Skip to main content

Parole a capo /
Mariateresa Bari: “Le stelle sono pesci” e altre poesie

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità. Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio. Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
(WISŁAWA SZYMBORSKA)

Al centro

Martellare un tu al centro
nel sasso lanciato
drenare lo squilibrio del fallimento
nel naufragio dei giorni
Compensare il tetro
con la luce del tuo nome
Rimbalza ora
sui pugni chiusi di pupilla
il verbo all’infinito
Tu coniughi mura e respingi

Multiversi

Almanaccando almanaccando
la vita si mette in cammino
e dilata navate
sul precario dei nostri orizzonti
Prima che si sciolga
in urlo d’azzurro
omelia di luce l’aurora
deflagra istanti
Prima che si compia
la bugia della fine

Le stelle sono pesci

Chiusa la custodia
odora di pece la pace
Ti abita
l’abbraccio della tavola
ti veste ti spoglia
nudo e muto
ti riconosce
Quando l’abisso si declina
le stelle sono pesci
ad ostentare un mare di silenzio

Fiancheggiare l’oltre

Nella furia di finestre d’alba
ruvido il trapasso di una stella
Il corpo adagiato
su creste arruffate
arruffate d’ombra e dolore
ingoia un sussulto
Nel fiancheggiare l’oltre
l’anima invortica

Il taglio di parole

Per rattoppare le storture
del disagio
rapace segreto
m’infilo nella cruna e pungo l’ignoto
Chiedo dimora a melodie arrossate
dalla vergogna della colpa
sul grido ancestrale
di armonie ribelli al piano
In sosta dal forte
pungo e cucio il taglio di parole

Mariateresa Bari è nata a Monza nel 71. Diplomata in violoncello presso il conservatorio N. Piccinini di Bari, ha al suo attivo un’intensa attività concertistica sia in formazioni da camera che orchestrali. Innumerevoli le sue collaborazioni ( in qualità di violoncellista) a recital poetici. È del 96 “Verso… Luzi”, per due voci e violoncello, portato in tournée in prestigiosi teatri italiani, con debutto a Firenze alla presenza del grande poeta fiorentino.
Mariateresa insegna nella scuola secondaria di primo grado, e vive a Palo del Colle (Ba), con la sua famiglia. Impegnata nel sociale, è presidente della fondazione Vittorio Bari, che ha come mission riproporre coraggiosamente l’arte come strumento educativo e la bellezza come modello di vita, ed essere faro per la promozione di eventi culturali.
Coltiva da sempre la passione per la scrittura poetica. Nel 2020 si è classificata seconda alla prima edizione del premio “Culture del mediterraneo” con la poesia “Archeologia di uno sguardo”.
Nel 2021 si è classificata al primo posto al concorso indetto dal comune di Palo del Colle sul tema “Il ruolo della donna nella società ” e al terzo posto al concorso nazionale “Alessandro Fariello” sul tema “sulle ali della libertà”. Seconda al concorso letterario nazionale “La cura della natura” associazione Maria Ruggeri città 2022, premio speciale del presidente dell’Accademia delle culture e dei pensieri del Mediterraneo nel 2022, menzione d’onore al premio Internazionale di poesia e narrativa città di Bitetto e terza al premio di poesia di Anzi, “Innanzitutto, poesia nel borgo”. Nel 2020 ha pubblicato con Nep Edizioni la sua prima silloge: “Intraverso, spiragli nell’essere”, che gode già di importanti recensioni. Alcune poesie sono presenti in antologie poetiche (“L’isola di Gary“, “L’isola di Gary, paesaggi di guerra e di pace”, “Fili d’erba”) ed anche nell’enciclopedia di poesia contemporanea edita dalla Fondazione Luzi. È Attiva nei Readings per la diffusione della parola poetica. Alcuni suoi versi sono stati pubblicati e commentati su diverse riviste letterarie e letti in dirette streaming e tradotti in spagnolo.

LO SCAFFALE POETICO
Com’è ormai consuetudine, inseriamo nella rubrica alcune segnalazioni editoriali interne al mondo della poesia. Buona ricerca poetica.

  • Valentina Meloni,  La tessitrice, Yod Edizioni, 2022
  • Giorgio Bolla – Valentina Meloni, Corrispondenze da un mondo increato, La vita felice, 2018
  • Vernalda Di Tanna, Fraintendere le stelle, Samuele Editore, 2021

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Salario minimo.
Firma la petizione a sostegno della proposta di legge

Pensa a tua figlia. Pensa a tuo figlio. Pensa alla loro vita. Pensa al loro lavoro. Pensa al loro futuro. Pensa al tuo.

Pensa che nella Costituzione italiana c’è scritto che la retribuzione deve essere equa e proporzionata. Pensa che in Italia ci sono tante persone che lavorano senza avere un contratto e una paga degna di questo nome. Pensa che ci sono anche tanti contratti firmati da gente che pattuisce retribuzioni inique e non proporzionate. Pensa che questa gente spesso non rappresenta nessuno ma fissa le condizioni per tutti, perchè ci sono imprenditori che accettano di firmare questi contratti. Per risparmiare sulla pelle e sul lavoro di tua figlia, di tuo figlio, o di te stesso.  Firma per la loro dignità, e per la tua.

leggi e firma qui

NOTA
17 agosto 2023: raccolte in pochi giorni oltre 200.000 adesioni

Contro il senso comune: ascoltare senza giudicare.
I genitori accolgano il disagio dei figli

Questa è la seconda parte del mio intervento su genitori, figli e scuola con cui mi inserisco nella discussione aperta su Periscopio da Mauro Presini e Nicola Cavallini, il primo con l’articolo  Che cosa APPrenderanno?, il secondo con l’articolo Il virtuale è reale: non è vero che i ragazzi non comunicano più . Sono veramente contenta di questa occasione che mi consente di esporre ciò che ho acquisito nell’approfondimento del tema introdotto da Mauro Presini, quello della preoccupazione per il ruolo della tecnologia nella vita delle e degli adolescenti. Posso perfino contare su una prima consapevolezza che Nicola Cavallini fa pensare sia già presente nella riflessione generale per sperare che il mio discorso, forse difficile da ricevere, possa non cadere nel vuoto. Nella prima parte,  qui,  ho scritto in “difesa” degli adolescenti; ora vorrei illustrare un punto di vista diverso sui genitori.

Contro il senso comune: ascoltare senza giudicare

“Affermare che questa cosa [il mondo virtuale] è negativa perché non la si capisce, può portare a vietare o stigmatizzare lo strumento in sé, che è esattamente il rovescio della medaglia di lasciarlo usare senza alcun limite e senza alcuna coordinata”, dice Nicola Cavallini. Sono d’accordo. Da qualche parte, forse fra i commenti all’articolo di Mauro Presini, una maestra scriveva di una mamma che non riusciva a togliere il cellulare di notte al bambino che altrimenti piangeva. Tali giudizi sui genitori ricorrono continuamente. Intanto è da notare che il padre non è citato nel discorso della maestra, poi questo tiro incrociato cade proprio sulla croce rossa: genitori ritenuti incapaci, spesso più le mamme, ma anche i padri, additati come colpevoli, che io vedo più come vittime o come figure fragili.

A me pare di notare che fra i genitori di ragazzi o ragazze con disagio, magari con psicopatologie, i padri, spesso, assumano un atteggiamento di negazione, di rimozione o stigmatizzazione e che a volte abdichino al loro ruolo o addirittura scompaiano fisicamente. Le madri devono quindi accollarsi completamente il peso di una relazione con i figli non solo difficile di per sé, ma anche in questo modo viziata. Non è sempre così: ci sono anche padri meravigliosi e madri meno efficaci, ma è chiaro che gli stereotipi e i condizionamenti sociali provocano tali effetti. Nella scena illustrata da Mauro Presini io immagino mamme succubi dei figli, e assenza della figura paterna. È forse lo stile prevalente oggi.

Eppure conosco genitori che, spinti dalla necessità impellente di affrontare la sofferenza dei figli, si mettono in discussione giungendo, con dubbi e lacerazioni, ad acquisire elevate competenze relazionali e di cura. Diventano dei veri esperti del malessere dei loro figli, solo che quasi sempre quello che apprendono è controintuitivo, e il senso comune non lo riconosce come corretto. 

Quello seguente è un esempio di ciò che intendo. Sul sito di Hikikomori Italia si trovano le cosiddette  “buone prassi” , elaborate dallo psicologo esperto del tema e fondatore del sito, Marco Crepaldi, e confermate dagli altri esperti. Tali buone prassi comprendono il mantenimento di una buona relazione con l’hikikomori e l’assoluta rinuncia a intervenire sui comportamenti sintomatici: l’utilizzo ininterrotto della rete, l’inversione degli orari tra sonno e veglia, il rifiuto di andare a scuola e tanto altro. Questo perché i sintomi sono conseguenza, non causa, di un malessere ed occorre curare il male per eliminare i sintomi. Per spiegarmi meglio uso la metafora che ho sentito da una psicoterapeuta che parlava di anoressia: il sintomo è una stampella. Serve a chi sta male per compensare un vuoto. Se si toglie la stampella, la persona sofferente crolla.

Probabilmente non vi sarà difficile immaginare che i genitori che applicano le “buone prassi” siano spesso giudicati e stigmatizzati, da insegnanti, familiari, amici che osservano dall’esterno. Questi genitori vengono considerati spesso deboli e acquiescenti e le figlie viziate. “Io lo butterei giù dal letto!”, “Bisogna portarla a scuola di peso!”, “Bisogna staccargli internet”.

Eppure la prima cura è proprio non esercitare nessuna pressione: non fare, dicono le psicologhe. Potete immaginare quanto ciò risulti difficile: supponiamo che vostro figlio abbia mal di pancia la mattina e non voglia andare a scuola. Voi non dovreste fare niente, non dovreste costringerlo a fare le analisi mediche, non dovreste sgridarlo perché sta su internet tutta la notte, non dovreste dirgli di andare da uno psicologo. Dovreste farvi vedere tranquilli e confortanti dicendo che è importante la sua serenità, che a tutto c’è rimedio. Immaginate il rapporto di questi genitori con i nonni, o gli zii, o magari fra padre e madre e poi con gli insegnanti: “Se non viene a scuola, come facciamo ad aiutarla?”. Perfino i servizi sociali a volte denunciano i genitori per evasione dell’obbligo scolastico. Anche certi psicologi spingono a forzare.

Quando i genitori presentano alle insegnanti queste situazioni, spesso sono denigrati, non creduti, definiti “avvocati dei figli”. Nemmeno gli psicologi a volte vengono ritenuti degni di fede, perché tanti insegnanti ancora non riescono a svincolarsi dall’idea di scuola che trasmette contenuti nel modo e nella quantità apprese da loro. La scuola non ha ancora chiarito a se stessa il suo mandato, per cui chi non è capace di raggiungere certi risultati, in un certo modo, non è adatto alla scuola, cioè non è. D’altronde mi pare che la concezione attuale sia quella di una scuola produttivistica, che forma per il lavoro, non per la cittadinanza e la ricerca della propria identità.

Con tutto questo non voglio certo dire che i genitori non sbaglino. Me compresa. Matteo Lancini sostiene che il problema sono gli adulti: una società che emargina i giovani, che non dà spazio, che li giudica incapaci e manchevoli, una società competitiva, che pretende il successo e il conformismo; genitori che non sopportano di vedere i figli in difficoltà o nella sofferenza, perché questo rivelerebbe il proprio fallimento.  Genitori che non vedono, che non accettano. Scuola che spesso, anche se vede, non si ritiene competente a gestire le situazioni.

Dal mio punto di vista, alla scuola, ai genitori, manca l’abc della comunicazione, che consentirebbe di essere capaci di ascoltare, dialogare, non colpevolizzare,  riconoscere le emozioni e i bisogni in sé e negli altri. Nel mio blog ho iniziato a introdurre riflessioni e suggerimenti pratici, (vedi qui), perché penso che questa sia la chiave per cambiare le cose, per cambiare la scena di quei bambini, di quelle adolescenti. I genitori vengono criticati a ragione, ma io penso che l’obiettivo non sia di trovare il colpevole: giudicare cristallizza una realtà, non la cambia. Io penso che occorra accettare, creare consapevolezza, dare potere.

Se almeno gli, le insegnanti apprendessero a comunicare, quella maestra, oltre a un semplice commento, riuscirebbe a empatizzare con la difficoltà della mamma e a sostenerla. Quella madre riuscirebbe ad accettare il pianto del figlio e il figlio, compreso nel suo dolore invece che rifiutato, ce la farebbe a rinunciare al telefono per dormire.

Vite di carta /
Storia della patriota Paola Del Din.

Vite di carta. Storia della patriota Paola Del Din.

Il 26 luglio 1944 Paola Del Din, che ha assunto il nome di copertura Renata per diventare agente del SOA (Special Operations Executive), parte da Udine per arrivare al sud, oltre le linee nemiche, e compiere la sua prima missione da patriota recapitando importanti documenti utili alla Liberazione nella parte d’Italia già raggiunta dagli Alleati.

nome in codice Renata Alessandro CarliniÈ il 26 luglio di questo 2023 e per coincidenza ho cominciato la lettura dell’ultimo libro scritto da Alessandro Carlini, Nome in codice: Renata. Storia di Paola Del Din, combattente della Resistenza e agente segreto, edito da UTET e uscito in marzo.

A pagina 45 trovo la data col giorno e il mese di oggi e mi soffermo a pensare: caspita, esattamente 79 anni fa, quando mia madre e mio padre erano ragazzi, poco più che ventenni. Ho scelto una lettura storica per questo scorcio bollente dell’estate, sottraendomi ai libri da leggere sotto l’ombrellone (quando mai li ho letti, tra l’altro?).

Altri libri dedicati alla seconda Guerra mi attendono per il resto di agosto, sono scritture più intime dedicate a persone che hanno lasciato memoria di quegli anni. Di uno di loro ho addirittura la copia del manoscritto e vivo con una certa emozione la fiducia che mi ha accordato la pronipote nell’affidarmi le parole che le restano del bisnonno.

Cercherò di entrarci in punta di piedi, con lo stesso delicato rispetto con cui Alessandro Carlini si è intrattenuto in lunghi incontri nella casa di Paola, a Udine, dal 2020 al 2022. Due anni di conversazioni intense, in cui Paola ha raccontato la sua vita all’ ‘allievo’ venuto per lei, per tesaurizzarne la memoria sugli anni che più lo interessano come giornalista e come autore di due pregevoli gialli storici ambientati a Ferrara nel periodo della Resistenza e nell’immediato dopoguerra.

Paola, che Carlini conosce nel 2020, grazie al presidente dell’ANPI di Poggio Rusco, mostra di avere una grande energia nonostante sia quasi centenaria, essendo nata nell’agosto del 1923 a Pieve di Cadore. Ha ricordi precisi e circostanziati. Custodisce con altrettanta limpidezza i dettagli sulle situazioni oggettive in cui si è imbattuta e sul loro significato storico, i dolori personali e familiari.

Custodisce le emozioni non dimenticabili con la compostezza a cui è stata educata in famiglia: su tutte la tragedia del fratello Renato, entrato nella Resistenza prima di lei e ucciso dalla milizia durante l’assalto partigiano alla caserma repubblichina di Tolmezzo, esattamente un anno prima della Liberazione.

Il libro comincia così: “Quale nome in codice ha scelto?” In principio c’è sempre il nome. Paola Del Din lo sa bene… In ogni nome c’è una storia. L’etimologia è questo, in fondo: trovare la storia dentro le parole“. Nell’atto di diventare un’agente del servizio segreto britannico Paola sceglie senza esitazione di chiamarsi Renata, per ridare vita al fratello che non c’è più e al significato di rinascita contenuto nel suo nome.

Per agire in difesa dei valori della democrazia come autentica patriota, è così che si definisce. Secondo Carlini la parola prevale in lei per lo spirito risorgimentale a cui rimanda e per la presenza duratura nel tempo storico che manca invece alla parola partigiano.

Partigiano si riferisce a una breve stagione della storia e contiene una accezione di significato più specifica, circoscritta a una sola parte politica. Pur avendo combattuto vicino a partigiani dei più distanti orientamenti politici, durante e dopo la guerra Renata si è tenuta distante dagli orticelli separati della politica: il suo rifiuto verso “le lotte intestine e spesso fratricide come quelle combattute in Friuli” all’interno delle brigate partigiane è il segno di una visione più ampia della democrazia che va riconquistata, dove le differenze vengono incluse anziché rimarcate.

C’è una cornice narrativa nel libro che a tratti si stacca dal quadro di Renata e della sua storia: in questa cornice il narratore-autore abbandona i panni dell’intervistatore, smette di essere l’ ‘allievo’ a cui la professoressa Del Din tiene una esemplare lezione di Storia ed Educazione Civica, per assumere due altri ruoli, uno più prezioso dell’altro.

gli sciacalli alessandro carliniIl primo è quello di giornalista, che gli ha permesso di ottenere in netto anticipo sulla data del 2024 il personnel file HS 9/414/5 con i documenti dell’agente segreto Renata conservati negli archivi di Stato britannici a Londra. Nel dicembre 2020, mentre “Regno Unito e Unione Europea concludono il loro divorzio, più o meno consensuale e pur sempre traumatico”, arriva la tanto attesa documentazione da Londra.

Carlini però non è in grado di consegnarla e condividerla subito con Paola: viene ricoverato in ospedale in attesa di un trapianto di cuore e rene che potrà restituirgli la sua speciale rinascita. La distanza forzata dura parecchi mesi ma rinsalda anziché spegnerla la solidarietà che è nata tra i due: l’ ‘allievo’ diviene compagno di viaggio.

