I magi vanno a Betlem
e la stella li guida:
alla sua luce amica
cercan la vera luce.
(Inno dei primi vespri dell’Epifania)
Ecco “quelli della via”: i magi, migranti di speranza, primizia dei popoli dolorosamente in cammino verso la luce.
“Quelli della via”, ci ha ricordato l’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli, erano anche detti i credenti in Gesù prima di essere chiamati per la prima volta ad Antiochia cristiani (At 9,2; 19,9; 19,23; 22,4; 24,14; 24,22). Così, tutti cercano nella luce un’amicizia, una libertà nello sguardo, una via che porti al bene della luce.
A che cosa potremmo paragonare questa luce amica? Mi sono detto che in fondo pure lei come noi è “in via”, perché luce sconfinante dentro l’umano sconfinamento nel mistero.
Ecco, ho pensato, la fede è per tutti una luce amica, un credere sperando, quel lasciarsi gettare di continuo in avanti oltre il buio per scoprire ancora luce: quella luce che chiama luce.
Luce amica è per tutti il Vangelo, il buon annuncio: «una luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). E ciò, perché come ci ha ricordato don Primo Mazzolari, «il vangelo è il riconoscersi di Cristo in ogni uomo».
Il terzo Vangelo: un racconto aperto
Stando così le cose ho pensato che una presentazione del vangelo narrante di Luca, che sarà letto nelle domeniche di quest’anno, ci aiuti a cogliere questa presenza misteriosa, questa “luce in via” che è il Gesù del vangelo dentro ogni vita.
Scrive il biblista Jean-Noël Aletti che «la principale virtù del racconto lucano non sta nei procedimenti a cui invita l’esegeta. Se la Buona Novella non si riduce, grazie a Dio, alla Scrittura, la magia di questo racconto consiste nel non stancare mai il credente che lo rilegge», perché si narra di una storia solidale che si fa carico di altre storie intrecciandosi ad esse in un comune cammino d’uomini.
Una storia infinita, che non ci distrae dalle responsabilità del presente anche quando parla di un passato di sogno narrando dell’infanzia di Gesù, dei pastori svegliati dagli angeli, dei magi eterni migranti, ma è come gettata in avanti sino a dispiegare dentro le nostre storie una trama di relazioni e legami di salvezza generativi di speranza.
Una storia dove il più grande è colui che serve e il primo e l’ultimo di tutti (Lc 22, 24). Una storia che anche quando parla della trascendenza di Dio, di ciò che sta in alto, lo declina verso il basso, dai tetti in giù: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati da Dio», cantano ai pastori gli angeli.
E gli amici di un paralitico «non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il suo lettuccio, in mezzo alla gente, davanti a Gesù» (Lc 5, 19) per guarirlo anche grazie all’intuito della loro fede. E quando in croce il condannato che gli era accanto disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno», incredibile e inimmaginabile la risposta anche per i più credenti: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23, 42).
«Il racconto lucano – scrive Aletti – non separa la grandezza divina dalle strade che essa ha voluto imboccare: misericordia, rispetto dello spessore della nostra umanità, paternità di Dio che si è rivelata definitivamente in estremi di tenerezza e semplicità», (L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Queriniana, Brescia 1991, 203).
Luca compone il suo vangelo attingendo come a un canovaccio narrativo al vangelo di Marco, un’altra sua fonte, detta “fonte Q”, sono i “Detti di Gesù”. Infine troviamo nel vangelo altri testi esclusivi, quasi la metà del racconto, e diverse parabole che attinge da tradizioni preesistenti ma da lui conosciute.
Personaggi: alla ricerca di un interprete
Come accade anche ai lettori del testo, i personaggi del vangelo di Luca vengono ridonati a loro stessi dall’incontro con Gesù. Essi scoprono una identità e un destino nuovi; sperimentano che ritorna a scorrere la vita là dove si era drammaticamente e irreversibilmente fermata, spenta.
La gloria di Dio si manifesta attraverso la novità generativa e liberante della parola: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19); «Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10, 37); «La tua fede ti ha salvata; va in pace!» (Lc 7,50; 8,48). L’esistenza viene sorpresa, consolata, sorretta, riaperta a nuovi orizzonti; c’è sempre un’ulteriorità possibile, una nuova aurora o una stella dalla luce amica che fa ritrovare il cammino.
In Luca ci sono personaggi in relazione, si aprono spazi di libertà e di reciprocità: c’è un vedere ed un essere visto, un ascolto ed un essere ascoltati. Non ci sorprendono dunque i numerosi parallelismi tra due o più personaggi: Giovanni Battista e Gesù, i discepoli di Emmaus e il Risorto che si accompagna a loro, Gesù e Zaccheo, dal cui intreccio dialogico germoglia, viene alla luce, la singolarità cristologica di Gesù, l’identità nascosta del Figlio amato.
Non da ultimo l’inizio del vangelo lucano chiama in causa il lettore stesso che condivide il ruolo dell’illustre “amico di Dio”, Teòfilo a cui è indirizzato il Vangelo, così come il libro degli Atti degli Apostoli. Anche tutti gli altri lettori che verranno dopo di lui e apriranno quelle pagine sono convocati all’ascolto di colui che nella sua persona è la novità di Dio, il suo buon annuncio agli uomini, pure loro segretamente amati:
«Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto lo questo comporta»; (1, 1-4).
Lo stesso fa iniziando l’altro suo libro gli Atti degli Apostoli che con il Vangelo formano un’unica opera: «Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo», (1, 1-2).
Si narrano le storie degli altri evangelizzatori, tra cui lo stesso Luca, com’è rivelato dalla circostanza che quattro sezioni del libro iniziano con il pronome “noi”: «Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all’uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case» (At 21, 1-18).
Carlo Maria Martini ha sottolineato nel vangelo di Luca una finalità evangelizzatrice. Ma come far conoscere, oggi, la buona notizia di Gesù? Come portare tra le genti il vangelo? Quale profilo e stile dovrà avere colui che è mandato come i discepoli ad annuncialo?
«I passi di Luca caratteristici − il tipo di sentenze di Gesù che Luca ama raccogliere, le insistenze particolati del suo Vangelo − derivano, con tutta probabilità, dai gruppi di evangelizzatori che giravano la Palestina e la Siria (Luca era quasi certamente uno di loro), e che avevano un particolare interesse a chiarire a se stessi il ministero evangelizzante che facevano. Era il “loro” problema, da qui il loro taglio nel leggere la vita di Gesù, nel raccogliere le sue parole, nel metterle in ordine.
Proprio per questo, Luca ha sentito il bisogno di continuare con gli Atti, in modo da dare una serie di esempi di evangelizzazione e proseguire la messa in opera di un Vangelo − nel quale appare, in particolare, la forza evangelizzatrice di Gesù e la sua educazione degli evangelisti − con un secondo volume nel quale ci fossero esempi concreti di evangelizzazione nella Chiesa primitiva. Il Vangelo secondo Luca è, perciò, il più adatto per specchiarsi nella propria azione evangelizzatrice» (L’evangelizzazione in Luca. Meditazioni, Àncora, Milano 1984, 21).
Per Luca, poi, l’evangelizzazione è sempre accompagnata dalla presenza dello Spirito del Risorto: l’altro Consolatore lo chiama Gesù in Giovanni. È lui che dimora nel vangelo; è lui l’esegeta presso i discepoli, che dispiegherà ogni volta la sceneggiatura, la trama del testo e, di volta in volta, darà la comprensione delle parole e la forza per attuarle nella vita in quel momento, e annunciarle lungo la via.
Per questo è detto ancora negli Atti: «Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5, 32). Lo spirito del Risorto è così “in via”, è compagno di viaggio e guida. È l’Altro interprete, primo lettore dello spartito evangelico, nonché ispiratore e tessitore dei cammini plurali e molteplici della vita dei cristiani.
Il racconto lucano del ministero di Gesù si articola in tre parti: 1. l’annunzio del regno a tutto Israele, cominciando dalla Galilea 4,14–9,50; 2. il grande viaggio verso Gerusalemme 9,51–19,28; 3. gli ultimi giorni in Gerusalemme, la passione e la resurrezione 19,29–24,53.
Il grande viaggio del vangelo
Al capitolo 9,51 ha inizio il grande viaggio di Gesù. È una sezione che ha soltanto Luca e non è il banale resoconto geografico di un viaggio, ma egli intende narrare l’itinerario stesso della sequela esistenziale di Gesù: la natura creativa, caleidoscopica del discepolato e dell’esperienza cristiana.
Un viaggio dunque in compagnia dei Dodici e di tutti gli altri personaggi, nessuno nel vangelo resta una comparsa. Un itinerario in cui ci si forma alla mentalità della fede, ad essere annunciatori del vangelo educandosi al pensiero di Cristo, al distacco e alla libertà del cuore, all’abbandono di sé al Padre, alla cura dei piccoli e dei poveri, al senso del servizio e del portare la croce, alla preghiera come intimità con il Padre (Lc 11, 1-4); al perdono: «Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio». (Lc 6,37-38).
E ancora camminando insieme e si scopre la gioia già presente nelle piccole cose, “in via”: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10, 21-24). Sottesa ai passi è infatti la gioia incontenibile che irromperà il mattino di Pasqua.
Pagina dopo pagina si impara a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo (RdC n. 38).
Annota ancora Martini: «I discepoli vivono con Gesù, vedono come lui reagisce a proposito di una situazione, come parla, come si comporta. Annuncio e vita si intrecciano. Gesù fa e insegna: questo è fondamentale per l’educazione evangelica. Il Vangelo si impone per connaturalità affettiva col Signore e con coloro che lo vivono. Per questo quando si parla di “scuola di discepolato”, nella tradizione della Chiesa, è sempre un discepolato vivo: maestro-discepolo» (ivi, 94).
Non si può servire a due padroni
C’è come un filo rosso che attraversa tutto il vangelo di Luca: il rapporto dei cristiani con la ricchezza. E l’unico uso corretto della ricchezza che ci viene trasmesso è quello di uno strumento per farsi amici i poveri (Lc 16,9).
È solo in Luca la parabola del ricco innominato e del povero di nome Lazzaro, ed è preceduta da questo detto di Gesù: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: “Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole”» (Lc 16,10).
Introducendo le Beatitudini, Luca mostra Gesù circondato dalla folla che vuole toccarlo per essere guarita, e si ferma sul particolare del suo sguardo. Egli guarda i discepoli alzando gli occhi dal basso, come a esprimere la sua collocazione esistenziale tra i poveri e gli affitti. E quello è il luogo privilegiato, anche per discepoli, da cui annunciare il vangelo: «Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc 620-21).
Qui Luca si riferisce ai poveri tout court, che sono tali soprattutto su un piano sociologico ed economico, cioè privi di mezzi economici adeguati, e quindi emarginati e oppressi. Diversamente da Matteo, il Gesù lucano si rivolge ad essi in seconda persona plurale: una forma letteraria verosimilmente più antica e quindi forse più fedele al modo di parlare di Gesù stesso.
Giuseppe Pontiggia lettore di Luca
«Quando il testo ci prende e in qualche modo ci riguarda, è perché l’autore sta parlando a noi e non alle nostre controfigure culturali» (G. Pontiggia, Il giardino delle Esperidi, Mondadori Ebook, Milano 2020, 113). Basterebbe anche solo questo testo a farmi sentire il suo autore una luce amica.
L’incontro con il mistero è nei testi di Luca invito e attitudine a non temere di prenderlo con sé, di camminarci dentro perché è un mistero accessibile a tutti, perché è la sorgente del nostro stesso mistero, perché ci precede anche nel fare strada verso una nuova tappa. Così anche il lettore tornerà a leggere è dirà come i due di Emmaus: «“Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29).
Scrive Pontiggia: «Per me non c’è la fede, ma c’è il mistero. Il mistero, lo dicono anche i fisici, quanto più lo studi tanto più si dilata… Anche la ragione, la consapevolezza, la lucidità non fanno altro che dilatare quest’area del mistero, ci portano su quel la soglia oltre la quale, tu dici: c’è la fede. Sarebbe una risposta appagante e definitiva. In mancanza di questa, io trovo la consapevolezza del mistero. Per me, il Vangelo è un’esperienza abissale, nel senso che non ha termine» (Una lettera dal paradiso, Interlinea, Novara 2017, 6-7).
Più che “appagante e definitiva” io direi che la fede è una risposta affidabile, sì, e capace di rincuorare; ma aperta, gettata sempre in avanti dentro il mistero dell’altro che la chiama fuori, anch’essa strapiombante sull’abisso.
Essa è come la scrittura: ti ci affidi, ti incammini con essa senza sapere prima dove andrai. Dice negli Atti degli ApostoliPaolo: «Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (20, 22-23).
La fede è “pro-getto” nel senso etimologico di mettere in opera, far avanzare qualcosa che non c’è ancora. È dunque sorpresa, lotta, aridità, senso dell’abbandono, ma pure attrazione, stabilità ispirazione creatrice, movimento al modo in cui credo Pontiggia intenda l’arte dello scrivere.
Scrivere, come credere amando, è un venire alla luce
Egli spiegherà il senso di questa esperienza abissale circa la lettura del vangelo in una conversazione del 1995 con F. Ferri: «Il punto che differenzia il cristianesimo rispetto alla speculazione orientale è l’idea dell’amore, il concetto di caritas, di fratellanza. Percepito anche dagli antichi, questo concetto di coerenza totale dell’uomo e della terra sotto il segno dell’amore si manifesta nel modo più potente con la parola di Cristo.
Cristo porta chiaramente, nel mondo, la percezione di quell’amore “che muove il sole e l’altre stelle”, adombrata nel platonismo, elusa e apparsa in forma metaforica nel taoismo. La sua novità rivoluzionaria è questa. lo sono profondamente colpito dal Vangelo. Per me il Vangelo è un’esperienza abissale, nel senso che non ha termine» (Opere, I Meridiani, Mondadori, Milano 2004, CVI).
In Una lettera dal Paradiso vi è pure una riflessione sul Vangelo di san Luca che definisce «come storia sacra e racconto umano», una doppia lettura: quella del credente e «quella dell’altro lettore» che intravede in esso non solo la trama di una vicenda umana, ma in essa «vi intravvede a tratti controluce l’irruzione dell’inconoscibile – ovvero quei «misteri del regno di Dio» che alla fede dei discepoli sono accessibili, mentre agli altri solo in parabole [Luca 8, 9-10]» (ivi, 57).
Scrive ancora Pontiggia: «Questa doppia vista, che trasforma ogni volta la lettura dei Vangeli in una esperienza incomparabile, trova in quello di Luca una intensificazione ulteriore. Luca infatti è l’unico evangelista che, in un proemio modellato sulla storiografia greca, si presenta come autore, responsabile in prima persona del proprio testo. Non ha assistito però agli eventi che narrerà e il suo compito sarà di raccogliere i racconti di quelli che sono stati testimoni oculari e ministri della parola» (ivi, 57-58). E il nostro facendo propria «la definizione luminosa» data da Gianfranco Ravasi dirà di Luca «l’evangelizzatore della speranza, della libertà e della gioia» (ivi, 60).
La via della doppia vista
Luca stesso incarna la doppia vista del lettore, primo lettore dei vangeli e scrittore del suo: «Luca infatti, ellenista colto di Antiochia, incarna già nelle sue radici quel lettore duplice cui si rivolgerà la sua opera. Che non è riservata solo al pubblico interno della Chiesa, ma a un pubblico più vasto e variegato di cristiani di matrice pagana o di potenziali credenti. Lo rivelano il taglio storico e letterario del proemio, estraneo allo stile biblicistico dei Vangeli, e l’universalismo sempre sottolineato della Buona Novella, che tende costantemente ad avvalorare in Cristo il Salvatore di tutto il genere umano» (ivi, 59).
Pontiggia lettore di Luca scorge tra i testi raccolti dall’evangelista «scelte narrative che appartengono soprattutto al suo talento di scrittore. Come quelle che indugiano, ad esempio, sulla gestualità e sui silenzi. Dettagli non ignoti alla tradizione, ma non in modi così intensi e decisivi. L’economicità dello stile – intesa come corrispondenza mirabile di fini e mezzi – trova nel linguaggio dei Vangeli la sua espressione più alta. E questa è una delle ragioni che hanno concorso a renderli memorabili.
Luca, nell’appropriarsene, vi aggiunge particolari di una intimità che non può non essere segreta e che solo il narratore sa divinare… Vorremmo cogliere il suo dono di artista nelle parole indimenticabili che i due discepoli rivolgono allo straniero, sulla strada di Emmaus(Luca 24, 13-29), e che i credenti nella speranza rivolgono a Cristo da duemila anni: Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai tramontato» (ivi, 61; 63)
«ma all’improvviso è tutto paesaggio di luce, luci nutrono e
nutrono montagne, fiumi, fiancate rocciose, grandi fiumi
calmi escono alla luce in luoghi carsici, luci attraverso l’acqua
creano corone reali, movimenti, esseri»
(Brigitte Trotzig, Nel fiume di luce. Poesie 1954-2008, Oscar Mondadori, Milano 2008, 177).
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Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
L’ottava edizione del Ferrara Film Corto Festival (FFCF) si terrà dal 22 al 25 ottobre 2025 nel centro storico di Ferrara: al via il bando per l’invio dei cortometraggi.
Tutti, autori di cinema, filmmaker indie e semplici appassionati che arricchiscono la cultura del cinema possono partecipare a un festival nazionale e internazionale diventato ormai un importante appuntamento e occasione di incontro con professionisti del settore.
L’ottava edizione del Festival si svolgerà dal 22 al 25 ottobre 2025 presso la Sala dell’ex refettorio di San Paolo, in via Boccaleone 19, e presso il Teatro Sala Estense, entrambe nel centro storico di Ferrara, città patrimonio dell’umanità UNESCO.
Queste le categorie per la partecipazione, con premi in targhe e danaro.
“AMBIENTE È MUSICA”: categoria aperta ad autori nazionali e internazionali di ogni età, che dovranno interpretare il tema “AMBIENTE È MUSICA” in maniera del tutto personale, mediante il linguaggio cinematografico. Può concorrere ogni genere di cortometraggio.
“BUONA LA PRIMA”: categoria aperta ad autori italiani, o residenti in Italia, di ogni età e dedicata unicamente a opere prime, a tema libero. Può concorrere ogni genere di cortometraggio.
“INDIEVERSO”: categoria aperta ad ogni genere di cortometraggio, a tema libero, purché di produzione indipendente. Possono concorrere autori nazionali e internazionali di ogni età.
Novità di questa edizione: il Premio speciale al miglior corto di animazione
Link per invio: https://filmfreeway.com/FerraraFilmCortoFestival
Early bird: 28 febbraio 2025 – Regular Bird: 30 giugno 2025 – Late Bird: 25 agosto 2025 – Super Late Bird: 14 settembre 2025 – Notification date: 15 settembre 2025
Gli oligarchi sono in Russia e Cina o in Europa Stati Uniti e Gran Bretagna?
Un mese fa, in un articolo su tasse e imposte [Qui su Periscopio] ho scritto che la classe media sopporta sempre più il carico delle imposte sul reddito. In Italia il 5,4% dei contribuenti (2,3 milioni su ben 42 milioni) dichiarano oltre 55mila euro e pagano il 41% di tutte le imposte sul reddito. Avviene in tutta Europa e a lamentarsi sono i principali giornalisti mainstream che, tra parentesi, ricadono tra questi contribuenti. Cominciano forse a capire che il motivo non è dovuto solo all’evasione fiscale o ai poveri che potrebbero pagare di più, ma ai veri ricchi che non le pagano più.
La Confartigianato ha analizzato i paradisi fiscali e i primi 4 sono in Europa: Monaco, Lussemburgo, Liechtenstein, Channel Islands.
A Monaco il nostro bravo e umile Sinner è in buona compagnia, ci sono 8mila italiani lì residenti che pagano tasse zero su redditi e immobili.
In Lussemburgo ci sono sei banche italiane, 50 fondi di investimento, assicurazioni e multinazionali sia italiane che straniere che operano in Italia. L’ammanco annuo è stimato in almeno 10 miliardi (solo per l’Italia).
Secondo l’Area Studi di Mediobanca, nel 2022 le società controllate dalle prime 25 multinazionali del web presenti in Italia hanno fatturato ben 9,3 miliardi, ma hanno pagato all’erario solo 206 milioni di euro di imposte. Purtroppo, non ci sono altre statistiche in grado di stimare il gettito fiscale versato dall’intero universo delle multinazionali presenti nel nostro Paese. L’unico dato aggiuntivo è il numero delle multinazionali estere presenti in Italia attraverso delle società controllate che ammonta a 18.434 (fonte Istat).
Scrive Confartigianato: “Queste multinazionali che fanno milioni di profitti operando in Italia e non pagano le tasse, usufruiscono delle nostre infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie), ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire con le tasse come dovrebbero. Non solo. Spesso per insediarsi in Italia queste holding usufruiscono di agevolazioni/incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani alle indennità erogate dall’Inps come la Cassa Integrazione che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali”.
Così siamo tutti più poveri e il primo effetto è un welfare (sanità ed istruzione) sottofinanziato che mette in crisi il consenso a chi governa.
Per contrastare i paesi che applicano alle big company politiche fiscali compiacenti, dal 2024 è entrata in vigore laGlobal Minimum Tax (Gmt). Secondo il Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto (aliquota 15% sulle multinazionali) sarà molto contenuto. Si stima che nel 2025 sia di 381 milioni di euro, nel 2026 428 e nel 2027 432. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, dovrebbero sfiorare i 500 milioni.
L’anno scorso la Gmt ha interessato 19 paesi UE: Spagna e Polonia, invece, l’applicheranno da quest’anno, mentre Estonia, Lettonia, Lituania, e Malta hanno ottenuto una proroga sino al 2030. Cipro e Portogallo devono rispondere alla sollecitazione UE perché non hanno applicato la legge. Per le grandi holding presenti in Europa rimane purtroppo la possibilità, almeno per i prossimi 5/6 anni, di spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole. Gli occupati nelle multinazionali estere ed italiane sono in Italia ormai il 20% del totale (3,5 milioni su 17,6). Ma almeno l’Europa, pur coi suoi limiti, ci prova.
La soluzione sarebbe tassare i veri ricchi. SecondoTax Justice Networkil gettito perduto ammonta a 212 miliardi dollari per l’Occidente allargato (e 492 per tutto il mondo): 348 sono profitti spostai all’estero e 145 nei paradisi fiscali. ONU e OCSE stanno lavorando per introdurre una imposta mondiale in modo che non possano sfuggire, ma sono proprio alcuni Paesi occidentali ad opporsi: Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Israele, Giappone, Corea del Sud, cioè il “nucleo duro” anglosassone (i primi 5 sono i “five eyes”) che hanno tra loro una speciale alleanza.
I paesi europei si accodano (come vassalli che non vorrebbero ma infine calano la testa di fronte al loro imperatore).
Come è possibile che ciò succeda se questo va a svantaggio dei Governi occidentali, i quali rischiano di mantenere le apparenze democratiche (libertà di parola, di voto, di spostamento, delle minoranze,…) ma falliscono nello scopo principale di allargare il benessere e la partecipazione popolare? Infatti ormai sono in rotta di collisone coi ceti operai che chiamano populisti?
