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Il Cantagiro delle sardine non si ferma. Con tre buone ragioni da portare in piazza

Il 10 dicembre a Torino erano in 40.000: un colpo d’occhio impressionante. Il ‘Cantagiro’ delle sardine non si arresta, anzi, ad ogni tappa il branco si ingrossa. Preoccupa (o spaventa) Matteo Salvini, convinto fino a qualche settimana fa di non avere rivali: nelle piazze, nelle urne, nella testa degli italiani. E imbarazza sempre di più cronisti, commentatori, analisti politici. Chi sono queste sardine? Da dove sbucano? E perché proprio adesso?  In un’Italia infestata dai sondaggisti, non poteva mancare un’ultima, fatidica e stupidissima domanda: quanti voti prenderebbe un futuribile Partito Delle Sardine?

Agli indovinelli sulle sardine di cui sopra, leggo e ascolto risposte di ogni tipo. Spericolate analisi sociologiche e confronti con passati moti di piazza, denunce di infantilismo o accuse di essere il frutto di un diabolico complotto del Partito Democratico. Nessuno però, visti i numeri e la tenuta del movimento, sembra più disposto a ‘sottovalutare il fenomeno’. Nessuno si augura più la fine delle sardine, e se in cuor suo lo spera, si guarda bene dal dirlo. Da Sinistra, ma anche da Destra, si moltiplicano i tentativi di entrare, di aggiungersi, di mettere il proprio segnaposto alla tavolata delle sardine. Perfino Casa Pound (ingoiando anche Bella ciao) vorrebbe andare in piazza San Giovanni con le sardine il prossimo 14 dicembre. Pericolo sventato, per fortuna!

Ogni giorno che passa, ogni piazza che riempiono, le sardine sono sempre più blandite e corteggiate. Per tanti, però, si portano sempre dietro il loro peccato originale. Il peccato di essere solo contro. Di rimanere nel vago, di agitare un desiderio diffuso ma confuso. Di non aver definito un programma, di non indicare proposte concrete per salvare l’Italia. Peggio ancora – e per le sardine sarebbe proprio il colmo – di non essere né carne né pesce.

A me invece il sentiero imboccato dalle sardine sembra chiarissimo. Ci sono comportamenti, gesti, segni, che raccontano molto di più di un programma politico. Ad esempio queste tre ‘piccole’ cose.

Una piazza senza centro. Le piazze delle sardine non hanno un palco, un capo, un comizio, un leader unico arringante con codazzo di comprimari. Non c’è un sopra e un sotto. Non c’è un centro e una periferia. Non ci sono bandiere. Non c’è servizio d’ordine. Non è forse già questa una proposta di nuova democrazia?

Cantare Bella ciao. Un inno, così è stato definito, non si sceglie per caso. Cantare Bella ciao in tutte le piazze è il contrario della nostalgia. Significa togliere dal dimenticatoio l’antifascismo e i suoi valori e metterli al centro del presente, riprendere in mano la nostra Costituzione incompiuta e proporla come guida di una politica italiana immiserita dalle schermaglie dei vecchi partiti. Significa proporre un’idea solidale di patria, come quella di Sandro Pertini, o di Carlo Azeglio Ciampi, o di Giuseppe Dossetti.

Un libro in mano.  Da qualche giorno – l’idea mi pare sia partita con la manifestazione di Ferrara del 9 dicembre – le sardine vanno in piazza con un libro in mano..Anch’io avevo la mia proposta di lettura; e ognuno alzava in alto il suo libro: indicava un tema, un argomento, una denuncia, una proposta. Molto di più di una mozione d’affetto per la cultura – e quanta ce ne vorrebbe per questa Italia distratta – ma una miriade di indicazioni per una classe politica che si occupa di tutt’altro.

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Specchio, specchio delle mie brame…

Con chi vi confidate? Amici o perfetti estranei. Nickname e Riccarda, nella puntata precedente di A due piazze, hanno ragionato su cosa sia meglio (e più autentico) fare. Una lettrice ci scrive.

Specchio, specchio delle mie brame…

Cara Riccarda e caro Nickname,
Lo sconosciuto a cui ci raccontiamo è il nostro specchio psicologico, il nostro saggio grillo parlante sulla spalla. Lo sconosciuto mostra la strada della coerenza, dell’equità, dell’onestà emotiva, dell’Eden dei sentimenti… Non so voi ma io ho dato ferie al mio animaletto ed ogni tanto scendo nel purgatorio di chi mi conosce e che è in grado di rimescolarmi nel profondo.
S

Cara S,
Quello sconosciuto di cui parli, così lucido e onnisciente, non mi piace per niente. Dalle ferie passerei direttamente alla quiescenza.
Riccarda

Cara S,
È proprio il fatto di non conoscermi che me lo fa scegliere come confidente. Il grillo di cui parli tu mi conosce fin troppo bene e fa il fenomeno: mi riempie di consigli non richiesti. Peccato che non abbiano mai a che fare con quello che io voglio, ma con quello che gli altri si aspettano da me. In questa speciale abilità non ho bisogno di consigli, quindi… aspettativa a tempo indeterminato per lui. Se mi riuscisse, sarei un signore.
Nickname

La rubrica ‘I Dialoghi della vagina’ va in vacanza, vi aspettiamo mercoledì 22 gennaio per riproporre nuove storie, domande e riflessioni. Buone feste a tutti!
Riccarda e Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Il giardino immaginario divenuto reale

Per definizione, la fantasia è sempre capace di superare la realtà. Ma quando riesce anche a divenire reale, lo stupore che suscita è più forte di qualsiasi immaginazione.

Passeggiare per le strade di Ferrara vuol dire attraversare incroci ciottolati, incontrare volte di pietra e ammirare edifici dalle facciate singolari. Se però fossimo in grado di spiccare il volo, i nostri occhi vedrebbero qualcosa di totalmente diverso. Una città immersa in un verde nascosto, che senza timore si estende negli interni delle costruzioni, invisibili da terra. Sì, ma non tutto, fortunatamente, si nega alla nostra vista. L’unico giardino formale, ovvero con predominanza di forme geometriche, compiuto e ancora oggi superstite a Ferrara si trova nel Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro, ed è aperto al pubblico. Al suo interno, lungo la Via della Ghiara – l’attuale Via XX Settembre – fu realizzato in età rinascimentale un giardino di rappresentanza, che si sviluppava a Est del palazzo, insieme con una stalla e delle fabbriche. Le intricate vicende successive dello splendido edificio estense annoverano modifiche dei terreni, con vendite e novità nelle destinazioni d’uso, le quali non sono riuscite a tramandarci altro che una minima frazione di ciò che doveva essere l’antico giardino. Ma negli anni Trenta del Novecento un nuovo giardino prese forma sul versante meridionale, in pieno stile neorinascimentale e con una estensione minore rispetto all’originale. Fu una sorta di esperimento, ben riuscito, e il laboratorio fu un’area del Palazzone dove in parte si estendevano i vecchi orti. Il terreno, prima dell’opera, si presentava in massima parte senza alberi, con ambienti erbosi molto aperti ma anche segni tangibili di attività umane, come vegetali coltivati o che hanno un legame con ambienti antropici. Numerose erano le graminacee, piante diffuse in tutto il mondo, sia spontanee sia frutto di agricoltura. Già nel Quattrocento la zona del successivo giardino si configurava in tal modo: gli orti erano di medie dimensioni e si alternavano con aree adibite a prati o terreni incolti soggetti a calpestio. Si pensa vi fosse un importante impianto idraulico nelle vicinanze; il paesaggio era infatti alquanto diverso rispetto a oggi, più umido per l’acqua che lambiva Ferrara. Molti cereali, inoltre, erano presenti, o perché coltivati, o perché trasportati nel palazzo. Dal Cinquecento, le coltivazioni dovettero ridursi in maniera consistente, e in contemporanea dovettero subire un incremento gli impianti idraulici attivi, testimoni di una cura maggiore nei confronti dell’area circostante il palazzo. L’incuria dei secoli successivi ha invece cancellato diverse tracce del passato splendore, ma dai documenti e dalle analisi effettuate sappiamo che tra le piante coltivate figuravano la rapa, la bieta, la senape, la cicoria, la lattuga e la menta. Crescevano piante da frutto quali la vite, il noce, il ciliegio e forse arbusti come l’erica. Tra gli alberi, ecco la quercia, il carpino, il nocciolo, il frassino e l’olmo, ma anche il pino e l’abete. Fino agli inizi del secolo scorso l’area fu adibita a orto, anche se tra Sette e Ottocento si verificò la demolizione di un muro di cinta che tagliava trasversalmente il giardino con un ingresso allo spazio esterno, coltivato a orto e frutteto. Completamente immaginaria fu la ricostruzione che un disegnatore tecnico effettuò negli anni Trenta: quella giunta sino a noi è un’invenzione grafica che ambiva a riproporre un modello ideale di giardino rinascimentale ferrarese. Da allora, vari altri interventi, come il famoso labirinto, si sono succeduti, non sempre affini all’originaria identità neorinascimentale del giardino, per giungere infine alla ricostruzione attenta che nel 2010 ha presentato alla cittadinanza un giardino restaurato e pronto a essere vissuto. Grazie a tutto questo, è ancora possibile apprezzare sia il disegno formale del giardino novecentesco sia le aggiunte considerate ormai non più alienabili. E’ il caso del labirinto e della galleria di rose, elementi divenuti tipici del giardino.

