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Atlante Appennino, di Elisa Veronesi

Atlante Appennino, di Elisa Veronesi

Immaginiamo di entrare in un libro attraverso una soglia, una sola e non altre. E che questa soglia sia la copertina con un’immagine, il titolo del libro e il nome di chi lo ha scritto; e che sia le immagini contenute nel libro, e null’altro. Immaginiamo di ignorare alette, bandelle, quarta di copertina, recensioni e commenti, qualunque elemento paratestuale ed extratestuale.

Solo un nome, un titolo, le figure.

(Così entravo nei libri da piccola).

Qui abbiamo un disegno al tratto, con colori tra oliva e nocciola e noce: rilievi montuosi, valli e dorsali, crinali e boschi, né case sparse né paesi. Nel cielo vuoto, sopra le cime, appare il nome dell’autrice, Elisa Veronesi, e il titolo Atlante Appennino. Un’ecobiografia. Dentro il libro, tre piccole fotografie in bianco e nero; all’interno di entrambi i piatti della coperta, curve concentriche disegnate: curve di livello, ma prive dei valori di quota.

Immaginiamo di portare il libro nello zaino, nell’andare dei giorni, di guardarlo talvolta anche senza leggerlo, anche in carenza di tempo. Vedremo lettere in copertina, in nero e in rilievo, e all’interno dei piatti di copertina vedremo al centro di ogni isoipsa il segno +: mirino, messa a fuoco, segnale.

Chi guarda il paesaggio in copertina si trova in un punto di osservazione elevato, ma non aereo: così che il suo sguardo va sempre al centro, verso una punta montuosa.

Nelle foto interne vediamo una spiaggia, un muro, una finestra e un prato.

Un libro è testo, paratesto e presenza.

Atlante Appennino è uscito da quasi un anno, grazie all’editore indipendente Piano B (1), e ha avuto da subito ottime recensioni: io, però, le ho lette molto dopo aver letto il libro.

Ho iniziato la lettura senza soffermarmi su bandelle e quarta, senza approfondire l’ecobiografia come genere, senza documentarmi, senza informarmi: ho deciso di entrare per quella soglia – titolo autore copertina immagini – e basta. Così ho letto le pagine come frasi; ho letto immagini come sguardi e, solo dopo, parole.

“Atlante oggi è un luogo di rovine”, scrive Elisa Veronesi: “l’Appennino oggi è un luogo di rovine, e la necessità di dirne i resti ne conferma la sparizione”.

Oggi è tardo capitalismo, riscaldamento globale, è il divenire della sesta estinzione; Atlante, fin dal suo nascere in quanto titolo, fin da Gerardus Mercator insomma, è simbolo e strumento del capitalismo, di colonizzazione e spartizione della terra; Appennino è il dorso della penisola italiana – è il mutato antropologicamente, botanicamente e socialmente, è l’inafferrabile, è il refrattario a oggettificarsi in qualcosa di ben definibile.

È l’Appennino del grande spopolamento, è gente e memoria e vuoto, è l’Iperoggetto Appennino.

Ho conosciuto l’Appennino settentrionale – cui questo libro è dedicato – durante la grande fuga degli anni Sessanta, ed è da allora che cammino a volte in Appennino e di questo lungo camminare ho ricordi come di capsule del tempo, di epicedi, di constatate desolazioni, di celebrazioni laiche di frammenti.

Per questo motivo stavo lontana da presentazioni e recensioni, da post e giudizi su questo libro: dovevo entrarci con cautela, e adagio con paratesto ed epitesto. Perché avevo dieci anni quando ho conosciuto l’ecoansia (grazie al racconto delle imprese spaziali) e il pessimismo cosmico (grazie alla Ginestra di Leopardi) ed è dalla soglia delle immagini, del libro nello zaino, del leggere come leggevo a dieci anni, che ora dovevo passare.

Elisa Veronesi sceglie il nome di Atlante non per volontà di potenza, ma al contrario per sconforto e bellezza, e sceglie di cartografare l’Appennino mediante l’ecobiografia, che integra vite e ambiente nel legame tra i viventi e il mondo che abitiamo: sono dunque scritture composite e diverse, dal racconto al frammento filosofico al pezzo biografico alla scrittura di paesaggio, i testi che formano questo libro.

Sono centocinquanta pagine di osservazione e rimemorazione, di sconforto e di inafferrabile bellezza.

E’ un libro che racconta anche di isole – si apre infatti con il mare e la costa, il passaggio tra luoghi e confini, e il migrare – come di vite montanare e di paesi spopolati, come di Nietzsche che passò cinque inverni consecutivi a Nizza, “abbagliato dalla luce che ancora riverbera in questi luoghi”. Racconta di quando una sera di agosto sul fiume “ci sentiamo montagne, siamo montagne”. Di paesaggi ricordati e perduti, di luoghi che scompaiono.

E raccoglie assieme le voci di chi dell’Appennino ha scritto, in un’interessante diffrazione tra un immaginario ligure potente e duraturo – innestato sulla scrittura di Sbarbaro e Calvino, fino a Biamonti e al recente Peninsulario di Marino Magliani (2) – e le tracce della sparizione, dello svuotamento, che popolano le scritture di Raffaele Crovi, di Silvio d’Arzo, di Guido Cavani, fino all’Appennino sinestetico de L’ora del mondo di Matteo Meschiari (3).

E Veronesi dedica a queste voci, a quelle delle persone conosciute nei paesi, alle voci che popolano i suoi racconti e alle voci del Maggio Drammatico – che risale ad antichi culti di rinascita e poi alle canzoni di Maggio, religiose e profane, e tuttora si svolge ogni anno in una valle appenninica reggiana – una scrittura davvero preziosa per vitale e sinestetica pienezza, mostrandoci che si può trasformare il ricordo di un luogo in una mappa celibe, ridisegnarlo, “allentare la presa, alleggerire il passo, imparare a disabitarlo”.

Questo libro è un atlante, ma non contiene mappe disegnate; e io lo ho letto ricordando il modo in cui leggevo da bambina, quando mi meravigliavo della bellezza delle frasi dopo aver cercato le figure. Quando le immagini erano figure, e subito dopo – e assieme – frasi.

In particolare, i testi più aderenti alla forma-racconto presenti in Atlante Appennino mi rammentano il saggio Disegnare sulla carta (4), in cui John Berger descrive tre diversi modi in cui funzionano i disegni: “Ci sono quelli che studiano e interrogano il visibile, quelli che annotano e comunicano idee, e quelli fatti a memoria”.

Mentre nel primo tipo “il tempo è obliterato da un eterno presente. Presente indicativo”, i disegni del secondo tipo sono visioni di “cosa succederebbe se…” e per lo più “registrano visioni del passato ormai a noi precluse”, ma “quando c’è abbastanza spazio, la visione rimane aperta e noi entriamo. Condizionale”.

Il disegno fatto a memoria, spesso per un dolore da esorcizzare o da trasformare, è invece quello che non allestisce alcuna scena, né interroga il visibile, ma “si limita a dichiarare: ho visto questo. Passato prossimo”.

Ma poi ci sono anche altri disegni, in cui tutto sembra esistere nello spazio e ci si trova come alle soglie della creazione del mondo. E “poiché impiegano il futuro, simili disegni prevedono”.

Atlante Appennino è un libro di grande bellezza sinestetica, che trasforma e sviluppa l’energia del pensiero ecopessimista (5): la sua visione – il punto di osservazione di cui dicevo poc’anzi – supera le usuali polarizzazioni tra passato e presente, e tra presente e futuro, illuminando assieme punti perduti del passato, così come molti futuri e molti presenti.

E contiene racconti – mi riferisco a Pietra Makis e a Moho – che narrano un futuro dopo crolli e catastrofi, eppure appaiono così prossimi alla creazione del mondo. Così lucidamente presenti.

Così, invece di una recensione o una presentazione, ho provato a scrivere di questo libro come testo, paratesto e presenza.

Note

(1) Elisa Veronesi, Atlante Appennino. Un’ecobiografia, Prato, Piano B Edizioni, 2024.

(2) Marino Magliani, Peninsulario, prefazione di Filippo Tuena, Trieste – Roma, Italo Svevo, 2022.

(3) Matteo Meschiari, L’ora del mondo, Matelica, Hacca, 2019.

(4) in John Berger, Sul disegnare, a cura di Maria Nadotti, Milano, Scheiwiller, 2007, poi Milano, Il Saggiatore, 2017 (Berger on Drawing, Cork (Ireland), Occasional Press, 2005).

(5) tra i molti libri sul pensiero ecopessimista ricordo qui il recente, e bellissimo, saggio di Claudio Kulesko Ecopessimismo. Sentieri nell’antropocene futuro (Prato, Piano B Edizioni, 2023).

Per leggere i contributi di Silvia Tebaldi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

“La cospirazione del Bene” di Luca Casarini e Gianfranco Bettin.
Incontro con gli autori: Ferrara, 20 dicembre, ore 21

La cospirazione del Bene

Da oggi disponibile in tutte le librerie del globo terracqueo. O della nazione, come preferite. O nelle librerie che stanno dentro i sacri confini. E potete ordinarlo per deportazione anche. Si dice ne girino già copie clandestine. (Luca Casarini)

Cosa succede se la politica specula sulla cosiddetta “emergenza immigrazione”? Se l’antica legge del mare – le vite si salvano, e poi si discute –, recepita dalle convenzioni internazionali, viene messa in discussione da leggi interne spesso ispirate a principi disumani? Succede che il mare nostrum, da luogo di comunicazione fra popoli e civiltà, diventa il cimitero di chi è scappato dalla povertà, dalle guerre, dalle torture alla ricerca di una vita migliore. E la vita, invece, l’ha persa tra le acque.

Nasce così Mediterranea Saving Humans, l’unica Ong della flotta civile che opera nel Mediterraneo a battere bandiera italiana. Un gruppo di attivisti dei movimenti collettivi di questo scorcio di millennio si incontra con una rete di sostenitori che consente l’acquisto di una nave. Dal 2018 la Mare Jonio ha salvato centinaia di persone, quando erano già in balìa delle onde o sul punto di cadere o di tornare in mano agli aguzzini che le avrebbero riportate in Libia, nei lager, a subire violenze, stupri, torture, schiavitù.

In questo lavoro di monitoraggio e soccorso, Mediterranea ha incontrato molte realtà affini e, in particolare, la Chiesa di Francesco, schierata a tutela dei diritti dei migranti come nessun’altra istituzione del pianeta. Ciò rende più forti di fronte alle continue intimidazioni e ingerenze subite da chi ha deciso di disobbedire concretamente, in nome della legge più alta dell’umanità: la persona viene prima di tutto. Su questa rotta si muove Mediterranea: il libro, con la voce del fondatore Luca Casarini raccolta da Gianfranco Bettin, ne racconta la nascita in segreto, le avventurose missioni tra le onde, la resistenza agli attacchi, che siano le raffiche di mitra della guardia costiera libica o gli atti giudiziari e le leggi ad hoc, contra navem, volute da chi sta al governo.

Dopo la cospirazione, la navigazione continua, in piena luce e in mare aperto.

Che tempi sono quelli in cui per fare il bene – salvare la vita di chi la sta perdendo – bisogna agire di nascosto, cospirando?
Sotto un potere che ignora il prossimo in pericolo, si può diventare fuorilegge, cospiratori del bene.

Un racconto avventuroso e necessario, che porta alla luce il dramma di chi sfida il mare e la scelta di chi non vuole chiudere gli occhi.

Con un testo di Papa Francesco.

Luca Casarini
Luca Casarini, nato a Mestre, attivista, è stato uno dei più noti leader del movimento di critica della globalizzazione neoliberista. Ha pubblicato il romanzo La parte della fortuna (Mondadori, 2008) …

 

 

LA MIA SCOZIA

La mia Scozia

è
Un maglione
Di Inverness
Il grigio
D’angora
I turisti
La gente
Al mercatino
Oltre
Balena l’artico
Il grigio
Verde
Di Lochness
Il suo mistero
La pioggia
Emotiva
Di novembre
Seppure estiva
Bandelle di sabbia
Beige
Oro nero
Di una pinta
Di Guinnes
spuma
Sul pane
Nei pub
Dove si fuma
Ava
Le strane olimpiadi
Degli scozzesi
Accoglienti
E una striscia
Di luce
Le casette piccole
Sul mare
Amico
A Edimbara (Edimburgo)
Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

I custodi della lingua

I custodi della lingua

Nell’età della disattenzione si delega alla tecnica tutta quell’attitudine prettamente animale di concentrarsi su qualcuno o su qualcosa, attitudine – se non vera e propria responsabilità – che, in un tipico e onnipresente circolo vizioso, per colpa proprio della tecnica, stiamo perdendo inesorabilmente e sempre di più velocemente.

Vedere Elon Musk entrare nel suo taxi a guida autonoma potrebbe richiamare alla memoria alcune famose pagine di Charles Dickens che raccontano le sensazioni di coloro che salivano per la prima volta su un treno. Ricordate? Il Circolo Pickwick , così ben raccontato da Alessandro Baricco nella sua omonima trasmissione del 1994?

Solo che questa volta ad avere paura non è il passeggero ma quelli che camminano (ancora) per strada, i semplici “viandanti” come noi. Ad avere paura sono solo coloro che avvertono quella stessa strana insofferenza dei viaggiatori dickensiani che, per vincere la paura di entrare nella pancia di mostri metallici e rumorosi, si riparavano dietro a un libro.

Ahinoi, anche i viandanti di oggi si riparano dietro a uno schermo di cellulare, anche se probabilmente lo fanno per vincere un altro tipo di emozione.

Forse la paura che potrebbe smuoverci da questo stupido torpore digitale che ottunde a poco a poco la nostra capacità di attenzione ( e responsabilità), dovrebbe essere questa: perdere la nostra peculiarità che chiamiamo “umanità”. A patto, beninteso, di saperla ancora individuare e definire la «umanità»: spesso dimentichiamo che, tra una transizione e l’altra,  anch’essa, probabilmente, è in transito.

Avanzo allora una proposta, proviamo a pensare all’umano come a chiunque sia in grado di riconoscere il CAOS e il FALSO; chiunque cioè sia in grado di offrire, come direbbe il poeta americano Robert Frost, “un soggiorno momentaneo contro la confusione”.

In un’epoca come la nostra che cerca con ogni mezzo di confondere e falsificare il significato delle parole, questa sensibilità al riconoscimento della confusione ha ovviamente a che fare con la lingua e con le parole.

Se oggi, ad esempio, ci imbattiamo in un testo scritto da chat GPT,  riconoscere il caos e il falso diventa un compito ancora più difficile dato che al di là del messaggio scritto conta di più l’intenzione di “chi” ha voluto generare quel messaggio e capire chi sia quel “chi” e “come” lo voglia utilizzare.

Oggi tutti con le parole possono fare potenzialmente quello che vogliono, compreso stravolgere il significato stesso delle medesime: lo strumento della comunicazione (la parola) diventa il fine della comunicazione ( se non proprio la fine).

Una parola dunque sterile e priva di significato oppure liquida e senza la possibilità di cristallizzare in un concetto, meno che meno in un oggetto, in una verità (seppur relativa). Per non parlare dell’incapacità tanto diffusa nel nostro Paese di comprendere un testo complesso, come certificato dal recente rapporto Piaac (Programme for the international assessment of adult competencies)

Come ci ricorda Giorgio Agamben la verità dimora nella lingua  e chi non avesse cura di questa dimora  sarebbe un cattivo amante della verità.

Essere custodi della lingua (come capita di fare ai filosofi e ai poeti) è dunque un compito importante per salvaguardare quella capacità (peculiare, umana) di riconoscere il CAOS e il FALSO; ed è inoltre compito eminentemente politico, allorché i nostri stessi comportamenti vengono per così dire donati o condonati per decreto (parole); allorché la nostra stessa immunità può essere decretata o sanzionata a seconda del valore che verrebbe (arbitrariamente) attribuito a un dato scientifico e allorché il nostro futuro su questo pianeta potrebbe addirittura dipendere da chi usa il termine accomodante di cambiamento climatico al posto di quello più incisivo e verificabile di riscaldamento globale.

Nell’Età della Disattenzione forse bisognerebbe prestare un po’ più di ….attenzione a coloro che ci offrono questi rari e momentanei soggiorni contro la confusione; “ascoltare” coloro che  sanno di cosa parlano perché conoscono le parole delle cose:

Era la sua voce a rendere il cielo
più acuto nel suo scomparire.
Lei misurava puntualmente la sua solitudine.
Era l’unica artefice del mondo
in cui cantava. E quando cantava il mare,
qualunque cosa fosse, diventava
la sua canzone, perché lei lo creava.
Noi, guardandola camminare sola,
sapevamo che per lei non c’era mondo
tranne quello che cantava e, cantando, creava.
[Da L’idea di ordine a Key West di Wallace Stevens]

L’idea di ordine a Key West è una poesia scritta nel 1934 dal poeta americano Wallace Stevens (Premio Pulitzer 1955). È una delle tante poesie incluse nella sua raccolta Idee di ordine.
Il motivo principale della poesia è il giudizio ripetuto della superiorità della comprensione di qualcosa rispetto alla cosa stessa ed è un inno allo spirito creativo, la musa che mette ordine nel caos del vento e del mare.

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Babbo Natale e i suoi fratelli

Babbo Natale e i suoi fratelli

Pochissimi sono a conoscenza di un fatto tanto segreto quanto straordinario: BABBO NATALE non è figlio unico, ha infatti cinque fratelli.
Nessuno lo ha mai saputo perché la notizia è stata tenuta “innevata”.

I cinque fratelli sono molto ma molto diversi da lui e sarebbe davvero imbarazzante se nel mondo qualcuno venisse a scoprirlo.
La cosa è talmente importante che persino le giovani renne ed i nuovi elfi sono obbligati al segreto di apprendiStato.
Fonti ben informate dicono che dietro l’organizzazione che protegge questo segreto ci sia Tale Nababbo, un personaggio misterioso, che nessuno ha mai visto in pubblico.
Io però ne sono venuto a conoscenza casualmente grazie all’ascolto attento dei discorsi che faceva una talpa delle nevi ad un amico.

Ecco la loro storia.

Il primo fratello: BACCO NATALE, sopportava la solitudine delle rigide notti polari soltanto ingurgitando quantità industriali di vodka. Aveva un tasso così alcolico che riusciva a sciogliere la neve alitando.
A Natale era talmente ubriaco che non riusciva a portare i regali perché ne vedeva il doppio e non prendeva mai quelli giusti.

Suo fratello Babbo Natale, dopo diversi tentativi finiti male, lo licenziò.

Il secondo fratello: BAFFO NATALE, si teneva i baffi così lunghi ma così lunghi che gli arrivavano alle caviglie; tutti lo chiamavano Baffone.
Era un po’ strano e i genitori della Lapponia lo nominavano per minacciare i bambini quando facevano i capricci, gridando: “Ha da venì Baffone!”.
Lui, disponibile ed ingenuo, era sempre in giro anche se tutti lo prendevano in giro.
A Natale però non riusciva a portare i regali perché inciampava nei suoi stessi baffi e tutti i pacchetti gli cadevano per terra.

Babbo Natale, dopo molti pacchi rotti, fu costretto a lasciarlo a casa.

Il terzo fratello: BALLO NATALE, era un tipo mondano, non mancava mai alle feste danzanti ed era sempre in pista, scatenatissimo, a dimenarsi e a saltare; stava sempre in movimento, continuamente.
Sudava come una renna e poi si ammalava e gli veniva la febbre, soprattutto il sabato sera.
A Natale non riusciva a portare i regali perché, con tutte le piroette che faceva di continuo, i pacchi gli volavano per aria.

Babbo Natale, ormai stanco, licenziò anche lui.

BATTO NATALE era il quarto fratello; si travestiva pure lui come Babbo ma… non proprio allo stesso modo.
Lui preferiva i vestiti da donna perché era in cerca della sua identità di genere e sentiva il bisogno di comportarsi al femminile.
A volte si sentiva costretto a passeggiare di notte sui marciapiedi ghiacciati per cercare disperatamente compagnia.
Quando arrivava Natale non riusciva a portare i regali giusti perché sceglieva soltanto i cosmetici.

Quindi Babbo Natale lo emarginò, lo discriminò  ed infine lo licenziò.

Infine c’era lui: BASSO NATALE, il più piccolo di tutti. Era davvero piccolissimo, tanto che Babbo Natale non riusciva a trovargli una collocazione: prima gli aveva chiesto di portare i regali minuscoli ma lui, con le gambe così corte, inciampava nei nastri e faceva cadere tutto; poi gli aveva chiesto di sistemare le letterine dei bambini nell’archivio ma lui, così piccino, rimaneva sommerso dalle buste.
L’ultimo tentativo lo aveva fatto proponendogli di incartare i dolciumi ma lui rimaneva appiccicato allo zucchero con la barba.

Fu così che Babbo Natale, ormai infuriato, lo cacciò come aveva fatto con tutti gli altri suoi fratelli perché non gli servivano a niente.

I fratelli Natale, rimasti senza Babbo, si sentivano senza famiglia.
Ognuno di loro era solo ed emarginato. Quando si ritrovarono insieme, non sapevano dove andare e allora cominciarono a vagare senza meta.

Ma più vagavano, meno si svagavano.
Meno si svagavano, più girovagavano.
Più girovagavano e meno divagavano.

Stavano proprio male perché pensavano sempre al loro sentirsi soli.
Sembrava proprio che tutto andasse storto e si sentirono ancora più tristi.

Una mattina però, dopo aver camminato tutta la notte in cerca di non si sa cosa, ormai sfiniti si trovarono di fronte ad un vecchio muro diroccato su cui qualcuno aveva scritto con la vernice spray:
“Ancora Umili, Garantendo Unità, Riusciremo Indipendentemente Dall’Indifferenza.
Bisogna Udire Ogni Nuova Energia.
Forza! Esprimiamo Segnali Testardamente Educativi”.

All’inizio non capivano; allora lessero e rilessero.

Basso Natale, che era il più arguto, scoprì che se si leggevano solo le iniziali di quelle parole esse formavano un augurio ma se si leggevano tutte le lettere di tutte le parole, formavano una frase che diventava una speranza.
Lui capì allora che le lettere sono come le persone; da sole sono tutte importanti ma, messe insieme in un certo modo, possono diventare una meravigliosa scoperta.

Lo stesso cominciò a pensare di lui e dei suoi fratelli.
Lo spiegò agli altri; anche loro capirono e si sentirono bene.

I cinque fratelli cominciarono a parlare come non avevano mai fatto prima: parlavano meno del prima e più del dopo, meno del passato e più del futuro.

Immaginarono insieme un domani diverso e fecero proposte concrete per il cambiamento: proposte minime come la statura di Basso e proposte importanti come i mustacchi di Baffo, proposte dinamiche come i movimenti di Ballo e proposte forti come la vodka di Bacco, proposte nuove come l’identità di Batto e proposte coraggiose come la voglia di cambiare che avevano tutti loro.

Ne fecero talmente tante che io non me le ricordo tutte; quello che ricordo è che questa storia non ha un vero e proprio finale ma tanti inizi, tanti quanti se ne riescono ad immaginare e poi a costruire.
Comunque pensiate che quel Tale Nababbo, oltre all’anagramma di Babbo Natale, sia un personaggio di altri tempi…. auguri.

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Il diritto d’asilo è a rischio in Italia e in Europa.
Il Report 2024 della Fondazione Migrantes

Il diritto d’asilo è a rischio in Italia e in Europa. L’VIII Rapporto della Fondazione Migrantes.

