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Nemico fuoco
una storia piena di incendi

L’Australia arde: Nuovo Galles del Sud, Queensland, Western Australia, Victoria, South Australia, l’1,4% dell’intero continente. 10,7 milioni di ettari raggiunti dal fuoco, 6.000 edifici distrutti, 100.000 sfollati e 28 vittime. Le stime riguardanti la fauna perita nelle fiamme è ancora approssimativa ma con numeri da brividi. Un bilancio ancora parziale, destinato a riservare dati tragici. Siberia, Artico, Amazzonia, California sono l’ultimo nefasto elenco di aree interessate recentemente da roghi violenti di proporzioni sconvolgenti.

Il fuoco fa paura tanto quanto l’acqua: due elementi primordiali vitali potenti che nel pieno della loro furia incontrollata travolgono e portano desolazione e morte. La storia ricorda incendi in insediamenti urbani, che lasciarono il segno per portata e conseguenze. D’obbligo citare la città di Roma del 64 d.C. che nella notte tra il 18 e il 19 luglio venne divorata dalle fiamme. Le vittime furono migliaia e 200.000 persone rimasero senza casa. Vittime furono anche i cristiani, accusati dall’imperatore Nerone d’aver appiccato il fuoco, martirizzati in gran numero. Nel 1212 un incendio devastò Londra e tra i 3000 scomparsi molti morirono bloccati sul ponte simbolo della città, accorsi là per aiutare a contrastare le fiamme. La stessa Londra, il 2 settembre 1666 fu invasa da un grandioso incendio partito in un forno di panettiere, la cui rapida divulgazione fu favorita dagli edifici in legno con tetti di paglia, la conservazione di polvere da sparo in molte case, il sovraffollamento urbano. Si creò una situazione di panico collettivo e per convincere la massa urlante a rimanere e collaborare allo spegnimento, vennero chiuse per ore le porte della città, imprigionando gli abitanti. 13.000 abitazioni scomparvero e sparirono 4 ponti sul Tamigi. Il fuoco mise anche fine alla grande peste di Londra perché i ratti perirono tra le fiamme.

Nel 1940 la città subì il cosiddetto ‘secondo grande incendio di Londra’: eravamo in piena guerra mondiale e la notte tra il 29 e il 30 dicembre, una delle più violente incursioni aeree della Luftwaffe tedesca – più di 100.000 bombe sganciate sulla città e i suoi dintorni – provocò 1.500 incendi che generarono una temperatura di 1000°C. I muretti si sbriciolavano, le travi di ferro si deformavano, il manto stradale era in fiamme. Le difficoltà nel reperire acqua per lo spegnimento rallentarono le operazioni e le vittime furono 40.000, altrettanti i feriti.

Era il settembre 1812 quando Mosca bruciò. Un fuoco che divampò velocemente a causa della tempesta di vento e durò cinque giorni. Truppe e cittadini erano scappati dalla città mentre Napoleone e il suo esercito entravano. Dietro quel fuoco c’era una  precisa strategia: l’ordine del governatore Rostopcĭn di far esplodere o incendiare edifici importanti, chiese e monasteri. Bruciò la Borsa e il Cremlino venne danneggiato solo in un’ala. Fu veramente responsabilità di Rostopcĭn oppure si tratta di incidente fortuito? La popolazione stessa volle questo? Mosca bruciò, scrive Tolstoj, perché era stata abbandonata.  Tutte valide ipotesi, forse concause che ridussero in tizzoni ardenti la città simbolo della Madre Russia zarista.

Negli annali statunitensi sono registrati tre grandi incendi tra il 1871 e il 1872: due di essi riguardano le città di Chicago (1871) e Boston (1872), il terzo, dimenticato e quasi rimosso, la cittadina di Peshtigo, Wisconsin. I primi due ricordati e citati per l’entità dei danni patrimoniali, l’altro per le circostanze e il numero di vittime. A Chicago, avvolta nelle fiamme, sparirono 120 km di strade, 17.500 edifici, 222 milioni di dollari di proprietà; a Boston si prospettò, l’anno successivo, una situazione analoga. Dell’incendio di Peshtigo si è sempre parlato troppo poco, quasi non meritasse la stessa attenzione di Chicago, seppure ambedue gli incendi fossero scoppiati stranamente lo stesso giorno. Un disastro dimenticato dalla storia, partito dalla foresta, abbattutosi nella cittadina nel giro di pochissimo come una grande tempesta di fuoco. I 2500 abitanti perirono consumati dalle fiamme o annegati nei pozzi in cui tentavano di salvarsi o, ancora, morti nelle acque del fiume per ipotermia, seppelliti successivamente in una grande fossa comune perché impossibile l’identificazione. Nacque in quell’epoca una teoria che mirava a giustificare l’incendio di Chicago e i diversi roghi scoppiati proprio in quei giorni nello Wisconsin e in Illinois, attribuendo i fenomeni all’impatto con la crosta terrestre di frammenti della cometa di Biela. Tutto da provare.

Nel 1917 ad Halifax, Nuova Scozia in Canada, il mercantile francese Mont Blanc, carico di esplosivo di ogni genere destinato al fronte europeo, si incendiò dopo collisione e andò a schiantarsi con la sua massa di fuoco nel porto della città. Nell’onda d’urto morirono all’istante 1600 persone presenti sul molo e in città, 9000 i feriti. La più grande esplosione pre-atomica che si conosca. Il fatto venne posto sotto censura militare per molto tempo. Molti altri disastri da fuoco riguardano San Francisco, in fiamme dopo il terribile terremoto del 1906 con ben 50 focolai che arsero per tre giorni distruggendo ogni cosa e Tokio, 1923, colpita da sisma e conseguente incendio. Molti rimasero intrappolati nell’asfalto incandescente senza possibilità di fuga e l’episodio più grave riguarda l’incenerimento di 38.000 persone in un vortice di fuoco a Rikung Honjo Hifukusho, dopo che si erano radunate in uno spazio aperto credendosi al sicuro. E come non ricordare l’incendio di Dresda nella Seconda guerra mondiale? Sulla città vennero scaricate bombe incendiarie pari a 2702 tonnellate, da parte dell’aeronautica inglese. Un inferno di fiamme, fumo, assenza di ossigeno, un bagliore avvistabile a 300 km, una temperatura di 200 gradi, 135.000 morti accertati ma molti non identificati perché irriconoscibili. Un macabro record di disumanità che non trova nessuna giustificazione militare.

Quel fuoco che nella mitologia è sacro, fonte di purificazione e trasformazione, attributo delle divinità più potenti e dei guerrieri più valorosi, diventa nemico, potenza distruttiva, portatore di morte, un incontrollabile temibile vendicatore delle nostre scellerate azioni.

Visit Comacchio protagonista al CMT di Stoccarda

Da: Organizzatori

Piacciono ai visitatori stranieri le proposte del territorio della Provincia di Ferrara, che spicca nel turismo internazionale. La fiera di Stoccarda è la più grande in Europa.

La Provincia di Ferrara sempre più sotto i riflettori del turismo internazionale. “Visit Comacchio” è protagonista del CMT di Stoccarda, la più grande fiera in Europa per il turismo e il tempo libero, dall’11 al 19 gennaio 2020. Una rassegna che accoglie circa 250mila visitatori e oltre 2mila espositori provenienti da 100 Paesi del mondo. Un’occasione per la città sull’acqua e per il suo territorio, sempre più apprezzati dai turisti stranieri, i quali prediligono la possibilità di coniugare la vita di mare, le visite nelle città d’arte, in particolare a Comacchio e a Ferrara, e l’autentica natura del Parco del Delta del Po. Presenti a Stoccarda con i rappresentanti di Visit Comacchio, anche alcuni operatori privati della costa.
«Per Comacchio è fondamentale partecipare alla CMT di Stoccarda, che rimane il più importante evento dedicato al tempo libero e alle vacanze ‘plein air’ – spiega Ted Tomasi, Presidente di Visit Ferrara -. C’è sempre grande attesa attorno a questa fiera e i numeri registrati durante il primo weekend lo dimostrano, visto che sono stati ben 90mila i visitatori nei primi due giorni, circa 10mila in più rispetto allo scorso anno. Un altro fattore che abbiamo riscontrato, poi, è il crescente interesse dei tedeschi nei confronti dell’Italia, dovuto anche ai recenti fatti in Medio Oriente che portano gli europei a prediligere mete vicine. Partecipare a questo evento rappresenta un’ottima opportunità per il turismo del nostro territorio».

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Da Capitale della Cultura a Capitale della Conoscenza

Pare che si considerino città della cultura quelle città che mettono sul mercato il loro patrimonio culturale, dai monumenti agli eventi, dai musei ai teatri. Ma non è detto che una città della cultura, capitale della cultura, sia anche una ‘città della conoscenza’.
In ogni città esistono cittadelle della conoscenza: le università, il sistema dei musei e delle biblioteche, le scuole, i conservatori, le accademie, le imprese, il mondo del lavoro, ma da qui a fare delle loro città delle città della conoscenza ne passa.
Perché manca la politica. Mancano le politiche, che anziché promuovere la città della cultura come fosse un prodotto confezionato da mettere sul mercato dell’economia turistica, come città vetrina, promuovano la città della conoscenza, ovvero della conoscenza diffusa, della conoscenza come investimento. In definitiva facciano della conoscenza il polo magnetico, capace di fornire energia vitale, non solo al sistema culturale e agli eventi, ma alle imprese, al mondo del lavoro e ai singoli cittadini.
Viviamo un’epoca in cui la cultura non può continuare ad essere coniugata al passato, perché abbiamo una enorme necessità di conoscenze come strumenti del pensiero per pensare.
La città della cultura è un libro che ognuno legge per sé, che non si tradurrà mai in conoscenza a vantaggio dello sviluppo e della crescita di una intera comunità, se non ha la forza di trasformarsi da cultura per pochi a crescita permanente della conoscenza per tutti.
Non è che le due cose si escludano. È che si può essere città della cultura, capitale europea della cultura e mancare della conoscenza. Cosa che non si può dire della città della conoscenza, a cui non mancherebbe il proprio patrimonio di cultura.
La città della cultura deve fare il salto di qualità e divenire compiutamente città della conoscenza; insomma, non si può continuare ad essere delle incompiute.
È ora che usciamo dalle nostre piccole miserie, dagli intrighi di bottega, dai respiri angusti.
Più che di idee innovative, abbiamo bisogno innanzitutto di un’idea nuova della città, perché la città è il nostro investimento sulle persone e sul futuro.
La buona amministrazione, se mai cercando la soddisfazione di questa o quella lobby, non è più sufficiente; il diffondersi sempre più della cultura del bene comune ne è la dimostrazione. Come è ormai da stupidi contendersi elettoralmente il governo della città, pensando che, una volta occupate le leve della gestione, la città sarà migliore di prima. Nessuna città sarà mai migliore se non sarà migliore a partire dai suoi abitanti, e se a loro non saranno state fornite tutte le opportunità possibili per essere migliori, in modo da poter disporre di intelligenze nuove e rinnovate.