Nonostante sia il risultato di un’invenzione fantasiosa, la pregevolezza del giardino attuale non stona con il contesto in cui si trova, ma anzi è segno di un efficace dialogo tra antico e moderno.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Non tutte le notizie fanno notizia

La notizia è che i nostri quindicenni non sanno leggere, se non fosse che a non saper leggere sono i giornalisti che l’hanno lanciata e quegli onorevoli che siedono alle Camere per i quali i dati Pisa proverrebbero dall’università omonima anziché dal Programme for International Student Assessment promosso dall’Ocse.
Il fatto è che la notizia non fa notizia e che niente di nuovo si muove sotto il sole mediterraneo del bel paese o tra le acque che limacciose esondano da Venezia a Messina.
Gli ultimi dati a confermare quello che già sapevamo, li ha prodotti l’Invalsi di casa nostra, con le prove somministrate per la prima volta, dal 4 al 30 marzo di quest’anno, anche agli studenti di quinta superiore.
Se ne è discusso per l’estate, neppure tanto tempo fa, e la situazione, o meglio la notizia vera, è sempre la stessa: il nostro sistema scolastico non è in grado di colmare gli svantaggi a partire dal divario tra nord e sud, tra chi è benestante e chi non lo è, tra chi frequenta un liceo e chi un istituto tecnico o professionale oltre alle differenze dovute all’appartenenza di genere.
Il sistema dell’istruzione così com’è presenta diverse falle, avremmo bisogno di luminari al capezzale del malato, ma le casse dello stato non ci consentono neppure questa spesa. Debole il paese, debole l’istruzione, difficilmente si può andare da qualche parte.
I nodi da sciogliere sul piano culturale sono tanti, dalla considerazione che questo paese ha delle generazioni che crescono all’attaccamento ad una visione tradizionale dello studio, che ancora identifica nell’istruzione classica il modello massimo di formazione come nel secolo passato e come se il mondo fosse sempre lo stesso.
Terreni che da noi sono di aperto scontro, ma sarà necessario che prima o poi le teste d’uovo nazionali decidano di scontrarsi e di fare questa battaglia una volta per tutte, non si può continuare a trascinarsi nella pigrizia, se mai continuando a cullarsi nelle geremiadi del temporis acti o nella laudatio scamni.
Anche il rapporto scuola e lavoro costituisce una questione strategica per il nostro sistema formativo che non può essere condizionata da ideologie protestatarie o dall’insipienza di qualche imprenditore.
Intanto bisognerebbe preoccuparsi che frequentare un istituto tecnico o professionale non fosse un declassamento, ma l’opportunità di qualificarsi per una specifica identità culturale e formativa.
Invece avviene che la scelta di iscriversi ad un istituto tecnico o professionale è suggerita dai professori a quegli studenti che hanno accumulato insuccessi scolastici. Questa è ancora la mentalità radicata nella nostra scuola e nel paese, per cui tecnici e professionali, impegnando più la pratica che l’astrazione, sono adatti a chi non si rivelerebbe particolarmente portato per gli studi.
Anche questa questione primo o poi si dovrà avere pure il coraggio di affrontarla. Nel frattempo assistiamo impotenti al fallimento del decollo nel nostro paese dell’istruzione tecnica superiore, che potrebbe costituire un nodo strategico per la nostra ripresa economica.
Cito questi temi convinto come sono che sia difficile mettere mano utilmente al nostro sistema formativo se non si liberano le menti da vecchie incrostazioni che durano nel tempo e che condizionano i pensieri del paese sull’istruzione.
Una di queste incrostazioni è la tendenza a identificare l’apprendimento con la scuola, che ci sia un’età del gioco e una dello studio con la sua fatica, come se il gioco dell’infanzia non fosse a sua volta studio e fatica, non a caso abbiamo aperto le “scuole dell’infanzia”, archiviando gli “asili”.
Ho insegnato a leggere a mio figlio che aveva tre anni, con il metodo Doman. Da allora e ancora più oggi sono convinto che non si debbano attendere i sei anni per apprendere a leggere e a scrivere, che i tempi e le occasioni della nostra epoca non sono più quelle di ieri.
Si nasce che si è immersi in un mondo di icone, e tra queste icone tante sono le parole che spuntano da tutte le parti, sui manifesti, sui muri, sugli oggetti, sui libri che passano tra le mani di bambine e bambine, perché rinviare la possibilità di decodificare quelle icone a cui gli adulti danno voce e significato?
L’abitudine come la famigliarità con il libro vanno appresi da subito, più si va avanti, più si rimanda e più sarà difficile famigliarizzare con la curiosità e col leggere non come fatica ma come piacere, come atto spontaneo e naturale.
Certo non si può insegnare a leggere a tre anni come a sei, bisogna saperci fare, darsi da fare per prepararsi e per cambiare.
Si entra nei terreni dell’educazione permanente e dell’educazione incidente, altre questioni che la cultura della scuola ha necessità di affrontare prima di parlare di scuola e dei suoi cambiamenti.
Forse le ricette per invertire gli esiti delle prestazioni in lettura e in scienze dei nostri quindicenni alle prove dell’Ocse Pisa stanno più qui che nell’insistere ad essere come siamo, considerato che dal 2009 al 2018 le nostre performance sono andate peggiorando.

I genitori di tutto il mondo lanciano un appello urgente per un’azione per il clima

Da: Ufficio Stampa Parents For Future Ferrara

222 gruppi di genitori di 27 paesi hanno sottoscritto un accorato appello ai negoziatori del summit sul clima delle Nazioni Unite – COP25 – in corso a Madrid per spingerli a un’azione ambiziosa e urgente sul clima per proteggere la salute dei nostri figli, le loro vite e il loro futuro climatico prima che sia troppo tardi.

I genitori dei gruppi Parents per il Clima di 27 paesi, hanno firmato un sentito appello chiedendo ai delegati di riflettere sul loro amore per I propri figli, e per estensione di agire per il bene di tutti I bambini. Parents For Future Ferrara è uno dei gruppi che ha firmato la dichiarazione.

La dichiarazione chiede ai delegati che stanno negoziando alla COP25 di Madrid, molti dei quali sono genitori, di ricordarsi del loro duplice ruolo di genitori e negoziatori quando lavorano per affrontare l’emergenza climatica che colpirà tutti i bambini di oggi e le generazioni a venire.

“Le catastrofi legate al clima sono diventate la norma e i bambini stanno perdendo la salute, la vita e il futuro a causa del caos climatico. Non possiamo accettare che questo sia il mondo che stiamo consegnando ai nostri figli “, afferma Jesus Garcia, un rappresentante del gruppo climatico Madres Por El Clima dalla Spagna.

La dichiarazione sottolinea che gli attuali impegni politici ci mettono sulla buona strada per un catastrofico aumento della temperatura globale di 3-4 ° C. Ogni ulteriore tonnellata di carbonio emessa ci avvicina a pericolosi punti di non ritorno, che potrebbero minare la civiltà umana nell’arco delle nostre Vite e quelle dei nostri bambini.

“Con ogni tonnellata di carbonio rilasciata, gli impatti climatici saranno aggravati. Milioni di bambini, specialmente nelle aree del mondo in cui i mezzi di sussistenza sono già ridotti da povertà, scarsità d’acqua e siccità, saranno i più colpiti. Questa è un’ingiustizia morale e, come genitori, non staremo a guardare mentre i bambini vengono derubati del loro futuro.”, afferma Cherise Udell, mamma di due figli dello Utah Moms for Clean Air, negli Stati Uniti.

I gruppi firmatari sottolineano che il vertice ONU sul clima è un’opportunità cruciale, soprattutto per i genitori nei negoziati, di difendere i bambini e agire con coraggio per attuare azioni ambiziose per il clima in linea con il mantenimento di un aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 ° C.

“Ogni persona nei negoziati ha la responsabilità di agire per garantire che i diritti dei nostri figli siano salvaguardati e di ignorare gli interessi aziendali acquisiti e lo spettacolo della politica. Abbiamo bisogno di una leadership coraggiosa piuttosto che aspettare che i singoli paesi ci guidino”, afferma Isabella Prata, madre di due figli, del gruppo di genitori per il clima Parents For Future Brasile / Famílias pelo Clima.

“Questa dichiarazione congiunta è il risultato di un’unione di genitori di tutto il mondo per chiedere un’azione per il clima, poiché la mobilitazione dei cittadini sta crescendo in tutto il mondo. Questo è un momento storico e abbiamo bisogno che i decisori politici – in particolare i genitori tra loro – agiscano per conto dei nostri figli “, afferma Frida Berry Eklund, madre di due figli del gruppo svedese di genitori climatici Föräldravrålet.

La dichiarazione completa è stata tradotta finora in 20 lingue e un elenco aggiornato dei firmatari è disponibile su plea.parentsforfuture.org. La dichiarazione rimane aperta per l’adesione di ulteriori gruppi di genitori per il clima. La dichiarazione è nata su iniziativa dei genitori appartenenti ai movimenti Our Kids’ Climate e Parents For Future.

Our Kids’ Climate è una coalizione di 56 gruppi di genitori per il clima di 18 paesi, uniti per l’azione per il clima. Our Kids’ Climate nasce nel 2015 e ha rilanciato la sua collaborazione alle Nazioni Unite nell’aprile 2019

Parents for Future sono tutti i genitori che s’impegnano con il movimento For Future che si ispira a Greta Thunberg, e è ciò ha dato il via agli scioperi scolastici in tutto il mondo con I Fridays For Future. Nell’ultimo anno è cresciuto molto rapidamente e ora ci sono centinaia di gruppi e molte migliaia di genitori che agiscono con gruppi di base in almeno 23 paesi.

PER CERTI VERSI
Stropicciami

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

STROPICCIAMI

Stropicciami
Stropicciami tutto
Completamente
Stropicciami le anche
Stropicciami i pensieri
Le labbra
Le parole di oggi
Di ieri
Stropicciami le pause
I silenzi
Il mare dentro
Stropicciami
Come uno straccio
Un albero
Un giorno nebbioso
Un soffio di luna
Stropicciami
Il cuscino
Le nuvole
Il ventre
I polmoni
Le ossa
I miei maglioni
Stropicciami
Le guardie del corpo
E stendimi come una sfoglia
Sul selciato
Stropicciami gli occhi
Che non ci credo

