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Il dilemma della prima riga.
(quasi un racconto)

La chiamano “la paura della pagina bianca” o “il blocco dello scrittore”, una malattia di cui hanno sofferto anche grandi artisti, Mallarmé, Gogol’ e tanti altri.  Scrive  Van Gogh a suo fratello Theo: “tu non sai quanto sia paralizzante fissare una tela vuota che dice al pittore: tu non puoi fare nulla.”. Ma il dilemma della prima riga, la ricerca vana di un incipit, può accadere a tutti. Soprattutto a Ferragosto.  Ad esempio... 

– “Voglio scrivere un articolo. O forse è meglio un racconto, magari breve. Il soggetto, l’ambiente, il personaggio…
Introspettivo. O estrospettivo? Come  si dice?”
– Chi telo impedisce?
– Nessuno. Forse io.
– Ma dai, che se ci pensi ci riesci.
– Dunque… “Il”… Perché non “la”?
– OK. La…oppure “le”.
– Senti qua “Le giornate chiusi in casa…”
– Inizio banale.
– “Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza…”
– L’ho già letto da qualche parte .
– “Quel braccio del Lago di Como…”
– Allora insisti!?
– La fai facile tu! Allora, visto che sembri saperla lunga, dimmi tu come iniziare…
– Dai, non ti arrabbiare, ti volevo solo aiutare, ma mi taccio subito.
– Ascolta. L’altro giorno mi è venuta un’idea poi un’altra e un’altra ancora, ma non andavano d’accordo tra loro e mi sono fermato. All’improvviso mi sono ricordato che dovevo caricare il cellulare. Facciamo così: dopo Ferragosto prenderò una decisione epocale.

Cover: Manet, ritratto di Mallarmé, 1876

Alternanza scuola lavoro
o Ferragosto in città

Alternanza scuola lavoro
o Ferragosto in città

mai mi abbandona
la domenica sera
il sapore dei compiti non fatti.
Il logorio dell’ultimo della classe
mi accompagna nei decenni
molto oltre i cinquant’anni
il cantiere come il liceo
il giudizio dei mille capi come i prof.
Arranco sempre a fatica
mentre la vita mi scorre nelle vene
come una ferita,
le passioni mi si spengono tra le dita.
Vorrei essere da un’altra parte
ma la fabbrica mi incatena,
la polvere del piazzale
dove passano le gru mi satura la gola.
Sempre uguale
sempre l’ultimo
nessuna zattera
mi salva dal recinto.
Lontano da qui, fuori da questa galera
mentre la ruota del criceto
gira senza sosta,
e io non posso fermare questa mala giostra.

 

In copertina;  Il polo chimico di Ferrara, soprannominato Il Fabbricone

E gli Ultimi saranno gli Ultimi;
la doppia esclusione sociale dei senza dimora Lgbtqi+

di Flavia Bevilacqua
pubblicato da Linkiesta del 4 agosto 2023

La precarietà abitativa è stata sottostimata per anni, ma i dati più recenti mostrano un raddoppio di chi vive in strada rispetto al 2014. La condizione dei senzatetto non eterosessuali o non cisgender è completamente ignorata, eppure le statistiche all’estero dimostrano che necessita di maggiore attenzione

E in quelle tre identità sono nascosti proprio gli odori delle fasi della sua esistenza e dei luoghi in cui ha vissuto. Larbi Gilali è la fragranza delle spezie d’Algeria, dove Jessy è nata. Ma è anche l’odore di carne bruciata, quella della sua pelle che suo padre ustionava con dei fili elettrici quando lei era ancora solo un ragazzino di tredici anni. Jessica sono i profumi dell’Europa, il burro di Parigi o l’acqua del mare di Napoli, che l’hanno accolta e in cui ha potuto portare avanti la transizione di genere. Ma è anche quello dei luoghi in cui ha dormito, stanze d’albergo o appartamenti, o quello del suo sangue rappreso dopo i colpi di manganello della polizia.

«È un aspetto che non è semplicemente sottostimato. Non viene stimato affatto», dice Roberta Dameno, docente di sociologia del diritto presso il dipartimento di giurisprudenza di Milano Bicocca ed esperta in tutela dei diritti fondamentali delle persone gender variant e dei senza fissa dimora.  «Questo va naturalmente ad aumentare il disagio di queste persone. Possiamo dire che c’è un doppio rifiuto. Il primo da parte delle relazioni familiari, a cui va poi ad aggiungersi un totale non riconoscimento, quindi un secondo rifiuto, da parte delle istituzioni», aggiunge la professoressa.

Una relazione problematica tra un giovane e il proprio nucleo familiare porta, infatti, a una maggiore tendenza alla dispersione scolastica e, di conseguenza, a minori possibilità di trovare una fonte di reddito. La mancanza di una base economica a sua volta porta a problemi di isolamento sociale, che aumentano l’esposizione a situazioni di violenza. Bisogna considerare poi anche la dimensione psicologica, dal disagio psichico e lo sviluppo malattie mentali alla nascita di pensieri e atteggiamenti suicidi. Le persone trans devono anche fare i conti con i processi di transizione che decidono di intraprendere, con tutte le potenziali complicanze del caso.

In Europa alcuni Paesi hanno cominciato a muoversi in termini di rilevazione statistica del fenomeno e i dati raccolti dimostrano un’evidenza non ignorabile. Una ricerca del 2015 in Gran Bretagna riporta che le persone Lgbtq+ tra i quindici e i venticinque anni rappresentano il venticinque per cento (quindi un quarto) della popolazione senzatetto del paese. In Spagna, invece, uno studio condotto nel 2017 riporta che lo stesso dato ammonta addirittura al trentacinque per cento.

Tra i senzatetto tanti sono migranti in fuga da comunità in cui l’omosessualità o la transessualità è punita con persecuzione fisica e legale. L’omosessualità ad oggi è, infatti, criminalizzata in circa settanta paesi, di cui quasi la metà in Africa. A maggio di quest’anno l’Uganda, in un Paese in cui l’omosessualità è già illegale da tempo e per cui in casi “aggravati” (vale a dire se con minori e disabili o quando uno dei due partner è positivo all’Hiv o sotto minaccia) è prevista la pena capitale, ha approvato un disegno di legge che prevede ulteriori dure sanzioni per le relazioni omosessuali. Amnesty International l’ha denunciata come «legge profondamente repressiva» e come «un grave attacco ai diritti umani e alla Costituzione dell’Uganda, nonché agli accordi regionali e internazionali per i diritti umani ai quali l’Uganda aderisce».

«Io ho assistito un ragazzo della Sierra leone giovanissimo, del ’99, che era scappato da un matrimonio combinato con una ragazza. Nel momento in cui lui ha fatto coming out con i genitori, il padre lo ha cacciato di casa e ha cominciato ad essere perseguitato da tutta la sua comunità religiosa. Allora è venuto in Italia», racconta l’avvocato Agostina Stano, dell’organizzazione di volontariato Avvocati di strada.

Nata come onlus nei primi anni del 2000, costola di un’altra associazione, Amici di Piazza Grande, Avvocati di strada è poi diventata un organismo indipendente. Attiva al momento in cinquantanove città d’Italia, dal 2001 l’associazione ha fornito aiuto legale gratuito a più di quarantaquattromila persone senza dimora.

Nonostante la scarsa documentazione sul tema in Italia, secondo Avvocati di strada c’è una diffusa consapevolezza tra gli operatori che si occupano di homelessness che l’orientamento sessuale e l’identità di genere possano costituire almeno una concausa della vita in strada.

Per rispondere al fenomeno, negli ultimi sette anni si sono, infatti, moltiplicate le case arcobaleno, ovvero rifugi gestiti da associazioni che accolgono persone in cerca di un tetto in quanto discriminate per il loro orientamento sessuale o per il percorso di transizione avviato. Ad oggi in Italia questi progetti di accoglienza abitativa sono attivi a Milano, Torino, Roma, Napoli, Bergamo, Padova e Reggio Emilia.

Alcune tra queste associazioni non fanno necessariamente distinzione di età e in generale si cerca di offrire una convivenza il più possibile confortevole e familiare, non istituzionalizzante. Considerando poi che si assistono persone con una stratificazione di problemi, da quelli più prettamente materiali e finanziari a quelli familiari ed emotivi, molti centri sono provvisti di servizi di counseling psicologico e psichiatrico, di educatori e assistenti sociali.

Numerosi territori, soprattutto al Sud e nelle isole, rimangono però totalmente sprovvisti di un servizio del genere. Quelli che esistono già, invece, spesso denunciano la difficoltà di tenere in vita i progetti in corso, che mancano di finanziamenti a getto continuo, ritrovandosi costretti quindi a dipendere da bandi pubblici o aiuti economici estemporanei, come i crowdfunding.

Anche l’ufficio di Milano di Avvocati di strada, il cui sportello ha sede in via Hoepli, proprio dietro al Duomo, sente il bisogno di un maggiore supporto istituzionale. «Il nostro obiettivo sarebbe quello di aprire almeno un altro sportello, o due, perché prima ne avevamo tre. Poi ci è scaduta la convenzione con il Comune. Non ce l’hanno più rinnovata», dice Stano.

Fino a due anni fa, infatti, Avvocati di strada aveva a Milano anche un altro spazio, con Progetto Arca. Nel 2021, però, l’associazione ha dovuto cedere il locale, poiché mancavano spazi per smistare le persone che il progetto ospitava nei suoi dormitori. Per cinque anni un terzo sportello è stato attivo anche presso il dormitorio di viale Ortis.

«Vedere tutti i nostri assistiti una sola volta alla settimana è impegnativo, perché in media siamo tre, quattro avvocati in turno qua. Domani per esempio abbiamo sul calendario dodici appuntamenti da fare in due ore. Così non riesci nemmeno a dedicarci tutto il tempo che vorresti, naturalmente», spiega l’avvocato.

Come Federico Zappino, filosofo e attivista queer, ha scritto in un articolo della rivista Il Tascabile, quando si parla della diseguaglianza di genere e sessuale non si pensa mai alla diseguaglianza materiale. Le si tratta, bensì, come fossero due cose distinte, come se l’oppressione e la violenza coincidessero interamente con problemi culturali, indipendenti dal modo in cui è strutturata economicamente la società. Ma, così come nell’accessibilità al mercato abitativo, la subalternità di risorse, materiali e immateriali, esperita dalle minoranze di genere e sessuali va non solo denaturalizzata, ma innanzitutto riconosciuta statisticamente e mediaticamente.

Per Jessy, che ormai è in Italia da tanti anni, non esiste qui un sistema di welfare sufficiente che tuteli i diritti e il benessere psicofisico di chi, come lei, cerca un posto dove vivere. «E per questo», dice, «io la mia storia la voglio raccontare».

Cover: Censimento del comune di Roma dei senza fissa dimora che dormono a stazione Termini – Foto Cecilia Fabiano/LaPresse, 2023

Parole e figure /
Topo Tipo & Topo Tapo

Topo Tipo & Topo Tapo. Due amici topolini intorno a un tavolo, sulle orme di Esopo. Città o campagna?

Oggi siamo incuriositi da questo bell’albo in bianco e nero, di Roberto Piumini e Irene Volpiano, Topo Tipo & Topo Tapo, che Orecchio Acerbo editore presenta come una delle novità estive.

Non c’è pausa vacanziera che tenga per la fantasia irrefrenabile. E se qualcuno di voi è, invece (fortunello) in ferie, montagna, collina o mare che siano, suggeriamo di portarsi con sé questo divertente racconto. Il ricordo di Esopo, e poi di Orazio, ci accompagna.

Non si è mai contenti di quel che si ha e di dove si vive, ma chi lascia la via conosciuta per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova… E poi … è meglio vivere in santa pace una vita modesta, piuttosto che vivere nel lusso sempre fra tante incognite, timori, spaventi e batticuori.

Intorno a un tavolo, due amici roditori stanno assaporando pietanze semplici e bevendo acqua fresca. Quattro chiacchiere spensierate in compagnia. Le code si muovono lente, cadono sul pavimento con lentezza, quasi ad accarezzarlo. Fuori si sentono solo il fruscio del vento tiepido e il ronzio degli insetti. Anche i mobili interno sembrano sonnecchiare, insieme a libri ordinati, cornici con fotografie di famiglia ed abiti appesi. Calma e quiete. L’atmosfera è incantevole, degna della fiaba più coinvolgente.

Il topo di città (Topo Tapo) è a pranzo, in silenzio, dal topo di campagna (Topo Tipo). Non che non apprezzi la quiete che lo circonda, ma in città è tutta un’altra cosa… Così invita il suo compare campagnolo, interessato e curioso, ad andarlo a trovare.

Tipo non ci pensa troppo e tre giorni dopo, con berrettino e sua bici fiammante, parte per la città. Fra soffioni che accarezzano la sua giacchetta a quadri. È elegante e nel cestino della bici ha un bel regalo per il suo amico. Mai andare a mani vuote. Ma Tapo non ha una sua casa, una dimora fissa e accogliente, tutte le case sono la sua…

Si entra in una e poi nell’altra, passando da cortili e giardini, ma per Tipo la vita in città si rivela troppo avventurosa. Sono effettivamente molte le attrattive, compreso il bagno in una piscina piena di schiuma divertente e profumata, ma il prezzo da pagare è molto alto. Da un pericolo all’altro, da una paura a un terrore: le trappole a molla dalle quali è meglio tenersi lontani, la ramazza del cuoco, gli artigli del gatto che ronfa, i grandi piedi in scarpe dall’aria cattivissima. C’è sempre qualcuno, un pericolo, che va e viene. Non si può fare nulla, tutto è proibito. E se poi si incontra un gruppo di amici, come Topone e Topacchia, è troppo tardi, non è rimasto nulla, hanno già mangiato tutto!

Non ci si annoia in città ma il cuore del topo di campagna è sottosopra e lo stomaco sempre ancora vuoto. I biscotti ricoperti di zucchero, mangiati con il patema, dopo la pericolosa arrampicata per cercare di raggiungere la scatola rotonda di metallo che li contiene, non fanno proprio per lui: meglio riprendere la bici, con la coda che dondola tranquilla come un filo d’erba nel vento leggero, e tornare alla pace di sempre. Forse là, in campagna, c’è meno cibo ma sicuramente più quiete.

Roberto Piumini, Irene Volpiano, Topo Tipo & Topo Tapo, Orecchio Acerbo Editore, giugno 2023, 32 p.

Roberto Piumini, classe 1947, ha abitato a Edolo, a Varese, a Milano. Dal 1967 al 1973 è stato insegnante di lettere in scuole medie e superiori della provincia di Varese. Per tre anni ha recitato nelle compagnie Teatro Uomo di Milano e La Loggetta di Brescia, e per un anno ha fatto esperienza come burattinaio. Dal 1978 ha pubblicato libri di fiabe, racconti, romanzi, poesie, filastrocche, testi teatrali e di canzoni, traduzioni, adattamenti e testi parascolastici. Una settantina gli editori italiani, tanti anche quelli esteri. È stato fra gli autori e ideatori della trasmissione “L’Albero Azzurro”, mandata in onda della Rai.

Irene Volpiano nata ad Asti nel 1996, ha sempre dimostrato grande passione per il disegno e ha sempre avuto le idee molto chiare su cosa fare da grande: l’illustratrice di libri per l’infanzia. Per questo ha intrapreso gli studi artistici e, conseguita la laurea in pittura, ha frequentato il master in illustrazione per l’editoria all’Ars in Fabula di Macerata. Nel 2022 l’esordio con “Mio zio Guido fa il muratore”, testo di Sgaldramuni, che ha attestato il suo talento e la sua inesauribile inventiva, trasformando il suo sogno in realtà.

 

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara.

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Ferrara al Punto di Non Ritorno.
La chiusura del Parco Bruno segna la definitiva resa di Fabbri e Lodi di fronte al degrado

Ospitiamo volentieri una interessante riflessione di Ruggero Veronese sul degrado delle periferie, del Gad in particolare, e sul plateale fallimento del ‘metodo naomo’ e più in generale sull’azione antidegrado su cui si fondava nel 2019 gran parte della campagna elettorale dell’allora minoranza. Dice in sostanza Veronese, con un lodevole spirito bipartisan: dove Tagliani e le giunte di Centrosinistra avevano tentennato e preferito non agire,  in quattro anni il Governo di Destra Fabbri-Lodi si è limitato agli annunci, ai blitz da trasmettere sui social e a moltiplicare le cancellate. Conclusione: il problema del disagio sociale e del degrado invece di ridursi, si è ingigantito e incancrenito. Anche se oggi non fa più notizia.
Siamo davvero a un punto di non ritorno? Fra meno di un anno si andrà a nuove elezioni, la speranza è che qualcuno – fuori o dentro i partiti – affronti seriamente questo tema così doloroso per tanti concittadini, non con proclami demagogici ma con proposte concrete, realistiche e inclusive.
Francesco Monini

Punto di Non Ritorno

di Ruggero Veronese

Secondo un vecchio detto le cose devono peggiorare, prima di poter migliorare. Più peggiorano, più possono migliorare. Se poi la situazione precipita e si incasina fino ad arrivare al punto di non ritorno, tanto meglio: ancora più eroico e salvifico sarà l’intervento di chi interverrà in cerca di una soluzione. Fosse anche una soluzione imperfetta, un tentativo qualunque, un rimedio tampone.
D’altra parte – si dirà – la situazione è già compromessa.
Il punto di non ritorno è già oltrepassato.

A volte è questa la sensazione che provo osservando le mirabolanti operazioni dell’amministrazione Fabbri, e in particolare del suo principale frontman, primo solista e uomo immagine, il vicesindaco Nicola Lodi.

Chi ha seguito l’avvento e l’avventura politica del buon Naomo – e non ha gli occhi completamente foderati di prosciutto ideologico – si è accorto molto presto di una cosa: il vicesindaco è uno di quei politici che ha il costante bisogno di muoversi all’interno di una crisi. Di piombare come/con una ruspa su situazioni di esplicito e palese degrado, trascuratezza e illegalità, situazioni ormai così irrimediabilmente compromesse da rendere accettabile o addirittura auspicabile qualunque soluzione, dai ‘calci in culo’ contro gli immigrati alla demolizione in diretta del campo nomadi, con tanto di riprese abusive col drone.
Tanto a quel punto vale un po’ tutto.

Col passare degli anni e la progressiva istituzionalizzazione di Lodi, il Metodo Naomo ha assunto diverse forme, si è un po’ smussato, ma l’elemento cardine resta inalterato: la costante presenza di una situazione di disordine, a cui contrapporre un rimedio spettacoloso e muscolare. Possibilmente in diretta social. Possibilmente in polemica con qualche iper-schierato avversario politico in consiglio comunale e/o su Facebook.

Ad ogni modo, diversamente da buona parte delle persone che leggeranno queste parole, non penso che questo approccio sia sempre sbagliato. Certo, mi fa rabbrividire la spettacolarizzazione che il vicesindaco fa di ogni sua azione, le dirette social per additare pubblicamente e bullizzare i suoi contestatori, la violenza intrinseca in molte sue dichiarazioni entrate nelle opinioni dei ferraresi, poi fatte passare per semplici iperboli e boutade. Ma credo anche che in certi casi, ad esempio nei giardini del Grattacielo, si sia effettivamente registrato un miglioramento dopo anni di innegabile degrado, anche per effetto di alcune iniziative della nuova maggioranza.

In fin dei conti Lodi è stato il politico più votato a Ferrara proprio in virtù di quello stile e approccio in totale antitesi con l’elitarismo e il bon ton della sinistra ferrarese, percepiti ormai da molti cittadini come forme di indolenza e passività di fronte alle nuove dinamiche sociali. In questo senso non si può dire che non abbia mantenuto, almeno in parte, ciò che prometteva ai propri elettori: cambiare registro rispetto agli anni del Pd, raddrizzando le storture a suon di martellate.

Ma un po’ come la sinistra non ha potuto vivere di rendita sulla propria gloria passata, oggi nemmeno la Lega e i suoi alleati possono campare in eterno sui demeriti altrui. Sono passati tre anni e mezzo dall’elezione di Fabbri e anche per la nuova amministrazione i nodi iniziano ad arrivare al pettine: giorno dopo giorno i veri o presunti errori della sinistra scivolano in secondo piano, per far posto all’incapacità di trovare soluzioni da parte dell’attuale maggioranza. Incapacità non solo nelle questioni in cui Tagliani se la cavava piuttosto bene (come l’insediamento di imprese al petrolchimico e nelle aree industriali, uno dei punti dolenti dell’amministrazione Fabbri che potremmo pagare a caro prezzo nei prossimi anni), ma anche su quelli che dovrebbero essere i cavalli di battaglia delle politiche leghiste: la lotta al degrado, allo spaccio e alla microcriminalità.

