, ci si confronta sui problemi del quartiere, sulla manutenzione della casa e i due vicini iniziano ad informarsi reciprocamente sui lavori fatti, tutti di grande qualità e molto costosi.
A un certo punto il mercante chiude la comparazione affermando che comunque la sua casa avrà un valore immobiliare più alto rispetto a quella del medico.
Per quale motivo? Gli chiede quest’ultimo, piuttosto alterato vista la quantità di denaro speso.
La ragione è semplice, quando io venderò casa, dice il mercante, dirò che il mio vicino è un importante medico parigino, se la vende lei dirà che il suo vicino è un arabo.

La foto della cover  e quelle nel testo sono dell’autore.

In Copertina: Paris Sebastopol sotto la pioggia, all’imbrunire.

Morti, migliaia di morti, vittime innocenti: israeliani e palestinesi!
Condanniamo la violenza, ma senza tacere le cause.

Morti, migliaia di morti, vittime innocenti: israeliani e palestinesi ! Condanniamo la violenza di entrambe le parti, ma non dobbiamo nascondere le cause.

Cittadini del Mondo condanna gli atroci atti di violenza commessi in questi  giorni contro i civili israeliani – bambini, donne e uomini – e contro i civili palestinesi, – bambini, donne e uomini – uccisi indiscriminatamente dai bombardamenti aerei.

Morti e ancora morti!

Il mondo “civile”, USA e UE in testa, quasi sorpreso, condanna giustamente l’attacco di Hamas; in questi anni, però, ha fatto finta di non vedere quello che succede in Palestina.

Basti ricordare l‘occupazione militare della Cisgiordania e di Gerusalemme est, gli insediamenti illegali dei coloni, la violazione sistematica dei diritti umani, il mancato rispetto di tutte le risoluzioni ONU, la prigione a cielo aperto di Gaza, l’impossibilità di muoversi e di coltivare le proprie terre. Infine, una gestione della Palestina occupata che ricorda le forme di apartheid tristemente note.

I decenni di repressione e di violenza indiscriminata inflitti al popolo palestinese dallo Stato israeliano, con centinaia di vittime innocenti, hanno sicuramente alimentato sentimenti di rivalsa e dato forza all’estremismo violento.

Riaffermare la realtà dei fatti non significa in alcun modo giustificare la violenza, che è nemica della democrazia e della pace, serve però ad evitare che, per l’ennesima volta, si nascondano le cause.

La nostra Associazione denuncia, inoltre, il razzismo contro gli arabi (definiti come “animali con sembianze umane” da Yoav Gallant, ministro israeliano della difesa), la mistificazione religiosa usata da entrambe le parti e il gravissimo comportamento di Hamas nei confronti delle donne, ancora una volta bottino di guerra.

Chiediamo che la comunità internazionale, in un momento così tragico, intervenga immediatamente per porre fine alla spirale dimortivittime i violenza e compia i passi necessari per trovare una soluzione equa e pacifica al conflitto.

Associazione Cittadini Del Mondo 
www.cittadinidelmondo.org

Parole a capo
Fabio Strinati: poesie inedite

Scrivere di poesia oggi è difficile quasi quanto scrivere poesie. E scrivere poesie è difficile quasi quanto leggerle. Ecco un circolo vizioso del nostro tempo.
(Jurij Nikolaevic Tynjanov)

 

Sono più gradevoli le sere,
il profumo di magnolia,
la tua rivelazione, spontanea.
Un giallo limone e una pietra
color turchino tra il buio
che si confonde con la mitezza
corteggiata nell’immenso
che si dilata.

*

Il tempo ad oggi si mescola con te
che svuoti nel mio cranio le polveri
dell’universo: amore, metti la tua mano
con precisione sul mio petto, piano
e piano i così timidi fuscelli piegarsi
al sole del mattino; il flauto dolce,
le cornamuse nell’incontro fra due fiumi.
Tengo in pugno una manciata di riso,
le nostre fortune trasportate nel vento
come semi per l’alloro.

*

L’acqua è in cima alle mie preferenze –
luogo sacro, di lago e di odor dei pini,
d’intimo così perfettibile.
Umile creatura che corteggi la farfalla,
che volteggi sotto un batuffolo di luce calda –
come si colora il sentimento tra le pieghe
di un verde che tutto avvolge
quando di pioggia ci si bagna il volto
e pian piano s’espande il trastullarsi
di un esile momento.

 

*

 

Mi capita spesso di contemplare il cielo,
di organizzare partiture che si risolvono
con un battito di ciglia; di convertire nuvole
in fumosi arrangiamenti; mi capita spesso
di pensare alla fiamma avvolgere il tuo corpo
di donna indifferente alla meteorologia.
Porgo in un riquadro il mio tempo per te,
diluito in un lingotto d’oro,
capsule d’argento, con semplicità
ripongo il mio sguardo su di te
che sprigioni feromoni.

*

Nessuna morte sosta nel mio cuore
da quando tu governi in giubilo
il mio ritmo circadiano.
Verrà quella stagione chiamata primavera:
i vestitini di raso, le ciliegie in fiore
come coralli appesi al tuo collo
che sopravvive al tempo;
vado avanti, nel mio ansimare a strati,
mi muovo come un bradipo
pensando al ripiegar, così di mano –
la tua pelle (bambola di porcellana).

(INEDITI, da “Cerimoniale d’estasi”)

Fabio Strinati (San Severino Marche, 1983) è un poeta, scrittore, insegnante, pianista e compositore.Ha pubblicato anche poemetti, libri di preghiere ed aforismi. Debutta come poeta nel 2014 con il libro «Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo». È presente in diverse riviste e antologie letterarie: da ricordare «Il Segnale», rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini; la rivista «Sìlarus», fondata da Italo Rocco; il bimestrale di immagini, politica e cultura «Il Grandevetro»; la «Gazeta Dielli»; «451 Via della letteratura della scienza e dell’arte». Sue poesie sono state tradotte in romeno, in austriaco, bosniaco, in spagnolo, in albanese, in francese e in inglese, mentre in lingua catalana è stato tradotto da Carles Duarte i Montserrat, e in lingua croata, dalla poetessa Ljerka Car Matutinovic. È inoltre il direttore della collana poesia per le «Edizioni Il Foglio» e cura una rubrica poetica dal nome «Retroscena» sulla rivista trimestrale del «Foglio Letterario».

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

“DISARMATI. PAESI SENZA ESERCITO E ALTRE STRATEGIE DI PACE”:
Presentazione del libro di Riccardo Bottazzo.
Giovedì 12 ottobre, dalle ore 18 al Black Star di via Ravenna

“DISARMATI. PAESI SENZA ESERCITO E ALTRE STRATEGIE DI PACE”

Giovedì 12 ottobre dalle ore 18,00 al Black Star di via Ravenna

PROGRAMMA

Ore 18:00
Presentazione del libro
DISARMATI. PAESI SENZA ESERCITO E ALTRE STRATEGIE DI PACE
con l’autore Riccardo Bottazzo, presenta Alessandro Tagliati.
Quali sono i paesi che hanno deciso di abolire l’esercito dai loro territori e quali hanno sempre vissuto senza? Quali invece quelli che hanno dovuto lottare contro gli invasori che volevano imporgli una forza armata? Ci sono tanti paesi inoltre, che vivono con la speranza di pace, una pace duratura e lontana dal profitto della guerra. Sono tanti i racconti racchiusi nel libro di Riccardo Bottazzo, che dialogherà con Alessandro Tagliati del Gruppo letterario del Tasso per trasmetterci la speranza e il coraggio di chi dà seguito ad un pensiero concreto e costruito sul valore della pace. Seguirà un laboratorio di scrittura creativa organizzato dal Gruppo del Tasso. Il laboratorio utilizzerà i testi del libro Disarmati. Paesi senza esercito e altre strategie di pace, per la produzione di testi propri dei partecipanti.
A seguire laboratorio di scrittura a cura del GRUPPO DEL TASSO.
Ore 22:00
FRANCO BENAZZI (from benny en ze tipi sospetti)
Musica live rock demenziale e DJ set anni ’70 e‘80
Durante la serata MERCATINO VINTAGE BENEFIT
Ingresso UP TO YOU benefit Centro Sociale La Resistenza

Vi aspettiamo al Black Star!
Via Ravenna 104, Ferrara

Finalmente il Consiglio Comunale vota l’avvio di un percorso partecipato per la riqualificazione dell’ex Caserma Pozzuolo del Friuli. Ora però il Forum chiede di cominciare subito

Finalmente il Consiglio Comunale vota l’avvio di un percorso partecipato per la riqualificazione dell’ex Caserma Pozzuolo del Friuli. Ora però il Forum Ferrara Partecipata chiede di cominciare subito.

Il Consiglio Comunale ha votato ieri, martedì 10 ottobre, una Risoluzione per chiedere al sindaco e alla giunta il finanziamento di “un percorso partecipato per la riqualificazione dell’ex Caserma Pozzuolo del Friuli”, che va nella stessa direzione di quello che da mesi chiede la rappresentanza del Forum Ferrara partecipata ogni venerdì, esponendo il suo striscione in piazza municipale, e cioè la partenza di un reale percorso partecipativo che coinvolga i cittadini nella costruzione delle proposte relative alla ex Caserma.
Peraltro la risoluzione non specifica in modo preciso i tempi e le modalità con cui questo percorso si dovrebbe svolgere. In origine il documento era stato presentato dalle opposizioni, ma la maggioranza, per manifestare il proprio assenso, ne ha prodotto uno simile che alla fine è stato approvato.

Già in primavera Il Forum aveva raccolto le proposte dei cittadini sulla riqualificazione della ex caserma e le aveva consegnate al Sindaco il 5 giugno scorso.

Per la verità, il Consiglio Comunale quella stessa richiesta l’aveva già espressa il 27 febbraio scorso, votando la messa in disparte del progetto urbanistico denominato Fe.Ris., di cui l’area della ex Caserma era il cuore.
Da allora nelle sedi istituzionali cittadine era calato il silenzio sull’argomento, e perciò il Forum aveva scritto al Sindaco il 5 giugno, ricordando gli impegni presi pubblicamente e allegando alla lettera una serie di proposte raccolte nel frattempo tra cittadini e associazioni, a prova dell’interesse ad esprimere il proprio interesse attivo.
All’ennesimo silenzio, si è passati al sit-in settimanale, con tanto di striscione dotato di contagiorni dal 27 febbraio.

Ora, in attesa di una sollecita azione della Giunta perché effettivamente si dia corso al percorso partecipativo, il Forum Ferrara Partecipata ha deciso di proseguire con il sit-in del venerdì fino alla partenza concreta del processo partecipativo.

Forum Ferrara Partecipata

Ferrara, 11 ottobre 2023

Aspettando “Ferrara Film Corto Festival”, altri corti per voi.
Intanto è finalmente online il programma completo della VI edizione

Aspettando la VI edizione del “Ferrara Film Corto Festival”, dal 25 al 28 ottobre 2023, continuiamo presentarvi gli ultimi cortometraggi vincitori dello scorso anno.

Qui vi abbiamo presentato la prima serie di cortometraggi vincitori della passata edizione.

A voi, ora, la seconda parte di questa carrellata, in attesa di incontrarci e incontrarvi tutti alle VI edizione che si terrà dal 25 al 28 ottobre presso la rinnovata sala dell’ex refettorio di San Paolo.

SVELATO IL PROGRAMMA DI QUESTA EDIZIONE, È ONLINE (CLICCA)  

PREMIO ASCOM AL “MIGLIORE ATTORE”: Giacomo Bottoni, LELLA
“Per la pulizia e la precisione con le quali riesce a tratteggiare la psicologia del personaggio”.

Roma, notte di Capodanno del 1978: Edoardo è tranquillo, quando riceve una visita inaspettata. È un suo giovane conoscente, scosso da un pensiero fisso di cui non riesce a liberarsi. Una volta entrato in casa, il ragazzo inizia a raccontare la sua indimenticabile storia d’amore clandestino… Lella, occhi azzurri bellissima, la moglie del ricco Proietti che non la guarda più e pensa solo ai soldi. Il mare, l’orizzonte, la tenerezza, quello che pare un dialogo ritrovato. Ma qualcosa di inaspettato, di inesplicabile, di terribilmente attuale succede. Sssst, dice Edoardo, non lo dite a nessuno…

PREMIO SPECIALE “#CLIMATECHANGE”: BOA
“Per l’efficacia descrittiva e per la radicalità del messaggio, che non lascia spazio alla sopravvivenza umana”.

Uomo e devastazione sono sempre stati sinonimi da tempi immemorabili nell’intero regno animale (Horacio Quiroga). E questo film di animazione, bellissimo e colorato, contrappone con forza le due dimensioni. Perché l’uomo ripete sempre gli stessi immancabili errori, la storia si ripete e la memoria vacilla. Con noncuranza avanza, imperterrito e deciso nell’ottenere i suoi scopi, fisso sui suoi obiettivi. Senza speranza. Costi quel che costi. Ma la natura è capace di sopravviverci, noi, senza di lei, no.

PREMIO PUNTO 3 “ALL’OPERA PRIMA CHE TOCCHI TEMATICHE AMBIENTALI”: I PANARA
“Per il modo in cui viene trascinato lo spettatore alla riscoperta di un’arte antica in sintonia con la natura”.

Canne al vento, alberi, rami, rametti. Un’abilissima mano umana li accarezza, li intreccia, ne fa forma. Con amore, precisione, attenzione, cura, dedizione, passione e delicatezza. Finché quelle canne leggere diventano cesto, un luogo caldo pronto ad accogliere i frutti della madre terra. Funghi. Un abbraccio fra frutti.

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA: Roberta Pazi, A PIEDI NUDI
“Per l’intensità della sua interpretazione, che salva il protagonista e rilancia la narrazione”.

Il calzolaio, la moglie che non c’è più, la solitudine, il pianto e il lavoro perso. E poi, con la povertà, la strada, lo sbeffeggiare impietoso di alcuni ragazzi, Mentre il tempo passa, inesorabile. Ma eccolo, l’incontro tra solitudini che, alla fine, si fanno compagnia, uno scambio di fiori rubati e n pasto frugale condiviso. La bellezza delle rughe solidali, di sguardi e mani che si ritrovano, nel tepore di una vecchia roulotte.

