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Henri Cartier-Bresson: una distanza che crea empatia.
La grande mostra a Palazzo Roverella di Rovigo

Henri Cartier-Bresson: una distanza che crea empatia.
La grande mostra a Palazzo Roverella di Rovigo: 28 Settembre 2024 – 26 Gennaio 2025

Avevo visto due anni fa la piccola e splendida mostra di Henri Cartier Bresson al MUDEC di Milano. In quella, in primo piano c’era la Cina, attraverso due memorabili reportage, due momenti cruciali della storia del Paese: “La caduta del Kuomintang” (1948-1949) e il “Grande balzo in avanti” di Mao Zedong (1958).

Ora Palazzo Roverella presenta una grande  e imperdibile mostra intitolata Henri Cartier-Bresson e l’Italia”, 200 scatti del grande fotografo che coprono mezzo secolo: dal 1932 (prima visita in Italia di un giovane Cartier-Bresson ancora indeciso se dedicarsi o meno alla fotografia) fino al 1973 (poco prima del suo abbandono al mestiere di fotografo).

Henri cartier-bresson a palazzo roverella di rovigo attimi di bellezza in bianco/nero
Henri Cartier-Bresson, L’Aquila, 1951© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

In entrambe le mostre, e in tanti suoi scatti, talmente famosi da divenire iconici, è possibile riconoscere la medesima cifra. Quello “stile” che è stato ammirato, e anche assunto e riprodotto, più o meno bene, da tanti fotoreporter.

Ma di cosa è fatto lo stile di Cartier-Bresson, da dove viene la fascinazione delle sue immagini che catturano lo spettatore? È un  fatto prima di tutto visivo. L’occhio: gli occhi di Cartier-Besson e i nostri occhi. Tra i due, proprio in mezzo, c’è la fotografia.

Henri Cartier-Bresson, 1989.
Charles Platiau—Reuters/Alamy

L’occhio appunto. Henri Cartier-Bresson (1908-2004) è stato definito “L’occhio del secolo”,  ovvero, secondo molti,  il più grande fotografo del Novecento, anche se le classifiche, anche per la “Ottava arte”, non significano nulla e nel Secolo Breve sono stati davvero tanti, anche in Italia, i maestri della fotografia.

È un fatto però che, nel lungo periodo, la fortuna critica di Cartier-Bresson ha superato quella di un altro gigante del fotogiornalismo, quel Robert Capa suo sodale e compagno nella fondazione della celebre Agenzia Magnum Photos.

E a proposito della visione in qualche modo antitetica dei due grandi fotografi, cito (a memoria) una celebre frase di Capa: “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non siete abbastanza vicino”. 

Ecco, Cartier-Bresson – e le 200 foto della mostra di Palazzo Roverella lo confermano in pieno – non sembra preoccupato di andare troppo vicino al soggetto; anzi è proprio attraverso la distanza che riesce  a raggiungere un comprensione piena ed originale della scena che si presenta al suo occhio.

La distanza gli permette di cogliere l’istante decisivo in fotografia. Scriverà infatti: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”.

È noto come Henri Cartier-Bresson, un uomo che ha girato come una trottola tutto il mondo, documentato guerre e rivoluzioni, ritratto decine di grandi personaggi, avesse un carattere riservato, al confine della timidezza. Forse la scelta della distanza rispondeva anche a questa sua indole, al rispetto umano verso il soggetto da fotografare.

Henri Cartier-Bresson, Scanno, L’Aquila, 1951 © Fondazione Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Ecco ad esempio le donne in nero sulle strade di Scanno. Come non pensare alle “scale impossibili” di Escher, che ho rivisto in mostra prima a Milano poi a Firenze, ma che non mi hanno emozionato come queste scale di Cartier-Bresson.

In entrambe le opere c’è un magistrale gioco prospettico, un’attenta armonia geometrica, ma in Escher c’è soprattutto il gioco, in Cartier-Bresson l’affresco popolare: una fotografia scattata da lontano, ma che comunica un’intima partecipazione. Un distacco, una distanza che ancora una volta crea relazione, vicinanza, empatia.

Lo stesso si può dire, la stessa vicinanza rispettosa, è in quel giovane Pasolini che parla con due bambini nella periferia romana.

Henri Cartier-Bresson, Pier Paolo Pasolini, Roma, 1959 © Fondation Henri Cartier-Bresson

Oggi che tutto deve essere o apparire extralarge, un’altra cosa colpisce nelle foto in mostra di Palazzo Roverella, ma è una caratteristica di tutti gli scatti di Henri Cartier-Bresson, le dimensioni ridotte. I futuri visitatori sono avvertiti: non aspettatevi gigantografie e immagini da parete, le foto di Cartier-Bresson sono piccole.

Come si sa, l’unico attrezzo del mestiere di Cartier-Bresson era una Leica 35 mm, con ottica fissa 50 mm. I negativi venivano sviluppati manualmente e le foto inviate a quotidiani e periodici di tutto il mondo.  Le stampe, quelle che vediamo in mostra, sono in formato standard, poco più grandi di quelle di un qualsiasi album privato, non superando mai le dimensioni di un foglio A4.

Sono queste misure ridotte che ci invitano ad avvicinarci, a guardare con attenzione tutti gli elementi del quadro, fino a scoprire il focus della fotografia, il punto esatto dove ha mirato l’occhio del fotografo e dove vuole accompagnare l’occhio dello spettatore.

Agli antipodi di Cartier-Bresson, almeno apparentemente, c’è il grande Sebastião Salgado. È lui oggi, come lo erano stati Capa e Cartier Bresson, il caposquadra della agenzia  Magnum, un maestro assoluto, il fotoreporter più acclamato (e copiato) delle ultime tre decadi.

Visitare una mostra di Salgado Periscopio ha ampiamente recensito e documentato la sua ultima e strepitosa AMAZÔNIA [vedi Qui e Qui] è sempre uno shock emotivo. Due anni fa, entrando nella grande sala della Fabbrica del Vapore di Milano dove era allestita AMAZÔNIA, sono stato accolto da uno sterminato cielo amazonico. Le opere di Salgado, a differenza di quelle di Cartier-Bresson, sono “pensate in grande” e in grande formato offerte alla visione.

Gli scatti di quella mostra che non posso dimenticare sono però i ritratti di un gruppo di indios Awà-Guajà scattati in un villaggio dentro la foresta.  I volti, i corpi seminudi, i pittogrammi rossi e neri sul petto e sulle braccia. Ritratti stupendi, anche se la cosa più straordinaria erano la didascalie.

Invece di leggere un semplice “Gruppo di indios Awà-Guajà”, c’erano elencati decine di nomi propri: donne, uomini, bambini, ognuno con il proprio nome. Da sinistra a destra, come nei ritratti di famiglia dell’Ottocento. Perchè Salgado era stato più di trenta volte in Amazzonia, era rimasto settimane e mesi in quei villaggi. Non ritraeva degli sconosciuti, ma persone che chiamava per nome e con cui aveva diviso le sue giornate.

Così diversi Cartier-Bresson e Salgado, surrealista il primo, visionario il secondo, mi pare abbiano in comune, un inestinguibile umanesimo, anche per questo, soprattutto nel deserto contemporaneo, abbiamo bisogno di loro e del loro sguardo.

In copertina: Henri Cartier-Bresson, Siena, 1953 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

 

Un bilancio di guerra

Un bilancio di guerra

Mentre il Governo, in ossequio alla nuova austerità approvata dall’Unione Europea, si appresta con la Legge di Bilancio 2025 a tagliare la spesa pubblica su pensioni, sanità, istruzione, ricerca e servizi pubblici locali, con la medesima legge porta il bilancio della Difesa a superare il record storico e ad attestarsi a oltre 32 miliardi di euro.

Secondo il puntuale e dettagliato rapporto dell’Osservatorio Milex , gli stanziamenti previsti nel comparto Difesa superano del 7,1% quelli dell’anno in corso.

Se teniamo conto del fatto che nel 2016 il budget della Difesa era poco più di 19 mld e che nel 2021 era poco più di 24 mld, si ha la dimensione dell’aumento esponenziale verificatosi (+61% in dieci anni).

Va peraltro sottolineato come quasi 13 miliardi dello stanziamento complessivo saranno destinati all’industria per l’acquisizione di nuovi armamenti, con un aumento del 77% negli ultimi cinque anni.

Quindi, in un Paese che è al quinto posto in Europa per l’indice di abbandono scolastico e al primo per i bassi salari degli insegnanti; che ha un sistema sanitario pubblico al collasso e oltre 4,5 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure perché non possono permettersi di pagarle; in un Paese dove il 94% dei Comuni è a rischio dissesto idrogeologico e oltre 8 milioni di persone vivono in aree ad alta pericolosità (il tutto reso ulteriormente drammatico dai cambiamenti climatici), il Governo sceglie di tagliare la spesa pubblica e gli investimenti sociali per andare a rimpinguare le casse di chi vive, partecipa e si arricchisce nelle guerre presenti mentre prepara con determinazione quelle future.

D’altronde, come dice il ministro Guido Crosetto “L’aumento delle spese militari è necessario perché il nostro Paese non è preparato alla guerra”, come se la dimensione bellica fosse ineluttabile e non il frutto di scelte scellerate che ci stanno portando al precipizio.

Marco Bersani, Attac

Per certi versi
LE CRESCENTINE (BOLOGNESI)

Le crescentine  (bolognesi)

con soffi
Di sale acqua
Lievito farina
Un dubbio col latte
Mentre si era
in ciabatte
La mattina
Mia nonna
L’Italia d daloli
Metteva lo strutto
Sul fuoco alto
Alto
Questi esili rettangoloidi
Le crescentine
Tirati al burro
Sul tulir
Lasciati alle bolle
Un attimo
Prelevate
Sgocciolate
Stiucarezni
Intraducibile
Mi spiace
Ognuno le assaggi
Ne scorpacci
Tra coppa di testa
Grasu
Furmaj
Miele
Crema
O ciò che piace
Per fare festa

 

Glossario:
Tulir = Tagliere
D daloli = di Dall’ Olio cioè il cognome da sposata
Stiucarezni = fragranti che si sciolgono in bocca
Grasu = ciccioli a pane
Furmaj = formaggio tenero

 

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Parsons Dance, un’energia che fa star bene

Parsons Dance, un’energia che fa star bene


In questo strano periodo storico, denso di volgarità e bruttezza, credo che una fra le cose che possano far star bene sia proprio la ricerca della bellezza; non è un caso che nella radice etimologica della parola “bello” convivano sia il “bello” che il “bene”.
Ciascuno saprà cercare come e dove vuole; nel mio piccolo, sento che un paesaggio rilassante, una buona musica, un libro intrigante e una danza armoniosa possono restituirmi speranza.

Questo è quello che ho provato anche qualche giorno fa al Teatro delle Celebrazioni di Bologna quando ho assistito ad uno spettacolo travolgente della Parsons Dance Company  Il tour in Italia della celebre compagnia di danza moderna sta raccogliendo uno straordinario successo in ogni piazza: questa sera e domani sera (9 e 10 novembre) sarà al Teatro Comunale di Ferrara.

Ho già partecipato almeno altre quattro volte a loro spettacoli ma, anche se non sono un esperto di questa arte, non mi stancherei mai di vedere e rivedere le loro coreografie uniche eseguite alla perfezione da ballerini fantastici, veri e propri acrobati straordinari.

Questi, con i loro movimenti sincopati ed armoniosi e la loro preparazione atletica, trasmettono una vitalità radiosa, una gioia sincera, una forza vibrante.
La loro è una danza solare ed elegante che diverte e stupisce in quanto capace di trasmettere emozioni vere a qualsiasi pubblico.

La fusione armonica tra movimento, musica e luci, fa in modo che i corpi sembrano trascendere la fisicità, creando un flusso di energia che cattura e ipnotizza.

Fondata nel 1985 dal genio creativo dell’eclettico coreografo David Parsons e del lighting designer Howell Binkley, Parsons Dance è una tra le poche compagnie che, oltre a essersi affermate sulla scena internazionale con successo sempre rinnovato, è riuscita a lasciare un segno nell’immaginario contemporaneo e a creare coreografie divenute veri e propri “cult” della danza mondiale.

Lo spettacolo che stanno portando nelle sale italiane si intitola “Balance of power” ed include sei pezzi coreografici, classici del repertorio di Parsons Dance e due novità.
Tra le pietre miliari del loro repertorio non poteva mancare Caught (traduzione: preso, catturato), definita dalla critica “una delle più grandi coreografie degli ultimi tempi”: un assolo mozzafiato, sulle note di Let The Power Fall di Robert Fripp, nel quale il danzatore sembra sospeso in aria grazie a un gioco di luci stroboscopiche.

Un altro classico del programma è Takademe, che mescola umorismo e movimento acrobatico in una decostruzione accorta dei ritmi della danza indiana Kathak; forme chiare e salti propulsivi imitano le sillabe ritmiche vocalizzate della partitura sincopata di Sheila Chandra.

Al centro del programma, per la prima volta in Europa, due nuove produzioni del 2024: Juke e The Shape of Us.
Juke, commissionato a Jamar Roberts, già ballerino dell’American Dance Theatre di Alvin Ailey e coreografo residente, è un omaggio a Spanish Key, tratto dall’album Bitches Brew del leggendario jazzista Miles Davis, con le forme psichedeliche che creano una cornice per far risaltare il talento dei singoli danzatori. Sempre intorno alla musica ruota The Shape of Us, l’ultima creazione di David Parsons: un viaggio dall’alienazione alla connessione con la musica del gruppo elettronico sperimentale Son Lux.
A questo proposito dice David Parsons: “I danzatori scoprono la bellezza l’uno dell’altro, ma soprattutto riscoprono i legami comunitari. Questa idea è nata proprio in una fase della nostra vita dove tutto era complicato, divisivo. Sono convinto che la danza sia sinonimo di unione e condivisione, e l’ho voluto raccontare in questa nuova creazione”.
Whirlaway, commissionato nel 2014 per celebrare il geniale musicista di New Orleans: Allen Toussaint, è una festa multicolore su musiche che spaziano dal rock al blues, passando per il jazz.

Oltre al lavoro coreografico e alle performances, Parsons Dance promuove percorsi di formazione, esperienze arricchenti che coinvolgono persone di tutte le età.
Mi piace ricordare un’importante iniziativa che Parsons Dance ha lanciato nel 2016: gli “Autism Friendly Programs”, ovvero dei seminari e degli spettacoli che hanno un occhio di riguardo per chi è affetto da disturbi dello spettro autistico e minimizzano le sollecitazioni sensoriali.
Tutto ciò a dimostrazione del fatto che la loro danza, eseguita con maestria, può davvero trasmettere a tutti un’energia vitale che fa stare bene.

I nomi dei danzatori sono: Zoey Anderson, Megan Garcia, Téa Pérez, Luke Romanzi, Joseph Cyranski, Justine Delius, Joanne Hwang, Luke Biddinger, Emerson Earnshaw.

Le foto  in copertina e nel testo sono di Mauro Presini. Il servzio fortografico è stato approvato e autorizzato dalla Parsons Dance Company.

 

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

PICCOLA ANTOLOGIA PALESTINA

PICCOLA ANTOLOGIA PALESTINA

Le motivazioni che il poeta lucano, Leonardo Sinisgalli, riportò nella introduzione delle sue Imitazioni dall’Antologia Palatina (Edizioni della Cometa, Roma 1980), credo che siano la migliore introduzione alla presente raccolta di testi epigrafici:

questa breve…imitazione di quelle Imitazioni è anch’essa, in fondo, un “… atto di devozione ai piccoli poeti […] coloniali – che seppero esprimere alcune verità sfuggite ai fratelli maggiori ”.

Ma questo è vero solo in parte perché, in prima battuta, la presente antologia vuole essere la testimonianza di un personale e profondo rammarico – misto a un rabbioso senso di impotenza – di fronte alle tante (e troppe) piccole vite spezzate e dimenticate nel conflitto mediorientale che dal 7 Ottobre 2023,  continua ad accanirsi, senza pausa, sulla vita di quei luoghi:

ci sarà ancora umanità in quella terra, su questa Terra?

Come si sa il tema primario dell’Antologia Palatina, riproposto nel suo epigono più noto – l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters – e nelle imitazioni sinisgalliane, è la familiarità con l’oltretomba.

A questo tema fa da contrappunto una struggente devozione alla vita, secondo una tipica inversione figura-sfondo che finisce per essere l’unico arbitro attendibile della percezione umana.

Per concludere dunque attingo, rispettosamente e fedelmente, alle parole del mio amato poeta ripetendo che “…il tema che mi ha colpito di più è quello degli affetti”; davvero si finisce per accorgersi “… che l’astuzia non basta mai, che ci sono le ragioni del cuore più forti della stessa raison” e che un gesto, alla fin fine, è la sintesi migliore di qualunque articolatissimo e dottissimo tentativo di spiegazione.

Le spiegazioni, infatti, sono fugaci ma questi semplici ed elementari, gesti affettivi – di pagina in pagina, di confine in confine, di vita in vita – riescono, come una processione di lucciole, a illuminare il buio di questa lunga notte.

 

Non so leggere ancora
e mamma con la biro
ha scritto il mio nome,
sulla gamba destra, Amir.
Non c’è acqua da bere,
quella sporca non scorre
per lavare. Verrò sversato
nel deserto, assetato e lercio.

*  *   *

Una bambina di tredici anni
Dalia Yasser s’è fidata
dello shabbat
e del silenzio tutto intorno.
Il fuoco pareva davvero
miracolosamente cessato
poi è arrivato un aereo.
Venerdìsabatodomenica:
unico giorno che va festeggiato.

*  *   *

Non sapevo dove fosse
Jabalia
ma tutti gridavano il mio nome
«Alaa, Alaa! Scappa via»
Poi non ho sentito più
non ho avuto più paura
non avevo più una gamba
e nemmeno cinque anni.

*  *   *

L’estate scorsa
ho sepolto un grillo
e lì vicino una cicala.
Ho cosparso d’incenso
le piccole pire
e ho dato fuoco
continuando a frinire
al posto loro.
Non sapevo
tra un singhiozzo e l’altro
che in un anno avrei
smesso di cantare.

