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“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

Dove lo metto Giulio Regeni?

No,non prendete per vera la foto di copertina. Niente facciata del Duomo per adesso. E’ solo una ‘modesta proposta’. L’idea (lo stupendo  fotomontaggio) l’ho presa a prestito da un profilo di un amico su Facebook. Ma la faccio mia senz’altro: è troppo tempo che la verità per Giulio Regeni non ha più casa a Ferrara.

La storia (tremenda e inconclusa) di Giulio Regeni, il giovane dottorando italiano torturato ed ucciso a Il Cairo nel febbraio del 2016, è nota a tutti. La magistratura italiana indaga, il coinvolgimento della polizia e dei servizi segreti egiziani è ormai acclarato, ma le autorità egiziane non sembrano disposte a far piena luce sulle circostanze dell’omicidio Regeni. Pressato dall’opinione pubblica il governo Gentiloni ha insistito (sottovoce, con molto garbo) sul governo egiziano. Il primo Governo Conte molto meno: è rimasto alle cronache il sommo cinismo dell’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini che, nel giugno dell’anno scorso, rispondeva così a una domanda di un giornalista: “Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto.”.

Intanto il nome di Giulio Regeni, la richiesta di arrivare alla verità sulla sua morte, si spargeva in tutte le piazze d’Italia. Ovunque veniva appeso lo striscione giallo di Amnesty International. Anche a Ferrara, dove da oltre tre anni stava appeso allo Scalone di piazza Municipale.

Ci eravamo tanto abituati, che la piazza non sarebbe stata più la stessa senza quella invocazione alla giustizia e alla verità. Poi, dopo la vittoria leghista alle ultime elezioni comunali, quello striscione ha iniziato a diventare scomodo. E qualche volonteroso militante aveva subito pensato a coprirlo con una bandiera di partito.

La storia continua. Per la destra ferrarese quello striscione doveva risultare davvero indigesto, infatti, la notte dello scorso 7 agosto sparisce del tutto. Da allora sono passati più di tre mesi. Il gruppo Amnesty International di Ferrara ha ripetutamente chiesto alla nuova Giunta di ripristinarlo. Senza successo. Sembra proprio non si riesca a trovare un posto per Giulio Regeni. E per la verità.

Proprio ieri il Sindaco Alan Fabbri prendeva altro tempo. Ma siccome Alan Fabbri ama far la parte del poliziotto buono – lasciando al vicesindaco Naomo Lodi il ruolo di poliziotto cattivo – la questione striscione diventa puramente un problema di estetica e di decoro urbano. Lo striscione non tornerà sullo scalone del municipio, ma “la nostra idea – dice il Sindaco rispondendo ad Amnesty International – è di spostarlo in un altra collocazione, altrettanto importante, per ragioni legate all’afflusso turistico e alla attività istituzionale collegati allo Scalone”. Collegati come, non è dato intuire.

Non ci pareva che qualche turista avesse protestato per l’obbobrio di uno striscione civile sul fianco dello Scalone. Non ci sembrava costituire un vulnus alla bellezza di Ferrara. Né che potesse in qualche modo intralciare i lavori del Consiglio Comunale e della Giunta. Ma insomma, vogliamo prendere per buone le intenzioni del Sindaco che da più di 100 giorni si sta lambiccando il cervello per trovare un posticino adatto (“altrettanto importante” ha detto) per Giulio Regeni. L’idea della facciata del Duomo, fasciata a lungo per i lavori di restauro, ci pare un’ottima location. Ci pensi su. E prenda una decisione. Non credo che il vescovo avrà obiezioni.

 

 

Le verità nascoste su piazza Fontana. Oggi a Ferrara il giornalista-scrittore Paolo Morando

Una piccola storia ignobile della giustizia italiana, subito cancellata e rimossa. “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, accurata e approfondita analisi condotta dal giornalista e scrittore Paolo Morando raccolta nel recente volume edito da Laterza “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, sarà oggetto di confronto e dibattito alla presenza dall’autore, oggi all 18 alla libreria Ibs – Il libraccio di piazza Trento e Trieste. Il volume fa seguito alle due precedenti preziose analisi di Morando sulle radici del nostro anestetizzato presente: “Dancing days: ’78/’79 i due anni che hanno cambiato l’Italia” e “’80, l’inizio della barbarie”.

Sempre oggi, ma alle 16, al Polo di Unife in via degli Adelardi 33, è in programma il seminario (aperto a tutti) dal titolo: “Tensione e distrazione: strategie per il controllo sociale”, nell’ambito del ciclo “l’Etica in pratica” organizzato dal prof. Sergio Gessi a integrazione del suo corso di Etica della comunicazione. A tenerlo sarà proprio il giornalista autore del libro-inchiesta che, a cinquant’anni dai fatti, rivela le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia repubblicana.

La misconosciuta vicenda oggetto del saggio di Paolo Morando fa riferimento ai due ordigni scoppiati a Milano il 25 aprile 1969, alla Fiera campionaria e all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione centrale, che provocarono una ventina di feriti. La tesi dell’autore è che si tratti del primo atto della campagna di attentati che pochi mesi dopo porterà a Piazza Fontana.
Anche in quella circostanza l’Ufficio politico della questura, fin dalle prime ore, punta verso gli anarchici. A condurre le indagini sono il commissario Luigi Calabresi e i suoi uomini, gli stessi che si troveranno nel suo ufficio la notte della morte di Giuseppe Pinelli, nome che nell’inchiesta spunterà di continuo, come quello di Pietro Valpreda, che già qui si profila come futuro capro espiatorio. Nel giro di pochi giorni vengono arrestati tre giovani (e altrettanti nelle settimane successive) e una coppia di noti anarchici milanesi, amici dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, che pure verrà rinviato a giudizio assieme alla moglie. Due anni dopo, con un colpo di scena dietro l’altro, il processo chiarirà le dimensioni della macchinazione anti-anarchica innescata da quegli attentati. Una vicenda determinante per comprendere fino in fondo i misteri di Piazza Fontana. Un racconto serrato di una pagina nera per la giustizia italiana, da allora totalmente rimossa dalla memoria, che assume nuova luce grazie alla scoperta di documenti fin qui inediti.

DIARIO IN PUBBLICO
Sommerso dai ‘d/D’

Una particella del discorso che indica l’appartenenza mi assilla in questo momento. Va aggiunto anche la serissima inchiesta sulla ‘d’ minuscola o maiuscola: de Pisis o D’annunzio? La minuscola indicante la nobiltà del casato, la maiuscola invece negandola. Allora de Pisis, de Chirico, De Nittis, D’Annunzio (all’anagrafe d’Annunzio). E vai col tango e con i filologi!

Ma l’alluvione del de/De non si ferma qui e metaforicamente produce altri dubbi e interrogativi che si esprime in una fulminante e inquietante domanda. Ma noi (forma di pluralis maiestatis) a quale popolo apparteniamo? Le sardine?, il Pd?, a qualche altra formazione non sovranista? La domanda diventa ancor più imbarazzante quando si scatena il (falso) problema dell’illuminazione del Castello, ma soprattutto quello che viene chiamato con un’orrida immagine l’incendio del Castello. Apriti cielo! Cittadini virtuosi m’insultano rinfacciandomi che voglio affossare l’economia e negare a 30 mila innocenti l’innocuo piacere di danzare sotto l’incendio. Tanto cosa vuoi che produca? Qualche lesioncella, qualche caduta di merli (già avvenuta), qualche problema con i quadri in mostra frettolosamente emigrati in luoghi non incendiati. Sono proprio – mi sputano addosso con rancore ( e questo è il meno) – un radical chic! Mi portano l’esempio della Tour Eiffel. Mannaggia che paragone.

Perciò, sempre meno mi sento appartenente ai de/De. La misteriosa scomparsa su Fb del programma del popolo delle sardine ci dice, ma lo sapevamo, in che modo si può manipolare il social quando la decisione è presa. Ma scusate, popolo sardinesco, se rivolgo una obiezione al bel racconto di Francesco Monini su questo giornale (vai all’articolo). Giusto e saggio protestare, ma non avete pensato che tra tutti i colori del Castello forse il meno adatto è quel bel verde con cui è illuminato?

Così la particella d’appartenenza prende vigore e rilievo sul ruolo culturale che Ferara/Ferrara sta assumendo in questo momento. Ferrarese il ministro della cultura, ferraresi nomi importantissimi a capo delle istituzioni culturali, in un embrassons- nous di rara visibilità entro le mura della città pentastellata.

Modestamente esprimerò ancora una volta le mie preferenze. Ottima la mostra di imminente apertura su De Nittis anche se il mio cuore ( organo assai delicato) batte per altri pittori. E mentre il tempo scorre e non s’arresta un’ora, mi ficco a corpo morto nelle mostre guercinesche e sto pensando che il lavoro canoviano che stiamo portando avanti con fatica ma con soddisfazione a Bassano del Grappa è valso sacrifici e ‘magoni’, ma l’edizione delle lettere canoviane, la cui stampa sarà prodotta dal prossimo volume a Ferrara, continua a ritmo trionfale. E ancora una volta Canova vuol dire Leopoldo Cicognara, quel ferrarese Cicognara che riporta nella città estense i problemi e le sfide del centenario della morte- veneziana e non romana- dello scultore.

Così il d/De assume il suo vero senso. E’ l’appartenenza al lavoro umile e sublime di proseguimento e riconferma dell’unica eredità che ci è stata lasciata. Quella della difesa dei luoghi e delle istituzioni dove la Bellezza deve essere protetta e diffusa.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Sulle note del violoncellista…

La storia del violoncellista, pubblicata la settimana scorsa, ha mosso i nostri lettori: il violoncellista dà, non chiede più di quanto lui stesso potrebbe dare e si accorda con chi, dall’altra parte, suona la stessa sinfonia.