Entrambi ora conoscono il logorio esistenziale di una lunga attesa, la difficoltà di tenersi pronti a un evento esiziale. Per Paola la seconda missione dell’aprile 1945, venuta dopo i lunghi mesi dell’addestramento in Puglia e in Toscana: trasferire documenti e materiali nel Friuli ancora da liberare paracadutandosi da un C47 nelle vicinanze di Udine. Per Alessandro affrontare il delicato trapianto, che sarà fattibile solo nella primavera del 2021.

il nome del male alessandro carliniQuando si rivedono nella casa di lei c’è il profondo interessamento di Paola per la salute dell’ospite ritrovato. Subito però si immergono nel recupero della memoria sugli anni della guerra e nella lettura dei documenti mandati da Londra. Renata vi compare come un ottimo agente al servizio della Liberazione. Va detto che nel 1961 anche in Italia, nella piazza d’armi di Padova, le sarà conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Ma siamo ormai nel 2022, Paola è divenuta anche molto altro negli anni che sono seguiti alla guerra: moglie, madre, insegnante in Italia e ricercatrice negli USA.

Dopo quasi due anni di conversazioni, dopo avere condiviso e poi raccontato un tratto di strada tanto intenso, Carlini chiude il suo prezioso libro rivelando un dettaglio che dettaglio non è: in alcune mail scritte nei mesi dell’attesa a Paola è sfuggito di dargli del tu.

Nota bibliografica:

  • Alessandro Carlini, Nome in codice: Renata, UTET, 2023
  • Alessandro Carlini, Gli sciacalli, Newton Compton Editori, 2021
  • Alessandro Carlini, Il nome del male, Newton Compton Editori, 2022

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Nell’era dell’Ebollizione Globale

Nell’era dell’Ebollizione Globale


di Tommaso Perrone
Da LifeGate del 9 agosto 2023

Il mese di luglio che ci siamo lasciati alle spalle è cominciato con un giorno, poi due, poi tre. Infine quattro record di temperatura massima su base giornaliera a livello globale, dal 3 al 6 luglio. È poi proseguito con una settimana, poi due, poi tre. Infine, tutto il mese che si è appena concluso è stato da record: luglio 2023 è stato il mese più caldo mai registrato sul nostro pianeta, la Terra, da quando sono cominciate le rilevazioni ufficiali.

Dopo aver anticipato, già dopo “sole” tre settimane, che quello di luglio 2023 sarebbe potuto essere un mese senza precedenti nella storia dell’umanità, l’8 agosto i ricercatori di Copernicus – il programma dell’Unione europea che fa capo all’Agenzia spaziale europea – hanno confermato le loro previsioni. Il mese di luglio 2023 è stato più caldo di 0,7 gradi Celsius (°C) rispetto alla media dei mesi di luglio del periodo 1991-2020 e di 0,3 gradi rispetto al mese di luglio 2019, che finora deteneva il record. Non solo, i ricercatori stimano che il mese scorso abbiamo varcato “temporaneamente” la fatidica soglia di aumento della temperatura media pari a 1,5 gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale, cioè agli anni compresi tra il 1850 e il 1900. La soglia che scienziati e politica si sono dati nel 2015 con l’Accordo di Parigi (“ben al di sotto dei 2 gradi”) come tetto massimo per evitare che la crisi climatica si trasformi in una catastrofe.

Entrando nei dettagli, il record di temperatura media globale su base giornaliera è stato infranto nel mese di luglio. Il nuovo record oggi appartiene al 6 luglio 2023, con 17,08 gradi. Il record precedente era stato segnato il 13 agosto 2016 quando erano stati raggiunti i 16,8°C.

Ma la cosa straordinaria e che va sottolineata con forza è che ogni dannato giorno, dal 3 al 31 luglio, è stato battuto il record del 2016. Sui mezzi d’informazione si è cercato di coprire la cronaca, di dare i fatti più “rumorosi”, ci siamo tutti concentrati sul “poker di record” fatti registrare tra il 3 e il 6 luglio. Ma anche tutti – ripeto, tutti – i giorni successivi, fino al 31 luglio compreso, hanno superato il record del 2016. Questo significa che i 29 giorni più caldi della storia dell’umanità ora sono tutti firmati “luglio 2023”. E il record del 2016 dovrebbe essere scivolato in 30esima posizione.

Una condizione che ha spinto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres a uscire allo scoperto e annunciare alla comunità globale che l’epoca del riscaldamento globale è finita: “È iniziata quella dell’ebollizione globale”.

E le cause di tutto questo sono chiare, ormai ovvie. Per Carlo Buontempo, direttore del dipartimento Climate change service (C3s) di Copernicus, le temperature da record “sono parte di un trend di aumento delle temperature globali a dir poco drammatico. Le emissioni causate dalle attività umane sono il vero motore di questi aumenti”. E le emissioni di gas serra a cui fa riferimento Buontempo, è importante ricordarlo sempre e in modo limpido, sono a loro volta causate dai combustibili fossili, cioè carbone, petrolio e gas.

Sul tema ci è tornato anche lo stesso Guterres che ha bollato come inaccettabili i profitti extra fatti in questo periodo storico dalle compagnie che producono combustibili fossili, come è inaccettabile la passività dei governi: “I leader devono fare i leader, basta con l’esitazione e le scuse. È ancora possibile limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi, ma soltanto con un’azione immediata e repentina”.

Il nostro continente, l’Europa, è stato protagonista di un’ondata di calore che ha visto polverizzati i record di temperatura massima in varie località, dall’Italia (dove Palermo ha fatto registrare i 47 gradi, mentre in Sardegna – a Jerzu – sono stati toccati i 48 gradi) alla Grecia che ha raggiunto picchi intorno ai 46 gradi. Stranamente, però, è rimasto integro il record continentale di 48,8 gradi registrato a Siracusa due anni fa, l’11 agosto 2021. Unica eccezione: l’Europa settentrionale. Solo nei paesi scandinavi, infatti, la temperatura è stata uguale o poco sotto la media del periodo.

Come dicevamo, però, il record per il mese di luglio è globale. E infatti le ondate di calore non hanno risparmiato il resto dell’emisfero boreale, cioè settentrionale. Nel continente africano, in particolare nelle regioni settentrionali e centrali, dall’Algeria alla Tunisia (dove sono stati raggiunti i 49 gradi), dall’Etiopia all’Eritrea le massime hanno raggiunto picchi inesplorati.

L’America del Nord è rimasta soffocata da temperature anomale per giorni, dal Canada agli Stati Uniti occidentali e meridionali. Nella città di Phoenix, in Arizona, solo l’ultimo giorno del mese la temperatura è scesa sotto i 43 gradi Celsius. Mentre nei territori canadesi del Nordovest, molto vicini al Circolo polare artico, sono stati superati i 37 gradi. Anche in Groenlandia le cose non sono andate meglio, come testimoniato da una recente spedizione italiana.

Infine, l’Asia. Qui le ondate di calore hanno reso la Cina (e i paesi limitrofi come Thailandia e Vietnam) quasi invivibile, con il record di temperatura massima toccato il 16 luglio nella località di Sanbao: 52,2 gradi centigradi. Siamo nella prefettura di Turpan, provincia dello Xinjiang – la Death Valley cinese. Una condizione analoga a quella vissuta in India, dove i lavori all’aperto sono diventati rischiosi per l’incolumità delle persone, come raccontato dal nostro corrispondente da Calcutta, Gurvinder Singh. Mentre il Giappone ha dovuto scartabellare negli archivi per risalire fino al 1898 e ritrovare temperature analoghe a quelle del mese di luglio 2023.

Ma per rendere il mese di luglio davvero eccezionale, non si può non verificare cosa è successo nell’emisfero australe dove ora è in corso l’inverno. La temperatura è stata più alta della media in molti paesi, come le aree settentrionali di Cile e Argentina, ma anche Uruguay e Brasile meridionale. E l’Antartide ha fatto registrare estremi che si possono definire “anomali”.

E poi ci sono i mari e gli oceani. Ovvero la maggior parte della superficie terrestre, anche se molto spesso ce ne dimentichiamo solo perché viviamo sulla terraferma. In questi giorni, infatti, il Mediterraneo è stato descritto come un mare in ebollizione, con temperature da vasca da bagno più che da mare aperto. Temperature mai viste prima: la mediana giornaliera ha raggiunto i 28,71 gradi centigradi. Un dato che ha spinto il meteorologo scozzese Scott Duncan, diventato popolare sui social per le sue coperture precise e costanti, a scrivere in un tweet (si chiamano ancora così?) che “il Mediterraneo è ora fuori da ogni misurazione fatta fin qui. Non abbiamo mai misurato questo livello di calore nel bacino mediterraneo in qualsiasi periodo dell’anno. Ed è solo luglio. Di solito il picco viene raggiunto in agosto”.

In generale, però, da aprile a oggi le temperature delle acque superficiali sono state decisamente alte in tutto il pianeta, complice anche l’inizio del Niño, il fenomeno naturale per cui la superficie dell’oceano Pacifico si riscalda in modo considerevole su tutta la fascia equatoriale. Da metà maggio in avanti le temperature delle acque superficiali hanno raggiunto livelli anomali per qualsiasi periodo dell’anno e vicine ai 21 gradi centigradi.

“Mi piace pensare che la gente sia guidata dai fatti e dalle evidenze”. Vorrei chiudere questo numero straordinario di nuovo con le parole di Carlo Buontempo, l’italiano al vertice del C3s di Copernicus. Un uomo che sta contribuendo a rendere il nostro futuro migliore grazie alle osservazioni, alle ricerche e alle scoperte. Nell’intervista rilasciata al giornalista Ferdinando Cotugno per il quotidiano Domani ha dichiarato che il suo compito “è solo fornire le evidenze. Poi sta alla politica decidere”. E se la politica considerasse la transizione impopolare, allora è giusto che sappia – e che tutti noi sappiamo – che ci troveremo presto “a vivere in un clima molto diverso da quello in cui la nostra civiltà si è evoluta”.

E conclude lanciando un messaggio ai negazionisti che oggi si stanno divertendo a “inquinare” il dibattito pubblico, dalla tv ai social: “Contestare il legame tra emissioni e riscaldamento globale è come il terrapiattismo. Tagliare le emissioni non è solo una questione di responsabilità morale rispetto ai nostri figli, è una questione pragmatica. Conosciamo i fatti, abbiamo la possibilità di gestire il rischio”.

Immagine di copertina  National Geographic

Una montante marea di NO al Ponte sullo Stretto:
Messina inondata dai manifestanti

Una montante marea di NO al Ponte sullo Stretto: Messina inondata dai manifestanti

Il sabato appena trascorso ha visto la città di Messina inondata da una marea di manifestanti non solo costituita da cittadini peloritani: moltissime sono state le presenze dall’altra sponda dello stretto; così come pure diverse sono state le presenze registratesi dalle altre realtà territoriali regionali, intervenute con nutrite delegazioni; o soggettività venute a protestare anche da altri territori della penisola con significative rappresentanze.

Le cronache parlano di un successo straordinario, di un corteo enormemente cresciuto – qualitativamente e quantitativamente – rispetto alla partecipazione del presidio di Torre Faro, indetto lo scorso giugno per contestare la passerella politica del  ministro delle infrastrutture, Salvini, invitato dalla CISL ad un vero e proprio spot-dibattito pro-ponte.

Ma questo dell’altro ieri, bisogna ribadirlo, è stato un vero grande successo che, così come ha commentato  Corrado Speziale, in un suo articolo su scomunicando, «ha trasformato l’altrettanto importante corteo di Torre Faro, dello scorso 17 giugno, in un’ “anteprima” che ha dato il via ad una serie di manifestazioni in divenire, che assumeranno sempre più forza e consistenza nel tempo. Perché se il ministro Salvini e i suoi interlocutori interessati – scrive ancora Speziale – intendono rispettare quello che definiscono un cronoprogramma che porterà tra meno di un anno alla fatidica posa della prima pietra, in riva allo Stretto la protesta non tenderà affatto ad attenuarsi. Anzi, crescerà sempre di più».

La giornata è iniziata a Piazza Cairoli punto di concentramento del corteo, da cui i manifestanti – stimati nell’ordine di circa 5000 – hanno preso il via sfilando lungo le vie della città, per lanciare una massiccia campagna di resistenza e per dire – in modo chiaro e deciso – un grosso NO alla folle impresa di costruire il mega ponte sullo stretto.

Nella fase finale dell’iniziativa,  a Piazza Unione Europea (dove il lungo serpentone si è sciolto) campeggiava lo slogan No al ponte – No alle grandi opere, proiettato dagli organizzatori sulla facciata municipale. Nel frattempo, diversi interventi si sono alternati poco prima della chiusura, la quale è stata  affidata ad un concerto tenute da gruppi musicali dei territori di Scilla e Cariddi.

Vogliamo inoltre registrare un’importante rivendicazione, segnalata opportunamente anche da  Speziale, portata all’attenzione dal gruppo “Disabili pirata”  che – nel corso del corteo – si è fatto apprezzare per aver lanciato lo slogan originale Contro ponte e betoniere, abbattere tutte le barriere. Il predetto gruppo, «in virtù della sensibilizzazione per l’abbattimento delle barriere nell’ambito della difesa dei diritti delle persone con disabilità, ha promosso il prossimo Disability Pride che per la Sicilia, a conclusione del circuito nazionale di sette tappe, si terrà a Palermo il prossimo 22 ottobre».

Infine prendiamo nota di quanto ha dichiarato Luigi Sturniolo, da sempre attivista in prima fila delle battaglie NoPonte, sull’efficacia della manifestazione del 12 agosto: « la sua ricchezza, la sua pluralità, la gioia che ha trasmesso, ha scosso gli agit prop locali del ponte. Non sono tanti, ma sono influenti». Ed in modo ancora più incalzante continua: «Alcuni di loro ci guadagnano già col ponte e fanno parte di quel blocco sociale che trae vantaggio dal riavvio dell’iter progettuale.  Sì, proprio così – sottolinea l’ambientalista -, non dalla costruzione del ponte, ma dall’attivazione del cronoprogramma. Noi gli stiamo rovinando i piani e loro reagiscono scompostamente».

Concludendo, ci dice Sturniolo: «Provano a “definirci”, a “classificarci”, ma lo fanno male, non sanno che quando i movimenti irrompono nella società cambiano tutti gli equilibri pre-esistenti. Non possono capirlo perché misurano il proprio tempo di vita con la partita doppia delle entrate e delle uscite. Con buona pace di coloro che disinteressatamente hanno una preferenza per il ponte, questi che si avvantaggiano attraverso il riavvio dell’iter non hanno alcun interesse a una polemica razionale. Promettono galera e cariche della polizia, ma verranno travolti dalla gioia della comunità che difende il proprio territorio. Ci dispiace tanto, ma non abbiamo tempo da perdere con loro».

Insomma, dalla Sicilia sembrano risvegliarsi nuove speranze resistenziali che richiamano alla mente le grandi lotte del passato e che, scorrendo lungo la dorsale appenninica, si collegano al conflitto delle comunità alpine della Val di Susa. Non a caso nel tripudio di bandiere fra le altre sventolavano quelle dei NoTav

In copertina: immagine di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023

Diario in pubblico /
Notizie dal mondo che raggiungono il Lido degli Estensi

Notizie dal mondo che raggiungono il Lido degli Estensi

Nella quiete del Lido spesso Laido ma non più di tanto giungono le notizie del mondo e dei luoghi più importanti della vita intellettuale nazionale di cui Viareggio è stata ed è uno dei centri fondamentali. Qui operano le carissime amiche Anna e Laura che con cene quotidiane radunano amici, allievi, colleghi per tenere alto il nome della cittadina e le sue importanti istituzioni.

Naturalmente le telefonate quotidiane molto mi fanno rimpiangere i tempi in cui anch’io vivevo a Viareggio, avevo casa, partecipavo di quel clima e di quelle avventure intellettuali compreso il Carnevale che ho sempre molto amato.
Con fare disinvolto Anna mi tiene al corrente degli inviti e di chi partecipa alle sue grigliate che alimentano riccamente il mercato del pesce viareggino.

A questo punto scoppia l’invidia e con fare subdolamente ironico le dono un nome che rimarrà nella nostra storia privata e pubblica: la Grigliadora. Alla mattina cominciamo la telefonata a base dei piatti mangiati quando io scelgo la cena nel ristorante del bagno che ottimamente ci fornisce. E lei rovesciandomi nomi di chili di pesce comprati per la grigliata sente, credo con un po’ di invidia, che il mio piatto preferito, i ravioli di cernia, sta spopolando presso parenti e amici tanto da diventare la star della cena per il compleanno di Vittoria.

Mi risponde nominandomi ristoranti tipici che fanno parte dell’ambiente lucchese-viareggino come quello che ancora primeggia nell’amatissima Massarosa e in quella Versilia teatro decenni fa della mia vita mondana culturale tra la Bussola, la Capannina, il caffè Roma del Forte dei Marmi.

Ma è inutile ripercorrere il passato se non se ne distanzia il valore e le possibilità. Frattanto i pronipoti amatissimi, Sapientino e le Sbarabegole. il trittico intellettuale della famiglia si sono dati ad una attività commerciale di famiglia. Intrecciano portachiavi e braccialetti di filo di plastica che venderanno in spiaggia e presso i parenti.
Hanno pure un referente bancario il divano bank gestito dagli zii soprattutto da zia Doda che ha fatto del divano il suo luogo di soggiorno marino.

