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Per certi versi /
Bozzetto un po’ surreale

Bozzetto un po’ surreale

Gli ippocastani
Perdono già
le chiome
I carpini
Rilasciano
Ciuffi
Di foglie
Che
chiacchierano
Nel vento
Caldo insistente
Bolle l’estate
Pastella
In uno squarcio
Secco
D’autunno

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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Diario in pubblico /
Il ritorno

Diario in pubblico. Il ritorno

E così si torna a ‘Ferara’. Chiedo ansiosamente se i lavori alla costruzione del parcheggio contiguo al mio giardino siano finiti. Aria imbarazzata; poi seppure in “fa minore” il solito rimbombo continua stancamente quasi a farsi perdonare di non avere concluso la costosa camera da letto delle vetture….

Si parte sotto il diluvio poi, implacabile, il sole s’affaccia all’altezza della rotonda di San Giorgio. Stretta tra le mani la borsa con i ricordi da cui non posso staccarmi: il programma di sala del concerto di Riccardo Muti con la commovente dedica e il fiero piccolo galletto di bronzo, che sorvegliava nello studio di Villamarzana i miei faticosi lavori. E i libri che non posso lasciare ancora nel rifugio laidense.

aneddoti infantili elsa moranteSalta fuori un libretto pubblicato nel 2013. È di Elsa Morante, Aneddoti infantili. Sono racconti giovanili che la scrittrice pubblica tra il 1939 e il 1941 e hanno per oggetto sé stessa e il suo giocoso rapporto con il mondo.

Piccole storie in cui la grandezza della scrittrice affiora a tratti con quella vena di humour non sempre rilevata nei suoi scritti.

nel mare di elsa gea finelliGli amici poi mi scrivono che un nuovo libro, Nel mare di Elsa si è affacciato a districare il non facile problema dei rapporti tra lei e l’isola di Procida.

Deludente. Soprattutto per chi, come chi scrive, è stato diversi anni in villeggiatura nell’isola a caccia di quel rapporto e di quella connessione tra luoghi, persone, tempo. E il tesoro custodito nel ricordo.

Con stupore, avventurandomi nel consueto ‘percorzo’ che mi porta in libreria, mi accade di non sapere quale via seguire. Effetti dell’età e anche dell’inconscio rifiuto al ritorno.

la cartolina anne berestL’affettuosa accoglienza delle librerie che frequento mi riportano alla realtà. Mi si consiglia, a giusta ragione, l’opera di Anne Berest, La cartolina edizioni e/o. L’autrice è tra le voci più importanti della nuova letteratura francese-ebraica.

ritratto di un matrimonio maggie o'farrellPura curiosità l’acquisto del libro che sta spopolando presso turisti e visitatori che vengono a Ferrara solo per ritrovare i luoghi descritti nel romanzo: Maggie O’FarrelRitratto di un matrimonio. La duchessa di Ferrara, Guanda 2022.

Di Lucrezia Borgia tanto, anche troppo, si è scritto (ed io stesso sono responsabile di alcuni lavori), ma è importante sottolineare come sia cambiata la funzione del libro. Non solo, come è da sempre, per riconoscere e riconoscerci quanto per seguire come una specie di vademecum, ciò che si ‘deve’ sapere sui luoghi e nei racconti.

Ma il ritorno significa anche degustare le novità della cucina di Ele, rivedere le care ragazze della frutta, rientrare nel luogo topico: la farmacia. E lottare, lottare, lottare per districarsi nei misteri delle banche, sempre più incomprensibili e difficili da gestire.

Penso con rimorso alla pazienza della mia bella nipote Gaia per indirizzarmi a ben gestire gruzzoletto e impegni mentre Franz una volta tanto viaggia in Francia assieme alle Sbarabegole e a Sapientino.

Sono orgoglioso della passione che mettono a farmi parte attiva del loro viaggio. Ben 200 fotografie scandiscono il loro viaggio artistico. E dalla Torre Eiffel o dal Louvre o da Mont-Saint-Michel arrivano videochiamate che registrano i saluti alla zia Doda e allo zio Gianni.

Straordinario potere della bellezza!

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

R.ACCOGLIERE, IN TUTTI I SENSI
Mirko Artuso al Fienile di Baura: venerdì 15 settembre

R.ACCOGLIERE, IN TUTTI I SENSI
incontriamo Mirko Artuso al Fienile di Baura: venerdì 15 settembre alle 18.30

Un fienile dedicato agli incontri

Al Fienile di Baura si incontrano differenti forme di umanità. Immerso nella campagna ferrarese a pochi chilometri dalla città, è un centro socio-occupazionale per persone con disabilità e in situazione di svantaggio sociale. Insieme agli sguardi animali e vegetali che lo abitano, l’umanità che vive o frequenta questo luogo gestito dalla Cooperativa sociale Integrazione Lavoro (www.integrazionelavoro.org), indica un ritmo di vita, di ascolto e di pensiero differente. Si tessono relazioni umane, si accudiscono animali, si accolgono iniziative e si trasformano cibi e cose, attività che richiedono tempo, un tempo diverso e ritrovato, un nuovo modo di stare fra le cose del mondo. Al Fienile di Baura ci sono persone, gli orti, la fattoria didattica, la casa-famiglia, il centro residenziale, il centro eventi, i prati attorno, i fiori, i frutti, le erbe mediche e aromatiche, e tutto richiede cura per conservare la sua funzione e la sua bellezza. E tutto, richiama i sensi con armonia.

Al Fienile si vuole che il visitatore osservi il contesto con una visione d’insieme, che non consideri le persone senza il luogo attorno, e che non consideri quel luogo senza le persone che lo vivono. Seppur con effetto raccolto e misurato, chi arriva al Fienile ha la possibilità di uscire dai soli orli umani per fare esperienza del mito, quel tempo in cui animali, umani, piante e paesaggi si riguardavano reciprocamente in un legame naturale e indissolubile. Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che di quel legame – che gli stili di vita contemporanei più diffusi tendono ad assottigliare – abbiamo ancora bisogno, perché risveglia in noi l’eco di un’appartenenza a quella dimensione comunitaria in cui tutte le differenze hanno posto e pari dignità, e dove ci si occupa di umani, di animali, e di terra.

Fra le cose che nascono in un luogo di relazioni con queste caratteristiche e queste energie, è nata anche la volontà di organizzare incontri fra artisti e pubblico. Perché le arti, soprattutto quelle performative, mettono in relazione le persone attorno ad esperienze che coinvolgono le emozioni, i sensi, il pensiero. Da questa volontà nel 2021 è nato R.ACCOLTO, un piccolo programma di sguardi e testimonianze d’artisti sul mondo che viviamo e che, spesso, abitiamo senza adeguata coscienza. Proposte culturali che si aggiungono e si mescolano ai connotati del Fienile e alla sua piccola comunità, passando per la parola scritta, la parola detta, il gesto teatrale, il lampo coreografico ed ogni altra traccia artistica che porti un seme di coscienza nuovo e senso, nel tempo condiviso con il pubblico.

Nel cercare la traiettoria di questa nuova intenzione ci siamo accorti che, forse accompagnati per mano dalle caratteristiche del luogo, abbiamo scelto esperienze in cui la dimensione sensoriale è stata spesso protagonista. Lo è stato con Antonio Viganò, che con il teatro-danza della sua compagnia di attori con disabilità ci ha messo negli occhi un nuovo senso di bellezza e nuovi modi di entrare in contatto con corpi differenti. Lo è stato con Giuseppe Comuniello e la sua danza cieca, che ci ha portato dentro alle possibilità del buio e dell’esperienza tattile nella danza senza la vista, per costruire lo spazio del proprio movimento. Lo è stato con il Teatro delle Ariette, che ha messo tutto il pubblico a tavola e, cucinando in scena, lo ha coinvolto nel trascinante racconto della loro vita artistica e contadina, tra fumi di cottura e profumi di pasta sfoglia e tagliatelle. Lo è stato con Silvano Antonelli e il suo sapiente uso di musica e parole, che all’udito dei più piccoli porta canzoni e narrazioni per trasformare in poesia la realtà, anche la più complessa, dando ai loro occhi bambini strumenti per guardare il mondo in modo aperto e più lieve.

Lo sarà anche con il prossimo ospite, Mirko Artuso, regista e attore fra cinema e teatro, dedito anche a scultura, scrittura e illustrazione. Le sue creazioni scaturiscono sempre dall’impulso di raccontare e di restituire allo spettatore un sentimento di stupore, sempre più raro perché sacrificato da quel ritmo frenetico delle nostre vite che ci fa spesso guardare il mondo con occhi distratti, anche involontariamente. Artuso sarà al Fienile di Baura nel R.ACCOLTO di fine estate venerdì 15 Settembre alle 18.30, con la sua lettura scenica di Sotto il sole giaguaro (Italo Calvino).

A seguire, ci saluteremo con un aperitivo alle 19.45. Questo sesto appuntamento di R.ACCOLTO fra parole, musica e cibo, invita il pubblico a considerare il valore dei sensi che abbiamo in dote. Quei sensi che, come osservò lo stesso Calvino, l’uomo contemporaneo ha disimparato ad usare. Nella sua stimolante cornice di colori, profumi e sapori, il Fienile incontrerà tre racconti che parlano proprio di sensi, dalla voce di questo eclettico artista trevigiano con l’accompagnamento musicale di Isaac De Martin alla chitarra ed elementi elettronici. Con questo incontro, in un tempo in cui la tecnologia è entrata nel nostro uso e abuso quotidiano, vogliamo ricordarci del nostro naturale rapporto sensoriale con il mondo che abitiamo.

Dopo Silvano Antonelli (21 Aprile) e Mirko Artuso (15 Settembre), il RACCOLTO di quest’anno proseguirà con Babilonia Teatri (Ottobre). Ci racconteranno la necessità, lo sviluppo e la tonalità drammaturgica di un’interrogazione sul caso Carlo Regeni, sul quale nel 2022 hanno realizzato una delle loro ultime produzioni. In questo caso – e per questo caso – il senso è civico, e richiede pratica e allenamento in tutte le forme possibili, anche artistiche.

Agnese Di Martino – scritto insieme a Nicola Folletti e Marino Pedroni

Programma:

ore 18.30 lettura scenica

ore 19.45 aperitivo

Ingresso:

biglietto unico 20 euro (comprensivo di spettacolo e aperitivo). Pagamento in loco.

Partecipazione:

prenotazione obbligatoria compilando il modulo di partecipazione:

https://docs.google.com/forms/d/12-ji1Zv4n9UTvCBuftpgXU7zDHEi33EFk3wBqzI0ao8/viewform?edit_requested=true

Info: 337 10 96 448 / info.lstferrara@gmail.com

Note biografiche 

Autore, regista e attore teatrale e cinematografico, Mirko Artuso debutta nella compagnia Laboratorio Teatro Settimo di Torino con gli spettacoli Nel tempo tra le guerreLibera Nos e La storia di Romeo e Giulietta (Premio UBU), formandosi insieme a molti artisti fra cui Laura Curino, Eugenio Allegri e Marco Paolini. Lavora anche per il cinema, partecipando ai film I piccoli maestri di Daniele Lucchetti, Non è mai colpa di nessuno di Andrea Prendstaller, Piccola patria di Alessandro Rossetto, La giusta distanza e La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, fino ai più recenti La pelle dell’orso di Marco Segato, Resina di Renzo Carbonera, Menocchio di Alberto Fasulo, Effetto domino e The italian Banker di Rossetto.
Nel 1995 inizia Teatro & Diversità, un progetto di seminari, laboratori e spettacoli che porta in diverse città italiane per promuovere, con le arti performative, il benessere e la partecipazione sociale delle persone disabili. Con questo progetto arriva anche a Ferrara, dove conduce laboratori e realizza spettacoli dal 2003 al 2015 con l’allora gruppo Le altre parole.
Dal 2013 è direttore artistico del Teatro del Pane, un piccolo teatro in provincia di Treviso dove cucina e spettacolo si fondono e per il quale cura anche il festival estivo La giusta distanza. Oltre a teatro e cinema, Artuso si dedica anche alla scrittura ed alla realizzazione di illustrazioni e sculture.

In copertina: Mirko Artuso (foto di Alfonso Lorenzetto)

ACCORDI
Il pop retrò di Cut Worms, cantastorie dell’America che fu

When the leaves all start to change and the air is cool
And I’m riding on the bus goin’ back to school
And the summer’s almost gone
Never seems to last too long
And the nights that were so inviting, now seem so cruel

Sì, l’ineluttabile mood autunnale è già qui, e arriva dall’Ohio. La voce gentile e un po’ nasale del cantautore Max Clarke, in arte Cut Worms, ci sussurra una dolcissima love song anni ’60 che sembra uscita dalla penna di Roy Orbison.

Il pezzo si intitola Living Inside, ed è la settima traccia dell’ultimo album dello stesso Cut Worms, pubblicato a metà luglio. L’album è un affascinante concentrato di musica popolare americana del secolo scorso: in appena 34 minuti Max Clarke veste i panni del cowboy solitario, del crooner in cerca di attenzioni e della pop-star underground. Lo fa con la leggerezza e la spontaneità di chi ama incondizionatamente il proprio lavoro e ne conosce a menadito ogni sfumatura.

Tuttavia, per far breccia sull’ascoltatore è sufficiente una melodia fresca, un arrangiamento lineare e un’innata capacità descrittiva, poiché il pezzo, così come il disco, cammina sulle sue gambe senza alcuno sforzo o guizzo in fase di produzione. Del resto, lo dice lo stesso Max Clarke: il suo è un pop essentialism. Essenziale, sì, ma non per questo povero o scontato.

Living Inside è tutt’altro che un semplice omaggio al passato; è un inaspettato tuffo al cuore, e fa venir voglia di chiudere gli occhi e tirare un po’ le somme di quest’estate, immaginandoci nuove e affascinanti opportunità all’orizzonte. Un modo piuttosto efficace per non farsi assalire dalla malinconia settembrina.

Appello di una cittadina a Ferrara malata di indifferenza

Appello di una cittadina a Ferrara malata di indifferenza

di Claudia Zamorani

Questo è un appello di una cittadina per tornare a partecipare con passione ed entusiasmo alla vita pubblica, per tenerci informati, per uscire dal torpore anestetico delle giostre perché i balocchi sono belli, è vero, ma poi le luci si spengono e il trucco si scioglie e lo sguardo si posa inesorabile su ciò che rimane.

Quando il popolo si fa gregge, vuole l’animale capo, come insegna Nietzsche. In una società complessa, dove la gente fatica a orientarsi, chi offre risposte semplici funziona. Del resto il successo degli imbonitori è la cifra dalla diffusione dilagante dell’ignoranza, soprattutto dell’indifferenza, un anestetico prodigioso che spinge a rinchiudersi nella corazza stretta della propria solitudine, ad astenersi dalla partecipazione alla vita pubblica e alla vita tout court e a sopravvivere in qualche modo, in una tensione che unisce al tempo stesso cinismo e disperazione, a interessarsi esclusivamente al proprio particolare, all’orticello di casa.

Indifferenza sostenuta, dall’altra parte, da iniezioni massicce di anestetico, tutto purché non si pensi, purché si abdichi al pensiero critico, purché non si veda ciò che accade nelle segrete stanze del potere. Nella Napoli borbonica si diceva “feste, farina e legalità”: grandi spettacoli e impiccagioni pubbliche, per distrarre l’attenzione del popolo, mantenere il consenso e per dimostrare che il potere è in grado di garantire ordine e legalità.

E così via al dolce profluvio di eventi, musica, spettacoli, alle giostre, ruote panoramiche e ai cuoricini che nulla hanno da invidiare al paese dei balocchi, se non fosse che neppure la fantasia di Collodi è arrivata a immaginare di riempire di bagni chimici e di tanta bruttezza le piazze storiche e splendide della città, tra l’incredulità dei turisti che scappano via a frotte e nell’indifferenza delle Belle Arti, che non ti dà scampo se sbagli il pantone del muro di casa ma che non sente e non vede tanto scempio di alto bordo.

E poco importa se nel frattempo, tra una hit e l’altra, gli indicatori di ricchezza e di felicità della città vanno a picco, se il turismo annaspa, l’occupazione arretra, il commercio fatica, il lavoro scarseggia, il degrado si sposta ma non arretra, se i giovani scappano.

Poco importa se il sindaco a Ferragosto lancia diktat contro i centri di aggregazione giovanili, serrati a doppia mandata con ordinanza comunale che intima lavori urgenti e indifferibili entro 30 giorni, pena la chiusura ad libitum e pagamento delle spese.

Poco importa se cricche di amici dello sceriffo, nelle loro scorribande social, epitetano la senatrice Liliana Segre “vecchiaccia tatuata” o se paragonano gli immigrati ai granchi blu che infestano i nostri mari e che pertanto vanno sterminati e buttati in pentola.  

Siamo diventati indifferenti. Non c’è indignazione se non tra uno sparuto numero di sognatori. Tutto scivola tutto via come acqua fresca sul greto del fiume, mentre già fervono i cantieri del prossimo evento, e poco importa se per costruire i palchi si sbudellano polmoni di bellezza verde e di cultura. Il fine giustifica i mezzi nella città, Ferrara, che non persegue più il bene comune.

Questo è un appello di una cittadina per tornare a partecipare con passione ed entusiasmo alla vita pubblica, per tenerci informati, per uscire dal torpore anestetico delle giostre perché i balocchi sono belli, è vero, ma poi le luci si spengono e il trucco si scioglie e lo sguardo si posa inesorabile su ciò che rimane.

Nota:
Questa lettera-appello è già uscita, con altro titolo, su virgilio.it del 31 agosto e su estense.com del 1 settembre 2023

Progetto teatrale Passi Sospesi: Matteo Garrone alla Casa circondariale femminile di Giudecca

Teatro in Carcere: un connubio possibile, due eventi a Venezia il 5 e 6 settembre in occasione della 80° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Grazie a Balamòs Teatro di Ferrara.

Prosegue la proficua collaborazione tra gli Istituti Penitenziari di Venezia e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, con le attività coordinate da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro e responsabile del progetto teatrale “Passi Sospesi”, attivo dal 2006 negli Istituti Penitenziari veneziani.

Avviate nel 2008, le iniziative si svolgono dentro e fuori gli Istituti Penitenziari durante il periodo della Biennale Cinema (Casa di Reclusione Femminile – Giudecca, Casa Circondariale Maschile Santa Maria Maggiore – Venezia).