Santi, Madonne e uso strumentale della fede

Daniela Santanchè (Santadechè, per Roberto D’Agostino) fa il presepe. Lo fa anche Giorgia Meloni.
Matteo Salvini, invece, è in presa diretta nientemeno che con la madonna di Medjugorjie per attaccare il premier Giuseppe Conte (bis): “Per chi crede – ha detto a Porta a Porta da Bruno Vespa – la madonna ha dato un messaggio: le persone si giudicano dallo sguardo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa”, parlando a proposito del meccanismo europeo di stabilità, il Mes.
Inevitabili le reazioni sui social.
A Propaganda Live, la trasmissione tv condotta da Diego Bianchi, qualcuno ha fatto presente al leader della Lega: prima le madonne italiane.
Non è stato da meno Maurizio Crozza che, sull’onda dell’autarchia mariana, gli ha maliziosamente suggerito la madonna di Loreto. Suggerimento subito ritirato perché la madonna è, notoriamente, nera.
Sono solo gli ultimi episodi di un utilizzo a piene mani di simboli religiosi del cristianesimo che dura da mesi: dal cuore immacolato di Maria, ai crocefissi.
È noto il senso che, in netta prevalenza, esponenti della destra italiana da tempo attribuiscono alla riproposizione dei simboli religiosi, funzionali alla riaffermazione orgogliosa di un’identità di popolo, nazione, cultura.
Identità che rischia la diluizione, lo smarrimento, l’irrilevanza, in un processo di globalizzazione che, contrariamente alle euforiche premesse, sta ingrossando le schiere degli sconfitti più che dei vincitori (almeno in Occidente).
Come conferma anche l’ultimo rapporto Censis, basta guardare il retroterra sociologico di chi sostiene, in termini di consenso, la riproposizione di un sovranismo in opposizione a processi d’integrazione ai più vari livelli: europea (sempre più sinonimo di banche e establishment), sociale, culturale, etnica, religiosa.
Così riprendono quota slogan tesi a sdoganare la fierezza di essere parte di un’identità da rivendicare, tutelare e difendere. “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, ha gridato la numero uno di Fratelli d’Italia lo scorso 18 ottobre a Piazza San Giovanni a Roma.
Parole, analisi e teorie, che da tempo si stanno saldando, fino al pericolo agitato della “sostituzione etnica”, e che fanno presa in un brodo sociale di paure (anche abilmente alimentate da una possente macchina organizzativa) che contraddistinguono il nostro tempo.
Non è facile capire come si possa argomentare un controcanto che abbia chance di successo a una narrazione che, nonostante chi ancora si ostina a sminuirne i più che prevedibili esiti, poggia su un terreno storico particolarmente fertile, sta mietendo consensi e, a quanto pare, può contare su una potenza di fuoco assolutamente da non sottovalutare.
Sul terreno dei simboli religiosi, si potrebbe provare con maggiore e paziente decisione a smontare l’utilizzo strumentale che se ne sta facendo.
Chi utilizza il presepe come simbolo d’identità o come bandiera da contrapporre ad altre identità avversarie, dimostra di non comprenderne il significato, snaturandone e capovolgendone il messaggio.
Lo dicono teologi e biblisti.
Per il vangelo di Luca il presepe – “mangiatoia” – è il venire al mondo del salvatore che si rivela ai pastori, non nel senso bucolico e consumistico troppe volte abusato, con tanto di bestiario variamente e coreograficamente allestito: pecore, galline, oche e altra fauna da cortile.
Pastori sono gli “irregolari”, che non sono i buoni credenti regolari del tempo.
Scrive il teologo Andrea Grillo: “La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia dell’irregolarità dei pastori”.
Nell’evangelista Matteo la dose sarebbe addirittura rincarata.
“La tensione – prosegue il teologo – è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e l’ostilità viscerale dei residenti regolari e dei Governatori”.
Se leggere il testo biblico con aderenza al senso delle parole vuol dire questo, allora il presepe significa letteralmente che ultimi, stranieri e irregolari, sanno riconoscere Gesù, mentre i potenti (Governatori), regolari e uomini perbene, cercano di ucciderlo.
Altro che “soprammobile borghese” – prosegue il teologo – o vessillo identitario da affermare orgogliosamente in senso escludente e oppositivo.
Il presepe è una provocazione, cui si cerca ancora di mettere il silenziatore proprio perché è una provocazione spiazzante, urticante.
Non quindi la coreografia natalizia di un’italianità fieramente cristiana, ma un messaggio anti-identitario di un dio che si spoglia della propria onnipotenza per manifestarsi agli ultimi, gli esclusi, gli stranieri, gli irregolari.
E lo fa venendo al mondo in una mangiatoia perché, come diceva Elios Mori, per loro (Giuseppe e Maria) non c’era posto altrove. E questo non esserci posto per il salvatore è tuttora il monito più dirompente del presepe di San Francesco a Greccio, come messaggio di pace e di salvezza per l’umanità intera, anche per chi non siede a tavola.
Discorso analogo andrebbe fatto per la morte in croce di Cristo.
Un Dio che prima si fa carne (il cristianesimo è l’unica religione al mondo), cioè l’infinito che si fa finito, e poi – da innocente – accetta, impotente (l’onnipotente) di morire (cioè l’infinito che finisce) in croce come un delinquente.
Cosa c’è di esaltante identità in questa manifestazione estrema di impotente amore, che sul punto di spirare chiede di perdonare i suoi assassini perché non sanno quello che stanno facendo?
E sarebbe bastato ascoltare bene quelle parole per evitare secoli di antisemitismo anche nella chiesa.
Uno che tempo prima aveva detto ai suoi dodici che il vero merito non è tanto quello di amare i propri amici, quando di riuscire ad amare i nemici.
E così, fedele in tutto e fino alla fine, anche sulla croce ha parole di perdono-amore per i propri aguzzini.
La croce più che un segno da usare come una clava identitaria, è il culminante e sconcertante esempio di spoliazione dell’identità; un’ennesima testimonianza di povertà, come avrebbero detto Giacomo Lercaro e Giuseppe Dossetti.
Se, allora, tutto questo ha un senso, perché non si sentono le voci – non tanto dettate dal rancore ma comunque pubbliche – di conferenze episcopali, preti e associazionismo cattolico, per sconfessare quest’uso bestemmiato di simboli religiosi del cristianesimo?
Perché si assiste, invece, al loro clamoroso, esibito e ostentato capovolgimento semantico, funzionale a un discorso la cui portata complessiva non ha alcuna aderenza al testo biblico?
Qui non si tratta della solita divisione nel cattolicesimo tra progressisti e conservatori, ma del significato letterale della radicalità evangelica, che irrompe nelle coscienze come una vera e propria provocazione rispetto a ogni perbenismo accomodante e, ancor meno, operazione di potere.
O deve forse bastare la voce di Camillo Ruini, che usa parole di dialogo con chi torna a usare il cristianesimo con toni da crociata?

De Nittis ai Diamanti, precursore dell’immagine in movimento e della street

Un tovagliolo stropicciato sul bordo della tavola, un boccone di pane spezzato, il succo rosso di una bevanda rimasto nel fondo di un bicchiere. La tavola imbandita della “Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis ha dentro qualcosa che incrina l’equilibrio ordinato ottocentesco e fa vacillare con garbo il canone della descrizione celebrativa. Il quadro, che fa da copertina alla mostra “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo” appena inaugurata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, contiene infatti quella dose di scompiglio esemplificativa della carica di rinnovamento portata in Francia dal pittore italiano.

“Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis – olio su tela, 1883

Ai dettagli di piccolo caos quotidiano che esce dai canoni tradizionali si aggiunge la posa del ragazzino che piega la testa verso terra, alla sua destra, contrastando con l’atteggiamento composto ma comunque disinvolto della giovane donna: anche la mossa imprevista va a interrompere la staticità studiata che di norma sarebbe richiesta per la posa davanti al ritrattista di famiglia. Il movimento fa pensare che uno dei personaggi ritratti abbia trasgredito alla necessaria immobilità nell’attimo in cui il fotografo premeva sul pulsante dello scatto. La tela, però, è quella di un quadro dipinto, non una stampa fotografica. Ed è in questi particolari che sta la “rivoluzione dello sguardo” del titolo dell’esposizione, allestita ancora una volta con una capacità sottile di studio e accuratezza non convenzionale dalle curatrici di FerraraArte, che aprono al grande pubblico nuovi scorci della storia dell’arte, mostrando artisti e opere in un contesto che dà informazioni inedite.

“Tra le spighe di grano” di Giuseppe De Nittis, 1873
“Donna col parasole” di Claude Monet, 1886

[cliccare sulle immagini per ingrandirle e guardarle per intero]

In questo caso il visitatore che esce da Palazzo dei Diamanti si arricchisce con la conoscenza di un pittore che – spiega la curatrice Barbara Guidi – “alla sua epoca era ricco e famoso e poi in qualche modo è stato accantonato e dimenticato, perché nel frattempo è arrivata la carica dirompente dell’Impressionismo, che non ha spezzato solo i canoni di quanto viene rappresentato, ma anche il modo e la tecnica di rappresentazione”, smembrando bordi e confini per affidare ad aloni luminosi e sfuocati l’impressione di un insieme che perde la definizione dei tratti. Ecco: una rivoluzione più grande e che, in quel momento, fa piuttosto scandalo finendo per far cadere nel dimenticatoio uno dei protagonisti della storia dell’arte di quell’epoca. Innovatore più moderato è De Nittis, che ora viene riportato sotto i riflettori per raccontarci cosa è successo alla pittura, per mostrare il contributo innovativo di un artista finito all’ombra dei suoi coetanei più estremi, che forse – però – qualche debito con lui ce l’hanno. L’arte comincia ad affacciarsi alla modernità grazie anche al pittore originario di Barletta. Perché De Nittis scardina per primo le regole accademiche della pittura che dominavano fino all’Ottocento. “Non dimentichiamoci – fa notare ancora Barbara Guidi – che la Francia è sempre stato un Paese aperto sì, ma molto nazionalista; e per un italiano diventa più difficile competere con la memoria dei colleghi francesi che sono venuti dopo di lui. Ma tra De Nittis e gli impressionisti ci sono molto analogie, il clima che respirano è lo stesso, con diversi di loro diventa amico e i temi in molti quadri sono identici, solo che lui mantiene una maggiore leggibilità nei tratti, un dettaglio quasi fotografico che loro invece dissolvono”.

“Cantiere” di Giuseppe De Nittis, pastello su tela 1880-83

La fotografia è uno dei riferimenti imprescindibili come chiave di lettura della mostra. Il pittore stesso usa la macchina fotografica (anche se il materiale è stato disperso) e soprattutto è influenzato da questa nuova tecnica e dalla modalità di percepire la realtà che questa gli fornisce.
A dimostrare questo, in una sala è esposto un piccolo paesaggio parigino in bianco e nero che ritrae il quadro di De Nittis intitolato “Place de la Concorde” e che è importante perché la stessa inquadratura denittisiana viene poi ripresa dentro a uno dei bei filmati storici dei fratelli Lumière, proiettati all’interno della mostra ferrarese.

Riproduzione in fotoincisione dell’opera di De Nittis “Place de la Concorde”, 1883

“Quella fotoincisione in bianco e nero – dice la Guidi – è la riproduzione di un quadro di De Nittis del 1883, di cui si sono perse le tracce. De Nittis era così famoso che i Lumière sono voluti ripartire proprio dai suoi quadri, quando una quindicina di anni dopo decidono di fare riprese cinematografiche della città. Così filmano la vita che scorre in place de la Concorde dalla sua stessa angolazione. De Nittis è uno dei punti di riferimento per i Lumière, uno dei fratelli è pittore lui stesso e, comunque, la loro è una cultura è prettamente pittorica”.

Riprese realizzate dai fratelli Lumière prendendo spunto dalle inquadrature dei quadri di De Nittis (foto Giorgia Mazzotti)

“De Nittis – prosegue la Guidi – ha uno stile pre-cinematografico, ha quella capacità propria del fotogramma di fermare la vita e la realtà che passano davanti ai suoi occhi”.

Ritratto di donne dal finestrino di una carrozza di De Nittis

Non a caso in una delle sale della mostra viene dato spazio proprio alle opere dove lui applica la tecnica di ripresa dal vivo del mondo esterno, attraverso l’apertura del finestrino della sua carrozza, quasi uno street-fotografo ante litteram, in un’epoca dove la fotografia si affacciava ancora alla sua fase pionieristica. In questa direzione vanno le tele che rappresentano scorci di città che sono anti-cartoline e che anticipano un’idea documentaria, se non addirittura di avanguardia contemporanea. È il caso delle opere dedicate a siti industriali, con i fumi che escono da una centrale e i capannoni, a partire dal pastello su tela intitolato “Cantiere” (1880-83) che ritrae i fumi di una centrale elettrica, ma anche all’olio coi “Capannoni di una stazione ferroviaria” (1877). Senza dimenticare il quadro che riprende il palazzo avvolto dalle impalcature con i manifesti pubblicitari attaccati alla base: “La place des Pyramides” del 1875. Dire che anticipa l’arte contemporanea di Christo è forse un po’ ardito, anche se quel palazzo imballato fa ricordare i monumenti, i ponti e gli edifici fatti impacchettare dalla coppia di artisti della ‘land art’ contemporanea.

