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La sindrome del colibrì:
il virus che ha infettato la politica

So che il direttore di Ferraraitalia ha scritto, giustamente, di non voler prendere parte al diluvio informativo che sta accompagnando questo difficile periodo contrassegnato dal tentativo di contrastare il diffondersi del Coronavirus.
Queste righe non vogliono entrare nel merito delle misure prese da Governo e Regioni colpite: troppo severe o sensate? Non ne sono capace.
Anche perché resta forte il dubbio che molte voci che ora puntano il dito su provvedimenti giudicati eccessivi (finiscono per aggravare una situazione economica già di suo sull’orlo della recessione), siano le stesse a gridare contro le istituzioni colpevoli, in caso contrario, di avere preso sotto gamba il problema.
Sono piuttosto i risvolti politico-istituzionali della vicenda a suscitare qualche impressione. Lombardia e Veneto, si sa, sono le regioni colpite per prime in Italia e con il maggior numero di casi. Dunque, i loro governatori si sono trovati in prima linea a dover far fronte alla diffusione dell’epidemia.
Sapendo come ragiona la politica, almeno dalle nostre parti, è difficile trattenere la sensazione che fin dall’inizio le due terre per antonomasia del buongoverno leghista, abbiano voluto dare conferma della loro esemplare amministrazione con provvedimenti pronti, chiari, decisi, efficienti e senza tentennamenti, per mettere le briglie alla diffusione del virus.
Di fronte a un governo nazionale ormai più simile a un morto che cammina, l’impressione è stata quella di prove tecniche di buongoverno, per dimostrare che… se si andasse al voto, meglio prima che poi, il Paese può essere messo in buone mani, senza altri inquilini coi quali scendere a patti.
Se, e sottolineo se, qualcuno ha fatto questi conti, ha dovuto scontrarsi con una situazione ben più complessa che ha finito per vanificare ogni ipotesi di blitzkrieg.
Non si spiegherebbero altrimenti alcune uscite singolari dei governatori Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).
Attilio Fontana, come scrive Marco Damilano (L’Espresso 1 marzo), prima paragona la sua regione alla città cinese di Wuhan, da cui tutto e partito, poi di fronte al pericolo paralisi della potente macchina produttiva lombarda cerca di correggere il tiro. Quando, in seguito, indossa in diretta video la mascherina anticontagio, persino Giorgia Meloni ha commentato che se la poteva risparmiare.
Il secondo, Luca Zaia, si è invece prodotto in un feroce paragone fra le normali condizioni igieniche del popolo veneto e i cinesi: Tutti abbiamo visto che i cinesi mangiano i topi vivi.
Non è stato da meno il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando, con un accenno che tutti hanno inteso diretto all’ospedale di Codogno, se l’è presa con alcune falle del sistema sanitario lombardo, notoriamente un modello in cima a tutte le statistiche nazionali.
La scivolata istituzionale ha prontamente provocato la reazione stizzita del governatore Fontana, che gli avrebbe dato del ciarlatano.
Come se non bastasse, mentre le borse perdono punti come la nostra Spal e lo spettro recessione è sempre più una dura realtà, Matteo Salvini, pare con la sponda dell’altro Matteo (Renzi), se ne viene fuori con la proposta di un Governo di Unità Nazionale per gestire meglio la crisi (il come non è dato sapere) e accompagnare il Paese a nuove elezioni.
Nel frattempo Giorgia Meloni, da Lilli Gruber, lamenta la totale assenza dell’Europa sull’emergenza in corso. La sovranista, nazionalista, italianissima leader di FdI chiama Bruxelles a battere un colpo? Per carità, è sacrosanto denunciare l’assenza di linee europee per evitare che si chiudano a capocchia i confini, ma proprio da quel pulpito dobbiamo sentire la predica?
Per inciso, dopo narrazioni martellanti secondo cui ondate di virus sembravano venire dai barconi dei migranti, con misure draconiane sui porti tricolori, ora sono proprio gli italiani (per giunta lombardo-veneti) ad essere rifiutati.
Chissà se il cuore immacolato di Maria, il crocefisso e la Madonna di Medjougorie, se la sono legata al dito?
Tanto per restare in area celeste: facevamo volentieri a meno anche del monito di don Livio Fanzaga di Radio Maria, secondo il quale Corona-virus ricorda la corona del rosario. Per farla breve, l’epidemia sarebbe un ammonimento divino a pregare prima che arrivi l’apocalisse.
Intanto che ciascuno è libero di immaginarselo all’inferno, condannato a trascorrere l’eternità in compagnia degli inventori delle statuette da giardino di Biancaneve e i sette nani e degli infissi in alluminio anodizzato, più acqua e molto meno vin santo nel calice della messa è il consiglio che mi sento di dare, spassionatamente.
Tornando fra i comuni mortali, sembra proprio che alla classe dirigente che ci ritroviamo manchi il senso della prudenza. Un elemento che dovrebbe essere suggerito dal fatto che un’emergenza come questa presenta più incertezze che certezze.
Non si spiega proprio la fiducia ottocentesca con la quale ci si ostina a chiedere risposte alla scienza. L’impressione è che si possono consultare tutti i virologi che si vuole, ma una risposta certa sul Coronavirus al momento non c’è. Ci sono tante risposte, ma non ‘la risposta’.
Dovrebbe essere noto che, dopo la sbornia positivista, la scienza è ricerca, processo, non ‘soluzione’. Dal principio di falsificabilità (Popper), a quello di indeterminazione (Heisemberg) e alla relatività (Einstein), il mondo scientifico nel Novecento si è ritirato dall’illusione apodittica ed è entrato nella dimensione probabilistica e delle ipotesi. Quindi, la scienza può continuare a essere utile sul piano dell’indagine razionale, ma non su quello fideistico-dogmatico della risposta univoca e definitiva.
In secondo luogo, il momento della decisione politica – chi fa cosa – cade su un assetto istituzionale nel quale le competenze, da troppo tempo, sembrano distribuite da un ubriaco.
E’ del Centrosinistra la riforma costituzionale del 2001, che ha finito per creare problemi in ordine alle competenze statali e regionali, con un’area di materie concorrenti fra i due livelli istituzionali, fonte di contenziosi e discussioni che tuttora attendono soluzioni.
E’ ancora del Centrosinistra una riforma costituzionale e istituzionale (peraltro fallita nel 2016), con la quale si è inteso semplificare il quadro istituzionale giudicato troppo complesso, composto da Comuni, Province e Regioni. Il risultato di questa furia riformatrice (della quale, naturalmente, nessuno rivendica la firma autografa), è un nuovo assetto, più semplice (?), composto da Comuni, Unioni di Comuni, Agenzie, Città Metropolitane e Regioni. Come se non bastasse, qualcuno ha pure ipotizzato le Aree Vaste, non si è mai capito se come livello istituzionale o non si sa bene cosa.
Terzo: dopo decenni di decentramento, sussidiarietà verticale e federalismo, il risultato finale è che mai come oggi le risorse, frutto dell’imposizione fiscale, sono centralizzate. Tanto che i sindaci sono come i soldati lasciati in trincea senza armi, munizioni e con le suole delle scarpe di cartone.
E il peggio è che chiunque voglia mettere ordine in questo tessuto istituzionale, pare lo faccia più per essere fotografato con la scopa in mano, piuttosto che concentrare l’attenzione sul pavimento che s’intende pulire. Così, sono più le scorie che si lasciano in giro, in un disordine crescente di compiti e di norme che, come le pezze, sono sempre peggiori del buco.
Come se non bastasse, l’emergenza Coronavirus grava su un sistema sanitario falcidiato da anni di tagli a risorse, strutture e personale. L’esempio degli ospedali Spallanzani e Sacco, nei cui laboratori sono stati isolati i virus per mano di ricercatori precari, è la cifra drammatica di un Paese ingrato, che chiede adesso a questi cervelli superstiti e maltrattati di compiere il miracolo.
Se questa, appena abbozzata, è l’istantanea di un Paese disordinato, sfibrato e bombardato, con quali velleità di protagonismo una classe dirigente può pretendere di governare un’emergenza, immaginando d’intestarsi qualsiasi vittoria?
Non sarebbe meglio, data la situazione, scendere dal pero della presunzione e cercare insieme le risposte migliori – non miracoli – nell’interesse comune?
Batta un colpo se c’è qualcuno disposto ad aiutare l’Italia a uscire dalla sindrome del colibrì: un Paese che spreca la gran parte delle proprie risorse per restare immobile.

Ferrara, 29 febbraio 2020

Gaetano Previati e le sue emozioni: luce e ombra in mostra al Castello Estense

Dal buio alla luce, è un viaggio di emozioni quello che offre la mostra dedicata a “Gaetano Previati. Tra simbolismo e futurismo”, in corso nel Castello estense di Ferrara fino al 7 giugno 2020. L’esposizione di un un’ottantina di opere del pittore ferrarese (1852-1920), schizzi e documenti consente di partire dalle atmosfere fumose, scure e allucinate che rievocano il clima della poesia maledettista per arrivare fino alle visioni ampie e solari, dove la luce spazza via il decadentismo romantico e apre i quadri a un’atmosfera piena d’aria e chiarore.
Sala dopo sala, si percorre il cammino di un grande interprete dell’evoluzione artistica che contraddistingue la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, attento a rendere stati d’animo e atmosfere in uno stile tutto personale. Grazie all’uso sapiente della tecnica del divisionismo, traghettata in Italia dall’avvento dell’Impressionismo, Previati assorbe le nuove tendenze artistiche che contraddistinguono il periodo storico in cui vive e le fa sue riuscendo anche ad anticipare quella ricerca di dinamismo, movimento e voglia di uscire dal limite imposto dal quadro che porterà poi alla nascita del Futurismo. Non è un caso, infatti, che la sua arte venga tanto apprezzata dal giovane Umberto Boccioni (1882-1916), esponente di spicco del movimento futurista.

Nato Ferrara il 31 agosto 1852 e morto in Liguria (a Lavagna) il 21 giugno 1920, Previati ventenne si trasferisce a Milano per studiare all’Accademia di belle arti di Brera e qui conosce e frequenta gli ambienti della Scapigliatura, che imprimono nel suo stile un carattere di anticonformismo e ribellione, non estraneo inizialmente anche all’attrazione per la trasgressione e al fascino per l’irregolarità e la perdizione. Il colore nero e le terre scure dominano la tavolozza giovanile di Previati, che realizza opere già molto caratterizzate da un segno originale e dalla capacità di avvolgere lo scenario in un involucro suggestivo e, in questa fase, più fosco. Ecco allora le tele con le trasgressive “Fumatrici di oppio” dipinte dall’artista trentenne (1887), ma anche una “Prima comunione” (1884) assolutamente fuori dai canoni, dove la partecipazione delle ragazzine che si accostano per la prima volta al sacramento eucaristico prende toni esoterici di iniziazione.

“Fumatrice di oppio” di Gaetano Previati, bozzetto, 1887

“Hashish o Fumatrici di oppio”, olio su tela, Galleria di arte moderna di Piacenza, 1887

Il cambiamento di rotta e di toni avviene nella piena maturità, a 37 anni, quando Previati dipinge il quadro “Nel prato” (1889-90), non a caso inizialmente intitolato “Pace”. In una lettera, spedita al fratello proprio durante l’esecuzione di questo olio su tela, è lui stesso a dichiarare: “È il mio primo tentativo della tecnica nuova della spezzatura del colore, una tecnica che dà l’impressione di una maggiore intensità di luce”. In scena – come lui stesso spiega in quella lettera – ci sono “una mamma con due bambini su un praticello smaltato di fresca verzura. Nella composizione c’è qualche tendenza al giapponesismo e un sentimento di quiete e di semplicità che mi pare giustifichi il titolo: Pace”.

L’opera ha molte affinità con la “Promenade” che Claude Monet ha dipinto (1875) e con le successive versioni di “Donna con parasole” che l’artista impressionista francese dipinge oltralpe quasi negli stessi anni (1886). Scena analoga si ritrova anche nell’olio su tavola “Tra le spighe di grano” (1873) di Giuseppe De Nittis che addirittura precede Monet, e che si può vedere nella mostra dedicata a De Nittis [clicca sul link per leggere la recensione della mostra ai Diamanti] in questo stesso periodo a Ferrara fino al 13 aprile 2020 a Palazzo dei Diamanti.

“Il colore sulla tela dipinta da Previati – fa notare la curatrice della mostra ferrarese Chiara Vorrasi – è disposto a trattini in modo che produca maggiore luminosità e anche il riferimento al Giapponismo, che è elemento fondamentale per l’Impressionismo, dimostra la consapevolezza del nuovo clima artistico in cui si cala. Attraverso il divisionismo e l’intensificazione luminosa, l’artista individua la possibilità di interagire con l’emotività dello spettatore”. Il traguardo a cui Previati arriva è quello di “acquisire e fare sua la cifra distintiva di una pennellata capace di evocare un sentimento, uno stato d’animo o delle visioni trascendenti”.

Significativa in questo senso l’opera “L’assunzione” (1903), esposta nella stessa sala del castello riservata al tema della ‘Suggestione luminosa’: qui la luminescenza sulla tela è ottenuta grazie a una pittura divisionista che riesce a trasmettere una sensazione illuminante con una valenza di forte spiritualità.

Tanta luce ancora in una tela di grandissime dimensioni come “Armonia” (1908) nella sala delle opere dedicate a ‘L’ispirazione musicale’: un olio su tela di oltre 1 metro e mezzo di altezza per più di 4 metri e mezzo di lunghezza, dove la luce imprime un ritmo circolare che si diffonde per tutta l’opera, assimilandola all’onda sonora.

“Luce e musica – spiega la curatrice – sono per l’artista forme vitali che permeano il creato; il colore viene usato come accordo e la linea come melodia. La sua idea è quella di trasmettere una sintesi di tutte le arti con le quali avvolgere lo spettatore”. Vicina a quest’opera è esposta la tela dedicata a “Paolo e Francesca” (1909): oltre due metri e mezzo di altezza per quasi altrettanti di larghezza con una forma d’onda che attraversa tutto il quadro avvolgendo i personaggi in un movimento vorticoso che può far pensare a una danza. “La passione – spiega la Vorrasi – produce un dinamismo potente e dinamico e la stortura verticale fa procedere il vortice all’infinito. Previati qui lavora a fluidificare le forme e a dare densità allo sfondo. Annulla la separazione tra soggetto e sfondo come accademia  in certe opere di Munch e in ‘Acqua mossa’ di Klimt”.

Un altro elemento che Previati fa suo e che è da ricondurre all’arte giapponese è quello della composizione asimmetrica, innovativa rispetto ai canoni della tradizione accademica, e legato proprio all’arte orientale. Significativo in questo senso un disegno come “Discesa nel Maelström” (1888-90) che illustra l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe.

Il taglio inusuale rievoca il motivo dinamico e spiraloide della “Grande onda” di Hokusai e restituisce la sensazione di terrore che coinvolge il protagonista risucchiato verso il basso.

“Ugo dona una rosa a Parisina”, 1901, matita su cartoncino (Bper)

“Il ritorno dalla caccia”, 1901, matita su cartoncino (Bper)

“Morte di Parisina”, 1901, matita su cartoncino (Bper)

Molto interessanti anche i disegni dedicati alla straziante vicenda di Ugo e Parisina, realizzati a matita nera su cartoncino (1901). “Non sono illustrazioni – fa notare la Vorrasi – ma scene concepite per essere proiettate a corredo dell’ascolto della musica e dei testi di un melologo dedicato a questo celebre e tragico amore con testi di Domenico Tumiati e musiche di Vittore Veneziani. Proprio alle musiche di Veneziani sarà dedicato un concerto in programma venerdì 27 marzo 2020 dalle 18 alle 20 in Castello a cura del Conservatorio”.

“Tra simbolismo e futurismo . Gaetano Previati”, Castello Estense, largo Castello 1, Ferrara – dal 9 febbraio al 7 giugno 2020, ore 9.30-17.30 con ultimo ingresso alle 16.45, chiuso il lunedì

Il TAVOLO FINALMENTE !
Riparte il confronto per ripubblicizzare il servizio rifiuti

Martedì 3 marzo riprende finalmente il confronto che si tiene al Tavolo partecipativo per lo studio della ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti. Era stato attivato con una delibera del Consiglio Comunale del 22 ottobre 2018, dopo che nei mesi precedenti erano state raccolte quasi 1000 firme di cittadini su una proposta di delibera di iniziativa popolare, promossa da vari soggetti, tra cui l’Associazione Ferraraincomune (ora Il Battito della Città. Il Tavolo partecipativo si era riunito due volte nei primi mesi del 2019, per poi fermarsi con l’approssimarsi della scorsa tornata elettorale amministrativa, e ora, dopo un’inerzia poco giustificabile da parte della nuova Amministrazione Comunale, anche grazie alle richieste reiterate, è stato finalmente fissato  l’appuntamento per riprendere quella discussione.