Il Concetto di Città della Conoscenza. Fonte: Adattamento da Ergazakis et al., 2004

È ora che pratichiamo sguardi inediti per non ripeterci all’infinito passato. Sguardi che in tema di città della conoscenza poi tanto nuovi non sono.
Da oltre un ventennio esiste un’ampia letteratura mondiale in materia. Bisognerebbe studiare. Studiare è solitamente il modo per passare dalla cultura passiva a quella attiva, appunto, dalla cultura alla conoscenza.
Di solito si ’coltiva’ per raccogliere i frutti e di essi nutrirsi, e il frutto della cultura è la conoscenza che l’umanità da tempi immemorabili chiama ‘sapere’. Ci ha costruito sopra anche la storia dell’Eden e dei nostri progenitori.
Attualmente, la conoscenza è considerata una delle risorse più preziose, da gestire in modo efficiente ed efficace, così che ognuno ne possa ricavare il massimo profitto personale.
Per questo, oggi, sono tante le città a livello mondiale che rivendicano di essere città della conoscenza, mentre, nello stesso tempo, altre città stanno elaborando strategie e piani di azione per divenirlo.
Sarà la cultura della condivisione delle conoscenze a sconfiggere il sovranismo, come unico passaporto delle città per poter dialogare tra loro, sia nella rete europea che in quella mondiale.
Il concetto di città della conoscenza è molto ampio e si riferisce a tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale di una città.
Si nutre della condivisione delle conoscenze tra cittadini, così come di un appropriato disegno di città, supportato dalle tecnologie dell’informazione, dai networks e dalle infrastrutture.
Di conseguenza, ogni sforzo per realizzare una città della conoscenza necessità della partecipazione attiva di tutte le componenti sociali, a partire dall’amministrazione locale, ai privati cittadini, alle organizzazioni, alle università.
Il punto di partenza però non può che essere una analisi approfondita della situazione da cui si muove, la definizione di una visione strategica e l’implementazione di un piano d’azione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PER CERTI VERSI
Nel tuo cuore

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

NEL TUO CUORE

Come si sta
Come si sta
nel tuo cuore
Una generazione
Di coccinelle
esce dall’atrio
di una mia nostalgia
E mi accompagna
alla fine del vento
Dove pulsa il tuo cuore
E apre la porta
Prepara un emomassaggio
E una canzone che parte
Si quella di Gesù
Che era un marinaio
Senza promesse
E sento il tuo calore
La tua ospitale danza
di globuli rossi
Come ribes alla panna
La tua memoria
che impreziosisce tutto
Poi i ricordi
Si imbarcano
Qualche volta
Guardano gli occhi
e fumano
È una grondaia
La tua aorta
Il resto è un fuoco
che alza la fiamma
Sui nostri baci
Ah che dolce
Che vago
Il tuo cuore.

DIARIO IN PUBBLICO
Alla Corte della Regina e in giro per l’Inghilterra

Certamente perdersi tra le vicende dei reali inglesi dona ancora un fremito che solo un certo tipo di giornali di cui mia mamma era ghiotta consumatrice sono capaci di provocare. Ma attenzione! Firme di grande rilievo aggiungono, in note stringate, il loro contributo alla storia regale che a me interessa solo per sapere – ma nessuno per ora dà notizia – quale è il grado di attaccamento dei pelosi reali, i Welsh corgi di Elisabetta, (tre ora in carica,) al principe ribelle.

Se anche la grande Natalia Aspesi, che fa arrabbiare l’amico Fiorenzo Baratelli per le sue non esaltanti recensioni filmiche – vedi quello a Tolo Tolo di Checco Zalone – traccia su La Repubblica un delizioso ritratto della coppia ingrata, e perfino il serio e a volte serioso Enrico Franceschini non si sottrae alla Megxit, bisogna davvero ammettere che il Regno Unito sta suscitando veri terremoti politici, sia con le azioni del furioso Primo Ministro dotato di una parrucchetta polendina notevole, sia per altri effetti più seri provocati dalla per me improvvida uscita dal concerto europeo. Non ultima risuona la minacciosa proposta di eliminare l’ Erasmus che garantiva, e ancora garantisce la possibilità di studiare in tutti gli stati europei – e non solo – attraverso questa provvidenziale regola d’accesso. Mi intristisce poi ricordare i frequentissimi viaggi e soste ad Oxford tra amici preziosi quali Federico Varese e Marco Dorigatti ormai lontani come s’allontana l’isola dei sogni intellettuali. Ma la zampata del leone britannico è sempre potente. Si veda l’ultima opera di Ken Loach, Sorry We Missed You, che considero uno dei più straordinari film prodotti negli ultimi anni.

E allora mi lascio trasportare tra i pettegolezzi di Corte che rafforzano l’idea presso i sudditi dell’importanza fondamentale della monarchia britannica, necessariamente scossa dai fatti che ne rinverdiscono il ruolo: da Lady Diana alla più antica vicenda di Wally Simpson, fino alle scelte di Harry il Rosso, di pelo ma non di idee, benché abbia sposato un’afroamericana.

Applaudo frattanto alla bellissima mise en scène proiettata sulla facciata della Cattedrale che dovrebbe, almeno perseguendo quell’idea, sostituire l’ormai insostenibile e noioso incendio del Castello che continuo a ritenere pericoloso e datato nella sua ipotetica ‘scandalosità’. S’annuncia un ricchissimo anno artistico sul quale sospendo il giudizio finché ne vedrò l’attuazione e i modi, mentre come il rintocco di un (piccolo) rimbombo beethoveniano s’avvicina il voto e la conseguente sorte dell’ un tempo rossa Emilia-Romagna. Ah la politica….

Ed ora, conclusa questa pausa diaristica concessa al mio amato Ferraraitalia ritorno ai seri lavori tra un d’Annunzio, di cui parlerò la settimana prossima nell’amatissima città a Cà Foscari, alle visite improrogabili a Milano, ormai capitale dell’arte, alle mostre di Canova e Thorvaldsen allestita dall’amico Mazzocca a quelle di de Chirico, de Pisis, e a quella della ‘ferrarese’ Francesca Cappelletti su Georges de la Tour .

E’ vero, però, che tenere in moto il cervello fa benissimo alla salute! Così è se vi/mi pare…

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

Haiti: l’orrore dopo il terremoto
Le colpe del colonialismo del terzo millennio

Non bastava quel tragico terremoto del 2010 con 230.000 morti e 300.000 feriti. ri: dieci anni di disordine, paura, precarietà, indigenza. Gli anni post catastrofe sono stati per Haiti altrettanto duri.
Era il 2004 quando prese avvio la missione di pace dei Caschi Blu, anche se la parola ‘pace’ è messa seriamente in discussione dai fatti di violenza emersi in tutta la loro gravità dopo il 2017, anno del rientro nei rispettivi Paesi dei contingenti dell’ONU. Il numero imprecisato (si parla di centinaia) ma comunque elevato di bambini nati da soldati della missione e madri haitiane, risultato di stupri e abusi, abbandonati dal padre una volta rientrato in patria e spesso anche dalla madre, è quanto si sono lasciati alle spalle coloro che erano arrivati per difendere, rassicurare, preservare.
La speranza di quella popolazione, trasformata in orrore puro. La missione doveva ripristinare ordine nel regime di anarchia, dopo che gli Stati Uniti avevano deportato il presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide ed era guidata dall’esercito brasiliano con 2366 soldati, 2533 poliziotti, un migliaio di impiegati civili di 19 Stati, tutti dislocati in 10 basi diverse dell’isola caraibica. Provenivano da Cile, Uruguay, Argentina, Brasile, affiancati anche da soldati di altra provenienza, come Sri Lanka, Pakistan, Canada. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di sorveglianza interna (OIOS) ha indagato e concluso che “gli atti di sfruttamento e abuso sessuale (contro minori) erano frequenti e di solito avvenivano di notte e praticamente in tutti i luoghi in cui era stato dispiegato personale contingente”. Si tratta di violenze su bambine e giovani, per qualche spicciolo o un piatto di cibo.
Già nel novembre 2007, 114 appartenenti al contingente dello Sri Lanka furono accusati di comportamenti sessuali inappropriati e abuso di 9 bambini. Vennero allontanati ma non sottoposti a giudizio. Nel marzo 2012, tre ufficiali pakistani vennero condannati per lo stupro di un ragazzo di 14 anni con problemi mentali a Gonaïves. Molte donne, ragazze e bambine hanno contratto l’AIDS e, in moltissimi casi, una volta rimaste incinte sono state abbandonate o allontanate dalle loro famiglie. Giovani vite rovinate per sempre, lasciate al loro destino. Pochissimi ‘padri’ che hanno aiutato le madri dei loro figli, hanno smesso di farlo una volta rientrati in patria.
Le alte gerarchie militari e gli organi preposti degli Stati coinvolti si giustificano ammettendo come sia difficile il controllo dei comportamenti dei soldati e altrettanto difficoltoso sanzionare chi è coinvolto. Tutto ciò è un po’ troppo per una popolazione che paga da una vita le conseguenze di un colonialismo selvaggio: da sempre sballottati tra proprietari terrieri francesi, mercanti di schiavi spagnoli, flotte britanniche, con le interferenze degli Stati Uniti nella politica locale e un’opinione pubblica internazionale – anche la ‘civile’ Europa – che, passata l’emergenza e l’onda di aiuti umanitari, abbassa l’attenzione. Uragani, massacri, epidemie di vaiolo, guerre civili e disordini, barricate, rivolte, saccheggi e confisca di risorse da parte dei colonizzatori: ecco la storia di un popolo provato e tuttora in ginocchio.
Anche in questi giorni domina il caos nell’isola e la protesta contro il presidente Jovenel Moïse ha raggiunto toni drammatici. Atti vandalici, estrema insicurezza, manifestazioni, incendi dolosi rendono il clima pesante e nei centri abitati è pericoloso circolare a causa dei proiettili vaganti che hanno già mietuto parecchie vittime. Conseguenza dell’aumento vertiginoso della circolazione di armi e del loro uso indiscriminato. Una rivolta di proporzioni enormi contro disoccupazione, esclusione, impunità e criminalità, corruzione, eccessiva spesa pubblica ingiustificata, deterioramento del potere, repressione, enorme divario tra pochi ricchi e il resto della popolazione in grave indigenza, brogli elettorali e un’inflazione insostenibile.
A Port-au-Prince nessuno si sente al sicuro. Gli haitiani non possono accedere ai beni di prima necessità per la loro stessa sopravvivenza perché materie prime come riso, farina, mais, fagioli, zucchero e olio vegetale hanno avuto un rincaro sul prezzo del 34% solo nell’ultimo anno. Ad Haiti si muore di fame e le vittime sono prime fra tutti i bambini al di sotto dei 2 anni. Medici e staff sanitari denunciano l’alto livello di denutrizione e alto rischio di mortalità. Ignorare tutto ciò, girarsi dall’altra parte, osservare senza fare nulla sono i peccati capitali che ci affliggono ed evidenziano il lato peggiore di un’umanità che ha fatto dell’insensibilità e del cinismo la propria bandiera.