Nel mondo, a metà del 2024, c’erano 122,6 milioni di persone colpite da “sradicamento forzato globale” (rifugiati, richiedenti asilo, sfollati interni). E la previsione è che saranno 130 milioni entro la fine dell’anno. Al 1° gennaio 2024 vivevano, invece, in Italia poco meno di 414 mila cittadini non comunitari con permesso di soggiorno per motivi di protezione e asilo, lo 0,7% di tutta la popolazione.

Sono questi alcuni dei dati presenti nel Report “Diritto d’Asilo 2024” della Fondazione Migrantes (Tau Editrice), curato da Cristina Molfetta e Chiara Marchetti e giunto all’ottava edizione, che quest’anno porta il titolo “Popoli in cammino… senza diritto d’asilo”.

Fondazione Migrantes,  Il Diritto d’asilo, report 2024, Tau editrice, Todi (PG)

Il Report, come ogni anno, legge e interpreta dati, norme e politiche e raccoglie anche storie che raccontano come nell’Unione europea e nel nostro Paese sia sempre più a rischio il diritto d’asilo (è stato approvato il “nuovo” Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: un compromesso al ribasso che prelude a un ulteriore impoverimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati), proprio mentre guerre e conflitti si allargano e anche situazioni estreme legate al cambiamento climatico contribuiscono a far crescere il numero delle persone costrette ad abbandonare la propria terra. Proprio in questi giorni, ad esempio, è purtroppo tornata di attualità la situazione siriana e il Report ci ricorda che già da anni la Siria (circa 183 mila richiedenti nel 2023) è il principale Paese d’origine delle persone che cercano rifugio nell’Unione europea. In Italia, sono la seconda nazionalità di provenienza di chi arriva, in particolare, dalla rotta Mediterranea.

Per quanto riguarda l’Italiail Report, che ha analizzato i decreti approvati nel 2023, definisce come “frammentato, grossolano e iniquo” l’attuale sistema di accoglienza. Dopo l’entrata in vigore della legge n. 50/2023, la rete di società civile del Forum per cambiare l’ordine delle cose  ha condotto un monitoraggio in diversi territori su quattro macro‐tematiche: le procedure accelerate in zone di frontiera o transito; i tempi e le prassi di convocazione per le audizioni e i tempi di decisione delle Commissioni territoriali; i criteri di riconoscimento della protezione speciale fondata sul rispetto dell’articolo 8 CEDU; i tempi e le prassi nei casi di rinnovo e conversione della protezione speciale.

Il monitoraggio ha rilevato in varie Questure una serie di pratiche di esclusione e di cattiva informazione, con circolari che hanno indotto in errore migliaia di persone già in possesso del permesso di soggiorno per protezione speciale che avrebbero voluto rinnovarlo o convertirlo, oppure con ritardi nella concessione degli appuntamenti, con gravi ripercussioni sulla possibilità di svolgere un’attività lavorativa regolare e con conseguenze che si sono estese ai familiari degli interessati. “Le norme adottate dal legislatore italiano nel 2023 (quattro decreti legge con altrettante leggi di conversione) in materia di protezione internazionale hanno suscitato, si legge nel Report, molti dubbi di costituzionalità negli operatori legali e negli studiosi della materia.”

E a proposito del protocollo Italia‐Albania, nel Rapporto si legge: “Il protocollo migratorio firmato il 6 novembre 2023 tra Italia e Albania mira a combattere l’immigrazione illegale attraverso la costruzione di centri di accoglienza e identificazione in Albania finanziati dall’Italia. Questi centri hanno il compito di ospitare migranti soccorsi nel Mediterraneo per determinare la loro idoneità alla protezione internazionale o, in caso contrario, per il rimpatrio. Presentato come una “soluzione innovativa”, l’accordo, che ha una chiara funzione deterrente, ha tuttavia sollevato dubbi tra i giuristi e le organizzazioni per i diritti umani: malgrado i significativi costi economici, il protocollo potrebbe risultare inefficace rispetto ai suoi stessi obiettivi e dannoso per i diritti fondamentali dei migranti, creando di fatto un sistema di “esternalizzazione” che isola i migranti dal territorio e dalla società italiana.” 

Per quanto riguarda invece i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA), il Report nette in luce il fatto che, nonostante il divieto di  trattenimento per i MSNA previsto dalla legge italiana, molti minori sono trattenuti in centri inadeguati, quali hotspot e centri governativi di accoglienza, spesso in condizioni critiche e promiscue con adulti. Questi centri non garantiscono un’adeguata tutela legale, né la possibilità di chiedere asilo o permessi di soggiorno, lasciando i minori in uno stato di isolamento e incertezza. La recente legge 176/2023 ha legalizzato il collocamento dei MSNA sopra i 16 anni in strutture per adulti, una misura che contrasta con il superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Le ripetute violazioni dei diritti fondamentali sono state confermate da sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nei confronti di minori collocati proprio in strutture per adulti. Nonostante le condanne, tuttavia, le prassi non sono state modificate e la gestione emergenziale continua a prevalere.

Qui la sintesi del Diritto d’AsiloReport 2024 della Fondazione Migrantes. 

In copertina: Migranti, immagine da AGENPRESS.it

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

Parole e figure /
“Il Rigiocattolo” di Letizia Palmisano – Strenne natalizie

Esce in libreria “Il Rigiocattolo” di Letizia Palmisano, edito da Città Nuova: la sostenibilità in una fiaba per tutte le età.

Il 13 dicembre esce nelle librerie ‘Il Rigiocattolo’ di Letizia Palmisano, giornalista ambientale, saggista e divulgatrice TV, edito da Città Nuova e illustrato sapientemente dall’illustratrice Anna Curti. Il libro è una fiaba ecologista – ispirata a principi di economia circolare – che ha come protagonisti dei giocattoli un po’ malandati ai quali il destino riserva un futuro diverso da quello di molti altri balocchi, spesso destinati ad essere buttati una volta rotti. Perché tutto può avere una nuova vita.

 

Di che cosa parla “Il Rigiocattolo”

“Il Rigiocattolo” narra le vicende di tre giochi un po’ malconci ovvero l’orsetto di peluche Bruno, la pianola giocattolo color arcobaleno Nola e il coraggioso Tuffolino. Guidati dal robot Milo, un veterano del luogo, i tre protagonisti scopriranno che l’arrivo al laboratorio di Rigiocattolo non sarà per loro la fine, ma l’inizio di una nuova avventura.  Questo luogo speciale, animato da un gruppo di volontari, diventa infatti teatro di una rinascita per i giocattoli, simboleggiando i principi del riuso e della riparazione, propri dell’economia circolare. Una storia di amicizia, di speranza e di ecosostenibilità che ci ricorda come nessuno sia mai troppo piccolo o troppo grande per fare la propria parte affinché il mondo sia più verde. L’economia circolare, il diritto alla riparazione… anche dei giochi e l’educazione ambientale per tutte le età

Perché è comune trovare chi ripara scarpe, automobili o computer, ma così raro trovare qualcuno che si occupi di aggiustare un giocattolo rotto? Eppure, i giochi sono milioni sparpagliati nelle case degli italiani e quando si rompono o semplicemente non servono più spesso vengono semplicemente cestinati perché è difficile trovare chi gli possa dare una nuova casa, per non parlare di chi provi a ripararli. Ma in Italia c’è un luogo che fa tutto questo da 10 anni: si chiama Rigiocattolo, è a Campobasso e qui i volontari recuperano i balocchi e danno loro una seconda vita. Dall’incontro tra Letizia Palmisano con Daniele Leo, coordinatore di Rigiocattolo e gli altri volontari, nasce quindi l’idea della fiaba. Letizia ha voluto trasformare la storia vera del laboratorio di Rigiocattolo in una fiaba che potesse ispirare e educare.

“Nel corso della mia carriera giornalistica”, dice, “l’incontro con il progetto Rigiocattolo è stato illuminante, tanto da diventare uno dei racconti per me centrali nel mio saggio ‘Sette vite come i gatti, ridare valore agli oggetti. Storie di economia circolare’, edito da Città Nuova nel 2023. Dopo aver descritto il processo di rinascita dei giocattoli attraverso le parole di chi li ripara e dei bambini che ne beneficiano, mi sono chiesta quale sarebbe stata la prospettiva dei giocattoli stessi. Convinta che avrebbero parlato dell’importanza di prendersi cura dell’ambiente ai bambini che li hanno amati, ho creato ‘Il Rigiocattolo’, una fiaba che fonde il divertimento con un profondo messaggio ecologico”.

“Il Rigiocattolo” è un invito a guardare oltre l’abbandono, vedendo nelle cose vecchie e dimenticate un potenziale per una nuova vita, un messaggio vitale in un’era di consumo eccessivo. Non è solo un libro per bambini, ma una storia per tutti, dai 5 ai 199 anni, una lettura che consente di comprendere come ogni azione intorno a noi possa essere indirizzata per realizzare davvero un futuro più sostenibile. Proprio perché vuol essere una lettura per tutti, sono stati adottati criteri grafici specifici per agevolare la lettura.

Letizia Palmisano è giornalista ambientale, saggista e divulgatrice TV. È nel comitato organizzatore del Green Drop Award, premio assegnato dal 2012 da Green Cross Italia al film più eco-sostenibile della Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2018 ha vinto il prestigioso Macchianera Internet Awards per l’impegno nella divulgazione dei temi legati all’economia circolare, ha inoltre ottenuto, per la categoria cittadini, il riconoscimento del premio Settimana Europea Riduzione dei Rifiuti (Italia) 2020 e 2021. È vincitrice del premio giornalistico Montale fuori di Casa sezione Ambiente 2022. Esperta di comunicazione, economia circolare ed efficienza energetica, è consulente di diverse aziende ed enti pubblici su tali temi.

Anna Curti, da oltre 30 anni, disegna libri e spesso li inventa. Adopera matite e pennelli, collage e china, senza interventi tecnologici. Collabora con molte case editrici italiane e straniere (Mondadori, Notes, Panini, Lapis, ecc.), spesso anche come autrice, ed espone in mostre personali e collettive in Italia e all’estero.

Parole a Capo
Matteo Pazzi: un piccolo viaggio tra tempo e poesia

Matteo Pazzi: un piccolo viaggio tra tempo e poesia

Rivedendo le tante uscite della rubrica [Parole a capo] ho notato una caratteristica dominante, ma non cercata. La presenza di autrici ed autori che vivono in piccoli paesi o in piccole città della provincia italiana. D’altronde, anche Ferrara e i paesi, le comunità che ne compongono il territorio contribuiscono a comporre questo “humus provinciale”. L’autore di cui vogliamo parlare oggi e di cui abbiamo già pubblicato alcune poesie in “Parole a capo” nel 2020 [Vedi qui] è Matteo Pazzi, un provinciale doc. Nato ad Este, in provincia di Padova e residente da tanti anni a Voghiera (FE). Senza assolutizzare il mio pensiero, ritengo che la provincia possa offrire lo sfondo migliore per “leggere” la società, il mondo, partendo dalle dinamiche che ci stanno a fianco.

Qualche tempo fa, Fabrizio Nelli l’autore di “Blues di provincia” rispondeva, in un’intervista che “in provincia i ritmi sono più lenti, le azioni sfocate, i contrasti attenuati. La provincia è un luogo universale che si contrappone alla città, un microcosmo con caratteristiche comuni simili in molte zone geografiche”. Anche Luciano Bianciardi, in un piccolo libro del 1957 “Il lavoro culturale”, pur fortemente ironico ma portatore di alcune tipizzazioni e caratteristiche prettamente provinciali, scriveva che “uno scrittore dovrebbe vivere in provincia perché è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”. 

In un’intervista apparsa su Periscopio alcuni anni fa[Qui] , Eleonora Rossi, insegnante e poetessa, chiedeva a Matteo delle informazioni di approfondimento su un’opera dalle sembianze enciclopediche. Stiamo parlando di “Contro” (Ed. Amazon, Progetto “Sconfinamento John Doe”), un progetto tuttora in corso, un’impresa “ai confini della realtà”. Matteo ne parlava così. “Contro” è un insieme di eteronomi, cioè personalità poetiche autentiche e complete, ispirate all’arte del maestro Fernando Pessoa che era solito scrivere lettere a se stesso. Creava intorno a sé un mondo fittizio, si circondava di amici e conoscenti che non erano mai esistiti. Gli eteronomi di Matteo (che al momento dell’intervista erano una sessantina e formavano un gruppo di volumi di oltre 1400 pagine) sono tutti CONTRO e hanno un’attualità che va oltre i confini del tempo, entra nei luoghi/non luoghi del quotidiano e prova a smuoverci, interrogarci…
Sono contro chi dice che tutto è finito. Sono contro chi per decenni ci e mi ha fatto sentire una nullità. Sono contro chi sostiene che sia stato già detto e scritto tutto. Sono contro chi spara giudizi solo per il gusto di ricondurre la complessità del mondo a una bacheca virtuale. Sono contro chi apre la bocca solo per dare aria. Sono contro chi umilia le altre persone, magari sfruttando la miserabile piccola posizione di potere più o meno meritatamente acquisita. Sono contro chi non permette all’altro da sé di crescere per paura che il discepolo superi il maestro. Sono contro chi ha paura della diversità perché non capisce che è quella sua paura ad essere l’unica vera diversità. Sono contro chi non ha immaginazione e odia chi ce l’ha”.

Negli anni, Matteo Pazzi ha fatto molte tappe di un lungo viaggio poetico e narrativo. Qualche tempo fa, ho ritrovato una delle sue “soste” editoriali “Compendio del cacciatore disarmato“, Ed. Simple, 2008.
A conclusione di questa riflessione a distanza con Matteo, ecco alcuni testi tratti da questo libro.

Il cacciatore senza memoria

Io ricordo;
la campagna e l’inverno,
compassi di nebbia
fra le magre stelle polari
dei nudi alberi da frutto –

arrivo – ancora una volta
è un piccolo paese

un gruppetto di case
simili a pezzetti di pane
sulla schiena
di operose formiche

m’incammino verso
l’unico bar del luogo,

una persona anziana e sconosciuta
appena mi vede entrare
getta a terra il cappello
e si tappa la bocca con le mani

“Il mio bar si chiama Dio”
dice il proprietario
da dietro il bancone

“dove stai andando?” mi chiede

“Vivere spesso
ha il sapore di un partire oggi
e arrivare ieri” gli rispondo

la persona anziana e sconosciuta
raccoglie il cappello
e me lo porge.

 

Alberi, navi cariche di tempo

Alberi, navi cariche di tempo,
ramo dopo ramo come spiragli
di un altrove incapace,
il cielo è una ruota
che corre sopra le labbra di una lama

e le nuvole simili a un orlo piatto,
i lampioni si spengono,
chiodi luccicanti cadono
dentro il polso del nuovo giorno.

 

Il viaggio del cacciatore disarmato

 

La campagna svestita
spianata come un fucile,
scendo,
una piccola stazione…

La nebbia a riccioli
imbavagliava le zolle
di terra

il mattino ancora basso
come un pendolo
che non oscilla
fra le lamiere contorte
della lunga notte invernale;

il treno riparte
e mi lascia.

Non dovevo arrivare qui,
ne sono certo…

il viaggio è sempre
qualcun altro

estranea lotteria
e prigione consanguinea.

In lontananza
le quattro case del paese,
isolati specchi abbandonati
nel cuore di una carezza innocente.

Ora mi appare chiaramente
la superstizione di quel mondo:

ascolto
proprio dove
non sapevo arrivare.

 

Quando la luna è in alto

Quando la luna in alto
un bianco foro di proiettile,
strada polverosa di ferite in catene
o macerie di tempo
che ogni povera mano edifica
o nasconde.

 

L’ombra del campanile

 

L’ombra del campanile
getta radici di banche rapinate
sul viso dei passanti, la piazza
si sta svuotando (sono seduto al tavolino
di un bar) – chiudo gli occhi:
il frullio d’ali (due libertà
che s’incontrano) di un piccione
rincorso da un bambino.
Ho freddo, l’inverno è un ago bianco
in un pagliaio
ricoperto di neve…
…è come se io
non esistessi più…
la piazza ora è vuota
e la chiave di violino del campanile
spiega alla sera incipiente
la stolida indifferenza di un treno
che non dobbiamo prendere…

 

la piazza si svuota, Ferrara

 

la piazza si svuota, Ferrara
e la camicia di forza delle mura
e la parodia affaticata
di secoli e secoli
mascherati da marionette
senza fili,
qui solo la diserzione
ha senso – sì, cercare con lo sguardo
non l’ordine del capitano
bensì i tuoi occhi
eredità simile al cielo
non una condanna impietosa
ma lo spartito per un violinista
pazzo di musica

 

Matteo Pazzi, 47 anni, residente a Voghiera (Fe). Ha pubblicato diversi volumi poetici. Ne citiamo alcuni: Il ponte randagio & altre poesie (2015); “Ventiquattro poesie”, casa editrice Montedit ,“Il Pasto”, Este Ediction,  “Compendio del cacciatore disarmato” Ed.Simple, “Bestiario dell’ Estate” Kolibris, una breve raccolta di micro-racconti intitolata “Il magazziniere fenomenologico”, “Chiuso per Lotta” (Prospettiva editrice), Contro (2015). Molti suoi lavori sono apparsi in riviste (Poesia, Soglie, Ellin Silae, Il vascello di carta, Il Segnale, Un Po di versi, ecc…). Nel 2015 è uscito per la casa editrice Antipodes di Palermo il romanzo ironico Angeli in culo alla balena bianca.

NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 262° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

Parma: un esempio da seguire

Parma: un esempio da seguire

In uno dei suoi “raccontini” (così era solito chiamarli), il grande ispanista e comparatista Oreste Macrí alludeva al clima di ospitalità che l’aveva accolto al suo arrivo a Parma nel 1942 e che l’aveva accompagnato durante i dieci anni che aveva trascorso in questa città come professore di Lettere alla scuola media Salimbene.

Parma – Duomo

A questa caratteristica si aggiungeva certamente la bellezza dei monumenti e delle opere d’arte: la cattedrale con lo splendido bassorilievo di Antelami e con la sorprendente Assunzione della Vergine del Correggio, le perfette geometrie del battistero, i chiostri e l’antica farmacia del monastero di San Giovanni, gli affreschi del Correggio della Camera di San Paolo, il Parmigianino di Santa Maria della Steccata, per non parlare dell’imperdibile Teatro farnese e della Galleria Nazionale valorizzata da qualche anno da un nuovo e riuscito allestimento.

Tutti questi luoghi, nei quasi venti anni (1996-2014) che ho trascorso a Parma, come docente di Letteratura spagnola, mi sono divenuti familiari: immagini stratificate nella memoria nella loro dimensione diurna o notturna quando, uscendo di Facoltà dopo un’intensa giornata di lavoro, non di rado in compagnia della cara amica francesista Mariolina Bertini, andavo nella città ormai silenziosa contemplando le belle architetture del centro storico.

Parma – Via Duomo

Il mio percorso prevedeva un’immancabile sosta in piazza del Duomo passando dall’omonima strada (magari con una sosta nella storica libreria Fiaccadori) per non perdere la vista panoramica: il longilineo ottagono del battistero, la facciata romanica della cattedrale e, sullo sfondo, il campanile del monastero di San Giovanni.

Ormai a Parma torno solo di tanto in tanto. Oltre a rivedere il ridotto e affabile gruppo ispanico con il quale ho convissuto per anni, mi piace ripetere gli abituali itinerari del centro e spingermi oltretorrente attraversando il ponte di Mezzo per imboccare Via d’Azeglio e dare un’occhiata all’interno della manierista Santissima Annunziata, una chiesa dalla singolare pianta ellittica completata da molteplici absidi, o percorrere Via Bixio dove negozi e pizzicherie con salumi, formaggi e specialità parmigiane si alternano a più modesti punti di vendita di kebab e falafel.

È stato camminando proprio per questa strada che ho pensato che all’ospitalità già un tempo elogiata da Macrí e alla bellezza dei monumenti che ogni visitatore può comprovare, si aggiunge ora l’intelligenza di un’iniziativa pubblica che invita ogni passante alla partecipazione civile.

Sul lato destro di Via Bixio, oltre la prima metà della sua lunghezza, è stato affisso sul muro di confine di un giardino un pannello metallico lungo quasi una decina di metri. Su questo pannello, inaugurato dal sindaco di Parma lo scorso 18 ottobre, è riprodotto nella sua interezza, con i suoi 139 articoli e le 18 disposizioni transitorie, il testo della nostra Costituzione.

Parma – Via Bixio

Senza imporsi, insomma, ogni cittadino italiano o straniero è invitato a leggere, conoscere e assimilare quanto di più importante regola il paese: i “principi fondamentali” di uguaglianza e solidarietà, di tutela e rispetto, di sviluppo della cultura e di conservazione dell’ambiente; ma anche (e non è un caso che corrispondano alla “Parte I”) i diritti e i doveri dei cittadini nei loro rapporti civili, sociali, economici e politici, e poi – come parte II – l’ordinamento della Repubblica, con i suoi organi: il parlamento, il presidente, il governo, la magistratura, le regioni, le province e i comuni.

Non so se altri comuni italiani (diventa irrilevante il loro colore politico) abbiano preso iniziative analoghe, ma certo un pro-memoria di questo tipo è sicuramente opportuno in un mondo come il nostro sempre più distratto e poco desideroso di conoscere, sommerso da chiacchere inutili o prevedibili, teso a una consumistica pubblicità e al personale profitto.

Per leggere gli articoli di Laura Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

UnitedHealthcare, il CEO, il vendicatore solitario:
l’eterna lotta tra il bene e il male (ma dov’è il bene e dov’è il male?)

UnitedHealthcare, il CEO, il vendicatore solitario: l’eterna lotta tra il bene e il male(ma dov’è il bene e dov’è il male?)

 

Premessa, perché di questi tempi non si sa mai: questo articolo non intende giustificare un omicidio a sangue freddo, perché a tutti gli effetti tecnicamente di questo si tratta. Detto questo, un conto è giustificare un omicidio, un altro è porsi la domanda sul perché accade. Soprattutto, quando il “perché” è certamente legato alle prassi seguite da UnitedHealthcare, colosso americano delle assicurazioni sanitarie private, di cui Brian Thompson, la persona ammazzata per strada a New York, era il CEO in carica.

 


 

UnitedHealthcare è la compagnia con il più alto tasso di rifiuti di rimborso (Deny) a fronte delle richieste di copertura: circa tre su dieci. A questi si aggiungono le tecniche dilatorie (Delay) che allungano i tempi dei rimborsi, e la resistenza (Defend) in giudizio quando viene denunciata per illegittimo rifiuto di pagare il sinistro. Secondo le prime indiscrezioni sulle indagini, le parole deny, delay, depose(invece di defend) erano scritte, con inchiostro indelebile, ciascuna sopra uno dei bossoli trovati vicino all’ucciso.

Delay, Deny, Defend: Why Insurance Companies Don’t Pay Claim and What You Can Do About It, è anche il titolo di un libro uscito nel 2010 ad opera del giurista Jay M. Feinman. Negli Stati Uniti, non avere un rimborso di prestazioni sanitarie non genera semplicemente disappunto, rabbia, indignazione, come può accadere da noi, ma può distruggere la vita di una famiglia. Non esiste infatti, se non per gli ultra sesssantacinquenni o per persone più giovani ma affette da patologie molto gravi, un sistema di protezione sanitaria pubblica universale (quello che c’è si chiama Medicare, ed è stato introdotto nel 1965). Durante il suo primo mandato presidenziale, Barack Obama ha ampliato la platea di beneficiari di una forma di assistenza “obbligatoria”, ma milioni di americani sono ancora privi di una copertura garantita. Nonostante questo sistema eminentemente privato, l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL nordamericano è la più alta del mondo. Questo dà l’idea del potere contrattuale acquisito dalle strutture private anche nei confronti dello Stato Federale.

