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Aspettando il giorno X: dopo l’udienza finale: che ne sarà di Julian Assange?

da pressenza del 21 febbraio 2024

All’uscita dall’Alta Corte londinese, dove Julian Assange ha affrontato, in absentia per motivi di salute, forse la sua ultima possibilità di contrastare l’estradizione negli Stati Uniti, la sua avvocata Jennifer Robinson ha dichiarato: “I giudici hanno chiesto a entrambe le parti ulteriori chiarimenti scritti da consegnare loro entro il 4 marzo; solo dopo aver esaminato questi scritti, annunceranno la loro decisione”.  Ovvero, la decisione se dare a Julian la possibilità di riaprire il suo caso contro l’estradizione oppure dichiararlo chiuso.

Nella seconda eventualità, Julian potrebbe essere estradato negli USA seduta stante, senza lasciare al suo team legale nemmeno il tempo di far intervenire la regola 39 prevista dalla Corte Europea dei Diritti Umani – cioè, il divieto temporaneo di estradizione, per dare alla Corte il tempo di valutare se, nel caso in questione, ci siano state violazioni dei diritti umani.

Per Julian, l’estradizione “significherebbe una condanna a morte”, ha dichiarato sua moglie Stella Moris Assange il 21 febbraio dal palco eretto all’uscita dell’Alta Corte, davanti ad una gigantesca folla venuta per questo “Giorno X” da ogni parte del mondo – tra cui più di 60 attivisti pro-Assange arrivati dall’Italia.

Infatti, un’estradizione negli Stati Uniti – un’infausta eventualità che potremmo chiamare Giorno Y – si tradurrebbe in un processo farsa presso la corte di Alexandria (Virginia) e la condanna alla reclusione per il resto della vita in una cella di isolamento di una orrenda “supermax” (prigione di massima sicurezza USA).  Julian ha già fatto capire che, piuttosto che subire un tale destino, si toglierebbe la vita.  Peraltro, nelle supermax, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.

E se in vece i due giudici dell’Alta Corte, letta la documentazione scritta da loro richiesta, decidessero di riaprire il caso?

Questo significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti a un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser.

I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser non ha voluto esaminarli in dettaglio, ma li ha semplicemente rigettato in blocco, opponendosi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio comportati da tale decisione.  Verdetto poi rovesciato undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia USA, che Assange, se imprigionato, avrebbe ricevuto un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che pertanto i rischi di suicidio sarebbero stati minori.

Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato sono validi o no?  Per riaprire il caso un nuovo giudice distrettuale dovrebbe rispondere a quella domanda, dando agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse – che la sola pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire subito dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare un uomo libero.

Purtroppo, non sappiamo quanto durerebbe il nuovo processo qualora fosse concesso – sicuramente anni.  E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due, in mezzo agli orrori che ha descritto nella sua lettera al Re Carlo III – vedete la versione audiovisiva, in italiano, al link www.bit.ly/julian-3 .

Certo, avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense, ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito.  Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.

Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia.  In fondo, l’hanno concesso al sanguinario dittatore cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.

Gli attivisti pro-Assange hanno dunque davanti alcune settimane durante il quale definire le loro future azioni, a seconda della decisione dei giudici.  Dopo le udienze del Giorno X, , celebre attivista e giornalista britannico, si è dichiarato piuttosto fiducioso che non ci sarebbe stato un Giorno Y.  Anche Rebecca Vincent di Reporter senza frontiere, uscendo dal tribunale, ha espresso sorpresa e apprezzamento per la cura con la quale i due giudici avevano seguito il dibattito – in contrasto con la freddezza e la sbrigatività del giudice Jonathan Swift nel rigettare la richiesta di appello di Julian il 10 giugno dell’anno scorso.  “Il loro comportamento mi ispira un leggero ottimismo”, ha aggiunto la Vincent.

Se i giudizi di Medhurst e di Vincent sono corretti, allora i sostenitori di Julian Assange potranno sin da ora iniziare a prepararsi per esigere, durante la riapertura del caso, i domiciliari per Julian e quindi la fine degli orrori di Belmarsh. Altrimenti, se estradizione ci sarà, bisognerà rimboccarsi le maniche davvero per una lotta senza quartiere, con azioni nonviolente di disubbidienza civile di massa.  In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse), ma a chi detta l’agenda di chi ci governa.
Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.

Patrick Boylan
Patrick Boylan, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “Roma Tre”, si è laureato nella sua nativa California e di nuovo alla Sorbona di Parigi, dove ha anche insegnato come visiting professor. Ora co-dirige il Journal of Intercultural Mediation and Communication (Cultus), svolge training interculturali, ed è attivista per la Rete NoWar e le associazioni PeaceLink e Statunitensi per la pace e la giustizia.

L’Arte che cura /
TERRA 3. Cenere, grembo, tomba. Nascita, vita, morte e rinascita

TERRA 3
Cenere, grembo, tomba. Nascita, vita, morte e rinascita

 

Vedi anche su Periscopio:
TERRA 1. Le potenzialità generative della creta nella Psicoterapia Espressiva integrata all’Arte
TERRA 2. Maschile-Femminile, la duplice natura della Terra Madre

Eros e Thanatos

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai
Genesi, 3,19

Il simbolismo della terra ci rivela un ulteriore volto della Grande Madre, essa è contemporaneamente grembo e tomba, essa riceve contemporaneamente i semi e i morti”.
Largilla, polvere miscelata ad acqua, se di questa viene privata, ritorna polvere.

Nel Giorno delle Ceneri la liturgia cristiana ricorda:Memento homo qui pulvis es et polvere reverteris (ricorda uomo che polvere eri e polvere ritornerai) a testimonianza che homo e humus provengono da unoriginaria identità.

In modo particolare, le civiltà di coltivatori hanno sviluppato un complesso ideologico-religioso in cui vengono a trovarsi in costante connessione la morte, la fecondità umana e la fertilità agraria; ed è qui che si trova in taluni casi, la prospettiva di una rigenerazione mediante l’identificazione della sorte umana con quella del seme che, come un morto, viene seppellito, ma poi torna a vivere in una nuova pianta.

Per la filosofia cinese, la polarità calda (Yang) e fredda (Yin ) determinano lalternanza delle stagioni. Questa ciclica alternanza dellEnergia essenziale, manifestata attraverso le stagioni, rappresenta ciò che avviene nel corso della vita delluomo, soggetto all’influenza della loro particolare manifestazione di energia. La primavera è il movimento germinativo, lestate la crescita, la terra la maturità e la sintesi, lautunno la decomposizione, linverno il riposo.

C. donna 14 anni

C. sceglie di lavorare con l’argilla, dopo averla manipolata per un po’ per prenderne confidenza decide di creare questa libellula. Plasma singolarmente le parti che la compongono, le assembla e infine la decora. C. è all’inizio della sua adolescenza e viene da me perché ha alcuni dubbi sulla sua identità sessuale ed anche perché ha problemi di sovrappeso.

Dalle sue mani quindi sta per librarsi una libellula ed è interessante questa scelta: un insetto che ha ali allungate dai colori vivaci e brillanti, il corpo sottile e snello. C. all’opposto è una ragazza bella ma imponente e veste sempre di nero. Il suo lavoro quindi rimane nell’ambiguità, il soggetto richiama qualità idealizzate ma la realizzazione, così materica, ripropone solidità più che leggerezza. A livello simbolico, legato alla sua ricerca di identità, questa scultura riporta a un simbolo fallico. Rispetto alla biologia ricorda che sta attraversando un periodo di trasformazioni. Le libellule, come lei, solo dopo aver superato vari stadi di sviluppo, sfarfallano sotto forma di individui adulti. Lavoreremo proprio su questo passaggio, la trasformazione, il passaggio dall’età dell’adolescenza all’età adulta. Dare significato ai dubbi, alle amicizie ambigue, all’eccessiva sicurezza che ostenta, superare la confusione di sé per scoprire la propria autenticità.

Da un semplice uovo alla bellezza della libellula che diventerà.

Tornando al punto precedente. Seguendo gli studi di Marija Gimbutas, si può affermare che nellEuropa antica il grembo femminile costituiva uno dei più potenti temi funerari. Secondo la prospettiva ciclica del continuum vitale, la nuova vita sorgeva dalla morte seguendo un modulo a spirale di nascita, vita, morte e rinascita.

La tomba stessa per gli abitanti dellEuropa antica era anche un grembo dal quale emanava la nuova vita. Queste tombe non erano, perciò, solo il luogo dove riposavano i morti; esse ospitavano anche rituali, alcuni avevano significati stagionali, altri, forse erano di tipo iniziatico e curativo.

Spesso la tomba-santuario assumeva la forma della dea. Alcuni santuari avevano forma triangolare, a evocazione del triangolo pubico che è una stilizzazione della dea; molte tombe antico-europee incorporavano un lungo corridoio centrale che probabilmente evocava il canale del parto; ancora, molte tombe assumevano la forma di uteri o di uova anchessi simboli di rigenerazione.

 

Domus de janas – Sardegna

 

Tomba – Malta
La casa tomba

L’autrice A, donna, vuole creare una casa. Si industria per darle verticalità e una base. Quando la guarda dice “sembra una tomba”. Sta elaborando un lutto complesso, l’idea della casa è uno spunto interessante, la creazione di un luogo posseduto, che favorisce l’ancorarsi a situazioni piacevoli, a ricordi e a nuove opportunità, miscelando il tempo, nel vivere in continuità passato, presente e futuro. Il risveglio dopo la realizzazione la porta invece a pensare ad una tomba, l’immagine in effetti ricorda una lapide inconsapevolmente porta alla luce il suo problema e l’oggetto realizzato potrà permetterci di iniziare una elaborazione.

Nelle tombe di Malta, Sardegna e di alcune zone della Francia, gli scheletri giacciono in posizione fetale poiché, dentro il grembo-tomba della terra, coloro che venivano sepolti intraprendevano il transito per una nuova vita.

“Il gatto raggomitolato”, G. donna, 52 anni

Dormire in posizione fetale, è un istinto primordiale che ci portiamo dietro dalla nascita. Può indicare un grande desiderio di protezione e nostalgia per il grembo materno, dove il feto resta avvolto raggomitolato, confortato e rassicurato dal calore della mamma. G, l’autrice possiede una personalità un po’ fragile  ed è anche una persona molto coscienziosa, che tende a preoccuparsi eccessivamente e a rimuginare sulle cose, quindi con tratti ansiosi.

Questa rappresentazione, può essere considerato un autoritratto del suo mondo interiore in cui il gattino, animale noto per la sua sensibilità e riservatezza, prende le sue veci.

In psicoanalisi, Eros e Thanatos sono rispettivamente la pulsione di vita e la pulsione di morte che Sigmund Freud tratta in Al di là del principio di piacere scritto nel 1920.2

Eros tende a creare organizzazioni della realtà sempre più complesse e armonizzate, Thanatos tende a far tornare il vivente a un a forma d’esistenza inorganica. Queste le pulsioni, sono rispettivamente le dinamiche intrapsichiche e i conflitti tra esse spiegano in parte la formulazione del conflitto psicologico in termini dualistici.

Egon Schiele, “La madre morta”- Vienna, Leopold Museum

In questo dipinto in cui il grembo appare come un lugubre mantello che racchiude il neonato viene sintetizzata da Schiele la parabola esistenziale.

” tutto ciò che vive è anche morto, porta in sé il suo esistenziale compimento, fin dall’istante del concepimento” 3

Madre amorosa e Madre terribile

La dea madre buona, impersonificata da Artemide, è stata nel tempo trasformata in matrigna, la Gorgone. .

La dea Artemide

Nanno Marinatos 4, esaminando un certo numero di rappresentazioni iconografiche ha messo in evidenza una sorta di involuzione dellimmaginario legato ad Artemide.
Due i contrassegni principali:
Il primo, la trasformazione da deaselvaggiaa dea terribile e pericolosa, raffigurabile nella Gorgone.
Il secondo, il ruolo della verginità intesa comeanti maternità.
“Non toccata dagli uomini e, ciò che più conta, senza alcuna esperienza di maternità, la femminilità della divinità diventa pericolosamente potente.()

Il femminile non procreativo è una anticipazione della morte e provoca la rappresentazione del mostruoso. Ne sono esempi le immagini della Medusa o le rappresentazioni delle orchesse e delle streghe divoratrici di bambini.

Benvenuto Cellini, Perseo con la testa fi Medusa, particolare – Firenze

Nella tradizione greca la leggenda di Lamia illustra lamore materno la cui forza è tale che può diventare mostruoso. Lamia, amante di Zeus, avendo subito a causa della gelosia di Era la perdita di tutti i figli che ha avuto dal dio, si trasforma in un mostro orrendo che va a prendere e divora i bambini appena nati o in tenera età delle altre donne.

Oltre che nellantichità anche i miti posteriori, le leggende e le favole oppongono spesso labuonamadre allacattivamadre. Questultima è frequentemente rappresentata dalla matrigna, madre sostitutiva e non affettuosa, in una situazione di rivalità con la figlia leroina ( la fiaba più famosa che descrive questo conflitto è sicuramente Biancaneve ).