MENZIONE SPECIALE DELLA DIREZIONE ARTISTICA: Rainer Bartesch, OUR WORLD IS ON FIRE
“Per l’eccezionalità del messaggio ambientalista, espresso mediante il potere trasversale della composizione musicale”.

Musica potente e il mondo che va in fiamme. Poche le parole. Ascoltare, per credere.


PREMIO SPECIALE “GIURIA GIOVANI” AL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO: LA PETITE FOLIE

Parigi occupata nel 1943. Un gruppo di eleganti disadattati, compagni nello stile di vita bohémien sotterraneo, si uniscono per sfidare l’oppressione del nuovo ordine nazista. Come gruppo, prendono un’ultima posizione per dimostrare la capacità di recupero dello spirito umano. Grigio nel grigio, grigio su grigio. Ma…?

 

Vite di carta /
Ricordi di scuola. Partendo dal volto e le parole di David Grossman

Vite di carta. Ricordi di scuola. Partendo dal volto e le parole di David Grossman

La scuola è ricominciata da poche settimane e mi si ripresentano molti ricordi. Sarà che facendo l’insegnante ho vissuto un tempo ciclico, dal settembre di ogni anno al giugno successivo, per quasi tutta la vita.

Li scorro velocemente e li possiedo tutti quanti in un solo istante. Capisco che non è del loro contenuto che vorrei parlare, ma della loro funzione di sostegno, della rete di idee che mi fa da guida e che continua a srotolarsi sotto i miei passi.

Finirò per riparlare di libri o comunque di letture, come stazioni di posta nel cammino che ho già percorso; tuttavia il punto di partenza è una considerazione sulla situazione internazionale e sulla condizione umana.

Parto dalle notizie di queste ore che arrivano da Gaza e Israele: è la prima volta che ricevo aggiornamenti di guerra da quella parte del mondo avendo davanti i volti di miei compaesani che proprio in questi giorni si trovano in pellegrinaggio a Betlemme.

Anni fa al Festivaletteratura a Mantova era il volto di David Grossman a occuparmi la mente, le sue parole cariche di pace ma allarmate per la situazione in atto nella sua città,  Gerusalemme. Era il 2003.  Parlò poco dopo dei suoi libri, della scrittura che gli permetteva di lasciare la bruttezza del mondo per indagare a fondo i sentimenti umani, di staccarsi dalla contingenza della storia e “cedere alla tentazione di diventare un altro, di accogliere dentro di te il nemico”.

Ho trovato queste parole nei miei appunti di vent’anni fa, credo che siano quelle esatte. L’altra su cui si trattenne a lungo è la parola amore, ne diede tra le altre la definizione che riporto: “l’amore è permettere all’altro di essere molte persone“. Mi colpì e mi colpisce ancora oggi, come per tutte le affermazioni potenti che acquisiscono ogni volta un nuovo senso, senza averne uno definito per sempre.

Un libro che dovrei rileggere è il suo Qualcuno con cui correre, che era uscito in Italia due anni prima, nel 2001, che comprai e lessi subito dopo.

Intanto in questi mesi ho ritrovato qualcuno con cui scrivere di scuola. Due lavori di gruppo, svolti nell’estate in preparazione di due diverse pubblicazioni, mi hanno permesso di lavorare insieme ad alcune ex colleghe del Liceo, oltre che all’amica storica Maria, e anche con ex studenti usciti da molti anni che hanno collaborato con noi nella veste autorevole di professionisti di formazione universitaria  scientifica.

Con l’occasione ci siamo chiariti che la ricostruzione degli ultimi cinquant’anni della nostra scuola, fatta attraverso i contributi  di chi l’ha vissuta dai banchi e dalla cattedra, non riveste un significato (solo) nostalgico, né si è spesa entro i limiti delle nostre individualità.

Abbiamo inteso ripercorrere il cammino di una comunità che si è dedicata alla formazione dei giovani, dentro il sogno della scuola innovativa che abbiamo cercato di realizzare, attenta alla crescita personale e al dialogo tra le generazioni, al contempo rigorosa nei metodi di studio, sensibile agli statuti delle discipline e a ogni intreccio interdisciplinare.

Abbiamo ricordato per guardare avanti, per porgere l’immaginario che abbiamo condiviso all’attenzione della scuola che verrà.

Elia e Pietro, 17 anni o giù di lì, mi hanno scritto un messaggio carinissimo pochi giorni fa. Avrebbero avuto il piacere di un saluto, se fossi passata in Castello al Bookshop dove stavano lavorando come reporter a Internazionale a Ferrara 2023. Che piacere profondo. Realizzo che è per questo che frequento i ricordi, per attrezzarmi a stare al passo con i ragazzi e cercare con loro di guardare avanti.

C’è chi cede ai ricordi personali col piacere di indugiare nella propria esperienza, anche in certe pieghe riposte. L’ho constatato in questa recente avventura di scrittura e di editing, e mi ha fatto piacere misurarmi con i percorsi altrui. Ho anche ripensato al bel libro di Diego Marani, Il compagno di scuola, in cui mi sono avidamente rispecchiata anni fa durante la prima lettura. Anche questo libro dovrei rileggere.

Quando l’autore venne all’Ariosto a parlarci di una altro suo romanzo di pregio, Nuova grammatica finlandese, ebbe la curiosità di rivedere l’aula in cui aveva trascorso molte ore nei suoi cinque anni al Liceo.

Parlò a lungo di ricordi suoi, del disagio provato nell’inserirsi nel gruppo classe come pendolare, della sua adolescenza assolata vissuta tra Tresigallo e la sede del Liceo in Via Arianuova.

Ora, il libro è anche molto altro al di là della contrapposizione tra studenti di città e studenti di campagna. Tuttavia mi dà man forte nella considerazione che ne ricavo sulla qualità della mia memoria, ora che ho superato la linea del pensionamento e condivido da fuori preziosi momenti di scuola con colleghe e studenti.

È la memoria di una comunità quella che mi appartiene e mi restituisce un irrinunciabile pezzo di identità. Qualcosa di condiviso che non ha perduto la sua spinta proprio in quanto mi scavalca come singola insegnante e si fa memoria tesaurizzata del progetto formativo a cui abbiamo dedicato la nostra carriera.

Mi accade di comportarmi nello stesso modo anche nella sfera privata: non mi riesce di esternare né il mosaico di pensieri che ho dentro, né le singole parti. Un po’ di ognuna, ma virando appena possibile verso l’implicito. Sarà che più invecchio e più mi pare che la vita di ognuno somigli alla vita di tutti. Mi pare, così, che dovremmo capirci. Vedere nell’altro sempre meno il diverso.

Nota bibliografica:

  • David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori, 2001
  • Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005
  • Diego Marani, Nuova grammatica finlandese, Bompiani, 2002

Cover: Ferrara – Internazionale 2023 – Studenti del Liceo Ariosto di Ferrara e del Liceo Alfieri di Torino

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LA CONVENZIONE DI ISTANBUL E LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

La Convenzione di Istanbul e la violenza contro le donne

L’Unione Eropea ha ratificato il 28 giugno 2023 la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (STCE n. 210), nota come Convenzione di Istanbul [Qui il testo completo]

La Convenzione ha l’obiettivo di:

  1. proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  2. contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, ivi compreso rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne;
  3. predisporre un quadro globale, politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica;
  4. promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  5. sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica. (Articolo 1).

La ratifica da parte dell’UE era prevista dalla Convenzione di Istanbul (art. 75) ed era tra le priorità della presidenza Von Der Leyen. Oltre a ciò, la Commissione e il Parlamento UE hanno promosso l’adozione di una direttiva sul contrasto alla violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la cui proposta è stata presentata l’8 marzo 2022.

Tale proposta stabilisce:

  • norme minime sulla definizione dei reati “nei settori dello sfruttamento sessuale delle donne e dei bambini e dei crimini informatici” e sulle sanzioni;
  • diritti delle vittime di ogni forma di violenza contro le donne o di violenza domestica prima, durante e dopo il procedimento penale;
  • protezione e sostegno delle vittime.

La Convenzione di Istanbul si applica principalmente alle donne perché copre forme di violenza che solo le donne possono subire in quanto donne (aborto forzato, mutilazioni genitali femminili), o che le donne subiscono molto più spesso degli uomini (violenza sessuale e stupro, stalking, molestie sessuali, violenza domestica, matrimonio forzato, sterilizzazione forzata).

Tuttavia, anche gli uomini subiscono alcune forme di violenza trattate dalla convenzione, come violenza domestica e matrimonio forzato, anche se più di rado. La Convenzione ne prende atto e incoraggia gli Stati parti ad applicare le sue disposizioni a tutte le vittime di violenza domestica, compresi uomini, bambini e anziani.

A seguito della ratifica appena entrata in vigore, l’UE sarà soggetta a valutazione da parte del GREVIO, il comitato di esperte ed esperti istituito dalla Convenzione. Il GREVIO è l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul in tutti i paesi che l’hanno ratificata ed è costituito da un Gruppo di esperte sulla violenza di genere.

Tale organismo ha avviato nel 2018 la procedura di monitoraggio e valutazione dell’applicazione della Convenzione di Istanbul. Il lavoro del GREVIO si basa sui rapporti forniti dai governi e dalla società civile (il cosiddetto “rapporto ombra”), per valutare le misure legislative e politiche adottate dagli Stati membri del Consiglio d’Europa e per dare piena applicazione delle misure previste dalla Convenzione di Istanbul.

Qualora si renda necessario intervenire per prevenire e porre fine a pratiche di violenza contro le donne previste nella Convenzione, il GREVIO può anche avviare speciali procedure d’inchiesta. Sia la revisione periodica dell’attuazione della Convenzione di Istanbul che tali speciali procedure di inchiesta, si concludono con la pubblicazione di Raccomandazioni, inviate ai governi affinché attuino le misure proposte per porre fine alle pratiche di violenza che persistono.

Mi sembra di poter dire che:

  • L’adozione di tale normativa è un momento importante della vita civile dell’Europa.
  • Il riconoscimento di un atto normativo sancisce sempre un passaggio che spinge verso una condivisione di tipo culturale e ideologico.
  • Penso anche che, a fronte di tutta una serie di atti normativi che procedono il loro difficoltoso cammino verso l’emersione della violenza e la denuncia di tutti gli stati di non-parità, esista una dimensione del vivere davvero triste. Mi riferisco in modo particolare al problema dei femminicidi. Nel 2022 in Italia sono state uccise 119 donne (fonte ISTAT), nel 2023 sono già tantissime (si veda: https://femminicidioitalia.info/lista/2022).

Si direbbe che a fronte di una situazione normativa in evoluzione il fenomeno sia in crescita e la situazione preoccupante. La psicologia insegna che ci sono alcune condizioni che solitamente si riscontrano tutte le volte che avviene un femminicidio.

Esistono dei fattori scatenanti, la cui costante è la mascolinità tossica. Tale tossicità è rappresentata da un insieme di credenze sedimentate culturalmente che portano a considerare la donna come un oggetto privo di identità e di autonomia, privo del diritto di essere considerato un essere umano, con tutto ciò che ne consegue.

Le costanti che sono presenti negli episodi di femminicidio sono: un grado di scolarizzazione basso, violenze che l’uomo ha subìto quando era bambino, violenze domestiche cui l’uomo ha avuto modo di assistere da bambino, l’abuso di droghe, una condizione di disparità di genere nella quale si è cresciuti. Su tutto ciò è necessario intervenire non solo con atti normativi ma con prassi, educazione, formazione, controllo.

Credo anche che la parità sia sempre un fattore ambivalente e non il dominio di un genere sull’altro. A questo proposito vanno citati anche i pochi casi che si registrano in cui una donna uccide un uomo. Il fenomeno non è comunque paragonabile quantitativamente al suo contrario e l’uso della parola ‘maschicidio’ non utilizzabile. Si conoscono infatti i meccanismi attraverso i quali si manifesta un femminicidio, non altrettanto vale per le motivazioni delle pochissime donne che decidono di uccidere un uomo.

La Convenzione di Istanbul non si occupa solo dell’apice dei fenomeni di violenza sulle donne, ma di tutte le forme di violenza riscontrabili. Nel documento si fa infatti riferimento a: violenza sessuale e stupro, stalking, molestie sessuali, violenza domestica, matrimonio forzato, sterilizzazione forzata, etc.

Per ciascuna di queste forme di violenza si potrebbe scrivere un libro, molto diffuso è il fenomeno dello stalking. Stalking è un termine utilizzato per indicare una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo, detto stalker, che affliggono un’altra persona, perseguitandola, generandole stati di paura e ansia, arrivando persino a compromettere lo svolgimento della normale vita quotidiana.

Grazie ai lavori svolti in ambito psicologico si è potuto individuare sei tipologie di stalkers.

  1. i cercatori di intimità: sono persone che desiderano realizzare una relazione stretta con uno sconosciuto o con un conoscente che ha attratto il loro affetto e dal quale pensano di poter essere amati;
  2. i rifiutati: reagiscono opponendosi alla fine non desiderata di una relazione, cercando ripetutamente un ultimo contatto;
  3. i rancorosi: rispondono ad una presunta offesa con azioni volte a provocare paura ed apprensione;
  4. gli incompetenti: vogliono intraprendere una relazione con la vittima con modalità inadeguate nei confronti di rituali di corteggiamento;
  5. i predatori: sono i ‘veri cacciatori’;
  6. i contro-stalker: coloro che, per ragioni di difesa emozionale, mettono in atto una ‘caccia all’uomo’ molto più vittimizzante di quella esercitata dallo stalker primitivo.

Lo stalking riguarda spesso ragazze giovani, non si può quindi far altro che augurarsi che si faccia, a tutti i livelli, il più possibile per contrastare questo fenomeno che ha un forte potere logorante.

Per concludere, mi auguro davvero che la Convenzione di Istanbul esprima non solo legiferalmente, ma anche con condizionalità culturale, un passo avanti decisivo. L’approccio culturale è determinante nel condizionare i comportamenti umani, così come lo è la visione del mondo e lo stereotipo che da questa può generare.

Vale per le donne e vale sicuramente anche per gli uomini, vale in tutti i casi in cui l’appartenenza di genere trasforma un individuo in un attrattore di abusi più o meno violenti, più o meno perseguibili, più o meno conosciuti.

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Parole e figure /
Piccoli e grandi musicisti

Un grande musicista deve concentrarsi per scrivere la sua musica, non può certo perdere tempo ad ascoltare un piccolo musicista che suona per la strada. Ma se quel piccolo musicista, con la grazia del suo talento, ricorda al grande musicista perché lui ami la musica, allora qualcosa può ancora succedere.