“La place desPyramides” di Giuseppe De Nittis, olio su tela, 1875
“Reichstag impacchettato” di Christo e Jeanne Claude, Berlino 1995

In quest’ottica è perfetto il rimando contenuto nella mostra di sculture in ceramica, esposte alla home gallery di Maria Livia Brunelli, che fa rimbalzare ad oggi gli oggetti al centro delle opere d’arte ottocentesche. Alla Mlb gallery – sulla stessa strada di corso Ercole d’Este, ma al civico 3 anziché al 21 dove è Palazzo dei Diamanti – è allestita l’esposizione “Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità” con quelle tazze da tè in porcellana e quelle posate d’argento che sembrano uscite dalla tavola della colazione di De Nittis con un’estremizzazione tutta contemporanea del concetto di disordine e caos.

Tavola con i “Frammenti di quotidianità” di Bertozzi & Casoni alla Mlb gallery di Ferrara (foto GioM)

Ecco allora le tazzine che si accatastano una sull’altra colme di resti di cioccolato e caffè, dentro ai quali galleggiano pillole con intorno bucce di mandarini, banconote accartocciate, cicche di sigarette e ogni genere di residuo dei nostri invadenti consumi. Nature morte che si trasformano in composizioni impudiche ma attraenti, con quel gusto per la decadenza e per gli accumuli che rimanda a certe nature morte seicentesche dove la presenza del teschio ricordava la vanità della vita materiale, ma che rimanda anche agli accumuli trasformati in scultura che tornano nelle opere d’arte contemporanea.

Particolare di “Colazione” di De Nittis, 1883
Compressione di lattine di César, 1991
“Frammento con yogurt” di Bertozzi&Casoni, 2019

[cliccare sulle immagini per ingrandirle e guardarle una per una]

“De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara – Aperta dal 1 dicembre 2019 al 13 aprile 2020, tutti i giorni ore 9-19, sito web www.palazzodiamanti.it. Ingresso a pagamento.

“Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità”, Mlb Home gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara – Aperta dal 30 novembre 2019 al 13 aprile 2020, sabato ore 15-19 e in altri giorni su appuntamento al cell. 346 795 3757 o email mlb@mlbgallery.com, sito web www.mlbgallery.com. Ingresso libero.

Per il calendario delle conferenze e appuntamenti di visita alla mostra in corso a Palazzo dei Diamanti si può consultare anche la pagina del quotidiano online Cronacacomune del Comune di Ferrara al link www.cronacacomune.it/notizie/37834/mostra-de-nittis.html

Duemila firme (+65) per le biblioteche del Duemila: e se a Ferrara fosse nata una nuova opposizione?

Le sei di sera, mi telefonano: sono in ritardo, appena in tempo per portare le firme raccolte tra amici e colleghi. Raggiungo la piccola e attivissima Biblioteca Rodari di viale Krasnodar, il punto di raccolta. Un magro bottino, le mie firme sono diciotto. “E in tutto quante sono?”, domando. “Con le tue siamo a 2.064 firme!!!“. 2065, perché proprio in quel momento un’utente si avvicina al banco prestiti per firmare il foglio della petizione popolare.

Appena venti giorni fa il sindacato promoveva una raccolta di firme per rilanciare e qualificare il sistema bibliotecario cittadino, nuove assunzioni e nuovi investimenti ( vai all’articolo ). Facciamo strada alla cultura, recitava il titolo della petizione e il gran successo della raccolta firme dimostra quanto i ferraresi tengano alla cultura e alle proprie biblioteche. Alla mozione dovrà rispondere direttamente il Sindaco a cui i promotori (venerdì mattina è prevista la conferenza stampa) porteranno in dono le oltre duemila firme. Insieme a una serie di domande scomode. Quali sono i programmi sulle biblioteche della nuova Giunta? Si impegna o no ad assumere almeno 10 nuovi bibliotecari, visto che le biblioteche sono già in emergenza personale e molti operatori andranno in pensione nei prossimi mesi?

E in ballo c’è anche la questione della ‘Grande Rodari’. Dopo che la nuova Giunta ha deciso di concedere il piano terra delle Corti di Medoro al comando dei vigili urbani, cancellando il progetto di aprire lì una grande e moderna biblioteca per servire tutta la zona Sud di Ferrara, Il sindaco Alan Fabbri ha dichiarato che per la nuova biblioteca verrà trovata una nuova collocazione. Ma dove, quando, con quali investimenti? Anche su questo la petizione chiede una risposta precisa.

Per ora si può dire che la nuova Giunta leghista rischia di essere sommersa dalle petizioni e dalle firme dei cittadini ferraresi. Tutto è cominciato con le 1.000 firme per chiedere la ripubblicizzazione del servizio rifiuti, gestito ora da Hera in regime di proroga. La petizione era stata presentata la primavera scorsa al sindaco Tagliani e discussa nel vecchio Consiglio Comunale, non senza qualche imbarazzo anche in casa PD. Ora la patata bollente è passata nelle mani del Sindaco Fabbri e dell’Assessore Balboni che dovrebbe avviare il tavolo partecipato di studio sulla ripubblicizzazione del servizio di raccolta rifiuti. A settembre il Consiglio Comunale non ha deciso nulla, ma nei prossimi giorni l’Assessore Balboni incontrerà i promotori del Battito della Città e si vedranno le reali intenzioni della Giunta.

Dopo quella sulla raccolta rifiuti è stata la volta della firmatissima (con la biro e sul web) petizione popolare pro-panchine, innescata dalla campagna contro le panchine del vicesindaco Nicola Naomo Lodi. Per ora (è nota la recente figuraccia in Consiglio Comunale) sono state riverniciate e ricollocate solo una decina di panchine, ma il vicesindaco ha ribadito i suoi programmi bellicosi. La battaglia pro e contro le panchine è destinata a continuare.

Terza petizione, quella promossa dagli studenti universitari contro la recinzione e chiusura notturna di piazza Verdi, un’altra idea made in Naomo, con l’appoggio del Sindaco e i dubbi del giovane Balboni. Ma, la notizia è di questi giorni, a essere recintata e lucchettata, piazza Verdi non sarà l’unica – viste le dimensioni della stessa, alla fine assomiglierà a un campo di basket in uno slum di New York – perché il vero obbiettivo della ‘campagna parchi sicuri’ rimane la zona del Grattacielo. Anche lì aspettiamoci cancelli, reti e lucchetti. E più telecamere. E più luci. E presto (anche questa è una solenne promessa) le pistole ai vigili urbani.

Bisogna ammetterlo, la nuova Giunta a guida leghista ha grandi progetti per trasformare Ferrara in una ‘città sicura’. L’unico problema è che ai ferraresi, o almeno a molti di loro, questi progetti non piacciono per niente. Ai giovani poi, le maledette sardine, ancora meno.

Nel prossimo futuro, sono sicuro, arriveranno nuove petizioni. Forse sta cambiando qualcosa in città. Nonostante la vittoria schiacciante alle ultime elezioni, a Ferrara l’opposizione non è morta, anzi, sembra viva e vegeta. Ha cambiato solo location: invece che dai banchi del Consiglio Comunale, si esprime altrove: con le firme, le petizioni popolari, i flash mob, i raduni di piazza. E le sardine naturalmente.

Il mondo magico di Anna Darshi Ferraresi

L’arte è da sempre rifugio e fuga per l’uomo; lo trasforma, lo guida a meravigliarsi di fronte a forme nuove, a osservare i colori del mondo in cui viviamo con un’altra consapevolezza.
Le opere di Anna Darshi Ferraresi esprimono vitalità musicale, sicurezza, forza e audacia. Basta osservare una sua qualunque opera per constatare come i diversi elementi siano illuminati da una luce intellettuale piena d’amore. I suoi sono racconti romantici, dove il colore entra in una dimensione poetica attraverso un percorso astratto a esiti informali. La sua pittura è un intreccio di linee, una superficie a profili incisi con un’impostazione grafica.

Anna conferisce alla realtà una dimensione fantastica e fiabesca, calibrando segni grafici e colori, trasmettendo un’intensa musicalità ai segni e alle linee che si muovono sinuosi in una danza che permea molte sue opere.
Indubbiamente la nostra pittrice è affascinata dal colore e dalle forme geometriche: punti, segni, cerchi, spazi aperti e chiusi confinanti, sovrapposti.

La sua “figura del mondo”, pur avendo radici nella decantazione trecentesca, si è via via aggiornata attraverso Kandinskij, Klee, Mirò e le figurette volanti di Chagall.
Anna si diverte a sconvolgere ordini e prospettive, a scomporre forme attraverso le visioni della fantasia.
“La semplicità può essere profondità”, come affermava spesso Mirò.

Per la nostra pittrice non è sufficiente creare interessanti opere astratte ed informali, ma affronta anche l’arte del surrealismo producendo, seppur in numero limitato, i tarocchi dei “gatti magici”, mazzi di carte degli Arcani maggiori che hanno come soggetto il felino più amato e misterioso, il gatto, e che saranno disponibili durante l’evento espositivo.

Anna Darshi Ferraresi sarà ospite alla Sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro (Fe) dal 7/12/2019 (inaugurazione ore 16:00) al 21/12/2019.

Vite di carta /
La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

Vite di carta. La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

Molte cose accadono di mercoledì. Da molti anni registro che accadono perché al mio paese è giorno di mercato: aumentano le auto in circolazione, molte persone escono dalle case o affluiscono dai paesi vicini e dalla campagna per aggregarsi nella piazza.

Abbiamo una piazza grande a Poggio Renatico ed i banchi del mercato sono numerosi e vendono un po’ di tutto. Chi deve fare la spesa settimanale, oppure ha bisogno di andare per uffici aspetta il mercoledì; di mercoledì si possono depennare dalla lista delle commissioni da fare quasi tutte le voci, e se si arriva presto in piazza e non c’è troppa gente si riesce a fare tutto. Viva l’efficienza, che quando siamo indaffarati (e cioè, quasi sempre) diventa un valore.

Per me che ne scrivo il mercato del mercoledì assume da sempre un bel po’ di significati aggiunti. Mi entra in circolo una umanità così piena di umori che mi fa scattare dentro una sorta di corto circuito, e allora vanno a braccetto quotidianità e letteratura.

Anch’io faccio i miei giri entrando e uscendo dalla piazza, e mi fermo a parlare con tutte le persone che mi conoscono; molte di loro riesco a incontrarle solo in questo giorno della settimana. Pure, un doppio fondo nella mia valigia di parole mi accompagna e mi fa sentire la mia voce mentre parlo, mentre ascolto o mentre rispondo a domande. Mi fa stare dentro e fuori al tempo stesso.