Lo si farà a partire da un documento predisposto da Atersir, l’Agenzia regionale relativa alla gestione del servizio idrico e di quello dei rifiuti. Tale approfondimento, pur di carattere preliminare, ci consegna una serie di elementi che portano a dire che il percorso di ripubblicizzazione del servizio dei rifiuti nel Comune di Ferrara, sottraendolo ad Hera per affidarlo ad un’azienda pubblica di nuova costituzione, è più che fattibile. Infatti, servono circa 6 milioni di Euro per dar vita a una nuova Azienda Pubblica Comunale, risorse che si possono tranquillamente recuperare tramite l’intervento di Holding Ferrara Servizi Srl, che ha un capitale sociale di circa 81 milioni di Euro e riserve per oltre 7 milioni di Euro.

Sarebbe un’operazione del tutto analoga a quella realizzata a Forlì e in altri 12 Comuni limitrofi, che nel 2017 hanno dato vita alla Spa a totale capitale pubblico Alea Ambiente, con un capitale sociale iniziale di 2 milioni di Euro (che si sta portando appunto a 6 milioni) fornito da Livia Tellius Romagna Holding Spa, la partecipata del Comune di Forlì e altri Comuni della provincia, omologa a Holding Ferrara servizi Srl. E’ ovvio, questa è una valutazione importante, ma non consente ancora una decisione definitiva, che può e deve poggiare saldamente sulla messa a punto di un vero e proprio piano industriale, economico e finanziario della nuova azienda pubblica. E’ questo il passaggio che dovrà compiere l’ Amministrazione Comunale di Ferrara e al quale non penso si possa sottrarre, a meno che non ci sia una volontà pregiudiziale di proseguire in una logica di privatizzazione dei servizi pubblici e di subalternità nei confronti di Hera Spa. il colosso Hera che – sarà bene ricordarlo – continua a gestire a Ferrara il servizio dei rifiuti in un regime di proroga, visto che l’affidamento è scaduto alla fine del 2017.

Ma ancor prima che fattibile, la scelta della ripubblicizzazione della gestione del servizio dei rifiuti – come di tutti i servizi che erogano i Beni Comuni, a partire dal servizio idrico – è quella più utile per rispondere ai bisogni dei cittadini e all’interesse generale. Infatti, operare tale scelta significa almeno affermare 3 questioni di fondo che attengono all’organizzazione sociale e alla convivenza nella città.

La prima questione riguarda scegliere con decisione la strada di un’economia circolare e sostenibile dal punto di vista ambientale, fondata anche sul risparmio, il riciclo e il riuso dei prodotti. Per il ciclo dei rifiuti, significa passare attraverso una forte raccolta differenziata per ridurre il rifiuto non riciclabile e, soprattutto, per la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, obiettivi che si possono realizzare se assunti come priorità e finalità proprie, come può fare una gestione pubblica e non una di carattere privatistico, orientata invece alla massimizzazione dei profitti e dei dividendi. E’ appunto quest’ultimo il caso di Hera, una società mista pubblico-privata quotata in borsa: basti pensare che nel periodo 2010-2018 essa ha, in termini cumulativi, realizzato utili pari a 1 miliardo e 714 milioni di Euro e distribuito dividendi ai suoi azionisti per 1 miliardo e 180 milioni di Euro, pari a circa il 70% degli utili. L’ultimo piano industriale 2020-2023 di Hera mette forte enfasi sul fatto che i dividendi aumenteranno costantemente, raggiungendo nel 2023 un incremento del 20% rispetto al 2018. Di contro, si possono citare i risultati raggiunti dall’azienda pubblica forlivese Alea Ambiente Spa che, ad un solo anno dalla sua nascita, è arrivata all’80% di raccolta differenziata e ridotto del 35% il rifiuto totale prodotto. Intanto, nel 2019, Alea ha avviato all’incenerimento oltre 48.000 tonnellate in meno di rifiuto secco non riciclabile rispetto al 2017.

Il secondo punto rilevante è quello di considerare i Beni Comuni, e quindi i servizi che li erogano, come servizi pubblici a tutti gli effetti, da gestire in una logica di pareggio tra costi e ricavi, senza che su di essi gravi un profitto garantito (cioè una rendita) ai soggetti sche ne sono proprietari. Non a caso, invece, l’impostazione privatistica, che esiste anche nel servizio di gestione dei rifiuti, fa sì che venga riconosciuta la cosiddetta ‘remunerazione del capitale investito’ che, nel caso specifico, riconosce ad Hera, per il servizio svolto nel comune di Ferrara, ben 1 milione e 371mila Euro all’anno, a partire dal 2020. Risorse che non avrebbe senso, se non eventualmente in una fase iniziale, riversare sulla nuova azienda pubblica e che invece potrebbero ritornare ai cittadini sotto forma di riduzione tariffaria.

Infine, terzo ma non ultimo per importanza, una nuova gestione pubblica del servizio dei rifiuti potrebbe rappresentare un’occasione per costruire, anche in quest’ambito, forme di democrazia partecipativa, che vedano il protagonismo dei cittadini e dei lavoratori. Da sempre, infatti, quando si parla di Beni Comuni, l’idea della gestione pubblica va di pari passo con il fatto che essa sia anche partecipata. Si potrebbe, ad esempio, pensare di dar vita (almeno in via sperimentale) ad una sorta di Consiglio di Gestione, con la presenza di rappresentanti dei lavoratori e dei cittadini, che affianchi gli organi di direzione dell’azienda nella definizione delle scelte di fondo su cui strutturare il servizio stesso come nella promozione di comportamenti “virtuosi” per la preservazione del patrimonio ambientale.
Insomma, la ripubblicizzazione della gestione del servizio rifiuti può diventare un tassello importante di un progetto di città innovativa, capace di ricostruire legami sociali e identità collettiva: un progetto – e al fondo di esso, una visione, una direzione politica – del tutto alternativo rispetto all’impostazione dell’attuale Amministrazione Comunale che si poggia, invece, su un’idea di città chiusa in sé stessa e incapace di guardare al futuro.

Nota di redazione: chi volesse ricostruire la storia tutta ferrarese della battaglia civile per i Beni Comuni, e quindi per togliere ad Hera Spa il Servizio Raccolta Rifiuti in favore di una Azienda Pubblica Comunale, può rileggere gli articoli dedicati all’argomento usciti su Ferraitalia: Turismo dell’indifferenziata? Autodifesa di un (buon) cittadino ferrarese contro le fatidiche calotte (settembre 2017) ;  Ferrara città verde non smeraldo (dicembre 2017) ; L’era glaciale. Quale gestione dei rifiuti oltre le calotte? (dicembre 2017)Democrazia e rifiuti. La partecipazione fa paura. (ottobre 2018) ;  Ferrara: rifiuti e democrazia Approda in Consiglio la delibera di iniziativa popolare (ottobre 2018) la battaglia sui rifiuti è appena cominciata E per lo studio di fattibilità serve un ente senza ombre (novembre 2018)

 

Chi osa criticare il Pensiero Unico?

La parola frase ‘Pensiero Unico’ ricorre costantemente nelle rappresentazioni che accompagnano quel che resta di una discussione politica la cui presenza mediatica è inversamente proporzionale alla sua reale capacità di affrontare e risolvere i problemi di vasti strati della popolazione.
Secondo Wikipedia questo termine apparve per la prima volta nel gennaio del 1995 in un editoriale di Ignacio Ramonet pubblicato su Le Monde Diplomatique di cui l’autore era direttore responsabile; all’epoca Ramonet era già un personaggio noto nel mondo della sinistra critica, tra i promotori del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, oggi docente presso la Sorbona, oltre che membro onorario di ATTAC, l’associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini, fortemente avversa alle politiche neoliberiste e chiaramente orientata ai valori della dignità umana e della protezione dell’ambiente.

Ramonet definiva il pensiero unico come “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”.Attraverso questo tipo di pensiero erano state già poste le basi per accettare culturalmente il primato dell’economia neoliberista sulla politica, e giustificare il successivo dominio della finanza su entrambe.
Questa filosofia, già fatta propria dai governi conservatori di Margaret Thatcher (dal 1979 al 1990) con il celebre “There is no Alternative” (Non c’è alternativa), troverà altrettanto chiara espressione nel meno noto “Es gibt keine Alternativen” (Non ci sono alternative) del cancelliere social democratico tedesco Gerhard Schroeder, dal 1998 al 2005 alla guida di una coalizione SPD-Verdi decisamente collocata verso un progressismo sensibile alle tematiche ambientali.

Su cosa si fonderebbe dunque questo Pensiero Unico al quale né conservatori né progressisti, né destra né sinistra, riescono a trovare un’alternativa? Sempre con l’aiuto di Wikipedia, è abbastanza facile mettere in risalto alcuni assiomi su cui esso si basa.
I ) L’economia di stampo (neo) liberista fondata sulla crescita illimitata (esemplarmente rappresentata dal PIL) è la scienza che regola e governa la società: la politica e tutte le altre scelte culturali tendono in ultima istanza ad essere assoggettate al potere economico.
II ) Il (libero) mercato è il parametro principale che descrive ogni attività umana e ne regola il funzionamento determinandone il successo o l’insuccesso.
III ) Perché la magica mano invisibile del mercato possa risolvere tutti i problemi, è indispensabile che non esistano barriere allo scambio e al movimento di capitali, merci e persone: bisogna pertanto ridurre la presenza dell’intervento statale, eliminando ogni barriera che limiti il dispiegarsi a livello globale delle libere forze dei mercati.
IV ) Tutti i servizi che erano garantiti dallo Stato Sociale (istruzione, sanità, ambiente, pensioni, tutela per i più fragili, etc.) devono essere affidati quanto più possibile all’iniziativa privata e alla legge del mercato che, sola, ne può garantire la necessaria efficienza.
Si coglie in questi assiomi una tonalità che è, ad un tempo, scientifica (il neoliberismo capitalista è la scienza che governa la società mondiale), messianica (alla lunga il dispiegarsi delle libere forze del mercato risolverà ogni problema su scala planetaria) e religiosa (se le cose non funzionano la colpa è di chi si oppone alle benefiche forze del libero mercato, il male che si contrappone al bene).

La critica al Pensiero Unico così difinito era, appunto, critica a questi assiomi e ai corollari che ne derivano; intendeva, cioè, puntualizzare e mettere in risalto la crescente riduzione del dibattito politico sui temi imposti dall’alto da parte di una cultura e di un élite dominante che, già all’epoca in cui Ramonet scriveva, prendeva l’oscura forma di un inquietante Nuovo Ordine Mondiale che andava sostituendosi a quello bipolare, caduto insieme al Muro di Berlino e al comunismo sovietico. La critica concentrava l’attenzione sugli effetti perversi di un capitalismo neoliberista, senza regole ma violentemente orientato ad imporre con qualsiasi mezzo la sua logica di funzionamento a livello planetario; faceva emergere i pericoli insiti in un agenda politica fissata sempre più spesso da soggetti mai eletti e i cui comportamenti si situavano – oggi più di allora – al di fuori di ogni possibile procedura di controllo democratico. Una critica depotenziata man mano che il Pensiero Unico, inizialmente sostenuto da destra (si pensi alle amministrazioni Bush e all’idea di esportare la democrazia anche con la violenza), veniva a trovare terreno assai più fertile a sinistra (si pensi al globalismo progressista della open society così cara al finanziere Soros).

Non a caso le critiche al Pensiero Unico sembrano oggi molto lontane ed inattuali. Se critica onesta ancora esiste essa, appare debole e impotente, anche da parte di quei rari pensatori e di quegli sparuti settori della società civile che si ispirano ancora al paradigma marxiano. Questa critica (da sinistra) è stata infatti squalificata dal Pensiero Unico Dominante e oggi sembra segregata in un angolo buio, dove viene ormai associata al complottismo, alla produzione di fake news e ai vari termini con cui il pensiero mainstream etichetta e si sbarazza di ogni pur lecito dissenso.
Viene allora da chiedersi se, oggi, esista ancora lo spazio per esercitare una critica autentica che possa essere propositiva e costruttiva, se esista ancora quella tensione genuinamente politica che spinge ad esplorare soluzioni alternative, o se, al contrario, la forza del Pensiero Unico e dei suoi assiomi sia tale da assorbire e ricondurre nell’alveo dei propri scopi ogni apparente deviazione; se sia così diffuso e pervasivo da eliminare alla radice ogni ipotesi che non accetta di essere allineata.

Se prendiamo sul serio l’originaria definizione critica di Ramonet per cui il Pensiero Unico sarebbe “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”, viene da chiedersi chi siano oggi, in Italia, i sostenitori palesi ed occulti, chi sano i suoi promotori consapevoli e i supporter inconsapevoli; e d’altra parte chi siano i critici e gli oppositori, ammesso che esistano e che abbiano delle idee democraticamente radicate e realmente praticabili.

Che ruolo hanno, rispetto al Pensiero Unico e alla sua possibile critica, i grandi media, televisioni, radio e giornali? Come si posizionano i vari partiti che si contendono il potere in Italia? Come si colloca la Chiesa di papa Francesco? Che significato hanno, alla luce del pensiero unico, le ONG e i vari movimenti sociali che di tanto in tanto riempiono le piazze? Che futuro sta preparando il dominio ormai trentennale di questa potente narrazione? Esistono ancora delle serie alternative a questa prospettiva unipolare oppure siamo davvero, come azzardava nel lontano 1992 il politologo Francis Fukujama, alla fine della storia?
Su queste domande inattuali, credo, sarebbe bello aprire quanto prima una seria discussione.

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita

Una cara amica mi inoltra una poesia che sta girando sui social. Mi è sembrata molto bella, molto giusta, un piccolo antidoto alla frenesia collettiva che ha portato i media a diffondere il contagio della paura, della insensatezza, della irresponsabilità. Non conosco il poeta, Andrea Melis; l’ho ringraziato per messenger a nome di tutta la redazione di Ferraraitalia. Buona lettura. (Effe Emme).

di Andrea Melis

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita.
Starnutite pure nel gomito
ma leccate le lacrime di chi piange.
Non viaggiate a vanvera
ora è tempo di stare fermi
nel mondo
per muoversi in noi stessi
dentro gli spazi sottili
del sacro e l’umano.
Indossate pure le mascherine
ma fatene la cattedrale del vostro respiro,
del respiro del cosmo.
Ascoltate pure il telegiornale
che finalmente parla di noi
e del più grande miracolo
mai capitato:
siamo vivi
e non ci rallegra morire.
Per ogni nuovo contagio
accarezza un cane
pianta un fiore
raccogli una cicca da terra,
chiama un amico che ti manca
narra una fiaba a un bambino.
Ora che tutti contano i morti
tu conta i vivi,
e vivi per contare,
concedi solo l’ultimo istante
alla morte
ma fino ad allora
vivi all’infinito,
consacrati all’eterno.

La vita fugge et non s’arresta una hora

L’aveva promesso l’amico Monini che Ferraraitalia non avrebbe parlato di Coronavirus [qui] ottenendo la mia completa adesione se non fosse che… il mio Diario ne deve per forza parlare proprio per le ragioni uguali e inverse che Francesco citava. Una specie di maledizione s’abbatte sulla settimana che per me doveva essere scientificamente tra le più importanti dell’anno: la partecipazione al Convegno organizzato a Milano per la mostra Canova-Thorvaldsen, la visita a quelle con ascendenti culturali ‘ferraresi’ vale a dire quella su George de la Tour organizzata da Francesca Cappelletti e quelle su de Pisis e de Chirico. Una vera orgia!

E all’ultimo momento, l’insidioso virus cancella tutto. A Ferrara, mesi di preparazione avevano permesso di organizzare una book presentation al Centro Studi Bassaniani per il 4 marzo, giorno dell’anniversario di nascita di Giorgio Bassani. Anche quella è saltata. Ma l’aura malefica s’abbatte anche su comuni imprese, quali quelle legate alla compera di una nuova macchina del caffè e al provvedere alla rottura di un telefono fax. Contatti trepidanti, ora che ho venduto la macchina, ai drivers che mi avrebbero dovuto portare all’acquisto. Incoraggiato dalla disponibilità, mi reco in un centro specializzato dove scelgo l’oggetto forse più amato da mia moglie ma, misteriosamente, l’infernale macchina si rifiuta di eseguire le sue funzioni, allagando piani d’appoggio e procurandoci preoccupanti nevrosi. Riportata al negozio, funziona superbamente! Alla fine faccio la voce grossa e impongo un cambio con una più cara, mi viene riluttantemente concesso, annullando lo sconto del 40% della precedente.