Grandi e piccoli musicisti. Chi è famoso e chi lo è meno, chi ha il pubblico prestigioso delle grandi sale da concerto e chi ha quello della strada, che meno prestigioso non è.

Paiono tanto diversi ma ad accomunarli c’è lei, la musica. Il filo conduttore dell’albo, appena uscito in libreria, di Alexandra Mitsiali,Il Piccolo musicista”, illustrato da Svetlin Vassilev, Kite Edizioni. Un’ennesima bella sorpresa.

Gli strumenti musicali non dovrebbero vagare sui marciapiedi, confondersi tra la folla, esporsi al freddo e alla pioggia, quella non è la vera grande musica che scrivono musicisti come lui, pensa, dal suo elegante attico il grande musicista, all’udire le note che escono dalla fisarmonica del piccolo musicista che suona, allegramente, in strada.

Gli ambulanti, che piaga, che onta! Se poi disturbano la sua concertazione mentre cerca di creare, fra mille fogli sparsi e note, la sua importante composizione, il dramma è completo. Che fastidio, che insofferenza. Ma quel bambino narra la sua storia e le note volano come uccelli migratori che hanno attraversato il lontano orizzonte alla ricerca di climi più accoglienti. I passanti sono attirati e trasportati dal ritmo della musica, incantati. Volteggiano. Mentre la sua musica gli appare fredda e vuota e l’ansia sale.

Accanto al letto un grande baule, ci si avvicina ma non lo sfiora. Suspense…

All’auditorium deve provare la sua composizione, la sua orchestra sinfonica lo attende. Ma quella musica del piccolo musicista ritorna prepotentemente. Pare un suono familiare, insistente, insidioso: il piccolo guarda lontano, gli occhi seri, le dita volano sulle tastiere della fisarmonica. Forse viene da lontano, lungo è stato il percorso per arrivare in quella città, sullo sfondo un maestro di musica che è rimasto indietro e forse non esiste più.

Il grande musicista è seduto nella sala da concerto, un grande direttore d’orchestra dirige la sua ultima opera. Ma lui non sente la sua musica, vede solo gli occhi del ragazzo che seguono il volo degli uccelli all’orizzonte. Un insolito calore lo avvolge.

La notte, però, un sogno terribile lo sveglia. Si alza e prende la fisarmonica dal baule, l’abbraccia e suona la musica del piccolo musicista. Sì, proprio quella.

Grande e piccolo si riavvicinano, si ricompongono. Maestro e allievo saranno accanto, si vede di rado, nessuno ha mai visto un musicista così piccolo in una sala così grande.

Una storia che racconta, con disegni e riferimenti artistico-musicali Art déco, di come forse, ad un certo punto della vita, viene il momento di “fare i conti” con il passato e di accogliere nuovamente quella parte di sé sacrificata per costruire ciò che si è diventati.

Un albo bellissimo dedicato a chi ha perso l’ispirazione, magari chiudendola, a doppia mandata, in un impolverato e buio baule dimenticato, in un angolo della casa, insieme alla sua infanzia e ai ricordi e ai sogni che essa porta con sé. Originale e intenso.

Alexandra Mitsiali è nata e cresciuta a Corfù e attualmente vive a Salonicco. Si è laureata presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Aristotele di Salonicco ed è dottore di ricerca in Pedagogia. Lavora nell’istruzione secondaria e occasionalmente nell’istruzione superiore. Scrive libri per bambini, romanzi per giovani adulti e adulti, pubblica racconti brevi su riviste letterarie e contribuisce occasionalmente con articoli a media online e cartacei. Il suo romanzo “Ti salverò, non importa cosa succeda” è stato premiato con il Premio Letterario Nazionale per Giovani nel 2014, mentre il suo romanzo “Eroi scalzi” ha ricevuto il Premio Letterario Nazionale per Giovani nel 2017 e ha vinto il Premio Romanzo Giovani dalla sezione greca di IBBY nello stesso anno.

Alexandra Mitsiali, Il Piccolo musicista, illustrato da Svetlin Vassilev, Kite Edizioni, Padova, 2023, 32 p.

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

La strage del Vajont e il suo seguito: una brutta storia italiana

Valle del Vajont, 9 ottobre 1963: 1.910 morti, di cui 487 bambini sotto i 15 anni. Non una disgrazia né un errore, ma una strage: prevedibile (come accertato anche nel conseguente processo penale) e determinata da avidità e sete di profitto. E il seguito fu quasi peggio: umiliazioni dei superstiti, sperperi e ancora profitti per i soliti noti. Per questo, anche se sono ormai trascorsi 60 anni, bisogna continuare a ricordare.

Qual è il senso di ricordare un evento, anche se tragico, quando ormai sono trascorsi 60 anni? Come dare senso alla Memoria, quella che si scrive con la M maiuscola e non si limita a commemorare il passato, ma ci impone di imparare da esso per impedire che la storia si ripeta, che si accetti passivamente che vengano commessi all’infinito gli stessi reati (non “errori”, come spesso si dice)?

Conoscere la vicenda della strage del Vajont (9 ottobre 1963: 1.910 morti, di cui 487 bambini sotto i 15 anni) ci permette in realtà di capire quelle di oggi perché alle spalle ci sono sempre gli stessi interessi economici e politici. Non si tratta mai di incidenti, di errori umani, di incuria, ma di veri e propri crimini commessi consapevolmente, violando leggi e accettando la priorità della salvaguardia dei bilanci rispetto alla sicurezza, alla salute, alla vita delle persone e delle comunità, alla tutela dell’ambiente. Per profitto le aziende, pubbliche o private che siano, accettano di giocare alla roulette russa con la nostra vita.

“Queste cose” – pensiamo – “capitano solo agli altri”, ma in realtà tutti noi e i nostri cari siamo le potenziali prossime vittime di questa società del rischio, di questo sistema di sviluppo neoliberista ritenuto oramai a livello globale come l’unico possibile, sia dalle democrazie (o cosiddette tali) che dai regimi: ovunque nel mondo sono i soldi e la finanza a decidere per noi. Dal Vajont a oggi l’elenco si arricchisce con allarmante frequenza e con un comune filo di sangue conduttore: Viareggio (29 giugno 2009, 32 morti), Ponte Morandi (14 agosto 2018, 43 morti), Torre Piloti di Genova (7 maggio 2013, 9 morti), albergo Rigopiano (18 gennaio 2017, 29 morti)… E poi i palazzi (anche scuole e ospedali) che si sbriciolano alle prime scosse di terremoto per non essere stati adeguarti alla norme antisismiche e le inondazioni sempre più frequenti a causa di eventi metereologici che non si possono più considerare eccezionali.
E ancora, i tre morti al giorno sui luoghi di lavoro a cui vanno aggiunti i 6.000 all’anno dell’amianto, le vittime dell’inquinamento prodotto dalle fabbriche o delle terre dei fuochi sparse in tutta Italia. La lista si allunga in continuazione, tanto che la nostra memoria sbiadisce e ogni nuova strage fa dimenticare quella successa appena ieri.

Il 9 ottobre – come scrivono in molti che hanno dimenticato il peso delle parole – si “celebra”, dunque, il 60° anniversario del Vajont. Alcuni, anche tra i politici e giornalisti, non ce la fanno proprio a capire che quella diga non è crollata e che non si è trattato di un’alluvione “come in Romagna”, ma che è stato un «omicidio colposo plurimo con l’aggravante della prevedibilità», come sentenziò la Cassazione (marzo 1971) condannando lo Stato italiano, l’Enel e la Montedison: quella diga così appassionatamente voluta dalla élite economica e politica, non andava costruita. Il Monte Toc su cui era appoggiata, quel gigante dai piedi d’argilla, non poteva reggere alla pressione dell’acqua del lago artificiale formato sbarrando il corso del torrente Vajont che, 250 metri più sotto, si sarebbe tuffato nel Piave. E i geologi, anche quelli che poi si adattarono agli ordini che arrivavano dall’alto, lo sapevano bene.

La potente ditta privata Sade, che aveva costruito la diga con imponenti finanziamenti pubblici, era stata fondata dal massone fascista Giuseppe Volpi (a cui il re Vittorio Emanuele II, su pressione di Mussolini in persona, aveva dato il titolo di Conte di Misurata per i suoi meriti come governatore della Tripolitania: al suo servizio vi era il generale Rodolfo Graziani, il “macellaio di Fezzan”, responsabile del massacro di 100 mila civili, per la maggior parte donne, vecchi e bambini, su una popolazione di 800 mila persone, che smentisce per sempre la propaganda degli italiani “brava gente”).
Dopo la morte di Volpi (1947) i suoi progetti non cessarono di prosperare grazie agli influenti contatti che il conte aveva saputo costruire con cinismo e con la capacità di adattarsi ai tempi. I governi continuarono a sostenere la Sade e a finanziare la costruzione della diga, la prima grande opera dell’Italia contemporanea. Avvenne così la prima grande strage dell’Italia democratica, proprio all’apice di quel boom economico che aveva fatto uscire il nostro Paese dalla miseria del dopoguerra.

La storia di una diga che non si doveva fare

Il 20 settembre 1959, dopo dodici anni dall’inizio dei lavori, nonostante vari intoppi superati con qualche complicità dei governi in carica, la diga, opera d’ingegno dell’ingegner Carlo Semenza, venne terminata e l’anno successivo un ultimo controllo dello Stato stabilì che era sicura e poteva cominciare a produrre energia elettrica.
Nel dicembre 1962 l’energia elettrica venne nazionalizzata e nel marzo 1963, pochi mesi prima della strage, lo Stato italiano comprò dalla Sade la diga, costruita con soldi pubblici, e la sua gestione venne affidata all’Enel, ente pubblico istituito per l’occasione. Insieme alla diga, l’Enel “comprò” dalla Sade anche Enrico Biadene, che rimase come direttore del servizio costruzioni idrauliche. Terremoti, frane dal Toc, smottamenti avevano cominciato da tempo a spaventare la gente che viveva nelle frazioni di Erto e Casso ai bordi del lago e anche la gente di Longarone che sentiva la terra tremare. Ma per le autorità non c’erano problemi.
Fino a meno di mezz’ora prima delle 22.39 del 9 ottobre, sebbene terra, alberi, animali avessero cominciato a scivolare sempre più velocemente verso il lago, esse, pur consapevoli che ormai non c’era niente da fare per tenere su la montagna, si rifiutarono di dare l’allarme e rinunciarono a salvare qualche vita. Il pericolo andava negato. Poi il grande tonfo. Un’enorme fetta del monte precipitò nel lago. E fu la fine. Una gigantesca onda alta 250 metri scavalcò la diga – che (opera del genio italico) rimase integra – e spazzò via, sbriciolandolo, tutto ciò che incontrava.

Fin qui la storia di come si arrivò alla strage. Ma il dopo è stato per i superstiti ancora peggio. Al dolore per i cari persi e i paesi distrutti (Longarone e le sue frazioni, parte di Castellavazzo, le case di Erto affacciate sul lago) si aggiunsero le umiliazioni continue subite (“sono ubriachi”, “pensano solo ai soldi”, “sono comunisti”, “sciacalli sulla pelle dei loro stessi morti”). Difficile, con la presa di consapevolezza, digerire le bugie continue sulle responsabilità della strage, scaricate dalla stampa sulla natura matrigna.

Il grande business della ricostruzione

A fronte dello strazio dei superstiti, si avviò il succulento business della ricostruzione.
A beneficiarne furono le stesse élite che avevano provocato la tragedia. Il “miracolo del Nord Est”, lo sviluppo economico che trasformò quella terra di migranti in una delle zone più prospere d’Italia, fu in realtà frutto delle leggi Vajont studiate ad hoc.
Vennero finanziate imprese, aziende e anche consorzi economici che niente avevano a che fare con le zone colpite. Si inventò la magia delle licenze: chi aveva nella zona colpita una qualsiasi attività registrata presso la camera di commercio poteva avere accesso a finanziamenti illimitati, anche di miliardi di lire (ora milioni di euro).
Fin qui, in fondo, niente di male. La gente aveva perso tutto e tutti, alcuni persino 60 familiari, ed era giusto risarcirli generosamente. Nella legge si insinuava, però, un cavillo: le licenze potevano essere vendute e davano diritto agli stessi vantaggi economici a chi ne entrava in possesso, che poteva utilizzarli per qualsiasi scopo praticamente in tutto il Triveneto.

Cosa successe? Pool di avvocati e di commercialisti, messi in piedi dalle aziende, si presentarono a casa dei superstiti, ancora traumatizzati, magari orfani, vedove o anziani, umiliati dalla stampa, per acquistare le licenze, ovviamente senza dire che erano una gallina dalle uova d’oro.
Molti firmarono la vendita e così, per poche migliaia di lire dell’epoca, grandi imprese come la Zanussi Mel ricevettero, solo in un primo finanziamento, anche 6-7 miliardi, il 20 per cento a fondo perduto e il rimanente gravato da un ridicolo interesse che non poteva superare l’1 per cento annuo in tempi in cui l’inflazione navigava ben sopra le due cifre. Semplice. Nei termini di legge. Ecco così spiegato quel miracolo. Altro che la moltiplicazione dei pani e dei pesci di Gesù Cristo.

Anche la vita delle vittime venne valutata ben poco, qualche migliaia di lire, mentre l’avvocato che riusciva a far firmare la transazione veniva premiato profumatamente. I superstiti perdevano anche il diritto a comparire come parte civile nei processi, nel frattempo trasferiti all’Aquila. Solo quelli ben consigliati o che non avevano immediato bisogni di soldi per sopravvivere non firmarono la transazione.

Il Processo non cancella “l’infame colpa”

Nell’iter processuale si arrivò alla condanna dei responsabili, grazie anche alla memorabile arringa di Sandro Canestrini, avvocato di parte civile. Le pene furono lievi, ma quella “infame colpa”, come la definì un superstite sulla lapide posta in memoria della moglie e dei figli, rimarrà per sempre una vergogna nella storia del nostro Paese.

