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globalizzazione e dazi: oltre Trump, un'altra economia è possibile

Globalizzazione e dazi:
oltre Trump, un’altra economia è possibile

Globalizzazione e dazi: oltre Trump, un’altra economia è possibile

Per la maggioranza dei nostri media Trump è un folle che ha messo in discussione con i dazi l’intera economia globale. Sperano di tornare prima possibile al libero scambio che farebbe gli interessi di tutti i paesi e i cittadini del mondo. Per ora a parlare contro i dazi sono soprattutto Governi, banchieri, le multinazionali (americane incluse) che sperano che Wall Street e la finanza messa a dura prova in queste settimane facciano rinsavire Trump. Trump è un repubblicano anomalo, ma che le multinazionali, Wall Street, i banchieri e il liberismo (col libero scambio) siano di sinistra è perlomeno dubbio.

Karl Marx espose le sue idee sul libero scambio nel 1847 in “On the Question of Free Trade”. Riconobbe che il libero scambio ebbe un ruolo rivoluzionario, poiché distrusse i resti del feudalesimo, spinse verso la crescita del capitalismo e la modernizzazione dell’economia. Tuttavia era convinto che non portasse alla pace né al benessere per tutti, come sostenuto da Montesquieu, Smith e Ricardo, ma avrebbe aumentato lo sfruttamento dei lavoratori, la concentrazione della ricchezza e le disuguaglianze.

Alcuni economisti come gli americani M.Klein e M. Pettis (Le guerre commerciali sono guerre di classe, ed.Einaudi, 2020), hanno ripreso questa analisi che vedono confermata nei guasti della recente globalizzazione, che ha sviluppato come non mai il libero scambio, producendo:

a) disuguaglianze in aumento all’interno dei singoli paesi,

b) un aumento dell’impoverimento degli operai di tutti i paesi ricchi,

c) l’aumento dei profitti delle imprese e dei redditi del 10% dei benestanti,

d) uno squilibrio commerciale tra Stati che porta di conseguenza all’attuale instabilità commerciale (50 anni fa l’import Usa era del 5% sul PIL, oggi è del 14%).

Trump sarà anche matto come un cavallo, ma è stato votato dalla maggioranza degli operai americani, molti dei quali licenziati dalla globalizzazione. Gli uomini senza lavoro non potevano mettere su famiglia e senza lavoro e famiglia (negli Usa non c’è il welfare state europeo) molti sono scivolati nell’alcolismo e nella droga. In tanti si sono tolti la vita. Anche questo spiega i 100mila morti per fentanyl del 2024, la crescita della criminalità e il calo della speranza di vita degli Stati Uniti, caso unico al mondo.

La globalizzazione ha distrutto anche la manifattura americana, portato alle stelle il suo deficit commerciale e il debito pubblico americano (36 trilioni) e il deficit annuo è del 7%, maggiore di quello dell’Italia. L’America è ancora il n.1 per PIL, armi (come la dipinge il mainstream) ma si potrà convenire che le cose non le vanno così bene, soprattutto se si rammenta che nelle 63 principali tecnologie la Cina ha la leadership di 57 mentre solo 20 anni fa lo era solo in 3 o 4; gli Stati Uniti producono il 4,5% dell’acciaio mondiale contro il 54% della Cina, che possiede il 90% delle terre rare.

I dazi ci sono sempre stati (ora sono in media del 4,8% tra Europa e Usa e del 10,8% sui prodotti agricoli) e il ritiro dell’America dal commercio globale non sarà la soluzione di tutti i suoi problemi, ma così non si poteva continuare e forse c’è una terza via virtuosa rispetto al “tornare come prima al libero scambio deregolato” che tanto piace ai nostri media, banchieri, multinazionali e a Wall Street.

Si potrebbero introdurre dazi per esempio verso quei paesi che non rispettano i contratti, il salario minimo, i diritti umani, applicando nel commercio uno “standard sociale” che favorisca i lavoratori di tutto il mondo e che spinga gli Stati a non abusare nello sfruttamento dei propri lavoratori pur di aumentare l’export, in modo che possano consumare gran parte del valore di quello che producono e quindi investire sul proprio Paese e la propria domanda interna.

Gli Stati Uniti sono tormentati da una disuguaglianza estrema, dal degrado delle infrastrutture (porti, strade, ferrovie,…), da bassi salari e dal fatto che la metà dei propri lavoratori non vede un aumento del proprio tenore di vita da 25 anni. Una situazione simile, peraltro, a quella dei grandi esportatori Cina, Germania, Italia, Messico che si differenziano dagli Stati Uniti per avere un forte saldo attivo commerciale (proprio vs USA).

Con la globalizzazione si è infatti avviato un iper processo per cui le imprese, tanto più se multinazionali, hanno creato filiere lunghissime come se il loro Stato fosse l’intero mondo (“piatto”), in modo da aumentare i profitti e il reddito di tutta la fascia alta dei lavoratori (banchieri, avvocati, trader finanziari, dirigenti, quadri, tecnici, professional), ma abbassando i salari di tutti gli altri lavoratori dei paesi avanzati, puntando sull’export più che sulla crescita della domanda interna ai singoli paesi.

Investire sulla domanda interna significa impostare un modello di sviluppo completamente diverso, che punta ad alti salari per tutti, a investire sul proprio paese, sulle infrastrutture, il trasporto pubblico, le energie verdi, la propria manifattura, rafforza il proprio welfare. Investire su globalizzazione ed export significa il contrario: favorire le élite di tutto il mondo (quelle dei paesi ricchi e poveri). Abbiamo assistito al trasferimento della produzione nei paesi poveri, dove la manodopera è sottopagata rispetto al valore che produce, per poi rivendere le merci ai consumatori (americani,…) con margini più alti. Ciò ha arricchito tutte le imprese e i ricchi del mondo (anche nei paesi poveri, Cina inclusa) a svantaggio dei lavoratori e pensionati dei paesi avanzati. La globalizzazione alimenta la disuguaglianza e viceversa e ciò spiega perché in tutti i paesi la disuguaglianza cresca. Lo dice anche Bernie Sanders, leader della sinistra Dem: “la globalizzazione rende più facile lasciare i lavoratori americani in mezzo alla strada e premia (nei paesi poveri) alcuni dei massimi colpevoli di violazione dei diritti umani”.

I dazi sono quindi una conseguenza quasi inevitabile della globalizzazione nella sua forma attuale, in cui la “guida” dei processi è stata assunta, più che dai singoli Stati, dalle più importanti banche commerciali e d’investimento e dai detentori di capitali finanziari. Semmai stupisce che gli americani abbiano tollerato il sistema del libero scambio così aperto per così tanto tempo. Quando venne istituito 80 anni fa, gli Usa producevano metà di tutta la produzione mondiale, oggi sono scesi al 15% (la Cina è al 30%).

Non è quindi vero che, come la descrive il nostro mainstream, la guerra commerciale dei dazi è un conflitto tra paesi. Piuttosto è un conflitto tra banchieri, detentori di asset finanziari, multinazionali e famiglie comuni dall’altro. Un conflitto tra ricchissimi e tutti gli altri. Ovviamente gli operai americani non sono le uniche vittime, lo sono anche gli operai italiani, tedeschi e cinesi, anche se i loro Stati sono in surplus commerciale, in quanto i loro salari non vengono pagati al valore che producono, il quale va a finire nei profitti e poi in asset finanziari “sicuri” che un tempo erano il dollaro (che ora vacilla). Tutte cose che aveva previsto Keynes, anche se uscì perdente dagli accordi di Bretton Woods nel 1945.

Ciò significa che se vogliamo un mondo migliore nel post-dazi di Trump, è illusorio pensare di tornare al vecchio mondo della globalizzazione e al persistere di un forte export di Europa, Messico e Cina verso gli Stati Uniti. Sarà necessario un riequilibrio e un ritorno (almeno in parte) ad investire da parte di tutti nella domanda interna del proprio paese con vantaggi per le famiglie comuni e i lavoratori e con meno profitti per i ricchi. Investire nella domanda interna più che sull’export riduce le disuguaglianze interne e la compressione del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati (Ford raddoppiò i salari per poter vendere più auto).

Non a caso la maggiore eguaglianza favorì (caso unico nella storia) la crescita nei famosi “30 anni gloriosi” del secondo dopoguerra che hanno portato alla nascita del welfare in Europa e alla buona America con le maggiori conquiste civili e ad un forte aumento del tenore di vita dei lavoratori e pensionati.

E’ vero che ci sono benefici in un mondo aperto al commercio, ma ci sono anche costi. Se i salari da noi non sono cresciuti, si dice che la globalizzazione però avrebbe aumentato i salari dei lavoratori cinesi e di altri paesi poveri: vero, ma non si dice che in Cina esiste il sistema hukou che impone a milioni di contadini di non lasciare la propria residenza. Chi lo ha fatto (oltre 100 milioni) recandosi nelle città industrializzate è sottopagato, sfruttato e senza alcun diritto di pensione, sanità e istruzione. Un sistema che si fonda sulla disuguaglianza e che usa una quota enorme di sfruttati per stare in piedi: hukou in Cina, immigrati illegali da noi e quel 10% di forza-lavoro senza contratti in Italia, mini job in Germania.

La stessa Germania col suo avanzo commerciale mostruoso verso gli Stati Uniti (come Italia e Cina) ha puntato su una politica di export che ha prodotto un contenimento della domanda interna, dei salari, degli investimenti nelle proprie infrastrutture e, in definitiva, uno spostamento dei benefici a favore della propria élite e dal Lavoro al Capitale. Questo è l’esito del libero scambio deregolato in tutti i paesi (Europa, Cina, Stati Uniti), dove la quota che va dal Lavoro al Capitale è cresciuta in media di 10 punti ovunque, il che spiega le difficoltà in molti paesi dei lavoratori (Italia in primis) e dei bassi salari.

Mi pare che ci sia abbastanza per evitare facili semplificazioni, in cui si finisce per fare il tifo per Wall Street.

 

Cover image: Bethlehem Steel, Pennsylvania, wikimedia commons

presto di mattina nei miei occhi i tuoi occhi

Presto di mattina /
Nei miei occhi i tuoi occhi

Presto di mattina. Nei miei occhi i tuoi occhi

Nei miei occhi i tuoi occhi

«Che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?»

La verità dischiusa dalla fede è paragonata da Carlo Betocchi alla luna: come la bianca luna è, al contempo, semplice e complessa, una e molteplice, cangiante nel variare della luce; nel suo svelarsi e ri-velarsi, da nuova a piena ha le sue fasi e, pur simile è la sua veste, d’argento a volte, d’oscura ombra altre; come la luna riceve e riveste luce d’altri, così gli occhi della fede scrutano il vero con altri occhi.

«O cara verità, semplice luna»

È detta dal poeta semplicemente “cara”; ma dicendolo vi nasconde molto di più: preziosa, gioiosa, ricercata, amata. L’aggettivo infatti rimanda a una pluralità di radici etimologiche da cui, di volta in volta, la parola è fatta derivare.

Quella latina, dal verbo càreo “io manco”, dice la rarità e dunque la preziosità, perché è in tempo di carestia che le cose accrescono il loro valore. La radice greca del verbo ghairo, poi, esprime gioia, rallegramento; e infine, dalla radice sanscrita ka, kan, kama, attinge alle sorgenti del desiderio anelante e dell’amare.

Così anche la verità del credere si dice in molti modi e si riflette negli occhi del poeta come la risplendente Selene, alta e vagante sul leccio sempreverde, lucente e ospitale e, sosta così, con lo sguardo presso ciascuno che le volge lo sguardo. Nell’oscurità va cercando con occhi miti anche nei miei, nei vostri occhi pure, un resto di speranza, un ancor ignorato, celato amore.

O cara verità, semplice luna,
ora piena, ora occulta, ora un falcetto
intorno casa, nel giorno che imbruna
e va contando i suoi di tetto in tetto,
o variabile sorte, cui è tutt’una
vestir d’argento od’ ombra, ma nel pretto
sentiero del creato in cui s’aduna
la certezza di ciò che Dio ha nel petto;
in degnissima fronda, alta, sul leccio
che t’accoglie in quest’ora, o tu, vagante,
che fai, che sosti nel tuo mite aspetto,
che cerchi ne’ miei occhi d’ignorante,
che speri tu da me che ormai son vecchio,
se non ch’io creda in te, sempre, ogni istante?
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, 1996, 153).

«In tutte le Scritture,
da Mosè sino ai profeti,
Gesù spiegava ai discepoli
il mistero della sua Pasqua, alleluia»

Nell’antifona all’Ufficio delle Letture dell’ottavario pasquale viene mostrata la pedagogia mite e amorevole di Gesù a Pasqua volta a far passare i suoi amici dall’incredulità alla fede e guarire così i loro occhi che erano impediti dal riconoscerlo riaprendo loro gli occhi della fede alla lettura di lui nei sacri testi.

Questo stile di Gesù risorto è simile all’esperienza di quando bambini appena iniziati all’alfabeto, a sillabare, abbiamo incominciato a imparare a leggere e scoprire le parole scritte, la loro pronuncia, combinandole tra loro e facendole corrispondere risonanti con quelle orali.

Da soli ci saremmo persi nei meandri delle pagine tra quelle indecifrabili tracce nere su bianco. Saremmo rimasti smarriti se qualcuno, maestro dello sguardo, con mitezza e fermezza amorevole non avesse guidato e accompagnato con i suoi i nostri occhi sui ripidi sentieri della lettura e della scrittura verso la libertà, quella che ricava l’oro dall’inchiostro e dalla parola divenuta creatrice fa risorgere la dignità umana, quella che si dà pronunciando ogni volta: “I care”.

Ho imparato a leggere dalla zia Lucia, la sorella di mia nonna paterna Maria Bianca. Rimasta vedova ancor giovane si fermava per molti mesi all’anno a casa nostra.

Lucia amava molto ricamare e insegnò anche a me quell’arte; così con lei imparai anche l’arte di infilare le parole e cucirle sul telo bianco della pagina.

Seduta accanto a me al tavolo della cucina pronunciava con me le lettere, indicando e seguendo con il dito le parole, riga dopo riga, dando tono, direzione e senso al testo. Così lo sguardo prospettico dei suoi occhi orientava e correggeva i miei ancora miopi nella lettura: “nei miei occhi i suoi occhi”.

In questo modo il libro letto insieme diventava un poco come le Scritture spiegate da Gesù ai suoi amici: non già un esercizio isolato, un apprendere utilitaristico, ma un vero e proprio incontro tra noi due e con quelli che si affacciavano di volta in volta nella pagina.

Dapprima il testo risuonava come un annuncio, anzi un buon annuncio, che a poco a poco svelava una presenza dentro il testo che si mostrava e nascondeva tra le pagine, che in ragione di questo disvelamento attiravano e concentravano sempre più la mia attenzione e l’interesse.

Fu così che da semplice ripetitore di parole a pappagallo divenni capace non solo di leggere, ma di ascoltare con attenzione, non solo di vedere con gli occhi di un altro, ma sentendo la sua voce nella mia voce.

Ora vedo con più chiarezza che imparare a leggere con gli occhi di zia Lucia al tavolo della cucina è stato per me un molteplice dono: quello di cercare sempre più parole nuove, scegliere le più adatte al sentire mio e comporle poi come colori di una tavolozza, ma pure il dono grande di imparare a spezzare il pane come quella volta sulla tavola di Emmaus. E questo è stato il vangelo nascosto del suo amore annunciato e poi narrato a me.

Lumen fidei

A me la fede
non consente che un grido ed una voce:
è quel poco che so, che sento vero
dentro di me: ed in quel vero accendo
l’essere a farsi un uomo che cammina
solo e con tutti, innanzi a sé pregando
(ivi, 545).

Il vedere della lettura e quello della fede oltrepassano la fisicità degli occhi perché sono un “vedere con”, un vedere in relazione, un incontro che può cambiare la vita sino a renderla condivisa. Ogni lettore dunque può vedere con gli occhi della fede quando, leggendo, offre credibilità a un altro, spostando lo sguardo a un diverso punto di vista e mettendo in gioco una libertà che si affida a un’altra libertà, ad altri occhi, per comprendere il suo stesso esistere e la realtà che accade e lo circonda e provare a trasformarla.

Ci ha ricordato papa Francesco nella sua prima enciclica Lumen fidei che gli occhi della fede non solo guardano a Gesù, ma guardano dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: la fede è quel dono che ci fa partecipare al suo modo di vedere. Gesù vede con noi la sua Pasqua, continua a viverla dentro la nostra vita.

Spiegare le Scritture ai discepoli ha significato partecipare loro la sua stessa vita; la comunione con lui dischiude gli occhi della fede e rimette in cammino anche noi:

«Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro (Lc 24, 30-33).

Sei tu, Signore, che mi dai la tua forza,
torci il mio occhio a guardarmi nell’anima,
perché l’immondezza sia vituperata
ed esaltato il coraggio che la rivela.
Io da me non saprei: tu m’hai insegnato,
dei miei giorni corti puoi fare un’eternità,
se tu mi sostieni scenderò nell’abisso
che invoca scandaglio per rendermi a te
(ivi, 288)

Scrive ancora papa Francesco «La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro… Poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione…

La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. In tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi.

Abbiamo fiducia nell’architetto che costruisce la nostra casa, nel farmacista che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale. Abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio. Gesù, suo Figlio, si presenta come Colui che ci spiega Dio (cfr Gv 1,18). La vita di Cristo — il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui — apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare».

«Le radici dell’occhio sono nel cuore»

È questo il pensiero di Romano Guardini che scrive: «Le radici dell’occhio sono nel cuore; nella intimissima presa di posizione verso le altre persone come verso la totalità dell’esistenza: una decisione che passa attraverso il centro più personale dell’uomo. In ultimo, l’occhio vede dal cuore. Questo intendeva dire Agostino, quando diceva che soltanto l’amore è capace di vedere.

Quest’amore non comincia con il desiderio ma con il rispetto. Il suo primo atto non è un protendersi, ma un ritrarsi. Esso rinuncia cioè a fare dell’amato un frammento del suo proprio mondo, concede libero spazio alla sua esistenza ed è pronto ad andargli incontro e ad accoglierlo nel proprio spazio esistenziale. Soltanto se nasce almeno un germe di tal processo, l’occhio può realmente vedere un essere umano.

Tutto un uomo con il suo destino può esistere manifesto avanti a me e posso ogni giorno incontrarmi con lui; ma se non gli riconosco il diritto della sua esistenza in proprio, non lo vedo. I fatti più impressionanti possono svolgersi sotto i miei occhi ed io restare cieco» (L’occhio e la coscienza religiosa, in Scritti filosofici, 2, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1984, 152).

Per Lui «lo sguardo allo sperar della mattina!»
(Betocchi, 136)

Non so a voi, ma a me questi ultimi versi di Carlo Betocchi mi fanno risalire e ritornare ai primi. Li sento impregnati d’essi e sillabare di nuovo quella speranza cercata negli occhi del poeta, quella fede cercata anche in me.

O Tu che passi tra i fiordalisi:
Tu che li crei; stamattina
mi son venuti in casa, erano
color della Tua pupilla.
(ivi, 193).