In questi ultimi tre anni il recupero delle periferie da parte dell’amministrazione Fabbri è costellata da rumorose vittorie e silenziose, silenziosissime ritirate.
Prendiamo la situazione nel quartiere Gad, il più affidabile termometro sociale di Ferrara da 15 anni a questa parte: si può davvero parlare di una riqualificazione riuscita? Personalmente, non credo: le azioni di Fabbri e Lodi hanno sicuramente avuto un effetto positivo in alcuni dei punti più esposti e dove i problemi erano più evidenti (in particolare l’area tra il Grattacielo e il piazzale della stazione), ma nel resto del quartiere la situazione non è cambiata granchè. In alcuni casi non è cambiata affatto. A volte è addirittura peggiorata.
Esattamente come quattro anni fa, il Gad è ancora il principale punto di spaccio della città. Il valore immobiliare rimane ai minimi storici, la maggioranza delle saracinesche dei negozi sono state definitivamente chiuse. Molte attività che fino a qualche anno fa provavano a resistere, anche in feroce polemica con l’amministrazione Pd, oggi hanno definitivamente alzato bandiera bianca.
Non si lamentano più semplicemente perché non esistono più.
Esattamente come quattro, o sei, o nove anni fa, chi vive in Gad può assistere quasi quotidianamente a fragorose liti tra spacciatori sulle mura o nelle vie attorno allo stadio, e spesso quando porta fuori il cane si ritrova a declinare gentilmente – io almeno cerco di farlo gentilmente – l’offerta di chi gli vuol vendere un pallino a venti euro.

No, la situazione non è cambiata granché. Quella che è cambiata, forse, è la nostra sensibilità al tema del degrado, il fatto che ormai iniziamo a fare il callo ad alcune dinamiche tipiche della nostra epoca. Certe cose non sono più una novità, non fanno più notizia. E dove prima molti vedevano una colpa della politica, del sindaco, del partito, ora scorgono solo un inevitabile segno dei tempi che cambiano.
Nel frattempo il famigerato degrado, lontano dai riflettori mediatici e dai post di qualche geniale addetto alla comunicazione, continua ad avanzare. Lentamente, nei sottoscala di piazzale Castellina e tra le ombre dei parchi troppo a lungo trascurati.

Fino al punto di non ritorno.

Fino al prossimo intervento show.

Oggi è il turno di Parco Giordano Bruno, a due passi dallo stadio: completamente abbandonato a se stesso per quasi quattro anni, viene definitivamente chiuso da un lato e recintato dall’altro. Ufficialmente, per contrastare i fenomeni di criminalità. Per impedire la fuga degli spacciatori dal lato opposto quando le volanti arrivano a fare i controlli.
Sinceramente non ho mai capito cosa impedisca alle forze dell’ordine, molto banalmente, di bloccare e controllare due accessi contemporaneamente. Problemi di coordinamento? Scarsità di mezzi o risorse? Spacciatori in grado di mimetizzarsi nell’ambiente circostante? Ho l’impressione che qualunque risposta mi inquieterebbe.

Quello che so con certezza è che questa chiusura rappresenta la definitiva resa di Fabbri e Lodi di fronte ai fenomeni di degrado. Il momento in cui cade il bluff: il ritorno alla normalità che era stato promesso non arriverà mai.
In questi anni il parco non è stato rivitalizzato, ma lasciato morire. Non è stata rinnovata la concessione del campo da pallavolo (negli ultimi anni  letteralmente sepolto dalla vegetazione) ed è stata ordinata la demolizione del chiosco Mac Murphy, unica e ultima attività imprenditoriale ed economica, oltre che ultimo presidio di vita e socialità nella zona. Sono lontani in tempi in cui la Lega si scagliava contro il Pd per la chiusura dei chioschi sulle mura, a poche centinaia di metri dalle nuove recinzioni, sottolineandone l’importanza aggregativa e sociale. Oggi i gestori delle attività circondate dai fenomeni di degrado vengono – più o meno implicitamente – additati come responsabili della situazione che si è sviluppata attorno a loro. Come truppe sacrificabili che, dopo essere rimaste bloccate troppo tempo al fronte, vengono investite dal fuoco amico.

Il risultato è che se durante gli ultimi, contestatissimi, anni dell’amministrazione Tagliani il parco era ancora una zona per così dire contesa, in bilico tra fenomeni di degrado in aumento e una quotidianità che cercava di resistere, dopo l’elezione di Fabbri è finito completamente in mano ai gruppetti di spacciatori che oggi, applicando il Metodo Naomo, ne giustificano la chiusura.
Una politica antidegrado a cui occorre un costante aumento del degrado. Come un cane che si morde la coda.
Perché le cose devono peggiorare, prima di poter migliorare. Fino al punto di non ritorno.
Fino al punto in cui ogni soluzione è buona.

In Copertina: il vicesindaco di Ferrara Nicola Naomo Lodi in posa davanti alla nuova cancellata del Parco Giordano Bruno (immagine tratta dalla pagina fb del vicesindaco)

NUMERI /
Detenuti in Europa e in Italia

Sono 1,414 milioni i detenuti in Europa (102 ogni 100mila abitanti al gennaio 2021). La fonte è il rapporto SPACE 2021 Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe (vedi anche la relazione di sintesi), aggiornato annualmente dal 1983.
In Usa, Cina, Russia e Turchia, sono rispettivamente 718, 118, 328 e 325. I dati della Cina sono dubbi.

I numeri più esigui sono in Germania, Olanda, Svizzera e nei cinque Paesi nordici.
L’Italia si mantiene al di sotto della mediana, con 90 su 100mila abitanti (in lieve calo), pari a 53.329 detenuti.

I suicidi sono 5,7 ogni 10mila detenuti in Europa. in Italia il doppio: 11,4.

La durata media della detenzione in Europa è pari a 9 mesi (Italia 18 mesi); in Europa il 23.5% ha una pena da 1 a 3 anni (Italia 16.3%), il 17.2% tra i 3 e i 5 anni (Italia 22.3%) e il 20.8% una da 5 a 10 anni (in Italia 29.1%). All’ergastolo sono l’1.7% del totale (Italia 4.9%). Dieci paesi hanno condizioni di sovraffollamento (tra essi lItalia, che ospita 105 detenuti ogni 100 posti disponibili).

Tra le persone detenute solo il 5% sono donne (Italia 4.2%); il 15% sono stranieri (Italia 32%).

Per ogni membro del personale degli istituti di pena risultano esserci nella media europea 1,4 detenuti; se, tuttavia, si considera il solo personale adibito esclusivamente alla custodia, il rapporto è di 2,3 detenuti per ciascun addetto. Il costo della detenzione in carcere in Europa è di 27 miliardi, 28mila euro all’anno (50mila in Italia) per ogni detenuto.

Nei paesi nordici ci sono meno detenuti in quanto meno recidivi: migliori condizioni sia in carcere, sia altrove (metterli per esempio su un’isola in relativa libertà) costa alla fine meno, portando ad una recidiva minore (circa 30% rispetto al 70%). Una delle esperienze più avanzate in Italia è stata fatta al carcere di Milano–Bollate dalla ex direttrice Lucia Castellano che ha scritto un libro (“Diritti e castighi, Il Saggiatore, 2009).

I dati di fonte Eurostat sono diversi da quelli di Space 2021, ma i confronti tra Paesi non cambiano.

 

Per vedere tutte le uscite della rubrica Numeri curata da Andrea Gandini clicca sul nome della rubrica.

Segui anche la rubrica curata da Mauro Presini  Le voci da dentro : “… le voci che provengono dalla nostra coscienza e che ci parlano direttamente, ma anche quelle  che provengono da chi è “dentro” cioè da persone che stanno vivendo l’esperienza del carcere…”.

Al via la 21° edizione di Molise Cinema Film Festival, ci sarà anche la ferrarese Lyda Patitucci, vincitrice dell’Ortigia Film Festival

Dall’8 al 13 agosto a Casacalenda (Campobasso) un programma ricco di eventi. Ben 61 film in concorso, tra gli ospiti anche Lyda Patitucci, omaggio a Sophia Loren con la video-mostra fotografica a lei dedicata e, ancora, concerti e tanti libri

La 21ª edizione di MoliseCinema si svolgerà dall’8 al 13 di agosto 2023 a Casacalenda (Campobasso). Sei giorni pieni di proiezioni, incontri, ospiti, concorsi, eventi e spettacoli che animeranno le piazze e i vicoli del borgo molisano che da oltre 20 anni ospita il Festival ispirato al motto “Piccoli paesi, grande schermo”.

Sarà Isabella Ragonese la protagonista dell’apertura del Festival, martedì 8 agosto, per la presentazione del libro Tutta la vita dentro”, di cui è protagonista, edito dalla collana del Festival e a cura di Anna Maria Pasetti e Federico Pommier Vincelli. Il volume ricostruisce la sua carriera cinematografica e teatrale con saggi e interviste, tra gli altri a Roberto Andò, Giorgia Cecere, Elio Germano, Fabio Mollo, Valeria Solarino e Daniele Vicari. La pubblicazione segue quelle dedicate negli anni scorsi a Elio Germano, Alba Rohrwacher, Pierfrancesco Favino, Jasmine Trinca e Fabrizio Gifuni.

Il Festival propone cinque concorsi di corti, documentari e lungometraggi, con ben 61 film in competizione che saranno valutati da 4 giurie. Numerose le anteprime italiane di opere premiate in prestigiosi Festival internazionali come Cannes, Berlino e Clermont FerrandLa selezione offre sguardo sul cinema contemporaneo italiano e internazionale e attraversa generi, temi e linguaggi.

Ad accompagnare i film gli ospiti Antonia Truppo, Lyda Patitucci, Nicola Prosatore, Andrea Magnani, Luca Scivoletto, Emanuele Linfatti, Matteo Creatini, Emanuele Palumbo, Sophie Chiarello, Lorenzo Conte, Isabel Achàval e Chiara Bondì Christian e Carmosino Mereu. E per gli eventi speciali saranno ospiti il giornalista Marco Damilano, la sceneggiatrice Silvia Scola e la scrittrice Maria Grazia Calandrone.

Come di consueto il Festival dedica grande attenzione al grande cinema del passato, con un omaggio alla coppia più celebre del cinema italiano, Sophia Loren e Marcello Mastroianni, ritratti nel manifesto della 21esima edizione e la proiezione della versione restaurata dalla Cineteca Nazionale di Una giornata particolare, di Ettore Scola, presentato dalla figlia del regista Silvia Scola.

Sofia Loren il festival dedica una video-mostra fotografica con una selezione di immagini dell’Archivio fotografico della Cineteca Nazionale-Centro Sperimentale di Cinematografia, a cura di Antonella Felicioni, con le musiche di Davide Cavuti. Ci sarà anche l’omaggio all’attore Paolo Turco con la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Trevico-Torino di Ettore Scola, a cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale.

GIURIE E CONCORSI

Tre le giurie che giudicheranno le opere in concorso: per la sezione Frontiere. Concorso documentari italiani la regista Flavia Montini insieme al critico Fabio Ferzetti e al montatore e regista Luca Manes.

Per la sezione Percorsi. Concorso corti italiani la produttrice Antonella Di Nocera, il regista, interprete e curatore di festival Niccolò Gentili e il consulente cinematografico Giovanni Gifuni.

Per la sezione Paesi in corto. Concorso per cortometraggi internazionali saranno in giuria la critica cinematografica Alessia Brandoni, il distributore e produttore Alessandro Giorgio e l’attore Kal Weber. Per il concorso lungometraggi il premio viene assegnato dal pubblico.

Cinque concorsi di MoliseCinema, tra i titoli in programma numerose anteprime italiane o internazionali e la partecipazione di registi e interpreti alle proiezioni. 7 i titoli di Paesi in lungo, sezione dedicata alle opere prime e seconde italiane, 6 i documentari italiani nella sezione Frontiere. 24 i cortometraggi internazionali per la sezione Paesi in corto 2023. 18 i cortometraggi italiani per la sezione Percorsi 2023.
A questi si aggiungono i 6 cortometraggi della sezione Girare il Molise, che concorrono al Premio della Rete dei Festival dell’Adriatico.

OPERE PRIME E SECONDE – CONCORSO PAESI IN LUNGO

Sono 7 i lungometraggi che concorrono al Premio del Pubblico – Paesi in lungo. Si tratta di opere prime o seconde del cinema italiano più giovane e innovativo.

Martedì 8 agosto apre il festival Come pecore in mezzo ai lupi, della concittadina Lyda Patitucci, con Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli. Alla presenza della regista e di Isabella Regonese. Un action movie sulla storia di vendetta e riscatto di una poliziotta infiltrata in una banda criminale. Con questa pellicola la regista ha vinto l’ultima edizione dell’Ortigia Film Festival (OFF15), il 22 luglio scorso. Questa la motivazione del Premio Miglior Film OFF15 a “Come pecore in mezzo ai lupi”: “un debutto sorprendente di un’autrice che firma un’opera prima originale e già diretta con sicurezza. Un thriller dell’anima, violento e teso nelle scene ‘criminali’ come nelle sequenze più intime che diventa nella regia di Lyda Patitucci un action movie spietato, nel quale anche i sentimenti hanno un cuore nero”.

Come pecore in mezzo ai lupi

Mercoledì 9 sarà la volta di Piano piano, opera prima di Nicola Prosatore, con Antonia Truppo, Lello Arena, Massimiliano Caiazzo. Un coming of age made in Napoli ambientato nel 1987 nell’estrema periferia della città partenopea sullo sfondo di quella felice stagione calcistica, condotta da Diego Armando Maradona, alla conquista del suo primo scudetto. Segue l’incontro con il regista e con l’attrice Antonia Truppo.

Piano piano

Giovedì 10 due appuntamenti a partire da La lunga corsa di Andrea Magnani, con Adriano Tardiolo, Giovanni Calcagno, Barbora Bobulova, alla presenza del regista. Il carcere, per Giacinto, è tutto tranne che un buco nero: figlio di due detenuti, lui dentro un carcere ci è nato e ci è pure cresciuto. Libero di volare via, decisamente impreparato a farlo.

La lunga corsa

A seguire I pionieri, di Luca Scivoletto, con Mattia Bonaventura, Francesco Cilia, Peppino Mazzotta, Lorenza Indovina. Alla presenza del regista. Nell’estate del 1990 Enrico ha dodici anni e tutti i problemi dei ragazzini della sua età. Ma a tormentarlo non sono gli amori non corrisposti. Il suo problema più grande si chiama Partito Comunista Italiano.

I pionieri

Per la sezione non competitiva Paesi in lungo special sarà proiettato, venerdì 11 agosto Mixed by Erri, di Sydney Sibilia, con Luigi D’Oriano, Giuseppe Arena, Emanuele Palumbo, Greta Esposito. Sarà presente l’interprete Emanuele Palumbo. Una storia di passione e sogni che da un basso di Napoli diventa un’incredibile avventura internazionale.

Mixed by Erri

Sabato 12 in programma Margini, di Niccolò Falsetti, con Francesco Turbanti, Emanuele Linfatti, Matteo Creatini. Segue l’incontro con gli attori Emanuele Linfatti e Matteo Creatini e con il produttore Alessandro Amato. Siamo a Grosseto nel 2008 e i membri di un gruppo punk decidono di far arrivare una famosa band americana nella loro piccola città. Non tutto però andrà come speravano. Tra risate e non solo, una commedia che ha il sapore amaro della realtà.

Margini

Domenica 13 agosto doppio appuntamento con La proprietà dei metalli, di Antonio Bigini, con Martino Zaccaria, David Pasquesi. alla presenza del produttore Claudio Giapponesi. In un piccolo borgo di montagna, negli anni Settanta, Pietro, un bambino cresciuto senza madre da un padre burbero e con problemi economici, manifesta doti misteriose: piega metalli al solo tocco. Gli esperimenti porteranno il bambino a contatto col mondo invisibile, dove le leggi della fisica lasciano il passo ai desideri più profondi.

La proprietà dei metalli

Segue Disco Boy, opera prima di Giacomo Abruzzese con Franz Rogowski e Morr Ndiaye che incontrerà il pubblico. Il film ha vinto l’Orso d’Argento per il Miglior Contributo Artistico al Festival di Berlino 2023. È la storia di Aleksei, che dopo un lungo e difficile viaggio attraverso l’Europa arriva a Parigi per arruolarsi nella Legione Straniera.

Disco Boy

FRONTIERE – PREMIO GIUSEPPE FOLCHI. CONCORSO PER DOCUMENTARI ITALIANI E DOC. SPECIAL DOCUMENTARI FUORI CONCORSO

Questi i documentari italiani selezionati per il concorso dell’edizione 2023 nella sezione Frontiere, intitolato al documentarista molisano Giuseppe Folchi, a cui si affiancheranno tre proiezioni Doc.Special, fuori concorso.

Apre il programma, martedì 8, La timidezza delle chiome di Valentina Bertani. Benjamin e Joshua sono gemelli omozigoti di 19 anni con una disabilità intellettiva. Un racconto libero e complice che mette in luce le risorse dei suoi protagonisti e riesce a farceli conoscere. Il documentario ha vinto un premio ai Nastri d’Argento e ha ottenuto una candidatura a David di Donatello.

Mercoledì 9 è la volta de Il cerchio alla presenza della regista Sophie Chiarello. Chi sono i bambini di oggi? Sophie Chiarello segue per cinque anni, con la sua telecamera, gli alunni di una classe elementare, catturando il loro punto di vista sul mondo. Il film ha vinto il David di Donatello 2023 come miglior documentario.

Giovedì 10 è il momento di Siamo qui per provare di Greta De Lazzaris e Jacopo Quadri. Protagonisti sono Daria, attrice e autrice, e Antonio coreografo e danzatore, che da anni condividono la vita artistica e, nonostante la pandemia, tentano di mettere in piedi uno spettacolo ispirato a Ginger e Fred di Fellini.

Venerdì 11 in programma Il Tempo dei Giganti di Davide Barletti e Lorenzo Conte che incontrerà il pubblico dopo la proiezione. Nel Salento, un batterio da quarantena sta uccidendo milioni di alberi d’ulivo. Un grido d’allarme e di dolore di una terra ferita che ha costruito la propria identità sul simbolo della pianta d’ulivo.

Sabato 12 viene presentato Las Leonas a cui segue l’incontro con le due registe Isabel Achàval Chiara Bondì. È la storia di un gruppo di donne immigrate a Roma che hanno in comune la passione per il calcio. Le registe le seguono, tra speranze e aspettative, sia durante le partite del “Trofeo Las Leonas” sia durante la loro vita privata e lavorativa.

Domenica 13 chiude la rassegna dei doc in concorso Il paese delle persone integre alla presenza del regista Christian Carmosino Mereu. Nel 2014 alcune manifestazioni di massa e un’insurrezione non armata riescono a cacciare la dittatura dalla capitale del Burkina Faso ma non a cambiare lo stato di sfruttamento economico del Paese da parte di compagnie straniere e la debolezza del governo favorisce l’avanzamento di Al Qaeda e dell’ISIS.

I 24 CORTOMETRAGGI INTERNAZIONALI IN CONCORSO

Il Concorso internazionale, Paesi in corto, presenta 24 cortometraggi. Una selezione con diverse anteprime italiane e opere provenienti da grandi Festival (Cannes, Berlino, Clermont Ferrand) e scuole internazionali di cinema, che rappresenta uno degli appuntamenti imperdibili di MoliseCinema.

Ecco i titoli: An Irish Goodbye di Tom Berkeley e Ross White dall’Irlanda, vincitore dell’Oscar 2023Ben di Miki Durán dalla Spagna; Calcutta 8:40am di Adriano Valerio, co-produzione Francia/India; Cui cuicui di Cécile Mille dalla Francia; Entre les mots di Ismail Farid da Lussemburgo. Fár di Gunnur Martinsdóttir Schlüter dall’Islanda, menzione speciale al Festival di CannesHors-saison di Francescu Artily dalla Francia. Krab di Piotr Chmielewski co-produzione Polonia/Francia; Lel H’21/Night of the 21st di Omer Sterenberg da Israele; Martwypunkt/Blind Spot di Patrycja Polkowska dalla Polonia; Nothing Holier Than a Dolphin di Isabella Margara, dalla Grecia, premio del pubblico al Festival di Clermont Ferrandفلسطين ٨٧/Palestine 87 di Bilal Alkhatib dalla Palestina; Poof di Margaret Miller dagli Stati Uniti; Serpêhatiyênneqewimî/ThingsUnheard of di Ramazan Kılıç, dalla Turchia; Split End di Alireza Kazemipour co-produzione Iran/Canada; StückfürStück/Piece by Piece di Reza Rasouli dall’Austria; Takanakuy di Gustavo Vokos co-produzione Brasile/Perù; The Syrian Cosmonaut di Charles Emir Richards dalla Turchia; Tigrik di Veronika Tsyhankova dall’Ucraina; Uhrmenschen/Primitive Times di HaoYu   dalla GermaniaUn petit homme di Aude David e Mikael Gaudin dalla Francia; Wild Summon di Karni and Saul, dal Regno Unito; Witchfairy di Cedric Igodt e David Van de Weyer co-produzione Belgium/Bulgaria; Xiaohui he ta de niu/Xiaohui and his cows di Xinying Lao co-produzione Cina/USA.