Ben più complessa la vicenda del telefono/fax. Accompagnato da un carissimo amico, straordinario conoscitore di quegli aggeggi, gagliardamente ci avviciniamo al banco e veniamo tacciati di incompetenza con una smorfia di disprezzo: non ne fanno più! Organizza quindi, il competente, un complesso sistema di comunicazione fax che ora mi produce palpiti d’angoscia perché sbaglio desolatamente tutto. Ma verranno tempi migliori, e trionfalmente vincerò come cantava Pavarotti, fregandomene del virus (forse).

Mi reco al Teatro Comunale domenica mattina, riluttante di affrontare folle, ma curioso del concerto della Chamber Orchestra. Ne sono ripagato a iosa. Tra i più belli degli ultimi dieci anni!! Ma il balletto delle distanze era altrettanto impagabile: i baci si mandavano da lontano, gli abbracci vigorosi che di solito sanciscono il ritrovo sotto il segno immortale della musica tra i musicofili, erano sostituiti da finzioni – quasi fosse un racconto di Borges – mentre sventolando salviettine da mani mi rannicchiavo nel mio posto  il primo della fila) e osservavo due meravigliose bambine nel primo palco di non più di 5/6 anni che accompagnavano la musica, fingendo di suonare il piano sull’orlo del palco e stringendosi voluttuosamente nei momenti più alti alla loro bella mamma. Sono andato (come non potevo?) a congratularmi con quelle fatine e all’uscita tutti, dico tutti, si stringevano mani e si abbracciavano presi dal fascino di quella musica. Altro che coronavirus “Pussa via!”.

Alla sera un grave dilemma: vedere Che tempo che fa, invaso da virologhi e cantanti sanremesi senza pubblico, oppure seguire la nuova puntata della stupenda shop opera La vita promessa? Abbiamo optato per un mezzo e mezzo, il che non ha prodotto gran risultati. E mentre laboriosamente l’intero lunedì lo passo a costruire una recensione comme il faut al volume di Vittorio Emiliani dedicato a suo fratello Andrea, tra i miei più cari e indimenticabili amici, la sera ci affrettiamo al cibo per accomodarci in poltrona a seguire la nostra amatissima L’amica geniale. I commenti seguenti sembrano degni di Dante o del film disneyano dove imperava Crudelia Demon. Tengo per la cattivissima e infelice Lila, mentre trovo goffa e stupidella fino al masochismo (come si fa a concedersi per la prima volta all’orrido Sarratore padre infame e orrendo umarél?) la paciosa Lenù. Non mi capacito come Lila avesse potuto sposare il carnoso Stefano, quindi bene ha fatto a consolarsi con lo snello Nino. Certo che brave quelle due ragazzine diventate attrici nel giro di un anno. Medito di andare in libreria a comprarmi i volumi seguenti della Ferrante, ma mi trattiene un pizzico di dignità purtroppo accademica.

Frattanto seguo con ironia e disgusto le vicende culturali ‘fraresi’. Non commento, ma ribadisco che certe situazioni le hanno volute, anzi, evocate e provocate proprio quella parte politica che ora sta all’opposizione.
Parlo con nostalgia e affetto con l’amica Simonetta della Seta che lascerà il Meis per affrontare un importantissimo incarico in Israele, dove la raggiungerò a settembre per compiere l’ormai mitico viaggio in quello stato. Trepido nel frattempo a organizzare il viaggio a Dublino per visitare i miei nipoti, ma anche a dover decidere le vacanze romane di marzo per il mio compleanno. Certo, se non apriranno la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, le rimanderò.
Dai Coronavirus smettila! Lasciami andare incontro alla bellezza. Sto diventando troppo diversamente giovane! La vita fugge et non s’arresta una hora, cantava quel menagramo di Petrarca. E per farsi sentire, sparge il virus sui suoi amati Colli Euganei.

PER CERTI VERSI
Oltre

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

OLTRE

Sono ansioso di viverti
Oltre l’immaginazione
Delle mani
Il liquore chartreuse dei miei occhi
Versare sulle tue labbra goccia a goccia
Per vederti
Oltre i sogni
Di ballare un’intera notte con te sulla spiaggia
E stretti andare tra le dune
Come due cormorani in amore
Sono ansioso di stare in mezzo a te ovunque
Nella laguna
Sulla seggiola impagliata vuota fuori da una casa vuota
In un villaggio abbandonato dell’Istria
Il blu invaderci più che la Normandia
Ma pacificamente
In pace

E le nutrie stanno a guardare

Sulla Provinciale che costeggia il canale rallento la corsa del mio diesel che inquina la pianura, una famiglia di nutrie attraversa lentamente la carreggiata, una di loro mi osserva e a me sembra di intuire il suo pensiero: ” Ah! Ecco uno di quei bipedi stupidi che vanno in giro con la mascherina”. Poi ripenso che la nutria non può avere dei pensieri così articolati, che la nutria non capisce una mazza di virus e mascherine, anzi non distingue le parole virus e mascherine, di più, non distingue nessuna parola, al massimo decifra dei suoni emessi dai componenti della famiglia.

E mentre continuo a dissertare da idiota su esseri umani e nutrie, con le mie poche nozioni di etologia, comincio a pensare che i suoni emessi dalle nutrie servono nel caso di pericolo e sono molto funzionali. Le nutrie con i loro squittii proteggono la loro specie e fondamentalmente, a mio avviso, non scazzano mai; al pericolo rispondono con un comportamento che sicuramente le mette in guardia…tranne i casi in cui si fanno maciullare e investire da bolidi condotti da idioti con mascherine…ma questa è un’altra storia… non divagare con i pensieri… stai scrivendo!!!

Tornando a noi e alle nutrie; trovo così allarmante che le nutrie sfuggano dai pericoli con dei segnali prestabiliti. mentre noi, umani intelligenti, rischiamo di farci ulteriormente male quando un altro individuo ci allarma. Stamane, chiacchierando, mi è sopraggiunto il pensiero atroce che in fondo le nutrie siano più intelligenti degli umani, ovvero, credo che in caso di allarme qualsiasi specie animale tranne l’uomo potrebbe cavarsela. Questo perché gli umani, a differenza delle altre specie, hanno inventato (oltre al mio diesel inquinante) una cosa che ci accompagna dalla notte dei tempi, cioè il MALE. Il male che è in ognuno di noi amplifica le paura e viceversa, anzi (ma il mio pensiero non vale nulla).paura e male vanno di pari passo. In questi giorni ognuno di noi potrà valutare attorno a sé il male che lo circonda: fermatevi e osservate attentamente il vostro prossimo, i discorsi, le smanie, le parole, le frasi. Vi accorgerete della vera natura di chi vi circonda. Il Coronavirus è un dilettante messo a nostro confronto. Carissimi umani, temete il vostro prossimo che fa incetta di mascherine ed evitate d’investire le nutrie.

RETE METALLICA? NO GRAZIE!
A bilancio 400mila euro per ingabbiare Ferrara

Si può scherzare con una bruttissima notizia? Ma sì, a volte è terapeutico, almeno riesci a evitare l’incazzatura. Ecco allora un gioco per i fedeli lettori di Ferraraitalia. Non proprio un gioco, un problemino da risolvere, come nella scuola di una volta.
Niente vasca da bagno senza tappo e col rubinetto aperto che butta acqua. E’ un problema differente. Fate conto di essere il Sindaco di Ferrara (o il Vicesindaco, che a Ferrara conta di più). State facendo il bilancio di previsione. E… miracolo!, vi avanzano in cassa la bellezza di 400mila euro. Vi affacciate sullo Scalone e constatate con soddisfazione i brillanti risultati del vostro primo semestre di governo: ‘la situazione è eccellente’, i cittadini son felici, se la passano e se la spassano. E allora, come impiegare quel tesoretto? A quale tema o necessità potete destinare quella somma?

Mentre ci pensate, vi informo (ma l’avrete letto anche voi) che la settimana scorsa il Sindaco di Ferrara, quello vero, ha anticipato al Carlino  la decisione di mettere a bilancio 400.000 euro per reti metalliche. Per acquistarle e metterle in opera. Il Carlino non è solo un giornale tremendo (o è quello che noi ferraresi ci meritiamo?), ma è colpevolmente superficiale. Riportava la notizia in un trafiletto, senza commento, limitandosi a suggerire che un bel po’ di quella rete metallica verrà probabilmente destinata alla grande area verde attorno al Grattacielo. Beh, non ci voleva un genio per avanzare questa ipotesi, Naomo lo va promettendo da mesi.

Infatti ieri – sempre sul Carlino ma questa volta in un articolo a tutta pagina e titolo su 5 colonne – Il Vicesindaco Nicola Naomo Lodi rilancia il suo progetto e promette: “Chiuderemo i parchi entro la fine dell’anno”. Ok, abbiamo capito, il concetto è chiarissimo. Ma i contorni della faccenda rimangono un po’ vaghi. Ad esempio: quanti metri di verde pubblico verranno chiusi a chiave, quali e quante piazze verranno ingabbiate? Per capirlo occorre rispondere alla domanda delle domande. E cioè: quanta rete metallica si può comprare con 400mila euro?

Qui non siamo al Carlino, qui a Ferraraitalia (poveri ma belli) ci piace far le cose sul serio. Così, ho preso foglio, penna e calcolatrice e mi son messo a far dei conti..
Prima però serviva una ricerca in rete: quanto costa al metro la rete metallica?  Mi si è aperto un mondo! Io, bel ignorante, credevo che di reti metalliche ne esistessero di due o tre tipi. Nossignore, le ditte specializzate forniscono ai clienti un catalogo sterminato. Così, trovo le reti zincate, le reti a maglia sciolta, le reti plastificate, le reti su misura, le reti ‘vivagnate sotto e sopra? (cioè?), le reti elettrosaldate. Perfino le ‘reti pastorali’. Queste mi verrebbe subito da scartarle, poi ripenso al nostro Sottomura invaso dalle greggi. Tutto sommato, possono tornare utili.

La faccio breve, Dopo aver confrontato varie ditte e varie offerte, ho concluso che una rete metallica di buona qualità (propenderei per la rete elettrosaldata), altezza 180 centimetri da terra e completa di paletti metallici, viene a costare dai 10 ai 20 euro al metro lineare. Faccio una media: diciamo 15 euro al metro.
La ‘risoluzione’ del problema è ormai a portata di mano. Basta una semplice divisione: 400.000 (la cifra messa a bilancio) fratto 15 (il costo unitario al metro lineare). Il risultato fa 26.666,66. Cioè a dire che, con quella cifra, Alan e Naomo possono recintare (chiudere dentro e/o chiudere fuori) più di 26.000 metri di parchi, giardini pubblici, piazze e aree verdi.
Siamo al cospetto di un’opera ciclopica, un progetto colossale, un’impresa napoleonica. Pensate che le nostre Mura misurano in tutto sei chilometri (6.000 metri) e che con quel popò di rete metallica si può fare il giro delle Mura quattro volte e passa.

Si può fare di più? Si può pretendere di più da questa volonterosa amministrazione a guida leghista?
Forse sì. Si può andare oltre. Spingersi più avanti. Uscire dalla storia ed entrare nella leggenda. Da esperto, quale ormai mi fregio di essere, mi permetto di dare un consiglio, a titolo gratuito, ai nostri amministratori. Sul mercato (www.trovaprezzi.it) c’è un articolo molto più economico. Più pratico. Più adatto allo scopo. Un rotolo di 100 metri di Filo Spinato Zincato (ottimo prodotto) costa meno di 18 euro. Insomma, con la stessa somma (sempre quei 400mila euro) Naomo Lodi potrebbe sbizzarrirsi, recintare Ferrara per più di 2 milioni di metri. Allora sì che potremo aspirare al titolo di città più sicura d’Europa, una città blindata, il più grande campo di concentramento del terzo millennio..

 

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Finire una storia

I dialoghi della vagina, nella versione A due piazze, riprendono con un confronto fra Riccarda e Nickname: come riuscire a gestire la fine di una storia? Con l’eutanasia o come un freddo sicario che agisce senza il morso del senso di colpa?

N: Vi siete mai trovati nella veste di un killer? Si, uno che deve ammazzare qualcun altro, con il metodo e la freddezza che gli viene richiesta per non lasciare il lavoro a metà.
E al posto di una persona dovete ammazzare una storia. Una storia piena di radici, di legami intricati, che deperisce piano, un lungo malinconico addio, un’agonia lenta ma ondivaga, con questi fugaci lampi di vita passata a pugnalare le vostre euforie. Con quel groviglio nero di nuvole gonfie che vi occupa la bocca dello stomaco e vi taglia il fiato. E vorreste, con una specie di disperazione, trasformarvi in un infermiere della dolce morte, per regalare alla storia la sua eutanasia, con amorevole determinazione. Con un particolare: non avete avuto il consenso di procedere.

R: Caro Nick, il killer ammazzastorie che vorresti essere e l’angelo della buona morte che non riesci a diventare, sono entrambi nelle mani di un tiranno più forte di loro: il senso di colpa che li disarma ancora prima che agiscano. Ecco perchè la storia, già finita ma ancora in vita, va avanti: i sicari diventano loro stessi vittime impotenti e inermi.
Far finire una storia, poi, è anche rivolgere l’arma verso se stessi: si è stati in due a costruirla e a crederci, almeno per un po’. Cercare il consenso a procedere verso l’eutanasia di un rapporto, non credi sia scivolare in un’altra più greve tirannia?

N: Mi aggrappo all’idea che una storia può finire, non fallire. Il fallimento è un concetto totale, retroattivo. Travolge tutto. Mentre invece tutto finisce, anche quello che ha un senso, o almeno lo ha avuto. Passare dal senso di colpa al senso di responsabilità verso le proprie emozioni vuol dire essere presi per pazzi, per irresponsabili. Vuol dire anche essere messi su un piedistallo o tirati giù, e in entrambi i casi essere soli.

R: Accettazione, Nick, accettazione: che falliamo, finiamo, cambiamo. La responsabilità credo sia questa, vedere il limite, il finis terrae dove il cammino di quella storia deve terminare perché oltre non c’è niente e non si può andare. Ma da un’altra parte, sì.

Come vi siete posti nel chiudere una relazione? Avete agito come un killer su commissione o avete protratto un’agonia fino a subirla?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

La gloriosa eco di una vittoria… giunta da mezzo millennio fa

E’ la notte tra il 21 e il 22 dicembre del 1509. Le continue scaramucce tra il Ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia si trovano finalmente di fronte a un culmine decisivo. Da un lato, una prestigiosa potenza culturale; dall’altro, una superpotenza marittima, che parte in vantaggio: gioca quasi in casa, nel proprio ambiente naturale. Chi avrà la meglio in questa battaglia sull’acqua?

Quattro lunghe giornate, da giovedì 20 a domenica 23 febbraio, hanno visto protagonista il Palio di Ferrara con il tradizionale Carnevale degli Este, rievocazione storica del carnevale rinascimentale che prendeva vita in una delle più importanti capitali culturali dell’epoca. La Corte di Ferrara, al tempo degli Estensi, era infatti conosciuta nel mondo come l’espressione di bellezza più alta nel campo delle arti figurative, architettoniche e letterarie. Le amate Contrade della città si sono fatte teatro di gioiosi momenti per gente di tutte le età, persone accomunate dal desiderio di rivivere le feste conviviali che avevano luogo a Ferrara nel Quattrocento e Cinquecento. Ma ogni luogo ferrarese, al chiuso e all’aperto, ha avuto modo di respirare, grazie a mille occasioni diverse, il particolare carnevale che la città da secoli propone, con la partecipazione anche di compagnie teatrali provenienti da fuori provincia e fuori regione, nonché di studiose e studiosi locali e nazionali e del Conservatorio Statale di Musica ‘G. Frescobaldi’. Il tema dell’anno è dedicato ai “fratelli trionfanti” Alfonso e Ippolito d’Este, eroi e artefici della battaglia della Polesella, celebrati in due giorni di eventi pure al Museo Archeologico Nazionale. La storica e inaspettata vittoria, raccontata dalle fonti come un’impresa portata a termine da semplici fanti e di cui nemmeno gli Ottomani erano capaci, è stata festeggiata sabato mattina con visite guidate ai soffitti affrescati di Palazzo Costabili, con l’accompagnamento del Gruppo Archeologico Ferrarese in abiti storici: proprio Antonio Costabili fu infatti protagonista del fortunato evento. La mattina successiva, invece, spazio alla poesia: sì, perché se le autorità veneziane optarono inizialmente per una poco efficace strategia del silenzio, la casata estense diede piuttosto il massimo risalto a quella che venne definita la vittoria “più memorabile di tutti i secoli”, non a caso più volte ricordata nel poema ferrarese per eccellenza, ‘L’Orlando furioso’ di Ludovico Ariosto. Largo ai più piccoli, poi, nel pomeriggio della domenica, chiamati a recarsi al palazzo dell’ambasciatore Costabili per fare festa e divertirsi costruendo una maschera rinascimentale, con l’aiuto delle volontarie e volontari del Gruppo Archeologico.