Equilibrio armonico e violoncello usa e getta

Cara Riccarda,
io ce l’ho, in questo momento, quel violoncellista ed esattamente come la tua amica, mi basta e non vorrei averlo in nessun altro modo, non mi manca quando non c’è ma assaporo ogni momento quando c’è. Il mio violoncellista mi basta perché so che non c’è niente da mettere in piedi e nemmeno lui si aspetta altro da me, è un equilibrio che si mantiene così: nel momento in cui qualcuno dei due aspetta l’altro, l’altro sparirebbe.
S.

Cara S.,
non aspettare e non aspettarsi, sta tutto lì. Di solito, è chi aspetta a portare un senso di incompiuto che non sempre manifesta per paura. Ho conosciuto donne che hanno custodito e consumato il peso di un amore a metà, come fosse un problema solo loro, fino a non poterne più e, dopo molto tempo, sparire. Mi fai riflettere che, però, anche l’altro può abbandonare quando sente che non ce la fa e non potrà mai: quando, cioè, essere l’oggetto di questa attesa è troppo.
Ricordo che, una decina d’anni fa, un’amica venne lasciata da un uomo che le disse ‘sto diventando troppo importante per te ed è meglio finirla qui’, all’epoca trovai questa frase prepotente. Oggi penso che quando uno dei due non si sente adeguato alle aspettative dell’altro, bene farebbe a lasciare andare.
Riccarda

L’importante? Esser d’accordo

Cara Riccarda,
hai descritto il violoncellista, un’esperienza che ogni donna, che sa stare sola ed è libera di testa, dovrebbe fare.
A.

Cara A.,
facciamo che l’esperienza del violoncellista capiti a quelle donne che sono attrezzate per sapere stare da sole, sono davvero libere di testa e mai riflesse nell’uomo che hanno davanti?
La storia del violoncellista sta capitando a una donna che non conosce la dipendenza e credo sia per questo che riesce a sostenere quel tipo di rapporto, così speculare a lei: ha scelto un uomo e una frequentazione in cui entrambi sono dotati degli stessi strumenti. Se solo uno dei due perdesse qualche accordo, non credo funzionerebbe.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Sardine: la fantasia e l’ironia contro l’oscuramento
Confermata la manifestazione di sabato sera in piazza Castello

Ieri sera era domenica sera. Non succede quasi nulla alla domenica sera (a parte qualche normale viadotto crollato). La sera del dì di festa si guardano i risultati delle partite o si apre un libro rimasto a dormire sul comodino: ci si prepara mentalmente alla ripresa della settimana. Che altro? Beh, naturalmente, si butta un occhio ai messaggi sullo smartphone. Arriva così la notizia dell’ oscuramento della pagina Facebook delle sardine. E all’inizio non riesci proprio a crederci. Non siamo a Hong Kong, in Iran o in Turchia. Poi leggi il comunicato ufficiale: la pagina (più di 150.000 followers) sarebbe stata temporaneamente rimossa a seguito di segnalazioni di post offensivi e violenti.

Seguo dalla data della sua creazione, dalla primo raduno ittico a Bologna in piazza Maggiore, la pagina incriminata e non mi è mai capitato di leggere post e commenti di insulti. Mi saranno sfuggiti? Eppure quello che colpisce nel popolo delle sardine è fantasia, la capacità di invenzione linguistica, la scelta di comunicare attraverso l’ironia e la satira. Scorrere la pagina è come entrare in un caleidoscopio, un’opera grafica collettiva. Guardare come questo piccolo pesce azzurro è stato rappresentato, moltiplicato, reinventato, sovraimpresso sull’immagine di questa o quella piazza d’Italia.

     

‘A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina’, la celebre frase del Divo Giulio ha scalato con merito la classifica dei proverbi. Anche nel caso dell’oscuramento delle sardine viene da pensar male. Come è potuto succedere che una pagina tanto scomoda quanto ironica e pacifista possa essere incappata nella censura automatica di Facebook? E’ noto che Matteo Salvini ha a disposizione una potente macchina social (‘La Bestia’) dove il suo consulente d’immagine, lo spin doctor Luca Morisi  coordina 35 collaboratori lavorano sulla rete H24 per rafforzare l’immagine del leader leghista e affossare quella degli oppositori.

Il dubbio – è solo un’ipotesi ma per nulla strampalata – è che l’oscuramento delle sardine sia stato pianificato nel bunker mediatico leghista. L’impresa è un gioco da ragazzi, non abbisogna di un guru della comunicazione. Fase uno, si mandano alla pagina delle sardine commenti violenti e minacce assortite a Salvini. Fase due, (le stesse persone) segnalano alla equipe di Facebook tali commenti. Fase tre (in automatico), la pagina Facebook viene oscurata.

Tuttavia Il branco delle sardine si ingrossa ogni giorno di più. Riempie il mare e le piazze di tutta la penisola. Mette in scena una nuova opposizione al populismo, l’unica che c’è. O almeno, l’unica che fa paura a Salvini: Allora, non è troppo fantasioso pensare che tra le centinaia di migliaia di sardine cerchi di infiltrarsi qualche squalo. Opportunamente mascherato.

Sia come sia, la marcia sott’acqua prosegue, il popolo delle sardine sembra aver reagito al temporaneo oscuramento raddoppiando ironia e fantasia: combatterle è maledettamente difficile. Il calendario dei prossimi appuntamenti continua a ingrossarsi. A Ferrara, la roccaforte espugnata dalla Lega alle ultime elezioni, gli iscritti al gruppo Fb dedicato (e potenziali partecipanti alla manifestazione del 20 novembre in piazza Castello) sono già più di 9500.[vai al gruppo Fb Sardine Ferrara]

LA PIUMA
Una poesia di Carla Sautto Malfatto dedicata alla Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

di Carla Sautto Malfatto

LA PIUMA

È una questione di equilibri.
Con una piuma per contrappeso
sostenere un intreccio di bambù spogli
le estremità taglienti
rigidi alle giunture, infidi.
Trovarvi il baricentro per ogni legno,
su questo posarvi altri,
reggerli, mentre si danza la vita
a piedi nudi e concentrata
a non perdere l’attenzione sui prolungamenti
farli girare, a perno, su di me
(e la piuma, sempre più lontana
ma ineludibile compensazione
di miserrimo peso, nemmeno un grammo).
Così, avanzare nel rischio continuo
elegante giocoliere con i calli alle mani,
domani, un’altra gravità, un nuovo legno
da aggiungere all’ultimo punto di forza,
continuare, gravida, del peso degli altri,
mai abbastanza, mai sazi.
Poi giungere al termine, per sottostimata soma,
appoggiarsi a valutare il tenue costrutto,
impalcatura sopraffina
di indicibile strazio e meravigliosa trama.
Se tolgo la piuma, tutto si schianta, fracassa
in un urlo solo e disumano,
se tolgo la piuma, tutta l’esistenza disgrega
nel mirabile intarsio di un’eternità,
tutto di me si seziona in verticale,
se tolgo la piuma – l’amore –
non c’è più una regina
non ci fu mai un re.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

PER CERTI VERSI
Il calco leggero

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL CALCO LEGGERO

L’uomo è andato sulla luna
Ma la luna non è mai andata dentro l’uomo
Nella sua mente
È rimasta là
A impollinare gli occhi di meraviglia
A incrociare i desideri dei mortali
Ad affascinare i poeti
Gli innamorati
E quelli come noi
Annuvolati

Contro l’inverno delle biblioteche
Ferrara: si raccolgono le firme su una petizione popolare

Cambiano le stagioni – e cambia la Giunta – e oggi le biblioteche ferraresi rischiano grosso. Si può parlare, infatti, di una vera e propria emergenza, tanto che lo stesso sindacato si è fatto promotore di una petizione popolare ‘Per il rilancio delle biblioteche di Ferrara’.[vedi volantino in calce a questo articolo].Le firme si raccolgono:sabato 23 novembre, piazza Trento Trieste dalle 16,00 alle 19,00 e sabato 30 novembre dalle 16,00 alle 19,00 in via Garibaldi (vicino alla Feltrinelli).

Ma. per capire meglio i termini del problema, facciamo un passo indietro nella storia recente. Dopo una decina di anni piuttosto grigi, c’era stato ultimamente un risveglio di interesse. Due anni fa, proprio su questo giornale, peroravo la causa di ‘una nuova primavera delle biblioteche’ [vai all’articolo] mentre l’anno scorso registravo con favore la ‘riscossa’ delle biblioteche cittadine [vai all’articolo].

Sembrava insomma che, sul finire del mandato, l’’Amministrazione Comunale di Centrosinistra si fosse finalmente convinta che il sistema bibliotecario diffuso non era solo un tesoro prezioso da non disperdere, ma un campo da seminare a nuovo, un settore cruciale su cui riprendere a investire, un modo concreto per promuovere conoscenza e cultura e allargare gli spazi della democrazia e della partecipazione. C’era e c’è ancora molto da lavorare – e anche allora non risparmiavo critiche ai vecchi governi di Ferrara per aver a lungo tralasciato l’impegno per lo sviluppo del sistema bibliotecario – ma nell’ultimo scorcio del mandato di Tiziano Tagliani si vedevano  con chiarezza i segni di un risveglio. La fine dei lavori e l’inaugurazione della Niccolini, la bellissima nuova biblioteca per ragazzi, l’ambizioso progetto di una ‘Grande Biblioteca Rodari’ alle Corti di Medoro, l’impegno più o meno solenne a non diminuire, anzi ad aumentare il numero dei bibliotecari e operatori comunali, più soldi per l’acquisto del materiale documentario.