I 18 CORTOMETRAGGI ITALIANI IN CONCORSO

Il Concorso italiano cortometraggiPercorsi, presenta 18 titoli, di cui alcun in anteprima. Ballatoio n.5 di Chiara De Angelis; Battima di Federico Demattè; Caramelle di Matteo Panebianco; Don’t Be Cruel di Andrej Chinappi; Editing Romance di Stefano Etter e Giovanni Greggio; Febbre di Emanuela  Muzzupuppa; In quanto a noi di Simone Massi; La notte di Martina Generali, Simone Pratola e Francesca Sofia Rosso; La robe di Olga Torrico; Le variabili dipendenti di Lorenzo Tardella, David di Donatello come miglior cortoMe and You di Valentina De Amicis; Quando si ritira il mare di Francesco Lorusso; Rosa e pezza di Giulia Regini, miglior corto al Festivl di Karlovy VarySciaraballa di Mino Capuano; SeMe di Lucia Bulgheroni; Sognando Venezia di Elisabetta Giannini; The Delay di Mattia Napoli e Tria di Giulia Grandinetti.

EVENTI LIVE

Anche quest’anno molti eventi live, nel segno della contaminazione tra cinema, arte e musica.

Il 9 agosto, Un uomo solo. Parole e musica intorno alle ultime ore di Luigi Tenco. Un reading musicale sul cantautore tratto dal romanzo omonimo di Antonio Iovane, con lo scrittore Antonio Iovane, la cantautrice Ilaria Pilar Patassini e il chitarrista Antonio Ragosta.

Il 10 agosto Musiche da Oscar. Concerto della Ancestral Chamber Music. Il concerto propone un programma di celebri colonne sonore della storia del cinema. Tra queste un omaggio a Ennio Morricone e le musiche di film come Pirati nei caraibi, La vita è bella, Il gladiatore, Il mago di Oz.

L’11 agosto Infanzia in technicolor. Concerto del duo Malelingue dedicato all’immaginario cinematografico dei bambini degli anni Ottanta.

Il 12 agosto sonorizzazione dal vivo di Alice in Wonderland/Alice nel paese delle meraviglie, film del 1915.

LIBRI

Tra gli appuntamenti le consuete presentazioni di libri alla presenza degli autori. Ecco i titoli che saranno presentati: Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone, Einaudi, 2022. Con l’autrice ne parlano Susanna Turco e Sabrina Varriano. L’Italia vuota. Viaggio nelle aree interne di Filippo Tantillo, Laterza 2023. Con l’autore ne parlano Marco Damilano e Ilaria Gallace. Una posizione sociale di Giose Rimanelli, Rubbettino, 2023. Ne parlano Norberto Lombardi, Anna Maria Milone e Sebastiano Martelli. Remo Mastrovito. Disegni. 2000-2007. Il libro riscopre l’attività artistica di Remo Mastrovito, recentemente scomparso.

MOLISECINEMA SCUOLA

Durante il Festival ci sarà la presentazione dei progetti del Piano nazionale cinema e scuola curati da MoliseCinema nell’anno scolastico 2022-2023 e la proiezione dei cortometraggi realizzati dagli studenti.

MoliseCinema è organizzato dall’Associazione MoliseCinema, con la direzione artistica di Federico Pommier Vincelli. Ha il patrocinio e il contributo della Direzione generale Cinema del Ministero della Cultura; della Regione Molise; del Comune di Casacalenda. Collaborano: La Molisana; Camardo; Dimensione, Key Desk; Steiger Kalena; Biosapori; Mondo nuovo; Di Fonzo; Roxy bar; Marina Colonna; Di Majo Norante, Lega italiana per la lotta contro i tumori.

Foto e materiali ufficio stampa Storyfinders. Altre foto dal web

Crescita economica o decrescita?
Meno sarebbe molto di più

Crescita economica o decrescita? Meno sarebbe molto di più

Nei giorni scorsi si è diffusa anche la notizia che l’Earth Overshoot Day è caduto quest’anno il 2 agosto. Questo significa che dal 1° gennaio a questa data, l’umanità ha già esaurito le risorse disponibili sul nostro pianeta per l’anno in corso. Nei rimanenti 5 mesi, cioè da qui al 31 dicembre, sovrasfrutteremo la terra, spremendo le risorse oltre i limiti, portando il pianeta sull’orlo del collasso, ma anche consumando ciò che spetterebbe alle future generazioni.

Altro dato: la metà più povera dell’umanità (2,5 miliardi di adulti) vive con meno di 560 euro al mese, secondo il World Inequality Database. 700 milioni di persone sono estremamente povere e vivono con meno di 1,90 dollari al giorno.
Secondo l’Osservatorio delle Diseguaglianze francese i Paesi emergenti che hanno registrato la crescita più forte hanno spesso visto aumentare le loro disuguaglianze interne, smentendo la tesi secondo cui lo sviluppo economico da solo sarebbe sufficiente a ridurre le disuguaglianze. Nel frattempo, l’1% più ricco del mondo, in gran parte statunitense, non ha ceduto nulla. La sua fetta della torta rimane uguale a quella dell’inizio degli anni 2000, dopo 20 anni di aumento dei redditi.”

Questi tre fattori, crescita economica, eccessivo impatto sul pianeta e disuguaglianze crescenti, dimostrano che non siamo affatto sulla strada verso un mondo di maggiore benessere per tutti.

Che la crescita economica (e quindi l’aumento del PIL) non sia sinonimo di benessere dei cittadini si sa da tempo. La misurazione del PIL non tiene conto di problemi  sociali come l’inflazione latente,  l’inquinamento, l’educazione e la salute delle persone e neppure dell’equa distribuzione delle opportunità.  «Non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta», aveva già detto Robert Kennedy in un suo famoso discorso nel 1968.

Il PIL aumenta ad esempio con i conflitti armati grazie alle vendite di armi e, in seguito alle distruzioni, attraverso le ricostruzioni  postguerra. Gli incidenti stradali producono PIL e quindi crescita economica, attraverso le cure mediche per i feriti, le riparazioni e l’acquisto di nuove automobili. Coltivare verdure nel proprio orto non genera PIL, comprarle al supermercato sì. Accudire un anziano in casa non produce PIL, mandarlo in una casa per anziani, se la famiglia se lo può permettere, sì.

In Cina, il passaggio dalla bicicletta all’automobile ha prodotto un enorme aumento del PIL, ma anche un tremendo peggioramento delle condizioni di vita nelle grandi città, tra smog, rumore e congestione degli spazi.

Secondo Greenpeace, “la produzione attuale di plastica raddoppierà i volumi del 2015 entro il 2030-35 per triplicarli entro il 2050”. Dove? Probabilmente soprattutto nei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, contribuendo a gonfiare le cifre di crescita economica.  Gran parte di questa plastica finirà nei mari.

Dagli anni ‘60 del secolo scorso ci sono stati tentativi di creare indicatori alternativi di benessere o di felicità che tenessero conto dei numerosi aspetti “dimenticati” nel calcolo del PIL: i costi di degrado dell’ambiente, il lavoro non retribuito, i livelli di salute ed istruzione della popolazione, ecc.. Nel corso dei decenni sono stati proposti numerosi misuratori più innovativi come l’Indice di Sviluppo Umano o il Genuine Progress Indicator (GPI). Alcuni indicatori cercano di includere anche la percezione della felicità degli abitanti, come il Happy Planet Index o l’ Indice di Felicità Interna Lorda (FIL). Sono tentativi di uscire dalla logica del denaro come unica misura di benessere, quella logica alimentata dal PIL a cui ricorre ancora oggi la stragrande maggioranza di economisti, governi e imprenditori.

Sotto l’impulso di pensatori come Serge Latouche in Francia e Mauro Bonaiuti e Maurizio Pallante in Italia, sono sorti dalla fine del secolo scorso in poi diversi movimenti che contestano apertamente l’ideologia della crescita infinita, come ad esempio l’ Associazione per la Decrescita e il Movimento per la Decrescita Felice. Questi movimenti che oggi si stanno organizzando a livello mondiale con conferenze e festival internazionali, sostengono che la decrescita non è un programma politico, ma semplicemente uno slogan. Non vogliono imporre a nessuno con la forza la decrescita economica, tantomeno alle popolazioni povere del pianeta. Sarebbe più corretto infatti parlare di a-crescita (utilizzando la stessa radice di a-teismo): uscire dalla logica della crescita infinita su un pianeta dalle risorse limitate.

“La decrescita è stata spesso accusata di essere un lusso a uso dei ricchi, resi obesi dal sovraconsumo”, scrive Serge Latouche nel suo libro “La scommessa della decrescita”. “Mantenere o, peggio ancora, introdurre la logica della crescita nel Sud [del mondo], con il pretesto che così si potrà uscire dalla miseria che questa stessa crescita ha creato, non può che occidentalizzare ulteriormente quelle parti del pianeta”. “In Africa, fino agli anni ’60, prima della grande offensiva dello sviluppo”, continua Latouche, l’autonomia alimentare esisteva ancora. Non è forse l’imperialismo della colonizzazione, dello sviluppo e della globalizzazione ad aver distrutto questa autosufficienza?”

La decrescita propone un reale cambiamento di prospettiva che può essere realizzato attraverso le otto “R”: rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Qualcuno l’ha espresso in modo più sintetico: Meno sarebbe molto di più.

Thomas Schmid
Nato nel 1960 in Inghilterra e cresciuto in Svizzera tedesca, ha studiato lingue e lavorato in Inghilterra, Francia e Italia. Vive a Montegrino Valtravaglia in provincia di Varese. Fa parte del Movimento Umanista, Fridays for Future e Mountain Wilderness. È appassionato di montagna e tematiche ambientali, e si dedica all’autoproduzione di frutta e verdura nel tempo libero. Studia e pratica la spiritualità attraverso la natura.

In copertina : Traffico congestionato a Pechino (Foto di Wikimedia Commons)

Nature Restoration Law:
un primo passo per farsi perdonare dal pianeta Terra

Nature Restoration Law

Nelle ultime settimane nell’area mediterranea si sono susseguite notizie di eventi atmosferici estremi (temporali con grandine di grandi dimensioni e trombe d’aria) o incendi distruttivi nelle regioni del sud Europa (Italia e Grecia in particolare).  Questi, e altri fenomeni, hanno in comune la medesima causa: l’aumento delle temperature dovuto ai mutamenti del clima.

Il 27 luglio nella trasmissione di Radio 3 Scienza viene raccontato come il bacino del Mediterraneo sia sottoposto a ondate di caldo eccezionali che, il 24 dello stesso mese, hanno portato le acque del mare ad un livello di temperatura media di 28,7 °C, superando la soglia storica di 28,2°C registrata il 23 agosto 2003: tutto questo sta avendo effetti disastrosi specie sugli ecosistemi marini. Gli effetti di questi eventi sono vari e diversi nelle aree del pianeta, ma sempre di più portano alla distruzione dell’ambiente e spesso alla morte di esseri umani, animali e piante.

Il 2 agosto scorso è stato proclamato l’ Earth Overshoot day 2023 (Overshoot Day 2023), il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra, calcolato ogni anno dal Global Footprint Network utilizzando i dati dei National Footprint e Biocapacity Accounts, che indica l’esaurimento ufficiale delle risorse rinnovabili che il Pianeta è in grado di offrire nell’arco di un anno.

Il fatto che la data dell’esaurimento delle risorse quest’anno sia arrivata qualche giorno dopo rispetto ai precedenti (nel 2022 è infatti stato il 28 luglio) è una buona notizia, ma secondo economiacircolare.com  “c’è poco da festeggiare…perché si conferma il dato che per stare in equilibrio avremmo bisogno di 1,7 Pianeti Terra”.[1]

E’ alla luce di questo sempre più drammatico andamento della crisi climatica e delle tante problematiche che l’ambiente terrestre si trova ad affrontare, che l’Europarlamento ha recentemente approvato una legge, la Nature Restoration Law, che, come si può leggere nel sito di ASviS (leggi qui), per la prima volta presenta norme vincolanti per il recupero degli ecosistemi danneggiati. Tutto questo da realizzarsi per il 90% entro il 2050, con un obiettivo più vicino e limitato al 20% del ripristino di aree terrestri e marine, ma anche di più spazi verdi cittadini e meno pesticidi in agricoltura.

Del tema hanno parlato a Radio 3 Scienza, in occasione della approvazione della legge, Cristina Cipriano, ricercatrice del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), tra i coordinatori del gruppo italiano della Global Youth Biodiversity Network (GYBN), la rete giovanile globale per la biodiversità, e Roberto Danovaro, docente di biologia ed ecologia marina e sostenibilità all’Università Politecnica delle Marche, e coordinatore del progetto Ue Redress per il restauro degli habitat di acque profonde nei mari europei.

La legge è stata approvata nonostante la forte opposizione delle destre europee (governo italiano incluso) e del partito popolare europeo. Anche se, come qualcuno ha detto, la natura ha vinto, “qualche nota dolente c’è”. Nell’introduzione all’intervista di Radio 3 Scienza viene infatti riportato che “con la legge sono infatti passati anche diversi emendamenti che di fatto le tolgono forza, cancellando o modificando profondamente alcuni degli obiettivi più ambiziosi”.

Sul Manifesto del 12 luglio scorso[2] Dante Caserta scrive che “la legge sul Ripristino della Natura sarà fondamentale per la prosecuzione del Green Deal europeo di cui questa norma rappresenta uno dei pilastri. Presentata dalla Commissione europea un anno fa e già approvata dal Consiglio europeo, si tratta di una vera e propria legge per la natura, la prima con obiettivi vincolanti per recuperare gli ecosistemi danneggiati”. Una legge ambiziosa, scrive il giornalista, “che rappresenta un punto di svolta per la natura, il clima, l’economia e la sicurezza dei cittadini europei”. La distruzione della biodiversità nel mondo ha infatti raggiunto dimensioni catastrofiche e questo anche nel nostro Paese dove la diversità ecologica raggiunge valori elevatissimi. Risulta perciò inspiegabile, continua Caserta, “l’opposizione che, prima il governo italiano (uno dei pochi ad aver votato contro la Nature Restoration Law nel Consiglio europeo), e ora partiti come Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega stanno facendo a questa legge, la cui applicazione sarebbe fondamentale per il nostro Paese”. Avrebbe infatti effetti molto positivi per l’Italia, principalmente a causa della sua collocazione geografica che rende la nostra penisola particolarmente soggetta agli impatti del cambiamento climatico, intervenire sul ripristino degli ecosistemi. A maggior ragione se si considera che si interverrebbe in “un territorio già compromesso da decenni di cementificazione selvaggia, con evidenti conseguenze negative sulla sicurezza delle persone, sull’agricoltura e sulla salute dei cittadini”.

Il degrado del suolo, si legge nel sito di ASviS,[3] inoltre, “costa all’Unione 50 miliardi di euro all’anno e mette a rischio la capacità di produrre derrate alimentari”, come viene confermato dallo studio del movimento Save soil (movimento globale di Conscious planet), per “risvegliare l’attenzione dei cittadini sullo stato del suolo e sollecitare i governi ad agire”. La situazione, riporta lo studio, è tale che in Europa tra il 60% e il 70% dei suoli è in uno stato di degrado, mentre a livello globale la percentuale è al 52%. Entro 60 anni potremmo perciò perdere le terre coltivabili, e l’unica soluzione è quella di aumentare il contenuto organico nel terreno.

Sono circa seimila (Andrea Capocci, Il Manifesto, 12/07/2023) gli scienziati specializzati in clima, ambiente e agricoltura di una sessantina di Paesi (tra cui l’Ue al completo) che hanno firmato una lettera aperta a favore del Green Deal europeo, prima dell’approvazione della legge sul ripristino della natura. Ventitre accademici di Germania, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia e Polonia ne hanno redatto il testo per rispondere punto su punto alle obiezioni con cui la destra sovranista e una parte dei Popolari chiedono di bocciare il Regolamento europeo per il ripristino degli ecosistemi e quello sull’uso sostenibile dei pesticidi, che andrà in assemblea in ottobre.

I ricercatori contestano innanzi tutto che i nuovi limiti alle attività agricole mettano a rischio la sicurezza alimentare (cioè la disponibilità di derrate agricole e alimenti). Al contrario, dicono, la metà delle terre coltivate con piante da impollinazione oggi deve fronteggiare la carenza di insetti impollinatori causata «dalla pressione dei pesticidi e dalla distruzione degli habitat naturali». Inoltre il ripristino degli ecosistemi può contribuire alla sostenibilità. Sul fronte della pesca poi non è vero che le aree marine protette ne danneggeranno le attività. La percentuale dello stock ittico pescato a livello globale è infatti salito dal 10% degli anni Settanta a quasi il 35% nel 2017.

ASviS, nella pagina prima citata, riporta un interessante rapporto della Banca Mondiale dove si afferma che il cambiamento climatico, la produttività economica, la sicurezza alimentare e idrica, i pericoli per la salute, rappresentano alcune delle sfide globali che potrebbero essere vinte se utilizzassimo le risorse naturali in maniera più efficiente. Le azioni di tutela e ripristino del capitale naturale potrebbero inoltre garantire la prosperità del genere umano nei prossimi decenni.

Il rapporto della Banca Mondiale dal titolo “Nature’s frontiers: achieving sustainability, efficiency, and prosperity with natural capital”, è stato pubblicato il 27 giugno scorso, e sostiene che attraverso la combinazione di conoscenze scientifiche, dati e modelli biofisici ed economici è possibile offrire una nuova visione sullo sviluppo sostenibile.

Richard Damania, capo economista della Banca Mondiale per lo sviluppo sostenibile, ha dichiarato: “questo lavoro ci sta aiutando a capire cosa sta succedendo e come i Paesi possono raggiungere i propri obiettivi di sviluppo senza sacrificare la biodiversità o l’equilibrio climatico. Ci sono azioni che i Paesi possono intraprendere ora per dare ai loro cittadini una vita migliore, mantenendo un Pianeta vivibile”.

Note

[1] Per l’italia l’Overshoot Day è arrivato il 15 maggio. In pratica se tutti vivessero come gli italiani servirebbero 2,8 pianeti Terra per soddisfare i bisogni collettivi.

[2] Una legge per difendere la natura. Ma l’Italia si oppone, Dante Caserta, Il Manifesto, 12/07/2023.

Si legga anche di Luca Martinelli su il Manifesto del 13/07/2023 Una legge che fa bene all’agricoltura ma osteggiata dalle imprese italiane, Nature Restoration Law. L’opposizione di Coldiretti, Confagricoltura e dell’Alleanza delle cooperative.

[3] Il Parlamento europeo dà il via libera alla legge per il ripristino della natura. https://asvis.it/home/4-17192/il-parlamento-europeo-da-il-via-libera-alla-legge-per-il-ripristino-della-natura

Bolognina Bloomsday
(un racconto)

Bolognina Bloomsday

Ordine alfabetico non è, pensa Rossi: infatti l’hanno messo vicino a una certa Zoli, che di sicuro non comincia con la erre come lui. Però è una bella vicina, tettona e mora; una che tempestava i concorsi letterari con trucide storie rurali, ambientate al Marecchia, a Tavullia e addirittura a San Leo.
Ma anche se non è ordine alfabetico, pensa Rossi, un ordine ci sarà pure – tutto sta a capire quale. Comunque gli hanno sbagliato posto, a lui, poco ma sicuro. Qui c’è gente di tutt’altro genere, scrittori di libri storici e locali, mentre lui era un giallista medievale: famoso per Boccaccio indaga, anche se il premio più importante glielo portò Fra’ Angelico detective.
Che strano, pensa Rossi: qui son tutti scrittori ma nessuno scrive; per tutto il giorno solo prosecchi e vaghe chiacchiere, e di sera vengono certi archivisti e giù sangiovese, partite di primiera e gran discorsi su lasciti, enfiteusi e beghe patrimoniali.

– Ma chi comanda qui, perdio? – chiede Rossi a Renzo Brusamolin, autore di un romanzo sul secolo dei Lumi che ebbe, nel 1991, qualche gloria nel Triveneto (perfino una recensione sull’Arena, dal titolo La Ragione? Si dà ai matti).
– Se vede, caro, che te xè novo – dice Renzo – qui abbiamo un comitato editoriale dell’altro mondo, che coordina tutto e gli puoi chiedere anche il trasferimento, ma devi far istanza scritta. Dio, invece, nessuno l’ha mai visto.

Quella sera Rossi manda la richiesta di trasferimento, poi invita a cena la Zoli; nulla di strano, gli scrittori ci provano anche dopo morti. E infatti Rossi e la Zoli hanno cenato e si erano anche messi a pomiciare; ma poi si son distratti e – come suol dirsi – chiudono il libro.