*  *   *

La mia terra
una spiaggia.
Casa mia
la sabbia.
Sabir, il granello,
-è il mio nome-
un fastidio soffiato
dal vento…

*  *   *

non capisco più
quel nostro litigare
per la mia maglia bianconera
e quella della tua squadra del cuore…
Ahmed: una tempesta
ne ha confuso i colori
tanto che il bianco s’è mutato
in rosso e noi siamo rimasti
impigliati nel mezzo, fili sottili
senza nessun colore

*  *   *

Di tanto in tanto
il cielo s’apre al vento
a scoprire i corni rosei
della luna, vitella placida.
Mio padre avrebbe detto:
«Amos, domani seminiamo».
Così è stato e presto
il campo di Kfar Aza
si riempirà di grano…

*  *   *

ero in esilio nella mia terra
e su arsi confini estremi
dimorerò tra macchie d’olio
senza temere di farmi scoprire
tenendo i miei passi lontano
dai guai lasciando ogni fronte
di guerra e una pace lontana
così distante di fronte alla Terra

*  *   *

E non lo vedi? Lo splendido Shagya
che corre più del vento e i capelli
di mia cugina Shamila che brillano
come oro grezzo sul suo volto d’argento?
I carri non ci mettono più sotto,
e, nel cielo in alto, i veli scintillano
d’oro e d’argento pesanti più del piombo…

*  *   *

Un giorno Iyad ti porterò una gran ciotola,
su di un tripode, colma del mansaf che mamma
ti cucinava e che mangiavi caldo dopo il solstizio.
Tornerò a trovarti tutte le stagioni: l’estate,
l’inverno per seconda e poi l’autunno
anche in primavera ci sarò quando il mangiare
non sarà abbastanza ma tutto intorno sarà in fiore…

*  *   *

per quanto piccolo pure il tuo cuore
era agitato, Hind, mio bel musetto
un carillon appena caricato pronto
per il motivetto. Tua madre credeva
di crescerti bene chiudendoti a chiave
dentro un cassetto ma tu già volavi via…

*  *   *

su distese di garofani e iris, eri l’ape
che ci portava lassù su una stella
ricordi quel viaggio a Deir al Balah,
il monastero dei datteri? Qui mangiammo
il pesce migliore di Gaza. Tornammo
a Rafah dove non si smette mai di tornare e…
non vedo più datteri, né posti per mangiare
buon pesce, monasteri e ospedali
sono solo ricordi dove resti anche tu…

*  *   *

questa è la gamba di Hamed
c’era il suo nome inciso con cura
dalla mano della mamma sepolta
altrove, in un’altra biblioteca, senza nome…

*  *   *

Né vestitini né orecchini,
desiderò nella vita questa bambina
volle solo bene alle sorelle e alla madre
e fu la più prudente.
Tuo padre, Jasmine,- di tutte e tutti il più
distratto – è tornato a trovarti di nuovo:
che vigliacco, Jasmine, che vigliacco che sono…

*  *   *

Kalhed sapeva dire cosa veniva fuori
dalle giuste porzioni di acqua e sabbia,
quale fango per restare uniti e buoni
e quali mattoni per sostenersi l’un l’altro.
Il suo amico Ariel custodiva come lui
questo segreto:
il sole sul fango e il fuoco nella fornace
furono i loro primi e ultimi giochi…

*  *   *

Non voglio più passare
la vita in mezzo ai datteri
io Atif dalle mani zuccherate
non voglio più tornarci
al mercato di Deir al Balah.
Quale conforto potrò mai avere?
Fariha è scomparsa, non so dove sia
e con lei l’allegria che infiammò
il mio cuore. Vivrò- se vivrò- lontano
da qui – se un qui ci sarà – qui vicino…

*  *   *

Fahad aveva una fionda
per colpire oche e ramarri
s’allenava senza fare rumore.
La teneva anche quel giorno:
tra carri e soldati lì intorno…

*  *   *

Dalal ha portato a Dio
il suo pallone di cuoio
la fionda d’ulivo e i dadi
che ha amato alla follia.
Non ha potuto portare
quella trottola sonora che
lanciava con maestria. Magari,
la ritroverà dovunque ora sia…

*  *   *

Aisha che contavi le stelle:
ch’io potessi diventare cielo
per contarti una notte sola…

*  *   *

Il tuo nome di velluto
non andrà perduto
nella profonda notte.
Noi brigata di poeti muti
siamo caduti nell’oblio
ma il chiurlo dell’assiolo
prosegue singhiozzante,
e lo stridìo della ghiandaia,
il chioccolìo del merlo…

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Presto di mattina /
Dilexit nos, la lettera enciclica di Papa Francesco

Presto di mattina. Dilexit nos, la lettera enciclica di Papa Francesco

Dilexit nos

Fa piaga nel Tuo cuore
la somma del dolore
che va spargendo sulla terra l’uomo;
il tuo cuore è la sede appassionata
dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
astro incarnato nell’umane tenebre,
fratello che t’immoli
perennemente per riedificare
umanamente l’uomo
(G. Ungaretti, Vita d’uomo, Tutte le poesie, Milano 1996, 229-230).

«Dilexit nos. Così inizia l’ultima, appassionata e lunga Lettera apostolica (24 ottobre 2024) di papa Francesco Sull’amore umano e divino del cuore di Cristo: «“Dilexit nos. Ci ha amati”, dice San Paolo riferendosi a Cristo (Rm 8,37) per farci scoprire che da questo amore nulla “potrà mai separarci”(Rm 8,39).»

E così, nel cono di luce del testo poetico di Ungaretti, mai logoro, mai scontato, sempre umanamente e cristianamente ispirante, sorprendente e palpitante in me, mi sono incamminato nella lettura di questa lettera che sembra porsi come momento ricapitolativo e sintetico del magistero e della spiritualità di papa Francesco.

Già nel 2013 egli scriveva in Evangelii Gaudium n. 171 (2013): «La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale … Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore.

Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo… Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso “si fece povero” (2 Cor 8,9) e assicurò che Dio li portava al centro del suo cuore (ivi, 173; 197).

«Far innamorare il mondo» (DN 205)

Far innamorare il mondo «dell’amore non vano».

Scriveva ancora Francesco nell’Esortazione Querida Amazonia (2020): «Cristo ha redento l’essere umano intero e vuole ristabilire in ciascuno la capacità di entrare in relazione con gli altri. Il Vangelo propone la carità divina che promana dal Cuore di Cristo e che genera una ricerca di giustizia che è inseparabilmente un canto di fraternità e di solidarietà, uno stimolo per la cultura dell’incontro» (QA, 22).

Non dobbiamo allora pensare a quest’ultima Lettera come una deriva devozionale e neppure nostalgica verso un’impostazione tradizionalista del rapporto tra Chiesa e società. Il culto del Sacro Cuore fino al Concilio Vaticano II ha rappresentato una delle forme più diffuse e popolari della religiosità cattolica originatasi nell’esperienza dei mistici, continuata come tratto qualificante di molte esperienze spirituali, ma pure connessa con l’instaurazione del regno sociale di Cristo, che diventò poi il punto di riferimento sul modo dell’agire e dell’impegno dei cattolici nella storia tra ottocento e novecento.

Il culto riemerge nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, dove “il regno del S. Cuore” è indicato come rimedio ai mali della modernità politica e sociale. (Cf. Daniele Menozzi, Sacro Cuore. Un culto tra devozione interiore e restaurazione cristiana della società, Roma, Viella, 2002).

«Far innamorare il mondo» è la chiave di lettura: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune.

Oggi tutto si compra e si paga, e sembra che il senso stesso della dignità dipenda da cose che si ottengono con il potere del denaro. Siamo spinti solo ad accumulare, consumare e distrarci, imprigionati da un sistema degradante che non ci permette di guardare oltre i nostri bisogni immediati e meschini. L’amore di Cristo è fuori da questo ingranaggio perverso e Lui solo può liberarci da questa febbre in cui non c’è più spazio per un amore gratuito. Egli è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre» (DN 217-218).

Cuore: una parte per il tutto

L’intento della Lettera è quello di presentare il cuore come il simbolo reale dell’affezione e dedizione appassionata di Gesù per i suoi fratelli; il luogo da cui scaturisce la Parola di Dio – il suo amoroso palpito – agli uomini come ad amici per intrattenersi con essi e invitarli ed ammetterli alla comunione con sé (Dei Verbum 1).

«Il cuore ha il pregio di essere percepito non come un organo separato, ma come un intimo centro unificatore e, allo stesso tempo, come espressione della totalità della persona, cosa che non succede con altri organi del corpo umano. Se è il centro intimo della totalità della persona, e quindi una parte che rappresenta il tutto, possiamo facilmente snaturarlo se lo contempliamo separatamente dalla figura del Signore.

L’immagine del cuore deve metterci in relazione con la totalità di Gesù Cristo nel suo centro unificatore e, contemporaneamente, da quel centro unificatore, deve orientarci a contemplare Cristo in tutta la bellezza e la ricchezza della sua umanità e della sua divinità» (DN 55).

Così il Sacro Cuore è anche il simbolo reale della umanità di Dio in Gesù Cristo che ci viene incontro soccorrevole ed ospitale; l’umanità di un cuore fidente, sempre aperto e da cui fluisce, attraverso il Figlio, l’amore inesauribile del Padre. Più di tutti Gesù ha vissuto la vita, l’esclusione e la morte degli uomini, degli ultimi; sapendo questo si potrà essere come lui cuore aperto, umanità ospitale. «Senza questa passione per l’uomo galleggeremmo come pezzi di ghiaccio sulla corrente della nostra epoca» (Pierre Teilhard de Chardin).

Cuore è quella parola che l’uomo userà sempre perché è quel principio in cui l’uomo rimane con sé e al tempo stesso confina con Dio, il cui cuore sconfina e sprofonda nel cuore del mondo come suo mistero. È nel cuore che l’uomo è inquinato, torbido, oppure limpido, trasparente; nel cuore gioisce o si dispera, maledice o benedice; è il luogo del bene e del male, del suo pianto e del suo sorriso, del suo nascondersi o manifestarsi, terra desolata o giardino segreto, roveto ardente di intimità e rivelazione; nel cuore l’uomo si perde e si ritrova, si chiude o si dona, ferito viene guarito da un altro cuore:

«In diverse modalità il Cuore di Cristo è stato presente nella storia della spiritualità cristiana. Nella Bibbia e nei primi secoli della Chiesa appariva nella figura del costato ferito del Signore, come fonte della grazia o come richiamo a un intimo incontro d’amore» (DN 78).

Il cuore di Cristo: maestro degli affetti

La Lettera di papa Francesco si compone di cinque capitoli. Nel I° troviamo: L’importanza del cuore; Che cosa intendiamo per cuore; Ritornare al cuore; Il cuore riunisce i frammenti (DN 2-3; 9; 17). Nel II° capitolo il papa ritrae il profilo di Gesù, il modo con cui egli ha amato e ci ama: Gesti e parole di amore come Gesti che riflettono il cuore e così da rivelare Il suo sguardo su di noi e Le sue parole ancora per noi: la sua stessa vita pro nobis.

Nel capitolo terzo Questo è il cuore che ci ha tanto amato (Dn 48) e in quelli successivi si dà risonanza e si sviluppa un interessante percorso spirituale e storico del formarsi del culto del Sacro Cuore radicato nella tradizione biblico-patristica e poi manifestato nella mistica e spiritualità francese e nelle sue varie correnti che hanno il loro background nelle rivelazioni di s. Margherita Maria Alacoque (Verosvres, 22 luglio 1647 – Paray-le-Monial, 17 ottobre 1690).

Stranamente non è ricordato nella Lettera P. Teilhard de Chardin. Lo sottolineo perché nei Tre racconti alla Benson, del tempo della Guerra 1915-18, quando era portaferiti al fronte, vi troviamo il racconto del Quadro scritto contemplando un dipinto del Cuore di Gesù, in cui il Cristo gli si rivela come colui che è presente.

Un testo che diviene l’orizzonte entro cui si delinea l’esperienza della fede di P. Teilhard: il presente vissuto come memoria che attinge continuamente alla sua sorgente cristica; il Cristo come colui che è atteso e così apre l’orizzonte al futuro in un contesto senza futuro: la guerra: il Cristo veniente.

Con questi ultimi tre capitoli si offe e si apre alla fede uno spazio agli affetti, una guida esperienziale di tanti credenti per vivere nell’attualità l’esperienza spirituale personale, l’impegno con Cristo come impegno civile ed ecclesiale, comunitario e missionario.

L’umanità di Dio è nascosta nel cuore del Figlio amato e attraverso la ferita di quel cuore con la sua parola ci ammaestra, mentre con il suo silenzio ci fa conoscere la presenza e l’amore del Padre: «L’immagine del cuore ci parla di carne umana, di terra, e perciò ci parla anche di Dio che ha voluto entrare nella nostra condizione storica, farsi storia e condividere il nostro cammino terreno» (DN 58).

Scrive papa Francesco che «la spiritualità della Compagnia di Gesù ha sempre proposto una “conoscenza interiore del Signore per meglio amarlo e seguirlo. Sant’Ignazio ci invita, nei suoi Esercizi Spirituali, a metterci davanti al Vangelo che ci dice che “il costato [di Gesù] fu ferito con la lancia e venne fuori acqua e sangue”. Quando l’esercitante si trova davanti al costato ferito di Cristo, Ignazio gli propone di entrare nel Cuore di Cristo. Questa è una via per maturare il proprio cuore per mano di un “maestro degli affetti”, secondo l’espressione usata da San Pietro Favre in una delle sue lettere a Sant’Ignazio» (DN 144).

«Il fuoco», l’ignoto del cuore (DN 24)

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9)» (DN 211). Nell’iconografia classica del Sacro Cuore questi è sormontato da una fiamma ardente come a ricordare l’esperienza del Roveto ardente, attraverso cui Dio chiama Mosè per inviarlo a liberare il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto e proporgli la sua alleanza.

Il fuoco che arde senza consumare l’altro fa del cuore il luogo di una comunicazione con l’Inatteso, con l’Ignoto, con colui che lo fa partire verso un altrove e un nuovo inizio. L’ignoto del cuore per l’uomo è quel “Tu” che lo rivela a se stesso, dice la sua identità e missione.

Scrive papa Francesco che «colui che interroga il fuoco capisce di essere il “tu” di Dio e che può essere un “sé” perché Dio è un “tu” per lui. Il fatto è che solo il Signore ci offre di trattarci come un “tu” sempre e per sempre. Accettare la sua amicizia è una questione di cuore e ci costituisce come persone nel senso pieno del termine», (DN 25).

L’espressione ricordata dal papa “l’Ignoto del cuore” è presa da un testo di Michel de Certeau: «Qualcosa di inaspettato comincia a parlare nel cuore della persona, qualcosa che nasce dall’inconoscibile, rimuove la superficie di ciò che è noto e vi si oppone. È l’origine di un nuovo “ordinamento della vita” a partire dal cuore. Non si tratta di discorsi razionali che bisognerebbe mettere in pratica traducendoli nella vita, come se l’affettività e la pratica fossero semplicemente conseguenze – dipendenti – di un sapere assicurato» (DN 24).

Cor ad cor loquitur

Con la parola cuore l’uomo designa l’esperienza che ha del suo “centro eccentrico”, la sua struttura relazionale e dialogica. Uditore e portatore della parola, dona attraverso di essa il suo amore. Il cuore è costitutivo del suo poter essere in sé, del suo uscire da sé stesso e ritornare in sé, non già attraverso una dialettica, ma attraverso gli affetti che sono la conoscenza del cuore dialogico: cuore dialogico, cuore che parla al cuore.

E nella lettera si ricorda San John Henry Newman che «scelse come proprio motto la frase “Cor ad cor loquitur”, perché, al di là di ogni dialettica, il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore. Perciò Newman trovava nell’Eucaristia il Cuore di Gesù vivo, capace di liberare, di dare senso ad ogni momento e di infondere nell’uomo la vera pace» (DN 26).

Così papa Francesco è convinto che il mondo può cambiare a partire dal cuore: «Solo a partire dal cuore le nostre comunità riusciranno a unire le diverse intelligenze e volontà e a pacificarle affinché lo Spirito ci guidi come rete di fratelli, perché anche la pacificazione è compito del cuore».

Un Dio sensibile all’umano, quello che si rivela nel cuore del Cristo, amante della vita che nulla disprezza di quanto vive, soffre, muore.

«Il Cuore di Cristo è estasi, è uscita, è dono, è incontro. In Lui diventiamo capaci di relazionarci in modo sano e felice e di costruire in questo mondo il Regno d’amore e di giustizia. Il nostro cuore unito a quello di Cristo è capace di questo miracolo sociale. Prendere sul serio il cuore ha conseguenze sociali.

Come insegna il Concilio Vaticano II, “ciascuno di noi deve adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l’umanità verso un migliore destino”.  Perché “gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo”.

Di fronte ai drammi del mondo, il Concilio invita a tornare al cuore, spiegando che l’essere umano “nella sua interiorità, trascende l’universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino”» (DN 28-29).

Il cuore, «pensoso palpito»

Per Ungaretti le ragioni della poesia sembrano essere proprio le stesse ragioni del cuore; egli portava nelle parole l’immenso nel cuore: «M’illumino d’immenso», il suo dolore e la sua luce il suo restringersi e il suo dilatarsi oltre le tenebre. Così nel cuore «l’unico fuoco della mia speranza» e parole «per dirmi che sei fuoco/ Che consuma e riaccende»; dentro al cuore dimorano «non ore vane».

Cuore sospeso, inquieto cuore disperso, crudele; un cuore piagato: «Ma nel cuore/ nessuna croce manca /È il mio cuore/ il paese più straziato».

Il desiderio del cuore:

«era il battito del mio cuore che/ volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei/ miei maggiori di una terra disperatamente amata».

La preghiera del cuore:

«dovrebbe toccar il cuore della gente di questo secolo, – scrive Ungaretti – nel quale non c’è casa che non sia stata visitata dal dolore di questi nostri tempi, nei quali, in mezzo alla cupidigia, e in modo che, a memoria d’uomo, per numero di moltitudini compromesse e accavallarsi di rivolgimenti, non ha riscontro, si son fatti largo l’egoismo e la rassegnazione, di questi anni, nei quali son così visibili la fralezza e la maestà dell’uomo» (Vita d’uomo, XLI).

Nel cuore le ragioni della speranza

Attraverso la parola scrive ancora Ungaretti: «si trattava di cercare ragioni di una possibile speranza nel cuore della storia stessa: di cercarle, cioè, nel valore della parola» (Ragioni d’una poesia, ivi, LXXXIII).

«Il poeta d’oggi ha il senso acuto della natura, è poeta che ha partecipato e che partecipa a rivolgimenti fra i più tremendi della storia. Da molto vicino ha provato e prova l’orrore e la verità della morte. Ha imparato ciò che vale l’istante nel quale conta solo l’istinto…

Ecco come dal poeta è colta oggi la parola, una parola in istato di crisi – ecco come con sé la fa soffrire, come ne prova l’intensità, come nel buio l’alza, ferita di luce. Ecco un primo perché la sua poesia sanguina, è come uno schianto di nervi e delle ossa che apra il volo a fiori di fuoco, a cruda lucidità che per vertigine faccia salire l’espressione all’infinito distacco del sogno. Ecco perché si muove la sua parola dalla necessità di strappare la maschera al reale, di restituire dignità alla natura, di riconferire alla natura la tragica maestà» (ivi, LXXVII-LXXVIII).

Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è una bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile. Oh, egli non cerca di violare il segreto dei cuori. Egli sa che spetta solo a Dio leggere infallibilmente nell’abisso dei singoli e conoscere veramente il passato, il presente e l’avvenire. Egli poi sa anche che il cuore umano non è quella buca che credono i libertini piena di lordura. Egli sa che nel cuore dell’uomo non si troverebbe che debolezza e ansia – e la paura, povero cuore, di vedersi scoperto» (ivi, LXXX-LXXXI).

