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IL MOSTRUOSO CORTOCIRCUITO ISRAELIANO
“Gli orrori degli uomini producono altri orrori”

Quello israeliano è un dramma frutto di un mostruoso cortocircuito: genti in fuga dai campi di concentramento nazisti, motivate da principi socialisti e spinte da una propaganda che prometteva pace, lavoro e giustizia in “una terra senza popolo per un popolo senza terra”… si macchiano degli stessi crimini da loro subiti durante l’Olocausto; genti appartenenti a un popolo umiliato, perseguitato e oppresso… ora perseguitano e opprimono un altro popolo, colpevole solo di esserlo.

Foto Franco Ferioli

Quello palestinese è un dramma frutto di una spaventosa forma di violenza che rimorde la coscienza dell’umanità: un simbolo della negazione dei diritti universali alla permanenza, all’esistenza e alla sopravvivenza di un popolo sulla propria terra; la quintessenza della negazione del diritto dell’umanità di esistere in quanto tale;
il plateale esempio di un genocidio – anche se pervicacemente negato – contro un popolo “fantasma”.

A proposito, in una celebre intervista del 1969 dove l’allora  Primo Ministro Israeliano Golda Meir si esprime in questi termini: “I palestinesi, molto semplicemente, non esistono”,  e non avrebbero mai dovuto esistere.
Come scrisse il saggista statunitense di origine palestinese, docente alla Columbia University,  Edward Said: “la Questione Palestinese costituisce da oltre settanta anni un tragico errore della storia, sorto nell’ambito del “Conflitto Israelo-Palestinese”. Un errore  proseguito nel contesto mediorientale delle “Guerre Arabo-Israeliane” e aggravatosi sino alle estreme conseguenze attuali della cosiddetta “guerra contro il terrorismo di Hamas” nella Striscia di Gaza.

Ciò che sta per onda in questi giorni, “La Soluzione Finale di Israele per i Palestinesi”, affonda le proprie radici nella storia di ieri, ed è una storia che non è mai cambiata.

La “Guerra del 1948”, chiamata in Israele “Guerra di Indipendenza”, ha comportato la nascita dello Stato di Israele e ha significato lo sgretolamento territoriale, economico e sociale del popolo palestinese, che ricorda il 1948 come l’anno di inizio della propria “Nakba”, la Catastrofe.

La Dichiarazione di Indipendenza Israeliana ha comportato la distruzione della Palestina.

Quando gli Ebrei sono diventati cittadini, i Palestinesi sono diventati profughi.

524 città e interi villaggi rasi al suolo; su una popolazione complessiva di 1.300.000 individui, 780.000 palestinesi vennero costretti ad un esodo di massa forzato da una ondata di violenza e di terrore scatenata contro civili inermi.

Mappa dei villaggi palestinesi distrutti da Israele nel 1948.

Chi ha comandato, diretto e attuato stragi  – come quella più tristemente nota del villaggio palestinese di Deir Yassin, dove sono stati massacrati a sangue freddo centinaia di donne e bambini innocenti – è poi stato eletto Primo Ministro di Israele e Premio Nobel per la Pace, e nel suo libro intitolato “The Revolt -Story of the Irgun”, Monachem Begin descrive le azioni terroristiche condotte sotto il suo comando con una minuziosa profusione di particolari agghiaccianti, ammettendo di essere il responsabile di questo eccidio, avvenuto il 9 aprile del 1948 e sostenendo che “Se non avessimo vinto a Deir Yassin lo Stato di Israele non esisterebbe”.

Subito dopo, per rappresaglia, i palestinesi uccisero settantasette medici ebrei sulla strada per Gerusalemme. Haganah, trasformato da gruppo paramilitare in nucleo originario dell’esercito nazionale, rispose minacciando altri massacri se gli arabi non se ne fossero andati.

L’ex capo di stato maggiore Moshe Dayan , rivolgendosi al Technion di Haifa (Israel Institute of Technology, citato in Ha’Aretz, 4 aprile 1969), ammise:
«Arrivammo in questo paese che era già popolato dagli arabi e vi stiamo consolidando uno stato ebraico, uno stato per gli ebrei. In alcune zone comprammo la terra agli arabi. Villaggi ebraici furono costruiti al posto di quelli arabi. Oggi voi ignorate persino il nome di quegli antichi insediamenti e non è colpa vostra, poiché non esistono più libri di geografia che ne parlino. E anzi, non solo non esistono più quei libri, ma neppure quei villaggi. Nahlal sorse al posto di Mahlul; Kibbutz Gvat al posto di Jibta; Kibbutz Sarid al posto di Huneifis; e Kefar Yehushua al posto di Tel al-Shuman. Non c’è un solo posto in questo paese che non fosse stato prima abitato da popolazioni arabe».

