Skip to main content

Universitari fuori sede.
“Settembre andiamo, è tempo di migrare”… con la tenda appresso

Universitari fuori sede: ci risiamo con i prezzi alle stelle per una stanza

Siamo a pochi giorni dall’avvio del nuovo anno accademico e da qualche settimana è già ricominciata la corsa alle stanze da parte degli studenti fuori sede, che si aggiunge a quella dei lavoratori. Lavoratori e universitari che anche quest’anno dovranno fare i conti con rincari dei prezzi, che continuano ad essere proibitivi, nonostante un’offerta del mercato più cospicua, visto l’aumentare diffuso degli alloggi di questa tipologia.

L’ultimo rapporto di Immobiliare.it Insights, società del gruppo di Immobiliare.it, registra infatti un aumento dell’offerta molto importante soprattutto nei centri satellite, come Brescia (+75%), Latina (+68%), Bergamo (+49%), che ora si propongono come alternativa ai poli di maggiore dimensione, grazie anche alla presenza di collegamenti rapidi con la grande città e un’offerta didattica spesso similare. Una crescita degli alloggi disponibili che dovrebbe portare ad un maggiore equilibrio tra domanda e offerta e che potrebbe dare un freno alla risalita dei canoni di locazione. Anche se per il momento questo calo non si registra e i costi medi per una stanza crescono: i prezzi medi vanno da 626 € al mese per una stanza a Milano (+1% rispetto al 2022), a 482 a Bologna (+8%), città che supera Roma dove il prezzo medio è di 463 €. A Bologna, a causa dei costi elevati, gli studenti cercano fuori città e così la domanda è calata del 14%. A Padova si registra un calo del prezzo (-12%), mentre a Venezia il prezzo è aumentato del 10%  a causa degli affitti turistici. A Bari  vi è l’incremento maggiore dei costi, con un +22%, seguita da Brescia e Palermo con il +18%, e da Parma e Pescara, con un +16%. A Firenze e Trento i prezzi sono invece calati del 4% e del 2% rispettivamente. Qui per maggiori info

E mentre il mercato privato continua a farla da padrone e risulta sempre più proibitivo, l’offerta pubblica di posti per studenti fuori sede continua ad essere drammaticamente insufficiente, coprendo appena il 5% del fabbisogno.
L’obiettivo del PNRR, come si sa, è quello di arrivare al 20% con la creazione di 60mila posti letto entro il 2026. Ma la prima fase della misura è miseramente fallita. Sulla gestione del PNRR i conti non sembrano tornare, almeno secondo l’Unione degli Studenti Universitari e la CGIL, che hanno scritto alla Commissione Europea di effettuare verifiche puntuali in merito al numero degli alloggi universitari legati ai fondi del PNRR: “Il Pnrr Italiano – affermano Cgil Udu nella lettera inviata a luglio alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – prevede un’opportunità incredibile, grazie a uno stanziamento di 960 milioni per realizzare 60mila posti letto per studenti universitari entro il 2026. L’Italia ha dichiarato di aver raggiunto il primo obiettivo di 7.500 posti letto che dovevano essere realizzati entro il 2022, ma dai numeri presentati risultano rendicontati anche alloggi già esistenti e operativi, i quali sono stati censiti e la destinazione d’uso è stata vincolata. L’obiettivo di realizzare 7.500 posti letto ci risulta pertanto raggiunto soltanto per il 58%”.

Gran parte dei posti letto realizzati – proseguono Cgil e Udu – non favoriscono l’accesso all’Università, dal momento che arrivano a costare 900 € al mese. Il Ministero ci rassicura, affermando che il 20% dei posti letto dei privati sono destinati al diritto allo studio. Tali rassicurazioni non sono però accompagnate da prove oggettivamente verificabili, nonostante abbiamo chiesto ripetutamente trasparenza e precisi vincoli sui posti letto. Il Ministero non ha coinvolto le parti sociali e questi sono i pessimi risultati”.

Per Cgil e Udu: “Non è accettabile che vengano contati migliaia di posti letto già precedentemente occupati da universitari. Peraltro, ci risulta che le autorità italiane abbiano richiesto ulteriori 500 milioni di euro per questa misura. Auspichiamo che la Commissione Europea esiga trasparenza, domandando che i posti letto realizzati favoriscano effettivamente l’accesso all’università, tramite condizioni economiche accessibili alla maggioranza degli studenti”.

All’orizzonte si va sempre più delineando un fallimento del PNRR sugli alloggi universitari (e non solo, purtroppo).
Proprio l’Unione degli Universitari aveva per tempo cercato di mettere in guardia dai pasticci che si profilavano, presentando a maggio scorso la ricerca dal titolo “DIRITTO AL PROFITTO: Come sperperare i fondi del PNRR”. [Leggi qui]  Il sindacato studentesco aveva denunciato soprattutto l’apertura incondizionata a qualsiasi soggetto privato. Scriveva l’UDU che: “anche se apparentemente gli interventi pubblici e privati sembrano equivalersi nel numero, in realtà la maggior parte delle risorse e dei posti letto si concentreranno principalmente sui privati, con un rapporto di 3 a 1 rispetto al pubblico. Gli atenei e gli enti per il diritto allo studio hanno infatti preferito concentrarsi su interventi più piccoli, per i quali sicuramente era più facile disporre di risorse e mezzi sufficienti: sui dieci interventi più grossi, ben nove risultano essere proposti da soggetti privati (e il decimo è quello della Statale di Milano che si rivolge comunque a un soggetto privato).
Ad emergere sono specialmente due realtà note: Campus X e Camplus. […] Nello specifico, per la prima tranche di finanziamenti PNRR, la protagonista principale è stata proprio Camplus, un soggetto che oggi gestisce un patrimonio immobiliare di oltre 700 milioni di euro. Sulle 82 residenze cofinanziate, fanno riferimento al mondo Camplus (Fondazione CEUR, Fondazione Camplus, Camplus International SRL) ben 23 residenze che hanno ottenuto contributi pubblici pari a circa 106 milioni di euro”.
Un dato emblematico emerso dalla ricerca dell’UDU è che i privati hanno ottenuto contributi pubblici pari  a 210 milioni di € (73%), mentre soltanto 77 milioni di € (27%) sono andati al pubblico.

Appare perciò sempre più urgente, secondo l’Unione, rimettere al centro il soggetto pubblico, specificare che i posti letto realizzati devono essere veramente nuovi, imporre una quota minima di posti letto destinati al Diritto allo Studio, tramite la sottoscrizione di una convenzione con atenei ed enti per il Diritto allo Studio. Infine, la messa a punto di un piano pluriennale di investimento da 3 miliardi di € per realizzare 30mila posti letto e riqualificarne 20mila. “Solo così, sottolinea l’UDUriusciremo a garantire realmente il Diritto alla Casa e allo Studio”.

In copertina: Pecore a Milano in via Monte Napoleone (foto da 7giorni)

C’ERA UNA VOLTA TERRAVIVA:
30 meravigliosi anni di un sogno diventato realtà. Ma oggi la logica di mercato e la miopia politica hanno rovinato tutto

Il Comune delle banane: due pesi e due misure, entrambe sospette

Ho chiesto ad Andrea Gandini, un caro amico e un prezioso collaboratore di questo giornale, di raccontarci la storia di quei 4 ettari di “campagna in città” fino alla recente vexata quaestio dell’oasi verde intra mura di Via delle Erbe, che tutti a Ferrara conoscono come Terraviva [Qui il mio recente articolo su Periscopio]. Dal 2001 al 2017, Gandini è stato uno dei principali protagonisti dell’Associazione Nuova Terraviva . So che se ne è andato disgustato, insieme a tutti coloro che vi avevano lavorato volontariamente per oltre un decennio. Ma prima di dargli la parola, non posso non rilevare una coincidenza/differenza tra due casi che in città fanno molto discutere.

Il Comune di Ferrara, invocando la tutela di pubblica sicurezza,  ha emesso (in pieno Ferragosto!) un’ordinanza che vieta l’accesso agli spazi del Centro sociale La Resistenza, fintanto che non saranno ultimati i lavori di messa a norma della struttura (impianto elettrico eccetera). Se l’associazione non trovasse i denari necessari e non riuscisse ad individuare un’azienda che completi i lavori entro il termine draconiano di 30 giorni, gli stessi verranno effettuati con comodo dal Comune, ponendo a carico del Cps La Resistenza le spese.  Da notare che all’ultima ispezione che ha dato origine alla ordinamza, ha partecipato anche il solerte Vicesindaco, per dimostrare la tempestività e  l’efficienza del Comune.
Per buona sorte a Ferrara è partita una gara di solidarietà [Vedi qui] per raccogliere i fondi necessari per effettuare i lavori e salvare La Resistenza, l’unico Centro Sociale sopravvissuto a Ferrara.

La gestione attuale di Terraviva invece opera sin dal febbraio 2020 (sono passati 3 anni e mezzo) in locali interamente abusivi, nei quali si svolgono anche i campi per bambini, con wc abusivi, cucina abusiva, nonostante una sentenza del Tribunale di Ferrara (febbraio 2020) avesse intimato di sgomberare e abbattere i “manufatti incongrui”. Ma qui il Comune di Ferrara non vede e non sente. Anzi, al bando del 2022 per riassegnare l’area dopo aver aperto le buste della gara e aver visto che Terraviva aveva perso (80 a 67), annulla la gara e ne fa un’altra ad hoc per lei, togliendo pure l’affitto da pagare al Comune.
Due pesi e due misure, tipiche di un Comune delle banane.
Francesco Monini
direttore di Periscopio

C’era una volta a Ferrara una Terra Viva (Terraviva)

Qui comincia l’avventura 

Per 15 anni (fino al 2017) ho contribuito con molti altri/e a valorizzare la “campagna in città in quei 4 ettari straordinari di bene pubblico che furono inventati da Serafino Monini. L’ingegnere “ricco e generoso”, come lo chiamavamo noi giovani ribelli, che gli avevamo chiesto di far pagare l’affitto ai propri inquilini in base al reddito (max 13%). E lui lo fece.
Uomo straordinario che come assessore (e costruttore del residenziale di via delle Erbe 29-55) convinse nel 1985 Nara Forti (moglie di Eugenio Ravenna, salvato dai russi sul tavolo operatorio di Auschwitz e fratello di Paolo Ravenna, presidente di Italia Nostra che si inventò “l’Addizione Verde”, restauro delle Mura e Parco Urbano) a vendere al Comune per una modestissima cifra (180 milioni, oggi 220mila euro) quei 4 ettari di campagna che fanno oggi di Ferrara la città in Europa con la più vasta campagna in centro storico. Ai politici (ancor più a quelli di oggi) quello straordinario posto non è mai interessato molto.

E la terra divenne Terra Viva

Lo coltivarono ad agricoltura biodinamica dal 1987 fino al 2000 i fondatori di Terraviva (Silvio Vignali, Francesca Squarzoni, Paolo Pistis, Alessandro Grandi e Paolo Poggi).
Nel 2000 siamo arrivati anche noi e lo abbiamo ulteriormente trasformato in un posto bellissimo: alberi, siepi, percorsi spirituali (come quello a lemniscata suggerito da Paolo Pistis, oggi in abbandono come quasi tutto), un frutteto di 15 alberi patriarchi (i più antichi della loro specie) che consente a Ferrara di entrare nella rete regionale dell’Arpa di studio sul clima e far vedere a bambini e scolaresche come sono fatti i veri meli o il melograno di Forlì (che i gestori di oggi chiamano di Piacenza).
Poi le due casette sugli alberi e il percorso arboreo, il tunnel verde dentro una gigantesca siepe, mentre Riccardo Sarto curava le api come fossero sue figlie. Inserito pecore, capre, sculture e installazioni artistiche (oggi scomparse).

Lo abbiamo fatto per creare bellezza e un luogo ricco di incontri, corsi e spiritualità. Nuova Terraviva ha vissuto un periodo d’oro fino al 2017, arricchito dai campi estivi che il maestro Waldorf Mattia Gandini ha sviluppato portando le presenze dei bimbi da 100 a 600. Tante iniziative culturali e corsi di maestri/e come gli acquerelli di Maria Pia Tonioli, Anna Tambini, la potatura di Massimo Casoni, la lana cardata, le conferenze di Marcello Girone, le feste di primavera, le pizze della Marianna, i pranzi di Gianni, Alessio e Vasuki, le domeniche di avvento in preparazione del Natale, l’entusiasmo dei soci e di una presidente architetto come Costanza Cavicchi, la bellissima esperienza degli orti condivisi di Anna Faccini, Riccardo Guirrini, Marcello Guidorzi, Mirco Micheli e gli altri 30 loro soci, inventando un modo di coltivare in cui si stava insieme. Giorni felici e comunità viventi con qualche litigio, come avviene dove c’è vita.

Il colpo di mano dentro l’Associazione

Nel 2017, in una fase di riorganizzazione interna dell’Associazione per la partecipazione al nuovo bando, si sono introdotte persone che hanno estromesso tutti i soci volontari di lunga data e cambiato volto e finalità dell’Associazione, appropriandosi senza alcuno scrupolo di tutto ciò che l’Associazione aveva costruito e seminato nei precedenti 30 anni. Fu subito chiaro che questo gruppo non voleva partecipare ad un bando pubblico ma trovare un modo per rimanere nell’area sfruttando il posto straordinario e l’avviamento “ereditato”.

Giovanni Dalle Molle, contadino bio, che ha curato la terra dal 2007 e venduto le sue verdure per 10 anni, arricchendo il posto col suo insopprimibile protagonismo – tra concerti estivi, colazioni letterarie e cene d’autore – dopo aver chiesto di poter ulteriormente prorogare la concessione, ha accettato civilmente l’esito della sentenza del Tribunale dell’11.2.2020 che lo intimava a lasciare questo “raro brano di campagna dentro le mura”, come lo ha sempre definito la Sovrintendenza.
Questo amato luogo, che è prima di tutto un luogo pubblico, meritava infatti una nuova procedura trasparente per l’affidamento della gestione, valutata per merito del progetto e affidabilità e professionalità dei gestori, al fine di portare nuova linfa e risalto per il bene della città e oltre. La Convenzione prevedeva (giustamente) a fine periodo (11.11.2017) di smantellare i manufatti incongrui (confermata dalla sentenza del Tribunale dell’11.2.2020) contro Nuova Terraviva che voleva rimanere “a tutti i costi” nell’area.

Finalmente il bando pubblico

Dopo che per 2 anni il Comune concede a Nuova Terraviva una gestione temporanea (senza intimare di abbattere i manufatti incongrui, come pure chiedeva il Tribunale), finalmente indice nel 2022 un bando dove si prevedevano importanti investimenti nell’area per il gestore ed un canone annuo minimo di 11.500 euro.
Pensavamo che la nuova Amministrazione avesse capito l’importanza di valorizzare questo posto e dare spazio a nuovi protagonisti e nuove idee, come il bosco in città dell’ass. Patriarchi della Natura, leader in Italia coi suoi 650 alberi patriarchi e tante altre idee lungimiranti, che in effetti sono state elaborate da un ampio gruppo di oltre 10 tra associazioni, imprese e Università sotto la guida dell’Azienda Agricola Corte Frazza e coordinate dall’ing. Alberto Minotti.

Il colpo di mano del Comune: annullata la gara a buste aperte

E infatti, la qualità della proposta della nostra ampia cordata è stata apprezzata dai 3 dirigenti valutatori con il massimo punteggio tra i partecipanti (67 punti) contro i 53 dell’associazione Nuova Terraviva.
Ma a qualcuno non andava bene che vincesse un soggetto diverso, per cui (a buste già aperte!) la gara è stata annullata, con la falsa giustificazione che “non c’era ancora il PUG”, Il Piano Urbanistico Generale che il Comune avrebbe dovuto approvare nel 2021.

La giustificazione si è rivelata palesemente falsa anche perché il PUG ha continuato a non esserci anche 6 mesi dopo, quando è stata fatta una seconda gara ad hoc, organizzata velocemente (con soli 15 giorni di informazione tra le festività di San Giorgio e del Primo Maggio), presentata dal Direttore Generale, cosa non vietata, ma molto anomala e successa pochissime volte nella legislatura, a cui potevano partecipare però solo le associazioni del Terzo settore residenti a Ferrara (guarda caso, come l’associazione Nuova Terraviva che poi ha vinto).

Salta fuori un secondo bando. E un vincitore sicuro.

Il nuovo bando appare “strano”,  tanto da far pensare a un testo sotto dettatura, ma quello che più colpisce è che  –  a differenza del Bando originale che prevedeva un introito positivo per i cittadini in termini di lavori, manutenzione di qualità e valorizzazione dell’area e di affitto per le casse del Comune – viene previsto un contributo a fondo perduto per l’associazione aggiudicataria e nessuna traccia degli obblighi di sviluppo dell’area e di manutenzione ordinaria e dei grossi investimenti previsti nel primo bando (illuminazione della pista ciclabile pubblica, demolizione dei manufatti esistenti e realizzazione di nuovi a norma, etc.,).

Si è così “privilegiato” (ho usato un eufemismo)  quel gruppetto che si era impadronito per interessi personali della storica Associazione Nuova Terraviva.  Stupisce la miopia degli amministratori del Comune che buttano nel cestino il lavoro prezioso di progettazione di tante associazioni, imprese, esperti per il bene della città (validato dai commissari valutatori) in spregio alle più elementari regole di gestione della cosa pubblica.

Cosa ha perso Ferrara, cosa dobbiamo riconquistare

Si depotenzia così un futuro che poteva essere straordinario, anche se ancora aleggia la bellezza del luogo e quella creata da 300 soci e migliaia di cittadini che hanno fatto viva questa terra bio, ora abbandonata.
E tutto a che scopo? Perché qualche soldino si può fare comunque non pagando l’affitto (che incredibilmente il Comune ha tolto), limitandosi ad una manutenzione minima, e tanto l’orto la fanno i lavoratori socialmente utili, che non costano (collaborazione anche questa ereditata dalla precedente gestione). Si pagano poco le giovani educatrici dei campi estivi, si prende il cibo al Metro (quello che c’è scritto sul sito web risale a 10 anni fa).
Ben altra cosa era l’idea di costruire e manutenere un luogo magico e di attrazione internazionale, con tanti servizi per la città.

Da 4 anni abito in Trentino. E quando racconto come vanno le cose in quel di Ferrara ai leghisti di qui, mi guardano straniti, perché i Trentini, che ci tengono tantissimo alle loro comunità, sanno che per “tirar vanti”, insieme alle buone tradizioni e alla difesa del local, bisogna valorizzare chi ha talenti, professionalità, risorse, se si vuole generare qualità e bellezza (e sviluppo locale).
Non credo sia un caso che nel 2022 a Trento l’occupazione sia cresciuta di 3mila unità sul 2021, mentre a Ferrara sia calata di 1.500 persone (siamo al 6° ultimo posto in Italia su 106 aree, insieme a Caserta, Crotone, Caltanissetta; fonte Istat). Gli amministratori hanno annullato anche le indagini che si facevano sull’occupazione locale, sperando che nella nebbia, nulla si veda, ma la realtà (e la verità) prima o poi viene a galla.

Ma non priviamoci di sperare, seppur nel “paese delle banane” (quale stiamo diventando) perché al bel l’è in t’l’ultim!”.

Parole a capo
Francesca Del Moro: poesie tratte da “Questo posto buono”

Fai che per te io sia l’estate anche quando saran fuggiti i giorni estivi.
(Emily Dickinson)

Poesie tratte da “Questo posto buono” (plaquette realizzata da Silvia Secco per le edizionifolli in 100
copie numerate nell’agosto 2023).

Erano di luna piena
e sole a picco
quei giorni di luglio
e in me s’è fatto buio.
Lui è arrivato come un’alba
ha colorato il giorno
ha acceso mille luci nella notte.

*

Nonostante
la bocca ferita, la lingua
impastata di dolore,
imparare
un linguaggio nuovo
come dire
l’amore buono
tutte le parole
del bene.

*

“Ci siamo scelti”
mi ha detto. Io piangevo.
Gli occhi fissi sulla strada,
smesse le vesti
di eterno bambino allegro.
“Ci siamo scelti”,
l’impegno
che nessuno
si sarebbe mai preso,
l’amore buono, il dono
della vita inatteso.

*

La notte insieme a lui
io amo e poi rido di gioia
e la coperta è la tenda
che protegge i bambini
dalle cose brutte
e le tre donne
dallo schianto del pianeta

*

Lui ha le mani leggere,
mi sfiora all’improvviso.
La notte mi avvolge
come una coperta
mi dice io sono
la tua coperta di Linus
e quando mi coglie
un pensiero triste
anche se gli do le spalle
lui se ne accorge.

*

Con un dito tiro via
dalle ciglia la tristezza.
“Bella” mi ripete
e mi cinge a difesa.
Lui conchiglia,
io perla.