Il segreto del poeta nel palpito del cuore

Il segreto del poeta:
Solo ho amica la notte.
Sempre potrò trascorrere con essa
D’attimo in attimo, non ore vane;
Ma tempo cui il mio palpito trasmetto
Come m’aggrada, senza mai distrarmene.
Avviene quando sento,
Mentre riprende a distaccarsi da ombre,
La speranza immutabile
In me che fuoco nuovamente scova
E nel silenzio restituendo va,
A gesti tuoi terreni
Talmente amati che immortali parvero,
Luce
(ivi, 253).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pat Metheny, un esploratore di mondi possibili

Pat Metheny, un esploratore di mondi possibili

In concerto a Bologna, 3 novembre 2024

La mia idea è quella di trovare angolazioni e modi diversi di pensare alla musica, mantenendo un’estetica chiave in tutto il processo”.
(Pat Metheny)

Assistere ad un concerto di Pat Metheny è un viaggio al quale si è scelto di partecipare senza sapere in anticipo che tipo di percorso innovativo si farà, di fronte a quali meraviglie si rimarrà a bocca aperta e quali sorprese stupiranno.
È un’avventura in cui ci si lascia condurre da una guida esperta e sapiente, sicuri che saprà ricambiare ogni curiosità.

Scrivo questo perché, con la sua tecnica sopraffina, Pat Metheny riesce a trasformare lo spettatore passivo in un aspettatore attivo che, con la mente e con l’animo, si predispone all’ascolto del suo racconto artistico e ne diventa parte essenziale.

Gli appassionati, da bravi compagni di viaggio, si lasciano accompagnare nel suo infinito universo musicale scoprendo di partecipare ad un viaggio onirico ricco di sensazioni pure, di sonorità celestiali, di scroscianti improvvisazioni e di melodie terapeutiche.

Nel concerto che ha tenuto all’Auditorium Manzoni di Bologna il 3 novembre scorso si è presentato solo sul palco, creando una situazione intimistica molto accogliente.

Ha utilizzato più di una dozzina di chitarre diverse, eseguendo brani dal suo intero repertorio: dalle sue incisioni ormai storiche (Beyond the Missouri sky, Still Life, …) ai suoi album più recenti (MoonDial e Dream Box), conferendo loro una nuova dimensione con la sua personalissima arte della narrazione musicale.

Ha parlato moltissimo, raccontandosi come non fa quasi mai durante i suoi concerti: ha ricordato il fratello che lo prendeva in giro perché quando suonava la tromba da bambino faceva “cadere gli uccelli dal cielo” per quanto era maldestro, ha svelato alcuni trucchi che usa per le sue unghie (ne attacca di finte in materiale acrilico, con una supercolla), ha ricordato alcuni artisti con cui ha collaborato e ha spiegato le accordature singolari per la sua chitarra baritono a corde di nylon, costruita su misura per lui dalla liutaia Linda Manzer.

In quasi due ore e mezzo di concerto ha regalato brani stupendi e sorprese a non finire; inoltre, verso la fine del concerto ha dato un’ennesima prova della sua inesauribile creatività, esibendosi circondato da un colossale marchingegno di strumenti musicali elettromeccanici attivati tramite la sua chitarra: Orchestrion, il nome della sua perfomance musicale.

Dotato di una tecnica formidabile frutto di ore e ore quotidiane di studio e ricerca, Pat Metheny, oltre ad essere uno dei più famosi, influenti, incredibili, talentuosi ed apprezzati chitarristi jazz e crossover, è un incantatore di presenti, un allargatore di confini, un paladino dell’avanguardia, un reporter del mondo contemporaneo, un narratore musicale davvero inesauribile, un terapeuta involontario, uno scopritore di mondi possibili.

La foto di copertina è stata scattata al concerto del 3 novembre scorso, organizzato dal Bologna Jazz Festival, mentre suona la Pikasso Guitar a 42 corde, realizzata su sua richiesta in due anni di lavoro. Le altre foto sono state scattate sempre a Bologna nel novembre del 2019.

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Storie in pellicola / Rome Independent Film Festival XXIII Edizione

RIFF AWARDS – 15-22 novembre 2024: tra gli ospiti del festival Giorgio Pasotti, Lina Sastri e tutti i registi e interpreti delle opere in concorso

Torna dal 15 al 22 novembre la XXIII edizione del RIFF Awards – Rome Independent Film Festival. Sono 13 le sezioni del concorso, nazionali e internazionali, che verranno valutate da una giuria di esperti. Il RIFF, oltre alle opere in concorso, presenterà dei Focus dedicati a diversi paesi stranieri.

Le proiezioni al cinema Aquila di Roma e il 13 novembre al Cinema Troisi per la conferenza stampaTra gli ospiti del festival Giorgio Pasotti, Lina Sastri e tutti i registi e interpreti dei corti in concorso.

Per i film in concorso dall’Italia: Di noi 4 di Emanuele Gaetano Forte, Emilio Lussu, il processo di Gianluca Medas, La casa di Ninetta di Lina Sastri, Settimo Grado di Massimo Cappelli, Tre regole infallibili di Marco Gianfreda.

Per la sezione internazionale: Memories of a Burning Body di Antonella Sudasassi Furniss – Costa Rica/Spagna, Next to Nothing di Grzegorz Dębowski  – Polonia, Salli di Chien di Hung Lien  di Taiwan/Francia, The Book Of Jobs di Kayci Lacob  – USA, Underground Orange di Michael Taylor Jackson  –  Argentina/USA.

Sul fronte del documentario dall’ Italia in anteprima mondiale troviamo; Arcadia America di Raffaele Manco Non chiudete quella porta di Renzo Chiesa e Paolo Boriani, The Erasmus Generation di Vincent Imperato.

Per i documentari stranieri: After The Odyssey di Helen Doyle – Italy/Canada, Apple Cider Vinegar di Sofie Benoot – Belgium/Netherlands, The Click Trap di Peter Porta – Spain/France, The Sunshine Dreamer di Shawn Rhodes – USA.

Si aggiungono le sezioni dei corti italiani e stranieri e quelli di animazione in concurso.

Tra gli eventi e le masterclass di quest’anno: il tributo al Climate Future Film Festival (micro-festival interamente dedicato al tema del cambiamento climatico) introdotto da Bill McKibben, rinomato autore e ambientalista americano, in cui il pubblico potrà esplorare diverse prospettive e storie che mettono in luce le sfide e le soluzioni legate al clima.

Spazio ai libri con la presentazione di La ragazza che amava Miyazaki edito da Einaudi. Sul tema del paesaggio Landscape2024, 10 opere audiovisive selezionate per la terza edizione della call internazionale curata dal collettivo Zeugma e che chiama a raccolta sound artist e video artist per proporre una riflessione sul vasto tema del paesaggio.

Venerdì 15 al Nuovo Cinema Aquila il FORUM: VP = VFX on SET in cui Cristian Casella, Francesco Grisi, Nicola Sganga e Francesco Mastrofini, dialogheranno sul futuro dei VFX ad alto budget, a cavallo tra intelligenza artificiale e fedeltà alla vita reale. Il RIFF quest’anno ha deciso di porre l’attenzione sulle virtual production per provare a scoprire in che modo i set digitali delineeranno il futuro del cinema.

Il giorno seguente, 16 novembre al Nuovo Cinema Aquila continua l’esplorazione nel mondo della fotografia cinematografica. Dopo aver ospitato Luciano Tovoli, Fabrizio Lucci, Gergely Poharnok, Federico Annicchiarico, Sandro de Frino, quest’anno il RIFF ospita Paolo Carnera. Tra i suoi lavori citiamo le collaborazioni con Mario Martone per Nostalgia e Laggiù qualcuno mi ama (entrambi del 2022); con Paolo Taviani per Leonora addio (2022); con i fratelli D’Innocenzo per La terra dell’abbastanza (2018), America Latina (2022) e Favolacce (2020). Quest’anno è stato premiato con il David di Donatello per la fotografia nel film “Io Capitano” di Matteo Garrone.

In giuria il consulente di progetti audiovisivi Cristian CasellaSophie Chiarello, regista italo-francese, produttrice e ispettrice di produzione Sonia Cilia, il regista, commediografo e attore Pietro De Silva, la produttrice Delegata Emma Esposito, il supervisor di visual effects Francesco Grisi, la production supervisor Carolina Iorio, le giornaliste Antonia Matarrese e Miriam e Mauti, il Produttore Esecutivo Andrea Passalacqua e Nicola Sganga esperto di VFX.

Il Festival, a cura dell’Associazione Culturale RIFF, è realizzato con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema – Ministero della Cultura e dell’Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione LazioIl progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Culture in Movimento 2023 – 2024” curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con LEA e SIAE.

 

Germogli /
Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te

Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te.

“Cos’è poi l’isteria?… Non è forse un malessere, un’angoscia provocata da un desiderio impossibile da realizzare? E perché questo malessere strano dovrebbe avere un sesso, essere solo della donna? Ne siamo preda tutti, quando abbiamo immaginazione.”
George Sand

 

Della vicenda della studentessa iraniana Ahou Daryaei sono piene le pagine di cronaca e i commenti social, gonfi di quelle solidarietà che non costano niente. Il fatto che Ahou sia stata subito etichettata dal regime come affetta da problemi psichici mi ha fatto tornare in mente il lungo periodo in cui le donne che manifestavano un disagio, per un desiderio di libertà che sapevano impossibile e quindi disperato, erano definite isteriche. Del resto l’etimo della parola è il greco ὑστέρα, cioè utero. Mi viene istintivo rovesciare il discorso: come fai a non diventare matta in una società che ti stupra se non porti il velo in maniera appropriata? In una società che punisce con la morte il fatto di avere un’immaginazione?

Il gesto radicale di Ahou Daryaei è una deliberata manifestazione di follia. Folle, perchè mettersi a girare in mutande e reggiseno in una università iraniana oggi equivale a farsi condannare a morte, oppure a vita – le ultime notizie diffuse dal regime parlano del fatto che non sarà incarcerata ma “curata”, appunto. Deliberata, perchè è una scelta individuale che invoca, ma disperatamente, una responsabilità collettiva. La invoca guardando avanti, oltre questo mese, quest’anno, questo secolo, oltre la sua stessa vita; il che è un paradosso, perchè di solito immaginare un futuro corrisponde ad avere una speranza. Questa invece sembra una testimonianza lasciata per chi verrà dopo di lei, perchè per lei una speranza non c’è.

Quante volte il termine coraggio viene utilizzato a sproposito, per sopravvalutare azioni che di coraggioso non hanno nulla, o semplici soprassalti di dignità. Questa ragazza ha fatto qualcosa per cui una parola adeguata ancora non c’è: ogni parola esistente ne sottovaluterebbe la portata. Qualcosa per cui questo mondo non è pronto. Con tutta la sua solidarietà comoda, con tutto il suo libertinaggio e il suo oscurantismo, due facce della stessa medaglia amorale, questo mondo non è pronto per lei.

 

Parole a capo
Speciale “Le parole del silenzio” / 1

Il 26 ottobre scorso, alla Rotonda Foschini del Teatro Comunale di Ferrara, in collaborazione con il giornale online Periscopio, l’Arci e il negozio di dischi Pistelli & Bartolucci, l’Associazione Culturale Ultimo Rosso ha organizzato un reading dal titolo “Le parole del silenzio”. Pubblichiamo un primo gruppo di poesie lette in quell’occasione.

 

In alto

In alto sulla cima,
dopo la salita,
è arrivato il vento,
leggero e forte.
Ha spazzato via
il peso delle parole inutili.
Essenziale e vitale
è rimasto il silenzio.

(Maria Angela Malacarne)

 

*

 

Le parole del silenzio

 

Le parole del silenzio
invisibili, soffuse,
sono dolci oppur fendenti
hanno odor di verità.

Il silenzio fa parole
con un’aria cristallina
son raccolte nel profondo
se vorrai le trovi là.

Dentro l’anima protette
dal vociare della gente
dal trambusto della mente
da chi accoglierle non sa.

Il silenzio parla forte
più delle parole morte.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Silenzio

Seppelliti
da detriti
di frastuono
sconnesso
vuoto
muto
oh si potesse
ritrovare il silenzio
la terra buona dove
germina la parola
significante
e fiorisce l’incontro
lo scambio
il contatto.

(Marta Casadei)

 

*

 

Silenzi

I miei silenzi,
Un mondo inesplorato,
indescrivibile,
un mare senza fondo.
Spesso nascosti dietro un velo,
non per complesso di inferiorità,
ma meditazione,
per raccogliere l’offerta
della calma dell’indifferenza,
evitare di espandere parole vuote,
prive di senso,
I miei silenzi,
un accumulo di sofferenze,
uno sguardo steso nel vuoto,
forse, un’incomprensione altrui,
il mio modo di essere

(Vincenzo Russo)

 

*

Son crudeli talvolta
gli altrui pensieri.
E che dire delle parole?!
Così slacciate dal Reale,
così dure da far male,
o noiose da morire.

Vieni, Silenzio, vieni,
Natura silenziosa,
che levighi e rinfreschi
con aria prodigiosa. Vieni,
e poni luce su ogni cosa,
 e i miei sensi stanchi
nel tuo grembo riposa!
 E Tu, Principe di pace,
vieni a confermare
col Tuo divino Amore
 la legittimità del mio sperare!
(Miriam Bruni)
*
Seduta ai bordi della notte
ho zittito il silenzio.
Il buio nasconde il mio tormento
e ne disperde il dolore
lasciando la mia anima spogliata.
L’anarchia dei miei pensieri
è come l’ amore
sempre in movimento.
(Monica Gori)
*

Ho conosciuto il silenzio
dello sguardo
che non ha bisogno di parole
del sole stanco che si posa sul mare
laggiù all’orizzonte.
Ho conosciuto il silenzio
della solitudine tra mille persone
Il silenzio dopo una bugia
dopo una sconfitta.

Ho conosciuto il silenzio delle stelle
quando la notte sembra infinita
Il silenzio della musica
dopo l’ultima nota
che è sospiro di chi ascolta

Ho conosciuto il silenzio in montagna
lungo il cammino verso la vetta
quando ogni parola è uno spreco.
Il silenzio di chi sa
quanto una parola
possa ferire
e si ferma in tempo

(Emilio Napolitano)

 

*

 

Apnea

 

Ho dipinto il mio silenzio
coi colori della fantasia
ho aperto le finestre
così l’aria non va via
ho amato il mio amore
così senza gelosia.

 

Ho atteso la sera
come un tempo in afasia
ho disteso i pensieri
non cercando l’armonia.

 

Passano sullo schermo
tante immagini di guerra
i corpi sono numeri senza tridimensione
sembra che su questa terra
non ci sia più spazio per la ragione.

 

(Pier Luigi Guerrini)

 

*

 

Spengo

 

Spengo il rumore del mondo
Spengo le sue luci violette
Cancello i dialoghi urlati
E tonanti
Accosto le imposte
E giro la testa
Esco di casa e
Mi avvio verso un luogo di silenzio
Dove tu mi darai la mano
Senza richiedere
Arditi sillogismi o
Raffinate prestazioni culinarie.

 

(Elena Vallin)

 

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 259° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Perché Trump ha vinto.
Come un liberismo senza regole ha radicalizzato la maggioranza povera

Perché Trump ha vinto.

Aldo Cazzullo, nel suo viaggio da corrispondente del Corriere della Sera in Pennsylvania (stato in bilico, mentre scrivo), pur attaccando Trump che considera un buffone razzista, scriveva il 3 novembre: “Vista dagli economisti l’economia non è mai andata così bene, occupazione record, inflazione in discesa. Vista con gli occhi della quotidianità l’America appare impoverita e incattivita: tutto costa il doppio, a volte il triplo, l’ex classe media soffre moltissimo, sono sempre più rari i proverbiali sorrisi degli americani, e non solo perché spesso spalancano bocche prive di denti (una cura canalare costa 3mila dollari).”.

Gli economisti si basano spesso su medie statistiche, le quali occultano (quando c’è un’enorme disuguaglianza, come si è formata negli ultimi 30 anni, sia negli Stati Uniti che in Europa) profonde diversità e sentimenti tra gli elettori. Anche durante la prima presidenza Trump l’occupazione è cresciuta ed è crollata col Covid, facendogli perdere le elezioni nonostante avesse avviato un forte aumento dei salari e imposto dazi sui prodotti cinesi a difesa del lavoro americano delle periferie colpite dalla de industrializzazione; a costo di far pagare a tutti gli americani un aumento dei prezzi dei prodotti cinesi e della stessa inflazione.

Anche in Italia Unimpresa (su dati Bankitalia) dice che gli italiani hanno 5.732 miliardi di risparmi, ma il presidente Mattarella fa notare che metà degli italiani non riesce a risparmiare e noi aggiungiamo che in Italia (sempre dati Bankitalia) c’è un forte impoverimento, se il 70% delle famiglie (non individui) guadagna da zero a 35.832 euro all’anno.

Il neoliberismo ha impoverito gli americani

Ovviamente l’economia non è la sola ragione di chi vota, ma incide parecchio. E in America le cose non vanno affatto bene, se ci sono scioperi che non si vedevano da 20 anni. L’ascesa economica e tecnologica della Cina ha portato gli Stati Uniti a spendere una montagna di soldi in guerre e armi negli ultimi 20 anni per conservare la sua leadership mondiale (le sole basi militari all’estero americane sono 175 contro 1 della Cina). Poi ci sono enormi problemi (come nel resto dell’Occidente) dovuti alla globalizzazione e alla diffusione del digitale che ha creato lavori e vantaggi, ma più spesso licenziamenti e svantaggi; come gli enormi conflitti tra genitori e figli a causa della distruzione dell’infanzia (basata sul telefono e non più sul gioco libero) ben descritta dallo psicologo americano Jonathan Haidt (La generazione ansiosa, 2024). La “Grande Riconfigurazione” prodotta dagli smartphone dal 2008 ha colpito bambini e adolescenti passati da un’infanzia basata sul gioco a quella basata sul telefono. Certo i Dem non sono i soli responsabili, ma è indubbio che hanno cavalcato a lungo l’ascesa delle big tech e i loro prodotti, convinti della bontà di tutte le novità.