Meno che nulla son io, nella mente
che invecchia e vaga incerta, e male
afferra le idee che vi divagano
fantasticanti: eppure sono ancora
creatura, e non è detto che da me
così squallido, così passivo e inerte,
non emani, come ora che scrivo,
il senso eterno di quell’eterna
povertà che ci è propria, a noi che viviamo
nel tempo, sulla cui nera lavagna
scriviamo col gesso dei giorni parole
che sempre biancheggiano, per Lui che le legge,
pupilla d’aquila, solo compagno sapiente.
(ivi, 559).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole

Pier Luigi Guerrini: La grazia delle parole.

… la lingua langue silenziosa
si genuflette riflessiva
accorpa pensieri, immagini, sogni
facendo ricorso
ai ricordi di ogni.

Colpiscono questi pochi versi che Pier luigi Guerrini mette in esergo alla sua ultima raccolta poetica (L’Amnistia del silenzio, Bertoni editore, 2025) per raccontare la sostanza del suo lavoro sulla poesia. Un lavoro che non giunge dal pensiero alle parole, ma scaturisce invece dalle parole stesse, dal loro suono, dal loro significato, dai rimandi con altre parole. Sono infatti le parole che … accorpano pensieri. immagini, sogni.
Da qui, almeno mi pare, l’assoluta originalità e freschezza delle poesie di Pier Luigi Gerrini. A volte l’effetto è quello di un incanto primordiale, una inevasa domanda bambina:

Anche di notte
il buio fa fatica ad accendersi,
Ha paura del silenzio,
ha timore
quasi non vede
il motivo.

Ma le parole raccontano anche un’Italia decaduta e immemore,  attraverso la grazia tagliente della rima:

Paese
che scorda il palato
appena esce.
Paese smemorato
meno di un mese
paese di saluti padani
distese di saluti romani
sconsòla l’impotenza di fiato.
La porta chiusa sul domani
Terra secca
sul sangue d’umani.

La dimensione politica, lo sguardo civile,  (e la satira, l’invettiva) affiorano in molti componimenti, ma in primo piano ci sono sempre le parole,  a volte anche “il gioco di parole”, perchè solo le parole, la grazia delle parole, possono dare peso e sostanza ai pensieri. E  solo attraverso le parole, sembra dirci Guerrini, solo maneggiandole con cura ed amore, possiamo coltivare un piccolo seme di speranza:

A un passo da casa
c’è un alberello
col sostegno che spinge
nella terra.
Le chiede auto.

Presentazione: 

In copertina: foto dell’autore

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 283° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
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come si misura una repubblica fondata sul lavoro

Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Come si misura una Repubblica fondata sul lavoro?

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Articolo 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano
effettivo questo diritto.

Non ci sarebbe altro da aggiungere alla “Costituzione più bella del mondo”.  Purtroppo si continua, colpevolmente, a far confusione. Si confonde il quanto con il come.

Se il Cavaliere amava ripetere la sua solenne promessa (mai raggiunta) di creare un milione di nuovi posti di lavoro, oggi Giorgia Meloni sventola la medesima bandiera, cantando vittoria: “Creati oltre un milione di posti di lavoro”. Dare i numeri, usare il pallottoliere per misurare il benessere sociale è un argomento sempre usato dalle destre (vedi anche Trump) ma che mostra la corda: basta guardare di cosa sono fatti tanti di questi nuovi posti di lavoro: contratti a termine, lavoro precario lavoro sottopagato eccetera.

E di cosa è fatto il lavoro di milioni di italiani, con stipendi in fondo alla classifica europea, con un contratto scaduto da dieci anni e mai rinnovato. E c’è il lavoro come pericolo, a cui sono costretti in tanti e in tanti continuano a morire. E il potere d’acquisto giù per le scale di cantina. E il salario minimo che rimane un miraggio.

Va bene, il problema è complesso, le inadempienze e i ritardi accumulati sono tanti, la strada per dare attuazione alla nostra Costituzione è molto lunga. Nessuno pretende di arrivarci in un lustro, ma per favore, un po’ di decenza: smettete di gridare vittoria per la conquista di un ennesimo milione di posti di lavoro. Il diritto a un lavoro dignitoso, quello di cui parla la Costituzione, è tutta un’altra cosa.  E anche gli Italiani se ne stanno accorgendo.

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

Parole a capo
LAVORARE MANCA

LAVORARE MANCA

 

L’INSEGNANTE PRECARIA

Il mio sogno era fare la maestra
fin da bambina innamorata persa
della mia dolcissima insegnante.
Ho studiato davvero con impegno
mi sono laureata a pieni voti
con baci abbracci strette di mano e allori.
Di lì cominciava la mia vita
nel lavoro
che amavo e che pensavo ripagato
dall’amore dei piccoli, la cosa
per me più bella al mondo.
E invece ho cominciato una catena
senza fine: concorsi graduatorie
le speranze deluse e le supplenze
su e giù per lo stivale
di pochi giorni o poche settimane.
Finalmente un incarico annuale,
un passo alla felice conclusione…
Ma sono passati gli anni, tanti anni,
ho già i capelli grigi
continua il precariato ed ogni anno
lascio bambini appena conosciuti
che mi sembra tradire.
E l”attesa angosciosa di una nomina
per l’anno successivo…
E quando torno a casa dai miei figli
io temo che mi leggano negli occhi
di giorno in giorno la mia delusione
e mi sento precaria come mamma

(MARTA CASADEI)

 

*

 

SONO CIÒ CHE RESTA

 

Un braccio,
Un pezzo inutile,
Smembrato.
Urlo atroce dal suolo.
L’orrore di vedersi
Altro da se’,
Negata l’umanità.
Non gettarmi! rantola
Da corpo incompleto,
Rotto, avariato…
Guai, solo guai…
Sono, sarò, ciò che sono stato:
Solo un essere umano .
Sono ciò che resta
Di un’illusione…
Un arto gettato,
Un corpo martoriato,
Abbandonato sul selciato.
Una croce da portare
per chi resta.

(CECILIA BOLZANI)

 

*

 

E’ NATO UN FIGLIO AL FABBRICANTE

 

Concepito nel quarto anno di guerra,
punta il timone – dicevano – bambino bello
alla volta della Polonia di Londra agli albori
tra i fiumi della Manchester polacca!
Nulla ti mancherà, neanche il latte d’uccello.

Qui mancano gli uccelli, sono volati via
al cupo rimbombare della terra
che il fronte riprendeva a colpi di cannone.
Sono arrivati i soldati sovietici,
i polacchi – i nostri, li chiamava il popolo.
Ma il popolo non è tutta la gente.
Né quella di città, né duella di campagna.
C’è un’indipendenza degli operai.
C’è un’indipendenza dei piccoli agricoltori.
Quelli che sono corsi fuori a salutare
hanno sentito la Prima libertà nei cuori.

E’ nato un figlio al fabbricante
ma in altra epoca da quella attesa.
Ormai non è più un fabbricante il padre,
gli resta una manciata di monete d’oro,
a comandare in fabbrica sono gli operai,
le azioni frusciano come foglie secche,
sono rimasti solo gli oggetti preziosi,
soltanto gli album di fotografie.

Il ragazzo intanto cresce. Presto a scuola
conoscerà il sorriso dei propri coetanei,
la vita lo accarezzerà col suo calore,
rientrare a casa gli comincerà a pesare.
Il socialismo è giustizia sociale.
Quando il ragazzo capirà queste parole,
non avrà più il marchio d’infamia sulla fronte,
anche se ha preso i tratti dal volto dal padre.
Allora fisserà lo sguardo della mente
su un mondo degno della giovinezza.
E solo i genitori non potranno capire
che per il figlio quella è la ricchezza.

–  Mamma, la sciarpa non mi serve.
– Papà, fuori c’è un Maggio enorme!
Fa caldo nei cortei, fa caldo al lavoro.
Non appartengo a voi. Vado con loro!

( WISLAWA SZYMBORSKA)

 

*

 

PAESAGGIO

 

Il ciliegio è fiorito
tra lacrime di nero appassito.
Campagna in chiusura
da lavoro
sotto un sole spaurito
che si è ripreso l’oro,
senza chiedere permessi,
lasciando liberi i lavoratori
da loro stessi.

(PIER LUIGI GUERRINI)

(Cover del celebre quadro “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo)

 

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

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La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

La gestione dei rifiuti urbani a Ferrara. Ascoltiamo la voce dei cittadini

Penso valga la pena tornare a parlare della vicenda della gestione del servizio dei rifiuti urbani a Ferrara. Innanzi tutto perchè Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica di Ferrara, con il sostegno attivo della lista La Comune di Ferrara e del M5S, stanno promuovendo in questi ultimi 2 mesi un’importante campagna per la ripubblicizzazione del servizio, attuare la modalità di raccolta porta a porta e, in prospettiva, poter dimezzare il ricorso all’incenerimento

In seconda battuta perchè perdura un assordante silenzio da parte dell’Amministrazione comunale, dopo che era stato annunciato pubblicamente che entro la fine del mese di marzo occorreva arrivare ad una decisione finale.

La vicenda dell’affidamento del servizio dei rifiuti a Ferrara viene da una lunga storia. Nasce ancora dalla fine del 2017, quando venne a scadere la concessione del servizio stesso ad Hera e, da quel momento, essa continua la gestione in un regime di proroga.

Dalla scadenza della concessione, numerose sono state le iniziative di comitati e realtà sociali perché ci fosse il coinvolgimento della cittadinanza su una scelta così importante e si andasse nella direzione della ripubblicizzazione del servizio.

Non sto ora a riprendere le ragioni di fondo che motivano tale posizione (e la sua conseguenza sul passaggio al sistema di raccolta porta a porta e sul depotenziamento dell’inceneritore), se non richiamando che il ciclo dei rifiuti appartiene a pieno titolo alla fattispecie dei beni comuni, e come tali va trattato, nelle finalità da perseguire e nella sua gestione.

Mi interessa intanto sottolineare come la campagna di questi ultimi 2 mesi, cui ho fatto riferimento sopra, sia stata intensa: 2 flash mob, uno sotto la sede di Hera e uno sotto il Municipio, lo svolgimento di un importante convegno in cui, tra gli altri approfondimenti, è stata presentata l’esperienza dell’azienda totalmente pubblica che gestisce il servizio dei rifiuti di Forlì e altri 12 Comuni limitrofi, che sta realizzando i risultati migliori in Emilia-Romagna per quanto riguarda gli obiettivi di carattere ambientale e sociale.

E ancora, il lancio di una petizione on line, che è utile rafforzare ulteriormente nelle sottoscrizioni (lo si può fare andando al seguente link http://www.change.org/Liberiamo_ferrara_da_hera) e altre iniziative che seguiranno nelle prossime settimane.

Ancor più, però, mi tocca evidenziare l’atteggiamento dell’Amministrazione comunale. Troppi indizi fanno pensare che essa stia letteralmente scappando da questa discussione. Me lo fa dire il fatto che l’assessore Balboni, che detiene la delega su questi temi, si è sempre sottratto al confronto diretto con le istanze avanzate da chi sostiene la ripubblicizzazione, limitandosi a qualche dichiarazione pubblica con cui si dice che questa strada non sarebbe percorribile rispetto ai costi che graverebbero sulle casse comunali.

Un’affermazione decisamente falsa, nel momento in cui Forum Ferrara Partecipata e Rete Giustizia Climatica hanno chiaramente indicato anche la fattibilità economica di quest’operazione.

In particolare, attingendo alle notevoli riserve di utili presenti in Ferrara Tua SpA, società partecipata al 100% dal Comune di Ferrara e che si occupa anche di fondamentali servizi pubblici locali, oppure, come ipotesi subordinata, ricorrendo alla vendita di una quota delle azioni “libere” di Hera possedute dal Comune di Ferrara, che ha sempre meno senso tenere, nel momento in cui i soci pubblici di Hera non giocano praticamente nessun ruolo nelle decisioni societarie, sempre più orientate alla visione privatistica di “creare valore per gli azionisti”.

Soprattutto è scomparso, nelle esternazioni dell’Amministrazione, qualsiasi riferimento al momento temporale in cui si dovrebbe decidere il percorso del nuovo affidamento del servizio e, in specifico, del passaggio in Consiglio comunale di questa discussione.

Allora, diventa inevitabile riproporre il tema del coinvolgimento dei cittadini in questa decisione. Perchè l’Amministrazione e l’assessore competente non convocano assemblee nei vari quartieri per discutere le scelte relative all’affidamento del servizio rifiuti e le politiche che si devono mettere in campo in proposito?

Sulla base dell’esperienza di questi anni, probabilmente la risposta risulta facile: quest’Amministrazione (ma anche le precedenti, in verità, non brillavano in proposito) pensa alla partecipazione solo come processo che va dall’alto in basso, che viene attivata solo per costruire consenso alle ipotesi già elaborate e non per far emergere l’opinione delle persone.

Si può aggiungere, anzi, che la politica di Fabbri e Balboni è quella di privatizzare spazi pubblici e servizi che attengono ai beni comuni. L’elenco delle situazioni che testimoniano tutto ciò è ormai lungo: per stare agli spazi pubblici, basta pensare alle vicende in corso che riguardano il Centro sociale La Resistenza, il Centro Volontariato Sociale, la sede di Cittadini del Mondo, il circolo ARCI Bolognesi.

Guardando ai beni comuni e ai servizi che li sostengono, oltre al servizio rifiuti, è sufficiente pensare alle privatizzazioni di parti del sistema bibliotecario, alla continuità nell’esternalizzazione dei nidi e delle scuole dell’infanzia e, prossimamente, all’idea della completa privatizzazione del servizio idrico.

Ciò non toglie che siamo in presenza di un vero e proprio “vulnus democratico”; che va affrontato sia continuando a richiedere che la voce dei cittadini venga ascoltata, sia iniziando ad unificare le varie vertenze in campo, rafforzandole vicendevolmente.

Forse scopriremmo che si possono rimettere in discussione le scelte della destra in città, che si considera inattaccabile dopo la riconferma elettorale, ma che, di fronte ad una vasta, unitaria e consapevole mobilitazione sociale, potrebbe riscoprirsi come “gigante dai piedi d’argilla”.

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Vite di carta Alma e l'identità difficile nell'ultimo romanzo di federica Manzon

Vite di carta /
Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Vite di carta. Alma e l’identità difficile nell’ultimo romanzo di Federica Manzon

Ha vinto il Premio Campiello 2024 il romanzo sulla identità difficile che ha per titolo il nome della protagonista, Alma, e per spazio la città di Trieste. Ho appena finito di ascoltare un’intervista all’autrice, ho rimesso a fuoco i motivi narrativi e i temi del racconto, smettendo di ascoltare quando ho creduto che di modi della scrittura non si sarebbe parlato.

Non della terza persona in cui si esprime la voce narrante, una scelta su cui si fonda tutto il libro e me lo ha reso aspro da leggere all’inizio. La scrittura così intima fin dalle prime pagine non riuscivo ad assorbirla e a sentirla all’unisono con l’onniscienza del narratore.

Questo è un romanzo che guadagnerebbe in immediatezza se fosse raccontato dalla protagonista stessa, con lo spessore dei suoi ricordi e delle consapevolezze accumulati in trent’anni di lontananza da Trieste, la città in cui è nata e in cui ha vissuto fino a vent’anni una infanzia e una adolescenza inquiete.

Adottare il suo punto di vista non basta. Per di più, risultano ambigue certe parti in cui la voce narrante dice cose che il personaggio non sa eppure continua a usarne il registro intimo, asciutto e disposto alla verità, sfiorando il discorso indiretto libero.

Verrebbe spontaneo mettere le virgolette alle descrizioni degli stati d’animo così come ai riferimenti storici, credere che siano le parole di Alma nel suo parlare di se stessa e dei due mondi che le sono appartenuti di qua e di là dal confine tra Italia e Jugoslavia.

La conosciamo quando ha superato i cinquant’anni, è diventata una apprezzata giornalista e vive a Roma. Il libro contiene i tre giorni in cui torna a Trieste a ricevere l’eredità che morendo le ha lasciato il padre. Sono giorni in cui ripercorre strade e zone della città che hanno marchiato la sua infanzia, ma per prima ha voluto rivedere l’isola di Brioni, dove la portava suo padre e dove alla fine degli anni Settanta aveva conosciuto il maresciallo Tito, l’uomo sempre vestito di bianco.

Rivedere Trieste implica che Alma si volti verso il suo passato con uno sguardo orfico, dice bene Francesca Peligra nella sua recensione. L’esercizio della memoria, da cui si è tenuta lontana fuggendo a vivere a Roma trent’anni prima, si riattualizza con forza e le butta addosso le storie di famiglia, il rapporto particolare con la madre e soprattutto col padre, con la figura mai veramente esorcizzata di Vili.

Ricorda i nonni materni e la cura che le hanno prestato quando era bambina. Il loro era un mondo borghese venato di nostalgia per l’impero austroungarico, fondato su sicurezze ed eleganze di cui Alma non trovava traccia quando tornava a casa dalla madre. Lì trovava il disordine e l’inventiva con cui la mamma ribelle dedicava la vita di ogni giorno a curarsi dei matti, quelli liberati da Franco Basaglia, e ad aspettare il marito.

Alma lo aspetta come lei, è il padre indecifrabile e amato dei giri sull’isola di Brioni, delle presenze fugaci e delle ripartenze improvvise per tornare di là a lavorare per il maresciallo. Un giorno con lui è entrato nella casa caotica sul Carso anche Vili, un bambino in fuga da Belgrado che i genitori hanno voluto allontanare per salvarlo dalla guerra. Dalle guerre Jugoslave, per meglio dire. Quelle che vorticano attorno alla vita di Alma e agli altri a cui Alma vuole bene, senza che lei adolescente possa capirle.

Sono iniziati gli anni Novanta, gli anni del disfacimento della ex Jugoslavia nel dopo Tito. Il destino del padre ne è segnato, anche il percorso con cui Vili diventa uomo e lavora come fotografo di guerra oltre il confine prende la piega a cui lo ha condotto la Storia:  Alma, che pure vive di qua dai conflitti, dà consistenza alla propria vita adulta continuando a prescindere dalla presenza del padre e si avvia alla professione di giornalista.

Si stacca da Vili, amandolo ma non potendo più condividerne l’inquietudine. Finché si sono sentiti entrambi sradicati da abitudini e regole nel loro crescere nella casa sul Carso, finché si è trattato di sentirsi estranei in via esistenziale a una vita saldamente codificata ci hanno guadagnato la libertà di muoversi negli spazi della città.

Si sono mossi senza vincoli anche tra i suoi linguaggi e fra le lingue lasciate in eredità dal mondo asburgico e da quello slavo. Ma Vili ha dentro la smania di chi ha perso da bambino il proprio paese, è più dell’identità soggettiva quello che ha smarrito.

Vivendo a Roma Alma si è difesa per trent’anni da un di più di consapevolezza: “Tu non sai niente” è la frase che le hanno rivolto sia Vili che il padre nelle occasioni in cui lei ha cercato di definirli, di collocarli nello scacchiere dei popoli e dei posizionamenti politici.

Nei tre giorni che passa a Trieste ritrova Vili e gli oggetti-amuleto che le ha lasciato il padre. Riattualizza pezzi di passato che solo ora si fanno conoscere per quello che autenticamente hanno significato nella Geografia della Storia.

Nella intervista che ho ascoltato Federica Manzon dice di avere avuto in mente un personaggio, Alma, che stia lì a dimostrare quanto sia complessa, non univoca e non semplice, l’identità di cui siamo fatti. Aggiungo, come la si componga nel tempo, a volte anche dopo decenni lungo le linee tortuose della vita, come accade qui.