Per Stefano Bartolini (insegna Economia politica all’Università di Siena) la globalizzazione ha mutato i rapporti di forza tra politica ed economia e oggi (ancor più che in passato) sono i ricchi business man che influenzano i decisori politicie finanziano le loro campagne elettorali (sempre più costose). I politici che vanno al Governo dipendono così da loro e il risultato è che i Governi occidentali proteggono sempre meno gli interessi nazionali e piuttosto quelli dei ricchi. Ciò spiega perché, come dice il Censis, il 48% degli italiani vorrebbe un uomo forte al potere. Negli Stati Uniti, in Inghilterra e anche in molti paesi europei è evidente e il caso patologico di Elon Musk negli Stati Uniti è lì a dimostrarlo, il miliardario più ricco al mondo che fino al 2020 appoggiava i Democratici e che ora è salito sul carro di Trump.
Succede la stessa cosa nelle democrazie autoritarie come Cina e Russia?
Emmanuel Todd (La sconfitta dell’Occidente, Fazi ed., pag. 354, 20 euro) scrive che la parola “oligarca” reca in sé la nozione di potere (arché) e non descrive più la realtà russa (né quella cinese). Putin infatti dal 2003 ha lasciato agli oligarchi russi i soldi ma nessun potere di intervenire sulla politica, come ha fatto l’Ucraina di Zelenskij a partire dal 2023 (un Paese che si può definire a democrazia autoritaria come la Russia) e così la Cina taglia regolarmente le unghie ai suoi miliardari se non si allineano alle decisioni del loro Stato.
Ne sa qualcosa Jack Ma, ex capo di Alibabà, che da un giorno all’altro è stato defenestrato perché pensava di quotare nelle borse occidentali il suo Amazon cinese. In queste “democrazie autoritarie” o autarchie come la Cina i ricchi non hanno alcun potere di influenzare i politici (e ciò è positivo).
I leader politici (attuali) occidentali che non capiscono nulla della Russia, si sono illusi non solo che si poteva vincere sulla Russia, ma che la rivolta dell’oligarca Prigozin (capo dei mercenari Wagner) potesse avere successo contro Putin.
Per Todd questa ignoranza sulle altre culture (che non c’era fino agli anni settanta) è una delle ragioni del declino in corso (irreversibile a suo parere) dell’Occidente e che diventerà più chiaro dopo la sconfitta in Ucraina.
Cover: le multinazionali nel mondo, immagine da bluerating.com
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SOLO NOTIZIE NEGATIVE DA COP29 SUI CAMBIEMENTI CLIMATICI, COP16 SULLA BIODIVERSITA’ E TRATTATO INTERNAZIONALE SULLA PLASTICA CHE SI SONO TENUTI A FINE 2024
Negli ultimi giorni dell’anno è di norma fare bilanci. Quelli riguardanti lo stato dell’ambiente, per l’anno appena trascorso, sono alquanto sconfortanti e preoccupanti.
Una prima considerazione la si trova sul Fatto Quotidiano di domenica 22 dicembre nella rubrica SOSCLIMA curata dal climatologo e divulgatore scientificoLuca Mercalli. “Tra le preoccupanti notizie di alterazione dell’ambiente artico a causa del riscaldamento globale, è scritto nell’articolo, spicca la perdita della capacità di stoccaggio di carbonio atmosferico da parte dei suoli della tundra che, a causa dell’aumento degli incendi, sono diventati degli emettitori netti di CO2, oltre che di metano (gas serra ancora più potente) per lo scongelamento del permafrost”.
La notizia è contenuta nella nuova edizione dell’Artic Report Card , diffusa dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Il punto sulle conoscenze e le sfide in tema di clima – riporta Mercalli citando l’annuale rapporto United in Science coordinato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale – nuovi record globali di emissioni serra, temperature, eventi estremi, perdita di ghiaccio marino, dicono chttps://www.noaa.gov/he “siamo ben lontani dagli obiettivi di sostenibilità, proiettandoci verso un mondo 3°C più caldo entro fine secolo”. Occorre più che mai allora “fare leva sui progressi della scienza e dell’innovazione” in modo da migliorare la comprensione del sistema Terra, la gestione del territorio e dei rischi e l’adattamento al nuovo clima oltre a, ovviamente, ridurre le emissioni. “Così dice la scienza, conclude il meteorologo Mercalli, ma la politica e la società vanno da un’altra parte”.
Se queste prime considerazioni non consentono di essere ottimisti sul futuro, altrettanto sconfortanti sono state le conclusioni degli importanti summit che si sono tenuti negli ultimi mesi del 2024, a cominciare dalla COP29 di Baku, ma anche relativamente ai risultati della COP16 sulla biodiversità che si è tenuta a Cali, in Colombia e dal Trattato globale sulla plastica in Corea del Sud.
“Il divario tra l’azione in corso e quella necessaria ad affrontare il cambiamento climatico è chiaro dal primo Bilancio Globale” – o Global Stocktake concluso l’anno scorso alla COP28 di Dubai -, ovverosia il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle misure dell’Accordo di Parigi. Sono queste le parole con cui Anna Pirani, senior scientist presso il Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC)e membra della delegazione italiana alla Convention sul clima, introduce l’intervista di Elisabetta Ambrosi pubblicata da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre scorso Sintetizzando i punti chiave della Cop29 in corso di svolgimento a Baku, in Azerbaigian, afferma che “i gravi divari nell’azione climatica stanno irrigidendo le posizioni di molti Paesi in via di sviluppo, che sottolineano la mancata accelerazione nella riduzione delle emissioni e il sostegno da parte dell’Occidente”.
Nel documento finale della COP26 nel 2021 veniva confermata la valutazione scientifica secondo cui “siamo lontani dalla adozione delle misure di mitigazione per la riduzione di emissioni gas serra, di adattamento a rischi climatici sempre più complessi e di orientamento dei flussi finanziari”, anche se per la prima volta dall’inizio delle Conferenze delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) “si è parlato in un documento decisionale di combustibili fossili e di una transizione (transition away) dagli stessi. Va tenuto presente, dice Anna Pirani, che la formula finale della COP28, rispecchiando la sintesi dell’ultimo rapporto del IPCC, evidenziava con forza l’importanza centrale dell’interfaccia tra scienza e politiche climatiche”. “In più, continua Pirani, La COP28 si era conclusa con l’attivazione del Fondo per le perdite e danni e dell’obiettivo globale di adattamento”.
Ma i risultati raggiunti dalla COP di Dubai non sono stati rispettati nel corso del 2024, pur in presenza del nuovo record di emissioni globali di gas serra (GHG, Greenhouse Gas) raggiunto nel 2023, 57,1 GtCO2eq (dove 1 GtCO2eq corrisponde a 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica equivalente), con un aumento dell’1,3% rispetto ai livelli del 2022. Questo dato è contenuto nella relazione annuale Emissions Gap Report (EGR) del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), uno dei più importanti testi di riferimento per i negoziati sul clima.
Il report EGR, scrive lo scorso 7 novembre Marco Talluri curatore del blog Ambiente e non solo … [Vedi qui] … “traccia il divario tra l’andamento delle emissioni globali con gli attuali piani di riduzione delle emissioni dei Paesi (Nationally Determined Contributions, NDC) e serve per capire se l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C o ben al di sotto di 2°C (Accordi di Parigi) è ancora perseguibile e come fare per colmare il divario”.“Gli ultimi risultati – precisa Talluri – mostrano che le emissioni di gas serra continuano ad andare nella direzione sbagliata, rendendo l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C ancora più difficile. L’Emissions Gap Report giunge inoltre a poche settimane dalla COP29 di Baku e a pochi mesi dalla scadenza del febbraio 2025 entro la quale i Paesi dovranno aggiornare i loro NDC (Contributi Determinati a livello Nazionale)”, che sono i piani nazionali non vincolanti per le azioni per il cambiamento climatico, che comprendono gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra, le politiche e le misure che i governi attuano in risposta ai cambiamenti climatici e come contributo per raggiungere gli obiettivi globali stabiliti nell’Accordo di Parigi.
All’apertura della COP in Azerbaigian, racconta Anna Pirani a conclusione dell’intervista poco sopra citata, La WMO (World Meteorological Organisation), confermerà che “il 2024 sarà stato l’anno più caldo mai registrato, ci si augura perciò che il mondo della politica alla COP29 si appoggi all’informazione fornita dagli esperti”.
Queste le premesse che, nelle settimane precedenti alla COP29 di Baku, era possibile trovare sui media. Poi, iniziata la conferenza, con una settimana di ritardo, e man mano che passavano i giorni, le difficoltà sono andate aumentando.
Il 18 novembre sul sito della testata giornalistica Lifegate Tommaso Perrone titola “Basta con i teatrini. Qua si fa l’azione per il clima, o si muore. Dalla Cop29 arriva un chiaro messaggio a mettere da parte le strategie e gli individualismi”, e più avanti scrive “Alla Cop29 di Baku la seconda settimana di negoziati sul clima sembra aver improvvisamente risvegliato la voglia di raggiungere un risultato che salvi la faccia al paese ospitante”. Il presidente azero Babayev “ha suonato la sveglia ricordando quanto sia necessario «andare più veloce» per raggiungere risultati ambiziosi”. Dopodiché, commenta Perrone è stato tutto uno scaricabarile. Verso i ministri di economia e finanza o di ambiente e clima che sono arrivati in città nelle ultime ore. E poi verso i leader del G20 a cui Babayev ha chiesto apertamente di assumere l’iniziativa e rompere lo stallo negoziale. Del resto, ha ricordato il presidente della Cop29, il G20 rappresenta l’85% del pil globale e l’80% delle emissioni totali”. Ed è solo da lì che si possono sbloccare i due temi cardine di questa conferenza: finanza climatica e mitigazione, ovverosia riduzione delle emissioni.
Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres poi, in apertura della Conferenza, aveva usato queste parole per descrivere la gravità della situazione che l’umanità sta vivendo: “Il suono che sentite è il ticchettio dell’orologio. Siamo nel conto alla rovescia finale per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi C. E il tempo non è dalla nostra parte. Con il giorno più caldo mai registrato …i mesi più caldi mai registrati …questo è quasi certo che sarà l’anno più caldo mai registrato”.
Sempre Marco Talluri sul blog Ambiente e non solo…, il 15 novembre, all’incirca a metà della COP29, riporta l’intervento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che richiede un’integrazione urgente dei negoziati sul tema della salute: fine della dipendenza dai combustibili fossili e sostegno all’adattamento e alla resilienza incentrati sulle persone. “La crisi climatica è una crisi sanitaria, ha dichiarato il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, che rende la priorità della salute e del benessere nell’azione per il clima non solo un imperativo morale e legale, ma un’opportunità strategica per sbloccare benefici per la salute trasformativi per un futuro più giusto ed equo.
Sul sito di Italian Climate Network il 18 novembre si legge che quella che inizia oggi è la settimana decisiva, la più politica. Dopo alcuni giorni di lavoro tecnico le delegazioni iniziano a negoziare attraverso i propri rappresentanti politici. Italian Climate Network sostiene che i risultati della prima settimana, senza voler “esprimere una opinione solo o troppo politicizzata nella lettura della Conferenza di Baku, sono deludenti”.
Il Nuovo obiettivo finanziario globale (New Collective Quantified Goal on Climate Finance, NCQG) è il tema principale e determinante, di cui si è trattato nella seconda settimana della COP29.
“I Paesi in via di sviluppo (è sempre Italian Climate Network che riporta queste considerazioni), guidati negozialmente dalla Cina nel gruppo G77+Cina, continuano a chiedere un obiettivo annuale tra 1 e 1,3 mila miliardi di dollari a sostegno dei Paesi più vulnerabili, possibilmente in forma di erogazioni e non di prestiti. Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi occidentali hanno continuato a chiedere un allargamento della base dei contribuenti che possa includere i Paesi formalmente in via di sviluppo ma con grande capacità finanziaria e più climalteranti (è il caso della Cina, che prima al mondo, nel 2023 ha emesso, come gas serra, una quantità espressa in CO2eq di circa 16.000 milioni di tonnellate, il 30% del totale mondiale), oltre a quelli europei e membri OCSE. Posizioni cristallizzate rispetto a una settimana fa”.
Molteplici sono i contributi che raccontano le giornate e l’andamento delle trattative della COP29. Per tutti si segnala la puntata di RADIO3 Scienza dell’11 novembre dal titolo Il Baku della finanza climatica, dove il giornalista Ferdinando Cotugno del quotidiano Domani affronta i temi della crisi climatica, ma soprattutto delle politiche e delle strategie di adattamento messe in campo nelle diverse aree del mondo e degli strumenti per agire e modellare il presente e il futuro, al fine di renderli sempre più vivibili. [Vedi qui]
Gli ultimi giorni della Conferenza di Baku sono stati frenetici. Si è dovuti giungere alle 4 e 30 del 24 novembre quando il Segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, Simon Stiell, ha potuto chiudere la COP29 con un discorso conclusivo in cui ha sottolineato come “il nuovo obiettivo finanziario concordato alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima è una polizza assicurativa per l’umanità”. “Questo accordo – ha continuato Stiell – manterrà in crescita il boom dell’energia pulita e proteggerà miliardi di vite. Aiuterà tutti i paesi a condividere gli enormi benefici di un’audace azione per il clima: più posti di lavoro, crescita più forte, energia più economica e pulita per tutti. Ma come ogni polizza assicurativa, funziona solo se i premi vengono pagati per intero e in tempo”.
Ha poi riconosciuto che il mondo lascia Baku con “una montagna di lavoro da fare e che dobbiamo invece raddoppiare i nostri sforzi” in vista della prossima COP di Belém in Brasile nel novembre del 2025.
I commenti alla chiusura della Conferenza sono stati particolarmente negativi. Cop29 a Baku, dai paesi ricchi pochi soldi al Sud del mondo. “Uno sputo in faccia alle nazioni vulnerabili”. Così aveva iniziato il 22 novembre Luisiana Gaita sulla rubrica Ambiente & Veleni del Fatto Quotidiano commentando l’ultima bozza pubblicata nell’ambito della Conferenza, e, sempre nella stessa rubrica, il 26 novembre, a cura del blog Ultima generazione, l’articolo Alla Cop29 un altro fallimento: dietro all’Europa del Green deal, si cela una realtà preoccupante. Poi Stephanie Brancaforte, ancora su Ambiente & Veleni scrive Cop29 fallisce: a Baku un clima di sfiducia. Ora l’Italia agisca da leader e l’Ue da guida. Queste le prime righe dell’articolo: “La COP29 di Baku è giunta al termine con risultati che hanno lasciato molti esperti e attivisti profondamente delusi. Nonostante l’urgenza sempre crescente della crisi climatica e impatti sempre più devastanti che colpiscono in particolare i Paesi più vulnerabili, la Conferenza ha fallito nel produrre impegni concreti e meccanismi di attuazione adeguati per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.”
Molto dettagliata l’analisi di ITALIAN CLIMATE NETWORK che inizia con queste parole: “Dopo due settimane di negoziati difficili e forti tensioni, per chiudere definitivamente la COP29 sono servite molte ore extra di trattative. Ore serrate, con le delegazioni chiuse in sala anche di notte per discutere accordi che, tra forte scontento sui testi definitivi e passi indietro su scienza e mitigazione, alla fine sono però arrivati.”
Marco Telluri scrive “il testo, adottato faticosamente, non soddisfa nessuno o quasi” all’inizio dell’articolo COP29: un accordo “deplorevole” sigillato nell’imbarazzo generale, sul blog Ambiente e non solo…, mentre Andrea Barolini e Tommaso Perrone su lifegate.it pongono l’attenzione sulla questione finanziaria (La Cop29 è finita, non si va oltre i 300 miliardi per la finanza climatica), e scrivono che il testo approvato sulla finanza climatica prevede molto meno del necessario: al sud del mondo la promessa di 300 miliardi di dollari all’anno.
La puntata di RADIO3SCIENZA del 25 novembre, dal titolo particolarmente evocativo (Un Baku nell’acqua) viene presentata dicendo che “la 29esima conferenza ONU sul clima, si è affannosamente conclusa nelle prime ore di ieri. Si è faticato moltissimo a raggiungere un accordo sull’aumento degli aiuti climatici ai Paesi in via di sviluppo. Dai 100 miliardi di dollari all’anno attuali, previsti dagli Accordi di Parigi del 2015, si arriverà gradualmente a 300 miliardi all’anno nel 2035: una cifra giudicata del tutto insufficiente dai Paesi emergenti e fin troppo lontana da quella auspicata all’inizio dei lavori, idealmente fissata in 1.300 miliardi di dollari annui. Molto delusi anche gli scienziati, la cui voce, a Baku, è stata sovrastata dai lobbisti del petrolio. Paolo Conte, conduttore della trasmissione, intervista la glaciologa Florence Colleoni dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e Francesco Suman, giornalista scientifico.
Sebbene a Baku siano state approvate le regole del mercato internazionale del carbonio, che permetterà agli stati di investire in progetti di decarbonizzazione all’estero, resta la sensazione che la COP29 sia andata al ribasso e non abbia segnato passi avanti significativi nel contrasto al cambiamento climatico.
Infine ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) si chiede: COP 29: se l’obiettivo 1,5 gradi è morto, quale può essere il nuovo limite? E’ alla pagina https://asvis.it/notizie/2-22585/cop-29-se-lobiettivo-15-gradi-e-morto-quale-puo-essere-il-nuovo-limite l’intervento che apre con la domanda “In un mondo che si riscalda sempre di più, ha senso continuare a parlare della soglia degli 1,5 gradi?” È quello che in molti si chiedono in occasione delle negoziazioni della COP29 a Baku.
“La battaglia per mantenere il riscaldamento globale entro +1,5°C (rispetto ai livelli preindustriali) stabilita nell’Accordo di Parigi è stata il mantra che ha portato avanti l’azione climatica degli ultimi anni. Il problema è che le temperature, a causa delle scelte politiche tardive, si stanno alzando sempre di più.”
L’altro elemento di preoccupazione, come detto in apertura, riguarda la biodiversità, distrutta, minacciata e, poco e mal difesa in tutte le aree del pianeta.
In un editoriale scritto sul sito di ASviS Ivan Manzo in modo inequivocabile illustra l’andamento della COP16 sulla biodiversità che si è tenuta a Cali in Colombia. Fallisce la COP16 sulla biodiversità: niente soldi per la tutela della natura, è il titolo, poi le prime frasi dell’editoriale paventano uno scenario veramente sconcertante. “Nonostante lo scorso decennio fosse dedicato alla «protezione della biodiversità», scrive Manzo, abbiamo trattato talmente male la natura che il periodo 2011-2020 è stato il più distruttivo della storia umana. Dopo aver fallito tutti e 20 i target di Aichi, solo sei sono stati parzialmente raggiunti, stabiliti dalla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd – nel 2010 circa 200 Stati che compongono la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica avevano ideano il Piano strategico per la biodiversità 2011-2020), l’Onu per correre ai ripari ha dedicato il decennio in corso «al ripristino degli ecosistemi».
Dalle ceneri di questo fallimento è nato l’accordo sulla biodiversità che proverà a fermare l’era dell’estinzione durante la COP15 della Cbd nel 2022. In estrema sintesi, continua Manzo, l’accordo prevede la protezione di almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, l’eliminazione ogni anno di 500 miliardi di dollari di sussidi dannosi all’ambiente, l’aumento della resilienza degli ecosistemi, riducendo al contempo di 10 volte il tasso di estinzione delle specie e incrementando l’abbondanza di quelle selvatiche; inoltre l’istituzione di un fondo, il Global biodiversity framework fund (Gbff), per colmare il gap finanziario di 700 miliardi di dollari all’anno da impiegare per la tutela della biodiversità.
Nel frattempo la devastazione ambientale è proseguita senza sosta, intensificandosi anziché ridursi.” Per questo motivo grande era l’attenzione per l’appuntamento della COP di Cali. Il summit, che si è tenuto dal 21 ottobre al 2 novembre, non ha però prodotto i risultati sperati, commenta Ivan Manzo, facendo invece registrare l’ennesimo empasse negoziale, a causa del mancato accordo su uno dei punti cruciali della Conferenza, ovverossia “un primo passo per mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno allo scopo di sostenere iniziative legate all’attività di conservazione in tutto il mondo, raggiungendo uno step intermedio di 20 miliardi entro il 2025, come promesso dai Paesi sviluppati verso quelli più vulnerabili.”
RADIO3SCIENZAanche in questo caso si è interessata al tema e, nella puntata del 28 ottobre scorso (Il potere delle parole), la giornalista Francesca Buoninconti ne ha parlato con Laura Greco, fondatrice e presidente dell’associazione ecologista “A Sud”, Marica Di Pierri, portavoce della stessa associazione, Lucie Greyl, antropologa, presidente del CDCA – Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali, e con Ferdinando Cotugno, giornalista ambientale. Oltre a commentare i lavori della COP16 in corso in Colombia e le prospettive della COP29 che sarebbe iniziata di lì a poco è stato affrontato il tema di se, fino ad oggi, siano state usate le parole adatte per raccontare la crisi climatica e la crisi della biodiversità. “In tempi di negazionismo climatico e di narrazioni distorte, viene detto nell’introduzione della trasmissione, è quanto mai prezioso conoscere e utilizzare i termini appropriati: per capire e comprendere, per trovare soluzioni, per avere un vocabolario comune, per non cadere nell’immobilismo e nell’angoscia.” La trasmissione è stata anche l’occasione per presentare il volume. [“Le parole giuste. Glossario ecologista”, Fandango Libri, 2024].
ASviS, nella rubrica Notizie (COP16, biodiversità a rischio: il ruolo delle imprese per invertire la rotta) [Vedi qui]introduce il tema dell’importanza economica della biodiversità per le aziende e i dei rischi della sua perdita. “Le aziende italiane dipendono fortemente dai servizi ecosistemici, come acqua pulita, impollinazione e regolazione climatica. Nonostante ciò, solo il 25% delle imprese valuta l’impatto della propria attività sulla biodiversità, sebbene il 48% preveda di integrarlo nelle proprie strategie nei prossimi cinque anni. I settori più esposti sono agricoltura, edilizia e alimentare, con un impatto diretto sulla produttività”.
Infine si riporta quanto dedicato a queste tematiche da ISPRA che, nella paginahttps://www.isprambiente.gov.it/it/news/cop16-sulla-biodiversita, scrive “La biodiversità è fondamentale per il benessere umano, un pianeta sano e la prosperità economica per tutte le persone, anche per vivere bene in equilibrio e in armonia con Madre Terra. Ne dipendiamo per cibo, medicine, energia, aria e acqua pulite, sicurezza dai disastri naturali, nonché svago e ispirazione culturale, e supporta tutti i sistemi di vita sulla Terra”, riportando la dichiarazione che aveva aperto il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KM-GBF), l’accordo approvato al termine della COP15 nel 2022. A Cali la COP16, tra i diversi obiettivi, ha avuto lo scopo di negoziare e approvare una serie di decisioni per rendere operativo il KM-GBF.
Merita, in conclusione, menzionare un’altra importante iniziativa di livello internazionale, riportata questa volta nelle news del sito di ISDE Italia, Associazione Medici per l’Ambiente(https://www.isdenews.it/da-baku-a-busan-per-il-trattato-globale-sulla-plastica/): quella del Trattato globale sulla plastica, negoziato iniziato il 25 novembre e terminato l’1 dicembre a Busan, in Corea del Sud.
