Vite di carta /
In attesa di “Undici. Non dimenticare”
Tempo di lettura: 4 minuti
Vite di carta. In attesa di Undici. Non dimenticare
Sono in attesa di leggere di Andrej Longo l’ultima raccolta di racconti dal titolo Undici. Non dimenticare, uscito presso Adelphi nel febbraio del 2025, ma credo di sapere già molto di quello che mi aspetta. Sono undici racconti ambientati a Napoli e nella estrema periferia, undici storie al femminile che contengono un tentativo di reazione al destino che sembra già fissato.
Ascolto le domande dei ragazzi andare sempre più in profondità dentro il tessuto narrativo di ognuno. Sono nel mio liceo di sempre e non sembra che me ne sia andata già da cinque anni. Siamo tutti in sala lettura e siamo tanti.
Andrej è arrivato ieri, ha cenato con alcuni colleghi e ora sorride sulla sua sedia sistemata sotto lo schermo. Spalle al muro con i ragazzi alla sua destra e a sinistra che si alternano a proiettare immagini e filmati che lui si sposta per vedere, suonano con la pianola intermezzi musicali e leggono passi dai racconti. Fanno le domande, sempre più a capo fitto dentro i testi.
Sembra divertito Andrej, che ci rivede per la quarta volta credo e non veniva da un po’ di anni. Sembra pronto a seguire i ragazzi nel loro scandaglio e sorride prima di dare la risposta. Non ha bisogno di filtrare le parole, quando parla e quando scrive tutto sembra uscirgli in modo naturale. Ha il dono di essere essenziale e limpido, di collocarsi con facilità dentro le parole, di aderire alle cose.
In realtà ci racconta di avere lavorato per anni alla stesura dei racconti, leggendoli e rileggendoli fino a modificarli anche in modo sostanziale prima di arrivare ai testi ora pubblicati.
È bello come ogni volta entrare nella bottega dello scrittore. Chiedergli cosa gli piace della misura narrativa del racconto e sentir dire che il racconto apre la finestra su un pezzo di realtà, la mostra per quello che è con la intensità dei suoi colori e dolori. Senza darsi il respiro del cambiamento che appartiene al romanzo, ma con la forza intatta della testimonianza.
Penso che gli verrà chiesta ragione del titolo Undici. Non dimenticare, non può che alludere agli altri straordinari racconti di Dieci, la raccolta uscita sempre presso Adelphi nel 2007. Allora i racconti erano dieci come i comandamenti: qual è stavolta l’ordine loro assegnato? Ha sentito il bisogno di aggiungere un comandamento laico che non esisteva?
Ascolto la doppia risposta e mi colpisce quello che Andrej dice sulla genesi dei testi; quale ha scritto per primo, La sedia, e quale per ultimo, come mai ha collocato alla fine La tigre: lo ha fatto per accomiatarsi con l’immagine di un animale che è simbolo femminile e della natura. Nell’ assalire l’uomo violento che minaccia la sua ex compagna rivela di essere il personaggio più equo, più giusto.
Gli viene chiesto quanto la musica gli sia compagna nel processo della scrittura, quanto peso abbia la speranza nei personaggi dalla vita dura che popolano i suoi testi.
Si parla delle madri di Napoli e dei loro figli e di un fenomeno che non conoscevo, quello delle madri migranti che affidano i loro bambini alle mamme napoletane perché perennemente lavorano e non possono occuparsene. Mi viene in mente da Dieci il racconto sul comandamento Onora il padre e la madre, il numero quattro, ed è un pugno nello stomaco.
Qui il rapporto tra una madre e i due figli maschi si intuisce dall’incipit: “Qualcuno doveva farlo. Non si poteva andare avanti all’infinito”. Parla il figlio più piccolo che ha tredici anni e non ne può più delle “nottate in piedi a sentirla gridare come a un animale squartato”.
Don Antonio in casa loro ci ha messo piede una sola volta per dire una preghiera e lasciare una bottiglia di limoncello. E allora, visto che il fratello maggiore a lei ha detto di no, sente che gli tocca farsi forza, bere un bicchierino e prendere in mano il cuscino…
Andrej racconta con le sue parole taglienti e si astiene dal giudicare perfino i gesti estremi che escono dalla cronaca, dalla vita di tutti i giorni. Lontano dal radar delle istituzioni e senza giustizia.
Un mondo in cui una madre risponde alla sua bambina che senza occhiali intravede le cose come dentro una nebbia: “Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo“.
In questo momento i ragazzi stanno leggendo un brano di Anna Maria Ortese da Il mare non bagna Napoli e stabiliscono ponti tra Ortese e Longo nella loro restituzione di una Napoli lontana dagli stereotipi, complicata e contraddittoria.
Oggi mentre scrivo dieci di loro tornano dal Salone del Libro di Torino dove anche per questa XXXVIII edizione hanno curato il Bookblog scrivendo articoli ogni giorno su interviste e incontri con gli autori. Sulla stampa nazionale leggo che il rapporto tra giovani e letteratura si fa stretto, quando il percorso che compiono dentro i libri e tra le parole li rende più consapevoli, li sostiene nel fare domande e nel pretendere le risposte.
Il mondo salvato dai ragazzini: mi sembra bello che il titolo della raccolta poetica di Elsa Morante sia il tema scelto per l’edizione 2026.
Nota bibliografica:
- Andrej Longo, Undici. Non dimenticare, Adelphi, 2025
- Andrej Longo, Dieci, Adelphi, 2007
- Andrej Longo, Più o meno alle tre, Meridiano Zero, 2002
- Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Einaudi, 1953
- Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi, 1968
Cover: la foto è stata scattata dall’autrice nel corso dell’incontro tra Andrej Longo e i ragazzi del progetto Galeotto fu il libro al Liceo Ariosto
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice















Lascia un commento