Nota bibliografica:

  • Federica Manzon, Alma, Feltrinelli, 2024

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Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

Un papa di nome Francesco. Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

UN PAPA DI NOME FRANCESCO.
Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

UN PAPA DI NOME FRANCESCO. Spunti di riflessione a pochi giorni dalla sua scomparsa

Un vero e proprio bilancio dei 12 anni del pontificato di papa Francesco (2013–2025) sarà compito degli storici. A pochi giorni dalla sua morte, la mattina del 21 aprile (lunedì di Pasqua), e per niente al riparo dall’emozione suscitata dalla sua inaspettata scomparsa, è possibile, almeno per me, solo qualche spunto di riflessione.

Sull’onda partecipativa rispetto a una notizia che ha lasciato un’umanità incredula, sono parse esemplari le parole usate dal card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, pronunciate nel duomo di Bologna il pomeriggio dello stesso 21 aprile: “Ha amato fino alla fine. Quel suo giro con la macchina (la domenica di Pasqua in piazza San Pietro), per salutare tutti e farsi salutare da tutti, è il gesto di un Papa che non si è mai risparmiato”.

“Fino alla fine” e “tutti” sono una sintesi, non solo emotiva, dell’impronta data da Jorge Mario Bergoglio a un pontificato che, proprio partendo dagli esclusi, ha incluso tutti.

Non sempre si presta la giusta attenzione su questo punto.

Se agli ultimi si dedica un’attenzione prioritaria (il primo viaggio a Lampedusa appena eletto papa), di conseguenza non ha più senso parlare dei primi perché tutti, appunto, hanno uguale dignità e meritano lo stesso rispetto e diritti, non solo coloro che li possiedono per mezzi, possibilità, disponibilità e potere.

E il fatto che Francesco abbia voluto farlo “fino alla fine”, come la visita ai carcerati di Regina Coeli il giovedì santo, appena dimesso dall’ospedale Gemelli, significa avere preso sul serio quella radicalità evangelica che è l’esatto rovesciamento della logica verticale e che, in quanto tale, da sempre provoca scandalo, suscita incomprensioni, resistenze e perplessità, quando non aperte contestazioni e ostilità.

Una radicalità testimoniata anche all’uscita dal carcere romano quando, a tiro di microfono, con un filo di voce, ha ripetuto quella frase spiazzante: “Ogni volta che vengo mi chiedo: perché loro e non io?”.

Una sintonia evangelica tutta francescana (sine glossa) per un papa gesuita, cui spesso si è cercato di mettere il silenziatore. Bonarietà e semplicità, è stato detto, fanno di Bergoglio un buon parroco del mondo, rispetto allo spessore teologico di un papa Ratzinger.

La mente corre alla definizione di “papa buono”, tuttora usata per Giovanni XXIII, dimenticando la portata di operazioni come l’enciclica Pacem in terris e la convocazione del concilio Vaticano II, aperto con il memorabile discorso Gaudet mater ecclesia.

Se si tenta, per quanto possibile, un minimo di distacco dall’ondata emotiva per la scomparsa di un testimone di speranza e di pace (per quanto inascoltato) che sta lasciando un vuoto (come ha confessato Sergio Mattarella), c’è chi ha visto, invece, in papa Bergoglio l’applicazione di un disegno lucido tutt’altro che banale.

Lo ha scritto e detto, fra gli altri, lo storico Daniele Menozzi (Il papato di Francesco in prospettiva storica, 2023 e nel corso di una due giorni ad Albino, Bergamo, della rivista settimananews.it, nell’ottobre 2024).

Per prima cosa la scelta del nome.

Bergoglio diceva che al momento della sua elezione, un cardinale amico gli disse di ricordarsi dei poveri. Il papa argentino pensò che oltre alla povertà, altri due problemi angustiano il presente: le guerre e la crisi ecologica. Da qui il richiamo spontaneo a Francesco d’Assisi, “per me – disse – l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e rispetta il creato”.

Ma se si vuole andare alla cifra più profonda del pontificato di Francesco, occorre considerare l’importanza dirimente del Vaticano II.

La questione centrale del concilio che si svolse fra il 1962 e il 1965 fu l’aggiornamento ecclesiale, cioè superare le difficoltà di comunicare il messaggio cristiano all’uomo moderno che, con la pretesa di autodeterminazione, si era sottratto alla direzione della Chiesa in ogni direzione: individuale, collettiva, della vita.

Quel programma, l’aggiornamento, a concilio concluso lasciò aperte due strade

Da una parte, la Chiesa riconosceva all’uomo l’autonomia delle realtà temporali (cultura, scienza, politica e persino religione con la dichiarazione Dignitatis humanae). Ma questa autonomia aveva dei limiti che la costituzione Gaudium et spes definì iusta autonomia. Quando cioè si trattava della sfera morale spettava alla Chiesa stabilire le regole perché il comportamento degli uomini fosse eticamente lecito.

La seconda posizione proponeva la Chiesa in dialogo con le persone scrutando i segni dei tempi.

Da un lato occorreva verificare la persistenza nel mondo di valori evangelici e su questo terreno costruire percorsi d’incontro. Per esempio, nella Pacem in terris l’aspirazione alla pace era il terreno comune per la costruzione di una società fraterna, per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori.

Dall’altro, aggiornamento significava imparare dalla storia, come più volte ha scritto Giovanni Miccoli.

Si sa che questa seconda interpretazione è andata incontro alle critiche di omologare il cristianesimo al mondo.

Nei primi anni di pontificato di Paolo VI i due orientamenti convivono.

Sulla strada indicata da papa Roncalli, papa Montini disse nel suo discorso di chiusura del concilio (8 dicembre 1965), che la Chiesa non intende condannare la modernità.

Nel 1968 la svolta avviene con l’enciclica Humanae vitae. Alla base della decisione presa in merito alla contraccezione si trova una rivendicazione generale: la Chiesa, custode e interprete ultima della legge naturale posta dal Creatore a reggere l’universo, indica le norme morali valide sempre, ovunque e per tutti.

Sono i limiti oltre i quali non può spingersi l’autonomia dell’uomo.

Da questo momento il magistero papale adotta la linea che Menozzi definisce dell’ammodernamento: i vincoli posti dalla legge naturale all’autonomia dell’uomo.

I successori di Paolo VI ne ampliano la portata.

Se Montini l’aveva riservata all’ambito sessuale, familiare e matrimoniale, i successori ne estendono la ricaduta su tutti gli ambiti di vita.

Fino a Benedetto XVI, al punto di legare l’impegno politico dei cattolici alla traduzione nella legislazione civile dei valori non negoziabili, che riguardano non solo la bioetica, ma educazione, scuola, economia, giustizia …

Un progetto non a caso definito di neo-cristianità.

Le clamorose e coraggiose dimissioni di papa Ratzinger (2013), di fatto ammisero le difficoltà insormontabili di questo disegno, anche nell’ipotesi definita l’opzione Benedetto.

Papa Bergoglio ha impersonato la ripresa della strada dell’aggiornamento: una Chiesa ospedale da campo che si immerge nella storia e che dalla storia impara una migliore intelligenza del Vangelo.

Ecco, dunque, quella che è stata chiamata la sua rivoluzione della tenerezza e della misericordia, altro che semplice bonarietà.

È il percorso che il card. Martini propose già nel conclave del 2005 e che risultò sconfitto con l’elezione di Benedetto XVI.

Il pontificato di Bergoglio è stato, quindi, il tentativo di riprendere la strada conciliare intravista da papa Roncalli, come sfida epocale per una Chiesa, come hanno scritto Paolo Prodi e Fulvio De Giorgi, giunta al capolinea inesorabile delle età costantiniana, tridentina e intransigente.

Per una Chiesa che non si propone più di prescrivere all’uomo i limiti della sua autodeterminazione, ma che si sente intimamente sulla stessa barca di un’umanità tra le tempeste della storia, come ha detto Francesco nel 2022 in una piazza San Pietro deserta durante la pandemia: il coraggio di un leader di parlare a una piazza vuota.

Da qui la sua insistenza ad avviare processi invece di indicare (o dettare) soluzioni: il tempo superiore allo spazio, come scrisse nell’Evangelii gaudium nel 2013.

Naturalmente i suoi 12 anni di pontificato sono stati un tentativo e diversi sono i temi rimasti aperti e lasciati in eredità al suo successore.

A partire dalla postura sinodale voluta da Francesco per la Chiesa. È il messaggio fortissimo, come ha detto Alberto Melloni, di una comunione che diventa decisione, in un tempo in cui le democrazie sono seriamente insidiate da potenti ritorni imperiali, autoritari e autocratici.

Rimangono poi aperte altre questioni, come la declinazione della pedagogia della pace: come può la nonviolenza diventare un atteggiamento in grado di opporsi alla volontà di potenza di imporre la legge delle armi? Oppure il tema della povertà, da conciliare con l’evidente necessità di mezzi materiali per condurre l’azione di apostolato universale.

Sul versante più interno alla Chiesa, rimangono aperti temi cruciali come, per citarne solo alcuni, il ministero ordinato alle donne e agli uomini sposati, le nomine dei vescovi, oltre al diaconato femminile, su cui ormai studi teologici e storici consolidati premono da tempo.

Per non parlare del tema abusi, sempre sul delicato crinale fra peccato e reato, anche se Bergoglio ha pure puntato il dito sul clericalismo, a differenza di Benedetto che vedeva la radice del degrado nella rivoluzione sessuale degli anni ’60.

Per intenderci, si potrà capire di più, per esempio, se al termine del prossimo conclave, ci sarà un Francesco II, oppure un Benedetto XVII e se e come il successore di papa Bergoglio vorrà affrontare i temi aperti lasciati in eredità.

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

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Parole e figure / Ti sembro un orso? Un albo che parla di bullismo

Esce in libreria, edito da Kite, Ti sembro un orso? di Yael Frankel, un albo che parla di bullismo e amicizia.

TU SEI TU

Il termine bullismo – coniato negli anni ‘70 dallo psicologo svedese Dan Olweus – trae origine nella parola inglese bullying (to bull) che significa “usare prepotenza”. La prima definizione di bullismo si deve proprio ad Olweus: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Vi è un insieme congiunto di fattori che permettono di differenziarlo dagli altri atti di violenza: l’intenzionalità da parte del bullo, ovvero la volontà di procurare un danno (fisico o psicologico) alla vittima, la ripetizione sistematica dei comportamenti ostili, la natura asimmetrica della relazione tra bullo e vittima con uno squilibrio di potere a vantaggio del primo. Va tenuto anche presente che il bullismo è un fenomeno relazionale: è proprio all’interno del gruppo che questi atti si alimentano e si protraggono nel tempo. Nello specifico, sono stati identificati sei ruoli: il bullo (colui che prevarica); l’aiutante del bullo (colui che aiuta materialmente il primo nelle prevaricazioni); il sostenitore del bullo o “bullo passivo” (che non partecipa in modo attivo alle prepotenze ma mostra approvazione); la vittima (colui che subisce le prepotenze in maniera “passiva” o “provocatrice”), il difensore della vittima (colui che si schiera a favore di chi subisce le prepotenze) e infine l’esterno (colui che non prende alcuna posizione per paura di ritorsioni o per semplice indifferenza).

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Oggi, l’albo Ti sembro un orso? di Yael Frankel, tratta di questo dramma che pare affliggere i nostri tempi, in maniera crescente e preoccupante. E lo fa con attenzione, cura e delicatezza. Oltre che dando un grande messaggio di speranza. Se ti dicono che pari un cane, un orso o una scimmia perché indossi gli occhiali per la prima volta, ci puoi restare davvero molto male. Ancora peggio se ti dicono che nuoti come una papera (e allora i tuoi piedi ti sembrano pinnati) o che canti come un elefante (anche l’ora di musica può far paura e ti passa la voglia di cantare). Povera Emilia…

A scuola si può essere presi in giro, anche per il proprio aspetto, e stare male per questo, ma magari è proprio lì che si può incontrare qualcuno che ci dirà che non gli importa come appariamo, ma solamente come siamo. E che ti vuole sempre bene.

Un albo che racconta la crudeltà del bullismo e al contempo la luce dell’amicizia, che sa ricordarci sempre chi siamo veramente. Perché tu sei tu.

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni

Yael Frankel vive a Buenos Aires, in Argentina, dove lavora come grafica e illustratrice. È stata selezionata per il catalogo “México Iberoamerican Illustration” (2013), per il “Sharjah Children’s reading festival exhibition” (2014), il “Ukranie Cow Design festival” (2014), il “Portugal Illustration Festival” (2014). Nel 2016, è stata selezionata al Bologna children’s book fair, finalista del Silent book contest, Italia.

Per alcuni dati su bullismo e cyberbullismo

Ti sembro un orso? di Yael Frankel, immagini Kite edizioni
zebra una vita in rima

Zebra. Una vita in rima

ZEBRA. UNA VITA IN RIMA

Zebra. KadiriSono nato in un piccolo villaggio dello Stato di Edo, in Nigeria. Eravamo una famiglia molto numerosa e io sono l’ultimo di tredici fratelli. Da piccolo la mia vita si divideva tra la scuola, la fattoria dei miei genitori dove piantavamo igname, manioca e fagioli, e il campetto da calcio.

Da bambino sognavo proprio di diventare un calciatore. Giocavo ala sinistra con il numero 11 sulle spalle. Il mio idolo calcistico, come per molti altri cresciuti negli anni Novanta, è stato Jay Jay Okocha. Il calcio, però, è rimasto un sogno, perché dovendo aiutare i miei genitori non mi ci sono potuto dedicare anima e corpo.

Ho continuato però a studiare, e a sedici anni mi sono trasferito a Benin City per frequentare l’Immaculate Conception College, un istituto di istruzione secondaria molto conosciuto. Ho frequentato corsi di diverso genere, tra cui scienze sociali, agricoltura sociale ed economia.

Anche in quegli anni non ho trascurato l’attività sportiva: oltre a giocare a calcio con gli amici nel tempo libero, infatti, ho iniziato a praticare anche il salto in alto. Terminati gli studi ho trovato lavoro alla SC Johnson, una multinazionale statunitense che realizza prodotti chimici e per la cura della casa. Ci sono stato sedici anni, fino a quando ho dovuto lasciare il mio Paese.

Il viaggio verso l’Europa è stata sicuramente l’esperienza più difficile che ho affrontato finora: dalla Nigeria alla Libia, poi la pericolosa traversata su un barcone alla volta dell’Europa e il successivo tentativo di raggiungere la Germania, fino al respingimento in Italia, dove ho passato sei mesi per strada prima di entrare in accoglienza.

Ecco, dopo aver superato tutto questo, sono convinto di poter far fronte a qualsiasi situazione. Le aspettative che avevo rispetto alla vita in Europa erano molto alte, perché a noi arrivano solo gli aspetti positivi del vostro continente. Qui, però, il costo della vita è altissimo e faccio molta fatica a mettere da parte un po’ di risparmi per poter fare piani a lungo termine. Arrivare alla fine del mese è la preoccupazione che più di tutte mi attanaglia.

A causa di questo stress costante non riesco coltivare le mie passioni, in particolare la musica, che ascolto praticamente da sempre. Mi piace molto la Christian music – cantavo nel coro della chiesa –, ma quella che preferisco è il rap. Il più grande rapper della Storia è stato sicuramente Tupac, di cui conosco molte canzoni a memoria.

Vorrei scrivere pezzi miei, ma, tra i mille problemi che devo affrontare nella mia quotidianità – le spese per la casa e i trasporti, la ricerca di un lavoro e le complicate questioni burocratiche – non riesco a dedicarmi alla scrittura delle mie barre. Quando sarò un più tranquillo, ci proverò. Le mie canzoni prenderanno spunto dalle mie esperienze, contrassegnate da gioie e dolori, successi e delusioni. Spero di emergere e raggiungere un pubblico vasto, tra cui ovviamente i lettori e le lettrici di Zebra.

Continuate a sostenere il nostro progetto!

KADIRI AMIEWALAN

ZITAT: “Quando sarò un più tranquillo scriverò le mie canzoni rap.”

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori

Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile

La stoffa delle donne /
Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile

Lucia Joyce, la Sirena dall’anima fragile

Lei  è Lucia.

Nasce a Trieste il 26 luglio 1907, secondogenita di James Joyce e Nora Barnacle, irlandesi entrambi. La madre ebbe un’infanzia complicata, era nata in una “work house”, una sorta di ospizio per persone incapaci di sostenersi economicamente e che qui trovavano un alloggio ed un impiego.

L’adolescenza di Nora non fu facile, costellata da distacchi, abbandoni, tragici eventi quali la prematura morte di due suoi giovanissimi fidanzati, eventi che condizionarono in modo importante la sua vita.

James e Nora si conobbero in Irlanda il 10 giugno 1904 ed il 16 giugno dello stesso anno iniziò tra loro una relazione sentimentale. Questa data verrà successivamente ripresa da Joyce per ambientare l’”Ulisse”, il suo più famoso romanzo che si svolge tutto in una sola giornata. Il 16 giugno, ancora oggi, per volere di alcuni amanti dell’opera di Joyce si celebra in tutto il mondo il “Bloomsday”, il “giorno di Bloom”, dal nome del protagonista del racconto.

Ma torniamo a parlare di Lucia. Si ipotizza che venne scelto il suo nome in onore della Santa patrona della luce, protettrice della vista. La leggenda narra che portasse aiuti ai cristiani che si nascondevano nelle catacombe di Siracusa, indossando una corona di candele posta sul capo, per illuminare il suo incedere. Non è certo un caso che Joyce soffrisse già all’epoca di una patologia che gli provocava molto dolore agli occhi, fino a condurlo quasi alla cecità. Ma Lucia è anche il nome dell’eroina folle omicida, morta di dolore, che troviamo protagonista nella “Lucia di Lammermoor” di Donizetti, che Joyce citerà in un capitolo dell’”Ulisse”.

Lucia trascorre la sua infanzia ed adolescenza in una famiglia disfunzionale, con un padre dedito all’alcolismo, assiduo frequentatore di bordelli ed affetto da diverse patologie, ed una madre, anch’essa molto problematica, che avrà sempre un rapporto conflittuale con la figlia, non sopportandone la sensualità e la sua complicità con il padre. Nei confronti del fratello Giorgio, Lucia sviluppa un attaccamento morboso che le causerà molto dolore quando Giorgio deciderà di sposarsi ed allontanarsi dalla famiglia d’origine.

In questo clima, a dir poco complicato, crescerà Lucia, il tutto condito anche da precarie condizioni economiche e continui ed estenuanti trasferimenti e traslochi in giro per l’Europa, alla mercé delle legittime pretese dei creditori.

La famiglia Joyce approda così a Parigi. Lucia ama danzare, è la sua più grande passione e la “Ville Lumiere” offre un’ambiente estremamente fervido e ricco di stimoli. Era la Parigi degli anni Venti, “Les Annes folles” del dopoguerra, della danza a piedi nudi di Isadora Duncan, dei grandi coreografi che apporteranno molte idee innovative e saranno gli antesignani della danza moderna. La giovane e talentuosa danzatrice frequenterà le scuole più prestigiose, come l’Istituto Jacques Delcroze dove insegnava Raymond Duncan, filosofo, poeta e ballerino fratello di Isadora. Un guru moderno che impartiva ai suoi discepoli uno stile di vita ispirato alla cultura dell’antica Grecia, professando pacifismo e non violenza con la sua barba  e capelli lunghi, ed i suoi vestiti stravaganti. Lucia ne subisce il fascino, spinta dalla necessità di liberarsi dalla figura ingombrante del padre o forse anche per trovare una “sua” strada e non essere solo riconosciuta come la figlia di un famoso scrittore.