Avevo anche proposto, insieme a un folto gruppo di amici appassionati, la creazione di una biblioteca multietnica dalle parti del Grattacielo: per affrontare i problemi di quella zona aprendo uno spazio per il dialogo e l’incontro, invece di affidarsi ad una ‘soluzione militare’ [vai all’articolo]. Anche questo sogno si è recentamente avverato. Si è costituita l’associazione culturale ‘Biblioteca Popolare Giardino’ con più di 100 iscritti e la vecchia Giunta ha concesso in uso gratuito un negozio proprio ai piedi del Grattacielo. Così lo scorso maggio la biblioteca è diventata realtà. Una cinquantina di volonterosi volontari la tengono aperta al pubblico e organizzano decine di iniziative culturali e ricreative per adulti e bambini. Proprio qualche giorno fa la BiblioPopGiardino ha festeggiato i primi sei mesi di vita con una affollata castagnata.

Pareva quindi profilarsi un roseo orizzonte per le biblioteche di Ferrara. Purtroppo il clima è cambiato bruscamente: sta arrivando un inverno pieno di nuvoloni neri, tanto che Il nostro sistema sistema bibliotecario rischia nei prossimi mesi il collasso.  La petizione popolare (ad oggi sono state già raccolte oltre 500 firme) indica tre criticità e, insieme tre obbiettivi.

Pima di tutto, l’emergenza personale.  Anche per effetto di Quota Cento, a partire di quest’anno e nel corso del 2020 sonio previsti 10 pensionamenti, un quinto dell’intero personale addetto a biblioteche e archivi. Se non fosse garantito il turn-over integrale, l’assunzione di nuovi addetti al posto di tutti i pensionandi – e la Giunta di Alan Fabbri non ha ancora preso nessun impegno in tal senso – tutto il sistema andrebbe in tilt. Le biblioteche pubbliche rischiano la chiusura, o dovrebbero ridurre drasticamente  le ore giornaliere di apertura (e basta girare per l’Italia per vedere che già ora Ferrara non è certamente in cima alla classifica per ampiezza di orario).

In secondo luogo, la petizione denuncia il dietrofront del governo leghista sulla creazione della “Grande Rodari” e ne chiede con forza la realizzazione. La vecchia Giunta aveva stabilito che al piano terra delle Corti di Medoro (l’ex Palazzo degli specchi) sarebbe sorta una grande e moderna biblioteca per servire la zoa Sud di Ferrara dove risiedono 40.000 abitanti. Al posto della biblioteca e dell’auditorium, il sindaco Alan Fabbri ha deciso di ospitare il nuovo comando dei vigili urbani. Il progetto della grande biblioteca sembra accantonato: nessuna altra localizzazione è stata avanzata dal Comune. Allora “dove leggo?”, scrive il volantino dando voce agli abitanti di via Bologna.

Ma non basta assicurare il mantenimento della pianta organica e riprendere il progetto di una grande biblioteca nella zona Sud, la mozione chiede (prima di tutto al Consiglio Comunale e alla Giunta che secondo regolamento dovrà rispondere alle questioni sollevate dai firmatari) un vero rilancio del sistema bibloteche a Ferrara. Invece di chiudere una porta, occorre aprirne tante altre. Pensare alle biblioteche pubbliche come a un motore della democrazia informativa, come dei centri – disseminati in tutti i quartieri – dove offrire servizi e favorire l’incontro, il dialogo, la cittadinanza attiva.

Mentre scrivo questo articolo, un amico bibliotecario della Bassani di Barco telefona per dirmi che l’auditorium annesso alla biblioteca è stato chiuso sine die per inagibilità. Sul Carlino leggo che sindaco e vicesindaco insistono per chiudere piazza Verdi con un cancello anti-movida. Non tira una bella aria in città: le chiusure prevalgono sulle aperture. E le biblioteche? la petizione popolare chiede ai ferraresi di fare un passo avanti e alzare una mano.

Un castello stile luna park

Gentile Presidente Paron,

accolgo il suo invito, lanciato dalle pagine della cronaca cittadina, a pronunciarsi sulla scritta pubblicitaria apparsa sulle torri del Castello tinto a festa per le sagre natalizie. Dal fondo della memoria risale una filastrocca che noi bambini eravamo usi cantare nelle immancabili visite al monumento più famoso (ma sicuramente non il più bello) della nostra città: “Ma che bel castello marcondirondirondello / Ma che bel castè marcondirondirondà”…
Dove, misteri del caso, il refrain della filastrocca porta il nome dell’assessore alla cultura.
Rispetto all’attenzione a cui sono stati e forse saranno gli edifici più importanti della città estense, il Castello da secoli è sottoposto ad infiniti rimaneggiamenti e ‘stupri’ che lo hanno reso architettonicamente e artisticamente illeggibile. Un luogo da parata, direi, usato per tremende manifestazioni: dall’improvvido incendio, mai abbastanza deprecato, ai manti – più o meno – regali che indossa per ospitare mostre e rassegne, ben più attendibili in altri luoghi. Resta il segno/sogno del popolo ferrarese sempre affascinato dall’idea di entrare nel Castello.
Ma anche al cattivo gusto c’è un limite. E i lividi coloracci con cui lo si fascia conciandolo così per le feste superano ogni pretesa o lontano sospetto di buon gusto. Ricordo ancora l’entusiasmo che noi dell’équipe convocata da Gae Aulenti spendemmo per quella che mio avviso rimane il più importante tentativo di ‘rinnovare’ l’immagine del Castello (le vituperate piramidi di specchi per vedere i soffitti, paragonate da illustri critici d’arte a qualche escamotage degno di pensioni di terz’ordine della costa romagnola); poi s’arrivò a spostare a braccia i quadri per permettere la buffonata dell’incendio.
Che dire dunque della scritta e dei colori con cui s’ammanta il monumento? Boh! Niente di più tremendo di ciò che si fa e si farà del bel Castello dirondello.
Quindi esprimo tutta la mia – peraltro condivisa – preoccupazione riguardo all’intenzione della dottoressa Paron di trasformare il simbolo della città in un giochino buffo e colorato per soddisfare i bambini-spettatori che vogliono entrare nel ‘bel’ Castello.
Come mi disse un tempo un caro amico e illustre studioso ciò che manca a Ferrara è la competenza. La competenza di gestire i tesori che nonostante tutto abbiamo.

Sardine sì, ma anche delfini e salmoni

 

Sardine… E chi se lo sarebbe mai immaginato? L’irrompere sulla scena politica di questo originale, inatteso e ancora magmatico soggetto aggregativo, che raccoglie il sentimento di una sinistra diffusa ma dispersa e orfana di rappresentanza, potrebbe ricreare uno spazio di espressione plurale per chi, oggi, voce non ha (e, solitario, al vento sino a ieri ha affidato il proprio lamento).

La novità, come tale, genera speranze e grandi attese (proporzionali alle tante frustrazioni patite negli ultimi anni); e insieme pure dubbi e ragionevoli timori, in considerazione dei rischi e delle incognite di cui la sfera pubblica è zeppa, nonché dell’imbarbarimento e della degenerazione delle relazioni sociali.

Ecco, allora, alcuni basilari avvisi ai naviganti, utili forse per sventare qualche ostacolo e magari favorire un positivo approdo per le prossime imprese alle quali le sardine s’apprestano.

L’avvertenza preliminare e procedurale, ad uso di coloro che, idealmente, si porranno ‘in testa ai cortei’, quali registi delle mobilitazioni, riguarda i rischi del settarismo, malattia infantile della sinistra, mai debellata: le pratiche inclusive, che sempre e giustamente si invocano quando si tratta di condannare le discriminazioni sociali, andranno coerentemente praticate anche in casa propria. Sarà, quindi, indispensabile essere rispettosi e tolleranti pure con il compagno di lotta (la sardina dell’onda accanto), al quale invece – come la più ‘sinistra’ storia della sinistra tragicamente insegna – spesso non si perdona neppure una divergenza sulle virgole… Serve, dunque, una ragionevole flessibilità: se la direzione di marcia è condivisa, sulle variabili di percorso ci si deve rispettosamente saper confrontare, accettando anche il dissenso (sissignori: pure quello interno, così indigesto a taluni), purché non si perda di vista la meta. La prima condizione di successo di questa inedita sfida che le sardine intraprendono sta quindi nel forzare alcune paratie, proprie degli apparati, che hanno perniciosamente condizionato anche la forma mentis di molti militanti e conseguentemente le loro modalità di azione e di relazione.

Innovativo sarebbe il reale pieno riconoscimento della dignità di espressione a tutte le diverse anime che compongono il diffuso e variegato arcipelago della sinistra: egualitaria, libertaria, solidale, pacifista, nonviolenta, ambientalista, ecologista, animalista, antiproibizionista, inclusiva e non omofoba…
È, questa, una condizione imprescindibile, poiché troppo spesso il battito della sinistra è stato -paradossalmente – soffocato proprio dall’intolleranza e dal settarismo.

Per quanto specificamente attiene alla nuova impresa, le sardine che hanno cominciato a invadere le piazze sono imprescindibili: per istinto naturale garantiscono la compattezza. Ma – stando alla metafora ittica – la loro massa d’urto deve essere potenziata da ‘delfini sapiens’, capaci di navigare nei mari aperti e in acque agitate; e pure da salmoni caparbi, in grado anche di nuotar controcorrente – non per posa, ma quando è giusto e necessario – sfidando il pensiero dominante, i luoghi comuni e le facili illusioni. C’è dunque da augurarsi che fra le sardine via siano anche esemplari di queste differenti specie.