Il giorno dopo Rossi è trasferito, con telegramma e tante scuse, al settore giallo e noir, un posto pieno di utensili che sembra il Brico o il Castorama. Colleghi simpatici, niente da dire, ma lui si accorge che anche qui stessa storia: nessuno scrive, nessuno parla di romanzi o racconti. Qui parlano solo di premi, di ospitate e di entrature nel mondo editoriale.
– Ma non scrive nessuno, qui, perdio? – chiede Rossi a uno piccolo e spettinato, col sigaro. Il tipo ride e gli dice che qui non si pubblica, carissimo, perché questo è l’aldilà e noi siamo morti.
Rossi insiste: – Vabbè, pubblicare no, ma scrivere?
Allora il tipo si innervosisce e risponde che primo, se non pubblichi, che scrivi a fare; secondo, che qui è come da vivi: cioè l’inferno, come gli autori di noir hanno sempre saputo. E quasi lo manda affanculo.

Da allora Rossi si guarda attorno con sospetto, cammina raso i banchi e tace. Arriva sabato e la Nani, una che da viva scriveva male ed era ricca sfonda e pubblicava eccome, gli fa: – Per fortuna che qui non ci si annoia mai, Rossi carissimo, che si cambia ogni settimana!
Perché nell’aldilà degli scrittori, dice la Nani, non c’è una classificazione fissa. Anzi, ogni settimana li spostano e cambiano i gruppi: una volta li dividono maschi e femmine, una volta scapoli e ammogliati, più di rado tra invidiosi e lussuriosi, ignavi eccetera, o quelli della prima persona contro quelli della terza; e poi fan tante feste: una festa bibliotecaria che è davvero galla, e poi l’autodafè degli editori, la settimana del plagio e anche il Bloom’s Day…
– A proposito, ecco… – fa la Nani strizzando l’occhio. Ha addosso una t-shirt con la scritta Yes, I Said Yes, I Will Yes stampata in Helvetica.
Allora Rossi si frega le mani, pensando che anche la Nani ci sta.

Ma non ci stava mica.

Strizzava l’occhio per dire che domani è il sedici giugno, il Bloom’s Day, festa grande per gli scrittori vivi e non.
Ci vediamo all’assemblea, dice, e ridacchia.

L’assemblea è in un posto che sembra il centro commerciale di Corticella. E c’è un sacco di scrittori, scrittori ovunque; tanti che Rossi non l’avrebbe mai creduto, che morte tanti ne avesse disfatti; eppure son tutt’altro che disfatti, ciarlieri e tabacconi come da vivi.
C’è un funzionario segaligno, col microfono, e proclama che oggi il Bloom’s Day seguirà l’ordine alfabetico, il più classico degli ordinamenti, e siccome c’è un bel sole, oggi formeranno delle coppie con la stessa iniziale e prima del tradizionale reading faranno un mercatino in piazza dell’Unità: in vendita però non la solita roba, quella da mercatini delle pulci, ma proprio gli oggetti che appaiono nei loro libri, visto che i signori scrittori si son tanto sbattuti a trovarli, prima, e poi dopo a metterceli dentro.

A Rossi gli danno per compagno un certo Ruffo, un rosso coi baffi che scriveva libri sul tango. Ruffo si accende una Lido e sussurra che lui lo sa, perché c’è tutta quella gente: è perché stanno convocando anche gli inediti; un bel problema, perché qui in Italia c’è molti più scrittori che lettori, ma poi il destino dei libri è di finire perlopiù sulle bancarelle, olvidados o al macero.
Allora a Rossi gli viene una tristezza che vuol proprio fuggir via dal mercatino, che immaginatevi che immane festa di cianfrusaglie lì in piazza dell’Unità: tazze per far la schiuma da barba e corpi di reato, pelli di zigrino e vestaglie e teiere. e vinili di ogni genere. E pieno di gente, dalla Bolognina e da fuori, anche molti studenti fuori sede e pensionati e zie.
Ruffo però non lo fa mica andar via, a Rossi. Gli offre un campari, un caffè e anche una Lido, e gli presenta certe scrittrici in età, grassottelle, che vendono delle torte. E il Bloom’s Day della Bolognina passa così – prima del tradizionale reading – con Rossi che prova a vendere fiorini d’oro e codici petrarcheschi, roba che ai mercatini proprio non incontra; e pure l’uccellame di Fra’ Angelico, che va via solo sottoprezzo; mentre il suo compare, lì tra le bancarelle, continua a ballare il tango con le zie.

©  Silvia Tebaldi

Le Voci da Dentro /
La bellezza del riscatto: favola o realtà?

Ricordando le belle parole del Presidente della Repubblica pronunciate durante la sua visita al carcere minorile di Nisida nel settembre 2021, i due autori “ristretti” riflettono sul tema della rieducazione e del reinserimento in società dei detenuti una volta scontata la pena.
(Mauro Presini)

La bellezza del riscatto: favola o realtà?

di G.C e M.C.

L’ 11 settembre del 2021, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella assieme al ministro Cartabia, si è recato al carcere minorile di Nisida a Pozzuoli.

Il presidente si è reso disponibile al dibattito ed ha risposto a molte domande da parte dei giovani detenuti.

L’argomento principale cioè il tema che stava più a cuore ai detenuti era quello del dopo: “Che sarà di me una volta uscito?”

Volendo fare una considerazione lapalissiana, il tema del “dopo” preme molto a chi non si è preoccupato del “prima”.

Cattive compagnie, un carattere debole che si fa facilmente influenzare, illusione di soldi facili, condizioni di miseria, questioni di sopravvivenza, famiglie assenti, famiglie disagiate, incapacità di rispettare le regole, mentalità criminale, psicopatia.

Di regola, entrare in carcere è piuttosto facile mentre uscire è molto più complicato.

Una volta in carcere si possono seguire due strade: o si entra nella spirale dove il carcere può rappresentare una vera e propria criminalità (è la scelta peggiore) o si scegli un sano percorso rieducativo per andare incontro a un vero ravvedimento che permetta di cambiare e non tornare più in carcere.

Tornando al tema del “dopo”, il Presidente della Repubblica ha confortato i detenuti attraverso parole di speranza.

A chi gli ha chiesto di non voler essere etichettato a vita cioè di non voler portare per sempre lo stigma del carcerato, ha risposto che, una volta scontata la pena, la persona deve avere una nuova possibilità, il famoso riscatto sociale.

Ha definito il periodo della reclusione una cicatrice che scompare non una macchia indelebile.

Alle sue parole ha fatto eco il guardasigilli dicendo “Si deve e si può credere in un oltre“.

Secondo il presidente Mattarella la pregressa detenzione non deve essere in alcun modo motivo di emarginazione, di accantonamento, di preclusione. Ha anche affermato che tante persone che hanno avuto esperienze di detenzione si sono pienamente inserite con successo anche nella vita.

Dopo aver ascoltato le sue parole abbiamo riflettuto e fatto le nostre considerazioni.

È necessario un duplice impegno sia da parte del detenuto nel dare prova concreta di adesione al programma di riabilitazione previsto dall’articolo 27 della Costituzione, dall’altra ci deve essere l’impegno da parte dello Stato di fare in modo che un ex detenuto, completamente ravveduto, una volta scontata la pena non sia etichettato e venga reinserito nella società civile.

Noi riteniamo ancora difficile il reinserimento nella società per i detenuti nel nostro paese.

Partiamo da una considerazione che vuole essere soltanto realista e senza polemica; vorremmo anzi tratteggiare lo status quo proprio allo scopo di essere di esempio per chi si occupa del problema perché da dentro le cose si osservano meglio.

Tutto dipende da cosa attende il detenuto una volta fuori.

Se ad attenderlo non c’è nessuno, né dal punto di vista familiare-affettivo né lavorativo, è probabile che esso tornerà a delinquere. In questo caso, ciò rappresenterebbe un fallimento per lo Stato che deve mettere in condizione una persona di recuperare la sua dignità.

Se diversamente una famiglia, soprattutto se benestante, riaccoglie l’ex detenuto allora le cose possono cambiare.

Dunque ci vorrebbe una maggiore mediazione dello Stato, una maggiore impegno a garantire un sostegno, un appoggio, un lavoro a chi esce e rientra nella vita.

Del resto tutto ciò sarebbe previsto ma purtroppo bisogna ricordare che il popolo, quando si parla di persone detenute, “butterebbe via la chiave”… e chi non lo dice, comunque lo pensa.

Basti pensare a come siano visti da molti gli ex detenuti, con quali pregiudizi e stereotipi.

Questo è evidente quando si propongono per avere un lavoro: purtroppo spesso lo stigma rimane.

La nostra impressione è che ci sia tanto lavoro da fare in questo senso.

Un buon esempio a cui guardare è quello olandese (ma non solo). In Olanda, quando una persona ha terminato di scontare la pena, se non alternativa, viene bloccato dallo stato in un appartamento a lui concesso.

Nel corso di un certo periodo gli vengono fatte tre proposte di lavoro.

Se le rifiuterà tutte e tre, dovrà lasciare l’abitazione.

L’Olanda, come la Norvegia, la Danimarca sono Paesi molto civili e ricchi, avvantaggiati dal fatto di avere pochi abitanti.

In Italia non ci sono soldi per la spesa pubblica e questo comporta un danno anche alle carceri a chi vorrebbe fare qualcosa in più per i detenuti.

Spesso, metaforicamente, questi escono a fine pena con un calcio nel sedere.

Nel nostro piccolo, rivolgiamo un appello affinché coloro che a fine pena sono ravveduti, rieducati e pronti a rientrare in società non siano costretti dalla contingenza a reiterare i reati. Lo stato non li deve abbandonare.

Sergio Mattarella in visita al carcere minorile di Nisida , settembre 2021- foto ansa


Si chiama Astrolabio il giornale della Casa Circondariale di Ferrara. Ed è un progetto editoriale che, da qualche anno, coinvolge una redazione interna di persone detenute insieme a persone ed enti che esprimono solidarietà verso la realtà dei detenuti. Il bimestrale realizza il suo primo numero nel 2009 e nasce dall’idea di creare un’opportunità di comunicazione tra l’interno e l’esterno del carcere. Uno strumento che dia voce ai reclusi e a chi opera nel e per il carcere, che raccolga storie, iniziative, dati statistici, offrendo un’immagine della realtà “dietro le sbarre” diversa da quella percepita e filtrata dai media tradizionali.

In copertina: Paesaggio libero con gatto, un quadro realizzato da un detenuto nel carcere di Ferrara.

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Per certi versi /
In vetta all’Antelao

In vetta all’Antelao

In vetta all’Antelao
In una giornata
Di cobalto
Alle 8 di mattina
Vidi Venezia
Come
In un catino
Biancheria
Di storie
E il ghiacciaio
Già allora
ritirato
Rimase
Tutto il giorno
Il blu
Senza età
Fino
Alla fine
Del sole
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Una stella cadente… e un desiderio con Mediterranea.
All’Oasi dell’Alma, Codrea, la notte del 10 agosto

Siete nei dintorni giovedì 10 agosto?

Vi invitiamo a cercare le stelle cadenti nello splendido contesto dell‘Oasi dell’Alma, a Codrea.
Esprimeremo un desiderio: basta morti in mare, basta politiche migratorie che vanificano i diritti umani conquistati con tanta fatica!
Porta un telo e leggi attentamente le indicazioni che trovi sulla locandina.
Sarà un momento piacevole e divertente.
Ti aspettiamo,
l’equipaggio di terra di Mediterranea Ferrara 

Cara Hera non scrivermi più..

Don Marziale, che predica bene e razzola male. Proprio come Hera

Sappiamo che Hera Spa è un colosso privato che fa buoni utili per i suoi azionisti privati e, come le altre multiutilities italiane  (A2A e Iren eccetera), ogni giorno guadagna nuovi utenti e nuovi profitti, mangiandosi nuovi territori serviti da piccole aziende.
Ad oggi Hera conta 2 milioni di clienti per la fornitura del gas naturale con un totale di circa 9,9 miliardi di metri cubi venduti e circa 1,3 milioni di clienti per la fornitura di energia elettrica per un totale di circa 12,8 TWh venduti.  Non ho trovato il numero di clienti Hera per la fornitura di acqua ma solo il settore acqua di Hera fattura circa 10 miliardi e 400 milioni di Euro.

Hera non mi piace, non mi piace che un’azienda privata faccia profitti sui beni comuni: l’acqua, la luce, il riscaldamento, la raccolta rifiuti urbani. Spero molto che Hera, invece di ingrossarsi, a poco a poco perda i pezzi. Magari cominciando da Ferrara.

Ma qui, per una volta, non voglio fare un discorso politico. E nemmeno voglio lamentarmi per le bollette esose, i tempi di attesa, i disservizi.
Quello che vorrei è che Mamma Hera non mi scrivesse più.

Ecco quello che il Gruppo Hera ha postato sulla mail (quella su cui ricevo le bollette) due giorni fa.  A me e anche a voi, a tutti gli utenti di Hera come fornitore d’acqua potabile. Confesso, questo catalogo di buoni consigli mi ha fatto infuriare. Già dal titolo: “L’acqua è un bene prezioso: cosa fare per non sprecarla”.

E Mamma Hera continua:
Gentile Francesco,
come sappiamo, l’acqua è un bene prezioso e per preservarla occorre l’impegno di tutti.
Come Gruppo Hera, vorremmo darti strumenti in più per essere sempre consapevoli sull’utilizzo di questa risorsa:

  • da un lato, raccontarti le azioni che abbiamo messo in campo,
  • dall’altro aiutarti a capire come e quanto puoi risparmiare con alcuni semplici accorgimenti.

Ogni anno ci occupiamo di rinnovare tratti di rete acquedottistica datati e/o usurati, sostituendo le tubature presenti con nuove condotte per prevenire possibili rotture e perdite. Nel 2022, abbiamo sostituito 161 Km di tubature nei territori in cui operiamo.

Le tubature gestite dal Gruppo Hera sono un colabrodo, disperdono dal 38 al 40% dell’acqua fornita dall’acquedotto. Rinnovare la rete? Con grande calma, i lavori costano e bisogna assicurare un buon profitto agli azionisti. Ma la stessa Hera sprecona vuole insegnarci i trucchetti per risparmiare l’acqua di casa nostra, e ci chiama per nome, come fosse un nostro vecchio amico.

La domanda sorge spontanea: da che pulpito?
Rispondo con una frase celebre di mia nonna Linda, dal pulpito di “Don Marziale, che predica bene e razzola male”.

Per cui: Cara Hera non scrivermi più.
Restando in attesa di sbatterti fuori dal mio contatore,
sono a porgere distinti saluti.

(Francesco Monini, cittadino)

Copertina: la cover del post di Hera Spa inviato a tutti i suoi utenti.

Italia sempre più anziana ma nessuno lo vuole vedere

Siamo un paese di vecchi, e nessuno pare curarsene. Soprattutto le istituzioni. Divario di genere, disparità, ingiustizia, povertà, noncuranza, indifferenza, ignoranza, intolleranza, incoerenza: ci sono tutti, ahinoi. Papa Francesco direbbe “basta con questa cultura dello scarto”. Perché un anziano, da questa terribile e perduta società, è ormai considerato uno scarto, un peso, un fardello, un costo. Che le istituzioni siano poco recettive, è un dato di fatto. Molti interventi in materia di lavoro per assistere i figli, vedi smart working, ma nulla per i caregivers che sono soprattutto donne, già oberate da mille altri impegni. Salvo qualche azienda un po’ più illuminata che concede giornate di smart working suppletive a chi debba assistere malati e anziani, sempre che non rientrino nelle casistiche della legge 104, quindi zero di fatto, ma niente di normato o incentivato come si deve. E invece gli anziani sono una risorsa, in tutti i sensi, a partire dalla memoria storica che rappresentano e dal ruolo che stanno giocando nel mondo del volontariato. Per questo oggi abbiamo selezionato per i nostri lettori un bell’intervento su “Vita” del 2 agosto 2023, di Ilaria Dioguardi, che ci fa riflettere su questo. Vi invitiamo a (ri)leggere Cercasi eredi”, già pubblicato su questo giornale.
Simonetta Sandri

Italia sempre più anziana e sempre più impreparata a esserlo

di Ilaria Dioguardi
da  Vita del 2 agosto 2023

Livia Turco, foto Vita

In trent’anni nel nostro Paese il numero di centenari è quintuplicato, quasi un quarto della popolazione ha 65 anni e più. Significativo il divario di genere sia educativo sia occupazionale. Livia Turco: “Gli anziani sono una grande risorsa che va valorizzata. Le nonne sono l’anello forte della solidarietà intergenerazionale femminile. Bisogna promuovere lo scambio tra anziani e giovani. Dobbiamo rendere concreto un approccio biopsicosociale nell’assistenza domiciliare”.

Quasi una persona su quattro tra i residenti nelle città metropolitane ha almeno 65 anni, in forte aumento rispetto a trent’anni fa (15,3% nel 1993). Incidenze più elevate nelle città metropolitane del Centro-Nord, dove gli over 75 sono sopra il 50%, e minore in quelle del Sud, con una preponderanza della fascia più “giovane” 65-74 anni, che costituisce oltre il 50% degli anziani residenti. Numeri del focus Istat “Gli anziani nelle città metropolitane” appena diffuso, che approfondisce i dati sulla popolazione anziana residente, al1 gennaio 2023, nelle città di: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina e Cagliari.

“Le donne anziane sono una colonna delle nostre famiglie, sono l’anello forte della solidarietà intergenerazionale femminile”. Livia Turco

Significativo il divario di genere nella popolazione di 65 anni e più: nelle 14 città metropolitane vivono 77 uomini anziani ogni 100 donne della stessa fascia d’età. Il divario educativo è diffuso ed è a svantaggio delle donne: si rilevano 110 uomini laureati anziani ogni 100 donne della stessa età. Hanno un’occupazione oltre 10 uomini anziani ogni 100 e 4 donne ogni 100.

Divario di genere, foto Digitalic

“Si conferma un divario di genere, da un lato in positivo, poiché le donne vivono più a lungo. Dall’altro, vivere più anni non significa vivere bene”, dice Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti. “Il divario che riguarda lo studio e il lavoro, costruiti nel corso della vita, non sorprende, è molto acuto e lo è stato sicuramente per quelle generazioni che oggi sono anziane. Le condizioni di vita delle donne, anche grazie alle loro lotte, erano migliorate, con un aumento, negli anni Sessanta e Settanta, della scolarità e dell’occupazione femminile; la generazione di donne over 65 di oggi è quella che ha combattuto duramente il divario di genere, è riuscita ad ottenere grandi risultati e a migliorare la sua vita. Quel gap, nonostante le conquiste ottenute, non si è riusciti a colmarlo e causa pensioni più basse e maggiori difficoltà”, continua Turco.

“Sottolineo che le donne anziane sono una colonna delle nostre famiglie: sono le nonne che aiutano le figlie con i nipoti. Sono l’anello forte della solidarietà intergenerazionale femminile. Pensiamo al recente periodo dell’emergenza pandemica e alla fine del 2008, quando ci fu la crisi finanziaria: se non ci fosse stata questa catena intergenerazionale femminile il welfare italiano non ce l’avrebbe fatta. Le donne tra i 65 e i 74 anni, nella nostra società, sono un soggetto forte indispensabile e che svolge una grande funzione sociale che è quella di aiutare un welfare molto precario”.

Secondo il Censimento 2021, nei contesti urbani metropolitani risiedono in convivenza quasi 50mila persone di 65 anni e oltre (circa 10 anziani ogni 1.000 abitanti), di cui oltre la metà accolta presso un istituto assistenziale (ospizi, case di riposo per adulti e inabili al lavoro), il 36% è accolto in convivenze ecclesiastiche e la restante quota nelle altre tipologie di convivenza. Nel 2020 in Italia, l’1% degli anziani ha fatto uso dei servizi socioassistenziali offerti dai Comuni, segnando un calo del 4% rispetto al 2011. “I dati relativi ai servizi sociali sono cruciali. Quando gli anziani hanno bisogno di protezione, le case di riposo e le RSA continuano ad essere prevalenti, mentre l’assistenza domiciliare è ultra-carente e molto disomogenea sul territorio nazionale”, prosegue Turco. “Per questo è necessaria una riforma sulla non autosufficienza che investi fortemente sulla domiciliarità.

Servizi sociali, foto Anci

L’accesso ai servizi nei comuni, per superare la forte disomogeneità, deve avere i Livelli essenziali di assistenza – Lea, che siano vincolanti, che abbiano risorse ed è indispensabile che, insieme ai distretti sanitari, ci siano i distretti sociali. Questo è stato scritto nella legge finanziaria del governo Draghi del 2021, come anche gli Ambiti Territoriali Sociali Ats per i quali è necessario che ci sia una strutturazione del servizio sociale, che è il punto unico di accesso a cui mi posso rivolgere, è l’amico di famiglia che mi dà informazioni e intercetta il disagio, è fornito di un’equipe multidisciplinare, è una struttura complessa. Bisogna avere, quindi, una strutturazione del sociale. Mi sono sempre battuta e continuo a battermi affinché, insieme al distretto sanitario, ci sia il distretto sociale. C’è un disegno di legge delega che investe moltissimo sul sociale, sull’integrazione sociosanitaria, sulla domiciliarità e sulla continuità assistenziale”.