Lucia è dotata di una grande creatività ed intelligenza corporea, la danza le permetterà di esprimere una libertà “rivoluzionaria”, che in questo periodo storico solo pochissime donne emancipate potevano permettersi.


Nel 1929 la fotografa Berenice Abbot, assistente di Man Ray, la immortalerà in un meraviglioso scatto fotografico, “c’è qualcosa di selvaggio in quella postura, selvaggio e leggiadro”, mentre era intenta a provare un assolo della performance “La danza della sirena”, con la quale avrebbe partecipato al primo festival internazionale di danza al “Bal Bullier”, nel quartier latino di Parigi.
Lucia indosserà un costume disegnato e realizzato interamente da lei, un meraviglioso vestito da sirena, ornato da squame moiré d’argento, con una calotta aderente sul capo, anch’essa intessuta di scaglie, dalla quale spuntano lunghe ciocche di capelli biondissimi.
Ad assistere all’esibizione ci saranno proprio James Joyce accompagnato da un suo giovane assistente,  Samuel Beckett, del quale Lucia era perdutamente innamorata. Il pubblico rimane incantato dalla sua esibizione, tanto che alla proclamazione di una ballerina francese quale vincitrice,  e conseguente secondo posto per Lucia, il pubblico reagisce con fischi e proteste ed anche James e Samuel manifestano il loro dissenso, inveendo nei confronti della giuria. Nonostante la cocente sconfitta, Lucia trascorre le sue giornate danzando, utilizza il suo corpo per esprimersi e farsi arte, alla continua ricerca di una coreografia perfetta, passionale e mistica al tempo stesso.

Assieme ad un sestetto di ballerine, Le “Six de Rythme et Couleur”, gira l’Europa in tournée, esibendosi con uno stile innovativo e sperimentale. La sua carriera è ben avviata, non si sottrae a lunghi ed estenuanti allenamenti, tanto da portare il padre ad indirizzarla verso altre forme d’arte meno dispendiose dal punto di vista fisico. Quando Lucia sembra avere finalmente trovato il suo stile e la sua poetica del movimento, decide improvvisamente di smettere di danzare. Sprofonda in un forte disagio esistenziale iniziando a dare segni di instabilità mentale.

Le sue improvvise ed ingiustificate sparizioni, i suoi incontenibili scatti d’ira ed i suoi comportamenti stravaganti vengono giustificati dal padre che si rifiuta di accettarli come patologici, riconducendoli invece ad una estrema sensibilità e genialità.

Ma nel 1932 la situazione precipita, per una serie di traversie tra cui la fine della storia d’amore con Samuel Beckett, tanto che durante l’ennesimo alterco con la madre Nora, una Lucia fuori controllo lancia una sedia all’indirizzo della madre ed il fratello esasperato dall’ennesimo eccesso di collera ne decide un ricovero coatto in una “Maison Santé”.
E’ così che la “sirena” musa ispiratrice del padre, inizia tristemente il suo inesorabile declino.

Il padre non si rassegna, sente di essere la causa del male misterioso che affligge la figlia e tutto questo provoca in lui forti turbamenti. James sostiene che lui e Lucia “nuotano nella stessa acqua” e che “parlano la stessa lingua”, sembra averla compresa fin dal profondo dell’anima, “due anime di un medesimo tormento”. Per approfondire meglio lo stretto legame tra padre e figlia ci aiuterà la testimonianza di una cugina, che racconta di aver visto un giorno in casa Joyce una vera e propria sessione creativa tra i due, lei danzava mentre lui scriveva “Finnegans wake” come se attorno a loro non esistesse null’altro. Era uno specchiarsi inquieto e vicendevole, l’uno traeva la “linfa creativa” dall’altra e viceversa.

Al primo ricovero di Lucia ne seguiranno poi molti altri nelle migliori cliniche d’Europa. James dal canto suo, sempre più disperato per le penose condizioni della figlia, tenterà l’impossibile per evitarne l’internamento ed assumerà infermieri e dame di compagnia per consentirle di vivere il più possibile lontana dagli istituti di cura mentale. Procurerà a Lucia il “Veronal”, un potente barbiturico dagli effetti collaterali importanti che la giovane assumerà per lunghi periodi.
Le diagnosi che Joyce si sente ripetere dai luminari che interpella la definiscono “schizofrenica, nevrotica con ciclotimia, catatonica e simili”, Lucia sarà sottoposta ad una miriade di cure sperimentali, oltre a subire lunghi periodi di isolamento, camicie di forza, bagni gelidi ed i famigerati elettroshock. All’ inizio del ‘900, quando la psichiatria muoveva i suoi primi passi, era assai rischioso trovarsi intrappolati in un contesto così incerto.

“L’immagine della sua figliola sofferente lo torturava”, ecco dunque che James decide di rivolgersi ad un luminare della psichiatria, Carl Gustav Jung. Tra i due non scorre buon sangue, a causa di una serie di critiche che Jung aveva fatto all’opera di Joyce, l’”Ulisse”, scritta, a suo dire, da “una persona con severe restrizioni cerebrali”. Nonostante tutto la sfortunata Lucia diviene sua paziente per un periodo di appena quattro mesi, poiché tra i due non si instaura una relazione terapeutica soddisfacente dovuta al legame troppo forte che incatena Lucia al proprio padre e che nessuno riesce a scalfire. Tant’è che lo stesso Jung interrompe il trattamento, addirittura arrivando a distruggere inspiegabilmente tutta la documentazione clinica che riguarda la terapia stessa.

Molti anni dopo lo psichiatra dirà di Lucia “che è intrappolata nella psiche di James” e che bisognerebbe strapparla dalla sua orbita. Joyce contrappone a questa tesi l’idea che “lui e la figlia nuotano nella stessa acqua”, senza tuttavia convincere Jung che gli risponde seccamente “sì, ma lei sta annegando”.

Poco tempo dopo, nel 1941, James morì senza che nessuno si fosse preoccupato di avvisare Lucia, che poi lo apprese da un giornale. Lei rimase internata e sola al St Andrew’s Hospital di Northampton fino alla fine dei suoi giorni, colpita nel 1982 da un ictus fatale.

Solo Samuel Beckett le era rimasto in qualche modo vicino, contribuendo a pagare la retta che ne consentiva una degenza dignitosa e conservando nel suo portafoglio la famosa foto della “danza della Sirena”.

Ancora oggi, il 16 giugno, come ogni anno, nel cimitero di Kingsthorpe, dove riposa Lucia, lontana da tutti i suoi familiari sepolti nella lontana Svizzera, vengono letti brani dell’”Ulisse”.

Si spengono così le luci della ribalta, ma la danza della Sirena continuerà a perpetuarsi nel tempo, richiamando a sé il suo Ulisse in un eterno volteggiare di passione e mistero.

I potenti ai funerali di Papa Francesco non provano un po’ di imbarazzo?

I potenti ai funerali di Papa Francesco non provano un po’ di imbarazzo?

di Tiziana Ferrario
Pubblicato da Articolo 21 il 23 aprile 2025

I grandi della terra accorrono ai funerali di Papa Francesco, ma alcuni non provano un certo imbarazzo? Se non hanno mai condiviso i suoi valori sulla pace, sui migranti, sugli ultimi, cosa vengono a fare? Pare una domanda ingenua vero? Ma non lo è. Sono cinici e ipocriti, cavalcano l’emozione dei fedeli, sperano di trarne un vantaggio, addirittura di condizionare il Conclave che dovrà decidere il successore di Papa Francesco.

Fanno finta di niente, come se le loro dichiarazioni sprezzanti contro i continui appelli del Papa al fianco dei più poveri e diseredati, contro le guerre e il riarmo si potessero cancellare con una prima fila in piazza San Pietro.

Papa Francesco si è sgolato in questi dodici anni contro chi non ha fatto nulla per ridurre le diseguaglianze, contro chi ha calpestato i diritti dei popoli e delle persone, contro chi ha costruito muri e barriere, contro chi ha usato l’indifferenza come arma di distruzione dei più deboli. Eppure sabato saranno tutti lì, a parte Netanyahu che non ha fatto neppure le sue condoglianze e ha imposto di cancellare quelle apparse sui siti di alcune ambasciate israeliane. Almeno nella sua crudeltà c’è coerenza. Ha odiato quelle telefonate di Papa Francesco alla parrocchia di Gaza fatte quotidianamente per far sentire la sua vicinanza ai palestinesi, non solo quelli cristiani, che vengono massacrati e affamati ogni giorno da Israele.

Netanyahu non verrà a Roma, dove dovrebbe essere arrestato in quanto colpito al pari di Putin da un mandato di arresto per crimini di guerra della Corte Internazionale dell’Aja. Non ci saranno comunque entrambi. Peccato, sarebbe stato un bel banco di prova per il governo italiano che riconosce la Corte dell’Aja, ma che con il libico Al Masri, anche lui colpito da mandato di cattura della Corte, ha chiuso tutti e due gli occhi. Cosa farebbe la premier Meloni se si ritrovasse con Netanyahu e Putin a Roma?

Meglio non farsi domande così difficili, ci bastano gli inviti del ministro Musumeci alla sobrietà per il 25 aprile, neanche fosse un rave party con droghe e musiche sataniche. Ricordiamo ai nostri governanti, i quali non devono avere mai partecipato a un #25aprile, che si tratta di una festa nazionale istituita per ricordare la Liberazione dalla dittatura che aveva funestato l’Italia per 20 anni e portato la NAZIONE in guerra in una folle alleanza con Hitler.
È la sconfitta del fascismo e del nazismo ottenuta grazie all’intervento degli americani e alla Resistenza dei partigiani, che erano di tutti i colori politici, ma non fascisti. Che sia per questo che ai nostri governanti non piace il 25 aprile?

Cover: 2017, Papa Francesco riceve Donald Trump e Melania – foto Wikimedia Commons.

Parole a capo
Leila Falà Magnini: alcune poesie da  «Rumore di fondo»

Parole a capo <br> Leila Falà Magnini: alcune poesie da  «Rumore di fondo»

Il 2 aprile scorso al Centro Documentazione Donna, come Associazione Culturale Ultimo Rosso abbiamo co-organizzato una presentazione di due poetesse bolognesi: Loredana Magazzeni e Leila Falà Magnini. Un incontro molto partecipato e pieno di interventi dal pubblico presente. In questo numero di Parole a Capo presentiamo alcune poesie da “Rumore di fondo“, puntoacapo, 2023 di Leila Falà Magnini. E’ un libro tagliente, ironico, disincantato o, come scrive nella prefazione Ivan Fedeli, dal sorriso amaro. Prossimamente, Cecilia Bolzani presenterà il libro “Nella tempesta presente” di Loredana Magazzeni.

“Sogniamo il volo ma temiamo l’altezza. Per volare, è necessario avere il coraggio di affrontare il terrore del vuoto. Perché è solo nel vuoto che il volo si realizza. Il volo è lo spazio della libertà, l’assenza delle certezze. Ma è proprio questo che temiamo: non avere certezze.”
(Fedor Michajlovic Dostoevskij)

 

L’INVOLUCRO

¹

Intanto agitarsi per un nulla a forma di ciambella
con un bel vuoto al centro.

Mi chiedo come faccio
a camminare con tutto questo vuoto.
E dovrei sbilanciarmi, cadere
soffrire il mal di mare.
O meglio, potrei volare.
Svanire verso l’alto senza
dare nell’occhio.

Ma io che sono furba
ho ricoperto quel bel vuoto
con tanta molle copertura
perché non si veda
dentro il suo profondo nulla.

 

 *

  ²

Che tanto non se ne accorge nessuno.
Passo e parlo e telefono e racconto
tutto fila, come se non ci fossi proprio.
Io e il mio vuoto siamo un tutt’uno
solidali ci facciamo compagnia.

O forse dovrei dire che ci facciamo assenza.

Lui mi guarda pesante e inosservato.
Per qualche motivo che non capisco
pur essendo vuoto ha un peso gigantesco.
E io lo stesso.
Per qualche motivo che non è chiaro
pur essendo vuota, sono sovrappeso.

Eppure ai più risulto trasparente
e neanche quel grosso involucro in cui racchiudo il niente
è sufficiente a che io sia vista: io, l’immanente.

 

*

PRESENTE STORICO

 

Ormai che tutto sembra sfilacciarsi
consumarsi nell’attimo stesso in cui avviene
o proprio lì a ridosso solo cinguettando
e ogni nefandezza si squaglia in un talk show
ora che persino la storia sembra avere un peso diverso
– sarebbe ingrato dare ai posteri il compito di ricucire
questo puzzle infinito, sfuggente e infinito.

Ora ci accontentiamo di molto meno
facciamo con ciò che abbiamo.
Ed ecco dunque, ai post l’ardua sentenza.

*

Viviamo in una realtà illudendoci di una normalità che non c’è più e/o forse non c’è mai stata. La poesia che segue parla anche di questo.

SULL’ORLO

 

Sull’orlo di questo precipizio
guardiamo
la neve scende a maggio
il termometro sale a febbraio
guardiamo l’acqua che non arriva
inondarci poi come risaie
lasciaci senza forze
lordare di fango cantine e soggiorni.

Venti di tragedia hanno corso i nostri monti
dove stavano preziosi lì da sempre gli alberi
ora abbattuti come stecchini, raso terra
e malattie nuove sradicano i nostri giorni.

La toppa non si cuce
di grandine ci muore il bosco
e in città il semaforo
oggi pencolava mezzo rotto dal cavo
occhieggiando arancione, quasi eroico
in coma dondolava
che sempre ci osservava dall’alto, lui, così ieratico
e pauroso.

Tutti stiamo ammutoliti e consci.
Il peggio, dicono, deve ancora arrivare.
Lo sapevano di già in tanti
e anche noi lo dicevamo

però piano.
Quasi a non disturbare, quasi.

 

*

OCCHIALI

 

Oggi quando esco
metto quegli occhiali grandi
quelli che
vanno di moda adesso che
mi sento un po’ la diva
anni 60 Farah Diba
o magari un pochettino
proprio lei Catherine Deneuve.

Certo dovrei essere più magra
direi giovane, più bella, però
chi se ne frega.
Mi guardo con gli occhiali scuri
e siccome con gli anni
ci vedo un po’ meno
mi sembro proprio una di loro

Faremo gli occhiali così.

 

(Foto di Tim Treis da Pixabay)

Leila Falà Magnini, attrice e poeta, nata ad Ancona, vive a Bologna. Si è formata nell’humus culturale e politico dei movimenti studenteschi e femministi di fine anni 70 a Bologna, studiando al Dams con G. Scabia e alla scuola di Teatro Galante Garrone, restando poi a vivere a Bologna dove ha collaborato a fondare il Centro Documentazione  delle Donne e, a fianco di diverse attività, dalla comunicazione alla radio e al teatro, attrice per diversi anni, ha lavorato all’Università come impiegata. Socia della Società delle Letterate.

“Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 281° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Parole e figure / Orso grande e orso piccolo

Appena uscito in libreria con Kite edizioni, Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, parla di equilibri che non cambiano mai…

Molto potente è chi ha sé stesso in proprio potere. Lucio Anneo Seneca

Nella vita ci sono sempre tantissime cose da fare, orso grande è furbo e lo sa, ma ha trovato una soluzione: le fa fare sempre ad orso piccolo.

Mentre orso grande se ne sta bel bello disteso al sole a oziare, senza alcuna voglia e intenzione di alzarsi (si suda troppo…), il piccolo taglia l’erba e fatica. Ma, desto, pronto e scattante, gli deve pure portare una bibita fresca…

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni
Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni

Non basta che il piccolo sia impegnato nelle pulizie di casa, deve pure uscire a comprargli della frutta… Oppure deve accendere il fuoco per il barbecue e lavare i piatti.

Se poi ci sono da fare i biglietti per viaggiare, tocca sempre a orso piccolo occuparsene. Le file sono una scocciatura. Il grande dice di non essere capace ad usare le macchinette, ma è solo pigro e abituato a farsi servire e ubbidire. La parola fatica non fa parte del suo limitato vocabolario.

Orso grande è poi troppo stanco per pedalare. Delega tutto, è più facile. E lui ama le cose facili e che non richiedono troppo sforzo o impegno.

Orso piccolo esegue sempre ciò che il grande gli chiede, ma un giorno si accorge di essersi davvero stancato e dice ad orso grande di fare lui. A volte basta spostarsi un po’ per trovare nuovi ed impensabili equilibri. Si può fare, in fondo, a turno. Un poco per tutti. Non sempre funziona, ma vale la pena provarci.

Orso grande e orso piccolo è un albo lieve e delicato sul tema del potere: qualche cambiamento e per un po’ sembra che si ricrei un equilibrio, perché orso grande alcune cose, per un po’, ma l’illusione dura poco. Tutto, molto presto, tornerà come prima.

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni
Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni

Davide Calì e Matilde Tacchini, Orso grande e orso piccolo, Kite edizioni, Padova, 2025, 32 p.

Davide Calì è fumettista, illustratore e autore per bambini. I suoi libri escono in Italia per Kite Edizioni, Zoolibri, Orecchio Acerbo, Arca; in Francia per Sarbacane, Actes Sud e Thierry Magnier; negli Stati Uniti con Chronicle; in Portogallo per Planeta Tangerina. Ad oggi, ha all’attivo oltre cento pubblicazioni tradotte in numerose lingue e diffuse in più di 30 paesi. Ha ricevuto premi in Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Spagna e Stati Uniti.

Matilde Tacchini è art director, illustratrice e autrice per bambini. Alle elementari si appassiona all’arte e sogna un futuro come madonnara. A 19 anni abbandona i gessetti e si dedica alla laurea in Art Direction alla NABA. Dopo 15 anni di affermate campagne pubblicitarie, apre uno studio creativo a Piacenza, dove oltre al graphic design si dedica alla letteratura per i più piccoli, la sua vera passione. Convinta che, in fondo, la creatività sia una cosa sola.

Orso grande e orso piccolo, di Davide Calì e Matilde Tacchini, immagini Kite edizioni
globalizzazione, populismo e l'europa incompiuta

Globalizzazione, populismo e l’Europa incompiuta

Globalizzazione, populismo e l’Europa incompiuta

Chi come me ha più di 70 anni ricorda bene gli anni ’70 e ’80, quando i lavoratori italiani e occidentali producevano gran parte di quello che i consumatori del loro paese (tra cui loro stessi) acquistavano. Anche allora c’era qualche prodotto estero, ma era poca cosa nella nostra spesa settimanale. Fu la “prima” società dei consumi del secondo dopoguerra. Essa originò i famosi Trenta Gloriosi, 30 anni eccezionali, forse l’unico periodo della storia in cui c’è stata in Occidente crescita enorme unita all’eguaglianza (nelle rivendicazioni post ’68 c’erano gli aumenti salariali uguali per tutti). Una sorta di libero scambio temperato in cui le produzioni nazionali erano prevalenti.