 

PER CERTI VERSI
Silenzio Alfa

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

SILENZIO ALFA

Ogni tanto vedevo spuntare tra le sedie
Il tuo sorriso
Di conferma
Che c’eri
Eri lì per me
Qualche volta
Da dietro le spalle dei convenuti
Lampeggiavano
I tuoi occhi notturni
Per guardarmi se fossi davvero io
La mia voce a diffondere parole amiche
Poi ci siamo persi tra le persone fino al suono di chiusura
Ci siamo rivisti
Nella sala ormai vuota
Ti ho presa da parte
Fino a un angolo
Dove le parole si sono interrotte
Sono rimasti gli occhi
E due silenzi
Cosi accordati
Da suonare un pezzo memorabile
Raccontando quanti sacchi fossero pieni
E che fuori
Ci aspettassero
Due treni

Il popolo che nascose un tesoro

Già per gli antichi era un interrogativo senza risposta. Si ritenevano etnicamente estranei rispetto a ogni altra popolazione italica preromana, ma la loro origine stimolò da sempre la fantasia di scrittori e intellettuali.
Erodoto, considerato il padre della storiografia, li ritraeva come eredi di un popolo anatolico, giunto in Italia al seguito di un mitico capostipite, Tirreno. Il retore Dionigi di Alicarnasso era invece pronto a giurare sulla loro autoctonia, mentre il romano Tito Livio era convinto di una provenienza dall’Europa centrale. Dai miti di Tagete e Tarchon si può intravvedere come gli stessi Etruschi immaginassero la questione. Il dio Tagete, indigeno perché nato dalle zolle, fu colui che trasmise loro le norme aruspicali, arte che sempre identificò gli Etruschi con la capacità di interpretare i segnali del divino. Tarchon, invece, sarebbe stato il fondatore di Tarquinia e altre città coeve. Forse in origine doveva trattarsi di una figura unica, ma quando sarebbe avvenuto tutto ciò? Gli eruditi etruschi calcolavano di essere comparsi nel X secolo a. C., eppure le loro considerazioni e convinzioni su se stessi non lasciavano indifferenti gli altri popoli. Furono i Greci a inventare nuove ipotesi sul loro conto. La teoria più antica li voleva come i discendenti più numerosi dei Pelasgi, abitanti dell’Ellade che si sarebbero diffusi in varie aree del Mediterraneo. In seguito, da omofonie casuali e accostate fra loro, nacque una ulteriore ipotesi, appoggiata da Livio, che prevedeva la provenienza etrusca dalla Lidia, ma in realtà spesso le due teorie finirono per sovrapporsi nei secoli seguenti. Nessuna di queste, tuttavia, viene oggi appoggiata in maniera esclusiva da chi si occupa di etruscologia, la scienza che li studia scientificamente. Prendendo in considerazione la loro lingua, è possibile mettere in conto, piuttosto che una provenienza antica dagli italici Villanoviani o dalle genti locali dell’Età del Bronzo, una tarda migrazione da Settentrione o per mare. Inoltre, la prima arte etrusca, di epoca recente, avrebbe una chiara ispirazione orientale, forse per rapporti commerciali in fase avanzata. Che siano, dunque, venuti da Nord o per mare, risulta fuor di dubbio che dal IX secolo, in questa zona della penisola, fiorì la civiltà del Ferro, che grazie a un processo di mescolanza e acculturazione diede vita a una koinḕ etrusco-italica. Dai territori primigeni della Toscana e del Lazio settentrionale, l’Etruria tirrenica, fin dai tempi più antichi vi fu un allargamento in più direzioni: la Campania e la Pianura Padana, dove sarebbero state fondate delle mitiche dodecapoli, ovverosia insiemi di dodici città, simili a quella presente sin dalle origini in Etruria. La terra bagnata dal Po sarebbe servita, lo si intuisce, per il rifornimento di nuove aree da adibire a campi agricoli, almeno agli inizi. Da metà VI secolo a. C., poi, la presenza urbana nella nuova Etruria padana si accrebbe sempre più, e questa terra fu teatro di una riorganizzazione generale, proprio mentre il predominio sul Tirreno iniziava a sfiorire. Le vie di scambio con i mercati d’Oltralpe subirono dei potenziamenti e nuove città legate da stretti contatti sorsero indisturbate. Spina, porto cosmopolita che vorrebbe non a caso significare “nave”, fu una di queste, e i suoi resti sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Ferrara, presso il Palazzo Costabili. Ma non tutto è stato ancora scoperto, e chi vive nei territori dell’antica Spina lo sa bene. Mancherebbe tuttora all’appello il magico talismano che avrebbe consentito alla città spinetica di divenire così famosa e prosperosa, un amuleto che persino il mare avrebbe invidiato, portandolo a tentare di invaderla, inutilmente. Non vi fu resa, tuttavia, e finalmente il mare, tentando e ritentando, prima o poi ce la fece: il ragno d’oro, posto sulla porta d’ingresso, non riuscì stavolta a difendere la sua ragnatela, che proteggeva Spina. E l’acqua la invase. Per ripicca, però, il ragno fece sprofondare la città nella palude, sotterrando persone e ricchezze.
E chissà, perché no, sotterrando anche se stesso, in attesa che il sogno, un giorno, diventi realtà. Come l’antica città di Spina.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Quando il bambino era bambino…
In margine al Nobel assegnato a Peter Hanke

“Als das Kind Kind war…”. Il Cielo sopra Berlino, il film capolavoro di Wim Wenders, si apre con il primo piano di un foglio di carta, una mano con una biro scrive una riga sotto l’altra, fuori campo la voce di Bruno Ganz recita una poesia struggente e strepitosa, ‘la canzone dell’infanzia’ di Peter Handke.

Bruno Ganz è l’angelo Damiel che, con il compagno Cassiel, guarda dall’alto una brulicante Berlino in bianco e nero. Ma i due angeli si mischiano alla folla, entrano nella biblioteca verticale, sentono  i pensieri segreti degli umani, ascoltano impotenti il loro dolore. Ecco, ora è sul ponte sulla Sprea, appoggia la mano invisibile sulla spalla del suicida. L’angelo Damiel si innamora di una donna – e sempre più si innamora della debolezza degli umani –  decide di rimanere a terra, per sempre, senza ali.

A febbraio di quest’anno Bruno Ganz ha lasciato la terra degli uomini. E il 10 dicembre – tra molte polemiche – l’Accademia di Stoccolma ha consegnato il Nobel della Letteratura per l’anno 2019 a Peter Handke, per “la sua opera influente che ha esplorato con ingegnosità linguistica la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Confesso di essere un appassionato lettore del grande scrittore austriaco, di tutta la sua opera, dai primi romanzi sperimentali come ‘Prima del calcio di Rigore’, al terribile “infelicità senza desideri’, a “La donna mancina’, ai romanzi-saggio degli ultimi decenni. Ai diari di viaggio. Alle opere per il teatro. E naturalmente la poesia, su cui Handke continua ancora oggi la sua ricerca (sul senso e sul potere della scrittura) iniziata più di trent’anni fa.

Scelgo qualche verso dal suo ultimo poema ‘Il canto della durata’.

“Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.”

Molti intellettuali (non tutti per fortuna), molti politici e uomini di stato (compreso il dittatore Erdogan), e i media – quasi senza distinzione – hanno vivacemente contestato la scelta dei giurati del Nobel. L’accusa a Peter Handke – parlo di chi si è almeno documentato, non degli ignoranti che gli hanno buttato addosso gli epiteti più ingiuriosi: revisionista, fascista, filonazista – è di essersi schierato dalla parte della Serbia durante il conflitto fratricida della ex Jugoslavia. Fino al punto di presenziare a Požarevac (senza lacrime, ma con “poche parole di debolezza”) ai funerali dell’ex presidente Milošević, condannato per crimini contro l’umanità dal tribunale dell’Aia.

Sono andato a leggermi quanto Handke ha detto e scritto durante e dopo la guerra jugoslava. Non ho trovato nessun indizio di quella indegnità morale di cui viene accusato il grande scrittore e poeta austriaco. Nessun panegirico del presidente e dittatore serbo, Nessuna parola di giustificazione per il massacro di Srebrenica  e degli altri atti di pulizia etnica. Handke contesta che la colpa ricada solo sul popolo serbo, e cita gli episodi di atrocità messi in atto dalle altre parti in lotta e in particolare dai croati. E mette sotto accusa l’Europa, la sua incapacità (non volontà) di evitare il conflitto (per interessi, anche economici, poco nobili, soprattutto della Germania), un Occidente (Nato in testa) che ha preferito lavarsi le mani, assistere alla disgregazione della Jugoslavia, prendere Milosevich e la Serbia come unico capro espiatorio e, dopo la guerra, raccogliere i cocci, annettendosi economicamente Slovenia e Croazia.

Conosco poco – come tutti del resto – della sanguinosa guerra della ex Jugoslavia, ho capito però che è stata qualcosa di molto più grande e complesso di quanto ci ha raccontato la storia ufficiale. Si può essere in disaccordo con Handke, rifiutare la sua nostalgia per la vecchia Jugoslavia che univa (sotto un unico tallone) popoli diversi, ma non lo si può accusare di indegnità. La sua è una voce fuori dal coro. Una voce intima e sofferta, una voce scomoda, interrogante. La stessa voce profonda che anima tutta la sua opera letteraria.

Forse, invece di criticare l’assegnazione del premio a Peter Hanke, andrebbe criticato (e abolito) lo stesso Premio Nobel. Un premio nato male – con il suo lascito il geniale plurimiliardario Alfred Bernhard Nobel intendeva ripulire il suo nome dalla dinamite e dalla nitroglicerina –  e gestito da una giuria paludata e poco credibile. Non si contano infatti le clamorose cantonate cui è andata incontro, soprattutto per quanto riguarda il controverso Nobel per la Pace.

Non abbiamo bisogno di premi – piccoli, medi o grandi – per apprezzare l’opera di un grande scrittore o di un grande scienziato. Non abbiamo bisogno di stupide classifiche. E non abbiamo bisogno del Nobel – il premio più danaroso, altro che ‘prestigioso’ – per valutare un grande narratore e poeta come Peter Handke. Basta aprire a caso una sua pagina. Tornare, ad esempio, alla voce di Bruno Ganz, al “bambino quando era bambino’ con cui Handke racconta la meraviglia di una infanzia lontana ma che mai ci abbandona.

“Quando il bambino era bambino,

se ne andava a braccia appese.

Voleva che il ruscello fosse un fiume,

il fiume un torrente;

e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,

non sapeva d’essere un bambino.

Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.

Quando il bambino era bambino,

su niente aveva un’opinione.

Non aveva abitudini.

Sedeva spesso a gambe incrociate,

e di colpo sgusciava via.

Aveva un vortice tra i capelli,

e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,

era l’epoca di queste domande.

Perché io sono io, e perché non sei tu?

Perché sono qui, e perché non sono lí?

Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?

Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,

quello che vedo, sento e odoro?

C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,

per nutrirsi gli bastavano pane e mela,

ed è ancora cosí.

Quando il bambino era bambino,

le bacche gli cadevano in mano,

come solo le bacche sanno cadere, ed è ancora cosí.

Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora cosí.

A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,

e in ogni città, sentiva nostalgia di una città ancora più grande.

E questo, è ancora cosí.

Sulla cima di un albero,

prendeva le ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi.

Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne.

Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,

lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.

E ancora continua a vibrare.”