Il Carnevale è una delle feste tipiche italiane tra le più apprezzate nel mondo. In ogni territorio ci si traveste dai personaggi caratteristici della tradizione, intrinsecamente legati alle geniali innovazioni italiane della Commedia dell’arte e del teatro di figura, dando vita a un mondo alla rovescia dove tutto è permesso e nulla è impossibile. Come fermare il tempo al Rinascimento: a Ferrara, tutti gli anni, accade anche questo.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Perché Ferraraitalia non parla del Coronavirus

 “E’ il capitalismo ragazzo”, la bomba Coronavirus sembra il frutto avvelenato – l’ultimo, il più brutto – di un Sistema Economico Unico, ubiquo, che comanda il mondo e ci comanda. Nato in Cina, il virus ha viaggiato velocissimo: Corea, Giappone, Iran…  Subito dopo è sbarcato (ma i barconi non c’entrano) in Europa. In Italia, il paese europeo con più scambi con la ‘Terra di Mezzo’, siamo quasi al bollettino di guerra: aumentano i contagi, si contano i primi morti, si moltiplicano gli allarmi e i divieti. La paura rischia di mutarsi in panico.

Che dovrebbe fare un giornale, anche un piccolo giornale come il nostro? La risposta sembrerebbe elementare: dovrebbe ‘fare il suo mestiere’: informare. raccontare, intervistare, commentare… Del resto, ‘l’argomento Coronavirus’ si presta a tutti gli approcci, a tutti i generi giornalistici: dal titolo a caratteri cubitali alla cronaca e alla polemica di piccolo taglio, dal commento paludato all’immagine toccante, dal corsivo pungente alla vignetta dissacrante.  Ce n’è (ce ne sarebbe) per tutti i gusti. Perché, da sempre, le disgrazie sono una vera manna per i media. Più grande è la disgrazia, più aumentano le vendite, più l’audience si impenna.

Ferraraitalia non parteciperà al banchetto mediatico. Non parleremo di Coronavirus. Per due ragioni.

La prima. Perché in Italia i media, tutti i media – dalla televisione, alle radio, ai quotidiani di ogni ordine e grado, ai social media, fino ai più sperduti siti e blog della Rete – stanno dando oggi uno spettacolo indecoroso. Non è vero che informano, non è vero che fanno servizio ai cittadini. Fanno il contrario, come si dice, ‘ci inzuppano il biscotto’.  Forse molti bravi colleghi, molte testate di grande tradizione, non se ne rendono nemmeno conto, ma la realtà è questa. Guardate un telegiornale qualsiasi: dopo qualche parola di un ministro o di un politico a caso (“E’ tutto sotto controllo”) e due battute di un esimio virologo (“Non bisogna cedere al panico”), comincia una lunga serie di ‘servizi sul campo’, di immagini shock, di facce impaurite, di piazze deserte, di supermercati presi d’assalto.

Oggi il nostro sistema mediatico produce confusione, non informazione. Non offre notizie ma semina, coltiva e amplifica il panico. E’ lui il primo, inconsapevole e potentissimo veicolo di contagio.

La seconda ragione per scegliere il silenzio. Perché la situazione è davvero grave. Perché siamo entrati in un tunnel (chiudono fabbriche, mercati, scuole, università) e non sappiamo quando potremo uscirne. Non ce la caveremo in qualche settimana, forse neppure in qualche mese. E gli unici che possono e devono parlare, che devono dirci cosa fare e non fare, sono gli enti preposti a farlo. Il Ministro della Salute, il Presidente della Regione, il Sindaco della nostra città. E le autorità sanitarie, il Servizio di Igiene e di Medicina preventiva della Unità Unità Sanitaria Locale. Per fortuna il nostro sistema sanitario è il più avanzato, competente e democratico del mondo.

Non ha senso, anzi, è sbagliato, confusivo, pericoloso, aggiungere mille voci, mille Grida, mille notizie (vere e false), mille suggerimenti (spesso incompetenti) alle linee guida e alle disposizioni delle autorità preposte.

Amiamo esercitare il dubbio (è uno dei compiti di qualsiasi organo di informazione), quindi le Autorità Competenti non ci hanno mai appassionato. Ma su questo quotidiano troveranno spazio ed evidenza solo i loro comunicati. In questo momento, il momento in cui dobbiamo far funzionare il cervello e  non riempirci la pancia con un polverone mediatico, sul Coronavirus solo loro hanno diritto di parola. Almeno su Ferraraitalia. Ci sarà tempo, dopo, finita l’emergenza, per tutti i racconti, tutte le obiezioni, tutti i commenti.

Con un’ultima raccomandazione, la stessa che mi ripeteva una nonna che tanto amava le sentenze: “Non val l’insegnamento se non c’è il discernimento”. E cioè, le linee guida, le disposizioni provvisorie, le istruzioni per l’uso che ci vengono impartite dalle autorità di cui sopra, non sono ordini da eseguire come automi. Ognuno di noi deve leggerle e interpretarle secondo scienza e coscienza. Perché la responsabilità individuale non ce la toglie nessuno, e anche dal Coronavirus, come da qualunque guerra, ne verremo fuori tutti insieme. O non ne verremmo fuori per niente.

 

 

QUERIDA AMAZONIA

Querida Amazonia (Cara Amazzonia, QA) è il titolo dell’Esortazione Apostolica firmata da papa Francesco e datata 2 febbraio.È il documento pontificio attesissimo, dopo il Sinodo dei vescovi svoltosi a Roma fra il 6 e il 27 ottobre 2019. Attesissimo perché il Documento Finale dell’Assemblea Sinodale (DFAS), intitolato “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”, ha attirato una forte attenzione mediatica, e non solo.
In particolare, il dito è stato puntato da molti sul punto n.111 del documento, dove viene messa nero su bianco la possibilità di ammettere al sacerdozio i diaconi sposati (viri probati) e le donne al diaconato.
Un’istanza motivata dalle specifiche esigenze pastorali del vasto contesto amazzonico in relazione alla celebrazione dei sacramenti (e segnatamente l’eucaristia), a causa della scarsità di preti.
Però, se si legge per intero l’Esortazione pontificia, non si trova alcun accenno alla questione sollevata.
A caldo, si è detto e scritto di una brusca e, per certi versi, inattesa frenata di papa Bergoglio.
È principalmente dagli ambienti progressisti che si fatica a nascondere una certa delusione per un passo in avanti che, questa la lettura, il papa non si sarebbe sentito di fare.
Lo storico Daniele Menozzi, per esempio, in un’intervista a Il manifesto (13 febbraio) ha dichiarato: “Il papa prende atto che in questo momento gli equilibri ecclesiali non consentono di realizzare i mutamenti che gli hanno chiesto i settori ecclesiali cui pure si mostra simpatetico”. “Probabilmente – continua – è la costatazione del limite invalicabile cui è giunto il suo governo e un passaggio di consegne al successore”.
Dunque, i motivi di questo stop parrebbero due.
Da una parte, disinnescare il pericolo scisma, parola che durante l’attuale pontificato sta serpeggiando insistentemente, alla luce della distanza crescente fra l’esigenza di riforme impressa dal papa venuto dalla fine del mondo e il fronte tradizionalista, irrigidito sul pericolo di indebolire i punti fermi di una tradizione secolare che ha sorretto l’unità della Chiesa di Roma.
Dall’altra, la consapevolezza del pontefice che realizzerebbe di avere di fronte a sé un orizzonte temporale non sufficientemente lungo, per continuare il proprio cammino riformatore.
Eppure le reazioni a caldo non sembrerebbero esaurire le possibili letture di Querida Amazonia.
Non sono in pochi a valutare il peso tutt’altro che trascurabile dei primi paragrafi dell’Esortazione. Vale la pena ripercorrerli.
Al n. 2, con riferimento al Documento Finale dell’Assemblea Sinodale (di seguito DFAS), si legge testualmente: “Non intendo né sostituirlo né ripeterlo”.
Al n. 3 Bergoglio aggiunge: “Nello stesso tempo voglio presentare ufficialmente quel documento”.
Infine, al n. 4: “[…] che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli si impegnino nella sua applicazione”.
Finora è successo che i documenti finali dei Sinodi lasciassero il posto ai pronunciamenti definitivi del papa sulle questioni sollevate. Tanto è vero che, in gergo ecclesiastico, sono stati chiamati “documenti sacrificali”.
Così non è successo con Querida Amazonia, che fin dal suo esordio, apre una strada ecclesiale del tutto inedita e per certi versi spiazzante.
Per questo, forse, se i progressisti non festeggiano, nemmeno tradizionalisti e ultraconservatori stanno stappando bottiglie di spumante.
Per prima cosa il DFAS rimane vivo anche dopo la parola del papa.
Novità assoluta, a quanto pare, che durante la conferenza stampa di presentazione di QA, ha fatto dire al segretario speciale del Sinodo, il cardinale gesuita Michael Czesny, che in questo modo ci sono due documenti e quello sinodale mantiene “una certa autorità morale”.
Compreso, dunque, il n. 111, verrebbe da dire.
Stessa cosa dice Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica: “L’Esortazione non supera il Documento finale”.
Si potrebbe aprire una parentesi commentando che solo i gesuiti, per formazione e prassi secolare, riescono a trasformare un pertugio in un’autostrada a otto corsie.
In secondo luogo, è rimasto deluso anche chi si aspettava definizioni, dottrina e soluzioni, nella più ortodossa tradizione ex cathedra, da un papa che fin dalla sua prima Esortazione (Evangelii Gaudium, 2013) ha detto, invece, di voler innescare processi, più che dare risposte e che il tempo è superiore allo spazio.
Un incedere che, coerentemente declinato alla circostanza, sembra voler dire che se la Chiesa deve essere sinodale, allora lo sia fino in fondo, senza più definizioni e formule calate gerarchicamente dall’alto, perché vanno cercate e trovate insieme.
Anche il fatto che Querida Amazonia sia stata presentata dalla basilica di San Giovanni in Laterano, sede episcopale del papa, anziché da San Pietro, non sarebbe un caso.
Pare anche smentita la tesi secondo la quale è andato a bersaglio il libro del cardinale Sarah Dal profondo dei nostri cuori, con un contributo di Joseph Ratzinger (papa emerito), pubblicato con tempistica sospetta per blindare il sacerdozio celibatario e prevenire eventuali fughe in avanti. [sulla vicenda vedi qui mio articolo precedente] Iniziativa editoriale che in realtà, così trapela dalla Santa Sede, non avrebbe influito sulla ‘frenata’ di Bergoglio, perché QA sarebbe stata pronta già a dicembre.
Stando così le cose, restano comunque in sospeso diverse questioni: dalla (possibile?) inaugurazione di una vera e propria svolta nella gerarchia delle fonti ecclesiali, fino al fatto che, com’è stato detto, “Roma non locuta, causa non finita”, con tutte le conseguenze del caso.
Se, da un lato, la strada aperta da Bergoglio prefigura uno stile sinodale da percorrere fino in fondo in modo non più gerarchico ma comunitario, dall’altro c’è chi fa presente il rischio che manchi una direzione di marcia.
A luci, ombre, punti interrogativi e letture diverse, rispetto a un documento che si presenta come una lettera affettuosa (Cara Amazzonia) piuttosto che un insegnamento calato dalla cattedra, si aggiungono poi le perplessità di esperti che rilevano la debolezza teologica di alcuni passaggi: dalle porte chiuse al sacerdozio femminile, per non ‘clericalizzare’ le donne, fino alla correlazione degli uomini a Cristo e delle donne a Maria (100-103).
Una cosa è certa: papa Bergoglio sembra proprio destinato a tenersi alla larga dalle secche dell’indifferenza.

 

Influencer siamo tutti

Esiste una responsabilità precisa e inequivocabile che inchioda il ‘personaggio pubblico’ nelle sue funzioni, ruolo e mandato che gli vengono attribuiti. Non è una questione arbitraria, barattabile e mutevole a seconda delle situazioni, dei casi e delle circostanze: chi rappresenta pubblicamente un modello, un’immagine, una proiezione, incarnando aspettative, speranze, aspirazioni, deve assumersi tutto questo consapevolmente, farsene carico, restituire un feedback onesto.
Il personaggio pubblico deve essere conscio della grande riconoscibilità sociale delle sue parole e dei suoi comportamenti, sottoposta ormai quasi sempre all’amplificazione dei media. Vale per gli esponenti politici e istituzionali, per le rappresentanze religiose, per i personaggi dello spettacolo e dello sport. E in un’epoca, la nostra, in cui gli ‘influencer’ nascono come funghi dalla sera alla mattina, prosperando e battendo record di followers e lauti benefici economici, la responsabilità diventa ancora più necessaria dal punto di vista etico e sociale.
In fondo, a ben vedere, siamo tutti influencer – almeno digitali – di un piccolo pubblico, gruppo di contatti o altro, perché ogni pubblicazione online, commento, articolo, apprezzamento, like o smile ha un impatto su chi legge, con valore che si protrae nel tempo e spesso senza feedback visibile e misurabile nell’immediato.
L’emulazione degli atteggiamenti più negativi è il rischio più diffuso e riscontrabile: si assiste agli eccessi di chi vomita insulti, disprezzo marcato, rabbia, frustrazione esasperata, epiteti, odio, sull’onda di sentori, pregiudizi, convinzioni fuorvianti manovrate e pilotate da linee di pensiero che demoliscono il buonsenso e la costruttività.
Viviamo nell’epoca della deresponsabilizzazione che ha il sopravvento sull’assunzione di responsabilità individuale, perché prevale il dissociarsi dal proprio carico di consapevolezza e impegno, scaricando sugli altri ogni forma di coinvolgimento personale, confondendosi nella mischia.
E’ sufficiente accedere a qualsiasi social network per evidenziare immediatamente questo riscontrare indiscriminato di ogni tipologia di sfogo senza limiti e coscienza che, aldilà dell’oscuramento e censura previsti nei casi più eclatanti, ricade a pioggia su tutti, imbrattando e compromettendo quella che potrebbe essere una fantastica possibilità di scambio, arricchimento, sana crescita collettiva e globale.
La responsabilità è un modo di essere, una filosofia di vita che parte dalla riflessione e dall’onestà intellettuale. Parte soprattutto da se stessi, con la consapevolezza delle conseguenze delle proprie
azioni, per manifestarsi con e in mezzo agli altri, con la comprensione dei sentimenti, delle ragioni e dei risultati che vengono generati. Responsabilità sottende libertà: “la libertà è la volontà di essere responsabili di noi stessi”, affermava Nietzsche.
Margherita Hack scriveva: “Ero vegetariana, ero molto più libera di tutti i miei coetanei, perché avevo dei genitori liberali il cui stile educativo faceva leva sulla mia responsabilità e non sull’imposizione di regole. Anche se avrei preferito molto restarmene in casa a leggere, la sera mi imponevo di uscire per andare a vedere i varietà. Solo per ribadire la mia libertà e la mia indipendenza come individuo e come ragazza”.

Sedici febbraio

di Carla Sautto Malfatto

SEDICI FEBBRAIO

Io lascio una traccia,
si somma a quella degli altri
si sovrappone
si interseca.
“Gli avi”, dicevano una volta…
La trama è fitta,
un telo, una coperta
per proteggere chi amo,
chi ancora non conosco.
Qualcuno, ne dovrà tenere conto.

Non sono ancora pronta
ad annullarmi nell’insieme
ma vi sto lavorando
con un filato che non producono più
che è solo mio.
Nulla andrà perduto
è un miracolo, e un peccato.
Sempre più lo comprendo
all’imbrunire.
come altri prima di me,
in quegli occhi
spaventati e grati.

Oggi, il mio compleanno,
è un ricamo di fino
per esperti e clementi.

Con visetto fresco
mi hai regalato il disegno
di un cielo arcobaleno,
con pianeti e astri sfolgoranti.
Hai dimenticato di colorare
solo una stella.

Non avere fretta…

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Invalsi abbandonati: una scuola in fuga da se stessa

L’Invalsi, ma i comuni mortali non credo sappiano cosa si cela dietro il fatidico acronimo, sta per Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema. Nel caso specifico il sistema è quello scolastico del nostro Paese.

A leggere che nel decreto Mille proroghe è previsto che l’esito dei test Invalsi, che dovranno affrontare gli studenti dell’ultimo anno delle superiori per essere ammessi all’esame di stato, non fa curricolo, vale a dire sarà ininfluente per la valutazione finale e per il profilo delle competenze in uscita, dà l’impressione  che a cadere a pezzi oltre agli edifici scolastici sia anche il sistema formativo. Non è che la cosa sia nuova, già l’ex Ministro dell’istruzione in quota Lega aveva provveduto a togliere le prove Invalsi dal curricolo degli studenti di terza media. Ora anche la Ministra grillina si accoda, per dire quale lungimiranza guidi chi siede al governo delle nostre scuole.