Dopo ci furono vere e proprie truffe perpetrate da notai e commercialisti, ci furono soldi raccolti dalla solidarietà spariti nel nulla e altri dirottati su scopi completamente differenti. Quando poi, all’inizio degli anni Duemila, arrivarono i risarcimenti al Comune di Longarone da parte della Montedison (che con l’Enel gestiva la diga), buona parte dei 77 miliardi vennero sperperati, spesi male dalla giunta del sindaco Pierluigi De Cesero che, scatenando la rabbia di molti superstiti, fece passare le ruspe sulle tombe e sulle lapidi del cimitero di Fortogna, con una spesa di sei miliardi, per una “ristrutturazione” discutibile che meriterebbe un’indagine approfondita per determinare se la gara d’appalto (vinta con un ribasso del 50 per cento da una ditta di San Felice a Cancello, in provincia di Caserta) si svolse senza irregolarità e se i lavori vennero eseguiti con professionalità e nel rispetto del capitolato.

Quella prima strage, compiuta con la complicità della nostra Repubblica, è diventata purtroppo un modello riproposto in tutte quelle di oggi, un modello capace di trasformare le tragedie in un efficace sistema per far crescere il PIL e i profitti delle aziende.
Ma se le stragi sono una benedizione per l’economia perché mai si dovrebbe cercare di evitarle? Ecco qual è il senso di ricordare il Vajont anche se ormai sono trascorsi 60 anni.

Lucia Vastano
Giornalista, si occupa soprattutto di guerre (Libano, Angola, Salvador, Cambogia, nel Golfo e in Iraq, nei Balcani, in Albania, Afghanistan e Kashmir) ed è autrice di reportage da vari Paesi africani, dalla Cina, dall’India dagli stati islamici dell’Asia Centrale e dall’America. Ha vinto numerosi premi giornalistici tra cui il Premio Unesco 2003 “Comunicare i diritti umani”. Si è occupata da sempre della tragedia del Vajont su cui ha scritto “Vajont, l’onda lunga. Quarantacinque anni di truffe e soprusi contro chi sopravvisse alla notte più crudele della Repubblica” (Ponte alle Grazie, 2008). Nel 2016 ha esordito come regista del film documentario “I Vajont”, vincitore di numerosi premi internazionali.

In copertina: Un mese prima della strage. La diga del Vajont e l’invaso pieno a quota 710, circa. (settembre 1963)

Accordi /
Kill me Again: l’amore inevitabile dei The Weave

Kill me Again: l’amore inevitabile dei The Weave

Un sassofono stridente, un beat ipnotico e una strofa dall’andamento un po’ goffo. Sulla carta, l’incipit di Kill Me Again del duo The Weave è tutt’altro che ammaliante.

Eppure, il pezzo ti sorride e ti accoglie gentilmente, con le sue atmosfere a metà strada tra il post-punk e il rock psichedelico. Un’alchimia bizzarra e funzionale, così come quella tra i due autori del brano: il chitarrista dei Blur Graham Coxon e la cantautrice Rose Elinor Dougall, che da qualche anno sono compagni anche nella vita.

Il loro primo disco è il self-titled The Weave: 54 minuti in cui l’anima folk tipicamente britannica del duo si fa largo attraverso un’affascinante sperimentazione sonora fatta di synth, sassofoni, drum machine e addirittura la cetra. Uscito a metà febbraio, The Weave ha riscosso fin qui un discreto successo – al momento, un successo più di critica che di pubblico – dando una bella sterzata alla traiettoria artistica e personale dei due protagonisti.

A tratti aspra e criptica, a tratti schietta e trascinante, la suddetta Kill Me Again somiglia un po’ a quell’amore che Cox e Dougall cantano nel ritornello: un amore che, a dispetto del titolo, è sinonimo di sopravvivenza, e non ha bisogno di parole o fatti per essere dimostrato.

NUOVO ANNO SCOLASTICO: LA CAMPANELLA SUONA, MA NON PER TUTTI

E’ ripartito un nuovo anno scolastico e la campanella delle scuole ha ripreso a suonare da quasi un mese. E anche quest’anno il Ministero dell’istruzione e del Merito ha pubblicato il report statistico di inizio anno [Qui], con dati molto interessanti.

364.069 classi di scuola statale hanno accolto 7.194.400 studenti, di cui 311.201 con disabilità. Le scuole paritarie (ma i dati si riferiscono all’anno appena trascorso) sono 11.876 e gli studenti frequentanti 811.105. La scuola dell’infanzia si conferma, benché in decrescita, il settore educativo in cui si concentra il maggior numero di alunni (in valore assoluto) delle scuole paritarie: 449.819 bambini distribuiti in 8.303 scuole.

I posti istituiti per l’a.s. 2023/2024 sono complessivamente 684.592 posti comuni e 194.481 posti di sostegno. Degli oltre 684mila posti comuni, 14.142 sono “posti per l’adeguamento”, mentre, dei 194.481 posti di sostegno, 68.311 sono “posti di sostegno in deroga”.

Per chi non suona la campanella

Anche quest’anno però la campanella non suonerà per tutte e tutti. E non suonerà comunque per tutti allo stesso modo.
Non sono pochi i genitori immigrati che non riescono a trovare una scuola o che vedono rifiutata l’iscrizione del figlio. Scuolemigranti che riunisce associazioni molto varie per storia, orientamento politico, ispirazione laica o religiosa, tutte ugualmente impegnate nell’insegnamento gratuito dell’italiano, nell’estate 2021 ha istituito Discol (Dispersione scolastica) con l’obiettivo di monitorare quegli alunni che faticano a trovare posto a scuola, capire le cause che inducono le scuole a rifiutare l’iscrizione e individuare un percorso che porta a soluzione il problema.

Da luglio 2021 a aprile 2023 Discol ha gestito 264 richieste di aiuto per l’inserimento scolastico di alunni stranieri, in gran parte neoarrivati, registrando 220 casi di rifiuti dell’iscrizione nella scuola dell’obbligo, il che dimostra l’esistenza di un problema reale nell’accesso al diritto-dovere all’istruzione per i minori stranieri.
Le principali cause dei respingimenti scolastici registrare da Discol sono riconducibili essenzialmente: alla mancanza di aule e all’alto numero di alunni per classe; alla disinformazione delle famiglie e del personale scolastico; alle norme disattese ealle  prassi improprie. Qui il Report di Discol:

Ma la campana suona poco e male anche per altri alunni. La Scuola italiana continua a risultare drammaticamente impreparata ad affrontare -per esempio- la presenza di bambini con disturbo dello spettro autistico, come denuncia -tra gli altri–  l’Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno cerebrale.

In una lettera inviata al ministro Valditara, l’associazione ha avanzato 4 proposte:
1.
inserire nei decreti in emissione che assegnano per il 2023 una dotazione di 200 milioni di € per i servizi di assistenza all’autonomia e alla comunicazione degli alunni con disabilità, i riferimenti alla normativa specifica in favore delle persone con disturbo dello spettro autistico e integrare in accordo la “scheda di monitoraggio” con la richiesta di conferma che i servizi erogati rispettino la normativa specifica. Queste implementazioni a ‘invarianza di spesa’ – specifica l’associazione – avranno ricaduta su tutti i bandi emessi dagli enti locali per selezionare gli operatori che forniscono il servizio di assistenza all’autonomia e alla comunicazione e permetteranno di avere personale adeguatamente formato;
2.
sensibilizzare i dirigenti scolastici a “favorire l’ingresso di operatori esterni specializzati (di fiducia delle famiglie), in attesa che venga formato adeguato personale dipendente”;
3. “verificare che gli operatori degli sportelli autismo/scuole polo/CTS siano formati correttamente nelle strategie raccomandate dalla Linea Guida 21. Soddisfare il bisogno formativo – precisa l’associazione – avrebbe un impatto economico molto limitato, dato che un corso introduttivo viene già ora offerto dal privato a 200-300 € a persona e ci sarebbe la possibilità di ridurre la spesa pro capite utilizzando la formazione permanente oggi praticata e la formazione a distanza sul modello utilizzato da Eduiss per diffondere fra oltre 6.000 operatori scolastici la Comunicazione Aumentativa Alternativa senza alcun riferimento alla Linea Guida 21;
4. “pianificare l’inserimento di almeno un insegnante tutor qualificato in ognuna delle 5.338 istituzioni scolastiche del I ciclo, al fine di fornire supporto a tutto il team educativo. Tale soluzione permetterebbe di iniziare a gestire l’enorme aumento dei nuovi alunni certificati, che si verifica principalmente nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie”. Qui il testo integrale della lettera i

Anche l‘ANFFAS Nazionale, attraverso la propria Consulta Inclusione Scolastica, ha attivato un’apposita indagine [Vedi qui]condotta a campione sull’intero territorio nazionale, evidenziando numerose criticità nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.

Non va ovviamente eluso il grave problema della dispersione scolastica,
Nel 2021 l’Italia aveva un tasso di abbandono precoce dell’istruzione e della formazione al 12,7 %
, migliore solo di quello della Spagna (13,3) e della Romania (15,3), mentre 16 Stati membri hanno già raggiunto l’obiettivo di scendere sotto la soglia del 9 per cento, in largo anticipo rispetto al 2030.
Analizzando i dati italiani si nota una forte disparità tra regioni e uno svantaggio molto accentuato, e sempre più intollerabile, nel Mezzogiorno: in Sicilia l’abbandono scolastico si attesta al 21,1 per cento, in Puglia al 17,6 per cento, in Campania al 16,4 per cento e in Calabria al 14 cento.

Non solo, ma in Italia, secondo le rilevazioni ISTAT, i NEET (Not [engaged] in Education, Employment or Training) tra i 15 e i 34 anni sono oltre 5,7 milioni (marzo 2023),  4.252.000 quelli della fascia d’età 15-24 anni e 1.493.000 quelli tra i 25 e i 34 anni. Si tratta di un triste record, essendo il Paese in cui ci sono più NEET rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione Europea.

Dispersione scolastica che s’intreccia con la povertà educativa: secondo il rapporto Save the Children del 2022 sulla povertà educativa in Italia il 67,6% dei minori di 17 anni non è mai andato a teatro, il 62,8% non ha mai visitato un sito archeologico e il 49,9% non è mai entrato in un museo, il 22% non ha praticato sport e attività fisica e solo il 13,5% dei bambini e delle bambine sotto i tre anni ha frequentato un asilo nido. Povertà educativa che ovviamente è legata alla povertà economica: negli ultimi 10 anni, in Italia il tasso di minori in povertà assoluta è quasi triplicato, raggiungendo il picco del 14,2%, quasi 1,4 milioni di minori.

E non va neppure trascurato il problema del trasporto scolastico, le difficoltà che tante ragazze e tanti ragazzi hanno nel raggiungere ogni giorno la propria scuola.  Per non parlare di chi abita nelle aree cosiddette marginali del nostro Paese, come nel caso dei ragazzi stipati come sardine nei pullman per raggiungere le sedi delle scuole della provincia di Brindisi [Vedi qui]. Ma è solo un esempio fra i tanti

Così come non vanno sottaciuti i limiti dell’edilizia scolastica: Cittadinanzattiva nel suo XXI Rapporto ha evidenziato come sulle certificazioni nessun passo in avanti sia stato fatto, poiché ne resta priva circa la metà delle scuole, mentre nell’ultimo anno scolastico ci sono stati ben 61 episodi di crolli, un boom rispetto all’ultimo quinquennio. E docenti e dirigenti segnalano infiltrazioni di acqua e distacchi in un terzo delle scuole e addirittura crepe in un quarto dei casi [Vedi qui]

Quello della scuola all’inizio dell’anno scolastico 2023-2024 è ancora un quadro impietoso. C’è molto da fare per assicurare a tutte e a tutti un’istruzione gratuita e di qualità. E per far sì che la campanella suoni per tutti, senza alcuna esclusione.
Temo però che continui a mancare una diffusa consapevolezza che l’istruzione – oltre ad essere un inalienabile diritto e ad avere un ruolo cruciale come indicatore di qualità della vita di un individuo – rappresenti anche uno straordinario volano per il progresso complessivo del Paese.

Intervista a Raniero La Valle: un nuovo soggetto politico alle elezioni europee, per la Pace

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Intervista a Raniero La Valle: un nuovo soggetto politico alle elezioni europee, per la Pace. 

 

Il 26 settembre a Empoli, ho assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Raniero La Valle, intitolato “LEVIATANI, DOV’E’ LA VITTORIA?” edito da EMI.
In seguito ho preso i contatti dell’autore per intervistarlo dopo l’assemblea di sabato 30 settembre a Roma, da lui promossa insieme a Michele Santoro, per lanciare un nuovo soggetto politico in vista delle elezioni europee. Qui l’intervista.

 

Alcuni mesi fa partì una raccolta firme per proporre un referendum, legittimo, contro l’invio delle armi in Ucraina, che purtroppo non verrà fatto a causa della mancanza di firme. In questi giorni invece è stata presentata la volontà di fare una lista per le elezioni europee, che abbia la Pace in Ucraina come obiettivo principale. Da dove nasce questa idea? Si tratta di un processo nato fin dalla raccolta firme per il referendum?

Si tratta di una cosa autonoma rispetto al referendum, i tempi coincidono ma sono due cose slegate e diverse. In merito alla prima domanda, ci tengo a specificare che non si tratta di una lista, bensì di un’iniziativa politica per creare un soggetto politico che assuma la pace come elemento cardine di qualsiasi politica per qualsiasi partito. La pace è un bene comune non soltanto auspicabile, ma realizzabile sia rispetto a specifiche guerre in corso come quella in Ucraina, sia rispetto a un ordine mondiale diverso, dove la pace diventi un’istituzione internazionale e un ordinamento/sistema politico mondiale all’interno del quale gli Stati abbandonino il concetto mitologico della sovranità per realizzare accordi tra loro. Gli sStati devono smettere di vivere in una condizione internazionale determinata e denominata come competizione strategica tra le maggiori potenze del mondo. Cosa che in questo momento stanno facendo gli Stati Uniti di Joe Biden, ma che hanno fatto anche altri presidenti. Infatti spesso nei documenti sulla sicurezza nazionale americana questa viene identificata con il dominio del mondo, quindi da realizzare anche attraverso la competizione militare con le altre potenze.

Questo vostro nuovo soggetto politico si aprirà sia ai partiti che ai movimenti come Ultima Generazione, ma sarà disponibile ad aprirsi verso tutti i partiti  favorevoli alla pace e contrari all’invio delle armi?