Alla mattina c’è il complesso affido di Benny che ormai sa che da noi troverà solo coccole, molte fette di mela il suo cibo preferito e Irina che vive in simbiosi con lui. Non abbaia più quando ce lo portano ma con aria di sufficienza attende la sua inesauribile porzione d’affetto che gli viene rovesciato addosso senza limiti. Mi guarda ironico come a voler dire <<visto come sono intraprendente?>>.

Nella via principale, tirata a lucido, i vogliosi commercianti con le super offerte dettate dagli sconti esibiscono facce annoiate e deluse. Sembra che il mercato non tiri, ma credo sia condizione nazionale ed europea.
Lenti passano i giorni ma nello stesso tempo incredibilmente veloci mentre io sogghigno pensando a quei presuntuosissimi intellettuali che hanno scritto e detto che la vecchiaia è l’età della saggezza. Ma quale saggezza. Probabilmente è l’età della disperazione perché per tutti lasciare la vita è il sacrificio supremo.

Beati coloro che credono. Almeno spes ultima dea non ha lasciato il vaso di Pandora.

Cover: La spiaggia di Forte dei Marmi a fine stagione

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Parole e figure /
Alla ricerca della felicità

La felicità sta nelle piccole cose. Anche in una tazza di tè

Una favola moderna quella che oggi presentiamo ai nostri lettori, un viaggio alla ricerca della scoperta della cosa più importante nella vita, sotto il segno dell’amicizia.

È il lungo e divertente viaggio quello dell’albo di Eulàlia Canal e Toni Galmés, La felicità è una tazza di tè, appena uscito in libreria per Terre di Mezzo editore.

Orso ha perso gli occhiali e li cerca ovunque. Senza non vede davvero nulla, i color sono sbiaditi e tutto gli pare in bianco e nero. Non può far nulla, nemmeno andare a pescare. Ed ha pure in programma una cenetta con Orsa, come mai farà senza i suoi preziosi occhiali, regalo del nonno?

Tasso ha perso il sonno. È quindi alla ricerca del riposo perduto. Che baccano e quante nuvole! Orso e Scoiattolo lo hanno davvero svegliato nel bel mezzo di un bellissimo sogno. E piove a dirotto pure, ora, con fulmini che squarciano il cielo grigio. Tanto vale accettare l’invito di Tasso ed entrare nella sua tana. Al coperto e al riparo si starà senza dubbio molto meglio. Quando poi viene offerto loro un delizioso e profumato tè alla fragola, con tanto di teneri biscottini al cioccolato, l’invito è ancora più bello.

Bisogna ammettere, però, che Scoiattolo batte tutti: si è messo in testa di trovare… la felicità. “Ah, e com’è la felicità?” gli chiede Orso. “Non lo so ancora”, risponde Scoiattolo, “ma ne parlano tutti…”. Tutti alla sua ricerca, allora.

Lupo è, invece, in cerca di amici. Nelle favole è sempre il cattivo e desta sempre molti timori. Gli stessi che hanno Orso, Tasso e Scoiattolo nel farlo entrare quando bussa alla porta della tana di Tasso, bagnato e infreddolito. Non si fidano. Forse i lupi non sono poi tutti uguali, qualcuno si salva. In fondo, non tutti gli scoiattoli sono imbroglioni, non tutti i tassi degli ingrati e non tutti gli orsi collerici…Nessuno scappa, Lupo cerca solo amici, lo ammette, e qui ne trova tre. Con una coperta e una tazza di tè, e tanta gratitudine.

La felicità, per Orso, è forse riavere i propri occhiali che si è mangiato per errore, con l’aiuto dello sciroppo del dottor Volpe? O fare una passeggiata romantica con Orsa, mano nella mano? Per Tasso è forse ritrovare il sonno? Per Lupo avere nuovi amici? E per Scoiattolo? Partire, girando il mondo, dopo aver incontrato mucche, pecore, pipistrelli, aironi, cavalli, castori e mandrilli, giraffe, aquile e serpenti per poi tornare? Chissà, forse sta semplicemente nelle piccole cose, di ogni giorno regalato.

Eulàlia Canal (testo) e Toni Galmés (illustrazioni), La felicità è una tazza di tè, Terre di Mezzo editore, 2023, 56 p.

 

QRcode per leggere alcune pagine

 

Eulàlia Canal è una psicologa e autrice catalana di libri per bambini e ragazzi, lavora come psicologa.

Ha vinto il Premio Barcanova de literatura infantil y juvenil. In Italia è uscito I fantasmi non bussano alla porta (Valentina edizioni).

 

Toni Galmés è un illustratore catalano. Insegna Storia del Teatro all’Università di Barcellona. Ha illustrato, tra l’altro, la serie per primi lettori, La casita bajo tierra (Penguin Random House Spagna).

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Dialogo-Invettiva tra un profeta matto e sé stesso

Dialogo-Invettiva tra un profeta matto e sé stesso

Non vi riconosco più. Non vi conosco più, e sono anche stanco di frequentarvi, di sentirvi parlare del nulla mentre il mondo, l’ambiente intorno a noi sta letteralmente collassando.
Volete qualche data? Eccovela. Nel 2050 parte della pianura padana sarà forse sott’acqua, ma voi continuate, continuate pure a parlare di dove andrà Lukaku.
Migliaia di persone ogni giorno muoiono di fame e di malattia in Africa, il continente che ha visto l’origine della nostra specie, si sta desertificando sempre più.

E Voi? Voi avete paura, paura che vengano qui, a prendervi il vostro benessere, le vostre cene al ristorante, il vostro aperitivo, le Nike da trecento euro, l’Iphone, le Audi e le Mercedes, le BMW. Più il disordine nel mondo aumenta e più invocate ordine interno, disciplina, intolleranza e mezzi repressivi attorno a voi, nella speranza di salvarvi. Ogni uomo dovrebbe occuparsi degli altri, salvare o aiutare il prossimo, non pensare solo a sé stesso, o ai soli familiari, invece voi lo fate, li fate morire in mare come bestie annegate in un sacco. Ma non capite, non capite che non sarà redento niente di ciò che non è stato assunto? Non vi riguarda vero? Nessun impegno verso il prossimo, nessuna assunzione di responsabilità: “Tanto non ci posso far niente, è inutile, sono troppi, ma poi io che c’entro? Che vadano a lavorare”. Intanto li state condannando a morte, consumando a più non posso, sottraendo risorse e materie prime ai loro paesi, per riempire gli scaffali dei centri commerciali. Negate loro la vita, la dignità, la salvezza, qui ed ora. Eppure continuerete, continuerete a far finta di niente, a costruire tante piccole felicità, vuote e personali, venate di malinconia negata, intrise di rabbia, continuerete a non pensare, a credere che non vi riguardi.

Volete altre date? Tra poco più di vent’anni è molto probabile che, in Italia, non ci saranno più soldi per pagare le pensioni di anzianità, già adesso il rapporto lavoratori/pensionati è 1:1. Sarà una sorta di punto zero dell’economia, anche i più anziani dovranno tornare a lavorare, come in Africa, come in certi paesi asiatici. Dite che non succederà? Può darsi, sempre ammesso che li abbiamo davvero vent’anni, forse è tutto quello che ci resta, perché si sta sciogliendo l’intera Groenlandia, assieme a buona parte del Pack al Polo Nord, e nessuno sa dire di quanto si alzerà il livello dei mari nei prossimi anni.

I grandi laghi ed i fiumi principali, in diverse parti del mondo, si stanno prosciugando a causa del prelievo eccessivo di acqua, come il Giordano, che gli israeliani hanno usato per irrigare le loro colture, o il lago Ciad, che fornisce acqua dolce a 20 milioni di persone. È solo questione di tempo. Dite che non c’è problema? Tanto dissaleremo l’acqua del mare. Peccato che per ogni metro cubo di acqua dolce, un dissalatore ne produce tre di acqua ipersalata, ma per un po’ basterà, poi ci penseranno gli altri, le generazioni a venire, non è un problema vostro.

Lo sappiamo tutti, lo vediamo attorno a noi, eppure fate finta di niente. Stiamo correndo verso l’autodistruzione, ma tanto cosa vi importa, avete i vostri vini pregiati, i vostri ristoranti esclusivi, male che vada, se avete meno soldi, il vostro spritz… Aperol o Campari? Scegliete. Un po’ di salatini, due patatine? No, meglio una bella apericena, e giù pasta fredda, crema fritta, affettati, pizza, olive all’ascolana…

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi.
Valeva solo per gli apostoli, non è vero? Basta divertirsi e non pensare più a nulla, se non a sé stessi, avere soldi in tasca da spendere, a tutti i livelli, tanti o pochi che siano. Nutrire solo il corpo, non l’anima, ma l’anima è immortale, che lo vogliate o no, non si nutre di cibo, e la mancanza di pensiero, l’assenza d’amore per il prossimo lentamente la atrofizzano, per sempre. Ad un certo punto, non la sentirete più dentro di voi, diverrete aridi, sola prassi, tecnica, azione e reazione.

Ma tanto che vi importa? Basta consumare. Infatti stiamo consumando l’intero pianeta, come locuste in un campo di grano. Non ci fermiamo mai: avanti, avanti, sempre avanti, tanto il progresso ci salverà! Ho visto a cosa serve il progresso. A riempire di chiacchiere inutili, di opinioni infondate e dannose, di sfide pericolose i Social; ad annichilire intere generazioni, sublimate dagli smartphone che annullano la realtà fisica in funzione di quella virtuale, riducendo al minimo le relazioni, attraverso mondi inesistenti. Del resto, la realtà fisica è oramai troppo degradata per essere affrontata senza averne paura. E voi l’avete, tanta. Siete così terrorizzati da negare tutto ciò che sta arrivando: cambiamenti climatici sempre più invasivi, mancanza di risorse e materie prime, d’acqua, di cibo. Il futuro è un baratro insondabile, di fronte al quale la mente vacilla. Ma non importa vero? Godiamoci il presente…

Eppure attorno a voi, tanti lavorano tutto il giorno, lottano fino allo sfinimento con bollette, dentista, caro libri scolastici, malattie invalidanti (proprie, dei figli, dei parenti), aumento dei prezzi, del cibo e del carburante. E voi, in tutto questo? Voi pensate ad arricchire. Introdurre una patrimoniale? “Ma scherziamo? Perché devo dividere i miei soldi con gli altri? La mia villa, il motoscafo d’altobordo, me li sono guadagnati io, e poi lo Stato si prende già abbastanza in tasse…”.

Ormai non ho più parole per voi, mi dispiace. Fatico anche ad amarvi, voi, piccoli e grandi ricchi del pianeta, ma anche voi, persone comuni, che ne imitate in minore lo stile ed i modi di vita, che comprate Gratta e vinci o giocate al Superenalotto nella speranza di arricchire improvvisamente e fregarsene di tutti. Non sopporto più la vostra indifferenza, la vostra insensibilità. Voi, venduti ad un falso dio, il Denaro.

(da “Il giornale di Rodafà. Rivista online di liturgia del quotidiano“, del 13 agosto 2023)

tutti vorrebbero avere il naso di barbie o no

Succede a Barbieland

Barbie è un film uscito negli Stati Uniti nel 2023 e attualmente presente nei circuiti italiani, diretto da Greta Celeste Gerwig. Regista, sceneggiatrice e attrice statunitense, la Gerwing è diventata famosa dopo aver lavorato in diversi film mumblecore. Ha collaborato con Noah Baumbach in ‘Lo stravagante mondo di Greenberg’ (2010), ‘Frances Ha’ (2012) e ‘Mistress America’ (2015). Ha anche recitato in film come ‘To Rome with Love’ (2012), ‘Jackie’ (2016) e ‘Le donne della mia vita’ (2016). La pellicola Barbie è il primo adattamento cinematografico live-action della celebre serie di fashiondoll della Mattel ‘Barbie’.

Il film ha inizio nel fantastico mondo di Barbieland, una società dominata dalle femmine, dove la classica Barbie e tutte le altre amiche conducono una vita appagante, ricoprendo professioni prestigiose come dottoresse, avvocate e politiche, mentre i loro corrispettivi maschili, i Ken, si dedicano ad attività ludiche, soprattutto in spiaggia.

Un bel giorno nella mente della protagonista emergono pensieri ‘umani’, come quello sulla morte. Da quel momento in poi niente è più come prima. Da bambola perfetta, Barbie inizia a sviluppare imperfezioni che finiscono per farla sentire un’emarginata. Decide così di rivolgersi alla saggia Weird Barbie, anche lei emarginata dalla società per i suoi difetti fisici, che le consiglia di andare alla scoperta del mondo reale, dove troverà la soluzione a tutti i suoi problemi. Decisa a riappropriarsi della sua precedente perfezione, Barbie parte per il mondo umano, dove viene raggiunta inaspettatamente da Beach Ken, che si nasconde nella sua decappottabile.

Durante il loro viaggio, Barbie e Ken affronteranno varie sfide e vivranno esperienze significative. Nel frattempo, Ken viene a conoscenza del sistema patriarcale e si sente rispettato e accettato per la prima volta. Tornato a Barbieland, convince gli altri Ken a prendere il sopravvento e le Barbie vengono sottomesse a ruoli minori come governanti, casalinghe e fidanzate. A loro volta, le Barbie si liberano dai Ken, manipolandoli sentimentalmente e facendo in modo che combattano tra loro.
Dopo vari accadimenti, le Barbie si rendono conto dell’errore del loro precedente sistema sociale e decidono di cambiare Barbieland, iniziando un percorso verso la parità di trattamento per i Ken e tutte le bambole emarginate. Alla fine, la Barbie protagonista, ormai insicura sulla sua identità, decide di diventare umana e tornare nel mondo reale.

Il film ha avuto un grande successo:

– È il film, diretto da una donna, che ha incassato di più nel primo giorno di programmazione, 155 milioni di dollari.

– È il primo film live-action, diretto da una donna, a raggiungere il miliardo di incassi nel mondo.

– È il film che ha registrato il miglior incasso per una pellicola della Warner Bros.

Inoltre, il film ha destato alcune critiche da parte di esponenti politici del Partito Repubblicano e dell’area conservatrice americana che vedono, nella separazione tra la ‘visione’ del mondo delle Barbie e quella dei Ken, l’esaltazione di un femminismo oltranzista. Altra critica è stata quella di aver inserito alcuni attori appartenenti alla comunità LGBTQ+ nel cast. Entrambe le critiche mi sembrano fuori luogo.

La visione di questo film fornisce lo spunto per alcune considerazioni:

1- Il mondo di Barbie che apre il film è stato definito, in maniera inappropriata, un matriarcato ma il matriarcato non è solo un patriarcato al contrario, come superficialmente è stato definito da produttori e critica. ‘Matriarcato’ deriva dal latino mater (madre) e dal greco -άρχης (arché). A questo termine si tende ad attribuire il significato di ‘dominio delle madri’ o ‘governo delle madri’, per indicare un sistema sociale speculare al patriarcato ma con ruoli di potere ribaltati. In realtà, non è così. Il significato più antico del termine ‘arché’ non è dominio ma ‘inizio’ (e quindi traducibile con una frase del tipo ‘All’inizio le madri’).
I sistemi matriarcali non sono un patriarcato rovesciato, ma organizzazioni sociali con caratteristiche uniche. Secondo Goettner-Abendroth (si veda: https://www.hagia.de/it/chi-siamo/), la struttura del matriarcato si articola su quattro livelli: a livello economico, è una società di mutualità economica basata sulla circolazione dei doni, dove le donne distribuiscono i beni; a livello sociale, è una società orizzontale, di discendenza matrilineare, in un contesto di uguaglianza di genere; a livello politico, è una società egualitaria di consenso, in cui la casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale; a livello religioso e culturale, è una società di culture sacre del divino femminile, con una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita.
È proprio la centralità del ruolo economico e spirituale delle donne che, nelle società matriarcali, dà loro grande potere locale e influenza sull’attività degli uomini. L’autorità femminile mette in atto dei modelli diversi rispetto alla leadership maschile ma non necessariamente ribaltati o in antitesi come la contrapposizione matriarcato/patriarcato propone. Tra l’altro, tali modelli non sono quasi mai supportati da struttura di rinforzo come polizia o istituzioni di controllo.
Chiarito ciò, matriarcato e patriarcato non sono il rovescio della stessa medaglia ma strutture organizzative molto diverse che si basano su premesse etiche e valori non opponibili.

2- Un secondo tema affrontato nel film è quello della disabilità.
A Barbieland una Barbie con difetti è emarginata. È così nel film ma era così anche con le Barbie-bambole. Mi ricordo quando ero piccola e mi è stata regalata la mia prima Barbie. Altissima, magrissima e biondissima. Il motivo per cui mi piaceva molto era proprio quello. Incarnava il modello di donna appetibile in quegli anni. L’antitesi della disabilità e l’incarnazione dello stereotipo imperante.
Non mi sarebbe di certo piaciuta se fosse stata miope, grassa e con l’acne.
È stato così per me, come per molte altre adolescenti. È utile ricordare che la società occidentale, fin dalle più remote origini, si è fondata su alcuni canoni estetici incentrati su un corpo proporzionato e armonico. Proprio per questo motivo, ha respinto nelle categorie della ‘diversità’ quelle persone che – a causa di menomazioni fisiche, psichiche e sensoriali – si discostavano dai canoni estetici dominanti.
Oggi la sfida per le persone con diversa abilità risiede soprattutto nella possibilità di guadagnarsi lo spazio per il riconoscimento della propria individualità, per pensare e progettare guardando al futuro e nel rispetto del riconoscimento della normalità. La normalità è un diritto che riguarda la possibilità di partecipare ai vari contesti di vita, potendo assumere diversi ruoli: nella scuola, come studente che apprende; nel mondo del lavoro, come individuo che contribuisce alla produzione, nel contesto culturale ricreativo, come fruitore, nello sport, come atleta. Le persone con disabilità, come tutti, vogliono essere riconosciuti nelle loro competenze, capacità ed interessi; vogliono essere riconosciuti nella loro individualità, e proprio come chiunque altro affermano il diritto di poter parlare da protagonisti. Anche su questo fa riflettere questo film che parla di barbie.