Francesca Del Moro è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. Ha pubblicato 10 libri di poesia tra cui “Gli obbedienti” (Cicorivolta, 2016), “La statura della palma. Canti di martiri antiche” (Cofine, 2019), “Ex Madre” (Arcipelago itaca, 2022) e “Questo posto buono” (edizionifolli, 2023).
Ha tradotto o curato numerosi volumi di saggistica e narrativa e, in poesia, ha pubblicato le traduzioni delle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire (Le Cariti, 2010) e dei Derniers Vers di Jules Laforgue (Marco Saya, 2020). Dal 2017 organizza eventi con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival Bologna in Lettere.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

AIUTACI A RIAPRIRE LA RESISTENZA.
Il traguardo dei 15.000 euro in donazioni è vicino!

AIUTACI A RIAPRIRE LA RESISTENZA!


LINK AL CROWDFUNDING!

Il 16 agosto il Sindaco ha emesso una ordinanza contingibile e urgente che vieta l’accesso all’immobile di cui siamo concessionari, perché da numerosi sopralluoghi da parte di assessori e tecnici comunali, che come sapete vanno avanti da mesi, sarebbe emerso che l’immobile di via Resistenza 34 avrebbe delle criticità tali da mettere a repentaglio l’incolumità di chi vi entra.
Ma non basta: l’ordinanza del Sindaco prevede anche che i lavori debbano essere conclusi entro 30 giorni a partire dal 16 agosto, periodo in cui tutte le imprese sono in ferie. Ovviamente sarà molto difficile, quasi impossibile ed anche ciò la dice lunga. Se ciò non verrà fatto, vi provvederà il Comune, salvo poi presentarci il conto.
Come lo chiamereste voi questo comportamento? RICATTO? ACCANIMENTO?
Arriva quindi l’agognato stop al CPS Resistenza da parte della Lega. E a chi importa di quella larga parte di cittadini che usufruiva delle attività portate avanti. Soluzioni alternative proposte dal Comune? Neanche mezza in 9 mesi.
Questo però non è il momento di pensare alle ordinanze del Comune. Hanno detto e fatto di tutto per ostacolarci, perché la nostra capacità di attrarre persone, energie, volti, elaborare pensieri, diffondere cultura, in totale autogestione e senza scopi di lucro, dà fastidio. Il CPS La Resistenza da sempre si impegna a proporre una socialità diversa dal conformismo discotecaro, dove per passare una serata in compagnia devi avere il portafogli pieno.

Forse si pensava che davanti a tali nuove difficoltà ci saremmo arresi, ma così non sarà.

È il momento di riunire le forze per consentire alla Resistenza di riaprire. Vanno fatti alcuni lavori che richiedono professionalità: elettricisti, progettisti, geometri, architetti.
*Ovviamente, questi lavori hanno costi ingenti, quindi vi chiediamo di contribuire a questa raccolta fondi, ognuno secondo le proprie possibilità, donando una somma.*
Il CPS Resistenza è della collettività. Uniamo le forze, diamoci da fare.
Seguiranno aggiornamenti via via che i lavori verranno organizzati in dettaglio.

LINK AL CROWDFUNDING: [clicca qui] 

Aggiornamento al 29 agosto, ore 12, raccolti 14.678 Euro da parte di 405 donatori.

Centro Sociale La Resistenza

Diario in pubblico /
Lido/Laido: ‘au revoir’ oppure ‘adieu’

Diario in pubblico. Lido/Laido: au revoir oppure adieu 

I gabbiani sono partiti. Al loro cra cra si è sostituito il tubare dei colombacci, che pigramente svolazzano sui rami dei pini. La nostra via ferve dei preparativi per l’imminente partenza. Parenti e amici intensificano la loro attività di scopatori reali e non metaforici.

Benny, doverosamente lavato e profumato, passa le ore in cui viene come ospite da noi, osservando le mosse di Irina, pronta a tagliargli la mela d’ordinanza; poi voluttuosamente s’allunga di lato al divano dove soggiorna zia Doda, in attesa delle carezze di Sapientino e delle Sbarabegole, mentre s’attende l’arrivo del papagallo-Galeazzo per riprendere le ultime passeggiate in edicola.

Sopra il mio tavolo di studio le mini-collezioni di oggetti a me cari progressivamente raggiungono i destinatari, a cui affido per il futuro le anatrine e gli altri animali che mi guardavano dall’alto. L’unico che conserverò è il galletto di bronzo, che vigilava sulle cose Giglioli a Villamarzana, a me carissimo e segno di una convivenza con la mia famiglia allargata. Quella di Eleonora.

I libri hanno già raggiunto i destinatari. Dal corridoio le foto delle statue canoviane dell’Ermitage mi guardano altezzose, consapevoli di diffondere bellezza. Accanto al letto il quadro di Patricia nella sua meravigliosa cornice mi seguirà in città, così come la Madonnina di maiolica sopra le testate del letto.

Ma non è tempo di rimpianti. Ci saranno in futuro.

Mi apposto al mio luogo d’osservazione sul balcone e osservo le ultime mosse dei villeggianti che lasciano le loro case con un grande dispiegamento di teli, di borse e di zaini. Manovre lentissime, eseguite tra urla di improvvisati insegnanti. E su tutto l’occhio assoluto del cellulare, mentre il sole si riflette sugli occhiali a specchio tenuti, secondo le regole del bon ton canzonettistico, sulla testa.

Pance (meglio le dialettali panze) freneticamente ballonzolano sopra gambone/gambine degli adulti maschi di terza/quarta età, o sono rigorosamente in conflitto con enormi seni e altrettanto enormi deretani delle signore fasciate nei dopo spiaggia alla moda. E infine arrivano loro, gli adolescenti, a far rimbalzare palloni come attività primaria. Siano di un sesso o dell’altro in assoluta parità. Indi il silenzio diventa ferocemente assoluto.

Leggo lo scritto di Ranieri Varese, Breve elenco di idee inascoltate per una città laboratorio culturale….  apparso oggi su questo stesso giornale, approvandone ogni riga.

E, come preconizzato dai vivaisti, l’amatissima gardenia timidamente avanza un minuscolo bocciolo.

Tacciono, quasi a rispettare la malinconia della partenza, i rimbombi dei cantieri e mi soffermo con lo sguardo sugli oggetti amati. I disegnini dei pronipoti per il compleanno, i due étagère ottocenteschi che conservavano i miei libri d’università e le cartelle per la tesi tra Ferrara, Viareggio, Firenze; poi di nuovo la città estense e ora il Lido. In alto corrono ancora i cavalli selvaggi dipinti da Barbarigo.

Ogni partenza significa un abbandono: dei luoghi amati, delle persone che vivono vicino a te, del tempo (questo sì importantissimo), che non ritorna, o ritorna a seconda del tuo essere.

Ma in tempo di partenza, se ne vanno i ricordi soprattutto di persone un tempo frequentate assiduamente e che ora restano in silenzio.

Che ne sarà del Lido/Laido? Vallo a sapere. Ora lo saluto con rispetto e forse con nostalgia.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Dentro il lockdown.
Non dimenticherò mai il mio deserto. E non lo perdono

Dentro il lockdown. Non dimenticherò mai il mio deserto. E non lo perdono.

Sono madre di 4 figli. Quando dichiararono il primo lockdown, 10 marzo 2020, e la paura diventò la protagonista di ogni notizia, tentai di filtrare le informazioni, di fare in modo che il terrore non trovasse spazio tra le nostre quattro mura. Sapevo, come molti sanno grazie a un sapere ancestrale che è passato di generazione in generazione, quanto l’ansia e la preoccupazione possano abbassare le difese immunitarie e creare disagi psichici, se prolungate in una situazione di emergenza illimitato.

Da un giorno all’altro venne negato ogni libero spostamento, da un giorno all’altro “ l’altro “ divenne un possibile pericolo .

Il nemico era invisibile e poteva albergare ovunque e, se ci avesse aggredito, non ci sarebbe stato scampo. Diventare paranoici era più che plausibile. Spensi la televisione! Una narrazione che più procedeva più mi vedeva contraria perchè da subito mi sembrò suggerire regole antiumane.

La cura è fatta di relazione, di calore, di presenza, ( quante notti passate vicino al letto dei figli e dei nostri vecchi malati). Ma la narrazione parlava solo di isolamento, di distanziamento, di pericolo ovunque e in chiunque. Anche le parole tutte guerresche urtavano le mie viscere e iniziarono a insospettirmi.

Certo il virus c’era e certamente era pericoloso, ma perché non si spendeva una parola sul sano vivere, sul sano mangiare, sul rispetto reciproco, sull’amore reciproco proprio in un momento così duro e preoccupante?

Perché non una parola di incoraggiamento per i piccoli e i giovani che comunque, da subito si capì, che non correvano un grande pericolo?

Solo parole come guerra al virus, nemico, immagini di carri armati che portavano via le bare e i giovani chiamati al fronte della responsabilità di salvare vite umane quelle dei più vecchi, rischiando la loro stessa salute.

Quando giunse poi il famigerato vaccino e lessi che era stato approvato in via emergenziale, che i brevetti erano secretati e che i profitti erano privati il mio no fu netto. In principio fu un no politico.

Come si poteva dire che il vaccino era la soluzione alla pandemia globale se non si metteva in condizione tutto il mondo di farlo, i paesi di produrselo a prezzi ragionevoli, senza la rincorsa al profitto per lo più di 4 multinazionali?

Premetto che sono una attivista e da anni mi batto per l’abolizione della pratica della maternità surrogata, pratica che taglia definitivamente il cordone ombelicale con quel sapere ancestrale, un sapere dei corpi, intesi come corpi intelligenti, e non pure macchine a cui cambiare un pezzo per renderli sempre più omologati e perfetti, e certamente questo mio sguardo acuì la mia critica.

Era evidente che con il vaccino si apriva al mercato dei corpi, non solo più quello delle donne e dei bambini, ma a tutti i corpi viventi. Mi bastò porre delle domande su questi farmaci sperimentali per vedermi assegnata la etichetta di NO VAX. Non conoscevo i no vax ma andai un po’ a studiare e più cercavo di capire quel mondo più mi diventò chiaro che la loro battaglia, di cui mai mi ero occupata, aveva comunque a che vedere con i corpi e la legittima autodeterminazione che ogni individuo deve potere esercitare sul proprio, esattamente come nelle battaglie di noi femministe.

I più si definivano FREE VAX e contestavano, anche loro, il mercato dei corpi che la eccessiva medicalizzazione delle nostre società occidentali liberalizzava sfrontatamente sempre di più.

Insomma il mio no si radicò dentro di me con sempre maggiore forza. A questi studi poi si aggiunsero le notizie più tecniche su come era stato sviluppato il vaccino. Poco o nulla si sapeva sugli effetti a medio lungo termine. Università americane suggerivano ai propri studenti di congelare sperma e ovuli prima della inoculazione. Inutile dire che questo aggiunse al mio sentire intuitivo la convinzione che la medicalizzazione della società e la eccessiva medicalizzazione della maternità (oggi essere incinte è una patologia e non più una realtà fisiologica) su cui studiavo da tempo, si intrecciava con la pandemia.

È da qui che sono partita per tentare di convincere i miei figli a sottrarsi alla narrazione del vaccino per “il bene comune”.

E’ stata dura, durissima, cercare di informarli senza allarmarli troppo né in una direzione né nell’altra.

Ho tre figli grandi 27, 25 e 21 e una di 10 anni. I grandi dunque dovevano scegliere in autonomia. Solo una figlia ha scelto di vaccinarsi a fine novembre 2021 perché, sotto la pressione del lavoro appena trovato, non reggeva lo stigma sociale. Il primogenito, giocatore professionista di rugby è riuscito, con enormi fatiche e subendo molte discriminazioni a sottrarsi all’obbligo vaccinale e anche la terza figlia, per sua fortuna in Erasmus in Spagna, dove la realtà del green pass non ha mai raggiunto i livelli dell’Italia, ci è riuscita.

Tra dicembre 2021 e febbraio 2022 abbiamo tutti (in momenti diversi) contratto il Covid, compresa la vaccinata, con la ricompensa a tempo di vederci reintegrati nella società sia da un punto di vista morale che burocratico.

Non dimenticherò però cosa abbiamo passato, non dimenticherò la responsabilità di chi ci ha discriminato, fatto sentire dei sorci, degli scarti della società e ha chiuso possibilità ai nostri giovani a causa di un vaccino di cui oggi si sa i rischi superano i benefici e che non garantiscono nulla, tanto meno la riduzione del contagio. Il Green pass e ancora di più il super green pass è un obbrobrio giuridico e un insulto alla dignità di ogni cittadino.

La mia lotta al transumanesimo e al suo paradigma antiumano, di cui la tessera verde e l’obbligo surrettizio vaccinale, sono i primi mattoni per imporsi al mondo, sarà sempre più decisa e determinata e non finisce qui!

C’è molto da fare, continuare ad informare e a svelare come la narrazione del corpo macchina, perfettibile con l’intelligenza artificiale, con la medicina da remoto, con l’identità digitale, con l’ eugenetica praticata proprio attraverso la maternità surrogata, altro non sia che il sogno onnipotente di pochi uomini che si sostituiscono alla forza creatrice della natura o di Dio depotenziando l’enorme potere divino che alberga in ognuno di noi.

In copertina: una illustrazione di Riccardo Francaviglia

Lo Cunto de li Cunti
Il messaggio dell’imperatore

Rubrica a cura di Fabio Mangolini e Francesco Monini

Senza Franz Kafka, e senza il suo amico disubbidiente Max Brod che non rispettò le ultime volontà di K che gli aveva chiesto di distruggere tutte le sue carte, non solo non esisterebbero Jorge Luis Borges, o Dino Buzzati, o Julio Cortazar, ma tutta la letteratura mondiale dell’ultimo secolo avrebbe preso altre strade. Sarebbe stata diversa, peggiore probabilmente. E senza Kafka, per limitarci al caso presente, non avremmo potuto gustare quel perfetto meccanismo narrativo de “Il messaggio dell’imperatore”. Grazie al lavoro di un giovane traduttore, Francesco Tosi, siamo felici di poter donare ai lettori di Periscopio questo prezioso gioiello. In questo 2023 ricorrono 140 dalla nascita di Kafka, l’anno prossimo ricorrerà invece il centenario della sua morte, ma “Il messaggio dell’imperatore” è troppo importante, ed è rivolto ad ogni uomo sulla terra, anche a te che stai leggendo queste righe. Davvero non potevamo aspettare.
La lettura del racconto è affidata a Fabio Mangolini.
Buona lettura, buon ascolto e buona visione.
(I Curatori)

Franz Kafka, Il Messaggio dell’Imperatore (1918), traduzione di Francesco Tosi (2020), lettura di Fabio Mangolini.

Vuoi leggere il testo?

Incipit in lingua originale:

Der Kaiser – so heißt es – hat dir, dem Einzelnen, dem jämmerlichen Untertanen, dem winzig vor der kaiserlichen Sonne in die fernste Ferne geflüchteten Schatten, gerade dir hat der Kaiser von seinem Sterbebett aus eine Botschaft gesendet.

IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, un uomo solo, un suddito miserevole, una minuscola ombra fuggita dal sole imperiale nell’angolo più remoto, proprio a te, l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte.
Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha sussurrato all’orecchio il messaggio; e il suo contenuto gli stava talmente a cuore da farselo ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ne ha confermato la correttezza. E di fronte a tutti coloro che si erano riuniti per assistere alla sua morte – tutti i muri che coprono la vista vengono abbattuti, e sulle ampie scalinate che si ergono imponenti, i grandi dell’impero sono disposti in cerchio – di fronte a tutti loro l’imperatore ha congedato il messaggero.
Questi si è messo in cammino all’istante; un uomo robusto e instancabile; che si fa strada tra la folla ora con un braccio, ora con l’altro; se incontra resistenza, mostra il petto, su cui appare il simbolo del sole; nessun altro avanza con una tale rapidità.
Ma la folla è immensa, le sue abitazioni si estendono all’infinito.
Se solo avesse campo libero, come volerebbe! E presto sentiresti alla tua porta il maestoso bussare dei suoi pugni.
Invece i suoi sforzi sono completamente inutili; continua ad aprirsi la strada tra le stanze del palazzo interno; non riuscirà mai a superarle; e se anche ce la facesse, non cambierebbe nulla; dovrebbe continuare a lottare per scendere le scale; e se anche ce la facesse, non cambierebbe nulla; gli rimarrebbe da attraversare i cortili; e dopo i cortili il secondo palazzo, che racchiude il primo; e di nuovo scalinate e cortili; e ancora un palazzo; e così via per millenni; e se anche riuscisse a superare il cancello esterno – cosa che non accadrà mai e poi mai – si troverebbe ancora di fronte alla città imperiale, il centro del mondo, piena fino a scoppiare di tutta la sua feccia.
Nessuno riesce ad aprirsi un passaggio, e ancor meno chi porta con sé il messaggio di un morto.
Eppure tu siedi alla tua finestra e lo sogni ad occhi aperti, quando si fa sera.

Franz Kafka, Il Messaggio dell’Imperatore, fa parte di Un medico di campagna, Praga, 1918.

Guarda le altre videoletture del Cunto de li Cunti [Qui] o nella rubrica in fondo alla Home di Periscopio

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PROPAGANDA E CONTROPROPAGANDA:
l’ignobile battibecco tra maggioranza e opposizione su sbarchi e migranti

Vi è una sola cosa peggiore della propaganda in politica: la propaganda contraria.
Questo modo di fare e di pensare la discussione pubblica, rende cieco e sterile ogni confronto. Verrebbe da dire che rende persino inutile la politica stessa, se di essa si conserva una visione nobile, e non di marketing elettorale. La questione migranti si offre come uno degli esempi di questa schermaglia tra propagande, di governo e di “opposizione”. Sull’aumento degli sbarchi per cominciare.