Sardine sì, dunque: per il loro entusiasmo, lo slancio gioioso e giocoso, la capacità di trascinamento e di fare compattamente squadra. Consapevoli però – va ribadito – che la vivace forza del branco va sostenuta dall’intelligenza dinamica e dalla sagacia tattica che si attribuisce al delfino; nonché dall’attitudine a sfuggire i luoghi comuni e le soluzioni scontate, propria del salmone di razza (diffidando dalle tristi e perniciose imitazioni che sovente si infiltrano).

Infine – ma non per ultimo – programmaticamente sarà onesto, doveroso e aggregante dichiarare, oltre a “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, anche quale idea di convivenza sta a fondamento dell’impresa. E’ necessario, quindi, al più presto, quantomeno tratteggiare pure la ‘pars costruens’, per delineare i tratti del mondo nuovo: i valori che lo sorreggono e il modello di sviluppo auspicato. Schierarsi ‘contro’ è utile ma non basta. È indispensabile chiarire anche ‘per’ cosa ci impegniamo.

E intanto vediamo se, anche a Ferrara, arriva l’onda…

Il boom degli indici di borsa e la distanza tra finanza e vita reale

La Borsa di Milano ha toccato nell’ultima settimana il massimo dell’anno a 23.829 punti che, sebbene sia meno della metà dei 50.109 punti toccati a marzo del 2000, delinea una corsa che vede un aumento percentuale dell’indice di circa il 28%. Meglio del 24% annuo di Wall Street e dell’ottimo 25% annuo raggiunto dalla Borsa di Francoforte.

Listini borsistici in aumento mentre però cala tutto il resto. Il Pil europeo, per esempio, ha visto un ridimensionamento notevole nelle previsioni di crescita per il 2020, passando dall’1,7% ad un più modesto 1%. Gli Usa caleranno invece, per lo stesso anno, dal 2% al 1,8%.
Il Fondo Monetario Internazionale stima una crescita del Pil italiano nel 2020 dello 0,5% nonché un rallentamento generalizzato del Pil mondiale, soprattutto per quanto riguardo il “gruppo dei 4” (Usa, Zona Euro, Cina e Giappone) e almeno fino al 2024.

Anche l’Ocse fa la sua parte e calcola il Pil mondiale in discesa dal previsto 3,2% al 2,9% nel 2019 e dal 3,4% al 3% nel 2020. Quello della Germania viene dimezzato nel 2020 dall’1,2% allo 0,6%.
A causa poi delle tensioni commerciali il Wto (Organizzazione mondiale del Commercio) prevede volumi dell’interscambio mondiale di merci in calo rispetto alle attese. Per il 2020 un più 2,7% contro il precedente 3%. Ovviamente a meno che le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si normalizzino, il che è difficile ma non impossibile.
In Italia, a fronte del 28% di aumento della Borsa di Milano, calano le prospettive occupazionali a causa del sempre più possibile spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva e delle centinaia di crisi aziendali ancora da risolvere e non aumentano gli stipendi, che nonostante le dichiarazioni degli esponenti dell’attuale Governo, sono ancora fermi agli anni ’90 del secolo passato, come ci dice l’Ocse

Certo, sono i salari medi e quindi non sarà per tutti così, come mostrano i dati sulla disuguaglianza sociale. Per fortuna però in Europa ancora resiste un modello economico basato sulle politiche di intervento pubblico che si oppone agli attacchi dell’austerità e ci permette di avere situazioni meno estreme di quelle che bisognerebbe affrontare negli Stati Uniti o nei Paesi dell’Est Europa.
Resistono, a fatica, la sanità pubblica, le pensioni e la scuole per tutti, come sottolinea uno studio sulle disuguaglianze del maggio scorso del World inequality database (Wid), un network di un centinaio di ricercatori che fa capo a Thomas Piketty, autore del bestseller “Il capitale nel XXI secolo”.
I successi delle borse indicano uno scollamento totale tra la vita reale e l’andamento finanziario. Uno scollamento dalle conseguenze inesplorate e ad oggi misteriose. Non possiamo far altro che evidenziarne il lato statistico e grafico essendo oramai totalmente incapaci di operare analisi che possano arrivare oltre il cuore e il sentimento momentaneo delle persone. Cosa potrà realmente e finalmente spingere l’essere umano verso la logica interpretazione degli eventi e riconnettere la dicotomia che si è creata tra il bisogno umano e quello che invece prospettavano i banchieri della Jp Morgan negli anni ’80, ovvero il passaggio dalla cultura del bisogno a quella del desiderio, rappresentato oggi dagli indici di borsa? Personalmente lo ignoro.
Possiamo guardare in televisione il sogno a portata di mano per tutti ed identificarci nella realizzazione del desiderio che ne rappresenta, la crescita del nostro portafoglio del 28% in un anno. Più denaro anche per noi per soddisfare il nostro sogno nel cassetto, peccato però che quel grafico non rappresenti la nostra realtà. Siamo sul canale sbagliato.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Il violoncellista, storia di una sinfonia

È un matematico ma lei lo vede come un artista, capace di accordarsi dentro di lei. Mi scrive un’amica, anticipandomi che mi deve parlare di un violoncellista, non le viene altro per citare quell’uomo che incontra di notte e che quando la chiama dopo un lungo viaggio, le chiede se si è scordata di lui. E scordare è un verbo che parla di cuore.
“Non è un amore a metà, mi sazia talmente che non oso chiedere di più, lui non sparisce mai, risponde sempre, il tempo lo trova, ma sa benissimo in che momento sono e non pretende ciò che non posso dare, che poi è quello che lui non può dare a me e che, per la verità, neanche voglio”.
Io le chiedo come sia possibile e come fa a non cadere nell’effetto opposto, nella bulimia di quando ci stai troppo bene con una persona e allora vorresti ancora, vorresti subito, vorresti oggi e domani insieme.
Mi viene in mente L’animale morente di Philip Roth quando lui, il professore, l’intellettuale famoso e non più giovane, vuole oltre ogni limite la giovane Consuela, che già frequenta con passione e attenta osservazione, e pensa “non riesci ad avere ciò che vuoi nemmeno quando riesci ad avere ciò che vuoi”.
Insisto nel volere capire come può bastarle questa tensione, come fa ad assaporare anche il contrario del loro stare insieme notturno e imprevisto, a cosa bisogna arrivare per starci dentro senza guardare fuori da un rapporto così.
Lei ride, ne ha sicuramente passate più di me: “Lui è quello che sa che uno strumento non si può battere troppo perché rovinerebbe la sinfonia, l’accordo con me”, spiega, “mi suona corpo e mente con sapienza, mi raggiunge ovunque sono per fare l’amore mettendo dedizione e generosità, ma la regola che ci governa è sceglierci liberamente”.
La mia amica sta partecipando a un banchetto e si sazia solo di ciò che la soddisfa, il resto via.

Vi è mai capitato un amore così? Un amore che basta a se stesso, non pretende e riempie lo stesso?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Quando si dice una cosa di sinistra: Zingaretti tira fuori dal freezer lo Ius Soli

Nicola Zingaretti ha tutta l’aria di un uomo tranquillo; il suo esercizio giornaliero sembrava quello di richiamare tutti alla calma, al dialogo, alla ragionevolezza. Ma sono settimane difficili: il governo giallo-rosso è partito in gran salita. Dopo la debacle annunciata in Umbria c’è una Finanziaria da cucire assieme. Intanto Di Maio e i 5 Stelle sono nella bufera, Matteo Renzi si fa largo a spintoni e Calenda fonda il suo partitino. E poi c’è il bubbone Ilva. E l’acqua altissima a Venezia, l’allarme alluvioni, il rischio frane e valanghe…
In mezzo al grande polverone (reale e mediatico), per salvare una maggioranza sempre più traballante, il Pd aveva scelto di stare sulla difensiva. Calma ragazzi, ripeteva il cucitore Zingaretti, se andiamo avanti così, andiamo a sbattere. Insomma, linea morbida su tutto il fronte. Con scarsi risultati.
Finché il segretario arriva a Bologna per lanciare il nuovo statuto dem. Bologna non è una città qualsiasi per la sinistra; e tira una nuova aria, due giorni prima 15.000 sardine avevano stipato piazza Maggiore. Tant’è, quando Zingaretti comincia a parlare sembra un leader diverso. Nei toni e nei contenuti. Stanco di subire il logoramento degli alleati riottosi propone al Pd e al governo una “nuova agenda”.
E dice una cosa inaudita. Fa quella cosa che, inutilmente, Nanni Moretti chiedeva al partito una ventina d’anni fa: “D’Alema, dì una cosa di sinistra!”.
Il ri-lancio di Ius Soli e Ius Culturae – così almeno mi piace credere – può rappresentare una svolta. Reale e simbolica. Un atto di coerenza e di coraggio, una risposta forte a un populismo sgangherato e cialtrone. E il rispetto di una antica promessa, quella fatta da Pier Luigi Bersani (un altro uomo tranquillo, anche troppo) alla vigilia delle elezioni politiche del 2013: “La prima cosa che faremo? Daremo la cittadinanza italiana a tutti i bambini nati in Italia”.
Come è noto, Letta, Renzi e Gentiloni quella promessa se l’erano messa in tasca. Guarda caso: non era mai il momento giusto per provarci. Adesso il nuovo Zingaretti rampante ha pescato lo Ius Soli dalla tasca e l’ha ritirato fuori. Ha detto una cosa di sinistra. Ha raccolto una sfida che sta a cuore – così almeno sembra nella narrazione mediatica – solo a Papa Francesco e a una minoranza degli italiani. Ma Gandhi (uomo tranquillissimo ma assai deciso) aveva ragione, non bisogna aver paura di essere minoranza. Così, solo così, ti può capitare di vincere.