Eccomi per esempio in una estate di molti anni fa, durante la mia adolescenza. Sono in piazza con mia madre che è la regina tra le bancarelle, conosce tutti i venditori sia che si tratti di compaesani, sia che vengano dai dintorni.

Il più distante è di San Pietro in Casale (inutile dire che la globalizzazione non c’è ancora) e parla un dialetto bolognese molto marcato. Ha un banco di scarpe molto belle, che espone in base ai prezzi raggruppando sotto la stessa cifra, in lire, i modelli più diversi e dai colori variopinti. Sono tutte scarpe da donna e sono campioni.

Oggi il venditore è più sornione del solito. A chi gli chiede se può provare un certo paio di scarpe risponde sì con la testa; chi invece gli chiede se ha l’assortimento dei numeri di un certo modello non ottiene risposta. Mia madre, che di scarpe e di pellami se ne intende, sferra un attacco dopo l’altro. Gira e rigira tra le mani un bel paio di mocassini color verde tenero, dalla linea affusolata e aggraziata, che mi invita a calzare. E intanto chiede di quale ditta sono, osserva che il pellame è di buona qualità, fa le prove per verificarne la morbidezza, mi sottrae e poi tiene con le due mani la scarpa destra e la piega ad arco trovando che si flette che è un piacere.

Io intanto. Mi trovo in mezzo tra l’entusiasmo di lei, così ciarliera in questo suo giretto del mercoledì (è l’unico svago che si prende durante la settimana, per molte ore ogni giorno la vedo seduta alla macchina per cucire, per cucire la pelle) ed il silenzio incantato che avvolge lui.

E ancora una volta lievito al di fuori dalla situazione; vedo mia madre e il venditore bolognese incastonati come diamanti in una bambagia dorata. Il caldo di luglio è appiccicoso come il miele. Le parole che lei ha pronunciato passano scavando piccoli cunicoli sospesi; sono tutte dirette verso di lui che è raggiunto dai tanti spruzzi di miele sonoro. Ma non parla.

Come? E la comunicazione dov’è? Mi sento indispettita per la noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole. Ho nella testa ben demarcate le liste di quello che si fa e di ciò che non si deve fare, come su di una lavagna quando alla scuola elementare tiravamo una riga centrale per scrivere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

Devono passare molti anni prima che io ritrovi la serena accettazione di mia madre nelle parole di un poeta. Leggo i testi che il grande Eugenio Montale ha scritto per la moglie Drusilla, quando rivela di lei la capacità di capire gli uomini “anche al buio” col suo “radar da pipistrello”. La Drusilla che dando il braccio al poeta ha sceso con lui le scale della vita ed ha mediato sapientemente il rapporto del marito con la quotidianità.

Come la Drusilla, mia madre ha capito che il bolognese è stanco, oggi. Oppure è avvilito per qualcosa. Va comunque lasciato “nel suo”. Le persone sono così: non c’è alcun bisogno di esprimere giudizi per una volta che sono “spastati”.

E così dai miei libri, dai tanti che ho letto, come se una seconda madre mi stesse parlando, ho imparato. E ancora leggo, e imparo ogni volta. Anche se non è mercoledì.
Sono davvero tanti. Da esprimere uno alla volta finché potrà avere vita questa rubrica.

Incomincio.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Confidarsi con l’estraneo…

La confidenza e l’intimità, secondo Nickname, fanno rima con prevedibilità. Ma è sempre così? Dialogo A due piazze fra Riccarda e l’amico Nickname sull’affidarsi a chi non sa nulla di noi .

N: E’ curioso. Quando penso di conoscere del tutto una persona, quando so in anticipo cosa mi risponderà, quando vedo in anticipo la piega di tacita disapprovazione che le si disegnerà sulle labbra, quando la sua prevedibile reazione segnalerà anzitutto la mia, drammatica, prevedibilità, sarà allora che perderò ogni confidenza con lei. La confidenza e la conoscenza diventano allora in proporzione inversa: più conosco una persona, meno le parlo. Meno la conosco, più mi confido. Quest’ultimo rischio contiene un elemento di assurdità: per quale motivo confidarsi con una persona sconosciuta? Credo sia una forma vile di rischio: le persone sconosciute non ci giudicano.

R: E’ un paradosso che funziona. Con le persone conosciute, crediamo di avere già riempito la nostra sagoma e che non ci sia più spazio, con le nuove conoscenze, invece, abbiamo ancora tutto da dire. Non so in quale situazione siamo più autentici: con chi non sa nulla di noi e ce la possiamo giocare ogni volta ma col rischio di riproporre il nostro modello, oppure con chi sa molto, ma sicuramente non tutto? Ed è in quello spazio lì che, credo, dovremmo rimescolare i discorsi e ammettere che possiamo essere cambiati in qualcosa che all’altro potrebbe essere sfuggito. Non è sempre tutto così drammaticamente prevedibile dell’altra persona.

N: A me capita di mettere la mia intimità nelle mani di sconosciuti, incontrati per caso e scelti per intuito. Io, che sono noto per essere riservato fino all’ermetismo. Io, che sono quello che per intuito non sceglie nemmeno il colore del maglione. Ma forse è solo tirchieria: non mi va di raccontarla a uno che ti chiede 50 euro l’ora.

R: Ecco, vedi? Il tuo ermetismo, la tua tirchieria, il tuo pensarti così e non ritrovarti più. Per il colore del maglione, tranquillo, la scelta si limita a poche nuances: il tuo incarnato detta legge.

Pensate anche voi, come Nickname, che sia più facile raccontarsi a uno sconosciuto con cui nulla è prevedibile? E nel rapporto di coppia? L’intimità profonda finisce per limitare la voglia di confidarsi?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

DIARIO IN PUBBLICO
A proposito di sardine: il movimento e l’azione

Cerco di arrivare a tempo all’appuntamento con le sardine ferraresi, ma la strada è lunga “eppur bisogna andar”. Sono di ritorno da Bassano dove un’importante riunione ha rimesso in carreggiata l’ingombrantissimo carro dei lavori canoviani. Ma giunto in città erano ormai le venti passate. Mi rimane quindi un’unica possibilità: quella di guardare le foto delle città invase dai pesci. Da Firenze mi giungono le immagini di Dora Liscia, la nipote di Giorgio Bassani, che esibisce – non per nulla è storica dell’arte cosiddetta ‘minore’ – la più bella e raffinata immagine del pesce (vedi immagine di copertina).
A Ferrara Sandra Chiappini fotografa un cartello del Castello insardinato alzato davanti a quello vero; ma ciò che mi piace è la compostezza, la serenità di queste folle che hanno in sé un requisito di cui si era persa da tempo ogni traccia: la gentilezza. Che è un comportamento non ipocritamente insegnato a noi generazioni del passato ma una riconquista dei giovani, stanchi dell’urlo, dell’odio, delle risse televisive che inquadrano bocche urlanti, canine, pronte ad azzannare e a farsi strada con ‘i vers’, avrebbe detto in dialetto mia nonna. Ecco contro chi s’oppone la meglio gioventù delle sardine: a quel film visto fino alla nausea che si potrebbe titolare “L’urlo e il sibilo” ,che come folate di vento distruttore soffia dovunque, da destra, da sinistra impelagandosi in mulinelli micidiali al centro della tempesta politica.
Sorge dunque una speranza. Riusciranno i nostri a imporre un cambiamento; o meglio a suggerirlo?
Non sono eroi per fortuna. Non ne abbiamo bisogno. L’atrocità o meglio la lugubre esaltazione di un eroe della strage del London Bridge dove un assassino accoltella la folla e quello che è divenuto l’eroe dei tabloid inglesi lo insegue e lo blocca. Si scopre che anche lui ha ucciso, spietatamente.
Si è ormai innestata una coerente immagine del movimento che appare finalmente lontana dalle strumentalizzazioni ma porta con sé un grande interrogativo. Ce la faranno questi ragazzi a far coincidere l’impulso della massa-persone con le regole della politica? Domenica sera ascoltavo il portavoce dei quattro ragazzi che hanno coordinato e proposto i raduni delle sardine che incalzato da Fazio non si esponeva, non si voleva esporre alle tentazioni della politica attiva. L’intento è più che nobile. La difficoltà consiste nel trovare quel ‘quid’ che trasformi la proposta, l’offerta in prassi politica. E qui che noi ‘grandi’ d’età, ricordando le lotte passate e le tante proposte avanzate nei decenni che poi si sono estinte proprio perché proposte ammirano e nello stesso auspicano che la flotta delle sardine riesca a risalire il mare e trovare un porto che le accolga e le trasformi in azione politica, solida barriera ai sovranismi e alla istigazione all’odio.

Il giorno dopo…
Rimpianti e buoni propositi di una sardina ritardataria

Quante sardine c’erano sabato sera in piazza? Nessuno si era portato il pallottoliere ma, dentro quel fitto fitto, contarle era un’impresa impossibile. Le stime divergono: una folla, forse 6.000 (La Nuova Ferrara); più di 6.000 (estense.com); per me eravamo di più, quasi 10.000. Diecimila? Ma dai, manco ci stanno 10.000 persone in piazza Castello. Sia come sia, il colpo d’occhio faceva impressione. Non ricordo a Ferrara un appuntamento politico tanto affollato. In piazza Castello è andata in scena la manifestazione più grande degli ultimi decenni. Ed è stata, prima di tutto, una grande festa.

 

Fin qui la cronaca, con una postilla molto istruttiva, il battibecco a distanza tra Lorenzo Donnoli, uno dei giovani promotori delle sardine ferraresi, e il sindaco Alan Fabbri. Fabbri voleva incontrare gli organizzatori, ma Donnoli ha declinato l’invito: “La parola d’ordine è Amore, e a Ferrara abbiamo un sindaco che si fotografa mentre umilia un senza tetto: la sua offerta di dialogo è strumentale, nel momento in cui si è passato il tempo a lucrare sulle difficoltà della nostra città con la narrazione del quartiere Gad.” La risposta valeva anche per l’ultima triste nuova: lo stesso 30 novembre, il sindaco aveva chiuso le strade al traffico per far passare uno sparuto gruppetto di militanti di Forza Nuova, che annunciava ufficialmente il suo insediamento nella città estense.

Che peccato però – questo pensiero credo sia passato per la testa di tutte le sardine (giovani e attempate) stipate in piazza Castello – peccato che a Ferrara la rivoluzione delle sardine sia arrivata con sei mesi di ritardo. Lo scorso 10 giugno la nuova Destra a guida leghista aveva vinto a mani basse le elezioni municipali, e il sindaco di cui sopra aveva raccolto il 56,8% dei voti. La storia non si fa con i se, ma è impossibile evitare qualche rimpianto. Non era già scritto, non è vero che era destino perdere. Io credo che avremmo potuto vincere se, allora, avessimo avuto il coraggio di fare un passo avanti: se avessimo avuto l’innocenza, lo spirito unitario, la libertà di pensiero, l’autonomia dai partiti, la voglia di cambiamento che oggi si esprimono nel movimento delle sardine.