Il governo ha vinto in campagna elettorale attraverso l’uso massiccio di propaganda, nefanda e odiosa, promettendo i “blocchi navali”, i porti chiusi, e altre corbellerie.
La doppia azione di marketing è consistita nel creare il nemico, i migranti, e con esso la teoria dell’invasione, fino a spingersi addirittura al pericolo di “sostituzione etnica”, e allo stesso tempo promettere una soluzione facile, sintetizzata nell’altra corbelleria della “difesa dei confini”.
E’ stato un’esercizio facile, tutto sommato, perché la “paura dello straniero” è sempre, da secoli e millenni, una leva efficace per costruire un capro espiatorio che metta al riparo il sovrano dalle ire dei sudditi. Convincere l’impoverito che la causa dei suoi guai è quello più povero di lui, è un’arte che chi difende sistemi sociali sempre più fondati su privilegi e diseguaglianze, deve conoscere per forza.
Ma la propaganda ha da sempre una grande irriducibile nemica: la realtà. E dunque, succede che tutte le promesse si dissolvono come i miraggi quando cominci a guardare da vicino. E la “complessità del fenomeno migratorio” diventa il discorso della stessa Giorgia Meloni che prima aveva promesso soluzioni facili e radicalmente disumane.
Gli sbarchi di persone migranti che da soli o con le loro famiglie sono costretti a tentare la via del mare per chiedere asilo e trovare una speranza di vita in Europa, si moltiplicano invece che ridursi. Siamo dall’inizio dell’anno a quota centomila, il doppio esatto dell’anno scorso secondo il “cruscotto” del Viminale aggiornato al 14 agosto.
E’ un dato che rivela il carattere strutturale e non congiunturale del movimento di esseri umani che caratterizza il Mediterraneo.
Nessuna emergenza, tutto ampiamente previsto e prevedibile, in ragione di ciò che accade nei paesi di transito, come il Niger e la Tunisia ad esempio, o nei paesi di origine, quelli dell’Africa subsahariana. Anche il numero in sé, centomila, che potrebbe significare centocinquantamila a fine anno, per un paese di sessanta milioni di abitanti e un continente di cinquecento milioni, è pari a percentuali gestibilissime.
In mezzo a tutti questi numeri ci sarebbe sempre da fare attenzione al fatto che si tratta di esseri umani, donne, uomini e bambini, meritevoli di ogni aiuto e soccorso, per alcuni a cominciare da Papa Francesco, fratelli e sorelle.
Ma anche volendo restare alla pagana religione dei numeri, tutto conferma ciò che sappiamo. Nessuna invasione, nessuna emergenza, fenomeno da governare, da gestire con razionalità e serietà, fenomeno da rendere meno foriero possibile di morte e sofferenza.
Ma qui entra in gioco invece la propaganda contraria: la realtà che si prende la rivincita sulle menzognette da campagna elettorale, viene accoltellata alle spalle da un’altra propaganda, quella dei detrattori del governo. “Avete visto? Gli sbarchi sono raddoppiati con la Meloni, è un’incapace”.
E’ incapace, il governo, perché non è riuscito a rinchiuderli tutti nei lager libici? Perché la nostra Guardia Costiera è al mondo, proprio al mondo, quella che salva più gente in mare? E’ incapace dunque questo governo, perché non è riuscito ( grazie a Dio ) ad attuare folli e ancor più disumani propositi?
La propaganda dell’uno alla fine è sorella gemella della propaganda dell’altro. Il loro confronto, il loro battibecco, crea molto chiasso, tanto da assordare. Per questo non si riesce mai a vedere invece, quanto conti la relazione tra l’utopia, la speranza e la determinazione delle persone, dei soggetti in carne ed ossa, nell’imprimere una direzione non scontata alla storia umana.
La propaganda contraria ha bisogno anch’essa, per enfatizzare le “sconfitte” del governo, di creare allarme. L’invasione, Lampedusa al collasso, tutto che crolla, sono gli scenari nei quali finalmente si può dimostrare che sono degli incapaci.
Perché, ed è bene ricordarlo, quando le parti erano invertite le uniche politiche sulla migrazione le hanno fatte Minniti e Gentiloni con il patto scellerato Italia Libia. Quell’imprinting è stato davvero superato da chi oggi siede all’opposizione promettendo un’alternativa?
Eppure emergenze vere, da denunciare come incapacità allarmanti del governo ci sono.
Il fatto che le persone migranti siano costrette ad affidarsi al mare e a viaggi gestiti da privati senza scrupoli, è frutto dell’inazione consapevole del governo e dell’Unione Europea sul tema delle evacuazioni umanitarie e dei corridoi legali di ingresso per gli sfollati e transitanti.
In Tunisia cosa si aspetta ad organizzarle? Che muoiano tutti in mare dopo la roulette russa dell’attraversata su barchette in ferro? Stiamo parlando di un numero di persone migranti subsahariani da evacuare che oscilla tra i venti e quarantamila in un anno.
In Libia, dove risiedono, vivono e lavorano 750 mila migranti, solo alcune decine di migliaia aspirano a venire in Europa. Sono coloro che rimangono imprigionati dai sistemi di cattura come quello che Minniti e Gentiloni in accordo con trafficanti e milizie, hanno messo in piedi nel 2017.
Quel “ce li andiamo a prendere” balbettato da Piantedosi dopo l’ondata di critiche per la colpevolizzazione delle vittime di Cutro, quanto deve attendere?
Continuiamo a registrare morti, naufragi, sofferenze, torture nei lager, o lo facciamo davvero di andarli a prendere, salvando quelle vite e demolendo il business che vi si è creato attorno?
Ma la propaganda contraria è invece il sintomo che il coraggio per incalzare il governo su sfide vere, manca ai suoi detrattori. Sarebbe troppo dire “andiamo a prenderli come hai detto tu, Piantedosi” perché alla fine “mica possiamo accogliere tutta l’Africa” è un luogo comune che vale per la destra e per la sinistra.
Il marketing elettorale non è fatto di visioni alternative del mondo, ma di prodotti da vendere. Due al prezzo di uno. Il mio è il migliore.
Intanto il mediterraneo conta ogni giorno i suoi morti.
Tantissimi bambini, quattrocento, da inizio anno.
Ma uno straccio di parlamentare che vada in Libia sventolando il suo passaporto diplomatico, che chieda di entrare nei campi di concentramento, che dia voce a chi non ne ha anche a causa nostra e del nostro parlamento, mica si trova.
E’ più facile dire che il governo è incapace perché gli sbarchi sono raddoppiati.
Eppure altre emergenze vere ci sono.
Il sistema di accoglienza italiano, si può definire tale? Sempre per opera di Minniti, quel “capitano” che abbandona per primo la nave e che ben conosciamo da quando era Ministro degli Interni del governo Conte, quel poco di buono che c’era è stato smantellato. Il suo fido aiutante era l’attuale Ministro degli Interni, Piantedosi.
E quel tanto che l’esperienza di Riace e del sindaco Mimmo Lucano aveva prodotto, indicando una possibile via maestra, virtuosa, positiva, dove alla lamentela si era sostituita la capacità di fare e di organizzare la convivenza, ci aveva pensato il solito Minniti, poco prima, a criminalizzarla e darla in pasto a un giudice “di sinistra” perché la trasformasse in un reato e la sanzionasse con dieci anni di galera.
Oggi l’accoglienza con cui noi affrontiamo la situazione del mediterraneo, è semplicemente inadeguata o assente.
E allora perché non concentrare gli sforzi dell’opposizione su questo?
L’unico vero dibattito interessante sul tema è stato, paradossalmente, quello che si è generato in Veneto, e nello scontro tra posizioni leghiste. Il governatore Zaia e il sindaco di Treviso Conte per l’accoglienza diffusa, opposti a Fedriga dal Friuli Venezia Giulia che è per il sistema di controllo concentrazionario dei campi detentivi.
Accoglienza contro detenzione.
Se solo riuscissimo a silenziare le propagande e il chiacchiericcio, scopriremmo che questo è un tema globale. Ad esempio osservando ciò che accade nel Regno Unito: la chiatta prigione “Bibby Stockholm” ancorata alla fonda al largo di Portland, serve a rinchiudere 506 richiedenti asilo uomini tra i 18 e i 56 anni, mentre attendono la valutazione della loro domanda. Ed è solo per il parere contrario della Corte di Cassazione che il progetto di deportazione in Rwanda dei profughi presenti in UK, non si è ancora attuato.
La Danimarca invece, l’accordo per deportare migranti in Rwanda l’ha già sottoscritto. Anche in Italia, dopo la strage di Cutro, il governo ha decretato l’allestimento di “Centri per il Rimpatrio” ( CPR ). E la stessa Unione Europea sta discutendo l’approvazione del nuovo patto sulle migrazioni e asilo, che tra le altre cose prevedrebbe la possibilità di deportazioni dei migranti dal suolo europeo verso paesi terzi.
Uno di quelli individuati era la Tunisia, e i viaggi di Meloni e Von Der Layen da Saied hanno provato a sondare il terreno: soldi, tanti milioni di euro, in cambio della disponibilità ad allestire campi di detenzione per deportati.
Nel frattempo, in Italia, a Pozzallo viene istituito il primo CPR “per espulsioni veloci” con 84 posti. Le persone potranno essere detenute per un mese in attesa di rimpatrio. Il governo, per bocca del Commissario straordinario Valente, ha dichiarato che lì saranno detenuti i richiedenti asilo che hanno meno probabilità di vedere accolta la loro richiesta.
Dunque, visto che le richieste d’asilo sono l’esercizio di un “diritto soggettivo perfetto”, ovvero un diritto che ognuno, al di là della provenienza, possiede, qual è il criterio che porterà in un carcere, senza aver commesso alcun reato, degli esseri umani? Il paese di provenienza. E la lista dei cosidetti “paesi terzi sicuri” chi la decide? Il governo.
Ecco dunque come un diritto umano, quello che Hannah Arendt definiva “il diritto ad avere diritti”, viene trasformato da soggettivo a discrezionale.
Se sei della Costa d’Avorio, e chiedi asilo, vai diretto in galera. Queste ,carceri speciali in giro per l’Europa pensate apposta per chi chiede asilo vengono propagandate come “luoghi di residenza temporanea”.
Per i campi per deportati in Rwanda ad esempio, la descrizione è di luoghi dove “si può anche giocare a pallavolo”.
Ma il filo spinato che circonda la struttura, non è esattamente come la rete a metà campo. Possono giocare a pallavolo, ma non possono uscire. Anche sulla galera galleggiante inglese è così: possono mangiare, ma non uscire.
Accoglienza o detenzione è la cifra del dibattito. Segna anche la misura del processo di restrizione del diritto d’asilo, e quindi di ogni diritto sancito dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
E’ un’emergenza democratica questa per l’opposizione o no? Oppure vincerà ancora la propaganda, perché il governo, che ha accordi di riammissione solo con Tunisia ed Egitto, riesce ad espellere pochi “clandestini”?
Segui la pagina Facebook di Luca Casarini [Qui]
In copertina: un campo di detenzione in Libia

Ferrara, un Comune infernale:
lasciate ogni speranza voi che entrate.

La famosa iscrizione sulla porta dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri ben si presta per il Comune di Ferrara: infatti sono ormai innumerevoli le segnalazioni che lamentano temperature elevate all’interno degli uffici del Comune di Ferrara e che ad oggi non hanno trovato soluzione.

Solo per citare le ultime in ordine di tempo, in questi giorni gli uffici del SUAP e della Ragioneria registravano quasi 33° e quelli della Biblioteca Ariostea hanno raggiunto i 36°, in barba non solo al buon senso ma anche alle disposizioni in materia di sicurezza sul posto di lavoro.

Appare quanto meno singolare che il Comune scelga di attenzionare la sicurezza del Centro Sociale la Resistenza, al punto di emanare un’ordinanza urgente per impedire l’accesso ai locali, e scelga di ignorare le condizioni di lavoro dei propri dipendenti e la loro sicurezza.

Le alte temperature negli uffici comunali è solo uno dei temi legati alla sicurezza sul luogo di lavoro che dipendenti, RSU e Organizzazioni Sindacali segnalano da tempo al Comune di Ferrara senza ottenere risposte concrete; stiamo infatti ancora aspettando riscontro, tra l’altro, su:

  • le tutele previste per i lavoratori e le lavoratrici che negli anni hanno prestato servizio nella scuola dell’infanzia “I Girasoli” dove recentemente è stata rilevata la presenza di amianto
  • i percorsi formativi obbligatori per l’utilizzo in sicurezza delle nuove dotazioni del personale della Polizia Locale e per la gestione in sicurezza delle persone sottoposte a fermo presso i locali del nuovo Comando di via Tassoni
  • la verifica dell’entità del rischio insito nell’attività lavorativa del personale docente e non docente dei servizi educativi
  • le misure adottate per la tutela della salute dei lavoratori esterni durante le ondate di caldo estremo

Due pesi e due misure?
O ci ricordiamo della sicurezza solo quando serve come slogan e non quando ci impegna in prima persona?

FP CGIL                                               CISL FP                                                 UILFPL
F.to Silvia Pivetti                      F.to   Mariarosaria Rea                       F.to Davide Covi

Parole e figure /
“L’ultima isola”: un pianeta in agonia

“L’ultima isola” è il recente silent book della coreana Ji Hyeon Lee. Un pianeta con l’acqua alla gola

Un albo che affronta con delicatezza i temi cruciali del cambiamento climatico e dei migranti, un libro per chi sa leggere senza parole.

Far finta di essere sani, far finta di essere salvi. Possiamo ancora continuare a farlo? Non ci tocca? E le Hawaii?

Il vecchio sbadiglia, si sveglia col sole, guarda l’orizzonte e il volo dei gabbiani, poi si tuffa nelle acque tranquille del mare per raccogliere la sua antica nassa colma di pesci colorati. I coralli che stanno scomparendo o si stanno schiarendo qui paiono ancora salvi.

I pesci finiranno a seccarsi al sole, per momenti più duri, quando sarà meno caldo. Le acque del suo mare sono calme, il cielo è terso, le farfalle volteggiano, la natura sorride felice al mondo, tutto brilla e profuma di gioia e serenità. Le stelle, la sera, torneranno.

Tornato a riva, la sua giornata scorre felice tra musica, danze, lavoretti quotidiani e amici animali: a turbarlo, improvvisamente, una colonna di fumo all’orizzonte.

L’armonia si rompe quando il mare si mangia la spiaggia e poi tutto il resto. Un’inondazione terribile, tutto scompare e galleggia, perduto. Un vento spaventoso porta via tutto. L’acqua sommerge l’isola, gli uccelli scappano spaventati, e al pescatore non resta che fuggire con la sua piccola imbarcazione, e il suo amico animaletto in spalla, in un mare sempre più tempestoso, fino ad approdare davanti a una grigia fabbrica fumante. Che odori e colori terribili, dove è mai arrivato?

Ed è qui che… la trasmissione del documentario in tv finisce, per l’uomo ‘moderno’: qualcuno intanto bussa alla porta. È il pescatore, in cerca di un luogo dove vivere in pace.

Sarà ascoltato? Sarà accolto? Sarà il benvenuto?

Morale? Rispettare l’ambiente e le sue leggi per non soccombere al disastro che si avvicina laggiù. Anzi, che si avvicina qui, da noi, noi tutti. Sempre più veloce.

Ji Hyeon Lee è un’illustratrice coreana (Seoul 1981) diplomatasi alla Kaywon University of Art & Design e alla Hills, nel 2015 pubblica il suo primo albo, “La piscina”; segue, nel 2018, “La porta”, entrambi di grande successo e ristampati alla vigilia dell’uscita de “L’ultima isola”. In Italia, tutti e tre i volumi sono pubblicati da Orecchio Acerbo. Qui, in questa casa editrice molto attenta ai temi ambientali e sociali, immaginano che gli ideogrammi coreani, ancor più eleganti e armoniosi di quelli cinesi o giapponesi, rappresentino la radice della delicatezza e la profondità del segno di Ji Hyeon Lee, da lì traggano continuamente alimento e sostegno. E pensano che, forse, proprio la quotidiana familiarità con gli ideogrammi – rappresentazione del concetto, non del suono della parola – le ha suggerito di creare libri senza parole, in cui suggestioni e allusioni sono affidate esclusivamente alle immagini.

 

Ji Hyeon Lee, L’ultima isola, Orecchio Acerbo Editore, Roma, 2023, 48 p.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

“Gli ex fascistoni di Ferrara”, una poesia di Giorgio Bassani del 1974
e gli ex fascistoni nell’Italia e nella Ferrara di oggi

“Gli ex fascistoni di Ferrara”, una poesia di Giorgio Bassani del 1974, e gli ex fascistoni nell’Italia e nella Ferrara di oggi

Giorgio Bassani, la sua arte, non è mai abbastanza celebrato.  Il suo “Giardino” è arrivato perfino nelle scuole. Non “Gli occhiali d’oro” ovviamente, e poco o niente delle sue poesie. Si parla di lui come di un classico della letteratura italiana del secondo Novecento, molto meno del suo impegno civile e della sua ininterrotta militanza antifascista, da quando insegnava nella ‘scuola parallela’ della Sinagoga Spagnola di Ferrara fino agli ultimi anni della sua vita. La poesia che presentiamo su Periscopio – dura, ironica, molto politica – è poco conosciuta dal grande pubblico.

L’ho scelta perché mi piace molto. Perché ci racconta una faccia di Bassani rimasta un po’ in ombra. Per il suo taglio schiettamente autobiografico. E perché Bassani riferisce un’esperienza che abbiamo fatto in tanti. In fondo, è la vecchia favola del lupo che perde il pelo ma non il vizio, una parabola che vale in special modo per i fascisti di ieri ed ex fascisti di oggi.  Sono diventati grandi, hanno cambiato partito e mestiere, hanno mutato modi e guardaroba, insomma, si sono dati una bella ripulita, ma se li guardi bene, se distilli qualche frase che ogni tanto gli scappa di bocca, li riconosci benissimo. Non c’è niente da fare, al cuor non si comanda e: da fascisti non ci si dimette mai.

Vale per chi ci governa come per chi presiede il Senato della Repubblica. Ma vale, anche oggi, per la meravigliosa città di Giorgio Bassani  Chi ha abbastanza anni e un poco di memoria, ricorda uno splendido e fatiscente palazzo cinquecentesco in fondo a via Brasavola, vicino alle rovine di Sant’Andrea e alla scuola Dante.  Ora è stato ristrutturato (un po’ male per la verità) ma negli anni Settanta del XX secolo entravi in un oscuro androne, facevi una rampa di scale, lì c’era il covo dei nuovi fascisti, la sede del Fronte della Gioventù e una fiorente scuola di arti marziali.

Da lì uscivano alcuni giovani intraprendenti e dediti a menar le mani. Tre soprattutto, tristemente famosi, amici inseparabili. Dei 3 picchiatori (anche io le ho prese da uno di loro in occasione di un processo per stupro, celebrato nel vecchio tribunale di via Garibaldi), dicevo… i tre compari hanno preso strade diverse, hanno anche litigato tra loro, uno è morto, un altro è diventato un politico importante. Sono cambiati. Sono invecchiati. Se però li guardi negli occhi, se fai attenzione ai gesti, a come muovono le mani, al tono della voce, alla vecchia prepotenza che vorrebbero nascondere ma che torna sempre fuori, li riconosci benissimo. Sono sempre loro, gli ex fascistoni di Ferrara.

Gli ex fascistoni di Ferrara

Gli ex fascistoni di Ferrarainvecchianoalcunidi quelli che nel ’39mostravano di non più ravvisarmitraversano mi buttanocome a Geo le braccia al collogaffeurs incontenibilisospirano eh voipropongonodopo la dolorosapacca sulla spalla mancinal’agape casalingache al fine consenta alla monumentale mummy cattolicad’estrazione bolognese o rovigottaai brucanti in tinello strabionditeen-agers incontaminatidi incontrarlo una buona voltail già compagno di scuola talmentebravoil bravoromanziereil presidente…Hanno l’aria di insinuarenel mentre dài piantalanon lo vedi che sei tu quoquemezzo morto?E poi scusa – continuanouguali identici ormaiall’ingegner MarcelloRiminial rabbino dottor Viterbo –in che altro modo senza dinoiavresti potuto metterle insiemele tue balle con relativoappoggio di grana eccetera? Dopo tuttocazzopotresti ben cominciarea considerarci anche noi quasi dei mezzi…Coraziali? Voi quoque? Dei quasimezzi cugini? No pianoCome cazzo sifa?Primacarimoriamo.(Giorgio Bassani, Roma, 1973)

Crisi in Niger: La Francia neo coloniale mostra i muscoli ma rischia di perdere altro terreno in Africa

La Francia si trova ad affrontare un dilemma strategico. Se permette al Niger di perseguire una vera indipendenza, rischia di perdere l’accesso alle preziose risorse naturali del Paese. Molte delle sue ex colonie sono state a lungo fonti di estrazione di risorse, che hanno acquisito un’importanza maggiore per la Francia alla luce delle sfide attuali. Il suo coinvolgimento militare in Ciad si è concluso con una sconfitta e le sue basi in Costa d’Avorio, Senegal e Gabon non dispongono di un numero sufficiente di truppe per fungere da basi di partenza per un’invasione.

di Salah Uddin Shoaib Choudhury
direttore di Blitz independent newspaper

Il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato con veemenza che qualsiasi aggressione a cittadini francesi, diplomatici, esercito o basi francesi comporterà un’immediata rappresaglia da parte della Francia. Questo severo avvertimento riflette la gravità della situazione.

Tuttavia, la prospettiva di un’invasione francese del Niger comporta il potenziale di un conflitto franco-africano su ben più larga scala. Sono infatti numerose le ex colonie francesi che storicamente sono state fonte di estrazione di ingenti risorse. Considerate le sfide che la Francia si trova ad affrontare attualmente, queste risorse potrebbero essere di importanza persino maggiore che in passato.

Appena insediatosi, il nuovo governo nigerino ha chiarito che qualsiasi aggressione o tentativo di aggressione contro lo Stato sarà affrontato con una risposta immediata. Il governo ha sottolineato che questa minaccia non è rivolta a Paesi amici come il Burkina Faso e il Mali, anch’essi sotto il dominio militare degli insorti. In una dichiarazione congiunta, il Burkina Faso e il Mali hanno avvertito che qualsiasi intervento militare contro il Niger equivarrebbe a una dichiarazione di guerra.

Con l’acuirsi delle tensioni, il governo militare del Niger ha rescisso diversi accordi di difesa con la Francia, compresi quelli relativi alla presenza di truppe francesi in Niger e allo status del personale militare impegnato nell’azione di contrasto al jihadismo.

Dopo i recenti mutamenti geopolitici nella regione la Francia non ha molte possibilità. Il suo coinvolgimento militare in Ciad si è concluso con una sconfitta e le sue basi in Costa d’Avorio, Senegal e Gabon non dispongono di un numero sufficiente di truppe per fungere da basi di partenza per un’invasione.

I leader dell’Africa occidentale hanno minacciato di intervenire militarmente se la presa di potere militare in Niger non sarà annullata entro una settimana. La Francia ha avvertito di una ritorsione immediata, mentre la Spagna ha sospeso la cooperazione bilaterale in seguito alle proteste di persone favorevoli al colpo di stato davanti all’ambasciata francese.

La Francia si trova ad affrontare un dilemma strategico. Se permette al Niger di perseguire una vera indipendenza, rischia di perdere l’accesso alle preziose risorse naturali del Paese. Molte delle sue ex colonie sono state a lungo fonti di estrazione di risorse, che hanno acquisito un’importanza maggiore per la Francia alla luce delle sfide attuali.

Il presidente Mohamed Bazoum, salito al potere con un trasferimento non violento di autorità due anni fa, è attualmente detenuto nel Palazzo presidenziale. Il generale Abdourahamane Tchiani si è dichiarato nuovo leader nazionale. La comunità internazionale ha ampiamente condannato il colpo di stato, in primis la Francia, dati gli interessi economici e la presenza militare in Niger essenzialmente motivati dalle risorse di uranio.

La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) ha delineato un piano per un potenziale intervento contro la giunta che ha preso il controllo del Niger. Tuttavia, la missione dell’ECOWAS per reintegrare Bazoum e il ritiro della giunta dagli accordi di cooperazione militare con la Francia, hanno aggravato la crisi in una regione alle prese con forti gruppi jihadisti.

La Francia si trova ad affrontare delle sfide per mantenere la sua presenza militare e i suoi interessi in Niger.
La situazione induce a riflettere sulle relazioni neocoloniali del Paese e sulla sostenibilità dei suoi interventi nella regione. La complessità della situazione è ulteriormente aggravata dal coinvolgimento dell’Algeria, una potenza regionale contraria all’influenza occidentale.