Speciale DIARIO IN PUBBLICO
Venezia, Venice, Venise, Venecia

La tragedia di Venezia è paragonabile a quel gusto tutto contemporaneo della ‘diminutio’. Basta osservare l’uso che di questa figura retorica fanno i cantanti che, assieme ai calciatori, sono gli autentici idoli degli italiani.
Un tempo, ai miei tempi (forse anche più terribili degli attuali) esisteva ancora il concetto del ‘bon ton’ come si può vedere nelle puntate televisive di Downton Abbey o nel bel film che ne è stato tratto, gusto del vestire corretto che durerà almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Bon ton che la mia generazione ha tentato di scardinare con le minigonne, i pantaloni a zampa d’elefante, il foulard al collo dei maschi. Eppure noi giovani , come del resto tutti, in occasioni formali ci si vestiva correttamente secondo le regole del tempo. Al festival di San Remo o nei concerti-fiume che riempivano stadi, piazze, teatri il cantante e i musicisti vestivano quasi sempre lo smoking, segno di distinzione e di eleganza. Ora la giacca dello smoking rimane, ma sotto c’è la maglietta o al massimo una strana camicia senza collo. L’orrore puro l’ho appena visto in tv. Nello spettacolo in onore di Fabrizio de André un cantante sembra di grido appare vestito come mai mi sarei immaginato. Questo vecchietto con gli occhi pittati, il ciuffo bianco cadente veste la giacca da smoking e sotto una camicia da notte; indossa poi una specie di calzone-calzamaglia, gli stivaletti di vernice e canticchia una bella canzone di De André esibendo quella mise che, nelle più spericolate esibizioni, non si sarebbe permesso nemmeno Renato Zero. Ed è ‘IL’ segno di eleganza: l’eleganza imposta da chi detta la moda e, purtroppo forse una parte non indifferente del cosiddetto pensiero il cui impulso viene dai cantanti e da i calciatori
Che c’entra Venezia? Venezia esibisce lo smoking nei luoghi turistici poi indossa la parodia dello smoking in quelli toccati dalla lebbra turistica.
Osservavo una bella rappresentante di Forza Italia che parlava in politichese ad un recente raduno del suo partito e le sue ciglia finte sconfinavano nell’assurdo. E quelle ciglia finte, quella ‘diminutio’ della giacca da sera sono ciò che il turistame vuole dalla mia Venezia. Ho frequentato i palazzi più esclusivi della città lagunare, il circolo delle contesse, la Venezia segreta che non si oppone ma incita a far soldi con il turismo, che non mette però piede al Danieli o da Cipriani, troppo alla moda, ma che al massimo si spinge per non essere contaminata nelle sale segrete del Gritti o dell’Europa. Anche loro hanno distrutto Venezia per una specie di cinismo e di indifferenza.

Riprendo la polemica che oppone ora in città l’Amministrazione leghista alle dichiarazione del professor Giangi Franz che anche sulla mia pagina fb aveva ripetuto e scritto affermazioni che si riassumono nel concetto per cui i veneti e i veneziani s’arrangino a salvare loro e solo loro Venezia. A leggerle, le ho ben inquadrate in un atto non di cinismo ma di impotente amore che è sì ad un passo dall’odio ma che constata la disperazione di un intellettuale di essere alla fine di un processo di autodistruzione. Da qui la riprovazione ma anche la comprensione. Sembra allora esagerato oppure ‘politicamente corretto’ l’azione della Amministrazione ferrarese? Ricorrere poi alla censura degli organi universitari a cui Franz appartiene è simile ad una barzelletta. E chi scrive ne sa qualcosa delle ‘censure’ universitarie! Mi accorgo di usare una caterva di termini virgolettati quasi a sottolineare quella ‘diminutio’ di parole in smoking ma che nascondono la camicia da notte.

A Venezia si è consumata la tragedia delle grandi navi in cui gente vestita come il cantante dal ciuffo bianco crede di possedere la città più bella del mondo perché la può calpestare, insudiciare con la bava del credersi ‘su’! E riaffiorano immediatamente i ricordi di una città coltissima, di una Università tra le prime in Europa, di biblioteche mozzafiato di musei che producono la sindrome di Stendhal, di chiese deserte e silenziose, dell’intatta Giudecca dove anche ai senza soldi, come me da giovane, venivano serviti piatti eccezionali per pochi spiccioli.
Mi venne offerto di lavorare all’Università veneziana ma a malincuore rinunciai perché vivere a Venezia, come morirvi, è difficilissimo. Thomas Mann aveva capito tutto un secolo fa.

Come si sono comportati allora i politici? Hanno commesso una caterva di decisioni sbagliate dettate anche – e va sottolineato – dalla necessità di adeguamento a una città così difficile, dalla spinta che proveniva dal basso di produrre reddito, ma soprattutto dalla volontà di far soldi con la città più bella del mondo. Piegarsi alle necessità del turismo più pacchiano è stato il loro peccato originale. Ricordo le riunioni a casa di De Michelis, editore e politico di rilevanza, riunioni in cui la minaccia di quello che un tempo si chiamò consumismo di massa restava nello sfondo. Agiva forse ancora una certa ansia sessantottina per cui anche ai meno abbienti era finalmente concesso di frequentare quella città fatta per i ricchi. Poi lo spopolamento e il lento naufragio di istituzioni, attrazioni, bon ton, e modelli di una vita inimitabile che scese fra le strade portando lo smoking e la maglietta.
Venezia risorgerà, a fatica, sempre più usata, forse, e sta a noi che l’amiamo toglierle quella giacca e riscoprirne la bellezza, ristoro unico ai mali del mondo.

PER CERTI VERSI
Ilia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

ILIA

sì Ilia
la incontrai per le vie di Buda
come una patriota magiara
ma lei era di Creta
era di Troia
era azzurra
blu
come Cnosso
le sue parole in saccoccia
nel flusso termale di Buda
tremavano le barricate del quarantotto
c’erano stati i funerali di Nagy
c’erano le barriere
il filo spinato
l’Ungheria non era più Lei
Ilia mi raccontava
mi raccontava di una sconfitta
di una distruzione
di una rinascita
da dove cominciare
da dove
forse dalla sconfitta
dalla distruzione
Troia era cenere
tutta per terra
come i morti
gli scannati
i divelti
come sempre
gli sconfitti totali
pagano brutalmente
la sconfitta
e ancora si crede
ai vinti
ai vincitori
non so perché
ma mi salvai
un uomo
un uomo nemico
molto importante
mi mise su una nave
qualcuno doveva sopravvivere
ordini venivano da Creta
dovevo diventare regina
di quella terra unica
meravigliosa
ma come potevo
in cuore mio sopravvivere
eppure si sopravvive
si riesce a portare il sangue
dentro il vascello
del pensiero
che ancora ci sono giorni
da vivere
in questa terra
in questa esistenza
giorni diversi
differenti giorni
chiamati da altre cause
non avevo più nulla
se non me stessa
la cenere mi tappava il respiro
mi strozzai di lacrime
avrei voluto combattere oltre
morire sul campo di battaglia
forse meglio sarebbe stato
perché sopravvivere a tale strazio
a tale scempio della vita
forse perché nella donna
c’è il battito della vita
il dono della floridità
della continuità
forse
tutte le ipotesi cadevano
io non sapevo cosa fosse meglio
non avevo parole per dire niente
non avevo più parole
rimasi muta per un tempo incalcolabile
il viaggio non porta ricordi
non mi appare nulla sullo schermo della mente
nel flusso del cuore
nel granaio degli occhi
completamente vuoti
spenti
assenti
eppure tornai
tornai alla vita
con una freddezza così calma
così calda
che mi sorprese ferocemente
con un vigore imperioso
per tutti gli dei
non posso dire altro
che portata nel grembo
di una terra nuova
ricca di bellezza
di fascino
di potente passione per l’arte
in questa
in questa passione
fu possibile per me
tornare alla vita
ricominciare
dare figli al re
al mondo
alla storia
alle mie braccia

DIARIO IN PUBBLICO
Che settimana!

Cerco di raccapezzarmi ricostruendo con il ‘Lego’ della memoria i fatti sconcertanti, inammissibili, crudeli e gloriosi che questa Italietta petulante è riuscita a mettere assieme.
Aggiungere qualcosa al problema Ilva supera di molto le mie possibilità intellettuali, morali e ideologiche: lo strazio del sentimento (e della ragione) di fronte all’implacabile ‘fatto’ dei licenziamenti, del ritiro dei franco-indiani, di una città avvolta nel veleno: reale e metaforico. Tutto è dunque colpa dei politici? Oppure anche il ‘popolo’ ha messo del suo?
Ma quello che m’offende, che trovo privo di alcuna possibilità di riparazione, che dimostra il prevalere dell’odio su tutta la gamma dei sentimenti umani è il caso Liliana Segre e del comportamento della destra rimasta quasi tutta seduta al momento della standing ovation che ha seguito la proposta di una commissione anti-odio proposta dalla senatrice. Da qui la vergognosa necessità di offrire alla Segre la protezione di una scorta che l’accompagni e dissuada da gesti incivili chi ha fatto della politica dell’odio la propria bandiera. A questo ormai ‘sentire comune’ si lega e prende forma una pericolosissima forma di protesta quale quella messa in atto dal sindaco di Predappio che nega il contributo comunale al viaggio ad Auschwitz di due studenti.