Peter Handke, dal film di Wim Wenders, Il cielo sopra a Berlino

Pensieri nel bagagliaio

di Pier Luigi Guerrini

PENSIERI NEL BAGAGLIAIO

Primo Pensiero

Le resse la mano
tra resse di folla
avanzando piano
come immersi in una bolla.
Mentre la guardavo,
in me albergava un pensiero nano
per fuggire alla colla,
ripiegando lo sguardo
ripiegando posizioni
ripiegando calzini
ripiegando soluzioni.

Secondo Pensiero

Dacci anche oggi
il nostro silenzio quotidiano
dacci sconsacrate
ostie di natura
dacci scompigliate voglie
d’impostura.

Terzo Pensiero

Una strada nuova
Il mio mondo esita
a riprendersi un senso. Barcolla infaticabile.
La legge del confine del senso.
Alla ricerca di risposte sensate
tenacemente contro un senso unico.
La follia dei giorni
la follia di ogni giorno.
La topologia del senso,
un senso per tempi supplementari
in cui ogni minuto si tirano calci di rigore.
Mi sembra di aver perso il percorso di una storia.
Ogni strada è rabbuiata,
ogni incrocio è bloccato, sdrucito, dissanguato.
Ritorno compulsivamente a fatti,
ricordi vissuti, per ritrovare una strada nuova,
una nuova speranza.

Quarto Pensiero

La parola vuota
preoccupata
silenziosa, gestuale
la parola regale
legale
speciale
la parola detta male
la parola in più
una parola ancora e poi metto giù.
Parole intrappolate
dalle convenzioni sociali,
parole banali.
La parola immaginata
nel suo corpo, nella sua vita.
La parola incartapecorita
che si sbriciola
che si squama tra le dita.
La parola si libera
viaggia nell’aria e parla ai nostri sogni.

Quinto Pensiero

Sera
Nel frattempo
s’era posto di lato
alla finestra
e s’era scoperto
a curiosare la strada,
le case, le luci degli altri.
Ultimamente,
s’era accorto di farlo spesso.
Gli piaceva camminare
nei pensieri fino a sera.

“Anna Frank sei finita nel forno”… Reagisce e viene aggredito davanti alla famiglia al grido di “Duce Duce”

da: Coordinamento Provinciale di Articolo Uno Ferrara

Ieri sera, mentre si trovava a Venezia con la famiglia per festeggiare l’anno nuovo, l’amico e compagno Arturo Scotto è stato aggredito da un gruppo di fascisti al grido di “Duce Duce”, nelle migliori tradizioni squadriste: approccio arrogante, scarica di botte e fuga vigliacca. La sua colpa? Aver protestato di fronte ai cori ‘Anna Frank sei finita nel forno”, inascoltabili.
Lasciando alla moglie Elsa la cronaca dell’accaduto [consultabile nella sua pagina Facebook al link: is.gd/J9s0u0], ci preme sottolinearne l’estrema gravità. Un fatto reso doppiamente grave in quanto non solo si è colpito un ex Deputato della Repubblica, ma si è anche colpito un genitore davanti alla propria famiglia in quello che doveva essere un momento spensierato e di gioia: una condizione di massima vulnerabilità, in cui tutti noi potremmo trovarci in qualsiasi momento.
Un attacco alla nostra idea di comunità, di vita pacifica, ai valori di antifascismo e nonviolenza che tutti noi condividiamo e che rende bene (nel caso ce ne fosse ancora bisogno) il clima di odio crescente che si respira nel nostro paese.
Chi ancora insiste nel negare l’esistenza di un nuovo e pericoloso fascismo in Italia (e non solo), o non ha capito nulla della fase storica che stiamo attraversando o è in malafede.
Nel manifestare la nostra piena solidarietà ad Arturo ed alla sua famiglia cogliamo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la nostra riprovazione per questi fatti vergognosi. Riteniamo necessario che venga attuata (così come previsto dalla Costituzione e dalla normativa successiva) una puntuale e severa politica di condanna di ogni atteggiamento o manifestazione fascista sul nostro territorio: dalle scritte sui muri, ai cori nostalgici e ai saluti romani, fino ad arrivare alle aggressioni verbali e/o fisiche. Che avvengano nelle strade, negli stadi, ovunque. Chi commette queste azioni deve essere perseguito e condannato secondo quanto previsto dal codice penale. Non si tratta più di eventi sporadici. Di casi isolati o di ragazzate. Lasciare correre, negare, sottovalutare questi fatti equivale a condividerne le responsabilità.
Noi non ci stiamo!

Ferrara e l’Emilia ai tempi del leghismo

E allora, come è Ferrara al tempo della Lega? L’interrogativo ricorre spesso, a porlo sono amici che in città non vivono, curiosi di capire cosa muta in una comunità in cui – dopo settant’anni – la barra del comando cambia pilota. Ma a chiederselo sono i ferraresi stessi: quelli che la Lega hanno votato per avere conferma della loro scelta e coloro che l’hanno avversata per verificare la fondatezza della loro ostilità. I più aperti, sull’uno e sull’altro fronte, pronti eventualmente a fare ammenda e riconoscere, semmai, l’errore di valutazione…
A chi me lo domanda (e a me stesso) rispondo: non molto, in effetti. D’altronde, per realizzare un significativo cambiamento quando si è ai vertici di una organizzazione articolata e complessa – come certamente è una municipalità – servono non meno di due anni. Prima di allora ogni giudizio sarà da considerarsi un’impressione o la semplice riconferma del proprio (pre)giudizio.

Le città hanno mille articolazioni, i legami sono molteplici e complessi… Fare e disfare quando ci si cimenta in un aggregato istituzionale che consorzia fra loro decine di migliaia di persone è impresa assai complessa, e le mille normative da osservare certo non agevolano il compito e rallentano i tempi di ogni intervento. Quindi, per esprimere un giudizio sensato, bisognerà attendere e vedere quale scenario urbano si definirà e come si rimoduleranno nel concreto i rapporti di forza e gli orientamenti valoriali alla fine del prossimo anno.
Di certo chi paventava – con la Lega al comando – una sorta di sbarco dei barbari sarà rimasto sorpreso dal fatto che la città non sia stata messa a fuoco già la notte del trionfo. E, per converso, chi dapprima ha sperato nel cambiamento e poi gioito del risultato elettorale, magari si rammaricherà di non vedere ancora chiari elementi di discontinuità. Ma tant’è…

Alcune considerazioni, però, si possono fare già ora, in ordine ai segnali percepiti e al comportamento dei nuovi amministratori. Il sindaco Alan Fabbri, per esempio, dimostra di mantenere un apprezzabile equilibrio, il suo si conferma il volto bonario del leghismo: non opera strappi, dispensa più sorrisi che ghigni, dà nel complesso l’impressione di voler salvaguardare un filo di continuità con il lavoro svolto in precedenza, introducendo con cautela qualche innovazione. Anche il tribale Naomo, suo vice e alter ego, volto guerriero del partito, pur restando fedele alla sua maschera, tutto sommato (aldilà di qualche – per lui – evidentemente incontenibile sparata) non ha ancora causato eccessivi danni, né ha creato troppi imbarazzi alla città (pur con qualche nefandezza inevitabilmente già all’attivo).

Ciò che invece stupisce – ma nemmeno troppo per la verità – è la persistente incapacità di quelle che fino a pochi mesi fa erano forze di governo e ora sono opposizione, di dispiegare un’azione di contrasto seria, concreta, puntuale, efficace, fatta di proposte e progetti, di sfide lanciate ai nuovi amministratori. Ci si limita perlopiù a sterili polemiche e a baruffe di palazzo.
In questo si confermano le scarse qualità del personale politico che nei dieci anni trascorsi è riuscito a disperdere un patrimonio di credibilità e di consensi accumulato fin dal dopoguerra, che aveva mantenuto la sinistra al vertice della città per quasi 70 anni; un credito dilapidato a causa di un’amministrazione miope e supponente, anonima e priva di intuizioni, di visione e del coraggio necessario per sperimentare e innovare. La stessa pochezza si esprime oggi dai banchi del Consiglio comunale: grigiore e autoreferenzialità, scarse capacità di dialogo con il territorio e le persone che lo popolano.

Alzando lo sguardo dalla palude, è inevitabile ricordare che a fine mese, in Emilia Romagna, si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e per il Presidente.
Stefano Bonaccini (Pd) si è costruito una solida fama di buon amministratore, al punto che la Lega ha scelto come privilegiato terreno di scontro l’ancor confusa vicenda dei bimbi di Bibbiano, facendo leva più sulle emozioni che sulla razionalità e i programmi; i verdi, poi, giocano la carta Salvini come jolly pigliatutto, per spostare l’attenzione dallo scenario locale a quello nazionale. Lucia Borgonzoni al momento, però, nei sondaggi resta qualche punto dietro l’attuale numero uno. L’esito del voto avrà certo incidenza anche sul futuro del governo nazionale.
La partita è aperta, di certo l’onda di sano e genuino entusiasmo generata dall’inatteso movimento delle Sardine ha ridestato l’orgoglio dei progressisti, che nelle piazze hanno ritrovato i capisaldi valoriali che ne hanno storicamente tratteggiato il cammino. E’ questo un elemento potenzialmente decisivo ai fini del risultato, poiché la riscoperta ‘appartenenza’ potrebbe indurre a tornare a votare una significativa parte dei molti delusi della sinistra, che negli ultimi tempi hanno invece disertato le urne, contribuendo a elevare la quota dei non votanti, salita sino allo spaventoso 62 percento dell’ultima tornata alle Regionali del 2014.
Ma il clima, oggi, appare assai diverso rispetto a quello di cinque anni fa. E anche quella commistione di mestizia e paura che si respirava e si disegnava sui volti del popolo della sinistra e ancor si percepiva appena due mesi fa, oggi ha lasciato spazio ai sorrisi di una solida speranza.