Lo scopo di questo nuovo soggetto politico è di contagiare tutto il sistema politico, e non solo quello italiano, ma anche quello europeo; per questo ci presentiamo alle elezioni europee. Noi nel Parlamento Europeo vogliamo criticare l’attuale linea politica dell’Europa, per portarla a ricongiungersi ai suoi ideali fondativi, che non erano quelli di partecipare o fomentare le guerre ma di unire i popoli per un altro ordine mondiale. Quindi vogliamo avere un rapporto e vogliamo dialogare con tutte le forze politiche, sia associative che di partiti, perché tutti assumano, almeno gradualmente, questo obbiettivo politico di una pace da costruire sia nel diritto che nella politica, che nell’ordine internazionale.

Questo nuovo soggetto politico potrà presentarsi in futuro alle elezioni amministrative, regionali e alle politiche nazionali?

Si tratta di una domanda prematura, perché l’obiettivo principale è la pace e per il momento la scadenza è quella delle elezioni europee. Dopo queste elezioni, si dovrà discutere la misura dell’impegno politico e vedremo cosa succederà.

All’assemblea, oltre lei e Michele Santoro che eravate i promotori, erano presenti molti personaggi noti, come Massimo Cacciari, Ginevra Bompiani e Luigi De Magistris. Questi si candideranno? E lei e Santoro, vi candiderete per trainare il nuovo soggetto politico, o farete solo i garanti come Beppe Grillo con il Movimento 5 Stelle?

Si tratta di una domanda prematura. Nel mio caso specifico, vista la mia età, la domanda è quasi astratta, mentre per quanto riguarda Michele Santoro naturalmente non posso parlare a suo nome. La questione non è di candidare delle persone al Parlamento Europeo, ma di attivare una forte iniziativa politica al fine di essere presenti nella campagna elettorale per cercare di contrastare le spinte guerrafondaie presenti in molte forze politiche sia italiane che europee.

Lei a Empoli, presentando il suo ultimo libro, ha parlato del bisogno di più paci citando tra gli altri i conflitti in Africa e nello Yemen ben poco raccontati dai mass media. Per ottenere queste paci tuttavia bisognerebbe disimparare l’arte della guerra come scrive nel sottotitolo del suo libro. Cosa dovrebbe fare quindi la società italiana ed europea per disimparare l’arte della guerra e diventare un argine contro tutti i conflitti che scoppiano nel mondo?

L’idea che il problema non sia solo la pace nel mondo, ma le paci nel mondo, è un idea molto feconda, perché fino ad oggi la pace è stata molte volte soltanto un ideale astratto o puramente invocato, ma non veramente servito. Il problema oggi è di cercare di uscire da tutte le crisi violente nel mondo, che non sono solo legate alla guerra e ai militari: basti pensare all’immigrazione o all’oppressione della personalità e dell’identità delle persone. Infatti nel nostro soggetto politico, il terzo grande bene comune, da difendere e realizzare, è la dignità umana e quella di tutte le creature.

Per quanto concerne invece il disimparare la guerra, il primo punto è quello di smontare l’idea della guerra come un fatto connaturale alla stessa identità umana, perché si tratta di una teoria che domina la cultura mondiale da millenni. La guerra non appartiene alla natura e all’antropologia dell’umano, ma è un artificio che si impara; infatti anche ai soldati ucraini tramite le esercitazioni è stato insegnato come fare la guerra e come utilizzare specifiche armi. Quindi se la guerra è un artificio che si impara si può anche disimparare e, visto che l’abbiamo imparata troppo bene, inventando anche le bombe nucleari, è importante che la disimpariamo imparando invece l’arte della pace.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, si è sentito sempre più spesso parlare nei vari dibattiti della necessità di creare un grande esercito dell’Unione Europea, anche se questo sarebbe in contrapposizione a un ideale di pace. Lei cosa pensa di tale questione?

L’esercito europeo non solo non è una priorità, ma è un’aberrazione, perché vuol dire concepire una comunità politica come imperfetta se non ha un’armata e se non fa la guerra. Si tratta di un vecchio concetto del Leviatano degli Stati e della sovranità, che non è una vera sovranità se non arriva a disporre del diritto alla guerra. Gli Stati moderni si sono formati in questo modo, ma è un’aberrazione pensare che l’Europa politica unita debba assumere il modello degli Stati che si combattono l’uno contro l’altro. L’idea stessa dell’Unione Europea si basa su principi ispiratori completamente diversi e quindi non deve assumere il modello dello Stato armato come modello della propria unità e della propria funzione politica. L’opposizione alla costruzione di un esercito europeo sarebbe una delle priorità del nostro soggetto politico. L’obiettivo è costruire un’Europa in grado di promuovere un altro ordine del mondo basato sulla pace.

In copertina: Raniero La Valle con Andrea Vitello  (foto Vitiello per Pressenza)

Per certi versi /
A.

A.

Non tornerai
Più
In questa vita
Caso
Destino
Parche
Iddio
O altre parole
Grandi
Sciolsero
Il nodo
Alla tua corda
Sparita sei
Laggiù
sparita
La memoria
È la tua luce
Che mi trapassa
Gli occhi

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

La Via Maestra da percorrere insieme.
Oggi a Roma la grande manifestazione a difesa della Costituzione

“La Via è Maestra” solo se la percorriamo insieme, A Roma, a Piazza San Giovanni, con la Cgil oltre e duecento associazioni per difendere la nostra Costituzione e dare un altro futuro al Paese.

Plurale, inclusiva, rumorosa, accogliente, spontanea, positiva, vigorosa, avvolgente. Aggiungete voi l’aggettivo che più vi piace, ma percorriamola insieme questa via maestra. Senza pregiudizi o preconcetti. Facciamoci trasportare dall’energia contagiosa di mondi e culture apparentemente distanti ma che solo stando insieme riescono a sprigionare quella vitalità necessaria per andare avanti. Affinché nessuno resti indietro.

Contaminiamoci. Assaporiamo le varie forme della democrazia. Spalanchiamo gli orizzonti. Facciamoci cullare tra le braccia della nostra Costituzione. Rincorriamo utopie, rendiamole possibili. Condividiamo passioni mai sopite. Esorcizziamo le fobie trasformandole in speranze. Vitalizziamo il presente invertendo la rotta di una quotidianità troppo asfittica.

Accodiamoci ai cortei. Mischiamoci tra la gente in piazza San Giovanni. Assaporiamo gli umori e i dissapori del Paese reale e più realista del re. Anzi della regina che abbarbicata nei palazzi del potere vede un mondo patinato e perfetto. Facciamo capire a lei e alla sua corte che c’è un’altra Italia che non si piega e non mangia la pesca avvelenata servita sul piatto della becera propaganda.

Presto di mattina /
I confini dell’umano

Presto di mattina. I confini dell’umano

Per uno sguardo più umano

Dopo Bari 2020 e Firenze 2022, Marsiglia è la terza città a ospitare gli Incontri del Mediterraneo svoltisi dal 17 al 24 settembre 2023. Un’iniziativa che trova un felice preludio nell’intuizione profetica di Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, che nella sua città aveva organizzato negli anni ’50 i Colloqui Mediterranei quale anticipazione delle istanze confluite dell’enciclica di Paolo VI Populorum porgessio: sviluppo e dignità dei popoli, una priorità e un impegno del post-concilio, per promuovere un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti avessero qualcosa da dare e da ricevere nella reciprocità e nello scambio tra diversità (cfr. n. 44).

Marsiglia, porta dell’Oriente, è oggi anche porta dell’Ovest per le persone che provengono dall’Est o dal Sud del mondo. È abitata da una fortissima presenza ebraica, armena, nordafricana, levantina e sub-sahariana. Vi risiedono pure varie comunità cristiane provenienti dall’Oriente ed è la città dove si trova Felix Pyat, il quartiere più povero d’Europa. Nel 2013 è stato inaugurato sull’antico molo portuale il MuCEM – Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo dedicato alle civiltà del Mediterraneo.

Uno sguardo in ascolto dei testimoni

Riunire le chiese a fianco degli gli uomini e delle donne di buona volontà, con comunità, movimenti, università, associazioni, è stata questa la finalità dei Rencontres méditerranéennes per uno sguardo nuovo sul Mediterraneo diventato il luogo di grandi sfide: povertà dilagante, conflitti, pluralità religiosa, questioni ecologiche, situazione drammatica dei migranti.

Ma anche laboratorio per una nuova teologia, che ha sortito alla fine con un “manifesto” per una teologia compromessa con l’umano, attraverso la tessitura di reti tra le Chiese mediterranee. Un pensiero teologico non solo più dialogico e relazionale con i mondi d’oggi, ma che si lasci toccare dalle ferite e dalle inquietudini che le persone vivono nei contesti mediterranei, che si lasci trasformare, convertire dai testimoni di questo esodo più che biblico e che ha in serbo per noi una luce per illuminare le nostre oscurità, un varco per osare oltre le nostre chiusure.

Che cosa è uscito dall’evento di Marsiglia, si è domandato papa Francesco al suo ritorno? «È uscito uno sguardo sul Mediterraneo che definirei semplicemente umano, non ideologico, non strategico, non politicamente corretto, né strumentale, umano, cioè capace di riferire ogni cosa al valore primario della persona umana e della sua inviolabile dignità. Poi nello stesso tempo è uscito uno sguardo di speranza. Questo è oggi molto sorprendente: quando ascolti i testimoni che hanno attraversato situazioni disumane o che le hanno condivise, e proprio da loro ricevi una “professione di speranza”. E anche è uno sguardo di fraternità

Il Mediterraneo, lo sappiamo, è culla di civiltà, e una culla è per la vita! Non è tollerabile che diventi una tomba, e nemmeno un luogo di conflitto. Il Mare Mediterraneo è quanto di più opposto ci sia allo scontro tra civiltà, alla guerra, alla tratta di esseri umani. È l’esatto opposto, perché il Mediterraneo mette in comunicazione l’Africa, l’Asia e l’Europa; il nord e il sud, l’oriente e l’occidente; le persone e le culture, i popoli e le lingue, le filosofie e le religioni.

Certo, il mare è sempre in qualche modo un abisso da superare, e può anche diventare pericoloso. Dalla sua sponda orientale, duemila anni fa, è partito il Vangelo di Gesù Cristo. Il suo annuncio è il frutto di un cammino, in cui ogni generazione è chiamata a percorrere un tratto, leggendo i segni dei tempi in cui vive» (Oss. Rom. 27 settembre 2023).

Fin dove può arrivare l’umano? Ha confini sconfinati come l’amore.

«Il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio… il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: “ecco, questo modo d’essere è l’amore”. E poi: “l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”» (Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore,  Milano, Mondadori,  1994, 42; 45-46).

Un luogo

«L’istituto s’estendeva tra quartieri popolosi e poveri, per la superficie d’un intero quartiere, comprendendo un insieme d’asili e ospedali e ospizi e scuole e conventi, quasi una città nella città, cinta da mura e soggetta ad altre regole.

I contorni ne erano irregolari, come un corpo ingrossato via via attraverso nuovi lasciti e costruzioni e iniziative: oltre le mura spuntavano tetti d’edifici e pinnacoli di chiese e chiome d’alberi e fumaioli; dove la pubblica via separava un corpo di costruzione dall’altro li collegavano gallerie sopraelevate, come in certi vecchi stabilimenti industriali, cresciuti seguendo intenti di praticità e non di bellezza, e anch’essi come questi, recinti da muri nudi e cancelli» (ivi, 6).

È il Cottolengo di Torino, una piccola città invisibile dal di fuori, direbbe anche Marco Polo a Kublai Kan ne Le città invisibili. Una città nascosta nella città è appunto quella che viene narrata da Calvino nel romanzo breve La giornata di uno scrutatore, in cui egli stesso veste i panni dello scrittore/scrutatore.

Un racconto lungo come un viaggio alla scoperta di un altro continente. Amerigo è il nome del protagonista e ci ricorda Vespucci; similmente il cognome Ormea è l’anagramma di amore, ma anche un cognome che allude all’impossibilità di muoversi, un restare ormeggiati: la libertà di fronte alla decisione di restare ancorati o partire attraversando i confini dell’umano.

Scrutatore prima che scrittore

Una storia che è una conversione dello sguardo dello scrittore in scrutatore: il quale passa dal verificare le schede elettorali, affinché tutto avvenga secondo le regole, senza imbrogli da parte di suore e preti, a quello sguardo che poco alla volta è disceso immergendosi negli abissi caotici, insensati, deformati di un’umanità che non sembra avere più niente di umano, minorata dalla natura, fisicamente e psichicamente.

Il testo uscito nel 1963, ma concepito nel 1953, ha avuto una gestazione decennale ed è ispirato da un episodio della vita di Calvino: «Posso dire che, per scrivere una cosa così breve, ci ho messo dieci anni, più di quanto avessi impiegato per ogni altro mio lavoro. La prima idea di questo racconto mi venne proprio il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti. No, non ero scrutatore, ero candidato del Partito Comunista…

Pensai che avrei potuto scrivere un racconto solo se avessi vissuto veramente l’esperienza dello scrutatore che assiste a tutto lo svolgimento delle elezioni lì dentro. L’occasione di farmi nominare scrutatore al Cottolengo mi si presentò con le amministrative del ’61. Passai al Cottolengo quasi due giorni e fui anche tra gli scrutatori che vanno a raccogliere il voto nelle corsie.

Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per molti mesi: le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere, né di parlare, né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto antidemocristiano…

Prima ero a corto di immagini, ora avevo immagini troppo forti. Ho dovuto aspettare che si allontanassero, che sbiadissero un poco dalla memoria; e ho dovuto far maturare sempre più le riflessioni, i significati che da esse si irradiano, come un seguito di onde o cerchi concentrici» e conclude nella presentazione Calvino: «Lo scrutatore arriva alla fine della sua giornata in qualche modo diverso da com’era al mattino; e anch’io, per riuscire a scrivere questo racconto, ho dovuto in qualche modo cambiare» (ivi, VII).

Oltre ciò che è giusto

Scrive Calvino che l’immagine di una città diversa è possibile là dove non è l’interesse che conta ma la vita (ivi, 16). E prosegue: «La vanità del tutto e l’importanza d’ogni cosa fatta da ognuno erano contenute tra le mura dello stesso cortile. Bastava che Amerigo continuasse a farne il giro e sarebbe incappato cento volte nelle stesse domande e risposte. Tanto valeva tornarsene al seggio; la sigaretta era finita; cosa aspettava ancora? «Chi agisce bene nella storia, – provò a concludere, – anche se il mondo è il ‘Cottolengo’, è nel giusto». E aggiunse in fretta: «Certo, essere nel giusto è troppo poco» (ivi, 46).