Un docente Israeliano, il professor Israel Sahahak, ha calcolato che circa quattrocento centri abitati arabi ”Furono completamente distrutti ed in maniera così accurata che delle case, giardini, cimiteri e perfino delle tombe, non resta neanche una pietra ed ai visitatori che passano viene detto che lì “prima c’era il deserto”. (Israel Shahak, The Zionist Plan for the Middle East (“A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties or the Yinon Plan), Association of Arab-American University Graduates,1982.

Nel breve volgere di una generazione, gli ebrei israeliani erano riusciti a trasformarsi da perseguitati in aguzzini, da Davide in Golia.

Israele è nato da un trauma e le genti ebraiche traumatizzate, in fuga, giunte clandestinamente a grandi ondate emigratorie in Terra d’Israele, che contribuirono al suo rapido sviluppo, hanno a lungo mantenuto la convinzione di avere costruito Israele dal nulla, senza porsi la domanda se e chi fossero coloro che prima ci vivevano.

Chi ha fatto affidamento sulla narrazione israeliana imposta dall’ideologia sionista è stato ingannato non solo riguardo ai crimini di guerra commessi dall’Esercito Israeliano, ma anche sulla natura, sull’origine e sui metodi di applicazione del concetto stesso di terrorismo.

Nei villaggi occupati, gli abitanti venivano radunati nella piazza e lasciati a soffrire sotto il sole per ore, poi i ragazzi più sani e belli venivano uccisi a sangue freddo davanti a tutti, per convincere gli altri ad andarsene e per fare in modo che la notizia del massacro terrorizzasse e svuotasse i restanti villaggi palestinesi.

La mentalità terrorista attraverso la quale Israele è stato concepito, costruito e sostenuto, è stata un fallimento fin dall’inizio, eppure Israele ancora si rifiuta di accettare ciò che risulta ovvio: fintanto che la sua esistenza sarà imposta con l’uso delle armi, non vi sarà pace e si continueranno a subire le conseguenze indotte dalla violenza.

Nel 1937 David Ben Gurion, leader del movimento sionista in Palestina e futuro primo Primo Ministro Israeliano scrisse: “Gli arabi se ne devono andare. Ma c’è bisogno del momento opportuno affinchè ciò accada. Qualcosa come una guerra”.

Dieci anni dopo, la leadership sionista elaborò il Piano Dalet, o Piano D, per rendere sicuri i confini di Israele attraverso la distruzione di città, quartieri urbani e villaggi palestinesi. Appena il piano venne messo in atto, la stragrande maggioranza dei palestinesi fu costretta a fuggire dalle proprie case, dopo aver subito ondate di violenza terroristica analoghe a quella provocata dal massacro esemplare di Deir Yassin.

Per rappresaglia, i palestinesi, attaccarono un convoglio ebreo di medici e infermieri che faceva la spola tra Gerusalemme e il monte Scopus e vennero uccise 77 persone.

L’Haganah, fu trasformata da forza clandestina paramilitare in nucleo originario dell’esercito regolare nazionale, e rispose minacciando altri massacri se gli arabi palestinesi non se ne fossero andati.

Yitzhak Shamir, prima di divenire anch’egli un grande statista, era al comando di un gruppo definito terrorista dagli stessi israeliani, la Stern Gang, un’organizzazione paramilitare che commise orrori su popolazioni civili.

Tra il 30 marzo 1947 e il 15 maggio 1948, 200 villaggi palestinesi furono occupati e i loro abitanti espulsi. Nei villaggi di Ein al Zeitun, Tantura, Hula, Saliah e Bassa, furono perpetrati atroci massacri. Dalle città di Lidda e Ramla vennero espulsi 50.000 abitanti in un solo giorno, 426 uomini, donne e bambini furono uccisi. Il generale al comando dell’occupazione e delle espulsioni da Lidda e Ramla, Yitzhak Rabin, diventerà  primo ministro di Israele per due mandati.