Nel 1980 gli occupati bianchi a tempo pieno senza laurea guadagnavano il 7% in più della media. Oggi portano a casa il 14% in meno. I posti di lavoro sono cresciuti (sia con Trump che con Biden) ma nei servizi, fast food, logistica, motel, posti non qualificati (un po’ come in Italia: +723mila occupati da quando c’è il Governo Meloni ma con bassi salari). La finanziarizzazione ha permesso a chi ha una laurea di continuare a guadagnare bene (comprese le donne nere o ispaniche, se laureate), ma non agli altri senza laurea. Oggi arriva il conto, per delusione e risentimento: era già successo nel 2016 e non a caso Trump aveva difeso il lavoro degli espulsi dalle periferie della “rust belt” a costo di porre dazi all’import cinese e avviare una politica protezionistica, che Biden ha proseguito. Il sociologo dell’Università di Princeton Matthew Desmond ha scritto Gli Sfrattati (La nave di Teseo, ed. 2108) e Povertà in America (ed. 2024) dove spiega che vive in povertà un americano su 8 (38 milioni senza alcuna assistenza sanitaria), altri 108 milioni si arrangiano e non superano i 55mila dollari e un milione di studenti sono senza casa, vivono in motel, auto, case abbandonate. Così hanno votato per Trump gli operai bianchi, le piccole imprese, gli operai minacciati dagli immigrati illegali e chi difende le tradizioni minacciate da una modernità incalzante. Un ampio elettorato che un tempo votava dem e che li accusa di essere i supporter del neo-liberismo che ha impoverito gli americani.

I cambiamenti strutturali hanno diminuito il valore della forza fisica con la deindustrializzazione in tutto l’Occidente facendo crescere il settore dei servizi dove le donne hanno, in media, più vantaggi. Hanna Rosin, autrice di La fine del maschio e l’ascesa delle donne, scrive che oggi in molti lavori servono “intelligenza, creatività, concentrazione, saper comunicare, ascoltare, cose che le donne sanno fare bene”. Inoltre le donne studiano sempre di più: in Usa le laureate sono cresciute dal 1972 ad oggi dal 42% al 60%. Non a caso Richard Reevs ha pubblicato nel 2022 Of Boys and Men, dove spiega il lungo declino del maschio.

Molti uomini americani vivono male questo processo e per questo appoggiano politiche sovraniste e protezionistiche “alla Trump”, nella speranza che ciò faccia tornare più benessere a chi già vive negli Stati Uniti a costo di rinunciare al “controllo del mondo”. In tal senso una co-abitazione di leadership mondiale con la Cina e i Brics (diventati troppo forti per essere dominati) non li spaventa, tanto più se minori spese in armi andassero a rimpolpare le risorse del sottile welfare americano.

Ovviamente in ballo ci sono anche il ruolo del dollaro e la finanza (oltre le spese della Nato), come i profitti delle big tech, tutte cose che interessano più all’élite, a chi lavora nelle città o ai 7 milioni della Sillicon Valley, ma poco o nulla alla maggioranza di chi lavora nelle periferie o nei lavori a basso reddito. A questi ultimi non dispiacciono affatto i dazi a protezione del loro lavoro, anche se vanno contro le leggi del “libero mercato”. C’è poi la difesa delle tradizioni specie nelle aree rurali e nelle periferie, dove la cultura gender, lgbtq+ e woke delle città liberal è vista come fumo negli occhi.

Non so se con Trump la disuguaglianza calerà, ma non c’è dubbio che almeno metà degli americani vuole sperimentare un’altra strada, visto che quella dei Democratici non ha funzionato per loro. Come ha scritto la filosofa progressista Wendy Brown alla Boston Review: “Trump è dipinto come un buffone ma non è lui che spinge il vento verso pratiche antidemocratiche e razziste, ma la mancanza di prospettive e l’ansia della classe media e dei lavoratori causate dal neoliberismo e dalla finanziarizzazione e l’allineamento del partito Democratico con quelle forze durato decenni che ha portato ad un degrado delle condizioni di vita, dell’istruzione, la disuguaglianza crescente, le spese enormi militari per mantenere l’impero euro-atlantico”.

Poi c’è il tema degli ingressi illegali degli immigrati che sappiamo essere (anche in Europa) uno dei temi principali (se non “il principale”) su cui si vincono o perdono le elezioni. Lo ha capito Sarha Wagenknecht in Germania che con la sua BsW ha triplicato a sinistra i voti (caso unico in Europa).

Da Trump a Biden gli ingressi illegali sono triplicati: da una media di 50mila al mese negli anni della presidenza Trump (dal 2017 al 2020, fonte: dogane Usa) a una media mensile di 150mila con Biden dal 2021 al 2023. E come tutti sanno gli ultimi arrivati (immigrati) fanno infuriare proprio i ceti più deboli e gli immigrati già arrivati nelle aree periferiche perché creano una concorrenza nei lavori poveri e nei sussidi, al punto che la nuova leader del partito conservatore (tory) della Gran Bretagna è ora una certa Olukemi Adegoke, nigeriana di 44 anni, dove ha vissuto fino a 16 anni, (che ha fatto carriera in GB, laurea in informatica e lavori nella finanza) e che è stata eletta per fare la concorrenza (anti immigrati) a quel Nigel Farage (della Brexit) che spera di vincere le prossime elezioni puntando tutto su “immigrazione zero”.

Gli Stati Uniti sono fatti di grandi città e aree rurali, una situazione molto diversa dall’Europa, ma è anche vero che ci sono le cosiddette “città dimenticate” (titolo di un libro di di Michael Bloomberg), quelle della periferia americana, da 15mila a 150mila abitanti, dove il reddito familiare medio è inferiore ai 35mila dollari. Sono 179, di cui 37 in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, l’ex cuore industriale degli Stati Uniti dove, non a caso, ha vinto Trump. In queste città gli operai un tempo votavano i dem, ora si sentono abbandonati. Domina la nostalgia per un passato in cui l’impiego in una fabbrica sindacalizzata era il biglietto d’ingresso nella classe media: casa di proprietà, due auto, buone scuole, qualche piccola vacanza. Tutto scomparso. In Michigan poi vive il più grande gruppo di persone musulmane – oltre 240 mila – di tutti gli Stati Uniti. La guerra a Gaza e l’appoggio quasi incondizionato degli Usa alle mosse d’Israele ha allontanato queste comunità dal partito democratico.

La maggioranza più povera si è radicalizzata per via di un liberismo senza regole. Potrebbe cadere ancor più in basso, ma così non si poteva continuare e lo si capirà nei prossimi mesi in base a ciò che farà Trump. E’ certo però che se i dem vogliono tornare a vincere (anche in Italia e in Europa) devono cambiare molte cose e trovare i soldi per aiutare chi perde lavoro e reddito nella transizione green e digitale che hanno lanciato.

L’idea di ricorrere alle guerre per risolvere i problemi di consenso interno (sempre usata in passato) oggi non funziona perché o è guerra nucleare (e allora siamo tutti fritti) o è guerra di terra (come in Ucraina) e, in tal caso, la Nato non può vincere perché nessuno dei suoi paesi è disposto a mandare i propri figli a combattere e morire in trincea. Gli stessi ucraini, dopo la prima ondata, hanno decine di migliaia di renitenti e giovani che scappano e non vogliono morire. Rimane così agli Stati Uniti la via della competizione economica-finanziaria per mantenere la leadership mondiale anche nel XXI secolo. Ma è destinata a perderla, come la guerra in Ucraina, così come anche il protezionismo ha le gambe corte. Ma anche la Cina non sarà necessariamente il nuovo incontrastato leader mondiale. Ecco perché sarebbe saggio dismettere l’arroganza dell’Occidente e lavorare per negoziati, pace e un mondo multipolare, nel quale, se l’Europa facesse i suoi interessi, prendendosi la sua indipendenza dagli Stati Uniti (pur rimanendo alleata), potrebbe essere leader del “terzo” polo mondiale (tra Usa e Cina), visto che anche tra i Brics (Brasile e India per primi) c’è chi non vuole stare sotto la Cina e dialogare con tutti. Ma non sarà facile per le élite europee spargere la cenere sui propri capi ed ammettere i gravi, ripetuti errori.

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“Senza permesso di soggiorno non si vive”
Interventi e testimonianze dei lavoratori migranti.
Ferrara, Sala dell’Arengo, venerdì 8 novembre, ore 16,00

“Senza permesso di soggiorno non si vive”

Ti invitiamo a partecipare all’incontro pubblico dal titolo “Senza permesso di soggiorno non si vive”, che si terrà venerdì 8 novembre alle ore 16.00 presso la Sala Arengo.

 

Questo evento, organizzato dall’Associazione Cittadini del Mondo e da La Comune di Ferrara, grazie alle testimonianze di chi sta vivendo sulla propria pelle questa situazione, vuole offrire un’opportunità di ascolto e riflessione su un tema di grande rilevanza per il nostro territorio, che riguarda non solo la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori migranti, ma anche la coesione della nostra comunità e la salvaguardia di importanti settori lavorativi locali.

Parleremo delle conseguenze della Legge 50/2023 (Decreto Cutro) su decine di lavoratrici e lavoratori residenti anche nel nostro Comune, impiegati in vari settori (edilizio, logistico, metalmeccanico, agricolo, dei servizi e manifatturiero) e che lavorano in regola con un permesso di protezione speciale e incontrano enormi difficoltà a convertirlo in permesso per motivi di lavoro. Inoltre, proprio perché lavorano in regola, allo scadere del permesso vengono licenziati.

Parleremo anche dei lunghi tempi di rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno. Dopo l’invio della domanda alla Questura per il tramite degli uffici postali preposti, (previo pagamento di una cifra che si aggira dai 120 ai 180 euro a persona), con i numerosi allegati (contratto di lavoro, le buste paga, residenza, redditi dell anno precedente, disponibilità di un alloggio, motivazione per cui viene chiesto il permesso di soggiorno ….) la/il richiedente rimane con una ricevuta postale.

Segue un appuntamento per il fotoesgnalamento in Questura (attesa dai 5 agli 8 mesi), la documentazione allegata viene valutata dopo molto tempo, anche un anno o più, e spesso non viene ritenuta più valida anche perché nel frattempo sono cambiate per esempio le condizioni di lavoro, della casa… Quindi viene richiesta ulteriore documentazione che viene valutata nei mesi successivi. Infine il ritiro del Permesso di Soggiorno avviene dopo lunghi mesi, spesso dopo più di un anno.

In attesa del Permesso di Soggiorno, la ricevuta postale o il cedolino rilasciato dalla Questura in realtà non garantiscono i diritti dei permessi originali. Si può stare sul territorio nazionale ma come “fantasmi” perché non si può viaggiare, non si può rinnovare la tessera sanitaria, diventa difficilissimo fare un contratto di affitto, un contratto di lavoro, prendere la patente, andare a scuola. E nemmeno pagare le tasse!

Insomma senza il Permesso di Soggiorno non si vive.

Associazione Cittadini del Mondo
La Comune di Ferrara

“Donna al volante, pericolo costante” e altre sciocchezze:
il vero ruolo della donna nella storia dell’automobile

“Donna al volante, pericolo costante” e altre sciocchezze: il vero ruolo della donna nella storia dell’automobile

Un’automobile che corre veloce su una strada lunga e dritta, quasi deserta, una macchina cabriolet scoperta che lascia passare il vento fra i capelli e il sole sulla pelle. Una sensazione di libertà mai provata, un senso di avventura e di aspettativa per un futuro radioso. La Ford Thunderbird con cui Thelma e Louise decidono di abbracciare il loro destino e di correre verso l’ignoto rappresenta tutto questo, testimoniando un’apertura al sogno, uno sguardo diverso sul mondo. L’automobile non è mai stata solo un mezzo di trasporto, ma ha sempre giocato un ruolo chiave nell’immaginario culturale di tutti noi. È un oggetto totemico, quasi magico, che è stato capace di rivoluzionare abitudini e stili di vita. Dal mito della tecnica all’ incarnazione del senso di libertà, alcuni delle più grandi aspirazioni umane sono state sedute, almeno per un po’, su un sedile di pelle. L’automobile è un simbolo che rappresenta bene il cambiamento delle abitudini e lo scorrere inesorabile delle stagioni, della vita, del tempo. Solo per fare qualche esempio.

La Lancia Aurelia di “Il Sorpasso”, film italiano del 1962 diretto da Dino Risi. Il giorno di Ferragosto, uno studente universitario timido e un quarantenne immaturo che sono amici (Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman), trascorrono la giornata in auto. Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all’epilogo inatteso e drammatico.

La “Torpedo blu” di Gaber, canzone uscita nel 1968 e contenuta nell’album “Sai com’è”. I primi versi di questa bellissima ballata fanno così: “Vengo a prenderti stasera/Sulla mia torpedo blu/L’automobile sportiva/Che mi dà un tono di gioventù/Già ti vedo elegantissima/Come al solito sei tu (ah)/Sembrerai una Jean Harlow/Sulla mia torpedo blu (…)”

La “Topolino Amaranto” di Paolo Conte, canzone del 1975 contenuta nell’album omonimo, inizia con questi versi: “Oggi la benzina è rincarata/È l’estate del quarantasei/Un litro vale un chilo d’insalata/Ma chi ci rinuncia?/ A piedi chi va?/L’auto, che comodità/Sulla Topolino amaranto/Dai siedimi accanto/Che adesso si va. (…).

La mitica Ford Gran Torino di Starsky e Hutch, serie televisiva degli anni Settanta. I protagonisti sono due poliziotti, molto diversi per stile di vita e temperamento, ma uniti da una forte amicizia. Lavorano presso la nona stazione di polizia di Bay City, una città fittizia in California.

L’Alfa Romeo Duetto di “Il Laureato”, film che ha fatto la storia del cinema, anche grazie alle interpretazioni straordinarie di Dustin Hoffman e Anne Bancroft e alla colonna sonora di Simon & Garfunkel.

Da “Goldfinger” in poi, James Bond ha guidato l’Aston Martin DB5 da 286 cavalli. Realizzata con una tiratura da 1.023 esemplari, l’Aston Martin DB5 compare in diverse pellicole facenti parte della saga, come nel quarto film “Thunderball – Operazione Tuono”.

La DeLorean DMC-12 di “Ritorno al Futuro”, unico modello realizzato dalla DeLorean Motor nei primi anni Ottanta, e realizzata in poco più di 9.000 esemplari.

Il Maggiolino Volkswagen non poteva non entrare nella storia del cinema con un film come “Un maggiolino tutto matto”. Il maggiolino è il modello di auto più longevo del mondo, è infatti stato prodotto dal 1938 al 2003.

Chissà se il Ragionier Ugo Fantozzi sarebbe stato lo stesso senza la sua Bianchina. Prodotta dal 1957 al 1969, era stata concepita come la versione “premium” della 500.

Infine la Mercury Eight di “Grease”, film del 1978 diretto da Randal Kleiser, tratto dall’omonimo musical di Jim Jacobs e Warren Casey. Nel film compare una Mercury Eight nera e fiammeggiante del 1949.

La lista è lunga e se ne potrebbero citare molte altre. Forse non sfugge il fatto che, a parte Thelma e Louise, tutte queste macchine sono state guidate da uomini. Un caso? Sicuramente no. È un retaggio culturale che rappresenta bene gli stereotipi del tempo, l’uso della macchina come manifestazione della virilità maschile, oppure della sua negazione, come in Fantozzi.

L’abitudine di dire “Donna al volante, pericolo costante” incarna il modo stereotipato di interiorizzare una struttura sociale animata di relazioni personali sbilanciate. Per stereotipo, si intende un insieme coerente di credenze e teorie non scientificamente provate (per esempio: “Chi dice donna dice danno”, “Donne e buoi dei paesi tuoi”, “Non si piange come una femminuccia”, “Guidi bene per essere una donna”, “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, “Non è un mestiere per donne”, “Questo non si addice ad una donna”, “La zitella è una donna acida e infelice”.). Il termine proviene dal greco stereòs “rigido” e tùpos “impronta”. Inizialmente indicava gli stampi di cartapesta rigidi e riutilizzabili usati per stampare le lettere in tipografia. Agli inizi del ‘900, quando presero piede gli studi di psicologia sociale, il termine venne usato per indicare le immagini mentali con cui talvolta rappresentiamo rigidamente la realtà, proprio come una sorta di “calco cognitivo”. Di fronte alla complessità del mondo, gli individui hanno la necessità di semplificare e classificare le tante informazioni quotidiane, costruendo delle categorie.

L’uso di tali categorie è utile quando comunichiamo con gli altri, sono infatti implicite e “date per certe”. Gli stereotipi ci consentono inoltre di giustificare le disparità sociali e le discriminazioni, come nel caso del maschilismo; ci aiutano a differenziare in senso positivo il gruppo di appartenenza rispetto agli altri (“gli uomini guidano meglio delle donne”); riflettono una certa pigrizia mentale, aumentano quando abbiamo poco tempo e/o poche risorse cognitive da investire, ci aiutano a prendere decisioni rapide in situazioni prevedibili. Per Gordon Allport (Gordon Allport 1973. “la natura del pregiudizio”, La nuova Italia), gli stereotipi sono appresi durante l’infanzia. I bambini li imparano principalmente in due modi: adottandoli dai loro genitori/membri della famiglia; crescendo in un ambiente che li rende sospettosi/timorosi e quindi molto bisognosi di paradigmi di riferimento semplici e cristallizzati.

Bando agli stereotipi! Fin dalle origini della storia dell’automobile, il contributo femminile è stato decisivo. Ad esempio, le donne hanno plasmato l’automobile dandole la forma che conosciamo oggi. Sono inoltre molte le donne che, vere e proprie pioniere, hanno avuto un ruolo rilevante nel processo che ha portato al modo di guidare che conosciamo oggi. Conquiste tecniche come il tergicristallo, il riscaldamento dell’abitacolo o le fibre di kevlar, i primi viaggi a bordo delle prime automobili del ’900, il primo giro del mondo in auto del 1929 o la partecipazione a sport automobilistici come transgender.

Wilhelmine-Ehrhardt, 1899

Tutte queste performance sono legate alla biografia di donne provenienti da tutto il mondo. Cito undici sorprendenti figure che hanno segnato in modo rilevante la storia del settore automotive e degli sport automobilistici: Wilhelmine Erhardt, Stephanie Kwolek, Clärenore Stinnes, Mary Anderson, Bertha Benz, Margaret Wilcox, Danica Patrick, Suzanne Vanderbilt, Charlie Martin, Lella Lombardi, Jutta Kleinschmidt.

Se oggi è dimostrabile la relazione che lega donne e motori, quando il settore muoveva i primi passi, sicuramente non lo era. I primissimi veicoli a motore erano di appannaggio esclusivamente maschile. Quando all’inizio del 1899 la fabbrica Eisenach organizzò una prima esibizione di tutti i veicoli a motore prodotti fino a quel momento, alla guida di uno dei quattro Wartburg c’era Wilhelmine Ehrhardt, la moglie del direttore della fabbrica Eisenach, che si godette lo stupore sulla faccia dei passanti. Wilhelmine (23 agosto 1886 – 23 febbraio 1945) era molto abile e il suo “entusiasmo automobilistico” evidente.