Che c’entra l’innocenza con la politica? Lo spiega benissimo Marco Revelli che la settimana scorsa ha scritto il commento più bello, più acuto e più emozionante sulle sardine. Eccone un brano: “Considero L’INNOCENZA una delle parole chiave che spiegano quanto si è materializzato nelle piazze. Forse “la” parola chiave, che spiega la FORZA di quel primo appello che ha riempito Piazza Grande di una folla fitta e compatta come non se ne vedeva da tempo. Quella massa variegata e multicolore, strabordante e composta, ha risposto in forma così immediata e (possiamo dirlo? “irriflessa”) alla chiamata perché questa rispondeva a un bisogno profondo, vissuto, fino ad allora inespresso e però potente, sentito. Ma anche perché a chiamare erano figure “innocenti”, nel senso di “non compromesse”, come solo chi appartiene alla generazione nata a ridosso del passaggio di secolo può essere, ragazzi che non portano le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto responsabilità politiche. O anche solo ha fatto organicamente parte del gran circo della politica politicante, in tutte le possibili sinistre, o i possibili centri, chiese o sette che fossero, e ne ha subito, volente o nolente, i compromessi, gli abbandoni di ideali, le burocratizzazioni e le degradazioni funzionariali, i linguaggi gergali e morti, la separazione dai propri reciproci popoli; chi non ha prodotto delusioni in quanti hanno creduto in loro e non ha subito delusioni da parte di coloro in cui ha creduto, non si è ammalato di frustrazione né di settarismo, di arroganza né di risentimento.[…]”. L’intervento illuminante di Marco Revelli merita di essere letto per intero. Lo trovate Qui

Forse le sardine non dureranno. Forse l’enorme branco di giovani ‘innocenti’ che ora sta invadendo il mare delle piazze di tutta Italia, tornerà alle occupazioni (o alla disoccupazione) di tutti i giorni. Ma sarebbe importante che la Sinistra dei partiti e la società civile progressista, recepissero il cuore del messaggio che le sardine ci trasmettono. Una grande lezione, anzi, forse l’ultimo avvertimento, per non lasciare definitivamente il campo al populismo e all’egoismo sociale.

In parole povere: si tratta di fare il contrario di quanto si è fatto finora. Quello che ci ha fatto perdere tutte, ma proprio tutte le elezioni. Quello che ha regalato a Ferrara  Alan Fabbri, Naomo Lodi e Alessandro Balboni. Alle ultime elezioni comunali la Sinistra, anzi, tutto il campo progressista si è presentato con il solito vestito vecchio. Nel segno della beneamata continuità. I soliti partiti in prima fila, i collaudati uomini politici come capilista, i vecchi programmi un po’ riverniciati. Anche alle affollate assemblee espressione della società civile è mancato il coraggio di ‘nuotare da sole’: invece di unirsi e proporre insieme ai ferraresi un programma nel segno del cambiamento, alla fine si sono accodate alle liste (a quelle di partito o a quelle collegate alle prime). Si poteva così parlare un lingua nuova? No. Si poteva portare al voto i delusi, gli scontenti, i distratti? No. Si poteva vincere? No. Infatti si è perso. Malissimo.

Sono in molti a sperare che le sardine durino almeno fino alla fine di gennaio. Sperano (anche io naturalmente) che questi giovani pesciolini possano portare un po’ di linfa (un po’ di voti), che possano fare da traino per fermare l’avanzata leghista e salvare l’ultimo fortino, la regione Emilia Romagna. A sperare non si fa peccato, è un ragionamento legittimo, ma terribilmente politicista. Talmente miope e di corto respiro che può rivelarsi una ennesima illusione.

Le sardine rappresentano (e chiedono) altro, propongono l’innocenza di cui scriveva Marco Revelli. Chiedono alla Sinistra una muta, cioè di iniziare finalmente a cambiare pelle. Nuovi comportamenti e nuovi rapporti. Nuovi visioni e nuovi programmi. Nuove persone e nuove forme di democrazia partecipata. Comunque sia andata a Ferrara sei mesi fa, comunque vada in Emilia alle elezioni di gennaio, occorrerà partire da questa domanda inevasa. Forse non è troppo tardi per provarci.

 

 

 

 

LA VIGNETTA
Il sistema della frittura mista

Delle sardine in piazza apprezzo una cosa su tutte:
la buona fede!
Purtroppo, la buona fede da sola non basta a cambiare le cose per davvero… specie se si va in piazza per manifestare contro qualcosa e non si ha ben chiaro dove si voglia stare con esattezza!
La cosa che apprezzo meno delle sardine in piazza, in effetti, è la fumosità delle idee!
Tutti siamo capaci di dire “W la democrazia! W la libertà… Abbasso il fascismo, abbasso il sovranismo, abbasso il populismo…” (ammesso e non concesso che essere populisti significa esattamente andare in piazza a fare le sardine, chi non è d’accordo mi dica dove sta la differenza e soprattutto cosa significa “populista”, grazie)
E poi?
Servono proposte, idee concrete su temi concreti… Senza questo la destra vincerà a mani basse!
Alla gente non interessa sentir parlare di fascismo e antifascismo. Spiace dirlo, ma alla gente, alla stragrande maggioranza di essa, non interessa granché nemmeno di ius soli, accoglienza, eccetera. Sembra che i cavalli di battaglia dell’attuale attivismo di sinistra siano antifascismo e integrazione, solo questo!
La sinistra che ho conosciuto io, quella con cui sono cresciuto, difendeva il lavoro, i diritti dei lavoratori, combatteva lo sfruttamento e lottava per l’uguaglianza sociale. Era contro i potentati economici e le lobby, promuoveva la difesa del potere d’acquisto dei salari, tutelava i piccoli risparmiatori, sosteneva l’impresa pubblica e lo stato sociale… e naturalmente era antifascista!
Peccato che questa sinistra (direi l’unica sinistra che io conosca) sia evaporata miseramente!
Queste sardine, oltre ad essere antifasciste e cantare ‘bella ciao’, cosa pensano di tutto il resto?
Oltre a riempire le piazze per fare rave party pacifisti e raccontarsela, queste sardine sono capaci di mettersi contro l’establishment, quello vero, e magari sporcarsi le mani con azioni di protesta vera?
Stiano attente le sardine che il mare è pieno di squali, sia che nuotino a destra sia che nuotino a sinistra!

illustrazione di Carlo Tassi
(tutti i diritti riservati)

OSSERVATORIO POLITICO
Sardine contro l’odio, per una politica seria e responsabile

Piazza Castello stracolma! E’ una bella notizia. Forse la pacchia per Salvini e la destra
sta finendo. Vedremo. Intanto registriamo alcuni fatti. Il movimento delle ‘sardine’ è
nazionale. Le parole d’ordine delle imponenti manifestazioni sono chiare e forti:
contro l’odio, la guerra tra poveri la vincono i ricchi, chiediamo alla politica serietà e
responsabilità, basta con il populismo intollerante e violento, siamo antifascisti e i
valori della Costituzione sono la nostra guida.

Giustamente, i partiti del centro-sinistra partecipano, ma fanno attenzione a non strumentalizzare.
Quando nascono movimenti di questa portata bisogna interpretarli bene. La scintilla che li porta alla
ribalta è sempre occasionale. Ricordiamo Nanni Moretti che anni fa gridò alla piazza:
“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Da lì nacquero i ‘girotondini’.
Oggi, è stato l’arrogante e spavaldo Salvini ad eccedere e a suscitare la reazione delle prime
‘sardine’ a Bologna. Hanno, poi, preso il largo nel mare grande delle cttà di tutto il
Paese. Vuol dire che sotto la cenere le braci erano accese. Il messaggio è indirizzato
a tutta la politica. Contro l’avversario ben individuato: la destra. Polemico verso il
campo diviso e rissoso della sinistra.

Rispettarne l’autonomia non significa non esprimere gratitudine a chi sta organizzando manifestazioni in tutto il paese.
E non ci esime, a noi vecchi militanti di una sinistra in crisi e stanca, di auspicare che questa
energia fresca e tranquilla diventi decisiva per vincere le elezioni del 26 gennaio.

Unità nella diversità per non consegnare la civile Emilia-Romagna a chi ospita nelle
proprie manifestazioni i fascisti di Forza Nuova e CasaPound. Ma ciò che si è
sedimentato nel profondo della società in questi anni ci fa sperare in una possibile
riscossa di più lunga durata. Vedremo.

Intanto casualmente, ieri a Ferrara, è avvenuto un confronto significativo.
In mattnata, una cinquantina di militanti di Forza Nuova erano al Grattacielo con le cupe,
tragiche e tristi bandiere nere.
In serata, migliaia e migliaia di giovani e persone di ogni età hanno manifestato con
serenità esibendo colori di ogni tipo e simboli gioiosi. E’ un buon inizio e di buon
auspicio. Eravamo stanchi della replica della stessa scena. Salvini chiuso in un teatro
a tenere un comizio. Fuori qualche Centro Sociale incendiava auto o si scontrava con
la polizia. La musica è cambiata. I suonatori, lo spartito e il pubblico fanno ben
sperare in una scena nuova.
Per dirla con un autore della mia giovinezza: “Ben scavato, vecchia talpa!”

PER CERTI VERSI
La mia lotta col cancro

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LA MIA LOTTA COL CANCRO

Anche questa è una poesia per noi
Ho visto la morte in faccia
Non era male
Anzi era vita
Peggio era il male
Peggio era il dolore ancestrale
Ho dormito i sonni più bianchi
Non era la brina
La neve le nuvole
Il cuscino il letto
Le lenzuola
Ma la morfina
Ho visto persone mai morte mai guarite
E così basta un niente
Una nausea
Che si riaprono le ferite
Ho vomitato l’anima
Strizzata come uno straccio
Fermo ore ed ore
Con la chemio fluida
nel braccio
Ho dato la mia vita
ai medici
per credere in loro
È andata
la guerra è finita
Da quei giorni
mi spaventa
più che la morte
La vita

Sardine ovunque: ma nuotare ‘in direzione ostinata e contraria’
è l’unico modo per non farsi mettere in scatola

Novembre Duemiladiciannove: le sardine dilagano in un’Italia allagata.

Dopo ‘La Prima’, andata in scena a Bologna il 14 novembre con 15.000 sardine protagoniste, lo spettacolo si sta ripetendo ovunque. All’appello hanno già risposto più di 60 città (grandi, medie e piccole). Hanno già riempito le piazze di Modena, Sorrento, Reggio Emilia, Palermo, Reggio Emilia, Rimini, Marsala, Parma… Giovedì scorso le sardine manifestavano a Genova, Piacenza e Verona, ieri a Mantova, oggi invece saranno in 20 città: da Milano a Firenze, da Monfalcone a Pesaro, da Rovigo a Treviso, e a La Spezia, Cosenza, La Maddalena, perfino ad Amsterdam.