3- Un terzo tema affrontato da questo film è quello del mondo umano che è il mondo ‘vero’,  dove non è tutto bello, ma dove si può vivere ritrovando sé stessi.
Questo è forse il più utopico dei contenuti proposti dal film. Davvero il mondo umano è quello dove si può ritrovare sé stessi? Chi dice questo a tutte le donne vittime di violenza maschile? A tutte quelle che hanno perso il lavoro o che sono state lasciate per donne più giovani e belle?
Ma vale anche se si parla di uomini. Chi lo dice a tutte le vittime di incidenti sul lavoro, a tutte gli uomini lasciati, a tutti gli uomini vittime di malattie professionali?

Eppure, nonostante la leggerezza del film, questo ancoraggio al mondo reale come unico luogo all’interno del quale si può formare una solida personalità in grado di resistere al tempo che passa, mi sembra degno di attenzione e anche geniale nella sua ricorrenza cinematografica.

Proprio nella caducità del mondo reale pieno di accidenti dai quali non necessariamente si riesce a rialzarsi, si intravvede la strada per ritrovare sé stessi. Tale strada è quella di acquisire sufficiente lucidità per fare i conti con il deterioramento fisico che inevitabilmente ci aspetta e con il suo epilogo, la morte. Attraverso questo percorso interiore ed esteriore insieme, accidentato, non a senso unico, a volte doloroso e a volte anche violento, esiste l’unica via possibile per ritrovare un senso al nostro esserci. Quel senso vero e profondo che non ha bisogno di capelli biondi e di fisici perfetti ma che si nutre di ossigeno per vivere, di cibo per crescere, del cervello per inventare, della preghiera per sperare.
Un mondo reale che permette di superare le limitazioni che ciascuno ha, rendendoci conto che facciamo parte di un ‘tutto’ molto più grande di noi e che questo ‘tutto’ ha in sé il germe dell’eternità. In questo senso il film barbie è carino e sereno, da consigliare per una sera estiva in cui si sospende il tempo frenetico delle nostre giornate in città, e poi, mentre si guarda il film, si può mangiare il gelato, uccidere una zanzara, smettere per un po’ di guardare l’orologio e pensare che è tempo di vacanza. Non perché la vacanza rappresenti la stupidità, al contrario, perché sia un tempo rigenerante e, al contempo, molto reale. Regaliamoci un po’ di leggerezza in più. La trovo una delle strade possibili per convivere con gli accidenti della vita, senza troppo rancore. Ritornando al film, è da notare che quando la protagonista comincia a pensare alla morte inizia la sua storia, quella vera.

Il Parco del Delta del Po conferma la vendita dell’Ortazzo a società immobiliare. Se hanno a cuore l’ambiente, si dimettano.

Non ci sarà bisogno di accedere agli atti: il Parco del Delta ha già ammesso, ma solo dopo il nostro articolo, che le centinaia di ettari della proprietà cosiddetta “Immobiliare” a Lido di Classe, sono stati acquistati non da un ente pubblico, ma da un’altra società immobiliare. Un’area tra le più importanti per biodiversità dell’Alto Adriatico, sottratta alla furia cementificatrice degli anni ’70 con una battaglia memorabile dal WWF, con la collaborazione anche di Italia Nostra e di tanti naturalisti che lottavano con coraggio sul campo per la tutela delle nostre zone più preziose, giunte a noi solo grazie a loro e che oggi assistono attoniti a quanto successo.

Il Parco del Delta del Po, unico tra i vari Enti coinvolti, ha ritenuto di dover replicare al nostro articolo, e lo fa nel modo peggiore: alludendo addirittura ad una “calunnia”. Si legge infatti “Prima di dichiarare pubblicamente che l’Ente Parco non si è interessato all’acquisto dell’Ortazzo e dell’Ortazzino, siti naturalistici in area ravennate presso la foce del Torrente Bevano, bisognerebbe informarsi se questa dichiarazione corrisponde al vero, altrimenti diviene una bonaria calunnia, espressa per gettare discredito sul Parco stesso”. Ebbene, nell’articolo Italia Nostra invece aveva scritto semplicemente, citando il parco del Delta una sola volta: “… pare che nel totale silenzio degli enti pubblici (Regione, Provincia, Comune, Stato, Parco del Delta del Po), l’immensa zona (circa 500 ettari) cosiddetta “dell’Immobiliare” a Lido di Classe, compresa tra la Riserva e la Pineta di Classe, sia stata aggiudicata all’asta giudiziaria per una bazzecola (sembra, 500 mila euro) non già da un ente pubblico, ma… da un’altra immobiliare!”

Nessuno ha parlato dell’interesse o meno all’acquisto da parte del Parco – cosa che infatti non potevamo sapere -, ma dell’imbarazzante silenzio con cui è stata avvolta la vicenda, che viene rivelata solo ora dopo il nostro articolo, e a cose fatte. Verso la fine, la nota si conclude con: “Tuttavia, preme ricordare ed evidenziare, a chi avesse dubbi e timori, come i vincoli del piano territoriale del Parco e di rete Natura 2000 rendano l’area di fatto intoccabile e assolutamente protetta da ogni punto di vista. L’impegno a non cambiare queste norme costituisce al momento, in assenza di fondi disponibili, ciò che l’Ente Parco può fare. E non è cosa da poco.” Non è cosa da poco rispettare leggi e Direttive europee dall’ente preposto alla conservazione dell’ambiente del Delta del Po, su un’area di quella rilevanza? Un’affermazione che lascia attoniti.

Bene, se i professionisti alla guida del Parco si sono trovati in queste condizioni, dove nessuno degli enti dotati di capacità di spesa ha voluto farsi carico di una cifra irrisoria ma ha lasciato che un patrimonio ambientale rilevantissimo e unico a pochi metri dal mare finisse nuovamente nella mano privata dei costruttori immobiliari, ed anzi, l’unica cosa che possono fare è di garantire ciò che d’ufficio e d’obbligo dovrebbe essere già pacificamente assicurato, abbiano un moto di dignità, si rechino da coloro che li hanno nominati, vadano dai Comuni e dalla Regione inadempienti e rassegnino le proprie dimissioni.

Italia Nostra sezione di Ravenna

Documentazione:

Il Resto del Carlino, 13 agosto 2023, La vendita di Ortazzo e Ortazzino I proprietari puntano a edificare

Estense.com, 9 agosto, 2023, Ortazzo e Ortazzino, la precisazione dell’Ente Parco

In copertina: uno scatto dell’Orto e Ortazzino (foto www.lidodiclasse.com)

Lo Cunto de le Cunti /
Chi ha dormito nel mio letto?

Un progetto a cura di Fabio Mangolini e Francesco Monini
Hanno collaborato Fabrizio Bonora e Marcello Brondi

Prosegue su Periscopio  – e vi terrà compagnia ogni giorno per almeno un mese – la  ‘Lo Cunto de li Cunti’: Il riferimento è naturalmente al grande Giambattista Basile (pseudonimo anagrammatico: Gian Alesio Abbattutis, Giugliano in Campania, 1566 – 1632), il primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare.
Siamo partiti da una idea semplice, essenziale, quasi elementare: presentare al pubblico (quello di Ferraraitalia e quello più vasto di You Tube) brevi ‘letture ad alta voce’ . Adottando però una formula inedita. A differenza delle tantissime (e lodevoli) esperienze del genere, e che si sono decuplicate durante questo tempo di clausura virale, qui troverete solo Racconti di Qualità interpretati da Lettori di  Qualità (almeno, questa è stata la nostra ferma intenzione).  Abbiamo scelto racconti brevi (non più di 10 minuti di lettura, a volte molto meno), racconti  classici e contemporanei, editi o inediti. E abbiamo affidato la lettura a voce alta a professionisti o semiprofessionisti. Vedrete anche che ogni video rispetta un format particolare, anche l’abbigliamento degli attori-lettori, il bianco o il nero, alludono a qualcosa: al pubblico svelare questo piccolo segreto.
Agli Autori, agli editori e agli interpreti abbiamo chiesto e ottenuto una liberatoria. Crediamo infatti che il lavoro culturale
(la scrittura come lo stare in scena) debba essere adeguatamente compensato: oggi in Italia questo non succede, ed è uno scandalo per un Paese che dovrebbe essere un faro dell’Arte, della Cultura, della Bellezza. Quando questo quotidiano avrà un minimo di portafoglio a disposizione, dare il giusto compenso a chi produce e veicola cultura sarà la prima cosa che faremo: ci prendiamo questo impegno già da oggi.
Intanto: buona visione, buon ascolto, buona lettura.
(I Curatori)

Francesco Minimo, Chi ha dormito nel mio letto, letto da Marcello Brondi

CHI HA DORMITO NEL MIO LETTO?

Chi ha bevuto dal mio bicchiere? Chi ha mangiato nella mia scodella, chi si è seduto sulla mia poltrona, chi ha usato il mio spazzolino, chi ha fumato la mia pipa. E soprattutto (quella cosa lo faceva veramente imbestialire) chi ha dormito nel mio letto.
Tutte le notti era la stessa storia.

Piano, ragioniamo, mi chiamo Filippo Torelli e questa è la mia casa, di mia esclusiva proprietà, me l’ha lasciata mio zio. Sono figlio unico, niente moglie e niente figli. Cioè a dire che nessuno, dico nessuno, può vantare un qualche diritto sulla mia bellissima casa. Ora, date un’occhiata ai catenacci, alle chiavi (ma chiavi sul serio, non delle yale da due soldi), controllate le sbarre di ferro, le inferriate doppie, i cancelletti di maglia d’acciaio davanti alle portefinestre; insomma, credetemi, in casa mia non entra nemmeno un topino, figuratevi un ladro, un intruso, un vagabondo. Eppure non si riesce a stare in pace. Tutte le notti è la stessa storia.

Ma non era un problema solo del fu ingegner Filippo Torelli. Gli altri la pensavano esattamente come lui. Anche gli altri, una trentina o qualcuno in più, gridavano, minacciavano, sbattevano i piedi. Ognuno protestava il suo sacrosanto diritto sul proprio bicchiere (e tutti il medesimo bicchiere), e sulla scodella, la poltrona, lo spazzolino da denti, il vecchio letto di noce. Al numero civico 43 di via Fondobanchetto tutte le notti c’erano discussioni. E non era la solita animata, rissosa, tipica assemblea di condominio, vi giuro, era mille volte peggio.
Fino a mezzanotte filava tutto liscio. Era una zona tranquilla della città, la più antica, il cosiddetto “castrum byzantinum”. Ma ecco, a mezzanotte in punto, l’ora canonica dei fantasmi, iniziava la baraonda. Che durava per ore. Le voci si spegnevano, di colpo, solo con il primo raggio dell’aurora.

Se pensate che tutti i fantasmi, tutte le anime dei trapassati, siano presenze diafane, timide e discrete, malinconiche e amanti del silenzio, siete fuori strada. Questo non era comunque il caso dei proprietari della casa di via Fondobanchetto 43. La casa, dall’anno di costruzione ad oggi, era stata ripetutamente oggetto di atti di successione, e donazioni, compravendite, addirittura di un paio d’aste giudiziarie a seguito del fallimento del proprietario.
Non si scappa, de jure tutti i fantasmi inquilini erano titolari del medesimo titolo di proprietà. Il punto era fargli capire che tale titolo, esclusivo fin che si vuole, poteva e doveva essere esercitato in comunione con tutti gli altri aventi diritto. Macché, abituati in vita a disporre di quel bene – dico la casa e tutto ciò in essa contenuto – in modo totale, senza restrizioni di sorta, non gli entrava in testa che il loro nuovo status imponeva un diverso comportamento.

Io, vivo e vegeto se dio vuole, visitando per conto di una stimata agenzia immobiliare la casa infestata (così era rinomata per quel fastidioso baccano notturno e per questo preciso motivo non trovava punto un acquirente), mi sono apposta trattenuto oltre il tramonto, per tutta la notte, fino all’alba.
Per spiegare la situazione. Per farli ragionare.
Sono un buon parlatore, un ottimo agente, ma non c’è stato verso. Allo scoccare della mezzanotte, non un minuto più tardi, una donna dalla voce stridula si è messa a gridare come un’ossessa: Chi ha mangiato nel mio piatto? Alla sua, si è sovrapposta la voce per me irriconoscibile dell’ingegner Torelli (da vivo ci frequentavamo, era persona mite e dai modi cortesi) sbraitando: Chi ha bevuto dal mio bicchiere? E una terza, totalmente fuori di sé: E chi ha dormito nel mio letto?

Niente. Non mi hanno fatto nemmeno parlare.

Francesco Minimo, Chi ha dormito nel mio letto, tratto da: Noi fantasmi. Racconti quasi fantastici, inedito, 2018

Guarda le altre videoletture del Cunto de li Cunti [Qui] 

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Carcere assassino

In carcere si muore e non è solo una metafora per dire la non-vita di quel non-luogo: si muore concretamente, suicidati dal carcere. Susan, quarantatre anni, deceduta nella notte di ieri, dopo un mese di digiuno durante il quale chiedeva invano di poter rivedere il piccolo figlio. Azzurra, 28 anni, affetta da problemi psichiatrici, trovata impiccata in cella, ieri pomeriggio.

di Nicoletta Dosio
da pressenza del 12.08.2023

Entrambe erano recluse al Lorusso Cutugno di Torino, una da poco più di un mese, l’altra da alcuni giorni. Con loro il numero dei suicidi nelle carceri italiane nei primi otto mesi del 2023 sale a quarantatre, sedici tra giugno e agosto.

Occupavano due celle di quello che viene pomposamente definito “Reparto di articolazione tutela salute mentale” . In realtà si tratta di due squallide celle, le prime della sezione Nuove Giunte, che differiscono dalle altre solo perché più disadorne, illuminate giorno e notte, sotto l’occhio insonne della telecamera.

Di tutela della salute mentale non c’è neanche l’ombra… caso mai è vero il contrario: non solo non esiste personale specializzato, ma, rispetto al resto della sezione, aumenta l’isolamento, l’impossibilità di socializzare, il controllo poliziesco, il vuoto pesante di un tempo che non passa mai e l’angoscia che sale con la precarietà del futuro.

Il carcere non solo non cura la malattia mentale, ma la crea e la alimenta.

La notizia di queste morti rimbalza sui giornali e mette in moto il rimpallo delle responsabilità, insieme alle dichiarazioni di impotenza. I sindacati delle guardie carcerarie chiedono più agenti, la direzione si giustifica col sovraffollamento e la precarietà delle strutture.

Quanto ai garanti dei diritti dei detenuti, la garante comunale si lagna che “Nessuno ci aveva informati”. E il garante regionale è ancor più sintetico…

In realtà, nella maggior parte dei casi , a garantire il rispetto minimo dei diritti e ad ottenere qualche miglioramento della condizione carceraria sono,  come sempre, le lotte dei detenuti, mentre i garanti, più che una presenza concreta, sono un ufficio del palazzo comunale e regionale…

Oggi, insieme al ministro della Giustizia Nordio, giunto in visita alle Vallette, c’erano tutti. Il succo dei colloqui è stato esposto in conferenza stampa. Promesse generiche di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, con progetti fumosi, nel cui orizzonte non entrano indulti né amnistie, caso mai la separazione tra detenuti più e meno pericolosi con l’utilizzo di strutture quali le caserme dismesse: dunque non l’alternativa al carcere, ma il carcere diffuso…

Se c’era qualche timore di inchieste, il ministro ha contribuito a fugare le preoccupazioni dei responsabili. “La mia non è un’ispezione, ma una manifestazione di vicinanza del ministro e del suo staff in questo momento di dolore, ma anche di vicinanza alla direzione e alla polizia penitenziaria…”.

Loro, le vere vittime, i dannati della terra e le ragioni per cui qui “si vive o si muore per un sì o per un no” sono rinchiusi più in là, nei gironi interni della prigione.

Mentre negli uffici della direzione si scattano le fotografie di rito, ai blocchi di detenzione si alza la protesta: fischi, grida, battitura delle sbarre e dei blindi… L’umanità reclusa urla rabbia e dolore, l’invivibilità delle celle sovraffollate, la sete d’aria libera, il sopruso quotidiano di un mondo senza giustizia, il bisogno di dignità e l’angoscia del dopo, di un fuori che si preannuncia come ostile e inospitale.

Sono loro la voce di Susan, Azzurra, Graziana, Antonio, Denys…

Il carcere uccide anche la speranza.

Eppure la soluzione opposta al carcere esiste ed è la giustizia sociale, quella che renderebbe il mondo più bello, più vivibile per tutti.

Questo non è il sogno. E’ la meta.

Segui su Perscopio la rubrica Le Voci da Dentro

Adulti, adolescenti, scuola e post

Adulto è colui che è cresciuto, si è fatto una cultura, o, per lo meno, una visione del mondo,  e attraverso questa procede ad interpretare la propria vita e quella degli altri.

Ogni disturbo ai propri costrutti mentali è una rottura di equilibrio e poiché i corpi viventi tendono all’omeostasi, tutte le volte gli sforzi sono volti a ristabilire gli equilibri messi in pericolo.

Di solito è una buona dose di passato, immagazzinato come scorta delle proprie certezze, che aiuta in questa operazione di recupero dell’omeostasi tra il sé e il fuori di sé. Il nuovo non si può accumulare, figuriamoci poi il futuro che non c’è. Per cui tutto ciò che non appartiene a quanto è già stato consolidato (si potrebbe chiamare tradizione) viene vissuto con diffidenza.