La presidente Turco sottolinea la necessità di mettersi d’accordo su cosa si intende per domiciliarità. “Se a casa di una persona anziana va due volte a settimana un operatore sociosanitario – oss e altre due volte un infermiere, ma queste due figure poi non si parlano e fanno riferimento ad ambiti diversi, i bisogni della persona non sono valutati secondo un approccio biopsicosociale, cioè prendendo in carico la persona nella sua complessità, nella pluralità dei suoi bisogni. Smettiamola con un atteggiamento puramente prestazionale (che finora prevale)”. Nell’assistenza domiciliare bisogna realizzare, secondo Turco, un “cambiamento di paradigma, basta con queste canne d’organo della sanità da una parte e del sociale dell’altra. Questo è il salto che va fatto: bisogna investire sul sociale e sulla domiciliarità.

L’approccio biopsicosociale presuppone che, per ogni persona, venga costruito insieme un progetto di cura, personalizzato e multiprofessionale, tenendo conto della situazione concreta, tra la famiglia, i servizi sociali e sanitari e il Terzo settore.

È fondamentale la figura del caregiver, è molto importante il coinvolgimento del volontariato presente nel territorio e le professioni devono imparare a lavorare insieme. L’assistenza domiciliare vede la persona al centro, tiene conto che possa avere una molteplicità di bisogni, che possono essere anche un’ora di compagnia. Bisogna farsi carico anche della situazione di solitudine delle persone: è uno dei grandi problemi che attraversa tutte le componenti sociali del nostro paese”. Nel 2021, nelle 14 città metropolitane, gli anziani che formano una famiglia unipersonale sono quasi un terzo del totale della rispettiva fascia d’età, raggiungendo il 37% nel territorio di Genova. Nei comuni capoluogo l’incidenza di famiglie unipersonali di anziani si innalza, arrivando a sfiorare il 40% a Milano, seguita dagli altri capoluoghi del Nord: Bologna, Torino, Venezia e Firenze.

“Il gran numero di volontari over 65 conferma quanto occorra puntare sull’invecchiamento attivo. Le scuole promuovano sempre più scambi tra ragazzi e anziani, questi ultimi possono trasmettere alle nuove generazioni competenze, fiducia, storia, memoria”. Livia Turco

Livia Turco ci regala due ultime riflessioni sul volontariato e sull’importanza del rapporto intergenerazionale. “Il gran numero di volontari over 65 nel nostro paese conferma quanto occorra puntare sull’invecchiamento attivo. L’allungamento della vita fa sì che gli anziani siano una grande risorsa, anche qui bisogna cambiare paradigma: gli anziani sono una grande forza della società, bisogna valorizzare la partecipazione attiva del volontariato che può avvenire nelle associazioni e nelle famiglie. Credo che sia molto importante puntare sul rapporto intergenerazionale, bisogna costruire tanti progetti in cui i giovani e gli anziani si incontrino. Le scuole promuovano sempre più scambi tra ragazzi e anziani, questi ultimi possono trasmettere alle nuove generazioni competenze, fiducia, storia, memoria. Su questo filone insiste anche papa Francesco, sempre molto saggio”.

Foto in evidenza da Il salvagente

Crisi climatica- Lettera aperta di 100 scienziati ai media italiani

Lettera aperta ai media italiani – Climate Media Center 

Giornalisti, parlate delle cause della crisi climatica, e delle sue soluzioni. Omettere queste informazioni condanna le persone al senso di impotenza, proprio nel momento storico in cui è ancora possibile costruire un futuro migliore.

È nostra responsabilità, come cittadini italiani e membri della comunità scientifica, avvertire chiaramente di ogni minaccia alla salute pubblica. Ed è dovere dei giornalisti difendere il diritto all’informazione e diffondere notizie scientifiche verificate.

Il mese di giugno 2023 è stato, a livello globale, il più caldo da quando si registrano le temperature. Non sappiamo ancora quanti morti provocheranno le ondate di calore di questa estate, ma sappiamo quanti ne ha provocati il caldo intenso di quella scorsa: più di 60 mila nella sola Europa, 18 mila nel nostro Paese, il più colpito. Ondate di calore, alluvioni, siccità prolungate e incendi sono solo alcuni dei segnali dell’intensificarsi degli impatti dei cambiamenti climatici nei nostri territori.

Tuttavia, i media italiani parlano ancora troppo spesso di “maltempo” invece che di cambiamento climatico. Quando ne parlano, spesso omettono le cause e le relative soluzioni. È come se nella primavera del 2020 i telegiornali avessero parlato solo di ricoverati o morti per problemi respiratori senza parlare della loro causa, cioè del virus SARS-CoV-2, o della soluzione, i vaccini.

Nel suo ultimo rapporto, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (IPCC) è chiarissimo su quali siano le cause principali del cambiamento climatico: le emissioni di gas serra prodotte dall’utilizzo di combustibili fossili. Ed è altrettanto chiaro su quali siano le soluzioni prioritarie: la rapida eliminazione dell’uso di carbone, petrolio e gas, e la decarbonizzazione attraverso le energie rinnovabili. È questa la strategia giusta per fermare l’aumento delle temperature, ed è tecnologicamente ed economicamente attuabile già oggi. A questo devono aggiungersi politiche di adattamento per proteggere persone e territori da quegli effetti del cambiamento climatico divenuti ormai irreparabili.

Non parlare delle cause dei sempre più frequenti e intensi eventi estremi che interessano il nostro pianeta e non spiegare le soluzioni per una risposta efficace rischia di alimentare l’inazione, la rassegnazione o la negazione della realtà, traducendosi in un aumento dei rischi per le nostre famiglie e le nostre comunità, specialmente quelle più svantaggiate. Per queste ragioni, invitiamo tutti i media italiani a spiegare chiaramente quali sono le cause della crisi climatica e le sue soluzioni, per dare a tutti e a tutte gli strumenti per comprendere profondamente i fenomeni in corso, sentirsi parte della soluzione e costruire una maggiore fiducia nel futuro.

Siamo ancora in tempo per scegliere il nostro futuro climatico. Siamo ancora in tempo per scegliere un futuro sostenibile che metta al primo posto la sicurezza, la salute e il benessere delle persone, come previsto dagli obiettivi europei di riduzione delle emissioni del 55% al 2030 e di neutralità climatica al 2050. Possiamo farlo anche grazie a una corretta comunicazione e alla cooperazione tra noi tutti.

Scarica il PDF della lettera

Firmatari:

Antonello Pasini – Primo ricercatore, Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR (CNR-IIA)

Giorgio Vacchiano – Prof. associato in Gestione e pianificazione forestale, Università degli Studi di Milano, Presidente Climate Media Center Italia

Giorgio Parisi – Prof. emerito in fisica teorica, Sapienza Università di Roma, Premio Nobel per la Fisica 2021

Cristina Facchini – CNR-ISAC, Presidente della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC)

Paolo G. Albano – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Tommaso Alberti – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma

Franco Andreone – Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino

Tommaso Anfodillo – Università degli Studi di Padova

Nicola Armaroli – CNR-ISOF

Valentina Bacciu – CNR-IBE / Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC)

Vincenzo Balzani – Alma mater studiorum Università di Bologna

Rosario Balestrieri – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Carlo Barbante – CNR-ISP / Università Ca’ Foscari

Paolo Bàrberi – Centro di Scienze delle Piante, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Roberto Barbiero – APPA Provincia Autonoma di Trento / Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC)

Leonardo Becchetti – Università di Tor Vergata, Roma

Ferdinando Boero – Università degli Studi di Napoli Federico II / Stazione Zoologica Anton Dohrn

Carlo Blasi – Università di Roma

Stefano Bocchi – Università degli Studi di Milano

Andrea Boitani – Università Cattolica del Sacro Cuore

Alessandra Bònoli – Alma mater studiorum Università di Bologna

Chris Bowler – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Roberto Buizza – Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Federico Butera – Politecnico di Milano

Fausto Capelli – Collegio europeo / Università degli studi di Parma

Carlo Cacciamani – Agenzia ItaliaMeteo, Bologna

Sandro Carniel – CNR-ISP

Marco Carrer – Università degli Studi di Padova

Renato Casagrandi – Politecnico di Milano

Stefano Caserini – Politecnico di Milano

Claudio Cassardo – Università degli Studi di Torino

Daniele Cat Berro – Società Meteorologica Italiana

Carlo Cerrano – Università Politecnica delle Marche

Mauro Ceruti – Università IULM Milano

Alessandro Chiarucci – Alma mater studiorum Università di Bologna

Lorenzo Ciccarese – ISPRA

Erika Coppola – Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics, autrice IPCC WGI AR6

Susanna Corti – CNR-ISAC

Francesca Cotrufo – Colorado State University

Roberto Danovaro – Università Politecnica delle Marche

Mauro Delogu – Alma mater studiorum Università di Bologna

Moreno Di Marco – Sapienza Università di Roma

Antonio Di Natale – Fondazione Acquario di Genova

Paola Faggian – RSE Milano

Davide Faranda – Ecole Normale Supérieure di Parigi

Francesco Ferretti – Università degli Studi di Siena

Andrea Filpa – Università degli Studi Roma Tre

Francesco Forastiere – CNR-IRIB / Imperial College, Londra

Simonetta Fraschetti – Università degli studi di Napoli Federico II

Marco Frey – Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Sandro Fuzzi – CNR-ISAC, Lead Author IPCC AR6

Silvana Galassi – Università degli studi di Milano

Marta Galvagno – ARPA Valle d’Aosta

Marino Gatto – Politecnico di Milano

Domenico Gaudioso – Greenhouse Gas Management Institute Italia

Piero Genovesi – ISPRA

Thalassia Giaccone – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Serena Giacomin – Presidente Italian Climate Network (ICN)

Claudia Gili – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Filippo Giorgi – Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics di Trieste

Enrico Giovannini – Università di Roma Tor Vergata / Università LUISS Guido Carli

Elena Gissi – CNR-ISMAR

Giacomo Grassi – European Commission Joint Research Centre / IPCC Task Force Bureau on National Greenhouse Gas Inventories

Donato A. Grasso – Università degli studi di Parma

Federico Grazzini – Istituto di meteorologia LMU München / ARPAE Emilia-Romagna

Fausto Guzzetti – CNR-IRPI

Valerio Lembo – CNR-ISAC

Stefania Leopardi – Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie

Simone Libralato – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale OGS di Trieste

Anna Luise – ISPRA

Marco Marchetti – Università degli studi del Molise

Davide Marino – Università degli studi del Molise

Vittorio Marletto – ARPAE Emilia-Romagna e AIAM

Bruno Massa – Università degli studi di Palermo

Maurizio Maugeri – Università degli studi di Milano

Fulvio Mazzocchi – CNR-ISPC

Barbara Mazzolai – Istituto Italiano di Tecnologia di Genova

Luca Mercalli – Società Meteorologica Italiana

Paola Mercogliano – Fondazione CMCC / Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC)

Fiorenza Micheli – Stanford’s Center for Ocean Solutions

Franco Miglietta – CNR-IBE

Mario Marcello Miglietta – CNR-ISAC

Mario Motta – Politecnico di Milano

Rita Nogherotto – Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics / Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale OGS di Trieste

Elisa Palazzi – Università degli Studi di Torino

Cinzia Perrino – CNR-IIA

Emanuela Pichelli – Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics

Telmo Pievani – Università degli studi di Padova

Andrea Pitacco – Università degli studi di Padova

Flavio Pons – Laboratoire de Sciences du Climat et de l’Environnement (LSCE), Parigi

Carlo Alberto Pratesi – Università Roma Tre

Francesca Raffaele – Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics, Contributing Author IPCC WGI AR6

Marco Reale – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale OGS di Trieste

Duccio Rocchini – Alma mater studiorum Università di Bologna

Bernardino Romano – Università degli Studi dell’Aquila

Carlo Rondinini – Sapienza Università di Roma

Gianluca Ruggieri – Università degli Studi dell’Insubria

Roberto Salzano – CNR-IIA

Riccardo Santolini – Università degli Studi di Urbino

Valerio Sbordoni – Accademia Nazionale delle Scienze

Giuseppe Scarascia Mugnozza – Università degli Studi della Tuscia

Andrea Segrè – Alma mater studiorum Università di Bologna

Federico Spanna – Regione Piemonte / AIAM

Massimo Tavoni – Politecnico di Milano / Fondazione CMCC / European Institute on Economics and the Environment.

Marco Tedesco – Columbia University

Núria Teixidó – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Vito Telesca – Università degli Studi della Basilicata

Stefano Tibaldi – Fondazione CMCC

Andrea Tilche – Alma mater studiorum Università di Bologna

Silvia Torresan – Fondazione CMCC

Gianluca Treglia – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Umberto Triacca – Università degli Studi dell’’Aquila

Fabio Trincardi – Dip. Scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente del CNR

Sergio Ulgiati – Università Parthenope di Napoli

Riccardo Valentini – Università degli Studi della Tuscia

Francesca Ventura – Alma mater studiorum Università di Bologna / AIAM

Margherita Venturi – Alma mater studiorum Università di Bologna

Maria Cristina Vigo Majello – Stazione Zoologica Anton Dohrn

Paolo Vineis – Imperial College London

Foto in evidenza GreenMe

 

Le storie di Costanza /
Agosto 2062 – La morte dello zio Celeste

Le storie di Costanza. Agosto 2062 – La morte dello zio Celeste

Io e Bianca abbiamo portato Costanza in ospedale a Trescia per togliere il gesso. Là, dopo una radiografia, hanno costatato che il piede non è ancora guarito del tutto. Le hanno fatto una fasciatura rigida e raccomandato di camminare ancora per tre settimane con le stampelle. La situazione è migliorata, ma bisogna pazientare ancora un po’. Così ci hanno detto i medici e, con un po’ di dispiacere per le nostre aspettative in parte disattese, abbiamo riportato mia zia a casa sua in via Santoni Rosa numero 21.

Purtroppo, la pazienza non è la dote migliore Costanza Del Re. “Maledetta la miseriaccia brutta” ha detto “mi tocca andare con le stampelle ancora per quasi tutto agosto. Mi perdo la possibilità di camminare per le vie di Pontalba mentre il sole tramonta e il cielo si riempie di stelle. Agosto è il mese delle stelle cadenti. Basta uscire dal paese di qualche centinaio di metri e si vedono le stelle che, come fiammelle morenti, incendiano il cielo blu per un attimo appena. Sono stufa di questo piede maledetto, mi ha dato problemi per tutta la vita.”

Purtroppo, è vero, quel piede ha avuto diversi guai. Rotto un legamento una volta, rotto l’alluce un’altra, una brutta botta al tallone una terza, la rottura del metatarso adesso. I primi tre incidenti sono lontani nel tempo perché risalgono a quando la zia era giovane e faceva sport, l’ultimo è attuale. Un piede davvero mal messo. Già prima di quest’ultimo incidente usava spesso la cavigliera elastica, non so come la metterà adesso. Speriamo comunque che riesca a camminare, perché in caso contrario potrebbe diventare intrattabile.

A Costanza piace passeggiare e, nella sua lunga vita, ha macinato tantissimi chilometri a piedi, credo che se provassimo a contarli ci stupiremmo di quanti sono. Ha camminato sugli argini del Lungone quando era felice e quando era triste, quando c’era il sole e quando pioveva, con la neve e col ghiaccio.

Credo che ciò che ha caratterizzato sempre questa sua abitudine sia stata la solitudine dell’esperienza.  Ad eccezione di alcune passeggiate fatte con suo marito, le spedizioni sugli argini le ha fatte quasi sempre da sola. Le piace camminare con il suo ritmo, facendo passi un po’ lunghi e un po’ corti, camminando in avanti e a volte anche all’indietro, fermandosi dove vuole, sedendosi sull’erba, o sul ramo di qualche grande albero, o vicinissimo alla riva del fiume, a qualche centimetro dall’acqua.

Mi ha raccontato che una volta Genziano, un signore che conosceva perché anche lui era amante degli argini, si è spaventato vedendola ferma immobile vicino al pelo dell’acqua. È corso giù verso il fiume e si è messo a gridare: “Costanza cosa fai lì? Perché stai ferma a quel modo vicino all’acqua? Sei sicura di stare bene?” Lei ricorda di essersi messa a ridere e, così facendo, di aver tranquillizzato il suo potenziale soccorritore.

Le ho chiesto cosa facesse così vicina all’acqua e lei mi ha risposto che le piace guardare il fiume da vicino. Ancora adesso che ha novantadue anni, ogni tanto scende dall’argine fino a pelo d’acqua, cosa abbastanza pericolosa, perché se mai le dovesse venire un giramento di testa o un malore improvviso, rischia di finire direttamente in acqua e di essere trascinata dalla corrente. È vero che sa nuotare molto bene, ma questa sua abitudine mi sembra comunque non più adatta alla sua età.

Una volta ho provato a dirglielo e lei mi ha risposto “Non me ne importa proprio nulla, guardare l’acqua da vicino è come ricaricare la mia pila interna. L’energia del fiume che scorre passa nel mio sangue, recupero vita dall’ambiente. Inoltre, l’acqua è molto bella da vedere. Sempre uguale e sempre diversa, sa rasserenare e divertire.”

Le ho chiesto perché ritenga l’acqua divertente e lei mi ha detto “Perché è viva! Se tu la guardi scorrere da vicino vedi piccoli insetti, piccoli pesci, tronchi e foglie, lumache. Io mi diverto. Guardo l’acqua che scorre e mi sento meglio, leggera. È tutto vero, naturale, imprevedibile e curioso. Lo scorrere del fiume visto da vicino è contemporaneamente un evento grande e piccolo. È grande perché riguarda l’intero fiume, è piccolo perché riguarda anche il più minuscolo degli insetti.”

La zia ama particolarmente le anse del fiume. Nelle anse l’acqua rallenta mentre curva. Questo scorrere più lento crea un microclima particolare, davvero unico. La temperatura è più alta e, con un maggiore tasso di umidità, le larve si sviluppano meglio e le uova dei pesci si schiudono con facilità. La vegetazione è particolarmente rigogliosa e, in primavera, sbocciano tanti fiori.

Inoltre, le anse dei fiumi sono una protezione naturale dalle esondazioni e dalle varie maledizioni che l’acqua può portare. Sono infatti proprio le anse che rallentano il cammino dell’acqua la quale, scorrendo più lentamente, penetra meglio nel terreno e, così facendo, diminuisce la portata complessiva del greto, diventando un rimedio naturale contro le esondazioni.

Le anse sono anche molto belle da vedere. Le foglie sono verdissime e i pesci si avvicinano molto a riva per magiare. Lì si sta in pace. Se guardi il cielo lo vedi, se ascolti la natura, la senti. Con meno poesia è meglio usare un berretto, il repellente per le zanzare e le calze, prima che qualche insetto decida di abitare nei tuoi pantaloni e di verificare quanto il tuo sangue sia succulento.

La magia della natura non è mai assoluta, è la nostra capacità di apprezzarne la parte edificante che fa la differenza.

I gatti graffiano, i cani mordono, i piccioni sporcano ovunque, le nutrie fanno paura perché sembrano dei grandi topi aggressivi. In realtà non so se tutto questo odio verso le nutrie sia giustificato dalla loro conformazione fisica e dalle loro abitudini. Mi sembra però che il loro aspetto contribuisca a rendere questi animali odiosi.

C’è stato un periodo intorno al 2025 in cui le nutrie erano così tante, che i cacciatori della zona le hanno sterminate con i fucili. In quel lontano 2025 la zia era una cinquantenne molto arzilla e si ricorda con una certa apprensione lo sterminio di quegli animali. Credo che le abbia fatto impressione, anche perché ricorda mucchi di cadaveri sui cigli delle strade.

Da allora di tempo ne è passato tanto e lei continua a scendere a pelo d’acqua e a guardare il fiume come se fosse una novità. Speriamo che il suo piede guarisca definitivamente e che lei possa riprendere le sue solitarie passeggiate. Le fanno bene al corpo e allo spirito. Altrimenti un giorno o l’altro finirà per arrabbiarsi per un nonnulla e per prendersela con qualche malcapitato.

Su e giù per via Santon Rosa la conoscono tutti. L’attuale fornaio, che ha il negozio sull’angolo della via, si chiama Axel ed è il figlio del fratello di Camilla, la fornaia amica della zia che è andata in pensione quindici anni fa, lasciando il minimarket al nipote. Axel è laureato in economia degli spostamenti materiali e si occupa di teletrasporto di particelle viventi, oltre a questo gestisce il negozio.