Il ribollire della coscienza non serve se non si ha pronta una ferma condanna e una altrettanto ferma risposta. In questo dubbio mi conforta e mi sostiene lo splendido articolo di Fiorenzo Baratelli apparso su questo stesso giornale. Scrive: “Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? […] La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia”.
La proposta di Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, di offrire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e di coinvolgere tutte le forze politiche in questo progetto è encomiabile. Ho appena assistito alla votazione della proposta che ha riscosso l’unanimità. Sulla campagna elettorale ormai iniziata da Matteo Salvini con il pranzo al Petrolchimico di più di 400 persone ovviamente il mio giudizio cambia non approvando per ragione anche di gusto personale (il solito radical chic!) che l’uomo politico Salvini con la sua candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna, Borgonzoni, tra tripudi di cappellacci, idromele, e altri prodotti della cucina a chilometro zero tenti la scalata alla presidenza della Regione con questi ‘festival’. Poi, come la stampa locale ha sottolineato la visita ai padiglioni di ‘Usi & Costumi’ dove il leader si scatena a farsi riprendere con il testa l’elmo di centurione alla foto con il sosia del guerriero maya di Apocalypto. Qui Matteo Salvini a suo agio si ritaglia un’ora di bagno di folla. Certo non è facile trovare nell’intera storia italiana dall’unità ad oggi un politico che aspira a diventare Presidente del Consiglio che folleggi come il Nostro dal Bagno Papeete ai costumi pseudo-storici. Ma questo è ciò che il popolo vuole e su questo s’impernia la futura ‘prise de pouvoir’ della, un tempo, Emilia rossa.
E la reazione di chi si considera politicamente di sinistra? Un cupo silenzio salvo il chiacchericcio dell’altro non meno imprevedibile Matteo.

Pregustavo da tempo la visione del film “La belle époque” come un evento a cui partecipare; con Fanny Ardant che adoro. Ormai più vecchio del personaggio principale che rivive la sua storia d’amore degli anni Settanta quella di Victor-Daniel Auteuil volevo provare l’emozione di quella Francia che ho cosi ben conosciuto. Che delusione! L’intellettualismo di cui i francesi sono maestri spinto alle conseguenze estreme: quasi una presa in giro. Dire banale è poco; dire sbagliato s’avvicina al vero. Ormai la douce France sta ripetendo i suoi miti con in più la convinzione d’essere nel vero. Helas! E’ ora di cambiare. Un attento lettore mi fa notare che senza il pensiero francese non potremmo capire la nostra storia contemporanea. Tutto vero e condivisibile ma qui non si tratta di pensiero francese ma di utilizzazione di schemi ormai obsoleti con la ‘nostalghia’ degli anni Settanta rivissuti alla luce dei nuovi mezzi comunicativi. Ecco perché m’arrabbio. Sarebbe come se mi mettessi a singhiozzare sul foulard che portavo al posto della cravatta, sui cineclub, sull’isola d Mann, sull’erba e sui pantaloni a zampa d’elefante. Abbiamo dato. Ora è la proiezione della cultura di massa che preoccupa come ben spiega Fiorenzo Baratelli nel suo ottimo articolo che ho citato.

E quale è la notizia più importante della settimana? Quella che racconta come il ministro Dario Franceschini ha rimesso in gioco e ha restituito quei 25 milioni negati al proseguimento della costruzione del Meis, il Museo dell’Ebraismo e della Shoah a Ferrara. E nel nome di chi? Di Liliana Segre.
Bravo ministro.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
DUE PIAZZE – Amore giusto, perfetto, eterno… La parola ai lettori

Bingo… la persona giusta!

Cara Riccarda, caro Nickname,
impegnativo il concetto di persona giusta! Impegnativo ma non impossibile, un po’ come vincere all’enalotto. L’amore è conoscenza, curiosità, complessità, cabala e gioco se vuoi. Il tutto in un contesto temporale!
S

Caro S,
all’enalotto vinci in un secondo o non vinci. In amore c’è tutto quel che dici: la conoscenza dopo la curiosità e il gioco della cabala. Che ad alcuni fa molta paura.
Riccarda

Caro S,
voglio farti una iniezione di ottimismo: trovare la persona giusta è più probabile che vincere una somma sconsiderata all’enalotto. In entrambi i casi però bisogna giocare con passione: farlo una tantum è garanzia di fallimento. A meno che tu non sia un predestinato: in quel caso, fossi in te, mi preoccuperei perché prima o poi un asteroide ti cadrà in testa.
Nickname

La formula dell’amore perfetto?

Cara Riccarda, caro Nickname,
il per sempre c’è e a volte ti cade addosso a volte lo hai a fianco e te ne innamori passo a passo. Il per sempre è quello che è migliore di te.
Quando guardi chi ti sta accanto e ti accorgi che sei migliore di lui è inutile cercare il buono, vedere il lato positivo, fare l’elenco dei pro e contro.
Lascia stare le cure palliative. Chiudi tutto e vai avanti. L’amore non è una malattia, non va curata, è un sentimento da trattare bene e lo facciamo per noi stessi. L’amore è la persona che hai scelto perché tu la vuoi.
Siamo degli egoisti ecco perché ci innamoriamo. Succede solo e fino a quando il ricavo unitario è maggiore del costo marginale. E’ necessario che la funzione guadagno sia derivabile e l’ascissa del punto massimo si ottiene annullando la derivata prima.
V

Cara V,
non ho sufficienti conoscenze matematiche per comprenderti fino in fondo, tuttavia, hai ragione: l’amore non è una malattia. Però mai come quando si è innamorati, i nostri meno e i nostri più, le nostre somme algebriche così puntuali e rigorose, si sparigliano. E’ quel senso di sconosciuto che ci fa vedere finalmente cosa siamo.
Riccarda

Cara V,
la tua conclusione mi fa sospettare di trovarmi davanti ad una studiosa dell’economia.
In tal caso, potresti rappresentarmi in un grafico con ascisse e ordinate la funzione che ti permette di individuare chi è “migliore” o “peggiore” di te?
Nickname

L’amore eterno? Questione di momenti…

Cara Riccarda e caro Nickname,
un tempo avrei detto che la persona giusta e il rapporto giusto, nascono in un momento, ora credo, più in linea con Nickname, siano il risultato di un tempo condiviso.
N

Caro N,
c’è il rischio del grande bluff ad affidarsi al momento, devo ammetterlo. E anche quello vale la pena conoscerlo. Poi non si sbaglia più.
Riccarda

Caro N,
sarei anche favorevole ad un tempo diviso, che permetta di gustare appieno quello condiviso.
Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Trent’anni fa la Bolognina: e tutto fu diverso

La Bolognina, mi colse di sorpresa, stavo regalando il mio anno allo Stato, notizie frammentarie, non c’erano telefonini e le informazioni non esplodevano così velocemente come nel nuovo millennio. Ero un ragazzo, avevo votato per il mio partito solo una volta, ero già tesserato al Pci, come prima lo fui della Fgci. Non ricordo bene quale fu il primo pensiero di mio padre, che fu la mia guida politica dai tempi delle elementari. Mi ricordo cosa disse, nei pochi mesi successivi, anche durante la malattia, forse la sua ultima analisi e il suo ultimo pensiero fu: “Non è importante il simbolo, oppure il nome, importante è che rimangano i nostri valori”.
Purtroppo, non ebbe il tempo per capire, per spiegarmi, la sua vita si interruppe il 23 gennaio 1991, quella del suo partito, come in un rapporto simbiotico si interruppe il 3 febbraio 1991 durante il XX° congresso, quando la maggior parte dei delegati approvò la svolta avvenuta alla Bolognina due anni prima.
Per lunghi anni, per troppo tempo le parole di mio padre mi risuonarono nella testa, forse lui aveva capito prima di me la necessità di questo disfacimento, forse ci sarebbe servito per essere più moderni, per accettare la novità della dissoluzione delle ideologie, forse politica significa mediazione, moderazione, importante è sapere chi siamo e chi rappresentiamo.
Si, forse.
Sinceramente, io credo che il 3 febbraio 1991, sia stato l’inizio della fine. Scissioni, contro scissioni, frammentazione, pulviscolo di idee, disperse nei rivoli di mille però. Nessun partito potrà mai prendere il posto del mio partito, la deriva mai finita ha portato l’ex più grande partito della sinistra Europea ad essere un ex partito di sinistra.
Poche idee, nessun ideale, perdita continua del contatto con la propria gente, fino ad arrivare a regalare la classe lavoratrice ai moderati, alle destre, ai sovranisti.
Quante volte papà, avrei voluto confrontarmi con te, in questi trent’anni passati troppo in fretta, sono sicuro che la tua delusione nei confronti di quello che fu il tuo partito ed il tuo mondo sarebbe stata ancora più cocente e indelebile, di quanto lo sia stata per me. In neanche una generazione, è sparita la voglia di lottare, i traguardi raggiunti col sangue degli operai sono stati erosi a poco a poco, la solidarietà non è più un valore, l’antifascismo non è più scontato, in fabbrica si odiano gli immigrati e non il capitale, in campagna sono riemersi i caporali che aveva sconfitto Di Vittorio.
Ma quale modernità?
Ma quale progresso?
Papà avresti visto un mondo ‘all’arrovescio’, dove i poveri combattono contro i più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi, dove evadere le tasse è un valore, dove il furbo fa carriera, diventa manager, diventa capo, governa.
Esistono politici che non hanno lavorato un ora in vita loro, che fanno diventare un manifesto politico l’odio nei confronti di chi si siede sulle panchine.
Un mondo senza né capo e né coda, papà.
Quando eri in ospedale, un’infermiera ti chiese che mestiere facevi, tu le rispondesti: “un mestierazz…”. Eri sindacalista per vocazione e ne sentivi il peso e la responsabilità, ora in questo mondo senza sinistra, in tanti denigrano e rinnegano il tuo lavoro, tanti operai pensano di difendersi da soli, tanti padroni ci sguazzano in questa melma e votano come i loro dipendenti.
Assurdo.
Senza speranza, un mondo senza lotta di classe, dove gli sfruttati calpestano i diritti degli ultimi arrivati, dove dalle fogne riemerge il guano che pareva sconfitto nell’aprile del ’45.
Lo so che le mie sono solo parole, parole al vento, io per primo non ho la tua forza, papà, tu eri un trascinatore, io scrivo e mi difendo, cerco ancora, tra la polvere del tempo, la tua bandiera. Vorrei pulirla e riconoscendone il colore rosso, la alzerei, gridando al mondo che non siamo morti, non siamo estinti, non siamo superati, siamo ancora lì, ed ora, più che allora ne siamo convinti, trent’anni fa non diventammo moderni, diventammo moderati. Da quella porta cominciò ad entrare il vento freddo della dissoluzione.
E’ da troppo tempo che aspettiamo, torniamo ad essere ciò che siamo.