Nellimmaginario mitico o favolistico, il fatto che non sia la madre a essere cattiva ma la matrigna o qualunque altra figura materna sostitutiva, non è di segno neutro, è la spia del tabù della cattiva madre. Nellimmaginario collettivo, la madre genitrice ha il dovere di essere buona e latteggiamento contrario non è ammesso. Mentre il padre (genitore) può essere vile o meschino, la madre non è mai posta in questo ruolo. Se ella non adempie al proprio ruolo, è perché è morta. Gli eroi orfani di madre sono numerosi nei miti e nelle favole, allegoria della difficoltà suprema, fra tutte quelle che costellano la loro esistenza.

La matrigna, allegoria della cattiva madre, materializza anche le pulsioni incestuose. Ella ha tutti quanti i difetti e la sua bellezza, se esiste, è fredda, glaciale, senzanima.

Max Ernst, “Virgin Mary Spanking the Christ Child”
Mantegna, “Madonna con bambino”

Nel dipinto di fig 15 Max Ernst rappresenta una Madonna che prende ferocemente a sculacciate Gesù Bambino; stravolgendo l’iconografia classica, ci dà una dimostrazione della consapevolezza dell’ambivalenza nel rapporto madre bambino.

La conciliazione degli opposti

Ogni azione che si intraprende provoca un effetto costruttivo che, a sua volta, stimola una reazione distruttiva, la quale produce di nuovo unazione costruttiva, e così via. La vita comporta la morte, la morte implica la vita, eccetera.

Luomo è allinterno di questo sistema dinamico e per condurre la propria esistenza usando al massimo il potenziale dellEnergia essenziale ed evolutivo che possiede dalla nascita, dovrebbe comprendere e cercare di non ampliar troppo gli estremi perché il suo sviluppo armonico dipende dallequilibrio e non dagli eccessi.

Contrapposizione e confronto costituiscono anche una tecnica terapeutica che attraverso temi metaforici si pone l’obiettivo di evocare due aspetti antitetici della vita per esplorare aspetti consapevoli ed altri più nascosti con l’ obiettivo di di attivare un dialogo fra elementi opposti.

Note:

2 Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920) , in Opere di Sigmund Freud (OSF) vol .9.L’Io e l’es e altri scritti 1917-1923,Torino, Bollati Borlinghieri,1986
3 Marco Vozza, “Il senso della fine nell’arte contemporanea”, in L’Apocalisse nella storia, Humanitas 54 p,885
4. Nanni Marinatos, riportato in Marija Gimbutas, op cit, pag. 14.

In copertina: Necropoli di Montessu – Sardegna
Per leggere gli  altri interventi  della rubrica L’Arte che Cura di Giovanna Tonioliclicca sul nome della rubrica o su quello dell’autrice.

Parole a Capo /
Daniel Origlio: “Fare canestro con le parole”

L’adolescenza è una riserva per gli anni in cui la fantasia avrà cessato di parlare.
(Giorgio Bocca)

 

RICORDO

Lo Ricordo
quella mattina che me lo dissero

Lo Ricordo – con una chitarra
seduto alla cattedra

Era amante della montagna
ma quella mattina
molto nevosa e scivolosa

Era vicino
A quel buco buio e profondo
senza via di ritorno

É dolore
riprendere la chitarra tra le mani

É musica
ciò che mi rimane di lui


*

 

BASKET

Lo ricordo
quel momento che mi innamorai

Lo ricordo
rimbalzante nel campetto

Ero spensierato in quel momento
in cui pensavo a come mi sono innamorato

Ero lì che aspettavo quella palla a spicchi rotonda e
arancione come un evidenziatore nelle mie mani

È fantasia
quella che si può usare nel parquet

È Pace
quella che porta questo sport emozionante.

*

L’EMOZIONE DI UNA PARTITA

Lo sento
nella mia testa i rumori, i battiti del cuore!

Lo sento
che accelerano sempre di più

Ero lì che aspettavo di sforzarmi e
di alzarmi da quella panchina
pian piano di soppiatto avvicinarmi al tavolo dei cambi

Ero là in quel momento
con due piedi nel parquet
in cui si deve essere spensierati e senza pesi nella nuca,
la palla batte sul campo,
il cuore accelera, l’ansia sale!

È paura
di non essere all’ altezza
quella che si ha su una
semplice piattaforma con delle linee

È spensieratezza
che porta quella palla e ha quel cesto
a forma di cerchio rosso acceso.

 

Daniel Origlio  (Ferrara) Studente. E’ nato il 11/04/2007, quindi sta per compiere 17 anni. Gioca a basket. Da un po’ ha scoperto che con la poesia ci si può esprimere.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

“Il sistema dei diritti umani è l’obiettivo ultimo dell’attacco contro Julian Assange”. Intervista a Sara Chessa

Sara Chessa: “Il sistema dei diritti umani è l’obiettivo ultimo dell’attacco contro Julian Assange”

Intervista a Sara Chessa, giornalista indipendente che ha seguito il caso Assange, ed ha pubblicato con Castelvecchi editore il volume “Distruggere Assange. Per farla finita con la libertà di informazione”.

Nel dicembre 2023 l’Alta corte di giustizia di Londra ha deciso di esaminare quello che potrebbe essere in Gran Bretagna l’ultimo appello di Julian Assange contro la sua estradizione negli Stati Uniti. Sono stati fissati due giorni di udienza per il 20 e 21 febbraio 2024. In questo disperato tentativo di difesa da parte di Assange, i giudici dovranno decidere se egli ha ancora qualche possibilità di appellarsi a qualche Corte britannica oppure avviare le pratiche per un’imminente estradizione. Per parte sua Assange ha già trascorso quasi cinque anni nella prigione londinese di Belmarsh, ove è detenuto in attesa di giudizio dall’aprile 2019, detenzione che Amnesty International ha ritenuto per gran parte arbitraria.

Il 6 giugno del 2023 l’Alta Corte del Regno Unito ha rigettato il primo appello di Assange contro il mandato di estradizione, firmato dall’allora Ministra dell’Interno Priti Patel nel giugno 2022. Se venisse estradato, Assange potrebbe passare il resto della vita in carcere per l’accusa di aver pubblicato nel 2010 documenti segretati resi noti tramite Wikileaks. Assange si trova, quindi, in un momento critico della sua vicenda giudiziaria. Se dovesse perdere l’appello, tutte le vie legali nel Regno Unito sarebbero concluse e dovrebbe presentare formale ricorso alla Corte europea dei diritti umani per opporsi all’estradizione. Non è tuttavia chiaro se tale Corte vorrà garantire delle “misure ad interim” per fermare l’estradizione prima che la sua istanza sia giudicata ammissibile e poi valutata nel merito. L’offerta da parte degli Stati Uniti di una “rassicurazione diplomatica” potrebbe bloccare l’adozione di tali misure e in tal caso Assange correrebbe il rischio di un’immediata estradizione e conseguente detenzione negli Usa.

La pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti rivelati all’organizzazione da altre fonti rientra nella condotta che giornalisti investigativi ed editori possono legalmente tenere nell’ambito della loro attività professionale. Le accuse di spionaggio e di frode informatica contro Assange sono motivate politicamente e violano il diritto alla libertà di espressione. Inoltre, possono avere una “grave ricaduta” sulla libertà dei media a livello globale, spingendo giornalisti ed editori ad autocensurarsi per evitare il rischio di denunce.

In vista di questi giorni di udienza, fondamentali, fissati per questo 20 e 21 febbraio, abbiamo deciso di intervistare Sara Chessa, giornalista che si occupa di diritti umani e di libertà di informazione che ha seguito da vicino il Caso Assange raccontandone fatti e retroscena su testate come Independent Australia MicroMega, autrice tra l’altro per Castelvecchi editore del libro “Distruggere Assange. Per farla finita con la libertà d’informazione (con introduzione di Antonio Cecere e un’intervista inedita a John Shipton padre di Julian Assange)”.

 Quanto è alto il rischio che Julian Assange possa essere estradato negli USA, e cosa comporterebbe?

Se consideriamo solamente la battaglia legale, mi sento di dire che il rischio è alto. Il team legale di Assange si è mosso molto bene per difenderlo dall’estradizione, ma il sistema giudiziario britannico ha sistematicamente evitato di riconoscere e affrontare i motivi chiave per cui la richiesta di estradizione degli Stati Uniti dovrebbe essere bloccata, primi tra tutti i rischi che essa comporterebbe per la libertà di stampa, essenziale per garantire il diritto alla conoscenza e mettere le persone in grado di valutare se i governi stiano perseguendo o meno l’interesse pubblico.

Questioni come queste avrebbero dovuto essere centrali nel negare l’estradizione; invece, si è finto di non vederle. Ora, giunti all’ultimo capitolo della vicenda giudiziaria di Assange nelle corti inglesi, l’esitazione mostrata finora dal sistema giudiziario a toccare i punti chiave porta molti a pensare che anche quest’ultima occasione che esso ha per fermare l’estradizione verrà persa. Se accadrà – se la possibilità di fare appello contro l’estradizione gli verrà negata anche questa volta – il team legale di Assange presenterà tempestivamente ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, che, tuttavia ha tempi lunghi per giungere a una decisione. La speranza è che, con una misura basata sulla Regola 39, la Corte europea possa temporaneamente fermare il trasferimento negli Stati Uniti fino a quando non avrà preso una decisione sul caso. Se invece, al di là di quella legale, consideriamo la battaglia diplomatica, mi sento di dire che le probabilità di estradizione possono potenzialmente diminuire. L’amministrazione Biden, se opportunamente sollecitata dai suoi alleati, potrebbe archiviare le accuse anche subito. Una sollecitazione in tal senso è già stata compiuta dall’Australia.

Le proteste pacifiche di questi giorni mirano a portare altri governi occidentali a pronunciarsi sulla questione e domandare l’archiviazione delle accuse. Se la nostra mobilitazione è seria, se spingiamo affinché i governi facciano a Biden questa richiesta fondamentale, la probabilità di estradizione diminuiranno. In altre parole, la società civile gioca un ruolo fondamentale. Abbiamo il potere di ridurre, con la protesta pacifica, quel rischio di estradizione che ho definito “alto”.

Qualora, come ci auguriamo, Assange non venisse estradato, potrebbe tornare subito in libertà o vi è il rischio che sia costretto a rimanere in carcere per altro tempo?

Quando il 20 febbraio i giudici riesamineranno la questione del permesso di appello potranno presentare un verdetto dopo qualche settimana oppure alla fine della giornata di martedì. Se permetteranno ad Assange di fare appello, sarà molto probabile che lui resti in carcere fino al nuovo processo. È già accaduto dopo il primo “no” all’estradizione: gli avvocati fecero domanda per gli arresti domiciliari, ma la richiesta fu rigettata dalla giudice. Se stiamo invece parlando della auspicata archiviazione completa delle accuse da parte degli Stati Uniti, in tal caso Julian Assange sarebbe subito libero.

Cosa rappresenta il caso di Assange in merito alla violazione dei diritti umani e in particolare alla messa in discussione della libertà di stampa? Quale ricaduta potrebbe avere una sua estradizione, o continuo internamento in carcere, verso tutti quei giornalisti che si battono per il diritto all’informazione?

Il sistema dei diritti umani è l’obiettivo ultimo dell’attacco contro Julian Assange. Il processo sull’estradizione ha visto la continua violazione di diritti fondamentali. Primo tra tutti, il diritto ad un processo equo. Dal momento che i servizi segreti statunitensi spiarono Assange quando era rifugiato presso l’ambasciata dell’Ecuador e che tale stato permise all’intelligence americana di entrare in possesso dei documenti legali lasciati da Assange stesso nella sede diplomatica dopo l’arresto, gli Stati Uniti sono stati a conoscenza della sua strategia legale fin dall’inizio del processo. Questo avrebbe portato qualunque giudice di buon senso a stabilire che il processo sull’estradizione non dovesse neppure iniziare, in quanto un procedimento giudiziario non può essere considerato equo se una delle parti ha spiato le conversazioni avute dalla controparte con i propri difensori.

Riguardo poi alla libertà di stampa, sarebbe irrimediabilmente messa a rischio da una possibile estradizione, in quanto quest’ultima creerebbe un precedente internazionale in virtù del quale ogni giornalista che abbia rivelato fatti reali che imbarazzano una grande potenza potrebbe vedersi destinatario di una richiesta di estradizione da parte della stessa. Questo genererebbe un effetto deterrente nei giornalisti investigativi e la paura di subire persecuzioni simili a quella attraversata da Assange si farebbe più forte, ostacolando il servizio nei confronti del diritto alla conoscenza del pubblico che il giornalismo è chiamato a compiere. E, se gli operatori dell’informazione non si sentono liberi di indagare, non possiamo dire di essere realmente in democrazia, perché quest’ultima ha alle proprie fondamenta proprio il giornalismo libero che non avremmo più, quello capace di aiutare i cittadini a comprendere se i governi stiano perseguendo l’interesse pubblico o spasimando dietro interessi particolari. L’estradizione di Assange svuoterebbe la democrazia del significato che da sempre le abbiamo dato e aspiriamo a poterle dare.