In questi anni, sono stati organizzati incontri, conferenze, proiezioni di documentari sul progetto teatrale “Passi Sospesi” nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ma anche all’interno degli Istituti Penitenziari. Nelle ultime edizioni Michalis Traitsis invita registi e attori ospiti della Mostra per un incontro con la popolazione detenuta, preceduto dalla presentazione dei film più rappresentativi degli artisti ospitati. Negli anni passati hanno visitato le carceri veneziane Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica, Concita De Gregorio, David Cronenberg, Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Leonardo Di Costanzo, Silvio Orlando, Susanna Nicchiarelli.

Grazie alla Biennale di Venezia e alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, nell’ambito della 80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di VeneziaMartedì 5 Settembre 2023, alle ore 16.00, presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, si svolgerà un incontro tra le donne detenute e il regista cinematografico Matteo Garrone, che con il film Io capitano” parteciperà alla Mostra del Cinema di Venezia 2023.

L’incontro è riservato agli autorizzati e si svolgerà presso la sala teatro della Casa circondariale femminile di GiudeccaE’ prevista inoltre la presenza di un detenuto presso la Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia in permesso, alla presentazione del film di Matteo Garrone “Io capitano” alla 80. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di VeneziaMercoledì 6 Settembre 2023, alle ore 16.45.

La collaborazione di Balamòs Teatro con gli Istituti Penitenziari di Venezia e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli Istituti Penitenziari ed è inserita all’interno di una rete di relazioni che comprende come partner il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Teatro Stabile del Veneto, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Centro Teatro Universitario di Ferrara e la Regione del Veneto.

Cover: nella foto il regista Matteo Garrone

La sinistra e il tabù della sicurezza

Il Toro per le corna
Ignoro se tra i temi, proposte e programmi che immagino siano in discussione al cosiddetto “Tavolo delle opposizioni” abbia fatto capolino anche  il tema della sicurezza. Me lo auguro. Quel che è certo è che, all’occhio e alle orecchie di Periscopio, arrivano molte voci  e molti commenti che chiedono più sicurezza, più tranquillità, più serenità. Non sto parlando del manipolo della noiosissima claque di Naomo Lodi,  impegnata da anni  a montare una campagna giustizialista e forcaiola, parlo di  “cittadini ed elettori comuni” , molti dei quali hanno votato le formazioni di Centrosinistra.
Su questo giornale, qualche giorno fa Nicola Cavallini e qui sotto Franco Stefani, prendono il toro per le corna: “la sicurezza è di sinistra”. Per dire che l’esigenza di abitare e vivere in sicurezza nel proprio quartiere e nella propria città non è solo un sentimento legittimo e universalmente sentito, ma deve diventare un preciso obiettivo politico di una Sinistra che vuole tornare al governo di Ferrara.
Dovremmo ormai averlo capito. Non servono gli slogan muscolari e razzisti della Destra, o le marce mediatiche e i fili spinati di Naomo, né servirà l’imminente arrivo del Settimo Cavalleggeri: non ci crede nessuno, tranne il Resto del Carlino, che 15 militari e 3 camionette raddrizzeranno la schiena di Ferrara. Del resto, il fallimento  del programma e delle azioni messe in atto dalla giunta di destra è un fatto conclamato: Ferrara è oggi meno sicura di quattro anni fa.  Detto questo, il Centrosinistra non può ripetere l’errore madornale di quattro anni fa, far finta cioè che a Ferrara non esista un problema insicurezza, non ci siano sacche di degrado sociale, non siano aumentati gli episodi di violenza e microcriminalità, non abbia ripeso fiato lo spaccio e il consumo di droghe pesanti.  E non ci si può affidare alla parola-panacea “prevenzione”, senza spiegare cosa vuol dire esattamente quella bella parola, senza dire come attuare una politica di prevenzione e protezione sociale, con quali mezzi, con quali strumenti, coinvolgendo quali soggetti: dai vigli di quartieri alle associazioni presenti nei quartieri.
La mia impressione è che, lo vogliamo o meno, il tema della sicurezza sarà ancora al centro dello scontro elettorale del prossimo giugno. Sarà bene, per tutti, con qualche idea concreta in testa.
Francesco Monini

La sinistra e il tabù della sicurezza

Premessa: non sono un fan del generale Vannacci, per molti motivi. Ma condivido l’affermazione di Nicola Cavallini nel suo articolo del 30 agosto, sul futuro di Ferrara, che trascrivo: “… Purtroppo, a volte non basta la socialità per garantire l’ordine pubblico, ma serve anche una polizia che controlla e presidia il territorio. E per farlo occorrono risorse. La sinistra che mette risorse nel presidio dell’ordine pubblico, esatto. È un tabù da sconfiggere: l’idea di una polizia che fa il suo lavoro al servizio dei cittadini non può continuare a far evocare il fantasma della morte di Federico Aldrovandi, perché sono cose diverse”.

Per la Sinistra non c’è solo il tabù ricordato da Cavallini, ce ne sono molti altri in materia di ordine pubblico. Quasi sempre ignorati, sottovalutati, rimossi. E allora facciamoci qualche domanda.

In Italia abbiamo (dati 2021, Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano coordinato da Carlo Cottarelli) 306 mila agenti appartenenti alle forze dell’ordine (Carabinieri, compreso il Corpo forestale dello Stato; Polizia di Stato; Guardia di Finanza; Polizia Penitenziaria).
Ci sono 453 agenti ogni 100 mila abitanti. La media europea è 335 agenti. Se poi aggiungiamo i numerosi corpi di carattere locale (Polizia Municipale e Polizia Provinciale), le Guardie giurate e le Capitanerie di porto, possiamo stimare che si sfiorino o superino le 500 mila unità.

Basta con i numeri. Prima domanda: esiste (anche per la realtà ferrarese) un coordinamento interforze (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza) che con responsabilità del Prefetto, massimo organo dello Stato, agisce in permanenza (e in accordo con i comandi di Polizia locale) per la tutela del territorio, dell’ordine pubblico, la prevenzione della criminalità più o meno organizzata? E questo coordinamento, se c’è, funziona?

Seconda domanda: sono sufficienti gli organici (uomini e donne) delle forze dell’ordine per far fronte ai bisogni di ordine pubblico, al controllo del territorio e ai vari problemi che i cittadini presentano ogni giorno?

Terza domanda: qual è oggi il grado di addestramento, di dotazione strumentale, di formazione professionale (soprattutto per alcuni reati particolarmente gravi, come quelli legati alle mafie, il traffico di stupefacenti, il femminicidio) per gli agenti impegnati in attività di prevenzione e repressione del crimine?

Quarta e ultima domanda, di ordine generale: non è il caso di rivedere con urgenza il sistema punitivo (giudiziario, carcerario) per garantire la rieducazione del soggetto condannato, ma anche, e in tempi brevi, la certezza e l’efficacia della pena per chi delinque?

Si interroghi più spesso su questi problemi la Sinistra, nelle sue varie espressioni, svestendosi degli abiti mentali e abbandonando i preconcetti che sin qui ha avuto, e dia delle risposte convincenti. Alla popolazione, s’intende.
Altrimenti avranno sempre più ragione il generale Vannacci e quelli come lui.

Per leggere tutti gli articoli, i racconti, le poesie di Franco Stefani  pubblicati da Periscopio, clicca sul nome dell’autore. 

Storie in pellicola /
“The Tender Bar”, quando le assenze hanno un peso

“The Tender Bar”, infanzia e adolescenza del giornalista-scrittore J.R. Moehringer, storia di un’assenza, ma anche di un’immensa presenza

Stato di New York, Long Island, anni Settanta. Un giovane che ha voglia di imparare e crescere, un padre assente e una madre che si destreggia fra lavori precari e difficoltà. Non potendosi più permettere una casa, Dorothy (Lily Rabe) decide di tornare con suo figlio J.R. (prima Daniel Ranieri, poi Tye Sheridan) a vivere a casa dell’anziano padre (il Doc di “Ritorno al futuro”, un burbero Christopher Lloyd), dove dimora anche il fratello Charlie (un favoloso Ben Affleck, recentemente visto in “Air, La storia del grande salto”). Suo marito (Max Martini) li ha abbandonati prima della nascita di J.R. e l’unico modo che il bambino ha di entrare a contatto con lui è ascoltarlo in radio, dove lavora. Un uomo lontano che è e sarà sempre e solo “La Voce”. L’assenza del padre è il punto cardine di “The Tender Bar”, di George Clooney: il padre è un fantasma, una figura inaffidabile e arretrata, carente di empatia, a tratti pure crudele.

Il ruolo paterno viene assunto dal rude ma affettuoso zio Charlie, nel suo bar molto frequentato “The Dickens”, dove, fra libri polverosi e rovinati, si legge tanto, si fanno parole crociate e si chiacchiera, e J.R. apprenderà la vita, in tutte le sue sfaccettature.

Charlie è generoso, non si risparmia per il nipote, soprattutto in sentimenti e amore. Lo stimola a studiare, a perdersi nei libri, a credere in sé, a non mollare mai, a osare. Lui è il suo coraggio, la mano sempre tesa alla ricerca e rivendicazione della propria identità.

Daniel Ranieri e Ben Affleck, Photo Claire Folger © Amazon Content Services

La rivincita di J.R. sarà la laurea in lettere a Yale, e dal lavoro come fattorino al The New York Times, la scalata sarà fino al Los Angeles Times e al Premio Pulitzer, nel 2000, per il giornalismo di approfondimento e costume (feature writing).

È la vita di J. R. Moehringer, pseudonimo di John Joseph Moehringer (New York, 7 dicembre 1964), il famoso giornalista e scrittore statunitense, la cui carriera di scrittore inizia, nel 2005, con l’uscita del suo primo romanzo, “The Tender Bar” tradotto con il titolo “Il bar delle grandi speranze” (editore Piemme).

George Clooney lo ha adattato con lo sceneggiatore William Monahan. Di Moehringer si è parlato molto per il suo sostanziale contributo alla stesura di Open, l’autobiografia del tennista statunitense Andre Agassi (2009), così come a Spare (2023), l’autobiografia di Henry, duca di Sussex.

 

 

Quel ragazzo aveva sempre sognato di fare lo scrittore, facendo i conti con il suo doloroso passato, da cui troverà riscatto. In un’atmosfera pienamente anni ’70 (auto dell’epoca, vestiti a zampa di elefante, musica rock alla radio), una storia ordinaria di persona straordinaria, bella, di quelle a lieto fine, che pare uscita da un album di foto di famiglia, un racconto pieno di bei sentimenti e di atmosfere dolci, 104 minuti che fanno bene all’anima.

The Tender Bar, di George Clooney, con Tye Sheridan, Ben Affleck, Lily Rabe, Christopher Lloyd, Max Casella, Daniel Ranieri, USA, 2021, 104 minuti.

 

 

 

Divagazioni di fine estate: le cicale

“Ah, il suono delle cicale… Mi riporta a quel bel viaggio in Camargue, a Saintes Maries de la mer”, dice sognante la mia amica Monica Forti. E, in effetti, nel sud della Francia c’è una specie di culto di questo animale, come un porta-fortuna che viene considerato emblematico del loro territorio. Una bella ceramica colorata di questa curiosa forma, che mi pareva quella di uno strano bamboccio in fasce, l’avevo trovata nel salotto di una casa in Provenza e, un’altra simile, si presentava come vaschetta per l’acqua del termosifone di un appartamento di Marsiglia.

In realtà non avevo ben capito cosa rappresentassero questi fagottini pietrosi. In giro per le strade le ho viste un po’ ovunque nelle vetrine, piccole piccole da attaccare al frigorifero o più ingigantite negli espositori di souvenir: coloratissime di giallo, viola, lilla, o con un bel bianco e nero squillante che ne faceva un simbolo tutto loro. A illuminare il buio della mia ignoranza, qualche artigiano ha pensato bene di decorare l’oggettino con la sua scritta distintiva in un bel corsivo colorato che la nominava “cigale”.

Ceramica dal sito turistico della Provenza

Una conoscenza che restava, per me, un sognante ricordo esotico e che ha preso forma reale solo l’altra mattina, al risveglio: vedo un insetto grosso  e mostruoso aggrappato alla rete della zanzariera sulla mia finestra. Aiuto! Speriamo che sia fuori – penso avvicinandomi circospetta, elucubrando su quale specie aliena si possa essere depositata sulla soglia della mia stanza. La guardo, è immobile e davvero bestiale. Un essere tozzo e minaccioso, con ali trasparenti su un corpo che mi pare enorme e nero. Sembra una mosca gigante, con ali di una libellula gonfiata a dismisura. Mi armo di due giornali per tentare eroicamente di scacciare il mostro e, in caso di retromarcia, di frenarne il rimbalzo tra le pareti domestiche. Appena lo sfioro emette un suono così noto e inconfondibile: è quello della cicala! Ce ne sono a pacchi, a giudicare dal rumore, di questi animaletti che ritenevo minuscoli dal gran che sono normalmente così poco visibili.

Tanto si sente il loro incessante gracchiare, infatti, quanto poco le si scorge, queste bestiole avvolte da un’aura leggendaria (e da un guscio piuttosto spettrale che abbandonano tra gli alberi). L’idea della cicala rimanda sempre al vecchio racconto di Esopo – poi adattato dalla fiaba rilanciata dallo scrittore, guarda caso francese,  Jean de La Fontaine – che ne mette in contrapposizione l’allegro e spensierato canticchiare con la laboriosa e silente abnegazione della formica. Fatto sta che la cicala è comunque avvolta da quest’idea di sapersi godere la vita, di assaporare con noncurante allegria il presente, qui ed ora, senza farsi prendere da assilli né pensieri di cautelativa preservazione. Per questo, credo, uno dei più famosi locali di intrattenimento vicino a place Pigalle a Parigi si chiama “La Cigale”, che è appunto la traduzione francese del nome della bestiola.

Anche Heather Parisi cantava, letteralmente, la gioia di vivere, di questo animaletto nel suo memorabile “Cica, cica, ci-cale!”, con una delle coreografie più popolari e scatenanti che hanno fatto saltellare a pieno ritmo le immagini sugli specchi delle camerette di noi ragazzine.

Con il poeta Umberto Saba concorderebbe, però, un’altra mia amica, Paola, che vive nella campagna ferrarese e forse proprio per questo non manca occasione di comunicare la sua disillusa visione della natura, scacciandone ogni lettura idilliaca e magari un po’ irrealisticamente sognante. Perché Saba – come la Paola – nota: “Quand’ecco da tutti/ gli alberi un suono s’accorda,/ un sibilo lungo che assorda,/ che solo è così: le cicale”. Anche per lei sono bestie assordanti. E, se mi azzardo ad accennarle la possibilità di un’uscita all’aperto in questa nostra estate padana, mi risponde brutalmente che non ne vuole mezza di fare quella che per lei non sarebbe che un’ingiustificabile “immersione tra zanzare e cicale”, già provvista com’è – assicura – di punture di altri aggressivi insetti, per i quali ha previdentemente in serbo speciale (e specifica) crema antibiotica.

A riabilitare l’aura letteraria è intervenuto lo scrittore ferrarese Roberto Pazzi sulle pagine de Il Resto del Carlino (3 agosto 2023) , dove eruditamente la definisce “compagna di viaggio di scrittori e poeti, da Omero a D’Annunzio”.

Paladino della bellezza del cicalare si era addirittura schierato un maestro della fantasia come Gianni Rodari, che poetando la elogia: “Chiedo scusa  alla favola antica/ se non amo l’avara formica./ Io sto dalla parte della cicala/ che il più bel canto non vende/ regala”. Ce lo regalano infatti, il loro coro tambureggiante, tant’è che se di questi tempi ci si trova sotto i tigli dei viali conviene dismettere ogni velleità di conversazione e men che meno di contatto telefonico.

Un monito imperativo, in effetti, a vivere il qui ed ora in esclusiva compagnia di quanto abbiamo intorno.

Parole a Capo
Marco Chinarelli: poesie inedite

Marco Chinarelli: poesie inedite

Marco Chinarelli (1954 – 1987)si è dedicato per anni – senza nulla far conoscere agli altri – all’elaborazione poetica, rinvenendo materia viva nella propria vicenda personale. Se n’è andato troppo presto, scegliendo da solo la parola fine. Ci ha lasciato molti ricordi e un fascio di parole. Nel 1988, nella collana Testi della rivista ferrarese Poeticamente, uscì una piccola raccolta di poesie di Marco Chinarelli, curata da Laura Fogagnolo e con una breve nota di Leonardo Punginelli.  Testi quasi sempre contrappuntati da una data e con qualche titolo qua e là.
Su Periscopio  abbiamo scritto alcune volte di Marco Chinarelli (ad esempio il 30 luglio 2020: “Il tempo è testimone. Un ricordo di Marco Chinarelli”).
In questo numero di Parole a Capo pubblichiamo alcune poesie inedite che, a nostro avviso, evidenziano una forte capacità di osservazione e introspettiva dell’autore.
Pier Luigi Guerrini

 

Ovunque sia
il sole mi prosciuga
catafratto di orgoglio
di ferro e di basalto
Non ho vita
entro di me
né profondità alcuna
Fronteggio immobile
la paziente mareggiata
che, lenta, mi sgretola, mi rovina
I nostri morti
fradici
nella terra li tormenta
la pioggia
Me
tormenta
umida e indecifrabile
la Luna.

 

Per un’amica

Ai capolinea è un grigiore anonimo
di sigarette e deodorante spray
Calano i soli
ad uno, ad uno,
come siparietti
su teatrini portatili

E tu ti pettini, dolce e lenta.

 

Insonnia virile

Muto e ardente
come un carbone bruciato
mi fisso nel cielo
senza opporgli un gesto
né un suono
Raccolgo, inutilmente,
le gambe indolenzite
e aspetto.

Fra poco il cielo
sarà bianco
e verrà l’alba.
Ma non il pianto.


Umida la sera

Umida la sera
come le tue labbra
che hanno riflessi lucidi
di fresche parole
Anna
Così attonita
nella tua dolcezza
io, quasi,
assorto nel guardarti
temo
la violenza del vento
che già ti scompiglia i capelli
e, afferrandoti i polsi
sussurro: Rimani.