Diamoci tregua per capire dove stiamo andando

Abbiamo tutti bisogno di tregua. Che non significa oziare, perdere tempo e occasioni, immobilizzarci e perdere mordente; significa piuttosto rallentare, sospendere per un attimo tutto ciò che ci sta fagocitando, respirare ossigeno che ci disintossichi, riprenderci. Rabbia, rancore, paura sono stati d’animo che a volte, per alcuni spesso, prevalgono nella vita del quotidiano, nelle azioni, negli incontri, nei progetti, nei ricordi del passato, nella realtà del presente, nelle aspettative del futuro.
Siamo mossi da un’ansia interiore compulsiva, incontrollabile, presente nelle nostre vite come una seconda veste, insinuandosi in ogni nostra scelta e azione, sensazione, emozione. “Mors tua vita mea” è diventato lo slogan che ci accompagna, l’antidoto egoistico a una condizione di sofferenza di cui non ci rendiamo sempre conto, una corazza nella quale ci sentiamo apparentemente al sicuro, perché se tocca agli altri noi possiamo assistere indenni a ciò che sarebbe potuto accadere anche a noi. Schemi fasulli, fatti di cartapesta e illusioni, perché sappiamo fin troppo bene che quel “noi” è fatto di tutti. Abbiamo più che mai, in tempi di incertezza, incognite, punti interrogativi, dubbi e false certezze, di quel tempo sospeso che ci permetta di fermarci per un attimo, resettare pensieri venefici, liberarci da quel sottile disagio accumulato simile a una catena che ci impedisce di essere creature libere, gioiose, vere.
“Tregua” è un termine di origine tedesca che deriva da “trauen” – “fidarsi”; il riflessivo “sich trauen” significa osare, azzardare, avere il coraggio. Con questo verbo le antiche popolazioni germaniche, definite da noi ‘barbariche’, chiedevano al nemico di cessare le ostilità, di sospendere i massacri delle guerre, imploravano la tregua per onorare i caduti e bruciare sulle pire i loro morti, per riposare, recuperare onore e umanità, ricomporre la loro identità tribale e chiamare a raccolta i loro valori culturali dispersi.
La “tregua” interviene nella Storia ogni volta che emerge il bisogno di disegnare uno spartiacque tra lutti, morte, violenza, sangue, e la necessità fisiologica di pace, riposo, ripresa, recupero degli aspetti umani dimenticati. Nel Medioevo, la cosiddetta “Tregua di Dio” era l’appello più profondo all’Altissimo, la cui autorità doveva impedire, almeno nel periodo tra Quaresima e Avvento, uccisioni, stupri, rapine e ogni sorta di aberrazioni.
La “tregua” è sempre stata una specie di liberazione provvisoria da una condizione coercitiva, dolorosa, insostenibile, disumana. E’ proprio nel grande romanzo “La Tregua” di Primo Levi (1962), che troviamo l’interpretazione più drammatica di questa condizione: per l’autore è soltanto una parentesi fondata sull’illusione destinata a spegnersi nel breve raggio di tempo. Levi racconta del lungo viaggio da deportato ebreo liberato ad Auschwitz, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa sovietica, intrapreso per tornare nella sua città natale di Torino. Racconta il ritorno in patria dopo il lager, del sollievo di aver scampato l’olocausto e la morte nelle camere a gas, del rientro alla vita quotidiana ritrovata. “Ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio. Abbiamo finito di raccontare. E’ tempo. Presto udiremo ancora il comando straniero: ”Wstawac!” – l’ordine di alzarsi all’alba di ogni giorno che i deportati sentivano urlare dai loro aguzzini –“. Levi suggerisce come la tregua, sebbene necessaria, non sia altro che una liberazione temporanea dalla tensione della tragedia che continuerà a pervadere l’esistenza umana. Un ciclo senza soluzione di continuità.
“La tregua” (1960) è anche un romanzo di Mario Benedetti, poeta e scrittore uruguaiano, uno dei grandi autori della letteratura latino-americana del ‘900. Martin, un uomo di 49 anni, vedovo con tre figli ormai grandi, conduce una noiosa vita da impiegato di commercio: assiste al trascorrere del tempo con disillusione, rassegnazione e fatalismo. Viene assunta la giovane Avellaneda, timida e chiusa, che stravolgerà la sua vita dando avvio a un amore insperato e con questa relazione clandestina il tempo, quel tempo che prima non trascorreva mai, viene rimesso in movimento con una sferzata di vitalità. Non era felicità, era solo una tregua, ammette il protagonista, la parentesi in cui tutto viene sospeso rispetto il prima e il dopo. La giovane verrà a mancare e lui si ritroverà nuovamente solo. “Una vita che prende il vento a gonfie vele per poi, caduto il vento, tornare nella quiete della bonaccia.”
Abbiamo bisogno di tregua per capire dove stiamo andando, per orientarci meglio. Abbiamo bisogno di dare una tregua ai nostri sensi di colpa per concedere loro il beneficio del perdono. Abbiamo bisogno di tregua per vedere con sguardo nitido ciò che ci circonda. Che la “tregua” di Capodanno sia per ciascuno di noi un momento di respiro profondo, rigenerante, che permetta di proseguire il cammino con sana energia e calore umano.

PER CERTI VERSI
In barca

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IN BARCA

Un giorno
Mentre ero in barca
Senza vento
Nel mare spento
Della foce
Mi apparve
Una ninfa del cielo
Così profondo
Senza velo
Che mi baciò e mi disse
In un orecchio
Parole sconosciute
Aveva delle mele
Dolci
Come le notti d’estate
E cominciai a partire
E a capire
Era lei
Le mie vele

Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro

Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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“Collezione di Franco Farina” in mostra. E Ferrara torna vetrina d’arte mondiale

La città vista attraverso le opere degli artisti che sono passati da Ferrara portandoci un pezzetto di mondo inaspettato e dirompente: la pop-art di Andy Warhol e Jim Dine; il Cile che con Sebastiàn Matta si contrappone a Pinochet; ma anche Emilio Vedova che con le sue opere di arte informale-gestuale contesta il tradizionalismo della Biennale di Venezia. È dedicata a Franco Farina, mente e organizzatore delle mostre che hanno portato alla ribalta Ferrara nella sua dimensione contemporanea l’esposizione su “La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993”, visitabile al PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea (corso Porta Mare 5) di Ferrara.

Foto e scambi epistolari in mostra per la “Collezione Franco Farina” al Pac di Ferrara (foto GioM)

Perché l’allestimento incentrato sul lascito del direttore di Palazzo dei Diamanti, o meglio di colui che quello spazio ha ricreato e riportato alle vette di rinascimentale memoria, è fatto di persone e di incontri, di pezzi unici enormi e di disegni piccoli ed eterei, di bozzetti e incisioni, poster e scambi epistolari, fotografie e filmati che mettono in mostra e raccontano una personalità pionieristica e travolgente, unica eppure  spontaneamente capace di dialogare tanto con i massimi esponenti del jet set artistico mondiale, quanto con ogni persona che incontrava per le strade e le piazze della città, chiacchierando e confrontandosi, dispensando consigli e accogliendone altrettanti, aperto e curioso, ma anche determinato ed energico nell’intrecciare e coltivare relazioni, nel valorizzare talenti, nel confezionare vetrine eclatanti delle più svariate correnti artistiche con dentro sempre qualcosa di esplosivo.

Come ha detto Maria Luisa Pacelli, già direttrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea “era una persona capace di parlare a tutti. Intratteneva rapporti personali con figure importanti di caratura nazionale e internazionale, ma era in grado di parlare alla città e alla gente. Trovava sempre le parole per spiegare la situazione artistica più ermetica. Ha vissuto l’arte come impegno intellettuale e impegno civile, riuscendo a coinvolgere l’intera città, che è legatissima alla figura di Franco. E credo che la mostra sia in grado di risvegliare emozioni in chi lo ha conosciuto e ha vissuto quegli anni e quelle esperienze”.

Opere di Mario Schifano della “Collezione Franco Farina” (foto GioM)

Va ricordato che è stato Franco Farina – nato a Ferrara  il 14 maggio 1928 e morto nella sua città il 18 maggio 2018 – che ha rilanciando il palazzo-simbolo del Rinascimento estense rendendolo un’icona di arte contemporanea e di qualità culturale riconosciuta a livello internazionale. Quando nel 1963 Farina diventa il direttore dei Musei civici d’arte moderna, i Diamanti erano usati come spazio di custodia di opere di proprietà comunale ed è lui a decidere di farne invece la base operativa del suo lavoro e poi la cornice espositiva delle rassegne cha va ideando.

Presentazione in Municipio della mostra
Sgarbi con Lola Bonora, la Fiorillo Gulinelli e la Pacelli
Presentazione della “Collezione Franco Farina”
Il sindaco Alan Fabbri alla presentazione

Di questo, delle sue passioni e dei suoi legami rende conto la mostra realizzata dalla fondazione Ferrara Arte e dalle civiche Gallerie d’arte moderna e contemporanea in collaborazione con l’Università di Ferrara. La rassegna delle opere d’arte di cui Farina si è circondato racconta infatti il fermento culturale così ricco che lui coltiva, stimola e trasforma in eventi che hanno fatto scuola. Come ha detto alla presentazione alla stampa della mostra Vittorio Sgarbi, nominato a fine novembre presidente della Fondazione Ferrara Arte che raccoglie in qualche modo l’eredità dell’opera svolta da Farina per un trentennio, “in quegli anni a Ferrara ci si è abituati a guardare e conoscere l’arte contemporanea con un’assiduità che ha fatto sì che per noi diventasse un fatto naturale”, mentre le altre città restavano più ancorate ai classici e all’arte ormai consacrata. “Persino Bologna – ha fatto notare Sgarbi – ha cominciato ad avere familiarità con l’arte contemporanea dopo, quando nel 1974 nasce Arte Fiera, ma comunque mantiene l’arte contemporanea dentro una manifestazione fieristica e fuori dai contenitori istituzionali e ci vorrà tempo perché nel resto d’Italia nascano quei musei che sono ora un punto di riferimento per questo tipo di visione, dal Castello di Rivoli (1984) al Pecci di Prato (1988) per arrivare agli attuali Madre, Mart e Maxxi di Roma. Ma Ferrara, con lui, fu prima di tutti”.
A suo tempo fu il critico d’arte e giornalista Janus ad affermare sulla stampa nazionale che negli anni Settanta Ferrara diventa con Farina “la vetrina del più grande spettacolo d’arte contemporanea che l’Italia abbia mai avuto”.

Locandina della mostra con il ritratto di Franco Farina realizzato da Marco Caselli Nirmal

Una mostra che vuole quindi restituire l’atmosfera della collezione privata, degli artisti arrivati a Ferrara grazie a un uomo di cultura e passione e dei quadri che animavano la sua casa, che gli facevano compagnia e gli rammentavano i legami che aveva e manteneva con artisti chiamati ad esporre qui da oltreoceano così come quelli più vicini, che incontrava nella sua Ferrara e che pure sono stati protagonisti delle mostre che organizzava e stimolava a realizzare, facendo da trampolino di lancio o da cassa di risonanza per talenti decollati oltre i confini territoriali.
È questa sensazione, di arte che pervade la sfera privata come quella pubblica, che vuole e riesce a trasmettere l’esposizione dedicata a “La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993”.

Sala dedicata a Ludovico Ariosto nella “Collezione Franco Farina” (foto GioM)

Lo conferma un poco commossa Lola Bonora, la sua compagna ed erede che giusto nella primavera 2019 ha donato le opere al Comune seguendo quella che era la sua volontà. “In particolare – racconta Lola Bonora che in quegli anni ha diretto l’altrettanto pionieristico Centro di Video Arte – l’allestimento è riuscito a ricreare il corridoio della casa di Franco, con le opere che erano appese da una parte e dall’altra e che lui amava avere intorno sempre”.

La “Collezione Franco Farina” coi quadri esposti come nel corridoio della sua casa (foto GioM)

Una carrellata che spazia dai grandi maestri come Giorgio Morandi e Alberto Burri agli amici-artisti che con lui hanno lavorato e condiviso affetti, tempo ed energie, primo fra tutti Franco Patruno – sacerdote e direttore di Casa Cini – insieme con l’immaginifico scultore Maurizio Bonora, il video-artista Maurizio Camerani, il recentemente scomparso Fabbriano. In questa mostra ci sono dentro Farina, le persone e la carica artistica che sempre lo circondavano, quello che ha fatto storia e un poco di quello che avveniva dietro le quinte dei vernissage. Una rassegna che dà vita a quel lavoro di ricerca e studio avviato da Ada Patrizia Fiorillo, docente della Sezione di arti dell’Università di Ferrara, e pubblicato alla fine del 2017 nel volume “Arte contemporanea a Ferrara” (Mimesis editore), all’interno del quale si va a ricostruire in maniera sistematica  il lavoro di organizzazione di mostre e ricerca portato avanti da Farina, al quale il libro dedica anche una lunga intervista.