Sempre oggi, le sardine si sono date appuntamento alle 20 in piazza Castello, a Ferrara, la ‘roccaforte rossa’ (si fa per dire) caduta dopo settant’anni in mano della Lega e del Centrodestra. E da domani si ricomincia: Milano, Padova, Taranto, Avellino, Benevento, Ascoli Piceno, Cagliari, Siena, Taranto, Pescara, Dublino, Bari, Forlì, Torino… fino all’appuntamento del 14 dicembre a Roma, proprio nella storica piazza San Giovanni: dove a ottobre Salvini aveva raccolto 200.000 seguaci, le libere sardine vogliono arrivare al milione.

Fin qui i numeri, davvero impressionanti. E, ancora più sorprendente, è la rapidità e la capillarità con cui questo movimento (io lo chiamo così anche se molti non sono d’accordo) si è diffuso in tutta la penisola. Gli stessi media sono rimasti spiazzati. Esattamente come era successo alcuni mesi fa davanti ai ragazzini del Friday for Future. E sorpreso è stato tutto il mondo dei partiti e della politica, tutta la nomenclatura che, normalmente, si sbraita e si accapiglia in parlamento, in televisione, sui social.

Primo fra tutti – il più sorpreso, il più spiazzato, il più in difficoltà – colui che da molti mesi percorre incontrastato le piazze mediatiche e quelle reali. Negli ultimi due anni Matteo Salvini era stato l’ultimo (il penultimo era stato Beppe Grillo con i suo Vaffa day) a girare per l’Italia accolto da folle osannanti, l’unico a ‘fare il ‘pieno’ in qualsiasi piazza. Tutti gli altri (a sinistra come a destra) nemmeno ci provano a presentarsi sopra un palco all’aperto. Passato all’opposizione del governo giallo-rosso, Salvini ha raddoppiato il suo attivismo e, dopo aver trionfato in Umbria, sta puntando il mirino sulle elezioni di gennaio in Emilia Romagna, la regione simbolo della Sinistra.

In realtà, anche stando all’opposizione – complice quel poderoso vento di destra che agita tutto il pianeta (da Orban alla Le Pen, da Trump a Maldonado) – continua ad avere, anzi, ad essere in maggioranza: la sua narrazione populista e sovranista, il suo ritornello sugli emigranti invasori, sembra sovrastare qualsiasi voce contraria. Finché un giorno, senza nessun preavviso, senza nessuna regia occulta, arrivano quelle maledette sardine: giovani, pacifiche, ironiche, coloratissime. Cantano Bella Ciao, sbeffeggiano il leader leghista, si dichiarano antifasciste, anti-populiste, anti-sovraniste. Così il popolo delle sardine ha occupato il campo e rischia di rubare la scena a Matteo Salvini. Il quale Salvini fa spallucce, ostenta la consueta sicurezza, ma non riesce a nascondere la preoccupazione. Come fai a vincere sulle sardine? Quelle, sono molto più pericolose di Conte, Di Maio e Zingaretti messi insieme.

Finita la sorpresa, sono cominciati i commenti, le analisi, le obiezioni, le critiche. Le insinuazioni. E naturalmente i buoni consigli alle giovani, ingenue e inesperte sardine che si stanno avventurando nel procelloso mare della politica.

La prima obiezione, solo apparentemente fondata, è che le sardine, prendendosela in primis con Salvini, fanno opposizione all’opposizione, invece che al governo in carica. ‘E’ un controsenso’, ripetono tutti gli esponenti della Destra e del Centrodestra. E non solo loro. Anche commentatori e intellettuali progressisti – anche Claudio Pisapia su questo giornale – muovono la medesima obiezione. Senza capire che siamo di fronte a un movimento spontaneo e di massa, non ad un partito o a una formazione politica organizzata. I movimenti fiutano l’aria e si muovono (pro o contro) di conseguenza. Così, le sardine hanno sentito come insopportabile l’egemonia (mediatica, culturale, politica) della narrazione populista, sovranista ed egoista. Contro questa egemonia – che oggi è di fatto in maggioranza in Italia e in Europa – hanno deciso di battere un colpo, di rendersi visibili, di proporre una diversa narrazione. E si sono dati appuntamento in piazza, una esperienza che molti ventenni e trentenni non avevano mai provato in vita loro.

Dietro Greta Thunberg, ad animare il movimento planetario del Friday for Future e del Green Friday (anche ieri è andata in scena una replica in 139 città italiane e in tutto il mondo), sono i teenager, i ragazzini del terzo millennio. Gli inventori e promotori del popolo delle sardine sono invece i ventenni e trentenni, la cosiddetta ‘generazione invisibile’. La grande novità – tutta politica – di questi movimenti sta proprio qui. L’emersione (nel caso delle sardine mi sembra la parola giusta) di nuovi soggetti che fino allora se n’erano stati zitti e buoni, solerti consumatori dell’ultimo articolo immesso sul mercato.

Eppure l’odore delle sardine a molti non piace, storcono il naso. Siete effimeri, un fuoco di paglia destinato a spegnersi rapidamente  Siete infantili, ‘troppo poco politici’, siete solo contro, non proponete niente di concreto. E, visto che affollate le piazze, visto che siete un popolo, siete populisti anche voi. In un talk show ho sentito un giornalista evocare addirittura gli orrori della Rivoluzione Russa e appioppare alle sardine una citazione (storpiata) di Lenin: “L’infantilismo è la malattia del comunismo”. In realtà Lenin diceva che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Beh, tutto si può dire delle sardine, tranne che siano un movimento estremista e violento..

Non so se le sardine avranno una lunga vita, non so che direzione prenderanno nel prossimo futuro, ma la loro navigazione è piena di insidie. Insieme alle critiche, stanno infatti arrivando anche gli applausi e i complimenti. Più o meno interessati. Probabilmente c’è qualcuno che sogna – qualcuno ci prova sempre – di ‘incanalare il movimento’; di metterci sopra il cappello, o la propria bandiera.  Da qui viene il pericolo maggiore, non dai pinguini sovranisti recentemente apparsi sul web.

Per ora le sardine nuotano libere, se però non riusciranno a difendere la loro autonomia, corrono il rischio inscritto nel triste destino di alici e consimili, quello di finire in scatola.

 

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

Dove lo metto Giulio Regeni?

No,non prendete per vera la foto di copertina. Niente facciata del Duomo per adesso. E’ solo una ‘modesta proposta’. L’idea (lo stupendo  fotomontaggio) l’ho presa a prestito da un profilo di un amico su Facebook. Ma la faccio mia senz’altro: è troppo tempo che la verità per Giulio Regeni non ha più casa a Ferrara.

La storia (tremenda e inconclusa) di Giulio Regeni, il giovane dottorando italiano torturato ed ucciso a Il Cairo nel febbraio del 2016, è nota a tutti. La magistratura italiana indaga, il coinvolgimento della polizia e dei servizi segreti egiziani è ormai acclarato, ma le autorità egiziane non sembrano disposte a far piena luce sulle circostanze dell’omicidio Regeni. Pressato dall’opinione pubblica il governo Gentiloni ha insistito (sottovoce, con molto garbo) sul governo egiziano. Il primo Governo Conte molto meno: è rimasto alle cronache il sommo cinismo dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini che, nel giugno dell’anno scorso, rispondeva così a una domanda di un giornalista: “Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto.”.

Intanto il nome di Giulio Regeni, la richiesta di arrivare alla verità sulla sua morte, si spargeva in tutte le piazze d’Italia. Ovunque veniva appeso lo striscione giallo di Amnesty International. Anche a Ferrara, dove da oltre tre anni stava appeso allo Scalone di piazza Municipale.

Ci eravamo tanto abituati, che la piazza non sarebbe stata più la stessa senza quella invocazione alla giustizia e alla verità. Poi, dopo la vittoria leghista alle ultime elezioni comunali, quello striscione ha iniziato a diventare scomodo. E qualche volonteroso militante aveva subito pensato a coprirlo con una bandiera di partito.

La storia continua. Per la destra ferrarese quello striscione doveva risultare davvero indigesto, infatti, la notte dello scorso 7 agosto sparisce del tutto. Da allora sono passati più di tre mesi. Il gruppo Amnesty International di Ferrara ha ripetutamente chiesto alla nuova Giunta di ripristinarlo. Senza successo. Sembra proprio non si riesca a trovare un posto per Giulio Regeni. E per la verità.

Proprio ieri il Sindaco Alan Fabbri prendeva altro tempo. Ma siccome Alan Fabbri ama far la parte del poliziotto buono – lasciando al vicesindaco Naomo Lodi il ruolo di poliziotto cattivo – la questione striscione diventa puramente un problema di estetica e di decoro urbano. Lo striscione non tornerà sullo scalone del municipio, ma “la nostra idea – dice il Sindaco rispondendo ad Amnesty International – è di spostarlo in un altra collocazione, altrettanto importante, per ragioni legate all’afflusso turistico e alla attività istituzionale collegati allo Scalone”. Collegati come, non è dato intuire.

Non ci pareva che qualche turista avesse protestato per l’obbobrio di uno striscione civile sul fianco dello Scalone. Non ci sembrava costituire un vulnus alla bellezza di Ferrara. Né che potesse in qualche modo intralciare i lavori del Consiglio Comunale e della Giunta. Ma insomma, vogliamo prendere per buone le intenzioni del Sindaco che da più di 100 giorni si sta lambiccando il cervello per trovare un posticino adatto (“altrettanto importante” ha detto) per Giulio Regeni. L’idea della facciata del Duomo, fasciata a lungo per i lavori di restauro, ci pare un’ottima location. Ci pensi su. E prenda una decisione. Non credo che il vescovo avrà obiezioni.

 

 

Le verità nascoste su piazza Fontana. Oggi a Ferrara il giornalista-scrittore Paolo Morando

Una piccola storia ignobile della giustizia italiana, subito cancellata e rimossa. “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, accurata e approfondita analisi condotta dal giornalista e scrittore Paolo Morando raccolta nel recente volume edito da Laterza “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, sarà oggetto di confronto e dibattito alla presenza dall’autore, oggi all 18 alla libreria Ibs – Il libraccio di piazza Trento e Trieste. Il volume fa seguito alle due precedenti preziose analisi di Morando sulle radici del nostro anestetizzato presente: “Dancing days: ’78/’79 i due anni che hanno cambiato l’Italia” e “’80, l’inizio della barbarie”.

Sempre oggi, ma alle 16, al Polo di Unife in via degli Adelardi 33, è in programma il seminario (aperto a tutti) dal titolo: “Tensione e distrazione: strategie per il controllo sociale”, nell’ambito del ciclo “l’Etica in pratica” organizzato dal prof. Sergio Gessi a integrazione del suo corso di Etica della comunicazione. A tenerlo sarà proprio il giornalista autore del libro-inchiesta che, a cinquant’anni dai fatti, rivela le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia repubblicana.