Ha assunto una commessa che vende il pane e lui si occupa degli acquisti e della gestione contabile. La commessa si chiama Levante Azzurra Azzini e la chiamano tutti Leaz. Leaz è gentile ed efficiente, Axel ha scelto bene. La ragazza ha gli occhi azzurri, i capelli verdi (dice che adesso si usa così), non è molto alta e ha una corporatura robusta. Ha un seno prominente e piace molto ai clienti maschi. Mi chiedo se Axel l’abbia scelta anche per questo.

Due giorni fa sono andata in negozio e Leaz mi ha chiesto del piede di Costanza. Le ho raccontato quel che ci hanno detto i medici di Trescia, così adesso tutta Pontalba è aggiornata sui miglioramenti del metatarso della zia.

I negozi di paese sono così, sono dei costruttori efficienti di notizie e dei ripetitori importanti di novità. Se vuoi sapere ciò che sta succedendo a Pontalba, devi ascoltare quel che dice la gente nei negozi. Non importa che la notizia sia oggettivamente vera, o meglio, i gradi di oggettività possono essere molto diversi. Può capitare che la notizia sia solo arricchita di qualche particolare inutile e finto, ma il nocciolo della questione è che sia verificabile.

Oppure ti imbatti in una notizia falsa, che nessuno sa dove si sia generata. Qualcuno ha interpretato male dei pezzi di informazione, non li ha coerentemente assemblati, oppure si è inventato un evento di sana pianta e l’ha spacciato per vero con fini che, solo qualche volta, si riesce a riscostruire. Tutto questo succede in un paese piccolo e anche in tutti i paesi del mondo.

Tutto questo è comunque importante, perché è una delle fonti primarie di socialità. Anche smascherare le false novità fa parte dei fini che garantisce la conversazione che si svolge nei negozi. È un habitat di notizie, un contenitore di invenzioni e di relazioni necessarie perché la gente è così, perché le interazioni tra le persone sono così.

Perché la cattiveria e la bontà si manifestano quasi sempre nello stesso modo e qui ci sono entrambe, come dappertutto.

La zia ricorda un episodio di quando era piccola che porta sempre come esempio delle stranezze che possono succedere in un paese e di come la realtà sia una definizione che può degenerare non poco. Costanza racconta che quando aveva dodici anni, un giorno sua madre Anna, tornando da scuola, si è presa uno spavento terribile, perché ha visto il parroco entrare nella casa di nostro zio Celeste che abitava in piazza.

È arrivata a casa, ha depositato la borsa ed è riuscita di corsa, risalendo verso la piazza per verificare che non fosse successo niente di grave allo zio. Mentre correva, una persona l’ha fermata per dirle che Celeste era morto. Così, con le lacrime agli occhi e il dispiacere nel cuore la nonna è arrivata a casa dello zio, è entrata dalla porta che dava direttamente sulla cucina ed è rimasta di stucco.

Lo zio Celeste era seduto a tavola e stava pranzando con un piatto di tortelli di zucca. Presa alla sprovvista, la nonna Anna è riuscita a stento a trattenere le lacrime. È poi tornata a casa mezza sollevata e mezza arrabbiata per quella malefica fabbrica di notizie locali che l’aveva spaventata tanto.

Ma non è finita qui, il giorno dopo la nonna ha incontrato Paola, la figlia dello zio Celeste che le ha detto: “Che ci sei venuta a fare a casa mia ieri? Hanno detto anche a te che mio padre era morto?”. Così mia nonna ha raccontato l’intera storia a Paola ed entrambe, un po’ perplesse e un po’ stranite, hanno finto per riderci su.

La vita di paese è bizzarra, a volte divertente, a volte triste, spesso imprevedibile e, qualche rara volta, paradossalmente tragica.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

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Il parco è ferito a morte ma i responsabili dovranno risponderne.
Il durissimo J’Accuse di Italia Nostra

Non ci sarebbe nulla da aggiungere alle parole di Italia Nostra, si tratta un intervento di respiro alto, ma insieme, documentato e durissimo. Forse solo un grazie da parte di Periscopio (di chi lo scrive e di chi lo legge) a Italia Nostra, ai tanti cocciutissimi volontari del Comitato Save The Park, alle decine di migliaia di cittadini – di ogni parte politica – che hanno chiesto in ogni modo e maniera al Sindaco e alla Giunta di Ferrara di fermarsi, di non commettere un “delitto ambientale” cosi scellerato.  Ora il Parco Urbano Bassani è ferito a morte. Ma nessuno ha intenzione di arrendersi. Nemmeno questo piccolo giornale. Anche io, come Italia Nostra, penso che questa pratica amministrativa dettata dalla ignoranza e dalla volgarità, questo insulto alla identità e alla memoria di Ferrara, verrà giudicato e condannato. Il Parco Urbano tornerà alla cifra unica e geniale con cui era stato ideato e realizzato. Non so quando noi ferraresi saremo risarciti, spero il prima possibile, ma se Sindaco e compagnia continueranno a non ascoltare ragioni,  per fare i conti dovremo aspettare le elezioni amministrative del prossimo giugno.
(Francesco Monini)

A DIFESA DELLA VOCAZIONE ECOLOGICA DEL PARCO URBANO

Il Parco Urbano di Ferrara fu pensato e voluto nel Piano Regolatore del 1975 come parco-campagna, un territorio di circa 1200 ettari posto a nord della città, che univa il centro storico al Po, sostanzialmente inedificato e da mantenere tale, in seguito protetto dal Piano Paesistico Regionale come “zona di particolare interesse paesaggistico ambientale”, confinante con la zona di protezione integrale (art.25 del Piano Paesistico) della sponda del Po ed in particolare dell’Isola Bianca.

Nel 1996 il progetto di “Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali del Parco Urbano di Ferrara”, redatto dal Comune e finanziato dalla Regione (purtroppo attuato solo in parte), ha ribadito la vocazione ecologica del Parco Urbano, polmone verde della città, nel frattempo collegato al parco delle Mura, pur riconoscendo compatibile la presenza di attrezzature per lo sport (strutture del Centro Sportivo Universitario, piscina e campo da golf, in gran parte preesistenti).

Dal 1975 ad oggi la vocazione del Parco non è mai stata messa in discussione e i valori ambientali in esso presenti si sono consolidati nel tempo soprattutto nella parte di proprietà pubblica, compresa la parziale rinaturalizzazione della ex discarica di inerti. Il Parco Urbano è stato finora il fiore all’occhiello dell’urbanistica di questa città.

Forse proprio per questo la nuova Amministrazione Comunale ha dichiarato fin dal proprio insediamento e attuato, senza alcun confronto, una diversa visione della parte pubblica del Parco, trasformandola in luogo attrezzato per spettacoli, fiere e altre manifestazioni con grande affluenza di pubblico, fruibile anche nelle ore notturne, il tutto palesemente in contrasto con la vocazione naturalistica del Parco e con le norme che la tutelano.

Le prime manifestazioni hanno avuto effetti devastanti (documentati), ma ancor più devastanti sono stati i successivi lavori “di ripristino”:
strade d’accesso raddoppiate, sentieri pedonali e ciclabili sostituiti con strade di 4 e 6 metri di carreggiata, con fondo di asfalto mascherato da una spolveratura superiore di ghiaia fine: nessun progetto presentato e da discutere, nessuna competenza paesaggistica con cui confrontarsi, nessuna attenzione alle norme più elementari di ingegneria ambientale in un’area protetta.

Italia Nostra ha richiesto alla Provincia, ente preposto alla verifica del rispetto dei valori ambientali del territorio, se ciò che è stato fatto è legittimo. Le eventuali responsabilità saranno verificate chiarite e, in caso di irregolarità, chi di dovere ne risponderà.

Certamente, in questa inconcepibile vicenda, non sono state rispettate le regole più elementari della convivenza democratica.

In passato la natura del Parco Urbano corse un pericolo anche più grave quando, alla fine degli anni Settanta, un gruppo di progettisti dell’Università di Venezia, guidati da Carlo Aymonino, su incarico dell’amministrazione comunale proposero, tra l’altro, nel cuore della parte pubblica del Parco, una sorta di grande piazza circondata da strutture fisse per manifestazioni e spettacoli. Il progetto fu presentato, discusso e prevalse la ragione, riconoscendo preminenti i valori naturalistici e ambientali del Parco, all’interno di un percorso di normale prassi democratica.

Oggi tutto è stato deciso ed eseguito senza alcuna possibilità reale di confronto. Non si può inoltre che restare sconcertati dal ruolo che gli organismi direttivi del Teatro Comunale hanno accettato di svolgere in questa vicenda.

Italia Nostra continuerà a battersi contro lo snaturamento del Parco Urbano e perché Ferrara venga dotata di strutture adatte ad ospitare grandi concerti e grandi manifestazioni in luogo adatto e diverso dal Parco Urbano della città.

La parte pubblica del Parco Urbano è stata intestata a Giorgio Bassani, anche su richiesta di Italia Nostra, perché il parco rappresentava per Ferrara la realizzazione del sogno urbanistico di Paolo Ravenna, di Antonio Cederna e dello stesso Bassani, in quegli anni presidente nazionale dell’Associazione.
E’ doveroso chiedersi, finché continua il tentativo di snaturamento del Parco, se quella intestazione ha ancora senso, o se non rischia di essere una offesa alla memoria e al pensiero di Bassani, a partire da quelle inqualificabili scritte poste a terra negli ingressi del Parco con il nome dello scrittore a caratteri cubitali: nulla di più estraneo al carattere, alla sensibilità ambientale, alle qualità umane, al modo di essere e alla poetica stessa del grande scrittore.

Il Consiglio Direttivo della sezione di Italia Nostra di Ferrara

In copertina; le superstrade asfaltate del nuovo parco urbano – Foto di Italia Nostra

Amnesty: molti sopravvissuti smentiscono le autorità greche: serve un’indagine sul naufragio di Pylos

di Riccardo Noury
portavoce di Amnesty International Italia

Tra il 4 e il 13 luglio una delegazione di Amnesty International e Human Rights Watch ha visitato la Grecia per svolgere ricerche sulle circostanze del naufragio del 14 giugno al largo di Pylos, costato la vita a oltre 600 persone e su quanto si stava facendo per accertare le responsabilità.

Le prime osservazioni della delegazione hanno confermato le preoccupazioni espresse da varie altre fonti sulla dinamica del naufragio.

In un incontro con la delegazione, alti funzionari della Guardia costiera greca hanno dichiarato che le persone a bordo del peschereccio si erano limitate a chiedere cibo e acqua e avevano espresso l’intenzione di proseguire la navigazione verso l’Italia. L’imbarcazione della Guardia costiera aveva accostato al peschereccio utilizzando una corda per capire se chi era a bordo volesse aiuto. Dopo i primi “negoziati”, la corda era stata lanciata indietro e il peschereccio aveva ripreso la navigazione.

Invece, molti dei 104 sopravvissuti hanno concordemente dichiarato che un’imbarcazione della Guardia costiera giunta sul posto attaccò una corda al peschereccio “Adriana”, con 750 persone a bordo, e iniziò a trainarlo, facendolo prima oscillare e poi inabissare. Hanno aggiunto che le persone a bordo avevano chiesto di essere soccorse e che, ore prima del naufragio, avevano sollecitato aiuto con un telefono satellitare.

Le profonde discrepanze tra le testimonianze dei sopravvissuti e la versione fornita dalle autorità greche rendono urgentemente necessaria, secondo Amnesty International e Human Rights Watch, un’indagine efficace, indipendente e imparziale.

Le autorità greche sono note per il mancato accertamento delle responsabilità per i respingimenti, violenti e illegali, alle loro frontiere. Ciò solleva preoccupazioni rispetto alla loro capacità e volontà di svolgere indagini efficaci e indipendenti sul naufragio di Pylos.

Anche in occasione del naufragio del 2014 presso l’isola di Farmakonisi, i sopravvissuti avevano accusato la Guardia costiera greca di aver fatto manovre azzardate per trainare la loro imbarcazione verso le acque della Turchia. Nel 2022 la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Grecia per avere mal gestito le operazioni di soccorso e per non aver indagato adeguatamente, in particolare riguardo alla gestione delle testimonianze dei sopravvissuti.

Parallelamente all’indagine greca, l’Ombudsman dell’Unione europea ha annunciato l’intenzione di aprire un’indagine sul ruolo di Frontex nelle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, compreso il naufragio del peschereccio “Adriana”. Sono in gioco importanti aspetti del ruolo, delle prassi e dei protocolli dell’agenzia e riguardo a cosa questa abbia fatto per rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale e delle leggi dell’Unione europea riguardo a questo e ad altri naufragi.

Riccardo Noury è dal 2003 il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione per la difesa dei diritti umani di cui fa parte dal 1980. Ha scritto “Non sopportiamo la tortura” (Rizzoli Libri Illustrati, 2001), “Poesie da Guantánamo” (2007), “La testa altrove” (Infinito Edizioni, 2020), “La stessa lotta, la stessa ragione” (People Pub, 2020) e “Molla chi boia. La lenta fine della pena di morte negli Usa” (Infinito Edizioni, 2022). È coautore di “Un errore capitale” (Edizioni Cultura della pace, 1998) e “Srebrenica. La giustizia negata” (Infinito Edizioni, 2015). Ha curato “I dimenticati. Coloro che non sono ripartiti dopo la pandemia” (Infinito Edizioni, 2020) e “Le donne di Minsk” (Infinito Edizioni, 2021). Dal 2003 è responsabile dell’edizione italiana del Rapporto annuale di Amnesty International. Scrive, attraverso i suoi blog, su Corriere della Sera, Fatto quotidiano, Focus on Africa, Articolo 21 e Pressenza.

Diario in pubblico /
Ancora cronache dal ‘Laido’

Diario in pubblico. Ancora cronache dal ‘Laido’ 

Sabato 29 luglio un silenzio tombale cade sulla via Zanella: né frese, né martelli pneumatici, né motoseghe. Stupiti i pelosi di casa non si danno per vinti e interrogano, strofinando con il muso il vicino di casa umano o no. Che succede?

Cautamente finestre da tempo chiuse s’aprono al sole, ancor più frenetiche le spazzatrici del Lido riprendono in mano l’arma del potere, la scopa e inneggiano alla Spigolatrice di Sapri, di cui è giusto riportare il testo integrale di Mercantini:

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/
era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/
all’isola di Ponza s’è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/
s’è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra./

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s’inchinaron per baciar la terra,/
ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./
Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/
e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro/ un giovin camminava innanzi a loro./
Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./
Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»/

Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./
Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;/
ma quando fur della Certosa ai muri,/ s’udirono a suonar trombe e tamburi;/
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./

Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/
ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/
fin che pugnar vid’io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/
io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro./

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

L’illusione dura poco. Con un crescendo beethoveniano ritmato dal gorgheggio del capo squadra la sinfonia riprende sempre più forte fino a raggiungere l’usata acutezza di volume. Poi cominciano le spazzolature anche di colleghi maschi della terza/quarta età che s’industriano a levare ogni ago di pino che vien loro sotto la scopa. Mi guardo intorno e rimango accecato da nastri lucenti che sventolano da ogni terrazzo o da ogni balcone. Sono consigliati anche in giornali autorevoli per evitare che il terribile gabbiano scacazzi dove non deve.

Mi abbatto sconsolato nella poltrona in balcone e guardo il passeggio(!) sulla strada. E riscontro giovani seminudi con enormi code, che solo guardando il petto s’indovina a quale sesso appartengono. Camminano serissimi seguendo una guida che non è altro che lo smartphone tenuto come una reliquia. Poi signore in carne addobbatissime, che trascinano borsoni enormi tutti frangiati, seguiti o preceduti da signori, probabilmente loro compagni o sposi, che espongono sempre a mo’ di reliquia i cartoni delle pizze o delle paste.

Dal bagno giungono note di qualche canzone, mentre alla sera rigorosamente non oltre le 11:30, leziose vocette invitano ad alzare le mani seguendo l’insegnamento dei programmi televisivi più popolari. Comunque, il refrigerio dei pini allevia la banalità del luogo e m’incanto ad accarezzare con gli occhi le splendide piante fiorite che il buon Ivo, pazientemente al servizio del divoratore di fiori, conduce in giro per vivai sconsolatamente semivuoti. Benny scuote sconsolato il ricciuto orecchione e, tra una carezza e l’altra di Irina, esprime la sua decisa opposizione a così esagerato amore fluribondo.

Mi spingo sul viale a controllare il nuovo assestamento della passeggiata. Non mi esprimo, ma certo meglio dei monumenta un tempo imperanti.

E così è arrivato agosto, senza il ritornello amore mio non ti conosco… Anzi! Guardo con imbarazzo i lavori che mi aspettano e sogno… sogno antichi tempi quando i luoghi della villeggiatura erano perle preziose lucenti negli oceani.

Ma ad ognuno – ora – il suo.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Storie in pellicola /
JFF+ INDEPENDENT CINEMA 2023

Per chi ama il cinema giapponese, l’Istituto Giapponese di Cultura di Roma promuove il Japan Film Festival / JFF, dodici film indipendenti in streaming gratuito

Tre mesi di streaming gratuito no-stop – dal 1° agosto al 31 ottobre 2023 – per scoprire una cinematografia altrimenti ‘invisibile’ e un Giappone meno noto e raccontato, comodamente seduti nel salotto di casa armati solo di curiosità, un computer o una tv e un indirizzo e-mail: tanto basta per aprire le porte al JFF+ INDEPENDENT CINEMA 2023.

Lanciato a gennaio 2023, il JFF+ INDEPENDENT CINEMA – festival dedicato al cinema giapponese indipendente – è stato seguito in oltre 150 paesi e regioni del mondo, tra cui Indonesia, Stati Uniti, Australia, Messico e Italia, suscitando l’interesse di un pubblico eterogeneo.

Organizzato da The Japan Foundation in collaborazione con i gestori di alcuni Mini-Theaters (cinema indipendenti) giapponesi, il festival ha trovato eco su molti media stranieri, grazie all’attività di diffusione svolta dalle sedi estere di The Japan Foundation, tra cui – per l’Italia – l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma appunto.

Il secondo appuntamento con il JFF+ INDEPENDENT CINEMA 2023 è in programma dalle ore 10.00 del 1° agosto fino al 31 ottobre.

Dodici i film in programmadieci frutto della selezione dei comitati di gestione dei Mini-Theaters, cui si aggiungono due titoli scelti dal giornalista Xu Haochen (Program Advisor, Shanghai International Film Festival) e dal critico cinematografico Mark Schilling (The Japan TimesVariety e Screen International). Per capire il ruolo del cinema indipendente, basti pensare che il 70% dei quasi 1300 film usciti in Giappone nel 2019, prima del COVID-19, sono stati proiettati nelle piccole sale cinematografiche.

Ad arricchire l’offerta del festival contribuiranno una serie di filmati di presentazione dei cinema indipendentiarticoli e alcuni video-contributi a cura di addetti ai lavori, con lo scopo di illustrare la situazione attuale del cinema indipendente giapponese nelle varie zone dell’arcipelago e offrire letture da prospettive diverse.

Tutti i film in programma sono in V.O. giapponese con sottotitoli in più lingue, tra cui l’inglese.

12 film indipendenti in streaming GRATUITO (necessaria la registrazione del proprio indirizzo e-mail), SITO WEB, in lingua giapponese e inglese

Per l’elenco completo dei film vedere il SITO.

Organizzato da: The Japan Foundation, in collaborazione con: Japan Community Cinema Center e: CINEMA IRIS (Hakodate, prefettura di Hokkaido) | Cinema de Aeru (Miyako, prefettura di Iwate) | fukaya cinema (Fukaya, prefettura di Saitama) | Cinekoya (Fujisawa, prefettura di Kanagawa) | Ueda Eigeki (Ueda, prefettura di Nagano) | Motomachi Movie Theater (Kobe, prefettura di Hyogo) | jig theater (Tohaku, prefettura di Tottori) | Cinema Onomichi (Onomichi, prefettura di Hiroshima) | THEATER ENYA (Karatsu, prefettura di Saga) | Sakurazaka Theater (Naha, prefettura di Okinawa)

Canale Youtube JFF

Il direttore dell’ospedale di Jenin, Cisgiordania:
“La nuova generazione è una bomba con la miccia innescata dalla rabbia e dalla sete di vendetta.

di Alessia Riccì
da pressenza del 03 agosto 2023

“Per mettere fine alla spirale di morte e distruzione è cruciale che la comunità internazionale si impegni con determinazione per porre fine all’occupazione israeliana nei territori palestinesi. La popolazione è psicologicamente distrutta. La nuova generazione è intrisa di sangue e violenza. Siamo molto preoccupati: per ogni morto palestinese negli scontri con l’esercito israeliano, almeno 10 bambini sono pronti a farsi saltare in aria. Una escalation che non serve a nessuno. Per il bene di tutti, di Israele, della Palestina, della comunità internazionale, bisogna mettere fine al regime di occupazione che Israele esercita illegalmente nei territori palestinesi.” Questo il messaggio del Dr. Muhammad Abu Ghali, Direttore generale del Khalil Suleiman Government Hospital, l’ospedale pubblico della città di Jenin, hotspot nel nord della Cisgiordiania, oggetto di raid israeliani il 3 e 4 luglio scorsi.