In un interessante articolo della rivista Materia Rinnovabile del 25 novembre scorso [vedi Qui] Tosca Ballerini pone nel titolo la domanda Trattato globale sulla plastica: meglio un accordo debole o nessun accordo? E di seguito scrive che sono “al via i negoziati INC-5, in Corea del Sud, tra chi vuole far prevalere gli obiettivi ambientali e la tutela della salute e chi gli interessi economici delle industrie petrolchimiche: in mezzo gli incerti Stati Uniti”, e che “i punti di disaccordo tra i paesi continuano a essere più numerosi dei punti di convergenza e i rimanenti sette giorni di negoziati sembrano essere insufficienti per concludere un accordo efficace.”
Sempre Ballerini il 2 dicembre sulla stessa rivista interviene con un articolo che titola: Trattato globale sulla plastica, INC-5 chiude senza accordo: si va al 2025. I negoziati sono stati ancora una volta ostacolati dall’ostruzionismo dei paesi produttori di prodotti petrolchimici e rimandati all’anno prossimo.
La Commissione europea, per concludere questo articolo con una notizia positiva, dopo la rassegna dei disastri delle COP e del trattato sulla plastica, ha pubblicato la relazione 2024 sui progressi dell’azione per il clima, da cui emerge che “le emissioni nette di gas a effetto serra dell’UE sono diminuite dell’8,3% nel 2023 rispetto all’anno precedente, segnando progressi significativi verso la neutralità climatica per la UE” [Vedi Qui]
Tale riduzione ha come fattore più significativo il calo dell’uso del carbone e della crescita delle fonti di energia rinnovabile ed è sostenuta dal ridotto consumo di energia in tutta Europa, secondo i dati stimati inclusi nell’ultimo rapporto “Tendenze e proiezioni” dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA). Considerando gli anni dal 2019 al 2023, tutti in calo per le emissioni di gas ad effetto serra ad eccezione del 2021 (+5,7%), la riduzione complessiva è stata del 14,3%. Rispetto ai livelli del 1990 invece le emissioni nette sono oggi inferiori del 37%, mentre nello stesso periodo “il PIL è cresciuto del 68%, a dimostrazione, afferma il rapporto, della sempre crescente disaggregazione delle emissioni dalla crescita economica”.
Il Commissario responsabile per l’Azione per il clima Wopke Hoekstra ha dichiarato come L’UE sia all’avanguardia nella transizione pulita, registrando nel 2023 ulteriori forti riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra.
Cover: Photo: UN Climate Change – Kiara Worth via Flickr CC BY-NC-SA 2.0
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Dal 4 al 12 gennaio, presso lo studio di Paola Bonora, la pittrice Isabella Guidi ha messo in mostra dei suoi quadri dedicati alla NEVE. All’interno di questo evento, componenti dell’Associazione Culturale “Ultimo Rosso” hanno intrecciato loro pensieri poetici ispirandosi all’intensità delle immagini pittoriche della Guidi e l’11 gennaio hanno realizzato un Reading sul tema della neve. In questo numero di “Parole a Capo” pubblichiamo alcune delle poesie lette in quell’occasione. Buone sensazioni!
“Ci sono temi che richiedono subito il colore da stendere sulla tela. Ci sono invece temi che partono dalla penna. Inizio scrivendo parole, mi fermo ad immaginarle e poi, in autonomia capita che loro proseguano sulla tela. Le parole sono meraviglie talmente fluide che potrebbero andare da sole e bastare ma questa volta, la strada che hanno aperto è quella di un pastello bianco. Così ho semplicemente iniziato a distribuire neve su piccole tavole di legno nero.” (Isabella Guidi)
E gelo/sia
Ac/cade la neve
(Pier Luigi Guerrini)
LENTO
Lento,
nel ventre della terra,
sotto la neve,
germoglia il nuovo.
Il tempo del letargo
sta per finire.
Il sogno del futuro aspetta,
fuoco perduto
ai bordi della strada,
innocenza silenziosa.
(M. Angela Malacarne)
UNA FESTA IN GIARDINO
Il grande salice in fondo al cortile
di bianco si è vestito
al ballo d’inverno è stato invitato…
I cespugli di biancospino
non di fiori sono agghindati,
ma di luccicanti fiocchi
posati sui rami ghiacciati…
Lassù un uccellino
ha sul capo un diadema,
ma lo scrolla lontano…
Per essere re ha già la livrea.
La legnaia è coperta,
nascosta da un manto,
ora senza timore può giocare la fata
nessuno la sente, la sua risata:
per rami caduti sarà scambiata.
Sotto le ruote si schiaccia la coltre
ma presto dal cielo un nuovo mantello
il bianco riporta davanti al castello.
Cappotto e berretto…
ancora un momento,
il mio mondo incantato
non ho salutato!
Sulla magica scopa
Volerò fino al bosco
Per unirmi alla festa
della natura rinnovata
dalla candida nevicata!
(Cecilia Bolzani)
Nevicata in paese
BIANCORE che vince il nero
candore che illumina
sommerge le vecchie case
le piante spoglie
conforta ciò ch’è triste
di bianca luce.
Paesaggio morbido
materia soffice
un volo, un tuffo
nell’ariosa nuvola di cristalli.
(Annarita Boccafogli)
ASPETTO LA NEVE
Stanotte non dormirò
Aspetto la neve
battaglioni di nuvole alte
hanno offuscato il chiarore del plenilunio
la cintura di Orione non la intravvedo già più
Aspetto la neve
la spio da dietro i vetri
dal mio letto caldo
come l’attesa di un miracolo
l’aria sarà di nuovo fresca e leggera
E sarà il passaggio verso la primavera
(Elena Vallin)
*
NEVE IN CITTA’
Danza indifferente
il suo silenzioso ballo
gli alberi del viale
come immoti fantasmi
ammantati di un lieve sudario
il vento mulina nel buio
artiglia un bacio di due corpi tesi
nei loro occhi socchiusi
lacrime di ghiaccio
brillano come diamanti
(Rita Bonetti)
(Isa bambina)
Nevicava
e non c’era tempo per altro.
Nevica!!!
La neve…accidenti…la neve!
Non so come dirlo!
La n e v e !
Nevica!
Mamma nevica!
Papà nevica!
Guardate, nevica!
Posso uscire?! … nevica!
Metto il berretto, nevica!
Prendila tra le mani!
Lanciala in aria, così ricade!
Nevica!
Assaggia com’è buona!
Appoggiala alla guancia!
Guarda come copre!
Guarda tutto!
Nevica bianco
nevica pulito
nevica silenzio.
Corri con me!
I passi non si sentono!
Nevica!
Grazie cielo che nevichi giù!!
(Isabella Guidi)
(I quadri in foto sono di Isabella Guidi)
NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 267° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Quando dalla cronaca una notizia porta alla ribalta possibili abusi delle forze dell’ordine, c’è una domanda che diventa fondamentale: “Che cosa è successo?”. Quando poi la cronaca di questi episodi si tinge di nero, la risposta non può mai essere semplice o indolore: i cadaveri non lo sono mai. Né può mai essere solo personale o solo collettiva.
Nel primo caso è impossibile proprio perché chiama in causa l’operato delle forze dell’ordine, e quindi dei doverosi processi di trasparenza. Nel secondo caso perché c’è l’elemento umano di chi ha subito una perdita, anche se non sempre se ne tiene conto nella copertura mediatica e nel dibattito pubblico. Ma la risposta a questa domanda, in teoria, è una garanzia per tutte le parti coinvolte.
La morte di Ramy Elgaml, avvenuta lo scorso 24 novembre dopo un inseguimento con un’auto dei carabinieri, chiede che si risponda proprio a quella domanda, e la ricerca della risposta si è da poco caricata di nuovi elementi. Martedì il Tg3 e il Tg di La7 hanno infatti mandato in onda un video ripreso dall’auto dei carabinieri che rivela dettagli inediti.
Oltre alle frasi di uno dei carabinieri (“chiudilo, chiudilo che cade! No, merda, non è caduto”), viene vista e commentata la perdita del casco di uno dei due. E, soprattutto, viene fugato ogni dubbio su come sia caduto lo scooter su cui erano a bordo Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Era questo uno dei grandi interrogativi.
Leggiamo sui giornali parole come “depistaggio”, “favoreggiamento”: altri due carabinieri sono indagati per falso e frode processuale e, per l’appunto, per depistaggio. Nel verbale i militari escludevano il contatto con lo scooter, che era semplicemente “scivolato”, mentre l’auto aveva cercato in tutti i modi di evitare collisioni. Un testimone ha riferito di essere stato costretto da due carabinieri a cancellare un video dal telefonino. Per il vicebrigadiere che quella sera era alla guida la procura starebbe valutando “l’omicidio volontario con dolo eventuale” (resta accusato di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale Fares Bouzidi). Leggiamo, oppure ascoltiamo, che ci sono “pochi dubbi” sulle dinamiche del “tamponamento evidente”.
Eppure, accanto a queste parole, ce ne stanno altre, che sono state ripetute nei mesi scorsi e che ancora si continueranno a dire. Politici e commentatori pronti a schierarsi a priori “con le forze dell’ordine”, giornalisti che si affrettano a chiarire come il video di martedì “cambi poco” e come alla fine il problema sia nostro, che dal “salotto di casa” pretendiamo il mondo “più giusto e pulito, la polizia con i guanti bianchi in stile ispettore Barnaby”.
Questo genere di discorsi dà alla domanda “che cosa è successo?” una risposta molto secca: “non sono affari tuoi”.
Possono cambiare le circostanze e la gravità dei fatti in esame, ma rimane immutata l’idea che porre quella domanda e cercare risposte attraverso gli strumenti dello Stato di diritto sia un affronto.
Una risposta legata a doppio filo a un certo senso comune, che vuole il morto come qualcuno che se l’è cercata. Se vai in due sullo scooter e non hai il casco, che ti aspetti? Oppure se anche avevi il casco, ma invece di fermarti all’alt scappi a gran velocità per le vie cittadine, non sei tu responsabile per quello che accadde? E se sei un poco di buono, o ti accompagni a dei poco di buono, che pretendi? La colonna infame di questo senso comune va indietro nel tempo e negli anni, e ci ricorda che Stefano Cucchi era un “drogato”, così come Federico Aldrovandi. Mentre per i morti di Stato razzializzati, alla fine, basta una spruzzata di xenofobia e razzismo, a ricordare che sono di una pasta diversa. Un male che non è certo solo italiano. Anche per George Floyd, infatti, nonostante i video c’è chi ha sostenuto che fosse morto per problemi di droga, o per motivi di salute.
Insomma, vale tutto, purché si riesca ad affermare uno Stato del non-diritto: la colpevolezza è una condizione che non richiede prove perché connaturata, e la morte del colpevole così giudicato è un destino che si è compiuto. Perché le forze dell’ordine dovrebbero essere responsabili dell’altrui destino? E se proprio difendere l’indifendibile non è possibile, si può sempre parlare di “poche mele marce”.
Perciò a quel “fatti i fatti tuoi”, si accompagna sempre un altro messaggio, ben più sinistro: “ringrazia che non è toccato a te”. E un ammiccamento alle forze dell’ordine, come a dire: “continuate pure, tranquilli”. Pezzi di istituzioni che si proteggono a vicenda, in un patto sociale tra pochi all’insegna dell’impunità e dell’omertà.
Del resto, proprio sul reato di tortura, nel 2015 Luigi Manconi scriveva un articolo che illumina ancora a distanza di anni la parte più opaca del rapporto che i cittadini, politici e giornalisti compresi, hanno con le forze dell’ordine: la paura. Manconi si chiedeva come mai in Italia fosse così difficile approvare una norma di civiltà che ci vedeva in ritardo di ventisette anni rispetto alla Convenzione ONU sulla tortura che avevamo ratificato. Scriveva Manconi: Perché l’Italia, dopo ventisette anni dalla ratifica della convenzione dell’Onu, non ha ancora introdotto nell’ordinamento il reato di tortura? La prima risposta è semplicissima. Perché la società italiana nel suo complesso – classe politica compresa – ha paura della polizia. Sì, è proprio così. Non teme le forze di polizia in quanto strumento di repressione della illegalità e del crimine e in quanto titolari esclusivi del monopolio legittimo della forza. Se così fosse, ad averne timore sarebbero solo coloro che vivono nella illegalità e nel crimine (tutto sommato una piccola percentuale di cittadini). Il fatto grave, che spiega tante cose e anche la mancata introduzione del reato di tortura, è che resiste nel paese, e nei suoi gruppi dirigenti, una forma diffusa di preoccupazione non per ciò che le polizie, in nome e in forza della legge, possono compiere, ma per ciò che possono compiere contro la legge.
Se volessimo provare, nonostante tutto a perseguire un maggior grado di civiltà, si dovrebbe dire che questa “difesa” delle forze dell’ordine nuoce prima di tutto a loro. C’è un dato significativo al riguardo, che su Valigia Blu avevamo già citato a margine di altre accuse di abusi: il peso statistico che tra le forze dell’ordine hanno suicidi e stress psico-fisico. Dal 2019 al 2023 c’è stato un suicidio ogni sei giorni. Il numero di poliziotti che si è tolto la vita è più del triplo rispetto a quelli morti mentre svolgevano il loro lavoro.
Sono dati che dovrebbero far parlare delle condizioni di lavoro, di come un modello di autorità difeso a prescindere danneggi anche chi è chiamato a metterlo in pratica, con strumenti e modalità sempre più feroci. Invece il massimo dell’empatia cui probabilmente può aspirare un agente delle forze dell’ordine è sentire l’ennesimo giornalista che ripete la tiritera di Pasolini e dei poliziotti di Valle Giulia. Faccio davvero fatica a credere che di fronte a dati del genere la risposta sia nel pensare “ah, se solo potessi torturare, speronare o sparare di più sarei meno stressato”.
E che dire poi di quegli agenti che hanno collaborato a rispondere alla domanda fatidica “che cosa è successo”? Chi sono i servitori dello Stato, chi onora la divisa in casi del genere? Per la morte di Stefano Cucchi la testimonianza del carabiniere Riccardo Casamassima permise la riapertura del caso. Va considerato un membro delle forze dell’ordine da difendere “senza se o senza ma” oppure questo onore spetta ad altri suoi colleghi? Domanda tutt’alto che provocatoria, visto che all’epoca denunciò anche di essere stato trasferito e demansionato, e di aver subito minacce.
“La sconfitta dell’Occidente” incontro pubblico sul saggio di Emmanuel Todd. Tresigallo, 17 gennaio, ore 18,00
L’associazione Pant’art’é aps e il gruppo Telegram “Economia e Politica Internazionale news” organizzano
Venerdì 17 gennaio 2025 alle 18 nella sala riunioni della Birreria Pub BrewLab di Tresigallo (FE) (via Filippo Corridoni 15/e)
un incontro pubblico sui temi e i contenuti del libro di Emmanuel Todd“La sconfitta dell’Occidente” a cura di Massimo Sandri, Fazi Editore, 2024, € 20.
Introduce l’incontro e modera Gioacchino Leonardi, presidente di Pant’art’é aps.
Emmanuel Todd, il noto antropologo francese, che aveva predetto il crollo dell’Urss, ha pubblicato un volume in cui non dà scampo a un Occidente impantanato in Ucraina in una guerra che non può vincere e al tempo stesso non può permettersi di perdere.
Secondo l’autore, il declino dell’Occidente viene da lontano. Affonda nel tramonto del sentimento religioso, nella crisi d’identità delle classi medie e nel conseguente smarrimento di ogni progetto politico.
L’ingresso all’incontro è libero.
Qualche nota sul saggio di Emmanuel Todd
La sconfitta dell’Occidente, a cui fa riferimento il titolo di questo saggio dello storico e sociologo francese Emmanuel Todd – bestseller in Francia con oltre ottantamila copie vendute –, è duplice. Si tratta infatti di una sconfitta esterna, la guerra in Ucraina, ma soprattutto di una sconfitta interna: il declino demografico, morale ed economico delle società occidentali. Todd chiama in causa le classi dirigenti dell’Occidente, in primis quella degli Stati Uniti, con il conflitto russo-ucraino a fare da lente di ingrandimento e a contrapporre, secondo l’autore, una Russia stabilizzata, di nuovo grande potenza, a un Occidente in preda al nichilismo e in crisi irreversibile di egemonia. Utilizzando le risorse della sociologia, dell’antropologia e dell’economia, Todd pone a confronto le “oligarchie liberali occidentali” con la “democrazia autoritaria russa” per spiegare le ragioni profonde dei cambiamenti geopolitici in atto. In particolare, offre una lettura acuta e originale dei punti di forza e di debolezza dei due paesi in guerra (Russia e Ucraina), dei principali paesi occidentali (Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia), dei paesi scandinavi e dell’Europa orientale, senza dimenticare il resto del mondo nel suo complesso. I lettori ritroveranno qui gli elementi che hanno sempre reso unici e preziosi gli studi di Todd: l’analisi dei modelli familiari e delle statistiche demografiche ed economiche, la scrittura brillante, un’erudizione non comune e intuizioni geniali. Documentatissimo e basato su cinque decenni di ricerche, lontano dalle approssimazioni che caratterizzano il dibattito su questi temi, La sconfitta dell’Occidente è un contributo di straordinario valore per capire il nostro presente.
«La crisi dell’Occidente è il motore del momento storico che stiamo vivendo ora. Alcuni ne erano già a conoscenza ma, quando la guerra sarà conclusa, nessuno potrà più negarlo». Emmanuel Todd
«La più lucida, spietata e documentata analisi della crisi euroamericana degli ultimi anni. Un obbligo di lettura per tutti». Pino Arlacchi
«Un originale e avvincente libro-mondo che stimola la riflessione e la discussione sul nostro presente». Carlo Galli
«Questo saggio è qualcosa di più di un evento intellettuale – e morale – di straordinario rilievo. È una denuncia coraggiosa e una folgorante profezia». Franco Cardini
«Questo libro magistrale acuisce il rammarico per l’autodistruzione dell’Europa voluta da manipoli e manipolatori ma allevia la solitudine e la frustrazione di quanti l’hanno prevista e temuta». Fabio Mini
«Forse per la prima volta con tanta lucidità e intelligenza uno storico, attraverso l’analisi dettagliata del declino demografico, delle strutture familiari, della scomparsa della religione e del trionfo del nichilismo in ogni aspetto della vita sociale, ci obbliga a fare i conti con lo sfacelo e l’autodistruzione dell’Occidente». Giorgio Agamben
In copertina: immagine dalla pagina web di Marcello Veneziani.
Vite di carta. Khaled, Hosam, Mustafa: Amici di una vita nell’ultimo romanzo di Hisham Matar.
Ho portato a termine la lettura di Amici di una vita dopo cinque mesi dall’averlo golosamente acquistato in quel di Mantova. Mai libro fu stigmatizzato come questo: dalla firma con dedica dell’autore e dal biglietto di ingresso all’evento di Festivaletteratura in cui Matar ha conversato con Paolo Giordano, biglietto che ho spillato alla quarta di copertina in fondo al libro.
Dell’evento ho già brevemente scritto su questo giornale nell’articolo dedicato alla edizione 2024 del Festival, soffermandomi sul termine esilio e sul valore che Matar gli assegna anche quando si riferisce alla scrittura. Ho detto che l’affermazione di Matar mi è rimasta attaccata a lungo, e a lungo ho ripensato a come nello scrivere entriamo e usciamo dalle parole per trovarne la giusta distanza dalle cose e metterle a fuoco entrambe. Andare lontano permette di capire, ecco forse dove sta il nesso.
Cinque mesi per mettersi a leggere un testo dalla grande statura come Amici di una vita occorrono anche per altri motivi. Uno, legato alle impressioni della prima lettura, è che si tratti di un libro-miniera da cui ricavare nel tempo il distillato della bella maturità scritturale di Matar.
Un altro, che trovo impellente, dipende dal fatto che “certi libri, come certe persone, sono timidi“. Me ne convinco davanti a questa storia che abbraccia oltre trent’anni di vita dei tre amici partiti dalla Libia negli anni Ottanta durante la dittatura di Gheddafi per andare a studiare e poi fermarsi a vivere a Londra. Scava in profondità dentro di loro per poter raccontare con una audacia piena di riservatezza come l’esilio dal proprio paese li abbia prima lacerati e poi forgiati come uomini.
Dopo molti anni, all’esplodere nel 2011 della Primavera araba, due di loro sentiranno che è il momento di agire e tornare in Libia a combattere per la liberazione dal dittatore. La heimat che è dentro di loro è un magnete potente che li riporta dunque a casa, mentre il solo Khaled, che è la voce narrante delle loro tre storie e dei rispettivi intrecci, resta dentro la sua vita di Londra.
La timidezza del libro sembra dipendere da lui, da quel suo bisogno di posizionarsi e di comunicare col contagocce che non comprerà un biglietto aereo per Bengasi. Si terrà stretto alle abitudini londinesi che già una volta, quando aveva diciott’anni, gli hanno dato consistenza salvandolo dall’esplodere in mille pezzi. Anche il rispetto per la sua scelta, la legittimazione della diversità tra le nature e i temperamenti di loro tre va sotto il temine amicizia.
Nella primavera del 1984 Khaled è stato ferito gravemente presso l’ambasciata libica a Londra, dove era andato a manifestare contro Gheddafi insieme al suo amico Mustafa. Solo molti anni dopo viene a sapere che anche Hosam era lì e si è allontanato in tempo dalla sparatoria. Da quella ferita Khaled ha ricevuto lo stigma che più a fondo gli ha impresso dentro lo spaesamento dalla sua famiglia, dal paese d’origine e da se stesso.
Non a caso il libro è pieno di luoghi di Londra, strade, istituti di cultura e caffè, a cui Khaled affigge giorno dopo giorno i brandelli della sua esistenza. Lo sostengono nel tempo il lavoro di insegnante che trova in una scuola superiore, la confidenza più o meno longeva con alcune figure femminili e soprattutto l’amicizia con Mustafa e anni dopo anche con Hosam, che è stato scrittore e può condividere con lui la passione per la letteratura.
Anche a libri importanti come medicine sono ancorati i punti di forza dello spazio vitale di Khaled. I libri lo tengono legato agli amici a al padre, che in Libia continua la sua vita appartata di studioso e che anche per questo gli manca come una radice piena di linfa.
Quando Hosam e Mustafa vanno in Libia a combattere, i messaggi e le mail con loro e con la sorella prendono la consistenza di un cordone ombelicale che mantiene Khaled legato alla Storia libica. Mentre si tiene legato alla sua storia personale.
Khaled comprende che dentro i lembi delle vecchie ferite all’ambasciata ha ricucito, oltre a un polmone e ai muscoli dorsali, anche la sola possibilità di rimettere insieme i pezzi. Una volta in una vita. Ora non potrebbe rientrare in Libia da un esilio durato oltre trent’anni, non può esporsi al rischio di lacerare l’identità che ha lentamente assemblato. Lo comprende quando dopo un breve viaggio usa la parola tornare pensando al suo piccolo appartamento londinese. L’ha sempre usata per la famiglia e la Libia.
Comincio e finisco con le parole, scrivendo di Matar, vincitore del premio Pulitzer 2017 nella sezione autobiografia e dell’Orwell Prise for Political Fiction 2024. Ho iniziato con esilio e finito con tornare; nel mezzo ho nominato anche l’amicizia e i libri. Su questi ultimi c’è un pagina in cui Khaled parla della strana abitudine del suo amico Hosam: ne possiede pochi, una trentina circa, e nei suoi spostamenti duraturi li porta con sé chiusi in una valigia.
