Skip to main content

Inaugurato il 28 aprile del 1877, Stamford Bridge è uno degli impianti sportivi più antichi del Regno Unito, nonché il primo e finora unico stadio nella storia del Chelsea Football Club. Tuttavia, il proprietario fondiario di Stamford Bridge non è lo stesso Chelsea, bensì un’organizzazione non profit creata nel 1993 e composta perlopiù da tifosi dei Blues: una sorta di azionariato popolare che, oltre alla suddetta proprietà, detiene anche i diritti di denominazione del club londinese. L’organizzazione in questione, cioè la Chelsea Pitch Owners, fu istituita dall’ex presidente del club Ken Bates al termine di una vicenda legale che mise a rischio il futuro di Stamford Bridge, sul cui terreno, se non fosse stato per lo stesso Bates, sarebbe sorto probabilmente un elegante complesso residenziale.

Cominciamo dall’inizio di questa vicenda, cioè dal fatto che il già citato Ken Bates, proprietario e presidente del Chelsea dal 1982 al 2003, non riuscì ad acquistare la proprietà fondiaria di Stamford Bridge dal suo predecessore Brian Mears, il quale si ostinò a non venderla. Senonché, nel 1984 lo stesso Brian Mears trasferì quella proprietà alla società di sviluppo immobiliare Marler Estates in cambio di un milione delle sue azioni: una cessione che, dati gli interessi della stessa società, non prometteva nulla di buono per il Chelsea e per il suo stadio. Pochi mesi più tardi, infatti, il presidente della Marler Estates ottenne il via libera dal consiglio distrettuale di Hammersmith e Fulham alla riduzione di Stamford Bridge, il quale, stando a tale progetto, sarebbe dovuto diventare “uno stadio molto più piccolo e compatto”. Insomma, la situazione apparve piuttosto critica, e nel 1986 il club londinese lanciò la campagna “Save the Bridge allo scopo di sensibilizzare i tifosi e raccogliere 15 milioni di sterline, cioè il prezzo al quale sarebbe stato possibile riacquistare la proprietà fondiaria del suo stadio.

Nel frattempo, il Chelsea continuava a usufruire di Stamford Bridge in leasing, cioè quello concesso a Bates nell’atto di cessione del 1982. Tuttavia, quell’accordo sarebbe scaduto nel 1989 e, in virtù della vendita effettuata da Brian Mears, il Chelsea avrebbe dovuto rinegoziarlo non più con il suo ex presidente, ma bensì con la Marler Estates. Data la difficoltà di questa trattativa, la strategia di Bates fu piuttosto chiara: esasperare l’avversario attraverso una serie di piccole dispute legali e, di conseguenza, guadagnare sempre più tempo. Sta di fatto che nel 1989 la Marler Estates cedette la proprietà fondiaria di Stamford Bridge a un’altra società di sviluppo immobiliare, la quale presentò immediatamente un avviso di sfratto al Chelsea: si trattava della Cabra Estates, i cui legali dovettero anch’essi scontrarsi con la tenacia di Ken Bates. Stando a quanto dichiarato dall’avvocato che affiancò lo stesso Bates, quest’ultimo si aggrappò a una clausola secondo la quale il Chelsea avrebbe avuto il permesso di riqualificare Stamford Bridge – e quindi di prolungare la sua permanenza in tale stadio – nel caso in cui avesse portato a termine i lavori di ristrutturazione avviati nella prima metà degli anni ’70. Così, in un modo o nell’altro, il club londinese cercò più volte di dimostrare che avrebbe concluso quei lavori.

Il punto di svolta dell’intera vicenda arrivò nel 1992: il Regno Unito entrò in recessione, il mercato immobiliare subì una forte crisi e, nel giro di pochi mesi, la Cabra Estates fu costretta ad avviare la procedura di liquidazione del suo patrimonio. La Royal Bank of Scotland assunse il controllo della proprietà fondiaria di Stamford Bridge, e il 15 dicembre di quello stesso anno raggiunse un accordo con il Chelsea: oltre al rinnovo ventennale del leasing, il club inglese riuscì a ottenere un’opzione di acquisto fissata a 5 milioni di sterline. Di lì a breve, Bates trasferì tale opzione alla neonata Chelsea Pitch Owners al fine di evitare ulteriori “convivenze” con proprietari o investitori esterni, e nel dicembre del 1997 la stessa organizzazione non profit acquistò la proprietà di Stamford Bridge grazie a un prestito erogato proprio dal Chelsea, il quale ottenne in cambio l’utilizzo dello stadio in leasing per i successivi 199 anni.

Il risultato di tutto ciò è che adesso i tifosi dei Blues possono decidere le sorti di quello che, da più di vent’anni, è a tutti gli effetti il loro stadio. Al momento, sono state vendute circa 22.000 partecipazioni azionarie della Chelsea Pitch Owners, e per acquistarne una basta compilare un semplice modulo in PDF che è scaricabile dal sito ufficiale del club [Qui].

tag:

Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it