 

Nuvole/Elisa

Nel silenzio della stanza, Elisa
conta le nuvole
tra i vetri appannati
il caffè bolle
una sigaretta accesa
si scioglie in pensieri
La mattina si prevede serena
Inutile accendere la radio
per ricevere echi di ritorno
La mattina è troppo bella,
la si può prendere in mano
finché l’incanto non svanisca
Oltre i vetri, c’è il vuoto
Gocciole di sole rigano il fiato
dei desideri

LO SCAFFALE POETICO
Alcune segnalazioni editoriali interne al mondo della poesia. Buona ricerca poetica.

  • Annalisa Mercurio,  Muovimi il fiato, ChiPiùNeArt Edizioni, 2023
  • Emilio NapolitanoLa ballata del verso sbagliato, Eretica, 2022
  • Agnes MK, Dal circo, ChiPiùNeArt Edizioni, 2022

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. 
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Chi è veramente Navalny, il nemico numero uno di Putin?
Un liberale, un nazionalista, populista, o un combattente?

di Giovanni Savino
Tratto da Valiga blu

[Lo scorso 4 agosto] Alexei Navalny è stato condannato a 19 anni. La pena non si somma alle condanne già in corso, pari a nove anni di galera, e rappresenta il tentativo di estromettere il politico in modo definitivo da ogni possibile futura partecipazione alla vita politica della Russia, prevedendo la sua liberazione nel 2038. Il reato per cui oggi viene condannato, estremismo, è il primo caso “politico”, dove, a differenza del passato, non ne vengono utilizzati altri, come truffa o appropriazione indebita: non vi è più ragione, per l’attuale evoluzione del sistema di potere russo, di cercare di screditare pubblicamente i propri oppositori, le condanne sono politiche e basate su opinioni proprio per rendere chiara la punizione che attende chi propone delle alternative al regime di Vladimir Putin. Le condizioni del regime speciale a cui è stato condannato Navalny prevedono severe restrizioni agli incontri con i familiari e alla corrispondenza, ed è chiaro che si tratta di un ulteriore mossa per bloccare ogni tentativo di far sentire la propria voce all’esterno, isolandolo al tempo stesso dal resto del mondo.

Qui le sue parole subito dopo la sentenza:
19 anni di colonia in regime speciale, la cifra non ha alcun significato: capisco benissimo che, come molti altri prigionieri politici, la mia è una condanna a vita, dove a vita si misura con la lunghezza della mia vita o di quella di questo regime. La cifra della condanna non è per me ma per voi: vogliono spaventare voi, non me, e togliervi la voglia di resistere. Vi vogliono costringere a consegnare senza lotta la vostra Russia a una banda di traditori, ladri e criminali che hanno usurpato il potere. Putin non deve raggiungere i propri obiettivi, non perdete la volontà di resistere.

Navalny è, ormai, da oltre dieci anni al centro delle attenzioni non solo dei media russi, ma anche internazionali.
Nel corso di questo periodo di tempo le proteste contro il sistema di potere russo, puntualmente annunciate dal suo Fondo per la lotta alla corruzione (FBK) han sempre trovato, anche in momenti meno conflittuali del presente, spazio persino sulle pagine di un universo mediatico ben poco attento alla situazione interna russa ancora oggi, e il nome del blogger diventato politico è stato molte volte presentato come sinonimo, in una personalizzazione spesso anche estrema, di unica alternativa al presidente russo.
Una interpretazione sommaria, che non tiene conto della grande complessità all’interno dell’opposizione russa, divisa e non in grado di fare fronte ormai da anni, anche per i conflitti dovuti a diverse interpretazioni del futuro della Russia. Navalny e i suoi sostenitori sono presenti all’interno di questa dinamica, spesso criticati anche per una tendenza eccessiva al leaderismo e al mettere al centro le proprie posizioni come unica piattaforma sulla quale discutere, ma la repressione contro di loro, che colpisce indiscriminatamente chiunque abbia preso parte alle attività di FBK, rende i propri  casi emblematici della situazione oggi nel paese.

Chi è Navalny? Liberale, nazionalista, populista, o combattente?

Di sicuro Alexei Navalny è un combattente, un uomo da sempre contraddistinto dalla forte volontà di far emergere le proprie posizioni, anche a costo di produrre spaccature e generare dissidi. Il percorso politico, iniziato in Jabloko, la formazione liberal-democratica guidata sin dagli inizi da Grigorij Javlinskij, ne è testimonianza: per l’allora giovane blogger, affacciatosi all’impegno nel 2000, a venticinque anni, la militanza nel partito, durata fino al 2007, si conclude con la sua espulsione dopo un conflitto in cui alla richiesta di dimissioni del leader storico e del 70% della direzione di Jabloko si opponeva la richiesta di allontanamento di Navalny, accusato di avere posizioni nazionaliste.

Anche se integrato nelle gerarchie di partito, Navalny aveva sin da subito dato vita ad iniziative che andassero oltre la normale attività di Jabloko, con l’obiettivo di allargare la base per creare consenso attorno a un’idea di alternativa. Nel 2004 fonda il Comitato in difesa dei moscoviti, con lo scopo di denunciare la speculazione edilizia nella capitale; un anno dopo è tra i promotori di DA! (Alternativa Democratica), movimento che puntava a unire chiunque si riconoscesse nella costruzione di una possibile opposizione a Putin; ma è la nascita di Narod, ovvero “popolo”, acronimo di Movimento nazionale di liberazione russo, nel 2007 a porre fine alla militanza in Jabloko.

La nuova organizzazione, capeggiata da Navalny e dallo scrittore Zachar Prilepin (oggi tra i principali sostenitori della guerra in Ucraina) vedeva come compito unire le rivendicazioni democratiche a un profilo fortemente nazionalista, dove si proponeva, tra l’altro, di introdurre misure severe contro l’immigrazione dall’Asia Centrale e di interrompere i programmi di sostegno alle repubbliche del Caucaso settentrionale.
Nel rispondere alla domanda di un ascoltatore della radio Echo Moskvy all’indomani del massacro di Utoya nell’estate del 2011, in cui si chiedeva se non fosse il caso di smetterla di “giocare con il nazionalismo”, Navalny aveva dichiarato che:
Non vi è nessun giochetto con il nazionalismo, dico semplicemente quel che ritengo necessario e se vi sono alcune questioni reali dell’agenta odierna, come la necessità di limitare l’immigrazione, ne parlo. Qualcuno considera questo come nazionalismo, altri no, ma a me interessa poco questa scienza politica applicata, se ritengo che sia giusto, ne parlo, e proprio per questo i nazionalisti vincono alle elezioni o ricevono un gran numero di voti, e nulla di terribile non accade per questo. In Svizzera il Partito popolare ha ricevuto poco tempo fa il 40% e la Svizzera non è crollata e non fucilano tutti lì”.

Ancora prima, in un video pubblicato su YouTube per lanciare Narod, Navalny appare vestito da dentista, dove compara l’immigrazione alla carie, e va curata con le espulsioni perché “il nazionalismo non è violenza, un dente senza radici viene definito morto, e il nazionalista non vuole che dalla parola Russia vengano tolte le radici russe”.

In quegli anni il blogger, fondatore del progetto RosPil in cui denuncia la corruzione e lo spreco di risorse pubbliche, partecipa anche alla Russkij marsh, la Marcia russa, appuntamento dei nazionalisti e dell’estrema destra russa organizzato in occasione della Festa dell’unità nazionale il 4 novembre.
Il’ja Azar, giornalista di punta del campo liberale russo, alla vigilia della manifestazione del 2011 gli chiese perché andasse a tali iniziative, e la risposta fu che ci andava con lo scopo di far emergere le forze più rispettabili, e anche perché molte delle rivendicazioni le riteneva normali, come la necessità di affrontare l’immigrazione illegale, la corruzione nelle repubbliche caucasiche, e la presenza oltreconfine di tanti russi, che facevano del popolo russo “il più diviso d’Europa”. “Il Volga sfocia nel Mar Caspio, gli hipster amano portare occhiali con la montatura spessa di plastica, e in Russia esiste la Marcia russa”, ribadiva Navalny, rivendicando successivamente in un’intervista al Der Spiegel, dove spiegava come fosse realista in termini di immigrazione illegale e non avesse nulla in contrario a un partito sullo stile del Front National di Marine Le Pen in Russia.

Il tentativo di costruire un movimento nazional-democratico fallisce, però, di fronte alla eterogeneità etnica della società russa e all’ostilità delle forze liberali e di sinistra di unirsi ai partecipanti della Marcia Russa, ostilità reciproca che però non ostacola un settore importante dei nazionalisti e dell’estrema destra al prendere parte alle proteste contro i brogli orchestrati alle elezioni per il rinnovo della Duma nel dicembre 2011.

È proprio l’ultimo grande movimento di massa, in un periodo particolare in cui Dmitrij Medvedev era in scadenza di mandato e Vladimir Putin era pronto a tornare al Cremlino dopo gli anni da primo ministro, a lanciare definitivamente Alexei Navalny come principale punto di riferimento dell’opposizione al sistema di potere russo.
Altri leader, come il comunista Sergey Udaltsov o il liberaldemocratico Ilya Yashin, non riescono ad avere lo stesso spazio di Navalny, e per il primo, poi passato a posizioni di sostegno dell’aggressione militare all’Ucraina, si aprono le porte della galera dopo la repressione della grande manifestazione di piazza Bolotnaja del 6 maggio 2012, quando per ore semplici cittadini vennero isolati e picchiati dalle forze dell’ordine in una Mosca blindata per l’insediamento di Putin, contro cui la “Marcia del milione”, come era stata ottimisticamente chiamata dagli organizzatori, era stata indetta.

La capacità di Navalny di utilizzare i social network e i media, la sua grande produttività in termini di elaborazione di contenuti e di inchieste (in questo periodo iniziano ad apparire i reportage su YouTube ed altre piattaforme dedicati alla corruzione dell’élite russa), il suo eclettismo politico, in cui l’elemento nazionalista viene sempre più diluito da posizioni populiste e anticorruzione, riescono a renderlo popolare soprattutto tra i giovani e tra quei settori della società, come la piccola impresa, il mondo dell’IT, una parte del giornalismo russo, che si sentono in un certo senso traditi dalle promesse di sviluppo pacifico e rigoglioso di inizio anni 2000.

Ed è proprio il sostegno di questi settori a consentire la presentazione della candidatura di Navalny a sindaco di Mosca nel 2013, avallata dall’Amministrazione presidenziale probabilmente come mossa in grado di far sbollire la rabbia accumulata nelle proteste del 2011-12, con un risultato importante per il blogger, il 27,92%, pari a 632.697 voti con un’affluenza attorno al 32%.
La campagna elettorale riprende alcune delle posizioni nazionaliste e di quella retorica care a Navalny, che si presenta  contro il sindaco della capitale Sergei Sobianin, riconfermato dopo esser stato nominato a capo dell’amministrazione cittadina nel 2010; a un mese di distanza da quelle elezioni, il blogger in un post su LiveJournal (un tempo popolare piattaforma di blog in Russia) commenta il pogrom nel quartiere di Biriulevo a Mosca contro gli immigrati scrivendo che in quelle zone spesso le autorità latitano e nelle scuole vi è un afflusso di ragazzi che non conoscono la lingua, rilanciando la proposta dell’introduzione dei visti per i cittadini dell’Asia Centrale e della Transcaucasia.

A offuscare per un periodo la capacità di Navalny di dettare temi e tempi del dibattito politico è la nuova fase scaturita dall’annessione della Crimea e dall’inizio del conflitto nel sud-est dell’Ucraina nel 2014, momento in cui il consenso di Vladimir Putin raggiunse il massimo storico. Anche in questo contesto, però, l’attivista prova ad intercettare gli umori della società, dichiarando che la Crimea appartiene a chi vi abita, e non è un tramezzino da restituire, causando innumerevoli polemiche senza conquistare consensi da parte di chi aveva aderito all’agenda espansionista putiniana.
La posizione in seguito ha avuto varie evoluzioni: quando nel 2017 Navalny ha provato a candidarsi alle presidenziali del 2018 ha dichiarato come la questione crimeana non sarebbe stata di facile soluzione, e a febbraio di quest’anno, in occasione del primo anniversario dell’aggressione militare all’Ucrainauna delle quindici tesi della piattaforma lanciata dall’attivista in prigione recita che “Quasi tutti i confini al mondo sono casuali e causano l’insoddisfazione di qualcuno, ma combattere per cambiarli nel XXI secolo non si può, altrimenti il mondo sprofonderà nel caos”. 

La trasformazione da contestatore a combattente di Navalny avviene negli anni successivi all’annessione della Crimea, e vede numerosi passaggi, segnati dalle inchieste del Fondo per la lotta alla corruzione, che riscuotono una popolarità immensa, come nel caso del video “On vam ne Dimon” (Non chiamatelo Dimon), in cui si accusava l’allora primo ministro Dmitrij Medvedev di aver ottenuto immobili di lusso grazie ai legami con gli oligarchi e di usare una rete di parenti e di ex compagni d’università come prestanomi.
Nel contesto della riforma delle pensioni, approvata nel 2018 e che ha innalzato la soglia pensionistica a 65 anni per gli uomini e a 60 per le donne, a fronte di un’aspettativa di vita di 60,4 anni per i primi e 74,5 per le seconde, la denuncia del lusso del primo ministro, in prima linea nell’adottare la nuova legge, suscitò parecchio scalpore. Ad oggi il video ha raggiunto i 46 milioni di visualizzazioni, ma si tratta di un terzo dei 127 milioni di spettatori, numeri registrati da un’altra inchiesta, dedicata al presidente, Dvorets dlya Putina (Un palazzo per Putin), dove si denuncia come sia stata costruita una lussuosa residenza per il leader russo a Gelendzhik, sulle rive del Mar Nero, anche questa intestata a nomi di comodo.

L’inchiesta appare dopo il ritorno di Navalny in patria e il suo immediato arresto il 18 gennaio 2021, e da subito genera reazioni di ogni tipo, da meme a sfottò gridati nelle strade delle città russe dove migliaia di persone, soprattutto giovani, si radunano per chiedere libertà e verità per il blogger, trovando come risposta una ondata di repressione all’epoca considerata senza precedenti. Navalny era rientrato da Berlino, dove era stato trasportato per essere curato dopo l’avvelenamento da Novichok subito ad opera dell’intelligence russa il 20 agosto del 2020: il blogger si era sentito male nel volo che da Tomsk doveva riportarlo nella capitale, ma l’aereo venne fatto atterrare a Omsk, dove venne ricoverato fino a quando la moglie Julia non ottenne il permesso per trasferirlo in Germania su un aereo inviato dal governo tedesco.

Dal 18 gennaio del 2021 Navalny è agli arresti, dalla primavera di quell’anno nella colonia penale di Pokrov, da dove comunque continua a essere presente nella vita politica con messaggi pubblicati tramite i suoi avvocati.

La condanna del 4 agosto 2023 a 19 anni di regime carcerario speciale è il tentativo di fermare la sua incessante attività, che non è stata piegata dalla prigione e dalle continue vessazioni subite, come i frequenti periodi trascorsi in cella d’isolamento e il rifiuto di garantire gli incontri con i propri familiari.

La posizione di Navalny contro la guerra e di denuncia del suo carattere criminale ha inasprito ancor di più l’atteggiamento del Cremlino che vede in lui, forse anche più di altri prigionieri politici, una minaccia immediata per la legittimità del regime, la cui stabilità è a rischio a causa del conflitto e dell’incessante processo di sgretolamento della verticale del potere.

Questo articolo è stato pubblicato, con diverso titolo, da Valiga blu del 4 agosto 2023

In copertina: Alexei Navalny, condannato a 19 anni per “estremismo” – Foto da Human Rights Watch

A Bordo! 2° Festival di Mediterranea Saving Humans 
Roma, presso la Città dell’Altra Economia (CAE), dal 7 al 10 settembre

A Bordo! Il Festival di Mediterranea Saving Humans vuole essere un momento aggregativo attraverso cui sensibilizzare e coinvolgere quante più persone possibile su ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo e lungo le rotte migratorie, offrendo uno spazio per condividere idee, contenuti e momenti di spensieratezza.

La prima edizione di A Bordo! Il Festival di Mediterranea si è tenuta a Napoli, presso il Maschio Angioino, dal 1 al 4 settembre 2022.

Oltre ai nostri equipaggi di Mare e di Terra, hanno partecipato tante realtà a noi affini, locali e nazionali, ed hanno avuto il loro spazio anche le altre organizzazioni della Civil Fleet – la flotta civile per soccorso in mare – con lǝ loro rappresentanti provenienti da ogni parte d’Europa.

Si è trattato del primo grande evento di Mediterranea su base nazionale che riesce a dare spazio alle voce delle persone che ogni giorno sono in prima linea per la difesa dei diritti umani e della vita, ma anche a coloro che vedono i loro diritti violati quotidianamente al grido di “Nessunǝ si salva da solǝ”.

Ma questo non ci basta!

Uno degli obiettivi del Festival è anche quello di raccogliere donazioni che ci consentiranno di essere lì dove bisogna stare: nel Mediterraneo centrale a salvare vite umane e in Ucraina per offrire cure mediche allǝ profughǝ di guerra.

Questo e molto altro ancora è “A Bordo! Il Festival di Mediterranea Saving Humans”.

A BORDO! Il Festival di Mediterranea, Edizione 2023

L’edizione 2023 del festival si terrà a Roma, dal 7 al 10 settembre presso la Città dell’Altra Economia (CAE). Saranno 4 giorni animati da workshop, dibattiti, attività artistiche e culturali e concerti.

Per scoprire tutti i dettagli sul programma e per partecipare come volontari/ie, segui i profili social di A Bordo! e di Mediterranea:
https://www.instagram.com/abordofest/
A BORDO Il Festival di Mediterranea 

Vite di carta /
Amy Foster e il vecchio che aveva le ali

Vite di carta. Amy Foster e il vecchio che aveva le ali.

Certi racconti  possono riapparire in un giorno torrido di agosto e riportare intatte le loro suggestioni. Mi è successo con Amy Foster, il racconto lungo che Joseph Conrad scrisse e pubblicò nel 1901 e che in tempi recenti ha avuto due nuove traduzioni: di Tania Zulli per le edizioni Marsilio nel 2019 e di Susanna Basso per Einaudi nel 2022.