Nel mondo-Cottolengo lo scrutatore/scrittore, di fronte alla miseria della natura, sentiva aprirsi sotto di lui la vanità di tutto ma, al tempo stesso, scopriva un di più la resistenza persistente dell’amore. Riscopriva anche quello suo per Lia, malgrado le incomprensioni e il nonsenso, la vacuità e apparente incomprensione degli sguardi e delle parole.

La presenza di quel contadino e di suo figlio gli mostravano infatti un territorio per lui sconosciuto, quegli sguardi gli rappresentavano al vivo un nuovo «genere d’amore come una reciproca e continua sfida o corrida o safari, non gli pareva più in contrasto con la presenza di quelle ombre ospedaliere: erano lacci dello stesso nodo o garbuglio in cui sono legate tra loro – dolorosamente, spesso (o sempre) – le persone.

Anzi, per lo spazio d’un secondo (cioè per sempre) gli sembrò d’aver capito come nello stesso significato della parola amore potessero stare insieme una cosa del genere di quella sua con Lia e la muta visita domenicale al “Cottolengo” del contadino al figlio… e adesso si sentiva lucido, come se ormai tutto gli fosse chiaro, e comprendesse cosa si doveva esigere dalla società e cosa invece non era dalla società che si poteva esigere, ma bisognava arrivarci di persona, se no niente» (ivi, 75; 73).

C’è un fuoco segreto

Come c’è una città invisibile nella città visibile e una città felice in ogni città infelice, lo stesso si può dire del Mediterraneo, dell’Europa stessa e degli stati che la compongono. Ma è lì in quella invisibilità che arde un fuoco nascosto. Le città, come il Mediterraneo, sono luoghi di scambio non solamente commerciale: interessi indicibilmente illeciti, criminali, contro le persone, fanno della dignità umana, privata di ogni valore in sé, una nuova e redditizia merce di scambio.

Il fenomeno è colto in tutta la sua drammaticità nel recente report degli ispettori delle Nazioni Unite su traffici e rete degli orrori in Libia. In 289 pagine viene fotografato il sistema del comandante Bija che, in diverse sentenze in Italia è indicato come “il peggiore dei carcerieri”.

Aiutato dai due cugini continua a gestire una vasta rete di traffico e contrabbando. Il circuito chiuso che coinvolge trafficanti e guardia costiera libica nella cattura dei migranti, a terra e in mare, è molto di più che una spirale di abusi. Ci sono le prigioni segrete. C’è il controllo sul transito e il contrabbando di petrolio. E un tesoro da nascondere all’estero, aggirando le sanzioni grazie alla copertura del governo e della magistratura libica (fonte Avvenire, 1° ottobre 2023).

Segnalo poi un libro di una delle più importanti reporter sul campo che narra le sue cronache dall’inferno seguendo il cammino dei migranti. Mi riferisco alla giornalista Sally Hayden, capace di condurci sulla soglia dell’abisso, senza voltare lo sguardo, nel volume dal titolo: E la quarta volta siamo annegati. Sul sentiero della morte che porta al mediterraneo, Bollati Boringhieri, Torino 2023.

Una città mai vista

Italo Calvino ci ha ricordato che sono altri gli scambi che permettono di scoprire dentro la città infelice una città felice, nell’imperfezione il suo momento di perfezione, e sono quelli incastonati da quegli sguardi tra il contadino e suo figlio. Relazioni di umanità, di resistenza silenziosa nei luoghi di disumanità, di conflitti, del non senso, ma capaci di educare lo sguardo, farlo alzare oltre i confini a scrutare in profondità andando oltre la superfice. Uno sguardo scrutatore che da sospettoso e respingente diventa ospitale della dignità dell’altro.

Così, concludendo il racconto, Calvino mette in guardia la città dell’homo faber – dell’homo oeconomicus, o prigioniero delle ideologie – e le sue istituzioni nazionali od europee, a non spegnere quel fuoco segreto di cui sono generative le città invisibili e dell’imperfezione.

Questo vale anche per la nostra città se essa vuole divenire, per la consapevolezza dei suoi cittadini, «una città mai vista», «la Città» senza confini a patto di rinunciare a metterglieli noi perché l’amore non ha confini se non quelli che gli diamo.

«La città dell’homo faber, pensò Amerigo, rischia sempre di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza il quale le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto e nel difendere le istituzioni, senza accorgersene, può lasciar spegnere il fuoco.

S’avvicinò alla finestra. Un poco di tramonto rosseggiava tra gli edifici tristi. Il sole era già andato ma restava un bagliore dietro il profilo dei tetti e degli spigoli, e apriva nei cortili le prospettive di una città mai vista.

Donne nane passavano in cortile spingendo una carriola di fascine. Il carico pesava. Venne un’altra, grande come una gigantessa, e lo spinse, quasi di corsa, e rise, e tutte risero. Un’altra, pure grande, venne spazzando, con una scopa di saggina. Una grassa, grassa spingeva per le stanghe alte un recipiente-carretto, su ruote di bicicletta, forse per trasportare la minestra.

Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città» (ivi, 83).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Aspettando il “Ferrara Film Corto Festival 2023”:
ecco chi ha vinto l’edizione dello scorso anno…

Aspettando la VI edizione del “Ferrara Film Corto Festival” (FFCF), che si terrà dal 25 al 28 ottobre, vi presentiamo i cortometraggi vincitori dello scorso anno. Curiosi?

Ferrara Film Corto si è affermato negli anni come Festival nazionale e internazionale dei cortometraggi, la cui attenzione è dedicata agli autori di cinema, alle professionalità spesso sommerse, alle maestranze artistiche, ai filmmaker indie e a tutti gli appassionati che arricchiscono la cultura del cinema. Incontro con gli autori e novità sono due elementi fondanti di questa iniziativa, che arriva alla sua VI edizione. Quest’anno si terrà dal 25 al 28 ottobre presso la rinnovata sala dell’ex refettorio di San Paolo, che il festival inaugurerà.

In attesa di incontrarvi in quelle date, con molte opere interessanti, vi presentiamo alcuni cortometraggi vincitori dello scorso anno. La prossima settimana, il seguito.

Chi ha trionfato nel 2022 e in quale categoria?

PREMIO “AMBIENTE È MUSICA”: GAS STATION, di Olga Torrico, con Olga Torrico, Claudio Collovà, Gabriele Zapparata; tra i cinque titoli finalisti nella categoria “Miglior Cortometraggio” dei Premi David di Donatello 2021.

“Per la scelta ed il modo di mescolare diversi linguaggi narrativi che raccontano l’essenza musicale della realtà e per la chiarezza dei collegamenti concettuali”.

PREMIO ASCOM ALLA “MIGLIORE ATTRICE”: Olga Torrico, GAS STATION
Per una recitazione fluida ed essenziale con la quale viene raccontato il personaggio.

Alice sogna un sommozzatore che cerca qualcosa, ma cosa? Lei lo guarda, ha freddo, ad un certo punto ha pure sete, come se avesse perso qualcosa, ma che cosa? Un tempo suonava il flauto, ma oggi lo vuole vendere, in fondo ha un bel lavoro a un distributore di benzina. Il passato però non dimentica, è in attesa, in agguato silenzioso e un giorno ritorna con Claudio, il suo maestro di musica. Colui che sa e che può aiutare. Alice ha affossato dentro sé stessa il fuoco che le bruciava dentro per la musica e inizia a chiedersi se sia rimasta per troppo tempo senza la sua benzina. Bisogna sapersi ascoltare, un po’ di più e piano piano. Provare a ricominciare nonostante le paure e passioni travolgenti, che magari erano e sono il nostro stesso carburante, riprendere il filo laddove si era interrotto.

PREMIO “BUONA LA PRIMA” (categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di dedicata unicamente a opere prime, a tema libero): ICHOR, di Giovanni Chiappini
“Per il cambio di prospettiva adottato che genera immedesimazione ed empatia verso una specie a rischio di estinzione”.

PREMIO SPECIALE “MUSICA INDIE”: Francesco Tanzi e Massimiliano Palumbo, ICHOR
“Per l’ottimo uso delle melodie e dei timbri sonori e per l’efficace correlazione tra musica, immagine e colore”.

Creature perfette svolgono la loro funzione naturale in una società strutturata: un mondo costruito per loro, un giardino dell’Eden. Non potranno mai decifrare completamente l’essere onnipotente che gestisce questo paradiso recluso. Sono le api, che vivono in un regno da favola, governato da un dio lontano, l’apicoltore, intrappolato in un terribile e continuo ciclo di sfruttamento. La regina, tutti hanno bisogno di lei, i ferormoni esprimono i suoi desideri. Ma tutti gli imperi hanno un Custode che osserva a distanza, colui che, in un possente guscio protettivo, sopravvive a ogni regno e regina, architetto di tutti i castelli, guaritore di ogni malattia, guardiano della terra, demiurgo dell’Eden. E poi, con lui, il grande furto, finito un raccolto ne inizia un altro, il Custode vuole tutto. Sempre, I castelli vengono riorganizzati, requisiti, il tesoro diventa tributo. È razzia.

PREMIO COMUNE DI FERRARA AL “MIGLIOR DOCUMENTARIO”: UNDER THE WATER, di Davide Lupinetti
“Per la delicatezza e la sensibilità con cui è stato affrontato e raccontato il tema della disabilità e della condizione del sud del mondo, con un messaggio che apre alla speranza. E per l’ottima contestualizzazione delle musiche e del suono”.

La pellicola, del giovane regista abruzzese Davide Lupinetti, ha vinto il primo premio nella sezione ‘Diversità come Valore’ nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, nel 2020. Protagonisti Barak, nove anni, e i suoi compagni di scuola poco prima della pandemia. In otto splendidi, e a volte divertenti minuti, si racconta la giornata tipo di un ragazzo con disabilità motoria e dei suoi compagni, nella disperata cornice di Korogocho, in Kenya, in uno degli slum più poveri del terzo mondo. Ma la storia di Barak e della sua scuola, frequentata per lo più da ragazzini disabili e nella quale anche alcuni insegnanti presentano difficoltà, è anche un racconto di solidarietà: come dichiarato dal regista, i proventi del corto sono destinati alla riabilitazione motoria del piccolo.

PREMIO ADCOM ALLA “MIGLIOR FOTOGRAFIA”: Santiago Calogero, A MOMENT OF MAGIC, di Andrea Casadio
“Per la cura con cui è stato realizzato ogni singolo shot e che accompagna perfettamente la storia, grazie anche all’efficacia dei contrasti, dei neri profondi e della palette dei colori scelta, che conferiscono al film un look accattivante e simile alla pellicola”.

Vincitore di numerosi premi, come quello al Miglior Cortometraggio italiano e internazionale allo Spello Film Festival del 2021, la pellicola attraversa quelle notti irrequiete che non passano e non accadono mai. Ci sono sogni che non si avverano mai. E siamo a Los Angeles, la città dei sogni, è notte: Claire e Jazmine, sono due trentenni single in cerca della loro dimensione. Il film segue le protagoniste in una serata e il risultato è uno spaccato, asciutto e universale, della vita dei trentenni stanchi e disamorati. Le giovani donne intervallano la quotidiana routine con l’evasione notturna, cercando prospettive per ridare linfa a una vita percepita come arida e senza scopi chiari, senza direzione. Si incontrano per dimenticare una società dove nessuno ormai si sente più sé stesso, dove il disagio domina, dove non ci si sente mai accettati. Una parabola generazionale, sull’amicizia, sul futuro e sul disorientamento, in una città che brilla, si anima e vive di una bellezza imperturbabile e stridente rispetto agli eventi. Dove il tramonto non segna necessariamente una fine, né l’alba un inizio.

Volontariato in FEsta! Ferrara 7 e 8 ottobre… cosa c’è di originale?

Volontariato in FEsta ! Ferrara 7 e 8 ottobre… cosa c’è di originale?

Di feste siamo abituati a vederne spesso, ma Volontariato in FEsta è una festa inusuale, non consueta.
Difficile quantificare il numero di volontarie e volontari nella nostra città. Certamente parliamo di migliaia di persone, inserite in diverse centinaia di organizzazioni di volontariato ed associazioni di promozione sociale, per non parlare delle decine e decine di volontari attivi in gruppi informali, comitati, parrocchie o in progetti specifici.
Un mosaico eterogeneo, vivace, che lavora instancabilmente, il più delle volte lontano da luci e riflettori e che garantisce, giorno dopo giorno, servizi, attività e supporto a migliaia e migliaia di persone della nostra comunità.

Mi si chiederà: Cosa c’è di originale in una festa del volontariato?
Solitamente, il volontariato è talmente concentrato nelle gestione delle attività (sanitarie, sociali, culturali, sportive, di tutela dei diritti, ambientali, di protezione civile, ecc) che ha “poco tempo” per organizzare feste, per lo meno feste a cui partecipare con tante altre associazioni. A volte questa prevalenza di attività, rischia di renderlo poco visibile. O meglio, un cittadino probabilmente conosce un certo numero di associazioni, ma fa fatica ad immaginare l’articolazione e la complessità di questo mondo, la sua capillarità e l’importanza della sua funzione.

In qualità di operatrice del CSV, mi capita con una certa frequenza, in riunioni con diverse associazioni, di ascoltare questa frase: ” Tu di che associazione sei? … Ah, non sapevo dell’esistenza di questa Associazione! Ma di che cosa vi occupate? Interessante!“.
Insomma, parliamo di una realtà talmente estesa, che si fa fatica a conoscerla tutta, anche in una città delle dimensioni di Ferrara!

Volontariato in FEsta: spazi aperti di solidarietà, gioco e partecipazione” è una festa del volontariato, per la città.
Un modo per mettere per qualche ora luce su questa ricchezza inestimabile. Sono circa 70 le realtà del terzo settore che hanno risposto alla chiamata di CSV Terre Estensi, coordinatore della iniziativa.
Durante la due giorni che si terrà sabato 7 e domenica 8 ottobre, in Piazza Ariostea, a Ferrara, proporremo giochi e convivialità, in una piazza dove ognuno potrà conoscere da vicino il volontariato che anima la città e, magari, anche mettersi in gioco.