Da Nespolo a Fabriano i quadri in mostra così come erano esposti nel corridoio di casa Farina (foto GioM)

“Era una persona che ti lasciava sempre un sacco di cose – dice Lola Bonora – anche quando non era sua esplicita volontà di farlo, ma sapeva sempre trasmetterti il suo vissuto, la sua maniera di pensare, la sua visione”.  È lei a ricordare che “Franco diceva di aver avuto la fortuna di fare questo lavoro e di avere avuto il grande dono di queste opere a cui teneva, ma che voleva che alla fine tornassero alla città dove erano approdate”.
Franco Farina è stato molto amato e – come ha detto Vittorio Sgarbi – in qualche modo ha portato avanti il suo lavoro all’interno del Comune ma indipendentemente dalle indicazioni di chi amministrava. Lui stesso con il consueto aplomb autoironico raccontava: “Il merito dell’Amministrazione comunale fu quello di lasciarmi fare”. E lui fece. Al punto che il critico e storico dell’arte Renato Barilli nel volume riassuntivo dell’attività di quegli anni uscito nel 1993 per i tipi di Corbo editore scrisse: “Se un giorno si farà la storia delle attività espositive in Italia, nell’ambito dell’ente pubblico e relativamente all’arte contemporanea, un capitolo di essa dovrà riguardare Franco Farina, forse il caso più perspicuo”.

“La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993”, PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea, corso Porta Mare 5, Ferrara. Da sabato 21 dicembre 2019 a domenica 15 marzo 2020, aperto ore 9.30-13 e 15-18 tutti i giorni eccetto il lunedì. Chiuso il 25 dicembre, aperto 26 dicembre 2019. Ingresso a pagamento.
A cura di Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi.

PER CERTI VERSI
La tua lingua di salvia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LA TUA LINGUA DI SALVIA

La tua lingua di salvia
Mi lascia sulle labbra
Una freschezza
Che piove
La vita
Giovane di vesti bianche
La tua schiena
È uno scivolo di mare
E il mio viso
Si ammorbidisce
Con la tua salvia
Che nell’aria mi cattura
Apri le tue ali
Cambia il silenzio
Troviamo le voci

Biblioteche pubbliche e sociali
Una ‘piccola’ petizione popolare pone grandi questioni

Una decina di giorni fa abbiamo depositato 2065 firme a sostegno della petizione sul rilancio del sistema bibliotecario comunale, promossa dalle lavoratrici e dai lavoratori delle biblioteche stesse e fatta propria da CGIL-CISL-UIL di categoria e dalla RSU del Comune.  E’ un fatto molto significativo, quello di aver coinvolto più di 2000 cittadini in neanche un mese di raccolta firme, su un tema come quello del futuro delle biblioteche in città, che propone diverse riflessioni. La prima, naturalmente, è quella relativa all’efficacia di tale iniziativa. Al di là delle pur fondamentali procedure istituzionali, che prevedono che la Giunta o il Consiglio Comunale devono rispondere entro 60 giorni alla petizione presentata, abbiamo già inviato al sindaco una richiesta di incontro per spiegare i contenuti e le motivazioni di questa nostra iniziativa, che pone alcune questioni rilevanti sul futuro del sistema bibliotecario e sulla stessa idea di promozione culturale in città. E cioè che si riprenda e si dia corso alla realizzazione di una nuova e strutturata biblioteca nell’area Sud della città, che si rimpiazzino le lavoratrici e i lavoratori che stanno giungendo al pensionamento per garantire almeno il livello quali-quantitativo dei servizi attualmente offerti e, ultimo ma non certo per ordine di importanza, che si sviluppi una discussione pubblica sulla necessità di innovare e adeguare alle mutate condizioni il sistema bibliotecario e culturale in città.  Misureremo le intenzioni dell’Amministrazione su questi punti, che non possono essere messere facilmente tra parentesi, non solo per il numero significativo di sottoscrittori della petizione, ma ancor più per i suoi contenuti, ai quali ci atterremo strettamente per dare poi il nostro giudizio sulle scelte dell’Amministrazione in questo campo.

Il riscontro positivo della raccolta firme sulla petizione, poi, induce a sviluppare qualche ragionamento più di fondo. Intanto sul significato e il ruolo della partecipazione della cittadinanza alla definizione delle scelte di governo della città, che, ancora una volta, si dimostra essere viva nel momento in cui si affrontano questioni concrete e su cui si può, almeno potenzialmente, influire. Senza troppa enfasi, penso si possa sostenere che la raccolta firme sulla petizione rappresenta un buon tassello per costruire un circuito virtuoso di democrazia partecipativa. Quella che vive in un intreccio tra iniziativa strutturata della cittadinanza e decisione nelle sedi istituzionali proprie, a partire dal Consiglio Comunale, che non contrappone l’una all’altra, ma, anzi, le rafforza vicendevolmente, che non si limita all’espressione del voto una volta ogni 5 anni, ma che non si nutre neanche dell’esaltazione acritica della democrazia diretta. Democrazia partecipativa, che, peraltro, ha bisogno di procedure ancora più precise e forti per favorire l’espressione dei cittadini, di poter avere a disposizione sedi pubbliche di incontro e informazione, di un rilancio di luoghi “istituzionali” diffusi territorialmente che possano ricostruire legami sociali e discussione larga.

Occorre poi mettere a punto un ragionamento più compiuto sul ruolo della produzione e diffusione della cultura nella città. A questo proposito, diventa fondamentale recuperare il concetto di ‘bene comune’ nel suo significato più alto, quello, per intenderci, avanzato in particolare dal compianto Stefano Rodotà e uscire dalla banalizzazioni di cui è stato oggetto. Bene comune è quello che garantisce diritti fondamentali – e la cultura è certamente tra questi- e la cui gestione, necessariamente, è pubblica e partecipata. Pubblica, nel senso che non può soggiacere alle logiche di mercato e profitto, e partecipata, nell’accezione che essa si realizza a partire dalle scelte politiche e amministrativa, ma cammina sulle gambe dei soggetti che producono il bene comune e di quelli che ne usufruiscono, né consumatori, né clienti, ma coprotagonisti delle scelte che si compiono in proposito.

Per stare al tema delle biblioteche, ciò significa orientarsi verso un modello di ‘biblioteche sociali’: luoghi di diffusione e produzione culturale, ma anche di incontro e promozione di attività dei tanti soggetti e associazioni che intervengono in questi campi, con modalità di relazioni e di decisione che mettano al centro queste stesse realtà assieme a chi lavora all’interno delle biblioteche.

Infine, per incrociare un tema di cui si parla molto e ancor più si specula, mi piace affermare che produrre e diffondere la cultura significa anche contribuire a costruire una città ‘sicura’: se solo si riesce ad uscire dallo stereotipo securitario, forse ci si rende conto che vivere sentendosi sicuri passa anche attraverso la comprensione di ciò che accade nella città e nel mondo, dotarsi degli strumenti per farlo, abbattere le diffidenze nei confronti dell’altro e del diverso, costruendo le relazioni e i legami sociali che lo consentano, riappropriarsi della vivibilità del territorio con i necessari presidi pubblici e di socialità che possono sostenere questa prospettiva.

Insomma, anche una ‘piccola’ petizione come quella sul sistema bibliotecario comunale ci può parlare di grandi questioni. Se solo le vogliamo cogliere e, ancor più, tornare a puntare sul confronto e l’incontro tra le persone e mettere da parte il rancore e l’individualismo che troppo continua a circolare e a far male alla nostra città e alla società tutta.

L’universo colorato, surreale e ironico di Gabriele Turola in mostra da IdeArte

Disegni colorati e pieni di rimandi mitologici, surreali e ricchi di giochi di parole e calembour quelli di Gabriele Turola, pittore, poeta, illustratore e saggista scomparso all’improvviso nella sua casa di Ferrara nell’agosto 2019 a 74 anni. A lui e a queste opere ricche di stimoli visivi e intellettivi sarà dedicata la mostra “Le carte di Gabriele” a cura di Lucio Scardino. L’inaugurazione sarà sabato 21 dicembre 2019 alle 18 e rimarrà visitabile fino a venerdì 31 gennaio 2020 alla galleria IdeArte (via Terranuova 41, Ferrara).
Il critico Lucio Scardino spiega: “Con l’amico Paolo Orsatti siamo stati i primi editori di Turola, io delle sue originalissime poesie e lui dei ‘Percorsi magici di Ferrara’, e lo abbiamo seguito per decenni”. Ecco allora l’idea di allestire la sua prima mostra postuma ferrarese. In esposizione ci saranno una quindicina di tempere e chine su carta. “Un caleidoscopio di immagini – racconta Scardino – dove spesso sono protagoniste le vedute della città di Ferrara, trasfigurata in modi imprevedibili e dal taglio assolutamente personale”. È il caso del Castello Estense rappresentato con un volto radioso, della Domus turca in dialogo con la chiesa di San Michele con il leggendario mago Chiozzino che fa la sua comparsa dietro l’angolo. Ci sono poi immagini che reinterpretano miti eccentrici, come la “Leda col cigno” ispirata a quella che eseguì Michelangelo per i camerini di Alfonso I d’Este e collocata da Turola in cielo in una dimensione che il critico definisce di “ideale sospensione tra Meliès e Depero”. Non mancheranno – assicura – figure antropomorfe e neo-surrealismi, il fumetto che si incrocia con la filosofia, la Natura mitizzata e sconfitta, angeli e bestie, Savonarola e i geroglifici 2.0 insieme con miniature che si possono collocare nell’ambito della pop-art. Un’occasione per esplorare quell’universo in cui – conclude Scardino – l’autore voleva tentare di decrittare a modo suo un mondo sempre più incomprensibile.
La mostra è stata resa possibile grazie anche alla collaborazione di Giuliana Artioli, Giuliana Berengan, Paolo Orsatti, Corrado Pocaterra e Massimo Roncarà.

“Le carte di Gabriele” a cura di Lucio Scardino, Galleria Idearte, via Terranuova 41, Ferrara – Da sabato 21 dicembre 2019 (ore 18) fino a venerdì 31 gennaio 2020, aperta dal lunedì al venerdì ore 10-12.30 e 16-19, sabato e festivi su appuntamento allo 0532 186 2076. Ingresso libero.