La misconosciuta vicenda oggetto del saggio di Paolo Morando fa riferimento ai due ordigni scoppiati a Milano il 25 aprile 1969, alla Fiera campionaria e all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione centrale, che provocarono una ventina di feriti. La tesi dell’autore è che si tratti del primo atto della campagna di attentati che pochi mesi dopo porterà a Piazza Fontana.
Anche in quella circostanza l’Ufficio politico della questura, fin dalle prime ore, punta verso gli anarchici. A condurre le indagini sono il commissario Luigi Calabresi e i suoi uomini, gli stessi che si troveranno nel suo ufficio la notte della morte di Giuseppe Pinelli, nome che nell’inchiesta spunterà di continuo, come quello di Pietro Valpreda, che già qui si profila come futuro capro espiatorio. Nel giro di pochi giorni vengono arrestati tre giovani (e altrettanti nelle settimane successive) e una coppia di noti anarchici milanesi, amici dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, che pure verrà rinviato a giudizio assieme alla moglie. Due anni dopo, con un colpo di scena dietro l’altro, il processo chiarirà le dimensioni della macchinazione anti-anarchica innescata da quegli attentati. Una vicenda determinante per comprendere fino in fondo i misteri di Piazza Fontana. Un racconto serrato di una pagina nera per la giustizia italiana, da allora totalmente rimossa dalla memoria, che assume nuova luce grazie alla scoperta di documenti fin qui inediti.

DIARIO IN PUBBLICO
Sommerso dai ‘d/D’

Una particella del discorso che indica l’appartenenza mi assilla in questo momento. Va aggiunto anche la serissima inchiesta sulla ‘d’ minuscola o maiuscola: de Pisis o D’annunzio? La minuscola indicante la nobiltà del casato, la maiuscola invece negandola. Allora de Pisis, de Chirico, De Nittis, D’Annunzio (all’anagrafe d’Annunzio). E vai col tango e con i filologi!

Ma l’alluvione del de/De non si ferma qui e metaforicamente produce altri dubbi e interrogativi che si esprime in una fulminante e inquietante domanda. Ma noi (forma di pluralis maiestatis) a quale popolo apparteniamo? Le sardine?, il Pd?, a qualche altra formazione non sovranista? La domanda diventa ancor più imbarazzante quando si scatena il (falso) problema dell’illuminazione del Castello, ma soprattutto quello che viene chiamato con un’orrida immagine l’incendio del Castello. Apriti cielo! Cittadini virtuosi m’insultano rinfacciandomi che voglio affossare l’economia e negare a 30 mila innocenti l’innocuo piacere di danzare sotto l’incendio. Tanto cosa vuoi che produca? Qualche lesioncella, qualche caduta di merli (già avvenuta), qualche problema con i quadri in mostra frettolosamente emigrati in luoghi non incendiati. Sono proprio – mi sputano addosso con rancore ( e questo è il meno) – un radical chic! Mi portano l’esempio della Tour Eiffel. Mannaggia che paragone.

Perciò, sempre meno mi sento appartenente ai de/De. La misteriosa scomparsa su Fb del programma del popolo delle sardine ci dice, ma lo sapevamo, in che modo si può manipolare il social quando la decisione è presa. Ma scusate, popolo sardinesco, se rivolgo una obiezione al bel racconto di Francesco Monini su questo giornale (vai all’articolo). Giusto e saggio protestare, ma non avete pensato che tra tutti i colori del Castello forse il meno adatto è quel bel verde con cui è illuminato?

Così la particella d’appartenenza prende vigore e rilievo sul ruolo culturale che Ferara/Ferrara sta assumendo in questo momento. Ferrarese il ministro della cultura, ferraresi nomi importantissimi a capo delle istituzioni culturali, in un embrassons- nous di rara visibilità entro le mura della città pentastellata.

Modestamente esprimerò ancora una volta le mie preferenze. Ottima la mostra di imminente apertura su De Nittis anche se il mio cuore ( organo assai delicato) batte per altri pittori. E mentre il tempo scorre e non s’arresta un’ora, mi ficco a corpo morto nelle mostre guercinesche e sto pensando che il lavoro canoviano che stiamo portando avanti con fatica ma con soddisfazione a Bassano del Grappa è valso sacrifici e ‘magoni’, ma l’edizione delle lettere canoviane, la cui stampa sarà prodotta dal prossimo volume a Ferrara, continua a ritmo trionfale. E ancora una volta Canova vuol dire Leopoldo Cicognara, quel ferrarese Cicognara che riporta nella città estense i problemi e le sfide del centenario della morte- veneziana e non romana- dello scultore.

Così il d/De assume il suo vero senso. E’ l’appartenenza al lavoro umile e sublime di proseguimento e riconferma dell’unica eredità che ci è stata lasciata. Quella della difesa dei luoghi e delle istituzioni dove la Bellezza deve essere protetta e diffusa.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Sulle note del violoncellista…

La storia del violoncellista, pubblicata la settimana scorsa, ha mosso i nostri lettori: il violoncellista dà, non chiede più di quanto lui stesso potrebbe dare e si accorda con chi, dall’altra parte, suona la stessa sinfonia.

Equilibrio armonico e violoncello usa e getta

Cara Riccarda,
io ce l’ho, in questo momento, quel violoncellista ed esattamente come la tua amica, mi basta e non vorrei averlo in nessun altro modo, non mi manca quando non c’è ma assaporo ogni momento quando c’è. Il mio violoncellista mi basta perché so che non c’è niente da mettere in piedi e nemmeno lui si aspetta altro da me, è un equilibrio che si mantiene così: nel momento in cui qualcuno dei due aspetta l’altro, l’altro sparirebbe.
S.

Cara S.,
non aspettare e non aspettarsi, sta tutto lì. Di solito, è chi aspetta a portare un senso di incompiuto che non sempre manifesta per paura. Ho conosciuto donne che hanno custodito e consumato il peso di un amore a metà, come fosse un problema solo loro, fino a non poterne più e, dopo molto tempo, sparire. Mi fai riflettere che, però, anche l’altro può abbandonare quando sente che non ce la fa e non potrà mai: quando, cioè, essere l’oggetto di questa attesa è troppo.
Ricordo che, una decina d’anni fa, un’amica venne lasciata da un uomo che le disse ‘sto diventando troppo importante per te ed è meglio finirla qui’, all’epoca trovai questa frase prepotente. Oggi penso che quando uno dei due non si sente adeguato alle aspettative dell’altro, bene farebbe a lasciare andare.
Riccarda

L’importante? Esser d’accordo

Cara Riccarda,
hai descritto il violoncellista, un’esperienza che ogni donna, che sa stare sola ed è libera di testa, dovrebbe fare.
A.

Cara A.,
facciamo che l’esperienza del violoncellista capiti a quelle donne che sono attrezzate per sapere stare da sole, sono davvero libere di testa e mai riflesse nell’uomo che hanno davanti?
La storia del violoncellista sta capitando a una donna che non conosce la dipendenza e credo sia per questo che riesce a sostenere quel tipo di rapporto, così speculare a lei: ha scelto un uomo e una frequentazione in cui entrambi sono dotati degli stessi strumenti. Se solo uno dei due perdesse qualche accordo, non credo funzionerebbe.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Sardine: la fantasia e l’ironia contro l’oscuramento
Confermata la manifestazione di sabato sera in piazza Castello

Ieri sera era domenica sera. Non succede quasi nulla alla domenica sera (a parte qualche normale viadotto crollato). La sera del dì di festa si guardano i risultati delle partite o si apre un libro rimasto a dormire sul comodino: ci si prepara mentalmente alla ripresa della settimana. Che altro? Beh, naturalmente, si butta un occhio ai messaggi sullo smartphone. Arriva così la notizia dell’ oscuramento della pagina Facebook delle sardine. E all’inizio non riesci proprio a crederci. Non siamo a Hong Kong, in Iran o in Turchia. Poi leggi il comunicato ufficiale: la pagina (più di 150.000 followers) sarebbe stata temporaneamente rimossa a seguito di segnalazioni di post offensivi e violenti.

Seguo dalla data della sua creazione, dalla primo raduno ittico a Bologna in piazza Maggiore, la pagina incriminata e non mi è mai capitato di leggere post e commenti di insulti. Mi saranno sfuggiti? Eppure quello che colpisce nel popolo delle sardine è fantasia, la capacità di invenzione linguistica, la scelta di comunicare attraverso l’ironia e la satira. Scorrere la pagina è come entrare in un caleidoscopio, un’opera grafica collettiva. Guardare come questo piccolo pesce azzurro è stato rappresentato, moltiplicato, reinventato, sovraimpresso sull’immagine di questa o quella piazza d’Italia.

     

‘A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina’, la celebre frase del Divo Giulio ha scalato con merito la classifica dei proverbi. Anche nel caso dell’oscuramento delle sardine viene da pensar male. Come è potuto succedere che una pagina tanto scomoda quanto ironica e pacifista possa essere incappata nella censura automatica di Facebook? E’ noto che Matteo Salvini ha a disposizione una potente macchina social (‘La Bestia’) dove il suo consulente d’immagine, lo spin doctor Luca Morisi  coordina 35 collaboratori lavorano sulla rete H24 per rafforzare l’immagine del leader leghista e affossare quella degli oppositori.

Il dubbio – è solo un’ipotesi ma per nulla strampalata – è che l’oscuramento delle sardine sia stato pianificato nel bunker mediatico leghista. L’impresa è un gioco da ragazzi, non abbisogna di un guru della comunicazione. Fase uno, si mandano alla pagina delle sardine commenti violenti e minacce assortite a Salvini. Fase due, (le stesse persone) segnalano alla equipe di Facebook tali commenti. Fase tre (in automatico), la pagina Facebook viene oscurata.

Tuttavia Il branco delle sardine si ingrossa ogni giorno di più. Riempie il mare e le piazze di tutta la penisola. Mette in scena una nuova opposizione al populismo, l’unica che c’è. O almeno, l’unica che fa paura a Salvini: Allora, non è troppo fantasioso pensare che tra le centinaia di migliaia di sardine cerchi di infiltrarsi qualche squalo. Opportunamente mascherato.

Sia come sia, la marcia sott’acqua prosegue, il popolo delle sardine sembra aver reagito al temporaneo oscuramento raddoppiando ironia e fantasia: combatterle è maledettamente difficile. Il calendario dei prossimi appuntamenti continua a ingrossarsi. A Ferrara, la roccaforte espugnata dalla Lega alle ultime elezioni, gli iscritti al gruppo Fb dedicato (e potenziali partecipanti alla manifestazione del 20 novembre in piazza Castello) sono già più di 9500.[vai al gruppo Fb Sardine Ferrara]