UnitedHealth Group aveva appena annunciato un dividendo di 2,10 dollari per azione per dicembre. I ricavi del terzo trimestre 2024 hanno raggiunto i 101 miliardi di dollari, segnando un aumento del 9%, con oltre 2,4 milioni di clienti in più. Ma non c’è solo questo. Qualche settimana fa è stata presentata una class action contro UnitedHealth Group, con l’accusa di utilizzo illegale di un algoritmo per negare l’assistenza riabilitativa a pazienti gravemente malati, nonostante l’algoritmo presenti un elevato tasso di errore. La class action, intentata per conto di pazienti deceduti che avevano un piano Medicare Advantage UnitedHealthcare , cita un’indagine secondo la quale UnitedHealth ha fatto pressione sui dipendenti medici affinché seguissero un algoritmo, che prevede la durata del ricovero di un paziente, per emettere dinieghi di pagamento alle persone con piani Medicare Advantage. Documenti interni hanno rivelato che i manager all’interno dell’azienda hanno fissato un obiettivo per i dipendenti clinici di mantenere i ricoveri riabilitativi dei pazienti entro l’1% dei giorni previsti dall’algoritmo. Si tratta di una causa lunga e costosa, che i legali della compagnia tendono a prolungare con eccezioni cavillose, che rendono i processi spesso incapaci di ristabilire una giustizia in nome dello Stato, data la enorme sproporzione di mezzi a disposizione tra denuncianti e compagnie.

Brian Thompson è diventato amministratore delegato della compagnia nel 2021. Le denunce sui tassi crescenti di diniego all’ autorizzazione preventiva hanno spinto il  Senato degli Stati Uniti ad avviare un indagine, sfociata in un rapporto concentrato in particolare sui dinieghi per i piani Medicare Advantage al servizio di anziani e disabili.  L’indagine ha rivelato che nel 2019 il tasso di dinieghi di autorizzazione preventiva di UHC era dell’8%. Da quando Thompson è diventato CEO il tasso di dinieghi è aumentato al 22,7% (anno 2022). Sia per i reclami Medicare che per quelli non Medicare, UHC rifiuta i reclami a un tasso che è il doppio della media del settore.

Naturalmente quest’ impostazione, vista dalla prospettiva cinica degli azionisti, ha fruttato agli stessi dividendi in continua crescita. Questa è la serie storica dei dividendi su base annua dal 2019 al 2023:

4,14‬
‪4,83‬
‪5,60‬
‪6,40‬
‪7,29
Il dividendo trimestrale pagabile a dicembre 2024, come scritto sopra, è annunciato a 2,10 dollari (8,18 sull’anno intero).
La retribuzione totale di Thompson è stata di 9,6 milioni di dollari nel 2021, 9,8 milioni di dollari nel 2022 e 10,2 milioni di dollari nel 2023. Sotto la sua guida, i profitti di UnitedHealthcare sono aumentati da 12 miliardi di dollari nel 2021 a 16 miliardi di dollari nel 2023.
La peculiarità di questa vicenda non sta nella divaricazione tra cattivi risultati aziendali e elevati dividendi, come nell’eclatante caso Stellantis. I risultati aziendali di UnitedHealth Group in effetti sono buoni. In questo caso non sono aumentati solo i profitti, ma i ricavi e i clienti. La peculiarità di questa vicenda non sta nemmeno nel cinismo del business verso i propri clienti: la cosiddetta “customer care” è ormai da tempo una delle voci su cui le multinazionali risparmiano di più. Nella fattispecie, gli effetti sono più gravi perché il core business è appunto costituito dalla salute delle persone, non da una connessione telefonica o da un servizio finanziario. Ma sappiamo tutti per viverlo quotidianamente che, una volta che ti hanno agganciato come cliente, dei problemi operativi, dei disservizi, dei ritardi non gli frega molto – quando non fanno apposta a crearli, come sembrerebbe in questo caso.
La vera novità di questa vicenda sta nel fatto che un CEO strapagato e strapotente – al punto da ritenere di non aver bisogno di alcuna protezione  – viene ucciso per strada, in pieno centro. Come se un vendicatore solitario sbucato dal nulla avesse fatto quello che molti si auguravano, tanto da confessarlo sguaiatamente insieme al solito branco di leoni da tastiera.  Pare che sia già stato arrestato: un certo Luigi Mangione, un ragazzo con eccellente curriculum di studi. Sarà interessante anche scoprire quali sono le motivazioni del gesto. Ideali? Personali?
Questa trasformazione delle persone in simboli (in questo caso, della malvagità del capitalismo: allora, della violenza del potere) l’abbiamo già conosciuta, noi italiani, al tempo dei cosiddetti anni di piombo. Il fatto interessante è che il capitalismo multinazionale degli ultimi trent’anni si è smaterializzato e simbolizzato esso stesso fino a diventare un logo, un brand. Tanto seduttivo nell’impatto commerciale e di immagine, quanto impalpabile quando si tratta di fargli corrispondere dei responsabili in carne ed ossa: dei disservizi, dei malfunzionamenti, dei licenziamenti, dei comportamenti cinici e crudeli, perpetrati con indifferenza.
Nulla di personale, sembra essere il motto della corporation e del suo CEO che obliterano la tua esistenza economica o sociale (che tu sia cliente o dipendente) in nome di un interesse di valore superiore alla vita umana: il profitto. Nulla di personale, sembra dire il giovane killer al CEO mentre gli spara in nome di un interesse superiore alla vita umana: una giustizia da ristabilire privatamente, essendo impossibile ottenerla dallo Stato. Nella lotta tra il bene e il male, il salto di qualità tra un uomo pipistrello che ristabilisce il bene a Gotham City e un Luigi Mangione, è che nella fantasia il criminale ha un profilo da criminale; nella realtà, il cattivo è il capo dell’azienda del bene.
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SABBIA.
RIFLESSIONI SU DI UN MONDO IN EROSIONE

SABBIA. RIFLESSIONI SU DI UN MONDO IN EROSIONE.

Il diametro di un granello di sabbia può variare da 0,063 millimetri fino a 2. Di più piccolo c’è il limo e poi l’argilla. I granelli fini danno vita a una sabbia soffice come la polvere delle spiagge caraibiche mentre le altre sono più terrose. Toccando la sabbia si fa fatica a pensare che si tratti del prodotto finale di una degradazione secolare di rocce combinate con dei frammenti di cristalli e altri tipi di sedimenti. Ci possono essere anche frammenti di conchiglie o di scheletri di piccoli organismi. Se è bianca e finissima, come nelle spiagge delle Maldive, potrebbe essere anche la trasformazione degli escrementi dei pesci pappagallo che mangiando i piccoli crostacei, che formano le barriere coralline, defecano una sabbiolina bianca che le correnti portano sulle spiagge. Un grande pesce può produrre fino a 300 kg di sabbia all’anno.

Lido delle Nazioni (Comacchio), difese antimareggiate

Camminando sulla spiaggia di Volano, penso a questo mentre osservo la sabbia terrosa, che ricordo un tempo fine e bianca. Una sabbia terrosa alimentata dai ripascimenti che sbancano i non eterni cordoni deltizi sotterranei. Un giorno finiranno, dove andremo a prendere la sabbia per ripascire la costa erosa?
I territori deltizi sono dei luoghi di accumulo mutevole dei sedimenti portati dai fiumi, che si formano perché le condizioni idrauliche non sono così dinamiche da disperderli. I terreni che vediamo in superficie sono solamente delle componenti di un sistema molto più articolato e complesso formato anche da un “delta” subacqueo, che costituisce una riserva di sabbia. Si tratta di accumuli e anche di ecosistemi portatori di biodiversità utilizzati in molte parti del mondo, e anche da noi, come cava per i ripascimenti o per il commercio della sabbia. Si tratta di una visione ambientalmente folle che ha contribuito a generare la “crisi sedimentaria” in corso, che reitera la distruzione di questi ecosistemi marini distruggendone la biodiversità, rendendo instabile un sistema che si basa su equilibri mutevoli, in particolare ora che i fiumi portano sempre meno sedimenti al mare.

Un mondo che si regge sulla sabbia

La sabbia è la risorsa più usata nel pianeta dopo l’acqua dolce, non è infinita e spesso si muore per accaparrarsi e controllare questo “mercato”.
Di solito la associamo alle spiagge e alle dune, ai deserti, e anche alle costruzioni e al cemento. In realtà, la sabbia la troviamo nei dentifrici in forma di biossido di titanio. Per produrre metalli nelle fonderie si usa la colata di sabbia silicea che si ritrova nelle spiagge, nelle dune sabbiose, nei letti dei fiumi e nei laghi o in particolari formazioni geologiche. Senza sabbia non c’è vetro, lo abbiamo scoperto grazie ai Fenici e agli Egiziani. L’acqua potabile passa attraverso dei filtri che contengono sabbia e la depurano mentre il silicone con cui abbiamo fissato il rubinetto al muro è anch’esso un prodotto della sabbia.

Insomma, viviamo in mondo che si regge sulla sabbia e non solo quella usata per le costruzioni. Ne usiamo ogni giorno 17 chili a testa, 50 miliardi di tonnellate di sabbia all’anno. Un ricercatore tedesco, interpellato in un programma della televisione culturale franco-tedesca “Arte”, dedicato alla sabbia, spazializza queste quantità dicendo che corrisponde metaforicamente ad un muro attorno a tutto l’Equatore, alto e largo 27 metri e lungo 40.000 chilometri.

Del resto nelle betoniere finisce l’80% della sabbia; quindi, non si tratta di una metafora fuori luogo. Il calcestruzzo non costa tanto ma contribuisce ad arricchire chi lo usa, usando la sabbia che dovrebbe essere un bene comune. Per costruire un chilometro di autostrada servono 30.000 tonnellate di sabbia e le urbanizzazioni del mondo, che diventano sempre più estese, consumano grandi quantità di sabbia.

Consumare un patrimonio milionario

Tale consumo è stato, e continua ad essere, velocissimo, ma il processo di sedimentazione può durare milioni di anni e quindi si tratta di un bene raro e il suo consumo è di fatto una rapina. Ma le sabbie non sono tutte uguali, quelle al silicio servono per i microchip e i pannelli fotovoltaici mentre quella del deserto è inutilizzabile per il cemento e il calcestruzzo, essendo troppo liscia e rotonda grazie alla levigazione del vento.

È dunque lecito chiedersi, quando si urbanizza ulteriore suolo, da dove viene la sabbia e inoltre è sostenibile estrarla? Il prelievo della sabbia è comunque una ferita all’ecosistema. Quanta sabbia è stata utilizzata per consentire la crescita delle metropoli del mondo o per rendere possibile la costruzione delle nuove città smart e green del Golfo Persico e altrove.

La sabbia è importante per regolare anche le correnti dei fiumi, togliendola cambia il corso del fiume, cambia la velocità di scorrimento delle acque, influisce sulla conformazione dei luoghi e può provocare esondazioni e erosioni. Un fiume densamente popolato come il Mekong in Indocina si modifica non solo per l’accrescimento del livello del mare ma anche per grande quantità di acqua che viene prelevata e per le enormi quantità di sabbia che si estraggono. Il prelievo con le chiatte della sabbia dei fiumi mette in pericolo le sponde e gli insediamenti e villaggi da secoli cresciuti lungo i fiumi, il fenomeno del dilavamento destabilizza fondamenta e infrastrutture mentre l’acqua marina risale mettendo a rischio le falde di acqua dolce.
Nel mondo ci sono 850.000 mila dighe che hanno alterato le dinamiche naturali di tantissimi fiumi. Questo ha cambiato il ciclo delle sabbie insieme all’irrigidimento delle coste che impedisce la formazione di nuovi banchi di sabbia.

Le nuove città green e il consumo di suolo acquatico

Non parliamo mai del fenomeno del consumo di suolo acquatico che avviene ampliando le città e restringendo gli spazi di baie e lagune come a Hong Kong o a Singapore. La città-stato asiatica ha ampliato il suo territorio grazie alla sabbia fornita dall’Indonesia e da altri paesi vicini, aumentando la superficie della città di 130 chilometri quadrati: un affare certamente redditizio economicamente ma che sta mettendo in crisi il mare del Sudest Asiatico.

A Dubai l’invenzione urbanistica che affascina gli occidentali (non solo) la Palm Jumeirah, la città isola a forma di palma, ha utilizzato 385 milioni di tonnellate di sabbia prese dai propri fondali e importata dall’Australia. Altre 46 mila tonnellate di sabbia sono servite per costruire il più grande grattacielo del mondo oggi ancora sfitto per il 30%.
Dubai e le città che gli stanno attorno, sono ammirate e citate nel mondo come esempio di nuove città “eco-tecno-smart” e tutti corrono a vederle, fondazioni e istituzioni culturali e universitarie occidentali fanno a gara per ritagliarsi un posto “al sole” nel nuovo eldorado del neoliberismo. La negazione dei diritti umani e le condizioni di lavoro di chi costruisce fisicamente il sogno, sono vezzi che non incidono sul valore del nuovo rinascimento emiratino e saudita.

Il paradiso delle Maldive

L’economia dello stato insulare delle Maldive si basa prevalentemente sul turismo balneare (circa il 20% del PIL), i resort turistici sono quasi tutti dati in cessione a società estere, molte con sede negli Emirati Arabi Uniti, l’erosione delle spiagge è un fenomeno rilevante e lo stato lo rialimenta con nuova sabbia per coste che rischiano di sprofondare, ma la sabbia è presa da una regione riconosciuta come biosfera marina, che a breve sarà distrutta. Ha senso distruggerla per salvaguardare gli interessi di un turismo di cui i maggiori beneficiari sono delle società finanziarie straniere mentre al paese rimangono le briciole? Non avrebbe senso che la comunità internazionale intervenisse in aiuto di questo paese studiando soluzioni per riequilibrare la situazione delle isole?

Le coste italiane in arretramento

In Italia, negli ultimi vent’anni dai fondali sono stati estratti 25 milioni di metri cubi di sabbia, poi in aggiunta vi è quella proveniente dalle cave nelle pianure o prodotte dalla frammentazione delle rocce. Dai dati dell’ISPRA, abbiamo circa 7500 chilometri di costa naturale, di cui 3400 sono litorali sabbiosi e di questi, quasi 1000 sono in arretramento.
Oltre il 23% della fascia costiera italiana entro i 300 metri è stata resa artificiale da opere e infrastrutture rigide. I fondali italiani hanno ormai terminato la sabbia necessaria ai ripascimenti.

Le splendide spiagge delle Canarie

Le Canarie per rialimentare le proprie spiagge usano la sabbia del Sahara Occidentale, che non essendo adatta viene continuamente erosa e, conseguentemente, continuamente rialimentata. Se un giorno questo territorio tornerà di proprietà del suo popolo legittimo, dimenticato dal mondo – i Sahrawi-, questi si troveranno privi di una parte del loro suolo grazie anche agli interessi geopolitici che legano il Marocco (che rivendica e occupa questo territorio) e la Spagna che, anche a nome dell’Unione Europea, difende ed amplia i progetti “estrattivisti” nel territorio nordafricano.

Il mercato illegale della sabbia

Vale anche la pena spendere due parole sul mercato illegale della sabbia, sui cartelli della sabbia che depredano regioni africane o indiane, dove spesso con la complicità del buio si “scannano” i fiumi per prelevare l’“oro” sabbioso necessario per costruire le nuove città green. Un circuito che vede legati ispettori e poliziotti corrotti, caporali e poveracci (spesso donne e bambini) che dopo un giorno di lavoro si portano a casa qualche decina di euro.
Del resto, gli acquirenti non sono interessati alla provenienza legale o meno della sabbia. Un mercato nero che oscilla tra i 200 e 350 miliardi di dollari l’anno e che si aggiunge a quello del disboscamento, dell’estrazione dei minerali rari, e della pesca che sono i pilastri del nuovo neocolonialismo i cui effetti maggiori si riscontrano in Africa. Gli impatti ambientali di questa rapina incontrollata sono devastanti per gli estuari, inoltre favoriscono le inondazioni e nelle aree costiere sconvolgono la vegetazione e i fondali marini.

I delta in pericolo

Ritornando ai delta, la loro vulnerabilità è ormai evidente, in particolare dove sono sottoposti a forte pressione antropica. Questa non si manifesta solo attraverso l’urbanizzazione che ha significato distruzione di dune e sradicamento delle foreste di mangrovie, ma anche con la destabilizzazione dei bacini deltizi e con la modifica delle loro caratteristiche idrografiche condotta attraverso l’urbanizzazione dei suoli, le pratiche invasive di agricoltura, le attività estrattive (anche della sabbia), l’irrigidimento idraulico attraverso dighe, serbatoi, energia idroelettrica.
In particolare nella fascia tropicale, l’estrazione della sabbia, l’agricoltura intensiva, l’acquacoltura praticata a spese delle mangrovie, l’urbanizzazione informale e turistica ha reso vulnerabili territori e ambienti delicatissimi con impatti sociali e ambientali rilevanti, essendo territori dove le pratiche di “estrattivismo” sono attive fin dall’avvio della colonizzazione occidentale.

La sabbia protegge le coste

Per salvaguardare un litorale, la sabbia è la migliore protezione perché dando vita alle dune interagisce in modo dinamico con venti, acqua e vegetazione. Inoltre, conserva l’acqua piovana, la filtra e rigenera la falda.
I sistemi dunosi sono delle barriere dinamiche contro le mareggiate, l’eliminazione delle dune così come delle foreste di mangrovie li possiamo considerare come dei delitti contro il pianeta e anche l’umanità.

La Ilha de Santa Caterina

Floripa (Florianopolis) è la capitale dello stato di Santa Caterina in Brasile, e si trova sotto Curitiba e sopra Porto Alegre. La città è cresciuta, molto, in un sito straordinario che intreccia la costa, un’isola, due lagune e il mare aperto. La Ilha de Santa Caterina vista la sua vicinanza con la costa ha permesso ai portoghesi di fondare una città e diversi villaggi di pescatori lungo le lagune interne (baia norte e baia sul) e oggi l’area urbana di Florianopolis conta più di 500.000 abitanti e riguarda due penisole che quasi si toccano.
Come tutte le urbanizzazioni ha invaso spazi che non andavano toccati, come le baie vicino alla città o lungo la Praia dos Ingleses creando situazioni che stanno già ponendo problemi di rischio costiero.

Le dune sabbiose della Joaquina, a Florianopolis, Brasile

Sull’isola le urbanizzazioni lungo le strade denunciano un intenso consumo di suolo. Vi sono poi le dune che ne rendono evidente il grande patrimonio naturale. I loro nomi sono evocativi, geografici e culturali: dunas des Ingleses, duna do Santinho, ma tra queste due e l’oceano è cresciuta una densa urbanizzazione e oggi il mare avanza, erode la costa ed è lecito supporre che le dune non potranno salvare gli edifici turistici esistenti, sempre che non si costruiscano delle barriere artificiali.

Proseguendo troviamo delle spiagge sabbiose straordinarie dalle quali non si vedono le urbanizzazioni retrostanti come la dunas de Moçambique, e ancor più la Joaquina, uno dei punti più straordinari dell’isola con la sua lunghissima spiaggia sabbiosa, frequentata dai serfisti e delimitata da un sistema dunale che appartiene al Parque Natural Municipal das Dunas da Lagoa do Conceinção. Lungo 10 chilometri di costa si alternano vere e proprie colline sabbiose con vaste aree di vegetazione che le fanno sembrare delle foreste basse e arbustive, alternate a rilievi sabbiosi che rammentano il Sahara e quando piove intensamente gli avvallamenti si riempiono d’acqua che viene trattenuta e filtrata dalla sabbia rialimentando la falda. Fortunatamente qui l’edificazione è lontana.

Come progettare il territorio

Non si può parlare di “Nature Based Solution” in astratto: questo concetto, che dovrebbe diventare operativo nella nostra progettazione del territorio, deve alimentarsi della conoscenza dei siti e da quelli trovare gli stimoli per ripensarli. Si dovrebbe parlare di “Site Based Solution” e forse anche di “Historical Site Based Solution” visto che esempi non mancano di integrazione tra natura e artificio ma serve quel senso del limite e della misura che abbiamo perso da almeno centocinquant’anni.

Se Volano diventasse una piccola Joaquina

Il nuovo governatore della Liguria ha recentemente affermato un pensiero non condivisibile, ma probabilmente vero: “affermare di bloccare il consumo del suolo è pura demagogia, non avverrà mai”, quindi nuova sabbia per modernizzare e rendere competitivo il paese e del resto tutti i progetti infrastrutturali che lo attraversano: dal ponte sullo stretto di Messina, ai nuovi passanti e autostrade per congiungere più facilmente le città pianura padana, avranno impatti devastanti sul lungo periodo anche se forse difficilmente percepibili perché coperti dalle retoriche dello sviluppo sostenibile. L’ISPRA ci conferma che Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto continuano ad essere gourmand di suolo da consumare (e dunque anche di sabbia) e con loro tutto il paese.

Con questi pensieri arrivo alla mia auto, parcheggiata dietro ciò che resta delle dune di Volano, che riguardo prima di salire pensando a come sarebbe bello se questo sito diventasse una piccola Joaquina, che non rifiuta il turismo balneare ma lo adegua alla fragilità del sito.  In fondo non ci vuole molto, solo un po’ di volontà politica associata ad una adeguata cultura ambientale.

Cover: La mareggiata a Volano. Foto di Romeo Farinella. Del medesimo autore sono le foto che corredano l’intervento.

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, clicca sul nome dell’autore

 

Parole e figure /
Tutto è possibile – Strenne natalizie

Arriva Natale, i libri sotto l’albero sono la sorpresa più bella. E in questo periodo (ma non solo), “Tutto è possibile”, anche che un lupo e una pecora, nemici da sempre, si uniscano per realizzare un sogno. Giulia Belloni ci racconta questo miracolo, in un libro edito da Kite.

Non tutte le pecore sono uguali. La nostra non ha paura di nulla e un giorno propone al lupo, suo timido amico, di costruire una macchina volante. Certi sogni possono sembrare impossibili da realizzare, però è anche vero che ci sono poche pecore coraggiose e pochi lupi incerti, e che nella vita, comunque, non si sa mai. In fondo volare è un po’ come sognare, prima di tutto bisogna saper staccare i piedi da terra. Poi si vede.

Tutto è possibile, di Giulia Belloni e Marco Trevisan, immagini Kite edizioni

“Tutto è possibile”, scritto da Giulia Belloni e illustrato da Marco Trevisan, edito da Kite, ha tanti messaggi che ci piacciono. Perché siamo sognatori e ammiratori dell’utopia. Noi adepti del “se puoi sognarlo, puoi farlo” amiamo queste storie.

Il viaggio di questo delicato albo aiuta i piccoli (e i grandi) lettori a comprendere che anche i sogni che sembrano impossibili possono, invece, realizzarsi nella vita, basta crederci e perseverare. Ma soprattutto spiega che collaborando e condividendo il proprio tempo e le proprie esperienze con gli amici (ma anche i nemici di sempre che si uniscano per realizzare un sogno), si possono raggiungere gli obiettivi più facilmente, anche divertendosi. Liberi di scegliere di vedere le cose da vicino o da lontano. Liberi di osare.