Dal 1999 inizia tutt’altra storia. Il comunismo sovietico è imploso da 8 anni sotto il peso della sua inefficienza e mancanza di libertà e il liberalismo senza regole crede sia giunto il momento in cui si possa omologare il resto del mondo al proprio credo. Bill Clinton abroga nel 1999 la divisione tra banche d’affari e banche commerciali fatta da Roosevelt nel 1933, che era una risposta al tracollo della borsa e intendeva rilanciare l’America col New Deal, chiedendo alle banche di fare il loro antico mestiere: prestare alle imprese. Da Clinton in poi invece sarà possibile per tutte le banche fare molti più profitti con la speculazione finanziaria, che non prestando soldi a imprese e famiglie per sostenere l’economia reale.

Gli Stati Uniti decidono poi, spinti dagli appetiti delle loro multinazionali, di far entrare la Cina nel 2001 nel commercio mondiale (WTO), delocalizzando migliaia di imprese in modo da decuplicare i profitti sfruttando il basso costo del lavoro cinese. La teoria è che il libero scambio favorisce i consumatori, i quali devono poter comprare i beni ai prezzi più bassi.

Pochi (a parte i sindacati) si preoccupano del fatto che le nostre manifatture vanno spostando all’estero il lavoro manifatturiero (Cina, Vietnam, India, …), dove costa molto meno. La propaganda del libero scambio stronca ogni dissenso in quanto porterebbe occupazione, salari e benessere nei paesi poveri e dunque è “progressista” (più affari per le imprese e per i paesi poveri).

Sarà uno studio dell’economista serbo-statunitense Branko Milanovic (il cosiddetto “elefante”) che, mettendo insieme tutti i lavoratori e i padroni del mondo, come fossimo un solo paese, farà notare come dal 1988 al 2008 i vincenti della globalizzazione siano tutti i padroni (più dei paesi ricchi che poveri) e gli operai dei paesi poveri (cinesi in primis), mentre i perdenti sono operai e classe media dei paesi ricchi. E più di tutti gli operai americani che, perdendo il lavoro in una società fortemente individualista, meritocratica e moralista, vivono uno smarrimento esistenziale. Passando “dalle stelle alle stalle” molti finiranno nell’alcolismo, nella droga, nei suicidi.

Un’epopea ben descritta dall’attuale vicepresidente americano J. D. Vance in Hillbilly Elegy (Elegia per i bifolchi delle colline) che diventerà un romanzo e un film di successo. Questo fenomeno ha colpito (in misura minore) anche l’Europa del Sud, in particolare con l’allargamento ad Est del 2004 che ha fatto entrare nell’Unione circa 100 milioni di lavoratori a basso salario.

I perdenti della globalizzazione – lavoratori spesso votanti del centro-sinistra o socialdemocratici – si sono rivolti ai partiti di destra sperando in una maggiore protezione (anche dalla immigrazione illegale). Emmanuel Todd, sociologo francese di sinistra che ha avuto grande successo col suo libro La sconfitta dell’Occidente, sostiene che questi operai sono stati trasformati con la globalizzazione in una “plebe”, il cui tenore di vita deriva sempre meno dal loro lavoro nelle manifatture e sempre più dal lavoro sottopagato degli operai cinesi, bengalesi, africani, etc…

La teoria del libero scambio ha mantenuto la sua promessa col consumatore, che paga molto meno per qualsiasi bene, a scapito però del produttore. Ma poiché gran parte dei consumatori è stato “bollito” dalla società dei consumi e non vuole tornare in fabbrica, si affermano le plebi occidentali “parassite” che votano però, cosa imprevista dagli apostoli della globalizzazione, partiti di destra o Trump.

Nel frattempo si è verificata un’eterogenesi dei fini: gli Stati Uniti, che erano primi al mondo e pensavano con la globalizzazione di trovarsi con superpoteri, sono diventati vulnerabili. Con 30 anni di globalizzazione hanno arricchito una minuscola élite ma impoverito il loro Stato, producendo: 1) il più alto deficit commerciale al mondo, 2) il più alto onere annuo sul debito pubblico, 3) la distruzione della propria manifattura, 4) una società zombi, in via di crescente disgregazione sociale e sull’orlo della guerra civile.

Nel frattempo la Russia, pur essendo europea e bianca, non partecipa al gioco dello sfruttamento globale ma si ostina a voler rimanere una nazione sovrana al di fuori del sistema. Pur essendo in calo demografico come tutto l’Occidente, cresce economicamente (+70% i salari) e presenta una certa stabilità sociale derivante dalla sua storia di famiglie comunitarie e da una religiosità meno in crisi di quella occidentale. Una democrazia autoritaria, dove ci sono elezioni ma gli oppositori sono ridotti al silenzio, che però cura i rapporti con le minoranze etniche musulmane (il 15% della popolazione).

Nel frattempo la Cina, che non è affatto una democrazia, è diventata un gigante economico: salari medi saliti da 400 a 15.000 dollari all’anno, con 500 milioni di cinesi che consumano come i 440 milioni di europei (quindi con un grande mercato interno) e oggi leader globale in 57 delle 64 tecnologie critiche (fonte: Australian Strategic Policy Institute), quando nel 2007 gli Stati Uniti erano leader in 60 aree su 63. Ciò spiega la guerra dei dazi tra Usa e Cina: se rimanesse tale, le due economie non avrebbero più scambi tra loro, con l’Europa che sarebbe inondata da merci cinesi a basso prezzo.

Nel frattempo il Pil dei Brics è diventato maggiore di quello del G7 occidentale e tra i Brics troviamo tre democrazie (Brasile, India, Sudafrica).

Questo quadro fa capire perché gli Stati Uniti sono in grande difficoltà (al di là della narrazione mainstream propinataci da 20 anni) e tentano azioni di disaccoppiamento dalla Cina e re-industrializzazione che erano già iniziate con Biden e che Trump enfatizza (Make America Great Again). Riportare le fabbriche in patria, ridurre il deficit commerciale e il debito pubblico è impresa improba. Il caos dazi (stop and go, a beneficio ora delle big tech ora degli speculatori, con ribassi e rialzi delle borse) ne dà la misura.

Ma chi pensa di affidarsi di nuovo alla globalizzazione che abbiamo conosciuto, al vecchio liberismo, alla “realtà” delle borse, alla finanziarizzazione che spinge un ingegnere a lavorare in banca o in un fondo speculativo più che in una fabbrica, non ha capito che il mondo neo-liberista senza regole è al tramonto, anche perché senza fabbriche il Pentagono stesso ha spiegato che non si può vincere una guerra convenzionale (come mostra quella ucraina).

Questo quadro fa capire le difficoltà dell’élite europea, sedotta e abbandonata dagli Stati Uniti, con una globalizzazione che ha svuotato anche il suo tessuto produttivo, ampliato le disuguaglianze e minato le basi materiali del benessere di lavoratori e classi medie a vantaggio dei ricchi e dei paesi dell’est. La guerra in Ucraina ha posto fine ad un modello di crescita tedesco ed europeo basato su export di tecnologie in Russia in cambio di materie prime e gas a basso prezzo. Le sanzioni alla Russia hanno comportato una riduzione del Pil europeo di -1,5% (più di quanto si stima avvenga coi dazi di Trump).

Consapevole che siamo agli albori di una Nuova Yalta (una riconfigurazione dei rapporti di forza nel mondo) l’ élite europea non vuole perdere terreno (come gli Stati Uniti), né il potere che dipende, in democrazia, dal consenso dei propri elettori. L’incertezza è enorme, non sapendo se può contare sul proprio leader storico. Si potrebbe superare il finto dualismo liberismo-protezionismo, col rilancio del “social standard” nella regolazione dei movimenti internazionali di merci e di capitali. L’idea è dell’ILO (Agenzia dell’Onu per Lavoro e politiche sociali) e consisterebbe in una limitazione dei commerci (dazi) con quei paesi che attuino politiche di competizione al ribasso su salari e condizioni di lavoro, regimi di tutela ambientale e sanitaria, regole presenti già nei Trattati UE e contenute nello statuto del Fondo Monetario Internazionale, che già in passato ha ricevuto l’attenzione del parlamento europeo.

D’altro canto l’unità europea non esiste e ci vuole tempo. Così si sposta l’attenzione verso un nemico esterno (immigrati, autocrati, Russia), e si vorrebbe mantenere la guerra in corso con la Russia per trovare il tempo di costruire al 2030 una interoperabilità tra eserciti di nazioni diverse. La motivazione è sempre quella: l’invasione dell’URSS (ora della Russia) in Europa. Frank Kofsky ha ricostruito nel libro Truman and the War Scare of 1948, come la CIA sapesse benissimo (la fonte sono i documenti desecretati) che non c’era alcuna azione offensiva dell’URSS, ma bisognava convincere la gente per rafforzare il dispositivo militare della Nato e la crisi di grandi aziende come Lockheed e Northrop.

Se anche l’operazione di riarmo delle singole nazioni riuscisse (e ci vogliono anni), l’unità europea non si costruisce per automatismo. Ed è quella che porta a una politica estera comune, alla difesa comune, a politiche sull’immigrazione, l’industria, il fisco, l’energia, il welfare che farebbero bene agli europei. Come la moneta unica non ha fatto gli Stati Uniti d’Europa, non la faranno le armi e non sarà facile convincere gli europei che le armi sono la priorità e non scuole, salute, cura del territorio, occupazione.

La minaccia maggiore viene perciò non dalla Russia, che non ha capacità di fare guerra alla Nato, ma dal consenso interno che traballa. Come reagiranno gli elettori all’erosione in corso dello stato sociale? Sociologi e storici ammoniscono gli economisti (concentrati sul PIL) su quanto può incidere la disgregazione delle società. La rivolta popolare interna (cosiddetto “populismo”) è la vera minaccia di questa Europa incompiuta.

Zebra. Attivista per necessità

ZEBRA. ATTIVISTA PER NECESSITÀ

Zebra. SolomonSono di etnia Igbo e provengo dal Biafra, regione nel sud-est della Nigeria devastata da una guerra civile tra il 1967 e il 1970, gli effetti della quale, però, sono tuttora palpabili.

Il Biafra è un popolo oppresso da un governo corrotto e dal colonialismo, che non ha mai abbandonato l’Africa. Si tratta di un massacro altamente documentato, ma ciò che le persone non sanno è che l’oppressione dei biafrani è in atto ancora oggi.

Le uccisioni, i sequestri di persona, il traffico di esseri e organi umani, il controllo dei mezzi di sostentamento e la marginalizzazione sono tutte tattiche che il governo nigeriano tutt’oggi mette in campo contro il mio popolo. In tutto questo, chi prova a parlare o a protestare in modo pacifico viene silenziato per sempre.

Il movente di questa guerra non è religioso, bensì materiale, dato che il nostro territorio è ricco di risorse naturali, come petrolio e gas, che sono il reale interesse del governo nigeriano e dell’entità coloniale britannica.

Ancora non comprendo come l’avidità possa giustificare l’uccisione di milioni di civili innocenti. Ci sono così tanti modi pacifici per risolvere i problemi politici e noi chiediamo proprio questo: non vogliamo una guerra, ma un referendum istituito dalle Nazioni Unite per fare in modo che noi biafrani possiamo determinare in maniera democratica il nostro futuro.

A noi non interessano le risorse materiali, ciò che vogliamo è l’autodeterminazione in una regione laica, in cui tutti sono benvenuti e liberi.

Questa pagina buia della nostra Storia mi ha reso un attivista. Mio padre ha partecipato alla lotta per l’indipendenza del Biafra e per questo è stato ucciso dai servizi segreti nigeriani. Da quel momento ho iniziato a indagare questioni politiche che per tanti anni ho ignorato.

Non ero consapevole della situazione geopolitica della mia regione, né delle ingiustizie deplorevoli a cui il mio popolo è sottomesso da anni. Io stesso sono dovuto fuggire dalla Nigeria per salvarmi la vita, perché ero finito nei radar dei servizi segreti a causa della mia attività investigativa.

Arrivato in Europa, ho sentito la necessità di raccontare al mondo ciò che stava succedendo in Biafra. Non avevo particolari risorse, ma ho presto scoperto il potere dei social media, tramite i quali ho iniziato a divulgare i fatti e le documentazioni delle ingiustizie perpetrate nei confronti del mio popolo, per mostrare alle persone il lato della questione che i media, corrotti dal governo nigeriano, manipolano e occultano.

Chiediamo il rispetto dei nostri diritti e veniamo marchiati come terroristi, etichetta che ci deumanizza e contribuisce alla marginalizzazione e oppressione dei biafrani. A causa del mio attivismo, se tornassi in Nigeria verrei ucciso. È un prezzo che sono però disposto a pagare se questo impegno porterà un giorno alla libertà del mio popolo.

CITATO: “A causa del mio attivismo, se tornassi in Nigeria verrei ucciso.”

Solomon Asimgba – Sogna un Biafra libero e democratico.

Per maggiori informazioni in italiano: www.oew.org/zebra   In tedesco: www.oew.org/zebra

Nelle prossime settimane Periscopio ospiterà la voce di Zebra, attraverso gli articoli dei suoi redattori e collaboratori 

UNICEF/Haiti: 1 milione di bambini affrontano insicurezza alimentare

UNICEF/Haiti: 1 milione di bambini affrontano insicurezza alimentare

UNICEF/Haiti: 1 milione di bambini affrontano insicurezza alimentare

Secondo l’UNICEF 2,85 milioni di bambini – o un quarto dell’intera popolazione infantile di Haiti – si trova ad affrontare livelli notevolmente elevati di insicurezza alimentare;

Meno del 50% delle strutture sanitarie di Port-au-Prince sono pienamente operative e due su tre dei principali ospedali pubblici sono fuori servizio.

18 aprile 2025 – Secondo le stime dell’UNICEF oltre 1 milione di bambini stanno affrontando livelli critici di insicurezza alimentare ad Haiti. La persistente violenza armata, i ripetuti sfollamenti e la mancanza di un sufficiente accesso umanitario continuano a minacciare le famiglie vulnerabili, mentre incombe il rischio di carestia.

Secondo le stime dell’UNICEF, 2,85 milioni di bambini – ovvero un quarto dell’intera popolazione infantile di Haiti – si trovano ad affrontare livelli notevolmente elevati di insicurezza alimentare in tutto il Paese, secondo quanto rilevato dall’ultimo aggiornamento della Classificazione Integrata delle Fasi della Sicurezza Alimentare (IPC) pubblicato questa settimana. Le famiglie continuano ad affrontare una significativa mancanza di cibo e alti livelli di malnutrizione acuta.

“Stiamo assistendo a uno scenario in cui i genitori non possono più fornire cure e nutrizione ai loro bambini a causa delle violenze in corso, di estrema povertà e della persistente crisi economica,” ha dichiarato Geeta Narayan, Rappresentante dell’UNICEF ad Haiti. “Per salvare la vita dei bambini sono necessarie azioni salvavita, come visite per i bambini a rischio di deperimento e arresto della crescita e la garanzia che i bambini malnutriti abbiano accesso a trattamenti terapeutici.”

Con l’insicurezza alimentare in aumento, il Paese si trova ad affrontare anche una crescente emergenza sanitaria e condizioni di carestia che colpiscono circa 8.400 persone. I servizi sanitari in tutto il Paese sono sotto pressione, con meno del 50% delle strutture sanitarie di Port-au-Prince pienamente operative e due su tre dei principali ospedali pubblici fuori servizio.

Le conseguenze sui bambini sono gravi, l’assistenza sanitaria e salvavita diventa sempre più inaccessibile, esponendo i bambini a rischio maggiori di varie forme di malnutrizione e malattie prevenibili. Nella maggior parte del paese, le violenze armate hanno ristretto l’accesso dei bambini al cibo. Con l’aggravarsi dell’insicurezza alimentare e dei disordini, la crisi si è tradotta in una crisi nutrizionale per le famiglie.

Tuttavia, proprio mentre i bisogni si intensificano, la risposta è sempre più limitata dalla carenza di fondi. Il programma dell’UNICEF per la nutrizione, nell’ambito dell’appello per l’Azione umanitaria per l’infanzia, si trova attualmente di fronte a un critico deficit di finanziamento del 70%, che limita la nostra capacità di raggiungere i più vulnerabili.

Nel 2025, l’UNICEF e i suoi partner hanno curato oltre 4.600 bambini colpiti da malnutrizione acuta grave (SAM), che rappresentano solo il 3,6% dei 129.000 bambini che, secondo le previsioni, avranno bisogno di cure salvavita quest’anno.

FOTO E VIDEO: https://weshare.unicef.org/Share/o1fngk1453101f4mr0r26c510726glly

Questo articolo è uscito sull’agenzia pressenza il 18.04.2025

In copertine: Foto di Unicef Haiti – insicurezza alimentare

presto di mattina che cosa è la Pasqua

Presto di mattina /
Di che cosa è fatta la Pasqua?

Presto di mattina. Di che cosa è fatta la Pasqua?

Pasqua, “statio novissima et jucunda”

Dopo aver percorso tutte le stazioni della via crucis, ad indicarne la svolta, la condizione decisiva, quella che ribalta le sorti, ecco raggiunto il passante di valico oltre la statio crucis: ossia la statio novissima et jucunda. Non senza ragione don Primo Mazzolari designa così la Pasqua, come lo stare già nel luogo delle cose ultime suggerisce l’etimologia latina, “novissima” appunto, anticipo e ripresentazione del tempo ultimo e definitivo compimento; la destinazione finale del dimorare peregrinante dell’uomo, di pasqua in pasqua, per giungere lieti ad «una riva gioconda,/ profondamente vivi» (Carlo Betocchi).

Così anche questa Pasqua è insieme memoriale attuativo e prognostico di quella futura; un volto gioioso che si rivela vivendo l’impegno con Cristo anche oggi verso un altrove che conosceremo strada facendo perché «ogni cosa che muore, come ogni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua», (P. Mazzolari, La Pasqua, La Locusta, Vicenza 1965, 51).

Pasqua: un atto di pietà

Scrive ancora Mazzolari: «La Pasqua si ripete. Il nostro sacramento pasquale è ancora una volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà» (ivi, 52). Come a dire allora che quella «Pasqua che cancellasse dalla terra il povero della beatitudine, non sarebbe la statio jucunda» (Mazzolari, Via crucis del povero, Dehoniane, Bologna 1983, 127; 137)

Così “l’inferma pietà” del poeta è guarita da quella “infinita” della Pasqua e le lacrime di una donna innamorata nel sereno mattino sono deterse da una “pietà non tradita”. A tutti “la carità del vero”, la verità come amore, grazia che vigila con necessità “implacabile” i confini, l’intrico tra bene e male, giusto e ingiusto, innocente e reo.

La pietà del vero: «pietà, ma non di sé: specchio/ non del cupido esigere:/ ma fede, o alba del cristiano,/ che crede all’immolarsi, ed alla vittima… C’è verità nel coraggio/ di credere e d’esistere,/ e dentro il fiore della carità» (C. Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1996, 58; 535). Così Betocchi si augura di «aver somigliato», nella sua creazione poetica a Thomas Eliot che nella sua poesia, «rifacendosi a Dante, ha restituito alla pietà il trono che le spetta» (ivi, 474).

In questo deserto
attendo l’implacabile
venuta d’un’ acqua viva
perché mi faccia a me certo.

E godo la terra
bruna, e l’indistruttibile
certezza delle sue cose
già nel mio cuore si serra:
e intendo che vita
è questa, e profondissima
luce irraggio sotto i cieli
colmi di pietà infinita.
(C. Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1996, 58).