Evidentemente, su ogni altra riflessione, fa buon gioco un facile populismo che porta ad assecondare quella parte del mondo scolastico da sempre ostile nei confronti delle prove Invalsi, con l’intento di accattivarsene le simpatie. Ora, l’idea che ha ispirato il provvedimento è che a contare sono i voti dei docenti e non l’esito ottenuto ai test dell’Invalsi in italiano, matematica e lingua inglese.

Qualunque persona dotata di buon senso è, a questo punto, tentata di chiedersi: a che fare ci teniamo un istituto di valutazione se su di esso prevale il giudizio degli insegnanti? È come se il medico ci diagnosticasse una malattia che però, a seguito delle analisi, risultasse essere tutt’altra cosa da quanto ipotizzato dal nostro dottore. Ma siccome sul responso delle analisi prevale la diagnosi del medico, degli esiti degli esami non si tiene conto. Sarebbe un modo veloce per far fuori buona parte della popolazione. Infatti, con questo metodo, il nostro sistema scuola si colloca nelle ultime posizioni delle classifiche Ocse, con preoccupanti divari tra nord e sud del Paese.

Il compito dell’Invalsi non è quello di dare voti, ma di fornire alle scuole e agli studenti indicazioni per individuare i punti di forza e i punti deboli. Funziona come le analisi cliniche che ci dicono cosa va e cosa non va nel nostro corpo. Ma senza queste analisi, nessun medico potrebbe intervenire a somministrare il farmaco e la cura corretti. Altrettanto vale per il sistema scolastico, sta poi alla competenza professionale degli insegnanti intervenire per migliorare la didattica e favorire la riuscita di ogni studente.

Il compito dei docenti non consiste nel distribuire voti, ma nell’innalzare i livelli di istruzione e di competenza degli studenti. E’ questo il ruolo centrale della scuola nella società della conoscenza. E non è possibile farlo senza l’opera preziosa di uno strumento fondamentale come un istituto nazionale di valutazione. Non è mica un delitto se qualcuno ci indica che possiamo fare meglio, sia professionalmente che come sistema; è invece una fonte preziosa di arricchimento individuale e collettivo.

Assistiamo invece a una scuola in fuga da se stessa, che teme ogni verifica, ogni valutazione, ogni esito di prove oggettive, denunciando così un profondo senso di insicurezza. L’ostilità alle prove Invalsi è segno di una professionalità debole, di una sfiducia nei confronti delle proprie competenze da parte della classe insegnante. Grave, perché se un docente non è fornito di autostima, come possono avere fiducia in lui gli studenti, le famiglie, la società. E forse anche con questo si spiega come siano andati deteriorandosi in alcuni casi i rapporti tra genitori e scuola.

Non è fuggendo da sé e dalle proprie responsabilità che si affrontano i tanti problemi del nostro sistema scolastico. La nostra scuola ha necessità di incontrare l’Invalsi e non di fuggire da esso. I nostri studenti devono essere garantiti, devono sapere cioè che il loro tempo e i loro sforzi compiuti negli studi sono serviti a qualcosa, che fanno curricolo e certificano le loro competenze. E’ quello che da anni ci chiede l’Europa.

La scuola ha bisogno di un giudice terzo che l’aiuti a migliorarsi, che consenta agli studenti di giungere al termine degli studi sicuri che le loro competenze valgono, che saranno riconosciute nella società e sul mercato del lavoro. E questo non lo può fare il voto di uno o di dieci insegnanti, ma solo un sistema di valutazione nazionale riconosciuto a livello europeo e mondiale.

Quello che noi abbiamo è l’Invalsi, che ha dimostrato di funzionare bene. Non è necessario copiare gli americani che affidano agli esiti dei test nazionali la sorte delle scuole e dei docenti. La nostra storia e la nostra cultura non sono queste. Dovremmo smetterla di continuare a nasconderci dietro i voti, dovremmo lasciare la valutazione, che è questione difficile e complessa, a chi la sa fare e la sa gestire, non per giudicare ma per aiutarci ad essere sempre migliori.

Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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L’inverno del nostro scontento

L’inverno del nostro scontento è un romanzo del 1961 di John Steinbeck. Il titolo del romanzo, tradotto in italiano da Luciano Bianciardi, fa riferimento al celebre primo verso del dramma shakespeariano Riccardo III: “Ormai l’inverno del nostro scontento / s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York”.  Ma se in Shakespeare è il passaggio dalla triste stagione ad una solare ottimistica e trionfante che tuttavia diverrà drammaticamente tragica coinvolgendo un’intera nazione, nell’opera di Steinbeck il fallimento delle ambizioni del protagonista Ethan, che tenta di ridare una dignità economica alla propria famiglia, produce una catastrofe morale di cui il personaggio è il simbolo più evidente.
Nell’inverno 2020 in questa città, in questa nazione, l’inverno del nostro scontento ha per protagonisti i politici che cercano il sole e ci ricacciano invece in un inverno senza fine. Due intellettuali (una qualifica che nonostante tutto non è stata del tutto consumata) affrontano da due diversi punti di vista lo scontento che lucidamente o confusamente si respira: Roberto Pazzi, il bravo scrittore e poeta, in una intervista al direttore del Carlino Ferrara Cristiano Bendin (13 febbraio), e nella stessa data Francesco Merlo su la Repubblica.

Roberto Pazzi è una voce assai autorevole della cultura ferrarese. Non si dimentichi che qui abita e che qui ha il suo osservatorio privilegiato. Lo conosco da quando eravamo ragazzi, abbiamo insegnato nella stessa scuola, abbiamo avuto gli stessi amici e molto spesso, come accade tra persone che condividono gli stessi propositi – in questo caso il senso dello scrivere nella vita e nella conoscenza del mondo- abbiamo avuto parecchie discussioni anche animate e spesso sull’orlo della rottura; poi invece si è ripreso e ricominciato a discutere. So che Pazzi non ha mai dimostrato una propensione a giustificare il proprio lavoro appoggiandosi a un’evidente parte politica. Sicuramente un democratico, un precursore dei tempi, ma non certo impegnato – come si diceva una volta – nella politica. E proprio da questa sua lunga fedeltà al principio della scrittura che lo fa insorgere e rendere giustamente ‘politico’ procede il suo discorso. Così scrive: “Non usare la scrittura per diffondere cattiveria e odio, divisione e razzismo. C’è già tanto male nel mondo, non ci si deve mettere anche la penna a seminare il male.”.  Poi la durissima presa di posizione per gli exploits a cui si lasciano andare certi politici ferraresi e qui la sua limpida condanna appare degna di un ‘vero’ uomo di cultura: “la democrazia anche durante le elezioni amministrative è sacra, fragile come cristallo, in politica non esistono nemici ma solo avversari. Certo la precedente amministrazione aveva creato sistema, un ricambio non faceva male…Ma il rimedio è peggiore assai del male. Ignoranza, incompetenza, volgarità, arroganza sono il cocktail sinistro di questi che oggi governano. Una vergogna.”.

L’articolo di Francesco Merlo, che puntualizza l’aspetto più sconcertante dell’attività politica di Salvini, mi ricorda un aspetto del film vincitore di 4 Oscar Parasyte, che ho trovato abbastanza sconcertante e non certo degno di tanti premi. Quel film però riesce a trasmettere l’aspetto più difficile dell’arte visiva: quella di restituire gli odori e le puzze. Così l’articolo di Merlo restituisce non gli odori, ma la brutta volontà di servirsi di un privatissimo sentimento, qual è l’amore dei figli, per farne strategia politica. Come si vede in tantissimi servizi dei telegiornali o nei talk show, il politico, dopo aver salutato il suo pubblico con quelle mani giunte che ormai insopportabilmente rimandano al saluto preferito dai cantantucoli e dagli eroi del calcio, cioè alla sua platea preferita, avrebbe raccontato come sua figlia Mirta – riferisce Merlo – si sarebbe spaventata per il titolo apparso su La Repubblica Cancellare Salvini: “Ma papà, perché ti vogliono cancellare?”. E il vittimismo, commenta il giornalista, è diventato qui “barocco e minaccioso come vuole la nuova sottocultura della destra , da Trump a Orbán”. Poi si scopre che questi ragionamenti sono fatti da una bimba di 7 anni!

Non siamo immuni, tutti noi, da una foga di parte che determina, soprattutto in politica, atteggiamenti leggermente schizofrenici di cui l’altro Matteo, il Renzi, sta ora dando illuminanti esempi. Cerchiamo nella vita di ricostruire un impegno che sembra essersi totalmente esaurito negli ultimi anni. Nella nostra ‘singolare’ città, ormai lo posso dire con cognizione di causa, accadono strani avvenimenti difficilmente spiegabili se non alla luce di una continua campagna elettorale che ci oppone come nemici che come avversari politici.
Mi si potrebbe chiedere. Ma perché continui a tormentarti e a tormentare? A testa bassa rispondo: per l’alta e imprescindibile passione della verità della parola e degli atteggiamenti che ancora , direbbe Lui, Dante, nel lago del cor m’era durata e mi dura tuttora.

“Dunìn l’è mort”.
Come e perchè la ditta F.lli Sgarbi sta conquistando Ferrara

Chi frequenta, almeno un po’, il vizio della scrittura, conosce bene il ‘tormento del titolo’. Ti lambicchi il cervello ma il titolo, il titolo giusto, non arriva. Alla fine lo trovi, ma non ti convince, e lo cambi e lo ricambi. Fermo e Lucia? Gli Sposi Promessi? I Promessi Sposi? Ma succede anche il contrario. A volte, invece di uno, ne trovi dieci di titoli. E vanno tutti bene, ti piacciono tutti, non vorresti scartarne nessuno.
Su Vittorio Sgarbi, su sua sorella Elisabetta, sulla nota vicenda della Collezione Cavallini Sgarbi, di cose da dire ce ne sono davvero tante. E ognuna di queste merita il suo titolo proprio. Così, abusando della pazienza dei miei venticinque lettori (una stima molto più vicina al reale di quella fatta un po’ per piaggeria dal sommo Manzoni), nel seguito troverete diversi titoli paralleli. Parafrasando il famoso detto: “A ogni titolo il suo lettore. A ogni lettore il suo titolo”.

Dunìn l’è mort

Dunìn – così si chiama a Ferrara, ma vive in qualsiasi altrove con altro nome –  era un tale che donava senza pretendere nulla in cambio. Nel detto popolare Dunìn è morto, se n’è spenta la genia, perché nella dura realtà della vita, chi dona, chi ama presentarsi come benefattore disinteressato, spesso nasconde un suo personale tornaconto. Insomma, quel che sembra un dono è spessissimo uno scambio commerciale ben camuffato.
La Collezione Cavallini Sgarbi ‘donata’ alla città in cambio del 20 per cento degli incassi, ha suscitato un gran polverone. E’ un fatto piuttosto vergognoso, e bene ha fatto la neonata Associazione Piazza Verdi a denunciarlo, rivelando tutti i dettagli della vicenda.  E inaugura anche una prassi inedita – scambiare in vita l’affidamento al Pubblico di un bene privato in cambio di un congruo affitto – che è sperabile non faccia scuola.
D’ora in poi, mi viene da dire, dovrebbero essere severamente vietate le donazioni, o presunte tali, che non siano post mortem. Vuoi donare un bel quadro alla Collettività? Grazie tante, è un gesto nobilissimo. Ma aspetta di morire.
Insomma, anche a me tutta la storia non piace per nulla. Sono disposto anche a scandalizzarmi, ma non riesco a fingermi sorpreso. Dunìn l’è mort da molto prima che Vittorio Sgarbi venisse al mondo. Anzi, che io sappia, il proverbiale signor Dunin non è mai esistito.
C’è però qualcosa che mi è sembrato davvero insopportabile: le parole di Vittorio Sgarbi appena dopo la vittoria del Centrodestra e l’elezione di Alan Fabbri a Primo Cittadino di Ferrara. Siccome Sgarbi possiede un formidabile megafono, e siccome Sgarbi ama le ripetizioni (vedi il fatidico “capra, capra capra”) è difficile dimenticare la sua dichiarazione di intenti, la sua solenne promessa: per Ferrara lavorerò gratis, dalla mia città non voglio neppure un soldo, farò il presidente di Ferrara Arte senza stipendio.
Ecco, almeno questo Vittorio Sgarbi poteva risparmiarcelo.

Le urne dei Forti

Vittorio Emiliani ha scritto aI Fatto Quotidiano (12 febbraio) una appassionata e dolente lettera sulla decadenza di Ferrara. L’occasione per il suo intervento, quasi un de profundis, è ancora una volta la vicenda di cui sopra e, insieme, le ultime sparate pubbliche del Vicesindaco Naomo Lodi. Emiliani, che a Ferrara aveva frequentato il Liceo Ariosto e che per la nostra città conserva un amore profondo, ispirato dalle ‘urne dei Forti’, pensando cioè ai tanti e trapassati ferraresi illustri, lamenta l’abisso di volgarità in cui è caduta la città degli Estensi. Volgarità che, sia detto per inciso, noi indigeni dobbiamo sorbirci quotidianamente.
Ferrara è da tempo e stabilmente alla ribalta delle cronache nazionali. Per la clamorosa sconfitta del Centrosinistra e l’avvento del primo Governo Leghista, per il falso e sciagurato storytelling su un quartiere Gad in mano alla malavita, per la rimozione dello striscione di Giulio Regeni dallo Scalone del Comune, per la ‘proposta indecente’ di assunzione fatta dal Consigliere Comunale Armato Stefano Solaroli, per la ruspa sgombra-rom e le minacce sui social del capopopolo Naomo… L’ultimo capitolo della nuova ‘fortuna mediatica’ di Ferrara è, per l’appunto, l’accordo artistico-commerciale tra i fratelli Sgarbi e la nuova Giunta leghista. Altri seguiranno.
La “triste Ferrara” di cui scrive Emiliani, è tanto più triste per noi ferraresi. Che, quando incontri un amico foresto, questi non ti chiede più del Meis o della mostra di De Nittis e di Previati, ma sfodera ironie o ti sussurra all’orecchio le sue condoglianze per la discesa agli Inferi di Ferrara.
I Forti, gli Uomini illustri di Ferrara – nella sua lettera Vittorio Emiliani ne nomina tanti – probabilmente in questo momento si rivoltano nella tomba. Aggiungo altri nomi all’elenco di Emiliani: che cosa penserebbero della Ferrara di oggi, cosa direbbero, che proposte farebbero persone del calibro di Silvano Balboni, Vittorio Passerini, Paolo Ravenna, Guido Fink, Adriano Franceschini, Luciano Chiappini, Carlo Bassi se fossero ancora tra noi?
Rimangono i vivi. Ma questi preferiscono strillare vanamente. O starsene in silenzio. Forse il nostro guaio non si chiama Naomo, non dipende dalle vere o presunte malefatte della premiata ditta F.lli Sgarbi. Forse il guaio (la nostra colpa) è non svegliarci da un profondo sonno civile, prima ancora che culturale e politico.

Peccato Vittorio!

Attenzione, quel che dirò di seguito, mi guadagnerà dei nemici.
Non conosco di persona Vittorio Sgarbi. Culturalmente e politicamente sono ai suoi antipodi: non c’è bisogno di aggiungere altro. Ma non capisco, e non approvo, quel livore che tante e tanti amici di sinistra nutrono verso di lui. Sembra quasi obbligatorio esternare verso Sgarbi un sovrano disprezzo, dargli dell’incompetente, del farabutto, del fascista e consimili. A me pare una solenne cretinata.
Non conosco Vittorio Sgarbi, non ho il numero di uno dei suoi numerosi cellulari. Se lo avessi, se una sera mi venisse voglia di fare quel numero e lui, per qualche caso, rispondesse al telefono, gli direi che io non la penso cosi. Che, anzi, lo ritengo persona di profonda conoscenza della storia dell’arte e di grande curiosità intellettuale, con una rara sensibilità e intuito nello scoprire e valorizzare tanti nostri artisti ‘minori’ e ingiustamente dimenticati. Gli concederei volentieri talento nella scrittura, in particolare nella divulgazione. Confesserei che molti suoi libri, anche se non geniali, sono godibili e scritti in un buon italiano. Libri utili, in mezzo a un mare di libri inutili.
Certo, Sgarbi è anche affetto da un egotismo al quarto stadio; è un Grande Narciso, un polemista che ama trascendere nell’insulto. Ma quanti, tra politici ed intellettuali, e con meno talento di lui, coltivano i medesimi vizi?
Vittorio Sgarbi non mi piace. Eppure lo compiango. Mi spiace che nella sua vita, percorsa sempre a cento all’ora, abbia compiuto quell’errore fatale e irrimediabile. Ha voluto occuparsi e occupare la politica. Così è diventato un politico mediocre, un saltafossi, un arraffino: ‘uno come tanti’, proprio lui che per vizio e vocazione si è sempre pensato unico e inimitabile.
Si fosse limitato a fare bene il suo mestiere, avesse continuato ad arare il suo campo e coltivare le sue messi,   Vittorio Sgarbi sarebbe diventato un altro Federico Zeri (da Sgarbi tanto odiato, ma che tanto gli assomigliava, nel fiuto, nell’anticonformismo, come nelle inevitabili cantonate). Non esageriamo, Sgarbi non è e non sarebbe mai stato un Roberto Longhi, ma pian piano avrebbe potuto occupare un posto significativo nella storia della critica dell’arte figurativa. Si sarebbe preso le sue soddisfazioni. E avrebbe fatto i soldi ugualmente.
Senza la politica, con la passione e la strenua applicazione al lavoro che tutti gli riconoscono, poteva fare molta strada. E magari, con un po’ di fortuna, andare anche lontano, arrrivare a incontrare i suoi posteri, entrare addirittura nel novero dei ferraresi illustri. E invece niente. Capra, capra, capra… Che peccato Vittorio!