Nel 1948 il Chicago Sunday Times scriveva a proposito delle tattiche israeliane: “Praticamente qualsiasi cosa sulla loro strada è morta. Corpi crivellati giacevano ai lati delle strade”. Scrisse il New York Herald Tribune: “I corpi di uomini, donne e anche bambini erano sparsi in giro nella scia di una spietata e brutale offensiva”. Il London Economist riportò:” I profughi arabi furono sistematicamente ripuliti di tutti i loro averi…e poi spediti sul loro cammino verso la frontiera”.

Dal dicembre 1947 al gennaio 1949 il numero dei rifugiati palestinesi salì a circa un milione e la dispersione divenne vera e propria diaspora in Libano, Giordania, Egitto, Siria, Iraq. Da allora anche la storia moderna della Palestina e del suo popolo è stata totalmente cancellata.

Il raggiungimento dell’obiettivo del movimento sionista, quello di convertire la Palestina in uno stato ebraico, rendendo impossibile che venissero ascoltate o legittimate le proteste dei suoi abitanti originari, ha fornito fondamento e giustificazione per un’ulteriore criminale impresa colonialista, costringendoci ad ascoltare una narrazione della storia che, molto semplicemente, non è vera.
L’insensata propaganda della versione sionista della storia, tesa a convincere che non ci sarebbe stato nessun genocidio dei palestinesi, è già crollata sotto il peso degli studi condotti dal movimento della Nuova Storiografia Israeliana, un gruppo di storici, ricercatori e docenti israeliani che ha sfidato le versioni tradizionali sul reale ruolo assunto dal proprio Paese nell’esodo palestinese del 1948, e oggi, quella propagandistica visione sionista, rischia di disintegrarsi sotto il peso della guerra di Gaza contro i terroristi di Hamas.

Ciò che sta accadendo in queste settimane e in questi giorni, non rappresenta sicuramente la nascita del “Nuovo Medio Oriente” profetizzato a New York da Benjamin Netanyahu nel suo discorso di metà settembre alla 78esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite e questo non è certamente il modo con cui “Israele può diventare un ponte di pace e prosperità tra Africa, Asia ed Europa”.
Dalla metà di ottobre, l’UNRWA, l’Agenzia dell’Onu per l’Assistenza ai Profughi Palestinesi, ha iniziato a denunciare che a Gaza in media ogni dieci minuti i bombardamenti israeliani uccidono un bambino palestinese e due restano feriti.

I capi di 18  agenzie delle Nazioni Unite hanno lanciato disperati allarmi sull’imminenza di una catastrofe umanitaria senza precedenti, chiedendo a Israele un cessate il fuoco umanitario immediato:“Un’intera popolazione è assediata e sotto attacco, negata l’accesso ai beni essenziali per la sopravvivenza, bombardata nelle proprie case, rifugi, ospedali e luoghi di culto. Ciò è inaccettabile”, hanno affermato, invitando entrambe le parti a “rispettare tutti gli obblighi derivanti da diritto internazionale umanitario”.

Tra i firmatari figurano i capi dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), Save the Children, UN Women e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Craig Mokhiber, un avvocato che ha indagato sui diritti umani in Palestina fin dagli anni ’80, nel presentare le proprie dimissioni di fronte all’amara sconfitta del proprio compito e al fallimento della missione delle Nazioni Unite in Palestina, le ha così motivate: “Questo è un caso di genocidio da manuale. Il progetto coloniale europeo, etno-nazionalista, in Palestina è entrato nella sua fase finale, verso la distruzione accelerata degli ultimi resti della vita indigena palestinese in Palestina”. [Leggi su Periscopio il testo integrale della lettera di dimissioni di Crsig Mokhiber]

L’unico valore di chi vive sotto occupazione militare è il grado di resistenza all’occupante.
Nella città di Gaza e nel resto della Striscia, l’ultima morte rimasta da celebrare è la morte dell’ideologia sionista.

Israele è l’unico responsabile dei suoi crimini e le denunce delle violazioni dei diritti umani non sono antisemite  Anzi, occorrerebbe chiedersi: in qual misura e in qual modo Israele rappresenta oggi il popolo ebraico? E in quale forma il popolo ebraico dovrebbe vedersi rappresentato dall’Israele di oggi?

Le  risposte sono giunte dalle strade e dalle piazze delle città di tutto il mondo dove una marea di persone si sono schierate contro il genocidio, anche a rischio di fermi, denunce, arresti e percosse.
I difensori dei diritti umani di ogni genere, le organizzazioni cristiane e musulmane e le voci ebraiche progressiste che dicono “not in my name”, si sono espresse in coro.