Essere così diversi e tanto amici. Hosam dice a Khaled, e a me anche se non lo sa: “Conosci qualcosa di più deprimente di una parete di libri? Ma so che tu non la pensi così. Sei convinto, come Montaigne, che la sola presenza di libri in una stanza ti coltivi, che i libri non siano fatti solo per essere letti ma per viverci insieme”.
Nota bibliografica:
Hisham Matar, Amici di una vita, Einaudi, 2024
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice
Attorno a Nino Barbantini e alla palazzina di Marfisa d’Este: un patrimonio da non dilapidare
Nel 1838 il conte Francesco Avventi, a proposito delle riscoperte immagini di Schifanoia, scriveva: “Sono queste preziosissime per noi specialmente, giacchè in esse rileviamo i costumi di quella età, essendovi effigiati personaggi, vestiarii e cose, eseguite e tratte dal vero, con la massima precisione, e tale da ricordarci le fisionomie e le pratiche degli avi nostri”.
Da questo momento credo si possa far partire l’associazione, non solo visiva, degli affreschi con l’invenzione di una ‘età dell’oro’ per la città di Ferrara, identificabile nei due secoli del vicariato estense.
Molto schematizzo per ricordare che il processo di unificazione nazionale annullò la presenza e volle cancellare la memoria degli Stati preunitari, compreso quello pontificio, ai quali fu addebitato di essere di ostacolo alla creazione dell’Italia unita. A processo in atto è comprensibile la contrapposizione fra il periodo estense e quello legatizio: Ferrara dal 1598 sino al 1860 fu Legazione pontificia. Raggiunta l’unificazione politica, tale opinione non è più accettabile, anche se è rimasta e rimane nel sentire comune e nelle scelte delle istituzioni.
A conferma ed esemplificazione cito il giudizio di Giuseppe Agnelli(1856-1940): la sua opinione è importante perchè fu tra i primi a fattivamente impegnarsi per il recupero della palazzina di Marfisa d’Este. Bibliotecario della Ariostea, presidente della Ferrariae Decus, fu personaggio eminente nella Ferrara fra fine Ottocento e prima metà del Novecento.
“Un senso di povertà morale serpeggia dovunque; non più concordia di nobili spiriti verso un’idea, bensì comunanza di piccole anime nelle Accademie senza idee, che sorgono con titoli grotteschi e s’accapigliano in gare vergognose e muoion d’inedia e rinascono moriture sempre pronte a concedere il passaporto poetico per l’ingresso nella società aristocratica. … Si determina a grado a grado un movimento di umiliazione civile, che il governo della Santa Sede asseconda; giova cancellare nei nuovi sudditi la memoria del passato, rendere debole e sonnolento l’animo loro; … No, la magnanimità non fu intesa dalla pigra anima cittadina! A cui, meglio dei mercanti avveduti, taluni cardinali o scaltri o violenti rubarono i segni della stagione di gloria”.
Agnelli, allievo a Bologna di Giosuè Carducci, non sa dimenticare i versi che il poeta dedica Alla Città di Ferrara in particolare:
“La lupa con un guizzo del rabido artiglio la bianca aquila ghermì al petto, la straziò nell’ale. Maledetta sie tu, maledetta sempre, dovunque gentilezza fiorisce, nobiltade apre il volo, sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta”.
Ancora nel 1996 si parla di “infausto 1598”; Andrea Emiliani scriverà: Ferrara, “città devoluta nel 1598 ed allontanata con violenza dalla storia”.
Ferrara, “città del silenzio”, “città morta”, diviene uno stereotipo il quale viene fatto proprio dagli stessi ferraresi che lo assumono a testimonianza del degrado legatizio in opposizione all’antica gloria estense.
Ancora Giuseppe Agnelli scriverà: “perisce in turpe abbandono la palazzina di colei, che volle morire in Ferrara perché sapesse la storia come donna degli Este non aveva ceduto agli usurpatori la terra di sua famiglia.”
Lo stato della Palazzina di Marfisa d’Este prima del restauro
La Palazzina non è l’unico edificio che concorre a dare corpo e sostanza ad una formula che pare accettazione di uno stato: utilizzato a testimoniare una nuova letteraria ed affascinante qualità di Ferrara. Parallela è l’indicazione del palazzo detto di Ludovico il Moro.
Agnelli così lo descriverà nel 1902:
“Il palazzo abitato da molte povere famiglie, che lo popolano di prole numerosissima, è in condizioni di trascuranza pietosa, labenti e scrostate le muraglie, le finestre cascano a pezzi, le arcate della loggia furono chiuse con pietre e tavole malamente connesse.”
Dopo l’ancora utile testo di Gualtiero Medri (1938), le vicende della Palazzina sono ripercorse, analiticamente e con ampia edizione di documenti, nel necessario volume apparso nel 1996 a cura di Anna Maria Travagli Visser.
Mi limito, schematicamente, ad indicare alcuni degli usi ai quali il complesso di edifici fu adibito prima che l’affidamento, nel 1909, alla società Ferrariae Decus aprisse al tema e al problema del recupero.
Alla morte di Marfisa il complesso di San Silvestro sarà abitato dall’agente dei Cybo, il padre dello storico Cesare Cittadella, e parzialmente affittato.
La rinuncia dei Cybo a mantenere un proprio fiduciario in città apre a vendite, a demolizioni e ad usi impropri. Nel corso del XIX secolo sarà sede di una fonderia, di una fabbrica di candele, di un filatoio di seta, di una fabbrica di saponi, di una fabbrica di chiodi, di un magazzino di canapa, di un teatro per dilettanti, di una società ginnastica, abitazione di famiglie indigenti. Questo anche dopo l’acquisto da parte del Comune, nel 1861.
Agli inizi del Novecento il complesso è stato in gran parte demolito, restano l’edificio centrale, la loggia e l’ampia sala collegata. Il tutto in stato di abbandono. La Ferrariae Decus, nata per la salvaguardia delle memorie cittadine, compatibilmente con le disponibilità finanziarie, inizia il recupero sia delle strutture che delle decorazioni pittoriche.
In questo tempo si è consolidata, fatta propria anche dagli abitanti e dalle istituzioni, la formula di “Ferrara città del silenzio”.
Nino Barbantini si riconosce compiutamente in questa identificazione e scriverà:
“I ricordi e la bellezza, il silenzio e l’abbandono avranno fatto di questo palazzo disabitato una sede intatta e inviolabile della poesia e del sogno …. La poesia della nostra città; una poesia fatta di grandi ricordi e di silenzio pare che abbia in essa un simbolo materiale”.
Lo stesso Barbantini e Gaetano Previati daranno immagine e forma letteraria al mito di Marfisa letto all’interno di tale condizione. Ricordo la ben nota descrizione del corteggio di Marfisa e il dipinto del pittore ferrarese.
Il sodalizio e la comune espressione di intenti fra Barbantini e Agnelli nasce in questo contesto; un sodalizio che non si interrompe con il passaggio a Venezia di Barbantini nel 1909 e che potrà essere ripreso nelle celebrazioni degli anni Trenta.
Le prove di questo legame sono innumerevoli. Il libretto Per la Palazzina di Marfisa è edito nel 1908 dalla Ferrariae Decus, presidente Agnelli. Raccoglie testi scritti e pubblicati dal 1905 in poi. Nel 1905 Barbantini dedica un proprio libretto “Al Prof. Agnelli. Maestro venerato e carissimo”. Come nota Andrea Emiliani, Barbantini “è immerso nel milieu culturale e sociale di Ferrara.”
“Nell’estate del 1906 Giuseppe Agnelli ed io passeggiammo molte sere sotto i plenilunii e sotto le stelle per ragionare della bellezza di Ferrara e vedere i palazzi nella luna o nell’ombra … così ci ricordammo di te, Marfisa d’Este bel fiore stanco e della tua leggenda … e sognammo di restituirti la tua casa, perché potessi affacciarti ogni notte alle sue finestre a vedere se giungono i tuoi amanti, sederti entro una luce di luna, per narrare alla luna – o amante desolata – i tuoi amori…. Ragioni di poesia: perché la loro stessa collezione istituirà intorno a queste pietre un’atmosfera speciale ove l’individualità di ognuna di esse potrà spiccare con vivo risalto, ove le loro espressioni singolari potranno confondersi in un’espressione unitaria.”
In questo ambito l’amministrazione comunale accoglie le suggestioni di Nino Barbantini e le richieste avanzate da Giuseppe Agnelli e affida la palazzina alla Ferrariae Decus affinchè proceda alla istituzione di un museo lapidario ove raccogliere le sparse testimonianze scultoree presenti in città, dall’età romana sino al XVI secolo.
Nella Relazione del 1909 il Presidente comunica ai soci le date di inizio dei lavori e le ragioni di qualche ritardo; osserva:
“Abbiamo soltanto pensato, abbiamo studiato l’antica dimora, ci siamo meglio convinti che a quelle sale, gravate dal silenzio dei secoli, converrà la voce fioca, ma profonda, ma suscitatrice di alti pensieri, delle nostre pietre vetuste; abbiamo riconosciuto possibile di ridonare all’edificio la originaria fisionomia storica, di ottenere che i soffitti risplendano nelle vaghissime decorazioni, illuminino le morte cose con un raggio di bellezza.”
Scriverà Barbantini:
“Io vorrei che il giorno dell’inaugurazione del Museo i sarcofagi fossero riempiti di rose, i cippi e le lapidi inghirlandate di mirto e che i fiori fossero sparsi per terra ovunque. … E come potremmo comprendere l’infinita poesia della morte se non sentissimo in un perpetuo contatto con essa quella della vita? Perché noi sappiamo di portare nella Palazzina delle cose defunte. Anzi ce le porteremo appunto per questo; non solo perché sono belle, ma anche perché sono morte come la statua che non è più nella sua piazza o la lampada che non arde più sul suo altare. Che cos’è la poesia della Palazzina di Marfisa? L’eco di una musica nel silenzio.”
I lavori avviati comprendono sia il consolidamento delle strutture che il restauro delle decorazioni pittoriche, affidato in primo tempo a Giuseppe Mazzolani (1842-1916). L’intervento procede lentamente per l’esiguità dei fondi. Già nel 1913 si fa strada l’ipotesi di una diversa destinazione.
Giuseppe Agnelli la comunica ai soci della Ferrariae Decus:
“Altre volte, confessiamolo subito, propugnammo per la Palazzina l’idea di un Museo esclusivamente Lapidario … Or bene, via via che i soffitti andavano ripigliando i colori e le armonie del passato un senso inesprimibile di gioia entrò dominatore nell’animo nostro e il progetto d’un tempo venne a poco a poco modificandosi.”
Scuola dei Filippi, Ritratto di Marfisa d’Este bambina, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Lo scoppio della prima guerra mondiale tronca ogni cosa.
Al termine del conflitto il Paese, e Ferrara, sono travagliati da una crisi economica grave, da conflitti sociali, dal sorgere della violenza fascista particolarmente attiva nelle campagne del ferrarese, conduttore lo squadrista e futuro quadrumviro Italo Balbo.
Il 4 aprile 1921 Benito Mussolini, candidato, tenne nel giardino della palazzina Marfisa un discorso elettorale che terminò con l’invito: “al popolo di Ferrara”: “Qui o popolo di Ferrara è la tua storia. Qui o popolo di Ferrara è la tua vita. Qui o popolo di Ferrara è il tuo avvenire.” [In occasione della inaugurazione della Palazzina fu posta una lapide che così recitava: “Qui dove labente squallore accusava l’incuria del tempo e l’ignavia degli uomini squillò vindice di trionfale rinascita il 4 aprile 1921 la voce di Benito Mussolini. Il popolo della città e dell’agro di Ferrara additando il nome e il segno di Roma.
L’oratore, molto probabilmente, non aveva consapevolezza del luogo, né, certamente, ne avvertiva la collegata poetica del silenzio e dell’abbandono. Da questa occasione la classe dirigente locale fa partire un nuovo stereotipo. L’abbandono e la cancellazione dell’immagine di “Ferrara città morta” alla quale subentra quella della “rinascita” nel nome degli Este e del fascismo. “Il nascere del Fascismo ed un novecentissimo Astolfo ci trassero da sì ignobile stasi.”
Gualtiero Medri scriverà:
“Dal suo Loggiato [della palazzina] il Duce dell’Italia di Vittorio Veneto parlò al popolo che lo gridava suo candidato alle elezioni politiche. Era il 5 di aprile del 1921, una giornata sfolgorante di sole e di entusiasmo. Il prato della Palazzina rigurgitava di popolo accorso per vedere, ascoltare, acclamare l’uomo che ridava l’Italia agli Italiani; era tutto un ondeggiare di vessilli; pareva fiorissero come per incanto dall’entusiasmo che la parola del Capo faceva divampare. Fu giornata trionfale per il Fascismo Ferrarese e pei colori della Patria.”
Non bastò a far ripartire i lavori, come non bastò la raccolta di fondi che un comitato di signore ferraresi, sotto gli auspici della Ferrariae Decus, organizzò nel 1924.
“La Kermesse organizzata nel campo erboso della Palazzina, riuscì graziosissima: la sera i chioschi luminosi, fioriti dalla eleganza di signore e signorine, offrivano un effetto fantastico, lasciavano intuire che cosa il grande prato diventerebbe con opportuni piantamenti che lo trasformassero in un giardino cinquecentesco, rinovellando il giardino di Marfisa.”
Nella vulgata locale la reintegrazione della Palazzina è attribuita alla volontà della Cassa di Risparmio di Ferrara e del suo presidente senatore Pietro Niccolini di celebrare in quel modo il centenario di fondazione della banca. Senza volerne sminuire l’intervento è necessario allargare il discorso a una situazione e operazione politica le quali miravano a radicalmente mutare l’immagine di Ferrara.
L’operazione Marfisa non è isolata ma si inserisce nel più generale disegno che il fascismo portava avanti in tutta Italia; a Ferrara in particolare il gerarca Italo Balbo intendeva far dimenticare le violenze e le uccisioni offrendo del nuovo regime una immagine coonestata dalla borghesia cittadina, di continuazione del buon governo estense, del rinnovamento delle glorie passate, di un futuro alto e concorde.
Abbiamo ricordato il parallelo degrado del palazzo di Ludovico il Moro. Nel 1930 iniziano i lavori di ristabilimento per ospitarvi il Museo Archeologico Nazionale di Spina. Il soprintendente Carlo Calzecchi Onesti (1886-1943) scrive “occorre qui ricordare fra i promotori della provvidenziale risoluzione, in primo luogo Sua Eccellenza Italo Balbo.”
Una situazione coincidente con quella della palazzina di Marfisa. Ricordo in quello stesso periodo la invenzione del Palio di Ferrara e momento centrale di tutta la operazione le celebrazioni per il quarto centenario della morte di Ludovico Ariosto (1533).
A partire dal 1928 inizia un insieme articolato di iniziative che vedevano, raccolte nella Ottava d’Oro, conferenze di illustri studiosi. In quella di apertura Italo Balbo dirà:
“Gaiezza, fantasia, gusto della vita, giovinezza, cavalleria, valore, armonia dello spirito, ottimismo: ecco quanto noi chiediamo all’Ariosto … il che, se non erro, definisce in pieno non soltanto l’ideale ariostesco della vita, ma quello latino e italiano e fascista, nel senso più nobile della parola.”
Si aggiungeranno varie mostre fra le quali una bibliografica a cura di Agnelli e Ravegnani, una sui bronzi del museo Civico affidata a Gualtiero Medri e quella, più significativa ed importante sulla Pittura Ferrarese del Rinascimento, la cui presidenza ‘effettiva’ era di Italo Balbo: ‘direttore generale della esposizione Nino Barbantini’.
Un percorso decennale che si può far terminare con il restauro della Palazzina di Marfisa compiuto nel 1938.
La Cassa di Risparmio di Ferrara diviene, con qualche riluttanza, elemento necessario per la conclusione degli anni ariosteschi e per la definizione di un modello che nel recupero della Ferrara estense diviene paradigma per il futuro che verrà.
Non è inutile ricordare che nel 1928 in occasione del rinnovo delle cariche, l’assemblea dei soci della Cassa vota il presidente senza tenere conto delle indicazioni di Italo Balbo, il quale reagisce in maniera violenta tanto che il presidente eletto si dimette e viene nominato il candidato della federazione: Pietro Niccolini “fascista da sempre”.
Quando, dieci anni dopo, si tratta di organizzare la celebrazione per il centenario della fondazione della banca il consiglio si divide ed una parte insiste per una opera di beneficenza. Prevale la scelta del restauro della Palazzina di Marfisa, sostenuta dal presidente Niccolini e gradita “al quadrumviro cittadino Italo Balbo”.
Il consigliere Giulio Righini interviene dicendo “di non essere rimasto insensibile al fatto che Sua Eccellenza Italo Balbo che ha la costante visione degli interessi materiali ma anche ideali e spirituali della città approva e loda il progettato restauro e l’ideata destinazione della Palazzina Marfisa”.
Giuseppe Agnelli scriverà “resti memoria che indussero all’atto munifico la vigile influenza di Italo Balbo e l’alto sentimento civile del Presidente senatore Pietro Niccolini.”
Alla inaugurazione sarà presente lo stesso Balbo, venuto appositamente dalla Libia della quale era stato nominato governatore
L’arrivo di Italo Balbo per l’inaugurazione della Palazzina di Marfisa d’Este nel 1938
L’intenzione politica è dichiarata ed esplicita: la Palazzina di Marfisa sarà l’edificio di rappresentanza della Ferrara fascista.
Questo è il quadro nel quale, senza obiezioni, si muove Barbantini . Molto è mutato da quando nei primi anni del Novecento lo studioso inneggiava alla poesia del silenzio. Le mostre veneziane, quella ferrarese del 1933, i rapporti culturali allargati come non era possibile a Ferrara hanno reso attuabile una diversa visione di Ferrara: non più una città morta ma una intellettualmente vivace che rinasce nella continuità con la tradizione estense. Corrisponde a quanto vuole la classe politica che gli affida il compito di creare la dimora rinascimentale di Marfisa.
In quello stesso periodo (1935-1940), il conte Vittorio Cini gli affida il compito del restauro e dell’arredo del Castello di Monselice. Le due operazioni, quasi contemporanee, sono analoghe e collegate fra loro.
Barbantini aveva già dimostrato di sapere ricreare ‘il genio del luogo’. I ferraresi lo avevano riconosciuto nell’allestimento della mostra del 1933 dove l’utilizzo di mobili di antiquariato serviva ad inquadrare i dipinti, a dare in qualche modo al visitatore il senso di partecipazione e coinvolgimento personale; da questo punto di vista ebbe generale ammirazione l’ambientazione del Compianto del Cristo del Mazzoni collocato in un ricostruito scurolo a dare l’impressione di una presenza contemporanea all’evento.
Barbantini non è inventore di un tipo di presenza, numerosi sono gli esempi ai quali può essersi rifatto.
Alfredo D’Andrade, nel 1884, aveva creato a Torino il Borgo Medievale che riassume modi di intervento, convinzioni e convenzioni che varranno almeno sino agli inizi del secolo successivo. Barbantini avrà visto, nel 1918, il sontuoso volume dedicato alla Casa milanese Bagatti Valsecchi, la avrà forse visitata. Ha certo consultato il libro del fotografo Augusto Pedrini dedicato agli ambienti del Rinascimento e agli arredi; un atlante di oltre seicento immagini, un repertorio ricco di suggestioni.
Certo non gli era ignoto il Museo dell’Arredamento di Stupinigi. Avrà visto, nel 1911 all’esposizione per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, varie ricostruzioni di abitazioni. Altri possibili riferimenti confermano come il coordinatore ferrarese si muova entro un ambito largamente frequentato, accolto e riconosciuto.
Nella stessa Ferrara esistevano almeno due esempi di ricreazioni di atmosfere e di recupero del passato. Le statue dei duchi estensi poste di fronte alla cattedrale, invenzione di Agnelli, Giuseppe Maciga mecenate, eseguite, nel 1926, dallo scultore Giacomo Zilocchi. La edificazione medievaleggiante, nel 1924, della Torre della Vittoria ad opera dell’ingegner Carlo Savonuzzi.
È bene avere in mente le indicazioni operative che Barbantini dichiara: valgono sia per la palazzina ferrarese che per il Castello di Monselice.
“Il programma che ha informato il restauro, il concetto di conservare all’edificio tutti i segni nobili della sua lunga esistenza evitando scrupolosamente perfino l’occasione di qualsiasi invenzione ed aggiunta, è stato seguito in somma ed in sostanza, senza eccezioni e senza distrazioni, fino in fondo. Crediamo di potercene lodare.”
E per la Palazzina:
“Il nostro compito era chiaro. Conservata rigorosamente la struttura interna dell’edificio, completato il restauro delle volte, si trattava di praticare alcune opere semplici e alcuni accorgimenti elementari intesi ad ottenere che l’armonia di quella struttura e la vaghezza di quelle decorazioni risultassero e non fossero turbate.”
Bernard Berenson scriverà, parlando della mostra del 1933: “Capii che chi l’aveva allestita doveva essere un ‘conoscitore’ nel senso vero della parola, dotato di un finissimo intuito, di un gusto sobrio, di un occhio sicuro per l’ambientamento dell’opera d’arte.”
Sia a Monselice che a Ferrara, salvaguardata la coerenza delle strutture, è l’allestimento che garantisce l’identità.
Barbantini non ha, né a Monselice né a Ferrara, la preoccupazione di recuperare pezzi un tempo presenti nelle due sedi. La ricreazione di una atmosfera non viene diminuita o condizionata dall’ansia della ricerca storica. Scriverà per la palazzina di Marfisa ma vale anche per il castello di Monselice:
“Questi mobili appartengono quasi tutti al Cinquecento. Nella scelta meditata e rigorosa che ne abbiamo fatta, trascegliendoli fra i più insigni che abbiamo incontrati sul mercato italiano, ci siamo preoccupati oltre che dell’eccellenza di ogni esemplare, della loro conservazione che per tutti o quasi tutti i modelli raccolti possiamo asserire perfetta.”
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Sala della Palazzina di Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini
Tale comportamento conduce ad un uso disinvolto delle opere acquisite. Faccio alcuni esempi. Per potere utilizzare quattro monumentali cornici “sansovine” vengono inseriti, in tre, “frammenti di più vaste composizioni con episodi di battaglie”: si tace che per fare questo è stata tagliata una copia delle Battaglia delle Amazzoni da Rubens, proveniente, integra, dalla collezione Donà delle Rose. Il Ritratto di Dama, dalla stessa raccolta, è in realtà il ritratto di Livia Martinengo come indicava una legenda, cancellata al momento della collocazione in Marfisa: “Livia Nobilis Matrona Romana Com. Martig. Pudicitia et Pietate Nobilior”. Il Viaggio di Fetonte montato nella volta della sala 6 è copia parziale dell’affresco di Giulio Romano presente in Palazzo Te a Mantova: raffigura il carro del Sole che si avvia al tramonto mentre dalla parte opposta si avvicina la Luna. Il ritratto di Marfisa d’Este, futilmente riconosciuto da Alfonso Lazzari, è stato dovuto restituire a Mantova e sostituito da una copia del pittore Mario Capuzzo: si tratta del probabile ritratto di Louise de Lorraine da un originale di Anthonis Mor.