DIARIO IN PUBBLICO
La nobiltà della cultura (e un pensiero inquietante)

E mentre ascolto la Divina Maria gareggiare con la ‘popputa’ Netrebko (Aspesi dixit) tra Tosca e Mes mi avvio a parlare di un libro importante appena uscito nella nostra Edizione nazionale delle Opere di Canova, le “Lettere 1814” a cura di Carlo Sisi e Silvio Balloni. Il luogo è a Firenze ed è quello dell’Accademia fiorentina che custodisce il David. Da un anno Sisi ne è il presidente. All’arrivo mi rapisce per farmi vedere il gran quadro dei Cinque sensi che ha voluto al sommo della scala. Di scuola ferrarese ‘naturalmente’. Sono emozionato, quasi sull’orlo di una commozione irrefrenabile; vedo infatti la mia casa fiorentina a cento metri dall’Accademia tutta lustra e pettinata e so che l’ho lasciata. Mi raggiunge proprio lì il mio amico e sommo editore Daniele Olschki e mi consegna un libro da lui edito su d’Annunzio e la Commedia dantesca dedicato al ‘Fiorentin fuggiasco’ ovvero a chi scrive queste note. E la commozione cresce. Nella sala del Cenacolo strapiena ritrovo amici, allievi, colleghi d’Università ma il ‘coup de théâtre’ sono le sei principesse, vere, autentiche eredi dei grandi casati fiorentini, di età indefinita. Fanno loro contorno, tra la fitta presenza degli studenti, marchesi e duchi tra cui riconosco il figlio di Memi Ginori che in altri tempi mi offrì una colazione servita nei piatti dalla loro straordinaria fabbrica creati per la regina Margherita. Il mio lato infantilmente snob tra i sorrisi ironici degli amici carissimi si risveglia e mi preparo a una esposizione degna di tal pubblico. E mentre Balloni mi dedica un ringraziamento che – questa volta sì – mi ridà fiducia nell’importanza non artefatta dell’insegnamento mi appresto a gareggiare in ‘scientia et sapientia’ con i curatori e con il grande storico Conti che mi affianca. In prima fila Paola Pinto sorride ai complimenti tutti meritati che Sisi le rivolge parlando del bilico lo strumento che permette di far girare la statua per osservarla dai migliori e più diversi punti di vista e dell’introduzione di questa straordinaria invenzione canoviana per meglio comprenderla e che lei ha fatto rimettere nientemeno alla colossale statua dell’Ercole e Lica nella Galleria romana. Si parla di incendi, il destino incredibile della statua della Sonatrice con i cembali posta al centro della Canova-Saal del principe Razumowsky a Vienna. Il principe già dedicatario del celebre quartetto di Beethoven che porta il suo nome volle illuminarla con un lampadario di più di cento candele che crollò e incendiò il palazzo ma la statua venne salvata perché gettata da una finestra del palazzo in fiamme.
E’ il momento allora di rivendicare i miei crediti con le grandi famiglie che mi hanno dato fiducia e credito. Dagli eredi di Tambroni ancora proprietari di significative testimonianze canoviane ben illustrate dalle lettere canoviane e ancor più dalla mia famiglia adottiva erede di Leopoldo Cicognara, i Giglioli Maffei che da quando ero ragazzo mi hanno aperto l’archivio, la casa e il cuore. Ora una di loro è la mia sorella adottiva e i suoi nipoti sono miei nipoti. O i 25 anni passati a Bellosguardo respirando l’aria di Foscolo e di Canova e dove ancora vive l’altra mia sorella adottiva.

Potrebbero risultare queste note le vicende di una vita privata ma che invece hanno permesso di costruire il nucleo forte dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova. Di riuscire a collegare i maggiori studiosi di Canova e del Neoclassicismo che operano a Bassano, la terza città di cui mi sento cittadino.
Penso allora al significato della cultura nel suo senso che dovrebbe essere il più nobile e nello stesso tempo il più ovvio.
Allora un pensiero inquietante mi assale. Saremo capaci di restituirla agli ‘italiani’ o meglio al mondo?

PER CERTI VERSI
L’eco

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

L’ECO

La tua mancanza
È nello stomaco
Che sprofonda
Ma tu ci sei
Mentre rido da solo
Come una catena nel pozzo
L’eco scuote la schiena
Poi si allarga
in cerchi nello stagno
E quasi scongiuro che non passi qualcuno
Mentre rido solo
E inseguo i cerchi
L’eco

Teresa De Sio e le sue canzoni entrano in carcere

Nel carcere di Ferrara Teresa De Sio doveva arrivare quindici giorni fa. Una brutta influenza l’ha costretta ad annullare il concerto a favore dei detenuti. Ma ci teneva davvero: sembra abbia avuto lo scrupolo di giustificarsi, inviando tanto di certificato medico alla Casa Circondariale Costantino Satta. Una promessa è una promessa, e ieri pomeriggio (12 dicembre) la grande interprete napoletana ha varcato porte e cancelli del carcere di via Arginone. Ad assistere all’incontro-concerto e ad applaudirla, gli agenti, gli educatori, e naturalmente i detenuti; questi ultimi  godevano in via eccezionale di tre ore d’aria (e di musica). Finalmente fuori dalle celle.

Prima del concerto per pianoforte e voce, la proiezione di ‘Crai!’, un bellissimo docufilm, tratto da uno spettacolo ideato una decina di anni fa dalla stessa De Sio insieme al cantautore, scrittore e attivista politico Giovanni Lindo Ferretti, che mette in scena e racconta gli ultimi rappresentanti della tradizione popolare dei Cantori di Puglia. Poi Teresa De Sio incomincia a cantare, accompagnata alle tastiere dal pianista Francesco Santalucia. Canta alcune delle sue canzoni più conosciute: la famosissima ‘Voglia ‘e turnà’ (entusiasmo fra il pubblico) e ‘Chi tene ‘o mare’, un omaggio all’amico scomparso Pino Daniele. Conclude con una canzone nuova, tratta dall’ultimo album ‘Puro desiderio’ che da febbraio porterà in giro per l’Italia. Non è una canzone scelta a caso. Sembra proprio una dedica affettuosa a tutti i carcerati. Si intitola ‘Mia libertà’.
Alla fine (e appena prima degli abbracci e delle foto ricordo), la nuova direttrice del Casa di Detenzione Maria Nicoletta Toscani  – arrivata a Ferrara all’inizio di quest’anno – sottolinea come sia importante portare l’arte e la cultura dentro il carcere. E promette: “Questo è solo il primo di un lungo ciclo: abbiamo in programma trentacinque incontri pubblici con tanti docenti dell’Università di Ferrara, titolo della rassegna: Cultura e Libertà.”.

Fascino e mistero di giardini e labirinti: a Ferrara un percorso iniziatico pubblico

Da millenni giardini e labirinti si configurano come strettamente correlati e non sempre distinguibili. Gli uni possono esistere senza gli altri, e viceversa, ma quando si trovano a coesistere fino a fondersi e confondersi, la curiosità e la voglia di saperne di più non stentano a manifestarsi impetuose.
Partire dalle origini dei termini aiuta a comprenderne il significato più profondo e il punto di partenza della loro storia. Etimologicamente, infatti, giardino vuol dire luogo chiuso, solitamente ornato con colture erbacee o arboree, mentre del labirinto, inteso oggi come intreccio inestricabile, poco si sa. Ripercorrere le ipotesi stilate da esperte ed esperti può essere interessante: visto che la terminazione della parola labýrinthos rimandava in una antica lingua greca al concetto di luogo, si era ipotizzato che il labirinto fosse la casa di un’arma del potere, l’ascia bipenne làbrys – e cioè il Palazzo di Cnosso, la leggendaria reggia di Minosse da cui non era possibile uscire senza una guida. Da qualche tempo, però, l’opinione si è modificata, a favore di un’altra interpretazione nata dal rinvenimento, proprio a Cnosso, di una tavoletta micenea di terracotta risalente al 1400 a.c. In questa iscrizione, “labirinto” si riferirebbe a un insieme di corridoi articolati fra loro e destinati al mondo della danza, simile alla raffigurazione presente su un’altra tavoletta, oppure potrebbe voler dire semplicemente danza, arte che da sempre si pone a imitazione del movimento della natura e dei corpi celesti. Ma oltre alla terminazione, vi è anche la radice di labýrinthos da prendere in considerazione, sì perché avrebbe origini pre-indoeuropee e indicherebbe l’idea molto generale di pietra, che secondo gli antichi Greci costituiva le ossa della Madre Terra. Poteva perciò essere visto come il palazzo di una divinità degli inferi, chiamata “signora del labirinto”, il cui dominio si estendeva su un luogo denominato appunto labirinto, e costituito da grotte, dove avrebbe abitato anche il mitico Minotauro. Ma anche nel caso del mito cretese, il Palazzo di Cnosso era realmente come ci è stato raccontato? Tanto per cominciare, non è neppure chiaro se fosse davvero a Cnosso. E soprattutto, emerge un altro problema: è solo con Platone che il labirinto diventa un percorso ingarbugliato ed è l’ellenistico Callimaco a porvi l’uccisione del Minotauro. In effetti, il dedalo cretese era del tutto semplice e di forma immediata, con un tragitto obbligato che dall’ingresso conduce direttamente al centro, senza inganni. E per giunta, non era una costruzione artificiale, come piuttosto inizierà a essere percepito dall’epoca romana. Il primo a tramandare per iscritto il mito del labirinto di Cnosso fu del resto Callimaco, che lo descriveva come luogo tortuoso, ed è forse proprio a lui che dobbiamo l’inizio della concezione odierna. L’esperienza simbolica del labirinto, vero e proprio viaggio insidioso di iniziazione che dalle ombre circostanti conduce solo chi è pronto alla luce del suo centro, è a Ferrara percorribile da chiunque lo voglia. Tale simbolo visse un momento d’oro nel Rinascimento, avviato urbanisticamente proprio dalla nostra città, che si riempì di giardini di estrema perfezione, ammirati da tutte le persone illustri che poterono visitarli. L’individuo, al centro del proprio universo, era ora libero di intraprendere nei labirinti dei giardini la via che più preferiva, al di là di qualsiasi costrizione esterna. Il Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale, è figlio di quel periodo storico, ma il labirinto di bosso che vanta attualmente è in realtà più tardo. Venne aggiunto dopo gli anni Cinquanta, in spazi che prima risultavano vuoti e che nell’età rinascimentale erano adibiti a prati, dove crescevano anche piante spontanee.
Dalla spontaneità del giardino primordiale, l’Eden, alle costruzioni sempre più ingarbugliate e labirintiche, il trait d’union può forse ritrovarsi, sorprendentemente, nell’essere umano, che nel cammino della propria esistenza è sempre chiamato a ricercare il senso delle cose e di se stesso, percorrendo strade tortuose indirizzate alla morte e rinascita nel giardino della Conoscenza.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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La città: antropologia applicata ai territori

