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Don Gian Carlo Pirini: prete umile e ‘simpatico’,
Omelia di  Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, in questo tempo di attesa per l’incontro con il Dio che viene celebriamo le esequie di don Giancarlo, che ha già incontrato il Signore, si è “addormentato nell’amore”. Siamo vicini ai familiari e amici di don Giancarlo, condividendo il dolore per la perdita di un familiare e amico. La vita presbiterale di don Giancarlo è stata ricca di esperienze pastorali. Ordinato presbitero dal Mons. Natale Mosconi nel 1961, negli oltre sessant’anni della sua vita sacerdotale ha attraversato l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, sempre con una disponibilità al servizio e al cambiamento esemplare. Dopo tre anni di vicario a Bondeno (1961-1964), l’Arcivescovo Mosconi lo nominò prima parroco di Gallumara (1964-1966), poi parroco di Ruina (1966-1974). Nel 1974 Mons. Mosconi lo chiama in città a Ferrara, per iniziare un’esperienza non facile: costruire una nuova comunità e parrocchia nel quartiere Krasnodar, la parrocchia di S. Agostino. Dopo quattordici anni, l’Arcivescovo Maverna gli chiede di diventare parroco della parrocchia di S. Cassiano di Comacchio.  Il territorio dell’antica Diocesi di Comacchio da due anni faceva parte della nuova Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio e le comunità vivevano ancora profondamente questo trauma che don Giancarlo ha saputo capire e accompagnare, nell’obbedienza al Papa e ai Vescovi. A Comacchio il suo ministero sarà intenso, unendo la responsabilità di Presidente del Capitolo, di parroco del Rosario e di rettore della chiesa del Carmine, del Suffragio e di S. Pietro, oltre che amministratore della parrocchia di Volania. Nel 2010, dopo ventidue anni, concluse il suo ministero di parroco, rimanendo a Comacchio prima come Penitenziere e collaboratore della parrocchia di S. Cassiano e poi dell’unità pastorale di Comacchio. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, in questo tempo di Avvento, che giorno dopo giorno ci prepara al Natale, all’incontro con il Signore, ma anche ci prepara – attraverso le parole del profeta Isaia – al banchetto finale con il Signore. Don Gian Carlo è morto in questo tempo di attesa, che chiede di guardare avanti, di prepararsi all’incontro con il Signore. E don Gian Carlo, con la sua vita di umiltà, di dedizione agli altri, di sacrificio si è preparato al banchetto finale. L’umiltà di don Gian Carlo, in questo tempo di Avvento e di preparazione al Natale, ci ricorda che solo gli umili, i poveri in spirito sono amati dal Signore e vanno incontro a Lui. Sono i pastori del Presepe, che insieme ai Magi, anche se stanchi a Natale ci ricordano che sono i poveri e non i ricchi e i prepotenti – come Erode – a incontrare il Signore. La pagina del Siracide, poi, c’invita a prepararci al Natale vivendo il comandamento dell’amore, l’amore a Dio e al prossimo. L’amore di Dio viene a noi nel Natale, a cui ci prepariamo. L’Incarnazione è il mistero dell’amore di Dio che viene a noi nel Figlio e che ci rende capaci di amare a nostra volta. “Il passaggio che Egli (Gesù)fa fare dalla Legge e dai Profeti al duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo – ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est – , la derivazione di tutta l’esistenza di fede dalla centralità di questo precetto, non è semplice morale che poi possa sussistere autonomamente accanto alla fede in Cristo e alla sua riattualizzazione nel Sacramento: fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel « culto » stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’ Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata” (D.C.E.14). Don Giancarlo ha fatto dell’Eucaristia che ogni giorno ha celebrato per sessantadue anni la fonte del suo amore a Dio, ricco di misericordia, e al prossimo. Dall’Eucaristia ricavava il suo desiderio di incontrare le persone, soprattutto le più povere, i malati, le famiglie in difficoltà con quella ‘simpatia per l’uomo’ che San Paolo VI considerava una delle consegne più importanti del Concilio Vaticano II. Per i più poveri don Giancarlo ha speso molto del suo tempo, in prima persona, francescanamente chiedendo un aiuto a tutti i fedeli, agli amici, con quella sua intelligenza arguta unita a una semplicità di cuore che colpiva le persone che incontrava. La pagina evangelica di Matteo ci parla dei profeti e di Giovanni Battista, come coloro che annunciano il Regno di Dio e preparano la sua venuta, in parole e gesti. Don Giancarlo è stato un grande predicatore e catechista, appassionato del Vangelo e della storia di Gesù appassionava coloro che lo ascoltavano, unendo alle parole una coerenza della vita di fede. Il suo linguaggio era ricco, diversificato, a seconda degli ascoltatori: semplice e amorevole per i bambini e più elaborato per le persone adulte, mai banale, ricco di esempi. Anche alla poesia don Giancarlo ha affidato la sua fede, i suoi affetti, i suoi ricordi, le sue passioni. Il suo primo libro di poesie che aveva pubblicato e che mi aveva donato è la testimonianza anche di un linguaggio originale, che nasce dal cuore e raggiunge il cuore di chi legge. La catechesi, i poveri sono stati i due grandi amori di don Giancarlo – come disse in una predica per i suoi sessant’anni di Messa – insieme a un altro amore, la montagna. Amava con gli amici salire sui monti, alle bocche del Brenta o sulle cime delle Dolomiti, da dove il suo sguardo d’amore poteva raggiungere tutti ed essere più vicino al Signore. Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, il nostro confratello don Giancarlo ha finito di correre, di preoccuparsi e vive nella gioia dei servi buoni e fedeli. Caro don Giancarlo ricordo il giorno del mio ingresso a Comacchio e le tue parole di saluto a nome dei sacerdoti e dei parrocchiani. Nel saluto avevi detto, con la solita simpatia, che avresti pronunciato più volentieri il nome del Vescovo nel canone, perché si chiamava come te, Gian Carlo. Continua, caro don Giancarlo, a ricordarmi e continua a ricordare la nostra Chiesa, nella comunione dei santi, che ci rende sempre vicini, tutti fratelli. Così sia.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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