Un giovane che cresce, e dunque non si può prevedere come si manifesterà, è uno dei tanti disturbi di fronte ai quali si possono trovare gli adulti, con il rischio di vedere messo in pericolo il proprio equilibrio con sé stessi e il mondo circostante.

La natura ha fornito i mammiferi, tra questi i primati come l’uomo, d’un sistema di difesa che consiste nell’addestramento dei nuovi nati, giusto perché l’equilibrio raggiunto in millenni di evoluzione non venga di volta in volta minacciato.

Gli uomini hanno definito questo processo “educazione” e con il tempo si sono costruiti luoghi e prassi a questo specificamente dedicati.

E poiché è esclusivo degli umani adulti avere ciascuno la sua versione del mondo, ne deriva  che anche le idee sull’educazione sono molteplici, alcune assurte a sistemi filosofici, altre a visioni trascendentali della vita con la pretesa di conformare ai loro télos le nuove generazioni in modo da garantire stabilità e continuità alle comunità sociali.

È successo che le comunità sociali cambiassero più rapidamente di quanto se ne potessero avvedere gli adulti, sempre più dipendenti dal passato per poter superare il susseguirsi di nuove crisi, di rotture di equilibrio e di conseguenti sforzi per tornare all’omeostasi.

Cambiamenti e tempi di recupero andavano sempre più assumendo velocità discordanti: le trasformazioni avanzavano e le crisi degli adulti crescevano, non riuscendo più a ricostruire coerenti visioni del mondo, costretti ad assistere al venire meno degli dei e delle ideologie.

Ecco che l’educazione non poteva più funzionare, perché non c’era più una visione del mondo a cui conformare le nuove generazioni, non c’erano più certezze su cui fondare le proprie condotte di adulti e la relazione con le nuove generazioni da educare.

Era successo che i rapidi sviluppi della scienza, delle tecnologie, le ricerche e i saperi avevano preso il sopravvento, rendendo sempre più obsoleta l’educazione e sempre più urgente e necessaria l’istruzione. La necessità cioè di attrezzare se stessi e i giovani ad affrontare le dinamiche di un’esistenza in continuo divenire, portatrice di sempre nuovi problemi e di sfide inaspettate.

Eravamo stati moderni, incantati dalla nostra modernità a cui avevamo affidato il nostro equilibrio perfetto, e non ci siamo accorti, o non abbiamo voluto accorgerci, che al posto della modernità ora c’era la postmodernità e noi c’eravamo dentro.

Intanto il sapere cambiava di statuto, come ha scritto François Lyotard: “l’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (Bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più di senso”.

Cade l’educazione come principio, cadono le sue istituzioni: la famiglia e la scuola. È la morte dell’educazione, è la morte dei principi su cui poggia il nostro sistema scolastico, è la morte di chi ancora ritiene che il rapporto tra adulto e giovani debba fondarsi sull’educazione dei secondi e che, a questo scopo, siano necessarie comunità educanti.

Per Lyotard ciò che la postmodernità ha messo in crisi è il carattere principalmente narrativo del sapere, tanto da delegittimare i luoghi del suo racconto, della sua trasmissione. È un gran bene che le nuove generazioni siano naturalmente digitali, perché non è più la trasmissione che li collega ai saperi, ma la connessione in rete per avere accesso alle memorie e alle banche dati.

In Scienza con coscienza Edgar Morin scrive: “ Il vero progresso si verifica allorché la conoscenza prende coscienza dell’ignoranza che essa arreca: si tratta quindi di un’ignoranza cosciente di se stessi, e non della superba ignoranza dell’idealismo determinista che crede che un’equazione suprema gli permetta di illuminare l’universo o di dissipare il mistero”.

Abbiamo bisogno di laboratori di istruzione, di botteghe di istruzione, di luoghi dove ci si attrezza ad apprende, a conoscere, innanzitutto se stessi. Non di cattedre e di classi anagrafiche educanti.

Laboratori, perché conoscere significa negoziare, lavorare, discutere, battersi con l’incognito, che si ricostruisce senza sosta, giacché ogni soluzione di un problema produce una nuova questione.

Allenarsi alla conoscenza, usarne gli strumenti, possederli anziché esserne sottomessi, sono le strade per attrezzare i giovani a gestire se stessi, esercitati fin da piccoli a misurarsi con le loro dinamiche, contraddizioni e aspirazioni, a costruire se stessi lontani da ogni tentativo di educarli per conformarli ad essere ciò che non sono e non saranno.

È necessario che gli adulti ritrovino se stessi e che gli adolescenti siano forniti dall’istruzione degli strumenti che portano al sapere e a disporre del potere del proprio cervello, per essere liberi di decidere e di scegliersi la propria ‘adultità’.

La nostra scuola soffre ancora di un orrendo retaggio che all’istruzione ha portato a privilegiare l’educazione, alla scienza la dottrina. Il Ministero dell’istruzione e del merito, per non smentire il passato, resta lì a piantonare questo retrogusto di sapore antico, riabilitando il valore formativo del merito e dell’umiliazione.

Il tema è semplice da definire, estremamente complesso da svolgere. Il sistema di istruzione pubblica del XX secolo non funziona più nel secolo XXI, nel secolo della postmodernità. La sua organizzazione e i suoi archetipi non reggono alle sfide che abbiamo di fronte.

L’ha scritto a chiare lettere l’UNESCO nel suo ultimo rapporto, occorre rinegoziare il contratto formativo, occorre un nuovo contratto sociale per l’istruzione che veda unire gli sforzi di tutti per fornire alle nuove generazioni le conoscenze e le innovazioni necessarie a plasmare un futuro sostenibile per tutti ancorato alla giustizia sociale, economica e ambientale.

Ci sono allora tre domande essenziali da porsi circa l’istruzione: Cosa dovremmo continuare a fare? Cosa dovremmo abbandonare? Cosa deve essere inventato di nuovo in modo creativo?

Ma, al momento,  non mi sembra che ci sia qualcuno interessato a porsele, né a destra né a sinistra.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Per certi versi /
Le nuvole di Sisley

Le nuvole di Sisley

Le nuvole
Di Sisley
Sono le rose
Bianche
Dei prati
Celesti
Il volto
Più strambo
Degli attimi
Disciolti
In colori sospesi
Le nuvole di Sisley
Portano
Gli occhi
All’estremo
Limite
Della luce
Senza la gravità
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]
In copertina: Alfred-Ssley, The-Meadow-at-Veneux-Nadon

Anna delle foreste: sculture nel bosco

C’è un’artista nella campagna inglese del North Yorkshire che intreccia rami. Amore per la natura e fantasia, in un luogo degno di una fiaba.

Il salice inglese prende vita e forma, intessuto e intrecciato come un ricamo, illumina le foglie verdi delle foreste con incredibili sculture all’aperto che ricordano il mondo delle fiabe.

Sono le creazioni della scultrice britannica Anna & The Willow che traspone i suoi schizzi abilmente disegnati a mano su telai di acciaio fatti su misura ai quali poi intreccia rami di salice. Con sorprendente leggerezza e abilità. Bellezza pura.

Le forme sembrano nascere nella foresta, immesse in essa paiono nate e cresciute proprio lì, con radici che dalla terra marrone svettano verso il cielo azzurro. Libere.

L’arte antica dell’intreccio del vimini è una delle più diffuse nella storia della civilizzazione umana. Il processo coinvolge la tessitura flessibile, vari materiali naturali sono uniti insieme per generare un’ampia varietà di forme.

Anna ha dato un tocco personale contemporaneo a questa tecnica senza tempo, creando incredibili sculture ispirate alla natura realizzate con asticelle di salice inglese.

Nata a Ripon, nella campagna del North Yorkshire, la scultrice ha studiato zoologia all’Università di Manchester ma non ha mai rinunciato alla sua fantasia e alla sua arte. Più di dieci anni fa, dopo un corso di un fine settimana di scultura, ha iniziato a plasmare i rami di salice. Lavorare con un materiale naturale le ha aperto un mondo nuovo, portandola a continuare ad apprendere le diverse tecniche di vimini, unendo a quelle tradizionali il proprio spirito creativo e la propria immaginazione.

Una bellissima scultura figurativa intitolata la Cacciatrice del Castello di Skipton Woods, raffigura una donna che tira una freccia da un arco. Collocato in ambiente boschivo dove poter camminare, il pezzo sembra cresciuto dal manto della foresta e prendere vita per sparare la sua freccia in ogni momento.

Ma Anna ha scolpito anche altre opere di animali a grandezza naturale, tra cui un cervo e un cavallo, che appaiono entrambi come se stessero esaminando il paesaggio che li circonda, quasi congelato nel tempo. Natura nella natura. Immagini che parlano da sole.

Le opere di Anna si possono vedere su Instagram o nella sua pagina Facebook. E se siete in vena di ispirazione e potete spostarvi si possono seguire anche interessanti workshop nel suo studio nel North Yorkshire.

Immagini di Anna & the Willow, tratte dal suo sito web e dalla sua pagina Instagram

Accordo tra Libia e Tunisia: metà per uno i 300 migranti abbandonati a morire nel deserto.

Tratto da ANBAMED

I ministri dell’interno di Libia e Tunisia si sono accordati a risolvere la questione dei migranti deportati dalla polizia tunisina al valico di confine di Ben Gardane.

I circa 300 migranti abbandonati in mezzo al deserto, senza cibo e senza acqua, saranno divisi in due gruppi e ciascun paese si assumerà la responsabilità di assisterli. Secondo la stampa tunisina 76 uomini, 42 donne e 8 bambini saranno presi a carico della Tunisia; circa 150 migranti entreranno in Libia e saranno reclusi nei centri di detenzione per migranti senza permesso di soggiorno.

Questa vergognosa vicenda è nata a Sfax, dopo l’uccisione di un tunisino per mano di tre camerunesi durante una rissa. La polizia tunisina ha deportato circa 2000 migranti sub sahariani al confine di Libia e Algeria, senza nessun tipo di assistenza. Alcuni di loro hanno tentato attraversare il confine per entrare in Libia clandestinamente, ma almeno 21 di loro hanno incontrato la morte per sete e per le temperature altissime che avevano raggiunto i 50°C.

(Leggi il racconto dell’editoriale del quotidiano il domani del 30 luglio 2023 Ndr)

Dopo le critiche di ONG umanitarie tunisine e organizzazioni dell’ONU, il governo tunisino ha ricollocato una parte dei migranti deportati in centri di accoglienza, ma un gruppo è rimasto escluso nella terra di nessuno tra i due posti di controllo del valico. Questo risultato di una soluzione condivisa tra i due governi è stato ottenuto grazie anche alla copertura mediatica, con servizi e interviste in video, da parte della stampa araba e mondiale.

Un’onta che rimarrà negli annali delle atrocità di questi due governi.

ANBAMED

Notizie dal Sud Est del Mediterraneo

In copertina: migranti deportati nel deserto (foto Nigrizia)

Filippo Pelati, il ragazzo che danza con l’acqua

Per chi è profano del nuoto sincronizzato e vuole comprendere l’autentica dimensione dell’ impresa sportiva di Filippo Pelati, 16 anni, da Copparo, consiglio di evitare i siti generalisti e dare un’occhiata qui:

worldaquatics.com– sarà per il dettaglio delle varie competizioni, per la quantità di giovani atleti del mondo con cui ha gareggiato, sarà grazie all’inglese che, per una volta, rende bene l’idea di quello che Filippo fa: artistic swimming –  ha restituito, almeno a me, la reale grandezza del suo livello. Ai Mondiali di Oviedo, Filippo Pelati ha conquistato la medaglia d’oro nell’individuale maschile di nuoto sincronizzato.

Sfido il patetico che si infila sempre tra le pieghe del patriottismo di paese, con il quale ci appropriamo dei trofei altrui invocando la comunità di nascita. Lo sfido perchè non posso lasciarmi sfuggire l’occasione di fargli qualche domanda. Alla fine, diamine, non capita tutti i giorni di avere un campione del mondo di sedici anni che viene da Copparo.

P:Ti ricordi quando hai iniziato con il sincro e quando ti sei reso conto che era la
cosa che volevi veramente fare?
FP: Ho iniziato a praticare il nuoto artistico all’età di otto anni, per puro piacere e divertimento. Ho sempre praticato danza e nuoto e il nuoto sincronizzato era l’unione perfetta delle due cose. Mi sono reso conto che era la cosa che volevo fare veramente due anni fa, quando ho cambiato società sportiva e dal Centro Nuoto Copparo mi sono trasferito al CN Uisp Bologna. Poi l’anno scorso, grazie alle convocazioni in Nazionale Junior e Giovanile, ho trovato un punto di partenza e un motivo per impegnarmi a raggiungere obiettivi sempre maggiori.

P:E’ la prima volta che mi capita di leggere di una discriminazione “al contrario”, nel senso che il nuoto sincronizzato al maschile non è considerato quanto quello femminile. Questo pregiudizio è più marcato in Italia che in altri paesi, secondo la tua percezione?
FP: Il nuoto sincronizzato è sempre stato uno sport prettamente femminile. Nella percezione comune è accomunato alla danza, ma anche nel pregiudizio. Fortunatamente i tempi sono cambiati, anche se ancora non totalmente, e gli uomini hanno cominciato a essere valutati anche solo come artisti individuali, oppure con l’introduzione del doppio misto.  In realtà il panorama maschile in Italia è più ampio rispetto ad altri Paesi, però il pregiudizio è sempre dietro l’angolo.  Specialmente sui social questa cosa si manifesta con commenti omofobi, o messaggi da parte di haters. Io sono giovane e ho notato che è proprio alla mia età che molti ragazzi si abbandonano ai commenti più feroci. Però è sempre a questa età che si comincia a costruire un proprio modo di pensare. Per fortuna ci sono anche molti che capiscono che, se uno sport è fatto con tutto l’impegno e l’amore, il genere non conta.

P: Il sincro maschile attualmente non è disciplina olimpica. Conti che alle Olimpiadi
del 2024 le cose possano cambiare?
FP: Alle olimpiadi del 2024 il sincronizzato diventerà parzialmente maschile. Ciò avverrà con l’inserimento dell’uomo all’interno della competizione a squadre. Spero che nel 2028 a Los Angeles sia inserito il doppio misto come disciplina olimpica insieme al doppio femminile. Del resto le competizioni come il mondiale vedono gareggiare sia maschi che femmine, per cui non vedo per quale motivo un maschio non può prendere parte ai Giochi Olimpici. 

P: Per alcuni nuotatori, anche molto forti, l’acqua non è un elemento così “naturale”. Se tu dovessi raccontare ad un alieno che cade sulla Terra in cosa consiste quello che fai, cosa gli diresti? Che balli? Che nuoti? Che ti piaceva ballare ma il tuo elemento “naturale” è l’acqua?
FP: Se un alieno cadesse sulla Terra probabilmente gli direi che io sono acqua. Quando pratico il mio sport divento una cosa unica con l’elemento con cui entro in contatto, dai capelli alla punta dei piedi. L’acqua e l’energia del movimento scorrono inesorabili nel mio corpo insieme alla musica, al ritmo e all’adrenalina. Tutto questo insieme diventa una danza, che non è solo fisicità, ma celebrazione delle emozioni provate. Nel momento dell’esibizione queste cose si fondono insieme. La mia allenatrice mi ripete spesso la frase “qui ed ora”: è in quel momento che divento una cosa sola con l’acqua.

Cover: Filippo Pelati durante una gara.

Presto di mattina /
Donna di sol vestita

Presto di mattina. Donna di sol vestita

Donna di sol vestita

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12, 1).

In Giovanni, l’identità della donna misteriosa è oggetto di molteplici interpretazioni, rese ancor più varie dal riferimento numerico alle dodici stelle che le fanno da corona. Chi le interpreta come le dodici tribù d’Israele, vede nella donna l’antico popolo di Dio in cammino nel deserto. Altri, come il nuovo popolo di Dio, ovvero l’assemblea cristiana raccolta attorno ai dodici apostoli con Maria.

Del resto, “donna” è chiamata Maria nel vangelo di Giovanni, sia alle nozze di Cana, sia dal Figlio sotto la croce. Troviamo così corrispondenza, una vera evoluzione tra la madre di Gesù nel quarto Vangelo e quella nominata nel capitolo 12 dell’Apocalisse. La “madre di Gesù” detta “donna” enigmaticamente già in Gv 2,4 fa pensare pure alla Chiesa, della quale Maria, Gesù e i discepoli insieme (cfr. Gv 2,12), rappresentano la primizia.

Colui che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi la riveste del suo amore, come di un abito di sole. È la raffigurazione dell’alleanza piena e feconda; la luna sotto i suoi piedi è segno che la donna non è in balia del tempo, ma ne è uscita fuori, in un tempo altro, un tempo qualificato, dinamico e tuttavia compiuto: l’eternità.

Alle parole dell’Apostolo Giovanni si addicono quelle poetiche del precursore dell’umanesimo e della letteratura italiana. Il riferimento è a Francesco Petrarca (1304-1374), l’autore de Il Canzoniere, che Pietro Bembo agli inizi del ’500 indicò come modello di eccellenza stilistica.

Il Petrarca, ricordando il primo incontro con l’amata nella chiesa di S. Chiara ad Avignone, così lo descrive:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi…
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi…
(Canzoniere di Francesco Petrarca, a cura di G. Contini, Einaudi, Torino 1965, n. 90, 118).

E, scorrendo da cima a fondo il Canzoniere, scopriamo che esso termina con un canto alla “Vergin bella, che di sol vestita”.