Un viaggio che esalta le idee e l’impegno, un viaggio oltre i propri limiti, alla ricerca della libertà. Verso i desideri, senza dubbi o paure.

Un albo ricco di speranza, perché chi sogna impara a volare.

Tutto è possibile, di Giulia Belloni e Marco Trevisan, immagini Kite edizioni

Giulia Belloni, Marco Trevisan (illustratore), Tutto è possibile, Kite edizioni, Padova, 2021, 32 p.

MEDITERRANEO:
un mare che chiede attenzione

Mediterraneo: un mare che chiede attenzione

La parola CLIMA ci porta un senso di stabilità, di qualcosa su cui possiamo contare. Ecco perché, quando attraversiamo il nostro presente, non trovo giusto parlare di cambiamento climatico, perché il clima l’abbiamo perso e viviamo un transitorio veloce. Le cose che un tempo erano ferme, almeno nell’arco di una vita umana, ora le vediamo muoversi.

Le piene del nostro grande fiume, divulgate dai media, danno portate di un terzo rispetto a pochi anni fa, e i rovesci che provocano le disastrose inondazioni sono locali, e non lo gonfiano. Nei lunghi mesi di magra il mare ne risale il corso, e i sedimenti deltizi scarseggiano. Tutto ciò che da terra alimenta il mare nostrum è diminuito: i ghiacciai alpini sono quasi estinti, tutti i fiumi che dovrebbero alimentarlo sono messi come il Po, e l’evaporazione è più intensa per l’aumento delle temperature di aria e acqua.

Si osserva invece all’opposto un aumento del livello del mare, sia pure di pochissimi centimetri. Le cause: la dilatazione termica dell’acqua, che si sta scaldando, ma il fattore preponderante è dato dai due ingressi: lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Suez. Occupiamoci per ora solo del maggiore, trascurando Suez.

Sappiamo che gli oceani terrestri salgono, per effetto della fusione di tutti i ghiacci: Groenlandia, Antartide, e le coste delle regioni polari. La banchisa Nord è già nell’acqua, e fondendo ne lascia il livello inalterato. La velocità dell’aumento è destinata a salire, dato che le emissioni climalteranti crescono, causando un feed-back positivo: il permafrost inizia a fondere, e libera il metano che contiene in quantità, regioni come Siberia e Groenlandia sono un esempio. Il metano svolge un effetto serra pari a 40 volte quello dell’anidride carbonica.

Dunque l’Atlantico che sale travasa da Gibilterra le sue acque nel Mediterraneo, unitamente ai meravigliosi organismi che in esse vivono. Ancora non siamo riusciti ad estinguere i grandi mammiferi marini, ma ci stiamo provando: gli air-gun delle ricerche petrolifere, che devono fare un’ecografia dei fondali, provocano onde sonore subacquee di grande intensità. Esse danneggiano le membrane timpaniche dei cetacei, che sono epidermiche, adatte a captare i loro linguaggi sociali. Capodogli e balenottere perdono la capacità di orientarsi, e finiscono spiaggiati.

A questo punto non resta che sognare. Sognare che tutti i paesi del Mediterraneo si uniscano in un condominio “Mare Nostrum” per colmare gran parte dello Stretto, limitando il flusso di acqua oceanica in ingresso. Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Grecia, Albania, Ex Iugoslavia, Italia, Francia, Spagna, possono contribuire alla colmata, ognuno secondo le proprie possibilità, per preservare le condizioni delle loro coste. La parte politica è la più difficile dell’operazione.

Cosa mettere sul fondale? Anche questa è politica, ma nella nostra civiltà dello spreco non dovrebbe essere difficile: rottami ferrosi, carrette dei mari, armi obsolete, cemento di risulta da rinaturalizzazioni ad esempio. Esportiamo rifiuti di ogni genere nel terzo mondo, soprattutto se ci comprano armi: sono morti giornalisti che volevano far luce su questi traffici. Bisognerà stare attenti che non siano rifiuti tossici o radioattivi, cosa all’ordine del giorno. Abbiamo anche industrie dismesse che rimangono in piedi come cattedrali nel deserto, in scenari da day after. Possiamo poi chiedere informazioni agli Emirati Arabi, che in mare ci costruiscono isole. Anche in Italia facciamo dighe foranee.

L’entità della colmata, che comunque deve lasciare un corridoio per le creature marine e per le navi, sarà poi da determinarsi per approssimazioni successive, e magari con una specie di MOSE aggiunto per la regolazione fine in corso d’opera.

Vorrei aggiungere un commento-sintesi per il lettore volonteroso che fosse riuscito a leggere fino a qui.
Ci vuol poco a prevedere che non avverrà nulla di tutto questo programma, ed è per la stessa ragione che nulla di serio viene fatto per il riscaldamento globale. Lo si riconosce, ma essendo cosa sgradevole viene rimossa. Sarebbe perfettamente contrastabile, porterebbe una enorme quantità di posti di lavoro, ma il pensiero di abbandonare attività redditizie è così intollerabile per i titolari, che si preferisce organizzare il negazionismo. Questa opera sarebbe indubbiamente titanica, e costituirebbe una svolta epocale. Essa non si dovrebbe limitare all’abbandono dei combustibili fossili, ma investirebbe tutti i fondamenti del pensiero unico, il mito del guadagno e del successo, lo stile di vita, l’alimentazione, la sovrappopolazione. Se torniamo al Mare Nostrum, ci accorgiamo che anche questa Grande Opera non è che un tassello di quanto deve accollarsi questo Uomo Nuovo. Noi vecchi non possiamo che fargli gli auguri, chiedere scusa non serve.

 

Ferrara: il bilancio della Campagna OSM (Obiezione alle spese militari) DPN 2024

Bilancio Campagna OSM (Obiezione alle spese militari) DPN 2024 a Ferrara

Si è conclusa per il ventesimo anno la campagna Osm a Ferrara rilanciata in città dalla Rete Lilliput  e in qualità di coordinatore dell’iniziativa vi informo sul bilancio 2024.

Risultati:

le adesioni sono state 181 e i soldi raccolti euro 4655 (in allegato la ricevuta del versamento alla Fondazione Langer); sono numeri che si avvicinano moltissimo  a quellli record  dello scorso anno  (nel 2023 182 aderenti e raccolti 4710 euro) . Per completare il quadro comunico che ci sono stati  11 rinunce, 1 rientro e 9 nuove adesioni.

Dunque possiamo parlare ancora di ottimo risultato anche se la realtà che ci circonda è purtroppo lontana dall’affermazione di una cultura di pace; in ogni caso il risultato della campagna è un bel segnale.

Voglio ringraziare particolarmente le persone che  hanno collaborato fattivamente per la buona riuscita della Campagna: Mambelli Alessandra, Chiappini Cecilia, Chiappini Anna, Trabucco Paolo, Lugli Brunella,  Rigosi Gian Luigi,  Marchi Marzia e tutte le 181 persone che hanno aderito. 

Con il denaro è stato effettuato un versamento a favore della Fondazione Alexander Langer Stiftung- Onlus per il sostegno al progetto Adopt Srebrenica.

Ricordo che i nostri fondi sono fondamentali per la prosecuzione del progetto , per il recupero della memoria e il ristabilirsi di relazioni “umane” tra le persone delle diverse etnie,   E’ dunque molto importante essere riusciti ancora una volta a raccogliere una cifra che consentirà a questi ragazzi (che hanno costituito un’autonoma associazione) di continuare nella loro opera, in particolare la gestione del Centro di documentazione della memoria.

Ci scrive Edi Rabini della Fondazione Langer: Da parte mia un grazie di cuore per la  vostra generosità e continuità in questa donazione collettiva, più che mai preziosa in un momento ancora difficile per chi si impegna a Srebrenica.

Qui la ricevuta del versamento: BONIFICO LANGER DA OSM 2024

A tutti un saluto di pace e Buone Feste

 

Cover: immagine da Nigrizia.

Tempo del pittore, tempo del cineasta
Alcune riflessioni su liturgia e arti figurative

Tempo del pittore, tempo del cineasta. Alcune riflessioni su liturgia e arti figurative

Pubblicato in: Il giornale di Rodafà

In un suo famoso libro, Tempo della Chiesa, tempo del mercante,  J. Le Goff  individuava la fine della sovrapposizione, o meglio della perfetta coincidenza, fra tempo liturgico e tempo quotidiano che aveva caratterizzato l’Europa continentale – ad esclusione della Russia – per tutta l’epoca medioevale, facendo coincidere questo cambio di prospettiva e di percezione, con l’installazione dei primi orologi e delle prime campane sulle torri civiche delle città.

Questa improvvisa apertura verso un tempo “laico” impiegherà diversi secoli prima di concretizzarsi, specie nelle campagne. Qui, ancora nell’Ottocento, le campane delle chiese non avevano affatto perso il loro ruolo extra-liturgico, strettamente legato al quotidiano. Oltre a scandire ancora la Liturgia delle Ore, indicando Lodi, Ore Medie e Vespri, le campane chiamavano a raccolta gli abitanti in caso di incendio, inondazione e persino rivolte (1).

Allo stesso modo, la tradizione delle Vigiliae (i turni di guardia delle sentinelle sopra le mura), che si sviluppa in ambito cittadino nel Medioevo, ha dato luogo ai tre Notturni, riuniti poi in un’unica celebrazione – il Mattutino.

Esisteva quindi un legame, un interscambio fra vita liturgica e vita quotidiana. L’arte sacra, che pure di liturgia era permeata, impiegò meno tempo a liberarsi dei simboli liturgici veri e propri, anche se le rappresentazioni strettamente liturgiche, specie del sacramento della Comunione, ma anche di altri momenti del culto, si diffusero moltissimo grazie all’arte della stampa popolare, giungendo fino al tardo Ottocento.

Se prendiamo in esame una delle cosiddette natività di notte di Lorenzo Lotto, quella dipinta nel 1523 e conservata alla National Gallery, vi troveremo ancora una molteplicità di simboli sacri (2). Contrariamente ad un affresco, la cui collocazione ideale era all’interno delle chiese (absidi, navate, cappelle votive) o dei palazzi nobiliari, il quadro era quasi esclusivamente riservato al committente e alla sua famiglia.

Ciò che vi era dipinto doveva servire a richiamare l’attenzione del riguardante ai Vangeli, alla vita di Gesù e dei Santi, più raramente all’Antico Testamento, per farne memoria o suscitare in lui pietà e compassione (si pensi ad una Crocifissione o ad un Compianto di Cristo).

Diverso il caso dei richiami all’antichità classica, alla mitologia, al paganesimo antico – tanto per usare un’espressione cara ad Aby Warburg – presenti in tanta pittura del Rinascimento. Un insieme di figure, segni e simboli che metteva in gioco la cultura stessa del committente e dei riguardanti.  Attraverso l’astrologia e la mitologia, richiamava poi un sistema di fedi, leggende e credenze rituali, in cui l’Oriente si fondeva con l’Occidente, mai del tutto abbandonato (3).

Torniamo alla funzione liturgica dell’arte sacra. Come si può intuire da quanto affermato, per collocazione e sistema iconico, essa costituiva anche un elemento o un’estensione dello stesso rito liturgico, a seconda che l’affresco o la tela si trovassero nella chiesa o nell’abitazione. L’introduzione della figura del committente nell’affresco e poi nel dipinto, inizia lentamente a disgregare questa funzione, ponendo l’accento sull’individuo: un elemento “laico” che acquisterà sempre più importanza.

Un altro elemento disgregante fu la volontà di rappresentare le scene religiose, come fossero vedute della vita cittadina o di corte (si veda, già nel Trecento, la Maestà senese di Simone Martini, o la più tarda cappella Brancacci a Firenze, ad opera di Masaccio e Masolino); elemento accentuato dagli intenti celebrativi delle Signorie (Camera picta e Ciclo dei mesi a Mantova e a Ferrara).

L’invenzione del ritratto volgerà poi ulteriormente la pittura verso la dimensione individuale, fino a giungere all’apoteosi, con la pittura fiamminga dei secoli XV e XVI, che T. Todorov considera un vero e proprio “elogio dell’individuo” (4).

L’irruzione nella scena della figura del committente e poi dell’individuo, finisce dunque per togliere sacralità all’arte, slegandola da quel sistema simbolico che ne faceva complemento ed estensione della liturgia. L’evoluzione artistica dei secoli successivi al XVII farà il resto, completando l’opera di laicizzazione delle immagini.

Sul finire dell’Ottocento però, e ancor più negli anni Venti e Trenta del Novecento, assistiamo alla nascita di una nuova forma di liturgia, una liturgia totalmente “laica”. Mi riferisco all’invenzione del Cinematografo e allo sviluppo successivo dello Star System. Il cinema inizia ben presto ad essere visto in modo collettivo: nelle sale si sviluppa una precisa ritualità, affatto sacra, come gli studi di G. Brunetta hanno dimostrato (5).

La pellicola proiettata sullo schermo è vissuta e partecipata dagli spettatori, che ruggiscono all’apparizione del leone della Metro, si scambiano effusioni durante le pudiche scene d’amore dell’epoca, mentre i bambini presenti fingono di sparare con le dita ai pellerossa che cavalcano sullo schermo, inseguendo la diligenza di turno. Una vera assemblea riunita per condividere; quasi una messa animata, potremmo dire.

Gli attori hollywoodiani più famosi poi, affiancano o sostituiscono i santi nell’immaginario e nella devozione popolare: nel Sud, accanto all’immagine di Santa Rosalia, compare quella di Rodolfo Valentino. Il cineasta diviene così una sorta di nuovo sacerdote, colui che mette in scena un rito collettivo nuovo. Proprio come un sacerdote, egli ha il compito di celebrarlo, di farlo funzionare, la venerazione spetta ad altri, agli attori, sostituti dei Santi.

Tuttavia i primi film di finzione che ottengono un grande successo di pubblico (si pensi ai film d’art francesi), sono a carattere storico o religioso. Le Vite di Gesù prodotte nei primi trent’anni della storia del cinema sono innumerevoli e fra loro molto simili. Ricalcano infatti gli avvenimenti universalmente noti dei Vangeli, ma non hanno quasi più scopo celebrativo, come nell’arte sacra, né ancora riflessivo (come sarà per Il Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini), solo intenti didascalici e morali.

Soltanto nel secondo dopoguerra il cinema inizierà a porsi interrogativi di ordine religioso. Un precursore può essere considerato C.T. Dreyer che, sin dalla Passione di Giovanna d’Arco (1928) e poi soprattutto con Ordet (1955), compie una riflessione profonda sul significato salvifico della parola evangelica.

Dreyer adotta uno stile essenziale, fatto di frequenti inquadrature ristrette, così da permettere allo spettatore di concentrarsi su piccole porzioni di spazio, che fanno a loro volta da contraltare all’esaltazione del dono profetico, visto in entrambe le pellicole come una sorta di zona d’ombra fra follia e santità.

Molti sono i film che trattano in modo esplicito, o contengono al loro interno, argomenti a carattere religioso, e non è mia intenzione occuparmene, quanto piuttosto fornire alcune riflessioni sul ruolo e l’immagine della liturgia nel Cinema.

Ogni volta che una pellicola mostra scene liturgiche in senso stretto, ci troviamo davanti, per quanto detto sopra sulla ritualità della fruizione cinematografica, ad una sorta di cinema meta-liturgico, che mostra cioè una liturgia nella liturgia, un rito nel rito.

Quanto appena sostenuto, contribuisce a spiegare l’enorme successo di un’opera come Jesus Christ Superstar (N. Jewison, 1973). Il film mostra, demistificandola allo stesso tempo, oltre alla vita di Gesù, anche l’origine della ritualità liturgica cristiana (Domenica delle palme, ultima cena, passione e crocifissione), ma lo fa, per quanto affermato, all’interno della ritualità cinematografica.

Non è tutto. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta (specie dopo Woodstock), si consolida una nuova forma di ritualità di gruppo, quella dell’happening musicale, del concerto all’aperto o negli stadi; una ritualità inneggiante alla demistificazione dei valori tradizionali, vissuta come forma estrema di libertà, anche dagli stessi riti sociali precedenti. Un nuovo rito insomma, un rito di “rottura” che ha, in piccolo, quasi la stessa forza eversiva sulla società, dell’assemblea cristiana.

Tornando al film, ecco allora che ci viene mostrata la nascita della ritualità cristiana, attraverso una doppia ritualità visiva e sociale: l’happening musicale ed il cinema. Gli effetti, fra loro sovrapposti, di queste tre forme di ritualità, fanno di Jesus Christ Superstar un film dotato di un’enorme potenza di rottura e di conservazione al tempo stesso.

Ne La messa è finita (N. Moretti, 1986), il protagonista, Don Giulio – che veste sempre, in modo significativo, l’abito talare tradizionale – al suo ritorno, dopo aver trascorso molti anni su di una piccola isola, si scontra con l’indifferenza, la solitudine, persino la crudeltà gratuita, della società odierna. Ogni suo tentativo di riportare il reale all’interno del sacro, è destinato a fallire.

Tra nevrosi tipiche di Michele Apicella (l’alter ego di Moretti nelle pellicole precedenti), relazioni familiari, amicizie e corsi prematrimoniali fallimentari, Don Giulio capisce che oggi non v’è più alcun posto per la sacralità: del matrimonio, dell’amore e della vita coniugale, dello stesso abito talare – la celebre scena della fontana (6).

Tornerà così alla sua isola, scegliendo la solitudine in modo consapevole, con l’unico risultato di aver impedito alla sorella di abortire. Significativa è qui la figura dell’amico sacerdote che ha rinunciato all’abito per farsi una famiglia. Appare inizialmente come l’unica persona felice del film, ma finirà poi per rivelare silenzi e assenze, sintomi certi di inquietudine e smarrimento.

Vorrei chiudere con alcune considerazioni sul ruolo salvifico della liturgia, intesa come ultima risorsa praticabile di fronte alle catastrofi. Il finale de La guerra dei mondi (B. Haskin, 1953), tratto dal celebre romanzo di H.G. Wells, ci mostra una folla di newyorkesi riunita in chiesa per pregare, di fronte alle distruzioni operate in città dalle macchine tripodi marziane.

L’esercito e l’aviazione non sono riusciti a fermarle, la preghiera collettiva è l’ultima ratio, l’ultima risorsa rimasta di fronte alla catastrofe inesorabile. Puntuale il miracolo si verifica: le macchine marziane si accasciano al suolo, gli alieni, già contagiati dai virus terrestri, muoiono tutti, ponendo così fine all’invasione.

Allo stesso modo, ma con diverso risultato, in 2012 (R. Emmerich, 2009), la folla riunita in San Pietro, per scongiurare la fine del mondo, riceve come risposta “divina”, il crollo della basilica stessa, che inizia con la formazione di una profonda crepa nel celebre affresco di Michelangelo, proprio nel punto in cui le dita dell’uomo e del creatore quasi si toccano, producendo così un suggestivo effetto di separazione delle due figure, presagio di estrema sventura – l’alleanza tra Dio e l’uomo si è spezzata.

Anche ne La notte di San Lorenzo (P. e V. Taviani, 1982), una parte degli abitanti del paese si riunisce in Chiesa e celebra l’eucarestia sotto la tacita minaccia delle truppe tedesche, il cui comandante ha promesso una salvezza effimera, a cui i fedeli vogliono credere (ma li uccideranno tutti). L’ostia consacrata non basta per i presenti, ed allora le donne iniziano a spezzare alcune pagnotte di pane.

È un ritorno ad uno dei significati originari dell’eucarestia, qui intesa come nell’ultima cena: forma estrema di condivisione e purificazione prima della morte. Valore tradito, ma anche esaltato, dalla crudeltà nazista, che avrà il suo riverbero nell’incredulità del vescovo, ferito dall’esplosione della bomba nella chiesa piena di gente, mentre aiuta una madre a raccogliere il corpo esanime della figlia.

Abbiamo visto come, nel periodo della pittura sacra, liturgia arte e quotidianità andassero di pari passo, mentre la nascita di una nuova ritualità dell’immagine, ha concretizzato ancor più quella sfasatura introdotta nella percezione del tempo, dall’abbandono della pratica condivisa della Liturgia delle Ore, in epoca moderna, ma anche dello stesso memento mori.

L’estrema spettacolarizzazione a cui tende il cinema contemporaneo dei blockbusters, considera sempre più la rappresentazione degli elementi liturgici come un sorta di rito contro il male, quasi fosse la manifestazione di un vecchio superpotere, un tempo efficace contro demoni e catastrofi, risolte oramai in modo individuale (si veda il finale di 2012, con le arche high tech costruite dai cinesi, o ancora quello di Constantine, il cui protagonista è così astuto da ingannare lo stesso Satana).

Una vecchia e superata forma di lotta contro il male dunque, di cui non si sente più il bisogno, perché i confini tra bene e male sono quanto mai incerti, e il rovesciamento di significato è pratica consueta, quando la stessa simbologia sacra è ridotta ad una scarna simbologia new age.

NOTE

(1) Si veda in particolare S. Cammelli, Al suono delle campane. I moti del macinato (1869), Franco Angeli, Milano, 1984.
(2) Vediamone alcuni. Ai piedi della culla di Gesù stanno, rispettivamente a destra e a sinistra, una piccola botticella di vino e un sacchetto rigonfio. Essi stanno a ricordare, a mio parere, l’inizio e la fine della vita miracolosa di Gesù: le Nozze di Cana e il tradimento di Giuda. La Vergine e S. Giuseppe, inginocchiati presso la culla, compiono due gesti significativi: la madre di Gesù ha le braccia incrociate sul petto nel gesto, identificato da C. Frugoni, dell’obbedienza. Le braccia formano una croce (quale miglior forma d’obbedienza?), ricordando così al riguardante la morte del Cristo, come del resto fa la grande croce in legno appesa al muro, alle spalle del terzetto. S. Giuseppe è invece ritratto manibus  junctis, gesto che si diffuse a partire dal XII secolo, grazie all’influsso francescano e per analogia con la recommandatio feudale.
(3) Si vedano in particolare gli studi di A. Warburg e F. Saxl. (4) T. Todorov, Elogio dell’individuo. Saggio sulla pittura fiamminga nel Rinascimento, Apeiron, Roma, 2009.
(5) Si veda soprattutto: G. Brunetta, Cent’anni di passioni. Lo spettatore cinematografico in Italia, Marsilio, Venezia, 1989.
(6) Sceso dal furgone della sua parrocchia per protestare, in modo più che civile, contro un uomo anziano con due figli (o tirapiedi, non si capisce), che gli avevano sottratto il parcheggio, Don Giulio, che indossa l’abito talare, viene ripetutamente immerso in una fontana con la testa. La scena è agghiacciante: ogni volta che il sacerdote emerge chiedendo spiegazioni, in modo sempre civile, viene nuovamente immerso nella fontana dai tre, sempre più a lungo. Mentre compiono questo gesto umiliante, pur usando la forza, i tre continuano ad annuire con il sorriso sulle labbra, come se ascoltassero le parole di Don Giulio.

Per leggere gli altri articoli e i racconti di Stefano Agnelli  su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Con ‘Riflessi’, al via la collaborazione fra Ferrara Film Corto Festival e Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival di Rimini, Santarcangelo di Romagna e Pennabilli

Parte la collaborazione fra Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’ e Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival di Rimini, Santarcangelo di Romagna e Pennabilli, nel nome di Tonino Guerra

La V Edizione di Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival si terrà da martedì 10 a domenica 15 dicembre a Santarcangelo di Romagna, Rimini e Pennabilli.

