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Tanka per le quattro stagioni

Tanka per le quattro stagioni

Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)  è il titolo della raccolta poetica di Fabrizio Bajec appena pubblicata per i tipi di Vydia Edizioni.

Il titolo sembra riecheggiare ( o fare il…verso a) quello della raccolta di Andrea Zanzotto, Haiku per una stagione. Ma vi è una differenza non solo nel riferimento a due generi della poesia orientale (sui quali torneremo tra poco), ma anche in quello alle quattro stagioni di Bajec, rispetto all’unica di Zanzotto.

Haiku for a Season è stata l’ultima raccolta di Andrea Zanzotto. Il libro fu pubblicato postumo nel 2012, in edizione americana, e ripreso poi nell’edizione italiana da Mondadori nel 2019. In realtà la prima stesura risale alla primavera-estate del 1984, una stagione, appunto, particolarmente difficile per il poeta di Pieve di Soligo per via del suo “male oscuro”.

Zanzotto decise di scrivere queste brevi poesie che lui stesso definì pseudo-haiku utilizzando la lingua inglese, utile allo scopo in quanto ricca di monosillabi. La tradizione secolare dello haiku giapponese, infatti, prevede innanzitutto una forma chiusa in tre soli versi di 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente.

A fianco a questa regola imprescindibile si affianca poi l’uso del cosiddetto kigo stagionale, una parola cioè che caratterizzi la stagione nella quale l’haiku è stato composto. E per finire all’interno di uno dei due versi si introduce il kireji la cosiddetta parola che taglia e che in qualche modo ribalta le aspettative (semantiche o concettuali) del breve componimento.

Il titolo di Zanzotto dunque allude a questa unica stagione interiore, senza stagioni esterne, e dunque senza bisogno necessariamente di diversificarsi  attraverso un kigo, né di ribaltarsi (semanticamente o concettualmente) grazie a un kireji.

I tanka di Bajec sono un’altra cosa. A detta dello stesso autore – ammesso che l’ “esistenza” di un autore di haiku sia… ammessa! – queste poesie brevi della raccolta si aprono a una vera e propria esperienza contemplativa che si svolge nell’arco di momenti stagionali precisi.

Il primo tanka di Primavera ci aiuterà ad entrare nello spirito giusto della raccolta

«galleggiano e basta
nubi e piante d’acqua dolce
non conservano un bel niente
seduto su un tronco neanch’io
coltivo propositi»
[pg.22]

Fabrizio Bajec scrive in francese e nella raccolta sono riportate le sue auto-traduzioni in italiano dei testi originali che meglio rispondono alla struttura classica di un tanka formato da 5 versi per un totale di 31 sillabe (5-7-5-7-7). Le prime 17 sillabe, cioè i primi tre versi (5-7-5) formano quello che poi da solo verrà chiamato haiku  e che contiene la parola stagionale, il kigo. Nelle traduzioni in italiano le strutture sillabiche in effetti saltano, ma rimane lo spirito intrinseco a queste breve composizioni orientali che nel tanka riportato è già tutto rivelato.

Le brevi forme poetiche giapponesi intendono fotografare un evento naturale in un preciso momento stagionale, evento che però sia il più possibile svincolato dalle “costrizioni di un soggetto” (per questo si alludeva alla non ammissibilità di un autore come  quello che viene tipicamente definito “poeta”  dalla poesia occidentale).

In effetti lo haijin, colui che è parte dell’azione stessa dell’evento, è di fatto un viandante che “percorre una… via” molto più profonda e remota dello spazio e del tempo propri, una via che si illumina completamente attraverso una “presenza mentale”. È questo “qui e ora”, senza propositi, racchiusa nel testo a essere importante.

“Io sono ciò che mi circonda” pare dirci in questo tanka Bajec. Come le nuvole e le piante d’acqua dolce anche io non conservo nulla e non sono fatto dei propositi che l’io coltiva.

Quando solitamente la “mente” viene ammorbata da dualismi come, ad esempio, fluido (l’acqua, le nuvole) e solido (il tronco, il corpo), non si potrà comprendere il medesimo galleggiamento, delle nuvole nel cielo, delle piante sull’ acqua dolce, del mio corpo posato sul tronco o… sull’Universo.

Questo tipo di inversione tra figura e sfondo tipico della poesia contemplativa di Bajec non resta però una semplice proiezione (frammentazione del mondo quale prodotto di un… pensiero in frantumi e viceversa), ma diventa vera e propria percezione come quella magnificamente mostrata nella poesia breve della Seconda parte della raccolta (Vasto cielo)

«uguale a un fiocco di neve
su un parabrezza di un camion
questo mondo irreale
che leggeri attraversiamo
sorridendo per poco»
[pg. 69]

Fabrizio Bajec ha iniziato la pratica della meditazione nel 2008, frequentando varie scuole e tradizioni buddiste (zen vietnamita, buddismo theravada, zen giapponese). È stato ordinato monaco zen sôto nel 2022 e ha ricevuto la trasmissione del dharma (shiho) dal maestro Bernard Senryû Deverrière nel maggio 2023. Due libri sullo zen sono apparsi in Francia nel 2024: Le Moine et l’enfant (éditions  Synchronique) e Le point zéro (L’originel-Accarias).

Attraverso questo suo particolarissimo percorso spirituale la poesia di Bajec sembra aver acquisito speciali capacità. La prima: evitare di proiettare sentimenti propri sul mondo. La seconda: regalare la vera percezione dell’evento senza l’intrusione di un sé.

Esempi di queste capacità sono il tanka d’autunno a pg. 35

«le oche della Loira
scaricano sterco sul molo
presso il ristorante
fluviale due donne inciampano
nelle loro Ferragamo»

dove persino l’inattività dello haijin non si impone e anzi si sottomette a una compassione che pervade tutta la scena senza alcun rilievo di tipo personale, ambientale, sociale o morale.

Nel testo seguente di pg. 67 si apprezza invece questa capacità di costituire la stessa azione (direbbe un critico occidentale: il poiein) a soggetto della poesia:

«l’operaio fognario emerge
abbagliato dal sole
ma il telefono scivola
e finisce nel buco
dove lui ridiscende
con lo sguardo di Sisifo
gettato alla rinfusa»

Attraverso queste sue capacità Bajec in definitiva  ci restituisce una inattività della lingua che è propria della poesia. Abituati come siamo a una forma attiva di linguaggio (la comunicazione, l’informazione) le poesie brevi di Bajec riescono a ricordarci una modalità contemplativa della lingua. E di questi tempi, dove il caos informativo e comunicativo distrugge il silenzio, quello che Bajec riesce a far con “poche” forme della brevità, non è poco.

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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PAESE REALE
di Piermaria Romani

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)