Nel mezzo di queste tensioni, aumentano le preoccupazioni in Europa riguardo alle esportazioni di uranio dall’Africa, data la significativa produzione nigerina di questa risorsa. L’impegno della Francia nell’estrazione dell’uranio attraverso società come Orano, l’ha posizionata come uno dei principali attori del settore. Nonostante le potenziali interruzioni, le autorità francesi ed europee minimizzano l’impatto immediato sul fabbisogno di uranio.

La situazione tra Francia e Niger è caratterizzata da tensioni crescenti e complessità strategiche. Le potenziali conseguenze di un’invasione francese, l’importanza delle risorse e i cambiamenti geopolitici nella regione contribuiscono a creare un panorama precario che richiede un’attenta considerazione e la cooperazione internazionale per essere affrontato.

L’autore:
Salah Uddin Shoaib Choudhury è un giornalista bengalese pluripremiato a livello internazionale, scrittore, ricercatore e studioso di anti-militanza, nonché direttore di Blitz, un giornale che pubblica dal Bangladesh dal 2003. Scrive regolarmente per testate locali e internazionali ed è possibile seguirlo su X @Salah_Shoaib

Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi. Revisione di Thomas Schmid.

Wislawa Szymborska ovvero la gioia di scrivere:
ancora 2 settimane per visitare a Genova una mostra originale e bellissima

Wislawa Szymborska ovvero la gioia di scrivere:
ancora 2 settimane per visitare a Genova una mostra originale e bellissima

Ci sono ancora due settimane di tempo per chi volesse visitare la bellissima mostra su Wislawa Szymborska [Qui alcune delle sue poesie più famose] allestita a Genova. Il 3 settembre, infatti, al Museo d’arte Contemporanea di Villa Croce si conclude “Wislawa Szymborska. La gioia di scrivere”.
L’organizzazione è del Comune di Genova ma vede numerosi Enti tra i co-promotori che ne hanno permesso la realizzazione. Ne citiamo alcuni: il Teatro Pubblico Ligure, l‘Istituto Polacco di Roma, il Goethe- Institut Genua, il Festival Internazionale di Poesia “Parole spalancate”.

Questo importante evento è curato da Sergio Maifredi, con la consulenza e la collaborazione scientifica di Andrea Ceccherelli e Luigi Marinelli. L’esposizione a Villa Croce si sviluppa su tre piani.
Purtroppo senza la presenza di un ascensore:  questa grave mancanza crea non pochi problemi di fruizione ai visitatori che devono fare diverse rampe di scale e l’accesso alle persone con disabilità motorie è fortemente inibito.
A parte questa inspiegabile leggerezza da parte degli organizzatori, la visita si è comunque rivelata una miniera di spunti, piena di scoperte e anche di emozioni. Una esperienza nuova (una mostra su un poeta) che consigliamo a tutti, non solo ai cultori dell’opera di  Wislawa Szymborska.

La mostra si presenta ricca di materiali fotografici, documenti, testimonianze audiovisive, carteggi, opere grafiche, sperimentazioni.
A proposito di quest’ultima particolarità, nella “Storia della letteratura polacca” (CSEO Biblioteca, 1983) Czeslaw Milosz (Nobel per la Letteratura nel 1980) scrive che “in Polonia, le stranezze della censura favorirono gli scrittori che si tenevano lontani dalla politica e si impegnavano in vari tipi di sperimentazione artistica. Erano i tempi della “poesia linguistica”, che scomponeva e ricomponeva in modo nuovo parole e frasi. Da alcune case editrici di stato furono pubblicati piccoli volumi di poesia, a malapena comprensibili, e ciò faceva parte di una politica generale che mirava a placare la gioventù insoddisfatta”.

Una ricchezza che colpisce. Sergio Maifredi l’ha concepita come un viaggio nella vita e nell’universo creativo della grande poetessa polacca.

La mostra in pillole

Nella stanza iniziale del piano terra, il visitatore incontra un collage “espanso” in cui si può entrare come in un libro pop-up. Nella seconda stanza possiamo entrare e conoscere il tempo in cui Szymborska ha vissuto in Polonia: la storia, la politica, l’arte. Numerosi i collage sempre più raffinati e, spesso, carichi d’ironia dissacrante che la poetessa ha realizzato per tutta la vita inviandoli ai suoi amici. Lei li chiamava “collanti d’amicizia”.

Al secondo piano si dipanano alle pareti i pannelli con immagini come, ad esempio, l’infanzia, i primi scritti, il matrimonio, il premio Nobel a Stoccolma, il funerale e scritti sulla sua vita.

Al terzo piano sono stati disposti documenti e fotografie di viaggio ed un film documentario. Vi sono oltre ottanta suoi collage originali, il libro di inglese che Wislawa illustrò da ragazza, frammenti del suo taccuino, lettere d’amore e dieci poesie inedite, appena ritrovate tra le carte del suo primo marito.
Una poetessa che, pur non essendo conosciuta dal grande pubblico internazionale, con la terza raccolta poetica, Wołanie do Yeti (Appello allo Yeti), del 1957, in Polonia vende oltre cinquecentomila copie.

Aveva molti estimatori anche tra personaggi famosi come Woody Allen, a cui regalò un suo collage, Tadeus Kantor, Jerzy Marian Grotowski. Citata in diversi film e canzoni (Roberto Vecchioni le ha dedicato una canzone). Nel 2009 Umberto Eco, in un estemporaneo omaggio alla poetessa, lesse i versi di Possibilità.

Possibilità

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa su tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti,
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Perché una mostra su Wislawa Szymborska a Genova?

Ha trascorso i suoi ultimi vent’anni di vita spesso a Genova dove ha conosciuto Pietro Marchesani, professore di Polonistica all’Università di Genova, che ha tradotto l’opera omnia della poetessa.
Inoltre, sempre a Genova, nel 1961, l’editore Silva pubblicò “Poeti polacchi contemporanei“, a cura di Carlo Verdiani, in cui uscirono per la prima volta in Italia 7 sue poesie.

 

Iniziative e convegni in arrivo per i cent’anni dalla sua nascita

  • Mostra “Szymborska: il mondo-collage” dal 27 settembre al 5 novembre al Museo di Palazzo Poggi di Bologna e dal 20 novembre al 15 dicembre allo MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma.
  • Dal 20 al 22 novembre a Roma avrà luogo il Convegno internazionale “Szymborska e:”. Studiosi polacchi e italiani indagheranno sui “:” che stanno per poesia, arte, lingua, traduzione e tradizione polacca, italiana, europea.

 

Per conoscerla un po’ di più

Chwila (L’attimo, 2002. Edizione italiana: Scheiwiller, 2004)
Dwukropek (Due punti, 2005. Edizione italiana: Adelphi, 2006)
Opere, a cura di Pietro Marchesani: Adelphi (collana La Nave Argo, 2008)
La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009): Adelphi, 2009 (con testo polacco a fronte)

Foto della cover e nel testo di Pier Luigi Guerrini

Breve elenco di idee inascoltate per una Città Laboratorio Culturale.
Ma l’idea di cultura del Pd ferrarese è subalterna al turismo mordi e fuggi della destra oggi al potere.

Da cittadino ferrarese ed elettore Pd, ho letto con attenzione il progetto, il programma, che il “referente per la cultura e il turismo” del Partito Democratico, Enrico Segala, ha inviato agli iscritti e agli elettori. La formula, in verità povera e non motivata, è che bisogna allargare i ‘grandi eventi’ alle periferie e alle frazioni, che bisogna maggiormente coinvolgere gli operatori del turismo e organizzare una programmazione biennale. In sostanza una accettazione ed un aggiustamento di quanto sta facendo l’amministrazione attuale.

Non ci si domanda per chi? da chi? non ci si pone il problema degli strumenti e dei temi. Manca ogni concreto esempio.

La conoscenza della città è il punto di partenza per volgersi ai cittadini, fare opera di integrazione, accrescere e qualificare la presenza turistica.

Ferrara sito Unesco è attualmente utilizzata come prestigioso contenitore per iniziative che rimangono prive di collegamento con le strutture cittadine.
Il ‘grande evento’ è, istituzionalmente, autosufficiente: chi vi partecipa non si interessa al contenitore, terminato se ne va.
Il risultato di tale politica è un testimoniato drastico calo della presenza turistica.

L’enfatizzazione, a parole, dei due secoli del vicariato estense non ha portato a ricadute sulla città; lo stesso progetto di mostre dedicate al rinascimento ha dato risultati modesti sul piano dei numeri (solo 70mila presenze), non ha accresciuto conoscenza e comprensione, ha ripetuto formule critiche obsolete senza nuove acquisizioni.

La conoscenza deve comprendere l’intera storia di Ferrara, dalla fondazione all’età contemporanea, costruendo iniziative, percorsi, valorizzazione delle plurime testimonianze esistenti. La città deve divenire interesse del visitatore e degli abitanti, non cornice per altro. Ferrara come soggetto e primo protagonista.

I percorsi debbono comprendere gli edifici religiosi, i palazzi, gli spazi verdi, i musei. Un insieme coerente e non sezionabile che invita a tempi pacati e non a un turismo mordi e fuggi. L’istituzione del ‘museo della città’ non sarebbe cosa futile.

E’ una possibile risposta al problema dell’integrazione dei nuovi cittadini.
Non ci si può inserire in una realtà se non la si conosce, conoscendola non solo la si accetta ma se ne possono utilizzare le potenzialità: muta il rapporto, da estranei si diviene compartecipi. E’ necessario che i ferraresi abbandonino lo stereotipo ‘estense’ per riconoscere la complessità e i condizionamenti dell’intera storia che ha costruito l’ambiente in cui viviamo.
E’ ora di finirla di considerare i due secoli della Legazione pontificia come un periodo buio e di decadenza. Bisogna dare spazio alle testimonianze della cultura scientifica, in gran copia custodite presso l’Università.
Accrescere i motivi di interesse, proporre diversa e articolata attenzione arricchisce la promozione turistica, ne potenzia la presenza, allarga il numero dei visitatori.

A Ferrara oltre alla presenza istituzionale, esiste una numerosa serie di associazioni, dalla Accademia delle Scienze al Centro Gramsci, dagli Amici della Musica a quelli della Ariostea: attive e capaci di progetto e di sollecitazioni. Faccio un unico esempio, molti altri se ne potrebbero fare: l’Accademia delle Scienze ha appena edito un volume dal titolo “L’Università di Ferrara nell’età del Riformismo pontificio e in epoca Napoleonica”, aprendo ancora di più alla conoscenza del XVIII secolo.

Esiste il forte tema del rapporto con l’università, il massimo istituto di cultura presente in città: i legami vanno rafforzati e potenziati. Si potrebbe, con l’Ateneo, organizzare una biblioteca consorziata di storia dell’arte che a Ferrara manca: strana omissione della quale nessuno parla.

Esiste il problema del raccordo fra le associazioni, le biblioteche e i musei. Esiste la necessità di un migliore utilizzo della legislazione regionale. Richiamo al rispetto delle convenzioni esistenti, non attuate a scapito del Comune, con lo Stato per la Pinacoteca, con la BPER per la palazzina di Marfisa.

Il documento non parla del progetto in via di attuazione di un ‘polo museale’ ferrarese che comprende solo i musei statali ed esclude quelli della università, i civici, quelli della curia, quello della Shoa. Varrebbe la pena di esprimersi, domandarsi il senso di tale operazione.

Esiste il problema dell’Archivio di Stato chiuso, quello irrisolto delle biblioteche, dei musei, dell’accesso per i disabili a quasi tutte le istituzioni pubbliche.

Esiste il problema della inadeguatezza dei responsabili apicali del settore cultura, privi di titoli e di competenza specifica.

Esiste il problema della attività di ‘Ferrara Arte’ che troppo spesso esonda.

Molto altro si potrebbe aggiungere a quanto già detto da Italia Nostra per il parco Bassani, dal movimento che ha contrastato il progetto Feris,, dalla quotidiana attività delle associazioni.

Credo varrebbe la pena, come Partito Democratico, di individuare dei temi, di organizzare incontri, di proporre soluzioni.
Il Centro Gramsci organizzò, in anni lontani, convegni sui musei, sul turismo, sul verde pubblico; l’Associazione Amici dei Musei, nel 2011, sui musei; la Ferrariae Decus edita un bollettino ove si affrontano molte questioni. Ne scaturiscono proposte operative e confronto con le istituzioni.  Finché ci si limiterà a documenti come quello ricordato sarà quasi impossibile costruire opinioni e indicazioni che valgano a contrastare l’attuale insoddisfacente proposta culturale avanzata dalla amministrazione civica.

Mi domando se esista una politica culturale del Partito Democratico a Ferrara, penso che fare politica sia altra cosa da quanto presentato dal ‘referente cultura e turismo’.

Per certi versi /
E vidi l’aurora

E vidi l’aurora

Un muro
Di luce chiara
Sul pave’
Della terra
Un abbraccio
Che si dilata
A ogni sguardo
Ci avvolge
In un grande scialle
Sottile
Ignoto
Al suo levarsi
Saremo
Saremo farfalle
Saremo

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Alan Fabbri chiude “a tutela della incolumità pubblica” La Resistenza.
Per un mese o fino alle elezioni? Staremo a vedere.

Un piatto servito freddo
Ho letto anch’io l’ordinanza del Sindaco che chiude “temporaneamente” le porte del Centro Sociale La Resistenza, e devo purtroppo dire che non riesco a condividere il cauto ottimismo degli amici della Resistenza. E non solo per il fatto che per eseguire i lavori imposti dall’ordinanza ci vogliono molte migliaia di euro e molto di più di 30 giorni. Sono infatti pronto a scommettere: il centro rimarrà chiuso fino alle prossime elezioni amministrative di giugno 2024. Almeno. poi si vedrà.
Frequento spesso La Resistenza, per la presentazione di un libro ma anche per scambiare due chiacchiere con giovani e meno giovani. E’ un posto che mi piace, molto tranquillo, che non mi pare fatiscente. Anzi, è molto bello arrivare alla Resistenza, uscire, se dio vuole, dal “salotto buono” (lindo, pulito, ancorché pieno di gabinetti da campo per il concerto di turno) del nostro Centro Storico inamidato.
Dunque la mossa del Sindaco, priva com’è dei requisiti d’urgenza, mi pare tutt’altro che estemporanea. Sembra piuttosto un atto premeditato. Un piatto da servire freddo, un piccolo trofeo da offrire  ai sostenitori più sfegatati. La  prima giunta orgogliosamente di destra dal dopoguerra in avanti, quella che aveva accantonato l’idea (almeno per il momento) di intestare una via di Ferrara al  glorioso Trasvolatore nonché mandante dell’uccisione di Don Minzoni,  non poteva accettare l’esistenza di un “Centro Sociale” (orribile a dirsi), per giunta “autogestito”. E soprattutto con quel nome indigeribile: La Resistenza.
Francesco Monini

Alan Fabbri chiude “a tutela della incolumità pubblica” Il Centro Sociale La Resistenza

Il sindaco di Ferrara ha chiuso il Centro sociale La Resistenza, aderente all’Ancescao, “a tutela della incolumità pubblica”, con una ordinanza firmata il 16 agosto. La stessa ordinanza impone lo svolgimento dei lavori necessari “entro 30 giorni”.

Deve essere messo a norma l’impianto elettrico interno ed esterno, certificata ai fini di sicurezza una vasta copertura esterna in metallo o in mancanza smantellata, sgombrati gli annessi non autorizzati e la piccola biblioteca al primo piano perché non munita di uscita di sicurezza. Questi i principali lavori da eseguire entro il 15 settembre!

Più che ispirato da sana amministrazione, sembra un atto suggerito da “coniglismo mannaro”.
Non servono commenti, ognuno di noi è esperto nell’arte di corteggiamento a lungo termine di elettricisti, idraulici, muratori. Figuriamoci a Ferragosto!
E cosa succede se alla data fatidica i lavori non saranno stati completati?  Ancora l’ordinanza: “le opere verranno effettuate dal Comune, senza ulteriori comunicazioni ai proprietari (ma guarda caso, il proprietario è il Comune!), ponendo a carico dei legittimi detentori ogni spesa inerente e susseguente all’intervento”,
Il sottotesto sembra chiaro: non ce la farete mai entro metà settembre, e noi i lavori li faremo quando potremo. E intanto il centro rimarrà chiuso.

E loro, i soci del centro sociale La Resistenza, che fanno? Si dichiarano “felici: infatti l’ordinanza ferragostana prevede il rientro dei soci al completamento dei lavori”. Dunque il Comune pare retrocedere rispetto ad una precedente delibera che escludeva la sede di via della Resistenza dagli stabili dati in gestione all’Ancescao di Ferrara.

Infatti, da anni più di un esponente dell’attuale amministrazione l’ha giurata a quel Centro Sociale, l’unico superstite in città. Lo testimoniano sui social i soliti commenti e dichiarazioni d’amore pro-Alan, dichiarazione apparse sui canali di comunicazione e comportamenti sconcertanti degli uffici comunali che non rispondono alle Pec del Centro, concedono risposte vaghe al telefono, salvo poi, all’improvviso accampare problemi di sicurezza, lavori da svolgere in urgenza e infine decidono che quello stabile l’Ancescao lo deve mollare e basta.
Ora non sembra più così: è probabile che la concessione in mano all’Ancescao, valida fino al 2034, sia risultata giuridicamente inattaccabile. Rimane l’atteggiamento punitivo del Comune nei confronti di associazioni e gruppi non omologati alla maggioranza di destra, confermato anche dallo sfratto ai danni del Centro Servizi del Volontariato e ad oltre venti associazioni.

Probabilmente l’intensa attività associativa del Centro sociale fatta di corsi, incontri, buffet, manifestazioni, laboratori, concerti a totale autofinanziamento, contrasta in maniera troppo stridente con la concezione di politica dello spettacolo, cene galanti, concertoni, ricevimenti sfarzosi che pratica il Comune interamente a spese dei cittadini e a vantaggio degli organizzatori privati.

“Riteniamo che i costi per i lavori siano in gran parte di competenza del Comune – prosegue il comunicato del Centro sociale –. ciononostante non ci tiriamo indietro. Le tempistiche e le modalità proposte dal Comune rappresentano una sfida per i soci, che ora si trovano a dover coordinare la ricerca sia di manodopera qualificata che di una azienda edile disponibile durante il periodo delle vacanze estive. In questo contesto è fondamentale il supporto e la partecipazione di tutti, ricordando che lo spazio appartiene all’intera comunità ferrarese”.

Migranti. La Cassazione condanna la Lega: «I richiedenti asilo non sono clandestini»

di Nello Scavo
Pubblicato da Avvenire il 18 agosto 2023
Il partito di Matteo Salvini aveva attaccato una parrocchia di Saronno. Sentenza definitiva. Ora la Lega rischia una montagna di denunce e risarcimentri per l’uso improprio del termine «clandestino»
Chi arriva in Italia per chiedere protezione non può essere chiamato «clandestino», neppure in un manifesto politico. Lo ha sancito la Cassazione che ha respinto un ricorso della Lega, ricordando al partito di Matteo Salvini che la libertà di fare politica «non può essere equivalente, o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui».

La sentenza, depositata il 16 agosto, conclude una vicenda iniziata nel 2016 quando per contrastare l’assegnazione di 32 richiedenti asilo a un centro di assistenza messo a disposizione da una parrocchia di Saronno, la Lega aveva convocato una manifestazione affiggendo cartelli per i quali ora il partito dovrà pagare un risarcimento: «Saronno non vuole i clandestini. Vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo, ai saronnesi tagliano le pensioni e aumentano le tasse, Renzi e Alfano complici dell’invasione».

Le associazioni Asgi e Naga avevano agito in giudizio davanti al tribunale, affermando che qualificare i richiedenti asilo come clandestini costituisce «molestia discriminatoria», un comportamento idoneo a offendere la dignità della persona e a creare un clima umiliante, degradante e offensivo. I giudici di primo e secondo grado avevano già accolto le ragioni delle associazioni, condannando la Lega a pagare anche un risarcimento del danno. Ma il partito di Matteo Salvini aveva poi proposto il ricorso in Cassazione, perdendo anche quest’ultimo.

Secondo la Corte «gli stranieri che fanno ingresso nel territorio dello stato italiano perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese di origine, di subire un “grave danno”, non possono a nessun titolo considerarsi irregolari e non sono dunque “clandestini”». La Corte ha anche respinto la tesi degli avvocati della Lega che invocavano il diritto del partito politico alla libera manifestazione della propria posizione. I giudici hanno dovuto ricordare che «il diritto alla libera manifestazione del pensiero, cui si accompagna quello di organizzarsi in partiti politici, non può essere equivalente o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui».

Per la Lega e per Matteo Salvini vi è ora il serio rischio di dovere affrontare decine di cause giudiziarie e una montagna di risarcimenti, poiché la decisione della Cassazione diventa integrante nella giurisprudenza. In questi anni decine di interventi pubblici di esponenti leghisti hanno adoperato la terminologia bocciata dalla Cassazione, e che spesso è stata usata sui social network anche dai vertici del partito.