OSSERVATORIO POLITICO
La lega non è un monolite, vanno fatti dei distinguo

Finalmente due buone notizie. Il sindaco della città, Alan Fabbri, porterà in Consiglio comunale la proposta di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e il ministro Dario Franceschini ha ufficializzato il ripristino del finanziamento per il completamento del Meis: “Lo dobbiamo a Liliana Segre, a lei personalmente e a quello che rappresenta. La conoscenza è il migliore antidoto contro odio e intolleranza”.

Scriveva Antonio Gramsci che in democrazia “l’assedio è reciproco”. Teniamolo presente quando ci prende lo sconforto a fronte di notizie quotidiane gravi e inquietanti. In questi mesi la destra estrema, che fa capo alla Lega e a Fratelli d’Italia, si è scatenata nel promuovere campagne di odio e assumere decisioni vergognose. La non approvazione della ‘Commissione Segre’, sindaci della destra che considerano i viaggi della memoria ad Auschwitz ‘iniziative di parte’, la presenza di Casa Pound e Forza Nuova alle manifestazioni della Lega, sono solo alcuni dei fatti gravi tra tanti altri che potremmo ricordare. Ebbene, la reazione di una parte larga dell’opinione pubblica li ha costretti a compiere qualche gesto riparatore.
A chi, a sinistra, vorrebbe archiviare tutto sotto il titolo ‘ipocrisia’ e chiudersi in un rifiuto (a prescindere) di qualunque cosa succeda a destra propongo alcune riflessioni. In politica contano gli atti pubblici, non il processo alle intenzioni. Per esempio, conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre è un gesto importante e di indiscutibile significato simbolico all’insegna dei valori della libertà, democrazia, tolleranza, contro ogni posizione razzista e filo nazi-fascista. Perché non riconoscere il segno positivo, nell’atto che solennemente verrà compiuto oggi in Consiglio Comunale, delle manifestazioni di queste settimane, della campagna quasi unanime sulla stampa e in tv, delle prese di posizione nella rete, della coscienza diffusa tra i giovani dei valori rappresentati dalla senatrice Segre? Tutta la città deve essere orgogliosa di avere Liliana Segre tra i suoi cittadini onorari!
Aggiungo un’altra valutazione storico-politica. Perché rifiutarsi di prendere atto che la Lega non è compatta e unita su posizioni estreme e pericolose? Perché negare che sia attraversata da divisioni su principi e temi fondamentali per la convivenza civile e democratica?

Vengo da una tradizione politica che negli anni bui della dittatura fascista distingueva tra il filosofo Gentile e lo squadrista Farinacci. Perché non dovrei praticare la stessa arte della distinzione giudicando la Lega? Senza sottovalutare l’effetto deprimente che produce un atteggiamento di non considerazione dei risultati che la mobilitazione dell’opinione pubblica può determinare. La democrazia funziona così, mediante una dialettica quotidiana che condiziona tutti i protagonisti della vita pubblica e che di volta in volta determina spostamenti in direzioni diverse a seconda della capacità culturale messa in campo dai diversi attori politici. Chi si aspetta vittorie clamorose e definitive non ha capito il carattere ‘grigio’ di un sistema che vive all’insegna di mediazioni, compromessi e non aut-aut da ultima spiaggia.

Vorrei concludere queste note ricordando l’insegnamento di un grande filosofo e maestro di democrazia morto in questi giorni: Remo Bodei. Anche nel suo ultimo importante libro (“Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale”, Il Mulino) invitava, dinanzi a problemi in continua evoluzione e a eventi circonfusi da uno spesso alone di incertezza, a non perdersi in profezie di sventura o a coltivare superficiali ottimismi, ma impegnarsi a studiare per capire e ad organizzarsi per agire.
Remo Bodei amava ripetere un detto di J. M. Keynes: “L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre”. Viviamo tempi difficili, ma anche affascinanti. C’è l’urgenza di rimodellare dalle fondamenta il nostro apparato concettuale e di abbandonare idee ‘tampone’ o anacronistiche che producono solo indecisione e immobilismo. A volte più che abbracciare idee nuove, si fa fatica a liberarsi di quelle vecchie. Insieme ad opere fondamentali Remo Bodei è stato un intellettuale per molti aspetti originale in questo tempo di stucchevoli narcisismi e diffuse sciatterie. Rigore nella ricerca storico-filosofica, instancabile divulgazione apprezzata per chiarezza e qualità, presenza costante nella discussione pubblica concepita come luogo di verifica e di controllo della stessa riflessione filosofica. Siamo grati a queste testimonianze di serietà intellettuale e impegno civile che ci sostengono nella determinazione a ‘non mollare’.

PER CERTI VERSI
Giocosa

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

GIOCOSA

anch’io
aspiro a fare con te
a cuscinate sulle nuvole
a mettere le dita
nella marmellata
salendo sulla giostra
del sole
toglierci la stanchezza
dal viso
con una carezza
visitare con una guida
le tue mani
e scucire dal tuo petto l’infanzia
come un filo di Scozia
nel cassetto del novecento
troppo facile poi
lisciarci il mento

Potere al Popolo pensa alle Regionali e intanto si insedia in Gad. I militanti: “Spazio aperto a tutti”

Ieri sera ha avuto l’avvio la nuova avventura che vede coinvolta la compagine politica di sinistra “Potere al Popolo“. Stare in uno dei quartieri più discussi della città, in Corso Piave 4a, a pochi passi dallo stadio, con la volontà di dare un’immagine diversa di queste zone che secondo il collettivo che ha dato il via a questa iniziativa, sarebbe distorta dalla propaganda di destra. Chiara Pollio, tra gli organizzatori, così racconta questa scelta: “Esserci a Ferrara serve. Noi siamo precari e abbiamo sentito questa esigenza perché non c’è nessuno che ci dia delle risposte tra le forze politiche, le quali fanno solo propaganda. Vanno riparate le strutture sociali e vanno riconnessi gli individui per far capire loro che i bisogni dei precari sono gli stessi. Bisogna quindi organizzare la loro rabbia e il loro disagio in maniera positiva”. Anche sulla questione lavoro Pollio chiarisce che “nessuna forza in campo parla della qualità del lavoro, di welfare, nessuno prova a organizzare le persone sulla base dei miglioramenti delle condizioni di vita da ottenere.” Alla domanda del perché la risposta in città dovesse arrivare da una nuova forza politica ha aggiunto: “Vogliamo essere una realtà politica perché crediamo sia un mezzo per cambiare la realtà e anche per questo vogliamo provare a partecipare alle elezioni regionali, nonostante tutte le difficoltà che ciò comporta. Vogliamo essere l’alternativa al Pd che ha privatizzato e centralizzato il potere nelle mani di pochi ed ha creato questo disagio sociale che viene cavalcato dalla Lega, la quale però dà risposte fatte di odio e xenofobia.” Concludendo sulla nuova apertura, Chiara Pollio ha terminato il proprio discorso dicendo che “la sede è uno spazio aperto al quartiere e alle persone. Saremo noi a doverci far conoscere e vorremmo diventare un punto di riferimento nel quale i ferraresi possano portare le loro domande, le loro vertenze, i loro bisogni quotidiani, per poter trovare insieme una risposta”.

Nel corso della serata, poi, è stato presentato anche il libro “Popolo chi?” (ed. Ediesse, 2019), nel quale gli autori hanno affrontato il difficile tema di descrivere chi è il popolo, ma con uno sguardo diverso dal solito. Tra gli autori anche Niccolò Bertuzzi, ricercatore precario alla Scuola Normale Superiore di Pisa, il quale ha così descritto questo testo: “Siamo alla ricerca di risposte e ci siamo concentrati sulla narrazione che si fa del popolo, soprattutto dall’alto. Abbiamo notato che non corrisponde al vero nella gran parte dei casi. Ad esempio il ‘razzismo culturale’ che si pensa sia intrinseco ai ceti più bassi della società in realtà non esiste, o non nella forma in cui la stampa mainstream  vorrebbe farcelo passare. Io parlerei più di ‘razzismo materiale’. Nei quartieri popolari gli italiani sono a stretto contatto con le persone straniere, e vedono quest’ultimi come dei competitors a livello lavorativo. La ricerca, seppur limitata a sole 60 interviste, fa apparire chiaro come la narrazione che è fatta del popolo sia faziosa e spesso abbia dei veri e propri fini elettorali”.