 

“Eppure ci sono anch’io!”
Storia di un’infanzia con un fratello disabile

Mio fratello nacque nel 1944 in una cittadina del nord della Germania. Infuriava la guerra. I nazisti erano ancora al potere, specialmente nelle menti delle persone. Per i miei genitori deve essere stato scioccante apprendere che mio fratello era nato spastico.
Mia madre ammutoliva sempre quando noi, più tardi nella vita, parlavamo della disabilità di suo figlio, mio fratello. Mio padre, interrogato sui suoi ricordi, amava rifugiarsi impacciato nelle frasi fatte: “Sono stati tempi difficili”.
Ad un certo punto i miei genitori avevano anche sentito dell’Eutanasia, la ‘eliminazione delle ‘vite senza valore’, come si chiamava nel gergo dei Nazisti. Ma cosa importava a loro, fino a quando erano gli altri ad esserne colpiti? Certo, pochi mesi dopo la nascita di mio fratello, era finita la guerra e con essa il nazionalsocialismo, ma erano forse per questo diventate prive di fondamento le paure dei miei genitori? Dal momento della nascita di mio fratello, per quanto io potessi percepire, i miei genitori cominciarono a comportarsi diversamente. Ci si vergognava di uno della famiglia, i cui modi di muoversi e di parlare erano diversi da quelli degli altri ‘bambini normali’. Tra la famiglia e il mondo esterno vennero eretti alti muri di paura e di distanza. La vergogna determinava interamente i nostri rapporti con le altre persone. Ora I miei genitori evitavano l’ambiente circostante e si chiusero nel proprio mondo. Mio fratello venne iscritto nella scuola elementare di zona e non in una scuola differenziale. Una cosa positiva, si direbbe oggi, ma allora fu l’inizio di una via crucis. In quel periodo venni al mondo io. Solo anni, forse decenni dopo, cominceranno a crescere in me certi interrogativi.
Una rete emozionale intrecciata di affetto e repulsione, di ostentato amore e rabbia repressa, di sfida e disperazione, si posa sopra una famiglia con un bambino disabile. Perché proprio noi, perché proprio io?
Sebbene fossi un bambino sano, venni allevato in un modo fatto a misura di un bambino disabile. Non ho mai imparato ad essere indipendente. Mi si veniva incontro su tutto. Non dovevo dare nell’occhio, e dovevo ringraziare di non essere disabile. Il dover rinunciare al proprio tempo, per doversi orientare su quello quello altrui, lo ha ben espresso Carmelo Samonà nel suo racconto Fratelli. Riconoscente lo ero pure, ma avrei dovuto forse dire grazie di non essere preso in considerazione all’ombra di mio fratello?
Mia madre si impappinava con frequente evidenza quando chiamava i suoi figli. Diceva che le veniva sulle labbra innanzitutto la prima sillaba del nome di mio fratello. Si correggeva immediatamente e chiamava il mio di nome. “Di problemi ne abbiamo già abbastanza”, replicò, quella volta che esposi al pubblico il nome della nostra famiglia, per aver sottoscritto una lettera di plauso all’obiezione di coscienza, pubblicata da un giornale.
Oggi il mio riserbo verso gli sconosciuti non é venuto meno, più o meno come non si è placata la paura di far qualcosa di male e di dare nell’occhio. Continuo a sentirmi in molte cose inferiore. Ma perché, per quale ragione? I miei interessi li devo sempre porre in secondo piano. Avere riguardo per mio fratello era il mio primo dovere, che valeva sempre e dappertutto.
Oggi qualche volta penso che i miei genitori e io abbiamo patito della disabilità di uno della famiglia, più di quanto non sia successo al diretto interessato. Ma è consentito pensare una cosa del genere? È consentito anche pensare, magari addirittura dire, che nei confronti di un membro della famiglia disabile qualche volta si serbano anche sentimenti di livore, di rifiuto, persino di profonda rabbia?
Si può dire che una persona che vive con il permanente dovere di aver riguardo verso un prossimo più debole, venga anche privata di una parte della propria esistenza? “Eppure ci sono anch’io” – quante volte è echeggiato dentro di me, ciò che spesso non mi era permesso di dire. Le derisioni e le umiliazioni sbattute in faccia a mio fratello, a volte con cattiveria, a volta per divertimento, colpivano anche me. Per una formazione da Body Guard non c’è nulla di meglio che un’infanzia al fianco di un fratello disabile.
Quando camminavo con lui per strada, avvertivo la paura verso coloro che ci venivano incontro. Si sarebbero messi a ridere, avrebbero iniziato a barcollare anche loro, lo avrebbero fatto passare per un ubriaco? Ridevano di mio fratello e in quel modo ridevano anche di me, il ragazzino al suo fianco. Ancora oggi mi è rimasta l’abitudine di guardarmi intorno, per vedere se qualcuno mi viene incontro. Voglio vedere se si girano a guardarmi e magari se mi ridono dietro. Mio fratello non potè finire il ciclo scolastico nella scuola elementare di zona. Insufficiente sostegno, fu la spiegazione ufficiale. Rifiuto dei compagni e dei maestri è quella probabile. Mio fratello ebbe la fortuna di venire aiutato davvero in un istituto per l’istruzione di bambini disabili. Incontrò professori comprensivi e competenti, dai quali imparò ad avere un approccio consapevole alla propria disabilità e un’altra percezione della normalità.
Le necessità di una famiglia con un bambino disabile sono molto grandi e non bisognerebbe minimizzarle con patetici appelli, o sermoni moralistici e pietistici. E tanto più grave è la disabilità, tanto più grandi sono gli oneri per tutti. Ma si impara molto presto a riconoscere quali sono i valori realmente importanti nella vita: Solidarietà verso i più deboli, pazienza verso chi esula dalla norma e verso le minoranze; riguardo, rispetto e responsabilità anche verso coloro che vivono all’ombra dei disabili. Nonostante tutto, ci sono anche loro.

Il treno di Margherita

Conoscete tutti il detto ‘Sbatti il mostro in prima pagina‘. Beh, è sempre successo, e succede ancora, anche nel tempo dei social del Terzo Millennio. Nel Mondo Lontano, che oggi è diventato prossimo, proprio come il bar sotto casa. E nel Mondo Vicino, che invece è diventato lontano, perché incollati allo schermo dello smartphone. non riconosciamo il nostro vicino. Succede dappertutto, anche nella periferia del mondo, Ferrara compresa. Il mostro in prima pagina, o l’ultima sparata di Renzi e di Salvini, o il contatore  dei morti del Coronavirus… Sembra che non se ne possa fare a meno. Funzionano. Mediaticamente parlando sono un must. Un appuntamento obbligato. Un necessario tributo che ogni giornale deve pagare. Per essere letto. Per avere successo. Per raccogliere più pubblicità.

Ma qual è il giornale, il quotidiano (sia fatto di carta e inchiostro o viaggi per l’etere) che si sognerebbe di ‘sbattere in prima pagina’ un racconto? Chi è quel pazzo che può fare informazione attraverso la letteratura? Una musica? Una canzone? Una foto, Una poesia? Se siete già lettori di Ferraraitalia, avrete capito che quei pazzi siamo noi. Leggete Il treno di Margherita di Carlo Tassi. Racconta solo una storia. Una di quelle brutte storie che continuano a succedere. Lontano, Vicino, anche Vicinissimo. Un fattaccio di cronaca che riempie la prima pagina per un giorno (ricordate una decina di giorni quel treno sulla Ferrara – Bologna fermo per intervenuto suicidio?), e subito dopo sparisce. E non ci si pensa più. Noi invece ci pensiamo ancora. Buona lettura.

Effe Emme

Who’s Gonna Find Me (The Coral, 2006)

Il sovrintendente passava sempre alla solita ora. Era un tipo preciso, pignolo, non ti guardava mai in faccia. Per lui eri merda, merda come tutti quelli che stavano sotto di lui.

Quel lunedì tre agosto gli uffici erano chiusi per ferie. Io ero stato chiamato all’ultimo momento per fare uno straordinario: mi dovevo occupare delle pratiche inevase di Margherita.
Margherita Cantelli aveva lavorato nell’ufficio a fianco al mio fino a tre giorni prima. Poi, venerdì mattina, aveva deciso di salutare tutti gettandosi sotto l’intercity per Bologna.

Margherita entra in stazione alle dieci e tre quarti circa. La stazione è affollata, molta gente è in viaggio per le vacanze. Margherita non ha bagagli, si ferma a dare un’occhiata al tabellone degli arrivi e delle partenze, sembra tranquilla, addirittura sorridente. Poi s’avvia spedita nel sottopasso. Sale la rampa, sbuca sulla banchina tra i binari quattro e cinque e resta in attesa. Ha pure il tempo di fumarsi un’intera sigaretta mentre aspetta sul bordo del quinto binario.
Una voce metallica gracchia dall’altoparlante: “Attenzione, allontanarsi dal binario cinque. L’intercity proveniente da Venezia e diretto a Firenze è in transito ad alta velocità!”
Un potente fischio in lontananza annuncia l’imminente arrivo del convoglio e in un attimo il treno sfreccia sul binario con un frastuono assordante. Tutta la stazione sembra tremare al suo passaggio mentre lo spostamento d’aria fa volare le cartacce lasciate per terra e le pagine d’un giornale dimenticato su una panchina. Il treno sembra non finire mai e la sua velocità è tale da non riuscire a distinguere le facce dietro i finestrini.
Poi, finalmente, l’enorme serpentone d’acciaio passa e s’allontana. La gente, all’apparenza indifferente, resta stordita per qualche secondo. Una bimba, in attesa di partire assieme a sua madre, guarda a terra e vede qualcosa d’insolito, sembra una biglia di vetro. La raccoglie. È morbida, calda, e le tinge la manina di rosso. La porge alla mamma. La donna riceve l’occhio azzurro rigato di sangue, lo fissa: un intero bulbo oculare, un macabro regalo dalle piccole mani innocenti della figlioletta. Grida inorridita.
Un secondo grido e un altro ancora. La gente si sporge dal bordo della banchina, guarda in basso, sulle rotaie del binario cinque. Un ragazzo di vent’anni si piega in avanti e vomita, un poliziotto sbuca dal sottopasso, accorre e chiama il collega sull’altra banchina, gli dice di far presto e di portare dei teli bianchi. Altri restano a guardare in silenzio, espressioni d’orrore e di disgusto nelle loro facce…

Music at Night (The Coral, 2007)

Margherita era bella, una mora con gli occhi d’uno splendido azzurro chiaro. Proprio bella!
Prima o poi le avrei chiesto d’uscire…
Il sovrintendente era brutto. Ma non solo brutto, era un fottutissimo stronzo. E per lui ogni occasione era buona per dimostrare a tutti quanto era fetente.
“Sortini, ha liberato la scrivania della Cantelli?” urlò alle mie spalle.
Ebbi un sussulto e mi girai. “Non ho ancora finito dottore…” risposi.
Il sovrintendente Soprani attraversò la porta dell’ufficio e mi si parò di fronte. “Si sbrighi! Non dorma come al solito!” sbraitò a due centimetri dal mio naso. “Tutta la roba della Cantelli dev’essere portata via e sistemata entro mezzogiorno! Sennò peggio per lei!”
Girò i tacchi e uscì, tronfio e impettito come al solito.
Io continuai il mio lavoro senza fiatare. Mi rimase appiccicata addosso quella sua alitosi fatta d’acetone, aglio marcio e fondi di caffè che mi rivoltava lo stomaco. Spalancai la finestra, tornai alla scrivania di Margherita, aprii i cassetti e tirai fuori tutto.
Elenchi, preventivi, contratti, schede di lavoro. Poi un sacchetto di caramelle, un gufetto di porcellana, due cornici con le foto di lei durante una vacanza di qualche anno prima. Guardai ancora una volta il suo sorriso incantevole e mi venne un groppo alla gola.
Mi chiedevo perché era successo. Se lo chiedevano tutti naturalmente.
In fondo all’ultimo cassetto trovai un libretto con la copertina celeste. Lo aprii, lo sfogliai: era un diario.
Non avrei dovuto ma iniziai a leggere. Magari c’era scritto qualcosa che potesse spiegare il suo gesto…
Magari…

Scorsi le pagine velocemente e mi soffermai sulle ultime.
Lessi: “Il maiale, m’ha toccata anche oggi. Ha avuto il coraggio di sorridermi e di dirmi di star tranquilla. Che tanto rimarrà un segreto tra di noi. Di non preoccuparmi, che, se faccio quello che mi chiede, poi l’assunzione me la rinnova anche stavolta… Mi faccio schifo… Vuole guardarmi mentre ingoio il suo sperma… Sto male, non riesco a togliermi quel sapore dalla bocca, quella puzza orrenda mi perseguita… Sono andata in bagno a vomitare per l’ennesima volta. Vorrei gridare a tutti che lo odio ma non posso, non adesso che son rimasta sola… Ieri gli ho detto che con lui avevo chiuso, che non venisse più a cercarmi, che avrei detto tutto all’ispettorato, che l’avrei denunciato, sputtanato. Ma lui è Soprani, l’onnipotente, e m’ha risposto che può mettermi a casa in qualunque momento e che nessuno mi crederebbe… Poi se l’è tirato fuori e m’ha riso in faccia… Forse me lo merito, forse sono marcia io, sennò non mi spiego perché a me e non ad un’altra… Oramai la soluzione è una sola, devo soltanto trovare il coraggio di farlo e buonanotte…”
“Sortini, ancora qui? Non ha ancora finito con la Cantelli?” risuonò la solita voce sgradevole, sempre alle mie spalle.
“No dottore… m’è capitato tra le mani il diario di Margherita e ho letto qualche riga…” dissi io fissandolo negli occhi.
Il sovrintendente impallidì e per la prima volta incrociò il mio sguardo. Sembrava sorpreso, disorientato. “E che c’è scritto?” balbettò.
“Delle cose assai interessanti. C’è anche il suo nome sa?” gli dissi, “Cose incredibili. Dovrò darlo alla polizia ferroviaria che sta indagando sulla disgrazia…”
“Sortini, lo consegni a me. Ci penso io a darlo a chi di dovere!” mi disse col sorriso più falso che abbia mai visto.
“Mi dispiace sovrintendente, qui Margherita parla di lei e dei vostri rapporti particolari… Dovrò consegnarlo io a chi di dovere!”
“Sortini, non sia stupido. La Cantelli soffriva di depressione, lo sanno tutti. Avrà scritto sicuramente delle cazzate senza senso… lo dia a me!”
“Era depressa, certo… e qui se ne capisce il motivo!”
“Ha cominciato a dare i numeri dopo la morte dei suoi. Ho pure cercato d’aiutarla, ma non è servito a nulla.” sospirò. Aveva la stessa faccia tosta d’un mafioso al funerale della sua vittima.
“Ma la pianti per piacere!” sbottai. Ormai la mia sopportazione era giunta al limite massimo.
“Su Sortini, mi dia quel diario se ci tiene a continuare a lavorare in questo posto!” m’intimò.
“Mi sta minacciando dottor Soprani? Lo sa cos’ho appena letto in questo diario? Lo sa che potrebbe essere denunciato per quello che c’è scritto qua dentro?”
“Denunciato per cosa? Per i vaneggiamenti di una troietta arrivista?” chiese con strafottenza. Quella sua maschera di superiorità e finta sicurezza si stava sfaldando davanti ai miei occhi. Era evidente la sua paura così come la meschinità di cui era impregnato. Vedevo un ometto piccolo piccolo sul punto di crollare.
Andai alla finestra per respirare. “Lei ha un problema di alitosi… gliel’ha mai detto nessuno?” dissi.
Improvvisamente Soprani s’avventò verso di me. “Dammi quel cazzo di diario!” gridò.
Lo scansai e gli afferrai un braccio spingendolo via. Tentò di colpirmi con un pugno ma era più bravo a comandare che a fare a botte. Lo afferrai e lo lanciai oltre la finestra.
Sentii un tonfo sordo, m’affacciai dal davanzale e lo vidi: giaceva immobile in una pozza di sangue, un fantoccio disarticolato sul marciapiede del cortile interno.
Dopo un volo di cinque piani l’impatto col cemento gli aveva fracassato il cranio, spezzato le ossa e spappolato gli organi interni. Era morto sul colpo.
Mi guardai attorno, non vidi nessuno. In quell’ala del palazzo tutti gli uffici erano chiusi da venerdì.
Me ne andai. Il giorno stesso portai il diario ai carabinieri, del volo dalla finestra del sovrintendente non dissi nulla. Lo trovarono due giorni dopo già gonfio e pieno di mosche.