«La sentenza, benché riferita a una vicenda di anni fa, dice molto anche alla politica di oggi – commenta l’avvocato Alberto Guariso che aveva presentato le denunce con il collega Livio Neri, entrambi di Asgi – e in particolare sulla inaccettabile consuetudine di continuare a usare il termine “clandestini” per coloro che arrivano sul nostro territorio, comunque arrivino, per cercare protezione: persone con una dignità da rispettare e non clandestini».

Premio Letterario Senza Premi “Le nostre Parole per l’Alluvione”.
La giuria è al lavoro, a novembre l’uscita di un’antologia con i testi migliori

Il 22  luglio scorso si è conclusa la prima fase del Premio letterario internazionale senza premi “Le nostre Parole per l’Alluvione”, una iniziativa lanciata nei  giorni dell’alluvione dalla Associazione Culturale Ultimo Rosso, in collaborazione con il quotidiano online Periscopio.[Qui vedi il Bando]

Un breve riepilogo. Al Premio si partecipava con opere edite o inedite, in lingua italiana, in vernacolo o lingua straniera (purché corredate da traduzione in italiano a cura dell’Autore candidato), a tema libero (senza richiamarsi obbligatoriamente alla tragedia dell’alluvione).
La partecipazione al Concorso prevedeva un contributo di adesione libero di almeno 5 Euro, da versare autonomamente alla Protezione Civile dell’Emilia Romagna per aiuti alle persone delle aree alluvionate.
Ogni Autore poteva partecipare a più di una Sezione, con un massimo di un’opera per ciascuna di esse.
Il Concorso era suddiviso nelle seguenti Sezioni:
Sezione A _Poesia singola edita o inedita a tema libero, lunghezza massima 40 versi, carattere Times New Roman 14, interlinea 1,5.
Sezione B_ Racconto edito o inedito a tema libero, lunghezza massima 20.000 battute (spazi inclusi), carattere Times New Roman 14, interlinea 1,5.

Nel termine previsto dal bando, sono pervenute all’indirizzo mail di Ultimo Rosso 31 poesie e 14 racconti brevi. Una buona risposta, tenuto conto del carattere anomalo e anticonvenzionale di un concorso che volutamente non prevedeva nessun podio e nessun premio. Un grazie ai poeti e scrittori che da ogni parte d’Italia hanno voluto aderire ad una proposta culturale e sociale insieme.

La commissione giudicatrice ha iniziato la fase della lettura e selezione dei testi che si concluderà entro il 30 settembre. Le liriche partecipanti che supereranno la selezione operata dalla Giuria, saranno pubblicate all’interno della rubrica Parole a Capo del quotidiano online Periscopio.

Dopo un ulteriore selezione, le opere migliori (poesie e racconti) verranno inserite in un’antologia dal titolo: “Le nostre Parole per l’Alluvione”.
Il prezzo di copertina sarà indicato successivamente, non potendolo definire in anticipo  il numero complessivo delle pagine. La pubblicazione dell’antologia è prevista nella prima decade di novembre. Pagate le spese, gli introiti della vendita del volume saranno interamente devoluti alla Protezione Civile dell’Emilia Romagna.

Cover; Libri alluvionati dalla –Biblioteca Manfrediana di Faenza. Foto da Agenzia Dire (www.dire.it).

Uno scandalo chiamato Ortazzo:
500 ettari del parco del Delta del Po svenduti a un magnate ceco

Come mai il Parco non ha protestato pubblicamente, chiesto aiuto alla cittadinanza, per acquisire l’area? Con una sottoscrizione della cittadinanza si sarebbe facilmente raggiunta quella quota. Perché nulla è trapelato da parte di alcun ente prima che Italia Nostra portasse all’attenzione la vicenda? E viene normale chiedersi, se non fosse stato per Italia Nostra, Parco, Comune o Regione ne avrebbero dato notizia? E soprattutto, cosa ne sarà ora di quell’area? E come mai il Comune di Ravenna, nonostante i soldi fossero stati stanziati, decise di non comprare l’area protetta e successivamente non concesse neppure un misero prestito al Parco?

Alla foce del Bevano, in Romagna, c’è una meravigliosa area protetta, 500 ettari tra dune costiere, pineta demaniale litoranea e zone umide interne, chiamate Ortazzo ed Ortazzino. Comprese all’interno del Parco del Delta del Po, è un unicum ambientale di ben due Riserve Naturali dello Stato, zone Ramsar, Rete Natura 2000 e Parco del Delta del Po, sottoposte anche a vincolo paesaggistico. Una settimana fa Italia Nostra ha scoperto che sono state svendute ad una società immobiliare [vedi la nota di Italia Nostra Ravenna su Periscopio del 14 agosto, ndr]. Il Parco ammette che non è riuscito ad acquistarle per il suo magro bilancio, vedendosi negato anche un prestito da Comuni, Regioni e CDP. Si parla di una cifra non altissima, appena 500 mila euro.

“Negli anni settanta, – ricorda Francesca Santarella presidente di Italia nostra Ravenna, che per prima ha sollevato il caso – in quest’area vastissima e straordinaria dal punto di vista ambientale, grazie al WWF e a persone come Giorgio Lazzari e come il pretore Vincenzo Andreucci, una battaglia memorabile sventò una speculazione immobiliare spaventosa da 3,5 milioni di metri cubi di nuove edificazioni che avrebbe cancellato la foce del Bevano, realizzato colate di cemento, villette, campi da golf su pinete e zone umide di Ortazzo ed Ortazzino ed un porto turistico (“Porto Gaio”) alla foce del Bevano. Chi conosce i luoghi, sa quale paradiso preziosissimo avremmo perduto. Eppure, l’ingordigia dell’uomo e delle amministrazioni non si ferma. E il pericolo è tornato. Da mare, subsidenza, erosione ed innalzamento del livello del mare avanzano inesorabili, e le straordinarie dune un tempo estese ed altissime sono ormai collassate dal lato mare. – spiega Santarella – La piattaforma Angela Angelina continua ad estrarre metano dai giacimenti sottostanti – anche la terraferma – senza nessuno stop dagli anni 70 almeno fino al 2027, nonostante i tanti annunci di possibile chiusura e le “compensazioni” milionarie fatte di ripascimenti e fittizie ricostruzioni ambientali, che ben quantificano il danno commesso e ovviamente non lo risarciscono, con tassi di subsidenza co-indotta fino a -2 cm anno. Da terra, a sud premono la terrificante lottizzazione di Lido di Classe in via del Lombardi, ed è notizia di questi giorni che dovrebbe partire anche quella omologa a nord, a Lido di Dante, che raddoppierà la località. Il territorio sprofonda ed il rischio mareggiate ed alluvioni è sempre più frequenti (con necessità di potenziamento idrovore per far fronte alle nuove cementificazioni, ovviamente).”

Come se non bastasse, “nel totale silenzio degli enti pubblici (Regione, Provincia, Comune, Stato, Parco del Delta del Po), l’immensa zona (circa 500 ettari) della Immobiliare Lido di Classe S.p.A. di Roma (capitale sociale di 255mila euro, detenuto da Italmobiliare spa, Banca Nazionale del Lavoro, Parsitalia spa), che ne deteneva la proprietà dal 1971, è stata venduta alla immobiliare CPI Real Estate Italy S.p.A., operativa nell’intermediazione immobiliare e con sede a Roma. Senza che nessun ente pubblico (Stato, Regione, Provincia, Comune di Ravenna, Parco del Delta del Po) facesse valere il diritto di prelazione. Cifra in ballo: poco più di 500 mila euro per quasi 500 ettari, cioè 10 centesimi di € a metro quadro.

La CPI Real Estate Italy S.p.A., fa capo a CPI  Property Group,  società fondata nella Repubblica Ceca e con sede in Lussemburgo, operativa sul fronte immobiliare in mezzo mondo, quotata nella borsa di Francoforte. La CPI  Property Group opera con prevalenza nell’Europa centro-orientale, ma anche in Italia, soprattutto a Roma. Fondatore e socio di maggioranza risulterebbe essere proprio il magnate ceco Radovan Vítek, con un portafoglio immobiliare di 9,8 miliardi di euro e un fatturato di 291 milioni. Il suo gruppo è impegnato con 19 progetti nella Capitale, di espansione urbanistica e cementificazione, fu lui a rilevare i debiti del gruppo Parnasi (famosi immobiliaristi romani) con Unicredit, acquistando il 100% delle società Capital Dev, Parsitalia ed Euronova. In pratica, Vitak si sta comprando Roma, soppiantando anche i palazzinari nostrani. L’operazione di compravendita della Foce del Bevano, tra Immobiliare Lido di Classe (il cui capitale sociale è controllato da Parsitalia) nasce quindi all’interno di uno stesso fronte immobiliare romano, visto che Parsitalia spa era stata rilevata da Cpi Property Group.

Così oltre a Roma il magnate ceco si è comprato un pezzo del parco del Delta del Po. Per farci cosa?

L’operazionecome specifica il Resto del Carlino lascia intendere di essere finalizzata alla edificazione di un’ampia area ora indicata come seminativa a nord ovest di viale dei Lombardi (quasi novanta ettari) e a ridosso della zona a tutela naturalistica: un’area che, come si legge nella certificazione comunale allegata al contratto di compravendita, viene indicata come prevista dal Psc del 2007 e dal Rue del 2009 come ‘spazio urbano prevalentemente residenziale con percorsi pedonali, ciclabili, spazi e strutture pubbliche e luoghi di culto’. Anche se il Comune rassicura che questo non avverrà, visto che ormai è proprietà privata nessuno può dormire sonni tranquilli.

“I vincoli del piano territoriale del Parco e di rete Natura 2000 rendono l’area di fatto intoccabile e assolutamente protetta da ogni punto di vista” assicura anche il Parco.

Francesca Santarella nutre però dei giustificati dubbi e ci mostra le mappe:

“La zona verde scuro è l’unica zona di massima tutela (“A”) dell’intero Parco del Delta del Po Emilia-Romagna ma come si vede dalle mappe, l’area su cui qualcosa potrebbe essere realizzato è di almeno 80 ettari dentro il perimetro rosso, ed è color verde acqua (zona “C”) in basso a sinistra. La linea sinuosa che si vede sono le strade asfaltate tuttora esistenti, del primo scempio edilizio poi sventato”.

Da capire anche perché nessun Ente abbia fatto valere il diritto di prelazione.

Nel contratto di compravendita, siglato a marzo 2023, è anche evidenziato che la Immobiliare Lido di Classe il 19 ottobre 2022 notificò all’Ente Parco del Delta l’intenzione di vendere “ai fini dell’esercizio, entro il termine di tre mesi, del diritto di prelazione” e che al 19 gennaio 2023 non era pervenuto “alla parte venditrice alcun provvedimento di esercizio del diritto di prelazione”.

L’Ente Parco si è giustificato  dicendo che in realtà si era interessato all’acquisto dell’Ortazzo e dell’Ortazzino, “ricercando tutte le modalità per garantire l’acquisizione dei beni ambientali”, ma nessuno gli aveva concesso un misero prestito.

“Ci siamo subito attivati per chiedere mutui alla Cassa Depositi e Prestiti dello Stato ed anche a due banche diverse, inclusa la tesoreria attuale, ma non ci sono stati concessi. La causa? Il nostro irrisorio bilancio – spiega la nota del Parco – a detta delle banche stesse, non offriva sufficienti garanzie per un mutuo di appena 500 mila euro. Ancora una volta la carenza di fondi è alla base di tutte le difficoltà dell’Ente. Il Parco ha bussato a tutte le porte, chiedendo finanziamenti anche agli Enti locali, presentando dossier che illustravano l’importanza del sito e le possibilità di conservazione e valorizzazione dei siti, ma ciò non ha sortito l’apertura di linee di credito. L’Ente Parco ha dovuto, quindi, accettare suo malgrado, che l’area finisse nuovamente nelle mani di società private”

Ma come mai il Parco non ha protestato pubblicamente, chiesto aiuto alla cittadinanza, per acquisire l’area?
Con una sottoscrizione della cittadinanza si sarebbe facilmente raggiunta quella quota. Perché nulla è trapelato da parte di alcun ente prima che Italia Nostra portasse all’attenzione la vicenda? E viene normale chiedersi, se non fosse stato per Italia Nostra, Parco, Comune o Regione ne avrebbero dato notizia? E soprattutto, cosa ne sarà ora di quell’area?

Anche il Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile ritiene “uno scandalo vero e proprio la questione della vendita di Ortazzo e Ortazzino. Prevediamo che ora inizi il rimpallo fra i diversi livelli istituzionali, e che nessuno si vorrà assumere la responsabilità, responsabilità in ogni caso molto gravi che secondo noi investono tutti i livelli di potere, dal Governo centrale, alla Regione allo stesso Comune di Ravenna. Solidarizziamo senza riserve con la protesta intrapresa da Italia Nostra, e con tutte le voci che in questi giorni – nonostante le disattenzioni ferragostane – si stanno levando per rivendicare che le aree in questione rimangano intatte”.

Fermenti anche tra le opposizioni politiche, in particolare Ravenna in Comune, Potere al Popolo e Lista per Ravenna promettono battaglia.

La cosa più grave è che la Giunta de Pascale affermava nel 2017 di star lavorando per un’acquisizione dall’immobiliare, tanto che nel giugno 2021, erano stati stanziati fondi per l’acquisto dell’area.

Nel Documento Unico di Programmazione 2021/2023 (pagina 258) c’e’ infatti un riferimento all’ “Acquisto area naturalistica denominata: “Ortazzo/Ortazzino” a nord di Lido di Classe” con 514.400,00 EUR per il solo 2021. Il 2022 e 2023 non sono valorizzati. (https://www.comune.ra.it/wp-content/uploads/2020/12/Schema-Nota-Aggiornamento-DUP-2021_2023.pdf). Nel Documento Unico di Programmazione 2023/2025 però non ci sono accenni all’Ortazzo. Come mai questo improvviso cambio di rotta?

Come mai il Comune, nonostante i soldi fossero stati stanziati, decise di non comprare l’area protetta e successivamente non concesse neppure un misero prestito al Parco? Chi e perché ha impedito che Ortazzo e Ortazzino tornassero al Comune?

“L’impegno è scolpito nella pietra – rassicura il sindaco De Pascale con una breve frase su FB – neppure un centimetro dell’area Ortazzo- Ortazzino sarà toccata”.

Sarà pure scolpito nella pietra, ma ne ha permesso la svendita senza batter ciglio, quando erano stati stanziati i fondi per acquistarlo.

Un altro obiettivo di mandato per il 2016-2021, anche questo non compiuto, era l’eliminazione della zona militare dell’Ortazzo e Ortazzino”. Una zona militare di esercitazioni nel bel mezzo di una zona protetta, che vanno avanti da molti anni. Ed anche questo obiettivo, è stato depennato. Forse scolpito nella pietra anche questo?

“Lo scandalo della svendita di Ortazzo e Ortazzino, aree pregiate del Parco Delta del Po, ad una società immobiliare con sede in Lussemburgo, dopo il mancato finanziamento all’Ente Parco da parte di Comune di Ravenna, Regione, Cassa Depositi e Prestiti della risibile somma di 500 mila euro, mette in luce responsabilità politiche molto gravi. Il Sindaco di Ravenna, la Regione Emilia-Romagna, la Cassa Depositi e Prestiti, cioè il Governo. Qualcuno deve assumersi la responsabilità di questo scandalo e dimettersi – afferma Paolo Galletti, portavoce di Europa Verde, insieme alla consigliera regionale di Europa Verde Silvia Zamboni, che ha presentato una interrogazione in merito: – la Regione acquisti le aree e si proceda a dotare il Parco di fondi e personale adeguato. E si operi per istituire il Parco Nazionale Delta del Po (ora solo regionale)”.

Questo articolo è uscito sulla agenzia internazionale pressenza il 16 agosto 2023

In copertina: Foce del Bevano  (foto di Francesca Santarella)

Storie in pellicola / Romantiche

“Romantiche”, il film di Pilar Fogliati che diverte e fa riflettere sorridendo

È un ritratto simpatico, divertente, delicato, ironico ma anche molto affettuoso quello di quattro giovani ragazze molto diverse tra loro che, con le loro insicurezze, paure e desideri, cercano di trovare il loro spazio nel mondo.

 

La trentenne Pilar Fogliati – che avevamo visto in un Passo dal Cielo, Corro da te e, recentemente, nella serie Netflix Odio il Natale – firma sceneggiatura e regia di Romantiche, un vero “one woman show”: ne è, infatti, anche attrice poliedrica e talentuosa, interpretando tutte e quattro le protagoniste. Un vero camaleonte.

Un film vincitore, nel 2023, del Nastro d’argento alla Migliore attrice in un film commedia a Pilar Fogliati e di due Globo d’oro, come Miglior commedia e Miglior attrice a Pilar Fogliati.

Sullo schermo scorrono le storie di Eugenia Praticò, un’aspirante sceneggiatrice palermitana approdata al quartiere romano un po’ bohemienne del Pigneto per far produrre il suo copione, “Olio su mela”, e che sarà destinata a parecchie delusioni. È capace però di inventare favolosi titoli alle canzonette pop, su gentile richiesta delle amiche (appare anche Levante, che interpreta sé stessa).

Uvetta Budini di Raso è, invece, un’aristocratica che vive fuori dal mondo e con la testa fra le nuvole che frequenta solo cugini ‘ricchi ma alternativi’ ma che vuole provare l’emozione di andare a lavorare (il lavoro, che tema originale !!!) da un fornaio, fra il colore bianco della soffice farina e l’odore del pane caldo. Con tanto di panettiere romantico.

A unire queste quattro vite, un po’ macchiette ma con una grande anima, una brillante psicologa, la dottoressa Valeria Panizzi (Barbara Bobulova) che tutte frequentano, raccontandole le proprie storie personali. Con tanto di finale a morale della storia.

Un film comico, con molta attenzione al genere, i cui personaggi ricordano quelli del maestro Carlo Verdone, per la ‘romanitas’ e la tenerezza, con l’importante presenza di Giovanni Veronesi, come coautore del soggetto e della sceneggiatura (quest’ultima scritta insieme anche a Giovanni Nasta). Personaggi scombinati e un tantino ingenui che suscitano però molta empatia. Davvero divertente.

Romantiche, di Pilar Fogliati, con Pilar Fogliati, Barbora Bobulova, Claudia Lagona, Diane Fleri, Giovanni Toscano, Edoardo Purgatori, Levante, Italia, 2023, 108 minuti.

Epilogo del caso Carife:
da grandi poteri derivano grandi irresponsabilità

Epilogo del caso Carife: da grandi poteri derivano grandi irresponsabilità

Con un pezzo comparso su questo giornale nel novembre 2021 (si può leggere qui) prendevo atto con sconcertata desolazione dell’accordo tra Banca d’Italia e colui che è stato direttore generale di Carife dal 2000 fino al 2009. Accordo con il quale la stessa Banca d’Italia, dopo aver proclamato a mezzo stampa che avrebbe chiesto un centinaio di milioni di danni a CdA, Sindaci, Revisori, Direttori, Presidenti e giù giù fino ai commessi, ha liberato l’ex DG (nel 2019) in cambio della miseria di 500.000 euro; con ciò depotenziando tutta la parte civilistica delle azioni di risarcimento nei confronti dei presunti responsabili “minori” del dissesto della banca. Oggi assistiamo all’epilogo. Nel versante dell’accusa penale ancora aperto – quello per bancarottai Pubblici Ministeri (quelli che hanno il ruolo e la funzione di pubblica accusa) hanno chiesto l’archiviazione delle accuse contro i nove indagati. Ripeto: chi istituzionalmente dovrebbe motivare l’accusa nei confronti degli indagati, ha detto che non ci sono ragioni per andare avanti. Si archivi.

 

Sembra un episodio di Topolino. Sei il custode di una ricca casa. Un giorno, un poliziotto ti accusa di avere dissipato le ricchezze di famiglia, e ti inserisce dritto in una banda Bassotti di presunti dissipatori come te. Dopo dieci anni il capo del poliziotto dice al giudice che non hai commesso nessuno dei reati contestati. Nel frattempo, la casa in questione è stata espoliata di tutti i suoi beni rimasti, e ce n’erano ancora tanti. Sparisce tutto: denari, risparmi, argenteria di famiglia e metà dei dipendenti. A fare sparire tutto però, apprendiamo oggi, non sono stati i custodi, la presunta banda Bassotti. Al massimo possono essere accusati di avere dato la chiave di casa alle persone sbagliate. Già. E chi sono le persone sbagliate?

Beh. Basta guardare i nudi fatti. All’atto del commissariamento di Banca d’Italia (maggio 2013), Carife aveva 350 milioni di patrimonio. Dopo due anni di commissariamento, di quel patrimonio rimangono le briciole. Il minimo è fare scroscianti applausi ai commissari per l’oculatissima gestione. Segnalo che costoro avrebbero per compito istituzionale quello di preservare il patrimonio dell’istituto che gestiscono.