È andata così: rimetto in ordine interi faldoni di fotocopie e documenti degli anni scolastici passati e salta fuori dall’annata 2003/04 un racconto di Gabriel Garcia Márquez, Un signore molto vecchio con certe ali enormi.

Il  titolo è accattivante, come accade spesso nella sua narrativa, e c’è accanto una mia nota a matita che dice “Il racconto preferito da Martino Gozzi“. Fermi tutti, un lettore di grande esperienza come Martino mi lancia subito l’imperativo categorico di leggere il testo. Lo incomincio, lo lascio e poi ne riprendo la lettura mentre sotto la superficie della storia si creano a strati ricordi e risonanze di altre storie.

vite di carta un signore molto vecchio con certe ali enormiQuella in cui mi inoltro è strana, piena del realismo magico che è uscito a fiumi dalla penna di Márquez e gli ha valso il Nobel nel 1982: un vecchio dall’aspetto di “uno straccione” viene trovato nel fango da una coppia che vive in un paesino dell’America Latina non meglio precisato: è un naufrago?

Se lo chiedono Pelayo ed Elisenda, che intanto lo chiudono nel loro pollaio, perché non sanno che fare con uno che è dotato di un paio di ali giganti e non riesce quasi a muoversi nella mota che si è creata dopo tre giorni di pioggia.

Arrivano i vicini a guardarselo e a chiedersi chi sarà. Qualcuno dice che è un angelo e scatena con questa voce un via vai ininterrotto di visitatori, malati e non, vicini e lontani, che vengono a vederlo, sperando di trovare in lui il salvifico “alcalde del mondo” o il “generale” capace di vincere tutte le guerre.

Intanto passano i mesi dell’inverno: l’angelo vecchio resiste al freddo e al cibo ondivago che gli viene buttato; non ha reagito alle domande di tanta gente, perché parla una lingua incomprensibile, si è lasciato osservare e colpire dai sassi esplorativi che qualcuno gli ha lanciato. Dopo mesi di clausura e di pazienza, mentre le pareti del pollaio si sfasciano, a lui rinascono nelle ali certe “penne grandi e dure”, con cui un bel giorno tenta di riprendere a volare.

Elisenda lo vede dalla finestra mentre cerca di prendere quota e prova sollievo nel vederlo andare via, anche se si è arricchita grazie a lui, facendo pagare un biglietto di ingresso ai fiumi di visitatori che ha avuto per casa.  Troppo greve il carico di avere nel proprio cortile l‘altro, il diverso, il non comprensibile che ora passa sopra le ultime case sostenendosi “con un arrischiato starnazzare di avvoltoio senile”.

Elisenda, come Amy Foster, alla fine vuole liberarsi di un peso, desidera tornare alla sua vita non deformata dal carico della conoscenza, dall’incontro con il diverso.

vite di carta amy foster joseph conradvite di carte amy foster joseph conradTiro fuori il testo di Conrad nelle due traduzioni. Pochi mesi fa ci ho lavorato in collaborazione col mio Liceo per mettere a confronto le scelte espressive delle due traduttrici e ragionare sulla potenza della lingua, ma oggi è il naufrago Yanko Goorall a mettersi prepotentemente al centro del discorso.

La sua storia, “un montanaro dei Carpazi che resta vittima di un naufragio sulle coste dell’Inghilterra sud-orientale mentre sta cercando di raggiungere l’America, è quella di Conrad e di ogni emigrato in ogni tempo e luogo“, come osserva Zulli nella intensa introduzione al libro.

È una storia di esclusione e di sopruso: “uomini arrabbiati e donne aggressive” lo tengono a distanza dalla loro piccola comunità nel Kent, cominciano scambiandolo per un animale selvaggio di memoria omerica uscito dal mare e solo qualcuno sa riconoscergli piano piano la natura di uomo. La sola Amy gli dà da mangiare, lo frequenta e lo ascolta parlare la sua lingua sconosciuta dai suoni armoniosi. Lo sposa e gli dà un figlio.

Accanto alla sequenza del naufragio della nave su cui viaggia Yanko, accanto alla riga che dice “si videro figure scure con le gambe nude apparire e sparire nella schiuma” ho annotato “come a Cutro (26/02/2023), 87 vittime di cui 35 minori alla data del 18 marzo“. Quanti altri naufragi e morti del mare potrei annotare alla data di oggi.

Meglio rientrare nel solco dei due racconti e lasciar parlare la loro conclusione, dove ci attendono le due figure femminili di Elisenda e Amy nel loro ruolo di protagoniste assolute.

Ciò che fanno o che si rifiutano di fare determina infatti l’intero corso della storia: Elisenda non fa nulla per fermare il volo del vecchio angelo, Amy non soccorre il marito gravemente malato. Non gli dà l’acqua che lui morente le chiede, usando la sua lingua lontana, perché in lei sono più forti la paura nell’assistere alla agonia di Yanko e la ripulsa per il suo volto contratto, in cui riaffiora lo sconosciuto di un tempo.

Nota bibliografica:

  • Joseph Conrad, Amy Foster, Marsilio, 2019 (traduzione di Tania Zulli)
  • Joseph Conrad, Amy Foster, Einaudi, 2022 (traduzione di Susanna Basso)
  • Gabriel Garcia Márquez, Un signore molto vecchio con certe ali enormi, in Tutti i racconti, Mondadori, 2013

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Appunti su Ferrara:
perché un’utopia non si trasformi in distopia

Mi armo di immodestia e aggiungo alcune note sparse al dibattito su Ferrara innescato su queste pagine, tra gli altri, dal prof. Farinella e dal prof. Varese. Parto dalle due cause endogene che, a mio avviso, hanno determinato l’avvicendamento al vertice amministrativo della città: il tema Carife e il tema sicurezza.

Carife: un delitto sociale ed economico

Carife, la principale azienda del territorio, la banca dei ferraresi dal 1838, fu fatta saltare il 22 novembre 2015 per decreto del governo Renzi, dopo alcuni anni di malagestio travestita da grandeur napoleonica, soprattutto durante la gestione del Direttore Generale Murolo. Ne ho scritto in varie occasioni, ma per richiamare i dettagli più diabolici della vicenda – mai come in questo caso il diavolo si nascose nei dettagli – mi limito a riportare il link a questo articolo. Basti aggiungere che le due figure politiche di estrazione locale, Luigi Marattin (allora consigliere economico del Presidente del Consiglio Renzi) e Dario Franceschini (allora Ministro della Cultura e del Turismo), che avrebbero potuto orientare dal governo il destino di Carife, assecondarono o tollerarono la dichiarazione di morte della banca del loro territorio; al punto che, per farlo rieleggere in Parlamento, il PD dovette ricandidare il primo in un collegio lontano da Ferrara, mentre il secondo perse a Ferrara all’uninominale e fu “ripescato” grazie al collegio plurinominale di Ravenna, Rimini, Forlì e Cesena.

Non era possibile mostrarsi più acquiescenti al proprio capo politico e, al contempo, più indifferenti alle sorti della propria gente. Nemmeno il sindaco Tagliani (unico a distinguere la propria posizione, se non altro perchè doveva rispondere direttamente ai propri cittadini) credeva che potesse succedere, invece accadde. Nessuno della catena politica del Pd locale, a partire dai due esponenti di prima fila sopra citati, mosse un dito per tutelare non i dirigenti, ma i risparmiatori e i lavoratori della banca del proprio territorio. Da sindacalisti interni trovammo una sponda informativa e politica in Giovanni Paglia, allora deputato di sinistra di Ravenna. Ferraresi? Non pervenuti. Quella ferita, come tutte le ferite, si è andata a rimarginare col tempo, ma ha lasciato una cicatrice slabbrata, dolorosa. Quella vicenda mostrò con evidenza lancinante la distanza astronomica tra i cittadini e i rappresentanti espressi dal territorio, consegnando – anche schifiltosamente: ricordiamo l’accusa di “speculatori” alle famiglie sottoscrittrici di azioni e obbligazioni subordinate – il tema nelle mani degli oppositori politici.  Si trattava di difendere l’apporto sociale e culturale che la Fondazione garantiva alla provincia. In fondo, si trattava della propria base sociale, politica ed elettorale.

Intendiamoci: la banca locale non era esente da difetti. Dopo tanto tempo si incistano conflitti di interessi, non c’è adeguata distinzione tra chi dà e chi prende, l’ordinante e il beneficiario tendono a coincidere. Ma distruggere il gioco è valso la candela? Adesso una banca del territorio non esiste più, e il principale effetto di questa mancanza, per un territorio fragile come il nostro, è che i soldi che vengono raccolti qui vengono tendenzialmente prestati fuori da qui. A questo punto, che fare? Ricostruire una banca del territorio è impossibile: ormai il mondo bancario va in direzione opposta. Un’ amministrazione che volesse lasciare una sua impronta dovrebbe guardare almeno ai soggetti fragili, alle microimprese, ai cosiddetti “non bancabili” e alle possibili sinergie realizzabili non solo attraverso l’interlocuzione con le banche più vicine ai territori (i crediti cooperativi?), non solo stimolando i giganti del credito a fare quello che dichiarano, ma anche rapportandosi con realtà di intermediazione come l’Ente Nazionale per il Microcredito (leggi qui e anche qui).

La sicurezza è una cosa di sinistra

Sentirsi tranquilli a casa propria, non avere paura nel percorrere una via da sole/i, avere un lavoro stabile, non essere alla mercè di tre ubriachi o fattoni che ti distruggono il bar. Secondo me sono declinazioni dello stesso concetto: sicurezza e tutela. Mi sento sicuro e tutelato se ho un lavoro che mi dia una prospettiva per il futuro, ma anche se non devo temere che mi entrino in casa quando sto fuori due giorni, se posso passeggiare tranquillo senza rischiare uno scippo, una rapina, una minaccia o un “semplice” disturbo al bar, da cliente o da gestore. La vecchia amministrazione ha scisso le declinazioni: ha rubricato la parte “ordine pubblico” a percezione esagerata, ad argomento strumentale. In parte poteva essere vero, ma il fatto di non avere approfondito le ragioni di questo stato d’animo, per padroneggiarlo e gestirlo, ha consegnato il tema alla destra. Un po’ come se parlare di ordine pubblico per la sinistra significasse, in automatico, avere la riserva mentale dello “stato di polizia” ed essere tacciabili di razzismo, per via degli spaccini nigeriani – così sposando il punto di vista dei “giustizieri della notte” in salsa leghista. La lettera aperta dei gestori cinesi del bar Condor (leggila qui) dimostra che le forze dell’ordine servono a chiunque voglia salvaguardare l’incolumità propria, dei propri clienti e la propria attività: sia esso italiano o straniero. La gestione della sicurezza andrebbe messa in cima all’agenda comunale, specie vedendo quanto chi ha sguazzato in questa propaganda si stia dimostrando inadeguato ad affrontare il problema. A meno che non si pensi che spostare microcriminalità, spaccio e teppismo dai giardini del Grattacielo per sparpagliarlo nel resto della città, centro storico incluso, costituisca una soluzione.

Personalmente non sono scandalizzato da cancelli, protezioni e recinzioni supplementari, specie se accompagnati da un popolamento dell’arredo interno e da iniziative che diano vita alla zona. Di parchi urbani recintati a Ferrara ce ne sono da tempo – ad esempio il Parco Massari. Sono irritato dalla propaganda di destra che pretende di avere risolto il problema mettendo inferriate e giochi per bambini in un paio di luoghi (e chiudendo chioschi senza una ragione e senza offrire un’alternativa). Sarei ugualmente irritato da un’ impostazione “da sinistra” che perseverasse nell’errore di rimuovere il problema, o si limitasse a rinfacciare agli attuali amministratori l’incapacità di governarlo (come se l’incremento della microdelinquenza fosse una bella notizia da cavalcare, visto che governano Fabbri e Naomo Lodi). Purtroppo, a volte non basta la socialità per garantire l’ordine pubblico, ma serve anche una polizia che controlla e presidia il territorio. E per farlo occorrono risorse. La sinistra che mette risorse nel presidio dell’ordine pubblico, esatto. E’ un tabù da sconfiggere: l’idea di una polizia che fa il suo lavoro al servizio dei cittadini non può continuare a far evocare il fantasma della morte di Federico Aldrovandi, perchè sono cose diverse.

Mobilità e qualità dell’aria: affinché un’utopia non diventi una distopia

Parto col dire che le considerazioni di Romeo Farinella (qui) sono affascinanti, ariose e disegnano una visione alternativa per la città, che ci deve essere perchè non si può vivere di sola amministrazione dell’esistente. Una visione serve a scuotere dalla rassegnazione o dal torpore chi non vota più: ed è altrettanto importante che far cambiare idea a chi ha votato Lega per stanchezza o frustrazione. Limitarsi a rimarcare le inadeguatezze, le malefatte o le macchie personali del naomo di turno viceversa non sposterà un solo voto, perchè la pura polemica è al tempo stesso autoriferita e inutile: gratifica chi già pensa il peggio di costoro, ma non sposta un consenso tra coloro che li hanno votati proprio perchè “sono fatti così”.

Ferrara ha, credo, delle peculiarità “urbanistiche” (lo dico da cittadino non addetto ai lavori). Intanto ha nove chilometri di mura tutte percorribili a piedi, in bicicletta e senz’altro anche in monopattino. Ci sono città che hanno mura più lunghe, ma non tutte percorribili. Ci sono città che hanno mura più antiche, ma che sono state rifatte varie volte. A Ferrara le mura sono state restaurate ma sono sempre quelle originarie. Non mi posso definire un giramondo, non sono un esperto di realtà urbane. Partendo dalla mia limitata esperienza comparativa, però, non mi viene in mente un’altra città italiana di dimensioni paragonabili che possa essere girata tutta a piedi o in bicicletta da un capo all’altro, semplicemente percorrendo le mura.

Quindi Ferrara potrebbe essere la città delle biciclette.

Ma lo è già: c’è anche il cartello all’ingresso della città!”

 

Vero. Il cartello c’è e riporta una frase diventata luogo comune. Un luogo comune è una specie di assioma,  assimilato a un dato di natura, ma riflette anche un possibile scostamento tra il senso comune e la realtà dei fatti.

 

Se ci limitiamo all’Italia, per Ferrara prevale ancora la prima accezione. In effetti è la città italiana che vanta il maggior metraggio di ciclabile per abitante (1,14 mt), anche se ho trovato molto più a portata di mano (e di vista) le postazioni di bike sharing di Milano. Ma se non siete mai passati per Odense (Danimarca), e mi limito ad una città più popolata di Ferrara ma dalle dimensioni simili, non potete capire. Cito solo un numero: 150 km di ciclabili a Ferrara, 545 a Odense (intesa come pista esclusiva, sennò arriviamo a oltre 1000 km). Inoltre parliamo di strade larghe, dalla larghezza paragonabile a quella delle strade per auto, moto e mezzi pubblici. A Odense non sacramenterei contro i ciclisti che occupano la carreggiata come fosse loro. Perchè là hanno intere e larghe strade che sono loro – o mie, quando inforcassi la bici. Non dico che sia un paradiso: di sicuro non è l’inferno che albergava nella mente di Hans Christian Andersen, illustre nativo. Evidentemente in due secoli la Danimarca di strada “civile” ne ha percorsa. Noi abbiamo ancora molti margini di miglioramento.

Non saprei dire se sia il caso di creare “nuove” ciclabili a Ferrara (e ho anche apprezzato molto l’accenno più generale alla de-costruzione fatto dal Prof. Farinella). Però, professore, se hanno appena asfaltato strade larghe sei metri al parco Urbano, perché non approfittarne? Perché non aggiungere alla trama che permette di passare “ecologicamente” dalla città alla campagna, e viceversa, anche queste vie, invece di intignarsi solo sulla loro presunta servitù di passaggio dei camion che porteranno i palchi del prossimo Springsteen? Vero: altri parchi cittadini hanno strade larghe ma nacquero come aeroporti, noi non dobbiamo partire dal parco e fare il percorso inverso. Vero, il Teatro Comunale non dovrebbe avere titolo per fare opere stradali. Ma le carte bollate, se devono arrivare, arrivassero adesso, prima che sia tutto completato. Dopo, basta. Chi arriverà ad amministrare non dovrebbe puntare a disfare il già fatto – a meno che non sia un mostro di cemento, ovviamente – ma a considerarlo una possibilità da armonizzare nel tessuto cittadino. Ferrara può diventare una vera città delle biciclette, di dimensione europea. E con un centro storico libero dal traffico a motore privato.

A una condizione: che il turista (o il cittadino extra -mura) che arriva al limine della città in macchina e la molla in un parcheggio scambiatore fuori mura – come potrebbe diventare obbligatorio – non debba fare la fila per salire su un tram che passa ogni quarto d’ora e magari ha la fermata a mezzo chilometro dal parcheggio. L’età media dei ferraresi è di 49,5 anni. Non è solo questione di cambiare le abitudini di gente che prende la macchina anche per fare 500 metri. Molti di coloro che sono oltre la media anagrafica non metterebbero più piede in un centro storico senz’auto, se dovessero sbattersi oltremisura per arrivarci. E il centro storico è già abbastanza penalizzato adesso, per assestargli altri colpi.

Queste ultime considerazioni potrebbero sembrare ovvietà. Oppure potrebbero essere il punto di intersezione tra visione e realismo, affinchè l’utopia coraggiosa che intravedo nelle idee del prof. Farinella eviti di trasformarsi in una distopia che scoraggerebbe o metterebbe in difficoltà molte persone. Anche per questo occorrono risorse.