Lei ha scritto un libro molto importante, avendo seguito il caso Assange molto da vicino. Per la sua esperienza personale come si è posta la stampa estera, quella australiana nei suoi confronti rispetto a quella italiana? Ha trovato più sensibilità e vicinanza verso Assange?

Il mio sindacato, la National Union of Journalists britannica, si è da subito schierata contro l’estradizione nell’aprile 2019. C’è voluto poi del tempo perché la sensibilità crescesse oltre i membri più attivi del sindacato stesso. Nell’epoca in cui la campagna diffamatoria contro Assange era più forte, anche i giornali britannici a internazionali ne erano condizionati. Per esempio, nonostante le accuse di stupro ricevute in Svezia e poi archiviate non fossero mai diventate capi di imputazione (sono rimaste sempre a livello di indagini preliminari), alcuni media parlavano di lui come di un “imputato per stupro”, cosa che non corrispondeva al vero. Negli anni attorno al 2018 e 2019 questi comportamenti erano molto frequenti e, come ho raccontato nel mio libro, un gruppo di attivisti si organizzò per censirli e combatterli chiedendo sistematicamente rettifiche a chi descriveva il caso in modo non rispondente a verità. Oggi la situazione qui nel Regno Unito è cambiata. Non conosco testate importanti che si mostrino favorevoli all’estradizione di Assange. Il Guardian, proprio ieri, ha pubblicato ancora una volta un articolo in cui sottolinea i rischi di questa estradizione per tutti noi ed ha ospitato anche un intervento di Reporter senza Frontiere.

Riguardo al Paese di cui Assange è cittadino, la testata per cui ho seguito il processo, Independent Australia, ha mostrato sempre interesse per il caso. Ritengo che lo stesso abbiano fatto molti altri media australiani.

Nel suo libro riporta una sua intervista al padre di Assange. Cosa può dirci di lui e della sua famiglia in generale? Come stanno vivendo questa difficilissima situazione?

Il momento che stanno attraversando non potrebbe essere più drammatico: Julian rischia di essere trasferito in un luogo in cui tutti i suoi diritti fondamentali potranno essere violati senza timore che qualcuno lo documenti, magari per tutta la vita. Una possibile vita di torture è l’orizzonte che questa famiglia disperata vede davanti a Julian. Nel 2021, i giudici del processo in secondo grado hanno capovolto il “no” all’estradizione e pronunciato un “sì” in virtù di alcune “rassicurazioni diplomatiche” in cui gli Stati Uniti promettevano di non porre Julian nelle misure amministrative speciali, un sistema di detenzione che moltissimi esperti di diritti umani equiparano a tortura o trattamento degradante. Agnes Callamard di Amnesty International, l’ex relatore Onu Nils Melzer e altre figure autorevoli hanno detto che le promesse degli Stati Uniti sono scritte in maniera tale da permettere loro di retrocedere in qualsiasi momento da quanto promesso. I giudici dell’Alta Corte hanno invece deciso di considerarle affidabili. Chi ha sentito i testimoni del processo in primo grado descrivere cosa siano le misure amministrative speciali non ha dubbi sulla loro disumanità. Neppure la famiglia di Julian può averli. E immaginare Julian in quel tunnel oscuro è un dolore immenso. Nonostante questo, l’amore è più forte della paura, e continuano a lottare senza sosta per vedere Julian – e il sistema dei diritti umani – vincere la battaglia assieme a tutti noi.

In Copertina: striscione-Assange-Bring-him-home (Foto di https://twitter.com/AssangeCampaign)

Giuliano Sansonetti:
un pomeriggio per ricordare il grande studioso

Giuliano Sansonetti: un pomeriggio per ricordare il grande studioso

Appuntamento il 24 febbraio a Casa Cini con diverse testimonianze

Non è mai venuta meno, in questo anno, la gratitudine nei confronti di Giuliano Sansonetti, tornato alla Casa del Padre il 6 febbraio 2023 all’età di 80 anni.

L’affetto di familiari, colleghi e amici ora si concretizza in un pomeriggio a lui dedicato, in programma sabato 24 febbraio a Ferrara. Si inizia alle ore 15.30 a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26) con gli interventi di tre colleghi, moderati da Piero Stefani, sugli studi e le pubblicazioni di Sansonetti. Interverranno Piergiorgio Grassi, professore ordinario di Filosofia della Religione e docente di Sociologia della Religione nell’Università degli studi di Urbino; Silvano Zucal, professore di Filosofia Teoretica e di Filosofia della Religione all’Università di Trento; Ilario Bertoletti, filosofo esperto in problematiche dell’Editoria, Direttore Editoriale della Morcelliana e della rivista Humanitas.
A seguire, vi saranno testimonianze di altri colleghi e studenti, fra cui Nicola Alessandrini, Mirella Tuffanelli, Tommaso La Rocca, Roberto Formisano, Giovanni Albani, Caterina Simoncello.

Alle 18, S. Messa nella vicina chiesa di S. Stefano presieduta da mons. Massimo Manservigi e accompagnata dall’Accademia Corale “Vittore Veneziani”, che eseguirà la Messa di Roveredo dello stesso maestro Veneziani.

Chi era Giuliano Sansonetti

Giuliano Sansonetti

Dopo la laurea conseguita nel 1965 all’Università di Urbino, Sansonetti è stato dal 1966 al 1995 professore di Filosofia e Storia nei Licei (fra cui il Liceo Classico “Ariosto)”, poi in diverse università italiane e al nostro Istituto di Scienze Religiose. Attivo nel MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) di Azione Cattolica e nella CISL, fu tra i primi presidenti del CDS (Centro Documentazione Sindacale) di Ferrara e negli ultimi anni Presidente dell’Accademia corale “V. Veneziani”.

Dall’ottobre 1978 al novembre 1989, ha fatto parte dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. Dal 1989 ha iniziato l’insegnamento universitario prima presso la Facoltà di Magistero di Urbino dove è rimasto fino al 2006, dedicandosi agli studi di Bioetica. Dal 2006, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara, dove già da diversi anni teneva per supplenza l’insegnamento di Storia della Filosofia contemporanea, dedicandosi agli studi e all’insegnamento di Filosofia morale. Nei suoi studi si è occupato principalmente della fenomenologia e dall’ermeneutica contemporanee di area francese e tedesca, con alcune incursioni nella filosofia tedesca tra Settecento e Ottocento. Fra i filosofi che ha maggiormente studiato, Heidegger, Levinas, Gadamer, Henry. Lo scorso giugno per Scholé è uscito il volume collettaneo “Le sfide etiche e sociali del cambiamento climatico” con contributi di Sansonetti, Battiston, Giraud, Natoli, Forte, Bellavite Pellegrini.

Ufficio stampa diocesano

Su Giuliano Sansonetti leggi su Periscopio:
Andrea Serbini, Le beatitudini sono impronte da seguire
Tiziano Tagliani, Giuliano Sansonetti: una testimonianza di impegno civile, religioso e culturale

Lettera. Politica e vangelo:
riflessioni sugli attacchi alla Chiesa ferrarese

Politica e vangelo: riflessioni sugli attacchi alla Chiesa ferrarese

In questi mesi ho letto articoli che riportano le polemiche tra alcune forze politiche, Lega e Fratelli d’Italia, contro l’arcivescovo Gian Carlo Perego.

Come molti altri credenti, sono rimasta piuttosto turbata per l’arroganza con cui è stato attaccato l’arcivescovo: penso che sia un segno dei tempi, di una Chiesa che non gode più del rispetto per quello che annuncia e che opera. Ieri ero a fare una passeggiata in montagna con un gruppo di persone e mi è stata rivolta la domanda: “Ma a te piace questo Papa?”. Non sono riuscita a rispondere subito perché ho colto una strumentalizzazione e perché il mio cuore mi ha detto che era una domanda stupida. Perché mi deve piacere il Papa? Perché mi deve piacere il mio Arcivescovo? E mi sarebbe piaciuto Gesù? Come se tutto si possa basare su un giudizio superficiale e personale, su una posizione individualista e populista.

Sento nel profondo un gran disagio e una tristezza, legata a queste dinamiche su cui si fonda la propaganda odierna e a cui abboccano molte persone, anche credenti convinti. Giudizi impietosi che si basano sulla supponenza di avere la verità in tasca e soprattutto sulla convinzione che si possa dividere il mondo in chi ha ragione e chi ha torto.

Abbandono queste riflessioni e mi arriva in dono il Vangelo del giorno che mi annuncia:

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Parola del signore.

Il brano è lungo, penso sia giusto riportarlo per intero.
Parto dalla fine: “Parola del Signore”, non parola del Papa o dell’Arcivescovo!
All’inizio, invece, mi colpisce la differenza tra pecore e capre e questo mi riporta ad uno strano personaggio pubblico che è diventato famoso con il termine capra… povere capre! D’altronde il Vangelo spiega bene perché le capre saranno trattate duramente: perché non hanno accolto, nutrito, curato ed in generale non hanno donato, hanno voluto tenere per sé. Forse perché non hanno riconosciuto nell’altro la figura di Gesù. Non credo ci sia bisogno di altre parole, il Vangelo come sempre ci parla in modo chiaro e ci chiede, ancora di più in questo inizio di Quaresima, di convertirci, di cambiare il nostro cuore, di operare per il bene degli altri.

Riprendo in mano alcuni articoli di giornale e ritorno alle polemiche di questi mesi: si parla di soldi non di persone, si cercano pretesti per attaccare l’altra persona. Anche nel Vangelo molte persone attaccano con pretesti Gesù e lo mandano in croce con argomentazioni ben costruite.

Rifletto dunque sul fatto che queste dinamiche non sono nuove. Mi chiedo dunque: come è possibile che persone che credono nel Vangelo riescano a fidarsi e a supportare personaggi politici così arroganti e senza rispetto per le posizioni altrui, senza cogliere un contrasto con il Vangelo?
E soprattutto come è possibile che molti credenti siano convinti che sia giusto dare prima una casa ai Ferraresi? O che chi arriva da un altro paese e ci chiede accoglienza trovi un giusto rifiuto, motivato da argomentazioni molto logiche ed egoistiche che nulla hanno a che fare con il Vangelo?

Come credente non posso fare che pregare per chi si assume la responsabilità di portare avanti un messaggio così negativo, perché il giudizio arriva per tutti, benedetti e maledetti.

Navalny ucciso, Assange in bilico

Navalny ucciso, Assange in bilico

Quattro giorni fa l’omicidio di Stato di Alexei Navalny. Era un uomo segnato, perseguitato, condannato e incarcerato più volte. Doveva finire così, lo Zar l’aveva deciso da tempo, aspettava solo il momento buono, si stava divertendo a giocare al gatto col topo, ma ora il topo era catturato, chiuso in una gabbia piccola piccola, lontana lontana, ora era arrivato il tempo di ammazzare quel topo, di spegnere anche quella luce. Mentre il corpo pieno di lividi non viene ancora restituito alla madre e alla moglie – una fonte racconta che ci vorranno almeno due settimane – è già tremenda l’immagine della sua ultima prigione, un fabbricato basso assalito dal vento e dalla neve. Un inferno di ghiaccio.

La Siberia, l’abbiamo tutti nella memoria, è un simbolo dell’era zarista e staliniana, un luogo abbandonato, spoglio di uomini e di cose, esposto a una natura matrigna. Penso a Navalny, il blogger provocatorio e creativo, lo rivedo sorridere e ammiccare in tanti video che bypassavano i controlli e la censura e arrivavano in Occidente. Allora mi era sembrato quasi un uomo allegro, divertito dal tiro che era riuscito a mettere a segno contro lo Zar.

Ma Alexei Navalny non era un personaggio in grado in nessun modo di contendere il potere di Vladimir Putin, probabilmente nemmeno ci pensava. Era diventato famoso in Occidente, seguito e apprezzato tra i giovani di Mosca e San Pietroburgo, ma era sconosciuto nella sterminata provincia russa. Era un oppositore, non un rivale.

A meno di un mese dalle prossime (finte) elezioni presidenziali, Putin gode di oltre l’80 per cento dei consensi. Perché allora tanta crudeltà? Perché annientare e poi eliminare fisicamente un uomo come Alexej Navalny? Per quale ragione, perché era necessario rinchiuderlo in una gelida trappola per topi e dargli il colpo di grazia? In realtà, la verità, è che Navalny, come tutti gli altri “nemici” di Putin (oligarchi, militari, ministri, giornalisti) negli ultimi dieci anni non sono stati eliminati perché rappresentavano un pericolo, ma solo per ribadire l’onnipotenza del Lider Maximo e rispondere alla sua ansia paranoica ormai fuori controllo.

Così in Oriente, nell’ex superpotenza, nell’impero del male dove i diritti, tutti i diritti, sono sospesi. In Occidente è invece passata la Rivoluzione Francese, in Occidente tutte le Costituzioni proclamano i diritti fondamentali, la libertà di associazione e di espressione. Avrebbe quindi tutte le ragioni l’Occidente a condannare l’Oriente: in effetti lo fa tutti i giorni, tre volte al giorno. Peccato che in Occidente, negli Stati Uniti in primis, ma anche nella vecchia Europa, assistiamo a una progressiva compressione dei diritti costituzionali. La lunga scia del nazionalismo, dell’integralismo, del populismo, la crescita e l’avvento al governo delle destre, il successo elettorale dei partiti fascisti e postfascisti, sono tutti fattori di quella che è ormai diventata una vera e propria “crisi della democrazia”. 