Nessuna delle opere presenti in Marfisa ha, anche labile, collegamento con l’edificio e con il personaggio. Lo stesso vale anche per il contemporaneo intervento su Monselice.
Una parte delle opere, per ambedue le sedi, ha la stessa provenienza, in particolare dalla collezione Donà delle Rose e da quella Pisa. Alcune seggiole e seggioloni paiono partizione da uno stesso blocco. Le atmosfere da ricostruire sono diverse ma in alcuni momenti vi è coincidenza di soluzioni. Penso alla ricostruzione dello ‘studiolo’ identica in entrambi gli edifici. A Ferrara vi sono state successive recenti e sciagurate modifiche che hanno eliminato il broccatello alle pareti e fatto scomparire calamaio, penna e stoffa, gli arredi del tavolo.
“Un solo ambiente abbiamo creduto necessario tappezzare di broccatello, e cioè la sala ottava, in omaggio alla sua appartata funzione di ‘studiolo’ e al carattere eccezionale del soffitto che la sovrasta.”
Mario Capuzzo, Presunto ritratto di Marfisa d’Este, 1938. Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este
Barbantini è un visionario, progetta per tempi lunghi, proponendo una sintesi di realtà che pensa immutabili e che coincidono con il potere in quel momento presente. È una favola quella che viene narrata nelle sale della Palazzina; una favola che non ha quasi alcun rapporto con la realtà storica.
Un Rinascimento fatto di cortesia e gentilezza, di arte e di bellezza, di poeti ed artisti, di cavalieri e dame.
Barbantini fu un geniale e capace realizzatore di tale impegno. Le sue qualità sono state testimoniate sia dalle esposizioni veneziane che da quella ferrarese del 1933. Programmaticamente una mostra è un momento contingente destinato, per quanto riguarda l’ordinamento, a scomparire; possono restare documentazioni varie ma se ne perde la generale visione.
A Ferrara, dopo il 1933, la Pinacoteca Comunale aveva mantenuto, restituiti gli arredi che la completavano, la sistemazione delle sale; dopo la statizzazione i direttori che si sono succeduti hanno cancellato ogni residua testimonianza: restano solo alcune fotografie d’archivio.
I musei veneziani, da Ca’ Rezzonico al Museo Orientale, hanno mutato allestimento e presentazioni. Lo stesso Castello di Monselice, contemporaneo alla Palazzina e ispirato agli stessi criteri, ha visto spostamento di opere e furti che hanno fortemente modificato quanto realizzato da Barbantini.
L’unico esempio sopravvissuto di un impegno che aveva caratterizzato tutta la sua vita era l’allestimento della Palazzina di Marfisa d’Este. Non a caso Carla di Francesco scriveva “La Palazzina intesa come globalità degli intenti e dei risultati è ormai entrata a far parte della storia del restauro e del gusto, come esemplare – intoccabile ormai – della cultura ferrarese del suo tempo”.
Una Amministrazione attenta e funzionari consapevoli hanno difeso l’assetto tramandato e preservato questo unicum museale, prezioso perché sopravvissuta testimonianza di un’epoca, di un gusto, di criteri e modalità di intervento.
Attenzione che viene meno quando nel 2014 si iniziano a collocare nella Palazzina esposizioni di arte contemporanea. La prima è Lovers, aperta dal 22 maggio al 15 giugno 2014. Inizia un uso continuativo della Palazzina che diviene sede, neutra, di mostre di arte contemporanea: l’allestimento Barbantini non è fatto per coesistere con altro e quindi scompare cancellato dai pannelli per il sostegno dei nuovi materiali: la Palazzina resta chiusa per le fasi di allestimento e disallestimento derivati dal nuovo uso.
Locandina della mostra Aqua Aura, Ferrara, Palazzina di Marfisa d’Este, 2019
Non faccio un elenco delle esposizioni che vi hanno trovato sede; ne ricordo solo qualcheduna a testimoniare un uso infelice e incolto: responsabili gli amministratori e i funzionari che da quella data si sono succeduti sino ad oggi. Apre il 12 novembre 2015 Il manichino e i suoi personaggi, chiuderà il 13 marzo 2016; dal marzo al maggio 2019 Aqua Aura. Paesaggi curvi; XVIII Biennale Donna. Attraverso l’immagine, dal settembre al novembre 2020; Augusto Dolio, Il respiro della natura dal 18 giugno all’11 settembre 2022
A tutto questo corrisponde la bizzarra ipotesi di trasferirvi il Museo Antonioni.
“Siamo fermi ma, in questa immobilità si è fatta strada anche una nuova ipotesi per la sede del Museo [Antonioni], ovvero Palazzina di Marfisa d’Este in corso Giovecca”.
A parlare è Vittorio Sgarbi presidente della Fondazione Ferrara Arte.
A settembre del 2022 la Palazzina è stata chiusa al pubblico per lavori di restauro non chiaramente specificati; comportano la liberazione delle sale e lo spostamento delle opere. Il timore forte e non ingiustificato è che si colga l’occasione per eliminare del tutto l’ordinamento Barbantini.
Penso non sia inutile ricordare che gli arredi, tranne alcune poche eccezioni, sono di proprietà della banca, oggi Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Esiste una convenzione, stipulata il 17 giugno 1941, che ne regola il rapporto con l’Amministrazione Comunale.
“Che la Cassa vuole conservare e conserva in sua proprietà tutto il vero e proprio mobilio, facendone, a puro titolo di deposito da potersi, secondo l’intendimento espresso dalla Cassa, considerare perpetuo, la consegna al Comune, non mai per utilizzazioni pratiche, ma solo per l’esclusivo uso di arredamento artistico della Palazzina, con divieto di rimozione o di trasporto dei mobili in altri edifici o locali, e con l’obbligo della loro buona conservazione. … Nel caso di utilizzazione diversa dall’attuale, che è quella convenuta fra Comune e Cassa di Risparmio, di un signorile appartamento di rappresentanza della città (esclusa quindi la sua utilizzazione in impieghi pratici ed inusuali) che il Comune intendesse di dare alla Palazzina, ovvero a qualche locale della medesima, i mobili, quadri, sopramobili, ecc. di proprietà della Cassa che adornano i locali stessi, saranno restituiti alla Cassa proprietaria.”
Dovrebbe essere inutile, ma non lo è, segnalare che una convenzione o la si attua o la si muta: non si può far finta di niente.
È quanto è accaduto: la Palazzina non è più la sede di rappresentanza della città. Non si capisce per quali ragioni la banca proprietaria non faccia valere i suoi diritti.
Una Amministrazione disattenta e funzionari inadeguati hanno commesso e continuano a commettere due errori che non sono solo di metodo.
Il primo è non aver capito che la Palazzina era il perno per il riconoscimento della Ferrara estense. Una volta accolta l’ipotesi, riduttiva e, a mio parere, sbagliata, che la storia della città si chiudeva nei due secoli del vicariato estense, era d’obbligo enfatizzare le presenze che guidavano a quella lettura. La Palazzina era stata creata con questo scopo; non averlo inteso fa molto dubitare sia delle capacità politiche che di quelle professionali di amministratori e addetti.
Il secondo è, avendo cancellato la Palazzina, avere rinunciato a possibili finanziamenti e promozioni, ad ogni aggancio con le istituzioni che operano nel settore.
Stupisce che non ci si sia resi conto che l’ICOM ha una sezione dedicata alle dimore storiche, DEMHIST, che consente di mettere in rete e di fruire della promozione complessiva, canale per ottenere finanziamenti e per partecipare a programmi specifici.
L’inserimento negli elenchi vale anche per “case che non sono mai state abitate perché ‘costruite’ (o allestite) apposta per essere musei: cioè costruzioni di ambienti dedicati a spiegare come viveva una fascia della società in un certo luogo in un determinato periodo storico”.
Stupisce che non vi sia stato accesso a quanto previsto dalla Legge Regionale 10 febbraio 2022 n. 2, la quale prevede, in particolare all’art. 5, una serie di contributi a sostegno sia degli interventi di manutenzione e restauro sia per opere di valorizzazione.
Stupisce altresì che la Ferrariae Decus, alla quale va il merito dei primi interventi e una continua attenzione, sia restata e resti inerte di fronte alla distruzione di quella Palazzina il cui ripristino è stato tanta parte della storia della associazione.
Nota:
Questo saggio di Ranieri Varese uscirà nel 2025 su Artes, la rivista diretta da Luisa Giordan dell’Università di Pavia, nel primo numero della nuova serie.
In copertina: Ferrara, Palazzina Marfisa d’Este nell’allestimento Barbantini.
Per leggere gli altri interventi di Ranieri Varese su Periscopioclicca sul nome dell’autore
In libreria da oggi, “Dieci teste, nove cappelli” di Micaela Chirif e Mercé Galí, edito da Kite, ci insegna che le cose hanno un valore limitato.
Lo abbiamo sfogliato in anteprima, come sempre quando il volume arriva (vi atterra quasi magicamente) nella buchetta delle lettere lo si apre con delicatezza e la curiosità di bambino.
Questa volta il pacchetto ha dimensioni un poco più ridotte del solito, lo apro e ho una piacevole sorpresa: il libro si sfoglia in orizzontale anziché in verticale. Già mi piace. Adoro ciò che è diverso e unico.
Sulla copertina, faccette buffe e tanti cappelli originali, di paglia, velette, bombette, coppole. Copricapi più o meno eleganti e sbarazzini.
Mi viene alla mente il libro sulla tecnica de “I sei cappelli per pensare” di Edward De Bono(per pensare bene, bisogna interpretare dei ruoli, indossando idealmente dei cappelli di sei colori – bianco, rosso, giallo, nero, verde e blu – che rappresentano i diversi punti di vista, anche quelli più lontani dalla propria indole), ma non vi è alcun legame.
Il messaggio di questo delicato albo illustrato è ben altro. Così si narra che, a volte, ci sono dieci teste e solo nove cappelli: può cioè succedere che ci siano più bambini che cose da dare a tutti loro, una per ciascuno. Un grave dilemma! Bisogna trovare una soluzione al grave problema o si rischia davvero grosso.
Se ci sono dieci teste e solo nove cappelli, Georgina deve andarsene; se otto bocche e solamente sette zuccherosi e golosi pasticcini, è Eugenio a dover partire. Troppi nasi e pochi fazzoletti, oppure simpatici pennarelli verdi che non bastano a disegnare curiosi e ondeggianti ombelichi, e allora anche Alice e Ciro se ne devono andare.
Dieci teste, nove cappelli di Micaela Chirif e Mercé Galí, immagini Kite
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due bambini. Restano solo due bambini. Ma qualcosa, o meglio, qualcuno, arriva. E basterà per tutti.
Chi sarà? Solo alcuni indizi: profumo di crema e di burrosa torta alle mele, abbracci calorosi, capelli turchini/violetti ed eleganti chignon, grembiuli avvolgenti, sughetti deliziosi, croccati crostini di pane, morbido zucchero filato, fiabe della domenica, pizzette colorate, budini proibiti, caramelle scintillanti, soldini per il giornalino di fumetti, prati verdi su cui correre, gattini da accarezzare, tuttociòchevuoi e leichetantomanca. LEI, la certezza di quando sei bambino, lei che bastava e basta per tutti. Lei che sembrava venire giù dal cielo illuminato dalle stelle. Un regalo inatteso.
Una storia che ci insegna che i beni materiali sono sempre limitati, ma i sentimenti non lo sono mai. E ci sono per tutti. Davvero per tutti. Perché i beni finiscono, i baci e gli abbracci no.
Dieci teste, nove cappelli di Micaela Chirif e Mercé Galí, immagini Kite
Micaela Chirif, Mercé Galí, Dieci teste, nove cappelli, Kite edizioni, Padova, 14 gennaio 2024, 40 p.
Micaela Chirif è una scrittrice peruviana di poesie e albi per bambini. È laureata in Filosofia e ha conseguito un Master in letteratura e libri per bambini. Ha ricevuto diversi premi, tra cui, nel 2017, una menzione della Medalla Colibrí IBBY Chile e il Premio Fundación Cuatrogatos. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Sito web
Mercé Galí cresce circondata da storie e poesie nella libreria dei suoi genitori a Barcellona. Dopo gli studi di Disegno e Illustrazione, si specializza in Incisione alla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Barcellona. Lavora per l’illustrazione per bambini e ragazzi, con case editrici e riviste. Si dedica inoltre alla comunicazione culturale. Tiene laboratori per bambini e corsi per adulti. Espone libri d’artista e incisioni in mostre collettive e personali. La caratterizzano la spontaneità del tratto, le macchie, l’uso di collage e fotografia, la ricerca della semplicità, la valorizzazione dello humour. Pagina Facebook
L’energia elettrica costa più cara con il nucleare che con le fonti rinnovabili
“Il nucleare renderebbe più cara l’energia elettrica. Un costo ben maggiore rispetto a quello delle fonti rinnovabili. E i reattori “piccoli” (Small Modular Reactor, SMR) sono ancora più costosi”. Lo afferma la Coalizione 100% Rinnovabili Network, promossa dalle associazioni ambientaliste e del terzo settore, da docenti universitari e ricercatori e da esponenti del mondo delle imprese e del sindacato, che di recente ha presentato il Report sui costi nucleare mettendo in fila numeri e dati sui costi che genererebbe un possibile ritorno del nucleare in Italia.
Costi a cui vanno aggiunti anche quelli relativi allo smantellamento delle centrali nucleari, alla bonifica dei siti nucleari contaminati e una parte significativa dei costi di gestione dei rifiuti radioattivi ad alta intensità (che decadono in molte migliaia di anni) e media intensità (che decadono in alcune centinaia di anni), generati dalle barre del combustibile nucleare esaurito e dallo smantellamento delle centrali.
I dati al centro del Report, diffuso anche da Kyoto Club, che fa parte della Coalizione, parlano chiaro: in Europa nel 2023, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (World Energy Outlook 2024), il costo di generazione dell’elettricità – considerando i costi complessivi della costruzione, del funzionamento dell’impianto, dell’investimento per la costruzione, gli oneri finanziari dell’ammortizzamento del capitale investito, i costi operativi per la durata della vita produttiva dell’impianto, il funzionamento, il combustibile e la manutenzione – prodotta dalle centrali nucleari in Europa è stato di 170 $/MWh, contro quella generata dal solare fotovoltaico pari a 50 $/MWh(3,4 volte di meno del nucleare), quella dell’eolico onshore di 60 $/MWh (2,8 volte di meno) e quella dell’eolico offshore pari a 70 $/MWh.
Per il nucleare i costi in conto capitale sono pari a 6.600 $/kW, con un capacity factor del 70% e con costi per il combustibile, per la gestione e la manutenzione di 35 $/MW/h; per il solare fotovoltaico i costi dell’investimento sono pari a 750 $/kW, con un capacity factor del 14% e con costi per la gestione e la manutenzione di 10 $/MW/h; per l’eolico i costi dell’investimento sono pari a 1.630 $/kW, con un capacity factor del 29% e con costi per la gestione e la manutenzione e di 15 $/MW/h.
Anche per il 2030 e il 2050 il nucleare è una forma di produzione di energia elettrica più costosa delle rinnovabili.
Parliamo, infatti, di una differenza di ben 100 $/MWh tra nucleare e solare per il 2030 e il 2050, 80 $/MWh per l’eolico onshore, per il 2030 e 75 $/MWh per il 2050. E per l’eolico offshore di 90 $/MWh per il 2030 e il 2050. Differenze di costi, più o meno elevate, che si riscontrano anche negli Stati Uniti, in Cina o in India.
“Un possibile ritorno al nucleare in Italia è dunque qualcosa di insensato, che inoltre non tiene conto di due pronunciamenti referendari. Invece di accelerare in modo adeguato lo sviluppo delle rinnovabili per arrivare alla piena decarbonizzazione della produzione di elettricità, il nuovo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) – commenta 100% Rinnovabili Network – prevede uno scenario di ritorno al nucleare a fissione, con la costruzione di Small Modular Reactor (SMR), di Advanced Modular Reactor (AMR) e di micro-reattori. Il ritorno al nucleare, ancora di più per un Paese come l’Italia che ne è uscito da molti anni, avrebbe un costo molto alto”. Vediamo, in sintesi, perché.
L’energia elettrica generata con gli SMR (i reattori modulari più piccoli proposti per l’Italia e che ancora non sono stati costruiti in nessun Paese occidentale ) costerà più di quella prodotta dai reattori più grandi.
A questa conclusione arriva la rassegna internazionale sui progetti in corso per gli Small Modular Reactor (SMR), pubblicata da The World Nuclear Industry – Status Report 2024 (Mycle Schneider Consulting Project Paris, September 2024). Ci sono poi i costi per lo smantellamento: in Europa, la più recente stima del 2019 del costo previsto di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle centrali nucleari, escluso lo smantellamento delle centrali, è nell’intervallo 422—566 miliardi di euro.
“Da notare – si legge nel Report – come questi costi, oltre a quello del decommissioning e della gestione dei rifiuti radioattivi, non sono presi in considerazione nelle stime fatte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia nell’Energy Outlook 2024. Daricordare che il deposito dei rifiuti ad alta e media radioattività, di cui il nostro Paese è ancora in attesa, costerà almeno 8 miliardi di euro. I sostenitori italiani del nucleare citano spesso il nucleare francese come esempio di successo economico. Nulla di più falso: EDF, la società francese che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata dal governo francese, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.”
Il Rapporto conclude affermando che, così come farà la maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea, Germania compresa, anche l’Italia potrà soddisfare il proprio fabbisogno di elettricità, anche raddoppiato al 2050, non solo all’80%, ma al 100% con fonti rinnovabili di energia.
Prezzi alle stelle, salari fermi: la stangata è servita
di Patrizia Pallara
288 euro in più per mettere a tavola pranzo e cena, 169 per scaldare casa, fare la doccia, cucinare i pasti, quasi 100 euro per i trasporti. Sono alcuni dei rincari previsti in questo primo scorcio del nuovo anno, aumenti che avevano visto un rallentamento nel 2024, ma che adesso hanno ripreso la corsa soprattutto a causa dei costi energetici. I conti li ha fatti l’Osservatorio nazionale Federconsumatori che dopo il rialzo dei pedaggi autostradali, precedentemente scongiurato, ha stimato la stangata che ci aspetta: 914 euro a famiglia in un anno.
Rincari & rincari
Le voci principali? Energia, naturalmente, ma anche alimenti, assicurazioni, scuola, ristorazione. “La stangata in arrivo si abbatterà su una situazione già compromessa dai continui aumenti registrati negli ultimi anni, che hanno determinato modifiche nelle abitudini di consumo e rinunce – afferma l’associazione di tutela dei consumatori –. Per questo ci saremmo aspettati una manovra più incisiva, soprattutto dal punto di vista del sostegno alle famiglie. Non vediamo, invece, un impegno mirato da parte del governo sulla lotta alle crescenti disuguaglianze”.
L’inflazione
La causa della corsa inarrestabile dei prezzi? L’inflazione. Secondo le stime preliminari dell’Istat nel mese di dicembre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’itera collettività registra un aumento dell’1,3 per cento su base annua e dello 0,1 su base mensile. Mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo registra una variazione del più 0,1 su base mensile e del più 1,4 per cento su base annua. Nel 2024 i prezzi al consumo hanno registrato in media una crescita dell’1 per cento, con un netto calo rispetto alla media record del 2023 (che si attestava al più 5,7 per cento), dovuto soprattutto alla discesa dei beni energetici.
Boom dell’energia?
Sono proprio le bollette di luce e gas a preoccupare di più le famiglie. La tensione geopolitica in alcune aree, il rialzo stagionale dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità, e delle quotazioni del gas per l’inverno, la scadenza dell’accordo tra Russia e Ucraina per il transito del metano di Gazprom verso l’Europa, fanno temere un boom dei prezzi nelle prossime settimane.
Bollette su
Aumenti che sono confermati dalla stessa Arera, l’Autorità di regolazione del settore: per il primo trimestre di quest’anno prevede un rincaro del 18,2 per cento del costo della luce per i clienti più fragili, quelli serviti in maggior tutela, e cioè circa 3,4 milioni di utenti (oltre 75 anni, percettori di bonus sociale, disabili, residenti in moduli abitativi di emergenza o in isole minori, utilizzatori di apparecchiature salvavita).
Per le bollette del gas, poi, alcune stime parlano di rialzi di circa il 20 per cento, altre analisi, come quella effettuata dal portale di comparazione Facile.it, hanno previsto un aumento del prezzo dell’energia di quasi il 30 per cento nei prossimi dodici mesi, pari a un rincaro di 272 euro tra luce e gas per chi è nel mercato libero.
Potere d’acquisto
A pagare di più questi aumenti sono le famiglie meno abbienti, che devono usare la maggior parte dei loro introiti per acquistare i beni essenziali. E se tutte le ricerche confermano che i salari in Italia sono fermi da anni, basti citare il report dell’Ocse secondo cui nel primo trimestre 2024 erano inferiori del 6,9 per cento rispetto a prima della pandemia, le famiglie mostrano segnali di una crescente difficoltà nell’affrontare la quotidianità: la propensione al risparmio è infatti diminuita, ci dice l’Istat, passando dal 10 al 9,2 per cento.
Misure alla portata
“È indispensabile che il governo si decida ad adottare serie e incisive misure – affermano da Federconsumatori –. La promessa e mai realizzata riforma degli oneri di sistema su beni energetici, per esempio, la creazione di un fondo di contrasto alla povertà energetica e un’azione di contrasto a quella alimentare, la rimodulazione dell’Iva sui generi di largo consumo, che consentirebbe un risparmio di oltre 516 euro annui a famiglia, lo stanziamento di maggiori risorse per la sanità pubblica, l’avvio di misure per riequilibrare le disuguaglianze esistenti, prima di tutto attraverso un rinnovo dei contratti, una giusta rivalutazione delle pensioni e una riforma fiscale equa, davvero tesa a sostenere i redditi medio-bassi”.
Conosco la polvere
che in silenzio
si deposita sul marmo
Conosco la nebbia
che con grazia veste
un giorno di novembre
Conosco il tempo
lungo di un’attesa
e quello fragile
di una rosa
La crisi dell’ automotive è la crisi dell’ Europa, nano politico
L’ automotive europeo è in crisi, specie i due principali produttori di automobili: VW (Volkswagen + Audi) e Stellantis (FIAT-Chrysler e Peugeot). VW vorrebbe chiudere tre stabilimenti in Germania e tagliare del 10% le retribuzioni dei propri dipendenti; Stellantis (che ha appena licenziato il proprio CEO Carlos Tavares) sta ricorrendo a stop di produzione e di cassa integrazione (a Mirafiori sono 17 anni che c’è!).
Nel 2024 in Italia sono state immatricolate 1,56 milioni di auto, come nel 2023, ma 360mila in meno del 2019 (-18,7%). Colpa del minor potere d’acquisto delle famiglie italiane? Dei prezzi troppo alti? Della transizione all’elettrico fermo in Italia al 4,2%? Dello scarso interesse dei giovani per le 4 ruote? Un po’ di tutto. Negli ultimi mesi chi soffre di più è Stellantis (-40% in borsa), scavalcata in Italia anche da Dacia, Renault, Toyota che hanno puntato sull’ibrido. Poi c’è la cineseByd (tutto elettrico) che ha raggiunto Tesla nelle vendite del solo elettrico nel 2024 (1,7 milioni), nonostante i dazi di Usa ed Europa. Tesla vende solo il 2,4% delle auto nel mondo, ma ha una capitalizzazione di borsa mostruosa (1.100 miliardi) che indica quanto l’elettrico abbia avuto un forte impatto anche finanziario. Per un confronto: VW ha 46 miliardi, Stellantis 37, Ferrari 76, Porsche 54, Mercedes 53, Bmw 50, Renault 14. La capitalizzazione in borsa Tesla è gonfiata sicuramente dai 210 milioni di seguaci su X di Musk, il cui titolo è sempre cresciuto (chi ha investito 1.000 dollari nel 2010 ne ha oggi 250.000) anche se per la prima volta nel 2024 il titolo Tesla ha perso l’8%.