Passarono altri tre giorni quando, sulla prima pagina della Nuova, lessi questo titolo: “Molestie sul lavoro, duplice suicidio di vittima e carnefice”. Così andai al cimitero a trovare Margherita, sulla tomba c’era ancora il manifesto funebre. Posai un mazzolino di fiori di campo in un vaso e le dissi: “Mi dispiace non averlo capito prima Margherita. Ti vedevo tutti i giorni e non immaginavo quanto soffrissi… Non è vero, quel treno non t’è passato sopra. Tu quella mattina sul treno ci sei salita e te ne sei andata per fare finalmente il viaggio che volevi. Ora sei lontana da tutta questa merda! Ciao Margherita, sii felice. Sappi che quello stronzo ha avuto ciò che si meritava, è in viaggio anche lui adesso… Ma stai tranquilla, non lo rincontrerai più, è andato nella direzione opposta!”

AVVISO AI LETTORI DI FERRARAITALIA

Care lettrici e cari lettori. Amici, collaboratori, sostenitori di questa piccola grande impresa.
Avrete visto che tutte le foto di copertina anteriori al 31 dicembre 2019 sono state rimosse e sostituite da un’immagine standard. L’abbiamo fatto in via precauzionale per non incorrere in problemi con il copyright. Siamo sempre stati molto attenti: cauti nell’utilizzo e rispettosi dei diritti di immagine laddove fossero con chiarezza evidenziati. Prova ne sia che, in oltre sei anni di pubblicazioni e con più di quarantamila illustrazioni utilizzate, abbiamo avuto solo tre contestazioni…  Ma nel frattempo la legislazione in materia è diventata più stringente, l’attribuzione della paternità della foto non è sempre chiara e Ferraraitalia non si può permettere né di pagare le foto, né tantomeno di pagare eventuali multe e spese processuali.
Le immagini non sono però state cancellate, ma solo oscurate. Nelle prossime settimane recupereremo (una per una…) tutte le foto e le illustrazioni di nostra proprietà, frutto del lavoro dei nostri fotografi o comunque dichiaratamente libere da diritti, e le renderemo nuovamente visibili sul giornale.
Continuate a seguirci con l’affetto di sempre.

La redazione

PER CERTI VERSI
Mare di plastica

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

MARE DI PLASTICA

È morta
gonfia di plastica
Sulla costa
dei cosiddetti VIP
in Sardegna
Chili 22 di rifiuti
Ed era incinta
La giovane capodoglio
Soffocata dal nostro rusco
Un giorno
Quando ci sarà più plastica che pesce
Vorrei tornare bambino
E pregare lui
Di ripulire tutto
Sì proprio lui
Il mago Merlino

Signor Sindaco Risponda!
L’Assemblea del bibliotecari vuole chiarezza

Come direbbe il bracchetto Snoopy, “l’affare si infittisce”. Parliamo ancora – e non ci stancheremo di farlo – delle biblioteche ferraresi. Il sistema bibliotecario pubblico rimane in emergenza. Dal Sindaco e dalla Giunta sono arrivati messaggi contraddittori, belle promesse e repentine marce indietro. Tant’è, Il cielo rimane pieno di nuvole. Già da oggi il personale dipendente in forza alle biblioteche non può garantire la continuità del servizio; è sufficiente che qualche operatore si prenda un’influenza di stagione – mica il Coronavirus – e una biblioteca rischia di chiudere. E’ già successo, due settimane fa, i lettori di Ferraraitalia sono informati.
Non c’è da far tanti discorsi. Bisogna solo rispondere. L’Amministrazione Comunale ha o non ha intenzione di assumere dieci nuovi bibliotecari, perché tanti ne servono (non uno di meno) per rimpiazzare tutti coloro che stanno andando in pensione? Il Sindaco Fabbri si prende seriamente l’impegno, davanti a tutti i cittadini, di individuare entro questo 2020 la location dove far sorgere la nuova grande biblioteca della Zona Sud? E di metterla poi in funzione entro la fine del suo mandato? Glielo hanno chiesto 2.000 ferraresi firmando una petizione popolare. Ora, dopo risposte ondivaghe e insoddisfacenti, sindacati e lavoratori delle biblioteche gliene chiedono di nuovo conto (leggi di seguito il documento approvato all’unanimità). 
Sembrerebbe che la Nuova Giunta leghista sia bravissima a far promesse, proclami, campagne propagandistiche. Molto meno in tutto il resto. Ho il sospetto che i nostri nuovi amministratori non siano avezzi frequentare libri e biblioteche. Forse sono un pochino ignoranti sull’argomento. O si sono fatti l’idea che Biblioteche Pubbliche siano un ‘piccolo particolare senza importanza’. Soprattutto, non sembrano essersi resi conto che i ferraresi sono affezionati alle loro biblioteche. E le vogliono salvare. E non molleranno l’osso.
Effe Emme

L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori del servizio Biblioteche e Archivi ha compiuto una valutazione dell’iniziativa sviluppata negli ultimi mesi per affrontare le problematiche presenti rispetto alle prospettive del servizio stesso e alla situazione occupazionale. Abbiamo espresso soddisfazione per la raccolta firme sul rilancio del sistema bibliotecario promossa dall’assemblea stessa, con il sostegno di CGIL-CISL-UIL di categoria e delle RSU, che ha visto la firma di ben 2065 cittadini nell’arco di neanche un mese. Così come abbiamo ritenuto andare nella giusta direzione le risposte, sia pure tardive, arrivate da parte dell’Amministrazione, per bocca del sindaco, nell’incontro che si è tenuto il 15 gennaio scorso, in particolare per quanto riguarda l’impegno a ricoprire tendenzialmente tutti i pensionamenti realizzati alla fine del 2019 e previsti nel corso del 2020 ( 9-10 unità) e la volontà di realizzare, nel triennio 2021-2024 e comunque entro la fine del mandato, una nuova importante biblioteca nell’area Sud della città, facendola precedere da un tavolo di studio e confronto, nel corso del 2020, prevedendo che lì siano presenti anche le rappresentanze sindacali e altri soggetti associativi.
Non altrettanto si può dire della risposta formale arrivata sulla petizione sempre da partedell’Amministrazione, in cui si ridimensionano gli impegni in materia di copertura tendenziale del turn-over (le nuove entrate di personale passano da 9-10 unità a 5 certe) e anche quelli relativi al percorso per la realizzazione della nuova struttura bibliotecaria ( non c’è più traccia del tavolo di progetto congiunto per il 2020, ma si parla semplicemente del fatto che quest’anno l’Amministrazione studierà la sua collocazione e la realizzazione viene spostata alla fine del mandato amministrativo).
A questo punto, l’assemblea ritiene fondamentale che si svolga un nuovo incontro con l’Amministrazione Comunale per arrivare alla firma di un vero e proprio accordo sindacale, che ristabilisca in modo preciso gli impegni assunti dalla nostra Amministrazione nell’incontro del 15 gennaio. Nello stesso tempo, valutiamo importante la mobilitazione che si è prodotta anche da parte dei cittadini, a sostegno del rilancio del sistema bibliotecario comunale: ovviamente, intendiamo relazionarci con tale mobilitazione, per produrre una convergenza tra le istanze da noi avanzate e quelle dei cittadini, a sostegno e difesa di un bene comune importante come sono le biblioteche comunali.
Infine, l’assemblea ribadisce che, se non si realizzasse un accordo sindacale in linea con le richieste avanzate e con quanto convenuto nell’incontro con l’Amministrazione del 15 gennaio, si darà continuità alla nostra iniziativa e mobilitazione, nelle forme che riterremo adeguate.

Assemblea dei Lavoratori del Settore Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara
Ordine del Giorno approvato all’Unanimità : Ferrara, 7 febbraio 2020

 

DOPOELEZIONI
Il voto dell’Emilia Romagna rilancia l’importanza delle coalizioni

Sono state già ampiamente indagate le ragioni della vittoria di Stefano Bonaccini e della coalizione di Centrosinistra nelle recenti elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Senza nulla togliere alle motivazioni da più parte addotte, a partire dalla rilevanza del ruolo esercitato dal movimento delle Sardine: vedi ad esempio, su queste pagine, le osservazioni per me in larga parte condivisibili formulate da Corrado Oddi [leggi qui], vorrei riportare l’attenzione su un aspetto che mi sembra sia passato troppo in secondo piano.

Una delle ragioni del successo di Bonaccini sta, inutile negarlo, nel sistema elettorale adottato in Emilia Romagna. Non solo per la possibilità, offerta all’elettore, di votare in modo disgiunto le liste e i candidati alla Presidenza, possibilità della quale hanno usufruito a conti fatti diverse decine di migliaia di elettori. Ma anche, e soprattutto, in virtù di un sistema elettorale che alimenta e premia la formazione di coalizioni a sostegno di un unico candidato Presidente. Il sistema elettorale adottato nella nostra regione, infatti, attribuisce in modo proporzionale, senza sbarramento alcuno, 40 dei 50 seggi complessivi sulla base dei voti riportati dalle singole liste; riserva comunque uno dei 10 seggi rimanenti al candidato Presidente arrivato secondo, e infine attribuisce alla coalizione vincente tutti i restanti 9 seggi se nel proporzionale ne aveva ottenuti meno di 25, oppure soltanto 4: in questo caso gli altri 5 vengono distribuiti proporzionalmente tra tutte le altre liste. In questo modo si ottengono contemporaneamente diversi risultati:

  1. Si rispetta un principio di rappresentanza, perché è relativamente facile anche per le forze minori ottenere un seggio, soprattutto se si partecipa ad una coalizione. Infatti la lista Europa Verde ottiene 1 seggio con meno del 2% dei voti e i Cinque Stelle, benché non fossero in coalizione, ne ottengono 2 con appena il 4,7%.
  2. Si favoriscono le coalizioni, il che significa dare piena espressione alle differenze legittimamente esistenti all’interno di ciascuno schieramento elettorale, ma al tempo stesso –  e senza necessità di ricorrere a precarie e improbabili aggregazioni – evitare una frammentazione eccessiva che renderebbe molto complessi, e a volte totalmente ingovernabili, gli esiti di moltissime delle consultazioni elettorali.
  3. Si garantisce sia alla coalizione di maggioranza la possibilità di governare, sia alle altre formazioni, singole o coalizzate, di avere i numeri per svolgere adeguatamente il proprio ruolo di minoranza.

Si tratta insomma di un sistema elettorale che tiene sufficientemente in equilibrio le due esigenze fondamentali di qualsiasi sistema democratico: rappresentatività e governabilità. Aggiungo che il termine governabilità può essere fuorviante, forse sarebbe più giusto parlare di responsabilità, perché chi vince ha prima di tutto il dovere di assumersi appunto la responsabilità di governare, senza doversi inventare soluzioni improbabili ma anche senza potersi nascondere dietro scelte di altre forze.

D’altronde basta fare qualche semplice calcolo ipotetico per rendersi conto di cosa significa. Con un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 5%, come quello nazionalmente concordato (almeno così sembra) dalle forze attualmente al governo, solo 4 liste avrebbero ottenuto seggi in Emilia-Romagna: PD, Lega, Fratelli d’Italia e Bonaccini Presidente. I voti riportati dalle due liste di Centrodestra sono praticamente pari (anzi un pizzico superiori) a quelli riportati dalle due liste di Centrosinistra. I seggi sarebbero equamente distribuiti: 25 al Centrosinistra e altrettanti al Centrodestra. Sarebbe quindi veramente complicato mettere in piedi un governo, a meno di mettere dentro tutti, oppure di contare su qualche defezione individuale.

Se invece si fosse optato per un sistema puramente proporzionale, senza sbarramenti, nessuno dei due schieramenti avrebbe verosimilmente avuto i seggi sufficienti a costruire un governo e quindi sarebbero diventati decisivi i seggi (probabilmente 2) conquistati dai 5 Stelle, mettendo questi ultimi in una posizione tale da poter dettare condizioni decisive ai possibili alleati, sfruttando un potere di condizionamento ben superiore al  4,7% ottenuto.

Si tratta, è chiaro, di un esercizio puramente teorico, visto che è facile obiettare che le scelte delle singole forze politiche o aggregazioni elettorali siano state influenzate dal sistema elettorale vigente e che in un altro quadro avrebbero probabilmente compiuto scelte almeno in parte diverse. Tuttavia credo che l’esercizio sia piuttosto esplicativo dell’efficacia o meno di un sistema elettorale.

Personalmente penso da molto tempo che il sistema elettorale preferibile, tanto più per un Paese come il nostro molto frantumato socialmente e politicamente, sia quello a doppio turno, sulla falsariga di quello adottato per l’elezione dei sindaci. Purtroppo, invece. in Italia si continua ad affrontare questo tema fondamentale in modo tatticistico e confusionario, essendo tutte le forze politiche impegnate ad inseguire opportunisticamente la soluzione che appare sul momento a loro più favorevole. Siamo così passati, in poco tempo e come se nulla fosse, da un estremo all’altro, da sistemi ultramaggioritari, che se ne infischiano di rappresentare adeguatamente le articolazioni di interessi e le diversità di pensiero esistenti nella società,  a sistemi ultraproporzionalistici, che obbligano poi a cercare di formare un governo attraverso complesse e spesso opache alchimie di palazzo. Fino a giungere al sistema elettorale attualmente vigente (il famigerato Rosatellum) che riesce mirabilmente a coniugare i difetti del proporzionale con quelli del maggioritario, garantendo al contempo scarsa rappresentatività e scarsa governabilità.

C’è un concetto che credo dovrebbe illuminare la Sinistra italiana, nella sua da tempo indispensabile opera di radicale rinnovamento, un concetto colpevolmente abbandonato 12 anni fa, dopo la caduta dell’ultimo governo Prodi: quello di coalizione. La Destra può pensare di tenere insieme le proprie differenze con un uomo forte, un leader. La Sinistra ha invece costituzionalmente bisogno di trovare un modo per tenere insieme le proprie differenze, le proprie articolazioni, senza negarle, ma mettendo in rete idee e conoscenze diffuse e costruendo un metodo di confronto permanente e – come ci hanno insegnato le Sardine – gentile e rispettoso, mai supponente.

Per questo credo che oggi sarebbe fondamentale promuovere sistemi elettorali che favoriscano e premino le coalizioni, come è appunto quello della regione Emilia Romagna. Anche grazie al quale – non a caso – le forze di Centrosinistra questa volta hanno vinto.

 

Che si nasconde dietro il Caso Solaroli?
Alan Fabbri e la grande ombra di Naomo

“La S.V. è invitata a partecipare alle sedute del Consiglio Comunale indette in 1^ convocazione…”. Tutto è cominciato oggi pomeriggio (3 febbraio) ma i lavori continueranno anche domani (4 febbraio): una seduta fiume, tante cose da discutere a cui corrisponde un ordine del giorno sterminato [leggi il testo completo della convocazione]. Un elenco che prevede 17 punti, e dove, solo all’ultimo posto, si può leggere l’ordine del giorno URGENTE presentato dai tre gruppi di opposizione presenti in Consiglio “sull’inchiesta giornalistica relativa al tentativo di indebita pressione nei confronti della Consigliera Anna Ferraresi e richiesta di dimissioni del Consigliere Vicecapogruppo Lega Stefano Solaroli.”.

Sulla grave e spinosissima vicenda i ferraresi risultano già informati sui fatti, basterà quindi riferire il nocciolo di quella ‘incredibile’ telefonata (ma invece credibilissima, anzi vera tout court, dato che la telefonata è stata registrata) in cui Solaroli offre uno scambio alla compagna di partito dissidente Ferraresi: un lavoro in cambio delle dimissioni. Ma già il solo fatto di aver relegato in fondo alla lista delle cose di cui parlare il caso Solaroli, significa che tra maggioranza e opposizione sarà ancora muro contro muro.