A questo punto, a buoi già quasi tutti scappati dalla stalla, su proposta di Banca d’Italia (evidentemente risoltasi al male minore, dopo la formidabile gestione dei suoi emissari) un Fondo privato – non pubblico, privato – con dentro i soldi di tutte le banche (Fondo Interbancario Tutela Depositi) delibera di mettere 300 milioni in Carife, per ricapitalizzarla e salvare i risparmi dei clienti. Gli azionisti dicono “va bene” (luglio 2015). Eppure questi soldi tardano ad arrivare. Si comincia a capire che non arriveranno mai quando il governo Renzi diffonde la bufala che la Commissaria Europea alla concorrenza avrebbe scritto che questa specifica operazione è vietata, perchè sono fondi pubblici (come scrivevamo già qui e anche qui).

Abbiamo chiesto pubblicamente all’onorevole Luigi Marattin di esibire questo documento della commissaria europea.  Lui ne dovrebbe sapere qualcosa, visto che allora era il consigliere economico di Palazzo Chigi e grande propugnatore dell’operazione di scioglimento in acido di Carife, nostro concittadino di formazione, ex assessore, oggi deputato di Italia Viva e genio dell’economia. Non avremo mai nè la risposta nè il documento. Non avremo la risposta, perchè non siamo degni di lui. Non avremo il documento, perchè un documento che contenga questo divieto non esiste.

Questo infine sanciscono i magistrati inquirenti: da una parte abbiamo alti funzionari di banca dalla gestione disinvolta, un organo di vigilanza prima distratto poi draconiano, commissari di dubbio spessore e un governo ballista che, ciascuno per la propria quota di responsabilità, hanno contribuito a smantellare pezzo dopo pezzo la principale realtà economica del territorio. Di costoro, non paga nessuno. Dall’altra parte abbiamo tutti i cittadini e i lavoratori che hanno riposto soldi e fiducia nella banca del loro territorio. Costoro pagano tutti senza avere avuto alcuna colpa.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” è una frase divenuta celebre nelle serie Marvel dell’Uomo Ragno. Evidentemente Peter Parker non ha mai volteggiato per i tetti di Ferrara, altrimenti avrebbe dovuto aggiornare la massima.

Cover: l’Uomo Ragno (licenza Creative Commons, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/)

LE PAROLE CI PARLANO
Mantova Festivaletteratura 2023. Da mercoledì 6 a domenica 10 settembre

Anche quest’anno, come facciamo da un decennio a questa parte, Periscopio seguirà con passione e interesse il Festivaletteratura.  Per il nostro giornale, saranno a Mantova  le inviate Roberta Barbieri e Maria Calabrese, per seguire dal vivo gli eventi più interessanti, realizzare interviste  e partecipare alle presentazioni per la stampa. 
Lunga vita, dunque, a Festivaletteratura, il padre-madre di tutti i festival.
La Redazione di Periscopio

Mantova Festivaletteratura 2023. Da mercoledì 6 a domenica 10 settembre

Trovare le parole è la sfida che attraversa la ventisettesima edizione di Festivaletteratura che si terrà a Mantova da mercoledì 6 a domenica 10 settembre, e che arriva in un momento storico in cui dare nome alle cose e a quanto ci succede intorno sembra sempre più arduo e ingannevole.

Mettere insieme le parole, provare a ricucirne il senso, misurarne la “tenuta” e farne dialogo è lo sforzo che da sempre impegna Festivaletteratura e si esprime nel chiamare autrici e autori da tutto il mondo, nell’aprire sempre nuovi spazi di ascolto e di scambio, nel tentare operazioni di aggancio più o meno ardite tra linguaggi e narrazioni diverse per leggere – attraverso la letteratura – una realtà che parla e ci sembra non dire.

Questa ricerca nell’edizione 2023 prende la forma di un possibile rovesciamento dei canoni sotto la spinta di generi, cittadinanze e appartenenze che si vanno ridefinendo; di un’inedita alleanza con le arti, per dare più forza ed evidenza alle parole e riportarle in piazza; di una partita da riaprire con la letteratura e la storia del nostro recente passato; di istanze sociali che premono per rientrare nel discorso collettivo; di modalità più intense e raccolte di confronto tra autori e lettori; di ragazze e ragazzi che per primi sentono l’urgenza di ritrovarsi nelle parole e al Festival arrivano desiderosi di interrogarle, ridiscuterne il significato, aprirle alla propria esperienza.

Spingersi in questa direzione porta Festivaletteratura anche a uscire dai suoi luoghi più “tradizionali” muovendosi dentro e fuori la città e insieme a lavorare sui tempi lunghi con centri di studio, musei e altre realtà per far sì che le parole restino e continuino a raccontare.

il racconto dei subcontinenti

Dall’India alle Americhe, dalle molte anime dell’Europa al Mediterraneo, il ricco panorama internazionale del Festival è un crocevia di presenze ormai emancipato da canoni letterari nazionali ed etichette della letteratura postcoloniale: prestiti, rimandi, citazioni e derivazioni rendono oggi ogni opera letteraria patrimonio comune. In una vasta proposta di narrativa che guarda a diversi contesti geografici, l’attenzione si rivolge soprattutto a scrittrici e scrittori del subcontinente indiano, capaci di raccontarne le molteplici e spesso tragiche contraddizioni, come lo srilankese Shehan Karunatilaka, vincitore del Man Booker Prize 2022, l’astro nascente del noir indiano Deepti Kapoor o Pankaj Mishra, tra i più brillanti saggisti e giornalisti indiani dei nostri giorni.

In un momento in cui è fondamentale ritrovare nella letteratura una risposta alla brutalità cieca della guerra, delle barriere e dei regimi autoritari, torna a Mantova il Premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk; largo spazio viene dato alle memorie della diaspora balcanica e albanese, che trova voce nel dialogo tra la scrittrice croata Ivana Bodrožić e Lella Costa o nell’incontro tra Gazmend Kapllani ed Elvira Mujčić. Le molte, diverse Americhe vivono nelle parole di Ken Kalfus e David Sedaris, in quelle dell’attivista cilena Cynthia Rimsky, e nelle peregrinazioni tra Sud America ed Europa raccontate dal romanziere Miguel Bonnefoy. Al ruolo della scrittura come intrinseca dissidenza intellettuale guarda invece l’intervento al Festival del narratore di origini turche Hakan Günday, mentre l’irlandese Audrey Magee discute insieme a Marcello Fois delle gabbie vernacolari di cui son spesso prigionieri gli abitanti di un’isola. Sul racconto della catastrofe, imminente o prossima ventura, si sofferma la saggista e narratrice statunitense Elvia Wilk. Autrice tra le più amate dal grande pubblico, arriva quest’anno al Festival Valérie Perrin.

(auto)narrazioni

Tra romanzi, autobiografie e memoir, la letteratura più recente sembra sempre più segnata dall’affermazione dell’autofiction, ovvero di quelle forme di narrazione in cui l’autore si pone come protagonista, instaurando una particolare interrelazione tra verità e finzione, deformazione del ricordo e proiezione del sé. A parlarne al Festival sono Paolo Giordano e Walter SitiEmanuele Trevi e Francesco PiccoloMarco Drago in dialogo con Marta Cai, nonché numerosi degli ospiti stranieri presenti in una serie di incontri che, tra ricordi familiari, amori e ossessioni adolescenziali, osservazione del quotidiano, disillusioni dell’età adulta e straordinarie colonne sonore, racconta l’insopprimibile tentativo di riappropriarsi della propria vita attraverso la parola, ma soprattutto tenta di guardare al presente e al recente passato con maggiore autenticità e nitidezza.

Di romanzi che prendono a prestito atmosfere, frammenti, situazioni, singoli episodi delle biografie personali o familiari per dare sostanza e colore all’impasto narrativo offrono diversa testimonianza le presenze in dialogo di Francesca Capossele e Silvia Di Natale, di Olga Campofreda e Mavie Da Ponte, e –sconfinando nei territori del fumetto – di Piersandro Pallavicini e Sualzo, di Vincenzo Latronico e Manuele Fior.

Calvino in gioco

Nel centenario della nascita di Italo Calvino non potevano mancare appuntamenti dedicati a uno dei più grandi scrittori del Novecento. Da Se una notte d’inverno un viaggiatore – il romanzo di Calvino che più di ogni altro gioca con i meccanismi della creazione narrativa e l‘esperienza della lettura – nasce Ludmilla, l’escape room ideata e sviluppata dallo studio di game designer We Are Muësli e aperta al pubblico già dal weekend antecedente a quello d’inizio ufficiale del Festival. Un’attigua “sala di atterraggio” – realizzata in collaborazione con il Laboratorio Calvino, la Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori e altri archivi e istituzioni culturali – dopo l’esperienza di gioco consente di (ri)avvicinarsi all’autore grazie a una selezione di libri, documenti, recensioni, interviste video. Non mancano incontri con scrittori e studiosi come Greta Gribaudo, Marco Belpoliti, Silvio Perrella, Francesca Rubini e Domenico Scarpa per proporre alcune chiavi di lettura per ripercorrere i romanzi, i racconti e gli scritti critici di Calvino.

l’odissea romantica

Amati, citati, travisati, mitizzati: sono i letterati tedeschi che segnarono il passaggio dallo Sturm und Drang al Romanticismo, attraversando con audacia e giovanile ardore la transizione dal secolo dei Lumi all’età Napoleonica, e incidendo in maniera decisiva sull’estetica europea. Con gli eventi di l’odissea romantica, il Festival racconta l’identità intellettuale di nomi ormai scolpiti nella storia della letteratura e della filosofia – Goethe, Schiller, Hölderlin, Fichte, Schelling, Novalis, Schlegel – partendo dalla pubblicazione del carteggio integrale tra Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller curato dai germanisti Maurizio Pirro e Luca Zenobi, ospiti di un incontro; per proseguire lungo un itinerario che riporta alla luce la straordinaria vitalità di una poetica dalle molte anime attraverso la performance sonora per voce, laptop e dischi curata dalla cantante e musicista NicoNote tra le quinte del Teatro Bibiena, e il suggestivo itinerario serale nei giardini di Palazzo d’Arco con lo scrittore Alberto Rollo e l’attore Giovanni Franzoni.

percorsi poetici

È una poesia che sfida, contesta i pregiudizi, grida contro la violenza, si interroga sulla letteratura, gareggia con l’arte visiva, si mette in gioco quella che attraversa questa edizione di Festivaletteratura. Ospite di punta è la poetessa di origine somala Warsan Shire, tra le voci più originali dei black british poets, che racconta di esilio e terre perdute, mentre gli altri incontri previsti in programma si interrogano sul rapporto tra creazione e studio, sulla produzione poetica italiana degli ultimi cinquant’anni, su quelle zone dell’immaginario poetico che confinano con la favola, il folklore, il soprannaturale. E se con il progetto Ekphrasis si fanno gareggiare la forza descrittiva della parola e quella dell’immagine pittorica, poeti di pagina e di palco si affrontano in Page vs Stage in una sfida all’ultimo verso. Non mancano appuntamenti dedicati ai più piccoli, tra cui i workshop di Junior Poetry Mag, prima rivista di poesia per ragazzi.

in dialogo con la letteratura

I classici, opere o autori che si illuminano ogni qual volta un lettore li riscopre come parte di sé, caratterizzano il Festival sin dalla sua genesi: anche in questa edizione, accanto all’ampio focus dedicato a Calvino, al romanticismo tedesco e alle scrittrici italiane del Novecento, sono numerosi gli incontri che leggono e rileggono storie di scrittura tra pièce memorabili e trame ingiustamente cadute nell’oblio, con una particolare attenzione alla letteratura tra Otto e Novecento.

Il teatro è uno dei luoghi privilegiati di questa esplorazione, dallo spettacolo di Roberto Abbiati dedicato a Franz Kafka al monologo Erodias che rivela il talento drammaturgico di Giovanni Testori, fino alla grand soirée con Luca Scarlini e i lettori della Compagnia della lettura incentrata sul Dizionario infernale di Jacques Albin Simon Collin de Plancy.

Con l’apporto degli allievi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, prosegue la riscoperta di Atti unici del ‘900 italiano, dedicati quest’anno a Ettore Petrolini, Natalia GinzburgGiorgio Manganelli, Carlo Emilio Gadda, Ida Omboni e Paolo Poli.

Il dialogo sui libri, la critica letteraria e la prassi della scrittura è il leitmotiv di tre cicli di appuntamenti che dopo il successo delle passate edizioni tornano al Festival: la serie delle collane, organizzate in collaborazione con la Rete Bibliotecaria Mantovana, in cui autori ospiti vengono invitati a individuare parentele sorprendenti tra cinque o più titoli delle Biblioteche Baratta e Teresiana; la parte dei critici, serrata ricognizione di Vincenzo Latronico sullo stato di salute della critica letteraria; e gli incontri sul fuoco sacro della scrittura a cura di Christian Mascheroni ed Elsa Riccadonna.

Di vite tra i libri parleranno autori come Domenico Starnone, Teresa Cremisi e Francesco Permunian, mentre le vite e le opere di tre protagonisti indiscussi della letteratura mondiale – Fëdor Dostoevskij, Thomas Mann e Anna Achmatova – saranno oggetto degli interventi di Julia KristevaColm TóibínPaolo Nori. Alla collezione di libri viennesi per bambini dell’architetto e designer Otto Prutscher è dedicato l’incontro con James Bradburne.

Francesco Piccolo e il regista Mario Martone ci guidano alla (ri)scoperta della fitta rete di vicende pubbliche e private da cui nacquero 8 1/2 di Federico Fellini e Il Gattopardo di Luchino Visconti, mentre Giacomo Poretti conversa sulle sue interminabili avventure tra i libri insieme a Bruno Gambarotta.

strade gialle

Negli appuntamenti sul giallo dell’edizione 2023, il Festival dedica una particolare attenzione al rapporto quasi congenito tra questo genere e i media. In questo contesto, tra i tanti incontri, non potevano mancare due giganti del racconto mediatico delle pagine più buie e controverse della cronaca nera del nostro Paese: Carlo Lucarelli, voce e volto per oltre un decennio, del programma di culto Blu Notte, e il giornalista Stefano Nazzi, che con il popolarissimo podcast Indagini ha raccontato delitti entrati a pieno titolo nell’immaginario collettivo. Sul fronte internazionale spiccano gli incontri con la giovane autrice indiana Deepti Kapoor e con un giallista di razza come l’inglese Anthony Horowitz; mentre un amichevole duetto a tinte noir è quello offerto da Giancarlo De Cataldo e Alessandro Robecchi. Sul popolarissimo filone del giallo a fumetti si confrontano invece Luca Crovi e il disegnatore Daniele Bigliardo, mentre Donato Carrisi propone un’inedita lezione sulla paura.

nei corpi/sui corpi

È la letteratura, spesso, il mezzo che dà forma al vissuto del corpo: un corpo desiderante e desiderato, a volte sentito estraneo, spesso oltraggiato, mercificato, fatto oggetto di discriminazione; un corpo comunque fragile, che ci avvicina all’esperienza della fine.

Quest’anno il Festival si addentra nei territori di confine tra la vita e la morte, chiamando in causa – insieme alla narrativa – la filosofia, la religione, la scienza e la psicologia. Tre incontri legati al progetto del Festival Staccando l’ombra da terra – inaugurato lo scorso febbraio con un corso di lettura e scrittura e un ciclo di film dedicati al fine vita – vedono protagonisti lo psichiatra Paolo Milone, la poetessa Elia Malagò, la pastora della Chiesa Valdese di Mantova Ilenya Goss e la monaca buddhista Anna Maria Iten Shinnyo Marradi, la scrittrice Cristina Rivera Garza, che, come Antje Rávik Strubel, affronta il tema dalla prospettiva della violenza di genere. Al dolore, alla vecchiaia, alle fragilità dei corpi danno voce le presenze di Daniele Mencarelli, Michela Murgia, Lidia Ravera e Antonella Viola, così come l’incontro pensato in memoria di Ada D’Adamo.

Filippo Timi reinterpreta sul palco il mito novecentesco di Marilyn Monroe, emblema di un fascino irresistibile, vulnerabile, tragicamente umiliato; corpi percepiti come fuori dalla norma – per colore e misura – sono quelli raccontati da Anna Maria Gehnyei e Giulia Muscatelli; mentre la britannica Polly Barton propone una riflessione a più voci intorno al porno.

il posto delle donne

Aspettando il giorno in cui parlare di letteratura e arti “al femminile” sarà insensato quanto definire certi romanzi capisaldi della letteratura “al maschile”, il Festival torna su una parte importante della nostra recente storia letteraria rimasta ai margini del canone ufficiale proprio perché opera di donne. In continuità con l’edizione del 2022 che aveva reso omaggio alla figura di Maria Bellonci, quest’anno il Festival con Olga Campofreda e Francesca Massarenti entra nelle stanze di alcune eccezionali autrici del Novecento italiano da poco oggetto di nuove attenzioni editoriali: Alba de Céspedes (1911-1997), Dolores Prato (1892-1983), la romanziera napoletana Fabrizia Ramondino (1936-2008) e la geniale e cosmopolita Fausta Cialente (1898-1994).

Se un’attenzione particolare viene dedicata quest’anno al pensiero e all’opera di Carla Lonzi, con l’economista Azzurra Rinaldi, la sociologa Francesca Coin, la sociolinguista Vera Gheno, la scrittrice Melania G. Mazzucco, la filosofa Annarosa Buttarelli e la grecista Giulia Sissa si conversa di canoni segnati dal predominio maschile, dei limiti di pensiero entro cui la condizione femminile è rimasta troppo a lungo ingabbiata e privata di dignità, e dell’influenza della disparità di genere sul benessere economico.

spazio sociale

Attraverso un percorso di appuntamenti tra economia, diritti e trasformazioni sociali, il Festival attiva quest’anno un ideale laboratorio di riflessione su alcune urgenze sociali evidenti e spesso inascoltate. Molti i temi trattati: dal fenomeno delle grandi dimissioni raccontato dalla sociologa Francesca Coin al significato di inclusione e di discriminazione di genere in ambito economico con Fabrizio Acanfora e l’economista Azzurra Rinaldi, dal complesso tema dell’inflazione raccontato da Stefano Feltri fino al necessario discorso sulle carceri affrontato dal sociologo Luigi Manconi insieme a Zerocalcare. E ancora turistificazione, dematerializzazione dell’economia, crisi demografica, politiche abitative, futuro delle aree interne insieme a Sarah Gainsforth e la incessante fuga dei cervelli con Maria Castellito e la blogger Michela Grasso alias @Spaghettipolitics. Il filo rosso della pace tiene uniti il dialogo tra Tonio Dell’Olio e Guido Rampoldi, la testimonianza e i laboratori della Scuola di Pace di Montesole, l’azione di Michelangelo Pistoletto al Tempio di San Sebastiano; mentre una più larga riflessione sul significato di “credere” nel nostro tempo mette a confronto lo stesso Pistoletto con Matteo Zuppi.

giornalismo narrativo

Decimo compleanno per Meglio di un romanzo, il progetto di Festivaletteratura che dal 2014 – sotto la guida di Christian Elia – invita autori tra i 18 e i 30 anni a sostenere progetti inediti di reportage narrativi di fronte a scrittori, giornalisti e addetti ai lavori in presenza del pubblico del Festival. Tra gli incontri pensati quest’anno per festeggiare Meglio di un romanzo, oltre alle tradizionali sessioni di pitching e alla presentazione dell’ultimo reportage vincitore, vanno ricordati la conversazione con due maestri internazionali del reportage narrativo come Cynthia Rimsky e Witold Szablowski, e un podcast speciale con molti protagonisti delle passate edizioni.