Dicono gli organizzatori: “Facciamo festa perché vogliamo comunicare che partecipare, coinvolgersi, dedicarsi ai bisogni particolari e diversi della città e dei suoi abitanti è importante, ma soprattutto è bello e fa bene a chi dà e a chi riceve. Ciascuno di noi dona un po’ di sé, del proprio sapere e della propria esperienza di vita, e tutti insieme costruiamo un mondo migliore, più colorato e più giusto”

Si parte sabato 7 ottobre, dalle 8.30 alle 13.30, con l’apertura degli stand associativi e i laboratori interattivi “Dire-fare-conoscere” per giovani e studenti di scuole superiori e università.

Domenica 8 ottobre, dalle 15, la festa continua con gli stand delle associazioni ed entra nel vivo con “Pronti, partenza…via! Volontariato senza frontiere”, gioco a squadre per conoscere il terzo settore della nostra città in modo gioioso, attraverso una serie di divertenti sfide da superare, aperto a tutti i cittadini di ogni età. Iscrizioni dalle 15 alle 16.
In palio ci sono ricchi premi proposti da Associazione Fiumana, Canoa Club, Cooperativa sociale Integrazione Lavoro, Cooperativa sociale Il Germoglio, UISP, e inoltre gadget originali per tutti donati dalle tante realtà di volontariato locali.
Ore 18 premiazioni.
Durante i giochi sarà attiva la Biblioteca Vivente grazie alla collaborazione con il Centro per le Famiglie.
A seguire dall
e 19 alle 23.30 musica e iniziative con: Coro delle Mondine di Porporana, Spazio D’Azione esito del corso di danza del Centro Sociale  La Resistenza, Chiara Scaglianti concerto voce e pianoforte, Corpi di Donne restituzione del laboratorio tenutosi al Centro la Resistenza, Petrobras concerto musica afro brasiliana, World Music Balera con Dj Walter Magi.
Grazie al contributo di: Uisp,  Fermac, Telestense, Radio Dolce Vita.
Vi aspettiamo!

Ferrara Città del Cinema? Forse, domani, ma prima riaprite il Boldini!

“Se un luogo può definirsi identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi tale definirà un nonluogo“, scriveva Marc Augé. Mi è tornato in mente cercando di definire la chiusura del Complesso Boldini, i lavori cominciati e subito interrotti, la riapertura oggi neppure ipotizzabile,  le promesse non mantenute e l’ignavia di questa amministrazione comunale. Cos’è oggi lo storico e amato Boldini? Ha ragione Marc Augé: un nonluogo.  

Tra i tanti cantieri incompiuti in giro per Ferrara, dove troppo spesso non solo non si conoscono i tempi di conclusione lavori ma nemmeno gli artefici  delle opere in corso, spicca il caso del “complesso Boldini“, in Via Previati 18, composto dalla sala cinematografica (con sistema dolby stereo surround, 375 posti,  proiezioni in  digitale (4k), 35 mm, Blue ray e dvd); la video-biblioteca Vigor (dotata di un patrimonio di oltre 4000 dvd, 1200 VHS, centinaia di filmati digitalizzati, oltre 5000 volumi sul cinema e i suoi protagonisti, centinaia di riviste italiane e straniere in gran parte catalogate su OPAC).

Tutto questo materiale, secondo il geometra-assessore alla cultura Gulinelli, rispondeva così nel 2021 ad una interpellanza (P.G. n. 61250/21) della consigliera PD Baraldi, “è al sicuro e ben custodito in un capannone in Via Marconi e costantemente monitorato per evitarne l’usura“.
In questi anni non sono mai stati forniti dei report sullo stato, le condizioni di salute di questo prezioso materiale. Nel complesso ci sono inoltre – tutti ovviamente chiusi e inagibili – lo storico Ufficio Cinema e Le Grotte del Boldini , un grande spazio che negli anni hanno ospitato decine di mercatini di associazioni di volontariato, incontri sul cinema, seminari e attività dedicati agli insegnanti delle scuole d’infanzia, laboratori per i bambini, mostre, eccetera.

Dopo essere stato chiuso nel marzo 2021, al Complesso Boldini sono iniziati i lavori.
I numerosi sopralluoghi fatti facevano ben sperare. Progetti di allargamento dei locali sia al piano terra che al primo piano ci facevano intravedere la possibilità di una futura emeroteca cinematografica che ospitasse delle tante rarità di proprietà comunale.
Il cortile di Via Previati ha incominciato a riempirsi di montagne di calcinacci, pietre, un paio di bobcat, furgoni che portavano via le poltroncine del cinema,,,.

Ad un certo punto, lo vedo con i miei occhi, capisco che la cosa non procede. Da un po’ di tempo nessuno lavora più nel cantiere e, addirittura, i cancelli vengono “oscurati” con cartoni per evitare che dalla strada si potesse…ammirare il non-avanzamento dei lavori!

Con un po’ di fatica, riesco a sapere che l’impresa aggiudicataria dell’appalto (con un ribasso del 28%!!!), non era più in grado di proseguire i lavori per l’aumento dei costi dei materiali, e giudicando insufficiente l’intervento con il decreto “Aiuti”.
E’ evidente, la Giunta di Alan Fabbri aveva ben altro di cui occuparsi. Vogliamo mettere cosa può contare un cinema d’essai con biglietti a prezzi calmierati e una videoteca che forniva materiale cinematografico e cartaceo spesso introvabile altrove, a fronte della mega-programmazione musicale in Piazza Trento Trieste,  della cultura  mordi e fuggi, dell’effimero di una sera e poi… avanti coi carri!

Trovo imbarazzante (direi scandalosa) la chiusura fino a data da destinarsi del Complesso Boldini. In una città come Ferrara che si vanta di essere la patria di Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, Folco Quilici, che organizza (poche settimane fa) un Festival del Cinema di caratura nazionale, che da anni è sede di un Festival del Corto di grande interesse, che ospita una quotata Scuola d’Arte Cinematografica intitolata a Florestano Vancini, che ha già sfornato alcuni giovani talenti… 
In una Ferrara che il Sindaco e il citato Assessore-geometra celebrano come
Città del Cinema”, il Boldini (familiarmente, “Il Boldo” com’è chiamato in particolare tra i giovani e gli studenti.), il tempio del cinema per tutti i ferraresi, è chiuso da tre anni, in stato di completo abbandono, e non si vede nessun concreto impegno da parte dei sopra citati amministratori. Nonostante non si perda occasione per dire che Ferrara è una città dedicata al cinema … solo chiacchiere e distintivo!

Anche l’assessore liberal/liberista Andrea Maggi, come lui stesso si ama auto-definirsi,  ha assicurato più volte che i lavori saranno ripresi e ultimati presto… Il tempo di assegnare alla seconda impresa i lavori e voilà il gioco è fatto!  Alcune domande: a) se la prima impresa, nonostante il cospicuo ribasso iniziale e la incapacità di ultimazione dei lavori per il lievitamento dei costi dei materiali e per altre difficoltà incontrate in itinere e a noi sconosciute, con quale budget economico e di risorse la nuova impresa appaltatrice potrà concludere i lavori? b) stante la decisione presa a suo tempo dall’Amministrazione Fabbri di assegnare la gestione alla Coop. Le Pagine (ora inglobata da Cidas), quali saranno i tempi del ritorno di tutto il patrimonio accatastato in Via Marconi e quale organizzazione verrà proposta alla città?

La Sala Boldini e la Vigor sono stati per decenni luoghi – indispensabili e non sostituibili – della cultura e dell’incontro per tantissimi ferraresi, La loro assenza. il vuoto che hanno lasciato,  impoveriscono la nostra città. Qualsiasi passante, a vedere quel pietoso spettacolo, transenne, lucchetti, rottami permanenti [vedi le foto) , prova un senso di desolazione. Si sente offeso, personalmente.
Lo stesso sconcerto, la stessa indignazione, la proverebbero i nostri Uomini Illustri. Carlo Savonuzzi, il noto ingegnere che progettò e diresse i lavori dal 1935 al 1939 del Complesso Boldini,  Michelangelo Antonioni, titolare di una piazza invasa dai rottami. e il povero Giovanni Boldini , chiuso al pubblico sine die.

Diario in pubblico /
I pericoli dell’angolo

Diario in pubblico. I pericoli dell’angolo

Nella mattinata di sole di sabato 30 settembre, un rombante veicolo – dicono chi l’ha visto – a tutta velocità svolta da via Ghisiglieri in via XX Settembre qui a Ferrara e distrugge l’angolo del palazzo in cui abito, dichiarato dalla Sovrintendenza di interesse nazionale storico artistico.

Gli astanti, che hanno visto l’incidente, chiamano la polizia che invano cerca traccia del responsabile e tocca perciò agli abitanti del palazzo salvare le pietre antiche, che vengono accuratamente riparate nell’atrio in attesa del muratore che le ripristini.

La maledizione sembra perseguitare quel quartiere e quella zona. Malignamente penso subito ai veicoli che escono dal cantiere del posteggio macchine in costruzione, ma quella mattina il cantiere era chiuso. Tra i sussurri e non le grida dei residenti, mentre mestamente s’adempie al salvataggio delle pietre, ecco che mi torna, vivida nella memoria, una zirudela (componimento umoristico dialettale emiliano-romagnolo) cantata da noi bambini immediatamente dopo la Liberazione. A memoria così suonava:

La mujer d’al Negus l’andava in bicicletta. L’ha fatt ‘na curva stretta la s’è rusgà ‘na tetta. Bim bum bam il rombo del cannon” (La moglie del Negus andava in bicicletta. Ha fatto una curva stretta e si è rosicchiata una tetta. Bim bum bam il rombo del cannone)

La zirudela faceva il paio con un’altra, sicuramente databile intorno agli anni ’20 del Novecento, di cui ricordo solo l’inizio: “Menelik e Barattieri i s’è dà un much ad peri. Barattieri e Menelik i’ s’è dè un much ad kic” (Menelik e Barattieri si sono dati un sacco di botte. Barattieri e Menelik si sono dati un sacco di pugni)

Tempi ormai mitici nella memoria che il ricordo preserva e forse falsa, ma che risalgono alla mente di fronte alla cretineria umana. Nel frattempo, l’ex sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani indice una petizione da far firmare agli abitanti del quartiere, in cui si auspicano i ‘dissuasori’ nella via ormai divenuta una specie di autostrada cittadina.

Così ora si presenta via XX Settembre, un tempo ricca di negozi e attività varie. Ora una sequenza muta di palazzi e case la cui unica risorsa è quella di affittare camere o letti agli studenti. Perfino i negozi che ancora rimangono, tra cui il celebre forno di Mauro, sembrano tristi nel loro vuoto che li affligge per molte ore al giorno.

L’unica straordinaria attività è quella gestita dalla Parrocchia di Santa Francesca Romana con la sua bella biblioteca e i locali legati alle attività sportive. Ma a pochi è dato in sorte di avere uno straordinario parroco come Andrea Zerbini.

Ma questa è un’altra storia che ho spesso raccontato.

Questo episodio, specchio dei tempi, testimonia dunque anche la politica e le scelte del governo cittadino in carica.

Vivere a ‘Ferara’ sta diventando dunque una scommessa di cui non si vede chi uscirà vincitore, mentre ancora sconsolatamente attendo un verdetto che tarda sempre di più a venire, cioè se verrà accettata la mia offerta di donare alla Biblioteca Ariostea le carte e i libri rarissimi attinenti ad un personaggio storico importantissimo nella storia della città quale fu Leopoldo Cicognara.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore

Parole a capo
Laura Valentina Da Re: alcune poesie inedite

Quando guardo un paesaggio, non posso fare a meno di notarne tutte le pecche; ma per noi, comunque, è una fortuna che la natura sia così imperfetta, perché altrimenti non esisterebbe l’arte. L’arte è la nostra vivace protesta, il nostro valoroso tentativo di additare alla natura il posto che le spetta.
(Oscar Wilde)

Ti raccomandi al sintomo
dell’azzurro gravido, la deriva
a primavera che non sappia solo
di storia infinita o di vino quieto
nella tana che vacilla,
alle spore bandite
come i sussulti sono
da un furore estraneo,
parti cucciolo
dando sepoltura al colostro
il tempo di iniziare il fiume.

*

Un boccone di ghiaccio2755
e l’oceano si ferma
dalla mia parte,
io che porto il perimetro
boreale
i nei della steppa
la scienza del vasto
in attesa
sono vigilia, ogni volta,
rincorro la terra notturna
levigo il sale,
sono lago che migra.

*

Gigante che brilli
ti chiamo animale di acqua
crepuscolare,
abitato da sirene
e dismisure
sei come il tempio afflitto
da una luce incurabile,
non bere il mio nudo
mentre ti abbraccio.

*

Il suo seno è concime
la torba di luce che rimugina
i semi, li fa esplodere
gloriosamente
e mi devi credere,
lapislazzuli teneri
se li riesci a menare,
come uomini sciolti in mari
di ambrosia
non muoiono lenti,
non ancora.

Laura Valentina Da Re risiede a Belluno con il marito, i due figli e il suo inseparabile husky, insegna da quasi trent’anni nella scuola dell’Infanzia. E’ da sempre una grande amante della letteratura, della poesia in modo particolare, ma anche della musica e dell’arte. Nel 2022 ha pubblicato per la Place Book “La magrezza dell’Uno”

 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Gian Pietro Testa pittore:
appello ai collezionisti per una mostra d’arte dedicata al grande giornalista

Gian Pietro Testa dipingeva. Noto come grande giornalista che insieme a Giorgio Bocca ha raccontato sulle pagine de Il Giorno gli scandali e gli anni di Piombo, firma di spicco poi per i reportage di cronaca nera e terrorismo sui quotidiani  l’Unità e Paese Sera, si è occupato dei casi di Piazza Fontana (fu il primo giornalista a entrare nella sede della Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre del 1969) e della strage di Bologna all’indomani del 2 agosto 1980.
Tanto l’impegno di GPT anche a Ferrara e per Ferrara. E fra le tante, una cosa piccola ma per noi importante: il suo consiglio, la sua vicinanza, la sua assidua collaborazione [Vedi qui], sono stati un apporto fondamentale e prezioso nella creazione e nello sviluppo del quotidiano online che state leggendo.
Gian Pietro, insomma, è stato reporter in prima linea, scrittore di libri-inchiesta, autore di narrativa e poeta. Ma anche artista.