– Donna, che piangi donna? …
nella Pasqua serena:
la pietà non tradita
anche di te s’abbevera
e la vita
(ivi, 183).

Pietà
Abbiate pietà di chi non crede
ma assai più di chi crede: poiché
sugli uni e gli altri incombe, trèpida
e feroce, la strana carità del vero;
che non ignora in se stessa appaiati
ad una stessa sorte il bene e il male
dalla sua stessa implacabile necessità (ivi, 462).

Per tutti è la Pasqua

E ancora una volta «per tutti, anche per i molti che non partecipano al sacramento, il mistero della Pasqua, è una consegna» (La Pasqua, 54).

Mazzolari aveva già ricordato due consegne di Gesù ai suoi presso la statio crucis. Dapprima il suo perdono: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. E poi la Madre e il Discepolo: che è la reciprocità nel prendere con sé, dell’esserci per l’altro; una consegna passata con l’ultimo fiato rimastogli nella forma umilissima di un avverbio di presenzialità: «Ecco tuo figlio!… Ecco tua madre!».

Ma a Pasqua vi è un’altra, una nuova consegna: quella della speranza che è uno sperare per tutti – “io spero in te per noi” (Gabriel Marcel) – una speranza rimessa in cammino e posta sotto i piedi di tutti: «“Egli vi precede”. Dove? Dappertutto: in Galilea e in Samaria: a Gerusalemme e a Roma: nel Cenacolo e sulla strada di Emmaus… ovunque l’uomo pianterà le sue tende, farà la sua giornata di fatica e d’avventura, spezzerà il suo pane, costruirà le sue città, piangendo o cantando, sorridendo o imprecando. “Egli vi precede”. Questa è la consegna della Pasqua. E se, alzandoci dalla tavola eucaristica, avremo l’animo disposto a tenergli dietro ove egli ci precede, “lo vedremo, come egli disse”» (ivi, 52-53).

Profezia e poesia: le terre rare della Pasqua

Se la Pasqua è statio novissima et jucunda, le terre rare della Pasqua sono la profezia e la poesia, non senza la pietà. Entrambe infatti rendono presente nel già il non ancora, sono sementi di speranza ora e frutti, poi, di futura jucunditas.

In questa Pasqua mi sono lasciato guidare, come avrete intuito, da un profeta e da un poeta. Don Primo, il parroco di Bozzolo, ovvero “la tromba dello Spirito”, come lo designò papa Giovanni XXIII durante il loro incontro in Vaticano.

E poi Carlo Betocchi, il poeta dalla «chiarezza mistica», come la definì Pier Paolo Pasolini, alludendo alla sua cifra poetica celatamente profetica. Betocchi era tecnico agrimensore, lavorava con gli operai e il suo rapporto con loro – scrive Pasolini – non si sarebbe lontani dal giusto definirlo un rapporto evangelico: «un rapporto travolto e accecato dall’amore, e anche là dov’è pura simpatia, è tutto pieno e deformato da una sia pur virile tenerezza.

Per dispiegarsi oltre l’impegno sociale in un antico e assoluto impegno umano. Ed è evidente che doveva essere così, se l’impeto stesso della poesia ha abbattuto tra Betocchi e l’operaio lo schermo delle classi sociali: e Betocchi è operaio con gli operai, e non ha quindi regressi da compiere, obblighi morali o sociali da adempiere a priori… le facoltà di Betocchi sono appunto tutte estatiche, e noi dobbiamo seguire il loro processo: disegnare l’operazione poetica di Betocchi è fare il ritratto di una “grazia”» (ivi, 590-591).

Alla Pasqua, come fontana di speranza vivace per il suo verde labbro di pietra, corre il poeta, all’allietante labbro, quello del canto dell’acqua per il suo internarsi, e “inventrarsi”, non senza stupore, nel riaperto spazio del Risorto: giocondità di bambini e di donne al sole. E, nell’oscurità del giorno che tramonta, il rosso del cielo resiste all’avanzare dell’ombra a far compagnia ai tetti in attesa della luce della luna che l’aurora troverà ancora accesa al suo sorgere.

Io arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un’allegria pazza.
Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavano bei bambini
e donne sedute al sole.
Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell’acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s’invetra.
Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le loggie invase
dal cielo rosso, l’alte case
sui tetti attendon la luna
(ivi, 51)

«Di che cosa è fatta la Pasqua?»

«Una pietra rovesciata, un sepolcro vuoto, una sindone inutile – è la risposta di Mazzolari –: cioè, di nulla, se non di quelle libertà che l’uomo può rinnegare, se vuole, ma che nessuno gli può togliere, se vuole, perché il “regno di Dio è dentro di noi”. Nella Pasqua del povero, come nella Pasqua di Gesù, c’è l’inafferrabile. Per questo, se uno vuole, la può sempre negare, perché il documento, più che a una certezza materiale, risponde a una rivelazione del cuore attraverso i vuoti dell’esistenza».

Pasqua: una libertà che si affida amando

«– Pietro, mi ami tu? La vera Pasqua incomincia e finisce così. Ma se tu pensi unicamente a una palingenesi sociale, a un capovolgimento delle odierne strutture economiche e politiche, se sogni una nuova terra emergente da un lavacro di sangue, se vuoi “pesare” la Pasqua e commutarla in cibo e bevanda in forza di quella equità che trova nella legge il suo equilibrio e nella buona volontà dell’uomo il suo fondamento, non riuscirai a capire la realtà spirituale della Pasqua del povero. Non dico che il tuo sogno sia sbagliato. Anch’io voglio una giornata più equa per tutti, una terra meno aspra, una convivenza meno barbara, un pane più abbondante, mani che si cercano, cuori che si ascoltano.

Anch’io sospiro verso quella giornata, ma senza le tue inquietudini, senza le tue ansie, senza i tuoi rancori: perché se m’interessa il domani, quest’attimo che vivo, questo mio cuore che deve avviare e sorreggere ogni sforzo verso un buon domani m’interessa ancor di più. Io non voglio rinunciare ad essere buono oggi, per essere domani un satollo. Ma per essere buoni e contenti tutti i giorni del passaggio non c’è che una condizione: sentirsi poveri, inguaribilmente poveri anche nell’abbondanza di tutti i beni materiali» (Via crucis del povero, 134).

Dove non c’è Pasqua

«Il corpo del Cristo risorto porta nella gloria i segni della passione. Entra nel cenacolo a porte chiuse, ma si lascia toccare, e lo si può toccare là dove “povertà” ha segnato il suo colmo di sopportazione. “Porgi qua il dito e vedi le mie mani: e porgi la mano e mettila nel mio costato e non voler essere incredulo, ma credente”.

Questo povero cuore che cerca la vita e se la sente sfuggire, non può rifiutarsi di toccare quell’unico lembo di realtà buona che gli è rimasta vicina e che solo può aiutarlo a trattenere la vita. Dove l’uomo si rifiuta di soffrire, non c’è Pasqua. Dove l’uomo si rifiuta di “toccare” il dolore degli altri, non c’è Pasqua. Dove le mani dell’uomo non sono forate per amore dei fratelli, non c’è Pasqua. Se i piedi non sono forati non possono portare sulle strade della pace pasquale. Da un cuore non trasvertebrato non trabocca l’alleluja Pasquale. Non conosco altro mezzo per vincere la nostra durezza. Non si può far posto alla giustizia che soffrendo e offrendoci» (ivi, 134-135).

L’impegno con Cristo è l’impegno con il povero

«Non impegna: la morte non impegna. La vita impegna: la Pasqua impegna. Solo la Pasqua ha veramente bisogno di fede; la Pasqua del Cristo, come la Pasqua del povero. Sulla strada di Emmaus, come nel cenacolo e sulle rive del lago, le apparizioni sono brevi: un bagliore degli occhi che potrebbe anche essere dimenticato se il cuore non ardesse dentro. «Non ardeva il nostro cuore in noi, mentr’egli ci parlava per la via?». Come custodire l’ardore del cuore in un mondo di glaciale egoismo? Come difendere la piccola fiamma della mia fede dalla fredda bufera della disumanità trionfante?

Ma è proprio per questo, per questo urlo di barbarie che s’avventa contro la nostra Pasqua, che credo nella Pasqua come non vi ho mai creduto prima» (ivi, 137).

«Per Pasqua: auguri a un poeta»

È questo il titolo di una poesia di Carlo Betocchi a Giorgio Caproni, un poeta dalla “speranza rovesciata”, sostenuta flebilmente solo dall’amore per la moglie Rina. E tuttavia, nel nulla di una terra desolata, nel sottosuolo della fede e di un cuore “che non soffre che del non amare, e sempre sta in croce”, egli ci indica, dove si nasconde la Pasqua: «E allora, sai che ti dico io?/ Che proprio dove non c’è nulla/ – nemmeno il dove – c’è Dio» (Daniela Patrignani, Giorgio Caproni (1912-1990), alla ricerca di Dio sulle strade del nulla, in Letture, 472/1990, 886).

Giorgio, quante croci sui monti, quante,
fatte d’un po’ di tutto, di filagne
che inclinate si spaccano, di scarti,
ma croci che respirano nell’aria,
in vetta alle colline, dove i poveri
hanno anch’essi un colore d’azzurro,
la simile cred’io l’ebbe Gesù,
non già di prima scelta, rimediata
tra’ rimasugli d’un antro artigiano,
commessa con cavicchi raccattati,
eppure estrosa, ed alta, ed indomabile
e tentennante com’è la miseria:
ecco la nostra Pasqua onde ti manda
il mio libero cuore quest’auguri
pensando che non è per l’occasione
ma per quella di sempre, che si salva
dalle occasioni, del cuor che non soffre
che del non amare, e sempre sta in croce
con un cartiglio fradicio che in vetta
dice: È un poveraccio, questi che vuole
ciò che il mondo non vuole, solo amore
(Tutte le poesie, 200-201).

Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Fatima, la Pasqua rubata

Fatima, la Pasqua rubata

Fatima, la Pasqua rubata

Ancora una strage di innocenti. Ancora morte.

Oggi a pagare è Fatima Hassouneh, giovane giornalista palestinese, e con lei dieci membri della sua famiglia: anime innocenti, voci al servizio della verità, spezzate da una violenza che non conosce tregua.

Se Fatima è morta anche per noi, per raccontarci cosa accade, allora è nostro dovere tenerla viva nella memoria.

Siamo indignati per l’orrore che continua a consumarsi nel silenzio del mondo. Vogliamo gridarlo ogni giorno, ma soprattutto ora, nei giorni che per tradizione dovrebbero parlare di pace.

Non c’è più Pasqua nei nostri cuori. Non possiamo celebrare la pace quando ci sentiamo così impotenti di fronte a vittime innocenti che non hanno avuto scampo. Oggi la nostra preghiera deve farsi più forte.

Chi può, agisca. Chi crede, preghi. Chi scrive, racconti. Ma nessuno resti in silenzio.

Il 16 aprile 2025, un attacco aereo israeliano ha colpito il quartiere di Tuffah, a est di Gaza City, centrando l’abitazione della giornalista Fatima Hassouneh. Insieme a lei sono stati uccisi circa dieci membri della sua famiglia. La notizia, riportata dall’agenzia palestinese Wafa, è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di tragedie che colpiscono civili e giornalisti nella Striscia.

Secondo il Centro per la Protezione dei Giornalisti Palestinesi (PJPC), la morte di Hassouneh porta a 212 il numero di giornalisti uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023: “una cifra senza precedenti nella storia moderna dei conflitti”, hanno dichiarato. “I giornalisti sono civili. Attaccarli è un crimine di guerra”. Il centro ha chiesto un’indagine indipendente e “protezione immediata” per chi continua a raccontare la guerra sul campo.

Nella stessa giornata, il ministero della Sanità palestinese ha riferito 25 morti e almeno 89 feriti, mentre gli ospedali, già al collasso, lottano per soccorrere i superstiti. Dall’inizio del conflitto, i morti sarebbero oltre 51.000 e i feriti più di 116.000.

Tutto questo avviene nonostante gli sforzi diplomatici e i tentativi di tregua. L’ultimo cessate il fuoco, mediato da Stati Uniti, Qatar ed Egitto, si è concluso il 18 marzo 2025 dopo 42 giorni, lasciando dietro di sé promesse infrante e un’escalation di violenza. Le armi non hanno smesso di colpire, né a Gaza né in Cisgiordania.

Fatima Hassouneh non era un combattente. Era una testimone. Una di quelle figure che, armate solo di parole e immagini, cercano di restituire umanità al disumano, di dare voce a chi vive sotto le macerie, reali e simboliche. La sua morte è il riflesso più crudele di un conflitto che non risparmia nessuno, nemmeno chi si limita a raccontarlo.

In un tempo che avrebbe dovuto parlare di rinascita e speranza, la sua morte ci ricorda che la pace resta ancora un’illusione lontana.

Fatima non è solo un simbolo, e ridurla a questo rischia di farci dimenticare le 211 voci uccise prima della sua. La sua storia è l’ultima fotografia, nitida e drammatica, del fallimento della comunità internazionale, dell’impotenza di ogni cessate il fuoco annunciato, dell’incapacità collettiva di proteggere chi racconta la verità.

Non possiamo dimenticarla. Non dobbiamo restare in silenzio.

Cover: Fatima Hassouneh – Foto di Plan International

Psicopatia e potere. Esistono anche gli psicopatici di successo

Psicopatia e potere. Esistono anche gli psicopatici di successo

Psicopatia e potere. Esistono anche gli psicopatici di successo.

Mi trovo in una situazione conflittuale perché la mia deontologia dice che fuori dal setting psicoterapeutico fare diagnosi se non richiesto è una forma di prepotenza, una violazione. Contemporaneamente ci sono situazioni così eclatanti nella vita politica attuale locale (Ferrara), nazionale ed internazionale che mi suggeriscono una chiave di lettura proprio in termini psicodiagnostici.

Forse ho trovato una soluzione: non ho l’autorevolezza per poter illustrare e provare alcune ipotesi su psicopatia e potere ma posso proporre una sorta di identikit. I lettori decideranno se e per chi è calzante.

Il grande dittatore

Psicopatico di successo. Questa definizione non è un divertissement. Esistono individui con tratti psicopatici, quali mancanza di empatia, narcisismo e manipolazione, che riescono a raggiungere alti livelli di successo in vari settori professionali, dalla politica al mondo degli affari, spesso traendo vantaggio dagli altri, alle volte senza entrare in contrasto con la legge, altre volte costruendo leggi ad hoc.

Asserisce lo psichiatra argentino Hugo Marietán, uno dei principali specialisti sulla psicopatia: “La politica è un ambito nel quale lo psicopatico si muove come un pesce nell’acqua. Ciò non significa ovviamente che tutti i leader o politici siano psicopatici. Però è vero che, laddove c’è potere, ci sono psicopatici, indipendentemente dalle ideologie”.

Per capire il fenomeno degli psicopatici di successo, penso sia utile cominciare elencando le caratteristiche affettive, interpersonali e comportamentali del disturbo di personalità psicopatica nella sua accezione più diffusa e più nota, una costellazione di fattori che possiamo incontrare a vari livelli anche nella nostra dimensione relazionale più quotidiana:

  • Loquacità/fascino superficiale: disinvoltura, capacità di dare risposte pronte, divertenti e intelligenti, o di raccontare storie improbabili ma convincenti su di sé che lo mettono in buona luce;
  • Senso grandioso del Sé: opinione eccessivamente elevata del proprio valore e delle proprie qualità, a causa delle quali risulta arrogante e supponente;
  • Bisogno di stimoli/propensione alla noia: sperimentando facilmente la noia esiste la tendenza a mettere in atto comportamenti rischiosi;
  • Menzogna patologica: tendenza a mentire come modalità frequente nelle interazioni con gli altri e con un ottima abilità nel mentire;
  • Manipolazione: per conseguire un proprio scopo personale può far uso di inganni, menzogne e frodi;
  • Assenza di senso di colpa: assenza di emozioni morali  e di preoccupazione per le conseguenze negative delle proprie azioni;
  • Affettività superficiale: può dimostrare freddezza emotiva oppure mostrare un’espressione teatrale, ostentata e di breve durata;
  • Deficit di empatia: insensibilità e disprezzo per le emozioni e il benessere degli altri, visti unicamente come soggetti da manipolare per il proprio vantaggio;
  • Deficit del controllo comportamentale: bassa tolleranza della frustrazione, comportamenti aggressivi di fronte alla critica e al fallimento, elevata irritabilità;
  • Comportamento sessuale promiscuo;
  • Mancanza di obiettivi e piani realistici a lungo termine;
  • Elevati livelli di  impulsività;
  • Una storia di comportamenti antisociali in età adolescenziale;
  • Problematiche comportamentali precoci;

Rispetto alle caratteristiche degli ultimi due punti ci sono differenti interpretazioni.

Ribadisco, perché importante, che gli psicopatici nella definizione più estesa, non mostrano alcuna preoccupazione riguardo gli effetti che le loro “cattive” azioni possono avere sugli altri, o addirittura su loro stessi. Possono commettere crimini impulsivi e non pianificati, persino quando la probabilità di essere scoperti e puniti sono elevate, ma per lo più sono sostanzialmente razionali e intatti dal punto di vista cognitivo. Sono la mancanza di profondità emotiva e un apprendimento dalle situazioni inadeguato che non permette loro di valutare le conseguenze delle loro azioni sulla sfera affettiva altrui.

La categoria degli psicopatici di successo si differenzia perché il loro narcisismo è senza limiti, hanno un bisogno costante di ammirazione e alimenta l’ambizione e il desiderio di raggiungere il successo e il potere a tutti i costi. La loro capacità di manipolazione spesso segue la filosofia machiavellica de il fine giustifica i mezzi. Le emozioni degli altri servono ad esclusivo vantaggio personale, non hanno alcuna considerazione per le conseguenze sulle persone coinvolte.

In aggiunta mostrano un ottimo funzionamento esecutivo e capacità decisionale che coesistono e scavalcano le aree associate all’ empatia. Se confrontati con gli psicopatici antisociali, che come abbiamo visto possono essere impulsivi e violenti, quelli di successo sono spesso in grado di pianificare le loro azioni con attenzione e di mantenere una facciata di normalità e competenza. Un funzionamento cognitivo integro o superiore consente loro di pianificare i loro misfatti in modo da evitare di essere scoperti. I colpevoli sono sempre altri.

Credo che ognuno potrà individuare corrispondenze con profili reali e famosi in settori più o meno importanti della società e della politica del passato e attuale. Avete qualche esempio concreto che si affaccia nella vostra mente?

Aggiungo una considerazione per aiutarvi nella individuazione di tali soggetti. Generalmente, quando si descrive una persona psicopatica si pensa a un soggetto di genere maschile.

In realtà il numero di donne che soffrono di questo specifico disturbo psichiatrico potrebbe essere molto più alto di quanto si possa immaginare. Il motivo principale per cui le donne psicopatiche non vengono notate tanto quanto gli uomini psicopatici, risiede in una esternalizzazione comportamentale molto più contenuta ma altrettanto deleteria. Risultano più inclini ad esprimere la violenza in forma verbale piuttosto che fisica, prediligono una violenza prettamente di natura emotiva e relazionale, attuano comportamenti subdoli per ottenere vantaggi personali.

Ne avete presente qualcuna?

Per facilitare il riconoscimento del comportamento di un individuo antisociale e un individuo psicopatico, aggiungo alcuni esempi cinematografici che risultano molto efficaci anche se sono casi che appartengono esclusivamente al mondo criminale.