Il calvario umano e giudiziario di Julian Assange, fondatore Wikileaks e campione del giornalismo libero, è una macchia nera nell’anima dell’Occidente. È rinchiuso da anni in un carcere di sicurezza britannico, senza nessuna condanna e senza una imputazione precisa, il suo fisico è allo stremo.
Oggi 21 febbraio è un giorno decisivo. L’Alta Corte di Londra deciderà con sentenza definitiva sulla sua estradizione negli Stati Uniti, dove lo aspetta un processo che lo vede imputato per la pubblicazione di 700mila documenti secretati con la prospettiva di 170 anni di carcere. Sarebbe una condanna a morte, ha dichiarato la moglie di Assange.

A Londra e in oltre 60 città, in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa, si scende in piazza per la libertà di Julian Assange e per la libertà di espressione e di informazione. Chi manifesta? Le solite minoranze, i piantagrane, i pacifisti, i nonviolenti… Silenzio assoluto dai governi e dai capi di stato. Due righe non di più sui giornali mainstream.

Hanno ucciso Navalny. Ora stanno uccidendo Assange. Per noi di Periscopio due uomini hanno lo stesso peso. Lo stesso peso sulla bilancia dell’Oriente cattivo e dell’Occidente che crede di esser buono..

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi per Periscopio.

Per leggere gli articoli di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

La Resistenza CPS risponde al Comune:
Il “degrado” è voler cancellare un’esperienza decennale

La Resistenza risponde al Comune: Il “degrado” è voler cancellare un’esperienza decennale

Siamo le volontarie e i volontari del CPS La Resistenza. Abbiamo appreso stamani di alcune dichiarazioni a mezzo stampa della Giunta Comunale rispetto al fatto che la stessa non avrebbe ricevuto da parte nostra il progetto richiestoci ai fini dell’Ordinanza 1069/2023 di chiusura del CPS (prorogata successivamente con l’Ordinanza 1488/2023).

E finalmente ci siamo!

Non hanno nemmeno letto le mail!!

Quanto è credibile sostenere di non aver ricevuto una PEC inviata il 16 Novembre 2023 a ben sette  indirizzi mail/pec istituzionali?

Ipotizzando per assurdo che la PEC contenente il progetto che ci è stato richiesto non sia stata ricevuta per problemi informatici (altro attacco hacker?!), perché non ci è stata data, comunque, una risposta ad altre tre precedenti PEC contenenti una richiesta di accesso agli atti e una comunicazione fondamentale, inoltrata in data 03/09/2023, in cui si riportava un resoconto dettagliato dei sopralluoghi da noi svolti con l’invito a un incontro urgente con l’Amministrazione e i tecnici comunali?

Ancora una volta, ipotizzando per assurdo che nessuna di queste PEC sia pervenuta, è successo forse lo stesso con le altre sei mail ordinarie (tra agosto 2023 e gennaio 2024) che in calce richiedevano un incontro urgente e chiarimenti?

Alla nostre numerose richieste poi bisogna sommare anche le pec inviate da ANCESCAO Provinciale (il 19/10/23 ed il 13/11/23) che non hanno ricevuto alcuna risposta (forse a questo punto nemmeno una lettura).

Alleghiamo in calce a questa lettera le copie delle PEC inviate dal CPS e qualche foto del “degrado”,  pre e post ordinanze comunali, a confronto.

La Resistenza prima dell’ordinanza
Dopo l’Ordinanza di Chiusura del Sindaco

Pensiamo tuttavia che il punto focale di questa vicenda non sia stato sufficientemente tenuto in considerazione: si parla di una APS scalzata dalla propria sede che, per amore delle proprie attività, raccoglie e offre più di 16000€ all’Amministrazione per svolgere dei lavori in uno stabile di proprietà del Comune stesso. Indifferenza e silenzio.

Questo è il vero “degrado”: sputare sopra un’esperienza solida con una storia ultradecennale con il solo scopo di cancellarla senza offrire alternative di sede, provare a ostacolare con metodi ostruzionistici gli sforzi profusi dalle volontarie e dai volontari del CPS e, in ultima, snobbare le soluzioni proposte.
Ci è sempre stato detto di non limitarci alla polemica, ma di essere costruttivi e propositivi: così abbiamo fatto, eppure ancora oggi l’Amministrazione continua imperterrita a diffondere notizie inesatte e a dimostrare una mancanza totale di responsabilità istituzionale.

Le volontarie e i volontari del CPS “La Resistenza”

In copertina: un pranzo a La Resistenza prima dell’ordinanza di chiusura comunale

Navalny

Navalny

La paura dei despoti
Una paura in
Cancrena
Anche
di una
Sola vena
 dissidente
Chissà come
Non è indifferente
Come l’hanno
Liquidato
Il principe Navalny
Lui Anna e tutti
Tutte le altre
La verità
Da quelle parti
È come i mammuth
Dipende
Dal disgelo
In copertina Alexei Navalny nella sua ultima prigione in Siberia, pochi giorni prima della morte.

L’Europa tradita di Ventotene e la sudditanza senza fine all’alleato padrone

L’Europa tradita di Ventotene e la sudditanza senza fine all’alleato padrone

Come doveva essere l’Europa secondo i suoi fondatori?

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, nel Manifesto di Ventotene  -isola in cui erano stati confinati- fatto rocambolescamente uscire nel 1941, l’anno più nero, quando il nazismo (e il fascismo a ruota) dominavano l’Europa, con visione profetica indicarono le “condizioni” di edificazione dell’Europa post bellica: “socialista” (oggi diremmo di progresso o democratica). Non secondo l’approccio della collettivizzazione sovietica, ma un continente in cui “le forze economiche non debbono dominare gli uomini ma essere da loro sottomesse, guidate, controllate affinchè le grandi masse non ne siano vittime. Al tempo stesso le forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale non vanno spente…ma esaltate, estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo…vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggior vantaggio per tutta la collettività”. Di qui la formulazione secondo cui “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”. Seguono alcuni presupposti indispensabili:

a) non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività monopolistica, sono in condizione di sfruttare la massa dei consumatori;

b) occorre eliminare i ceti parassitari e perciò “distribuire le ricchezze accumulate nella mani di pochi privilegiati” per effetto del “diritto di proprietà e di successione”, il che dovrebbe “accadere durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario”;

c) “i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze tra le posizioni di partenza nella lotta per la vita”;

d) occorre “assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio, il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare il senso della dignità umana”;

e) “la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti”.

A ben vedere la Costituzione Italiana ha preso spunto dai propositi di Spinelli e Rossi, che ritroviamo negli articoli 3 (dignità della persona), artt. 42 e 43 (limitazioni della proprietà privata in funzione della utilità sociale). Per venire ai temi di oggi ci sono spunti anche per il “salario minimo”, già auspicato, peraltro, dal fascismo del 1919 e per un sussidio di cittadinanza ai più poveri che si può desumere dal punto d).

Agli “europeisti” si potrebbe far notare che la crescita delle destre è dovuta ad un’ Europa dell’euro e della moneta incentrata sul libero mercato e su quella “dittatura del denaro” molto lontana dai nobili propositi dei suoi fondatori. Un’ Europa che ridimensiona il Welfare a colpi di quel “Patto di Stabilità” che anche Mario Draghi critica nel suo intervento a Washington del 14 febbraio alla Nabe Economic Policy Conference, quando dice: “…la UE agisca unita per cambiare l’azione delle banche centrali…serve un debito comune per fare investimenti sociali…occorre una difesa comune…se vogliamo preservare la democrazia…le banche centrali dovranno essere più attente alle politiche di riequilibrio se vogliamo difendere i nostri valori sociali europei… di fronte alla globalizzazione non gestita,…facilitare aiuti di Stato ove giustificati,…coordinare la difesa…una politica di bilancio più significativa…che vuol dire deficit pubblici persistentemente più alti,…affrontare le disuguaglianze… ”. Sembra un discorso da socialista. Fa una certa impressione, perché Draghi non ha supportato queste politiche quando lui era al Governo, se si esclude il 2012 quando alla BCE, per difendere l’euro, avviò il “whatever it takes”, cioè una politica di deficit spending keynesiana (seppure in ritardo di 3 anni sulla Federal Reserve Usa). Ammetterà che il suo Governo non è “riuscito” a tassare i superprofitti di banche e imprese, né a tassare le successioni dei ricchi…

Draghi dice solo una mezza verità: omette di aggiungere che le cose che racconta sarebbero realizzabili se l’Europa diventasse autonoma dagli Stati Uniti, se oltre alla difesa si dotasse di una sua propria politica estera, ma ciò sarà possibile (come afferma anche Lucio Caracciolo) quando Germania e Italia daranno vita a nuovi accordi che modifichino quelli siglati nel secondo dopoguerra nell’ambito degli aiuti del Piano Marshall, che ci imponevano di seguire gli Usa per cent’anni in politica estera.

L’Europa (con Inghilterra e Russia entrambe fuori) è diventata, soprattutto negli ultimi 20 anni di “globalizzazione non gestita”, la 52^ stella degli Stati Uniti, incapace di darsi una propria politica estera e di perseguire al proprio interno il progetto social-egualitario di Spinelli e Rossi.

A giugno avremo le elezioni europee. Le destre avanzano ma non saranno ancora capaci di governare col PPE. A novembre nelle elezioni americane potrebbe vincere Trump, eventualità considerata disastrosa da molti analisti. Di certo arriverebbe uno “scossone” che potrebbe, però, spingere l’Europa a scelte finora sempre rinviate, come una difesa comune e la propria edificazione come polo autonomo capace di vere politiche sociali.

Photo cover: Altiero Spinelli e la moglie Ursula Hirschmann

Morti sul lavoro: una strage che deve finire

Morti sul lavoro: una strage che deve finire

I tragici fatti di Firenze pongono come prioritario il tema delle morti sul lavoro.
E’ urgente intervenire per scongiurare queste evenienze sapendo che non sono fatalità’.

Le tante morti sul lavoro sono l’effetto ultimo di una riduzione dei controlli sul sistema degli appalti e dei subappalti, sulle condizioni di lavoro degli operai assunti, sulla affidabilità’ delle imprese coinvolte nei progetti, sul rispetto delle leggi.

La città’ metropolitana di Roma ed altre città’ hanno stipulato protocolli con i Sindaci ed i Prefetti che prevedono la certificazione delle imprese e dei lavoratori contro l’illegalità’ ed i rischi sul lavoro. Anche a Ferrara sono in corso confronti tra Istituzioni e sindacati per aumentare la trasparenza del sistema degli appalti e la sicurezza sul lavoro nei cantieri che si apriranno per realizzare il PNRR.

Auspichiamo che i confronti portino quanto prima ad un protocollo che coinvolga le massime Autorità’ cittadine, i sindacati e le imprese per il bene della città’ e dei lavoratori.

La Comune di Ferrara

In copertina: immagine di Radio Onda d’Urto

Anselmo: per battere Fabbri non servono polemiche, ma proposte

Anselmo: per battere Fabbri non servono polemiche, ma proposte

Mille intrepidi follower possono bastare per cacciare i Borboni da Napoli, ma non per strappare Ferrara ad Alan Fabbri. Eppure lo fanno sembrare possibile. A una settimana dalla grande presentazione/convention/pellegrinaggio che ha radunato all’Apollo centinaia di sostenitori di Fabio Anselmo, finalmente e ufficialmente candidato per il centrosinistra, l’impressione generale è un po’ questa: la destra è ancora avanti, probabilmente lo resterà, ma adesso almeno c’è gara. E finché c’è gara, direbbe Sinner, ogni pronostico si può ribaltare.

Tra una polemica e l’altra, alla fine il Pd è riuscito a mettere in campo un candidato interessante, molto noto e con un’immagine di serietà e competenza trasversale, grazie alle sue battaglie per i diritti civili combattute non nelle piazze ma all’interno delle istituzioni. Un passato che lo mette potenzialmente in ottima luce sia per quell’elettorato che premia l’impegno su temi umanitari e diritti civili, sia per quello più pragmatista e interessato alle competenze tecniche dei propri rappresentanti. Insomma: apparentemente uno di quei rarissimi personaggi capaci di mettere insieme le due diverse anime della sinistra, quella dei grandi ideali progressisti e quella dell’efficiente governo delle masse.

Raccolto e sondato l’entusiasmo, ora però il candidato deve mettere in campo idee, proposte e magari anche qualche nome. L’evento all’Apollo infatti ha dato sicuramente un segnale positivo ad Anselmo, ma forse meno su Anselmo: tolta una prima parte di presentazione forse un pelino ridondante (sfido a trovare uno tra i presenti che non conoscesse i casi Cucchi e Aldrovandi) e una seconda fase tutta all’attacco di Fabbri/sindaco ologramma, Lodi/vero sindaco e Balboni/damnatio familiae, da parte di Anselmo non sono state avanzate particolari idee alternative per la città. Il raduno si è focalizzato sui problemi di Ferrara, alcuni anche di lunghissima data come la sudditanza del Comune verso Hera, l’età media avanzata della popolazione o lo scarso trasporto pubblico nelle frazioni, senza un’effettiva parte dedicata alle proposte.