Vergin bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ’n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so ’ncominciar senza tu’ aita,
et di Colui ch’amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede.
(ivi, n. 366, 443),

L’istinto del cuore: «Per Te spera la nostra carne oscura»

Ma veniamo più vicini a noi.

chiudere gli occhi e guardare elena bonoPer Elena Bono, (1921-2014) scrittrice e traduttrice, poetessa e drammaturga, la poesia ha stile francescano, è “sorella dell’uomo”, e fu, scoprendo il legame tra l’amore e la sofferenza, che cominciò ad essere cristiana, anzi terziaria francescana. Solo nel 2007 poi, E-book 2014, viene pubblicata l’Opera omnia, Poesie (Le mani editore) e per il centenario della nascita ne viene editata una raccolta: Chiudere gli occhi e guardare. Cento poesie per cento anni, (Ed. Ares, Milano 2021).

Il padre di Elena grecista e latinista l’aveva avviata allo studio dei classici e della mitologia, ma si dedicò anche allo studio le filosofie orientali. Determinante per la sua scrittura fu poi il dramma della guerra, l’esperienza della resistenza partigiana e l’apertura della fede come nostalgia di Dio.

E nessuno comprende
che non è il morire
la virtù degli eroi
ma restare tra noi
quanto vien loro comandato.
Vivere umanamente tra gli umani, soffrirne tutte le pene
più una:
nostalgia
nostalgia di Dio
(I dioscuri del Quirinale).

In una lirica alla Madonna del Belvedere, dipinto in S. Maria dei Servi a Siena, Elena Bono vi vede ritratta la condizione di marginalità delle donne, ma sperimenta che anche l’esclusione e il silenzio possono divenire uno spazio di ascolto, oltre i linguaggi monopolizzati e istituzionalizzati dagli uomini: «Luna luna non piangere perché sei sola. Il cuore più solitario di tutti/ a tutti appartiene» (in Conforto).

Madonna di Belverde,
giardino di ombre
fresche nell’aria…
o solitudine verdesognante
o silenzio che ascolti
il silenzio di Dio”
(OpOmn 2007: 161).

Drammatico è il profilo di un’altra Maria, quella di Magdala, unita sotto la croce alla madre nel medesimo destino, quello di un dolore che ascolta, entrambe: donne in ascolto dell’istinto del loro cuore.

Maria Maddalena
I soldati ridevano:
“Ehi la bella dagli occhi rossi”.
Ma lei non la riuscirono a strappare
da quella croce,
che vi stava con le unghie confitta,
singhiozzando senza voce.
E poi si mise ad asciugargli i piedi
coi suoi capelli
Li asciugava dal sangue
e non osava
alzare gli occhi per guardarlo in viso
(OpOmn, 2007: 233).

Al n. 18 della Costituzione conciliare Gaudium et spes leggiamo: «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte».

Nell’imminenza della festività dell’Assunzione, scorrendo le pagine di queste poesie, non mi sarei mai aspettato di trovarne all’improvviso una che potesse esprimere in due righe, al modo di un haiku, il segno grande apparso nel cielo della donna vestita di sole e coronata di stelle che diviene soglia per la speranza umana.

Per l’assunzione di Maria
Perché il tuo corpo è tra le stelle
spera, Maria, la nostra carne oscura.
(Alzati Orfeo, Garzanti, Milano 1958, I32).

Dormitio virginis il nome antico dell’Assunta innalzata

Dormitio dice insieme koimesis sonno, pausatio riposo, transitus passaggio, dies natalis nascita al cielo.

Donna di speranza, che camminò nella fede, nel segno di una provvidenza di amore Maria «avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce» (Lumen Gentium 18).

Per questo Maria è donna degli inizi e di ogni fine, custode di ogni fede in cammino, colei che indica la via e mostra la meta; nell’erranza sa cosa sia la sosta e il raccoglimento. È la stella mattutina, che trascina fuori tutta la notte, facendola riposare nella luce dell’aurora.

Ora è entrata nella sua morte come prima ancora era entrata nella la morte del Figlio: Maria morta due volte, come ogni madre a cui strappano via il figlio. Così ella muore nel desiderio del sepolcro che nella fede riconosce come la casa nuova del Risorto, la loro casa aperta sull’infinito, ove lei in lui riposa.

Dormono stanchi gli occhi nel volto brunito; ora Maria dorme e ascolta come un tempo il figlio bambino nella casa di Nazaret semmai la chiamasse ancora dall’altra stanza; attende la sua parola che le dice: “Il cuore pronto muovi alla fonte vivente che giunta è per te l’alba, Maria viso grazioso che rifrange dolce in un ultimo Fiat l’eco eterno del tuo Magnificat”.

Uomini, non chiudete quella porta di pietra
o lasciatemi entrare.
Donne, voi lo sapete
che quella è la mia casa
di cui sempre parlavo,
è la mia casa nuova
per me e mio figlio.
Ben la conosco poi che
quante volte
io la vidi nel sogno.
O dolce casa
io bacio le tue porte
che mi facciano entrare
con mio figlio.
Sempre dalle altre case
il mio figlio partiva
per un lungo cammino,
qui viene per restare
con la sua stanca madre
e stanco cuore.

La morte di Maria
S’addormentano gli occhi
stanchi
e il lieve
volto appassito.
Ed ora è come
quelle lontane notti
che sorridente
dubitosa
ella dormiva ed ascoltava
se dalla stanza accanto
la chiamasse il bambino.

L’aspettante cuore muovi
Che appena è l’alba
Muovi alla tua fontana
O fanciulla Maria
Viso d’oliva.
(Chiudere gli occhi e guardare).

Si alzò e andò in fretta

Quale invito a compiere le salite del cuore, l’Assunzione comincia sempre dalla terra; essa ha la forma di una dedizione alla terra, all’umano. Racconta Luca che, dopo il consenso all’annuncio dell’angelo, Maria «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» A questo saluto Maria rispose con il canto del Magnificat.

Si alzò e andò in fretta”. È questo il movimento nuovo e sempre antico della fede: il levarsi e il protendersi verso l’altro nella forma di una diaconia di amore, dove l’andare in fretta non rimanda ad uno stato di ansietà ma, al contrario, di sollecitudine. La parola è composta da sollus = tutto, intero e dalla particella citus = pronto, in movimento fuori e dentro, intento interamente, con piena attenzione, con commozione anche, mossa dall’amore. Questo movimento del credere, della fede come amore e come speranza che principia con l’alzarsi in fretta, viene espresso nel testo di Luca con uno dei verbi usati per esprimere la risurrezione del Cristo.

Si alzò” traduce il greco anastãsa, dal verbo ’anistemi, rialzarsi, essere rialzato e raffigura la fede, come quella piccola risurrezione nel quotidiano, ad ogni ora, di giorno e di notte: la Pasqua dell’estate così è chiamata anche l’Assunzione di Maria, la sua Pasqua, che declina ed attua la fede nel Risorto come quell’abbassamento che innalza, quello svuotamento che riempie, quel perdersi che è un ritrovarsi, quel servire che libera, quel distacco che unisce: la fede voce che abita il suo silenzio.

Canto quel tutto che s’acquista
Tutto perdendo
Io nuda voce
In te nudo silenzio.
(ivi)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Storie in pellicola / Venezia 80: il manifesto di Lorenzo Mattotti, la sesta volta

L’illustratore e autore Lorenzo Mattotti firma, per il sesto anno, l’immagine del manifesto ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia giunta all’80° edizione (30 agosto – 9 settembre 2023)

“On the road”, sulle tracce di Jack Kerouac, di Easy Rider o di Thelma e Louise, libertà, avventura, voglia di evadere, ritorno alle radici, irrequietezza, scoperta di nuovi territori.

L’immagine scelta per il manifesto ufficiale della 80° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che si apre a fine mese, è di Lorenzo Mattotti e “si ispira alla tradizione del cinema on the road”, spiega. “Ho giocato con la grafica”, sottolinea l’autore, “per rappresentare mondi nuovi da esplorare attraverso il Cinema”. Guardare verso nuovi orizzonti, cercare nuove strade e nuovi linguaggi, proiettarsi al futuro memori del passato, esplorare mondi nuovi, proprio come solamente il cinema sa fare. Guardando lontano.

In questo manifesto luminoso e allegro ognuno potrà ritrovare il suo film, quello magari che ha risvegliato sensi, paure e sogni, seguire la propria strada, immaginare i propri sentieri e il proprio destino. Vedere avanti.

Piace ricordare che il parigino d’adozione Lorenzo Mattotti, autore di graphic novel come FuochiStigmate e Ghirlanda, nonché regista del film d’animazione La famosa invasione degli orsi in Sicilia (presentato a Cannes 2019, nella sezione Un Certain Regard, e ispirato alla favola di Dino Buzzati), è ormai un habitué dei manifesti veneziani. Oltre che firma delle sigle animate dell’evento.

Lo scorso anno, per la 79° edizione, ha presentato un’immagine che raffigura una leonessa che si libra in alto e porge il 90°anniversario dalla prima edizione della Mostra. Linee classiche, così come classica la scelta del fondo oro, ma anche un po’ provocatoria. “Qui il leone, simbolo di potere e forza, si è trasformato in una leonessa, che ha in sé eleganza e creatività. Dopo 90 anni, il leone di Venezia, simbolo della Mostra, è diventato una leonessa che vola attraverso la storia con energia e leggerezza, simbolo di speranza, lontano dall’aggressività e dalla ferocia”, sottolinea l’artista.

Anche la 78° edizione, del 2021, parla Mattotti, con un manifesto che raffigura “due personaggi che si filmano reciprocamente in una sorta di danza, di duello giocoso”, spiega, “in un rapporto mediato dalla cinepresa. È una danza sotto i riflettori di un set, un movimento di energie comuni, un rituale di sguardi. Sguardi a confronto potrebbe intitolarsi l’immagine, in un periodo in cui lo sguardo acquista forza come una nuova relazione tra le persone. I due personaggi simboleggiano due visioni diverse che si incontrano e si confrontano, si guardano e si studiano, ma non si oppongono: grazie al Cinema e al suo ruolo centrale, creativo, propositivo”.

Nel 2020, in occasione della 77° edizione della Mostra, è il momento di colorati acrobati colti nel mezzo di un salto, un manifesto quasi simbolico, quasi a voler rappresentare la precarietà post-covid, come se fossimo colorati equilibristi sospesi su un filo sottile che potrebbe, da un momento all’altro, spezzarsi. Una sfida contro la paura del vuoto, alla fine, vinta, pur a prezzo di enormi sacrifici.

Il manifesto di Venezia 76, nel 2019, raffigura una coppia abbracciata, su una gondola, un chiaro omaggio alla città di Venezia che Mattotti ama molto.

Su quello di Venezia 75 (2018), invece, il primo della serie, campeggia una figura femminile che guarda, misteriosa, attraverso un obiettivo che assume le sembianze della Terra. “Penso che un manifesto debba avere qualcosa di intrigante, che attira l’occhio, che attira il pensiero, ma senza svelare troppo. Che ci sia un enigma, una sorta di mistero da risolvere. Dopo varie prove è venuta fuori quest’idea di una ragazza”, ha spiegato l’artista, “di questo personaggio femminile dal viso molto grafico, non realistico che guarda con un’espressione abbastanza seria attraverso un obiettivo. E al posto di questo obiettivo c’è la Terra, il pianeta Terra, per simboleggiare lo sguardo su di noi. Poi c’è il quadrato bianco, e mi sembra che questo abbinamento sia un incontro felice, perché ci si domanda: cos’è il quadrato bianco? Credo che sia naturale pensare allo schermo del cinema, lo schermo bianco. Lo sguardo sul pianeta, lo sguardo sulla realtà, deve passare per questo mezzo, deve essere filtrato attraverso lo schermo”.

Fantasia in libertà, senza fine, senza confini. Opere d’arte meravigliose.

Lorenzo Mattotti vive e lavora a Parigi. Studia Architettura e Venezia ed esordisce alla fine degli anni ‘70 come autore di fumetti. Nel 1984 realizza Fuochi, che vincerà importanti premi internazionali. Per il cinema, ha collaborato nel 2004 a Eros di Wong Kar-wai, Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni, curando i segmenti di presentazione di ogni episodio. È stato consulente creativo per Pinocchio di Enzo D’Alò. Con Incidenti, Signor Spartaco, Doctor Nefasto, L’uomo alla finestra e molti altri libri fino a Stigmate, il suo lavoro si è evoluto secondo una costante di grande coerenza. Oggi i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e pubblica su quotidiani e riviste nazionali e internazionali. Ha illustrato vari libri per l’infanzia, tra cui Pinocchio ed Eugenio che ha vinto nel 1993 il Grand Prix di Bratislava. Numerose le sue esposizioni personali, tra le quali l’antologica al Palazzo delle Esposizioni di Roma, al Frans Hals Museum di Haarlem, ai Musei di Porta Romana.

Realizza manifesti, copertine, campagne pubblicitarie; suo il manifesto del Festival di Cannes 2000 e quelli per l’Estate Romana.

Per sapere di più

 

Credits: ©labiennale.org

 

Collasso climatico: la transizione digitale non è una transizione ecologica

Collasso climatico: la transizione digitale non è una transizione ecologica

Viviamo un’epoca di continue “emergenze” descritte con parole apocalittiche che hanno l’effetto di impaurire e paralizzare il pensiero e l’azione personale della gente, deprimendola: la sindemia da Covid-19, la guerra in Ucraina con annunciato pericolo nucleare, il fenomeno delle migrazioni e il collasso climatico.

Per il profondo malessere che sto provando di fronte all’incredibile escalation degenerativa del dibattito sulla crisi climatica ed ecologica, traccerò dunque una riflessione poiché è giusto chiamare le cose con il proprio nome, in un periodo storico dove la confusione regna sovrana.

Nell’attuale dibattito sul clima ci sono due posizioni che stanno generando l’ennesima polarizzazione del dibattito: quella del negazionismo climatico, che si presenta come volgare e che offende l’intelligenza di molti; e quella dell’emergenza climatica, che sempre più si sta consolidando come mediatica ricca di inesattezze, di narrazioni tossiche e di notizie fuorvianti, che se da un lato focalizzano il tema sull’ambiente, dall’altro mandano evidentemente messaggi eterodiretti affinché qualcuno, sulla crisi climatica, possa marciarci.

La questione del cambiamento climatico oggi viene cavalcata come “emergenza” dai media. Il capitalismo da sempre chiama “emergenza” ciò che gli serve per giustificare politiche repressive. Anche in questo caso, spacciare la crisi ecologica come un fattore emergenziale serve per indurre alla paura, alla paranoia, ma soprattutto per fare subdolamente della “rassicurazione sociale”: è un’emergenza, prima o poi finisce… Quando in realtà non è vero. Un fattore strutturale rimane e poi può sfociare nei suoi punti di non ritorno, nelle sue contraddizioni. Perché oggi viene veicolata questa narrazione?

Il collasso climatico è alle porte e lo si vede da molti fattori (degradazione del territorio, inaridimento dei terreni fertili, monocolture intensive, allevamenti intensivi e sviluppo tecnologico con la sue abnorme impronta ecologica). Forse qualcuno non si ricorda, ma in questi ultimi vent’anni, sistematicamente nei Paesi occidentali, coloro che si occupavano e che sensibilizzavano sul tema dell’inquinamento, dell’importanza di cambiare modello di sviluppo, venivano definiti “pauperisti”, “contro il progresso”, e ridicolizzati come dei nostalgici del primitivismo.

 

Ricordo benissimo quando le parole “ambientalista” ed “ecologista” sembravano insulti all’udito della gente. É solo dal 2015, con la Cop21 di Parigi, che qualcosa è iniziato a muoversi a livello di sensibilità collettiva fino ad arrivare al movimento dei Fridays for Future. Eppure la narrativa sull’ambiente è molto cambiata negli ultimi cinque anni, e ha preso sempre più un’impronta neoliberale, spacciando per “ambientalista” ciò che “ambientalista” non è.

Oggi vi è una reale operazione di greenwashing di massa, dove i grandi capitalisti stanno proponendo una narrazione tossica per la quale, con la scusa di salvare l’ambiente (che hanno deturpato e stuprato fino ad oggi), ci stanno dicendo che è con lo sviluppo tecnologico che si salva l’ambiente. Questo permette ai grandi capitalisti di rigenerare i loro brand, di aprire nuovi mercati e di rigenerare anche la loro immagine esemplarizzata di fronte al mondo.Ecco dunque che queste narrazioni tossiche servono a consolidare il “green capitalism”, come ha spiegato molto bene il presidente socialista della Bolivia Luis Arce; la “green economy” fatta con gli schiavi adulti e minorenni in Congo e con il modello estrattivista e distruttore dell’ambiente; il “net-zero washing”, ovvero quello che la biologa Silvia Ribeiro ha chiamato “colonialismo climatico”. Il capitalismo finanziario ha inventato, insieme ai colossi dell’energia fossile, il mercato mondiale per lo scambio dei permessi di inquinamento.

La British Petrolium (Bp), che in cambio di un generoso contributo per rendere sempre più ecologiche le produzioni agricole nello Stato messicano di Veracruz (40 dollari per ognuno dei 133 contadini della comunità di Coatlila e per quelli di altre 58 comunità) ha ottenuto 1,5 milioni di crediti di carbonio su 200.000 ettari, che può vendere, a un valore (nell’ipotesi peggiore) quattro volte superiore a quello pagato alle comunità. É il capolavoro del greenwashing, con cui i grandi inquinatori ritardano, mistificano ed evadono l’azione a favore della tutela del clima facendo però, contemporaneamente, grandi affari.