Tra gli intervenuti alla serata anche Lorenzo Piccinini, dello Sportello Sociale Bolognina, il quale ha descritto sia il lavoro fatto dal suo collettivo sia quella che è la situazione dei quartieri popolari a Bologna, dando la colpa dell’estremizzazione delle risposte elettorali anche al “tradimento” di una certa sinistra: “Siamo in una crisi profonda da anni. Una crisi non solo economica ma anche sociale. È evidente che l’élite abbia perso il consenso, e lo hanno dimostrato tanti appuntamenti elettorali diversi tra loro come la Brexit, le elezioni in Catalogna, il voto sul referendum in Italia, l’oxi greco e così via. La popolazione non risponde più a quelli che sono i ‘diktat’ calati dall’alto. Ma anche la sinistra è in crisi, avendo perso quell’egemonia che prima deteneva nel proprio elettorato. I motivi sarebbero tanti. Il primo è sicuramente il fatto che non esiste più una classe operaia come c’era negli anni ’70. Ma sicuramente il tradimento dei valori attuato dai partiti social-democratici e dai sindacati confederati ha peggiorato la situazione”.

La sede, da ieri operativa, sarà aperta tutti i lunedì e i giovedì dalle 17 e 30 alle 18 e 30 e ci sarà una riunione settimanale tutti i mercoledì dalle 18 alle 20.

LA STORIA
“Io, tornata alla vita dopo aver visto la morte passarmi accanto”

“A 28 anni ho avuto un’emorragia celebrale, sono stata in coma farmacologico per una decina di giorni senza che ci fosse per me alcuna certezza: l’altalena oscillava fra la morte e il ritorno alla vita, col rischio però di risvegliarsi ed essere ridotta a uno stato vegetale. O avere, invece, una possibilità di recupero…”. Elisa Baldrati, oggi giovane e felicissima mamma, racconta la sua storia, fatta di sofferenza e angoscia, ma risolta in una straordinaria rinascita.

Tu, quando è accaduto, hai avuto consapevolezza di questo rischio o solo in seguito hai compreso la situazione?
L’ho saputo in seguito. Non sapevo neanche cos’era un ictus. Ne avevo sentito parlare, ma lo associavo ad un “qualcosa” che può venire a persone anziane. Entrata nel mondo degli ‘ictati’ ho scoperto che l’età è sempre più bassa purtroppo.
Cosa hai provato in quel momento?
Shock, terrore! Dopo aver sentito come una scossa in testa, la mia gamba destra non si muoveva più. Mio marito mi ha portato subito al Pronto soccorso di Argenta e la diagnosi è stata immediatamente chiara: da lì è iniziata una corsa contro il tempo per raggiungere Cona. Sinceramente, dopo essere salita in macchina non mi ricordo più niente… Non ricordo nemmeno di essere arrivata a Cona, né di essere entrata all’ospedale, anche se poi mi hanno detto che sono sempre stata sveglia fino a quando non mi hanno messo in coma farmacologico.
Per fortuna la sorte ti è stata amica. Ma cosa è successo dopo?
Dopo un mesetto in ospedale mi hanno portato in un centro riabilitativo e da lì è incominciata la mia rinascita… I primo momenti però furono terribili. Tutta la parte destra del mio corpo era inerte, sia il braccio sia la gamba. Speravo fosse un incubo dal quale mi sarei risvegliata! Piano piano, dopo avere incominciato la riabilitazione, ho iniziato a muovere gli arti: prima un po’ la gamba e poi un po’ il braccio… Così dal letto sono passata alla sedia a rotelle, dalla sedia al bastone, finché un giorno ho incominciato a stare sulle mie gambe senza ausili.
Che sensazione hai provato in quei momenti?
Il pianto era il mio sfogo, la mia famiglia e il mio ragazzo erano la mia forza.
E poi?
Quando sono uscita dalla riabilitazione ero felicissima, ma immediatamente mi sono scontrata con la realtà… Nulla era più come prima e la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Non ero più autonoma. Dopo diversi mesi di depressione, però, ho incominciato a vedere un po’ di luce, grazie al conforto delle mie amiche e all’amore del mio compagno … Così gli ho chiesto di diventare mio marito e dopo un anno ci siamo sposati. Ero felicissima… Robi mi accettava anche ‘la mia nuova me’. La nostra sorte era unita.
E da qui inizia la tua vera rinascita, giusto?
Sì. Un anno dopo il matrimonio pensammo di adottare un bambino: adottare, perché era impensabile che dopo un ictus potessi affrontare una gravidanza, i rischi erano troppi alti. Ma un bel giorno durante una visita di routine nel reparto di angiologia di Bologna, chiesi un parere allo dottoressa che mi aveva in cura e lei, con mia grande e piacevole sorpresa, mi risposte: “beh, perché no?!?”. Ovviamente mi fece presenti tutti i rischi che io e il bimbo potevamo correre, ma la decisione era nostra. Otto mesi e mezzo dopo nacque Dafne. Durante la gravidanza ero super-monitorata, soprattutto per la coagulazione del sangue, la causa del mio ictus. Tutto andò e continua ad andare bene: per Dafne, che ora ha tre anni e mezzo ed è una bimba meravigliosa, piena di voglia di giocare e di crescere, e per me…
Una cosa straordinaria…
Dopo aver vissuto l’inferno a 28 anni, ora che ne ho 35 posso dire che grazie alla mia famiglia, a mio marito, alle mie amiche e ad un’insospettata forza di volontà che ho trovato in me, sono riuscita a sopravvivere, a credere ai miracoli e a scoprire che esistono davvero. La mia esistenza e la vita di mia figlia sono i miei miracoli.
Cosa ti senti di dire a chi, direttamente o di riflesso, ha vissuto o sta vivendo drammi analoghi al tuo?
Vorrei tanto che chi ha avuto problemi come i miei, o attraversa percorsi di sofferenza o vive condizioni di disabilità, riesca sempre a credere a quell’insospettabile forza di volontà che risiede in noi e che ci viene in soccorso quando tutto sembra perduto. Ma questo accade solo se non ci arrendiamo, se non smettiamo di lottare, di voler vivere. Ci vuole tanta tanta forza di volontà. Certo, da sola non basta, non sempre le storie possono avere un lieto epilogo come è stato per me. Io per questo mi sento fortunata. Ma dico anche che senza la volontà di opporsi al male difficilmente il male si supera.

“Elogio della democrazia” l’ultima conferenza ferrarese di Remo Bodei, il filosofo che coniugò ragione e passione: il video integrale

“Elogio della democrazia” è il titolo della conferenza filosofica tenuta da Remo Bodei a Ferrara il 29 gennaio 2016, su invito dell’istituto Gramsci. Lo notizia della scomparsa del grande filosofo ha destato profonda emozione. Ricordiamo la sua figura attraverso le parole di Fiorenzo Baratelli, direttore dell’istituto Gramsci e opinionista di Ferraraitalia. E lo facciamo, altresì, riproponendo le immagini integrali del suo lucido intervento di tre anni fa.

“Il post di stamane – ha scritto Baratelli sulla sua pagina Facebook – lo dedico ad una notizia triste: è morto il filosofo Remo Bodei. Lo considero un Maestro di pensiero e di vita. L’ho conosco dagli anni settanta del secolo scorso e ne ho sempre studiato le opere importanti che andava pubblicando. E’ stato ospite di un ciclo di conferenze organizzato dall’Istituto Gramsci e il numeroso pubblico presente alla sua ‘lectio magistralis’ ricorda la lucidità e la profondità della sua lezione dedicata alla democrazia e alla libertà. Studioso di Spinoza, Hegel, Ernst Bloch, cercò sempre di coniugare uno storicismo non giustificazionista con un rigoroso pensiero filosofico. In uno dei suoi testi più belli (“Geometria delle passioni” Feltrinelli) superò la contrapposizione tra ragione e passione, nella piena consapevolezza che l’uomo è un animale desiderante. E riflettendo sul concetto di limite, che per i greci era custodito dagli dei, arrivò a definire la ‘globalizzazione’ il trionfo dell’illimitato. Si laureò alla Normale di Pisa e ne divenne uno dei suoi docenti più famosi. Tenne molti corsi all’estero e insegnò per molti anni a Los Angeles. Remo Bodei ha messo la sua grande cultura al servizio della ricerca e dell’alta divulgazione. Gli siamo grati non solo per i libri che ci lascia in eredità, ma “…per aver abbassato il ponte levatoio di quel castello arroccato e cupo con cui di solito si guarda alla filosofia”. E tra i suoi meriti, va ricordato tra i promotori del Festival della Filosofia di Modena di cui era il direttore scientifico.
Infine, una nota personale. Negli incontri avuti con lui mi ha sempre colpito una caratteristica di levità, gentilezza, eleganza intellettuale, mitezza, serenità e naturale disposizione alla conversazione attenta e appassionata. Proprio in questi mesi ho studiato l’ultima sua fatica: “Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale” (Il Mulino). Si tratta di una storia di ‘lunga durata’ che parte da Aristotele (il grande filosofo che giustificava lo schiavismo) fino ai giorni nostri all’insegna della grande rivoluzione dell’Intelligenza artificiale. Bodei ci accompagna in questo lungo viaggio tenendo fermi i termini di ‘Dominio e sottomissione’ come costante di un rapporto di potere fortemente asimmetrico che innerva la storia dell’umanità e che nella civiltà occidentale ha conosciuto numerose metamorfosi. Né catastrofismo, né superficiale ottimismo, ma sempre ‘ottimismo della volontà e pessimismo dell’intelligenza’. Quest’ultimo era un detto coniato da Romain Rolland e ripreso da Gramsci che piaceva molto a Remo Bodei”.