La mia sensazione da un po’ di tempo a questa parte è che quando la sinistra si fossilizza sui difetti dell’avversario va incontro alla sconfitta. Per almeno due motivi, almeno in questo caso. Il primo è che l’elettorato in questione è umanamente e culturalmente diverso da quello di Lega o Fratelli d’Italia: il clima di polemica continua, gli attacchi strumentali e i colpi bassi all’avversario che hanno fatto la fortuna elettorale di Naomo Lodi non aiuteranno mai allo stesso modo un candidato di centrosinistra. Anzi, a volte lo danneggiano. Un fatto evidente ma che spesso sfugge a chi prova a combattere il vicesindaco sul suo stesso terreno.

Il secondo motivo, forse ancora più difficile da digerire per qualche storico attivista, è che bisognerebbe riflettere più lucidamente sulle colpe e i meriti dell’amministrazione leghista, senza bocciare tutto di netto e indistintamente. Perché a volte si rischia di andare contro a decisioni che sono state apprezzate anche dal proprio elettorato. Molti potenziali sostenitori di Anselmo non condividono i giudizi sprezzanti verso alcune politiche dell’attuale amministrazione su eventi musicali estivi, riqualificazione dei parchi, dotazione di armi alla polizia locale, ampliamento delle distese dei bar o altre scelte magari controverse o discutibili ma non necessariamente autoritarie o ‘di estrema destra’ come ricalcato un po’ troppo spesso dall’opposizione.

Se Anselmo non vuole ripetere gli stessi errori della chiassosa e litigiosa ciurma di cui ha appena preso il comando, credo che dovrà cercare di portare il dibattito a un livello più alto e pragmatico rispetto a quanto visto in questi anni, anche a rischio di scontentare chi vede nello scontro frontale con Lodi l’unico modo per portare avanti una campagna elettorale. La verità è che questi quattro anni e mezzo di amministrazione leghista hanno fatto ricredere molti ferraresi: non c’è stata la catastrofe tanto temuta a sinistra, ma neanche la gloriosa rinascita annunciata a destra. Di fronte a un leggero ma effettivo calo del degrado nelle periferie, altri fenomeni di criminalità comune sono in notevole aumento e l’economia locale è più in difficoltà che mai, come mostra la più che mai drammatica conta delle serrande che vengono chiuse. Il petrolchimico dove cinque anni fa – questo lo ricorderanno in pochi – Fabbri aveva inaugurato la sua campagna elettorale, promettendo di non abbandonarlo al proprio destino, sembra ormai destinato a un lento ma progressivo declino, e rischia di essere lo specchio di buona parte del comparto industriale. Inizia insomma a insinuarsi il sospetto che l’amministrazione Fabbri, nonostante l’abilità ad autopromuoversi, abbia servito più fumo che arrosto e che nei prossimi anni possano venire a galla problemi più decisivi di qualche cuoricino di dubbio gusto sulla Torre della Vittoria.

Se Anselmo vuole avere una speranza di ribaltare i pronostici deve evitare il più possibile il clima di polemica in cui ha galleggiato in questi anni la sinistra, concentrarsi sulle criticità più evidenti e meno ideologiche dell’amministrazione Fabbri. E soprattutto iniziare a mettere in campo idee e progetti per Ferrara, quartiere per quartiere, con qualche nome in grado di portarle avanti. Le mille persone che lo hanno applaudito all’Apollo avevano già deciso da tempo da che parte votare. Ora bisogna parlare anche agli altri.

Parole e figure /
I migranti negli occhi dei bambini

Uscito in libreria il 26 gennaio, l’albo “I migranti” di Marcelo Simonetti e Maria Girón, edito da Kalandraka, affronta l’incontro con l’altro con umorismo e intelligenza, attraverso lo sguardo curioso e innocente dell’infanzia. Perché i bambini non vedono differenze.

L’annuncio dell’arrivo di due migranti desta sorpresa e curiosità nel bambino narratore e in sua sorella. Nel momento stesso in cui la maestra Alicia comunica la notizia, al suono della campanella escono dall’aula di corsa. Vogliono arrivare a casa il prima possibile, li aspetta il risolatte della nonna, ma quell’annuncio frulla loro in testa.

I due fratellini tentano di immaginare cosa si celi dietro quella parolona ma dopo buffi tentativi (forse i migranti sono un tipo di dolce, forse sono degli animaletti carini tipo i ricci, o magari somigliano a giochi di parole), e anche se vorrebbero spiegare alla mamma li loro timori, la smettono per andare a giocare con i nuovi compagni di classe. Che sono, semplicemente, nuovi compagni di risate e giochi.

Una maniera delicatissima di spiegare ai bambini che dietro parole a loro incomprensibili non ci sono né spiriti maligni o spettri che li costringono a lasciare la luce accesa, né brutte sorprese. Che la curiosità e la gentilezza vincono su tutto. A loro che non vedono differenza fra essere umani, nemmeno se la immaginano.

Libro meraviglioso, per le scuole e non solo.

“Siamo entrati in classe con una fifa blu, aspettandoci il peggio, però non era ancora arrivato nessun dei compagni, c’erano solo due bambini nuovi seduti in fondo all’aula”. (…)

Marcelo Simonetti, Maria Girón, I migranti, Kalandraka Italia, 2024, 36 p.

Marcelo Simonetti sito web e pagina Instagram

Maria Girón pagina Instagram web

Libri per bambini, per crescere e per restare bambini, anche da adulti.
Rubrica a cura di Simonetta Sandri in collaborazione con la libreria Testaperaria di Ferrara

Perfect days (3)
Il miracolo delle ombre e delle luci, dei sogni e delle veglie, del dolore subito e inflitto

Perfect days (3). Il miracolo delle ombre e delle luci, dei sogni e delle veglie, del dolore subito e inflitto

Ogni scrittore, ogni regista, ogni artista sa che, messa in circolazione la propria opera, questa smette di appartenergli e acquista una vita propria, interpretata dagli occhi del pubblico che le attribuisce significati molteplici, che vanno a volte al di là delle intenzioni coscienti dell’autore.

Tanto più quando si tratta di un capolavoro come Perfect Days, le penne si mettono in moto, attestando il grande successo di critica  e di pubblico sortito dal film. Ai bellissimi articoli di Giuseppe Ferrara [Qui] e Francesco Monini [Qui] vorrei aggiungere il mio sguardo femminil-femminista che, da quando  hanno concesso di scrivere anche a noi donne ( e non sono molti secoli) coglie l’occasione  di esprimersi come un dono, da restituire puntuale e implacabile alle figure maschili.

Anch’io ho visto Perfect days due volte, mi sono confrontata molto con chi l’ha visto con me, affascinata dal film, ma specialmente da Hirayama, il protagonista pulitore di bagni.
Data la drammaticità della crisi maschile occidentale
attestata dai quotidiani fatti di cronaca, dai social e dai media, che riflettono maschi narcisisti maligni, manipolatori, stalkers, assassini e stupratori di gruppo, nella migliore delle ipotesi casi umani, Wim Wenders mette finalmente  in scena una mascolinità sana. Hirayama è infatti un uomo equilibrato e sereno, silenzioso e solitario, ma profondamente relazionale nel suo stare al mondo.

Chiedendo venia del mio sguardo prosaico, ammetto che mi sono innamorata prima di tutto di come Hirayama pulisce i bagni pubblici. Non si tratta solo di zelo nel compiere il proprio lavoro, di meticolositá, di concentrazione dell’uomo realizzato, lui pulisce i bagni con passione. Auspicando un effetto imitativo anche da parte maschile, che in buona parte ha ancora il problema di una buona mira nel centrare la tazza, ho cominciato a guardare il mio bagno con altri occhi, a cercare prodotti e attrezzi, trascinata dall’entusiasmo di trasformare un’operazione obbligatoria e noiosa nella soddisfazione di pulire con piacere e di rendere migliore il mio bagno.
Solo la passione sortisce questi effetti sconvolgenti su chi assiste, non essendo io infatti da sempre una cultrice dei lavori domestici.

Oltre che un pulitore più unico che raro, che qualsiasi donna si augurerebbe al fianco, Hirayama è un uomo indipendente: non cerca la relazione, ma dalla relazione si fa comunque trovare, quando capita. La sua rottura con la famiglia di provenienza,  probabilmente agiata e più che benestante, come si è già scritto, comporta un cambiamento di status: Hirayama vive in un mondo povero, ma non è povero di mondo, per usare un’espressione di Heidegger. È invece molto ricco nei tanti mondi che lui vive, alcuni collegati, altri no, come dice Hirayama stesso nel film. È questa costruzione di mondi che rende le sue giornate, pur nella loro ritualità metodica, assolutamente uniche, irripetibili.  Il protagonista  vive  infatti un mondo nella partita a tris che gioca con un anonimo sconosciuto attraverso bigliettini lasciati nei bagni che pulisce,  un mondo nella sua piccola serra che aumenta di una  nuova pianticina raccolta nel parco dove consuma il suo panino,  un mondo nella nuova foto alle chiome degli alberi scattata con la sua macchina fotografica analogica Olympus, che va ad aggiungersi alle altre, raccolte meticolosamente in contenitori ermetici. Un’altro mondo a lui caro è quello della musica ascoltata in macchina ancora in cassette: la migliore musica anni 70, da  Lou Reed a Van Morrison, passando per Patty Smith e  la trionfale Feelin good di Nina Simone.  Accetta la relazione con il suo collega, in apparenza superficiale e sfaticato, arrivando a dargli i suoi ultimi soldi per permettergli di uscire con una fidanzata improbabile, più affascinata dalla Patty Smith ascoltata da una cassetta di Hirayama, che da lui.

La rottura con il passato, la scelta filosofica di vivere dell’essenziale, apre a nuovi mondi inaspettati, insoliti, offerti dall’universo stesso e colti al volo da Hirayama, nel suo “adesso è adesso e un’altra volta è un’altra volta”, di sapore lievemente Zen, Il suo pianto dopo l’incontro con la sorella fa finalmente giustizia, non solo degli abbandonati , ma anche di  chi la rottura ha avuto il coraggio di compierla, al dolore che ha provato nel lasciare chi amava, alla durezza che si è imposto per non tornare indietro.

Anche chi lascia soffre, paga il prezzo che ogni scelta comporta, accettando in silenzio la solitudine di chi non può condividere la sofferenza, proprio  con chi si ama di più, perché lo deve lasciare per compiere il proprio percorso. Le parole prenditi cura di lei pronunciate dall’ex marito della proprietaria del ristorante in cui va abitualmente, probabilmente al corrente della simpatia reciproca fra i due, delicata e silenziosa, sono parole d’amore, dell’amore di chi ha abbandonato, scelto altro, in questo caso un’altra donna.
Parole che non leggo come dettate dal senso di colpa, ma da quella sollecitudine verso la donna, la cui perdita è il prezzo più alto pagato dal femminismo: anche i migliori uomini sono spesso caduti nell’inconscia sanzione da infliggere alle donne, a causa del perduto ruolo di protettore  e del non del tutto innocente fraintendimento che una donna indipendente non abbia più bisogno di niente.

E’ ancora il pianto di Hirayama, alternato al suo fantastico riso-sorriso che nell’ultima scena del film, sintetizza il miracolo delle ombre e delle luci, dei sogni e delle veglie, del dolore subito e inflitto, di cui la nostra vita unica e irripetibile come i nostri giorni, non sempre perfetti, ma profondamente nostri, è composta,

Perfect days (2) Anche i giorni perfetti hanno un’ombra

Perfect days: anche i giorni perfetti hanno un’ombra

Dice Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, di cui si innamora senza speranza l’angelo Damiel:  “Non sono mai stata solitària: né da sola con qualcun altro. Ma mi sarebbe piaciuto, in fondo, essere solitaria. Solitudine significa: finalmente sono tutto..”. Ho visto due volte in 4 giorni Perfect Day, l’ultimo film di Wim Wenders, e tornerò a vederlo, come capita quando ti accorgi di essere di fronte a un capolavoro, che vorresti capire più a fondo, che continua a interrogarti.
Un film, com’è noto, nato quasi per caso. Al grande regista tedesco, da sempre innamorato della cultura giapponese (Tokyo-Ga, il documentario dedicato al regista Yasujirō Ozu è del 1985), era stato commissionato un docufilm per “raccontare” e celebrare gli splendidi e fantasiosi bagni pubblici realizzati da alcuni famosi architetti in un quartiere residenziale di Tokio. Da qui, in sole tre settimane di riprese, è miracolosamente uscito Perfect Day, un film perfetto appunto, di una precisione assoluta, un ritmo circolare, una fotografia intensa, e con al centro una grande prova d’attore, Kōji Yakusho, nel film Hirayama.