Pensiamo a personaggi come Alex De Large (il protagonista del film Arancia Meccanica di Stanley Kubrick del 1971, più rappresentativo del versante antisociale), Hannibal Lecter (Il Silenzio degli Innocenti, Demme J. del 1991), Joker (Il Cavaliere Oscuro, Nolan C. del 2008).

I loro comportamenti sono intrisi da una logica molto strutturata, una pianificazione dettagliata e una grande freddezza emotiva, è evidente la loro grande intelligenza e il loro fascino nel modo di parlare e nel loro atteggiamento, possiedono un lessico molto coinvolgente e quasi ammaliante. Credo che tutti noi, da spettatori, ne abbiamo subito la malia e non ci sono sembrati, seppur cattivi, così antipatici.

A riprova e per finire, vi propongo uno stralcio di una intervista di Laura Di Marco a Hugo Marietán citato all’inizio.

Come distinguiamo facilmente un politico psicopatico?

 Lavora sempre per sé stesso, anche quando dice il contrario. Tende a occultare questa ambizione con obiettivi sovranazionali, quali la sicurezza, la patria, la povertà, la rivoluzione, ecc. È un bugiardo e può anche fingere di essere sensibile, e le persone gli credono più e più volte, perché sa essere molto convincente. Un dirigente sa che deve svolgere le sue funzioni durante un determinato periodo di tempo. Lo psicopatico, invece, una volta che si trova in cima, non ce lo toglie più nessuno: vuole starci una, due, tre volte. Non rinuncia al potere, meno che mai lo delega. Intorno al dirigente psicopatico si muovono gli ossequiosi: persone che, sotto l’incantesimo del suo effetto di persuasione, sono capaci di fare cose che in altre situazioni non farebbero. E possono essere anche persone molto intelligenti.

E non vi è modo di esercitare il potere senza essere uno psicopatico? Perché, diciamolo: più o meno, in qualche modo tutti i politici lavorano per sé stessi.

Certo che si può esercitare il potere senza essere psicopatici e, di fatto, la maggioranza dei leader non lo è. In qualche maniera è vero che tutti i politici lavorano per sé stessi, perché vogliono essere rieletti, ma lavorano anche per gli altri, cercano di produrre benefici. Allo psicopatico, invece, di produrre benefici per le persone non importa affatto, e se questo avviene è per via di qualche effetto collaterale. Un leader comunitario si distingue anche per il fatto che forma alleanze e genera consensi. Cede per avanzare nella carriera politica. Lo psicopatico, al contrario, è carente di capacità per offrire/generare consensi, giacché non può mettersi nei panni dell’altro. Per questo, è difficile entrare nella sua testa.

E come si sostituisce un politico psicopatico?

Con un altro psicopatico, o con l’unione di tanti politici comuni, con un alleanza. Per un politico normale solo, il tutto risulta impossibile da gestire.

Il gatto e la volpe

Diagnosi infausta.

Allora non facciamo come Pinocchio.

Siamo tutti chiamati a giocare un ruolo attivo nel riconoscere e gestire i Gatti e le Volpi, ponderando la loro capacità di guidare con etica, integrità e legalità. Dobbiamo smascherare le manipolazioni, rifiutare il ruolo di complementari, non rinunciando al nostro pensiero critico e usando tutti gli strumenti della democrazia.

In copertina: immagine da Giornale di psicologia 

Per leggere gli altri articoli di Giovanna Tonioli  su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

IO, SIMONE DI CIRENE

IO, SIMONE DI CIRENE

IO, SIMONE DI CIRENE

Il mio nome è Simone, Simone di Cirene. Già, perché fra noi conta il luogo da cui provieni, non chi sei. E Lui? Lui chi è? E soprattutto da dove viene? Io so che non è di questo mondo, è veramente il figlio di Dio, e noi l’abbiamo condannato a morte. Noi? Loro! I sacerdoti del tempio, i farisei, e quella stessa gente che qualche ora prima lo osannava e ora gli sta sputando addosso. Benedico il momento in cui le guardie mi hanno preso tra la folla e costretto a portare la croce: non ho detto nulla, non ho protestato. Lui, Gesù di Nazareth, mi ha guardato mentre portavo quell’orribile strumento di morte su per la salita al Golgota. Si è girato solo una volta, ma io ho visto i suoi occhi chiedere perdono per il peso che stavo portando al posto suo, li ho visti e mai li dimenticherò. “Non importa – gli ho detto – ho spalle forti sai, lavoro nei campi tutto il giorno”. Allora i suoi occhi hanno sorriso, pur nel dolore e nelle percosse, sembrava contento che alla morte lo accompagnasse un contadino, uno qualsiasi. Alessandro piangeva forte e mi chiamava, perché tra la folla qualcuno percuoteva anche me. Ma ve l’ho detto: ho le spalle forti io, e le braccia ancora di più. Rufo taceva, era stranamente calmo e guardava Gesù. Forse ricordava come me d’averlo già incontrato, suo fratello non poteva ricordarlo, non era presente.

Una volta, non molti anni fa, ho alzato una macina per le olive. Alcuni soldati romani, fermatisi a bere al pozzo, accanto al frantoio, mi avevano sfidato a farlo. Uno di loro, un centurione chiamato Livio dagli altri quattro, scese da cavallo e, tolta la macina dal perno, volle alzarla, ma questa ricadde fra le olive schiacciate, facendo schizzare ovunque una poltiglia d’olio e minuscoli pezzi d’oliva. Buona parte però finì sulla tunica che portava e sul suo viso, facendolo imbestialire, anche per le risate dei commilitoni. Allora sguainò il gladio dal fodero e lo puntò alla mia gola, perché anch’io avevo riso di lui. E mentre sentivo il sangue caldo colare giù per il collo, poiché aveva spinto leggermente la punta della spada dentro la mia pelle, disse:

– Prova tu allora, giudeo che osi farti beffa d’un centurione romano, ma guai a te se fallirai, ti ucciderò come un cane –

Non ebbi paura. Sporcai le mie mani con la sabbia per impedire che la macina, intrisa d’olio, scivolasse, l’afferrai saldamente e l’alzai dal frantoio di circa mezzo braccio. Uno dei cavalli nitrì forte. Livio, al culmine della rabbia, alzò la spada per colpirmi. D’improvviso si udì una voce levarsi alle nostre spalle, come uno schiocco forte di ramo secco che si spezza:

– Fermati! Abbassa la tua spada Marco Livio Druso!

Ci voltammo tutti e vedemmo a pochi passi da noi un uomo, avvolto in una tunica di lino color avorio, il braccio destro e la mano alzati come a voler fermare quell’istante di violenza improvvisa. Era Lui, il Cristo. Altri lo accompagnavano, forse cinque o sei persone di età quasi simile fra loro.

– Come sai il mio nome? Disse Livio –

– Il tuo nome lo porta il vento, lo sussurra alle orecchie dei giusti, affinché si tengano lontano dalla tua persona. Le voci di chi hai ucciso ripetono il tuo nome, e solo tu puoi placare questo turbine di parole, perché, come granelli d’una tempesta di sabbia, tutto ha origine in te, nel deserto arido che porti nell’anima –

Vidi allora la spada cadere dalla mano del centurione, che, come albero schiantato da un fulmine improvviso, piegò a terra le ginocchia ed iniziò a piangere senza ritegno, coprendosi gli occhi con le mani. I suoi compagni, stupiti e atterriti, senza dire una parola, lo fecero salire a cavallo, salirono anch’essi ed il gruppo si allontanò con subitanea premura, pur non spingendo al galoppo i loro animali.

Mio figlio Rufo, che aveva allora dodici anni, si gettò ai piedi dello straniero, abbracciandogli le caviglie e nascondendo la testa fra i suoi polpacci. L’uomo che mi aveva appena salvato la vita, lo aiutò ad alzarsi e gli carezzò il viso con gesto lieve. Presi allora un vaso d’olio buono, spremuto il giorno prima e lo porsi al mio salvatore. Alzando la mano sinistra fino a mostrarmi il palmo, Gesù scosse la testa e disse:

– Non è questo che farai per me, Simone – e voltandosi, si allontanò lungo il sentiero che conduce alla collina vecchia.

Rimasi immobile per lunghi minuti. Oggi so cosa intendeva dire. Questa croce è lieve, non pesa affatto, e mentre la porto capisco come ognuno di noi, d’ora in avanti non sarà più solo a portarla, qualunque sia la sua forma, qualunque dolore o sofferenza contenga. Lui oggi non morirà come muoiono tutti. Succederà qualcosa, lo so, come è vero che mi chiamo Simone, Simone di Cirene. 

In copertina: Jacopo Tintoretto, Salita al Calvario, 1564-66 – immagine Wikimedia Commons.

“Io sono ancora qui”: un inno alla democrazia

“Io sono ancora qui”: un inno alla democrazia

“Io sono ancora qui”: un inno alla democrazia

Tra domenica 3 marzo e lunedì 4 non ho dormito per accompagnare la cerimonia di consegna dei Premi Oscar. Non è stato facile sopportare l’esibizione del lusso, la frivolezza del mondo di celluloide, l’idiozia del presentatore, le affermazioni banali dei commentatori italiani. La ragione che mi ha portata ad assistere a un evento così futile è stato il desiderio de vedere come il film Io sono ancora qui sarebbe stato accolto e giudicato. Quando iniziarono a circolare notizie sul lungometraggio, a richiamare la mia attenzione è stato il fatto che si ispira alla vita dell’avvocato Eunice Paiva. Io non l’ho conosciuta personalmente, ma il suo nome è indissolubilmente legato alla lotta degli indigeni brasiliani per la difesa dei loro diritti. Immediatamente, il coinvolgimento suo e mio nella stessa causa, ha suscitato il desiderio di assistere al film.

Negli anni Novanta, lessi il libro Ua:brari, di Marcelo Rubens Paiva. Mi piacque tanto che tradussi un brano in italiano e lo inserii nel libro di racconti Amazzonia portatile, pubblicato nel 2003. Però, solo nell’agosto del 2015, navigando in Internet, ho saputo che Marcelo è divenuto tetraplegico a venti anni di età dopo aver saltato da una pietra dentro un lago; che il padre fu sequestrato, torturato e assassinato da militari nel 1971, che è figlio dell’avvocato Eunice.

La prima di Io sono ancora qui è avvenuta durante il Festival di Venezia, il primo settembre del 2024; è stato applaudito per dieci minuti consecutivi dal pubblico, che ha anche acclamato l’interpretazione dell’attrice Fernanda Torres. Nel manifesto utilizzato a Venezia appare Marcelo Paiva, così ho saputo che è l’autore del libro che ha ispirato il film. Immediatamente, la notizia è divenuta una ragione in più per voler assistere al lungometraggio. Nel novembre del 2024, da Boa Vista ho viaggiato per Brasilia, avendo un’idea fissa e chiara in testa: la prima cosa che avrei fatto arrivando sarebbe stato andare al cinema.

Qualunque sia l’evento al quale partecipo, mi piace arrivare in anticipo. Aspettando che il cinema aprisse, ho trascorso il tempo scattando autoritratti davanti al manifesto di Io sono ancora qui, sperando che almeno uno risultasse decente. La prima volta che si assiste a un film, non è possibile catturare tutte le sue sfumature, i suoi messaggi subliminali.

Durante la proiezione, ciò che più ha richiamato la mia attenzione è stato che non appaiono militari, armi, torture. La crudele dittatura brasiliana, fra le più lunghe dell’America Latina, è denunciata attraverso l’angustia del gruppo familiare ritratto; gli orrori perpetrati all’epoca sono enunciati attraverso il silenzio, lo smarrimento esistenziale, la sofferenza, le difficoltà affrontate dai componenti di una famiglia che era molto unita, molto allegra, molto ospitale.

Dopo aver assistito al film ho iniziato a divulgarlo sistematicamente. Non mi rassegno al fatto che in Brasile non c’è mai stato processo e punizione delle persone che hanno commesso crimini durante la dittatura. La Legge dell’Amnistia, denominazione popolare data alla Legge nº 6.683, venne sanzionata dall’allora presidente João Batista Figueiredo il 28 agosto 1979, quando ancora era in vigore la dittatura. Tra i beneficiari dell’amnistia c’erano il sociologo Herbert José de Souza (Betinho), il giornalista Fernando Gabeira, gli intellettuali Darcy Ribeiro e Paulo Freire, i governatori Leonel Brizola e Miguel Arraes, l’ex consigliere comunale Antônio Losada. Questa stessa legge, però, ha concesso il perdono anche a tutti i coinvolti in “crimini politici o collegati”, includendo agenti della repressione che realizzarono torture, assassini e occultamento dei corpi dei prigionieri politici fino al 1979. La legge è ancora in vigore e ciò significa che la scappatoia dell’impunità resta aperta per chi cospira contro la democrazia. La redazione originale del Progetto di Legge nº 14 del 1979-CN è la seguente: “Art. 1º È concessa amnistia a tutti quelli che, nel periodo compreso tra il 02 settembre 1961 e il 15 agosto 1979, hanno commesso crimini politici o collegati con essi, crimini elettorali, a coloro che hanno avuto i propri diritti politici sospesi e ai servitori dell’Amministrazione Diretta e Indiretta, di fondazioni vincolate al potere pubblico, ai servitori dei Poderi Legislativo e Giudiziario, ai militari e ai dirigenti e rappresentanti sindacali, puniti in base agli Atti Istituzionali e Complementari  e altri diplomi giuridici”. La locuzione finale, che dice “e altri diplomi giuridici”, fu vietata su richiesta dell’allora presidente João Batista Figueiredo attraverso un messaggio presentato alla seduta congiunta del Congresso Nazionale del 22 agosto 1979.

L’impeachment di Dilma Rousseff, durante il suo secondo mandato come presidente della Repubblica Federativa del Brasile, è stato un colpo di Stato. Il processo fu giuridico, politico e soprattutto mediatico. Il Tribunale Regionale Federale della 1ª Regione ha ritenuto Dilma innocente dall’accusa che avrebbe praticato “pedalate fiscali”; accusa abbondantemente e falsamente utilizzata da deputati e senatori per cancellare il suo mandato durante il processo di impeachment del 2016. L’impeachment ha aperto la strada all’estrema destra che, nel 2018, ha eletto presidente Bostanaro, un essere ignobile del quale mi rifiuto persino di scrivere il nome. Dato che ‘bosta’ in portoghese significa merda, modificando il suo vero nome io lo chiamo Bostanaro. Questo energumeno nega che ci sia stata la dittatura in Brasile e i suoi eroi sono efferati dittatori latinoamericani; ha portato avanti la sua campagna elettorale esibendosi nell’osceno gesto di puntare la mano come se fosse un revolver; ha vomitato parolacce contro donne, omosessuali, negri, indigeni; nei ministeri ha sistemato esseri ignoranti, ottusi, retrogradi; come presidente della repubblica ha parlato a vanvera offendendo mogli di presidenti di altri Paesi e figli di personalità assassinate durante le dittature militari latinoamericane. I suoi discorsi di odio, naturalmente, hanno incentivato la violenza contro le minoranze sopra citate, specialmente contro gli indigeni che hanno preservata intatta la foresta amazzonica fino ai nostri giorni. Lui è capitano dell’Esercito, il suo vice era il generale Antônio Hamilton Martins Mourão, sette dei suoi ministri erano militari, due dei quali lavoravano direttamente con lui. Circa cento persone provenienti dalle Forze Armate hanno occupato poltrone nel secondo e terzo scalone di ministeri e organi federali.

Nel 2022 Bostanaro non è stato rieletto. Mentre scrivo, lo stanno giudicando per il tentativo di colpo di stato avvenuto l’8 gennaio del 2023; con lui vengono giudicati i suoi alleati e gli allucinati seguaci responsabili di atti terroristici e depredatori di beni pubblici. Sapete qual è la parola d’ordine con la quale questi mascalzoni cercano di sottrarsi alla giustizia? Amnistia.

Il film Io sono ancora qui ha innescato una potente riflessione sulla dittatura, tortura, occultamento di corpi, impunità dei responsabili. Il pericolo di nuovi colpi di stato continuerà ad essere reale se la verità non viene gridata, se la memoria non viene recuperata, se i colpevoli non sono puniti, se la popolazione non viene educata e informata. Divulgando il film, io ho voluto richiamare l’attenzione sull’impunità dei torturatori e assassini, sulla vergognosa legge che li protegge; ho voluto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui rischi che la democrazia corre anche ai nostri giorni; ho voluto fare la mia parte per contribuire alla sensibilizzazione e presa di coscienza della società.

L’intensa attività promozionale del film, instancabilmente portata avanti dagli attori principali e dal regista, ha contribuito a dare visibilità all’opera, che ha ottenuto premi e riconoscimenti nel mondo intero. Ma è stata la massiccia, appassionata divulgazione fatta dal pubblico che ha portato l’opera alle indicazioni del Premio Oscar: Fernanda Torres, già premiata con il Globo d’Oro, è stata indicata come Migliore Attrice, mentre il lungometraggio ha concorso come Miglior Film e Miglior Film Internazionale. Dubito proprio che il film sarebbe stato preso in considerazione se ciò fosse dipeso solo dai “gringo”; ho calcolato anche che i “cowbays” non avrebbero fatto portar via due Oscar. Quindi, ho tifato affinché a brillare non fosse solo un’attrice con la sua interpretazione, ma fosse il film nel suo insieme, con il suo contenuto, storia, messaggi; ciò anche perché la vera luce è quella emanata dalla resilienza e attivismo di Eunice Paiva, l’effettiva protagonista del film. Quando hanno annunciato che Io sono ancora qui ha vinto l’Oscar come Miglior Film Internazionale, mi sono sorpresa delle mie stesse reazioni, vedendomi saltare di allegria e sentendo il cuore accelerare per l’emozione.

Ho sempre pensato che arte e poesia sono più efficaci di scienza e politica; il film di Walter Salles ha ottenuto ciò che i politici di vari partiti non hanno saputo, non hanno voluto fare fino ad oggi: mettere in discussione l’impunità e l’indecenza della Legge dell’Amnistia attraverso un ampio dibattito popolare.

Rubens Beyrodt Paiva (Santos, 26-12-29/Rio de Janeiro, tra il 20 e il 22-01-71) era ingegnere. Nel 1962 fu eletto deputato federale per il PTB – Partido Trabalhista Brasileiro.  Dopo il golpe de 1964, il mandato venne cancellato dall’Atto Istituzionale Numero Uno e lui si esiliò. Tornato in Brasile, continuò ad esercitare l’ingegneria, ma mantenne contatti con esiliati. Inutilmente si oppose alla dittatura. Nel gennaio del 1971 fu sequestrato. Sequestrarono anche la figlia Eliana, che restò prigioniera per ventiquattro ore, e la moglie Eunice, che venne sottoposta a interrogatori durante dodici giorni. Rubens fu torturato e assassinato nei sotterranei del DOI-CODI – Distaccamento di Operazioni di Informazioni-Centro di Operazioni della Difesa Interna; il suo corpo fu sepolto e dissotterrato diverse volte dagli agenti della repressione e infine venne gettato in mare, al largo di Rio de Janeiro, due anni dopo l’assassinio.