Dal 2000 l’Europa, nonostante sia cresciuta a 27 paesi, ha dimezzato il proprio valore nella produzione mondiale di automobili: dal 31% a poco più del 15%. La quota produttiva persa dall’Europa è stata prodotta dalla Cina, passata dal 4% al 32% diventando la prima produttrice mondiale. Nel frattempo buona parte della manifattura e dell’ automotive europeo è stata spostata dall’Italia ai paesi dell’Europa Orientale, dove essa impiega ormai un quarto degli occupati: Ceca, Slovenia, Slovacchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Romania. L’Italia rimane, in valore assoluto con 3,9 milioni di dipendenti nella manifattura, ancora leader (dopo la Germania con 7,5 milioni di dipendenti), anche se in continuo calo, in quanto la globalizzazione ha spostato il proletariato industriale europeo nella parte orientale. Le conseguenze sono quelle già viste in Inghilterra, Stati Uniti e Francia (i tre paesi dov’è nato il liberalismo con le rispettive rivoluzioni) e dove ad una classe operaia ben pagata, che votava in maggioranza Labour, è subentrato un terziario di lavoretti malpagati e demansionati che vota in maggioranza Tories. La recente crescita dell’occupazione in Italia si allinea a questo modello, in cui cresce il lavoro povero e cala quello industriale ben pagato. Il laburismo è nato dall’industrializzazione e da valori religiosi: la fine di entrambi lo ha minato alla radice.
Fonte: Eurostat
Chi ha perso di più in Europa, in termini di produzione di autoveicoli, è stata l’Italia. Ex Fiat (Stellantis) è arrivata a 283mila auto e 192 mila veicoli in totale 475mila: erano 2 milioni nel 1989. La via “inglese” è stata aperta anche in Italia e darà i suoi frutti avvelenati. L’occupazione della manifattura italiana ha preso una batosta micidiale, prima con la globalizzazione, poi con l’entrata di 100 milioni di lavoratori dei Paesi dell’Est in Europa a seguito dell’allargamento del 2004. Ora cerca di riprendersi, ma la subalternità agli Stati Uniti mette a rischio l’intero modello basato sulla manifattura; i nostri artigiani (-400mila in 10 anni), i piccoli negozi delle nostre piccole e medie città desertificate da Amazon. Qui sotto riporto una statistica su una speciale produzione, quella delle macchine utensili: essa mostra come l’area tedesco-austriaca-italiana sia ancora leader nel mondo e quanto sarebbe importante avere un’Europa e un’Italia autonome e indipendenti e non neo colonie delle multinazionali degli altri. Nella seconda colonna la produzione è divisa per abitanti.
La transizione dell’automobile dal motore a combustione a quello “green-elettrico” vede l’Europa in netto ritardo rispetto alla concorrenza sino-americana, per la scarsa lungimiranza mostrata nell’ultimo decennio. La strategia è stata decisa troppo tardi e senza quel supporto pubblico che hanno avuto sia gli Stati Uniti nel 2023 e ancor più la Cina con molto anticipo (10 anni fa). Il blocco alla produzione di auto a combustione (che diverrà effettivo a partire dal 2035) è stato deciso nel 2023, ma da anni era chiaro che la mobilità mondiale si sarebbe spostata verso un modello più ecosostenibile. Il fatto è che in Europa lo “Stato nazione (come scrive Emmanuel Todd) ha cessato di esistere. Al suo posto c’é un’Unione Europea senza capacità di definire le proprie politiche interne ed estere in modo indipendente e senza ingerenze esterne”. La transizione all’elettrico ha posto norme, ma prive di investimenti e sostegni pubblici come si sarebbe dovuto fare. E mentre ci si lamenta per il clima, si investe silenziosamente da 20 anni in armi. I dati Sipri mostrano come le spese militari di USA + Europa siano cresciute dal 2000 al 2023 (a prezzi costanti) del 61%.
I produttori europei di auto hanno deciso di “ignorare” l’elettrico – che all’inizio era una nicchia di mercato – per sfruttare i vantaggi dove il margine di profitto era maggiore (motore endotermico in auto di media e grossa cilindrata), trovandosi poi a doversi adattare, una volta costretti, alle nuove normative.
I produttori cinesi, che hanno uno Stato-nazione, sono stati sostenuti da generosi aiuti pubblici, hanno investito in nuovi prodotti e processi per l’elettrificazione, migliorando l’integrazione di nuove componenti software, elettroniche e meccaniche; così oggi la cinese Byd ha raggiunto Tesla nelle vendite del solo elettrico. L’Europa è così indietro non tanto sulla tecnologia, dove resta leader per brevetti (come dice anche il prof. Zirpoli, Cà Foscari) ma sull’efficienza produttiva, l’automazione e la rete di ricarica.Se tutti avessimo un’auto elettrica (full, non ibrida) ci sarebbero le code e infatti i consumatori europei ne comprano poche.
I cinesi hanno anche puntato su piccole auto a basso costo non prodotte in Europa e Usa, dove la domanda dei consumatori è massima (le vecchie utilitarie), mentre in Europa i produttori spingevano per un crescente spostamento verso auto sempre più grandi, potenti e costose. Dal 2000 al 2021, per i consumatori europei il costo medio delle auto è cresciuto del 66% (contro un aumento dell’inflazione del 38%), il che si è riflesso su come è stata concepita l’auto elettrica in Europa: auto costose, grandi e pesanti, per cui i consumatori europei ora si rivolgono o alle ibride o alle auto cinesi piccole ed economiche (da qui i dazi imposti ai cinesi).
C’è poi sullo sfondo il problema delle materie prime: la Cina oggi è leader nelle terre rare, litio, cobalto, grafite e, di conseguenza, nelle batterie, per cui la Cina non solo compra sempre meno auto dall’Europa, ma esporta in UE con i propri modelli, più efficienti ed economici.
L’Europa si trova nella situazione di rincorrere in un’industria in cui è sempre stata leader. L’anno prossimo arrivano per i costruttori europei le sanzioni imposte dall’Europa (se vendono poco elettrico e producono troppa CO2). Cosa succederà? Se le auto sono troppo costose non le compra nessuno, se non le compra nessuno scattano le sanzioni, se scattano le sanzioni non ci sono soldi per innovare e per ridurre i costi: un loop potenzialmente letale per l’Europa.
In Giappone Nissan e Honda in crisi si uniscono, ma non Toyota che non è mai andata in crisi. Come mai? Ha puntato da subito sull’ibrido (endotermico + elettrico) e su altre soluzioni: il motore ad acqua che estrae idrogeno che, per ora, non è sicuro perché in caso di incidente è come una bomba. Questo è il parere di Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova, esperto di transizione della mobilità, che sostiene che la tecnologia dell’elettrico sarà solo una delle tecnologie che innoveranno la mobilità (non tutti possono andare in elettrico, non ci sono né le materie prime né la rete).
Per riguadagnare il proprio ruolo di leadership mondiale, l’Europa dovrà dunque farsi portatrice di una nuova idea di mobilità, cambiando approcci e obiettivi e ripartendo dagli investimenti (sia pubblici che privati) nella ricerca che, per un secolo, le hanno permesso di essere leader mondiale. Anche in questo caso il “libero mercato” deregolato non è affatto lungimirante e senza una nuova Europa, che sia un vero Stato-nazione, il declino è assicurato. La mancanza di uno Stato-nazione e la logica dei Ceo – libero mercato, profitti a breve – ha prodotto una catastrofe. A pagare saranno i lavoratori, indeboliti come “proletariato” da continue delocalizzazioni (altrove e a Est). Il futuro sarà nello sviluppo integrato di software, telecomunicazioni, infrastrutture, chimica (per le batterie), processi di produzione più efficienti, riciclo e riuso. Per farlo serviranno tanti investimenti sia pubblici che privati. L’Europa, se fosse uno Stato sovrano, ne avrebbe le potenzialità, investendo nei settori di interesse dei suoi cittadini. Ma oggi come vassallo degli Stati Uniti l’interesse è riarmarsi. Sta qui la crisi di tutti i Governi liberal-democratici: la mancanza di autonomia e visione di lungo periodo e la caduta di difesa dei ceti popolari.
Foto cover tratta da Public Domain Media
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Ho letto le parole di Don Andrea Zerbini su Periscopio [Qui] e [Qui] quando avevo da poco terminato il libro intervista di Jon Fosse con Eskil Skjeldal (Il mistero della fede, Baldini Castoldi, 2024). Così, proprio sotto i miei occhi – letteralmente – si iscrivevano, anzi si incidevano, degli stessi, identici, propositi.
Quei propositi che Don Andrea ha inteso ingraziarsi nell’inizio di questo nuovo anno: primo, continuare a scrivere che è un modo di ricadere nel tempo attuale; secondo, continuare quindi a nascere di nuovo, a “rinascere”, per riprendere un viaggio che (non) si sa dove ci condurrà [Qui].
Jon Fosse(poeta e narratore, Premio Nobel per la Letteratura nel 2023) racconta di essere stato accompagnato nella sua infanzia dalle parole del poeta Henrik Wergeland che sua madre aveva ricamato e appese su una parete della loro casa:
Osserva attento e vedrai il grande nel piccolo. Pensieri divini si levano nel tenero filo d’erba.
Scrivere ha a che fare con questa cosa qua, con l’intrecciare, come dice Don Andrea, “le parole poetiche con la parola di Dio”, il grande con il piccolo, la radice profonda con il filo d’erba al vento. L’invisibile con il visibile.
A questi propositi vorrei aggiungerne uno mio, personale, e cioè quello di ridare significato a una parola che per il suo continuo uso – e, a volte, abuso – rischia di perdere il suo senso proprio: speranza, la parola è speranza.
Insieme alla parola resilienza, impropriamente utilizzata per cose lontane dalla pertinenza sua propria (la scienza dei materiali), speranza è l’altra onnipresente parola sulla quale poco o per niente si associa quell’intreccio del quale si parlava all’inizio. E anche quando si tenta questo intreccio lo si fa nel modo sbagliato.
Già Vaclav Havel si era sottilmente soffermato sulla «speranza» come qualcosa da non dover per forza collegare a un “forzato” e forzoso lieto fine futuro. Ricordate? «La speranza non è la convinzione che una cosa finisca bene, ma la certezza, che una cosa abbia senso al di là da come andrà a finire».
La speranza dunque sembrerebbe più legata al senso delle cose e meno a un futuro ottimistico, per quanto al di là da venire.
Vi è però un intreccio ancora più stringente e dal mio punto di vista più… poetico e dunque appartenente alla stessa essenza dell’uomo. Don Andrea infatti ci ricorda, attraverso le parole del teologo Karl Rahner, che “quando un uomo nel profondo del suo cuore impara ad ascoltare la Parola… allora incomincia a diventare un uomo che non può più essere completamente insensibile ad ogni parola poetica”.
L’intreccio di cui parlo è quello proposto da Raimon Panikkar, filosofo, teologo, presbitero e scrittore spagnolo di cultura indiana e catalana: «…per me la speranza non è del futuro. Questa, a mio parere, è la grande fallacia, la grande trappola. La speranza non è del futuro ma è dell’invisibile. Di quest’altra dimensione che è già qui, che è tra di noi, che è là. Se io non la vedo allora mi dispero, se io la vedo allora ho speranza. Io non spero nel futuro, il futuro non viene più tardi” [da La speranza è dell’invisibile, AnimaMundi Edizioni, 2021].
Parafrasando Don Andrea quindi non solo «nascere è cadere nell’ora» ma lo è anche sperare. Ma a ben guardare sperare somiglia tanto a scrivere, perché quando scrivo malattia dico anche guarigione, se scrivo morte dico anche vita, se scrivo natura dico anche Dio.
E a questo proposito Jon Fosse nel suo libro intervista dice: «E il mondo è solo cattivo? Ho incontrato troppe persone buone per crederlo. Sono convinto che l’essere umano sia fondamentalmente buono. E la natura è solo cattiva? Ho vissuto troppi momenti belli nella natura per poterlo pensare. E il cielo stellato è anche sopra di me».
Cover: immagine tratta da https://pixabay.com/it/images/search/free%20image/
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Salviamo l’Appennino, salviamo i crinali del Mugello!
L’assemblea popolare di Vicchio.
Domenica scorsa 5 gennaio, i Comitati per i crinali liberi dell’Appennino Mugellano hanno organizzato un’Assemblea pubblica a Vicchio presso Il Circolo Il Tiglio in difesa del Monte Giogo di Villore Corella e dell’Appennino Mugellano dalla colonizzazione industriale eolica in atto. All’Assemblea pubblica, grande, viva e attenta partecipazione della popolazione di Vicchio che ha riempito la sala e ha posto numerose e interessanti domande sul futuro dei territori del Mugello e dell’Appennino Tosco-Romagnolo. [Qui la cronaca della Assemblea pubblica su Ok Mugello]
Il Comitato Tutela Crinale Mugellano, il Comitato No eolico industriale Firenzuola, Il Comitato I nostri crinali di Castel del Rio Monte Terenzio hanno illustrato i progetti di impianti industriali sull’Appennino e lo stato dei lavori progetto eolico Monte Giogo di Villore attraverso l’esposizione di una Mostra fotografica.
Durante l’Assemblea sono state illustrate soluzioni concrete alternative per la produzione di energie rinnovabili e sono state raccolte firme di adesione alla Lettera aperta alla Regione Toscana della Coalizione TESS, Transizione Energetica Senza Speculazione, per la sospensione dei lavori industriali sul Monte Giogo di Villore Corella, sui confini del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, aree che devono essere per la Strategia nazionale sulla biodiversità, necessariamente tutelate e protette, in quanto costituiscono la zona buffer del Parco stesso e sono contigue a importanti e famose Zone a Speciale Conservazione come la ZSC Muraglione Cascata dell’Acquacheta.
I lavori interessano per chilometri la Sentieristica Nazionale ed Europea del CAI, deforestandola, sbancandola, rendendola impraticabile, per farne infrastruttura dell’impianto industriale eolico, con grave danno irreversibile per il turismo escursionistico, lento e naturalistico, che tanto benessere e ricchezza porta all’economia locale. Un’economia che vive soprattutto della bellezza e dei paesaggi del Mugello, conosciuti in tutto il mondo.
Anche domenica scorsa i produttori locali, come per l’ultima recente Assemblea pubblica a Dicomano, hanno sostenuto i Comitati con le loro produzioni nel contesto di territori soggetti ad esproprio, declassati a siti industriali, privati delle tutele ambientali e dei vincoli paesaggistici, svalutati in modo definitivo e condannati a divenire siti idonei, con procedure semplificate, al potenziamento e all’estensione dell’eolico.
Gli interventi dei Comitati uniti per i crinali liberi hanno illustrato vari e articolati motivi per cui l’Appennino deve essere considerato, dalla Regge Regionale Toscana di prossima approvazione, area inidonea ad impianti industriali, atta ad essere preservata in ordine alla sicurezza idrogeologica delle valli, la mitigazione climatica delle foreste, la qualità delle acque, la tutela della sentieristica nazionale ed europea, la bellezza dei paesaggi e il valore delle produzioni ed economie locali che sono il motivo del ripopolamento della montagna.
I Comitati uniti per i crinali liberi dell’Appennino danno appuntamento a tutti Sabato 25 gennaio, Sala Pio La Torre, Via Giotto 17 a Borgo San Lorenzo, FI, all’Assemblea pubblica della Coalizione Tess, Transizione Energetica senza Speculazione, sul tema dei criteri per la definizione delle aree idonee, oggetto della prossima Legge Regionale Toscana.
Vi aspettiamo numerosi all’insegna del motto della Scuola di Barbiana: I CARE. Nel caso specifico I CARE i crinali dell’Appennino, i territori del Mugello e della Toscana!
Comitato I nostri crinali Castel del Rio Monte Terenzio
Coalizione TESS, Transizione Energetica Senza Speculazione.
Nella foto di copertina e in quella nel testo i lavori di sbancamento sul Crinale Mugellano per le infrastruttura del progettato impianto eolico industriale
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La conferenza stampa della premier. Un milione di posti di lavoro creati, Musk difeso con le unghie e con i denti, avanti tutta su premierato e giustizia.
Sembra un altro Paese. Un Paese in cui tutto funziona, c’è lavoro per tutti e si fanno le riforme più utili. L’Italia dipinta da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno assomiglia a un’Italia dei sogni, più che all’Italia dei fatti. Molto spazio alle riforme costituzionali, al premierato, ai rapporti con Trump, alla vicenda di Cecilia Sala e al “caso” Elon Musk, imprenditore e magnate difeso su tutta la linea dalla premier italiana. E poi un’assicurazione stentorea: “Ho promesso che avrei consegnato un’Italia migliore di quella che ho trovato”, e si va avanti con “tutte le riforme necessarie per farlo”.
La premier, indossando una giacca chiara e una camicia bianca, ha preso la parola nell’aula dei gruppi parlamentari alla Camera, dove ha risposto a 40 domande poste dai giornalisti presenti, tra i 160 accreditati.
Obiettivo lavoro: un milione di posti
I dati sull’occupazione sono “molto incoraggianti anche per la qualità di questo lavoro che è prevalentemente stabile. Sono 280mila le nuove assunzioni in 2 anni ma, se considerassimo anche quelle a tempo determinato, arriviamo ad un milione. Penso che Silvio Berlusconi potrebbe essere fiero di noi. Arriveremo al milione di posti di lavoro”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, ribadendo i progressi raggiunti dal governo sul fronte dell’occupazione. Tuttavia, ha aggiunto: “Non si fa mai abbastanza. Il tema del lavoro giovanile è sicuramente una priorità”.
Formazione e orientamento: chiave per il futuro dei giovani
Meloni ha sottolineato che la soluzione al problema del lavoro giovanile non risiede solo nei contratti, ma deve partire dalla formazione e dall’orientamento: “Abbiamo un paradosso: giovani che non trovano lavoro e settori produttivi che non trovano professionalità. Dobbiamo rimettere insieme le cose, con una formazione seria e un orientamento che indirizzi i giovani verso settori dove c’è richiesta di occupazione ben retribuita”.
Incentivi legati all’occupazione: la strategia del governo
Meloni ha poi spiegato l’approccio adottato dal governo per affrontare le crisi industriali e aziendali: “Nella legge di bilancio abbiamo introdotto un sistema di incentivi premiali, condizionati al mantenimento dei livelli occupazionali e al non ricorso alla cassa integrazione. Questo per difendere i lavoratori e garantire la sostenibilità del sistema occupazionale”.
Il 2025 è iniziato con un compleanno importante, i 228 anni della bandiera italiana, e in primavera vedrà celebrare l’80′ anniversario della Liberazione. Sono due momenti altamente simbolici della storia nazionale che trovano un comun denominatore nella nostra Costituzione.
Al tricolore, simbolo delle lotte per l’unità e l’indipendenza del Risorgimento, è dedicato l’art. 12 della Carta. Il 25 aprile 1945, invece, è stato il “fondamento della Repubblica e presupposto della Costituzione” come ha ricordato il presidente Mattarella, nel tradizionale discorso di fine anno.
La bandiera tricolore fu dichiarata “vessillo di Stato” dall’assemblea della Repubblica Cispadana nel 1797, su iniziativa del deputato ferrarese Giuseppe Compagnoni. Una copia di quella storica bandiera è conservata nell’aula del Consiglio Comunale di Ferrara: ricorda a tutti che l’idea nazionale italiana è indissolubilmente legata ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità che hanno inaugurato l’età moderna della democrazia in Occidente.
Un legame rinnovato, tra il 1943 e il 1945, dagli uomini e dalle donne che scelsero di battersi contro l’occupazione nazista e gli epigoni della feroce dittatura fascista: siamo abituati a chiamarli partigiani ma loro si definivano “patrioti”. Il vero “patriottismo della Costituzione” nasce dalla loro lotta e sacrificio: è bene non dimenticarlo dato che negli ultimi decenni, in Italia, si è cercato spesso di annacquare la carica ideale della Resistenza per inseguire la chimera di una memoria storica condivisa su quegli eventi. Non credo sia possibile e nemmeno auspicabile: solo la ricerca storica, fondata sull’analisi seria delle fonti e libera da pregiudizi ideologici, può aiutarci a comprendere gli aspetti più controversi del passato ed evitarne l’uso politico distorto a seconda delle convenienze o memorie di parte.
Recentemente il sen. Alberto Balboni, autorevole esponente della destra ferrarese, ha lanciato la proposta di “rinunciare alle dicotomie inutili e superate del passato in favore di un rinnovato patriottismo costituzionale”, suscitando un vivace dibattito sulla stampa locale.
Per andare in quella direzione, tuttavia, servono gesti concreti e dal valore inequivocabile: il partito di Giorgia Meloni rimuova la fiamma tricolore dal simbolo e chiuda definitivamente le porte ai nostalgici di un passato fallimentare per l’Italia.
Tutte le forze politiche, invece, dovrebbero far propria la vera lezione di “patriottismo costituzionale” impartita a fine anno dal Presidente della Repubblica: oggi la nostra Patria appartiene anche a chi, avendo “origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità”.
Questa idea includente di “Patria”, aperta alla collaborazione con altri popoli e al rispetto della dignità umana, ha animato tanto il Risorgimento quanto la Resistenza, in antitesi a una idea esclusiva e distruttiva di primato nazionale. I partiti che oggi dichiarano di riconoscersi pienamente nei valori democratici e antifascisti della Costituzione partano da questa rinnovata consapevolezza per celebrare in modo unitario l’80′ anniversario della Liberazione, senza ipocrisie e polemiche di parte.
Potrebbe essere un primo, fondamentale, passo per riavvicinare tanti giovani all’impegno politico.
Al di qua e al di là del Fronte Sud, come viene chiamato a Tel Aviv, o del Confine con l’Egitto , come viene chiamata a Gaza, la spirale di morte e distruzione che si sprigiona dal microcosmo di Rafah è da ultimo girone dell’inferno.
Il muro di Berlino consisteva in una frontiera tra due stati che divideva in due parti la città.
E’ stato costruito a partire dal 1961 come risultato della Seconda Guerra Mondiale, prima come barriera di filo spinato che si ergeva tra strade e palazzi, poi come doppio muro di cemento che ha interrotto strade e diviso palazzi.
Il muro di Rafah consiste in una doppia frontiera tra tre stati che divide in tre parti la città.
E’ il muro di Berlino al quadrato.
E’ stato costruito a partire dal 1982, come risultato della vittoria israeliana della Guerra dei Sei Giorni e divide i Territori dell’Autonomia Nazionale Palestinese della Striscia di Gaza dall’Egitto con un corridoio appartenente a Israele.
Le foto storiche più significative del muro di Berlino impresse nella memoria collettiva sono quelle che raffigurano l’inizio, cioè la costruzione, le fughe di soldati disertori, le famiglie divise, le attività di sorveglianza armata dei vopos, corpi speciali di guardie di frontiera, le vittime dei tentativi di fuga e sono quelle che raffigurano la fine, cioè la sua distruzione avvenuta nel 1989.