Quando, 23 luglio 1899, Gustav Ehrhardt si iscrisse con il nuovo modello di Wartburg alla prima corsa internazionale che andava da Innsbruck a Monaco, la moglie lo accompagnò. Il percorso partiva da Innsbruck, passava per la valle alpina dell’Inntal, l’austriaca Kufstein e la bavarese Rosenheim e arrivava a Monaco. Era molto impegnativo, ma per Wilhelmine fu entusiasmante. Dovette però aspettare ancora un anno per realizzare il sogno di gareggiare in qualità di donna pilota in una competizione automobilistica. Il 3 agosto 1901 scrisse la storia degli sport automobilistici partecipando alla gara che andava dalle montagne da Eisenach a Meiningen e ritorno. Grazie al motore a sua disposizione, Wilhelmine Ehrhardt mancò il podio per pochissimo. (si veda: https://www.bmw.com/it/automotive-life/donne-e-motori-11-personalita-nella-storia-del-settore-automotive.html)

Non è quindi vero che le donne non amano il mondo dell’automotive, non è vero che non hanno dato contributi essenziali allo sviluppo dei veicoli e dei motori, non è vero che sono cattive pilote e non è assolutamente vero che fanno più incidenti stradali degli uomini.

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La fine di una pandemia
Riflessioni sulla società del covid

La fine di una pandemia. Riflessioni sulla società del covid

Ansia, angoscia, senso di oppressione.

Morirò? Cosa potrebbe mai capitarmi se uscissi da quella porta?

Di certo quello che ci rimarrà della pandemia del covid è LA PAURA:  la paura della morte, la paura della solitudine, e l’entità di tutto ciò, che già prima di ogni lockdown ci angosciava, sicuramente è triplicata, ad ogni dpcm, mentre li leggevamo al chiuso, bloccati, imprigionati nei nostri pensieri, nel silenzio raggelante della nostra più  profonda angoscia.

Silenzio perché quelle paure, che dapprima erano solo vocine, piccoli titoli di giornali, hanno incominciato a crescere, progressivamente, fino a diventare onnipresenti, nella nostra mente, intorno a noi, diventando emozioni sempre più forti, spesso represse, forse perché timorosi di perdere l’autocontrollo, di esprimere un parere diverso da quello generale, o per semplice senso del pudore, pudore nel mostrarsi fragili, in preda al panico, più che giustificato dalla situazione, ma che ci mostrava per quello che siamo: costantemente soggetti al potere della morte.

Quelle paure si sono progressivamente ingigantite, fino a diventare una sorta di pane quotidiano, che però, al posto di nutrirci, ci stava consumando. Insieme alla quantità di titoli di giornali sempre più minacciosi, a telegiornali che non lasciavano ormai nessuno spazio a dubbi, a talk show che usavano tutt’altro che gentili vocine per diffondere la paura della morte, i nostri tentativi di mantenere la calma iniziavano a tracollare, e i nostri silenzi, immensi emblematici silenzi, iniziarono a tramutarsi in angoscia repressa, attacchi di panico senza voce, pianti misti al terrore di non farcela più a tenere dentro tutto quel peso.

Questa ovviamente potrebbe rispecchiare una situazione più che generale: il corona virus ha innestato nei nostri cervelli un senso di paura dilagante, che sicuramente ha messo a dura prova la serenità di chiunque.

La progressiva sensazione di sentirsi braccati come prede indifese di un animale mostruoso, che trucida le sue vittime senza alcuna pietà, è un’idea che senza alcuna remora è stata diffusa tra la popolazione mondiale, la quale, in un batter d’occhio, si è sentita attaccata e perseguitata da una nuova minaccia di morte.

La speranza a poco a poco ha iniziato giustamente a scemare: cadaveri in sacchi neri, morti in casa senza che nessuno accorresse, ospedali pieni, costi esorbitanti di mascherine, igienizzanti, dispositivi di protezione di ogni sorta hanno iniziato a lievitare, giusto per essere sicuri di dare il colpo di grazia. Un colpo di grazia che in realtà era ben lungi dall’arrivare, perché quello era solo l’incipit di una storia dell’orrore.

All’improvviso arrivano i vaccini, la salvezza assoluta… o almeno così era stato detto. Ci sono le cure! Non ci sono le cure! I vaccini ci salveranno! I vaccini non ci salveranno! E intanto spunta la tessera verde, un LASCIAPASSARE, il condono ufficiale per quello che fino a due anni prima erano normali diritti di un cittadino.

Il senso? Non si è capito bene ancora tutt’ora, e persino quelli che all’inizio sembravano aver preso bene l’inserimento quasi ossessivo di una sfilza di norme che si andavano ad aggiungere all’ansia, alla paura, all’isolamento che creava già di suo il covid, hanno iniziato progressivamente a stancarsi.

Questo articolo si limita ad un’analisi superficiale da un punto di vista psicologico di come tutto questo, tutta questa serie di sfortunati inspiegabili eventi abbiano avuto ripercussioni sulla salute psichica di tutta la popolazione.

Dapprima la pandemia, un virus sconosciuto che può in pratica soffocarci in pochi giorni, si diffonde in tutta fretta nel mondo, senza darci nemmeno il tempo di abituarci all’idea. I prezzi di ciò di cui avevamo più bisogno in quel momento si alzano in maniera sproporzionata, quasi sadicamente, i dispositivi di protezione acquistano il valore dell’oro, quasi come se si stesse cercando di far soldi sul dolore, la paura, la morte.

Stessa cosa avviene nei giornali: titoloni apocalittici, incentrati unicamente su una sola cosa, suggerimenti di articoli che gridano morte ci capitano persino mentre cerchiamo di acquistare in santa pace un nuovo frullatore online. La notizia ha puntato tutto sul dolore e la paura, tallone d’Achille di chiunque fin dall’alba dei tempi.

La pandemia c’è stata, un nuovo virus ha ucciso senza pietà milioni di persone nel mondo, ha obiettivamente aggiunto dolore ad altro dolore. Ma è come se il mondo, agenzie di media stampa, telegiornali, radio, talk show, tutto ciò che ha il potere al giorno d’oggi di comunicare, uniti come non mai in un’unica grande forza mediatica, avessero dato consapevolmente man forte a tutto questo dolore, un dolore che iniziava a colpire non solo il corpo, ma sembrava mirasse proprio alla mente.

Chiunque all’improvviso si è sentito circondato, da un lato, da un virus spregevole che attacca senza alcun preavviso, e dall’altro, da una società che non ha fatto altro che sottolineare la tragedia. Ora, la tragedia esisteva, ma perché fare in modo che la nostra psiche non si nutrisse di altro che di quella frustrante, logorante paura di smettere di respirare da un momento all’altro?

È come se il mondo non avesse fatto altro che rinfacciarci che saremmo potuti morire di lì a poco. Chiunque a un certo punto crollerebbe, e la fatica nell’aggrapparsi alla razionale consapevolezza che mantenere la calma e la lucidità, la serenità in casa e dentro di sé, sarebbe stata l’unica via d’uscita, è stata incommensurabile.

Un comune essere umano nel bel mezzo di una pandemia,  non solo ha dovuto lottare contro la paura di contrarre la malattia, di fare tutto il possibile per evitare di toccare ogni tipo di superficie contaminata, di stare alla larga da tutti gli incontri non necessari, di aver portato con sé almeno 4 mascherine nel caso una si fosse rotta, di aver messo o meno il gel igienizzante, e l’alcool sui prodotti della spesa, e misurarsi la febbre, e di capire se la tosse ci avrebbe uccisi da un momento all’altro….

Non solo ha dovuto lottare ogni giorno per più di due anni contro la pressante tentazione di cedere al panico e alla perdita del controllo, ma in un certo senso ha dovuto lottare anche contro il totale condizionamento da parte dei media che non hanno fatto che sottolineare quanto fosse pericoloso mettere piede fuori di casa e disobbedire alle regole.

Regole così poi tanto necessarie? Rimanere chiusi in casa ha giovato a qualcuno alla fine? Costringere ad una vaccinazione sperimentale di massa ha salvato la popolazione? Per non parlare poi della consequenziale ansia che ne è scaturita per via degli eventuali effetti avversi che si sarebbero potuti verificare, che non ha fatto altro che aggiungere ulteriore angoscia alla già soffocante sensazione di perdere la propria libertà da un momento all’altro, oltre che la vita. Per carità, la vaccinazione era un mezzo, avrebbe dovuto essere uno dei tanti, non l’UNICO E SOLO.

A livello psicologico tutta questa esorbitante serie di costrizioni, tutte queste pressioni esasperanti di varia natura, non hanno fatto altro che incrementare la sensazione di oppressione e soprattutto di controllo esercitato su di noi, noi che amiamo proclamarci liberi (nel rispetto del prossimo), noi che abbiamo sempre agito rispettando noi stessi e la nostra individualità, la nostra vita e quella degli altri ( almeno teoricamente). … Tutto questo mentre la minaccia costante di perdere la vita, che puntualmente ci veniva ricordata quasi ogni ora, alitava sui nostri colli come una belva ansimante in cerca di altre vittime innocenti.

Il fatto che il vaccino ci sia stato imposto e che per molti non ci sia stata alcuna libertà di scelta sicuramente ha incentivato la nostra progressiva sensazione di essere prede perseguitate in balia di decisioni altrui, nel mirino di cacciatori, di un’entità soffocante che deliberava tutt’altro che democraticamente al posto nostro.

Che fosse stato il covid o qualcos’altro a decidere per noi, in qualche modo la nostra capacità decisionale è stata fortemente limitata, assorbita in un agglomerato informe di dpcm, isolamento, paure e il rischio di perdere una vita dignitosa.

Quello che si sta criticando qui ovviamente non sono i vaccini. Viva la scienza, viva i vaccini che ci salvano dalle malattie e viva il genio dell’uomo capace di congegnare tali scoperte. Quello che qui si sta palesemente criticando invece, sia ben chiaro, è la totale mancanza di possibilità di scelta in tutto questo, che non ha fatto altro che incrementare, anche e soprattutto tramite i già citati media quasi a reti unificate, una specie di caccia a chi la pensa diversamente, una persecuzione psicologica che si è scaraventata ingiustamente su chi non ha voluto identificarsi nel pensiero unico vigente in quel periodo.

È raccapricciante vedersi tutt’a un tratto tagliati di netto i propri diritti, un taglio sorretto da motivazioni illogiche, quelle della limitazione del contagio, che avrebbe potuto esserci anche semplicemente mantenendo i dovuti dispositivi di protezione e gli accorgimenti in merito a distanziamento e sanificazione di ambienti.

Eppure la maggior parte dei cittadini vi è stata costretta: prima, seconda, terza dose, quarta in forse, con tutti possibili effetti connessi, effetti che non ci sono mai stati nella maggior parte, è vero, ma in alcuni ci sono stati, irreversibili, gravi, come anche la morte.

E in chi fortunatamente quegli effetti non si sono mai verificati, la paura di averli, in qualunque momento, non li ha forse condotti a vivere in un clima di stress psicologico costante? La costrizione a nuove dosi, e la tessera del lasciapassare, la minaccia dell’esclusione dalla società, e la paura di nuove varianti, hanno sicuramente scatenato in tutti noi una pressione psicologica fuori dal comune.

La nostra mente può tollerare solo un certo carico di stress, poi scoppia. Soprattutto in una società come la nostra in cui di solito si tende a sottovalutare l’importanza del carico emotivo reprimendo le nostre emozioni, simulando tranquillità, quando invece tolleriamo a fatica tutto quello che ci sta capitando (per varie ragioni).

Molti si sono adattati quasi subito, altri hanno accettato malvolentieri, altri ancora hanno iniziato a soffrire. Vedersi braccati perché non ci si è voluti vaccinare, sentirsi considerati degli untori (senza alcuna motivazione scientifica), colpevolizzati perché ci si è avvalsi del diritto della libertà di scelta, è stato un ulteriore fardello gravoso per il nostro già esasperato carico emotivo.

Oltre a chi non si è voluto vaccinare per libera scelta, c’era chi non poteva per motivi di salute, chi si era stufato di inocularsi un possibile set di vaccini da 12, o chi semplicemente non ne poteva più del sempre più maniacale controllo del governo su ogni singola mossa del cittadino.

Green pass e super green pass, tamponi a prezzi esagerati per i non vaccinati, violenza immotivata in manifestazioni di protesta del tutto pacifiche, la stampa monotematica fondata su un pensiero totalmente unilaterale, lo screditamento spesso anche aggressivo nei confronti di chi gentilmente osava esporre un parere che andava anche di un minimo contro l’idea unica generale, hanno sottolineato aspetti della società del Covid a dir poco inquietanti.

Tutta questa situazione non ha fatto altro che appesantire il carico di un lavoratore medio italiano che, oltre al covid, oltre alle spese e alla cura della propria famiglia, oltre ai rincari in bolletta, oltre ad essere costretto ad un vaccino forzato pur di al mantenere il proprio lavoro, si è visto limitato in ogni sua “scelta”, vedendosi arrivare a tutta velocità un aut aut grande quanto un tir, che ha impattato inevitabilmente, e con tutta la violenza possibile, nella sua vita, in ogni suo aspetto.

La vaccinazione è importante per la prevenzione di molte malattie, ma il modo con cui, questa vaccinazione in particolare, è stata estorta, lo è altrettanto, in modo negativo, perché rileva aspetti della nostra società che credevo, ingenuamente, non esistessero. E vaccinarsi è fondamentale per combattere numerose malattie, ma che sia una scelta riflettuta, totalmente consapevole, è allo stesso tempo imprescindibile. L’imposizione coatta è pura violenza.

Il punto centrale di questo articolo non è la vaccinazione ovviamente, ma è l’insieme di provvedimenti, di modalità con cui è stata gestita la pandemia che ha fatto venire a galla una pressione sociale e di conseguenza psicologica che ha nociuto profondamente a tutti noi in maniera indistinta, lasciando strascichi che probabilmente continueranno a condizionarci ancora per anni.

Il ragazzo che si è dato fuoco il 31 gennaio 2022 potrebbe essere un esempio. Darsi fuoco. 33 anni. Nessun comportamento antisociale o sospetto rilevato precedentemente a questo terribile evento. Il culmine esasperato di una condizione psicologica portata allo stremo concretizzatosi nel peggior modo possibile? Darsi fuoco è la somatizzazione di una perdita di controllo incommensurabile.

Ma non solo perdita di controllo, anche di speranza, della capacità di attendere che tutta questa esasperante pressione sarebbe giunta al termine prima o poi. Un ragazzo giovanissimo che decide di mettere fine alla propria vita. Un desiderio macabro quanto rilevante di un possibile senso di oppressione e di frustrazione allarmanti.

Eppure è sembrato che tutto tacesse.  Nessuno che si sia chiesto perché, nessuna testata giornalistica che si interessasse alle ragioni alla base di quell’atto estremo. Perché? Un’azione così grave, che a mio parere potrebbe essere considerata l’emblema metaforico di questa società del covid: il cittadino esasperato che vorrebbe darsi fuoco, ridotto al limite nelle sue capacità decisionali, di gestione della violenza psicologica subita, che ormai senza forze, si è arreso permettendo alla propria paura di divorarlo vivo.

Sembrava un incubo, eppure non lo era affatto:  un mondo distopico, fatto solamente di virus assassini in cui la belva mediatica contava sistematicamente i morti, tipo caduti di guerra, ricordando sommessamente (ma nemmeno tanto) che il prossimo saresti potuto essere tu, un’economia che sembrava volerti succhiare fino all’ultima goccia di sangue, vaccini obbligatori, cittadini gli uni contro gli altri.

Come se tutto questo non fosse bastato è stato volutamente aizzato l’odio, il disprezzo, la discriminazione, basata su ingiustificati pregiudizi presentati sotto false spoglie scientifiche, e in sostanza prettamente politici, che hanno incentivato isolamento, crudeltà, ignoranza.

Ignoranza perché molti non ragionano, ma preferiscono lasciarsi trascinare dall’odio quando si ha paura. Molti prediligono la rabbia e l’aggressività alla calma e al rispetto per la libera individualità che spetta di diritto ad ogni singolo essere vivente. Ci si lascia trasportare dalla massa, che freme nel puntare furiosamente il dito contro qualcuno, piuttosto che fermarsi a riflettere, sul senso di tutto quello che sta accadendo.

Sono  state aggressivamente, violentemente, negligentemente imposte delle norme che, proprio per il modo con cui sono state forzate, hanno lasciato ferite indiscusse in tutti noi, non solo da un punto di vista psicologico, ma anche fisico. Alla fine la nostra psiche governa tutto il resto, e se si fa qualcosa controvoglia questo non potrà mai portare a dei risultati positivi.

Sono stati calpestati gli individui, con la scusa di fare del bene… ma a chi esattamente? Si è dato per scontato che ciascuno di noi fosse così stupido da non conoscere cosa sia meglio per sé stesso? E anche se fosse stupido, perché hanno provato a negare persino la libertà di essere stupido? Perché qualcuno dovrebbe considerarsi degno di prendere decisioni al nostro posto, all’improvviso dichiarandoci  incapaci di pensare a noi stessi?

E perché è stato usato l’odio come arma fondamentale per attaccare i pochi rimasti a pensarla diversamente?

Quante atrocità si compiono nel mondo, eppure non ho mai visto così tanto spropositato accanimento verso chi semplicemente non si è arreso nell’affermare il proprio diritto di decidere del proprio corpo… condannandolo ad essere considerato un criminale. Si è stati condannati a vergognarsi di non voler assecondare un pensiero generale, al disprezzo e alla colpevolizzazione costante di chi ha esercitato un proprio diritto, e tutto ciò è stato gradatamente normalizzato.

Normalizzare l’odio rimane terrificante, qualunque sia il contesto l’odio e l’aggressività non avranno MAI ragioni. Quasi come se esistessero ambiti e ambiti, come se l’odio fosse deprecabile in alcuni e non in altri, a volte semplicemente si giustifica, si normalizza. Tutto ciò è aberrante. Perché l’odio e la discriminazione, indipendentemente dall’ambito sono sbagliati, sempre. Privare un cittadino di libertà – una libertà sempre condizionata al rispetto degli altri, sia chiaro – è aberrante, oltretutto nascondendosi dietro bugie, inganni.

Questa è la società del covid, almeno in Italia.

L’ideale sarebbe non dimenticare, imparare che l’odio non è mai la soluzione, come anche lasciarsi andare alla paura, non dimenticare che la propria frustrazione non si risana di certo maltrattando (fisicamente o psicologicamente) un altro essere umano che palesemente non ha fatto nulla a nessuno.

Si dovrebbe imparare che la paura e l’irrazionalità vanno sempre a braccetto nella natura umana, ma che l’irrazionale rabbia che ne potrebbe scaturire in questi casi è sempre catalizzata verso mete sbagliate. La violenza non è MAI la soluzione a nulla, e se qualcuno la fomenta in qualche modo bisognerebbe prenderne immediatamente le distanze.

La società del covid non va dimenticata, perché non va dimenticata l’importanza della libertà individuale, e la libertà del prossimo, a prescindere da tutto noi siamo dalla nascita INDIVIDUI LIBERI, e se non nuociamo a nessuno, non dobbiamo sentirci in colpa solo perché facciamo quello che noi riteniamo più giusto per noi stessi. Il SENSO DI COLPA e la vergogna DEVONO ATTIVARSI quando realmente facciamo del male a qualcuno, NON RISPETTANDO LA SUA LIBERTÀ, i suoi diritti, la sua individualità.