Il pulitore di bagni pubblici Hirayama, proprio come la trapezista Marion, sceglie di vivere solo. É una scelta esistenziale, o come giustamente la definisce Giuseppe Ferrara su queste stesse colonne [Vedi qui], una scelta filosofica, che non spiega, ma di cui nel film ci sono chiari segni: “Un’altra volta è un’altra volta, questa volta è questa volta” ripete (e insegna) alla nipote, apparsa all’improvviso, che vorrebbe raggiungere il mare in bicicletta.
Vive da solo Hirayama, in un misero locale di periferia, infilato in una umile routine quotidiana, ma non è un uomo solo. E non solo perché da un’altra vita (di quale vita si tratti si intuisce solo verso la fine del film) si è portato i suoi libri e le sue vecchie cassette degli anni ’70, ma soprattutto perché quella sua nuova vita lui se l’è scelta.

La scelta di cambiare vita lascia sempre un’ombra dietro di sé – ci sono tante ombre in  Perfect days, nella veglia come nei sogni – significa infatti abbandonare la vecchia vita, luoghi, persone, affetti.  Nella nostra ex vita rimangono gli orfani, gli abbandonati. Così, quando la sorella di Hirayama va a riprendersi la figlia che ha fatto una scappatella per andare a vedere dove era finito lo zio, scende da una lussuosa Mercedes e gli dice che il padre “non è più lui”, un implicito invito a tornare indietro, al vecchio mondo, ad una vita che si presume agiata e privilegiata. Un altro abbandonato è il marito della cantante: a lui Hirayama propone un gioco infantile: ancora ombre che si sovrappongono, senza che una possa mai catturare o annullare l’altra.

Il sociologo Franco Cassano, in Partita doppia (Bologna, il Mulino, 1993) scrive proprio dell’ombra che accompagna ogni scelta di cambiare strada, pone cioè attenzione non a chi abbandona, ma a chi di quell’abbandono è vittima. E prende in esame per primo un caso esemplare, paradigmatico, quello della “chiamata” di San Francesco, della scelta di povertà, del momento esatto del distacco, così come viene rappresentato da Giotto per ben due volte nel ciclo della Basilica Superiore. “Nell’affresco di Assisi – scrive Cassano – dal cielo si affaccia una mano che da lassù attira gli occhi e l’anima di Francesco. Sul lato sinistro, al di là del baratro che ormai lo separa dal figlio, c’è Bernardone che tiene sul braccio sinistro i vestiti che Francesco ha lasciato cadere e che, nell’affresco più tardo tenta in modo ancora più drammatico di afferrare il figlio, di non farlo andar via“. 

Lo sappiamo bene, la sequela sarà per Francesco un cammino complicato, non privo di momenti di crisi e di buio interiore, ma quella è pur sempre la strada che ha deciso di percorrere, la nuova vita che ha scelto lui stesso di imboccare. Ma ecco che, dietro la sua grande luce, c’è un’ombra che fatichiamo a vedere. Bernardone e Donna Pica sono le vittime di quel distacco, volevano che il loro Francesco, quel figlio strambo ma amatissimo, rimanesse con loro.

Se quindi vogliamo trovare il significato del film – ma trattandosi di un intellettuale europeo come Wenders dovremo parlare di “uno dei significati” – dovremo aggiungerne uno, un argomento nascosto, che, così almeno ho inteso, lo stesso Wenders ha voluto coprire con un’ombra.

Hirayama, l’eroe saggio e gentile, è sempre in primo piano. Lo seguiamo momento per momento nelle sue giornate tutte uguali, il suo lavoro umile e perfetto, i brevi incontri, quando ripone il libro e spegne la abat jour e quando si sveglia alla luce dell’alba per ricominciare da capo. È un uomo visibilmente sereno Hirayama, parla poco, guarda, sorride. È la stessa vita a sorridergli. Perché è ridotta all’essenziale, si è liberata di pesi, orpelli, obblighi sociali, ma soprattutto, perché è esattamente la vita che ha scelto di vivere. In fondo Hirayama è un privilegiato: molti, quasi tutti gli altri, la vita non possono o non riescono a scegliersela.

Vicino, o appena più lontano, appena accennate in qualche inquadratura, nascoste da un’ombra, ci sono le vittime di Hirayama, le persone che ha lasciato nell’altra vita. Per loro, anche un ieratico pulitore di toilette, non potrà soffocare il pianto.

Cover: sequenza daPerfect days”

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Perfect Days (1) Tutto ciò che è noto viene amato e viene amato perché è noto

Perfect Days: tutto ciò che è noto viene amato e viene amato perché è noto

“Quale «nuovo» può valere quanto questa dolce monotonia, dove tutto è noto ed è «amato» proprio perché è noto?” .

È una citazione de Il mulino sulla Floss di George Eliot, pseudonimo maschile della scrittrice Mary Ann Evans.

Non trovo nulla di più appropriato di questa citazione per racchiudere, al modo di una perla in un’ostrica, l’ultimo film di Wim WendersPerfect days.

La felicità, la serenità – parrebbe dirci George Eliot – è qualcosa di monotono: è una ripetizione dello stesso. Il tempo sembrerebbe destinato a mettere in discussione proprio questo ritorno dell’identico e a strapparcelo dalle mani: nelle prime sequenze del film l’orologio appoggiato sulla mensola della casa del protagonista resta sempre, fermo, al suo posto.

Solo il giorno di riposo, Hirayama, indossa l’orologio prima di uscire di casa.

Il protagonista dell’ultimo, bellissimo film di Wim Wenders – Hirayama appunto – è un uomo taciturno e di poche parole. Ma già dai suoi semplici e incantevoli rituali mattutini capiamo molto di lui e  ci affezioniamo a lui tanto da non poter fare a meno di seguirlo per passare il nostro tempo con lui fino al punto di non chiederci più nulla o di aspettarci che accada qualcosa.

Perché il cinema di Wenders, da più di 50 anni, è una immane descrizione che coincide con la spiegazione cosicché anche nell’istante in cui non può succedere nulla, accade tutto. Accade che la vita si descrive, e si rivela nella sua semplicità e nella sua primigenia purezza.

Hirayama pulisce i bagni pubblici di Tokyo ed è contento del lavoro che fa. Lo fa con passione, scrupolo e rigore. Dopo il suo passaggio quotidiano, i bagni pubblici di Tokio diventano capolavori di architettura contemporanea. Hirayama lustra, lucida, pulisce. Ispeziona gli angoli dei wc con uno specchietto per rimuovere anche la minima traccia di sporco.

Hirayama ripete ogni giorno gli stessi gesti: si sveglia al fruscio della scopa di una spazzina che pulisce la strada davanti casa sua; ripiega il suo futon, si lava, si aggiusta i baffetti curatissimi, saluta le sue piante e i piccoli aceri di cui si prende amorevolmente cura, prende sempre gli stessi oggetti disposti sulla mensola e esce per andare a lavoro.

Nel suo furgone ascolta musica – tipicamente rock underground newyorchese- incisa su audiocassette e riprodotta con un vecchio “mangianastri”. Durante la pausa, consuma il pranzo frugale sulla panchina del parco, fotografa dal basso le chiome degli alberi con una piccola macchina fotografica analogica che porta sempre con sé nel taschino della tuta.

Al termine del turno lavorativo, si lava accuratamente in un bagno pubblico, consuma qualcosa al chiosco del mercato (la domenica si concede un pasto al ristorante della cui proprietaria sembra essere invaghito) e poi rincasa. Prima di dormire, sdraiato sul futon, legge Le palme selvagge di William FaulknerUrla d’amore di Patricia Highsmith. È un uomo colto, Hirayama. In un passaggio del film intuiamo anche che viene da una famiglia benestante con cui ha deciso di tagliare i ponti. “Il mondo – dice – è fatto da tanti mondi, alcuni sono collegati, altri no”.

Lui ha fatto una scelta filosofica:  vivere solo; vivere di musica, di libri, di piante. E di silenzi.

Vivere di piccole cose, un’esistenza minima. Essenziale.

Nel film non accade quasi nulla. Un giorno dopo l’altro tutto si ripete, anche le notti e i sogni. Il mondo onirico di Hirayama è popolato da ombre d’alberi e volti di donna, arabeschi, e origami di una bellezza e delicatezza tipica del sumi-e, la  pittura a inchiostro e acqua monocromatica  che utilizza solo inchiostro nero, in varie concentrazioni. Ombre, solo ombre: «ma se due ombre si sovrappongono, diventano più scure?», chiede Hirayama all’ex marito della proprietaria del ristorante della quale è invaghito.  Già: se esistono giorni così perfetti, potranno esistere notti a loro modo perfette?

Ed è in questa “invisibilità” di giorni perfetti e di notti altrettanto perfette che sboccia quella straordinaria monotonia che potrebbe  illuminare la citazione della Eliot che abbiamo posto all’inizio: tutto ciò che è noto viene amato e viene amato perché è noto.

Non c’è nulla di nuovo che possa valere di più della dolce monotonia perché  il crescente bene del mondo – direbbe ancora la Eliot- dipende in parte da atti non storici compiuti da quelle persone, come Hirayama, che vivono fedelmente una vita semplice e da registi come Wenders che delicatamente ce la mostrano, semplicemente, senza alcuna spiegazione.

Cover: sequenza daPerfect days”

Lo stesso giorno /
“La conoscenza è potere”: nel 1932 Lewis Michaux apre ad Harlem la prima libreria afroamericana

Lewis Michaux: “La conoscenza è potere”.

La Storia Della Prima Libreria Americana Aperta Alle Persone Nere: Un Simbolo di Resistenza e Cultura.

Negli annali della storia americana, tra le pagine segnate da ingiustizie e lotte per i diritti civili, emerge un capitolo significativo che riflette la perseveranza e la forza della comunità nera: la nascita della prima libreria aperta esclusivamente alle persone di colore negli Stati Uniti.

La storia della prima libreria afroamericana negli Stati Uniti risale al periodo post-Guerra Civile, un’epoca caratterizzata da profondi conflitti sociali e razziali. Era il 1932 – ho cercato ovunque il giorno preciso dell’inaugurazione ma gli annali non lo riportaano e Lewis Michaux inaugura la National Memorial African Bookstore.
Prima di allora Michaux vendeva libri su un carro e poi in un piccolo negozio sulla Settima Avenue, come si chiamava allora la strada. Guadagnava talmente poco da essere costretto a dormire nel retro della sua libreria.
La National Memorial African Bookstore divenne in breve tempo un punto di riferimento per gli intellettuali neri, gli attivisti e i semplici cittadini desiderosi di conoscere la propria storia e cultura. Per la comunità di Harlem era più semplicemente la “House of Common Sense and the Home of Proper Propaganda”.

Lewis Michaux nella sua libreria

Michaux ripeteva spesso che “la conoscenza è potere” e ha dedicato la sua vita alla diffusione di libri che celebrano l’eredità africana e afroamericana e contro il razzismo. Odiava la parola “negro“, sostenendo che fosse una parola usata per gli schiavi e che negasse a un popolo la sua storia e la sua patria.

La National Memorial African Bookstore non era solo un luogo di vendita di libri, ma anche un centro di dibattito e organizzazione per la comunità nera.
La libreria di Lewis Michaux ha accolto numerosi personaggi illustri, tra cui Malcolm X, Muhammad Ali, Langston Hughes e Kwame Nkrumah, che divenne in seguito il primo presidente del Ghana.

In particolare, la storia racconta che fu proprio grazie alle discussioni con Malcom X, sui diritti della comunità, che la libreria riuscì a coinvolgere sempre più persone e dare il via a molte iniziative politiche e culturali.

La National Memorial African Bookstore di Hzarlem N.Y..

Anche negli anni ’60 e ’70, durante l’epoca dei grandi movimenti per i diritti civili, la libreria è stata oggetto di minacce, intimidazioni e attacchi da parte di gruppi razzisti. Tuttavia, Michaux e la comunità hanno resistito con determinazione, difendendo il loro diritto di avere uno spazio culturale autonomo.

La National Memorial African Bookstore ha lasciato un’impronta indelebile nella storia americana. Il suo spirito di resistenza e celebrazione della cultura nera continua a ispirare le generazioni odierne.
Nel 2022 è stato commemorato il 90º anniversario dall’apertura, ricordando il suo contributo alla lotta per l’uguaglianza e la valorizzazione dell’eredità afroamericana.

In un momento in cui la diversità e l’inclusione sono al centro del dibattito nazionale, la storia della prima libreria afroamericana ci ricorda il potere della conoscenza e della cultura nel superare le divisioni e costruire un futuro più equo e solidale.

Agricoltura: Linea Verde contro Linea Nera

Agricoltura: Linea Verde contro Linea Nera

Gran parte degli agricoltori sono furiosi perché si trovano tra l’incudine e il martello: schiacciati dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che riconosce loro una parte troppo piccola del prezzo finale che pagano i consumatori, e dai giganti dell’industria alimentare che li mettono in concorrenza con alimenti importati, che spesso contengono più pesticidi dei nostri. Da qui nasce la comprensibile contestazione contro l’accordo UE con Mercosur ovvero Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay  – che, come afferma la coalizione Stop Ttip Italia (di cui fa parte anche Slow Food ) “… promuove un aumento delle importazioni europee di carne bovina, soia e biocarburanti, in cambio di maggiori esportazioni di automobili nei Paesi sudamericani. Uno scambio fra agroindustria e automotive le cui pesanti esternalità ricadranno sulle condizioni della foresta amazzonica, già colpita da incendi e deforestazione guidata dai grandi allevatori e agricoltori.”