A un mese dall’irruzione dell’esercito di Netanyahu nel campo profughi di Jenin, la tensione riprende altissima in queste ore. I bulldozer israeliani sono dispiegati a Jalamah, città di confine a 5 km da Jenin. Un nuovo attacco è annunciato dal governo israeliano e atteso dalla popolazione civile locale da un momento all’altro.

“Non forniamo supporto psicologico nel nosocomio, ma siamo estremamente consapevoli e allarmati per la nuova generazione: è una bomba a orologeria con la miccia innescata dalla rabbia e dalla sete di vendetta. Ogni famiglia qui ha almeno un caso di morte da piangere. I bambini non hanno sogni, né speranze, non credono nel futuro: è una situazione drammatica.”

Il Khalil Suleiman Government Hospital è l’unico ospedale pubblico di Jenin, serve circa 300.000 persone disponendo delle principali unità mediche: pronto soccorso, chirurgia, pediatria, maternità, terapia intensiva, dialisi renale, thalassemia, chemioterapia.

Conta su 300 posti letto per i ricoveri e su 80 ambulatoriali. Il tasso medio di occupazione è del 95%: numeri che tradiscono una risposta insufficiente ai reali bisogni di assistenza.

Confina, letteralmente, con il campo profughi di Jenin: una prossimità nefasta per l’ospedale perché in caso di attacchi al primo, inevitabilmente ne risente il secondo. Esattamente come verificatosi nei giorni dei raid il 3 e 4 luglio scorsi.

È cronaca di quelle ore infatti che gas lacrimogeni e proiettili hanno raggiunto il pronto soccorso della struttura rendendolo inutilizzabile, provocando il soffocamento di pazienti e del personale medico e infermieristico. Una capsula dell’aerosol chimico è ancora presente sulla terrazza che sovrasta l’accesso principale alla struttura, cui si accede dall’ufficio del Direttore. Fori di proiettili sono visibili sulle scale esterne dell’edificio.

Testimonianze chiare e inequivocabili del fatto che l’ospedale sia stato colpito direttamente dall’esercito israeliano, come ampiamente riportato dai media nelle cronache di quelle giornate e come sommessamente riconosciuto dall’esercito stesso a margine degli eventi.

Durante il nostro colloquio sottolinea a più riprese l’importanza di spostare la struttura in una zona più sicura della città. Nelle ore di attacco al campo, le strade in prossimità erano sbaragliate. Molti pazienti non hanno potuto raggiungere la struttura per l’ostruzione dei militari, dovendo ripiegare su altri nosocomi, privati, dove l’assistenza ha un costo. Strade distrutte, presidiate e inaccessibili, hanno determinato una dilazione temporale insostenibile anche per il personale medico che si precipitava sul luogo di lavoro per prestare soccorso. Poi ci mostra un video del suo arrivo in ospedale alle 3 di mattina nel primo giorno di attacchi: 100 metri di strada che normalmente si percorrono in pochi secondi, sono riportati in una clip di 9 minuti, ritardi cruciali in situazioni estreme. In quei giorni, l’ospedale governativo ha accolto 85 feriti di cui 25 in condizioni estreme. Più di 150 i feriti totali trattati a Jenin. “Senza il supporto strategico delle strutture private, sarebbe stata una catastrofe considerando la capacità dell’ospedale che dispone di sole 4 sale operatorie”.

Delle 12 persone morte nei raid, 7 sono decedute nelle corsie di questo ospedale.

Il conflitto israelo-palestinese sta vivendo il periodo più violento dalla seconda Intifada: da inizio anno più di 200 persone sono state uccise in West Bank. Le voci delle donne, raccolte nel campo profughi, sottolineano tutte lo stesso messaggio, allineato a quello del Direttore del Khalil Suleiman Government Hospital: “L’attenzione verso i bambini di Jenin deve essere almeno doppia rispetto a quella di altre aree della Palestina. Qui non esiste l’infanzia, si nasce adulti, si diventa professionisti della guerra già dai primi anni di vita: è una generazione esplosiva.” 

I ragazzini e le ragazzine nelle strade polverose e distrutte dai tank sorridono e fanno il verso del mitra con le due mani: “da grande voglio fare il martire”. Prima di andare a scuola la mattina, vanno al cimitero di fronte per pregare sulle tombe dei morti ammazzati. I bambini di Jenin non hanno paura degli scontri, dei bulldozer, dei cecchini, dei gas lacrimogeni.

Le madri vivono nell’impotenza: “Non esercitiamo più il ruolo naturale di sostegno e protezione verso i nostri figli. Troppo spesso perdiamo il controllo su di loro e non possiamo evitare che si uniscano alla resistenza. Nessuno è esente dal dolore qui, tutti hanno un morto caro da pregare. L’occupazione, la violenza, l’apartheid è un cancro diffuso nel corpo di ciascuno e della popolazione intera. Jenin è un’isola deserta e noi siamo morti dentro, nei sentimenti, nella speranza. Non vogliamo razioni alimentari, aiuti umanitari. Vogliamo pace e sicurezza, una vita normale per i nostri figli

Cover: Cisgiordania, ospedale pubblico di Jenin – foto di Alessia-Ricci

Lolita Ciaves del consiglio del popolo K’iche’ Maya: “non abbiamo terra perché è stata tutta acquistata dagli oligarchi del Guatemala. Noi siamo maya, ma ci chiamano indio, esseri inferiori”.

Noi chiamiamo gli invasori ‘Jankis de muerda. Ma Il popolo K’iche’ ha deciso: i colonialisti non entrano più nei nostri territori. La gente K’iche’ è felice di aver preso questa decisione ma sa che dovrà lottare per difendere i propri diritti

È vestita con abiti tradizionali maya. Ci chiede da che parte sorge il sole, stende a terra una bandiera, che rappresenta la terra del suo popolo. Abiayala: il sangue che scorre libero, è il nome che usano per indicare il popolo americano pre-coloniale. Abiayale. Il Popolo maya – K’iche’ Maya  – nella loro lingua ancestrale.
Il 24 giugno scorso, alla Biblioteca Popolare Giardino, si è tenuto un incontro che ha destato forti emozioni tra le persone che vi hanno partecipato. “Le super potenze non ci rispettano“, dice Lolita Claves, “colonizzano, invadono, militarizzano, e ora siamo alla 4 ^ invasione. Noi chiamiamo gli invasori ‘Jankis de muerda’.”
Anti imperialista, anti patriarcale, anti liberalità, la sua vita è  diventata difficile da quando è  entrata nel consiglio del popolo K’iche’ Maya. Per la difesa dei loro valori: difesa della vita, della madre natura.
K’i : significa tanti, noi popoli ancestrali; che’ (pronuncia “ce”): alberi, i nostri fratelli e sorelle maggiori.

Siamo senza acqua perché ce la rubano“, Lolita parla con calore e dolore, “non abbiamo terra perché è stata tutta acquistata dai latifondisti, oligarchi del Guatemala. Per questo abbiamo deciso di organizzarci: per la difesa del nostro territorio. Noi siamo maya, ma ci chiamano indio, esseri inferiori“.
Luis Solano ha dato loro le mappe dei territori dove vivono le comunità K’iche’ e con assemblee pubbliche comunitarie hanno informato il popolo di quello che succede.
Hanno elaborato del piani per sensibilizzare il popolo attraverso l’educazione, la musica hip hop, le fieste, hanno sfruttato la chiesa perché attira molte persone, soprattutto nelle località controllate dall’estrema destra. Ci chiamano streghe, io sono orgogliosa di essere chiamata strega“, afferma Lolita. Lei è orgogliosa di non credere in dio, lei crede nell’armonia della natura e del cosmo.
Il suo intervento è un fiume in piena. “All’inizio eravamo solo 7 comunità. Annibale Quadra, un guerrigliero, ci ha dato una mano, ha fatto una mappatura delle comunità,  elaborando strategie. Ora sono 84 comunità. L’appuntamento è viso a viso, gli accordi sono patti bilaterali presi dai partecipanti all’assemblea che rappresenta 107 comunità. 25 mila persone hanno detto di no: vogliono vivere liberi, senza governo, solo il popolo, che prende le decisioni in assemblea, con autodeterminazione.  Il popolo K’iche’ ha deciso: i colonialisti non entrano più nei nostri territori. La gente K’iche’ è felice di aver preso questa decisione ma sa che dovrà lottare per difendere i propri diritti”.

Hanno subito pressione internazionale, non solo sud americana, ma anche mondiale, contro queste potenze ci sono solo loro, le comunità che vivono nello stato del Guatemala, che difendono il proprio territorio. Sono sempre in allerta. Il popolo K’iche’ è un popolo guerriero. Tutti lo sanno. Hanno bloccato 37 concessioni minerarie e molte imprese idriche che volevano rubare la loro acqua.

Il marchio ufficiale del Collettivo Abiayala

Ma è arrivata la compagnia che ricerca il legno pregiato, che si fa proteggere da  truppe militari, mercenari potentissimi,  molto violenti: i Caibiles. Stanno usando la strategia del terrore.  Smembrano la gente viva e lasciano i pezzi in giro come monito.
Erano 4 portavoce del popolo K’iche’ sono rimasti in 2. Lolita ha subito 16 attentati, hanno picchiato suo marito, hanno ucciso molti compagni. Hanno organizzato delle vere e proprie campagne mediatiche contro di lei.
Nel 2017 è uscita con uno zaino per verificare una informazione.  Ha subito un attentato. È  scappata, da allora non è più riuscita a rientrare perché hanno montato molte accuse (false) contro di lei.
L’Europa, non comprende il dramma che stiamo vivendo: noi siamo difensori, vittime, non terroristi“, continua Lolita. “La Banca Mondiale ha attuato due progetti, che in realtà  sono  di sfruttamento.  Gli europei sono stati piegati dalla logica del liberalismo. Noi siamo la risposta. Oxfam è una multinazionale. Florentino Perez Rodriguez, il proprietario del Real Madrid, ha un impresa idroelettrica in Guatemala“. Interessante il profilo che di questo potente imprenditore ne fa la Rivista Undici  [Vedi qui]

 

Quando lei, esule in Spagna. ha denunciato questo fatto, che ai suoi occhi appare come un’incongruenza,  le hanno tolto la protezione.
L’unico posto dove non ha problemi sono i Paesi Baschi, dove, per mantenersi, si occupa di medicina naturale. Lolita, questa piccola donna forte e fiera, conclude dicendo che “stare in comunità è l’unico modo per rimanere vivi“.
Lei sostiene di essere parte di un Cammino cosmico politico, come i Mapuce in Cile, che lei appoggia.
Lolita Ciaves una  combattente, gira l’Europa per far conoscere la vicenda del suo popolo, l’altra faccia quella che si oppone al consumismo occidentale.
Ci esorta a creare una rete, a diffondere, a sensibilizzare i giovani europei riguardo al rispetto del nostro pianeta, della natura, delle tradizioni ed anche, soprattutto,  riguardo al  significato della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli.

Cover:  Giugno 2023.  incontro con Ana Enamorado del Movimento Migrante Mesoamericano e Lolita Chavez del CPK intervistate da Ugo Zamburru il 24 giugno scorso all’incontro alla Biblioteca Popolare Giardino

Parole a capo
Paola Di Toro: “Chimica” e altre poesie

Le emozioni sono tanto più forti quanto più il rapporto è precario azzardoso insicuro.
(Italo Calvino)

Verde

Stai sicura, ogni cosa evidente
ha la sua preistoria,
prima che si sveni
come il sole in punta alle fotinie.
C’è una stasi, di pazienza millenaria
che fa incavo al centro dello sterno.
C’è un silenzio capillare tra terra e cielo
prima di invasare
il verde a raffica.

*

Qualcosa sempre sfugge alle congiure;
il cielo grigio, cifra ogni cosa lontana
che a perdita d’occhio non c’è estate.
Eppure, per un dono di radici,
avvampa la carne delle rose
-e tu, che dicevi di sparire.

 

Io sono la vita

Di certi giorni
così addentrati al mistero
non bisogna far domanda.
Bisogna stringerli in pugno
come amuleti
o sassi lunari passati
di mano in mano.
Guardare costernati
la costellazione
degli oggetti quotidiani,
con quella luce dei gesti
conficcata nella materia
a far strepito nel vuoto.
Scorrere fluidi, vitali
sottopelle al tramonto
lungo l’arteria dei papaveri
che va verso casa.

 

Chimica

Ho bisogno del corpo.
A volte lo sento.
Ingabbiato nelle
chincaglierie dell’anima,
non il contrario.
Ho bisogno del suo
fare appello al braccio
alla gamba, al petto.
Di tutto il suo sapere
simile alla confessione.
Ho bisogno del corpo
del suo essere spora
e sostanza volatile
così, scambiare nutrimento,
cercarlo.
Dire “fame” o dire “ti amo”.

Le cose inutili sono state e sono

ci passano gli anni
a stare lì.

a far colonia alla polvere: segno
dell’aria che c’è passata intorno

dimenticandoci.

 

*

Come scena di pace,
la distanza
apparecchiata
col suo sillabare.
Devo andare
Devo
Un poco
Sempre
Tremiamo
-eppure-
insieme.

*

Come pianeti
stabili
senza rotazione
le pupille
immerse nella stanza,
una cattedrale di luce
dirimpetto al buio.
Come il punto radiale
più immune al nero.
Eppure, nell’abbaglio
perdo le stelle
maestre d’evidenza

Paola di Toro (Campobasso 1975), ha studiato e vive nella città dove è nata. Dopo gli studi classici e la laurea in Giurisprudenza, si specializza in criminologia frequentando un master e un corso, nei quali, oltre alle conoscenze del settore, si rafforza l’interesse per la scrittura e per la poesia. Entrambi strumenti
inequivocabili, capaci di affinare sensibilità e lucidità nella decodificazione dei fenomeni sociologici. Dopo brevi esperienze giornalistiche, partecipa a progetti e ricerche, soprattutto nell’ambito delle problematiche del mondo minorile e della violenza di genere. Scrive articoli su giornali locali. L’amore per la scrittura, in particolare quella poetica, tenuto come passione personale e supporto del tutto privato, viene esplicitato solo in seguito ad una raggiunta consapevolezza, partecipando a premi e concorsi letterari. Riceve menzioni e segnalazioni “per un’autenticità, senza calcoli o aridità concettuali”, è sul podio con “Qui ed ora”, al concorso internazionale di poesia Metamorfosi, e con “Corpo apparente”, al concorso letterario Genius Loci.

 LO SCAFFALE POETICO
Segnalazioni editoriali interne (o contigue) al mondo della poesia.

  • Natalia Bondarenko, Profanerie private,  Guarnerio, 2010
  • Franco Mosca, Lo specchio dell’anima, Albatros, 2021
  • Matteo Bianchi, Il lascito lirico di Corrado Govoni. Dai crepuscoli del Po agli influssi emiliani, Mimesis, 2023

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Il Segretario di Stato USA Blinken si scaglia contro Julian Assange, ma il suo ruggito è soltanto uno squittio

Il Segretario di Stato USA Blinken si scaglia contro Julian Assange, ma il suo ruggito è soltanto uno squittio

Così si direbbe, leggendo le agenzie e i media mainstream.  ADNKronos, ad esempio, ha riportato così le parole pronunciate da Blinken in una conferenza stampa a Brisbane (Australia): “L’estradizione di Julian Assange è necessaria… [perché egli] ha rischiato di causare un danno molto grave alla sicurezza nazionale” degli Stati Uniti.

Ma mettiamo quelle parole nel loro contesto.  Sono, in realtà, meno perentorie di quanto possono sembrare. Blinken ha affermato che le rivelazioni scottanti di crimini di guerra USA in Iraq e in Afghanistan, fatte dal co-fondatore di WikiLeaks in base a documenti secretati, avrebbero “rischiato” di causare danni alla sicurezza nazionale.  Notate che non ha detto “hanno causato,” bensì “hanno rischiato di causare.”

Ciò rappresenta un netto arretramento rispetto alle accuse iniziali contro Assange, secondo le quali il giornalista/editore australiano, con le sue rivelazioni “irresponsabili”, avrebbe effettivamente danneggiato la sicurezza nazionale e inoltre causato le perdita di vite umane.  Leggete a questo proposito l’articolo di Giulia Calvani apparso il 30 luglio sul sito di Free Assange Italia: riporta sia le accuse originali contro Julian Assange, sia la successiva negazione di quelle accuse o il loro ridimensionamento sostanziale.   Blinken, dunque, nel parlare di “rischio” e non di “danni reali”, non fa che riconfermare questo ridimensionamento.

Come? Gli USA pretenderebbero di imprigionare Julian Assange a vita in una cella di isolamento, non per aver effettivamente commesso un crimine, ma soltanto per aver fatto correre un rischio?  Ergastolo per un rischio, peraltro soltanto ipotetico?  Sarebbe questo lo Stato di Diritto?

A questo proposito, l’associazione degli ex-combattenti USA ha rilasciato un documento che afferma che gli unici ad aver messo davvero a rischio vite umane irresponsabilmente sono stati coloro che hanno mentito per trascinare gli USA e i loro alleati in guerre sanguinose ingiustificate.  Proprio la posizione di Julian Assange.

Bisogna contestualizzare la dichiarazione di Blinken anche rispetto alle circostanze in cui è stata fatta.  Blinken aveva accanto a sé sul podio Lloyd AustinSegretario della Difesa ed ex componente del Consiglio di Amministrazione di una delle più grandi industrie di armamenti statunitensi, la Raytheon; Austin era andato con Blinken in Australia per vendere impianti missilistici e per rinforzare la presenza del Pentagono – cioè, per trasformare l’intero continente australe in “una gigantesca base militare con canguri”, per riprendere l’immagine della giornalista australiana Caitlin Johnstone.  Così, avendo il falco Austin alla sua sinistra, Blinken doveva parlare del caso Assange usando toni da falco.

Ma per contestualizzare bene la dichiarazione di Blinken, bisogna anche tener conto di chi aveva alla sua destra, ovvero la Ministra australiana degli Affari Esteri Penny Wong.  Da tempo, il governo guidato dal Premier Antonio Albanese, che Wong rappresenta, viene ferocemente criticato dai membri del suo stesso partito nonché dalle opposizioni per non aver fatto nulla per salvare un concittadino ingiustamente incarcerato (Assange è nato e cresciuto in Australia).  Quindi Albanese aveva bisogno di una dichiarazione di Blinken che attestasse che invece egli aveva realmente perorato la causa di Julian presso le autorità statunitensi – seppure dietro le quinte, invisibilmente, “come vuole la diplomazia”.  E Blinken l’ha accontentato sabato scorso affermando che, effettivamente, il governo Albanese aveva già sollevato con Washington le preoccupazioni degli australiani per Assange, aggiungendo poi che anche gli Stati Uniti hanno le loro “preoccupazioni” riguardanti i rischi alla sicurezza nazionale che Assange avrebbe provocato.  Le parole di Blinken sono dunque da intendere come un salvagente lanciato ad Albanese per fini elettorali interni.  Blinken non poteva non dirle.

La dichiarazione del 29 luglio sulla determinazione degli USA a estradare Assange quasi svanisce nel nulla se la contestualizziamo sul piano temporale.  Il 28 luglio era l’ultimo giorno utile, prima delle vacanze giudiziarie, per consentire all’Alta Corte londinese di rigettare l’ultimo ricorso di Assange e alla polizia giudiziaria di spedirlo, seduta stante, negli Stati Uniti.  (Infatti, l’ordine di estradizione risulta già firmato; l’ha fatto l’allora Ministra degli Interni Priti Patel un anno fa, il 17 giugno 2022).

La matematica non è un’opinione. Tra la richiesta di ricorrere in appello contro la sentenza del Giudice Swift del 6 giugno e l’inizio delle vacanze giudiziarie di agosto corrono ben 55 giorni in cui Assange avrebbe potuto essere estradato: bastava che l’Alta Corte si pronunciasse rigettando di quella richiesta.  Ma durante quei 55 giorni, la Corte non si è pronunciata e il Regno Unito (e gli Stati Uniti) non sembrano aver fatto nulla per sollecitarla a farlo.  La contraddizione è stridente.  Da una parte, si dichiara di volere davvero l’estradizione di Assange ma poi, nella pratica, non si fa il necessario per ottenerla il primo possibile.

E’ lecito ipotizzare perciò che, in realtà, gli USA non vogliono quella estradizione, perlomeno non ora. E’ già cominciata  campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2024 e il Presidente Biden, che corre nuovamente, sarebbe ostacolato da un’estradizione e da un processo impopolari.  Addirittura, si vocifera a Washington che fosse andato su tutte le furie quando ha saputo della sentenza del Giudice Swift, che avvicinava il momento dell’estradizione.

Ma allora cosa vogliono davvero gli Stati Uniti?