In programma anche numerosi appuntamenti che, attraverso la lente del giornalismo, mettono a fuoco le vicende cruciali che segnano il nostro tempo: oltre ai già ricordati incontri sui temi delle migrazioni, della giustizia climatica, della gentrificazione fuori controllo dei tessuti urbani e di abbandono delle aree interne, va segnalato quello sulle macromafie, con Floriana Bulfon e Antonio Talia; mentre a più ampie geografie guardano i reportage di Witold Szablowski e Patrik Svensson.

passato (e trapassato) prossimo

Festivaletteratura non smette di confrontarsi con la storia, alla continua ricerca di ragioni e chiavi di lettura per quello che accade oggi o è appena accaduto. Tra storie personali, cronache e documenti pubblici si discute di Anni Ottanta, guardando alla nascita di esperimenti espressivi ancora modernissimi come la rivista di culto Frigidaire con Vincenzo Sparagna, al dilagare della tossicodipendenza con Giulia Scomazzon e Vanessa Roghi, e alla tragica parabola discendente del terrorismo con Carole Beebe Tarantelli Alessandro Portelli; ma si parla anche dei primi vent’anni di questo XXI secolo, dalle Torri Gemelle ai meme, con Alessandro Barbero, Mattia Salvia e Ivan Carozzi, o si retrocede sulla linea del tempo per tornare al disastro del Vajont con Mauro Corona, alle conseguenze delle leggi razziali italiane nell’incontro intorno all’archivio EGELI, ai fasti dell’antico Ghetto di Mantova con Paolo Bernardini e Stefano Scansani. Un peso particolare, per il legame con il territorio mantovano, assume l’omaggio del Festival nel centenario della nascita a Gianni Bosio, straordinaria figura di scrittore, militante politico, animatore culturale, studioso della cultura popolare e della tradizione orale.

migrazioni naturali

“La migrazione ha creato il mondo”, scrive Ruth Padel, è una sorta di filo rosso che lega il viaggio originario delle cellule, le migrazioni animali e le diaspore umane. Questo parallelismo è anche la chiave dell’incontro della poetessa inglese con lo scienziato Telmo Pievani, uno degli appuntamenti previsti al Festival sul tema delle migrazioni. Sulla complessità della condizione di migrante e della necessità di cambiare prospettiva nella valutazione del fenomeno, intervengono la scienziata inglese Gaia Vince, che affronta il tema delle migrazioni climatiche, così come Fabrizio Gatti e Maurizio Pagliassotti, testimoni dei muri letterali o metaforici innalzati dall’Europa e dalle singole comunità.

intelligenze

Gli ultimi mesi hanno visto l’esplosione del dibattito intorno alle intelligenze artificiali: tecnologie come ChatGPT e altre IA generative sono state messe a disposizione del grande pubblico, che ne ha scoperto con meraviglia le fantascientifiche potenzialità ma ne ha intuito anche, con certa preoccupazione, inquietanti prospettive. Tra gli eventi dedicati alla necessaria riflessione sul tema delle intelligenze umane, post-umane e non umane, vanno segnalati quelli con il neuroscienziato Gerd Gigerenzer, con l’esperto di IA Nello Cristianini e con lo scrittore e artista James Bridle. Sulla necessità di coltivare un atteggiamento consapevole nei confronti della tecnologia si soffermano Chiara Valerio, Carlo Milani e il CIRCE (Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche), attraverso laboratori e lezioni rivolti a adulti e ragazzi. Nell’intersezione tra tecnologia e geopolitica si incontrano Alessandro Aresu e Simone Pieranni per parlare della guerra dei microprocessori tra Cina e Stati Uniti. All’intelligenza del mondo e delle sue leggi fondamentali sono dedicati gli interventi di Paolo Zellini (sul teorema di Pitagora) e di Guido Tonelli (sulla materia).

consapevolezza verde

Anche quest’anno con consapevolezza verde il Festival si occupa di emergenza climatica e di quella transizione energetica non più rimandabile se si vuole contenere il riscaldamento globale. Questa sezione del programma comprende una serie di lavagne – le lezioni a cielo aperto di Piazza Mantegna – dedicate alle sfide tecnologiche della decarbonizzazione in cui Gianluca Ruggieri, Gianni Silvestrini, Nicola Armaroli, Gianfranco Pacchioni e Ferdinando Cotugno insegnano al pubblico a orientarsi tra fondamenti scientifici, potenzialità e limiti delle possibili soluzioni. Spazio anche al nucleare con un dibattito Oxford Style con quattro relatori, due pro e due contro, ma anche a temi più ampi come biodiversità, acqua, paesaggio, mobilità sostenibile, giustizia climatica altrettanto fondamentali per la sfida ambientale contemporanea, di cui discutono tra gli altri i fotografi Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, lo scrittore Daniele Rielli, il nivologo Michele Freppaz, il giornalista Federico Ferrazza, l’esperto di storia del paesaggio Mauro Agnoletti e Giorgio Vacchiano. Tra gli ospiti anche la giovane divulgatrice e attivista Sofia Pasotto che conduce Altra marea, una serie di interviste ad autori e autrici sul tema della giustizia climatica.

pensieri in esercizio

Dopo due edizioni trascorse a raccogliere idee per la scuola del futuro, grazie al progetto del Comune di Mantova Generare il futuro, il Festival entra nella Scuola Pomponazzo e la trasforma in uno spazio per incontri altamente interattivi in cui il pensiero diventa protagonista. Con pensieri in esercizio all’abituale dimensione delle piazze e dei teatri il Festival sostituisce quella più raccolta della classe, in cui adulti e ragazzi si misurano con l’uso della tecnologia, le idee di comunità, l’educazione attraverso le piante nei workshop con Beate Weyland, Irene FabbriMichela MartonLorenzo Chicchi e il collettivo CIRCE e la Scuola di Pace di Montesole, o partecipano a lezioni “orizzontali” costruite come riflessioni dialoganti su temi come violenza di genere, confini e responsabilità sociale della scienza e tenute, tra gli altri, da Vera GhenoElvira Mujčić, Gianfranco Pacchioni e Telmo Pievani. Accanto agli incontri, il Museo delle Cose Possibili, a cura di Monica Guerra, Lola Ottolini, Lula Ferrari e l’Associazione May, cerca di creare con i contributi del pubblico del Festival una collezione di idee potenziali, risorse da condividere, memorie da mettere a frutto per il futuro che ci attende.

adolescenti al festival

Alla ricerca di parole, storie, rappresentazioni che li aiutino a entrare in relazione, convivere, combattere con la realtà che li circonda, ragazze e ragazzi trovano in questa edizione diverse occasioni di confronto.

Intorno a tre questioni per loro particolarmente sensibili – scuole, generi e cittadinanze – lettrici e lettori under 20 intendono ingaggiare al Festival tre words match con Alfredo Palomba e Domenico Starnone (scuole), Randa Ghazy e Manuela Manera (generi), Gazmend Kapllani e Annamaria Gehnyei (cittadinanze) a partire da romanzi, poesie, graphic novel, film, canzoni che si richiamano a quei temi.

Accanto agli incontri con Kevin Brooks e Annet Schaap, stelle della letteratura internazionale under 20, una piccola sezione intergenerazionale si sofferma su graphic novel e dintorni, presentando come protagonisti Leo OrtolaniTeresa RadiceStefano Turconi e Marco Magnone.

Passports – il percorso su identità migranti e nuovi italiani nato dal progetto europeo Read On – quest’anno assume la forma di un laboratorio condotto da Grace Fainelli e Manuela Manera dedicato alle parole di frontiera e di una serie di incontri dedicati al conflitto culturale tra adolescenti e adulti, al modo di raccontare le migrazioni tra mediazione letteraria e cruda testimonianza, alla capacità del fumetto di dare voce a chi è straniero nel nostro Paese.

A Piazza Alberti riapre Area 6, centrale operativa delle iniziative rivolte agli adolescenti e collegate al progetto i 6 gradi della lettura – sostenuto da Fondazione Cariplo – che coinvolge il Festival con la Rete Bibliotecaria Mantovana, il Comune di Mantova e Cooperativa Charta. Qui i giovani lettori possono trovare una biblioteca temporanea con i libri delle bibliografie di words match e quelli segnalati attraverso Read More – l’attività di libera lettura promossa nelle scuole secondarie da Festivaletteratura, arrivata alla sua sesta edizione – nonché alcune occasioni per conoscere coraggiose e inusuali esperienze di lettura con e tra i ragazzi svolte in tutta Italia.

Tornano al Festival anche gli appuntamenti di blurandevù, le interviste ad autrici e autori realizzate dai giovani volontari, assistiti quest’anno da Espérance Hakuzwimana.

bambini in movimento

Bambine e bambini invadono anche quest’anno la Casa del Mantegna. La dimora del grande artista del Rinascimento si prepara ad accogliere autori e artisti provenienti da tutto il mondo e lettrici e lettori under 12 allestendo nel giardino una tenda per gli incontri, una libreria e un’area ristoro e al primo piano uno spazio per laboratori, performance e animazioni. Il piano terreno ospita invece – dopo tre anni di assenza – la grande giostra di Girotondo, il percorso dalla struttura circolare che quest’anno i dipartimenti didattici di Collezione Peggy GuggenheimFondazione Sandretto Re RebaudengoMart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e RoveretoMuseo tattile statale OmeroPalazzo delle Esposizioni e Triennale Milano trasformano in un museo senza museo dove giocare, pensare, parlare, inventare, attivare i sensi con e intorno all’Arte.

Il programma per i bambini quest’anno è tutto incentrato sull’ampliamento dei propri orizzonti, comprendendo percorsi tra arte e scienza alla scoperta delle stelle, attraverso le stanze di Palazzo d’Arco e Palazzo Ducale e l’Osservatorio Astronomico di Gorgo di San Benedetto Po, incontri dedicati ad avventure in terre esotiche e misteriose con Laura OgnaMarco Paci Anselmo Roveda o tra le mappe della Biblioteca Teresiana, e ancora storie di paura con Manlio Castagna e percorsi alla scoperta della Natura in città con Gianumberto Accinelli.

Molti gli appuntamenti con autori e autrici internazionali, da quelli con Anthony Horowitz e Aina Bestard al focus dedicato alla letteratura olandese – realizzato nell’ambito di FuturoPresente, programma speciale per la promozione delle arti tra le nuove generazione dell’Ambasciata e Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e di quattro grandi istituzioni culturali olandesi (Performing Arts Fund NL, Dutch Foundation for Literature, Cultural Participation Fund, SeeNL) –, che vede coinvolti Enne KoensEdward van de Vendel e il performer Ton Meijer, protagonista al Teatro Bibiena di uno spettacolo dedicato alla musica operistica.

Tra le tante attività della Casa del Mantegna anche la seconda edizione del Reading Slam, una competizione di consigli di lettura con quattro scrittori in gioco, tra cui Igiaba Scego Carlo Lucarelli, e un libro vincitore, decretato dal voto del pubblico presente sugli spalti. E ancora una nutrita serie di conversazioni tra scrittori e ragazzi, in cui sono coinvolti tra gli altri Fabrizio AcanforaNadia Terranova e Silvia Vecchini; workshop che toccano quest’anno i temi della pace, della cucina naturale, della fotografia e del fumetto.

tra arte e letteratura

Nel corso degli anni il Festival ha continuamente esplorato i territori delle arti figurative, della fotografia, del design, e anche quest’anno sono molti gli appuntamenti portano l’Arte non solo come tema ma come voce in campo: Michelangelo Pistoletto torna in città dopo vent’anni per cucire un grande stendardo per la pace nel Tempio di San Sebastiano, mentre Roberto Conte innalza in Piazza Sordello un grande tiglio su cui raccogliere parole capaci di ricordare la fragilità della natura e insieme la nostra.

Parola poetica e arte figurativa si sfidano nel progetto Ekphrasis, in cui nove poeti si confrontano con gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Te e i murales del quartiere cittadino di Lunetta, mentre – come già ricordato – Girotondo coinvolge le sezioni didattiche di alcuni dei più importanti musei italiani, e alla Scuola Pomponazzo il Museo delle Cose Possibili espone idee per il futuro.

Un focus speciale viene dedicato in questa edizione alla critica d’arte e femminista Carla Lonzi – che comprende, tra le altre iniziative, una conferenza spettacolo di Lunetta Savino e Viola Lo Moro e un incontro sull’attualità del suo pensiero con Laura Iamurri, Luca Scarlini, Carla Subrizi ed Elvira Vannini –, mentre altri incontri sono dedicati a figure di artisti eclettici e inclassificabili come Jean Cocteau e Toti Scialoja e ad architetti come Marc Sadler, ospite al Festival, e Angelo Mangiarotti. Architettura e letteratura saranno nuovamente in dialogo nei due appuntamenti di città-mondo, che ci portano quest’anno a Parigi con Umberto Napolitano e a Tunisi con Karim Chaabane.

colonne sonore

Per tre sere in Piazza Alberti la rassegna Volume, ideata in collaborazione con la webradio Radio Raheem, porta tre DJ – Giulia CavaliereNinette e Vittorio Gervasi aka Jazz Hunters – alla console per mettere le musiche che risuonano tra le pagine di certi romanzi, dalla Rimini di Pier Vittorio Tondelli, alla Giamaica rarefatta di Marlon James, alle fumose jazz caves di San Francisco di Jack Kerouac.

Tornano anche le lavagne musicali in Piazza Mantegna con Marco Drago, Giulia Cavaliere e Dario Falcini, fatte per aprire mente e orecchio, in un viaggio nella musica popolare degli ultimi decenni da Frank Zappa al rap italiano. Il Teatro Bibiena torna a essere spazio di dialogo tra musica e letteratura ospitando, tra gli altri eventi, un bonus track d’eccezione con la cantautrice italo-palestinese Laila Al-Habash e lo scrittore Jonathan Bazzi, protagonisti di un incontro tra parole e musica, e un dialogo dello storico Alessandro Vanoli con i dodici pezzi eseguiti dal Trio Icarus Ensemble di Le stagioni di Čajkovskij, per raccontare la storia del clima e delle stagioni.

La musica sarà presente in altri luoghi e contesti del Festival, come nell’incontro di Inedita energia, che vedrà la partecipazione quest’anno di diversi personaggi legati al mondo musicale, con l’immancabile Neri Marcorè a dirigere il traffico; nel dialogo sui temi dell’accoglienza e della fragilità che unisce Marco Annoni e il cantautore Niccolò Agliardi; la lettura concerto che Giancarlo De Cataldo, insieme al quintetto Alkord, dedica a Giuseppe Mazzini sul sagrato dell’Ossario di Solferino.

pagine dello sport (e della cucina)

Lo sport, grande fucina di narrazioni dei nostri tempi, torna sul palco del Festival grazie a Federico Buffa, che incontra uno dei quattro uomini più veloci d’Italia, il campione olimpico Filippo Tortu; mentre Tiziana Scalabrin intervisterà Sara Gama, capitana della nazionale italiana di calcio. Una serie di appuntamenti realizzati con la redazione del magazine online Ultimo Uomo torna su appassionanti vicende sportive del passato: la tempestosa rivalità tra due leggende dell’apnea come Enzo Maiorca e Jacques Mayol, quella tra Bjorn Borg e John McEnroe sui campi da tennis, e la straordinaria carriera della campionessa di ginnastica artistica Nadia Comaneci. Non mancano storie inusuali come quella che unisce uno sfortunatissimo astronomo del Settecento ad alcuni impareggiabili perdenti del ciclismo raccontata da Leonardo Piccione, e una lavagna con Emanuele Atturo dedicata al modo in cui certe tecnologie stanno cambiando il futuro del calcio.

Passando dai campi da gioco alle cucine, Luca Cesari si destreggia tra pizza e maccheroni, Giuseppe Barbera traccia una storia culturale, botanica ed economica degli agrumi, mentre Corrado Assenza ragiona insieme a Marco Malvaldi su cucina, territori e comunità planetaria.

Anche per questa edizione il programma cartaceo di Festivaletteratura, strumento indispensabile per navigare e vivere la manifestazione, torna come piccolo catalogo completo delle schede di tutti gli appuntamenti con una copertina disegnata da Nicola Giorgio, che sarà presentato nella seconda metà di luglio.

A cura del Mantova Festivaletteratura

Scarica il programma del Festivaletteratura 

APPUNTI PER UN FUTURO URBANO.
In margine al dibattito su una possibile Ferrara Nuova

APPUNTI PER UN FUTURO URBANO
In margine al dibattito su una possibile Ferrara Nuova

Tutto è ‘relativo’ quando si parla di complessità

Da quando me ne occupo, il mio modo di leggere i problemi delle città è cambiato notevolmente. Più lo sguardo si ampliava al mondo più si relativizzavano le categorie che usavo per descrivere e interpretare ciò che vedevo. Sono giunto quindi alla conclusione che oggi la parola “città” non è sufficiente per descrivere il mondo urbano che si incontra girando per il pianeta.

Certamente questa mia consapevolezza è stata alimentata dalla conoscenza del geografo francese Marcel Roncayolo, che ho avuto la fortuna di frequentare. Roncayolo era un normalien, quindi in lui metodo e spirito critico trovavano una sintesi virtuosa: affascinante da ascoltare e difficile da praticare. La puntigliosità nell’esercizio della classificazione dei fenomeni e delle cose, che emergeva sempre dalle sue riflessioni, mi ha portato a diffidare delle semplificazioni della complessità.

Una delle categorie sulle quali abbiamo discusso a lungo è stata quella dello “spazio pubblico”. Un concetto valise, come lui lo definiva, associandolo ad altri, nel senso che trascina con sé una quantità di significati e declinazioni non sempre coerenti tra loro, anzi spesso in conflitto. Diviene pertanto necessario precisarne l’uso in relazione a contesto, tempo, economia, cultura e visione. Analoga cosa potremmo dire del dibattito sul futuro delle città e sul come porci nei confronti della crisi climatica in corso.

Lo sviluppo della rivoluzione industriale si è basato sul contrasto e l’intreccio tra ricchezza e povertà, capitalismo e filantropismo, capitale e lavoro, diritti e disuguaglianze. Lo dice bene il filosofo inglese Bernard Mandeville nella sua riflessione metaforica sui vizi privati e le pubbliche virtù della società inglese del Settecento, intitolata La favola delle api.

Nel testo si descrive la sporcizia di Londra, associata al cattivo odore e al degrado che si riscontra nelle strade della città, ma tale condizione, afferma il filosofo, rappresenta comunque un indicatore di benessere, un segno di quella ricchezza prodotta dai commerci internazionali e dall’avvio di quel processo che prenderà il nome di rivoluzione industriale.

Tutta la letteratura dell’epoca vittoriana e in parte post-vittoriana ci racconterà questo mondo: da Dickens a London, da Balzac a Zola, a Musil. È quindi nelle relazioni, che si determineranno tra “ricchezza” e “povertà”, che si giocherà il futuro delle città, ma anche del pianeta.

Secondo l’ipotesi di James Lovelock, ripresa da Bruno Latour, Gaia non sparirà semmai muterà, secondo un processo che potrebbe non vedere più la presenza dell’essere umano. Il concetto stesso di “Antropocene” è probabilmente superato perché, tirando in ballo l’umanità intera, si basa su di una presupposta neutralità concettuale che lo rende depoliticizzato.

La festa è finita

Non tiene conto delle differenze sociali, storiche, di genere, etniche, mentre l’umanità non è una comunità indifferenziata, dove tutti hanno le medesime responsabilità. Tra il 1884 e il 2020 l’Africa ha emesso 48 miliardi di tonnellate di CO2, a fronte di una emissione globale di 1700 miliardi di tonnellate.

L’impronta di carbonio dell’Africa rappresenta pertanto il 3% mentre Stati Uniti, Europa e Cina sono ancora oggi i maggiori responsabili delle emissioni a livello mondiale. L’Italia emette più carbonio del Brasile (1,7% con 58 milioni di abitanti contro 1,2% con 216 milioni di abitanti).

La tecnologia salverà il mondo?

A volte si ha l’impressione che la comunicazione mediatica più che informare sui fatti, anche con approfondimenti e argomentazioni critiche, tenda a determinarli: creare il problema (o l’aspettativa) e poi offrire le soluzioni tecniche (sempre riconducibili a portatori di interessi in grado di condizionare la politica, che generano quel fenomeno oggi noto come greenwashing).

La tecnica, secondo Emanuele Severino, è una forma di razionalità: la più alta raggiunta dall’uomo. Appartiene alla struttura essenziale del capitalismo che ha subordinato ad essa le altre manifestazioni della civiltà occidentale, ma spesso attraverso la tecnologia si dà una risposta ai problemi del mondo senza chiedersi il perché delle cause (politiche, economiche e sociali) che li hanno generati.

Si segnalano i ‘bisogni’ senza parlare di ‘diritti’, ci si impegna nel contrasto alla ‘povertà’ tacendo sul problema delle ‘disuguaglianze’. Vengono propagandate soluzioni che non trovano riscontro nella complessità sociale della città, del pianeta e dei processi che li riguardano.

Ragioniamo su quanti alberi piantare in città e di che tipo, per contrastare l’inquinamento dell’aria che misuriamo con dispostivi sempre più sofisticati, ma non ci chiediamo quale è la causa dell’aumento dell’inquinamento. Non mettiamo in discussione il fatto che forse il problema è il modello di sviluppo e l’organizzazione delle nostre città, completamente dipendenti dalle automobili private e che quindi il problema deriva dall’uso dei combustibili fossili (riguardante, ovviamente, non solo le auto).

Saint Louis du Sénégal e l’erosione dell’oceano Atlantico

Gli effetti del cambiamento climatico stanno diventano drammatici, ce lo dice l’IPCC e le soluzioni, come ci rammenta Anthony Giddens, devono essere improntate alla massima complessità di processo e di progetto, tenendo insieme tutti gli aspetti politici, etici, tecnici, gestionali, locali e globali che questo comporta. In realtà stiamo vivendo una stagione dove, secondo Edgar Morin, se da un lato viene enfatizzata la potenza umana (nel dominio tecnologico), dall’altra si fa sempre più strada l’impotenza dell’uomo nel controllarne gli effetti.

Spesso sui media (anche alcuni nostri importanti giornali nazionali) ci vengono presentate, come soluzioni avveniristiche, progetti che propongono città eco-tecnologiche, sorte in contesti estremi come i deserti, gli oceani, addirittura su Marte e ultimamente sulla Luna (dove pare porteranno delle opere d’arte). Utopie realizzabili, grazie alla tecnica e all’estro delle archistar (e al capitale di Development Corporation e di società di Real Estate) ma, a ben guardare, sono forse delle distopie.