Gli agricoltori subiscono per primi gli effetti del cambiamento climatico (siccità, inondazioni). Si tratta di un modello agricolo che non sta più in piedi, nonostante sia da decenni generosamente sussidiato con fondi pubblici, sia dai singoli Stati che dall’Europa, che spende per l’agricoltura un terzo del suo bilancio. Tuttavia, poiché i soldi non ci sono per tutti, essi vanno per l’80% alle grandi imprese (che sono il 20%) per cui ai piccoli arrivano le briciole. La guerra in Ucraina ha reso la situazione ancora più critica, facendo esplodere l’inflazione e i prezzi dei fornitori (antiparassitari, attrezzature, sementi, energia, gasolio, acqua) e sprofondare il prezzo dei cereali nel 2023 (-20% sul 2022) e delle piante industriali (-10,5%, fonte Istat), con l’arrivo dei corridoi di solidarietà che portano in Europa i raccolti dell’Ucraina.

Questa agricoltura industriale non ha futuro perché è costosa (va sempre sussidiata), inquina e degrada i suoli al punto che tra pochi anni molti terreni, resi meno fertili ed erosi, si desertificheranno. Proseguendo sulla strada dell’agricoltura industrializzata i piccoli agricoltori si autodistruggeranno. Arriveranno i droni, altre meccanizzazioni (tutte cose molto care della cosiddetta “agricoltura di precisione”), sempre più costosi antiparassitari per terreni sempre meno fertili, crescerà la concorrenza estera di cibo spazzatura.

Al futuro del mondo agricolo si aprono, pertanto, tre vie:

  1. scomparire. I piccoli agricoltori già si sono ridotti a 400mila, il 2% degli occupati, massacrati dall’ impatto della divisione del lavoro europea, prima ancora di quella mondiale, che si produrrà con l’ingresso dei paesi candidati (Ucraina, Georgia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Moldova, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia), tutti a basso costo del lavoro agricolo e a grande produzione agricola e cerealicola, producendo l’ulteriore scomparsa dei piccoli coltivatori nostrani, che non esportano. Cresceranno ancora i terreni delle grandi imprese e di quelle esportatrici. Un fenomeno simile a quanto già avvenuto nel 2004 per il Sud Europa, con l’ingresso di 100 milioni di lavoratori dell’Est Europa;
  2. sopravvivere, con un’ agricoltura industrializzata ma ancora più sussidiata da aiuti pubblici (che però fanno a pugni con le altre categorie e con le regole del Patto di Stabilità, che chiede austerità a tutti). Questa è la strada che propone la burocrazia dell’Unione Europea, a costo di ulteriori devastazioni ambientali e umane, strada che trova resistenze nello stesso mondo contadino, che sempre più si rivolge al biologico;
  3. lottare per imporre l’agricoltura contadina (e bio), la difesa dei piccoli coltivatori, rispettosa dell’ambiente, degli animali, che produce con utilizzo minimo di antiparassitari, che dà un prodotto di qualità agli europei e che proprio per questo è sussidiata, chiedendo prezzi maggiori nell’ambito della filiera che finisce alla GDO. Mantenendo e incentivando quegli agricoltori che, oltre a coltivare, curano il territorio, lasciano spazi crescenti alla biodiversità e migliorano il paesaggio. E’ anche una via reclamata da molti cittadini, consumatori e agricoltori che già sostengono con le Comunità di Sostegno Agricolo (CSA) alcuni piccoli contadini che vedono non solo il dito ma la luna e capiscono che solo un’agricoltura di qualità può reggere alla concorrenza estera che si basa su bassi prezzi, cibo spazzatura e inquinamento.

Anche in Europa qualcuno lo aveva capito. Da questa insostenibilità, agricola prima che ambientale, dell’attuale modello agro-industriale sono nate le timide modifiche apportate dalla stessa Unione Europea negli ultimi 5 anni, che si sono tradotte in un’agricoltura più sostenibile, biologica, a minor impatto ambientale che usa biofertilizzanti, lascia a riposo il 4% del terreno affinché crescano gli impollinatori e la biodiversità, si arresti il degrado dei suoli e si sviluppino quelle funzioni riproduttive dei terreni con un aumento di materia organica o almeno l’arresto della loro degradazione. I terreni a riposo, che da sempre nella biodinamica sono il 10%, vengono “bollati” come improduttivi, ma chi lavora la terra (non coi trattori giganti, spesso nelle mani di contoterzisti) sa che non è vero. La rotazione delle colture è funzionale, come avevano scoperto già i Romani, ad una maggiore produttività dei terreni stessi. Permette di mantenere il suolo in salute, apportando azoto senza dover fornire continuamente antiparassitari e concimi chimici di sintesi. Evitare poi le monocolture consente di avere un’agricoltura a “mosaico” con prati, filari, stagni che favorisce l’avifauna e l’entomofauna; sono proprio gli uccelli (in calo del 36% negli ultimi 20 anni) e gli insetti i migliori antiparassitari.

Il futuro dell’agricoltura richiama il futuro delle auto, dove c’è chi resiste sulla trincea arretrata del motore endotermico, che nei modelli migliori a benzina immette 80 grammi di CO2 rispetto ai 50 previsti nel 2030; un modello che quindi non ha futuro.

… ma le stime sui seggi al prossimo Parlamento Europeo non promettono nulla di buono 

Le previsioni del voto di giugno alle elezioni Europee indicano che, nonostante la crescita delle destre, le stesse non riuscirebbero a governare col PPE (max. 358 seggi sui 361 necessari). E’ probabile la riconferma dell’attuale maggioranza (seppure indebolita) con 451 seggi formata dal PPE (che cala da 182 a 173 seggi), dai liberali di Macron (da 108 a 86), Laburisti-Socialisti (da 154 a 131) e Verdi (da 74 a 61). Poi c’è anche la sinistra radicale (anche lei in lieve crescita: da 41 a 44). Il PPE sarà comunque l’ago della bilancia.

L’Europa liberale/moderata/laburista arranca sotto le critiche delle destre-destre, mentre la sinistra appare assimilata e logorata così come il PPE, che da tempo governa. La protesta dei cittadini si rivolge quindi all’opposizione, come avvenuto in Italia con la Meloni. Eppure questa Europa è molto sbilanciata verso gli interessi della destra economica (proprietà privata, profitti, libero mercato, multinazionali, minore tassazione ai ricchi, crescenti disuguaglianze, smantellamento progressivo del Welfare State).  Il paradosso è compiuto: gli agricoltori protestano contro il ministro Lollobrigida e la Coldiretti, che hanno promosso per decenni questo modello agricolo fallimentare, ma contemporaneamente…li hanno votati.

In copertina: foto copyright © Eric De Mildt / Greenpeace

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in traduzione

in traduzione

Primavera in febbraio, un’acqua grama; l’insonnia, sentirci dire la natura muore.

Con quanta voce ora noi ti si piange. In full sorrow, in officio tenebrarum, in circle singing, nenia e lamentazione. In traduzione.

Con quanto sonno addosso pronunciamo, ripetiamo il tuo nome. I tuoi molti, il tuo nessun nome.

I tuoi nomi bruciamo, che rinascono identici e diversi; che affondano, riemergono, riaffiorano. Con quanta voce ti cantiamo voci, la nenia dei tuoi nomi. La tua forza, la tua furia piangiamo, la tua grazia sepolta e risorgente: te che sei mondo, luce primordiale, te lucis ante, stella del divenire.

Tu che sei forza furia e grazia e rabbia, che sei natura e vinci sempre tu. Tu vita in vite e in morti, passioni tristi e innumeri emozioni; tu che sei ogni affetto, ogni elemento, tu che sei luce e sei disequazione.

 

E noi che ripetiamo voci e nomi, spoglie, ceneri, pietre, il tuo serto di foglie e costellazioni: noi ti piangiamo morta, noi sedicenti sapiens, che ripetiamo gli atomi e le cellule in perpetuo fiorire, dare frutto e marcire. Noi a piangerti morta, tu nostra infinità; noi nel brusio, in lore di videogame, nel dolore, nel fracasso di camion e motori, noi nel tramonto dell’antropocene. Noi a guastare mondi, noi a cantargli lodi, inni, lamentazioni, vaghe approssimazioni.

Tu madre delle arnie e delle rocce, di vulcani, di bestie e di ghiacciai, tu che sei furia e grazia, che sei gioia anteriore, continuo inabissarsi e riaffiorare. Tu nostra rabbia e forza, stella del divenire, tu strazio e creazione – tu natura impensabile, pura contraddizione.

© Silvia Tebaldi

Cover: Monet – Le Printemps, 1886

Le voci da dentro /
Ricorso per inazione

Per molte persone detenute, l’attesa di qualcosa può diventare la metafora del loro percorso di rieducazione. In carcere si aspetta che arrivi l’ora d’aria, l’ora delle attività, l’ora di telefonare, il colloquio con un familiare, la risposta ad una “domandina”, l’esito di una istanza o di un permesso. Chi ha scritto il testo ha una proposta per sveltire i tempi.
(Mauro Presini)

Ricorso per inazione

di V. M.

Quanti di noi si sono ritrovati a dover attendere per lunghissimo tempo per avere una risposta da un ufficio, una istituzione, un giudice, ecc.?

Questi tempi morti diventano drammaticamente penosi quando ci si trova in stato di detenzione e da un sì o un no dipende letteralmente la vita di chi vi si è imbattuto.

Per le istituzioni europee esiste un apposito ricorso chiamato “ricorso per inazione”, il quale semplicemente prevede come si possa far ricorso contro quell’istituzione che, tenuta a dare un parere, si astenga ingiustificatamente dal farlo.

Oltretutto i tempi sono anche decisamente stringenti infatti se entro due mesi da quando l’istituzione deve prendere la sua posizione, la stessa non lo ha ancora fatto, si può attivare il ricorso per inazione e l’istituzione ha altri due mesi per emettere la sua posizione altrimenti si esporrà ad un procedimento per inadempimento.

In Italia per cercare di porre dei rimedi alle lungaggini dei procedimenti fu varata la così detta “legge Pinto”, la quale come unico rimedio a dette inutili perdite di tempo permette di accedere a dei risarcimenti (davvero irrisori e soprattutto con oneri stringenti in capo al richiedente) per coloro i quali si trovassero nella condizione di dover aspettare l’esito di un giudizio ormai da anni.

Ovviamente questo non solo non ha risolto il problema ma, di fatto, ha dato una scappatoia a giudici e funzionari che si fanno scudo di un ipotetico risarcimento per il loro inutile procrastinare alla quale il malcapitato può fare richiesta di accedere.

A parer mio sarebbe molto più utile prevedere dei termini certi e tassativi entro i quali giudici ed amministratori siano tenuti a emettere il loro atto/parere, esponendosi, in caso di mancato rispetto degli stessi, ad una procedura di infrazione che possa quanto meno portate a una valutazione dei metodi decisionali utilizzati e sfrondare quelle pratiche che hanno portato a non essere in grado di rispettare i tempi previsti.

Ci adeguiamo continuamente a “parametri europei” su decine di materie spesso anche pesantemente incidenti nelle vite quotidiane di tutti noi e che spesso portano con sé oneri anche di un certo rilievo e senza un beneficio immediatamente apprezzabile, perché non farlo su una materia che invece potrebbe cambiare le sorti di un’intera nazione?

Questa piccola norma potrebbe portare ad un’ enorme rivoluzione.

La nostra cara Italia, da decenni rassegnata all‘immobilismo dettato dalla più inutile burocrazia, potrebbe finalmente trovare uno spunto per rialzarsi e cominciare a correre in questo mondo dove la colpa più grave è divenuta la mancata azione.

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La maieutica di Michalis Traitsis

La maieutica di Michalis Traitsis

Il 13 Febbraio, presso la Sala Estense di Ferrara , si è tenuto l’incontro pubblico di “restituzione” ai cittadini, dell’edizione 2022 del pluriennale progetto “Il teatro e il benessere”, diretto dal regista-pedagogo teatrale Michalis Traitsis, e a cura del Balamós Teatro, Il progetto è rivolto a persone con malattie neurodegenerative, care givers familiari e non, ma dal video proiettato e dalle  interviste agli “attori partecipanti”, risulta aperto a tutti, mostrando un gruppo eterogeneo di persone che hanno testimoniato la valenza positiva e di empowerment dell’esperienza teatrale svolta.

Il video proiettato, contenente le interviste agli attori e parte dello spettacolo finale del 2022 “Radio Agorà”, è del regista e videomaker romano Marco Valentini, le fotografie di Andrea Casari, e la collaborazione artistica Patrizia Ninu.