È finita una pandemia, ma ne rimane un’altra: la pandemia dell’ipocrisia, della crudeltà umana, che si approfitta del dolore per fare soldi, la pandemia del pregiudizio, la pandemia di una politica, apartitica, che impone e non accoglie l’umanità del suo popolo. La verità è che continuiamo a navigare, in bilico tra il naufragio e l’affogamento imminente, in una società malata, impregnata di corruzione e malessere psicologico, una società limitata e indebolita dalla paura, resa inerme e incapace di riflettere, perché stordita da finte “verità” imbellettate, dai social, dai media, dal nostro stesso governo.

La verità però, prima o poi esce sempre fuori, e l’unica cosa che metterà fine a questa pandemia, reale, concreta, è il vaccino contro la chiusura mentale, la paura che non fa ragionare, il pregiudizio che condanna chi è diverso e prende di conseguenza scelte diverse dalle nostre, il vaccino che dovrebbe stimolare in nostro sistema immunitario alla produzione di solidarietà, comprensione, amorevole appoggio, gli uni con gli altri, in un sistema che ci vorrebbe unicamente divisi, impauriti, soli, confusi.

Per leggere gli articoli di Giusy De Nittis su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole e figure / Essere me

“Essere me” è la cosa più bella del mondo. Ce lo racconta Luca Tortolini e Marco Somà, in un omaggio al celebre King Kong

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, edito da Kite, è un albo controcorrente che smonta forse il più grande tra i miti della nostra contemporaneità: la bellezza della fama.

Tutti (o almeno tanti), oggi, vorrebbero essere ricchi e famosi, ad ogni costo, subito, velocemente, facilmente, fulmineamente. Essere rincorsi da fan urlanti muniti di videocamere e telefonini, da fotografi o giornalisti con la penna (o il tablet) in mano alla ricerca di un autografo o di una fugace stretta di mano.

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, immagini Kite edizioni

Ma siamo sicuri che questo convenga? Sono molti a non pensarla proprio così. Un tempo erano coloro che fuggivano dai paparazzi sfrontati, invadenti e maleducati, in questo bell’albo illustrato è una grande e indimenticabile icona del cinema che ci racconta il retrogusto amaro del successo.

“Tutti pensano che io viva in un sogno da fiaba. Mi dicono “come vorrei essere nei tuoi panni”. Ma il mio più grande desiderio sarebbe andare in giro nudo. E non mi è permesso.”

A parlare un gorilla, Ughm, dichiaratamente ispirato al personaggio di King Kong, strappato al suo ambiente naturale, umanizzato, elegante e raffinato, agro di finzioni, di gente che gli sta attorno per proteggerlo, per aiutarlo, per fargli compagnia. Di spot senza senso da girare, di cocktail party da frequentare, di contratti da firmare.

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, immagini Kite edizioni

Ughm è stanco di essere un divo, vorrebbe il suo spazio, parlare come crede, fare quello che vuole, vivere come tutti gli altri. Ma che, a causa di una fama insaziabile, non può. Non è libero, è schiavo del sistema, di chi lo vuole come deve essere e non come è. Non veste i suoi veri panni. Basta popolarità, basta umani, basta lusinghe, basta set e recitazioni, basta solitudine. Nemmeno la fidanzata si può scegliere.

La gabbia preme, la voglia di ascoltare i propri desideri impera.

Una lotta contro quell’essere come gli altri ci vogliono, come gli altri ci vedono, come si deve essere, come si conviene che sia.

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, immagini Kite edizioni

Un grido di libertà, la forza di scappare, di mollare tutto. E chi s’è visto s’è visto. Au revoir.

Un libro, in un’atmosfera hollywoodiana da Viale del tramonto, che fa bene, un invito a lasciar andare ciò che pare più conveniente ma che, alla fine, non fa davvero per noi.

Un invito a voler essere solo noi stessi – la cosa più bella del mondo – e a volerci bene.

 

Luca Tortolini e Marco Somà, Essere me, Kite edizioni, Padova, 2020, 32 p.

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, immagini Kite edizioni

La pace è la via: incontri con le Combattenti per la Pace:
tutte le date del tour italiano di novembre

La pace è la via: incontro con le Combattenti per la Pace

Incontri con l’israeliana Eszter Koranyi e la palestinese Rana Salman, Co-direttrici dell’organizzazione pacifista nonviolenta Combattenti per la Pace (Combatants for Peace)

15-21 Novembre, Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli
Evento organizzato da Multimage e dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli con Assopace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, MIR, Pressenza,  Rete A.Gi.Te., Volere la Luna.

Dal 15 al 21 Novembre prossimi saranno in Italia Eszter Koranyi e Rana Salman co-direttrici di Combatans for Peace, movimento pacifista israelo-palestinese sulla cui storia e instancabile impegno di riconciliazione Multimage ha recentemente pubblicato il libro Combattenti per la Pace che verrà presentato a Milano Book City 2024 con due appuntamenti:

  • venerdì 15.11, h 21 ospiti del Co-Housing Base Gaia, Via Crescenzago 101;
  • sabato 16.11, h 11,30 alla Casa delle Donne di Milano, Via Marsala 8/10.

Sarà un’occasione d’incontro con questa importante esperienza di attivismo pacifista pressoché ignorata dai media mainstream, che si è inaugurata vent’anni fa dalla coraggiosa obiezione di coscienza di ex militari israeliani ed ex militanti palestinesi desiderosi di trovare un’alternativa alla spirale della violenza e si è via via sviluppata in un movimento di uomini, donne e sempre più giovani, con un fitto programma di iniziative condivise, percorsi di advocacy e interventi di interposizione nelle aree della Cisgiordania assediate dai coloni, che potrebbe considerarsi il prototipo di quella società ‘bi-nazionale’ che nessuno osa più sognare e che per questi Combattenti per la Pace è già una realtà.

Dopo gli appuntamenti di MilanoBookCity 2024 il tour di Eszter Koranyi e Rana Salman si svilupperà tra Torino, Firenze Roma e infine Napoli con la seguente agenda di incontri:

  • Torino, 16.11 – h 17.30: al CAM – Cultures and Mission, Via Cialdini 4, a cura del Centro Studi Sereno Regis con l’adesione delle Rete A.Gi.Te., MIR e Ass.ne Culturale Volere La Luna;
  • Firenze, 17/11 – h 21: alla Casa del Popolo 25 Aprile, Via Bronzino 117 (e il mattino dopo incontro con l’Amministrazione di Firenze in relazione al recente riconoscimento dello Stato di Palestina) a cura di Assopace Palestina;
  • Roma, 18/11 – h 17.30: a Spin Time, Via S.ta Croce di Gerusalemme 55 (e il mattino dopo incontri a livello istituzionale) a cura di Assopace Palestina;
  • Napoli, ospiti del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, per i tre incontri previsti tra il 19 e il 20/11, all’interno di una XVI Edizione interamente dedicata alle “Culture della Pace” : Martedì 19/11 h 16.00 – Proiezione del film “No Other Land”,  a seguire: incontro con le ‘Combatants for Peace’; Mercoledì 20/11,  h 10,00 Auditorium MANN – Gli studenti napoletani incontrano Eszter Koranyi e Rana Salman; h 16.30 Piazza Forcella: “La lezione delle Scuole di Pace di Strada”.

Ulteriori info e contatti stampa: info@multimage.org

In copertina: Eszter Koranyi e Rana Salman (Foto di Andrea Krogman)

Questo articolo è uscito in anteprima sulla agenzia pressenza il 4 novembre 2024

Il risparmio non è più una virtù… praticabile

Il risparmio non è più una virtù… praticabile

Anche quest’anno l’Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa) ha presentato un’indagine, realizzata in collaborazione con Ipsos, che restituisce una fotografia relativa al modo in cui gli italiani gestiscono e vivono il risparmio, che nel tempo ha subito una trasformazione significativa.

Le generazioni precedenti consideravano il risparmio come un pilastro fondamentale della gestione finanziaria personale, associato a virtù come la prudenza e la saggezza, ed era visto come una garanzia per la sicurezza finanziaria della famiglia contro le incertezze della vita.

Oggi, il risparmio è considerato principalmente come una necessità per garantire tranquillità e stabilità economica (per il 38% degli italiani), specie dai Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964; la generazione Z dei nati tra il 1995 e il 2010 è così definita invece perché viene dopo la X, dei nati tra gli anni ‘60 e ‘70, e la Y, cioè i millennial, nati tra gli anni ‘80 e ‘90) presso i quali il dato raggiunge il 46%. In seconda battuta è un’opportunità per raggiungere specifici obiettivi.

I giovani sono consapevoli di avere priorità e obiettivi di risparmio differenti da quelli dei loro genitori e seguono le loro priorità (lo dichiarano rispettivamente il 63% dei GenZ e il 64% dei Millennials vs il 56% del totale).
Il 33% degli italiani percepisce, inoltre, di avere una capacità di risparmio minore rispetto alle generazioni precedenti a causa delle condizioni macroeconomiche attuali, in particolare l’aumento del costo della vita (70%) e le condizioni lavorative contemporanee (60%), e per i cambiamenti negli stili di vita (60%).

In particolare, l’aumento del costo della vita è sentito dalla GenZ (76%) e dai Boomers (77%), mentre le differenti condizioni lavorative sono menzionate dalla GenX (65%). Trasversalmente alle generazioni rimane alta l’attenzione al risparmio, quando possibile.

Le priorità di risparmio riflettono anche un cambiamento nei bisogni e nei desideri. I più maturi tendono a risparmiare principalmente per far fronte a un futuro incerto, concentrandosi su spese impreviste, al rischio di spese mediche (rispettivamente 61% e 50%) e per raggiungere la sicurezza finanziaria. Al contrario, i giovani sembrano più orientati al presente, risparmiano per permettersi viaggi e svaghi (Gen Z pari all’28%; Millennials pari al 29%), indice di un desiderio di esperienze piuttosto che di accumulo di beni materiali, che è una delle cifre delle nuove generazioni.

Sono anche le prospettive economiche dell’Europa e soprattutto dell’Italia ad impensierire gli italiani e ad incidere sul risparmio. Essi pensano infatti che la situazione economica rimarrà stabilmente negativa.
Nel complesso, è venuta meno la ripresa di fiducia del periodo post-pandemico.

A intaccare la fiducia hanno probabilmente contribuito diversi fattori: le tensioni politiche interne all’UE emerse con più forza all’indomani delle elezioni europee, comprese le questioni relative alla migrazione e alla gestione delle frontiere; i profondi cambiamenti nel panorama geopolitico e le tensioni per i conflitti in atto che hanno influenzato la percezione della capacità dell’UE di mantenere una posizione forte e unitaria sulla scena internazionale; un’Europa che appare ancora come il luogo della libertà di scambio e movimento (29%), ma ingessata da troppa burocrazia (33%), e da una mancanza di omogeneità delle regole nei diversi Paesi, non riuscendo a far sì che tutti gli stati membri operino in modo trasparente e democratico; minore soddisfazione verso l’Euro rispetto al picco del 2021 (40% vs 49% nel 2021), anche se la maggior parte degli italiani continua a ritenere che nel lungo periodo l’Euro offrirà un vantaggio (50%). Ciò nonostante, la maggioranza degli italiani continua a ritenere che l’uscita dall’UE sarebbe un grave errore (61%).

Il Rapporto evidenzia anche che il numero di famiglie in difficoltà lavorative è in leggero aumento, passando dal 15% nel 2023 al 17% nel 2024. Sono persone che in parte non trovano il lavoro auspicato, o che hanno avuto un peggioramento nelle proprie condizioni lavorative.

E non va dimenticato che il numero di individui in povertà si assesta ormai da diversi anni a 5,7 milioni (poco meno di 1 italiano su 10) e che la povertà sale tra chi lavora, un effetto forse legato all’inflazione, che ha colpito maggiormente chi non aveva possibilità di rivedere il proprio paniere di acquisto, e alle condizioni contrattuali.

Qui l’indagine integrale: www.acri.it/eventi/100-giornata-mondiale-risparmio

L’articolo di Giovanni Caprio è già uscito sull’agenzia pressenza del 2 novembre 2024

Per leggere tutti gli articoli di Giovanni Caprio su Periscopio, clicca sul nome dell’autore

“Sinistra pensante. La battaglia delle idee”:
incontro pubblico, Ferrara, martedì 12 novembre 2024 alle ore 17

In questi decenni la sinistra ha subito una sconfitta sul piano delle idee. In particolare su tre questioni: la pace, la democrazia, la politica. Abbiamo visto scomparire due idee fondamentali dal suo lessico e dalla sua pratica politica: la giustizia sociale e il pensiero critico. Nell’incontro si proporranno alcuni esercizi di riflessione come linee guida per perplessi non disponibili ad accettare risposte semplici a domande complesse.
Il primo imperativo: capire cosa è accaduto. Il secondo imperativo: elaborare un’idea di politica partecipata. Dentro la nuova sinistra le parole chiave dovrebbero essere: partecipazione, cultura, formazione permanente.

E’ vitale uscire dal ‘campo chiuso’ di una idea oligarchica della politica. Occorre un’invasione di campo! Soprattutto da parte dei giovani che, come ricordava l’indimenticabile Sandro Pertini, non hanno bisogno di prediche, ma di esempi di onestà, competenza, coerenza etica, coraggio politico.
I partiti di sinistra devono riformarsi e accettare un confronto e un’alleanza alla pari con sindacati, associazioni, movimenti, liste civiche che sono cresciuti in questi anni dando vita ad una originale esperienza di ‘autonomia politica del sociale’. In estrema sintesi, si tratta di raccogliere l’invito di una grande personalità  della sinistra politica e intellettuale del secolo scorso, Claudio Napoleoni: “Cercate ancora!”

 

L’incontro è promosso dalla Biblioteca Popolare Giardino

Sgozzati ancora coscienti: Animal Equality rivela le illegalità all’interno di un macello di maiali a Cremona 

Sgozzati ancora coscienti: Animal Equality rivela le illegalità all’interno di un macello di maiali a Cremona

>> VIDEO INCHIESTA CON BLUR: https://em94.short.gy/r0iYtY

>> VIDEO INCHIESTA SENZA BLUR: https://em94.short.gy/oQEJVh

>> FOTO INCHIESTA: https://em94.short.gy/ceXmfJ

Milano, 25/10/2024 – Dopo il servizio trasmesso in esclusiva ieri in prima serata dal TgR Lombardia, il team investigativo di Animal Equality rilascia oggi una nuova inchiesta realizzata tra 2023 e 2024 che documenta cosa accade all’interno del macello dell’azienda Belli, con sede a Trigolo, in provincia di Cremona, dove ogni anno vengono macellati migliaia di maiali. Secondo quanto documentato attraverso una telecamera nascosta e il parere del veterinario Enrico Moriconi, all’interno del macello sono state riscontrate varie violazioni della legge italiana sul benessere animale.

Nel corso di due diversi monitoraggi in un anno, Animal Equality ha documentato continui e ripetuti maltrattamenti da parte degli operatori del macello a discapito dell’incolumità fisica e psicologica degli animali e in contrasto con la legge vigente. In particolare, l’inchiesta rivela un maneggiamento degli animali da parte del personale in azienda tale da generare stress psicologico e sofferenza fisica, una conformazione strutturale incapace di prevenire sofferenze non necessarie e molteplici casi di animali risultati ancora coscienti a seguito della procedura di stordimento e durante l’uccisione con taglio della giugulare.

I maiali, dai primi mesi di vita all’età adulta, sono ripresi in momenti di sofferenza fisica e psicologica durante tutte le fasi di produzione. Nel corso dell’inchiesta sono stati documentati questi principali ritrovamenti:

  • Maiali coscienti, che lottano per stare in piedi dopo lo stordimento elettrico e il taglio della gola, sono stati filmati mentre respirano, sbattono le palpebre e urlano di dolore muovendosi lungo il nastro trasportatore del macello;

  • Dopo essere stato stordito e sgozzato, un maialino si è rialzato e ha iniziato a camminare mentre il sangue sgorgava dal collo. In un altro caso, un lavoratore ha tenuto fermo un maiale che urlando lottava per stare in piedi dopo che gli era stata tagliata la gola due volte.

  • Vari maiali sono stati costretti a entrare insieme nella gabbia di stordimento, una gabbia progettata per un solo animale. Gli operatori hanno colpito i maiali che non erano entrati abbastanza velocemente sbattendo loro contro la porta metallica della gabbia.

Il veterinario ed ex Garante per i Diritti Animali della Regione Piemonte Enrico Moriconi ha esaminato i filmati di Animal Equality e ha dichiarato: “Nel macello le pratiche eseguite comportavano la sofferenza degli animali, indotta dal comportamento volontario degli addetti che non si curavano di verificare atteggiamenti indicanti sofferenza negli animali per cui non ne mettevano fine, come avrebbero potuto fare, ma continuavano nelle loro mansioni. Nel macello si verificavano delle situazioni nelle quali era evidente la sofferenza degli animali, dovendo sottolineare che le norme relative alla pratica prescrivono espressamente di seguire modalità atte a escludere la sofferenza degli animali”.

Secondo la legge sul benessere degli animali, provocare dolore, angoscia o sofferenze evitabili sono atti alla base dell’accusa penale di “trattamento crudele”. In base alle modalità di gestione, stordimento e macellazione degli animali analizzate, Animal Equality ha quindi sporto denuncia verso l’azienda Belli con il supporto dell’avvocato penalista Glauco Gasperini.

“Le immagini raccolte non devono trarre in inganno: non si tratta di un caso isolato. Come abbiamo documentato in tanti anni di investigazioni, infatti, le leggi che vietano di maltrattare e provocare sofferenze inutili agli animali all’interno dei macelli non sono rispettate. Al contrario, l’industria zootecnica sfrutta sistematicamente gli animali, trattati come merci per massimizzare il guadagno” dice Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia.

Animal Equality

Animal Equality è un’organizzazione internazionale che lavora con la società, i governi e le aziende per porre fine alla crudeltà verso gli animali d’allevamento. Animal Equality ha uffici negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, Italia, Spagna, Messico, Brasile e India.

Fame, bombe e sfollamenti forzati:
le armi del governo israeliano contro Gaza, Libano e…
Sullo sfondo emerge il grande business della guerra

Fame, bombe e sfollamenti forzati: le armi del governo israeliano contro Gaza, Libano e… sullo sfondo emerge il grande business della guerra

Articolo originale su Peacelink del 22 ottobre 2024

Netanyahu ha bombardato ospedali e scuole, fatto morire di fame bambini, distrutto infrastrutture e alloggi e reso la vita invivibile a Gaza

“Israele inizia ad attuare il piano per la carestia nel nord di Gaza affermano i gruppi per i diritti umani”. Con questo titolo, il Financial Times introduce il “Piano dei Generali” proposto dal generale in pensione Giora Eiland insieme a un gruppo chiamato The Reservist Commanders and Combat Soldiers Forum.