Le foto storiche più significative del doppio muro di Rafah sono quelle scattate di nascosto dalle pattuglie e lontano dalle torrette blindate, tra gli spiragli e nei punti più elevati e ritraggono i componenti di famiglie smembrate che tentano di comunicare ad alta voce tra le tre parti della loro stessa città, sotto il tiro di vopos pronti a sparare senza scrupoli, senza preavviso e senza doverne motivarne la necessità a nessuno.
Gaza Strip, Rafah Wall 2001 photo Franco Ferioli
Ancor più significative sono divenute le immagini attuali, che presentano l’unica apertura nel doppio muro di Rafah – chiamato Valico o Frontiera o Check Point Rafah – come via di uscita dall’ultimo girone dell’inferno della Striscia di Gaza per 1,5 milioni di civili in fuga dalla morte e dalla distruzione delle proprie abitazioni, costretti ad ammassarsi nelle aree antistanti. Se e quando avverrà, l’espulsione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza da parte dell’I.D.F. Esercito di Difesa Israeliano, non potrà che avvenire attraverso questo imbuto della morte presentandolo come un corridoio umanitario.
Se Gaza può ragionevolmente essere considerata la città “madre di tutte le ingiustizie” patite dai profughi di guerra palestinesi, Rafah, Piccola Berlino del Mondo Arabo, tagliata in tre da un muro dietro il quale sventolano prima le bandiere israeliane poi, dopo poche decine di metri, quelle egiziane, ne è figlia legittima e primogenita.
Prima che ogni sua infrastruttura civile venisse completamente rasa al suolo, in ordine di apparizione a Rafah si incontrava prima un muro di cemento, cancelli e reticolati percorsi da scariche elettriche, poi uno slargo asfaltato sorvegliato a vista da soldati israeliani in assetto di guerra, poi un altro insieme di barriere insuperabili… e ancora Rafah, dall’altra parte, quella egiziana.
Gaza Strip, Rafah Wall 2001 Al Qarya as Suwaydiya photo Franco Ferioli
Rafah era un’unica città, il muro l’ha divisa in tre, i militari israeliani hanno prima segnato il confine con filo spinato, poi hanno aggiunto blocchi di cemento fino creare un vero e proprio corridoio tenuto costantemente sotto sorveglianza e sotto tiro d’arma da fuoco, la Philadelphi Route, o Corridoio Philadelphia, che inizia a ovest nella zona di el-Barahma e termina dentro alle acque del Mare Mediterraneo.
Israele è un Paese in guerra fin dalla sua nascita ed è interamente recintato: in meno di vent’anni ha investito a questo scopo circa 6 miliardi di shekel, un miliardo e mezzo di euro. Il confine settentrionale, quello della Linea Blu, chiuso e controllato dal contingente militare internazionale UNIFIL di stanza in Libano, ha 80 chilometri di barriere; altri 97 si trovano nelle Alture del Golan lungo il confine con la Siria; 34 sono nel Negev per chiudere parte dei 300 km di confine con la Giordania. La separazione fisica più conosciuta è in Cisgiordania ed è ciclopica: oltre 700 chilometri di muri che separano in due parti anche Gerusalemme Est da Gerusalemme Ovest.
Da nord a sud l’intera Striscia di Gaza è chiusa da un muro militare di 60 km e qui, sulla linea di confine meridionale, in questi quattordici chilometri di confine egiziano, quando si riesce ad isolare un singolo aspetto del muro, ci si accorge che è in relazione con un altro ancor più letale per chiunque tenti di addentrarsi in una distesa di macerie o osi attraversare una spaventosa no man’s land.
Gaza Strip, Rafah Wall 2001Tel as Sultan photo Franco Ferioli
Per tragica ironia della sorte il nome Rafah, può significare ‘luogo piacevole’.
Secoli or sono lo era davvero: la Rph degli antichi egizi, “Rafihu” degli Assiri, “Ῥαφία, Rhaphia” dei Greci, “Raphia” deiRomani, רפיח “Rafiaḥ” degliebrei, “Rafh” del califfato arabo, era il passaggio obbligato di carovane che hanno mantenuto millenari traffici commerciali tra Asia e Africa attraverso comode piste sabbiose che da Gaza si snodavano lungo la fascia costiera e attraversavano piccole oasi lussureggianti, ricche di sorgenti di acqua dolce zampillanti a ridosso del mare.
La Bibbia narra cheMaria, Giuseppe e Gesù bambino, primi profughi della cristianità, riuscirono a fuggire dalla strage degli innocenti ordinata da re Erode il Grande percorrendo questa Via Maris e raggiungendo Rafah.
La fuga in Egitto, uno dei temi biblici del Nuovo Testamento più ricorrenti nelle opere pittoriche della storia dell’arte religiosa come salvifico episodio della natività, sta attualmente assurgendo ad emblema della mortalità inflitta contro nuovi innocenti da parte di nuovi tiranni.
Il Vangelo secondo Matteo, i testi apocrifi del Nuovo Testamento e la tradizione della Chiesa Copta riportano storie miracolose avvenute a Rafah: sogni premonitori, alberi che si inchinano, fiere del deserto che si ammansiscono, idoli che crollano. Per centinaia di migliaia di profughi palestinesi nessuna speranza di miracoli, nessuna via di scampo, nessun imbocco verso l’uscita di sicurezza, nessun gradino per le scale di emergenza. Di fronte ai loro occhi e al loro destino si presenta solo una discesa a precipizio nel baratro di un inferno in terra, sbarrato da una porta chiusa in un triplo muro davanti ai resti di una città cancellata dalla faccia della terra.
Quando vi giunse nel 1863, l’esploratore francese Victor Guérin notò la presenza dei resti di un antico un monumento composto da due grandi colonne di granito che veniva chiamata Bab el Medinet, “La Porta della Città”.
Litografia di Ernst von Hesse-Warteg 1881
La leggenda narra che anche sulle sponde dello Stretto di Gibilterra vennero erette due colonne, sormontate da una statua rivolta a est che recava nella mano destra una chiave, mentre nella sinistra teneva una tavoletta che recava l’iscrizione non plus ultra, “non più oltre”. Se con questa frase Ercole intendeva definire il limite del mondo civilizzato, sottolineando il pericolo per i mortali di spingersi oltre, nella Rafah di oggi le sue due colonne sono scomparse: ad apparire è il limite estremo raggiunto dalle atrocità di un genocidio.
Gaza Strip, Rafah Wall 2001 photo Franco Ferioli
La sua storia moderna è un’escalation di criminalità iniziata immediatamente dopo la guerra del 1948 quando vennero istituiti i primi campi profughi per i rifugiati di guerra della Nakba: le tendopoli, come Brasil Camp o Canada Camp appena oltre il confine nel Sinai, così chiamate dai nomi degli stati di provenienza delle forze internazionali dei caschi blu dell’ONU, o come Hamas Camp, vennero immediatamente chiuse e circondate da muri.
Nella crisi di Suez del 1956 che coinvolse Israele, Gran Bretagna, Francia ed Egitto, 111 persone, tra cui 103 rifugiati, nel campo profughi di Rafah furono uccise dall’esercito israeliano durante un massacro di cui le Nazioni Unite non sono mai state in grado di chiarirne le circostanze.
Nel settembre 1996, durante i cosiddetti ‘incidenti del tunnel’, le mitragliatrici degli elicotteri d’attacco AH-64 Apaches dell’aviazione israeliana hanno aperto il fuoco sulla popolazione civile che protestava scagliando pietre. Ogni proiettile era lungo nove centimetri. Il più vecchio dei ventisei ragazzi uccisi aveva ventidue anni.
Nel marzo 2003, durante i terribili mesi della seconda Intifada palestinese, con l’esercito israeliano impegnato nella demolizione di centinaia di abitazioni e lo sfollamento di migliaia di persone iniziate nel 1971 sotto il comando del generale Ariel Sharon per imporre il controllo sulla “zona cuscinetto” lungo il confine a ridosso del muro, la ventitreenne cittadina statunitense Rachel Corrie, osservatrice e attivista dell’organizzazione non violenta International Solidarity Movement, è morta schiacciata da un bulldozer militare nel corso un’azione di opposizione pacifica alla demolizione dell’abitazione in cui risiedeva la famiglia del medico Samir Masri.
Poche settimane dopo, l’11 aprile 2003, durante un attacco dell’esercito israeliano a Rafah, lo sparo un cecchino ha colpito alla testa Tom Hurndall, attivista britannico dell’I.S.M. mentre stava cercando di mettere in salvo un bambino in fuga tra i proiettili. Dopo nove mesi di coma, morirà all’età di 21 anni. Sempre a Rafah, il 2 maggio del 2003, James Miller, un cameraman e documentarista inglese, viene colpito a morte da un proiettile.
Quando nel settembre 2005,Israele ritirò le colonie dalla Striscia di Gaza, Rafah rimase divisa in tre parti e nel 2009 iniziarono i lavori per costruire una nuova barriera sotterranea alla profondità di 25 – 30 metri, con un muro d’acciaio a prova di bomba, per impedire lo scavo e i traffici dei tunnel.
Dopo che la notizia dell’approvazione del progetto venne pubblicata dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, si venne a conoscenza che il progetto sarebbe costato circa 2,2 miliardi di shekel –circa 500 milioni di euro- e che per scavarlo lungo i 14 km di frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza da Tel al Sultan a Sarsuriya. sarebbe stata adottata una tecnica innovativa con una ragnatela di condutture che dal Mare Mediterraneo avrebbe portato l’acqua necessaria per allagare la fascia di territorio prima di procedere agli scavi.
La Rafah palestinese giace su una superficie di 64 km quadrati dove prima del 7 ottobre 2024 vivevano circa 300mila persone. Con l’esplosione del conflitto tra Israele e Hamas e la fuga dei civili dal nord di Gaza, ha visto la propria popolazione crescere fino a 1,5 milioni.
Prima del 7 ottobre chi provava a transitare attraverso questa frontiera, se era palestinese, doveva richiedere un visto speciale e attendere mesi per conoscere la risposta delle autorità militari israeliane; nei rarissimi giorni di apertura e negli ancor più rari casi di risultati positivi, ogni controllo doganale individuale durava dalle otto alle dieci ore.
Oggi per riuscire ad uscire vivi da Gaza attraverso il muro di Rafah l’unica via da percorrere è tentare di aggirare il tunnel delle speculazioni gestite dalle autorità militari israeliane e dalle organizzazioni mafiose egiziane che stanno lucrando nel mercato nero del rilascio dei visti, dei permessi di espatrio e delle procedure di riconoscimento delle identità dei fuggitivi, dei richiedenti asilo, degli ammalati e degli aventi diritto al ricongiungimento famigliare all’estero.
I fotogrammi che correlano l’articolo sono originali, tratti da “OUT of RAFAH” , reportage a supporto della campagna internazionale di raccolta fondi “Help Ikhlas’ Family Survive in Gaza” https://gofund.me/67036c48
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“La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l’ha cercata”
(Alain)
Magica notte di maggio
Cammino in un cielo notturno
capovolto
con polvere di stelle
sparsa
tra l’erba alta delle rive dei fossi.
Galleggiano,
si accendono, si spengono…
ora si riaccendono.
Sono le lucciole
di una magica notte di maggio
(Nei pressi di San Bartolo – Maggio 1998)
Novembre
Affettate
dalla nebbia
che a strati
sale
sono le case
d’intorno
Senza gravità
sospesi
sono gli alti
pioppi cipressini
ormai
indifesi
Ma
graffiata
dai rami spogli
ora
la nebbia
lacrima
E gocciolano
gli alberi
intrisi
come melanconici
visi.
Ed è magia
ed è silenzio
ed è, della Natura,
sinfonia
voce
fioca
flebile
del vento.
Gioco antico
Piatto è il sasso:
lanciato
sulla superficie dell’acqua
rimbalza, si alza
saetta e scivola
ricade.
Netto è il tonfo:
il sasso è ingoiato dalla corrente.
Antico gioco
che sa di niente,
ma non per me
non per la mia mente
che ritorna fanciulla.
Malinconia e tristezza
in breve il gioco
annulla.
Disteso ora è il volto …
e rido
finalmente.
Ride la mia bocca
ridono gli occhi
ride la mano
che
pronta
afferra un altro sasso
e attende
ancora una volta
quel piccolo miracolo.
La scaglia marmorea
solleva gocciole d’argento fuso
s’invola
e bacia appena
la liquidità che tocca
e poi scappa…
Guizza saltellando
due o tre volte
prima che l’abbraccio
concentrico e mortale
metta fine ad un sogno,
al breve viaggio
con un dondolìo lieve
sul canale.
I narcisi
Un ricordo
trasfigurato dal tempo
mi rimane.
Sembra ieri
quando le tue mani
risalivano il mio corpo;
sostavano sulle lievi rotondità del seno;
un dito ne sfiorava il profilo
disegnandolo nell’aria;
un ventaglio, le tue dita,
si apriva tra la mia chioma.
Ora non più:
la terra ti ha voluto.
L’avrà saziata il tuo corpo?
Si sarà impregnata dei tuoi umori?
Ho piantato bulbi
su quella terra
e, al limitare dell’inverno,
fioriscono narcisi.
Da troppi inverni, oramai,
recido i gialli fiori
che sprigionano il tuo profumo
catturato dalla terra
e rimandano la luce
che emana la tua anima.
Felicità
Ti ho rincorsa per tutta la vita;
poi,
d’improvviso,
mi sono fermata.
Voltandomi ti ho vista:
eri dietro di me.
(Un grazie all’autrice per avere autorizzato la pubblicazione di questi suoi versi).
GiannaAndrian, da anni si occupa di associazionismo e volontariato nel settore culturale. Ha fondato il Gruppo Caschi Blu della Cultura di Ferrara che dal 2015 organizza conferenze aperte al pubblico che trattano di arte, storia, territorio, ambiente, archeologia, turismo, letteratura e poesia. Organizza eventi culturali come mostre fotografiche e artistiche collaborando con diversi artisti locali. Si diletta a scrivere, soprattutto racconti e poesie, a volte anche in vernacolo (dialetto veneto) partecipando a concorsi letterari e a Reading poetici.
NOTA REDAZIONALE: “Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”. Per rafforzare il sostegno al progetto invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT36I0567617295PR0002114236
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 266° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
L’ 8 gennaio 2025, 34 esponenti della cultura, società civile e movimento pacifista hanno presentato una petizione al Parlamento contro conversione nuovo decreto per invio di armi italiane in Ucraina
La Costituzione italiana sancisce chiaramente che: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità” (Art. 50).
Questa iniziativa si colloca quindi pienamente nei diritti democratici dei cittadini, evidenziando un’urgente necessità di riflessione sulle scelte di politica estera e militare del nostro Paese.
Questa iniziativa ha come primi firmatari l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, e Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore della rivista Mosaico di Pace, di Pax Christi. La petizione sottolinea come un ulteriore invio di armi contribuirebbe all’escalation bellica in Ucraina, alimentando un conflitto senza prospettive di soluzione negoziale e avvicinando l’Italia a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Inoltre, il documento denuncia le gravi conseguenze economiche e sociali di una crescente militarizzazione delle economie europee, con drastici tagli al welfare per finanziare spese di guerra.
I firmatari invocano il pieno rispetto della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
La petizione andrà ora al vaglio del Parlamento, che sarà chiamato a decidere se convertire in legge il decreto.
Sotto puoi leggere il testo completo della petizione e aderire: come singolo o come associazione:
Invitiamo tutti a firmare la petizione e a diffonderla La petizione è stata redatta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione
I promotori e primi firmatari della petizione al Parlamento Italiano sono:
Giovanni Ricchiuti, arcivescovo e presidente Pax Christi (primo firmatario della petizione insieme ad Alex Zanotelli)
Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore del mensile di Pax Christi Mosaico di Pace
Elena Basile, già Ambasciatrice in Svezia e Belgio, attualmente a riposo
Piero Bevilacqua, già ordinario storia contemporanea Università di Roma La Sapienza
Ginevra Bompiani, scrittrice
Marina Boscaino, portavoce comitati contro ogni autonomia differenziata
Maurizio Brotini, sindacalista Cgil
Luciano Canfora, professore emerito dell’Università di Bari, filologo classico, storico e saggista
Don Angelo Cassano, presidente di Libera (Puglia), sacerdote
Andrea Catone, storico e saggista, direttore della rivista “MarxVentuno”
Angelo D’Orsi, già professore di storia delle dottrine politiche dell’Università di Torino
Roberta De Monticelli già Professore Ordinario di Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Ginevra già Professore Ordinario di Filosofia della persona all’Università San Raffaele di Milano. Attualmente Senior Collaborator dell’Università San Raffaele, in quanto Direttrice del Centro di Ricerca PERSONA e della rivista ”Phenomenology and Mind”
Alessandro Di Battista, giornalista, scrittore, già parlamentare
Monica Di Sisto, giornalista di Askanews, esperta in commercio internazionale e economia solidale
Andrea Fumagalli, docente di Economia Politica all’università di Pavia, membro del blog Effimera.org e del Bin-Italia (Basic income network).
Domenico Gallo, Presidente di Sezione onorario Corte di Cassazione
Alfonso Gianni già parlamentare e membro del governo Prodi secondo, attualmente direttore della rivista trimestrale Alternative per il Socialismo
Claudio Grassi, già senatore della Repubblica, portavoce di “Il coraggio della pace: disarma”
Raniero La Valle, giornalista e saggista, già direttore del quotidiano cattolico l’Avvenire d’Italia, già parlamentare
Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’Università, docente di Storia e Filosofia
Fabio Marcelli, copresidente del CRED (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia)
Laura Marchetti, docente di Antropologia e Pedagogia Interculturale all’Università di Reggio Calabria, già Sottosegretario di Stato
Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, mediattivista, già docente di Lettere
Lea Melandri, scrittrice, saggista, giornalista, Presidente della Libera Università delle Donne di Milano.
Vito Micunco, referente Comitato per la pace Bari
Luisa Morgantini, sindacalista e attivista per la pace, già vice Presidente Parlamento Europeo, presidente AssoPacepalestina
Moni Ovadia, uomo di teatro
Sabrina Pignedoli, giornalista, saggista, ex europarlamentare
Carlo Rovelli, scienziato, fisico, saggista e divulgatore scientifico italiano, specializzato in fisica teorica, attualmente docente in Francia all’Università di Aix-Marseille
Linda Santilli, attivista politica femminista, insegnante
Enzo Scandurra, già ordinario di Urbanistica nell’università Sapienza di Roma
Vauro Senesi detto Vauro, disegnatore
Francesco Sylos Labini, saggista, dirigente di ricerca del Centro Ricerche Enrico Fermi
Massimo Wertmuller, attore
PETIZIONE AI PARLAMENTARI, EX ART. 50 COSTITUZIONE,
PERCHÉ NON CONVERTANO IN LEGGE IL DECRETO CHE AUTORIZZA L’INVIO DI ARMI ALL’UCRAINA
Chiediamo ai parlamentari italiani – ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione Italiana – di formulare un atto di indirizzo contrario ad alimentare la guerra in Ucraina mediante la ulteriore fornitura di armi e di rifiutare la conversione in legge del decreto legge 200/2024. Riteniamo che questo nuovo invio vada contro gli interessi stessi della popolazione ucraina, che in sempre maggior numero rifiuta di andare a combattere (800.000 renitenti alla leva, secondo la stima del presidente della commissione Affari economici del Parlamento ucraino, Dmytro Natalukha, riferito al quotidiano “Financial Time”).
Data di inizio: 1 gennaio 2025
Il 27 dicembre è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge n. 200 relativo a disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, fino al 31 dicembre 2025, previo atto di indirizzo delle Camere.
Le radici profonde di questa, guerra vanno ricercate nella crescente avanzata della NATO e delle sue basi militari verso i confini della Russia (l'”abbaiare della NATO alla porta della Russia”, come ha detto papa Francesco, “Corriere della Sera”, 3 maggio 2022) e nell’oppressione e discriminazione dei russi di Ucraina praticate dal governo ipernazionalista instauratosi dal 22 febbraio 2014 a Kiev, dopo l’estromissione violenta del presidente regolarmente eletto Janukovic. A seguito della svolta antirussa del nuovo governo di Kiev, il popolo della Crimea il 16 maggio del 2014 con un referendum votò per l’annessione alla Russia. Dal 2014 al 2022 si è svolta in Ucraina una guerra tra il governo di Kiev e le autoproclamate repubbliche popolari russofone di Lugansk e Doneck, che ha provocato oltre 14.000 morti e decine di migliaia di feriti. Gli “Accordi di Minsk” (2014-2015) che prevedevano un’ampia autonomia per le regioni russofone del Donbass e avrebbero potuto fermare la guerra, non furono mai implementati dal governo di Kiev con una necessaria riforma costituzionale; uno dei più rilevanti protagonisti della politica europea, la ex cancelliera tedesca Angela Merkel, ha dichiarato che essi servivano solo a prendere tempo perché Kiev potesse adeguatamente armarsi per la guerra (intervista a “Die Zeit”, 15 dicembre 2022). Nel 2019 è stata inserita nella Costituzione ucraina la volontà di adesione alla NATO.
L’avanzata della NATO ad Est, percepita dalla Russia come minaccia alla propria sicurezza, e la negazione dei diritti della popolazione russa in Ucraina hanno sempre più esacerbato i rapporti tra Russia e Occidente. Piuttosto che il dialogo, la mediazione, l’accordo, è stata privilegiata la strada della contrapposizione frontale (anche a livello culturale, con campagne russofobiche e la messa al bando dell’arte e della letteratura russe, che sono parte costitutiva e fondante del patrimonio culturale europeo). La proposta di una trattativa globale sulla sicurezza, presentata da Mosca a USA e NATO nel dicembre 2021, fu lasciata cadere nel vuoto, dando alla dirigenza russa l’ulteriore segnale che non vi fossero spazi di mediazione e soluzione pacifica. Questa situazione ha spinto Putin a ricorrere alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, proprio ciò che la Costituzione italiana ripudia espressamente, in coerenza con la Carta dell’ONU.
Anche dopo l’inizio della guerra ad alta intensità il 24 febbraio 2022, i tentativi di trattativa e mediazione tra le delegazioni di Ucraina e Russia – in Bielorussia prima, in Turchia dopo – sono falliti per la pesante ingerenza di un forte “partito della guerra” che si proponeva la vittoria completa e definitiva sulla Russia, di cui si preconizzava un rapido cedimento, se non un’implosione. USA, NATO, UE hanno sempre più armato Kiev, a cui sono andati, dalla sola UE, 130 miliardi di euro (Von der Leyen, 19 dicembre 2024). Il Parlamento europeo, in coerenza con i vertici UE e NATO ha istigato l’Ucraina a combattere fino alla “vittoria”, escludendo ogni ipotesi di negoziato. Ciò ha determinato una continua escalation bellica, con l’invio di armi sempre più letali in grado di colpire in profondità il territorio della Russia, in una sempre più pericolosa spirale di azioni e reazioni e un coinvolgimento sempre più ampio della UE e della NATO, col rischio concreto per i Paesi europei di scivolare da uno stato di cobelligeranza indiretta ad una belligeranza diretta (già anticipata con la folta presenza in Ucraina di istruttori, addestratori militari, ufficiali di collegamento di paesi europei).