Il principio insediativo di questo mondo urbano “resiliente”, che riesce a sopravvivere alla mutazione climatica, è la ‘bolla’, ovvero un microambiente che simula una situazione urbana, anche estesa (una città?) in grado di creare delle forme di vita sostenibili, energeticamente performanti, circolari e socializzanti, ma a condizione che si resti nella ‘bolla’.

In un mondo di oltre 8 miliardi di persone, di cui oltre la metà vive in aree urbanizzate ed in insediamenti informali e poveri, chi potrà permettersi di accedere a queste bolle dove la città è dei 15 minuti, la mobilità è automatizzata ed elettrica, l’agricoltura è idroponica, l’energia è solare?

La distopia di questi progetti (alcuni si stanno concretamente realizzando, se ne potrebbe parlare) sta nel loro essere progetti esclusivi, e quindi fautori di disuguaglianze, lo dimostra il fatto che tutti questi progetti iper/eco-sostenibili sono realizzati da paesi autoritari, che non rispettano i diritti umani, in grado di sfruttare le enormi risorse che gli vengono dal petrolio e la cui costruzione si fonda da un lato sul savoir faire tecnologico e finanziario occidentale e dall’altro sullo sfruttamento degli immigrati dei paesi poveri. Anche in questo sta la distopia.

Perché pur sapendo non hanno agito?

La storica della scienza dell’Università di Harvard, Naomi Oreskes, in un suo saggio romanzato, Il crollo della civiltà occidentale, scritto insieme al collega Erik Conway, racconta dal 2393 le cause del grande crollo della civiltà occidentale avvenuto 300 anni prima, quindi nel 2093. Lo fa attraverso lo sguardo inventato di un giovane storico della Seconda Repubblica Popolare Cinese.

Il fatto più sorprendente che viene segnalato è che le vittime di questo crollo sapevano cosa stava accadendo e perché stava accadendo e dunque la domanda che il ricercatore si pone è: perché la società politica ed economica non fece niente? Perché la scienza non riuscì a comunicare con efficacia quanto stava accadendo? Perché molti continuarono a negare l’evidenza di ciò che stava capitando?

Si tratta di un racconto posto nel futuro ma chiaramente rivolto ad un presente che ci viene ben precisato ormai da numerosi rapporti scientifici. In una recente intervista sul quotidiano francese Le Monde, la bio-geografa sud-africana Debra Roberts e il climatologo tedesco Hans-Otto Pörtner dichiarano che noi non siamo preparati agli impatti estremi e nemmeno alle sorprese che ci riserva la mutazione climatica.

In generale gli ecosistemi sono già fortemente toccati e molte zone del mondo in particolare nella fascia equatoriale e mediterranea stanno raggiungendo i limiti della adattazione climatica, con fenomeni di estremizzazione meteorica sempre più forti (siccità e grandi piogge), che ci condurrà verso processi di migrazione climatica che riguarderanno umani e animali.

Il rischio che solo una parte del pianeta rimanga abitabile sarà reale e questo ridurrà gli spazi di vita. Molti sono coscienti degli impatti di questa trasformazione, però le misure di adattamento, associate alle politiche degli stati e degli organismi internazionali sono frammentate.

Del resto dai dati e dalle misurazioni di numerose autorità ed enti di ricerca internazionali appare evidente come la “transizione ecologica” sia più enunciata che praticata. Il recente COP 27 svoltosi a Charm El-Cheikh ha confermato che più che su misure reali, piani sostenibili in via di attuazione, politiche condivise il dibattito è stato ancora contraddistinto da desideri, proposte e appelli. Lo stesso potremmo dire per il recente summit per l’Amazzonia a Belem.

In un suo recente articolo l’editorialista del New York Times e premio Nobel per l’economia, Paul Krugman sostiene che il problema del contrasto al cambiamento climatico, e di conseguenza del negazionismo, si sta spostando su di un piano difficile da controllare che è quello culturale e identitario.

La sua riflessione verte sulle differenze delle politiche ambientali di democratici e conservatori negli USA, ma emergono alcuni punti di riflessione che contraddistinguono i dibattiti anche in altri paesi e su cui bisognerà fare attenzione in una prospettiva elettorale.

Lavorare per la transizione ecologica, attuando scelte sostanziali, e non retoricamente generiche, può essere impopolare, ma sono imprescindibili per un campo progressista, mentre quello conservatore può tranquillamente farne a meno, trincerandosi dietro il fatto che si vuole attaccare lo stile di vita identitario del paese (americano, italiano, francese, ecc.).

Riprendendo una canzone di Giorgio Gaber si potrebbe ironizzare che la cucina a gas, il barbecue che usa carbone o legno, la macchina parcheggiata in doppio o tripla fila, sono di destra, mentre i fornelli a induzione, la pedonalizzazione della piazza parcheggio nel centro storico, il trasporto pubblico, la comunità energetica sono di sinistra. L’interesse particolare è di destra, quello generale è di sinistra. Sono queste semplificazioni che rendono preoccupante la dimensione culturale/identitaria del dibattito sui cambiamenti climatici, perché antepone l’interesse individuale (o di clan, o di tribù) a quello collettivo.

Decarbonizzare le città

Lo scarto tra obiettivi e pratiche concrete è forte, anche in realtà urbane e metropolitane molto più attive delle nostre città. Le città e i territori urbanizzati sono oggi responsabili dell’80% delle emissioni di gas a effetto serra.

La “città decarbonizzata” è dunque un obiettivo lungimirante, doveroso, che non richiede slogan ma politiche e pratiche intrecciate, multi-scalari e multi-attoriali, attraverso il ricorso ad una “cittadinanza attiva” consapevole e informata.

Una città che oggi si appresta a votare può su questo tema costruire una visione di futuro?  Certamente, ma si tratta di fare scelte precise sulle fonti energetiche (prevalentemente elettricità da fonti rinnovabili e idrogeno verde), di conseguenza diviene necessario ripensare i modelli della mobilità urbana e territoriale, privilegiando il più possibile il trasporto pubblico, ciclopedonale e su rotaia dentro le città e tra città caratterizzate da fenomeni di pendolarismo quotidiano.

Va rinnovato il patrimonio edilizio sia residenziale che terziario, ripensando l’organizzazione delle nostre città, anche attraverso interventi di “decostruzione”. La naturalizzazione delle città va orientata verso la complessità ecosistemica e non può ridursi solo nella messa a dimora di qualche albero in più mentre vanno gestiti i fenomeni meteorici sempre più estremi, ponendosi il problema del controllo e riuso e dell’acqua piovana anche attraverso il ridisegno degli spazi pubblici.

Milton Keynes. Parco urbano e agricolo

Se la biodiversità e la cultura sono dei valori non negoziabili, i luoghi vanno usati in base alle loro caratteristiche, senza inibire la possibilità di organizzare eventi ludici di varia natura, ma trovando i luoghi giusti. Il turismo va gestito nella sua complessità, associando tempo libero e cultura, diluendolo nel tempo e potenziando le opportunità che possono derivare a una città dall’essere sede universitaria.

Non si può eludere infine il tema energetico abitativo e quindi una politica seria orientata verso la costituzione di comunità energetiche. Potremmo pertanto affermare che, per realizzarsi, la “città decarbonizzata” richiede un totale cambio di politiche e pratiche (di paradigma potremmo dire) in termini urbanistici, sociali, tecnologici, economici.

Si tratta di capire se siamo pronti a questo cambio di abitudini nei nostri comportamenti (perché anche di questo si tratta) e nell’uso delle nostre città. E soprattutto è necessario capire in che misura questo cambio inciderà sulle spalle dei cittadini di differente condizione economica.

In ogni caso bisognerà impegnarsi affinché il “decarbonizzare” non diventi una di quelle categorie valise, di cui parlavo prima. Dovremo scegliere con attenzione e cognizione di causa i significati da mettere nella valigia che ci porteremo dietro in questo complicato viaggio.

Per leggere gli articoli di Romeo Farinella su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Riprendiamoci la città

Riprendiamoci la città

di Guido Viale
Pubblicato da Comune-info

È sbagliato prospettare la transizione ecologica come mera sostituzione di fonti di energia rinnovabile a quelle fossili perché le cose possano continuare a svolgersi come prima. Ci sono molti altri fattori che incidono sul riscaldamento globale e che incideranno sull’organizzazione delle nostre vite.

Innanzitutto, l’agricoltura industriale che insterilisce e uccide il suolo, impedendogli di assorbire carbonio ed emette gas che contribuiscono al riscaldamento della Terra molte volte più della CO2.

La maggior parte dei suoli coltivati e delle derrate prodotte è destinata all’alimentazione animale, cioè alla produzione di carne e latticini, che per questo sono fra le cause maggiori dei cambiamenti climatici. Anche il riscaldamento dei mari e degli oceani riduce la loro capacità di assorbire carbonio.

Sono processi che continueranno ad aumentare il riscaldamento globale  per decenni anche se l’emissione di CO2 cessasse domani; il che, ovviamente non può succedere: non solo perché, anche volendo, la costruzione degli impianti per la generazione di energia rinnovabile richiede tempo, ma soprattutto perché la necessità di lasciare gli idrocarburi sotto terra non è ancora entrata nella testa della maggior parte della gente e soprattutto in quella di coloro che con i fossili fanno profitti o pensano che abbandonarli minerebbe il loro potere.

Poi, lo scioglimento del permafrost emette metano e la scomparsa dei ghiacciai e delle calotte polari aumenta l’assorbimento del calore prodotto dai raggi solari. Sono processi che si alimentano da soli, spingendo il riscaldamento globale verso l’irreversibilità.

Questi processi obbligheranno comunque tutti a cambiare abitudini: a cercare di vivere con meno perché la terra assolata, desertificata e attraversata da uragani e alluvioni produrrà meno; e anche l’industria, il commercio e il turismo, sconvolti da disastri ambientali sempre più frequenti, non saranno più quelli che conosciamo.

Le nostre vite saranno comunque sempre più difficili e ai nostri figli e nipoti andrà anche peggio. L’alternativa che abbiamo di fronte è lasciare che la “natura”, sconvolta, faccia il suo corso, peggiorando progressivamente la vita di tutti, a partire da quella di chi ha meno, fino alla completa estinzione del genere umano; oppure ridurre ovunque in modo programmato il consumo di madre Terra e le diseguaglianze che permettono a pochi di continuare ad arricchirsi e a vivere nel lusso a spese dei più, della loro miseria e, sempre più spesso, della loro morte.

Bisogna adoperarsi non solo per bloccare al più presto il ricorso ai fossili (mitigazione), ma anche prepararsi alle condizioni più difficili in cui ci si verrà a trovare (adattamento). Ma a imboccare una strada del genere non saranno certo le imprese o i Governi.

L’ecologia “calata dall’alto” è sempre menzogna. Ma nemmeno si può pensare a un cambio di rotta lasciando che ognuno si arrangi “come può”.

Bisogna creare l’ambito in cui possa svolgersi una vera transizione o, meglio, una conversione ecologica consapevole, volontaria e desiderabile: certo, affidata all’urgenza di evitare il peggio; ma anche, e soprattutto, a una svolta culturale irrinunciabile.

Non c’è più niente da sostituire: la cultura, intesa come capacità di confrontarsi con i problemi della propria epoca, è morta da tempo, sloggiata dal sequestro dell’informazione da parte dei big della rete (la Grande Cecità ha ormai investito tutti i settori); ma soprattutto azzerata dalla perdita del confronto fisico, dell’incontro faccia a faccia, dello sguardo rivolto non solo alle altre persone, ma anche a tutta la vita che ci circonda.

Per questo l’ambito di questa transizione non può che nascere dalla ricostituzione di una comunità, di molte comunità, fondate su relazioni il più possibile dirette tra le persone e tra persone e cose: “naturali” e artificiali, belle o brutte, utili o dannose; dobbiamo imparare a curarci anche delle cose brutte e dannose per trasformarle, o cancellarle con cose belle e utili.

Per portare avanti la transizione le comunità dovranno riunirsi – specie là dove prevalgono le interdipendenze, ma perseguendo ciascuna il massimo di autonomia possibile – in quegli aggregati di abitanti che sono le città, dove ormai si ritrova più della metà della popolazione mondiale.

Il termine città indica un territorio, il suo assetto urbanistico, i suoi rapporti con la vegetazione e gli animali dentro e fuori dell’abitato, il suo clima e i suoi collegamenti (la ville); ma soprattutto le pratiche e la cultura condivise da una parte significativa dei suoi abitanti, la cité (Richard Sennett): due risvolti di una stessa realtà indissolubilmente intrecciati e reciprocamente condizionati.

Nel processo di transizione questa cultura non può avere una configurazione rigida e identitaria; deve essere aperta e flessibile: un cammino in fieri che coinvolge tutti coloro che vedono nella ricostituzione di una o tante comunità, cioè di relazioni il più possibile dirette tra le persone e con il proprio ambiente, il passaggio obbligato per la conversione ecologica.

Vista in questa luce, la città non è una realtà né statica né armonica, ma conflittuale: vedrà contrapposti, con alterne vicende, coloro che intendono partecipare alla transizione a coloro che ancora in qualche modo traggono vantaggi dalla situazione esistente; questi, forti delle risorse che controllano; i primi, sostenuti dalla forza delle loro coalizioni, ma anche dall’evidenza dell’aggravarsi della crisi climatica e delle sue conseguenze.

Si tratterà di un processo, mai interamente definito e concluso, di progressiva riappropriazione di spazi, strutture, servizi, beni comuni, poteri decisionali: “Riprendiamoci la città”.

Cinquant’anni fa, in un orizzonte ancora non dominato dall’imminenza di una catastrofe ecologica, questa parola d’ordine trasformata in programma era stata lanciata – in un’arena sociale, territoriale, generazionale e di genere differenziata, ma sotto la spinta di una classe operaia allora in lotta quasi permanente – come sbocco necessario di un conflitto che voleva superare l’impianto meramente operaista delle principali lotte in corso.

Ma in quegli stessi anni, e del tutto indipendentemente, però in una prospettiva analoga, il sociologo francese Henri Lefebvre pubblicava un libro sul Diritto alla città, palesemente influenzato dalle teorizzazioni situazioniste sulla “deriva urbana” (la presa di coscienza dell’influenza che gli assetti urbani esercitano sulla psicologia e la cultura di una popolazione).

Quei temi, poi ripresi nel 2006 dal geografo inglese David Harvey, sono oggi al centro di un ripensamento radicale del ruolo giocato nei processi trasformativi dal territorio, dall’iniziativa dal basso, dalla partecipazione al conflitto in forme non istituzionalizzate di democrazia di base.

Una prospettiva che non rende la democrazia partecipativa incompatibile con quella rappresentativa, sempre più impotente; ma che destina la prima ad esautorare progressivamente le funzioni della seconda; in modo non dissimile da come i governi costituzionali sono stati a lungo, e ancor oggi, compatibili con la permanenza della nobiltà, dei suoi lussi e dei suoi sprechi, pur avendone da tempo espropriato sostanzialmente i poteri.

In copertina: Calendimaggio nella piazza di Assisi

L’impianto per la produzione di biometano nel Comune di Ferrara:
parliamo delle ricadute sulla salute

“Poesia nei Cortili” di Oleggio. Torna i primi 3 sabati di settembre la rassegna di incontri e letture sul Lago Maggiore

Torna  a settembre, la rassegna di incontri con poetesse e poeti contemporanei. Tre appuntamenti in tre case storiche di Oleggio, dove saranno ospitati due poeti e un moderatore, i lettori e il pubblico. Una sorta di appuntamento al buio con la poesia, un incontro magico e inaspettato, un incontro intimo, in cui la poesia entra in punta di piedi nelle anime lasciando segni indelebili del suo passaggio.

Sabato 2 settembre ore 19
incontro con Francesca Del Moro da Bologna e Romano Calandra di Oleggio. Dialoga con gli autori Monica Zanon (Moka), presidente dell’Associazione Licenza Poetica e redattrice. Letture a cura di Elena Locatelli e Beppe Deiana

Sabato 9 settembre ore 19
incontro con Rossana Frattaruolo da Ivrea e Alfredo Rienzi da Torino. Dialoga con gli autori Claudio Ardigò, critico letterario di Cremona. Letture a cura di Elena Locatelli

Sabato 16 settembre ore 19
incontro Maggie (Maria Mancino) da Imola e Ilaria Biondi da Parma. Dialoga con le autrici Monica Zanon (Moka). Letture a cura dell’Associazione L’Altra Eva di Oleggio.

È obbligatoria la prenotazione presso la Libreria Piccola Officina del Libro oppure via telefono/whatsapp al numero 346/9741228, poiché solo prenotando si potrà scoprire il cortile che ospiterà l’incontro.
Evento organizzato in collaborazione con la Piccola Officina de Libro di Oleggio, Il Babi Editore di Borgomanero e l’Associazione Licenza Poetica di Lesa.

In Copertina: un’immagine della edizione 2022 di “Poesia nei Cortili”

 

Parole a capo /
Mariateresa Bari: “Le stelle sono pesci” e altre poesie

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità. Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio. Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
(WISŁAWA SZYMBORSKA)

Al centro

Martellare un tu al centro
nel sasso lanciato
drenare lo squilibrio del fallimento
nel naufragio dei giorni
Compensare il tetro
con la luce del tuo nome
Rimbalza ora
sui pugni chiusi di pupilla
il verbo all’infinito
Tu coniughi mura e respingi

Multiversi

Almanaccando almanaccando
la vita si mette in cammino
e dilata navate
sul precario dei nostri orizzonti
Prima che si sciolga
in urlo d’azzurro
omelia di luce l’aurora
deflagra istanti
Prima che si compia
la bugia della fine

Le stelle sono pesci

Chiusa la custodia
odora di pece la pace
Ti abita
l’abbraccio della tavola
ti veste ti spoglia
nudo e muto
ti riconosce
Quando l’abisso si declina
le stelle sono pesci
ad ostentare un mare di silenzio

Fiancheggiare l’oltre

Nella furia di finestre d’alba
ruvido il trapasso di una stella
Il corpo adagiato
su creste arruffate
arruffate d’ombra e dolore
ingoia un sussulto
Nel fiancheggiare l’oltre
l’anima invortica

Il taglio di parole

Per rattoppare le storture
del disagio
rapace segreto
m’infilo nella cruna e pungo l’ignoto
Chiedo dimora a melodie arrossate
dalla vergogna della colpa
sul grido ancestrale
di armonie ribelli al piano
In sosta dal forte
pungo e cucio il taglio di parole

Mariateresa Bari è nata a Monza nel 71. Diplomata in violoncello presso il conservatorio N. Piccinini di Bari, ha al suo attivo un’intensa attività concertistica sia in formazioni da camera che orchestrali. Innumerevoli le sue collaborazioni ( in qualità di violoncellista) a recital poetici. È del 96 “Verso… Luzi”, per due voci e violoncello, portato in tournée in prestigiosi teatri italiani, con debutto a Firenze alla presenza del grande poeta fiorentino.
Mariateresa insegna nella scuola secondaria di primo grado, e vive a Palo del Colle (Ba), con la sua famiglia. Impegnata nel sociale, è presidente della fondazione Vittorio Bari, che ha come mission riproporre coraggiosamente l’arte come strumento educativo e la bellezza come modello di vita, ed essere faro per la promozione di eventi culturali.
Coltiva da sempre la passione per la scrittura poetica. Nel 2020 si è classificata seconda alla prima edizione del premio “Culture del mediterraneo” con la poesia “Archeologia di uno sguardo”.
Nel 2021 si è classificata al primo posto al concorso indetto dal comune di Palo del Colle sul tema “Il ruolo della donna nella società ” e al terzo posto al concorso nazionale “Alessandro Fariello” sul tema “sulle ali della libertà”. Seconda al concorso letterario nazionale “La cura della natura” associazione Maria Ruggeri città 2022, premio speciale del presidente dell’Accademia delle culture e dei pensieri del Mediterraneo nel 2022, menzione d’onore al premio Internazionale di poesia e narrativa città di Bitetto e terza al premio di poesia di Anzi, “Innanzitutto, poesia nel borgo”. Nel 2020 ha pubblicato con Nep Edizioni la sua prima silloge: “Intraverso, spiragli nell’essere”, che gode già di importanti recensioni. Alcune poesie sono presenti in antologie poetiche (“L’isola di Gary“, “L’isola di Gary, paesaggi di guerra e di pace”, “Fili d’erba”) ed anche nell’enciclopedia di poesia contemporanea edita dalla Fondazione Luzi. È Attiva nei Readings per la diffusione della parola poetica. Alcuni suoi versi sono stati pubblicati e commentati su diverse riviste letterarie e letti in dirette streaming e tradotti in spagnolo.

LO SCAFFALE POETICO
Com’è ormai consuetudine, inseriamo nella rubrica alcune segnalazioni editoriali interne al mondo della poesia. Buona ricerca poetica.

  • Valentina Meloni,  La tessitrice, Yod Edizioni, 2022
  • Giorgio Bolla – Valentina Meloni, Corrispondenze da un mondo increato, La vita felice, 2018
  • Vernalda Di Tanna, Fraintendere le stelle, Samuele Editore, 2021

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]