La cultura diffusa a Ferrara esiste, ma molti ferraresi non lo sanno (quindi non è così diffusa)

L’affermazione vale prima di tutto per il sottoscritto. Attenzione: non è riducibile alla (pur veritiera) asserzione per cui non apprezzi mai abbastanza la città in cui vivi perchè la dai “per scontata”. Quello bene o male vale per tutti. Per una città che presenta una storia – non solo rinascimentale – ricca di luci e di ombre come Ferrara, la valorizzazione di tutte le associazioni del territorio che si occupano della storia e attualità culturale costituisce, probabilmente, la condizione necessaria per divulgare (anzitutto ai propri cittadini, le prime “guide turistiche” diffuse) la ricchezza intrinseca della città. Sotto questo profilo, le idee messe in fila –  declinate in parte sotto la forma dialettica definita “problemi” – da Ranieri Varese (qui) fanno intravedere l’esistenza di una rete che avrebbe bisogno di essere “semplicemente” rimessa in corrente (sulle biblioteche aspetto il contributo di Francesco Monini, che sono certo arriverà). Per far questo non c’è solo bisogno di risorse, ma anche delle persone competenti e con il retroterra adeguato per occuparsi delle variegate facce del prisma culturale. Apro una parentesi: a Ferrara queste persone c’erano, e hanno contribuito a “edificare” una proposta culturale, in particolare nelle arti figurative e nella musica, unica per originalità. Ferrara non era il luogo di atterraggio di un “evento” alieno che poi (con l’elicottero o i camion) si sposta altrove, uguale a se stesso, ma era la matrice di una proposta che aveva il “marchio” e il profilo di qualcosa che trovavi solo qui, o che qui aveva avuto la sua origine. Sarebbe bello tornare a una Ferrara come laboratorio di esperienze da esportare, anziché come contenitore occasionale di prodotti importati. 

Proprio attraverso la forza di una visione si potrebbero recuperare fisicamente a Ferrara, e metterle al servizio dell’amministrazione culturale della città, delle eccellenze che hanno sviluppato la propria carriera in altri luoghi del mondo, ma che a Ferrara sono nate e, in parte, cresciute. E che magari non fanno parte della solita famiglia più o meno allargata, illustre quanto si vuole ma decisamente onnivora.

Lascio infine sullo sfondo due elementi che sono trasversali – o dovrebbero esserlo – a tutti i temi citati.
Il primo elemento è rappresentato dall’Università, che ha delle potenzialità inespresse in termini di possibile volano anagrafico, professionale, urbanistico. L’ evoluzione di Ferrara da città con l’università a “città universitaria” rappresenta forse la più stimolante innovazione in grado di restituire effervescenza ad una città per altri versi intorpidita: dal clima, dall’anagrafe, dalla geografia – che è anche parte del suo fascino, a patto di non diventare la cifra di ogni attività.

Il secondo elemento sono le risorse. Per sviluppare e dare concretezza a tutte le visioni occorrono risorse economiche. Questo significa, in estrema sintesi, individuare una persona (o un team di persone) che abbia la capacità di risparmiare, reperire e impiegare.

Il chiosco Razzo viene chiuso.
Motivo? Chiedete al vicesindaco

Il chiosco Mac Murphy, quello al parco Giordano Bruno, per i frequentatori non più giovanissimi “i giardinetti della mutua”, insomma quello immerso nel verde e nei murales, musica reggae nei mesi estivi, approdo sicuro per chiunque volesse una birra, luogo altro rispetto a tutti i pub, bar, birrerie, con quella originalità data dal mix tra gestore e avventori e sedute, senza nessuna presunzione di essere quel che non è, perché quel che è basta e avanza – insomma, Razzo, deve chiudere.

Nato come parco di passaggio tra via Cassoli e Poledrelli, tra il centro e la stazione, tra Cavour e lo stadio, come zona verde di sosta e compensazione tra la scuola elementare confinante – artefice delle aiuole fiorite – e i piccoli condominii attigui, come occasione di sport un po’ “scazzato”, il parkour, un cesto per due tiri, perché non a tutti piace il campetto perfetto e leccato, Giordano Bruno (non a caso  frate filosofo, condannato come eretico al rogo in Campo di Fiori) abbraccia da tempo immemore il chiosco di Razzo.

La notizia della recinzione del parco, avveratasi con le sue punte acuminate e i suoi cancelli che chiudono alle 20, era cosa nota ormai da mesi. La politica della sicurezza ha le sue regole e si sa che il decoro lo fanno grate e chiavistelli. E infatti, almeno da due anni che il parco era scientemente lasciato allo stato brado, col campetto di beach volley senza gestione – un autentico terrarium in gabbia – cestini dell’immondizia straripanti e mai puliti, e naturalmente: niente panchine perché sedersi in un parchetto è un lusso per il quale serve il permesso del vicesindaco.

Così, infatti, il parco ha molto velocemente perso una qualsiasi identità, diventando un “non luogo” aperto all’insicurezza.

Ci siamo chiesti in molti come sarebbe sopravvissuto il chiosco coi cancelli, e per un po’ si è fantasticato sul fatto che alla fine una soluzione adatta a tutte le esigenze si sarebbe trovata, anche perché il chiosco con la sua attività e la sua eterogenea clientela fungeva davvero da presidio del parco, pur senza aver mai avuto né l’ambizione né l’obiettivo di controllarlo.

Ma la soluzione proposta dalla Giunta (senza che di ciò si sia mai parlato in commissione o in consiglio comunale) consiste al solito nella rimozione di tutto ciò che non coincide perfettamente con l’idea di decoro alla Naomo (idea peraltro non chiarissima, un po’ schizofrenica, data la incuria in cui versano molte zone della città, a non voler dire della gestione del centro storico).

Quindi il chiosco sarà rimosso e al suo posto pare di capire un bagno e la ricarica per le e-bike. Perché un chiosco non sia compatibile con le nuove mirabilia promesse dalla giunta non si sa. Bambinə e famiglie che vi trascorreranno il pomeriggio non avranno sete, evidentemente. Puoi ricaricare la bici elettrica ma non bere.

Della totale mancanza di rispetto e delle regole cui l’amministrazione è tenuta nei confronti del gestore ha già ben detto Andrea Raffo: nemmeno un incontro, più volte rimandato, nemmeno una ipotesi alternativa su cui ragionare, solo una laconica comunicazione con l’ordine di sgombero e rimozione nonostante la convenzione scada nel 2029.

Stesso metodo utilizzato con La Resistenza, senz’altro un caso.[Vedi qui e qui su Periscopio, ndr]

Modalità opposta per l’associazione  che occupa via delle Erbe 29 senza titolo, senz’altro una svista. [Qui e qui su Periscopio, ndr]

Nessuna spiegazione a Raffo, nessuna motivazione alla città, al quartiere, del perché un piccolo parco – cuore del Giardino – debba rinunciare ad un chiosco dove incontrarsi al tardo pomeriggio o alla sera per bere qualcosa e fare due chiacchiere al fresco.

Intelligenza artificiale e internet dei corpi:
un rischio e una sfida che non abbiamo ancora raccolto

Intelligenza artificiale e internet dei corpi: un rischio e una sfida che non abbiamo ancora raccolto

Quant’è grande la società dell’informazione

Il termine “società dell’informazione” ha più di 70 anni ma solo adesso è data a molte persone la possibilità di apprezzarne il significato concreto. Molti tuttavia pensano ancora all’informazione in modo assolutamente riduttivo, facendola coincidere con le notizie, con quello che si legge e si vede e si ascolta sui media e sui social. Credono di essere padroni di queste informazioni, di poterle usare nella misura in cui esse in qualche modo rispecchiano una realtà oggettiva.

Nulla di più sbagliato.
Nel nostro ambiente di vita sempre più digitalizzato bisogna pensare all’informazione in modo molto ingegneristico, in termini di teoria dell’informazione, in puri termini di bit.
In quest’ottica, è informazione anche qualsiasi pagamento effettuato con la carta di credito; i flussi finanziari che rendono possibile ogni scambio economico sono informazione;  è informazione ogni clic sulla tastiera, cosi come le onde che consentono la comunicazione radio e wifi. E’ informazione il flusso di dati che consente il funzionamento del GPS personale; è informazione il contenuto del web e del giornale, come ogni traccia lasciata da ogni possibile dispositivo od oggetto che sia connesso alla rete. 

Il riconoscimento di questa onnipresenza dell’informazione e, quindi, della natura pervasiva della digitalizzazione e delle scienze informatiche, permette oggi di integrare ambiti disciplinari estremamente diversi, consentendo una integrazione di tecnologie considerate fino a poco tempo fa assolutamente indipendenti. Proprio questa integrazione rappresenta la cifra distintiva della quarta rivoluzione industriale descritta da Klaus Schwab, fondatore e anima del WEF di Davos. 

La tendenza globale alla digitalizzazione non ha confini nè limiti e si sta sviluppando vorticosamente sia nel mondo fisico inanimato, che nel mondo propriamente digitale, che in quello biologico. E’ innanzitutto in questo quadro, dove il concetto chiave di “informazione” ha sostituito per importanza quelli di “materia” e di “energia”, che va collocata la sfida dell’Intelligenza Artificiale (IA). 

Intelligenza Artificiale: non è solo la chat GPT

Questo termine è entrato nel campo della ricerca tecno-scientifica circa a metà degli anni cinquanta del secolo scorso ed ha vissuto alterne vicende punteggiate da notevoli successi, da grandi entusiasmi e delusioni. Per molti l’idea di intelligenza artificiale è connessa quasi esclusivamente alla recente diffusione di chat GPT che ha aperto una certa discussione sull’uso e sulla attendibilità delle informazioni ottenute con questo strumento specifico.

In realtà la situazione è molto più complessa, sicuramente affascinante e decisamente più rischiosa. 

La sfida dell’Intelligenza Artificiale va infatti affrontata in riferimento al contesto tecnologico, economico e sociale, entro cui si pone e non certo e non solo in relazione alla possibilità di emulare il ragionamento umano  e i processi di apprendimento, che fino a poco tempo fa si ritenevano esclusivo dominio dell’uomo.
Lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale – piaccia o meno – avanza parallelamente allo sviluppo di un ambiente artificiale intelligente di dimensioni planetarie e con ramificazioni che stanno crescendo in modo esponenziale.

Internet dei contenuti e internet delle cose

Come noto, Internet rappresenta la chiave di volta di questa architettura: oggi circa 5 miliardi di persone sono connesse attraverso computer e dispositivi mobili; a rigore non sono affatto le persone ad essere connesse ma le macchine: le persone sono semmai sempre più isolate, nel senso che stanno perdendo la capacità di comunicare direttamente con l’ambiente circostante (off line) limitandosi a fruire e scambiare informazioni on line (cosa ben diversa dal comunicare). 

L’internet dei contenuti che tutti conoscono rappresenta solo la parte più visibile di un sistema gigantesco composto da tutti i dispositivi e gli oggetti collegati alla rete: sensori, telecamere, tag, lettori di codici (etc.). E’ il cosiddetto Internet delle cose (IoT) al quale vengono collegati ogni giorno milioni di nuovi oggetti attraverso i quali si sta strutturando un ambiente intelligente su scala globale, l’ambiente sempre più popolato di sensori e terminali  all’interno del quale oggi ci muoviamo in quanto esseri dotati di corpo.

Internet dei corpi (i nostri corpi)

Proprio i corpi rappresentano adesso la frontiera emergente e, in prospettiva, la più colossale fonte di business del futuro; il confluire dell’informatica e della digitalizzazione nella sfera biologica apre orizzonti che vanno dal già reale impianto di dispositivi collegati alla rete esterna fino alla concreta possibilità di creare organismi con caratteristiche specifiche attraverso la modifica del DNA (editing). 

Il corpo è quindi destinato a diventare la fonte di informazione e lo spazio di azione principale delle tecnologie bio-digitali. L’internet dei corpi (IoB) rappresenta una nuova frontiera che – già largamente superata per gli animali – sarà presto varcata dagli umani a livello di massa superando e rendendo obsolete le attuali connessioni esterne.

Per effetto di queste tecnologie, il mondo nel quale viviamo si mostra come un gigantesco flusso di  dati digitali che vengono prodotti, elaborati, trasmessi, archiviati ed analizzati. Questi flussi rappresentano di per sè un colossale settore economico e finanziario i cui sviluppi stanno portando – sia detto per inciso – alla distruzione dell’uso della moneta cartacea e alla sua completa sostituzione con forme di moneta digitale. Il possesso è il governo di questi dati è l’asset principale della nuova economia digitale.

L’enorme quantità di dati (big data) generati da queste connessioni il cui numero aumenta esponenzialmente di giorno in giorno, rappresenta la base su cui l’intelligenza Artificiale può lavorare, il cibo di cui essa si nutre.

Macchine milioni di volte più potenti, più veloci, più energivore

Per consentire la trasmissione di questi dati, le attuali infrastrutture non sono più sufficienti: da ciò la necessità assoluta di velocizzare gli scambi informativi attraverso il passaggio al protocollo 5G e superiori e di aumentare la capacità di calcolo dei computer. Se, infatti, per decenni l’aumento della potenza di calcolo è andato di pari passo con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, con un andamento empiricamente espresso dalla legge di Moore (secondo il quale la velocità di calcolo raddoppia ogni 18 mesi), i nuovi computer quantistici sono (saranno) in grado di esprimere potenze di calcolo milioni di volte superiori ai vecchi modelli.
Quasi inutile aggiungere che, per far funzionare tutto questo sistema interconnesso e in fortissima crescita, servono enormi quantità di energia.

In questo quadro generalissimo che ci ricorda il dubbio concetto di transizione digitale [Vedi qui la scheda nel sito ufficiale della Commissione Europea ] l’intelligenza Artificiale si pone innanzitutto come lo strumento indispensabile per regolare e gestire in ogni settore (dalla sanità all’industria, dai trasporti al commercio) questa inconcepibile complessità informativa fatta di flussi e di archivi, la cui esistenza è resa possibile da un’architettura fisica che abbraccia tutto il pianeta.
Questa delle macchine è un’ “intelligenza” capace di elaborare e di apprendere, che non richiede tuttavia alcuna consapevolezza ma solamente chiari obiettivi, potenza di calcolo e tanta informazione da macinare.

Verso un “Uomo Potenziato” e subalterno?  

Di fronte alla forza degli algoritmi che la compongono il singolo essere umano, il consumatore, rischia di essere assolutamente e totalmente impotente. Già oggi si trova a vivere in un ambiente tecnologico che lo domina ampiamente e lo dominerà completamente nel prossimo futuro se non interverranno cambiamenti radicali quanto imprevedibili.
Non a caso Elon Musk suggerisce come unica soluzione possibile a questa sfida – in piena coerenza con quanto sopra illustrato – il potenziamento tecnologico dei singoli esseri umani, installando nei loro corpi dispositivi tecnologici in grado di aumentarne drasticamente le performance cognitive.

Metaforicamente parlando, osservati dal punto di vista dell’Intelligenza Artificiale, considerati nella prospettiva del capitalismo digitale, gli esseri umani connessi alla grande rete sembrano essere semplicemente delle risorse naturali sfruttabili a piacere per generare profitto. 

Cosi, stravolta, potrebbe finire l’utopia libertaria che la tecnologia digitale sembrava promettere solo poche decine di anni fa.
E così finirà senza un impegno diffuso e una nuova consapevolezza che riporti in primo piano la persona e la società al posto del consumatore e del mercato. 

Per leggere gli altri articoli di Bruno Vigilio Turra pubblicati da Periscopio, clicca sul nome dell’autore.

Senza orario e senza bandiera, e senza passaporto.
La Meloni e gli altri governi pensano di chiudere il mondo, ma gli uomini del pianeta Terra si muovono, oggi e da sempre.

Il governo Meloni registra il suo fallimento nelle politiche di gestione della migrazione. Ma qualsiasi governo che si è succeduto in questi anni ha fallito. Sembra che la politica in realtà insegua il vecchio adagio “mal comune mezzo gaudio” quando si tratta di condividere i fallimenti sui migranti. Che, come ricorda Papa Francesco ogni volta che può, e recentemente anche il Presidente Sergio Mattarella (non a caso dal meeting di CL dove stanno i cattolici ammiratori della destra e denigratori del Papa), sono innanzitutto un paradigma di come pensiamo il mondo e il rapporto con il nostro prossimo.

Guardate i numeri, ma tutti i numeri

Il fallimento è prima di tutto questo: di visione. Si continua a definire, governo dopo governo, estate dopo estate, l’immigrazione una “emergenza”. Eppure, a parte il fatto logico che nessuna cosa che si ripete da anni, puntuale come un’orologio svizzero, può essere definita una “emergenza”, non è dai numeri che si deve partire per capire i motivi di questa incapacità. Questi ultimi infatti, descrivono i tratti di un fenomeno del tutto gestibile. Se non fosse per la violenza e le tragedie che spingono le persone a muoversi in questo quadrante di mondo, si potrebbero definire “fisiologici”. I numeri della migrazione verso l’Italia e l’Europa, sono persino contenuti, se si rapportano alla negazione del “diritto a restare” alla quale vengono sottoposte le popolazioni protagoniste loro malgrado delle migrazioni.

Non abbiamo niente a che fare, noi occidentali, con i disastri causati dalle guerre e dalla devastazione ambientale che spingono donne uomini e bambini a diventare erranti, a muoversi da sud e da est verso l’Europa? Basterebbe solo mettere in rapporto altri numeri, ad esempio quelli relativi all’esportazione di armi che vedono quei paesi proprio come principali mercati, per fare due più due. O i numeri relativi ai barili di petrolio che grazie alle concessioni, vengono pompati nelle pipeline a gestione delle compagnie europee. O i numeri delle estrazioni di minerali e terre rare, che di locale, in quei paesi, hanno solo la manodopera infantile spinta nei buchi delle miniere a scavare per noi. Oppure, per gli appassionati di numeri, basterebbe incrociare quelli che descrivono la desertificazione e la rarefazione di suoli coltivabili e irrigabili, con lo spostamento di persone verso nord.

L’idea di un mondo chiuso dei nostri governanti

Ma non si basa sui numeri, né su nessun raziocinio, la visione distorta, e fallimentare, che il Governo Meloni e i suoi predecessori di segno opposto, hanno sulla migrazione.
Bisogna partire da un livello più profondo per comprendere il perché continuino tutti a sbagliare e ad infilarsi in questi  cul de sac che tante sofferenze evitabili creano alle persone in movimento, e tanto male fanno alla politica, che si riduce a battibecco propagandistico continuo che alla fine è capace di esprimere solo un “pensiero unico”.
Che idea di mondo hanno i governanti dunque? Nell’epoca della globalizzazione di ogni aspetto della vita, e la pandemia recente avrebbe dovuto farci capire quanto si debba intendere immediatamente connessa la nostra vita con quella di tutti gli altri esseri umani, sembra prevalga l’immagine di un mondo circoscrivibile e rinchiudibile in “settori”.