Il sempre più massiccio invio di armi al governo di Kiev, comportando l’intensificazione e il prolungamento della guerra, ha provocato distruzioni incommensurabili e la morte di centinaia di migliaia di giovani ucraini sacrificati sull’altare di ragioni geopolitiche che nulla hanno a che vedere con la libertà ed il benessere del popolo ucraino e dei popoli europei. Dopo quasi tre anni di inutili massacri lo stesso presidente ucraino Zelensky (intervista a “Le Parisien”, 18 dicembre 2024), ha dovuto riconoscere che l’Ucraina non ha le forze per rovesciare le sorti del conflitto. Ciononostante le èlite europee continuano ad alimentare a dismisura la spirale della contrapposizione generale di lunga durata contro la Russia, e la militarizzazione – già annunciata e in parte avviata – delle società ed economie europee e il loro passaggio dal welfare al warfare, con tagli pesantissimi alle spese sociali per incrementare le spese di guerra.
Occorre uscire da questa logica perversa che sta mandando in rovina il nostro Paese (non si tratta solo delle enormi somme inviate a Kiev per la guerra, ma anche del forte aumento dei prezzi dovuto alla scelta del governo italiano di non acquistare più il gas russo a buon mercato, per rifornirsi da USA e altri Paesi a prezzi doppi o tripli) e ritornare alla Costituzione, che all’articolo 11 prescrive in modo netto, chiaro, inequivocabile, che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il ripudio della guerra comporta per l’Italia l’obbligo di impegnarsi per fermare i conflitti, non di alimentarli con la fornitura di armi.
Sulla base di quanto su esposto
Noi cittadini della Repubblica italiana riteniamo che un ulteriore invio di armi a Kiev, come previsto dalla proroga del decreto:
– Alimenti un’escalation bellica che ha realisticamente come sola prospettiva un ulteriore coinvolgimento militare della UE e dell’Italia, fino a varcare la linea rossa di non ritorno di un coinvolgimento diretto del nostro Paese nella guerra contro la Russia, trasformando l’attuale cobelligeranza di fatto in guerra aperta, con conseguenze catastrofiche.
– Sia contro gli interessi della pace, alimentando la spirale di guerra e la prospettiva di un mondo di guerra, con aumento delle spese militari che sottraggono risorse a sanità scuola servizi sociali.
– Sia non solo contro i principi di pace e cooperazione internazionale che informano la nostra Costituzione, e violi la legge 185 del 1990, che vieta l’invio di armi a paesi belligeranti, ma vada anche contro gli interessi economici del nostro Paese, fortemente colpito dalle misure di embargo comminate dal 2014 contro la Russia e sempre più intensificate negli anni successivi.
– Vada contro gli interessi stessi della popolazione ucraina, che in sempre maggior numero rifiuta di andare a combattere e di aprire nuovi cimiteri di guerra (800.000 renitenti alla leva, secondo la stima del presidente della commissione Affari economici del Parlamento ucraino, Dmytro Natalukha, riferito al quotidiano “Financial Time”). Un recente sondaggio dell’agenzia USA Gallup attesta che la maggioranza degli ucraini vuole negoziati e fine della guerra quanto prima possibile.
– Alimenti la contrapposizione contro la Federazione russa, un Paese che è geograficamente, storicamente, culturalmente, parte del continente europeo, un Paese rispetto al quale l’Italia non ha alcun contenzioso, nessuna controversia territoriale, né commerciale o economica, con cui, anche nel periodo della guerra fredda, seppe intessere proficui rapporti di cooperazione economica (basti ricordare qui la fabbrica di automobili di Togliattigrad, in cooperazione con la FIAT).
PER QUESTO
CHIEDIAMO DI FORMULARE UN ATTO D’INDIRIZZO CONTRARIO AD ALIMENTARE IL CONFLITTO MEDIANTE LA ULTERIORE FORNITURA DI MATERIALI ED EQUIPAGGIAMENTI MILITARI AL GOVERNO UCRAINO E DI RIFIUTARE LA CONVERSIONE IN LEGGE DEL DECRETO LEGGE N. 200/2024
Dal 1° gennaio 2025 l’Ucraina non ha rinnovato l’accordo quinquennale con la Russia per il transito di gas russo verso l’Europa. La Russia perde così l’ultimo miliardo di dollari all’anno da paesi europei (soprattutto da Ungheria, Slovacchia, Moldavia, Transnistria), che è pari a circa il 5% di tutto il gas consumato in Europa. La crisi del gas russo ha effetti non solo su quei paesi che ancora lo prendevano, ma sui mercati internazionali, in termini di aumento dei prezzi per tutti gli europei che lo importano. Il gas russo viene infatti sostituito da quello (spesso liquefatto) proveniente da altri paesi (Qatar, Stati Uniti, etc.) che costa molto di più. Oltre ai maggiori prezzi per tutti, alcuni paesi (Austria, Slovacchia, Ungheria, Moldavia) avranno anche problemi di reperimento (non l’Italia) e la Transnistria è già passata al carbone e ha chiuso scuole, ospedali e imprese. Sulla Federazione Russa l’effetto sarà minimo in quanto la Russia re-indirizza l’export verso Cina e Brics (che da gennaio ha 9 paesi in più) e accresce le sue capacità di costruire in proprio prodotti e servizi sfruttando le tecnologie e gli asset (come i treni Siemens) abbandonati da alcune multinazionali in Russia (ma non da tutte, come Unicredit).
Il prezzo del gas alla borsa Ttf di Amsterdam il 3 gennaio 2025 era 0,49 dollari al metro cubo (era meno della metà nei 10 anni del periodo pre-guerra, è arrivato a 3,3 nel picco massimo del 2022 ed era 0,28 a febbraio-marzo 2024). Se non ci sarà presto un accordo di pace in Ucraina, gli aumenti di prezzo si riverseranno sulle prossime bollette degli europei e degli italiani: “…circa 250-300 euro a famiglia –dice Davide Tabellini di Nomisma energia– e circa 30mila a impresa. Il problema maggiore riguarda le imprese, in quanto cala la competitività di quelle italiane che lo pagano 5-6 volte in più di quelle americane ed è il più alto in Europa. In Italia non si è fatto niente per aumentare la produzione nazionale di gas e lo andiamo a prendere negli Usa a 13mila km. di distanza, fatto col fracking inquinante: un assurdo”.
Come ho scritto in altro intervento, in alcuni settori come la sanità il servizio pubblico si rivela più efficiente ed efficace del privato e costa meno. Così è anche nel settore dell’energia e del gas, dove l’Italia non ha una sua produzione e importa 2/3 dell’energia che consuma.
L’Italia ha il più grande giacimento geotermico al mondo e solo un intervento pubblico dello Stato, tramite anche una propria impresa (Enel, Eni), può godere delle risorse per investimenti di lungo periodo che possano generare grandi vantaggi per i cittadini italiani: come ha fatto la Norvegia coi suoi giacimenti di gas, che oggi fruttano al fondo sovrano dello Stato e ai suoi cittadini (che ne sono proprietari) circa 40mila euro per abitante solo nel 2024, facendo dei norvegesi i cittadini più “ricchi” al mondo.
Il prezzo della materia prima (se importata) è determinato soprattutto dal grande volume che uno Stato può acquistare e, poiché il valore aggiunto che aggiunge alla materia prima è modesto (trasporto, vendita, contatore,…), non conviene avere 700 aziende private in concorrenza tra loro (com’è in Italia) che devono vivere aggiungendo costi ulteriori ai clienti per remunerare i propri servizi di marketing e le minori economie di scala che hanno rispetto ad un unico grande operatore pubblico. Soprattutto se questo è controllato nei suoi prezzi da una Autorità indipendente pubblica (come è nel caso di Arera in Italia), che dà garanzie ai clienti che i prezzi siano equi. Clienti che non devono impazzire per confrontare decine di offerte in un settore complesso e soggetto a forti variabilità di prezzo. (Per informazione del lettore: il prezzo del gas incide anche sul costo dell’energia elettrica).
Bastava vedere l’andamento del prezzo del gas nel mercato libero e in quello tutelato negli ultimi 10 anni per capire che passare dal mercato tutelato a quello libero non portava vantaggi e tantomeno avrebbe permesso di spuntare sui mercati internazionali del gas prezzi più bassi. Un’analisi Arera dice che negli ultimi 10 anni il servizio a maggior tutela ha avuto prezzi medi più bassi del “libero mercato”. Perché infatti dovrebbe costare meno la materia prima se anzichè esserci un solo grande cliente (un’azienda pubblica dello Stato) ci sono centinaia di piccole imprese? Lo Stato, peraltro, gode anche di un potere politico che un’azienda privata non può avere. E, curiosamente, in questo caso la retorica mainstream contro l’inefficienza delle piccole imprese non viene dichiarata.
Oggi sappiamo anche che Arera ha multato varie imprese per aver imposto extra costi ai propri clienti. I rilevanti profitti fatti da quasi tutte le imprese private dopo gli aumenti del gas dovuti alla guerra in Ucraina erano basati sul fatto che il prezzo alla borsa Ttf di Amsterdam era aumentato, ma molti contratti con la Russia (e altri paesi) erano di durata annuale o biennale e quindi il prezzo della materia prima pagata in realtà era fisso. Le multe antitrust sono arrivate ma sono pari all’1% degli extra profitti fatti (che vanno in gran parte agli azionisti).
Non è stata quindi una buona idea accettare il diktat dell’Europa, che esigeva che in Italia passassimo dal gennaio 2024al “libero mercato”, accordo fatto da Draghi nell’ambito delle cosiddette “riforme” del PNRR, che vogliono mercati “liberi” sempre meno regolati dai singoli Stati.
Per fortuna nel mercato tutelato per gas e luce sono ancora rimasti i più fragili (3,5 milioni di cittadini disabili, anziani, indigenti) che pagano meno. Ma non si vede perché non potremmo tutti stare in questo servizio pubblico senza impazzire, peraltro, a dover cercare di risparmiare perdendo un sacco di tempo per cercare servizi privati che alla fine costano sempre di più di quello garantito dal servizio pubblico. Un tema su cui occorre misurarsi per evitare che i cosiddetti movimenti populisti o sovranisti abbiano sempre più presa.
Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore.
Giovedì è il giorno di chiusura del suo locale. Una bellissima casa fuori Bologna, lui abita sopra e il ristorante sta sotto, molto accogliente, minuscolo con grandi vetrate che guardano la campagna, camino gigante in sala, accanto ai pochi tavoli, dove l’omino prepara grigliate, polenta e abbrustolisce il pane, poche cose nel menù ma tutte di prima scelta, piatti bolognesi tipici, ottimi dolci che prepara lui insieme a salsine uniche, particolari servite in ciotoline di terracotta. Tovaglie candide, bicchieri raffinati, sedie di legno con la paglia. A inizio primavera, l’omino, raccoglie nei fossi e argini la buona cicoria qui chiamata cioccapiatti, lavata e preparata con cura poi condita con pancetta abbrustolita, olio e aceto accompagnata al pane caldo di camino ed è il piatto più richiesto.
L’omino perché è piccolo e tarchiato e arriva sempre in tenuta da lavoro, pantaloni e camicia bianchi e pure il grembiule, sempre bianco, un cravattino nero che gli dà un’aria vagamente da comico di avanspettacolo o Busteriana.
Sceglie sempre il tavolo vicino al banco, contro al muro, il giovedì lo lascio libero per lui, entra, sorriso in una faccia serena e appisolata, ciao ragazzi come và?
Ordina due focacce con pancetta e cipolla, una birra media “non ho fretta fate pure gli altri tavoli”, mangia lentamente, mi chiede di sedermi e chiacchierare un po’, “siediti fangeina (bambina), dai poco, poco.” Dice di sua moglie che entra ed esce da case di cura per depressione malinconica. L’ho vista qualche volta con lui, una signora che pare una vecchia Mary Poppins, cappellini, occhiali, gonne lunghe, scarpe anni ’30, sguardo fermo, parole ripetute e sorriso che non arriva agli occhi, l’omino mi dice che qualche volta ne ha paura, “la notte dormo poco la sorprendo a fissarmi seduta sul letto ed un peccato perché nella cucina del ristorante è lei che fa tutto, si occupa di ogni cosa io invece mi perdo, bado ai cani, alla legna, al giardino e faccio spesa, probabilmente senza di lei si chiude.”
Ordina il dolce, sempre una zuppa inglese, poi perso nei suoi pensieri si addormenta sul tavolo, a fine serata lo svegliamo gentilmente, vai tu Ste dai vuole sempre te a prendere l’ordine…” scusate ragazzi ma dormo così poco, adesso vado”, ma no signor Dante, non si preoccupi, faccia con calma, se vuole l’accompagno alla macchina, “no fangeina, sono in lambretta.”
Lambretta che sa di anni persi, lontani, quando magari lui caricava la fidanzata dietro e pensavano di aprire un bel ristorante insieme.
Si alza stiracchiandosi, non ha mai un cappotto, una sciarpa, paga ed esce nella notte, assonnato, chiuso dentro ai suoi problemi come in un vaso di vetro e mi pare un piccolo triste pupazzo bianco di neve.
Lo sapevo che Ferrara sarebbe stata la cornice perfetta per un incontro. Lo è stata nell’ottobre del 2014 quando John fu ospite del Festival di Internazionale per parlare con Teju Cole e Maria Nadotti di “quel che abbiamo in comune”. Lo è oggi che lo vedo seduto al tavolino di un bar presso il listone, con il suo ombrello appoggiato alla sedia e la sua immancabile borsa a tracolla.
John Peter Berger (Londra, 5 novembre 1926 – Parigi, 2 gennaio 2017)
Quel giorno, precisamente il quinto giorno dell’ottobre di 7 anni fa, chiesi a John Bergerun autografo sul suo Capire una fotografia. Attesi l’uscita della maggior parte del pubblico che aveva assistito al dibattito nel Teatro battezzato “Abbado” proprio quell’anno. Impazientemente avanzai nella lunga fila e finalmente arrivato davanti a lui, mentre firmava la mia copia, ebbi solo il tempo di dirgli :«Quanto mi piacerebbe parlare di poesia con lei!». Mi sorrise e rispose: «Un giorno, chissà…».
Ed eccolo il giorno!
«Ricorda John» – una volta gli disse il fantasma della madre – «i morti non rimangono dove sono sepolti, tornano dove sono stati felici da vivi».
«Quindi il tempo non conta e il luogo sì?», domandò John.
«Non un luogo qualsiasi John, è il luogo dove ci si incontra»
Mi vennero alla mente queste parole nell’avvicinarmi al suo tavolino osservandolo nella sua immobilità quasi a voler richiamare l’attenzione. Senza dubbio voleva farsi notare. Voleva proprio farsi notare. Da me.
«È vero avrei dovuto dirti dove ci saremmo incontrati e non un giorno, chissà… » – e mi sorrise nell’ identico modo di quel giorno di ottobre.
La conversazione interrotta 7 anni prima riprese così, naturalmente, grazie al luogo dove eravamo e a dispetto dei tempi, delle età e soprattutto delle provenienze. Colse la mia sorpresa.
«Fin da giovane l’ho sempre vissuta così; ero sempre qualcuno che veniva da un’altra parte», mi disse. Anche oggi in effetti è così.
Quella frase comunque mi precipitò nel giusto mood bergeriano, quello nel quale sempre mi riducevano ( pre-ci-pi-ta-to ) le cose che avevo lette e ascoltate da lui.
D’altra parte è proprio grazie a lui che ho imparato questo: ognuno di noi non proviene da un posto ma da una lingua e dunque si appartiene alla parola più che ad un luogo.
«Allora, avevi detto che volevi parlare di poesia, ebbene? Ti renderai sicuramente conto che parlare di poesia è questione di…sguardi e non di parole».
Come avevo fatto a dimenticarlo! Avevo di fronte…l’uomo che aveva trascorso la sua vita a Guardare e che aveva spiegato a tutti come osservare un’opera d’arte e come da questa veniamo osservati.
Avevo di fronte uno che si era occupato, per tutta l’esistenza, dello sguardo, ricordandoci che «vedere è avere visto» perché la nostra vista (ma potremmo dire ogni nostro senso e dunque ogni pensiero) è allenato da percezioni che si sono man mano stratificate nella specie e nell’individuo e che dunque ci orientano.
Non potevo chiedergli… parole sulla poesia e allora mi rifugiai nelle poesie scritte da lui.
Chiesi al cameriere di portarmi un caffè e tirai fuori dal mio zainetto il libro con le sue poesie.
«Vedi John: hanno raccolto in questo libro, Il fuoco dello sguardo, le tue poesie disseminate nei saggi, nei romanzi, nei racconti e persino nei taccuini con i tuoi disegni che ci hai regalato negli anni trascorsi insieme. Cominciamo da qui? Cosa ne pensi?»
John sfogliò sorridendo le pagine di questo “suo” libro postumo che forse non aveva mai preso in considerazione durante la sua vita e lesse con voce bassa e piana una delle poesie
«In una sacca di terra
ho sepolto tutti gli accenti
della mia lingua madre
riposano lì
come aghi di pino
raccolti da formiche
un giorno il grido malfermo
di un altro vagabondo
potrebbe incendiarli
allora caldo e confortato
tutta la notte sentirà
la verità come una ninnananna
Che dici?» – continuò a voce più alta – «Non mi sembra così pessimistica come mi dissero gli agenti sovietici quando perquisirono i bagagli e sbirciarono nei taccuini durante il mio viaggio in Russia del 1983…».
«No, per niente!» – risposi – «Probabilmente loro si imbatterono in un’altra delle tue poesie e forse proprio qui è il punto, se posso permettermi, della tua poesia…»
«Ma prego, prego dimmi pure. Ti ascolto» – continuò fissandomi.
«La tua poesia emerge. Appare. Sorge…Non ho altre parole per farmi capire. Essa emerge dal…racconto…dal campo di battaglia…dal bosco. Ecco proprio così: la tua poesia emerge come una… radura in un bosco».
Non fu la fronte a corrugarsi ma l’intero viso: le rughe grandi e profonde intorno alla bocca e quelle più piccole che si irraggiavano dai canti laterali degli occhi. Sorrideva con quella espressione di quieta felicità di chi ha fatto un bel giro sulla moto e ha appena tolto il casco per accogliere il luogo che lo accoglieva.
Rassicurato dal suo viso e da un cielo di smalto esaltato dal contrasto con le sfumature pastello del duomo e del campanile, continuai:
«Radure, le tue poesie sono radure. Uno cammina nel bosco del tuo linguaggio e quando avverte quella sensazione spaziale di “smarrimento” o di “ritrovamento”, d’improvviso, la radura, la poesia, appare per restituirlo a un processo del quale smarrimento o ritrovamento sono solo accidenti».
«Bene. Abbiamo detto tutto quello che si poteva dire sulla poesia – disse alzandosi dalla sedia e sistemandosi la sua borsa a tracolla – Ora andiamo a Comacchio ad accogliere le anguille che arrivano dal golfo del Messico».
Probabilmente notò il mio imbarazzo e la mia goffaggine nell’alzarmi dalla sedia per seguirlo. Lo vidi fermarsi vicino un pino piantato in una piccola aiuola lì vicino e piegarsi per guardare qualcosa a terra.
In quel mentre il cameriere mi raggiunse e mi fermò in malo modo. Avevo dimenticato di pagare la consumazione.
«Scusami tanto davvero, mi sono distratto. Ecco ti pago i due caffè», dissi.
«Si vede che sei distratto» – mi rispose lui – «ne hai preso solo uno».
Guardai nella direzione di John e gridai in modo malfermo: «Aspettami John, arrivo». Poi mi rivolsi al cameriere e dissi: «Pagati un caffè sospeso. Ciao e scusami ancora».
Mi voltai per raggiungere John ma lui era scomparso. Guardai in ogni direzione: sul listone, verso via Mazzini, all’imbocco di via San Romano. Niente. John era andato via.
Mi avvicinai all’aiuola dove lo avevo visto l’ultima volta e lì, posati su una sacca di terra, degli aghi di pino richiamarono la mia attenzione. Senza dubbio volevano farsi notare. Volevano proprio farsi notare.
Letture consigliate: John Berger, Qui, dove ci incontriamo (Here is Where We Meet, 2005), traduzione di Maria Nadotti, Torino, Bollati Boringhieri, 2005 John Berger, La speranza, nel frattempo, con Arundhati Roy e Maria Nadotti, Bellinzona, Casagrande, 2010 John Berger, Capire una fotografia (Understanding a Photograph, 2013), a cura di Geoff Dyer, trad. Maria Nadotti, Roma, Contrasto, 2014 John Berger, Il fuoco dello sguardo. Collected Poems, a cura di Riccardo Duranti, Mompeo (RI), Coazinzola Press, 2015
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Italia: galleggiare in un mare d’ignoranza In margine al 58° Rapporto Censis 2024
Incuriosito dal clamore suscitato, subito sedato da giornali e televisioni, ho dato una letta al rapporto Censis 2024, giunto alla 58esima edizione, sulla situazione sociale del paese e ne sono rimasto stupefatto.
Molte cose le immaginavo, ma vedere le mie fantasie suffragate dai dati di un Istituto come il Censis mi ha suscitato preoccupazione ed amarezza, uno scenario sociale ben peggiore di quello che pensavo. Come non venire sopraffatto da questi sentimenti negativi nell’apprendere che il “bel Paese” è popolato da ignoranti che neanche si rendono conto di vivere su un territorio pieno di meraviglie millenarie.
Provo a riassumere in alcuni dati cosa ho trovato leggendo quelle pagine.
Quasi uno studente su due delle superiori, il 43,5%, non raggiunge il traguardo di apprendimento in italiano, percentuale che sale a 47,5 se parliamo della matematica. Non va meglio alle medie dove la percentuale di studenti che non raggiungono il traguardo in italiano arriva quasi al 40% e con la matematica si sale al 44%.
A chiedere agli italiani quasi uno su tre non conosce l’anno dell’Unità d’Italia e nemmeno di quando è entrata in vigore la Costituzione. Uno su cinque non sa dire chi era Giuseppe Mazzini e uno su due non sa quando è scoppiata la Rivoluzione francese.
Il 41,1% dice che Gabriele d’Annunzio ha scritto l’Infinito e per il 35,1% Eugenio Montale potrebbe essere stato un presidente del Consiglio degli anni Cinquanta. Eppure l’analfabetismo nel nostro Paese è stato praticamente debellato (sono rimaste solo 260 mila persone), mentre i laureati sono cresciuti dell’8,4%.
Il 18,4% non può escludere con certezza che Giovanni Pascoli sia l’autore de I Promessi Sposi e, infine, il 6,1% crede che il sommo poeta Dante Alighieri non sia l’autore delle cantiche della Divina Commedia.
Si riscontra poi l’incapacità di collocare correttamente sulla carta geografica le città straniere, se il 23,8% degli italiani non sa che Oslo è la capitale della Norvegia, ma anche le città italiane, se il 29,5% non sa che Potenza è il capoluogo della Basilicata. Le difficoltà di calcolo lasciano perplessi, se per il 12,9% degli italiani la moltiplicazione di 7 per 8 non fa necessariamente 56.
E l’ignoranza regna sovrana anche in merito ai meccanismi istituzionali, visto che più di un italiano su due, ossia il 53,4%, non attribuisce correttamente il potere esecutivo al Governo, bensì al Parlamento o alla magistratura.