Nel corso del 2007, la popolazione urbana nel mondo ha superato la soglia simbolica
del 50%. Mobilità, eterogeneità socio-culturale e densità abitativa segnano sempre più
anche contesti tradizionalmente considerati folk societies: un dato particolarmente
significativo per un paese a urbanizzazione diffusa come l’Italia, composto per lo più
da città di piccole e medie dimensioni. La retorica della globalizzazione sottolinea
l’accresciuta, quanto asimmetrica tendenza alla mobilità, alla de-territorializzazione e
l’importanza assunta dalla compressione spazio-temporale. Al tempo stesso, le realtà
urbane continuano a rivestire un ruolo significativo per processi di riterritorializzazione
fortemente disomogenei, sia dal punto di vista materiale che socioculturale. Inoltre, le città
sono centri del potere economico, discorsivo e sociale e in
quanto tali si configurano come luoghi della contraddizione e dell’espressione del
conflitto. Eppure, in molti paesi — e in Italia in modo evidente — le amministrazioni
locali e centrali stentano a riconoscere il “sapere urbano” prodotto dalle scienze sociali,
privilegiando consulenze e interventi di natura più tecnica, in particolare di tipo
ingegneristico e architettonico.
L’intento principale di questo Convegno è stimolare un dibattito sui fondamenti teorici,
metodologici e applicativi di un’antropologia capace di confrontarsi in modo maturo
con la ricerca urbana, in considerazione del riconoscimento del nesso fondativo tra
città e democrazia: la qualità di una democrazia si distingue anche in funzione del
governo della città e del soddisfacimento dei bisogni dei suoi abitanti, di chi la vive, la
usa o la attraversa per attività produttive, di svago, di socializzazione e lavoro.
Come antropologi e antropologhe, cosa abbiamo da dire sulla città e in che modo lo
diciamo? Quali sono le strade applicative, tracciate o tracciabili, che si rivelano più utili
per indagare le conformazioni dell’urbanesimo contemporaneo? Come la nostra
disciplina può contribuire a leggere i processi di territorializzazione e deterritorializzazione oggi
in atto? E soprattutto in che modo può intervenire sulle
dinamiche di esclusione e riproduzione della sofferenza sociale che li accompagnano?
La pratica etnografica può aiutarci ad integrare sguardi disciplinari diversi sulla città
e, per questa via, a rinnovare in modo più inclusivo e democratico le strategie di
addomesticamento sociale e di governance della città?
Per rispondere a queste sfide, il Convegno incoraggia il dialogo transdisciplinare tra
antropologi e altri ricercatori: sociologi, geografi, politologi, semiologi, architetti,
storici urbani…. Non solo. Cerca anche di violare alcuni “paletti accademici” per
confrontarsi, ad esempio, con produzioni fotografiche e cinematografiche ma anche
opere letterarie che hanno saputo raccontare le trasformazioni avvenute nelle città,
incidendo sulla costruzione dei nostri “paesaggi urbani immaginari”; oppure per
entrare in relazione con gli esperti e operatori sociali che si spendono per un
miglioramento sostanziale della qualità della vita urbana: animatori di quartiere,
designer, comitati cittadini, urban planner, enti territoriali. Siamo convinti che,
partendo dalla specificità urbana, sia possibile costruire un campo transdisciplinare di
ricerca e azione in cui i saperi e le pratiche antropologiche possano trovare un’utile
applicazione, non solo in specifici settori occupazionali, ma anche nello spazio pubblico
e nella sfera della politica.

TEMATICHE

Città e rappresentazioni
L’utilizzo della fotografia e dell’audiovisivo sono strumenti ormai consolidati all’interno
della pratica etnografica e della riflessione antropologica. Nell’epoca dell’ipermedialità,
dove il linguaggio delle immagini entra nel quotidiano, produce nuove forme espressive e
nuove modalità di rappresentazione, gli spazi urbani contemporanei, luoghi ricchi di una
morfologia sociale variabile, permeati di pratiche in continua trasformazione,
rappresentano un campo di sperimentazione fotografica e documentaria che ben si presta
all’uso di diverse tecniche narrative. Allo stesso tempo, le rappresentazioni mediatiche
delle città alimentano immaginari, discorsi politici e cambiamenti spesso contraddittori,
che necessitano di osservazioni approfondite e analisi consapevoli. In che modo i
linguaggi visivi possono contribuire a re-immaginare lo spazio pubblico? Come può
l’antropologia offrire nuove rappresentazioni dei contesti urbani?

Città e sostenibilità
A oggi più della metà della popolazione mondiale vive in contesti urbani, in spazi che
risultano in molti casi inospitali. Un numero crescente di politiche e pratiche di
pianificazione che intendono risolvere i problemi derivanti dal crescente inurbamento
globale rientrano nella promozione di uno sviluppo definito “sostenibile”. Sviluppo,
crescita, efficienza, attrattività sono solo alcune delle parole utilizzate per promuovere,
spesso in forma “brandizzata”, la sostenibilità dei territori urbani. Ma le città possono
essere o diventare sostenibili? In che modo? Quali sono le criticità che accompagnano gli
attuali processi di rilancio urbano e che ruolo può avere l’antropologia nella promozione
di queste azioni? In che modo l’antropologia può contribuire al miglioramento della
qualità della vita urbana e favorire il benessere della popolazione, nello specifico
nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile?

Città e forme della politica
Negli ultimi anni, il confronto politico in ambito urbano sembra esprimersi
principalmente nel contradditorio tra movimenti e partiti politici. Questa tendenza ha
generato dinamiche “localiste” che, da un lato, trovano nell’impiego delle nuove tecnologie
forme di mobilitazione “digitale” le cui implicazioni profonde (rispetto a quelle più
“tradizionali” dei circoli e delle sezioni di partito) non sono ancora state indagate
pienamente e, dall’altro lato, si coordinano sempre più spesso con piattaforme di
mobilitazione nazionale genericamente definite come “sovraniste”. In che modo, nel
tentativo di problematizzare e allargare il campo politico del possibile, l’antropologia può
porsi come sapere applicato capace di promuovere una riflessione sul tema e fornire
strumenti utili alla progettazione e attivazione di nuove forme di partecipazione politica?

Città, mobilità, decentramento
Per quanto i processi migratori non siano esclusivamente urbani, la presenza dei cittadini
stranieri nelle città è andata aumentando negli ultimi anni. Un fenomeno che modifica
inevitabilmente il tessuto socio-economico e culturale, ma anche materiale dei territori.
Nel gioco dialettico “inclusione/esclusione”, attraverso quali saperi e pratiche
l’antropologia può contribuire a rendere le città meno disuguali? In che modo può incidere
sui processi di mobilità che conformano le dinamiche di inurbamento? Le città
contemporanee sono sempre più coinvolte anche in esperienze di cooperazione
decentrata, sia incentrate sui temi dell’integrazione, sia basate su rapporti people-topeople.
Nel tentativo di contribuire al decentramento dell’asse di intervento urbano sulle
reti globali, in che modo l’antropologia applicata può concorrere all’attuazione di questo
indirizzo politico, a partire dalla centralità delle relazioni tra locale e globale?

Città, mutamenti climatici e disastri
In un contesto globale in cui gli equilibri pedoclimatici si stanno pericolosamente
rimodellando, la prevenzione e la gestione dei disastri si collocano al centro dell’agenda
scientifica internazionale (meno spesso di quella politica), soprattutto in un paese come
l’Italia, fortemente esposto al rischio sismico e alluvionale, e nelle aree densamente
abitate, industrializzate o di antica costruzione. Proprio in ambito urbano, l’antropologia
può assumere un ruolo centrale nei processi di prevenzione, mitigazione e intervento,
affiancando altri saperi che si occupano di disastri e pianificando strategie più attente ai
contesti sociali e culturali in cui si è chiamati a operare. Quali sono, in questo senso, i
margini e gli spazi a disposizione della disciplina per elaborare piani e programmi più
efficaci di prevenzione e gestione di rischi e disastri in direzione di una riduzione della
vulnerabilità sociale in ambito urbano?
§ Città e partecipazione pubblica alla salute
In una fase di radicali trasformazioni epidemiologiche, sociali e demografiche,
l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato, a più riprese, la necessità di far
fronte a un cambiamento dei sistemi sanitari e assistenziali in un’ottica multidisciplinare e
integrata, capace di fare i conti con il progressivo invecchiamento della popolazione e con
l’aumento delle malattie croniche. A partire dalle dimensioni culturali dell’esperienza di
malattia, l’antropologia medica ha riflettuto a lungo sulle sue possibili forme di
applicabilità. Se la definizione di “promozione alla salute” riveste un ruolo di primo piano
all’interno delle politiche sanitarie, rimane da indagare quali siano le simbologie e gli
spazi collettivi in cui la salute “si crea”. Quale può essere la ricaduta di un’antropologia
della salute pubblica applicata ai nuovi contesti urbani? Quali pratiche e forme di
partecipazione assumono le attività di promozione e prevenzione nelle città
contemporanee?

Città e spazi dell’abitare
La riflessione sull’abitare ha rappresentato un oggetto privilegiato d’analisi non solo nella
storia della disciplina, ma nell’intero campo delle scienze sociali. In dialogo con altri studiosi,
gli antropologi concentrano oggi le loro ricerche sul tema del diritto alla città, sulle
trasformazioni dei tessuti urbani, sulla governance, sulle comunità locali, sull’incontro
culturale e così via. Le città contemporanee rappresentano infatti spazi di convivenza e
coabitazione, anche conflittuale, in continua effervescenza e trasformazione, frutto
complesso di processi locali e globali che si sedimentano nei diversi territori. In che modo
l’antropologia può promuovere forme innovative dell’abitare? Come il sapere e la pratica
antropologica possono contribuire alla promozione di un diritto alla città? Può l’antropologia
porsi come sapere applicato capace di dialogare con attori istituzionali, privati e pubblici che
determinano le forme attuali di governance delle città?

Immaginari turistici e contesti urbani
Diversi contesti urbani sono oggi coinvolti in fenomeni di turisticizzazione di massa, che
sembrano, nella maggior parte dei casi, aderire a un immaginario turistico teso al consumo
dello spazio cittadino a partire dalla fruizione delle tradizioni locali, della diversità, del
patrimonio culturale “autentico”, in molti casi reificati ed essenzializzati. Il legame tra
turismo e città è un fenomeno complesso, ricco di potenzialità, ma anche di rischi che vanno
affrontati con consapevolezza e sensibilità a partire dal significato simbolico e politico dei
diversi immaginari che soggiacciono alle pratiche e politiche di promozione turistica. Come
l’antropologia può contribuire a pensare diversamente il turismo urbano, nello specifico
quando connesso a dinamiche di commercializzazione della diversità, dell’identità locale, del
patrimonio culturale?

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione tra SIAA (Società Italiana di Antropologia
Applicata) e ANPIA (Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia) che
partecipa all’organizzazione del convegno.
Il giorno 14 dicembre, al termine del convegno, si terranno le assemblee dei soci delle due
associazioni.
Il convegno è organizzato con la collaborazione del Dipartimento di Studi Umanistici
dell’Università di Ferrara e del Laboratorio di Studi Urbani (LSU); si avvale inoltre della
collaborazione e del patrocinio del Comune di Ferrara.

ENTE PROMOTORE
Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA)

COORDINATORI
Luca Rimoldi, Giuseppe Scandurra, Sabrina Tosi Cambini
COMITATO SCIENTIFICO
Mara Benadusi, Roberta Bonetti, Massimo Bressan, Sebastiano Ceschi, Antonino
Colajanni, Cecilia Gallotti, Lia Giancristofaro, Leonardo Piasere, Bruno Riccio,
Massimo Tommasoli
COMITATO ORGANIZZATIVO
Martina Belluto, Elisabetta Capelli, Enrico Gallerani, Paolo Grassi, Laura Lepore,
Dario Nardini, Silvia Pitzalis, Giacomo Pozzi