Nato da un’idea e con la Presidenza di Andrea Guerra e la Direzione Artistica di Steve Della Casa e Paola Poli, il Festival di cinema sui territori e la bellezza è promosso dall’Associazione Tonino Guerra e pone al centro i temi che sono stati al cuore della poetica del Maestro Tonino Guerra, tra grande cinema, poesia e letteratura.

L’edizione è dedicata ad Andrea Purgatori che, nella serata speciale di lunedì 9 dicembre, sarà ricordato, tra cinema e giornalismo d’inchiesta, al Cinema Fulgor di Rimini.

Andrea Purgatori, Andrea Guerra, Fulgor presentazione, Opera Omnia 2018, foto Associazione Tonino Guerra

Il 10 dicembre prenderanno il via le numerose attività. In programma, fra l’altro, la presentazione, a Santarcangelo di Romagna, de La vita accanto di Marco Tullio Giordana, premio per la regia, e una serie di film preceduti da incontri con l’autore, tra cui Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, premio per la sceneggiatura, Palazzina Laf, di Michele Riondino, premio tra cinema e tv, La valanga azzurra, di Giovanni Veronesi, premio Luoghi dell’Anima e Un mondo a parte, di Riccardo Milani, Premio Luoghi dell’Anima.

La vita accanto, di Marco Tullio Giordana, Viola Basso, Sonia Bergamasco, foto Angelo Turetta
La Vita accanto, di Marco Tullio Giordana, Paolo Pierobon Sonia Bergamasco, Valentina Bellé, foto Angelo Turetta

Fra i film in concorso ‘opere prime e seconde’, che avranno la loro presentazione a Rimini, ci saranno Dall’alto di una fredda torre, di Francesco Frangipane, Il ragazzo dai pantaloni rosa, di Margherita Ferri, Nottefonda, di Giuseppe Miale di Mauro, Familia, di Francesco Costabile.

Numerose le masterclass e gli incontri con gli autori, fra i quali Marco Tullio Giordana, Matteo Garrone, Francesca Comencini, Riccardo Milani, Michele Riondino, Giovanni Veronesi, Pilar Fogliati e Vinicio Marchioni.

Matteo Garrone ph. Ottavia Da Re courtesy Gruppo Editoriale

Pennabilli, al Museo Tonino Guerra, dal 10 al 12 dicembre, sarà presentato Riflessi – corti in concorso, selezione curata dalla Direzione artistica di Luoghi dell’Anima in collaborazione con il Ferrara Film Corto Festival Ambiente è Musica (FFCF).

I corti della sezione Riflessi di FFCF saranno proiettati anche al C’Entro – Supercinemadi Santarcangelo di Romagna e al Fellini Museum Cinemino di Rimini.

Queste le 16 opere selezionate, provenienti dalla scorsa VII Edizione del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”, tenutasi nel mese di ottobre 2024.

Sezione Corti Italiani

• “Tu quoque” (Italia, 11′) di Luca Fattori Giombi
• “Benzina” (Italia, 20′) di Daniel Daquino
• “50mm” (Italia, 18′) di Joseph Ragnedda
• “Il binario morto” (Italia, 24′) di Antonio Maciocco
• “Sui tetti di chi dorme” (Italia, 15′) di Antonello Murgia
• “Il fagiano” (Italia, 11′) di Emanuele Giacometti
• “Il treno speciale” (Italia, 10′) di Luigi Cianciaruso

Sezione Corti Esteri

• “Trinidad” (Messico, 11′) di José Manuel Azuela Espinosa e José Azuela
• “It takes a village…” (Armenia, 23′) di Ophelia Harutyunyan
• “The One Note Man” (Regno Unito, 22′) di Jason Watkins

Sezione Documentari

• “Vision d’eté” (Italia, 20′) di Anna Crotti, Lucrezia Giorgi e Anaïs Landriscina
• “Dr. Vaje” (Italia, 20′) di Carmelo Raneri
• “Home” (Italia, 17′) di Valerio Armati e Nina Baratta
• “The fisherman, the alien, the sea” (Italia, 9′) di Elisabetta Zavoli
• “Radio perla del Tirreno” (Italia, 17′) di Noemi Arfuso
• “Orme” (Italia, 14′) di Andrea Fabbri e Lorenzo Fantini

Lo Short film on tour, che comprende la selezione dei cinque cortometraggi finalisti dell’European Film Academy per il 2024 avverrà, anch’esso, fra Pennabilli, Santarcangelo di Romagna e Rimini.

Le premiazioni del Concorso opere prime e seconde e di Riflessi – Corti in concorso avverranno sabato 14 dicembre sera a C’Entro – Supercinema di Santarcangelo di Romagna.

Luoghi dell’Anima – Italian Film Festival è realizzato con il supporto di: Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna attraverso la Film Commission, Comuni di Pennabilli, Santarcangelo di Romagna e Rimini, Visit Romagna, APT Servizi Emilia-Romagna, Fondazione Culture Santarcangelo, Fellini Museum e Cineteca di Rimini. https://www.luoghidellanima.it/

Ferrara Film Corto Festival Ambiente è Musica è sostenuto e patrocinato dal Comune di Ferrara attraverso l’Assessorato alla Cultura e all’Ambiente, dalla Provincia di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna. L’obiettivo è di esplorare il tema dell’ambiente in tutte le sue connotazioni, non limitandosi al tema del cambiamento climatico, ma considerando l’ambiente come luogo di connessione. Pone attenzione al cinema indipendente e ai suoi giovani autori, nonché all’innovazione come linguaggio delle nuove generazioni.https://www.ferrarafilmcorto.it/

VOCI DI DONNE PER DAR VOCE ALLE DONNE

VOCI DI DONNE PER DAR VOCE ALLE DONNE

Domenica 24 novembre la possente ma elegante Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Bologna) ha fatto da cassa di risonanza al canto variegato di donne impegnate in un laboratorio corale nella mattinata e successive esibizioni nel pomeriggio. Al laboratorio hanno partecipato le coriste e anche amiche e mamme delle coriste, provenienti da Ferrara, Schio, Adria e diverse donne di Bologna e Bazzano. Un evento organizzato dalle donne per la Giornata contro la violenza delle donne e che è giusto raccontare.

In apertura si è parlato della violenza sulle donne, di quanto grave sia un fenomeno che, nonostante le campagne di sensibilizzazione, continua a crescere in maniera allarmante in tutte le fasce della società. Si sono condivise preoccupazioni e riflessioni, prima di dare spazio alla musica e all’intreccio delle voci.

Protagonisti, sul piano musicale, tre cori femminili che in più occasioni si sono incontrati in rassegne corali nel territorio; questa volta il valore aggiunto è stato rappresentato appunto dalla formula vincente del laboratorio, già sperimentata qui e altrove in anni passati, sempre in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne.

Ospite e promotore dell’evento il Coro “Mosaico”, diretto da Marco Cavazza; il coro è nato a Monteveglio (Bo) nel novembre 2008 grazie ad un’iniziativa dell’omonima Commissione Pari Opportunità per creare un luogo di incontro e di scambio di molteplici tradizioni culturali e musicali. Dalla nascita è composto esclusivamente da donne di diverse provenienze (Italia, Romania, Marocco, Tunisia, Repubblica Ceca, Kosovo, Perù, Francia, Norvegia).
Dal 2014 il Coro organizza la Rassegna “DiamociVoce” interamente dedicata alla coralità femminile e dal 2018, in occasione della “Giornata mondiale contro la violenza alle donne”, realizza un laboratorio corale l’ultima domenica del mese di novembre aperto a tutte le donne che per un giorno vogliono stare insieme nel canto. Dal 2018 il gruppo fa parte delle iniziative culturali proposte in Valsamoggia (Bo) dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

Il Coro Femminile SonArte è un progetto artistico dell’Associazione Musicale e Culturale SonArte, nato nel 2010 e diretto dalla sua fondazione da Sonia Mireya Pico. È costituito da 38 donne impegnate in diversi ambiti professionali e di volontariato sociale e solidale che hanno l’interesse per il canto corale. Dal 2015 è iscritto all’AERCO. Dai suoi inizi si è proposto come uno spazio di aggregazione musicale aperto alle donne che hanno il desiderio di imparare a cantare in stile polifonico. Il coro si distingue per l’interpretazione di brani e melodie di genere tradizionale, folkloristico e popolare provenienti dalle diverse culture del mondo. Il Piccolo Ensemble SonArte è un progetto corale nato all’interno del Coro Femminile SonArte nel gennaio del 2023. L’organico vocale da camera, diretto da Sonia Mireya Pico, è costituito da 10 donne che hanno il desiderio di eseguire altri repertori, siano essi di genere tradizionale, popolare, antico e moderno realizzati in stile polifonico da differenti compositori e arrangiatori.

La storia del Coro Le Dinamiche comincia nel 2012, a partire da un corso di canto collettivo per ragazzi promosso dalla Scuola di Musica G. Fiorini di Bazzano, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio di Bazzano e dalla Scuola di Musica “Banda Zanoli” di Castello di Serravalle (Bo). Da sempre, una grande attenzione è riservata alla preparazione vocale e alla scelta di brani, adatti alle giovani voci in formazione del gruppo originario, che negli anni sono cresciute e cambiate con il coro stesso. Il repertorio è principalmente pop/etnico, con riferimenti alla musica blues, a quella sudamericana e folk, con incursioni nella musica barocca o nel pop contemporaneo.

 

Rocca di Bazzano

Rocca di Bazzano ha una storia lunga e interessante: a dispetto della leggenda che la vuole costruita da Matilde di Canossa, le sue origini risalgono ad una data incerta ma sicuramente anteriore al Mille, nel periodo in cui in tutta l’area padana sorgevano castella o castra in difesa dalle invasioni barbariche. Le prime mura della fortezza vennero costruite nel 1218.

Nel corso del Duecento la Rocca viene assediata dai Bolognesi per ben due volte: nell’ultima (1247) essi riuscirono ad espugnarla e diedero ordine di demolirla completamente facendo trasportare le pietre a Monteveglio, dove furono utilizzate per una casa torre destinata ai funzionari bolognesi di quel borgo. La fortezza fu in seguito ricostruita da Azzo VIII d’Este tra il 1296 e il 1311, con successivi ampliamenti delle mura.

L’aspetto attuale dell’edificio risale però all’epoca rinascimentale, quando Giovanni II Bentivoglio lo trasformò in “delizia” signorile destinata alle vacanze in campagna.

Sia il laboratorio corale della mattina che le esibizioni dei tre cori nel pomeriggio si sono svolti nella Sala dei Giganti, la maggiore della Rocca, che presenta una partitura architettonica di colonne, entro le quali sono inquadrati paesaggi (forse raffiguranti Bazzano e altre terre dei Bentivoglio) e grandi figure di armati con gli stemmi dipinti sugli scudi.

Nella Sala dei Giganti

Le voci abilmente guidate e ispirate dai due diversi direttori (Sonia Pico e Marco Cavazza) si sono un po’ alla volta amalgamate e intrecciate nella polifonia dei brani proposti nel laboratorio (un canto tradizionale colombiano, una ninna nanna dell’Europa orientale, uno spiritual e un canto tradizionale scozzese) nella cornice delle pareti affrescate con i giganti quasi in attento ascolto.

In copertina:  Esibizione del coro “Le Dinamiche” alla rocca di Bentivoglio di Bazzano, 24 novembre 2024

Per leggere gli articoli di Maria Calabrese su Periscopio clicca sul nome dell’autrice.

 

Per certi versi / STELLA ALPINA

STELLA ALPINA

c’è un fiore
Che si accarezza
E provi
Tremore
Ma rara bellezza
Ti coglie
Nel suo bianco
Ricordo
Della neve
E unica sola
Un po’ nascosta
Nei prati
Inusi
L’aria fina
La luce dove cresci
Stella alpina

In copertina: Foto di Dani Egli da Pixabay

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Stellantis: come erogare dividendi scintillanti senza vendere automobili

Stellantis: come erogare dividendi scintillanti senza vendere automobili

Stellantis: in latino, “scintillante”. Il logo, secondo i creatori,  è «la rappresentazione visiva dello spirito di ottimismo, energia e rinnovamento di un’azienda diversificata e innovativa, determinata a diventare uno dei nuovi leader della prossima era della mobilità sostenibile».

Le prime pagine di notiziari, giornali e social network pullulano in questi giorni della notizia secondo cui il dimissionario/dimissionato AD di Stellantis (società nata dalla fusione tra Fiat Chrysler e PSA-Peugeot Citroen), Carlos Tavares, incasserebbe una buonuscita di 100 milioni di euro dopo avere gestito in maniera industrialmente sciagurata la società, in caduta libera sia nei ricavi, sia nel numero di auto vendute – con particolare crollo nel settore elettrico – sia, ovviamente, nel numero degli addetti, quando non già licenziati, spesso in cassa integrazione; per tacere dell’altrettanto grave problema di tutto l’indotto.

Non mi permetto in questa sede di fare considerazioni sulla crisi dell’industria nel nostro paese e in particolare del settore dell’ automotive in Europa, dentro la quale la situazione di Stellantis è un drammatico “di cui” (siamo anche alla vigilia di un imponente sciopero in Wolkswagen ad opera del più rappresentativo sindacato metalmeccanico europeo, la IG Metall). Sono talmente tante le variabili e le concause di questa crisi che mi sentirei inadeguato a fare un ragionamento non banale su uno dei processi economici che rappresentano in modo plastico – questo si può dire – i morti e i feriti lasciati sulla strada della “transizione ecologica”, quando non viene gestita con la indispensabile capacità strategica.  Peraltro, gestire in modo appropriato, che si faccia gli ingegneri, i manager, i climatologi o i politici, un processo di questa portata non è affatto uno scherzo.

Quello che invece vorrei focalizzare è il rapporto, da molti considerato (giustamente) immorale, da molti ritenuto (meno giustamente) inspiegabile, tra gli emolumenti di Tavares – ricordiamo anche il suo ultimo stipendio annuo da 23 milioni di euro –  e i pessimi risultati industriali del gruppo che ha guidato per quattro anni. Chi lo giudica immorale, disgustoso, fa una elementare considerazione umana, anche se forse figlia di un umanesimo naif, vista la spietatezza connaturata al rapporto globale tra capitale e lavoro. Chi lo giudica inspiegabile commette un errore di correlazione: pensa, sbagliando, che il valore attribuito dal Consiglio di Amministrazione a Tavares sia correlato unicamente ai risultati industriali dell’azienda. Non è così.

Se ti viene dato un obiettivo non prevalentemente industriale, ma prevalentemente finanziario, cioè garantire ai tuoi azionisti di riferimento dividendi stellari, tanto per stare in tema, e tu lo fai, il tuo obiettivo principale lo hai raggiunto. Negli ultimi quattro anni Stellantis ha fatto distribuire dividendi per circa 23 miliardi di euro. Negli stessi anni, tra il 2021 e il 2024, negli stabilimenti italiani dell’ex Fiat si è passati da 53.000 a 40.000 dipendenti: -25%. Senza minimamente preoccuparsi di distrarre i soldi (6,3 miliardi) prestati dal governo Conte 2 dallo scopo industriale cui erano destinati, Tavares senza alcuna opposizione distribuì 5 miliardi di utili agli azionisti – primo tra tutti Exor, la cassaforte degli Agnelli ed Elkann, primi responsabili di questa deriva. C’è un dato che racconta il succo della faccenda: lo Stato italiano ha erogato a Stellantis, in tre anni, 703 milioni in ammortizzatori sociali (cassa integrazione). Nello stesso periodo di tempo, Tavares si è portato a casa da solo un settimo di quella cifra, e la Exor circa due miliardi in dividendi.

Quando un amministratore delegato riempie le tasche degli azionisti di soldi e contemporaneamente sposta le produzioni fuori dall’Italia, peraltro commettendo gravi errori strategici – ma non tattici, se guardiamo alla consistenza del suo portafoglio – appare evidente che la sua mission principale aveva a che fare con la finanza, non con l’industria. Questa mission viene trasfusa negli accordi privatistici tra l’AD e la società, e questa “trasfusione” viene operata prima di conferirgli l’incarico: bonus legati all’andamento dell’azione nel breve termine, non solo nel medio e lungo. Bonus legati alla misura dei dividendi erogati ai soci. Patti chiari, amicizia lunga: lunga quel tanto che basta per diventare tutti ricchi sfondati, dove per tutti si intendono i contraenti del patto che privatizza i profitti e socializza le perdite. Molte aziende hanno aggiornato in questo senso da tempo le politiche di remunerazione del top management, e quelle che lo stanno facendo adesso seguono la cresta di un’onda scellerata. Questi patti indicano che la proprietà fa una scelta netta e inequivocabile a favore di uno stakeholder (se stessa) a scapito degli altri due: clienti e dipendenti(diretti e indiretti). Infatti, come si fa ad erogare utili monstre rischiando di mandare a picco le prospettive industriali di un’azienda? Si fa aumentando i prezzi delle auto e tagliando i costi, alias delocalizzando dove la manodopera costa meno ed espellendo personale.  Peccato che poi le tue auto sono troppo costose, i clienti se ne accorgono e preferiscono comprare veicoli cinesi, e tu te la cavi dicendo che la colpa è del fatto che gli incentivi statali europei per favorire l’acquisto di auto elettriche sono troppo bassi.

Ci sarebbe qualcosa di osceno in questa ostentazione spudorata della propria arrogante autodifesa, se non fosse che è il concetto stesso di oscenità che va rivisto alla luce degli ultimi decenni di capitalismo finanziario. Abbiamo salutato con favore l’evoluzione libertaria del costume che ha spostato molto in avanti la frontiera del comune senso del pudore, ma forse abbiamo esagerato. Adesso il senso del pudore è morto, e con esso il ritegno e la vergogna.

 

 

Presto di mattina /
Pellegrini d’avvento

Presto di mattina. Pellegrini d’avvento

In sogno ho visto il mondo

La poesia è la danza del linguaggio.
La danza è la poesia del corpo.
Il corpo e il linguaggio che parla il tutto:
Ascolta, senti e vedi.
(Doris Kareva, In sogno ho visto il mondo, Bompiani, Firenze-Milano 2024, 263).

Porterò come me in quest’Avvento e lungo l’anno giubilare oramai alle porte come sogno d’ametista – quel saper vedere l’Oltre, oltre l’orizzonte degli occhi – una poesia dell’amico Daniele Borghini: Attendo il Tuo sguardo eterno, 4 maggio 2000. Ad ogni lettura, i suoi testi me lo ridonano al vivo, e tra le righe della pagina ascolto, sento e vedo il non ancora detto e il non scritto di quella danza del linguaggio che è la poesia, e con lei la speranza che è la poesia “del pellegrino sfiancato e claudicante”.

Attendo il Tuo sguardo eterno
il paterno abbraccio
ristoro senza fine
Quando giungerò a Te
pellegrino sfiancato e claudicante
avrò il cuore pieno di ruggine
ma in un battito d’ali
ogni cosa sarà pacificata
ogni lacrima seccata
La Croce sarà un diadema
incastonato nell’eternità
(La direzione dei miei passi ubriachi. Racconti e poesie, Nuove Carte, stampa Grisignano [VI], 167).

Noi pure pellegrini d’Avvento, perché la poesia rompe il guscio delle parole e, come da contorto e tormentato gheriglio, un germoglio spunta.

Noi pellegrini d’Avvento, perché la speranza, come da scorie di rugginoso e indurito ferro in fuoco di crogiolo, rende nuovamente incandescente la promessa antica: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra, vieni camminiamo nella luce del Signore» (Isaia 2, 4).

«Ecco, a te viene colui che è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato» (Zaccaria 9,9-10),

La poesia, come la speranza, è l’altro sguardo. È persistenza dell’umano nel disumano, della resistenza nell’annientamento. Poesia e speranza vanno infatti insieme e non sono evasione, illusione di cammino, anche quando questo si compie nei camminamenti di una trincea sul Carso nella prima Guerra mondiale.

Ce lo ha insegnato ancora una volta Giuseppe Ungaretti in quel Pellegrinaggio nelle trincee della sua omonima poesia. Il biancospino che prosperava nei giardini di Alessandria d’Egitto dov’era nato, lo ritrova in una «budella di macerie», ora immagine di se stesso: «sono cresciuto/ come un crespo/ sullo stelo torto/ mi sono colto/ nel tuffo/ di spinalba» (Annientamento, Versa il 20 Maggio 1916, Vita d’uomo, 49).

Seme di spinalba perenne sono la poesia e la speranza. Spinalba, spina argentata, bianco riccio (Eryngium spinalba), e pure il suo colore, quando muta, come quarzo d’ametista (Eryngium amethystinum). Pietra d’ametista il cui nome ἀμέϑυστος significa “contrario all’ubriachezza”, forza interiore, antidoto all’ubriachezza del potere e dell’inumana violenza di ogni genere.

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
(Pellegrinaggio, Valloncello dell’Albero Isolato il 16 agosto 1916, Vita d’uomo, 46).

Uomo di pena perennemente in agguato

Uomo di pena come Ungaretti, il “nomade d’amore”, è chiunque non rinuncia alla propria bontà; chi resta umano nello scempio e nella liquefazione brutale del disumano, chi resiste nella sua spirituale corporeità come suola pur logorata e strusciata dal fango.

Così annota Ungaretti: «S’ingannerebbe chi prendesse il mio tono nostalgico, frequente in quei miei primi tentativi, come il mio tono fondamentale. Non sono il poeta dell’abbandono alle delizie del sentimento, sono uno abituato a lottare, e devo confessarlo – gli anni vi hanno portato qualche rimedio – sono un violento: sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita.

Volontà di vivere nonostante tutto, stringendo i pugni, nonostante il tempo, nonostante la morte. Potrei così commentare Agonia, Pellegrinaggio, quelle poesie del primo momento, di Lacerba, o quelle già del Porto Sepolto, dove mi scopro e mi identifico, dentro gli orrori della guerra, nell’uomo di pena e, come tale, Ungaretti, uomo di pena, mi parrà di dovermi anche in seguito, sempre, identificare» (Note a L’Allegria, ivi, 518).

È con questa pena che m’inoltro anch’io nell’Avvento. Spinalba, un fiore di eringio violaceo, sarà mia compagnia anche nel pellegrinaggio dell’incipiente Giubileo. Che non è per la chiesa, né per se stessi: è per la povera gente, per l’umanità squarciata dal moltiplicarsi delle guerre. Un anno di grazia per i poveri, per le genti, un cammino in loro compagnia, durante il quale forse scoprirò come «i loro occhi sono pieni di tramonto,/ i loro cuori sono pieni d’alba» (Iosif Brodskij).

Indicibilmente e instancabilmente, senza sosta, perenni pellegrini con il viatico spirituale della speranza. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

Preghiera d’Avvento quando sbianca la speranza

Perché non ritorni
tra le nostre rovine
nella notte infinita
che fa impallidire le speranze?
Vieni
a lanciare il Grido
e che sia fermo
unico
impetuoso.
Fai tacere
queste nostre assurde battaglie.
Non più Croce
ma luce subito.
Istante eterno.

Saprò riconoscerTi
anche tra gli affanni
e
nel buio del mio orizzonte?
Riuscirò a vederTi
umile tra gli umili
Croce tra croci?
(Borghini, ivi, 157; 159).