Gli uomini si muovono, da sempre. Anche se gli neghi il passaporto

Il continuo richiamo ai “confini”, intesi come muri capaci di delimitare, impermeabilizzare pezzi di pianeta isolandoli dagli altri, forse poteva avere un senso fino a prima dell’epoca dei conquistadores, nel 1500. L’idea di un uomo che sta fermo dentro i suoi confini, non è mai stata credibile. La ricerca di poter “abitare il mondo”, di scoprirlo fino all’ultimo angolo, non può essere sequestrata da qualche ricco e potente, perché appunto, è un’idea, e dunque, non imprigionabile. La libertà di movimento appartiene a tutti e tutte, e nessun sovrano la impedirà per sempre.
La teologia ci aiuta di più della politica, da questo punto di vista. La ricerca della “terra promessa”, il bisogno di un’esodo, può essere dunque solo un privilegio di pochi?

La visione dunque di un mondo rinchiuso a settori, rimanda a moderne profezie come Blade Runner, e la costruzione di un immaginario capace di “imprigionare” il desiderio di scoperta del mondo a Matrix. Ma i governi se la prendono con gli “illegali”, i “clandestini”.
E allora vediamo ciò che provoca l’illegalità:
con il nostro passaporto noi abbiamo accesso a 124 paesi senza nemmeno passare per il visto. Un cittadino statunitense 115. Un uomo o donna afghana in possesso di passaporto, può recarsi in 6 paesi. Un siriano in 9. Un irakeno 10, chi viene dalla Somalia 11. Dalla Libia un cittadino con il suo passaporto può raggiungere 15 altri paesi.
Il “passport index” sarebbe un buon metodo per capire il perchè le persone debbano spesso affidarsi ai passeur, ai trafficanti per potersi muovere.

Il Sistema Mondo produce l’immigrazione illegale 

Dunque se ci fossero governanti desiderosi di capire perché falliscono, dovrebbero intanto prendere coscienza che il mondo è stato organizzato così, cioè per avere la stragrande maggioranza dell’umanità costretta ad affidarsi a viaggi illegali, lunghissimi, pericolosi, per poter migrare.
L’illegalità delle migrazioni, è un prodotto del sistema mondo, non una scelta degli esseri umani. Gli otto miliardi di abitanti del pianeta, per il 99% non vogliono lasciare la loro terra, i luoghi che conoscono e dove sono nati. Ma per quei cento milioni che si stanno spostando, in maggioranza “forzatamente” a causa di condizioni nelle quali non è possibile vivere, la “punizione” è l’inferno. La morte. Le torture, la sofferenza, gli stupri. La violenza.

I migranti e i profughi poi, sono poveri. Vanno bene se vengono messi al lavoro.
Questo governo di destra ha fatto in termini di quote di ingresso, quello che vergognosamente i governi “democratici” non hanno mai osato fare, e cioè portare a 500.000 ingressi in tre anni il flusso programmato. Ma se vengono solo in quanto esseri umani, siano adulti o bambini, diventano sempre un’emergenza.
Ma com’è che ciò che vive può diventare “emergenza”? E’ forse legato al fatto che siamo un paese di anziani e con più morti che nascite? Di sicuro c’è che quella vita che non viene riconosciuta come un dono ma come un problema, è racchiusa da pelle scura e non bianca.

L’invenzione del nemico

Storia antica questa, capace di trasformare il sacro “hospis” in “hostis”, nemico. Ma storia molto più recente è anche quella del “capro espiatorio”, come insegnavano i manuali di Goebbels. Se non c’è il nemico bisogna crearlo.
Perchè occuparci dell’aumento della povertà in Italia, quando la “risposta” è facile e a portata di mano? Perchè dover rendere conto ai cittadini dell’aumento delle bollette dell’energia e del prezzo dei carburanti, quando c’è un’invasione di poveri e neri alle porte? L’unica vera emergenza in Italia, è il sistema di accoglienza.
La legge Bossi – Fini, ancora in vigore (incredibile che nessun governo di centrosinistra abbia mai davvero pensato di abolirla) , è una legge che produce “clandestinizzazione”. Crea illegali, spinge i nuovi arrivati ai margini, rende impossibile percorsi di integrazione nella vita sociale del nostro paese. D’altronde siamo sempre quel paese nel quale ancora più di un milione di giovani nati e cresciuti qui, non ha la cittadinanza.

Il successo elettorale di uno che vuole farsi ricordare dai posteri costruendo un ponte gigantesco come i faraoni si facevano costruire le piramidi, corrisponde al fallimento umano di una persona convinta che l’aver smantellato il sistema di accoglienza degli Sprar e dell’ospitalità diffusa, sia una cosa di cui andar fiero. Miserabili fortune in questa terra che descrivono l’idea del prossimo, dell’altro, che può avere chi del mondo, e degli esseri umani, ha una considerazione pari allo zero.  Una “castrazione chimica dello Spirito” che purtroppo deve aver funzionato bene in questo soggetto, temporaneamente affidatario dei poteri pubblici di governo.

Ma in concreto, se volessimo affrontare l’emergenza accoglienza, smettendo di chiamare emergenza la migrazione, bisognerebbe sedersi ad un tavolo con sindaci e società civile, e approntare ciò che va fatto per rendere dignitoso ed efficace ciò che oggi non lo è.
La “bussola” dovrebbe essere il fatto che sono esseri umani, che ci rende orgogliosi ospitarli, che per un paese civile è la base non solo della sua Costituzione, ma del suo futuro. Perchè è ovvio, ma non per i governanti, che tutto ciò che faremo agli altri, poi tornerà su di noi. Se tratteremo da fratelli e sorelle, saremo trattati come tali. Se li faremo soffrire, questa sofferenza ci sommergerà.

Dovremmo dunque pensarci come “comunità dell’accoglienza”, istituzionale, laica, religiosa. Come dovremmo pensare ad una “comunità del soccorso” quando parliamo di Mediterraneo, con i suoi duemila morti l’anno che gridano dal fondo i loro nomi, per sempre. E invece di fare la guerra alle Ong, altro capro espiatorio, aiutare chi si impegna a soccorrere, ricordandoci che nessuno si salva da solo. E nessuno fallisce da solo. Anche se governa la Meloni.

Questo intervento di Luca Casarini è uscito oggi 29 agosto, con un altro titolo, anche sul quotidiano l’Unità 

Per leggere tutti gli articoli e gli  interventi di
Luca Casarini su Periscopio, clicca sul suo nome.

Parole e figure /
Cronaca di una giornata storta

Quando si è sbadati si possono perdere tante cose, oltre alla testa. Ma si può sempre recuperare. Una giornata storta: un regalo da comprare e un compleanno da festeggiare diventano un’impresa indimenticabile per una mamma con il suo bambino

La sbadataggine fa brutti scherzi, soprattutto quando è dovuta alla fretta. Ci sono giorni, poi, dove pare regnare sovrana e indisturbata.

Sara Lundberg ce lo racconta, fra i mille colori, con brio e simpatia, in Un giorno sbadato, edito da Orecchio Acerbo, con il piccolo Noa e la sua mamma.

Noa sta ancora dormendo perché è sabato e non c’è scuola (per fortuna), ma sua mamma è già in fermento perché oggi è il compleanno di Alma e devono cercarle un bel regalo da portarle alla festa. Se ne era davvero dimenticata…Noa si deve dunque svegliare, giù dal letto!

Si stava così bene al calduccio… Noa non è tanto contento perché quella bambina la conosce appena (e poi, uff, che barba, ci sarà tutta la classe …) e non sa dare consigli sul regalo da farle. Solo di una cosa è sicuro: non una Barbie.

Noa è lento, lui e la mamma escono di corsa, quanta gente per la strada e nei grandi magazzini! Che caldo lì dentro! Gente sempre fra i piedi, stoccafissi che fissano il loro cellulare in mezzo alle gallerie, quanta folla, Noa non ama davvero tutta quella confusione.

Però che bei colori sgargianti hanno quei vestitini, ma che prezzi! Giocattoli? Pupazzi? Libri? Parrucche e diademi? Maschere e travestimenti strani? Quante belle cose.

Da un negozio all’altro, da una dimenticanza all’altra, fra su e giù dagli autobus affollati e il piccolo Noa che lascia in giro, strada facendo, pezzi del suo vestiario (giacca e berrettino, e un bambino che giura di non perdere più nulla), la giornata si fa piuttosto convulsa e complicata fino ad arrivare a un finale a sorpresa dove, dopo la merenda, si dimostra che i diademi hanno molti usi e che anche le mamme confondono le date dei compleanni.

Ma di una cosa lei e Noa sono certi: domani è domenica e si sta a casa a poltrire insieme sul divano rosso. Tranquilli e sereni. Un omaggio all’andare piano, al giusto riposo e alla bellezza. Domani non si farà proprio niente! Dolce far niente.

“C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio”. Milan Kundera

 Un libro per

  • tutti i distratti
  • le mamme che corrono
  • regalarlo a un compleanno
  • i collezionisti di Sara Lundberg.

Sara Lundberg, classe 1971, svedese, ha iniziato la sua formazione negli Stati Uniti (al McDaniel College di Westminster, nel Maryland) dove si è laureata in teatro e arte nel 1994. Agli inizi della carriera ha lavorato come pittrice, ma ha anche esplorato la settima arte. Contemporaneamente si diploma anche all’Accademia di Stoccolma, e da questo momento si dedica quasi del tutto all’illustrazione, ottenendo molti premi e riconoscimenti. “Le ali di Berta”, la cui lavorazione è durata due anni, è al momento il suo lavoro più imponente con quasi centotrenta pagine tutte illustrate. Lavoro che le ha fatto vincere, nel 2017, il premio August e Snöbollen come miglior libro svedese per bambini dell’anno.

Sara Lundberg, Un giorno sbadato, Orecchio Acerbo Editore, Roma, 2023, 48 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

BRICS: il summit trionfale di Johannesburg inaugura un “nuovo” mondo multipolare, ma Il modello capitalista e neo-colonialista rimane il medesimo. Alcuni dati e qualche riflessione sui temi caldi

Un mondo multipolare ed eterogeneo è senz’altro più interessante di uno dominato da un’unica potenza, quella statunitense, con l’Europa al seguito. Il recente allargamento dei BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – con l’ammissione di altri sei Paesi – Iran, Argentina, Egitto, Etiopia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – pone tuttavia alcune domande su cui vale la pena di riflettere, senza pretendere di trovare subito tutte le risposte.

Molti dei punti della Dichiarazione del vertice di Johannesburg appena concluso sono condivisibili : ad esempio la riforma dell’ONU, il rafforzamento dei meccanismi di disarmo e non proliferazione, l’appoggio al dialogo e alla diplomazia per risolvere il conflitto in Ucraina e un nuovo approccio al problema del debito estero.
Al di là delle belle parole, si avverte però un’impostazione basata principalmente su criteri economici ed equilibri geopolitici, che non mette in discussione il modello capitalista e consumista responsabile dell’attuale disastro. Al momento di decidere l’ammissione di nuovi membri, il PIL pare contare più di altri fattori, fondamentali invece per un giornalismo indipendente e nonviolento come il nostro.

Vediamo allora la situazione di vari dei Paesi vecchi e nuovi appartenenti ai BRICS dal punto di vista dei diritti umani, della pace, del disarmo e dell’ambiente, ossia alcuni dei temi più cari a pressenza. (temi fondanti anche per il giornalismo di Periscopio, Ndr) 

Diritti umani

In Egitto i prigionieri politici sono oltre 60.000 e le detenzioni arbitrarie, le torture, le sparizioni forzate, le condanne a morte, la persecuzione dei giornalisti indipendenti e la repressione di ogni dissenso sono all’ordine del giorno.

In Iran le manifestazioni di protesta seguite all’assassinio della giovane Masha Amini sono state represse con brutalità, arrivando a diverse condanne a morte dopo processi-farsa. Anche qui sono diffusi arresti (spesso di giornalisti, accusati di aver documentato proteste e abusi), torture, sparizioni forzate, per non parlare della discriminazione nei confronti delle donne e della persecuzione di gay e lesbiche.

L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta dove i diritti umani vengono sistematicamente violati, la libertà di espressione attaccata e le donne discriminate per legge. Anche qui si registrano processi iniqui, detenzioni arbitrarie e condanne a morte spesso comminate per aver semplicemente partecipato a sit-in e proteste. Con i bombardamenti in Yemen l’Arabia Saudita ha inoltre causato stragi di civili e una delle più gravi crisi umanitarie del mondo.

Negli Emirati Arabi Uniti le relazioni omosessuali consensuali tra adulti sono criminalizzate e i dissidenti politici sono vittime di abusi, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti. La libertà di stampa viene ostacolata e limitata da controlli e divieti.

In India la democrazia sta degenerando verso una forma sempre più totalitaria e punta a trasformare un Paese multilingue e multireligioso in un’entità monolitica dominata da un partito fanatico hindù. Proteste e dissenso vengono repressi e le minoranze religiose ed etniche perseguitate.

A partire dal 2022 la Ong Reporter senza frontiere classifica la Cina come uno dei dieci Paesi al mondo con la minore libertà di stampa.

In Russia gli obiettori di coscienza e tutti coloro che si rifiutano di partecipare alla guerra contro l’Ucraina vengono perseguitati, arrestati e incarcerati.

Il Brasile, l’Argentina e il Sudafrica sono gli unici membri dei BRICS ad aver abolito la pena di morte.

Pace e disarmo

La Cina ha invaso il Tibet nel 1950 e lo ha annesso nel 1959, reprimendo nel sangue la rivolta della popolazione. Una situazione che continua ancora oggi.

La Russia porta avanti da oltre un anno una guerra di invasione in Ucraina che ha causato migliaia di morti e feriti e terribili devastazioni, a cui si contrappone una politica guerrafondaia altrettanto criminale da parte della Nato, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Al momento solo il Brasile e il Sudafrica sono tra i 92 firmatari e 68 Stati parte del Trattato per la proibizione delle armi nucleari.
Tra i restanti membri dei BRICS l’India, la Russia e la Cina sono potenze nucleari con arsenali in espansione.

Ambiente

Gli Stati Uniti detengono il primato di produzione di petrolio, seguiti da Russia, Arabia Saudita, Iran, Cina, Brasile ed Emirati Arabi Uniti; eppure i combustibili fossili sono tra i principali responsabili della crisi climatica sempre più incombente e il loro abbandono a favore delle energie rinnovabili è un’esigenza irrimandabile.

L’enfasi posta nel summit dei BRICS sul “sud globale” che punta ad affrancarsi dalla disumana oppressione dell’Occidente è stata contestata dagli attivisti africani, asiatici e ucraini riuniti a Innes Park, sempre a Johannesburg , secondo i quali le dichiarazioni altisonanti celano in realtà progetti di neo-colonialismo.
Un esempio eclatante è costituito dallo Stato cinese con le sue compagnie private, impegnate a costruire un enorme oleodotto dal nord dell’Uganda alle coste della Tanzania, distruggendo intere comunità in cambio di compensi irrisori, o pronte a estrarre petrolio dal Lago Alberto, minacciando così una delle maggiori risorse d’acqua.

Naturalmente molti Paesi del “blocco occidentale” si possono accusare delle stesse iniquità elencate più sopra – e infatti non manchiamo mai di denunciarle.

Restano comunque in sospeso delle domande fondamentali:
da dove verrà il cambiamento profondo di cui l’umanità – anzi, tutti gli esseri viventi – hanno bisogno per sopravvivere e continuare nella loro lunga evoluzione?
Dai governi, o dai movimenti?
O forse dai governi sotto la pressione e lo stimolo della base sociale e in particolare dei giovani attivisti, preoccupati di un futuro che si annuncia fosco, a meno di un cambio di rotta radicale?

Come realizzare una rivoluzione interna, di mentalità, valori e comportamenti, che porti al superamento definitivo della violenza nei confronti degli esseri umani e della natura e alla costruzione di una Nazione Umana Universale?

Questo articolo è uscito con altro titolo su pressenza  di domenica 27 agosto.  

Cover: la passerella dei leader dei paesi più forti dei BRICS – foto da Contropiano : giornale comunista online.

Anima e corpo
un racconto

Anima e corpo

Con Aggiustatutto non è che sia andata a finire sempre bene. Mi riferisco, per dirne una, alla volta in cui tentò di portarmi con sé in questo centro benessere e massaggi cinese di nome Anima e Corpo. «So io cosa serve a te», esclamò sicuro quella volta, «questo aiuta a superadivorzi».

Sì, il nome è proprio quello, Anima e Corpo, non scherzo. Poi lo sanno tutti che lì dentro è più una questione di corpo, che di anima non v’è traccia e non fanno mica solo massaggi le cinesine.

Dunque, in una di queste occasioni, ecco che, non so come, d’un tratto un bandito si asserraglia all’interno del locale. Lo so, è da non crederci. E infatti non ho potuto fare altro che osservare la scena con una strana, fastidiosa sensazione di dèja vu. Dico fastidiosa perché, più della paura, lo straniamento mi ha come pietrificato e, davanti ai cinesi, ho finito per fare la figura del codardo. Accidenti se è strano, lo straniamento: come non avere più muscoli. Mi sentivo appena nato. Non c’è che dire.

Comunque, il fatto è andato più o meno in questo modo: una volta entrato, il tizio impugna la pistola, prende due ragazze in ostaggio e avvia una sorta di rapina a mano armata da classico telefilm americano. Ora l’uomo, sulla quarantina, autoctono e praticamente inadatto al ruolo prescelto, dopo avere estratto la pistola e averla puntata dritta alla tempia del dipendente che terrorizzato sbraita frasi incespicate e incomprensibili, si ritrova alle prese con la mole di Giorgio costretto a interrompere il coito per vedere chi diavolo stesse urlando a quella maniera. Già, non avrei voluto essere al suo posto. Aperta la porta del vano interno, i due si ritrovano faccia a faccia per qualche secondo. Il malvivente, non troppo convinto, intima a Giorgio di sdraiarsi o qualcosa del genere e lui invece con uno scatto fulmineo gli sottrae l’arma, lo afferra alla gola, lo solleva con tre dita a mezzo metro da terra: il pollice, l’indice e il medio lo strangolano comprimendo la carotide, dopodiché lo scaraventa a terra lasciandolo tramortito, violaceo e tumefatto. Quando poi gli si getta addosso con gli occhi spiritati di rabbia, non lo nego, sarebbe stato proprio il caso di intervenire.