Come scrive Ribeiro: “Invece di ridurre le emissioni di gas che causano il caos climatico, pagano alcune comunità o ejidatarios [comunità agricole nate con la rivoluzione zapatista del 1910 alle quali lo Stato assegnava delle terre in usufrutto, ndt] perché continuino a curare i loro boschi, oppure pagano altri soggetti perché piantino monoculture di soia, palma da olio e altre colture. Colture che presumibilmente assorbono anidride carbonica e che “compenserebbero” il fatto che le aziende continuino a inquinare.”

Inoltre, oggi il green capitalism e la green economy vogliono far coincidere le espressioni “transizione ecologica” con “transizione digitale”, due cose che gli ecologisti di vecchia data sanno bene essere completamente distinte. Il fine è quello di aprire al soluzionismo tecnocratico sul clima e all’implementazione della tecnologia, fino a riproporre l’energia nucleare come una fonte “sostenibile” . Ma sappiamo che lo sviluppo indefinito, il mito del “progesso”, la mentalità riduzionista-dualista-estrattiva, il mantra della “crescita economica” e la distopica tecnofilia dei miliardari californiani (Gates, Bezos, Musk etc… ) compresa la colonizzazione dello spazio (definita da Musk come la più grande impresa commerciale dalla scoperta dell’America) sono la radice della crisi ecologica.

Alcuni dati:
  • Sono necessarie 13 tonnellate d’acqua per produrre 1 smartphone
  • Sono necessarie 15 tonnellate d’acqua per la produzione di 1kg di carne di manzo
  • Silicon Valley ha un’impronta ecologica 6, ovvero se il mondo fosse come la Silicon Valley sarebbero necessari 6 Pianeti
  • Il 40% delle emissioni climalteranti è prodotto dall’agro-industria
  • La colonizzazione dello spazio si concretizzerà come modo per estrarre minerali, gas e litio dai pianeti colonizzati.
Silicon Valley e Big Food sono facce della stessa medaglia e la tecnofilia, come le soluzioni tecnocratiche alla crisi climatica proposte dai capitalisti, sono la continuazione della crisi ecologica. Il cambiare tutto per non cambiare nulla, se non per peggiorare le cose. Vandana Shiva questa cosa la denuncia molto bene: contro gli OGM, contro l’ingegnerizzazione della Natura (editing genetico, ingegneria genetica, geoingegneria), contro la chimicizzazione della vita, la promozione di cibi ultratrattati coltivati in laboratorio (clean meat e plantbased meat).

Come militanti ed attivisti abbiamo il dovere politico e linguistico di dire che la TRANSIZIONE ECOLOGICA non ha nulla a che spartire con la TRANSIZIONE DIGITALE dell’Agenda ONU 2030 (vedasi riflessioni dell’ecogiornalista Nicoletta Dentico a riguardo). La transizione ecologica, come sostiene l’ecofilosofa Gloria Germani, avverrà quando cambieremo stile di vita, metteremo in discussione il modello di sviluppo, di produzione, la stessa società industriale e le basi conoscitive su cui si fonda tutta la scienza cartesiana-newtoniana occidentale e il suo antropocentrismo. Oggi più che mai è un dovere semiotico e politico partire da questa distinzione, per creare nuovi immaginari politici e liberarci dalla colonizzazione dell’immaginario operata sia dalla società industriale sia dai mass media.

Ferrara è “patrimonio dell’umanità”:
non vuol dire “proprietà della Giunta”

Sul tema “Ferrara patrimonio Unesco” Periscopio ospita un intervento di Ilaria Baraldi, consigliera comunale del Partito Democratico.

Siamo alle solite.
Un cospicuo numero di cittadine e cittadini sottoscrivono una petizione promossa da +Europa per chiedere una verifica sulla capacità dell’amministrazione nel tutelare e promuovere il patrimonio dell’umanità che è Ferrara, la nostra città, di tutte e di tutti; con insperata e opportuna celerità il ministero competente garantisce un esame della questione ed ecco il sindaco Fabbri intervenire col consueto garbo attaccando la funzionaria preposta e offendendo le persone che, avendo a cuore Ferrara, si permettono di criticare la gestione attuale.
Per Fabbri le accurate osservazioni del Ministero sarebbero solo frutto di un “errore estivo”, mentre 1.378 cittadine e cittadini diventano improvvisamente “qualche disperato oppositore politico”.
Dileggiare le persone che la pensano diversamente dal sig. Sindaco, che pure lui rappresenta, è ormai una costante del suo mandato.

Non sappiamo che esito avrà l’indagine del Ministero della Cultura ma la notizia è buona di per sé. Anzitutto perché ricorda a chi amministra che c’è un controllo superiore che si attiva per verificare che permangano le condizioni poste da Unesco per avere il privilegio di essere considerati patrimonio dell’umanità. Speriamo che non intervenga la longa manus del solito Sgarbi a bloccare, per il tramite del gaffeur Ministro Sangiuliano, l’iniziativa.
Ma la notizia è buona soprattutto perché rammenta a Fabbri e alla sua maggioranza che il patrimonio loro affidato non può essere usato a loro piacimento, senza tenere conto delle sue caratteristiche e della sua preziosità.
Patrimonio che transitoriamente questa amministrazione, come quelle passate e future, si trova a gestire, con l’onere di proteggerlo e tramandarlo intatto alle generazioni future, valorizzarlo e non sfruttarlo, farlo conoscere anziché coprirlo di sponsor.
Per fare tutto questo occorre che chi governa sia consapevole della responsabilità di “essere” patrimonio Unesco, e lavorare allo scopo di rendere altrettanto consapevoli residenti e turisti di ciò che significa vivere e visitare una città patrimonio dell’umanità, nella sua interezza e complessità.
È un lavoro che richiede uno sforzo enorme e non basta appendere la bandiera Unesco o usarne il logo sui documenti ufficiali.
Comporta un lavoro culturale – a partire dalle scuole – che è altro rispetto a occultare monumenti e piazze con continue iniziative ed eventi.
Se c’è chi si sente offeso (nel senso di ferito) dall’occupazione transitoria della nostra piazza da wc chimici o bidoni dell’immondizia e in modo permanente da auto e furgoni, significa che quel senso di sfregio della bellezza – come valore culturale – in una parte dei ferraresi c’è, così come c’era nei veneziani che hanno lottato contro il passaggio delle navi da crociera in laguna a ridosso della fragile e bellissima San Marco.

Che ci siano cittadine e cittadini che pensano altro, o semplicemente non si pongono il problema, è naturale e legittimo.
Credo invece sia grave che una amministrazione non sappia dosare le proprie proposte e azioni in funzione delle specifiche caratteristiche del bene (materiale e immateriale) che ha l’onere di governare.
Non puoi valorizzare se prima non proteggi e per proteggere occorre sapere che cosa ti è stato affidato.

STELLE CADENTI

STELLE CADENTI
10 agosto

Nella notte di San Lorenzo, di solito (anche se adesso pare che sia slittato il calendario) cadono un po’ di stelle e si esprimono, senza dirli a voce alta, i desideri.

Stanotte, sulla via Tiburtina, altezza Casal Bruciato, c’è qualche briciola di quelle stelle cadenti al bar Manhattan, vicino al Bingo.

Seduto su una seggiola, da solo, c’è un maciste tatuato che potrebbe essere il buttafuori della sala giochi.

Ha un codino come Travolta in Pulp fiction e un fisico strapalestrato che lascia immaginare un periodo in cui, di diventare una stella, ci ha creduto. Stasera ha un’aria malinconica e solitaria, anche se qualcuno passa a salutarlo e si vede che l’ammira, toccandogli le pagnotte tatuate dei bicipiti.

Lui lo guarda con un’aria un po’ malinconica, forse vuole tenere le distanze, non si sa mai.

Perché Manhattan è aperto tutta la notte e ha frequentazioni di tutti i tipi.

Ora a un tavolino, una coppia di lesbiche mature e mascoline si sta consolando per qualcosa andata storta. In un angolo, una procace quarantenne vestita da ghepardo guarda chi entra dalla porta con sguardo da predatrice.

Arrivano altri culturisti, ragazze con tatuaggi strampalati.

Niente di particolarmente hard, ma c’è un profumo di America del Midwest.

Manuel, uno dei miei due figli di altri padri, che mi ha introdotto al Manhattan, dice che ci viene spesso nelle sue notti bianche, perché prova attrazione per i luoghi distopici.

E certo questo bar, già dalle luminarie che sognano una lontanissima Las Vegas, ha qualcosa di incongruo con quello che uno immagina della via Tiburtina.

A partire dalcocomeraro che, pochi metri più in là, offre uno scorcio di una romanità vintage, coi tavolacci di legno macchiato di umido dove stasera, un signore solitario mangia la sua fetta d’anguria seduto accanto al suo cane, che si è piazzato sulla sedia come una moglie e sembra che se la mangi assieme a lui.

Una Roma notturna piena di giovani in bande, indaffarati coi loro smartphone, ma quieta, un po’ scettica: Roma non appare violenta. Non è nemmeno sovraeccitata, frizzante o schizzata.

E’ una città che non esprime più erotismo, come si fosse ammosciata. La vita non è più così Dolce, se mai lo è stata.

E anche se non sono certo in grado di stilare un rapporto Kinsley sulle abitudini sessuali dei romani, m’immagino che a far l’amore siano in pochi e tanti invece a compiere casti rituali coniugali o dedicarsi a sfoghi più o meno deludenti.

Ma in fondo che ne sappiamo? Sul lato intimo dell’umanità, abbiamo solo finzioni.

A Roma d’estate, la notte è il momento migliore per uscire in strada. Si cammina senza troppa paura, anche per i viali della periferia, un tempo luoghi deputati solo alla prostituzione.

Al semaforo c’è sempre Ahmed, da almeno sei anni. L’ho visto invecchiare, imbiancare i capelli e anche perderli. All’inizio lo trovavo invadente, con quella spazzola sempre in agguato.

Ora lo vedo e lo chiamo. “Eh non c’è lavoro capo, niente lavoro” mi dice, alle due di notte, mentre insapona il cristallo cercando di sbrigarsi prima che venga il verde.

Io gli do la moneta e lui, dopo avermi ringraziato, fa dei segni al cielo, come se parlasse con Allah. Non so come farà mai a tornare al suo paese.

Forse, mentre il semaforo è verde, se avrà la fortuna di vedere una stella cadere, può ricordarsi di esprimere il suo desiderio. Ma dentro di sé, non ad alta voce.

Per leggere tutti i capitoli del Diario di Daniele Cini: Diario di un agosto popolare” scorri l’homepage fino alla sezione SPECIALI

Oppure leggili uno alla volta:

ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA

STRANI STRANIERI

CORPI DIMENTICATI

NELLA CITTA’ DESERTA

COCCIA DI MORTO

FINCHÉ C’É LA SALUTE

LA BOLLA SVEDESE

STELLE CADENTI

LA METRO, IL BUS E LO SCOOTER

FREQUENZE DISTORTE

CANNE AL VENTO

L’OTTIMISMO DURA POCO

LA TORBELLA DI ADAMO

Scienza e scienziati a Ferrara: il Congresso internazionale della Società di Biologia Molecolare ed Evoluzione-Smbe

Da domenica 23 a giovedì 27 luglio, Ferrara ha ospitato il Congresso internazionale della Società di Biologia Molecolare ed Evoluzione-Smbe.

Si è tenuta a Ferrara l’edizione 2023 del Congresso internazionale della Società di Biologia Molecolare ed Evoluzione-Smbe. Un appuntamento molto importante per la comunità scientifica di tutto il mondo, che ha visto questa piccola capitale italiana del Rinascimento selezionata per ambientare un appuntamento seguito da tutti gli specialisti del settore e che porterà in città oltre 1600 persone, tra relatori, congressisti e partecipanti.  È questo il pubblico che da domenica 23 a giovedì 27 luglio 2023 ha seguito  i 31 simposi dedicati alle varie tematiche legate alla biologia molecolare, l’evoluzione e la  genomica. L’organizzazione di questo evento – spiegano gli organizzatori dell’Università di Ferrara – è stata assegnata dopo una selezione avviata nel 2019 e che ha visto prevalere Ferrara su Mosca e Copenhagen.

Apparentemente dedicata a tematiche da addetti ai lavori, la biologia molecolare evolutiva in realtà ha attinenza con tutti gli aspetti della vita che possono riguardare l’attualità e il quotidiano. Questa scienza permette, per esempio, di studiare se e come i batteri si adattano agli antibiotici o come le specie possono invadere nuovi habitat, ma è anche utile per interpretare il peso di un’evidenza genetica a partire dai reperti trovati su una scena del crimine. E può dare risposte a quesiti che assillano fatti e scelte al centro delle cronache.
C’è chi si è chiesto, in questo senso, se gli orsi del Trentino che sono stati immessi dalla Slovenia sono differenziati geneticamente tra loro o sono discendenti da poche coppie di capostipiti. Un altro tema molto importante riguarda il rischio di estinzione di una specie, e la biologia molecolare evolutiva può spiegare in che misura questo dipende da fattori ambientali o ha a che fare con fragilità genetiche.

Presentazione del Congresso internazionale

Insomma, una materia apparentemente riservata a pochi eletti, ma con risvolti concreti che hanno una grande influenza sulla vita di tutti i giorni. Non a caso quindi la biologia molecolare e l’evoluzione biologica saranno al centro di un summit con dibattiti ambientati nei più bei palazzi e monumenti storici del centro cittadino.

Il docente Unife Giorgio Bertorelle (foto GioM)

Ma come ha fatto una città di dimensioni medio-piccole come Ferrara ad aggiudicarsi la location di uno dei più importanti appuntamenti scientifici internazionali?

Lo spiega il docente di genetica dell’Università di Ferrara Giorgio Bertorelle, presidente del comitato scientifico e organizzatore dell’evento. “Negli anni passati – ricorda il professore – il congresso è stato organizzato in città come Barcellona, Chicago, Vienna, Kyoto, Auckland e Manchester. L’Italia ne ha ospitato un’unica edizione, 21 anni fa, a Sorrento. Nel 2019, però, abbiamo pensato di candidare Ferrara e da lì è iniziata l’idea e via via la proposta dell’evento, che abbiamo voluto progettare come congresso diffuso, all’interno di un centro storico pedonale. Un enorme sforzo organizzativo, reso possibile grazie anche alla collaborazione del Comune di Ferrara e dell’Università di Ferrara”.

Locandina dell’evento

Un’idea vincente, che ha portato Ferrara a essere la prescelta rispetto a grandi città concorrenti come Copenhagen e Mosca in tempi ancora lontani dagli attuali scenari.

“Sì, credo che abbia funzionato molto l’idea di far soggiornare conferenzieri e studiosi in una location ricca di storia, dove gli studiosi possono venire con la famiglia che ha così un ambiente intorno che si presta al soggiorno piacevole e alla visita. La collocazione geografica di Ferrara, tra l’altro, consente in tempi molto contenuti di raggiungere i luoghi italiani più attraenti per un pubblico straniero, che rappresenta il 90 per cento dei partecipanti a questo appuntamento. Teniamo conto, infatti, che da Ferrara in un’ora si arriva a Venezia, Ravenna, poco di più per Firenze e che in tempi più che ragionevoli si può fare andata e ritorno da Roma”.

Smbe: hompage del sito web

In quali location sono organizzati i seminari scientifici?

“Il congresso è anche un esperimento di convegno scientifico diffuso, in quanto si terrà in diverse sedi del centro storico cittadino: il Teatro Comunale, il Castello Estense, il Palazzo Bevilacqua-Costabili, il Polo Adelardi, il Chiostro di San Paolo. Ma anche Palazzo Pendaglia, sede dell’istituto alberghiero Orio Vergani a cui è stata affidata tutta l’organizzazione dei momenti di ristoro, e il Parco Massari che ospiterà la cena di gala”.

Castello Estense

Un impegno organizzativo e finanziario molto complesso. Il finanziamento arriva da un organismo universitario?

“Il convegno viene organizzato ogni anno dalla SMBE, che è legata alla casa editrice della rivista scientifica Molecular Biology and Evolution, leader mondiale nel settore della biologia evoluzionistica. Nata negli Stati Uniti nel 1982, la Società e la rivista si occupano di diffondere i risultati e di sostenere i ricercatori che hanno l’obiettivo di capire i processi evolutivi a livello molecolare”.

Presentazione del congresso Smbe 2023

I risultati degli studi possono rivelare elementi importanti per la nostra vita? 

“Assolutamente sì. Studiando il Dna e le proteine è possibile ricostruire l’evoluzione dell’uomo e di altre specie animali e vegetali. Queste scoperte mostrano i cambiamenti dei virus e in che modo favoriscono o riducono la loro pericolosità. Sempre grazie alle ricerche di quest’ambito scientifico possiamo scoprire se e come la biodiversità delle specie potrà mantenersi. Da qui si può studiare infatti in che modo le specie potranno adattarsi, nonostante i rapidi recenti cambiamenti ambientali e climatici dovuti alle attività dell’uomo”.

Chi sono i relatori e  gli studiosi che parteciperanno al convegno ferrarese?

Al momento, il comitato ha ricevuto 1640 contributi (riassunti di studi scientifici) da ricercatori provenienti da 49 paesi diversi. Circa 200 sono stati selezionati per comunicazioni orali in uno dei 31 simposi che si terranno nelle diverse sedi. Tra i relatori ci saranno alcuni dei più grandi scienziati che negli ultimi trent’anni hanno contribuito allo sviluppo di questi studi, come il genetista statunitense Micheal Lynch, docente di Evoluzione, Genetica delle popolazioni e Genomica dell’Indiana University, che in passato ha ricoperto anche la carica di presidente della Smbe”.