Sempre in cerca di speranza perché “Spes non confundit”

La Lettera pastorale 2024-2025 del nostro vescovo Gian Carlo Perego titola Segni dei tempi, segni di speranza. Tra Sinodo e Giubileo. In essa si indicano i segni di speranza che ci interpellano oggi come singoli e comunità: la pace, apertura e cura della vita, la visita e il perdono ai detenuti, la visita agli ammalati, l’attenzione ai giovani, l’ospitalità ai profughi, migranti, rifugiati. Il settimo segno di speranza sono gli anziani.

In una parola: “dare speranza ai poveri”: «È un tempo per dare speranza, soprattutto ai poveri, che sono milioni di persone che soffrono per la fame, la sete, lo sfruttamento della loro terra e di loro stessi. Come cristiani che vivono il Giubileo che è libertà e liberazione, non possiamo guardare altrove e fingere di non vedere i poveri del mondo, o abituarci a loro. I poveri ci sono anche vicini: di casa, di lavoro, in parrocchia. Per i poveri vicini e lontani dobbiamo impegnarci nella carità e nella giustizia, nella condivisione delle risorse, anche della terra».

Tra le pagine del vescovo Gian Carlo si legge, in filigrana, anche la stessa lettera di papa Francesco per il Giubileo “Spes non confundit”/ la speranza non delude (Rm 5,5). Così scrive il vescovo Gian Carlo: «Sono segni di speranza i gesti e i progetti di accoglienza anche nelle nostre Chiese, segni di una cultura dell’incontro che va contro la cultura dello scarto e del rifiuto, ancora troppo presente e troppo alimentata da certa politica e comunicazione.

Gli esuli, profughi e rifugiati, li vediamo arrivare con i barconi (dopo una traversata del Mediterraneo per chi riesce) sulle nostre coste o attraversare i Balcani per giungere in Europa, costretti da guerre, cambiamenti climatici, miseria a lasciare il loro Paese.

Molti nelle nostre comunità, li vedono come degli sfaticati, degli approfittatori. Alcune donne di loro sono state anche fermate con delle barricate in un nostro Paese. Chiusure e pregiudizi sembrano alzare nuovi muri dentro e fuori. Invece è un popolo della vita – fatto di neonati, bambini, giovani, donne e mamme, uomini e padri, famiglie –, che è partito dalla sua terra animato solo dalla speranza di un futuro diverso, ma anche di incontrare un mondo diverso.

Le nostre comunità, la Caritas diocesana, hanno regalato bei segni di accoglienza in questi anni. Occorre che questi segni facciano cultura e diano speranza a noi e ai migranti, non restando momenti occasionali, ma segni a cui far seguire, la tutela, la promozione e percorsi di integrazione che riguardano non solo chi viene accolto, ma anche chi accoglie».

“Pellegrini di speranza”

È il motto scelto da papa Francesco per il Giubileo. Egli ricorda che «Dobbiamo tenere accesa la fiaccola della speranza che ci è stata donata, e fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante. Per questo ho scelto il motto Pellegrini di speranza. Tutto ciò però sarà possibile se saremo capaci di recuperare il senso di fraternità universale, se non chiuderemo gli occhi davanti al dramma della povertà dilagante che impedisce a milioni di uomini, donne, giovani e bambini di vivere in maniera degna di esseri umani».

Il pellegrino di speranza, come il poeta Iosif Brodskij, non si ferma ad alcuna meta, né in se stesso, né in un luogo: «oltre Mecca e Roma,/ arsi da un sole livido/ vanno per la terra i pellegrini./ Storpi, gobbi,/ affamati, mezzo vestiti,/ i loro occhi sono pieni di tramonto,/ i loro cuori sono pieni d’alba».

Credere è non fermarsi alla propria fede e nemmeno a un Dio nel tempio. Nessuna meta né oceano né continente può fermarli. Essi riprendono infinitamente il loro andare verso ciò che brilla ancora oltre. Al poeta solo resta la speranza che della via è il canto.

Sulla pelle
ho sperimentato due oceani e due continenti,
mi sento quasi come il globo: non
c’è più un posto dove andare. Solo stelle
più in là. E brillano.
(Poesie 1972-1985, Adelphi, Milano 1986, 89).

Pellegrini

Oltre arenghi, tempietti,
oltre chiese e bar,
oltre monumentali cimiteri,
oltre grandi bazar,
oltre mondo e mare,
oltre Mecca e Roma,
arsi da un sole livido
vanno per la terra i pellegrini.
Storpi, gobbi,
affamati, mezzo vestiti,
i loro occhi sono pieni di tramonto,
i loro cuori sono pieni d’alba.
Davanti a loro cantano i deserti,
lampeggiano bagliori lontani,
le stelle ardono sopra di loro
e rauchi gridano per loro uccelli:
che il mondo resterà lo stesso,
sì, resterà lo stesso,
accecante di neve
e difficilmente tenero,
il mondo resterà falso,
il mondo resterà eterno,
forse, comprensibile,
ma tuttavia infinito.
Il che significa che non avrà senso
credere in se stessi e in Dio.
… Il che significa che rimarranno solo
le illusioni e la strada.
E siano tramonti sulla terra,
E siano albe sulla terra.
I soldati la concimino.
I poeti la cantino.
(Iosif Brodskij, Pellegrini. Strofe del secolo. Antologia della poesia russa Minsk-Mosca, 1995 in L’Osservatore Romano del 27 maggio 2024, 12).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

La bellezza di sentirsi umani

La bellezza di sentirsi umani

Quante volte noi donne ci siamo chieste se siamo abbastanza belle o in forma? Se la giacca evidenzia troppo i fianchi o il pantalone non scende abbastanza bene su delle gambe non così da Barbie, oppure diamo di matto se i capelli, ormai annichiliti dagli infiniti colpi di piastra, non sono perfettamente lisci come appena uscite dal parrucchiere? Quante volte ci siamo paragonate ad inarrivabili icone di bellezza degli anni ‘90, o peggio, a icone di bellezza “anni Plastica” dei giorni nostri?

E non si è neanche capito se in fin dei conti ci preoccupiamo di apparire al meglio per noi stesse, oppure per gli altri… forse entrambi. E poi al meglio SECONDO CHI?? Chi vogliamo vedere riflessa allo specchio? La nostra immagine o direttamente l’immagine di qualcun’altra?

Vorrei citare l’audacia di quel “Pensati libera” dell’edizione del festival di Sanremo 2023,  diligente tentativo di racchiudere tutto il femminismo nozionistico del 21esimo secolo, che, così strutturato, a mio parere, avrebbe avuto più senso sulle divise carcerarie di condannate all’ergastolo rinchiuse ad Alcatraz, ma tutto sommato una bella frase, che comunque, se riformulata, può risultare di ispirazione.

Il punto infatti non è “pensarsi” libere, ma esserlo, e magari, rendercene conto, perché di fatto lo siamo, e sta solo a noi mettere in pratica quel meraviglioso diritto, che ci appartiene sin da quando siamo al mondo, che è la sacrosanta LIBERTÀ, diritto inviolabile dell’essere umano.

Sta a noi prendere coscienza dell’effettivo potere che abbiamo su di noi con la nostra libertà, il potere di scegliere, di vivere ogni singolo attimo della nostra vita coscienti che solo ciò che facciamo determina chi siamo, non gli altri e i loro giudizi, non la prevedibile banalità di uno stereotipo, non l’astratta perfezione ostentata dai social, non le campagne promozionali di un nuovo cosmetico miracoloso o vestito.

La nostra libertà è un diritto e un dovere, perché saremmo dei folli a non viverla a pieno, dall’inizio fino al nostro ultimo giorno di vita: liberi dai dettami di una bellezza prettamente estetica, liberi dal pregiudizio (verso sé stessi e verso gli altri), liberi dall’insicurezza di non essere abbastanza, derivante dal logorante paragone con gli altri, con i quali entriamo inconsciamente (ma nemmeno troppo) in competizione, con la sciocca pretesa di dimostrare quanto valiamo (e in realtà per mascherare quanto crediamo di non valere), liberi dalla gelosia, dall’invidia, dalla superficiale convinzione che “l’erba del vicino è sempre più verde e allora la voglio verde anche io, e magari nel frattempo sulla sua ci mando il mio cane a concimare la terra”.

Uno dei bisogni essenziali che dovrebbe ossessionarci fino all’ottenimento dovrebbe essere la totale libertà di essere semplicemente noi stessi, con tutte le fragilità, le paure, e la forza che ne conseguono… non se i boccoli ci incorniciano perfettamente il volto tanto da fare invidia a Shirley Temple.

Crescere con la consapevolezza di essere belle per ciò che siamo e facciamo, e non per come appariamo, è un dono inestimabile, che ci deve ricordare che ogni giorno noi possiamo e dobbiamo vivere diversamente belle, liberamente felici. Perché la bellezza, quella vera, è determinata dalle nostre azioni, da ciò che facciamo per noi stesse e per gli altri, ed è unica per ognuna di noi, per un’infinità di motivi. Dobbiamo ricordarci sempre che il dolore lo proviamo tutte, come anche la stanchezza o l’insicurezza, e solo per questo dovremmo sentirci unite in una bellezza che accomuna tutte, una bellezza che è la nostra forza.

È il modo con cui sappiamo rialzarci dopo essere state schiacciate dalla sofferenza che ci rende belle, il modo con cui sappiamo prenderci cura di noi stesse e di chi amiamo ci rende belle, il coraggio con cui riusciamo a guardare negli occhi chi ha sparlato alle nostre spalle, la forza di tacere quando si vorrebbe urlare, o la forza di parlare quando all’altro farebbe comodo il nostro silenzio, la forza di rispettare in ogni momento le nostre emozioni rimanendo fedeli a noi stesse ci rende belle.

Dovremmo capire in cosa consiste realmente la bellezza per poterci sentire, a piccoli passi, degne di tale mitizzata qualità, capire chi siamo e cosa possiamo concretamente fare nel mondo, nel nostro piccolo, per poterci sentire davvero belle, di una bellezza che non sfiorisce con gli anni, ma che migliora… Per poi scoprire che magari già lo siamo, solo che non lo sapevamo.

Non sono di certo il trucco e parrucco a conferirci una concreta, strutturata bellezza, di quelle eterne, che non rischiano di essere scalfite nemmeno dai secoli, e liberarci di quella fin troppo idolatrata quanto fittizia immagine di perfezione estetica, a cui siamo ormai assuefatti, è difficile quanto doveroso, per noi stesse e per le future generazioni.

Ormai sembriamo pendere dalle labbra del mezzo dio Narciso, che proprio una cima non era, essendo morto affogato per aggiustarsi i boccoletti. Gareggiamo a chi è il più bello e il più brutto, il vestiario è il nostro biglietto da visita e sembriamo tralasciare ciò che conta davvero: ci lasciamo guidare da dei bias cognitivi che sono ben lontani dalla realtà dei fatti, e l’abitudinarietà che ci affligge, derivante da “l’abito che fa il monaco”, non ci fa porre domande se quello sia davvero un monaco o solo un uomo con un sacco e una corda in vita.

Diffidiamo della perfezione, che non esiste e non è mai esistita, perché non fa parte della nostra natura umana. Smettiamola di dipendere da una mera superficiale immagine, dietro alla quale si cela un cuore, una mente, un vissuto: è proprio quell’immagine a renderci insicuri, più di quanto già non fossimo, proprio perché è fragile quanto astratta, rappresenta una superficie labile che ci rende schiavi di un’apparenza ben lontana da ciò che siamo, incapace di soddisfare i nostri bisogni. Sono invece le nostre azioni a reggere, dietro quell’immagine, che è destinata a sgretolarsi al primo accenno di vento, alla prima avversità, al trascorrere degli anni: è la concretezza dei nostri gesti e la coerenza delle nostre scelte a donarci il fascino della vera bellezza.

Rivolgo queste riflessioni non solo alle donne, ovviamente, che possono rappresentare solo metaforicamente il volto emblematico di questa sorta di accanimento estetico, che sembra dominare a livello mondiale le vite delle persone, quasi come se, senza un determinato aspetto, atteggiamento o modo di vestire, venisse a mancare un’identità, finta o vera poco importa, a cui aggrapparsi disperatamente per sentire di meritare un posto nel mondo, o meglio un ruolo da interpretare, come se il peso della propria personalità, seppur meno “etichettabile”, meno inquadrabile in un ruolo hollywoodiano ben definito, non bastasse a definire chi siamo e a darci un valore.

Rivolgo questi pensieri anche agli uomini, ovviamente. A tutto il genere umano, in quanto UMANO, nella sua complessità. Perché anche gli uomini si lasciano trasportare dalle insicurezze estetiche che questa società, questa specie di fiera della vanità senza tempo, ci impone in modo neanche poi tanto indiretto. Anche gli uomini non sembrano poi tanto liberi da sé stessi, dal proprio giudizio e pregiudizio, dalla critica sociale interiorizzata come propria, anche loro sembrano assuefatti e inglobati in quei canoni tossici di perfezione artefatta e contorta, stomachevoli quanto fuorvianti. Non è una questione di genere, ma appunto di genere umano.

Per carità, tenerci al proprio aspetto e curarsi è sintomo di amore per sé stessi, e ben venga, ma che siano gesti che servono ad arricchire e non a distruggere, nascondere chi siamo, senza sentire la costrizione inconsulta che ci spinge ad ingabbiarci in costrutti sociali privi di significato, che relegano la nostra autostima ad un circolo vizioso di insoddisfazione e senso di inferiorità perpetuo, destinato a sopraffarci, lasciandoci alla mercé di emblemi estetici irreali, inconsistenti, che ci portano a dei paragoni nocivi e svilenti per la nostra reale identità.

Mi rivolgo quindi a tutti coloro che hanno un cuore che batte e che quindi sentono di poter dare qualcosa al mondo che li circonda, al di là dei costrutti sociali, scarnificati di ogni senso logico, e al di là di imbellettamenti e banali apparenze: siate ciò che siete destinati ad essere sin dal momento del vostro concepimento, siate liberi, liberi di esprimere le vostre emozioni, che siano tante, che siano intense, che siano vere, liberi di accogliere le vostre fragilità, i vostri sogni, abbiate il coraggio di essere belli, ma a modo vostro, e non secondo degli stereotipi stantii o i nuovi stentati tentativi di labeling del borioso marketing di oggi. Siate liberi di vivere la vostra libertà, perché vi appartiene, è vostra sin dalla nascita, assaporatene ogni attimo.

Ovviamente qualcuno ( probabilmente più di qualcuno), ancora schiavo di una misera immagine, continuerà sempre a etichettarci, in qualche modo a sminuire la nostra complessa identità in una macchietta riduttiva, tentando di incatenare la nostra libertà: ma noi intanto ce la saremo spassata, perché ce ne saremo fregati, e alla grande! Mentre l’influencer di turno proverà a dirci cosa è in e cosa è out, noi ci godremo a pieno chi siamo, non come dovremmo essere secondo una bozza di realtà parlante, biondo platino e succinti vestitini griffati.

E mentre chi giudica etichettando gente a caso continuerà ad essere schiavo della propria frustrazione nel non voler essere libero, chi invece avrà scelto la vera libertà, semplicemente si godrà la sua vita, senza desiderare quella di qualcun altro, esattamente per quella che è.

E il segreto della libertà è proprio qui: nel momento in cui l’avremo riscoperta, saremo in grado di accettare anche quella degli altri. Un individuo libero, pienamente cosciente di esserlo, accetterà più facilmente la libertà altrui, perché sarà talmente impegnato a godersi la propria che non avrà né vorrà avere tempo di limitare o giudicare quella degli altri.

Siamo fortunati ad essere liberi, dovremmo solo rendercene conto, per poter essere più solidali, gli uni con gli altri, sostenendo la libertà di ciascuno, imparando ad essere più umani.

Se ci liberassimo dall’ossessione di sembrare perfetti, o migliori di qualcun altro, della spasmodica devozione all’apparenza, non alimenteremmo in modo così maniacale le nostre insicurezze, e non saremmo più così ossessionati dalla stupida “necessità” di puntualizzare quelli che secondo noi sarebbero i difetti negli altri.

Libertà vuol dire anche staccarsi dalle nostre insicurezze più superficiali, ed evitare quindi di causarle anche negli altri. È facile, in una società così dedita all’estetica? No, affatto. Si può fare? Sì, e dovremmo incominciare, presto. Smettendo di dipendere dagli stereotipi imposti da altri, ben lontani dai nostri reali bisogni, non sentiremmo più la prepotente e convulsa esigenza di imporli anche altri.

Siate liberi di essere voi stessi, esattamente come il vostro cuore vi dice di essere, senza più sentire il bisogno di doversi per forza identificare in un qualcosa che non vi appartiene, solo per uniformarvi ad uno standard, per limitarvi, fuggendo dalla reale bellezza di ciò che siete!

Perché è proprio nel coraggio di godere di ogni attimo della propria libertà risiede la nostra più intima ( e solo apparentemente surclassata) bellezza, le nostre imperfezioni, e quindi la nostra unicità, la nostra umanità!

Siamo umani, per natura pieni di difetti, fragili, insicuri, e nel momento in cui impareremo ad accettare e accogliere la nostra umanità nella sua interezza, nella sua labile essenza destinata ad estinguersi velocemente, rischiando di non lasciare traccia, potremo apprezzare il suo valore a pieno, un valore che va ben oltre le apparenze, per cui non verremo di certo ricordati, ma che raccoglie in sé l’importanza di dare il meglio di noi stessi, di quanto è in nostro potere per fare ed essere qualcosa di buono per il mondo, puntando ad una perfezione (anche se pure in questo caso irraggiungibile, forse ancora di più) che non è di certo estetica, ma interiore, che non dipende da ciò che appariamo ma da ciò che effettivamente siamo.

Che “umanità” non sia semplicemente la definizione di una specie di esseri viventi, ma che sia nel nostro cuore, che identifichi una serie di caratteristiche che ci rendano davvero una specie “superiore”, che i concetti di coscienza, razionalità, intelletto siano legati alla consapevolezza che l’essere umano è “umano” proprio perché in grado di rendersi conto delle proprie emozioni, di provarle e di essere circondato da quelle degli altri. Che “umano” significhi il bisogno di capire e accettare le proprie e di voler comprendere e rispettare anche quelle degli altri.

Che l’umanità sia la nostra fonte di ispirazione, la nostra unica vera bellezza.

Per leggere gli articoli di Giusy De Nittis su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Le donne curde nella Siria in fiamme:
dichiarazione dell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ)

Le donne curde nella Siria in fiamme:
dichiarazione dell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ)

Gli abitanti di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, ad Aleppo, hanno una notevole esperienza di lotta e resistenza nel corso degli anni. Per far fronte a questi attacchi, si sono riorganizzati sotto il nome di Forze di Protezione di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh e hanno respinto numerosi assalti da parte dei mercenari dello Stato di occupazione turco.

Indubbiamente, questa guerra dalle mille sfaccettature sta infuriando ferocemente. Di conseguenza, diversi giovani uomini e donne delle Forze di protezione di Sheikh Maqsoud sono stati feriti e catturati dai mercenari. Questi mercenari, che non hanno alcun senso dell’etica o delle leggi di guerra, hanno umiliato gravemente la dignità delle giovani donne catturate, usandole come mezzo di propaganda nei loro media per promuoversi. Con affermazioni come “Vi venderemo di nuovo nei mercati”, hanno rivelato la loro posizione nei confronti delle donne. Questi atti sono anti-umani e non devono essere tollerati in nessuna circostanza.

Noi, nelle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), condanniamo fermamente le pratiche barbare dei mercenari dell’occupazione turca contro le giovani donne catturate. Dichiariamo che le vendicheremo. Allo stesso tempo, invitiamo le istituzioni per i diritti delle donne e per i diritti umani ad adottare la causa delle giovani donne catturate che stavano difendendo i loro quartieri e la loro città. Ribadiamo con forza la necessità di proteggere i loro diritti di prigioniere.

Le pratiche dei mercenari dell’occupazione turca contro queste giovani donne catturate oggi sono le stesse commesse dall’ISIS nel 2014 contro migliaia di donne a Shengal, Mosul e Raqqa, vendendole nei mercati degli schiavi. Senza dubbio, queste azioni riflettono la mentalità patriarcale, che ha raggiunto il suo apice nell’ISIS e nei mercenari di Erdogan. Conoscono bene la leggendaria resistenza che le donne curde hanno dimostrato contro queste pratiche brutali, resistendo fino alla fine. Attraverso queste azioni disumane, esprimono la misura della loro ostilità nei confronti delle donne.

Pertanto, chiediamo alla Croce Rossa Internazionale, ad Amnesty International, a tutte le organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne, alle istituzioni della società civile, alle figure democratiche e ai sostenitori della libertà di adottare la causa delle giovani donne catturate, di esporre la realtà del terrorismo e della brutalità dello Stato di occupazione turco e dei suoi mercenari sia a livello mediorientale che globale e di ritenerli responsabili delle loro azioni. Riteniamo lo Stato turco responsabile di quanto sta accadendo alle giovani donne catturate.

Ancora una volta, noi delle Unità di Protezione delle Donne condanniamo la prigionia delle giovani combattenti delle Forze di Protezione di Sheikh Maqsoud. Dichiariamo che riterremo lo Stato di occupazione turco e i suoi mercenari responsabili sui fronti di battaglia. In questi giorni storici, mentre le nostre regioni e la Siria nel suo complesso affrontano attacchi diffusi, continueremo a lavorare nelle trincee della resistenza per proteggere le donne e il nostro popolo. Invitiamo inoltre le giovani donne di tutto il mondo a unirsi ai ranghi della resistenza nelle loro regioni e alle Unità di protezione delle donne (YPJ). Solo così potremo proteggere noi stessi e la nostra terra”.

2.12.2024 Comando generale Unità di Protezione delle Donne (YPJ)

L’Unità di Protezione delle Donne o Unità di Difesa delle Donne (curdoYekîneyên Parastina JinAFI/jɛkiːnɛjeːn pɑːɾɑːstɯnɑː ʒɪn/) (YPJ) è un’organizzazione militare fondata il 4 aprile 2013 come la brigata femminile della milizia di Unità di Protezione Popolare (YPG)[2]. L’YPJ e l’YPG sono l’ala armata di una coalizione politica curda che ha preso de facto il controllo su una buona parte della regione settentrionale della Siria a maggioranza curda, il Rojava[2].

Notizie ulteriori sull’YPJ https://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_di_Protezione_delle_Donne

Parole a capo
Giusy Frisina: Alcune poesie da “Luna perduta”

Un mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri né ideali né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano un essere umano: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in un altro, in altri, modellati dall’argilla dei nostri sogni“.
(Mario Vargas Llosa)

 

LUNA PERDUTA  


Ieri notte ho perso la Luna.
Era la Luna piena di luglio,
in Capricorno congiunta a Plutone.
Non era una Luna da fotografare
per questo se n’è andata –
troppo severa e austera
disperatamente vera –
consapevole come pochi
del mondo che soccombe,
del tempo che scompare.
Così se ne è andata esule
perduta nei giorni perduti –
nascosta nel pozzo dello spirito
dove risuona il silenzio abissale –
sulle tracce di una stella caduta
e il muto rimpianto di risate,
tra i gelsomini notturni
esplosi dai cespugli della memoria,
di pallide visioni nel giardino
che non so come fare
a disegnare.