Ebbene, non riuscivo a muovermi, questa è la verità. Per cui col primo pugno a occhio e croce gli frattura la mandibola, al malcapitato, e i fiotti di sangue schizzano dal muso verso le pareti e la porta d’ingresso a vetri. L’uomo è già stramazzato e stordito, un rivo gli parte dalla bocca e si biforca verso l’orecchio e all’altezza della tempia. Dopo il secondo, violentissimo colpo al volto, devo essere svenuto.

Ho nella testa, però, quest’ultima immagine: a un certo punto Giorgio viene come trafitto dal pianto disperato della piccola prostituta, fuori di sé, piegata nelle ginocchia e con le mani alla nuca e gli avambracci a coprirle i sottili occhi a mandorla. Giurerei pregasse una lingua sconosciuta, l’esile cinesina, sembrava un po’ rappresentare tutte le lingue del mondo, tutte le umane disperazioni, fatte di semplici suoni che non necessitano di alcuna traduzione e aveva qualcosa in comune con la nenia del signor Amorini, con i latrati di Gisella e con qualsiasi altra anima o essere dolente su questa terra. Io ero lì, me ne stavo rintanato in un angolo, pallido e muto, forse già svenuto. Giurerei che, quella volta, sia stata lei, sì, è stato quel pianto antichissimo della cinesina a salvare la vita del disperato. Fatto sta che, dopo l’arresto del tizio, il centro benessere Anima e Corpo ha ritenuto di premiare Giorgio per il suo coraggio con un abbonamento speciale, dodici mesi a un costo decisamente irrisorio e la tessera a punti gold.

Testo tratto da: Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubetttino, 2018, p.177-178.

© Sandro Abruzzese, è vietata la riproduzione anche parziale del testo

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Per certi versi /
Adamello

Adamello

Il cielo
È ancora
Di cobalto
Le sale delle lobbie
Non sono cambiate
Sembrano
Ignorare il tempo
Ospitano
Un mondo solitario
Di luce
Tutto tranne
Tranne la grande tovaglia
Che si lacera
Le cascate
Sono il sangue
Dei ghiacciai
Che latrano
Paurosamente
Le lingue
Moreniche
Sbavano
Sulle cengie
Implorando
Freddo
Sbavano
L’ultima saliva
Dei crepacci
Collassati
Su sassi tremanti

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
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ISPEZIONE ALLA NAVE MARE JONIO:
” Hanno costruito un meccanismo per impedire che ci sia una nave del soccorso civile sotto bandiera italiana. Ma noi non ci arrendiamo!”

Un altro capitolo che si aggiunge alla guerra infinita dei governi italiani contro il soccorso civile in mare, che ha visto proprio negli ultimi giorni una recrudescenza con il fermo amministrativo di Aurora Sea-Watch, Open Arms e Sea-Eye-4, unicamente colpevoli di aver salvato vite umane in supposta violazione delle inumane regole del Decreto Piantedosi.

Dopo la conclusione dei lavori di manutenzione, adeguamento e potenziamento dei dispositivi di soccorso, da martedì 22 agosto scorso la nave MARE JONIO è sottoposta a ispezione finalizzata all’ottenimento del Certificato di Idoneità necessario per riprendere le sue missioni in mare.

Ieri sono stati ufficialmente comunicati gli esiti dei primi, accurati e severi controlli effettuati per nove ore a bordo della nave da una Commissione guidata dalla Capitaneria di Porto di Trapani, affermando che “all’attualità non sussistono le condizioni per il rinnovo/rilascio del Certificato d’idoneità.” La stragrande maggioranza della “irregolarità” contestate sono riferite alla richiesta di certificare la nave per il servizio di “salvataggio/rescue.” Si intende negare questa attribuzione perché la nave non corrisponderebbe alla caratteristiche tecniche previste dalle Circolari n. 166 del 2021 e n. 167 del 2022 (Governo Draghi). Mentre da una parte si riconosce che la nave è ben equipaggiata per le attività SAR, dall’altra si contesta il fatto che la nave non è certificata secondo il Codice internazionale SPS (Special Purpose Ship) 2008, che prevede per le unità costruite dal maggio 2008 in poi di stazza superiore alle 500 tonnellate, particolari criteri costruttivi per gli scafi, la loro compartimentazione e i calcoli di stabilità, strutturalmente inapplicabili a un rimorchiatore costruito nel 1972 come la MARE JONIO.

Gli effetti di queste due Circolari devono essere letti in rapporto con il Decreto Piantedosi (poi convertito in Legge 24 febbraio 2023 n.15 – Governo Meloni), là dove recita che “la nave che effettua in via sistematica attività di ricerca e soccorso in mare opera in conformità alle certificazioni e ai documenti rilasciati dalle competenti autorità dello Stato di bandiera.”

In sostanza, dagli ultimi due governi è stata introdotta una normativa tecnica finalizzata a rendere impossibile che vi sia una nave civile di soccorso operante sotto la bandiera italiana.

La situazione è resa paradossale dal fatto che, proprio nel maggio scorso, la MARE JONIO ha ottenuto dall’autorevole Ente tecnico riconosciuto dalle stesse Autorità di bandiera italiane, il Registro Italiano Navale RINA, la conferma della piena certificazione come “nave Rescue, particolarmente attrezzata per il recupero e l’alloggio di naufraghi.”

Paradosso ulteriore è che, sotto qualsiasi altra bandiera Europea, la classificazione del RINA sarebbe più che sufficiente per certificare la MARE JONIO come nave da salvataggio e consentirle di operare liberamente.

È questo un altro capitolo che si aggiunge alla guerra infinita dei governi italiani contro il soccorso civile in mare, che ha visto proprio negli ultimi giorni una recrudescenza con il fermo amministrativo di Aurora Sea-Watch, Open Arms e Sea-Eye-4, unicamente colpevoli di aver salvato vite umane in supposta violazione delle inumane regole del Decreto Piantedosi. Una guerra insensata che continua, senza alcuna giustificazione, mentre nel Mediterraneo centrale oltre 2.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita negli ultimi otto mesi, e la situazione in mare richiederebbe invece di unire ogni sforzo all’attività di soccorso faticosamente svolta ogni giorno dalle altre navi della Flotta Civile e dalle unità della Guardia Costiera e delle altre forze militari italiane.

Ma noi non intendiamo affatto arrenderci: siamo già al lavoro per il superamento delle “irregolarità” minori che sono state contestate, in modo da ottenere al più presto quelle certificazioni che consentano alla MARE JONIO di tornare comunque a navigare lungo le rotte del Mediterraneo centrale.

MEDITERRANEA Saving Humans
Trapani, 26 agosto 2023

Lettera al Sindaco e alla stampa locale: noi non siamo “il bar delle risse”

Alle redazioni della stampa ferrarese,

Siamo la famiglia Wen, proprietari e gestori del bar Condor di via San Romano.
Ci piacerebbe condividere con le redazioni dei quotidiani ferraresi e con i vostri lettori questa lettera aperta che ieri pomeriggio, venerdì 25 agosto, abbiamo inoltrato agli uffici del sindaco.
Il nostro bar é stato colpito nell’ultima settimana prima da due fatti di cronaca la cui origine é stata erroneamente ricondotta al nostro locale, e poi colpita da provvedimenti per la chiusura da parte di questura e Comune.

La nostra lettera, oltre a voler chiarire i fatti avvenuti (e non sempre correttamente riportati dalla stampa locale), vuole essere un tentativo e un modo per aprire un dibattito sui sempre più diffusi fenomeni di degrado e microcriminalità in centro storico, e un invito all’Amministrazione a confrontarsi con i gestori delle attività per cercare insieme delle soluzioni, piuttosto che colpirle con provvedimenti che pesano sull’economia ma senza toccare i veri responsabili dei problemi urbani.

Speriamo di poter fare arrivare la nostra voce alla città, e apriamo l’invito a farci visita nel nostro bar anche a tutta redazione.

Gentile sindaco Alan Fabbri,

Le scriviamo questa lettera per chiederle personalmente un appuntamento, o quantomeno la possibilità di aprire un canale di comunicazione con Lei e le istituzioni che rappresenta. Siamo la famiglia Wen, titolari del bar Condor, all’angolo tra via san Romano e via Carlo Mayr, attività che purtroppo nel corso dell’ultima settimana è stata vittima non solo di due episodi di disordine e criminalità (situazioni purtroppo sempre più frequenti in diverse aree del centro storico), ma anche di una non veritiera e potenzialmente diffamatoria rappresentazione sulle cronache locali, che oggi rischia di produrre pesanti ripercussioni sul nostro lavoro.

Come probabilmente saprà, la nostra attività è stata colpita da un provvedimento del questore che ne ordina la chiusura per cinque giorni, in seguito a due risse che si sono purtroppo concluse in mezzo ai nostri tavoli. Episodi che tuttavia, contrariamente a quanto riportato dalle cronache della stampa locale, non avevano avuto origine nel nostro bar, ma lungo via san Romano.

Giovedì scorso, un ragazzo inseguito da altri quattro giovani ha fatto irruzione all’interno del nostro locale, andando a nascondersi dietro al bancone per non essere picchiato. Nei minuti successivi la situazione si è fatta molto difficile: nostra figlia e il nostro barista, che lavoravano al bancone, sono stati intimoriti, insultati e minacciati, una vetrina è stata danneggiata, diversi clienti si sono comprensibilmente spaventati e si sono allontanati dal locale. Abbiamo subito contattato le forze dell’ordine perchè intervenissero per riportare la calma e per far uscire dal locale i protagonisti dell’episodio che, ribadiamo, era iniziato e si era sviluppato ben lontano dal nostro locale, che si è trovato danneggiato dalla conclusione del fatto.

Una realtà dei fatti purtroppo molto diversa da quella riportata da parte della stampa locale, che il giorno successivo ha descritto, senza verificare direttamente sul posto, una rissa scoppiata tra i clienti ai tavolini del nostro bar. Imprecisioni ed errori continuati anche nei giorni successivi, che hanno purtroppo dato l’immagine di una gestione in qualche modo condiscente verso gli atteggiamenti violenti, fino a definirci nell’edizione odierna come “il bar delle risse”.
Forse anche questi errori e questi giudizi diffamatori nelle cronache (per i quali stiamo valutando azioni legali verso le testate responsabili) hanno influenzato la decisione del Comune di Ferrara e del vicesindaco, che secondo i quotidiani starebbe valutando di colpire il nostro locale con la chiusura pomeridiana per i prossimi sei mesi.

Signor Fabbri, ci consenta di scriverle con franchezza e sincerità. Da almeno un paio di anni i fenomeni di degrado e microcriminalità in alcune aree del centro sono in aumento e la colpa non è, e non può essere fatta pesare, sui gestori delle attività economiche. Il nostro bar, così come molti altri, contatta puntualmente le forze dell’ordine di fronte a ogni caso di tensione, ma purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi ci viene detto che finchè non si verificano dei veri e propri reati, finchè non viene commessa una vera e propria irregolarità o violenza, il loro intervento è impossibile.
Questo da un lato è comprensibile, ma dall’altro lascia spazio a un’infinità di comportamenti che per i gestori di un attività sono difficilmente arginabili e che rischiano costantemente di degenerare.
Le ragazze che lavorano al bar si trovano a sopportare comportamenti sgradevoli e ammiccanti, e spesso cerchiamo senza successo di allontanare personaggi che pretendono di restare seduti per ore alla distesa del bar senza consumare. Gli stessi personaggi che a volte (è il caso della settimana scorsa) fanno scoppiare una rissa nelle vie circostanti per poi “trascinare” il problema dentro a un bar. Sono situazioni purtroppo presenti in questo tipo di lavoro, ma così come per le forze dell’ordine non è facile avere a che fare con certi personaggi e certe dinamiche, nemmeno per noi lo è. Chi gestisce un’attività deve essere allo stesso tempo gentile ma deciso, cercare di stemperare e prevenire ogni problema, e chiamare polizia e carabinieri quando è necessario. Noi abbiamo sempre fatto la nostra parte e abbiamo sempre fatto tutto il possibile per sostenere le istituzioni, ed è per questo che essere colpiti in questi giorni da un provvedimento, da parte di Questura e Comune, oggi ci ha molto amareggiati.

Signor Fabbri, purtroppo in questi ultimi anni in centro storico si sono sviluppate alcune dinamiche di degrado che non devono passare inosservate, e in particolare nell’area tra via San Romano e Carlo Mayr. I titolari e i dipendenti di attività come la nostra non possono riuscire a fronteggiare questi problemi da soli, ma hanno bisogno dell’aiuto delle istituzioni: vorremmo sentire più vicina la presenza degli agenti quando è il momento di prevenire i fatti, vederli più spesso all’interno del nostro bar e nelle vie attorno al locale, aiutandoci a prevenire i comportamenti fuori dalle righe, piuttosto che dover subire le punizioni per i reati commessi da altri. Né il provvedimento della questura né quello del Comune vanno a colpire i veri responsabili dei disordini che si sono verificati: cosa succederà se ripeteranno altrove le loro azioni? Si imporrà un’altra chiusura a un altro bar?

Ci piacerebbe poterle spiegare di persona queste situazioni, questi episodi e i nostri punti di vista, e creare una vera collaborazione con le istituzioni contro quei sempre più diffusi fenomeni di degrado nella nostra zona. Anche per questo chiudiamo questa lettera con un invito: venga a trovarci nel nostro locale, quando ne ha il tempo e la possibilità. Saremmo felici di instaurare un rapporto diretto con Lei e spiegarle di persona i tanti problemi e le tante dinamiche che hanno a che fare con il lavoro di chi gestisce un bar, ma che spesso passano inosservate alle autorità e alle istituzioni. Siamo convinti che ascoltando direttamente la testimonianza di chi ha subito certi episodi e certe situazioni, anche lei si renderà conto che è possibile una collaborazione più diretta ed efficace con le attività economiche per favorire l’ordine pubblico. Dal canto nostro, siamo disponibili a aperti ai consigli e alle indicazioni che l’amministrazione ci vorrà dare, e dopo i fatti che ci hanno colpito stiamo valutando l’implementazione di un nuovo sistema di videosorveglianza o di un servizio privato di security. Le chiediamo però di non lasciarci soli di fronte a una serie di problemi e dinamiche che non hanno a che fare con il nostro bar, ma con ampie porzioni della zona che ci circonda. Le chiediamo di coinvolgerci nel percorso di valorizzazione e riqualificazione della nostra città, per non far sì che un’attività si ritrovi a scontare le responsabilità altrui. Siamo sicuri che instaurando un rapporto più diretto e ascoltando direttamente la voce dei titolari delle attività economiche, anche il vostro lavoro e le vostre politiche potrebbero trarne vantaggio e incidere in maniera più efficace e mirata sulla qualità della vita e sull’economia dei ferraresi.
Per il momento, sperando in un nostro futuro incontro, la ringraziamo per l’attenzione, con un augurio di buona giornata e buon lavoro.
A presto

la famiglia Wen, proprietari e gestori del bar Condor di via San Romano

Germogli /
Il generale Vannacci è un infiltrato:
lavora per la lobby Lgbt

“Quando vedo una persona di pelle scura non la identifico immediatamente come appartenente all’etnia italiana”.

“Omosessuali, non siete normali. Fatevene una ragione”

“Famiglia tradizionale? Squadra che vince non si cambia”

“Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Mazzini e Garibaldi”.

Gen. Roberto Vannacci

 

Enea era un turco di pelle scura originario di Dardania e figlio di Afrodite, che lo diede alla luce sul monte Ida dopo un rapporto occasionale con un pastore.

Romolo era figlio di Marte e Rea Silvia, vestale che doveva rimanere casta. Infatti Marte la stuprò.

Giulio Cesare era detto “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”. Vedete voi.

Mazzini era di Genova, finalmente un italiano. Peccato che quando nacque Mazzini, Genova facesse parte dell’impero francese.

Garibaldi piantò la seconda moglie appena sposata sul sagrato della chiesa, perché scoprì che era incinta di un altro (chi la fa l’aspetti).

 

Se nelle sue vene scorre un po’ del sangue di tutti questi eroi, il Generale Vannacci è chiaramente un infiltrato. Gen. sta per gender, ed è al soldo della lobby Mondialista Lgbt per l’amore libero.

 

Presto di mattina /
Lo sguardo allo sperar della mattina

Presto di mattina. Lo sguardo allo sperar della mattina

La conversione dello sguardo

«Lo sguardo allo sperar della mattina! La fuga delle nuvole v’illumina»
(C. Betocchi, Tutte le poesie, 136).

A volte basta un solo verso di un poeta amato e le parole ritornano a guardarsi, e si abbracciano, rivelando le cose che si erano spente nel sonno della notte senza più figure.

Questo mattutino volgersi alla luce e abbracciar con lo sguardo il dilatarsi delle nuvole e poi il loro dileguarsi in chiarore di speranza, è immagine suggestiva, che esprime con efficacia la conversione dello sguardo, la sua luce nascente, appunto come uno “sguardo allo sperar della mattina”.

O benedetta, benedetta sia
la cristallina,
benedetta mattina:
benedetta la gente
che va che viene,
benedetta la mente che l’avvia,
ciascuno alla sua prova.
Come un campo fiorito si rinnova
(ivi, 187).

Lo sperare mattutino verso cui converge lo sguardo è tale perché è il luogo dell’immaginazione del possibile, del non ancora, apertura alle realtà o verità ancora infinitamente possibili: “se esiste il senso della realtà deve esistere anche il senso della possibilità” (R. Musil). Questo senso sa che ciò che era impossibile ieri, lo sguardo estroverso, portato oltre se stesso, lo attende come possibile, veniente così “la speranza è la passione del possibile” (E. Borgna).

La conversione dello sguardo richiede l’attesa perseverante di un altro sguardo. È un mutare la direzione dello sguardo, il suo farsi estroverso ad un orizzonte invisibile: «se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25). È nello scambio e convergenza di sguardi che acconsentono l’uno all’altro che appare un orizzonte altro, un vedere nuovo. Cambiando il punto di vista mutano gli orizzonti e le cose nascoste vengono alla luce.

La conversione dello sguardo implica così una decisione della libertà, una scelta, una rottura anche con ciò che è dato, saputo e visto per ospitare un nascere, un vedere con gli occhi d’altri, con occhi altri.