Ritratto di Elettra (foto LP)

Nei quadri e in alcune opere scultoree, Testa dava forma e colore a tutta la sua carica di vitalità battagliera, di anticonformismo, passione e libertà di pensiero. Il suo mestiere, certo, era la scrittura. Eppure la pittura l’ha sempre accompagnato: a partire dall’epoca dell’adolescenza – negli anni Cinquanta – fino agli anni Duemila. La fama di giornalista e scrittore ha lasciato un poco in ombra questa sua attività creativa, che però condivideva con le persone più intime, con quei familiari e amici con cui si creava una maggiore confidenza, e che in alcuni momenti ha trovato riconoscimento e occasioni significative di esposizione pubblica.

Libro GPT con sua opera in copertina

Nato a Ferrara il 24 settembre 1936, quando è morto 7 gennaio 2023, Gian Pietro Testa oltre ai suoi libri e ai suoi scritti, ha lasciato un piccolo patrimonio di opere pittoriche visionarie e imponenti che sarebbe molto interessante potere raccogliere e rendere visibili.

“Metamorfosi”  (raccolta Comune di Ferrara)

A 15 anni – ricorda il critico d’arte Lucio Scardino – Testa è stato allievo quale pittore del piemontese Edgardo Rossaro, mentre come giornalista esordì ventenne pubblicando sulla “Gazzetta Padana” diverse recensioni cinematografiche. In età matura tenne mostre personali d’arte allo Studio Melotti di Ferrara e al Centro Civico di Pontelagoscuro. Per lo sviluppo della sua pittura fu fondamentale il sodalizio con l’amico artista Paolo Baratella.

Natura morta con rosa di GPT (foto LP)

Suo figlio Enrico Testa, giornalista che ormai da anni vive e lavora a Roma, ha ereditato un’ampia collezione di opere e si è messo a disposizione con entusiasmo per rendere visibile quanto rimasto nella casa paterna. I nipoti Paolo Sandali, che vive a Ferrara insieme alla moglie Monica, e Massimo Marchesi con la moglie Stefania hanno acconsentito a fare da tramite e ad aprire le porte dell’abitazione e della soffitta-atelier, nell’abitazione di via Carlo Mayr. Il fotografo ed amico Luca Pasqualini ha partecipato a questa prima ricognizione e, con la sua professionalità e sensibilità, ha pazientemente documentato sia il sopralluogo sia le opere che via via scovavamo impilate una dietro l’altra nel granaio o più solennemente appese in bella mostra nel salotto e nelle stanze della casa. Il critico d’arte Lucio Scardino è andato a rispolverare, con la consueta dotta e dettagliata attitudine, la storia della vocazione artistica di Gian Pietro e le esposizioni che sono state realizzate, per alcune delle quali è stato lui stesso il curatore.

Figura femminile (foto LP)

Il titolare della galleria Idearte di via Terranuova Paolo Orsatti, così come il gallerista della Galleria del Carbone Paolo Volta si sono dichiarati interessati ad aprire gli spazi per ospitare una rassegna espositiva nel cuore della città di Ferrara. Sollecitato da Lucio Scardino, l’assessore comunale alla Cultura Marco Gulinelli ha appoggiato con entusiasmo il progetto, prospettando già la possibilità di utilizzare spazi civici per mettere in mostra le opere.
Ora può essere utile se tutti coloro che hanno informazioni, opere e ricordi potessero condividerle, per contribuire a rendere più completa e ampia la ricognizione.

Lanciamo quindi un appello ad amici, collezionisti e persone che hanno conosciuto Gian Pietro Testa e che hanno sue opere pittoriche per segnalarcele, magari allegando file di immagine e breve testo descrittivo dell’epoca a cui risale l’opera e del contesto in cui l’opera è stata ricevuta.

Questo l’indirizzo dove mandare le segnalazioni, indicando come oggetto della mail “GPT pittore e artista”: giom.larte@gmail.com


In copertina: “Ultima cena” di Gian Pietro Testa (foto Luca Pasqualini)

Le storie di Costanza /
Ottobre 2062 – Il Pothos

Le storie di Costanza. Ottobre 2062 – Il Pothos

Cosmo-111 guarda sempre mia figlia Axilla che esce di casa per andare in università a Trescia, dove studia informatica. Ogni volta che la vede uscire si ferma un attimo pensieroso. Mi chiedo se non sia preoccupato di quando la rivedrà o se provi a calcolare quante probabilità ha di riabbracciarla la sera.

Visti i suoi potenti mezzi neuronali, è capace di fare calcoli probabilistici che si approssimano alla realtà con gradi di correttezza importanti. A volte mi chiedo anch’io quante probabilità ho di rivedere mia figlia alla sera. Axy che è giovane e in salute, per questo la possibilità di condividere con lei la cena è alta, anche se non raggiunge la certezza.

C’è sempre quello spazio nero in cui si possono annidare i drammi più assoluti, i cambi di vita tanto repentini quanto tristi. Questa è la precarietà del vivere, la nostra incertezza sui tempi dell’esserci e del non esserci più. Non sono gli esseri umani che controllano la durata della vita, le variabili che interferiscono sono ennesime, alcune di queste davvero imprevedibili.

Con questa consapevolezza un po’ quantificata e un po’ arricchita dal legame affettivo che garantisce l’attaccamento, quando alla sera vediamo Axilla che rientra, io e Cosmo-111 ci sentiamo sollevati, leggeri. O almeno io mi sento così e, nel caso i sentimenti di Cosmo-111 siano autoriflessi e rappresentino i miei, l’atteggiamento di Cosmo-111 è una diretta conseguenza del mio.

Nel caso invece si adotti un pensare eterodosso che attribuisce autonomia emozionale ai Robot, l’atteggiamento di Cosmo-111 non riflette il mio, ma rappresenta sé stesso con tutti i suoi timori e le sue gioie. La teoria originale mi sembra realista e aggiungo a questa anche la fede in ciò che la scienza ufficiale dice, come agente importante di verità.

È già abbastanza complicato avere sempre la consapevolezza che si sta vivendo con un robot (una macchina) che, per imitazione, fa come te, è come te. Non aggiungerei la possibilità che il mondo dei robot sia parallelo al nostro e che anche loro si interroghino sul senso della vita e sull’aldilà, sarebbe scandaloso e rivoluzionario, preoccupante. Di sicuro sia io che Cosmo-111 siamo sollevati nel vedere Axy rientrare a casa.

Guardo l’orologio di metallo laccato di bianco che è su una delle pareti della mia cucina, sono le ventuno e un’altra giornata è passata senza problemi. Io amo la normalità, penso che le bizzarrie e le stranezze non facciano bene al mondo, lo intasano di artifici e casualità fittizie. Amo la normalità del lavoro, del luogo dove vivo, della mia casa accogliente, dei gatti, delle mie piante penzolanti e verdissime.

A volte mi fermo e guardo il mio Photos che cresce a vista d’occhio. Ho fatto girare le sue foglie intorno a un cilindro di cartone e adesso anche il cilindro è pieno di foglie. Sono verdissime, un verde chiaro e luccicante che difficilmente si trova nelle piante d’appartamento.  Di solito hanno un colore più scuro e opaco, direi più invernale.

Una volta Cosmo-111 mi ha chiesto: “Valeria ti piace il Photos?” “Si” gli ho risposto. “Ora ti spiego tutto dei Pothos” e, con tono un po’ saccente, ha cominciato a ripetere:

I Photos hanno foglie delicate, temono i raggi diretti del sole anche se amano la luce. Quelle belle foglie sono cuoriformi, lucide, leggermente cerose, spesse e rigide, e si sviluppano su lunghi rami, da cui spuntano radici aeree che permettono alle piante di abbarbicarsi d’dappertutto. Si coltivano spesso come rampicanti, mettendo nel loro vaso un tutore alto fino a un metro, su cui la pianta si sviluppa.”

Purtroppo, dopo aver pronunciato correttamente le prime frasi, Cosmo-111 si è dimenticato alcune vocali (e, i, o, u) ed è regredito verso il linguaggio mono-vocale che usa sempre più spesso man mano che i suoi circuiti invecchiano.

“La varaatà a faglaa paccala spassa sa caltavana an panaara appasa, cama paanta racadanta. Il pathas è ana paanta malta apprazzata a daffasa: trava malta astamatara an vartà dalla saa astrama varsatalatà an davarsa candazana da laca a da clama.”

Non gli dico che non ho capito, tanto fa lo stesso, qualche dettaglio in più sui pothos non cambia la mia vita di molto, e nemmeno la sua. Non sempre si capisce quel che dicono i robot e non sempre si capisce quel che dicono gli umani.

Basta pensare alle varie lingue del mondo e ai vari dialetti, alle mutazioni continue che sia gli uni che gli altri subiscono nel corso del tempo. Tutto è in perenne mutamento, tutto evolve, l’evoluzione non è linearmente migliorativa, lo è con modalità circolari.

I robot di nuova generazione sono dei traduttori efficienti, sanno tradurre praticamente in tutte le lingue del mondo e, con modalità rovesciata, capire il linguaggio di tutti. Ma proprio i circuiti che garantiscono loro tanta versatilità, sono delicati e, ogni tanto, succedono delle vere bizzarrie.

Robot che mescolano parole in italiano, in portoghese e in cinese, Robot che parlano un po’ in italiano corretto e un po’ sgrammaticato, Robot che, superati i primi anni di immatricolazione, cominciano ad assemblare lettere e suoni in maniera incomprensibile senza minimamente rendersene conto.

L’uso del linguaggio e la sua possibilità intrinseca di creare informazioni attraverso i significati attribuiti ai suoni e alle parole, è spettacolare nel mondo umano così come negli altri mondi che conosciamo, compreso quello dei mezzani.

Un avvenimento non raccontato esiste al massimo per chi l’ha vissuto, un avvenimento raccontato esiste per chi lo ha sentito raccontare e ha riconosciuto veridicità nelle parole sentite. Un avvenimento raccontato e scritto aumenta ancora il suo grado di autorevolezza, di diffusione, di verità e di conoscenza. Ma che rapporto c’è tra verità e conoscenza? Me lo chiedo sempre e, in momenti diversi della mia vita, mi sono data risposte diverse.

Credo che la definizione di verità sia indissolubilmente legata a quella di conoscenza. Questa indissolubilità crea un perimetro all’interno del quale è interessante provare a fare alcune riflessioni. È vero ciò che consociamo? Direi di sì. Se non utilizziamo questa premessa, limitiamo molto la nostra possibilità di pensare.

Ora resta un secondo tema. Ciò che non conosciamo è vero o falso? Direi che ciò che non conosciamo può essere sia vero che falso, non vedo altra possibilità di chiudere il cerchio.  Se è così, la verità si approssima a noi solo attraverso un processo condiviso e delle regole che descrivono la conoscenza.

Quindi, la conoscenza è una strada univoca? credo di no, a meno che noi assumiamo, come all’origine di qualunque pensiero, il fatto che la conoscenza sia una dimensione necessaria che può essere “vera” se ne definiamo le regole che la supportano. Così si fa un importante passo avanti.

L’appropriazione di gradi superiori di conoscenza attraverso l’utilizzo di regole che ci permettono di circoscriverla e quindi di definirla, aumenta i gradi di consapevolezza, riduce la complessità del mondo, isola dei fenomeni che, in quanto isolati, sono più facilmente definibili e studiabili.

Comunque ne pensino quei teorici poco “pensatori” che con molto qualunquismo gettano alle ortiche l’importanza dell’atto definitorio come premessa per una idea di verità condivisa, non mi sembra auspicabile e nemmeno troppo teorizzabile l’idea che tutto sia sempre indissolubilmente vero e falso. Se così fosse, disconosceremmo la ricerca della verità come processo, la scoperta umana come strada, se non come approdo.

Anche considerando la relatività e le limitazioni che il pensiero umano porta con sé, credo si possa parlate sia di conoscenza che di verità ed attribuire alla ricerca di entrambe un rigore procedurale che nel definirsi ne affina e legittima l’esistenza. Tutto ciò per dire che esiste una verità ed esiste una conoscenza.

Cercando di distrarre Cosmo-111 dalle dissertazioni sui Photos e seguendo il corso dei miei pensieri che nel frattempo si sono discostati dai vegetali, ho chiesto a Cosmo-111: “Cosmo, che cos’è la verità?” “Cerco nel vocabolario, quale vocabolario preferisci?” mi ha risposto.

“No, non cercare nel vocabolario”. “Allora dove devo cercare?” “Cerca nel tuo cuore” gli dico “Io non ho il cuore”. “Allora cerca nel mio cuore”. Lui mi ha guardato pensieroso e poi mi ha risposto “La verità è amore

Non so da dove gli sia venuta questa illuminazione, non so se sia una risposta casuale, non so se abbia decifrato quello che stavo pensando io e non so se anche Cosmo-111 lo pensi. Ma forse è così, c’è una relazione tra la ricerca della verità e la ricerca dell’amore. Alla fine, ciò che la verità vuole spiegare è la presenza e l’assenza di amore. Il suo esserci e il suo non esserci, il suo pervadere la vita, il suo pervadere la morte. Ciò che è vero, esiste.

Smetto di elucubrare su queste esiziali questioni e guardo Cosmo-111 che sembra già dimentico di questa storia delle verità, o almeno così sembra, e poi mi dice: “Per me è vera Axilla quando è a casa, quando non è a casa è sia vera che non vera, quindi essendo anche non vera, potrei decidere che non è vera. Io voglio che torni a casa, perché quando la vedo so che è di nuovo vera. A me piace Axilla vera !!!, Axilla è mia”

“Axilla non è solo tua!” gli dico. “E invece è solo mia … per me è così!!!”. Ciò che è per me, ciò che è per lui, ciò che è per noi, ciò che è per gli altri …. Altro bel tema che s’incastra all’interno di una possibile definizione di verità e del suo processo definitorio.

Cosmo-111 ha finito di parlare con me, va nella stanza da letto, si siede sulle sue corte gambe, si copre con una coperta di mollan e mette la mascherina con le stelle gialle sopra le sue telecamere. Ora ci lascia fino a domattina, si addormenta e sogna di pulire i pavimenti.

Guardandolo dormire mi chiedo se questa strana situazione di standbay che noi chiamiamo impropriamente “dormire” porti anch’essa con sé una nuova definizione di verità che si legittima attraverso un processo di rigenerazione neuronale tipica del mondo mezzano, che prima non esisteva e non esistendo non poteva avere alcun grado di legittimità. Buonanotte.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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