Nella società israeliana e nel resto del mondo chiunque ponga l’attenzione sulle durissime condizioni di vita imposte da Israele ai suoi propri cittadini e cittadine, soldati e soldatesse, e chiunque analizzi la catastrofe che il sionismo ha provocato ai palestinesi, viene ostracizzato, ridotto al silenzio, definito antisemita o, se ebreo, un ebreo che odia sè stesso e gli altri ebrei.

E’ per questo che amare Israele consiste oggi nel denunciarlo.

Ed è per questo -da quando il 13 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha sottoposto i palestinesi di Gaza al più intenso e indiscriminato bombardamento israeliano di sempre, distruggendo case, ospedali, asili, scuole, università, moschee, mercati, centrali elettriche, pozzi, panetterie, edifici pubblici e infrastrutture civili e provocando oltre 18mila morti, 7mila dispersi, 35mila feriti,1,7 milioni di sfollati– che amare la Palestina consiste nel lanciare allarmi su una catastrofe umanitaria senza precedenti, e nel denunciare il pieno sostegno, finanziamento e armamento degli Stati Uniti e dei governi dei principali paesi europei, Repubblica Italiana inclusa, poiché risulta ormai chiaro, evidente e dichiarato che il Governo dello Stato Israeliano, applicando fino in fondo la sua ideologia di matrice sionista, non si fermerà finché l’ultimo individuo palestinese che vive in Palestina non sarà o epurato, o espulso, o ucciso.

I governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e di gran parte dell’Europa sono totalmente complici di questo orribile assalto. Non solo questi governi si rifiutano di adempiere ai loro obblighi derivanti dai trattati per garantire il rispetto della Convenzione di Ginevra, ma in realtà stanno attivamente armando l’assalto, fornendo sostegno economico e di intelligence e dando copertura politica e diplomatica alle atrocità di Israele.

Di pari passo, i media mainstream occidentali violano apertamente l’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, disumanizzando i palestinesi e trasmettendo propaganda di guerra e incitamento all’odio nazionale, razziale, religioso, alla discriminazione, all’ostilità e alla violenza.

Facendo eco al sit-in della settimana precedente al Capitol Hill di Washington, durante l’ora di punta serale di venerdì 24 novembre, la Grand Central Station di New York è stata completamente occupata da migliaia di difensori dei diritti umani ebrei di Jewish Voice for Peace e IfNotNowche si sono schierati in solidarietà con il popolo palestinese e hanno chiesto la fine della tirannia israeliana cantando slogan e sventolando striscioni che chiedevano il cessate il fuoco mentre Israele intensificava il bombardamento della Striscia di Gaza.

Così facendo, rischiando e accettando pacificamente gli oltre 200 arresti operati dagli agenti del Dipartimento di Polizia di New York con le mani legate dietro la schiena, hanno azzerato il massimo punto di forza raggiunto dalla propaganda israeliana, secondo la quale Israele esprime la tradizione, la religione e la cultura del popolo ebraico.
Non è così. Non è più così. E aumenta la certezza che così non sia mai stato.

Naji al Ali. “Chi ha vinto”. .

Cover: Bambini palestinesi orfani i cui genitori furono uccisi nel massacro del villaggio di Deir Yassin, 9 aprile 1948 (IDF archive).

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Franco Ferioli

Ai lettori di Ferraraitalia va subito detto che mi chiamo, mi chiamano e rispondo in vari modi selezionabili o interscambiabili a piacimento o per necessità: Franco Ferioli Mirandola. In virtù ad una vecchia pratica anagrafica in uso negli anni Sessanta, ho altri due nomi in più e in forza ad una usanza della mia terra ho in più anche un nomignolo e un soprannome. Ma tranquilli: anche in questi casi sono sempre io con qualche io in più: Enk Frenki Franco Paolo Duilio Ferioli Mirandola. Ecco fatto, mi sono presentato. Ciao a tutti, questo sono io, quindi quanti io ci sono in me? tanti quanti i mondi dell’autore che trova spazio in questo spazio? Se nelle ultime tre righe dovessi descrivere come mi sento a essere quello che sono quando vivo, viaggio, scrivo o leggo…direi così, sempre senza smettere di esagerare: “Io sono questo eterno assente da sé stesso che procede sempre accanto al suo proprio cammino…e che reclama il diritto all’orgogliosa esaltazione di sé stesso”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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