È questo infatti uno sguardo che sa farsi sequela dietro a un altro sguardo e impara a vedere ciò che vede l’altro, un passo un altro passo, uno sguardo un altro sguardo: nei suoi occhi i nostri occhi. È questo così un processo che cambia con lo sguardo, la vita; itinerario attraverso i volti umani, una via di crescita e maturazione, di cambiamento e superamento infiniti. Attraverso i volti veniamo alla luce, viviamo di nuovo.

Lo sguardo che salva

Nel deserto del Sinai il cammino del popolo di Dio era insidiato da serpenti velenosi annidati tra le pietre. Il libro dei Numeri racconta che la guarigione da quei velenosissimi morsi veniva dallo sguardo rivolto a un serpente di bronzo innalzato da Mosè e indicato da Yhwh come simbolo di salvezza. Così la spiegazione di quell’episodio riportato nel libro della Sapienza (16,6-7): «Chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da Te, salvatore di tutti».

Nel Vangelo di Giovanni Gesù stesso, nel dialogo notturno con Nicodemo, riprende questa figura mostrando un parallelo tra quel segno di salvezza innalzato e offerto agli sguardi dei morenti e «il Figlio dell’uomo innalzato», cioè lui stesso innalzato sulla croce posto sotto gli occhi di tutti.

Queste le sue parole: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14). Come a dire che lo sguardo che attraversa e abita la sofferenza d’altri, trafigge quel dolore, è ferita portatrice di salvezza.

Scrive Simone Weil: «Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che la salvezza sta nello sguardo. Il serpente di bronzo è stato innalzato affinché gli uomini che giacciono mutilati al fondo della degradazione lo guardino e siano salvati… Tutti gli uomini, qualsiasi cosa stiano facendo, dovunque si trovino, dovrebbero poter tenere lo sguardo fisso, per tutta la durata del giorno, sul Serpente di bronzo. Ma dovrebbe anche essere riconosciuto pubblicamente, ufficialmente che la religione non consiste in nessun’altra cosa, se non in uno sguardo» (Attesa di Dio, 159; 165-166).

E ancora per la Weil «lo sguardo è la sola forza efficace in questo ambito della trascendenza, poiché è lo sguardo che fa discendere Dio fino a noi. E quando Dio è disceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali» (Amore di Dio, 110).

Ripartire dallo sguardo

‘Sguardo’ è una parola chiave nel lessico di papa Francesco. Del resto nella spiritualità ignaziana la trasformazione dello sguardo è molto importante. L’uso del verbo ‘mirar’ (guardare) è uno dei più presenti negli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola e si coniuga con altri verbi come ‘osservare’, ‘discernere’, ‘contemplare’ e anche ‘prendersi cura’.

Nel discorso ai vescovi a Città del Messico, nella cattedrale dell’Assunzione il 13 febbraio del 2016 egli ricordava che la prima riforma ecclesiale sta negli atteggiamenti, e tra essi fondamentale e quello dello sguardo che si specifica come sguardo di tenerezza, capace di tessere, attento e vicino, non addormentato, sguardo d’insieme e di unità:

«Dio vi chiede di avere uno sguardo che sappia intercettare la domanda che grida nel cuore della vostra gente, l’unica che possiede nel proprio calendario una “festa del grido”. A quel grido bisogna rispondere che Dio esiste ed è vicino mediante Gesù. Che solo Dio è la realtà sulla quale si può costruire, perché Dio è la realtà fondante, non un Dio solo pensato o ipotetico, ma il Dio dal volto umano».

All’Angelus del 30 ottobre 2022, commentando l’episodio evangelico di Zaccheo, ancora papa Francesco ricordava che la conversione dello sguardo parte dal basso. Lo sguardo dei cristiani e della Chiesa deve sempre abbracciare dal basso e cercare “chi è perduto, con compassione” – come quello di Gesù verso Zaccheo – e non può essere “uno sguardo dall’alto, che giudica, disprezza ed esclude”. Sguardo che a volte rivolgiamo anche a noi stessi, quando “ci sentiamo inadeguati e ci rassegniamo”, e non cerchiamo invece “l’incontro con Gesù che guarda con infinita fiducia a ciò che possiamo diventare”.

Nell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia del 2016 la conversione dello sguardo diviene l’ordito dell’intero testo. Vi è esplicitata l’esigenza di una conversione dello sguardo sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale vista nel suo aspetto prevalentemente giuridico, sull’agire pastorale nella chiesa e nelle comunità. Per questo cambiamento di prospettiva occorre partire dallo sguardo di Gesù che «ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio» (ivi, 60).

Anche in Querida Amazzonia papa Francesco ha invitato ad uno sguardo decentrato per far emergere un nuovo sviluppo sociale, una diversa cultura, un’altra relazione con la natura, una singolare forma ecclesiale.

Il volgersi degli occhi per abbracciare con lo sguardo

Occhi del mattino, occhi di discepoli che incalzano nell’ombra il venire della luce nell’abbraccio dello sguardo. Questo abbraccio cominciò a Betlemme, segnò l’inizio della missione di Gesù e della chiamata a sé dei discepoli; culminò sul Golgota e ripartì di nuovo dalla Galilea delle genti per non fermarsi più.

Il volgersi dello sguardo di Gesù a quella domanda dei discepoli di Giovanni all’inizio del suo ministero pubblico quando vedendo che lo seguivano egli chiese: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. E la risposta fu e continua ad essere ancora quella, anche oggi: “Venite e vedrete” (Gv 1, 38-39).

Il volgersi dello sguardo di Gesù è rivelativo della sua persona. Il suo sguardo si volge là dove qualcosa germina o muore, dove è ferita da risanare, dove è soffocamento da rianimare, chiusura da aprire, caduta da rialzare. Si volge verso l’ignoto e il mistero di ogni volto per illuminare nel suo, lo sguardo del Padre nostro.

Fondamentale è lo sguardo di Gesù nei vangeli e ogni evangelista ne tratteggia un particolare aspetto. Esprime la sua attenzione di amore. Si pensi allo sguardo con cui Gesù abbraccia i discepoli e le folle all’inizio del discorso della montagna (Mt 5,1), o a quello con cui fissa il «giovane ricco» (Mc 10,21), o a quello rivolto a Maria di Magdala il mattino di Pasqua. Letteralmente è l’amore che guarda.

Gesù “si volge” verso qualcuno perché questi si volgano a loro volta, alzino il loro sguardo verso di lui e ricevano il suo: uno sguardo altro, uno sguardo diverso sulla realtà circostante, una conversione appunto. È lo sguardo della sua fede come fiducia filiale, che egli trasmette e chiede ai suoi discepoli e alla gente che incontra: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 36-37). E ancora: «Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore!» (Lam 1, 12).

La prima forma di amore

Volgere lo sguardo è la prima forma di amore: è come aprire una porta per farne uscire la luce, quella di uno spazio di ospitalità inatteso, imprevedibile per colui che sembrava bussare invano. Si dischiude un altro mondo, un altro senso possibile: “lo sperar della mattina”.

E negli sguardi che convergono si genera attenzione ed energia di vita, tanto che passa qualcosa capace di colmare il cuore e lavare gli occhi pieni di polvere. È la luce dell’intimità dell’altro che appare nel volgersi dello sguardo: «I tuoi occhi sono come una lampada: se i tuoi occhi sono semplici, tu sei totalmente nella luce» (Mt 12, 34)

Aprite dunque la porta e noi vedremo i frutteti,
Berremo l’acqua fresca ove la luna ha posto a sua traccia.
La lunga strada brucia, ostile agli stranieri,
Noi camminiamo ignari e non troviamo un luogo dove fermarci.
Vogliamo vedere dei fiori. Qui ci divora la sete.
Aspettando e soffrendo, eccoci davanti alla porta.
Se occorre, abbatteremo la porta con le nostre mani.
Spingiamo con tutte le forze, ma essa è troppo robusta.
Dobbiamo languire, aspettare, guardare invano.
Guardiamo la porta: è chiusa, incrollabile.
Vi fissiamo lo sguardo: piangiamo, tormentati.
La vediamo sempre; il peso del tempo ci opprime.
La porta è davanti a noi: a che serve volere?
Meglio rinunciare, abbandonare la speranza.
Non entreremo mai. Siamo stanchi di guardarla …
E la porta, aprendosi, lasciò passare tanto silenzio.
Ma né frutteti né fiori abbiamo visto;
Solo lo spazio immenso dove sono il nulla e la luce
Ci apparve improvvisamente da ogni parte, ci colmò il cuore
E lavò i nostri occhi quasi ciechi sotto la polvere.
(S. Weil, L’amore di Dio, 73).

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Le Voci da Dentro /
Lettera-appello: “Per salvare qualche vita non bastano due telefonate in più al mese”

Pubblichiamo e sottoscriviamo in maniera convinta questa lettera-appello firmata da Ristretti Orizzonti, dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e dall’Associazione Sbarre di Zucchero in cui si chiede un cambiamento vero nelle modalità in cui viene scontata la pena detentiva.
(Mauro Presini e la redazione di Periscopio)

Per salvare davvero qualche vita non bastano due telefonate in più al mese

 È da anni che noi portiamo avanti la battaglia perché alle persone detenute sia data la possibilità di curare gli affetti e rafforzare le relazioni.

Abbiamo tirato un sospiro di sollievo a leggere che il ministro Nordio si era reso conto dell’importanza di dare una svolta a tutta la negatività che sta travolgendnorfionordioo le carceri puntando proprio in particolare sull’aumento delle telefonate. Ma poi siamo ripiombati nella dura realtà di proposte inconsistenti, perché crediamo che tutti quelli che come noi entrano tutti i giorni in carcere tale reputino la proposta di aumentare da quattro a sei le telefonate mensili.
Ma cosa cambierebbe con due miserabili telefonate in più al mese di 10 minuti l’una in quelle vite di solitudine isolamento lontananza dalle famiglie?

Da quando è scoppiato il Covid abbiamo continuato a dire che quelle telefonate in più (concesse dopo le rivolte con cadenza quotidiana o quasi) che avevano salvato il sistema dal disastro, non potevano più essere tolte, anzi andavano potenziate.

E invece è successo quello che non doveva succedere: fermata l’epidemia si è deciso di fermare anche molte delle telefonate in più, salvo in quelle carceri dove la forza del volontariato e del Terzo settore, delle persone detenute e dei loro familiari ha trovato una risposta saggia delle direzioni e il buon uso delle loro prerogative per mantenere le telefonate.

Sappiamo benissimo che sarebbe importante la modifica della legge, però sappiamo anche che molto si può fare già da ora, e soprattutto che non bisogna mollare la presa, tanto più in un periodo in cui in carcere si manifesta sempre più alto il disagio con suicidi e atti di autolesionismo, uniti alla desertificazione delle estati negli istituti di pena.

A chi risponde che “hanno sbagliato e devono pagare” non si ricorda mai abbastanza che secondo la nostra Costituzione le pene devono tendere alla rieducazione e non si rieduca rispondendo al male con altrettanto male.

I nostri governanti sembrano ignorare che la pena detentiva consiste nella privazione della libertà e non in altre “torture” che possono spingere anche al suicidio, come la mortificazione degli affetti.

Perché qui si fa del male anche ai familiari, che non hanno nessuna responsabilità, anzi hanno bisogno di essere incoraggiati e aiutati.
E ricordiamoci che ci sono paesi in cui le famiglie indigenti vengono sostenute dalle istituzioni. Le telefonate le persone detenute in Italia se le pagano: qualcuno non venga a dirci che non si possono creare differenze tra chi può pagarne di più e chi non può, si tratta piuttosto di aiutare e sostenere chi non ha possibilità, tanto più che se queste persone avessero come prescrive la legge un lavoro, questo problema non esisterebbe.

Una copertina di “Ristretti Orizzonti”, Il giornale dalla Casa di Reclusione di Padova e. dall’Istituto di Pena Femminile della Giudecca di Venezia.
L’ultimo numero della storica rivista “Ristretti Orizzonti”,

Sono anni che Ristretti Orizzonti e la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia portano avanti importanti battaglie in particolare sul tema degli affetti (che significa anche colloqui, colloqui intimi, massimo ampliamento dei colloqui con terze persone…). In quest’ultimo anno si è aggiunta poi l’Associazione Sbarre di zucchero, nata in seguito al suicidio di una giovane donna detenuta, Donatela Xodo, una realtà che ha portato in queste battaglie passione, intelligenza e capacità di comunicazione.

Insieme chiediamo al Ministro della Giustizia un gesto di cambiamento vero.
Chiediamo di sostenere questa nostra richiesta al presidente Mattarella e a Papa Francesco.

Ristretti Orizzonti
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Associazione Sbarre di Zucchero

Cover: immagine tratta da L’Unità

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Storie in pellicola /
La signora Harris, ‘dame’ d’altri tempi

Una commedia brillante, umorismo, eleganza e romanticismo: perché Parigi è sempre Parigi

Londra 1957 e una governante che sbarca il lunario, rimasta sola dopo la scomparsa del marito in guerra, fra clienti più o meno esigenti ed altre signore eleganti che si dimenticano di pagarla. Tanta fatica, impegno e voglia di riscatto (e di bellezza).

È una storia di pregiudizi sociali, quella dell’invisibile Ada Harris (Leslie Manville), tratto dall’omonimo romanzo di Paul Gallico (Frassinelli), ma anche una divertente avventura fra magnifici vestiti (ideati dalla costumista Jenny Beaven, tre volte premio Oscar, oltre ad alcuni originali) e una sempre meravigliosa e romantica Parigi. E poi ci sono tanta complicità, empatia, semplicità e amicizia in La signora Harris va a Parigi, di Anthony Fabian.

 

Quando la simpatica signora Harris scopre nell’armadio di una delle sue ‘datrici di lavoro’ (Lady Dant, interpretata da Anna Chancellor), uno sfavillante e luccicante abito di alta moda dai colori tenui (il modello Dior Ravissante), se ne innamora e insieme a quella meraviglia s’innamora anche dell’idea di essere vista, ammirata, riconosciuta, guardata. Insomma, notata e considerata. Quell’abito diventa metafora di un riscatto tanto desiderato, di una pausa dalle preoccupazioni quotidiane, noiose, sempre uguali, spesso senza senso. Un sogno che deve diventare realtà. Costi quel che costi.

Il prezzo di quel sogno è di cinquecento sterline, non poco per quell’epoca storica. E poi bisogna aggiungervi i soldi del volo per Parigi e per restarci qualche giorno. Sterlina dopo sterlina, fra un bicchierino di sherry e qualche pasticcino, ogni incasso viene annotato attentamente su un taccuino, la pensione del marito Eddie arriva, subito dopo una vincita improvvisa; tutto servirà ad alimentare quell’incontro con la bellezza che sta per avverarsi.

Così Ada vola a Parigi, entra nel tempio della moda, la Maison Dior ad Avenue Montaigne (spazio intimo ed elegante, perfettamente ricostruito, insieme alle esclusive sfilate e alle iconiche Dior ‘Medaillon Chair’), sfidando gli sguardi snob che la scrutano dall’alto al basso e i commenti classisti della direttrice dell’atelier, Claudine Colbert (Isabelle Huppert), che di lei non ne vuole sapere.

Ma qui, testa alta e spalle dritte, fiera di poter accedere a quel posto esclusivo, anche grazie all’invito cortese del Marchese di Chassagne (Lambert Wilson), la signora Harris avrà la sua rivincita.

Trasformandosi pure, in un intreccio di eventi avvincenti, in paladina dei diritti dei lavoratori e ‘aggiustatrice’ delle vite altrui, insieme alla modella Natasha (Alba Baptista) che legge Sartre e al timido ma intelligente contabile André (Lucas Bravo), che salverà la Maison dal fallimento.

 

Un’atmosfera incantevole, alcune vedute parigine ricordano scene di “Midnight in Paris”, di Woody Allen, tanti buoni sentimenti. E poi i vestiti, che vestiti …Basti pensare che cinque capi d’archivio Dior compaiono in La signora Harris va a Parigi, mentre dodici sono stati ricreati dallo staff della produzione appositamente per le riprese. I restanti provengono anch’essi dall’archivio Dior ma sono repliche realizzate negli anni ’90 dalla Maison proprio per dare nuova vita a dei modelli storici considerati ormai immortali.

Oltre all’iniziale abito da cocktail Ravissante, che fa innamorare la signora Harris di Dior e dell’alta moda francese, compaiono il famoso Bar Suit, completo iconico presentato nella prima collezione del 1947, l’abito in organza bianca con finiture in velluto nero Vaudeville (1957), il modello Caracas (1957), realizzato in seta color acquamarina, il Cachottier (1951), composto da una giacca in shantung color avorio e di abito di lana alpaca nei toni del grigio e il modello Porto Rico (1955), in seta nera con decorazione di pois bianchi. Venus è, invece, uno degli abiti più significativi del film in quanto lo vediamo in diversi stati della sua lavorazione, dalla sfilata alla consegna alla sua cliente, fino alla sua triste fine. Frutto dell’immaginazione della costumista, l’abito segue la metamorfosi della signora Harris che dal tulle rinasce e riscopre la sua femminilità, proprio come una moderna Venere. Un abito di seta verde smeraldo, lo stesso colore della speranza. Temptation – ovvero l’abito rosso che conquisterà il cuore di Ada – rappresenta, infine, una delle (ri)creazioni più pregiate elaborate da Beavan. Punta della collezione presentata nel film, è ispirato allo storico modello Diablotine, del 1957. Pura meraviglia, di che rifarsi gli occhi.

Non si può, allora, non tifare per la generosa Ada, per il suo vestito fatto su misura per lei, che stravolge le regole del gioco, per i suoi piccoli ma grandi sogni, per la sua vittoria.

Il grande merito di questo film, che cambia davvero l’umore e trasporta in un’altra dimensione per due ore, è quello di far riflettere sulle persone invisibili ma capaci e preziose, spesso insostituibili, che, standoci accanto, popolano, in silenzio, le nostre vite. Far capire che non siamo il nostro lavoro, quello che lui dice di noi, che sognare non fa male a nessuno. Alla riscoperta di un’umanità che si sta perdendo e smarrendo.

Video intervista al regista Anthony Fabian, a cura di Manuela Santacatterina

La signora Harris va a Parigi, di Anthony Fabian, con Lesley Manville, Isabelle Huppert, Lambert Wilson, Alba Baptista, Lucas Bravo, Gran Bretagna, Ungheria, 2022, 115 minuti.

Foto dal web