I cinici diranno che probabilmente il loro Piano A era semplicemente lasciar morire Julian Assange in prigione a Londra, in attesa di essere estradato, per via della sua salute fragile oppure, colto da una depressione, per suicidio.   Ed effettivamente, nei primi due anni della sua incarcerazione in un buco nero di due metri per tre, 23 ore su 24, Julian mostrava gravi segni di una salute – anche mentale – in deterioramento.

Ma poi, inaspettatamente, negli ultimi due anni è venuta alla riscossa l’opinione pubblica mondiale, grazie all’infaticabile lavoro della moglie Stella Moris e del padre John Shipton, che stanno girando il mondo intero per perorare la causa di Julian.  (In Italia il silenzio stampa sul caso Assange è stato rotto dal libro “Potere Segreto” della giornalista investigativa Stefania Maurizi, il 26 agosto 2021, e dalla puntata su Assange di “Presa Diretta” di Riccardo Iacona quattro giorni dopo.)  Rincuorato dalle notizie dell’appoggio massiccio in tutto il mondo che la moglie gli raccontava durante le ore di visita, Julian ha cominciato a riprendere speranza e vitalità.  Così ha raccontato Stella in una recente apparizione a Roma alla Facoltà di Scienze Politiche.

L’ipotetico Piano A, ovvero l’(auto)eliminazione fisica di Julian Assange, è dunque fallito.  Diciamo “ipotetico” perché non abbiamo le prove che esista; tuttavia, sappiamo, grazie ad alcuni ex agenti della CIA diventati whistleblower, di un piano realmente esistente della CIA per assassinare Assange mentre era rifugiato nell’Ambasciata Ecuadoriana.  Il piano è stato poi accantonato a favore della persecuzione giuridica.

Niente Piano A, dunque.

Ma anche niente Piano B, ovvero la persecuzione giudiziaria.  Infatti, l’estradizione negli USA è diventata meno desiderabile in quanto il caso è diventato ormai troppo scottante, soprattutto in periodo elettorale.

Rimane dunque, agli Stati Uniti, soltanto un (sempre ipotetico) Piano C: la trattativa.

E’ evidente che né gli Stati Uniti né il Regno Unito possono accettare che Julian Assange sia libero e che riattivi il sito WikiLeaks, facendo ogni giorno nuove rivelazioni sui loro misfatti grazie alle soffiate delle tante talpe statunitensi e britanniche che non esiterebbero a denunciare quei misfatti se fosse offerto loro l’anonimato inviolabile che solo il sito WikiLeaks garantisce.  Come farla finita, allora, con l’incarcerazione di Assange, senza esporsi nel contempo a nuove rivelazioni?

La soluzione potrebbe stare nel trattare con Assange per offrirgli la libertà in cambio di una rinuncia a riattivare il sito WikiLeaks. 

Immaginiamo questa ipotetica offerta a Julian: l’esilio in una fattoria isolata dell’Australia, insieme a Stella e ai bambini, ma senza Internet, quindi senza la possibilità di “fare danni” (dal punto di vista USA/UK).  Sarebbe come mandarlo al confino, ma con la famiglia e in condizioni confortevoli.  A Stella Assange, durante la sua conferenza presso il Club della Stampa di Ginevra il 10 luglio scorso, è stato chiesto cosa pensasse di una soluzione del genere.  Per la sua risposta, vedi il videoclip in inglese o la trascrizione e traduzione in italiano.

In sostanza, Stella ha risposto che Julian non ha bisogno di riattivare WikiLeaks per dimostrare la sua validità come strumento di informazione indipendente e che, per il momento, la cosa più importante è consentirgli di riprendere una vita normale.

Premesso ciò, la ipotetica trattativa potrebbe anche includere un patteggiamento, ovvero una riduzione della pena detentiva in cambio di un’ammissione di colpa per un reato minore oppure, nel caso di un patteggiamento Alford, dell’accettazione di una pena ridotta senza ammissione della propria colpa. In questo contesto, il richiamo di Blinken il 29 luglio potrebbe costituire un mezzo di pressione su Julian per fargli firmare l’ipotetico patteggiamento offertogli.  Come se Blinken gli dicesse: “Firma, altrimenti sarà l’estradizione e subito. Noi non indietreggeremo mai su questo punto!”

Parlare di patteggiamenti fa ribrezzo ai sostenitori di Julian Assange, riconosce il parlamentare australiano Julian Hill, anche lui un sostenitore, ma aperto ai compromessi. Sembrano preferire vederlo “soffrire come martire”, aggiunge Hill, piuttosto che scendere a qualche compromesso per riavere la libertà.  “Non sono a conoscenza di negoziati in corso,” conclude il parlamentare, “ma francamente so che noi parlamentari gli staremmo a fianco fino in fondo per trovare un patteggiamento, se è quello che sceglie di fare”.

Invece gli attivisti del gruppo “Perugia per Assange,” che hanno manifestato per Julian durante il recente Festival Internazionale del Giornalismo tenutosi nel capoluogo umbro, hanno un’opinione diversa. “L’esigenza di libertà assoluta per Julian Assange – compresa la possibilità di riattivare il sito WikiLeaks – a noi non sembra una velleità; è essenziale perché ci sia un’informazione veramente indipendente”.  E aggiungono: “Non è sufficiente avere una cosiddetta ‘stampa libera’ mainstream. A parte le poche testate autofinanziate, i mass media mainstream in Italia sono quasi interamente controllati da quattro famiglie miliardarie – Agnelli, Berlusconi, Cairo, Caltagirone – che possono benissimo mettersi d’accordo con il potere per scegliere le informazioni da rivelare o no al pubblico.  Ci vuole invece un organo davvero libero e non inquadrato – com’è stato WikiLeaks sotto la guida di Julian Assange – per difendere il nostro diritto di sapere.

La persecuzione di Julian Assange va oltre, dunque, la pur drammatica vicenda di un giornalista ed editore coraggioso che ha osato dire la verità in faccia al potere. E’ una spia che rivela il tentativo del potere di sopprimere qualsiasi organo di stampa non omologato o controllato.  E questo fa davvero riflettere sul livello di democraticità dello Stato in cui viviamo.

Alla luce di tutte queste considerazioni, le parole proferite dal Segretario di Stato Blinken in Australia appaiono davvero ipocrite.  Le sue accuse nei confronti del co-fondatore di WikiLeaks risultano facilmente smontabili, come abbiamo visto.  E il suo insistere sull’estradizione di Julian Assange, contestualizzato e ridimensionato come abbiamo fatto, suona tutt’altro che roboante.  Non è un ruggito, è uno squittio – amplificato a dismisura dai media internazionali, certo – ma pur sempre uno squittio.

Patrick Boylan
Patrick Boylan, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “Roma Tre”, si è laureato nella sua nativa California e di nuovo alla Sorbona di Parigi, dove ha anche insegnato come visiting professor. Ora co-dirige il Journal of Intercultural Mediation and Communication (Cultus), svolge training interculturali, ed è attivista per la Rete NoWar e le associazioni PeaceLink e Statunitensi per la pace e la giustizia.

In copertina; La Ministra degli Esteri australiana Penny Wong, il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il Segretario della Difesa americano Lloyd Austin partecipano a una conferenza stampa presso la Queensland Government House di Brisbane il 29 luglio 2023. (Foto di The China Global South Project)

Ferrara cambia o si rifiuta? Siamo oggi a un bivio:
continuare con la Gestione privatistica di Hera o ripubblicizzare il Servizio Rifiuti adottando il sistema porta a porta

Torno ad occuparmi della vicenda della gestione urbana dei rifiuti e del suo ciclo nel Comune di Ferrara, perché probabilmente stiamo arrivando ad un punto di svolta. E’ una questione aperta da ormai molto tempo, perlomeno dalla fine del 2017, quando è arrivata alla sua scadenza la concessione della gestione dei rifiuti urbani ad Hera nel Comune di Ferrara, che, peraltro, continua a svolgere in un regime di proroga. Nella primavera del 2022, dopo lunghe vicende, si era giunti alla determinazione di affidare ad Unife uno studio di fattibilità per approfondire il passaggio ad una gestione svolta da una nuova azienda pubblica in house e con la modalità organizzativa della raccolta Porta a porta “spinto”.

Alcuni mesi fa, lo studio è giunto alla sua conclusione ed è stato presentato pubblicamente in una riunione della Commissione consiliare Ambiente il 6 giugno scorso.
Lo studio contiene alcuni spunti interessanti, ma è lacunoso in altri e, soprattutto, nel suo insieme, poco convincente nei suoi risultati e, ancor più, nella sua impostazione di fondo. Infatti, lo studio si conclude evidenziando che  il passaggio ad una gestione in house con il sistema del Porta a porta “spinto” comporterebbe un incremento di costo su base annua, rispetto al modello attuale, di poco più di 2milioni 800.000 €, pari al 10,44%, e che il costo iniziale per la costituzione di un’azienda pubblica in house necessiterebbe un fabbisogno finanziario oscillante tra i 4,5 e 5,2 milioni di €.

Lo Studio di fattibilità di Unife

Ora, il punto critico non è ovviamente tale risultato, quanto il fatto che non c’è alcuna relazione tra esso e gli obiettivi che si possono realizzare con il passaggio alla pubblicizzazione e al sistema Porta a porta. Lo studio di Unife è quindi viziato da un’impostazione economicista, che, inevitabilmente, si concentra unicamente su un punto: che un modello diverso da quello attuale di Hera sarebbe più costoso. 

Ma c’è persino dell’altro, ancora più grave, e cioè si dice esplicitamente che il passaggio al sistema Porta a porta non determina né una riduzione della produzione di rifiuti, né un incremento della percentuale, già molto alta, della raccolta differenziata nel Comune di Ferrara.
Vengono presentati come assiomi affermazioni che non sono fondate. Invece, dove si applica il Porta a porta e la tariffazione puntuale (quest’ultima anche a Ferrara), in generale, la produzione di rifiuti, uno degli obiettivi più importanti per una seria politica dei rifiuti, decresce notevolmente, come nel caso di Alea, azienda pubblica di Forlì e di altri 12 Comuni di quel territorio, dove essa ( e questo dato è riportato correttamente anche nello studio Unife) è pari a 255 kg/anno/abitanti equivalenti rispetto ai 357 kg/anno/ abitanti equivalenti di Ferrara, quasi il 30% in meno.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata, poi, se è vero, da una parte, che il livello raggiunto a Ferrara, l’87% sul totale, è già alto, dall’altra, è ragionevole sostenere non solo che è ancora migliorabile, ma,  soprattutto, che il sistema Porta a porta riduce di gran lunga le impurità presenti nella raccolta a cassonetto (lo stesso studio Unife la  stima per la plastica a Ferrara a circa il 30%), incidendo in modo serio sulla minimizzazione dei rifiuti non riciclati, che è un altro indicatore fondamentale per giudicare una buona politica di raccolta dei rifiuti, ben di più della raccolta differenziata.
Ci sono poi diversi altri punti non soddisfacenti nell’analisi di Unife che, per brevità, riassumiamo in altre 2 questioni: la prima è che, nei costo del servizio, viene conteggiata una “remunerazione del capitale”, cioè il profitto garantito al gestore, di circa, 2,1 milioni di € ( cifra che, da sola, si avvicina molto ai maggiori costi presunti), voce che in una gestione pubblica non ha ragione di esistere, visto che essa ragiona in una logica di pareggio tra costi e ricavi. La seconda riguarda il tema dell’occupazione e della sua qualità, che è affrontata in modo laterale, mentre essi dovrebbero costituire altrettanti punti importanti per la qualità del servizio e per affermare una logica di valorizzazione del lavoro.

L’elaborato di Rete Giustizia Climatica

A fronte dello studio Unife, la Rete Giustizia Climatica di Ferrara ha messo a punto un proprio elaborato, che approda a indicazioni ben diverse.
Il documento di R.G.C. parte da un’analisi delle 307 gestioni del servizio dei rifiuti urbani esistenti in Regione e, assumendo come indicatore uno dei più significativi rispetto ad una buona politica dei rifiuti, e cioè la minore quantità degli stessi avviati a smaltimento, evidenzia come i dati migliori si riscontrano dove si applica, contemporaneamente, la tariffazione puntuale e il sistema Porta a porta, dato che poi si rafforza dove siamo in presenza di una gestione pubblica.

La stessa indicazione proviene anche per quanto riguarda i costi del servizio: dove c’è tariffazione puntuale e Porta a porta essi sono più ridotti rispetto al ricorso a tariffazione puntuale e sistema misto stradale/Porta a porta ( il caso di Ferrara).
Insomma – anche qui parlo in estrema sintesi- la strada della pubblicizzazione e della raccolta Porta a porta è quella che meglio risponde ad una politica dei rifiuti che si ponga sul serio l’obiettivo di scelte orientate dalla tutela ambientale e della salute dei cittadini. L’elaborato della Rete Giustizia Climatica, poi, si cimenta anche con il tema dei costi – ma sarebbe meglio dire dell’investimento necessario per la ripubblicizzazione. Prendendo qui a riferimento i dati provenienti dallo studio Unife, e cioè una cifra oscillante tra i 4,5 e i 5,2 milioni di €, si individuano 2 strade più che fattibili per recuperare tali risorse: la prima è quella di avvalersi delle notevoli riserve disponibili da parte della partecipata Ferrara Tua SpA, pari a circa 5 milioni di €; la seconda, intesa però in modo subordinato, di ricorrere alla vendita parziale delle azioni Hera non vincolate e in capo al Comune di Ferrara.

Due strade alternative davanti a noi

Insomma, ci troviamo di fronte a due prospettive decisamente alternative, che lo diventano ancor più alla luce degli ultimi sviluppi della discussione relative alle vicende dell’incenerimento dei rifiuti a Ferrara.
Pochi giorni fa, in una riunione della Commissione Consiliare Ambiente del 6 luglio, Hera ha presentato i risultati delle emissioni dell’inceneritore di Ferrara,, sostenendo che esse sono stazionarie se non migliorate, nonostante il passaggio nel 2021 da 130.000 tonn/anno a 142.000 – dato che a me non stupisce in un sistema in cui il controllore è lo stesso soggetto controllato,  e cioè Hera.
L’assessore Balboni (FdI)
ha preso la palla al balzo per dire che è venuto il momento di chiedere sostanziose compensazioni monetarie ad Hera rispetto all’utilizzo dell’inceneritore al massimo della capacità produttiva. Ovviamente, si è ben guardato dal commentare il fatto che, con l’aumento dei rifiuti bruciati, quelli speciali, provenienti sostanzialmente dal resto della regione e da altre parti d’Italia, hanno superato quelli bruciati relativi ai rifiuti urbani dei Ferrara (su circa 142.000 tonn. i primi ora arrivano a più di 76.000 tonn. e i secondi a di 65.000 tonn.), situazione che rende attuale e possibile la progressiva dismissione di una delle due linee dell’inceneritore di Ferrara.

Dunque, è  facilmente prevedibile che, nel prossimo autunno, entreranno in rotta di collisione due opzioni assolutamente alternative tra loro:

La prima, caldeggiata dall’Amministrazione Comunale, che si basa sulla messa a gara della gestione del servizio dei rifiuti urbani (con la facile previsione che venga aggiudicata ad Hera) e sulla permanenza per i prossimi anni a venire dell’incenerimento dei rifiuti al massimo della capacità produttiva dell’impianto di Ferrara, pagata con un po’ di compensazioni monetarie al Comune (svelando, peraltro, la totale ipocrisia dell’annunciata e persa nelle nebbie iniziativa giudiziaria nei confronti di Hera per l’aumentato ricorso all’incenerimento).
Si tratta di una prospettiva sciagurata, di totale mercificazione del sistema dei rifiuti, settore che diventa unicamente fonte di profitti contraddicendo qualunque obiettivo serio di politica ambientale e di tutela della salute dei cittadini e che viene scambiato con un po’ di denari ( in questo caso, forse un po’ più di 30!).

La seconda che, invece, guarda in prospettiva all’economia circolare, ai “rifiuti zero”, alla minimizzazione dei rifiuti prodotti e non riciclati e alla tutela della salute delle persone, costruendo in prospettiva la fuoriuscita dall’incenerimento.
Una opzione quindi diversa e totalmente alternativa, che si sostanzia nel passaggio alla ripubblicizzazione della gestione dei rifiuti urbani, alla modalità di raccolta Porta a porta e alla dismissione progressiva di una linea dell’inceneritore.

Insomma, occorre essere pronti, con la proposta, l’iniziativa e la mobilitazione per sbarrare la strada ad un’ipotesi che vede nel mercato e nel profitto gli unici regolatori della società e fare avanzare, invece, quella che guarda ai beni comuni e ai servizi pubblici, che sono orientati agli interessi generali della società e delle future generazioni. Anche per questo, sarebbe utile che si facesse sentire una voce alta da parte della politica e dei partiti ferraresi oggi all’opposizione, capace di opporsi alla destra mercatista e proporre una reale alternativa, anche in discontinuità con le scelte del passato.
Non mi sembra peregrino ricordarlo a meno di un anno dal voto amministrativo.

Leggi i documenti integrali:

– Studio Unife: Relazione finale progetto PAP 
– Documento Rete Giustizia Climatica di Ferrara:
Per la ripubblicizzazione

In copertina: Cesena, raccolta porta a porta rifiuti urbani

Per leggere tutti gli interventi su Periscopio di Corrado Oddi clicca sul nome dell’autore

Bologna 1 agosto 1980, seduto in quella sala d’aspetto: tra venti giorni compirò 20 anni, tra 15 ore tutto questo non esisterà più.

Basta menate.
Bologna, 2 ag0sto 2023.  43 anni dalla strage. Parla Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari vittime 2 agosto 1980: “Noi vogliamo che i processi vengano fatti in tribunale, fino in fondo e correttamente. Basta con queste menate”. E attacca a fondo il  Governo: “Vogliamo parole chiare, non si può dire da una parte che è una strage fascista e dall’altra che sono stati i palestinesi e firmare per una commissione d’inchiesta su altre piste estere”.
Proprio così, e se il Presidente Mattarella parla chiaro: “la matrice fascista della strage di Bologna è accertata”, il Presidente del Consiglio e il Presidente del Senato tergiversano o restano in silenzio.
Cara Giorgia e caro Ignazio, abbiamo capito come la pensate. Vi abbiamo sentito tante volte rispondere che “il fascismo è consegnato alla storia”, che si è chiuso (per sempre) il 25 luglio 1943 con la fine del governo Mussolini, che finendo il fascismo, anche l’Antifascismo,  la Liberazione,  la Resistenza sono ormai arnesi del passato, robe vecchie da mettere in soffitta.
Invece, anche la strage fascista alla Stazione di Bologna ci racconta un’altra verità, la verità che coprite con il silenzio o le solite “menate”. Una verità tanto chiara quanto terribile: la bestia non è mai morta
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(Francesco Monini)

I° AGOSTO 1980

È piovuto a Ferrara. Ieri. Al telefono Anna Maria si era lamentata “Ho dovuto spazzare acqua tutto il pomeriggio. Vedrai i tuoi libri come sono ridotti”. Controllo a caso alcuni volumi. La “Scienza nuova”, un volume scuro, ingiallito, ma integro. Lo sfoglio. In una delle prime pagine il mio nome e una data: 1980. Tra le mani mi scivola un foglio accuratamente ripiegato. È un verbale di contravvenzione. Venti luglio 1980, oblate 2.000 lire perché “trasportava altro passeggero su un ciclomotore non idoneo”. Un brivido mi percorre e resto lì a leggere quelle parole, mentre vedo un’auto avvicinarsi, sento il rumore del suo paraurti, poi mi ritrovo a terra, Anna Maria che mi chiama e dice “” Mi sono rotta una gamba”. L’ambulanza, l’ospedale, i carabinieri, l’operazione a Bologna.

Primo agosto 1980.” Domani la dimetteremo. Ci sarà solo da avere molta pazienza e fare bene la rieducazione”. Mi incammino verso la stazione.

È sera, non ricordo il perché, ma quel giorno non avevo preso l’auto per andare all’ospedale. Mi siedo nella sala d’aspetto di seconda classe e dalla borsa tolgo “Aut-aut” e comincio a leggere. Cerco di guardare l’ora, ma il mio orologio non c’è, si è rotto durante l’incidente. Alzo gli occhi verso quello della sala, le 19, tra venti minuti partirà il mio treno, tra venti giorni sarà il mio ventesimo compleanno, tra 15 ore tutto questo non esisterà più.
I miei vent’anni si aprivano con un’esplosione il cui eco non sarebbe mai cessato.

NOTA: Questo racconto ha vinto il premio nel concorso nazionale Racconta i tuoi vent’anni, indetto da Feltrinelli nel 2007

Guarda e ascolta [Qui] il racconto di Gian Paolo Benini letto a voce alta dall’attore Fabio Mangolini  nella rubrica Lo Cunto de li Cunti (tutta da scoprire). 

Cover: Foto Agenzia Dire