Rubens era sposato con Eunice Facciolla, figlia di immigrati italiani che alla fine del 1800 lasciarono la città di Polignano a Mare, baciata dal mar Adriatico, per stabilirsi in Brasile. Con la scomparsa del marito e con cinque figli di cui prendersi cura, Eunice ebbe bisogno di reinventarsi. Da Rio de Janeiro la famiglia ritornò a San Paolo. Nel 1973, Eunice Paiva entrò nell’Università Mackenzie e iniziò il corso di Diritto, formandosi a quarantasei anni. Instancabile ha cercato  informazioni sulla fine del marito e per il riconoscimento della responsabilità dello Stato nella sua scomparsa. Ha coordinato campagne per l’apertura di archivi sulle vittime del regime militare ed è divenuta simbolo della lotta contro la dittatura. Con la sua militanza e critica al regime dittatoriale ha rischiato la propria vita, come dimostrano i documenti del SNI – Servizio Nazionale di Intelligenza rivelati nel 2013; documenti che mostrano, ad esempio, che sia lei che i suoi figli sono stati spiati da agenti militari dal 1971 al 1984. La forza di pressione canalizzata da Eunice Paiva, è culminata con la promulgazione della Legge n° 9.140/95, che riconosce come morte le persone scomparse in ragione della partecipazione ad attività politiche durante la dittatura. Eunice è stata l’unica parente di scomparso invitata ad assistere alla solenne occasione durante la quale l’allora presidente Fernando Henrique Cardoso ha firmato la legge. Dopo venticinque anni di lotta per verità, memoria e giustizia, nel febbraio del 1996 Eunice ha ottenuto il certificato di morte del marito Rubens Paiva.

Nel film non è stata contemplata l’azione dell’avvocato Eunice a favore delle etnie brasiliane, e questa è una ragione in più che mi ha portata a scrivere il presente testo. Durante la dittatura, il governo militare ha perseguitato gli indigeni, ne ha espulsi a migliaia dalle loro terre, ne ha deportato a centinaia nei campi di lavoro forzato e nelle prigioni. In mezzo all’angosciante dolore della perdita del marito, Eunice Paiva ha studiato Diritto specializzandosi nella difesa giuridica dei popoli indigeni.  Mentre cercava risposte per la scomparsa dello sposo, ha collaborato intensamente con la lotta di leader indigeni, firmando pareri giuridici, esigendo risarcimenti e demarcazioni di terre, pubblicando articoli e libri che hanno contribuito alle discussioni inerenti il diritto dei popoli indigeni.

Eunice ha guadagnato sempre più notorietà grazie alla sua serietà e impegno.  Si è dedicata alla causa indigena agendo contro la violenza e l’espropriazione indebita delle terre. Nell’ottobre del 1983, insieme all’antropologa Manuela Carneiro da Cunha, ha firmato l’articolo “Difendete i pataxós”, che venne pubblicato nella sezione “Tendenze e Dibattiti” del giornale Folha; l’articolo è divenuto una pietra miliare della lotta indigena ed è servito da modello per altri popoli nativi, tra cui africani, americani e esquimesi.  Indicata dall’Associazione Brasiliana di Antropologia, Eunice ha svolto il ruolo di perito nell’azione giudiziaria della FUNAI nella demarcazione della terra Indigena Krikati. Commentando una foto del 1985, in questi giorni un leader Krikati ha scritto: “Siamo riconoscenti per aver avuto lei come avvocato nella difesa del nostro territorio”. Nel 1986, quando Eunice arrivò al caso Zoró, la dittatura era finita da un anno, ma la deforestazione continuava a tutto vapore. Lei elaborò un parere giuridico analizzando gli argomenti favorevoli al riconoscimento dell’area Zoró come terra indigena. Chiudendo il documento, fu categorica: “Nulla impedisce la demarcazione dell’Area Indigena Zoró. I diritti degli indios al possesso delle loro terre sono diritti inalienabili e che non possono essere negoziati, non esistendo nessuna impugnazione valida capace di annullare, restringere, estinguere o modificare i diritti della comunità Zoró sulla terra che è il suo ‘habitat’ naturale”. Il parere dell’avvocato Eunice contribuì a evitare l’estinzione di questo popolo. Nel 1987, insieme ad altri soci, fondò lo IAMA – Istituto di Antropologia e Ambiente, organizzazione non governativa attiva fino al 2001 nella difesa e autonomia dei popoli indigeni. Nel 1988, fu consulente dell’Assemblea Nazionale Costituente, che ha scritto la Costituzione Federale dove articoli importanti assicurano diritti territoriali e culturali ai popoli indigeni.

Acque di marzo

Prima di chiudere questo testo, il Supremo Tribunale Federale ha dichiarato l’ex presidente Bostanaro e un gruppo di militari di alto rango colpevoli del tentato colpo di Stato avvenuto l’8 gennaio del 2023.  Per la prima volta in Brasile, militari sono giudicati da un tribunale civile.

Eunice Paiva, l’avvocato che ha lottato affinché il Brasile non perdesse la memoria, è morta a San Paolo il 13 dicembre 2018, a 89 anni, dopo quindici anni vissuti con l’Alzheimer. Oggi, 30 marzo, in varie città, il popolo ha manifestato in strada per esigere che non sia concessa l’amnistia ai golpisti e che siano debitamente puniti. La storia dell’avvocato Eunice Paiva è stata onorata, la memoria storica del Brasile riscattata; ciò che non può cessare è l’impegno di ognuno di noi nel mantenimento  della democrazia e nella sensibilizzazione della società.


Bibliografia

Eunice Paiva: uma Antígona brasileira na defesa dos direitos humanos para além da finda-linha, Mariana Rodrigues Festucci Ferreira, SciELO AnalyticsAnalytica: Revista de Psicanálise, versão On-line ISSN 2316-5197, Analytica vol.7 no.12 São João del Rei jan./jun. 2018.

http://pepsic.bvsalud.org/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S2316-51972018000100003

Nome e sobrenome de quem destrói a Amazônia, Loretta Emiri, janeiro de 2022.

https://drive.google.com/file/d/10xQZlgO6d3lLdH-UdpvEC3_MSkGwLGBK/view

Cover: immagine da Cineforum

Arrestato Mohsen Mahdawi un altro leader della protesta pro Pal alla Columbia University. Harvard non si piega alle pretese di Trump, che congela le sovvenzioni

Arrestato Mohsen Mahdawi un altro leader della protesta pro Pal alla Columbia University. Harvard non si piega alle pretese di Trump, che congela le sovvenzioni

Arrestato Mohsen Mahdawi, un altro leader della protesta pro Pal alla Columbia University.
Harvard non si piega alle pretese di Trump, che congela le sovvenzioni

Lunedì le autorità per l’immigrazione hanno arrestato lo studente della Columbia University Mohsen Mahdawi, un titolare di green card proveniente dalla Palestina. Mahdawi è stato arrestato nel Vermont quando si è presentato a quello che gli è stato presentato come un test per la naturalizzazione. Mahdawi aveva già espresso il timore che l’appuntamento, anticipato rispetto al normale processo di naturalizzazione, potesse rivelarsi una trappola e aveva contattato i tre membri del Congresso del Vermont per informarli delle sue preoccupazioni. Tutti e tre hanno condannato la sua detenzione lunedì. Come Mahmoud Khalil, Mohsen Mahdawi ha contribuito a guidare le proteste del campus della Columbia University contro il genocidio di Gaza.

“Essere antisemiti è ingiusto; la lotta per la libertà della Palestina e la lotta contro l’antisemitismo vanno di pari passo, perché un’ingiustizia perpetrata in qualsiasi luogo è una minaccia per la giustizia ovunque” aveva dichiarato Mohsen Mahdawi nel dicembre 2023 durante un’intervista a Democracy Now!

L’Università di Harvard

L’amministrazione Trump ha dichiarato di voler congelare 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni federali e 60 milioni di dollari in contratti con l’Università di Harvard, dopo che l’istituzione della Ivy League ha sfidato l’ordine di Trump di eliminare tutte le iniziative basate su diversità, equità e inclusione e di dare un ulteriore giro di vite alle proteste per i diritti dei palestinesi, compresa la segnalazione degli studenti internazionali alle autorità federali.

Il presidente di Harvard, Alan Garber, ha scritto lunedì in una lettera alla comunità scolastica: “L’Università non rinuncerà alla sua indipendenza né ai suoi diritti costituzionali. … Nessun governo – indipendentemente dal partito al potere – dovrebbe dettare ciò che le università private possono insegnare, chi possono ammettere e assumere e quali aree di studio e di ricerca possono perseguire”.

Traduzione in italiano di Anna Polo (pressenza)

In copertina: Mohsen Mahdawi (Foto di Democracy Now!)

Parole a capo
Mirella Vercelli: alcune poesie da «La solitudine del passo»

Mirella Vercelli: alcune poesie da «La solitudine del passo»

Le poesie che vengono pubblicate in questo numero di Parole a capo sono tratte dal volume «La solitudine del passo» di Mirella Vercelli, peQuod (2023). Nell’intervista di Grazia Calanna su “L’Estroverso” (29/10/2024), Mirella Vercelli spiega come è stato “costruito” il suo libro. Una costruzione faticosa, dolorosa. “Le quattro sezioni del libro raccontano di circostanze forzatamente acquisite come sapienza di vita. Fra tutte la solitudine, duro dettato per la mia infrenabile tendenza alla condivisione, all’empatia ad ogni costo. Solitudine come soglia oltre la quale non è possibile accompagnare né essere accompagnati, per passi che ciascuno deve irrinunciabilmente compiere da solo.

Dalla prima sezione Senza orme:

Per i cuori colmi non ho affinità.

Mi sono fratelli i granai vuoti
i letti disabitati
di case dove ogni cosa è ferma
nell’attesa

e l’ombra varia, variano stagioni
nell’aria densa, mentre un raggio affonda
sempre la stessa lama dalla finestra
sbieca.

Dalla seconda sezione Mater amabilis: questa sezione raccoglie testi dedicati alla madre. In particolare quelle contrassegnate da “Lidia” con numero progressivo da 1 a 22 sono state composte dopo la sua morte improvvisa.

Lidia 6

Si va serrando in fretta il buio
di un’altra sera. Di un altro giorno
ti allontani, mamma,
d’altri sospiri, d’altri nodi
in gola. Superi
l’ultimo squarcio della luce.

Io resto alle ombre.

*

Lidia 9

Cassetti, tutti i cassetti di casa

le mani dentro quel che resta
di te e non sa che sei passata.

Evapora nell’aria non più mossa
delle stanze la tua essenza, lenta
come di chi si volta
per un ultimo sguardo sulle scale.

*

Lidia 13

E ancora aspetto che tu venga a raccontarmi
dell’ultimo respiro, di quella rosa

fiorita sulla bocca, quasi sentisse maggio
il tuo stelo moribondo..

*

Lidia 16

Aprile ti fioriva negli occhi.

Di questo giorno
sempre più stancamente rinascevi

l’ultimo lo mancasti, per un soffio.

 

Dalla sezione Di spalle, nata dalla progressiva presa di coscienza della malattia del marito Paolo, dal tentativo impossibile e inutile di abituarsi all’idea del venir meno della sua presenza.

È già vuoto ritornarmi
dell’abbraccio che ti stringe.

Ma come si può alla morte
prendere le misure, portarsi avanti
sedere prima del tempo
alla mensa del dolore?

*

Pietà
Aprimi le braccia
raccoglimi sulle tue ginocchia
come fossero del figlio il corpo livido
queste povere ossa, o Dolorosa.

 

L’ultima sezione si intitola Da lontano e Mirella Vercelli scrive che “esprime il tentativo – desiderio di prendere le distanze da questi eventi dolorosi, provare a considerarli da lontano, appunto, cercando di accettare che ormai fanno parte del destino personale e provare a considerarli atomi infinitesimi nella moltitudine dei destini umani”.

Ama i miti strumenti
del tuo umile giorno,
reggili con dolcezza
nel quotidiano impegno

 

fai tuo il destino
che non sai,
il passo imposto sia
il passo che sceglierai.

*

Giorno dopo giorno
l’alfabeto del dolore si
fa lingua madre.

*

La voce, imperiosa, reclama
Accudimento

e il tempo gira
attorno a quella fame antica.

Si nasce e si muore invocando
con medesimo pianto

la vita.

*

Mirella Vercelli è nata a Grottazzolina, nelle Marche, nel 1959; risiede da qualche anno a Sant’Elpidio a Mare, sulla sponda opposta del Tenna, attraversato come fosse il Rubicone.
È collaboratrice in un ambulatorio medico, dove passa poca poesia ma tanta umanità, da consolare e da cui essere consolati. Ha pubblicato nel 2017: Racconti 1978-2016 per Aras Edizioni e nel 2020 Luce piena
per peQuod. Suoi racconti e versi sono compresi in diverse antologie e riviste, stampate e on line.
(Ringrazio l’autrice per avermi permesso la pubblicazione dei suoi versi)
(Foto di Melk Hagelslag da Pixabay)

 La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 280° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
E’ possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.

Ripensare per generazioni: riprendere il filo del passato

Ripensare per generazioni: riprendere il filo del passato

Ripensare per generazioni: riprendere il filo del passato.

Sembrerebbe che i 52.000 abitanti della Groenlandia si trovino a fronteggiare due problemi: il primo è dovuto al cambiamento climatico; il secondo è dovuto a chi ha prodotto…. il primo problema o, anzi meglio, lo nega: non lo riconosce e, meno che meno, se ne sente responsabile.

Il primo si manifesta come un semplice e misurabile scioglimento dei ghiacci con il conseguente innalzamento delle acque dell’oceano.

Il secondo problema si va sempre più manifestando come una esplicita minaccia di invasione dell’isola da parte degli Stati Uniti d’America che per bocca del Presidente Trump (e del suo vice Vance) hanno bellamente mostrato di infischiarsene non solo delle elementari norme internazionali di convivenza civile ma anche e soprattutto dei luoghi di sepoltura degli antenati del popolo groenlandese.

Ricordiamo che in Cent’anni di solitudine di Gabriel G. Marques è solo con l’edificazione della tomba di Melquiades, lo zingaro, che José Arcadio Buendia potrà dichiarare fondato il suo amato, mitico paese.

Questo sconsiderato attacco americano (prima economico, poi logico e infine linguistico)  prelude a una sola cosa: una inevitabile catastrofe antropologica rappresentata dallo sradicamento di migliaia di persone dal loro passato. O più probabilmente dal loro futuro.

Il nostro Giambattista Vico aveva creato a questo proposito una sorta di etimologia patafisica della parola umano  facendola derivare dal latino humando in riferimento ai riti della sepoltura (inumazione).

Evidentemente gli Stati Uniti d’ America sono un Paese troppo “giovane” dal punto di vista storico e antropologico per avvertire la rilevanza della questione.

Recentemente però è uscito, in traduzione italiana, un libro dell’inglese Tim Ingold, Professore emerito di Antropologia Sociale, che potrebbe aiutare ( anche gli americani) a comprendere meglio queste cose.

Il titolo del libro è Il futuro alle spalle. Ripensare le generazioni (Meltemi, 2024)

Nel presente saggio Tim Ingold sostiene  alcune tesi che a prima vista potrebbero risultare provocatorie.
Ad esempio sostiene che per poter affrontare  i grandi problemi del nostro tempo (guerre, riscaldamento globale, perdita della biodiversità, derive autocratiche delle democrazie, calo di fiducia nelle istituzioni comunitarie e transnazionali) bisognerebbe abbandonare l’idea della innovazione a tutti i costi e la stessa pratica fuorviante della innovazione per il progresso.

Alla base di questa revisione c’è poi quella ancora più importante e fondante che è la concezione stessa di futuro inserito non più in un discorso cronologico in avanti ma come una capacità di cogliere segni provenienti dal passato.

Che cosa significa allora che il nostro futuro è alle spalle? Prima di tutto è ovvio che tutte le culture si rifanno a una tradizione e dunque a trasmettere e tramandare “cose” più o meno visibili, documentate o solo raccontate.

Si pensi ad un tempo greco arrivato fino a noi quasi del tutto intatto (o se preferite, semidistrutto): oltre alle colonne ancora erette e ad alcune semi interrate o riverse a terra, è chiaro che si avverte anche la quantità di cose invisibili e scomparse che in parte potremmo recuperare grazie alla nostra immaginazione di uomini della stessa specie delle generazioni che hanno preceduto la nostra.

Per certi versi però a questa ovvietà dice Ingold si affianca una certa volontà della nostra “modernità” di “eliminare” sistematicamente il passato e le sue tracce ovvero, che è lo stesso, immagazzinare tutto questo in una memoria esterna praticamente illimitata: i sistemi di intelligenza artificiale a questo sono adibiti, alla possibilità di recuperare qualunque tipo di “ricordo” in tempo reale cioè, parafrasando, tutte le colonne che sono ancora belle erette e quelle riverse a terra ma ancora visibili.

E tutto il resto? Quello che non si vede e che non “avvertiamo” più?

Proprio questa “apparente e immediata” disponibilità di memorie è l’altra faccia della eliminazione di memoria ovvero di quella “necessità” specifica di trasmettere e tramandare il sapere da una generazione ad un’altra.

Il senso comune di questa modernità , dice Ingold, è quello di pensare le generazioni come entità separate che succedendosi l’una con l’altra formano strati geologici che si sovrappongono tra loro ma non si intrecciano: così abbiamo i Boomer , poi Gen X e quindi i Millenislas e Gen Z.

In tal modo a dominare in un dato periodo storico è una sola di esse quella che Ingold chiama Generazione Ora pronta a cancellare quello che ha fatto la generazione precedente e consapevole di “dover” lasciare il passo a quella successiva, senza alcuna apparente condivisione tra loro.

È il modo di ragionare , osserva Ingold , dell’archeologia che opera per stratificazioni nel tempo, ma anche della biologia evoluzionista con i suoi pacchetti preordinati di caratteri genetici da trasferire  alla generazione che seguirà. Lo stesso accade nell’antropologia della parentela o se volete negli alberi genealogici famigliari che uniscono le relazioni con lineette e caselle ( organigrammi famigliari) senza nulla dire della qualità delle relazioni.

Eppure continua Ingold lo studio etnologico delle diverse culture umane ci consegna una immagine delle relazioni intergenerazionali assai diversa: non strati impilati ma fili sottilissimi che continuano ad intrecciarsi per formare una corda sempre più resistente:

“…l’elemento cruciale della generazione è che essa appartiene allo stesso movimento della vita che genera. È un proseguire, non uno scambiare come tale”.

L’atto generativo, per così dire, si protrae nel tempo e non esiste alcuna discontinuità: i giovani non sono entità che prima o poi sostituiranno i padri, così come gli anziani non sono soggetti che hanno abbandonato la scena.
È solo ritornando a un mondo comune intrecciato di generazioni che si potranno affrontare e superare i problemi che affliggono la nostra modernità.

La sfida dice Ingold è solo una: perdurare, lasciare delle scie, costruire le proprie tracce.

Ritornando ai due “problemi delle Groenlandia”,  dunque la sfida non è procurarsi terre rare per continuare a progredire, ma perdurare con i groenlandesi difendendo l’isola dal riscaldamento globale. La sfida non è non invaderla e sfruttarla,  ma salvaguardare la… “tomba di Melquiades”. La sfida  non è disegnare un’altra lineetta per collegare due generazioni o aggiungere un’altra stella alla bandiera USA, ma riprendere il filo per irrobustire la corda della Vita comune, tra generazioni, su questo pianeta.

Cover: immagine da sipuofaredy.com

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