Smbe 2023 è sostenuto da Unife e Comune

Il comitato scientifico e organizzatore è presieduto da Giorgio Bertorelle, professore ordinario di Genetica all’Università di Ferrara, ed è composto dai docenti Silvia Ghirotto (sempre di Unife), Andrea Luchetti (Unibo), Luca Pagani (Unipd), Omar Rota Stabelli (Unitn) e Emiliano Trucchi (Univpm). Il congresso è anche un esperimento di convegno scientifico diffuso, in quanto si terrà in diverse sedi cittadine: il Teatro Comunale, il castello Estense, il Palazzo Bevilacqua-Costabili, il Polo Adelardi, il Chiostro di San Paolo, Palazzo Pendaglia, e il Parco Massari

Amarcord il cinema

C’era una volta… il cinema

Entrare in un cinema quasi vuoto, un sabato sera, sperando in una piccola evasione per interrompere la solitudine. Riandare con la mente a quando i cinema erano affollati e ci si stava come in un luogo misterioso, guardando il film anche due volte e, uscendo, si rimaneva coinvolti nell’avventura appena vista.
Le storie spesso colpivano al cuore, si ricordavano per settimane gli amori e i dolori, i drammi delle guerre, le gesta
degli eroi mitologici, gli occhi stellati delle dive, gli alieni provenienti da mondi lontanissimi di chissà quali universi, le buffe smorfie dei comici.
E poi c’erano i film western: istintivamente dopo averli visti ci si trasformava in uno dei tanti sceriffi coraggiosi e come lui si assumeva per un po’ la sua andatura eretta, lo sguardo fiero, i gesti decisi, il linguaggio rado e scabro.
Anche le musiche western restavano impresse a lungo nella mente, e le si cantava in una lingua inventata, che di inglese aveva poco o nulla, per imitare quella dei cowboys.
Gli spettatori dei cinema sono sempre meno, molte sale chiudono. Nelle case gli schermi tv saranno anche giganti, ma non è la stessa cosa, non si vivono i momenti di avventura o di tensione in attesa del duello finale tra gli sceriffi e i fuorilegge in città dai nomi scolpiti nel ricordo: Tombstone, Dodge City, Santa Fe, Yuma
Non si percepisce il vento che solleva la polvere e fa volare i cespugli di mesquite, non colpiscono i raggi del sole a picco, non meravigliano i tramonti maestosi sulla prateria, non emoziona la musica incalzante o l’attesa spasmodica della fine, quando il buono vincerà o dovrà morire sacrificandosi per gli altri.
Non si avverte il brivido che suscitano le urla degli indiani, lo sfrenato galoppo dei cavalli, la fuga disperata della diligenza, il carro Conestoga che si rovescia con i passeggeri atterriti dall’assalto dei pellirosse…
Oggi si sanno più o meno molte cose su ogni film, che prima di uscire è già in parte raccontato e valutato dalla critica.
Tra non molto, forse, chiuderanno gli ultimi cinema e ci mancheranno – ah, come mancheranno! – i ricordi, perfino i trasalimenti della memoria. Non ci potremo rinchiudere nel buio complice di una sala, dove si trasformava fantasticamente la realtà che ci attendeva una volta usciti.

Cover: Cover: Allen Street, Tombstone, Arizona.

Scuola, non è la tecnologia che manca:
aggiungiamo cultura, lavori manuali e creativi

Scuola, non è la tecnologia che manca

Tra le poche nuove misure della nostra, ormai sfasciata, scuola pubblica, si ritorna a fare “orientamento” nelle ultime classi delle superiori.

Gli orientatori aiuteranno gli studenti a capire com’è oggi il mondo del lavoro e verso quali professioni o università possono orientarsi. Compito ingrato perché – ahimè – gli stessi orientatori si troveranno disorientati.

Si tratta di una pratica che è stata presente per la verità anche in anni passati, ma che non ha inciso sulla qualità della scuola. Noi del CdS (Centro Ricerche documentazione e Studi) lo abbiamo fatto professionalmente negli anni ’80 e ’90 (anche con una guida promossa dalla Provincia alla “Scelta dopo la terza media”), in quanto è soprattutto dopo la 3^ media che c’è un primo grande bivio: scegliere un Liceo e proseguire all’Università o scegliere Istituti Tecnici-Professionali e, subito dopo, il lavoro. Svolgendo questo lavoro anche all’Università con le imprese e per i laureandi, abbiamo però capito (con il Percorso di Inserimento Lavorativo) molte cose che allora non sapevamo, e che ancora oggi la maggioranza delle persone non sa.

La prima cosa che abbiamo scoperto è che la maggior parte delle imprese è più interessata ad una buona formazione di base che ad una specialistica. Se deve scegliere, per esempio, tra un giovane laureato triennale e uno (meno giovane) magistrale, preferisce il primo perché la formazione dell’ “ultimo miglio” la fa l’impresa stessa. Una seconda scoperta è che le conoscenze umanistiche non sono così disprezzate come si crede, perché oggi lavorando in équipe e dovendo risolvere continui problemi e innovare, spesso le imprese preferiscono un laureato con una buona istruzione di base, vocato alla collaborazione, piuttosto che un super specialista abituato a lavorare da solo.

Una terza scoperta è che solo un terzo dei laureati (ingegneri inclusi, medici esclusi) vuole fare la professione per cui si è laureato. Quasi 2/3 infatti preferiscono (almeno nei primi anni) “navigare” nel mercato del lavoro e fare esperienze anche apparentemente distanti dalla propria laurea. Questi dati clamorosi sono confermati anche dalle indagini Istat sulle scelte dei laureati: ci sono esempi illustri, come Marchionne (ad Fiat e poi ad Chrysler FCA) che era laureato in filosofia, o molti dirigenti di aziende informatiche che non sono laureati (Steve Jobs) o lo sono, ma in materie umanistiche.

Un’altra constatazione: le aziende usano spesso i talenti di un laureato per innovare, offrendo una mansione (nuova anche per l’azienda) a cui non avevano mai pensato. Cercano per esempio un ingegnere e assumono una laureata in scienze delle comunicazioni perché conosceva bene l’inglese, sapeva coordinare benissimo il gruppo e ha dato all’imprenditore l’idea di una mansione a cui non aveva mai pensato. Ma questo può avvenire solo se c’è un rapporto diretto tra chi assume e chi si offre, non intermediato dai Servizi per l’Impiego, che è una delle ragioni del grande mismatch esistente.

Dall’insieme di queste scoperte emerge l’importanza di una formazione meno specialistica di quanto si dica sui media mainstream, di quanto dicano gli stessi rappresentanti delle associazioni (a differenza degli imprenditori), di quanto sia importante ancora oggi una formazione “organica” basata anche sulle materie umanistiche, di quanto sia importante la formazione di un pensiero critico, di capacità concettuali ma anche sociali (queste ultime a scuola non si apprendono).

Infine, emerge quanto siano rilevanti, proprio in una società sempre più digitale e in lavori che implicano un “ingaggio cognitivo”, le materie manuali e artistiche che aiutano gli studenti a non diventare semplici operai del digitale, ma collaboratori con capacità di risolvere problemi e innovare nel lavoro: ciò in una società dove gli algoritmi (che si basano su calcoli binari 0 e 1) possono soffocare la creatività e condurre alla omologazione e dipendenza tipica della catena di montaggio, seppure in forme nuove.

Non è quindi un caso che in Finlandia abbiano introdotto al liceo classico la falegnameria come materia di base. La falegnameria è un’attività manuale che, come tale, sviluppa il fare, la sperimentazione (e non solo lo stare seduti su un banco ad ascoltare e pensare). In una società digitale e altamente tecnologizzata, esiste il rischio di rimanere sul divano a guardare sullo smartphone come sono belle le immagini di una giornata di sole, mentre fuori c’è proprio un bel sole. Emerge anche il rischio di giovani sempre meno “attivi” (sul lavoro, nella società, nel volontariato, nelle relazioni, nella partecipazione) e la crescita di una massa amorfa e supina alle logiche del potere. Ne ha parlato di recente Papa Bergoglio, citando un grande teologo poco conosciuto come Romano Guardini (Lettere dal lago di Como, La tecnica e l’uomo, scritte tra il 1923 e 1926), che ci avvertiva già 100 anni fa dei disastri della rapida modernizzazione.

Hanno fatto quindi bene al Liceo classico Albertelli di Roma genitori e insegnanti a rifiutare i 300mila euro del Pnrr per modernizzare la scuola 4.0. Il progetto promosso dal dirigente prevedeva di formare esperti del web (video making, produttori di musica digitale, Manager Digital Curator, Social Media Manager, Social Media Editor e altre figure simili). A parte l’abuso dell’inglese che fa tanto Italietta “provincia dell’impero”, docenti e consiglio vogliono invece un potenziamento dei laboratori di chimica, informatica, e la digitalizzazione dell’antica biblioteca. La scuola è già ampiamente dotata di tecnologie (41 smart tv, 7 proiettori, 49 pc notebook, 41 pc desktop,…) ma il dirigente voleva ancor più “modernizzare”. Docenti e genitori contestano la formazione di “operai acritici del digitale”, disarticolando il gruppo-classe e disinvestendo sulla preparazione necessaria per comprendere la complessità del mondo. Finalmente viene alla luce l’idea che non è vero che una più spinta digitalizzazione favorisce di per sè la conoscenza. Diversamente non si capirebbe perché, da 20 anni, la capacità di apprendimento dei nostri studenti diminuisce.

Una scuola di questo tipo rischia di formare giovani (cittadini e lavoratori) che hanno sempre meno strumenti e capacità critiche di trovare soluzioni nel lavoro e/o di innovare. L’Istruzione (Instruction Way) si basa sul principio che a scuola ad una domanda corrisponde solo una risposta giusta, mentre nella via di apprendimento della Sperimentazione (Discovery Way, tipica del lavoro e della vita) ad una domanda corrispondono molte soluzioni possibili. Una scuola che si basa quindi anche sulla via della Sperimentazione attraverso le materie manuali e artistiche, forma anche cittadini e lavoratori più consapevoli.

E, in tal senso, tornano attuali le parole di don Milani quando diceva che “la scuola non serve a produrre una nuova classe dirigente ma una massa cosciente”: se don Milani me lo permette, aggiungerei anche una nuova classe dirigente più cosciente.

Parole a capo
Marco Sestini: “Non aspettare per vivere” e altre poesie

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
(Italo Calvino)

 

CON TATTO

Per gli aculei del mondo
non ho più mani,
le tue puoi darmi,
rimosse radici di vita.
E se quel lieve contatto
di rosa sfumato
è sol nostalgia
di quel che ho donato
respiro divenga energia.
Al mio alato pensiero
che vago si muove
tra il fuoco ed il vento
non comando parole
raccolgo calpestata armonia.

(Inedito)

 

NON ASPETTARE PER VIVERE

Non aspettare per vivere.
La vita è nel cristallo
che rifulge di sole,
è nel battito d’ali
di una colomba,
vita è l’evento
che non avevi atteso,
la nudità dell’albero a settembre
il silenzio in un respiro.
Non aspettare per vivere.
Se necessario
smetti il tuo dovere,
vai ad osservare
un gatto o una donna
che porta fiori al cimitero,
accendi una fiamma
per chi ci ha lasciato,
per un estraneo malato
e per il mondo intero.

(Inedito)

 

PORTAMI PAROLE D’AMORE

Portami parole d’amore,
che mi guariscano dalla paura
di realizzare il mio disegno,
di non averne la forza.
Portami la luce dell’Equinozio
nel giorno di contemplazione
che tanto mi appartiene
eppure mi sfugge.
Portami te,
il tuo chiaro fiore
che oggi voglio odorare
e il raggio tuo, Sole,
di cui non sono che l’ombra.

 

LA ROSA

La rosa,
quella gemma vermiglia che irrompe nel cammino
dopo vaghi e isolati meriggi
di libertà conquistata a ogni metro
come una bacca di bosco spogliata
delle sue lacrime a maggio mi appare.

 

O MUSA

O Musa
quale miracolo
di giugno adorato
schiude la pioggia.
Quale visione dolce e piena,
ritrovarsi vivi
verso il villaggio la cima le aquile,
respirare colore.
Gli occhi coperti di pianto
per il nuovo giorno che nasce,
o Musa
quale miracolo.

(Poesie tratte dal libro “Accessi di eternità“, Controluna Edizioni, 2021)

 

Marco Sestini nasce alla vigilia dell’equinozio d’autunno del 1989.   A ottobre 2021 è uscita per Controluna Edizioni la sua prima silloge poetica, intitolata
Accessi di eternità”.
I suoi versi, essenziali e lirici a un tempo, dallo stile in costante evoluzione, tessono la trama di una biografia interiore complessa, a cavallo tra le cruciali domande
sull’esistenza umana, in apparenza insolubili, e l’anelito spirituale capace di avvicinare il terreno al divino, e viceversa.

LO SCAFFALE POETICO
Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

  • Antonio Spagnuolo, Riflessi e velature, La valle del tempo , 2023
  • Tiziano Broggiato, Il copiatore di foglie, I Quaderni del Battello Ebbro, 1998
  • Alberto Ronchi, Anni meravigliosi, MODO INFOSHOP, 2019

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Torna l’esercito a presidiare le vie della città,
ma Ferrara non è Beirut, e la sicurezza non è un gioco elettorale

La notizia del ritorno dell’esercito a pattugliare le vie di Ferrara è di per sé inquietante: dà l’idea di una città ingovernabile e violenta. Non siamo a Beirut, né nella Belfast degli anni ottanta. E tutto questo quando, secondo i dati della questura, i reati sono in calo [1].

Ma ciò che colpisce ancora di più è la scelta editoriale del Resto del Carlino: abbinare l’articolo che annuncia la notizia [2] ad una foto di un soldato armato dietro una panchina su cui sono seduti tre ragazzi di colore. Ciò che questa immagine comunica con molto forza è che tutti i giovani neri sono potenziali criminali, da tenere sotto sorveglianza.

La stampa locale ferrarese ha un pessimo record per quanto riguarda la demonizzazione dei cittadini di origine straniera, soprattutto nei periodi pre- elettorali.

Nei tre mesi precedenti le elezioni amministrative del maggio 2019, secondo lo studio “Sono solo parole” condotto da Cittadini del Mondo-Occhioaimedia di Ferrara insieme all’associazione nazionale dei giornalisti “Carta di Roma”, più del 72% degli articoli sull’immigrazione e sulle minoranze etniche pubblicati nei tre principali quotidiani ferraresi riguardavano la criminalità.

Questa pratica mediatica discutibile non si limita alla stampa locale.

La mancanza di un dibattito razionale e informato sulla questione sicurezza nel discorso politico-mediatico nazionale e ferrarese, in particolare, è palese. Forse è giunto il momento di avviarlo, evitando allarmismi e strumentalizzazioni a fini elettorali.

La notizia dell’arrivo dell’esercito significa il fallimento, almeno parziale, delle misure adottate dall’attuale Amministrazione, dalla rimozione delle panchine dai parchi alla recinzione dei giardini pubblici, dall’armamento della polizia municipale all’introduzione delle unità cinofile. Queste misure devono essere valutate una per una sia in termini di efficacia che di costi.

I problemi legati alla sicurezza di un moderno complesso urbano multiculturale non possono essere risolti con soluzioni semplicistiche e populiste: dobbiamo essere pronti ad imparare dalle esperienze di altre città simili.

Un’altra problematica che emerge dall‘immagine razzista scelta dal Resto del Carlino riguarda la profilazione razziale, cioè la pratica da parte delle forze dell’ordine di procedere a operazioni di “stop and search” (fermo, controllo documenti e perquisizione) sulla base di pregiudizi fondati sul colore della pelle.
A Ferrara, secondo le testimonianze raccolte dal “progetto Yaya” e riportate dall’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) al Comitato Europeo per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali [3], questa pratica è molto diffusa, generando tutta una serie di problemi: non solo disagio a livello sociale, insicurezza e conseguenze a livello psicologico ma anche una generale sfiducia nelle forze dell’ordine della città.

I problemi causati dall’uso eccessivo di questi controlli non sono limitati al solo contesto multietnico. I giovani in generale e le persone economicamente svantaggiate hanno una probabilità maggiore di essere fermati e di essere insoddisfatti del trattamento riservato dalla polizia durante il fermo.
Se il contatto con gli agenti è percepito come ingiusto, questo, secondo molti studi [4], può influire in senso negativo sul  rapporto con le forze dell’ordine e con le istituzioni in generale e, di conseguenza, mettere in discussione il rispetto della legge e aumentare il rischio di considerare la violenza come un’opzione per raggiungere determinati obiettivi.

La sicurezza non è un gioco elettorale. 
Per il bene delle nostre generazioni future, dobbiamo cominciare a parlarne seriamente.

Robert Elliot, di Occhioaimedia-Cittadini del Mondo

Note:

[1] https://questure.poliziadistato.it/it/Ferrara/articolo/135462e90c4dc78f8221194384

[2] https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/strade-sicure-esercito-gad-173c3d2d)

[3] https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2023/07/Submission-CERD-2023_ASGI.pdf

[4], “Knife Crime Evidence Briefing” pubblicato dal College of Policing (Istituto di Polizia) https://assets.college.police.uk/s3fs-public/2022-03/Knife_Crime_Evidence_Briefing.pdf).

 

 

 

 

 

 

 

 

In copertina; l’esercito presidia le vie di Ferrara. Si tratta di un taglio dell’immagine che accompagna l’articolo apparso sul Resto del Carlino – edizione di Ferrara. Abbiamo scelto di non riportare l’immagine integrale per non ripetere l’offesa nei confronti delle persone di colore.