Già a gennaio, nella scorsa seduta del Consiglio Comunale, la minoranza di Centrosinistra aveva chiesto di mettere al primo posto dell’ordine del giorno il ‘caso Solaroli’, come logica e a gravità del fatto suggerivano. La maggioranza di Centrodestra (che in Consiglio è appunto maggioranza) aveva opposto un rifiuto. Allora la minoranza aveva lasciato l’Aula per protesta, mentre la maggioranza aveva deciso di interrompere e rimandare la seduta.

Uno a Uno, anzi, Zero a Zero e Palla al Centro.  E da subito aspettiamoci altre scintille. Alla rinnovata richiesta dell’opposizione di parlare subito del vergognoso affaire Solaroli e delle necessarie dimissioni del Consigliere Stefano Solaroli, la maggioranza ha risposto con un nuovo rifiuto; come a gennaio, trattando la questione come una estrema e trascurabile ‘varie ed eventuali’. Non si tratta, è evidente, di una semplice questione procedurale. Siamo di fronte ad uno scontro senza esclusione di colpi, a una spaccatura verticale, profonda, insanabile all’interno del Consiglio. A Ferrara non era mai successo. Del resto, non è forse lo specchio di quanto sta succedendo in città? Ferrara stessa, i suoi abitanti, sembrano  sempre più dividersi in due poli opposti. Non so se già oggi esistono due Ferrara distinte, ma il processo di radicalizzazione è del tutto evidente.

Vedremo come si svolgeranno questi due pomeriggi di Consiglio Comunale, se avremo o no un altro Aventino o se lo scontro assumerà altre forme e altri contenuti. E vedremo come questo processo di polarizzazione, in Consiglio e nella Città Reale, sopra e sotto lo Scalone, si evolverà.  Qui vorrei svolgere un altro tema, una suggestione che però mi arriva dallo stesso caso Solaroli, o più precisamente, dalle reazioni di Sindaco e Vicesindaco davanti al montare mediatico del caso.

Anche su ciò i ferraresi sono abbastanza informati. Le parole – le difese – di Alan Fabbri e di Naomo Lodi le abbiamo lette o ascoltate sui giornali locali e nazionali, su tutti i social possibili e immaginabili, nelle interviste e nelle ospitate televisive. A farla breve: Il Vicesindaco ha difeso in toto il comportamento di Stefano Solaroli (sostenendo la  tesi insostenibile che ‘il fatto non sussiste’), d’altro canto Il Sindaco Fabbri – pur pressato dalle richieste di una sua decisa presa di distanze – si è limitato a dire che sì, il Consigliere Solaroli aveva sbagliato, ma accettava di fatto le sue scuse: quindi  nessun suo allontanamento dalla carica di Vicecapogruppo in Consiglio, niente espulsione dalla Lega, nessuna richiesta di dimissioni dal Consiglio Comunale. Dalla montagna un misero topolino: l’autosospensione.

Il Vicesindaco ormai abbiamo imparato tutti a conoscerlo. E’ un uomo sempre e comunque all’attacco. Che, come vuole la storia italica, ‘se ne frega’ delle critiche: al suo patentino invalidi o alla sua abitazione a mini-canone popolare. Un uomo che se qualcuno gli intralcia il passaggio… lo denuncia e lo porta dritto in tribunale (fra qualche giorno si celebra l’udienza contro i quattro cittadini denunciati da Naomo). Insomma, la difesa – la totale assoluzione – dell’indifendibile Solaroli da parte di Naomo Lodi era del tutto prevedibile. Avremmo potuto raccontarla con un giorno di anticipo, prima ancora che il Vicesindaco aprisse bocca. Solaroli è un uomo di Naomo, e Naomo non abbandona i suoi uomini.

Stupiscono invece, almeno in apparenza, le parole – pochissime – pronunciate dal Sindaco Alan Fabbri. Il quale Fabbri non si smarca in nessun maniera dal suo viceE tantomeno scarica Solaroli. Usa un altro tono rispetto a Naomo Lodi – i due hanno stili affatto diversi – ma si accoda diligentemente alla linea di difesa ad oltranza tracciata dal suo Vicesindaco. Questa volta, e non è la prima volta, tra le posizioni dei due leader della Lega non si intravvede neppure un granello di differenza.

La figura, il ruolo, il potere del Sindaco sono cresciuti moltissimo in questi ultimi quindici vent’anni. La legge ha investito la carica di Sindaco di poteri sempre più ampi. Per fare un solo esempio: se il Presidente del Consiglio non va più d’accordo con un suo Ministro, non può mandarlo a casa, al massimo può chiedergli gentilmente di farsi da parte. Un Sindaco invece è Dominus, e può dimissionare a suo piacere un suo Assessore. E’ quello che ha fatto Tiziano Tagliani con  l’Assessore  Annalisa Felletti, estromessa  dalla Giunta il 22 maggio 2017 per il suo passaggio dal Partito Democratico ad Articolo Uno-MDP.

Quel che è vero per i sindaci in generale, è ancor più vero per il Sindaco di Ferrara. Perché nella nostra città – a partire almeno dal lungo regno di Roberto Soffritti, non a caso soprannominato ‘Il Duca’ – il sindaco ha sempre goduto di un potere eccezionale. Quel che il Sindaco decideva era legge, in Giunta e nel Consiglio, come dentro il suo Partito.

Concludendo. Forse non è vero che il Sindaco attuale di Ferrara ha in mano la sua squadra di governo e il suo partito. Forse non e nemmeno vero che ci sono 2 figure, Alan Fabbri e Naomo Lodi, che si dividono i ruoli (poliziotto buono e poliziotto cattivo) e condividono la guida del governo locale e della Lega, partito di maggioranza relativa. Forse a decidere, a dare la linea, è solo uno. E non è il sindaco.

Dietro alla miserrima vicenda Solaroli – mentre continuiamo a sperare che la magistratura lo persegua per la sue azioni – si staglia la grande ombra di Naomo Lodi. Il Vicesindaco sembra detenere il vero potere, nella Lega di Ferrara quindi nel governo della città. E il Sindaco, che non è autoctono e non ha in mano il partito cittadino, deve accodarsi.

Quindi Naomo decide su tutto e su tutti? Forse no, ma almeno su due cose sì, assolutamente: sulle politiche della Sicurezza e sulle cariche di partito. Come a dire: caro Alan tieni pure un profilo morbido, prometti pure la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, ma non azzardarti a entrare nel mio recinto. Non metter bocca sulla sicurezza. E non toccare i miei uomini. Solaroli compreso.

Potete prendere queste mie note come semplici e opinabili supposizioni. I prossimi mesi ci diranno meglio cosa succede a Ferrara, davanti ai nostri occhi e dietro le nostre spalle. Quello che su cui non è più lecito indulgere è quell’aria di superiorità intellettuale (tipicissima di una certa Sinistra), quegli sfottò all’indirizzo di questo curioso personaggio. Perchè Naomo non appartiene alla Commedia dell’Arte. Non è una macchietta. E’ sarebbe ora di prenderlo sul serio.

 

DOPOELEZIONI
Matteo Salvini e la Vogelschiss. Una nota tedesca dopo il voto

Lunedì 27 gennaio era il Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio c’è stato il voto in Emilia Romagna. Cosa c’entra il giorno della memoria con le elezioni emiliane? A prima vista molto poco, perché emiliani e romagnoli hanno votato per il rinnovamento della giunta di una regione italiana nell’anno 2020, ben lontano dagli anni ai quali il giorno della memoria rimanda. Ovviamente non era presente, fra le diverse formazioni in lizza, un partito che negasse i fatti di Auschwitz e di tutti gli altri campi di concentramento per quali sono stati responsabili i nazisti tedeschi.
Ma attenzione: mi ricordo benissimo un comizio di Salvini alcuni mesi fa assieme a un rappresentante ufficiale di Afd (Alternativa per la Germania), un partito tedesco di estrema destra, che definiva l’epoca nazista in Germania come un vogelschiss, ovvero “piccola merda di un uccello”. Sicuramente la Lega italiana non è un partito fascista paragonabile con il fascismo italiano di una volta e men che meno con i nazisti tedeschi, ma a ben guardare ci sono tanti aspetti della propaganda leghista che ricordano la weltanschaung delle Destra estrema della Germania di ieri e di oggi.
Per questo, a mio avviso, rimane vergognosa l’amicizia dell’onorevole  Vittorio Sgarbi con la Lega e il suo furioso attacco al movimento delle Sardine, che ha risvegliato in Italia il sentimento antifascista. Assolutamente inaccettabile la sua strumentalizzazione di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna e, più in generale, le sue continue e quasi sempre violente aggressioni verbali contro gli avversari politici. Le ho ascoltate ancora, appena due giorni prima del voto emiliano.
Ciò detto resta almeno una speranza, quella che ci viene dalla nuova e giovane cultura delle Sardine: l’epoca politica di uomini come Sgarbi è in declino.
Per l’Europa nuova e giovane il risultato del voto emiliano apre una finestra. Un po’ più di speranza e dignità. E meno aggressività e volgarità verso il prossimo.

DOPOELEZIONI
Scampato il pericolo, c’è molta strada da percorrere

Adesso che abbiamo tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, vale la pena ragionare su cosa ha determinato questo risultato e su alcune tendenze di fondo che percorrono la società regionale e quella ferrarese in particolare. Dal punto di vista dei flussi elettorali, ci soccorrono le analisi, come sempre molto puntuali, dell’Istituto Cattaneo che giustamente individua nel passaggio del voto M5S delle scorse elezioni europee al campo del Centrosinistra e nella crescita della partecipazione i due fattori fondamentali della vittoria del Centrosinistra. A cui si può aggiungere il voto disgiunto per Bonaccini, anche se, comunque, a differenza delle elezioni europee, in queste elezioni regionali il consenso alle liste del Centrosinistra supera quello andato alla coalizione della destra.

In particolare, va notato il tracollo del M5S che passa, su base regionale, in valori assoluti, da più dei 600.000 voti delle elezioni politiche del 2018 a 290.000 nelle elezioni europee a poco più di 100.000 voti in questa tornata regionale. Con una dinamica che – detta un po’ grossolanamente – ha visto la propria perdita dalle elezioni Politiche fino a quelle Europee dirigersi prevalentemente verso la Destra e l’astensione, mentre quella dalle Europee del 2019 ad oggi verso il Centrosinistra. Così come va sottolineato che la crescita della partecipazione è sì generalizzata, ma, in termini percentuali, registra valori più alti in quelle province dove è più forte il Centrosinistra, a partire da Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Non c’è dubbio, come in molti hanno già fatto presente, che questi spostamenti elettorali, sul piano politico, sono innanzitutto il prodotto dell’emergere del movimento delle Sardine, da una parte, e dalla reazione all’estrema radicalizzazione dell’impostazione e dei toni della campagna elettorale in terra emiliana, dall’altra. Radicalizzazione voluta in primo luogo da Salvini, che di fatto ha evocato un referendum sulla Lega e sulla sua fisionomia di ‘uomo solo al comando’,. Matteo Salvini, inoltre, intendeva verificare anche la propria ipotesi strategica: arrivare a prendere i ‘pieni poteri’, “liberando” dapprima l’Emilia Romagna per poi dare una spallata al governo e approdare a nuove elezioni anticipate.

Da questo punto di vista, anche per le ragioni che provo subito dopo ad avanzare, non penso sarebbe bastato a costruire un argine sufficiente sottolineare che le elezioni avevano un carattere regionale – ragionamento peraltro giusto e che è stato bene avanzare – che l’esperienza amministrativa emiliano-romagnola aveva rappresentato un solido esempio di ‘buon governo’. In realtà, come si è realizzato nei fatti – e non per un’operazione programmata a tavolino – serviva anche una narrazione di carattere generale capace di contrapporsi a quella di Salvini. Serviva, per fermare il suo disegno, un sentimento popolare, proprio come quello proposto dal movimento delle Sardine e scaturito anche come rigetto dei toni pericolosi e sopra le righe continuamente avanzati da Salvini. Parlo di sentimento popolare come dato politico e culturale, perché di questo si è trattato, di una forza che ha contrastato con efficacia l’idea di una società divisa, incattivita e impaurita, che può essere governata e rimessa a posto solo con politiche securitarie e repressive, cioè quella idea di fondo che alla fine costituisce la vera cifra della destra salviniana. Opponendo a questa, una visione alternativa per cui – ancora prima dei contenuti che sono tutti quanti ancora da mettere a fuoco –  si sente la necessità di costruire una responsabilità sociale condivisa, una politica capace di progettualità e che necessariamente si alimenta della partecipazione, Dunque una visione, quella proposta dal movimento delle Sardine, che rifiuta il manicheismo, la semplificazione, e ancor più l’insulto e la demonizzazione dell’avversario.

E’ stata questa grande spinta politica e culturale che è stata fortemente in campo nella vicenda elettorale emiliano-romagnola e ha determinato la polarizzazione elettorale, ben di più e ben al di là della vulgata di un ritorno al bipolarismo come prodotto dell’esistenza di due schieramenti contrapposti, del pesante ridimensionamento del Movimento 5 Stelle che ha visto evaporare definitivamente la propria già malcerta identità di non essere né di destra né di sinistra, e anche dell’irrilevanza delle liste a sinistra del Pd che non hanno proprio capito ciò che si stava producendo nella realtà emiliana..

Serve però scavare ancora più a fondo per comprendere davvero ciò che ci consegna il risultato elettorale emiliano-romagnolo. Anche qui i dati sono molto chiari: non esiste più un’unica società regionale, tantomeno il modello emiliano. Anche in Emilia Romagna il tessuto sociale ed economico si è fortemente differenziato e si è determinata una ri-gerarchizzazione territoriale e sociale. Ciò è stato il prodotto, in primo luogo, del predominio delle logiche neoliberiste e mercatiste che, ancor più dentro la crisi, hanno messo in discussione il compromesso sociale costruito in passato e accentuato le disuguaglianze e alle quali, nei fatti, le stesse politiche di governo, nazionale e locale, del Centrosinistra si sono mostrate subalterne. Ce lo dicono gli stessi risultati elettorali, che, non a caso, vedono prevalere del Centrosinistra nelle aree più forti della regione ( Bologna, Modena e Reggio Emilia) e nella Romagna (con l’eccezione di Rimini), mentre nelle province di Piacenza, Parma, Ferrara e Rimini, fuori dall’area forte si estende una cintura dove la Destra è maggioritaria. Così come il centrosinistra realizza i risultati migliori nelle aree urbane e nei Comuni medio-grandi, come già ci aveva avvertito sempre l’Istituto Cattaneo sin dalle elezioni europee dell’anno scorso.

In proposito possiamo anche utilizzare, in modo emblematico, anche la situazione di Ferrara, dove nel Comune capoluogo la destra subisce un arretramento rispetto alle elezioni comunali dell’anno scorso e la differenza tra i due candidati è favorevole alla Borgonzoni per soli 142 voti ( 48,05% per lei e 47,85% per Bonaccini), ma il risultato  degli altri Comuni della provincia fa sì che nella circoscrizione provinciale la distanza significativa a favore della candidata della destra ritorna pesantissima: 54,88% contro il 40,76% di Bonaccini.

Insomma, lo scampato pericolo non deve trasformarsi in un’autoassoluzione. Penso, prima di tutto, a una  tentazione, prima di tutto nel Partito Democratico: quella di pensare di avere battuto definitivamente la destra e quindi si poter proseguire in continuità con le politiche fin qui attuate, di occultare che ci sono grandi questioni irrisolte, invece di costruire un nuovo pensiero e un’azione politica adeguata alla situazione che si è squadernata di fronte a noi e di mettere in campo nuove politiche economiche e sociali. Occorrono cioè politiche concrete capaci di aggredire i nodi delle fratture e delle disuguaglianze sociali e territoriali, senza le quali non si potrà mettersi alle spalle il disagio sociale, l’insicurezza e l’incertezza sul futuro, che costituiscono il terreno di coltura su cui si innesta la propaganda della destra razzista e autoritaria.

Tutto questo vale anche per Ferrara. Per risalire la china è possibile, ma solo se non ci si culla nell’illusione che basta aspettare gli errori dell’attuale Amministrazione. Servono invece, e contemporaneamente, forte mobilitazione sociale e nuova progettualità per prefigurare la città del futuro.  Non saranno sufficienti iniziative puntuali ma frammentate, né ragionamenti astratti sulla città ideale: abbiamo bisogno, con pazienza ma determinazione, di individuare alcuni punti di fondo che costituiscano il cuore di un progetto – innovativo, attrattivo e vincente – per la Ferrara dei prossimi anni e, nello stesso tempo, far crescere su questi temi partecipazione e attivazione delle persone. Non è una strada né facile né breve, ma probabilmente l’unica efficace.