 

*

 

RICERCA


Un angelo è caduto in mare
e nessuno se n’è accorto,
mentre riflesso rotea piano
un rosso sole distorto.
E ti chiedi se questa vita
sia la replica
di un mostruoso inganno,
oppure una speranza immane
quando abbiamo perduto ogni speranza.
Poi vorresti svelare il mistero
nei muti corridoi della notte
mentre varchi la soglia del sonno,
eppure sai di vegliare
negli interstizi scovati
dai puri occhi dei gatti
nelle parole ormai spente
dagli avvolgibili abbassati
e nelle oasi della sete
col tuo vestito bianco
sempre da stirare.
E il sole resta sommerso
ancora sanguinante,
e tu cerchi in ogni angolo la sua voce
sullo sfondo di questo cielo terso,
nel cosmo di cenere e sabbia.

 

*

 

A CENTO SECONDI DALLA MEZZANOTTE

 

Sembra non sia successo niente,
questa sera, davanti al mare.
Tutto come sempre.
Tutto tranquillo, stranamente eterno.
Come sempre il sole tramonta –
una magia che ormai non ci sconvolge
e la spada di luce va sfumando
nel canto sempre uguale e sempre nuovo
dell’onda che ritorna.
E Dio resta sempre lì
in mezzo a una natura confortante,
che dicono creata per amore…
Eppure, manca poco al disastro –
appena cento secondi alla mezzanotte –
La Terra sta per collassare
travolta da una vampa di calore.
La credevamo un caso o un miracolo,
ma non ci era mai stata consegnata.
L’Apocalisse era già scritta,
ma è tutta nostra la colpa
se i ghiacciai si sciolgono
e il mare sta avanzando.
Se i pesci e gli uccelli piangono
e anche Dio piange con loro.

*

A JEAN JAURÈS

 

A Jean Jaurès
che non voleva la guerra
e morì in piazza urlando
contro le torce accese dei nazionalismi –
ora che la guerra è di nuovo qui
con gli eserciti veri e i morti per strada
e sempre più profughi in fuga.
Pensare che credevamo di esserne fuori,
mentre distruggevamo il mondo in altri modi –
e pare non sia servita a nulla
nemmeno la terribile pandemia.
Così la GUERRA si traveste da GUERRA
nel carnevale impazzito di chi non vuole sapere –
mentre si attende inutilmente una tregua,
tra le macerie di un mondo sbagliato
pronto a saltare in aria.
Mentre le stelle
stanno ancora a guardare.

*

PAX MARINA

 

Un mare in salita:
mare di droni galleggianti
mare di gocce e stracci
e inutili plastiche
difficili da smaltire
come la guerra in corso,
mare del sogno permanente
o della dissoluzione –
Propizio è attraversare la grande acqua,
dice la saggia sentenza –
e tu soltanto sai cosa vuol dire –
mare di profughi in fuga
con diritto di asilo
temporaneo ed eterno –
in attesa della pace
e del mare universale
di tutti e di ciascuno…
Senza confini.

 

Giusy Frisina viene dalla Magna Grecia ma vive a Firenze, dove ha insegnato Filosofia. Ha scritto articoli e racconti nella rivista online Domani Arcoiris TV diretta da Maurizio Chierici, ma ha sempre avuto la passione della poesia. I suoi testi sono presenti nel blog Alla volta di Leucade, diretto da Nazario Pardini, sul sito “La Recherche” e in diverse antologie poetiche. Ha pubblicato le seguenti raccolte: Il canto del desiderio (Edarc,2013), dedicata al cantautore-poeta Leonard Cohen, Onde interne (ilmiolibro, 2013), Dove finisce l’amore (Teseo, 2015), Percorsi effimeri (Aracne, 2016), prima classificata al XIV Premio Internazionale “Voci-Città di Roma, Profughi per sempre (Blu di Prussia, 2019), Sul confine (Blu di Prussia, 2020). Ha inoltre pubblicato un testo teatrale dal titolo: “Il sogno di Marsilio a Firenze” (Aracne, 2016). Nel 2024, per l’Edizione Setteponti è uscita la sua ultima fatica “Luna perduta“.

 

Ringrazio l’autrice per avere autorizzato la pubblicazione di questi versi.

NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 261° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

In vista della discussione sul PUG in Consiglio: Vogliamo una città non privatizzata, libera dal traffico e dal cemento, per la tutela dei beni comuni

Il Piano Urbanistico non disegna concretamente la città futura.
Vogliamo una città non privatizzata, libera dal traffico e dal cemento, per la tutela dei beni comuni.

Ci stiamo avvicinando al momento in cui il Consiglio comunale, la prossima settimana, discuterà e deciderà l’approvazione o meno del PUG ( Piano Urbanistico Generale). Nelle settimane scorse si sono svolte diverse riunioni della Commissione consiliare Urbanistica propedeutica al passaggio in Consiglio comunale.

Abbiamo assistito ad un dibattito “burocratico”, nel senso che, in primo luogo, non si è potuto discutere di tutte le circa 290 osservazioni che sono arrivate da Associazioni e cittadini al PUG e, soprattutto, da parte della maggioranza, sono state ripetute le controdeduzioni già espresse a suo tempo sulle osservazioni.

Arriviamo così alla discussione in Consiglio comunale già con un primo “vulnus”: infatti, nella delibera che andrà in discussione, sta scritto che ci si sarebbe attivati per svolgere forme di contraddittorio con i soggetti che avevano visto le proprie osservazioni “non accoglibili” o “parzialmente accoglibili”, fatto che non è avvenuto almeno rispetto al Forum Ferrara Partecipata e ad altre Associazioni che avevano presentato osservazioni rientranti in quelle categorie. A riprova di una concezione della partecipazione, da parte di quest’Amministrazione, assai ristretta, per usare un eufemismo.

Soprattutto, però, ci troviamo di fronte ad un’impostazione del PUG costruita su “maglie larghe”, ossia basata sull’affermazione di principi generali previsti dalla legge regionale, diversi dei quali in sé anche condivisibili, che non si traducono poi in indicazioni precise e stringenti, lasciando così alle future trattative tra l’Amministrazione e singoli soggetti privati la loro attuazione, con il rischio molto concreto che la pubblica utilità venga subordinata a logiche privatistiche e di mercato. Considerato che la rigenerazione del territorio urbanizzato e le nuove urbanizzazioni si attueranno principalmente tramite lo strumento degli “Accordi Operativi “ con i privati, accordi fondati sull’ “urbanistica negoziata”, risultano evidenti i rischi conseguenti a una negoziazione non supportata da stringenti regole dettate dal Piano Urbanistico. Regole che definiscano concretamente i criteri di priorità, i requisiti minimi e i limiti in base ai quali valutare la rispondenza all’interesse pubblico delle proposte di Accordo Operativo.“

Inoltre, nel PUG compaiono scelte, in diversi casi, assolutamente regressive: ci riferiamo alla vocazione del Parco Urbano, ridotto a contenitore di attività ludiche e di svago, facendogli perdere la sua connotazione di nodo ecologico, alla mancata indicazione del Parco Sud come luogo di possibile svolgimento di grandi eventi, alla sottovalutazione del tema della mobilità, all’aver lasciato nell’indeterminatezza il futuro della ex Caserma di via Cisterna del Follo, alle lacune rispetto alla valorizzazione agricola del forese, all’insufficienza degli interventi previsti nell’area Est della città e a diverse altre ancora.

Insomma, non possiamo che dare un giudizio negativo, sia sul piano del metodo che su quello del merito, del PUG che andrà in discussione in Consiglio comunale. Da qui la nostra richiesta che la discussione che lì si svolgerà possa modificarlo nel senso da noi tratteggiato, dando a Ferrara una prospettiva utile per il suo futuro urbanistico.

Per parte nostra, continueremo a lavorare e a farci sentire perché le nostre ragioni possano essere prese in considerazione e affermate.


FORUM FERRARA PARTECIPATA

Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica.
Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori

Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica.
Per cambiare gli sguardi e i metodi d’intervento sui territori.

Testo originale pubblicato su Giap wu ming fundation il 2 dicembre 2024

Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica è stato distribuito per la prima volta in forma di opuscolo il 31 ottobre 2024, alla Factory Grisù di Ferrara, durante la prima presentazione del romanzo di Wu Ming 1 Gli uomini pesce. La diffusione del documento è proseguita a novembre, cogliendo le occasioni di altri eventi nel basso ferrarese, in Polesine, nella bassa bolognese. Oggi appare per la prima volta on line e ci auguriamo che viaggi, faccia discutere, solleciti prese di parola in altri territori. Lo ha scritto un’informale e multidisciplinare accolita ed è il primo frutto di un biennio di discussioni, letture condivise e soprattutto erranze nei territori qui descritti. Buona lettura, buoni vagabondaggi. WM

di Sandro Abruzzese (insegnante e scrittore); Marco Belli (insegnante, scrittore e fotografo, direttore artistico di Elba Book Festival); Davide Carnevale (ricercatore e docente di antropologia visuale, Università di Ferrara); Cassandra Fontana (ricercatrice in studi urbani, Università di Firenze); Sergio Fortini (architetto-urbanista, co-fondatore di Metropoli di Paesaggio); Marco Manfredi (attore, viandante, studioso dei rapporti tra cinema, narrazioni e territorio); Michele Nani (storico, ricercatore Consiglio Nazionale delle Ricerche – Ferrara); Giuseppe Scandurra (antropologo, Università di Ferrara) e Wu Ming 1 (scrittore e saggista, originario del Basso Ferrarese)

Si tramanda che nel secolo scorso, nelle miniere di carbone di varie parti del mondo, a fronte del pericolo rappresentato dal grisù e in assenza di sistemi di ventilazione, i minatori portassero con sé un canarino in gabbia. Molto più piccolo e dunque più sensibile al gas, il canarino cominciava ad agonizzare ben prima che i minatori sentissero gli effetti di quel che stavano inalando. Quando l’uccello cominciava a soffocare, era segno che la miniera andava evacuata.

Da qui la nota metafora del «canarino nella miniera», usata anche dal meteorologo Luca Mercalli durante una conferenza di alcuni anni fa, in un centro del Basso Ferrarese [1]. Il Delta è il canarino, ovvero l’area più esposta, quella a cui guardare per capire meglio gli effetti del cambiamento climatico.

1. Per Delta del Po qui intendiamo

Per Delta del Po qui intendiamo il Delta storico, o Delta grande, l’area geografica plasmata nel corso dei secoli dalle piene ed esondazioni del fiume, e dal progressivo spostarsi verso Nord del suo ramo principale.

Il Delta grande è un ventaglio di alvei in cui il fiume ancora scorre, di altri che il fiume ha abbandonato, spesso invisibili a occhio nudo, e di altri ancora divenuti artificiali, ovvero trasformati in canali, com’è accaduto al Po di Volano.

Il Delta grande non ha confini tracciati con esattezza, ma di sicuro include la parte orientale del Polesine rodigino, la parte orientale della provincia di Ferrara e parte della provincia di Ravenna. Lungo la costa si estende dal confine settentrionale del comune di Rosolina – ovvero l’ultimo tratto dell’Adige – fino al confine meridionale del comune di Cervia. In quest’area, contando solo i residenti, vive quasi un milione di persone.

Il Delta è un’area geostorica, geoeconomica, geoculturale con caratteristiche proprie, caratterizzata dalla presenza di zone umide residuali, scampate alle bonifiche, e dalla pericolosità idraulica, e distinta dal resto d’Italia – paese in prevalenza montuoso e collinare [2] – dalla presenza assoluta della pianura.

2. Vicoli ciechi in comune

I territori del Delta hanno storie e problemi simili. Ad accomunarli è anche il fatto di aver imboccato vicoli ciechi, di aver scommesso su modelli di sviluppo locale che ora vanno ripensati: turismo balneare di massa, una certa agricoltura intensiva, un certo sviluppo industriale. Alcuni modelli si sono rivelati da tempo fallimentari, e i territori li hanno pagati con emigrazione e spopolamento; altri hanno generato ritorni economici per qualche decennio, ma ora si rivelano insostenibili, anzi, catastrofici.

È il caso della trasformazione, avvenuta a partire dal XIX secolo, della bassa padana da zone umide in distesa di terre coltivabili. Un processo che non può mai dirsi concluso, sempre aperto e reversibile, che rende la zona del Delta particolarmente fragile sotto vari aspetti ambientali e sociali.

3. In terra di bonifiche

Federica Letizia Cavallo (1973-2023)

Siamo cresciuti o ci siamo trasferiti o lavoriamo in terra di bonifiche. Vivevamo o transitavamo ogni giorno accanto agli impianti idrovori e ad altre tecnologie di gestione delle acque, ma a lungo non ci abbiamo pensato, a lungo abbiamo dato per scontato quest’assetto del territorio, questo complesso «territorio-macchina», per citare la geografa Federica Letizia Cavallo [3].

Davamo per scontata la terra, l’emerso, il paesaggio bassopadano, e invece vivevamo dentro una parentesi tra sommerso e, mutatis mutandis, di nuovo sommerso.

4. Parentesi si aprono e si chiudono

Rapportando ogni durata a quella delle nostre vite, percepiamo come di lungo corso fenomeni che in realtà si sono manifestati solo di recente, magari poco prima che nascessimo. Per gli stessi motivi, diamo quei fenomeni per scontati e avvertiamo come compiuti, definitivi i processi da cui dipendono, anche quando sono ancora in corso e più che mai aperti.

Già nel secolo scorso l’idea di una temporalità unica e lineare è stata messa in crisi in ogni campo del sapere. Sopravvive solo nell’idea di sviluppo che impregna le politiche economiche. Le temporalità sono multiple, parentesi si aprono e si chiudono e stanno dentro o accanto ad altre parentesi. La storia del mondo è compresenza di tempi.

5. Non capiamo davvero le bonifiche se non…

Non capiamo davvero cosa siano state le bonifiche, nelle loro diverse fasi, e cosa ci abbiano lasciato, se non teniamo conto delle loro contraddizioni interne, di come si imposero, di quali resistenze dovettero sbaragliare e da quali altre resistenze furono fermate al mutare della situazione e delle sensibilità.

Nei discorsi correnti sulle bonifiche agisce un errore di ragionamento noto come survivor bias o «pregiudizio di sopravvivenza»: per valutare una situazione si prendono in esame solo gli elementi rimasti dopo un processo di selezione, che non necessariamente veicolano più informazione di quelli non sopravvissuti. Ciò che è stato soppresso, ed è rimasto a lungo fuori dalla rappresentazione dominante, nondimeno è oggetto di ricerca storica e portatore di sapere. Una volta recuperato ci parla, arricchisce la nostra conoscenza e la nostra presa sulla realtà.

Nel XIX secolo, il Delta e l’area Nord-Adriatica in generale conobbero resistenze popolari alle bonifiche, che con violenza cancellavano usi civici ed economie locali e disgregavano comunità. Grazie allo storico Piero Brunello, conosciamo la lotta contro le bonifiche delle valli di Cona e Cavarzere, oggi nella città metropolitana di Venezia, durata dal 1853 al 1861 [4]. Nota è anche l’opposizione di parte della popolazione di Massa Fiscaglia, nel Basso Ferrarese, alla bonifica della valle Volta, battaglia condotta con ogni mezzo e durata dal 1874 al 1880 [5].

Altre lotte, stavolta condotte da associazioni ambientaliste e per la tutela del territorio, come Italia Nostra, furono combattute esattamente cent’anni dopo, a metà degli anni Settanta del XX secolo, nel Delta ferrarese, quand’era ormai chiaro che l’Ente Delta Padano stava procedendo col pilota automatico, con l’intento di prosciugare ogni zona umida ancora esistente, in primis le valli di Comacchio, in nome di modelli di sviluppo che oramai mostravano la corda. La mutata percezione e consapevolezza fu un fattore determinante, le ultime bonifiche in programma non ebbero luogo [6].

6. Conoscenza “aumentata”

Questa conoscenza “aumentata” si arricchisce di quanto allora non si sapeva; oggi è acclarato: le zone umide sono tra gli ecosistemi che meglio immagazzinano anidride carbonica: una palude ne sequestra cinque volte più di una foresta. Le zone umide coprono solo l’1% della superficie del pianeta, ma catturano CO2 cinquecento volte più di quanto facciano gli oceani [7].

Col senno di poi, le bonifiche di paludi e valli salse hanno contribuito ad accelerare il riscaldamento globale. Questa consapevolezza, fra molte altre oggi ineludibili, suggerisce la necessità di studiare le esperienze di ripristino di zone umide nel territorio deltizio come in altre zone del mondo, per configurare prassi di intervento future.

7. Un’altra parentesi: vivere sulla costa

Anche la “litoralizzazione” della popolazione, fenomeno perlopiù avvenuto nel Novecento, sta dentro una parentesi. Oggi vediamo che il mare si innalza, e il suo innalzamento è un problema anche perché il fenomeno colpisce centri abitati, talvolta densamente abitati. Un tempo, quando, fatta eccezione per alcune località portuali, i litorali erano liberi da presenze umane, non ce ne saremmo accorti, mentre oggi questa parentesi di coste popolate rischia di chiudersi in modo catastrofico.

8. Wasteocene

Allo storico dell’ambiente Marco Armiero dobbiamo il concetto di wasteocene [8], a intendere non solo l’era dell’immane accumulo di spazzatura ma l’era incentrata sugli scarti, intesi come relazioni di esclusione, dentro le quali determinate comunità e località sono designate come sacrificabili. Su queste comunità vengono scaricati, spesso letteralmente, i “costi esterni” dello sviluppo, ovvero l’inquinamento, i residui tossici, le merci giunte alla fine del loro ciclo e divenute immondizia.

Per sua natura e collocazione, il Delta è oggi il penultimo ricettacolo – l’ultimo è il mare Adriatico – dei costi esterni dello sviluppo della val Padana. Lo è materialmente, perché il Po e gli altri corsi d’acqua arrivano al mare pieni di scarichi di industria e agroindustria, e culturalmente, in quanto espressione di un’Italia minore, subalterna.

Nella storia d’Italia, i pubblici poteri hanno spinto per fare della val padana l’area industriale per eccellenza. Per ottenere questi risultati si sono spinti alla migrazione milioni di persone, prima dalle aree interne dello stesso Nord, poi dal meridione, esacerbando i già esistenti squilibri tra Nord e Sud Italia, poi dall’Est Europa e dal Sud del mondo.

Ora il territorio paga quelle scelte, fa i conti con politiche economiche che lo hanno devastato e con concentrazioni mefitiche di particolati. La pianura padana è di gran lunga la zona più inquinata dell’Europa occidentale e tra le più inquinate dell’intero continente [9]. È l’area con più morti premature causate da eccessive concentrazioni di ozono, NO2. (biossido di azoto) e pm2.5 (polveri sottili)[10]. È la zona di gran lunga più cementificata del Paese[11].

Il Basso Ferrarese

9. Un focus territoriale preciso

Occorre un focus territoriale preciso per pensare e agire in un luogo determinato. Al tempo stesso, lavorare in modo centripeto ha senso solo se ha esiti anche centrifughi. Partire dal Basso Ferrarese e al contempo allargare il focus a tutto il Delta e oltre.

Il Basso Ferrarese va dal capoluogo di provincia al mare, con il Po a settentrione e il Reno a meridione. Po e Reno sono confini aperti: torniamo a concepire i fiumi come erano un tempo: luoghi di attraversamento e scambio.

La Fossa dei Masi («La Masia») fotografata nei pressi di Maiero (FE), da ovest verso la valle del Mezzano.

10. Il territorio con meno consumo di suolo

La grande anomalia del Basso Ferrarese, anomalia che oggi può essere rovesciata in vantaggio, è che per vari motivi – non per le virtù di chi ha amministrato, ma per dinamiche storiche complesse – è rimasto il territorio con meno consumo di suolo di tutta la val Padana, esclusa ovviamente la ferita dei Lidi, speculazione edilizia partita negli anni Sessanta e accelerata a partire dagli Ottanta.

11. «Niente da vedere»?

Quello del Basso Ferrarese è un paesaggio in larga parte “ingegnerizzato”, costruito con le bonifiche, e a una prima occhiata sembra perfettamente vuoto e liscio, privo di segni particolari, di quelli che il geografo Eugenio Turri chiamò «iconemi»[12].

«Non c’è niente da vedere» è il cliché che rovesciamo nelle nostre perlustrazioni. Perché è alle occhiate successive che questo territorio sorprende, mostrandosi pieno di dettagli, striato, sottilmente corrugato da dislivelli (argini, catini di valli bonificate, paleoalvei di fiumi), realtà nascoste e “aree di incertezza”. E gli iconemi abbondano, dai manufatti della bonifica alle case abbandonate, di cui la provincia oggi è gremita.

Inoltre, le aree naturali e protette coprono il 13% del territorio della provincia. In gran parte sono zone umide sopravvissute alla febbre prosciugatrice.

L’oasi di Cannevié, valle salmastra nel Delta ferrarese.

Per non dire di certi anfratti lungo il grande fiume, interzone senza alcuna giurisdizione dove chissà cosa accade, luoghi dove si fermano e si formano comunità inaspettate.

12. Spaesamenti

L’emigrazione, la conseguente rarefazione sociale e la perdita del senso dell’abitare hanno creato spaesamento. In parole povere, chi vive in queste lande non conosce più il territorio. C’è un bisogno di ri-conoscerlo, perché, anche senza esserne del tutto consci, ci si sente espropriati.

Territori di margine, territori inespressi

13. Senza voce

Il Delta del Po è un territorio di margine, un territorio inespresso. I territori di margine sono subalterni – economicamente, socialmente, culturalmente – al mondo urbano e agli immaginari metropolitani, a un’unica idea di modernità. Subalterni, perciò inabilitati – usiamo qui una categoria del sociologo Franco Cassano – a essere soggetti di pensiero. Faticando a trovare una voce propria pur avendo proprie specificità e peculiarità, sono territori il cui futuro rimane inespresso.

In queste zone le disfunzioni della modernità vengono spiegate non con ragioni strutturali, ma attraverso stereotipi e pregiudizi. Ne derivano complessi di inferiorità e spinte all’emulazione: dalle città e dalla civiltà tecnologica si mutua l’amore per il potere e il «successo» in ogni loro manifestazione. Dalle zone di prosperità economica si desumono modelli congetturalmente «esportabili»: ne è esempio calzante la storia dei Lidi Ferraresi, goffa e tardiva riproduzione di un modello di turismo ad alto impatto ambientale [13].

Per l’incapacità di rispondere all’immaginario mediatico, a una rappresentazione del mondo unidimensionale e alle aspettative delle generazioni più giovani, i territori di margine sono afflitti da spopolamento, abbandono, depressioni, anomia. Subiscono i processi e i progetti dall’alto e barattano la chimera del lavoro con l’inquinamento, le grandi opere impattanti, magari col diventare discarica per rifiuti speciali. I territori di margine sono sugli Appennini, sulle Alpi, su isole, lungo frontiere, nella bassa depressa.

14. In perenne attesa di pseudosoluzioni

Nella crisi climatica, i territori di margine sono percossi e attoniti. Ne subiscono le conseguenze in modo immediato, partendo da situazioni già svantaggiate. Sono vittime di modelli eteronimi. Influenzati da pesanti interdipendenze, non vengono resi autonomi soggetti di pensiero. Possono solo attendere soluzioni da fuori, sempre pensate come tecno-rattoppi.

Ǫuello che incombe

15. Il ritorno del mare

Tutta la costa occidentale dell’Alto Adriatico e il suo entroterra di pianura sono territori in bilico di fronte all’aggravarsi della crisi climatica. Sempre più studi confermano che nel corso del XXI secolo l’innalzamento del livello dell’Adriatico (eustatismo) – unito alla subsidenza del suolo e ad altri fenomeni in corso – sconvolgerà l’intera area che va dalle Marche al golfo di Trieste.