In sostanza il piano suggerisce di imporre un assedio completo sulla Striscia di Gaza settentrionale fino alla resa dell’ultimo combattente di Hamas o alla sua morte per fame. [Qui]  Infatti lo scopo principale del piano prevede non solo l’uso della forza militare contro la popolazione civile nel sud e nel nord di Gaza, ma, come ha evidenziato il responsabile del Programma alimentare mondiale “A Gaza nord non arriva cibo dal 1° ottobre. A Gaza manca tutto, i bambini non hanno acqua né cibo. Le famiglie sono state evacuate anche 8 volte, vivono sul marciapiede”.

Ovvero l’esercito israeliano sta conducendo un’operazione militare che prende di mira infrastrutture civili e rifugi degli sfollati, incuranti del fatto che lo sfollamento forzato di una popolazione civile costituisce una grave violazione del diritto internazionale se non è giustificato da circostanze estreme, e se non considera adeguatamente la sicurezza e la dignità dei civili. Ugualmente impedire l’accesso della popolazione agli aiuti umanitari è in contrasto con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale, il cui rispetto è obbligatorio per tutti.

Secondo alcuni esperti militari l’approccio del governo Netanyahu è privo di qualsiasi pensiero strategico: a guidare le azioni di Israele a Gaza piuttosto che in Libano o Cisgiordania è il pensiero di Eiland che impone l’uso della forza militare e della fame come arma. A questo punto è legittimo sostenere che la (non) strategia del governo Netanyahu sia quella di compiere il genocidio del popolo palestinese. [Qui][Qui]

Il 27 settembre l’esercito israeliano sgancia quintali di bombe BLU-109 fornite dagli Stati Uniti con kit di guida JDAM. Queste bombe da 2.000 libbre (907 kg), note anche come bunker busters, sono state progettate per penetrare strutture sotterranee fortificate e dotate di micce ritardate per detonare dopo aver penetrato i bunker presi di mira. L’attacco ha causato la morte del capo di Hezbollah Hassan Nasrallah insieme a vittime militari e civili.

Sebbene le bombe bunker busters non siano vietate dal diritto internazionale, il loro utilizzo in aree densamente popolate solleva preoccupazioni etiche per quanto riguarda le potenziali vittime civili. Le Convenzioni di Ginevra sottolineano l’importanza di evitare danni ai civili rendendo controverso l’impiego di tali bombe quando utilizzate in ambienti urbani.

Un funzionario del Pentagono, rimasto anonimo, ha dichiarato al Washington Post che “non aveva mai visto così tante bombe usate contro un singolo obiettivo come nell’attacco a Nasrallah”[Qui]. L’attacco è seguito a una costante escalation con un numero impressionante di vittime e allo sfollamento più di 1,2 milioni di persone, circa un quarto della popolazione del paese.

Gli ordini di evacuazione israeliani ora coprono un quarto del territorio libanese. È la più grande crisi di sfollamento del Libano fino ad oggi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rivolto alla popolazione libanese tramite video, ha dichiarato: “Avete l’opportunità di salvare il Libano prima che cada nell’abisso di una lunga guerra che porterà alla distruzione e alla sofferenza come vediamo a Gaza”. [Qui]

Un mese fa, il senatore democratico Bernie Sanders decide di presentare una legge per bloccare una vendita di 20 miliardi di dollari in armi offensive a Israele, perchè “il governo estremista del primo ministro Netanyahu non ha semplicemente intrapreso una guerra contro Hamas. Ha intrapreso una guerra totale contro il popolo palestinese, uccidendo più di 41.000 palestinesi e ferendone più di 95.000 – il 60% dei quali sono donne, bambini o anziani. Netanyahu ha bombardato ospedali e scuole, fatto morire di fame bambini, distrutto infrastrutture e alloggi e reso la vita invivibile a Gaza. Gli Stati Uniti devono porre fine alla loro complicità in questa atrocità”. Altri membri del Congresso hanno anche chiesto un embargo sulle armi. [Qui]

Sempre a settembre migliaia di cercapersone, walkie-talkie e altri dispositivi esplodono in Libano mutilando centinaia di persone e uccidendone altre decine. Si è trattato di un attacco terroristico (va oltre il concetto di guerra ibrida) su larga scala ad opera del Mossad (agenzia di intelligence e servizio segreto israeliano) che ha preso di mira membri di Hezbollah.

I cercapersone esplosi contenevano batterie contenenti una piccola quantità di pentaeritritolo tetranitrato, o PETN, un alto esplosivo, che era incorporato nel processo di produzione delle batterie. Il PETN è una polvere non volatile ed è molto difficile da rilevare in piccole quantità, soprattutto se incapsulato nel corpo plastico di una batteria. I dispositivi sarebbero esplosi alla ricezione di un messaggio specifico (coded). [Qui]

Nel mese di ottobre si susseguono attacchi violenti contro Gaza, Cisgiordania e Libano, infine con l’Iran, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e la forza di interoposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL)[Qui][Qui]

Il mese di ottobre è cominciato con il lancio da parte dell’Iran di oltre 180 missili balistici contro obiettivi all’interno di Israele. L’attacco, che viene rivendicato come reazione all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh e del capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, rivela diversi problemi del sistema antimissile israeliano sebbene sui principali media si sia scritto che i sistemi Arrow 2 e Arrow 3, più dell’Iron Dome, abbiano difeso sufficientemente il territorio. [Qui]

Come riporta il Daily Telegraph, i missili iraniani sono stati molto efficaci: 30, tutti ipersonici, sono riusciti a passare attraverso l’area dell’Iron Dome e hanno colpito i loro obiettivi causando danni reali. Israele si trova a dover risolvere il problema del numero e del costo degli intercettori contando sempre sull’aiuto militare e logistico degli USA. [Qui]  

Aiuto che è arrivato poiché, stando a quanto affermato dalla Casa Bianca in una nota, il presidente Biden aveva ordinato all’esercito statunitense di supportare la difesa di Israele contro gli attacchi iraniani abbattendo i missili che prendevano di mira Israele, e parrebbe aver convinto Netanyahu a tenere una risposta limitata con l’Iran, prendendo di mira solo le strutture militari e non i siti nucleari, o quelli petroliferi.

Tuttavia per Biden si presenta un’altra grana per la fuga di informazioni dagli Stati Uniti sui piani di Israele per l’Iran. La Casa Bianca ha dovuto avviare un’indagine sulla fuga di notizie di due presunti documenti dell’intelligence che descrivevano nel dettaglio i preparativi di Israele per un potenziale attacco all’Iran nei prossimi giorni. I documenti, visionati dal Telegraph, includono interpretazioni di immagini satellitari che sembrano essere state preparate di recente dalla National Geospatial-Intelligence Agency (NGA) e analizzano le informazioni raccolte dai satelliti spia statunitensi e dalla National Security Agency[Qui] 

Per decidere come continuare a sostenere Ucraina e Israele, alla luce delle elezioni presidenziali e all’uccisione avvenuta il 17 ottobre del leader di Hamas Yahya Sinwar, il 18 a Berlino si sono incontrati Joe Biden, Olaf Scholz, Emmanuel Macron e Keir Starmer. Di fatto le guerre in Ucraina, Gaza, Cisgiordania, Libano e poi ancora Iran continuano sempre più violente, così come i massacri della popolazione civile, ma continua anche la farsa di USA e Europa, che si indignano a parole ma nei fatti non fermano la macchina distruttrice di Israele.

Abbiamo una Europa sempre più debole e spostata a destra, e una America che, in attesa del risultato delle votazioni presidenziali, cerca di difendere un ordine mondiale basato ambiguamente su delle regole collassate nei fatti.

In questo gioco il governo italiano ha un ruolo marginale sprofondando lentamente nelle sue stesse contraddizioni. Lo si vede nella debole difesa dell’UNIFIL, di cui l’Italia ha il comando del Settore Ovest, dagli attacchi di Israele: come per le altre azioni dell’esercito israeliano, anche le offensive contro le forze di pace rappresentano violazioni del diritto internazionale. Nelle situazioni di conflitto tutte le fazioni coinvolte hanno l’obbligo di tutelare il personale ONU e rispettare l’inviolabilità delle sedi.

Pochi giorni dopo uno dei tre droni lanciati dal Libano colpisce la residenza privata del premier israeliano a Cesarea, da lì la risposta israeliana uccide almeno 87 persone nel nord di Gaza durante un attacco aereo colpendo diverse case e un edificio residenziale nella città di Beit Lahiya. L’attacco viene condannato dal governo dell’Arabia Saudita [Qui] e [Qui]

Sullo sfondo emerge il grande business della guerra: le guerre in Ucraina e a Gaza aumentano il valore dei principali produttori di armi. Secondo il rapporto della società di consulenza finanziaria e strategica Accuracy (come lo Stockholm International Peace Research Institute), le sette maggiori società europee sono aumentate di più sul mercato azionario dall’inizio dell’invasione russa, ma le loro controparti americane valgono più del doppio.

Le aziende statunitensi sono Honeywell International, RTX Corporation, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics, L3Harris e Huntington Ingalls. Per quanto riguarda l’Europa, le aziende incluse nello studio sono la francese Safran, Dassault Aviation e Thales; la britannica BAE Systems; la tedesca Rheinmetall; l’italiana Leonardo e la norvegese Kongsberg Gruppen.

In termini di fatturato, le aziende americane sono cresciute del 27,47% (14,1 miliardi di euro) tra il primo trimestre del 2021 e il primo trimestre del 2024, mentre le vendite europee sono cresciute del 28,82% (6,8 miliardi di euro) tra l’ultimo trimestre del 2023 e l’ultimo del 2021. Lo scorso anno le vendite delle sette aziende americane sono state pari a 246,2 miliardi di euro, mentre le aziende europee hanno registrato 102,3 miliardi di euro di fatturato. Per finire nel rapporto Finanza per la guerra. Finanza per la pace [Qui]  apprendiamo che i l’industria militare sarebbe responsabile di oltre il 40% della corruzione mondiale.

Un caso è quello della RTX Corporation che dovrà pagare quasi 1 miliardo di dollari per aver frodato il Dipartimento della Difesa, probabilmente per aver corrotto un funzionario del Qatar in relazione ai sistemi missilistici Patriot, un sistema radar, e ad altri servizi di difesa.

L’appaltatore della difesa è stato inoltre multato per 200 milioni di dollari per l’esportazione non autorizzata di tecnologia di difesa in Cina, Russia, Iran e altrove. La sua ammissione di colpa è servita per mantenere buoni rapporti con il Pentagono.

“Sebbene questa sia una delle sanzioni più grandi nella memoria recente, non è un incidente isolato con i contractor della difesa. Ad esempio, all’inizio di quest’anno Lockheed ha risolto una causa per 70 milioni di dollari per risolvere il problema del sovrapprezzo dei componenti alla Marina. Nel frattempo, Boeing, nel settore aerospaziale commerciale, ha pagato circa 487 milioni di dollari relativi alla certificazione 737 MAX” ha affermato Rich Pettibone di Forecast International[Qui] 

Come si può leggere nel sito dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, principale organismo delle Nazioni Unite, “Le armi avviano, sostengono, esacerbano e prolungano i conflitti armati, così come altre forme di oppressione, quindi la disponibilità di armi è una precondizione essenziale per la commissione di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani, anche da parte di aziende di armamenti private”.

RTX è una delle tante aziende che sta aumentanto vorticosamente i propri profitti grazie alla guerra a Gaza in particolare. Certo è in buona compagnia: BAE Systems, Boeing, Caterpillar, General Dynamics, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Oshkosh, Rheinmetall AG, Rolls-Royce Power Systems, RTX e ThyssenKrupp (senza dimenticare l’Italiana Leonardo solo per citare le più grandi).

Ma “anche le istituzioni finanziarie che investono in queste aziende di armi sono chiamate a rendere conto. Investitori come Alfried Krupp von Bohlen und Halbach-Stiftung, Amundi Asset Management, Bank of America, BlackRock, Capital Group, Causeway Capital Management, Citigroup, Fidelity Management & Research, INVESCO Ltd, JP Morgan Chase, Harris Associates, Morgan Stanley, Norges Bank Investment Management, Newport Group, Raven’swing Asset Management, State Farm Mutual Automobile Insurance, State Street Corporation, Union Investment Privatfonds, The Vanguard Group, Wellington e Wells Fargo & Company, sono invitati ad agire.

L’incapacità di prevenire o mitigare i loro rapporti commerciali con questi produttori di armi che trasferiscono armi a Israele potrebbe passare dall’essere direttamente collegati alle violazioni dei diritti umani al contribuire a esse, con ripercussioni per la complicità in potenziali crimini atroci, hanno affermato gli esperti”. [Qui] 

Storie in pellicola / “OZI: la voce della foresta”

Proiettato, fuori concorso, durante la serata di anteprima del Ferrara Film Corto Festival “Ambiente è Musica”, il 22 ottobre, presso Notorious Cinemas, “OZI: la voce della foresta” di Tim Harper, è un intenso e delicato lungometraggio prodotto da Leonardo DiCaprio e Mike Medavo, con le voci di Amandla Stenberg, Laura Dern, Djimon Hounsou e Donald Sutherland. Una sorta di favola ecologista, oggi al cinema.

Leonardo DiCaprio, attore di fama internazionale, è noto per il suo impegno in difesa dell’ambiente e ha spesso utilizzato la sua figura per sensibilizzare sulla crisi climatica e l’importanza di un’esistenza pacifica e rispettosa tra esseri umani e natura. Impegno che lo ha portato a rappresentare le Nazioni Unite come ambasciatore contro i cambiamenti climatici. Nel 2016 è stato diffuso il documentario Before the flood – punto di non ritorno, nel quale l’attore ha intervistato Papa Francesco e Barack Obama per parlare di cambiamenti climatici e dell’importanza di azioni concrete per fronteggiare un mondo in crisi. Ha anche prodotto molti documentari su tematiche ambientali e sociali di rilievo, tra cui The Loneliest Whale (2021) e Cowspiracy – Il segreto della sostenibilità ambientale (2014) o Sea of Shadows: Trafficanti di mare (2019).

Ambientato nella foresta pluviale – accompagnato da un intenso brano scritto da Diane Warren, One Heart (Can Change the World) interpretato magnificamente da Tiwa Savage , il film racconta la storia di Ozi, un piccolo orangotango che vive sereno e felice con i genitori, fino a quando l’intervento dell’uomo distrugge la sua casa.

Ruspe e incendi parlano di un Antropocene che non perdona.

Ozi viene salvata da volontari che gestiscono un’oasi per orangotanghi orfani. Dopo tante iniziali paure e tanta confusione, il piccolo impara a comunicare con la lingua dei segni, diventando virale e amata online. Un piccolo e potente influencer si nasconde in lui.

Scopre che i genitori potrebbero essere vivi e parte alla loro difficile ricerca in un paesaggio ferito, devastato e distrutto dalla deforestazione.

“Non è un film contro ‘la produzione di olio di palma’. Quello che ci stava a cuore era dimostrare che quando il mondo commerciale si scontra con l’ambiente è necessario fermarsi a riflettere”, hanno spiegato i produttori. “Come fa Ozi, tutti noi dobbiamo chiedere conto ai governi e alle corporazioni, farli riflettere sulle loro azioni sia a breve che a lungo termine. La difficile situazione dell’orango, uno dei nostri parenti più prossimi, dovrebbe essere un campanello d’allarme”.

Ozi decide di far sapere al mondo cosa sta accadendo alla sua casa e al suo mondo, determinata a fare una grande differenza. Usando il potere dei social.

Presentato al Giffoni Film Festival, Ozi – La voce della foresta è un vero e proprio invito a lottare per un mondo e un futuro più sostenibile, una protesta contro il consumo umano e lo sfruttamento della natura. Un invito ad agire.

Con un linguaggio intellegibile a tutti, soprattutto ai più giovani.

E, soprattutto, partendo da una domanda. Cosa direbbero gli animali sul loro invadente vicino di casa, se potessero parlare?

UN DATO …

Le foreste, che rappresentano il 31% delle superfici terrestri (4 miliardi di ettari), sono essenziali per la sostenibilità ambientale e sociale. Negli ultimi 30 anni la superficie forestale a livello mondiale si è ridotta di oltre 420 milioni di ettari, con un ritmo, che dal 2010, è di circa 4,7 milioni di ettari all’anno (fonte WWF).

Secondo i dati del World Resource Institute e del Global Forest Watch in Forest Pulse: The Latest on the World’s Forests, nel 2023, la perdita totale delle foreste tropicali primarie è stata di 3,7 milioni di ettari. Questa cifra rappresenta una diminuzione del 9% rispetto al 2022, ma la frequenza di perdita rimane comparabile agli anni precedenti.

ANATOPOS
perdere il proprio luogo di appartenenza fisica

Anatopos:  perdere il proprio luogo di appartenenza fisica.

Anatopos, ovvero il senso di perdita del luogo, legato al sé, della sua dislocazione geografica, temporale e culturale.

Sta succedendo. L’Italia dai mille borghi antichi, l’Italia del Rinascimento, con le sue piazze ed i suoi palazzi nobiliari e mercantili, l’Italia di Leonardo, Raffaello, Garibaldi e Manzoni, sta scomparendo dalle nostre menti.

Il segno del comando

Il passato non basta più, è oramai un vago souvenir per turisti, italiani o stranieri che siano. Un senso vago, per ora, di non appartenenza – Anatopos, appunto – si sta diffondendo a macchia d’olio, specie tra le giovani generazioni, ma anche tra i Boomers, i nati tra il 1946 ed il 1964, cresciuti durante lo sviluppo economico.

Con inutile e vuoto senso della memoria, rappresentano la maggioranza su alcuni social, come Facebook, dove postano con struggente nostalgia oggetti e, soprattutto, trasmissioni televisive della loro infanzia ed adolescenza, gli anni Settanta e Ottanta, da Il segno del comando fino a Mork & Mindy, come ne andasse della loro vita. Serie televisive citate con smisurato senso del rimpianto, riferito ad un’epoca che non può tornare.

Il nulla avanza anche attraverso la delocalizzazione, insita nell’annullamento dello spazio fisico, creata dal web. Jean Baudrillard ha ben descritto questo fenomeno, per cui una lettera cartacea da Roma a New York, impiegava comunque settimane, concretizzando in questo lasso temporale, l’effettiva distanza tra le due città. Distanza annullata dalle email, che trasmettono all’istante le nostre parole ed immagini, cancellando ogni declinazione temporale, quindi anche spaziale.

La realtà fisica va scomparendo o meglio subisce l’attacco frontale del cambiamento climatico. Si veda il caso delle recenti e continue alluvioni, della schiuma bianca presente in mare per molti chilometri quadrati, al punto che non lo si riconosce più. Il territorio padano, tra i più ricchi in Italia, è continuamente invaso dall’acqua, che modifica o peggio, cancella i tratti fisici portanti: strade, filari, campagne, antiche e nuove case coloniche. Presto non se ne parlerà più, ma se non si prendono massicci provvedimenti, diverrà una triste consuetudine, nemmeno riconosciuta dall’attuale Governo, che non ha stanziato nulla per gli alluvionati, nella recente manovra economica.