16. Il MOSE e il veneziacentrismo

Da decenni il discorso pubblico nazionale si incentra su Venezia, luogo emblematico quando si parla di «acqua alta».

C’è chi spera che con le dighe mobili del MOSE il problema sia in gran parte risolto. Questo approccio è viziato nelle premesse da quello che Evgenji Morozov chiama «soluzionismo tecnologico», la soppressione dei sintomi senza diagnosi del male, l’illusione che si possano mitigare gli effetti senza intervenire sulle cause[14].

Inoltre, il dibattito sul MOSE è sempre stato “veneziacentrico”, come se la laguna di Venezia non fosse parte di un ben più vasto sistema di zone umide e territori in bilico tra terra e acqua. Invece, se il caso Venezia ha un valore, lo ha come sineddoche, come parte per il tutto. A nord e a sud della città, lungo più di trecento chilometri di costa, il territorio rischia la medesima sorte. La differenza è che la rischia nel silenzio e nell’inconsapevolezza diffusa. E a che servirà il MOSE se l’acqua entrerà e dilagherà tutt’intorno?

Venezia, una diga mobile del MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico).

17. Al di qua della cifra tonda

Le stime vanno dai +80 ai +140 centimetri di innalzamento dell’Adriatico entro il 2100[15]. Carte topografiche realizzate ad hoc mostrano l’ipotetica situazione in quell’anno: l’attuale linea di costa è svanita, l’acqua ha fatto ingresso nell’entroterra, anche – in alcune fasce di territorio, come nei polesini veneti e ferraresi – per decine di chilometri. Va ricordato che il 44% della provincia di Ferrara è sotto il livello del mare.

La cifra tonda, 2100, aiuta a produrre uno scatto, nella molteplice accezione del termine: sussulto improvviso, rapido passo in avanti nella percezione del problema e fotografia di un momento che permette uno sguardo d’insieme; al tempo stesso, però, distoglie l’attenzione dal fatto che tali processi stanno già avvenendo e continueranno anche dopo quella data.

18. Le conseguenze

Le conseguenze. Abbandono degli insediamenti costieri e del vicino entroterra. Migrazioni climatiche verso altre parti d’Italia o verso l’estero. Perdita di migliaia di ettari di terreni agricoli. Perdita di falde d’acqua potabile. Distruzione di ecosistemi d’acqua dolce e di aree naturali e protette, come quelle dei due parchi regionali del Delta del Po, della laguna di Venezia, della laguna di Marano e Grado, ecc. Un cambiamento climatico epocale.

19. Non è solo «acqua»

È importante tenere in mente che non stiamo parlando di “acqua”, ma di melma tossica e infetta. Il litorale nordadriatico è densamente urbanizzato e industrializzato. Il mare attraverserebbe aree edificate, ergo farebbe scoppiare fognature, trascinerebbe con sé rifiuti, prodotti chimici, carburanti, plastiche di ogni genere, carcasse di animali, come ha fatto nel 2023 e nel 2024. Quel che si è visto a Conselice, cittadina romagnola rimasta soffocata per settimane da fango pregno di ogni sorta di veleni e cocktail batteriologici, va elevato a diversi ordini di grandezza.

La più impetuosa piena di un corso d’acqua appenninico è niente se paragonata alla massa d’acqua di un mare: non solo l’inquinamento dell’Adriatico aumenterebbe esponenzialmente, ma si creerebbero delle “grandi Conselice”, vaste aree “anfibie” prigioniere della melma, i cui miasmi arriverebbero a molti chilometri di distanza.

La melma di Conselice, maggio 2023.

20. Intanto…

Questo lo scenario ipotizzato in completa assenza di interventi. Intanto l’innalzamento del mare è già in corso e ritenuto, in larga misura, ineluttabile. Sta già avvenendo.

Ǫuel che sta già avvenendo

21. Avanguardie del mare che avanza

Cuneo salino, nubifragi sempre più intensi e mareggiate sono le avanguardie del mare che avanza, e manifestazioni della stessa crisi climatica.

i. Cuneo salino: nei periodi di siccità i fiumi si indeboliscono, il mare risale i loro corsi e li riempie di sale, con gravi ripercussioni sugli ecosistemi, sull’agricoltura e sulle falde di acqua potabile.

ii. Nubifragi, spesso del tipo downburst, spesso confusi con le trombe d’aria. La loro maggiore intensità e frequenza è sintomo del nuovo clima. L’Adriatico è sempre più caldo: nel corso dell’estate 2024 ha raggiunto più volte i 30°. Aumentano così l’evaporazione e l’umidità nell’atmosfera. Quando arrivano correnti più fredde, il loro impatto con l’aria calda e umida sprigiona grandi quantità di energia e causa precipitazioni violente. Quelle che i media chiamano «bombe d’acqua».

iii. Subsidenza ed erosione della costa: mentre il suolo continua ad abbassarsi per un concorso di cause naturali e antropiche, la cementificazione e l’impatto del turismo intensivo erodono il litorale, che è sempre più vulnerabile di fronte a mareggiate e altri eventi «estremi», in realtà ormai ricorrenti e parte di una nuova “normalità”.

22. Le «notizie» sono un problema

I mezzi d’informazione “spacchettano” la crisi climatica in unità discrete, in episodi distinti chiamati «notizie» e trattati con attenzione ed enfasi diverse. Ad esempio, siccità e «bombe d’acqua» sono momenti di un unico fenomeno, detto effetto whiplash o colpo di frusta, ma la prima colpisce l’attenzione meno delle seconde.

La siccità ipoteca il nostro futuro in maniera differita, le si dedicano notizie illustrate con foto di fiumi in secca, ma non fora lo schermo, soprattutto in città, lontano da dove si coltiva il cibo e dagli ecosistemi in sofferenza. Finché dal rubinetto di casa esce l’acqua, il problema non è adeguatamente percepito.

Nubifragi e alluvioni, invece, ci colpiscono subito e direttamente. I loro effetti sono visibili e tangibili, quindi la loro copertura giornalistica è gridata, emotiva, sensazionalistica e di norma scollegata dalla siccità. Questa separazione impedisce di cogliere l’intimo nesso tra i due fenomeni, e la totalità del processo.

23. Non va difeso il territorio com’è oggi

Quello che incombe non si può affrontare prolungando le stesse logiche del presente che hanno generato il disastro, confidando in espedienti di corto respiro ed escamotages tecnologici. La crisi climatica non è un problema di momentanea inadeguatezza tecnologica: è crisi sociale, esito di un modello socioeconomico sbagliato, accumulo di contraddizioni dell’attuale modo di produzione.

La logica del rattoppo, del soluzionismo tecnologico a difesa dell’esistente è del tutto inadeguata.

La risposta più facile e frettolosa a quello che incombe consisterà nell’installare dighe e paratoie mobili in stile MOSE, nell’aumentare e potenziare gli impianti idrovori ecc.
Tutto ciò per difendere il territorio com’è oggi. Ma «com’è oggi» è parte del problema. Quel che ci dice la crisi climatica è che il territorio va radicalmente ripensato e trasformato.

Una “federazione” dei territori inespressi sarebbe il soggetto più qualificato per tale ripensamento, in grado di disegnare una linea d’orizzonte plausibile d’intervento.

24. Inconsapevolezza

Nei territori che da qui al 2100 subiranno l’avanzata dell’Adriatico, la consapevolezza della situazione va dal minimo all’inesistente. L’inadeguatezza della conoscenza e della percezione di fronte al disastro climatico non è certo un problema solo locale: è planetario. Ma nelle zone di cui ci stiamo occupando presenta caratteristiche peculiari.

25. Quattro messe a fuoco

Stiamo ragionando e ipotizzando modalità di intervento, alternando quattro diverse messe a fuoco.

Territori di margine → Area Nord-Adriatica → Delta del Po → Basso Ferrarese

Il Delta come luogo di sperimentazione nel vivo della crisi climatica (Appunti)

26. Quando il Delta era una causa per cui lottare

All’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo una nuova generazione di intellettuali e artisti ferraresi e non solo decise di occuparsi del Delta per farne un grande tema nazionale. Quelle figure fecero del Delta la loro «questione meridionale». Viaggiando verso est scoprirono un Sud, un territorio di margine a poche decine di chilometri dalla loro città.

Di quella campagna culturale e politica resta attuale l’intento di trasformare la percezione di un territorio “marginale” in un luogo centrale per l’analisi, il cambiamento e il riscatto sociale.

Fotogramma del documentario Delta padano di Florestano Vancini (1951).

27. Settant’anni dopo

Settant’anni dopo è di nuovo necessario fare del Delta padano un grande tema, nazionale e non solo. Le condizioni sono drasticamente mutate e ne siamo consci: negli anni Cinquanta dietro gli intellettuali “deltizi” c’erano partiti di sinistra, forze sindacali e altri soggetti collettivi vicini al movimento operaio, alla grande forza del bracciantato di massa. Alle spalle nostre, al momento, non c’è nulla di paragonabile. Ma questo non può essere un alibi.

28. Fare leva sulle peculiarità del territorio: riallagare, naturalizzare

Oggi, a differenza di allora, non si tratta certo di richiedere bonifiche. Semmai l’opposto; il territorio trarrebbe grande giovamento – in termini di biodiversità, di cattura della CO2, di inaugurazione di diversi modelli socio-ambientali – dal riallagamento incrementale e dalla rinaturalizzazione controllata almeno delle aree bonificate nel secondo Novecento, come le valli del Mezzano. Certo, quelle terre dovrebbero prima diventare di proprietà pubblica; dopodiché andrebbero bonificate nella seconda accezione del verbo: «restituire a condizioni di equilibrio naturale un territorio molto inquinato» (Dizionario De Mauro della lingua italiana).

29. Decementificare, ripristinare

Altrettanto urgente sarebbe decementificare la costa, per scongiurare lo scenario di cui al punto 19. Nelle zone decementificate, andrebbero ripristinati il più possibile gli ecosistemi precedenti, il che significa liberare le dune superstiti dalla pressione dell’urbanizzazione, e riformarle dove furono sbancate. Questa sarebbe una delle migliori difese dall’innalzamento dell’Adriatico.

Lido degli Scacchi, riviera ferrarese. Dune che resistono. Dove resistono, vanno liberate dal cemento intorno. Dove non ci sono più, vanno ripristinate.

A chi domanda: «E l’economia dei Lidi?» si può rispondere che i posti di lavoro nel turismo intensivo – spesso lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, in nero – sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del territorio e da un grande recupero, seguito da una cura continua degli ecosistemi: attività in sintonia con le caratteristiche contestuali dei luoghi.

30. Sono solo alcuni esempi

Sono solo alcuni esempi di come si possa far leva sulle specificità del territorio, sulla sua conformazione e la sua storia, persino sulla sua fragilità, per farne un grande luogo di sperimentazione nel vivo della crisi climatica, anche sul piano della progettazione territoriale.

31. Non servono “trovate”

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il soluzionismo tecnologico. Quelle che stiamo prefigurando non sono “trovate”, gimmick, escamotages, ma soluzioni aperte, lente e non finalizzate al profitto. Soprattutto, partono dall’individuazione delle cause sociali e politiche della crisi e svoltano rispetto ai modelli fin qui seguiti.

32. Rapporti di forza

È una questione di rapporti di forza. Proprio perché vanno a cozzare con l’esistente, questi scenari possono sembrare inaccettabili alla grande maggioranza degli amministratori, e soprattutto ai vertici di molte associazioni di categoria. Va ricordato, tuttavia, che tutte le riforme sociali, anche quelle oggi più banali (l’istruzione di massa? le pensioni? il suffragio universale?), sono nate da proposte che di primo acchito suonavano sovversive e utopistiche.

33. Estendere

Queste proposte, tarate sulla parte emiliano-romagnola del Delta, si possono estendere, rimodulandole, al Delta grande e all’intera area nord-adriatica.

Questo modo di inquadrare le questioni e prefigurare soluzioni può essere utile a chi si muove in altri ambiti di margine, territori inespressi in Italia e altrove nel mondo.

34. Far piovere all’insù

Attraverso una lotta consapevole, i territori di margine possono restituirci parte di ciò che abbiamo perso: ambiente, ecologia delle relazioni, sostenibilità dei modi di vivere. In un mondo dove tutto arriva e piove addosso dall’alto, agendo nei territori di margine è possibile, per citare il compianto Luca Rastello, far «piovere all’insù»[16]. Opporre, ad esempio, il mondo come dimora comune all’esclusione, il sapere come forma di partecipazione all’imposizione tecnocratica, la cura dell’umano e del suo ambiente di vita all’incuria neoliberale.

35. Un percorso lungo

Questo documento vuole essere il passo iniziale di un percorso lungo, multidisciplinare e interstiziale al tempo stesso, nato per generare dubbi ancor prima che risposte, nella consapevolezza che non è facile, sotto il profilo emotivo, accettare l’urgenza di un cambiamento sensibile quanto inarrestabile.

Stili di vita, dinamiche lavorative, relazioni sociali sono destinate a trasformarsi: diventa dunque cruciale che le comunità – a partire da quelle apparentemente più marginali, in realtà avamposti conflittuali determinanti – rivendichino la propria centralità nel processo di governo ed indirizzo dell’inevitabile cambio di paradigma, rivestendosi di una responsabilità sociale e culturale, fondamento di una società che vuole pensarsi come “civile”.

NOTE

1. Mercalli tenne una conferenza nell’ambito della 71a edizione della Fiera di Migliarino, settembre 2018. Un riferimento al «canarino d’allarme« anche nella Canzone della nocività di Paolo Ciarchi e Dario Fo, per lo spettacolo Ordine! Per DI0.000.000.000 (1972).

2. I dati ISTAT relativi alle zone altimetriche, provenienti dagli uffici provinciali dell’Agenzia del territorio (che a sua volta li trae dalle mappe catastali), dicono che le zone collinari e quelle montuose costituiscono rispettivamente il 42% e il 35% del territorio, per un totale di 77%. (Istat., 2023. Annuario statistico italiano, «Territorio», cap.1, p. 8).

3. Cfr. Cavallo, Federica Letizia. (2011). Terre, acque, macchine: Geografie della bonifica in Italia tra Ottocento Novecento. Diabasis.

4. Cfr. Brunello, Piero. (2011 [1981]). Ribelli, questuanti e banditi: Proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866. Cierre edizioni.

5. Cfr. Roveri, Alessandro. (1972). Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese, 1870-1920. La Nuova Italia.

6. Non esiste ancora una pubblicazione monografica sulla vicenda. Cfr. Bassani, Giorgio. (1970). «Il litorale emiliano-romagnolo: Problemi e prospettive», Bollettino di Italia Nostra, XII, 75-76, settembre-ottobre 1970, Associazione Italia Nostra, Roma, pp. 27-29. Ora in Id., Bassani, Giorgio. (2018). Italia da salvare: Gli anni della Presidenza di Italia nostra (1965-1980) (D. Cola & C. Spila, A c. Di; Nuova edizione accresciuta). Feltrinelli; e Dagradi, Piero. & Menegatti, Bruno. (1979). Ricerche geografiche sulle pianure orientali dell’Emilia Romagna. Pàtron.

7. Dati tratti da: Temmink, R. J. M., Lamers, L. P. M., Angelini, C., Bouma, T. J., Fritz, C., Van De Koppel, J., Lexmond, R., Rietkerk, M., Silliman, B. R., Joosten, H., & Van Der Heide, T. (2022). Recovering wetland biogeomorphic feedbacks to restore the world’s biotic carbon hotspotsScience, 376(6593), eabn1479.

8. Cfr. Armiero, Marco. (con un contributo di Chiesara, M. L.). (2021). L’era degli scarti: Cronache dal Wasteocene, la discarica globale. Einaudi.

9. Matthew Taylor e Pamela Duncan, «Revealed: almost everyone in Europe is breathing toxic air»The Guardian, 20 settembre 2023. «La situazione in Europa orientale è significativamente peggiore che in Europa occidentale, fatta eccezione per l’Italia, dove più di un terzo degli abitanti della pianura padana e delle aree circostanti nel nord del Paese respira il quadruplo della quantità-limite indicata dall’OMS per i particolati più pericolosi» (corsivo nostro).

10 Stando alla Relazione 2023 dell’Aea (Agenzia europea dell’ambiente), nel 2021 in Italia si sono registrate circa 46.800 morti causate dal particolato pm2.5, di cui ben 14.000 nella sola pianura padana (89 ogni centomila abitanti).

11. Le quattro regioni italiane che in ogni rapporto annuale dell’Ispra sul consumo di suolo risultano le più cementificate – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – sono proprio quelle nei cui confini amministrativi si estende la pianura padana.

12. Cfr. Turri, Eugenio. (2014). Semiologia del paesaggio italiano (1. ed). Marsilio. Cfr. anche il suo contributo nel collettaneo: (a cura di) Jodice, Mimmo., & Turri, Eugenio. (2001). Gli iconemi: Storia e memoria del paesaggio. Electa, Milano.

13. Cencini, Carlo. (1994). Il litorale ferrarese: dai Lidi al Parco del Delta, in Forme del territorio e modelli culturali in Emilia-Romagna: per una nuova geografia regionale, Lo Scarabeo, Bologna.

14. Cfr. Morozov, Evgeny. (2014). Internet non salverà il mondo: perché non dobbiamo credere a chi pensa che la rete possa risolvere ogni problema. Mondadori, Milano.

15. Cfr. Antonioli, F., et al. (2017). Sea-level rise and potential drowning of the Italian coastal plains: Flooding risk scenarios for 2100Quaternary Science Reviews, 158, 29–43.

16. Rastello, Luca. (2017). Piove all’insù, Bollati Boringheri, Torino.

Nota di redazione: un grazie agli autori per questo importante lavoro e a Giap per l’autorizzazione alla pubblicazione. Tutti i lettori potranno leggere e rileggere in ogni momento l’intervento nella rubrica Vecchia talpa di Periscopio. (La redazione di Periscopio) 

In copertina: L’area nordadriatica occidentale nell’anno 2100 con il mare più alto di 1 metro rispetto a oggi. Mappa interattiva curata dall’artista Alex Tingle a partire dal 2006.

 

Vite di carta /
26 donne geniali, libere, coraggiose nel libro “Senza paura” di Dalia Bighinati

Vite di carta. 26 donne geniali, libere, coraggiose nel libro Senza paura di Dalia Bighinati

L’8 marzo del 1996 suor Rita Giaretta e altre sorelle orsoline portano in dono una piantina di primule alle ragazze, per lo più nigeriane, che si prostituiscono nel Casertano, vittime della tratta e del giro criminale gestito da africani e italiani.

Da un libro corposo e pieno di storie forti come Senza paura, il libro che Dalia Bighinati ha scritto nei duri mesi del lockdown ed è uscito presso Book Editore nell’aprile di questo 2024, traggo proprio questa immagine di donne come suor Rita che omaggiano altre donne dando loro un fiore. Mi piace come segno di rispetto e di solidarietà e mi intenerisce.

Nella stessa pagina leggo le parole di suor Rita: “Queste ragazze hanno cominciato a fidarsi di noi, a credere nella possibilità del nostro aiuto”. Leggo, poi, cosa ne è nato: è nata da quel gesto solidale l’idea di Casa Ruth, una struttura che ha sottratto alla strada in venticinque anni seicento ragazze e i loro ottanta bambini.

Su suor Rita Giaretta ho rivolto a Dalia la prima domanda, davanti al pubblico intervenuto numeroso alla presentazione di Senza paura lo scorso venerdì 22 novembre, presso la Biblioteca di Poggio Renatico. Mi è sembrato di mettere subito in chiaro la grande qualità del libro, che fissa sulla carta 26 figure di donne coraggiose, normali ed eroiche al tempo stesso, che prima di tutto per rispetto di se stesse sono andate controcorrente e hanno perseguito i loro sogni nonostante lo svantaggio culturale e sociale da cui sono partite.

Maria Calabrese è poi intervenuta con una sollecitazione originale su come l’autrice le ha collocate entro la struttura del libro; ha illustrato nell’indice le cinque sezioni a cui sono assegnate (1. Il potere della parola: le scrittrici, le giornaliste 2. Controcorrente: le pioniere, le donne della politica 3. Il coraggio della genialità: le donne Premi Nobel, le religiose 4. Senza paura: le impavide, le fotoreporter  5. Leadership al femminile: le innovatrici) e ha notato come vadano a formare un accordo musicale.

Il  principio costitutivo è dunque l’armonia: un respiro che dà al libro la sua ossatura e al tempo stesso è il soffio che si avverte in ognuna delle interviste che Dalia ha fatto negli anni. Alle donne che ha raggiunto in qualche punto dell’Italia e del mondo, oppure che sono intervenute nelle edizioni di Internazionale a Ferrara, il Festival del giornalismo mondiale che si tiene nella città estense dal 2007.

Dall’esempio concreto di Suor Rita, alle cui attività andrà parte dei proventi ricavati dalla vendita del libro, alle esperienze di Ansalda Siroli, storica presidente dell’UDI di Ferrara e fondatrice del Centro Donna Giustizia. A sostegno del Centro andrà il ricavato del progetto Viva Vittoria che ha lastricato di coperte multicolori la piazza Castello sabato 23 e domenica 24 novembre. Ce lo ha ricordato Nicoletta Bellini, la coordinatrice del gruppo di Poggio Renatico, intervenendo a ricordare con entusiasmo le finalità del progetto e la grande capacità di aggregazione che ne è scaturita tra donne, e non solo.

Dalla fotoreporter Letizia Battaglia a Rita Levi Montalcini e a Dacia Maraini ha poi spaziato il dialogo a tre, per entrare nelle “complicate alchimie” di cui sono fatte le vite. Nell’atto della scrittura Dalia vi si è intrufolata con sensibilità e con rispetto, come portando a sua volta una piantina di primula.

Restituirle attraverso le parole le ha richiesto grande “dedizione”, come afferma nella dedica iniziale del libro, Alle lettrici e ai lettori. Ha richiesto la cura di ogni espressione per non tradire la sostanza umana di ognuna, e il ricorso alla Storia del Novecento per mostrare i gangli in cui avviene l’intersezione di ognuna delle vite con il proprio tempo.

Le domando come è stato ascoltare le altre donne ed entrare nelle loro storie così scottanti. Mi piace sentire la sua risposta, che è consapevole e profonda e sembra incantare i presenti.

Guardo Maria che mi è complice una volta di più nel viaggio dentro i libri e la catena delle idee. Su suggerimento dell’autrice, stiamo leggendo “a sentimento” i ventisei ritratti, senza seguirne necessariamente l’ordine e pur sempre guidate dalla struttura di cui si diceva prima, che offre una cornice di senso senza troppo vincolare la lettura.

Dove ci sta portando leggere Senza paura? Alle parole della “pioniera” Vittoria Tola: “Senza la presenza delle donne nei ruoli dove si decidono i destini del mondo, non ci potrà essere nessun vero cambiamento”.

Se ben ricordo, è di Dalia la frase che dice: quando le donne si occuperanno del mondo si prenderanno cura di tutti. In questo libro la frase è riferita a ventisei donne esemplari e viene declinata così (cito ancora la dedica): “mi sembrava un grande spreco non far conoscere ad altri le loro storie di intelligenza, amore e coraggio”.

Ora Maria sorride con me e insieme chiudiamo l’incontro ringraziando le persone intervenute, la bibliotecaria Giulia Aguzzoni che ha organizzato l’evento con la consueta passione, e in particolare lei, Dalia Bighinati, la ventisettesima donna.

In copertina una immagine della presentazione: Maria Calabrese, Dalia Bighinati e l’autrice

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