A fronte dell’inesorabile declino mondiale della realtà fisica, tra deforestazione selvaggia, estinzione di specie animali, e prelievo feroce delle risorse minerarie, allo scopo di produrre smartphone sempre più avanzati, l’alternativa inevitabile, verso cui stiamo correndo, è la realtà virtuale o meglio, aumentata – termine che vorrebbe indicarne l’estrema valenza e positività. Ben presto, sostituirà la realtà fisica, sempre più degradata, creando un mondo in cui la forma delle percezioni sarà alterata per sempre.

Lo è già in fondo. Vedo ogni giorno i miei studenti, ma osservo anche le persone nei luoghi pubblici, giocare in continuazione, per ore intere, se non ci si oppone, ai videogiochi che propone la rete, oppure far scorrere velocemente sullo schermo, scrollare (scrolling) è il neologismo corrispondente, le immagini dei brevissimi video (reel), che propongono Tik Tok e Istagramma anche Facebook che, all’interno della sezione notizie, ha attivato uno spazio riassuntivo dei video presenti sui due social sopraccitati.

L’Anatopos è un senso di smarrimento del proprio luogo di appartenenza fisica e, come tale, è dato anche dall’omologazione, dall’appiattimento della cultura, dovuto all’estrema autoreferenzialità del fruitore medio dei social, convinto di poter intervenire, con competenze che non possiede, su ogni argomento, creando discussioni inutili, dove le differenze rafforzano soltanto una reciproca voglia di prevalere sull’altro.

Il risultato equivale al nulla. Milioni di parole inutili e vuote stagnano in rete, confondendosi con quelle dotate di senso, deprivandole di significato ed importanza sociale. L’immagine migliore che si può dare, è quella di un’enorme orchestra sinfonica, che dovrebbe eseguire la Nona di Beethoven, ma poiché è senza spartito alcuno, volendo comunque suonare, produce un frastuono, una cacofonia inenarrabile, in quanto ogni strumento suona per conto suo.

Lo stesso effetto produce il bombardamento eccessivo di informazioni da parte dei media, lasciando esterrefatto ed attonito il lettore/spettatore medio, incapace di scegliere, o comunque in grande difficoltà nel farlo, al punto che spesso si rifiuta di farlo, mantenendo così certezze errate e altamente personali e destabilizzanti per il vivere civile. Una modalità totalmente deleteria per la libera circolazione, e l’efficace diffusione, della cultura, intesa qui come stimolo all’arricchimento del libero pensiero.

Infine, anche le guerre atroci e senza senso alcuno, in Ucraina e nella striscia di Gaza, contribuiscono a creare la sensazione di spaesamento tipica dell’Anatopos. Creano un senso di minaccia per l’Umanità, più o meno percepito, capace di generare impotenza ed instabilità, anche a livello spaziale, fisico, capaci come sono di unire e disunire, allo stesso tempo, l’opinione pubblica mondiale. Scavano una trincea, si arroccano ormai nella Terra di nessuno, poiché denotano l’impotenza del singolo, e richiamano paure ancestrali, in grado di distruggere e delocalizzare per sempre, qualunque luogo.

In copertina:  Blackhole (buco nero),Lorenzo Marini, Memphis 2023

Per leggere gli altri articoli, racconti di Stefano Agnelli clicca sul nome dell’autore

Parole a capo /
Daniele Cerioni: “Il ragno non indossa scarpe da ginnastica” e altre poesie

In natura non ci sono né ricompense né punizioni: ci sono conseguenze.”
(Robert Green Ingersoll)

 

Da un semino nasce una piantina

Da un semino nasce una piantina,
fragile germoglio.
Sono io un anno fa.
Un piccolo stelo verde,
tenue, delicato.
Ora il mio tronco è più robusto.
adesso, col tempo, lasciatemi fiorire.

 

*

 

 I vecchi fioriscono in inverno, come i ciclamini

La vita è fatta di piccole emozioni
che non riusciamo a percepire,
di piccole felicità e di piccoli
momenti di gioia.
Ma noi giovani non ne teniamo conto
o forse non ce ne rendiamo conto
della felicità che ci tiene vivi
fino a che la nostra anima non ci abbandoni.
Dobbiamo invecchiare per vivere a fondo
questi piccoli godimenti.
Ecco perché i vecchi fioriscono
come i ciclamini:
i vecchi non fioriscono in primavera
come gli altri fiori.
I vecchi fioriscono in inverno
E come i ciclamini gioiscono
ma a testa in giù.
E si svegliano presto la mattina
perché sanno che il tempo è breve.
E il tempo non lo sprecano più.
Il tempo li minaccia ogni giorno.
Io, che ho i primi capelli bianchi e sono
a metà della mia vita
comincio a capirlo
che sto cominciando ad andare via.
Ma i vecchi son come le foglie in autunno
Restano aggrappati ai rami come aggrappati
sono a questo mondo
e non vogliono abbandonare questo ramo
che simboleggia la vita.
Che questo ci sia da lezione…
Impariamo dai vecchi.
Ed Io che sono ancora un girasole
e sto in mezzo al campo con la testa all’insù,
mangio i raggi del sole
in questa mia stagione estiva
che fa bene ai miei capelli,
ai miei petali.
Ti assicuro e ti prometto che non perderò più tempo
e darò importanza al tempo
e a queste insignificanti piccole felicità
della vita, che, purtroppo, non dura mille anni.
Perché i vecchi fioriscono in inverno
come i ciclamini
e lo sanno
che domani potrebbe venir il gelo.
E lì se ne stanno con la testa all’ingiù
Con una lacrima sul viso
e tristezza solo un velo.
Si svegliano presto al mattino
perché sono coscienti della loro sorte.

Ed è così ingannano la morte

 

*

 

Il ragno non indossa scarpe da ginnastica

 

Lascialo andare,
lascialo andare,
ma non vedi che ti sta implorando
di lasciargli salva la vita?
Non lo schiacciare.
Anche se ti fa impressione.
Forse non ti piace il fatto
che ha otto zampe e otto piedi?
Non ti piacciono i suoi denti?
Sappi che non indossa scarpe da ginnastica, quindi
prenderti a calci non può
e nemmeno morderti.
Ricorda.
La sua vita ha un valore.
Come ha valore la tua.
Tutti gli esseri viventi hanno
diritto a vivere in libertà.
Non schiacci la farfalla perché ha dei bei colori,
non schiacci la coccinella perché porta fortuna.
Perché vuoi schiacciare proprio il ragno?
Che i più dicono porti guadagno?
Lascialo andare,
lascialo vivere, te ne sarà grato e te ne sarà grata la natura.
E se poi, vuoi farlo davvero felice, regalagli quattro paia
di scarpe da ginnastica,
ma a strappo.

Perché il ragno, ahimè, non ha mani per allacciarsele.

 

*

 

Il ciuffetto d’erba e la gocciolina di acqua salata

 

Ahimè, sono insignificante,
non conto niente,
sono solo un misero ciuffetto d’erba,
nessuno mi ammira come fanno con le rose e
le api non si posano su me.
Anzi,
vengo più volte calpestato
da chi passeggia
o viene a giocare a palla sul prato.

Pensi davvero di essere futile, banale e privo di interesse?
Guardati e
guarda il tuo bel colore.
Sei verde e tu insieme ai tuoi fratelli doni il colore ai prati.
Le mucche si cibano di te e grazie a te
loro produrranno tanto latte.

Io non sono che una piccola gocciolina di acqua salata,
eppure sono fondamentale.
Perché il mare e gli oceani sono formati da tante piccole “me”.

Da soli forse sembriamo nulla,
ma messi tutti assieme creiamo qualcosa che incanta e spaura,

creiamo Madre Natura

 

Daniele Cerioni (1979) è un poeta e favolista nato a Frascati. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università “Sapienza” di Roma. Cresciuto ascoltando e apprezzando i più famosi cantautori italiani e da sempre appassionato di poesia, spinto da un’irrefrenabile voglia di esprimersi, inizia a scrivere testi nel lontano 2007, anno nel quale scrive dieci poesie; poi qualcosa si rompe e ricomincerà ad elaborare nuovi testi solamente nel marzo 2020, in piena pandemia da Covid-19. Durante il lock down trova il tempo e l’ispirazione per poter stendere numerosi componimenti presenti nella sua prima opera “Pensieri(in)versi”.
Oggi Daniele, dopo la pubblicazione de “La libertà delle farfalle“, PAV Edizioni, 2024, continua a scrivere le sue poesie e sta allargando la sua produzione anche al campo della scrittura dedicata ai più piccoli.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 255° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Affitti crescenti e salari stagnanti: un cappio sempre più stretto

Affitti crescenti e salari stagnanti: un cappio sempre più stretto.

Nella nuova manovra del Governo c’è un dettaglio che spiega molto di quanto sta avvenendo nel mercato del lavoro italiano: un fringe benefit fino a 5mila euro annui per quei lavoratori assunti che, per lavorare, spostano di oltre 100 km. la propria residenza. Una misura suggerita dalla Confindustria che è spaventata da quanto sta avvenendo. Vediamo perché.

Fin dagli anni ’70 studi e sindacati misero in luce che nelle grandi città i lavoratori (ancor più quelli con bassi salari), rischiavano, a causa dell’alto costo degli affitti, di diventare lavoratori poveri. Chi poteva faceva un mutuo per una casa di proprietà. E qui si spiega perché, specie in Italia, è cresciuto in modo enorme il numero di proprietari e si è ristretto il mercato degli affitti.

Da qui sono nati i programmi di edilizia pubblica e gli accordi con i proprietari per affitti calmierati. Col tempo questi temi sono finiti ai margini, anche per la “vulgata” che la classe operaia non esistesse più.

Oggi a lanciare l’allarme su questo tema è la Confindustria, che vede salire dalle proprie imprese un grido di “dolore” in quanto non si trovano più giovani lavoratori italiani disposti a lavorare in città dove gli affitti sono elevati, mettendo a repentaglio la stessa nostra manifattura, che è la base della ricchezza della nazione. E intanto scopre che dal 2011 al 2023 sono 550mila i giovani italiani dai 18 a 34 anni che si sono trasferiti all’estero  – ma secondo la Fondazione Nord Est le cifre reali sono 1,5 milioni (I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero, 2024) – mentre sono solo 70mila gli ingressi di questa fascia di età dai paesi avanzati in Italia, che risulta ultima in Europa per capacità di attrarre giovani dall’estero. Al Nord il 35% dei giovani è pronto ad andare all’estero per migliori opportunità di lavoro (25%) o di studio (19%).

Incide ovviamente anche il calo demografico e il fatto che oggi un giovane diplomato o laureato ha due genitori, almeno una zia/o senza figli e l’aspetta un’eredità, per cui è meno disposto a “tribolare” per lavorare, se il salario che porta a casa è basso e metà di esso serve per pagare l’affitto. Invece molti immigrati sono disposti a pesanti sacrifici: come quei riders che l’altro giorno nella civile (almeno un tempo) Bologna hanno pedalato fino all’una di notte con l’acqua fino alle caviglie per portare cibo a bolognesi che non solo non gli hanno dato un cent di mancia ma neppure li hanno ringraziati del servizio – una società di consegna (Just Eat) ha chiuso il servizio in quel giorno di bufera per salvaguardare l’incolumità dei suoi riders.

Dice lo studio della Confindustria [1] a pag. 97: “Il costo dell’alloggio, sia in termini di affitto che di acquisto, è un fattore chiave nella decisione di una persona o famiglia di trasferirsi per lavoro in un’altra area geografica. Quando i costi di alloggio in una determinata zona non riflettono adeguatamente le differenze di produttività e di salari offerti in quella regione, questo ostacola la mobilità territoriale. In un mercato ideale, infatti, i costi di affitto o di acquisto dovrebbero essere proporzionati al livello di produttività della regione e quindi ai salari medi. Prezzi delle case troppo alti rispetto alla produttività, anche in zone dove vi è alta domanda di lavoro e opportunità di occupazione, creano una barriera per i lavoratori che potrebbero essere disposti a trasferirsi in tali aree.” In sostanza si dice che questo fenomeno blocca lo sviluppo anche delle aree più avanzate, poiché trasferirsi in zone più “ricche” diventa proibitivo. Per le imprese di queste aree il rischio è la carenza di personale, mentre dove manca il lavoro (Sud, aree marginali) c’è disoccupazione. Più crescono le disparità regionali, più la somma di carenza di personale (in aree ricche) e disoccupazione (in aree povere) crea una miscela esplosiva. E l’Italia, avendo le maggiori disparità regionali di tutta l’Europa (Lombardia, Trentino, Emilia, Veneto sono ai primi posti nelle oltre 400 aree europee e le regioni più povere sono agli ultimi), rischia più di tutta Europa. Un esempio di come le disuguaglianze riducono lo sviluppo di un paese e del benessere di tutti, come a lungo hanno spiegato gli studi di vari economisti (J. M. Keynes, Federico Caffè, Giorgio Fuà[2], Paolo Leon, ….).

Da tempo nelle grandi città del Nord il mercato immobiliare (affitti e acquisti) era diventato molto costoso e non proporzionato ai salari medi, soprattutto dei giovani lavoratori, ma l’arrivo della “modernità” e delle multinazionali degli affitti brevi a favore di turisti ha fatto esplodere il problema, con tanto di manifestazioni di cittadini contro i turisti e di lavoratori che non riescono più ad abitare in città (neppure in periferia) dove i prezzi sono alle stelle e rinunciano al lavoro nonostante abbiano vinto concorsi nella pubblica amministrazione; con ciò mettendone in crisi la funzionalità, peraltro ulteriormente falcidiata dai tagli del Governo (blocco del turn over al 75% e 5,2 miliardi in meno per i Ministeri nel 2025).

La trappola della mobilità

Al Sud e in province deboli del Centro e Nord (come Ferrara) invece i costi di alloggio sono inferiori, ma ci sono scarse opportunità di lavoro e ciò porta ad una “trappola della mobilità”, con un pendolarismo crescente in auto e treni super affollati (e relativi ritardi) che peggiora la qualità di vita dei lavoratori.

Sono lontani gli anni in cui Adriano Olivetti apriva filiali al Sud con locali belli e spaziosi[3], anche perché le stesse aziende (che poi si lamentano) quotate in borsa oggi distribuiscono l’80% dei profitti agli azionisti (fonte Indagine Mediocredito, 2024) anziché investirli in azienda e si insediano nelle grandi città dove ci sono fornitori e clienti e il dialogo è faccia a faccia, nonostante si sia nell’era di internet[4]. Questa trappola della mobilità rende così strutturale la disoccupazione dei giovani italiani e favorisce l’immigrazione di chi è disposto a una vita dura e un rischioso trasferimento pur di sopravvivere; immigrazione che spesso viene contestata dagli stessi imprenditori quando si svestono di questo abito e indossano quello da cittadino.

Il rapporto Confindustria così prosegue: “a Milano, ad esempio, il canone di affitto mensile per un’abitazione di 60 mq. supera la media nazionale del 70%, mentre la produttività del lavoro è più alta solo del 40%. Questo significa che le differenze nei costi di alloggio sono sproporzionate rispetto alle differenze di produttività e, poiché salari e produttività tendono ad allinearsi (quando va bene, aggiungo io), il risultato è un costo abitativo proibitivo che scoraggia la mobilità dei lavoratori. Il problema si manifesta anche in altre province come Como, Venezia, Bologna, Firenze e Roma, oltre che in generale nel Nord-Ovest e nel Centro Italia. Allo stesso modo, città a bassa produttività presentano squilibri simili ma di segno opposto, specialmente nel Mezzogiorno, ma non solo. A Prato, per esempio, i costi di alloggio sono inferiori alla media nazionale del 13%, ma la produttività è più bassa del 36%”. A Prato c’è un’enorme comunità di cinesi che usa lavoro immigrato (pakistani in prevalenza) con bassi salari. Nelle province italiane si nota che la regione con più problemi, dopo la Lombardia, è l’Emilia-Romagna dove i costi di alloggio sono alti (specie a Bologna e Modena). Però c’è anche una produttività relativamente elevata, che si trascina dietro salari più decenti della media.

Città come Ferrara si pensava fossero avvantaggiate avendo costi di affitto più bassi, se avessero creato un collegamento ferroviario (una sorta di metrò) che consentisse di lavorare a Bologna o Modena e abitare a Ferrara. Ma oggi Ferrara rischia grosso: non ha creato questi collegamenti; la propria manifattura è in crisi; eppure continuano a crescere gli affitti – anche per via della città universitaria e degli affitti brevi della città turistica – per cui quei lavoratori che abitano in affitto in città (e i giovani assunti) si trovano nelle stesse condizioni delle città dinamiche (salari bassi e affitti alti).  Questa combinazione crea i presupposti per una emigrazione dei giovani locali ancora maggiore e per l’arrivo di sempre più immigrati, in un processo di “sostituzione” dei ferraresi e di impoverimento generale.

Tab. 1- Affitto medio e var.% dal 2018 al 2023 in alcuni capoluoghi

Fonte: A. Gandini su dati Agenzia Entrate Osservatorio OMI

 

La perdita di produttività del lavoro nella manifattura non è paragonabile infatti a quella di occupati nella ristorazione e commercio (che hanno salari più bassi) e porta in sofferenza i propri lavoratori cittadini in affitto, in una spirale di crescente impoverimento.

Tab. 2 Affitti e produttività del lavoro per aree geografiche selezionate

Concludendo, il disallineamento tra differenze nei costi di alloggio e divari di produttività rappresenta un vincolo alla mobilità territoriale. In Italia, questo problema è particolarmente evidente e necessita di soluzioni sistemiche per essere risolto. Soprattutto alla luce del declino demografico che sta riducendo la forza lavoro, sono necessari interventi di politica abitativa mirati, che possano allineare meglio i costi di affitto e acquisto alle condizioni economiche locali. Misure di sostegno per i canoni di locazione e un piano composito, volto a favorire la costruzione o riqualificazione di immobili a prezzi calmierati, potrebbero aiutare a ridurre gli squilibri attuali, andando ad attenuare anche la disoccupazione in alcuni territori e la carenza di personale in altri.

 

[1] https://www.confindustria.it/wcm/connect/3ecdad2a-a859-4768-a5fa-1c5fe93f69a2/PDF+completo.pdf?MOD=AJPERES&CONVERT_TO=url&CACHEID=ROOTWORKSPACE-3ecdad2a-a859-4768-a5fa-1c5fe93f69a2-paUmWOA

[2] Giorgio Fuà, Crescita economica, Le insidie delle cifre, Il Mulino, 1993.

[3] I Paesi dell’Europa occidentale sono stati atlantisti, fino a fare sacrifici autolesionisti. Basti pensare che l’Olivetti aveva già sperimentato il primo elaboratore elettronico al mondo, ma non ebbe il sostegno finanziario necessario perché dagli Stati Uniti vi furono tali e tante pressioni per cui Confindustria e Governo italiano intralciarono il disegno nato ad Ivrea.

[4] Si veda il libro di Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2012, che per primo ha individuato questo paradosso dello sviluppo per poli del capitalismo.