Le interviste agli attori che si intercalano nel video non  sono apparse affatto scontate, ma parte del percorso di espressione di sé, fino alla ben più scabrosa fase dell’esposizione di sé che un’intervista pubblica comporta. La prima cosa che ho notato è la prevalenza femminile del gruppo, a conferma dell’ormai evidente  latitanza maschile in tutte le occasioni in cui non si ricopre un ruolo istituzionale, ma é necessario mettersi in gioco o, ancora peggio, “metterci la faccia”. I pochi maschi partecipanti  apparivano comunque particolarmente spontanei, autentici, genuini, come il simpatico attore dello spettacolo che si è espresso in un dialetto ferrarese puro,  strappando un sorriso a tutti i concittadini ancora in grado di capirlo.

Il primo aspetto che emerge dalla visione di interviste e spettacolo del gruppo, raccolti nel video, è infatti il tema della visibilità, del fare uscire dall’oscurità e dalla solitudine persone destinate alla  marginalizzazione sociale per svantaggi dovuti a problemi di  salute di carattere degenerativo, a renderli protagonisti di un percorso fruibile anche dagli altri: gli spettatori .
L’obiettivo del progetto , promosso dall’assessorato delle politiche sociali del comune di Ferrara dal 2015,  di democrazia partecipata, di inclusione dei soggetti sociali deboli, del teatro come “ arte della partecipazione e della relazione” risulta pienamente raggiunto.

L’altro aspetto che appare evidente nel lavoro presentato attraverso il video, ma anche dall’incontro e dalla discussione è il ruolo determinante, la assoluta importanza della figura del regista.

Ma come si confeziona uno spettacolo teatrale, degno di essere considerato un prodotto artistico, dalle performance di soggetti eterogenei sotto tutti i punti di vista, così come le interviste agli attori rendono evidente?

A questo punto entra potentemente in campo il percorso di Michalis Traitsis, esplicitato al pubblico dall’intervento di Domenico Giuseppe Lipani, direttore Centro Teatro Universitario di Ferrara. Un percorso, snodatosi negli ultimi sette anni e che, visto l’amore per la cultura greca e il teatro classico  di Michalis, io definirei socratico. Si parte dal conosci te stesso, con i tuoi limiti e le tue potenzialità, per esprimerti, con umiltà e orgoglio, tendendo verso “l’altro”. La relazione con se stessi e con gli altri nasce nello spazio vuoto del teatro come punto di incontro, lasciando la libertà al “non ancora accaduto” di accadere. Ed accade sempre, affermano gli attori nelle interviste, stupiti di essersi mossi , di aver superato paure e limiti, di aver incontrato altri diversi ed uguali a loro.

Dalla relazione nasce il gruppo, la coscienza di esserlo, la voglia di esprimerlo nello spettacolo, obiettivo comune di un cammino individuale e collettivo Lo spettacolo del 2022, “Radio Agorà”, di cui nel video si vedono alcuni spezzoni, restituisce il gruppo alla piazza, e la piazza al gruppo. Luogo collettivo di proprietà comune, come nell’antica Grecia, che ha la peculiarità di trasformare voci deboli, o perfino anche stonate, in un bellissimo coro.  Ed è in questo momento che emerge l’arte maieutica del regista, Michalis Traitsis, che ha tratto alla luce, aiutato a nascere  la parte più vera di ciascuno.

Per la prima volta ho capito che un regista è qualcuno che vede prima che sia visibile, che vede l’arte nella realtà viva degli esseri umani, che li vede come un’opera d’arte. Compie la sintesi, come ha detto lo stesso Michalis, fra etica ed estetica, mettendo in scena  uno spettacolo artistisco proprio dove la vita sembra trasformarsi in orrore.
Nel dibattito sulla “democratizzazione della cultura” si può incorrere nel rischio di un tradimento della vera arte, che non é affatto democratica, ma quasi sempre creata da eccellenze individuali, è emersa la posizione  di Michalis che ha ripetuto più volte; “Non basta fare teatro, bisogna farlo bene”. In conclusione, pur riconoscendo il valore terapeutico dell’esperienza, a tutti i livelli, non è necessario che gli attori siano artisti, se non di se stessi, ma il regista, come direttore d’orchestra di esseri umani, deve esserlo, e Michalis Traitsis, come ha dimostrato nei suoi spettacoli,  lo è.

Il sito di Balamós Teatro: https://balamosteatro.org/

Le foto nel testo sono di Andrea Casari

Presto di mattina /
Città aperta

Presto di mattina. Città aperta

“Anche le città hanno i loro sogni”

«Anche le città hanno i loro sogni», scrive Adam Zagajewski (1945_), per frangere il silenzio della memoria e dell’oblio (Guarire dal silenzio, Mondadori, Milano 2020, 29). Città sommerse e salvate, perdute e ritrovate sono le sue, stando ai luoghi narrativi coniati da Italo Calvino nelle Città invisibili.

Ma fra tutti i sogni quello più ricorrente di una città è di diventare una città aperta, sogno che attende anche noi per farsi vero: «La città è aperta,/ aperti sono il vento e l’errare da un polo all’altro,/ senza potersi fermare o essendo troppo fermi,/ o simulando soltanto – malgré soi – il movimento,/ in una immobile inarrestabilità;/ tutto ciò che è accaduto/ sta aspettando te» (ivi, 132).

Città aperta è pure quella che, al pari della poetica di Zagajewski, sarà capace di declinare la realtà storica con il senso profondo della condizione umana che abita in essa. Così per il nostro autore città aperta è quella che incontra e riscopre i volti, perché sono i volti che edificano una città: i volti di coloro che arrivano, di quelli che partono o restano. Per questo una città aperta è pure città contemplativa che domanda: “mostrami il tuo volto, il tuo volto io cerco” (Sal 26, 8-9) ed è città profetica, una profezia di intimità: “la tua parola nel mio cuore”, (Sal 119, 11).

Di sera sulla piazza del mercato splendevano i volti
di persone che non conoscevo. Guardavo avidamente
i volti umani: ognuno era diverso,
ognuno diceva qualcosa, persuadeva,
rideva, soffriva.
Pensai che a costruire la città non sono le case,
non le piazze, i boulevard, i parchi, le ampie strade,
ma i volti avvampanti come lampade,
come i bruciatori dei saldatori, che di notte
nelle nuvole delle scintille riparano il ferro
(ivi, 83).

Ma pure vi è una città chiusa, quella del sottosuolo. Essa «è una sala d’attesa dove ogni giorno/ muori della malattia da ratto/ di chi chiude gli occhi per non vedere il male» (ivi, 270).

Poesia, sbiadita foglia che si colora al crepuscolo

«Mi passò per la testa che la poesia non poteva essere proprietà di una nazione, perché altrimenti lo Stato se ne potrebbe impadronire. La poesia non è di nessuno. “Si fa rosa al crepuscolo la tua sbiadita foglia”, mentre qui vicino a me si odono elucubrazioni inquisitorie sul compito della letteratura in un periodo di transizione. Ridevo e sapevo che, così facendo, seppellivo ogni mia possibile carriera; da quel momento sarei stato quello che aveva violato la solennità delle riunioni di partito» (Tradimento, Adelphi, Milano 2007, 119).

Ha scritto di Zagajewski il poeta Czeslaw Milosz: «La sua è una tessitura in cui fiori, alberi e uomini convivono in un’unica scena. Ma questo mondo ricreato dall’arte non è un luogo di fuga, al contrario è in relazione con la cruda realtà di questo secolo».

Derek Walcott, il poeta dell’isola di santa Lucia nelle Antille, ha definito la poesia di Zagajewski “voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Milosz, Celan, Brodskij».

Adam Zagajewski nasce a Leopoli nel 1945, città che con la sua famiglia dovette abbandonare, espulsa dai sovietici che se ne erano impadroniti nel 1944. Visse a Gliwice e Slesia, territorio tedesco annesso alla Repubblica Popolare di Polonia. Per “guarire il silenzio” ha provato ad essere voce del “mondo storpiato”, ingegnandosi a cantare l’asimmetria, la mancanza di corrispondenza tra passato e il qui ed ora.

Egli ritrova così Leopoli, la sua «piccola patria», in ogni luogo e città dove si reca. Così egli scrive: «Leopoli è ovunque» e ad essa bisogna ritornare, come a Gerusalemme. «Ogni città/ deve diventare Gerusalemme e ogni essere umano/ un ebreo, e adesso, in fretta e furia,/ fare solo le valigie, sempre, ogni giorno/ e andare fino all’ultimo respiro, andare/ a Leopoli, è infatti pur vero che esiste,/ serena e pura come una pesca./ Leopoli è ovunque», (Guarire il silenzio, 212).

È così sempre straniero, in cerca di una patria, cercando il proprio volto e quello della sua patria nei volti e nelle città altre. Quello che non è più viene reso visibile declinandolo con la concretezza del mondo presente e lo spirito si fonde con le cose della terra. Luoghi e cose avvolte in un silenzio impenetrabile, silenzio a cui le domande essenziali non si rassegnano perché nulla resti senza voce; incessanti incalzano, facendo danzare l’ago del tempo interiore: solo le domande, le parole che restano a prendersi cura del silenzio, lo rendono vivo.

La levigata pelle degli oggetti tesissima,
quanto il tendone di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Salve, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come le palpebre, dicono le cose,
tocchiamo sia l’occhio sia l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E improvvisamente sono io che prendo a dire: o cose,
sapete cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, smarrite, sole?
Avete mai pianto? Conoscete l’angoscia?
La vergogna? Avete mai incontrato l’invidia e la gelosia,
i piccoli peccati che non sono abbracciati dal perdono?
Avete mai amato? Siete mai state vicine alla morte,
di notte, quando il vento apre le finestre e penetra
nel cuore fattosi freddo? Avete mai capito, vissuto
la vecchiaia, il tempo, l’effimero? E il lutto?
Cala il silenzio.
Sul muro danza l’ago del barometro
(ivi, 178-179).

E ancora domande, conversando con Friedrich Nietzsche.

Illustrissimo signor Friedrich:
mi sembra di vederla, sì,
sulla terrazza del sanatorio, all’alba,
quando cala la nebbia e il canto fa esplodere
le gole degli uccelli.

Voglio domandarle cosa sono le parole e cos’è
la chiarità, perché le parole ardono
finanche dopo cent’anni, benché la terra
sia così pesante, dura.
Se, tuttavia, non c’è Dio e nessuna forza
assembla variegati elementi, allora
cosa sono le parole e da dove scaturisce
la loro luce interiore?
E da dove deriva la gioia? Dove approda il nulla?
Dove dimora il perdono?
Perché i piccoli sogni svaniscono sul far del giorno
mentre quelli grandi crescono?
(ivi, 178).

Continue domande

Quei brevi istanti
Che si verificano così raramente –
Sarebbe questa la vita?
Quei pochi giorni
In cui ritorna la chiarità –
Sarebbe questa la vita?
Quei momenti in cui la musica
Riacquista la propria dignità –
Sarebbe questa la vita?
Quelle rare ore
In cui l’amore trionfa –
Sarebbe questa la vita?
(ivi, 16)

Dalla città alla poesia, ricerca di fulgore

Domanda: «Perché Lei scrive sempre delle città?». La risposta di Zagajewski sta in un verso, una parola greca «Periágoge» (ivi, 121), termine che si trova in Platone nel mito della caverna e dice l’azione di voltarsi, condurre intorno, percorrere, girare la testa, volgere lo sguardo, proprio come è principio di trasformazione l’uscire fuori e andare verso l’altro.

Così la città aperta costituisce lo spazio di questa conversione. Rivolta alla città la poesia stessa libera l’immaginazione perché trova in essa la sua ispirazione: «Tutto rinasce. L’ispirazione si spegne e rinasce. Il desiderio» (ivi, 122).

Non si tratta dunque solo di un’emozione o dell’astrazione di un sentimento momentaneo, ma di un sapere e un conoscere ardente del mondo. L’ispirazione poetica è generativa di un discernimento: «Una cosa è certa il mondo è vivo ed arde» (ivi, 125).

Così Zagajewski, oltre a cantare un mondo storpiato, prova a ricucire la cesura tra la poesia e il mondo, tra l’ispirazione e la storia, tra la città e il poeta. Una poesia, la sua, che canta non solo della fragilità e dell’oscurità del mondo, ma dello stupore e di una mai rassegnata speranza. Di più: «l’ispirazione è molto vicina all’incarnazione della gioia»:

La poesia è gioia sotto la quale si nasconde la disperazione
E sotto la disperazione
Di nuovo c’è la gioia
(ivi, 126).

«La poesia chiama alla vita, al coraggio/ al cospetto dell’ombra che si fa più grande» (ivi, 141). Ma proprio nel baratro dell’umano la poesia è alla ricerca del suo fulgore

Nelle strade e nei viali della mia città
col crepitio di un silenzio attivo e vivissimo
sotto le ceneri sta concentrata su un’opera l’oscurità.
La poesia è ricerca del fulgore
(ivi, 136).

Scrive Antonio Spadaro: «Ecco, dunque, a nostro giudizio, che cosa ha inteso dire Zagajewski nella sua lectio magistralis se la poesia ci innalza al di sopra della rete empirica delle circostanze che forma il nostro destino, lo fa perché spontaneamente colloca il lettore – ora drammaticamente, ora soavemente – sull’orlo dell’abisso della sua origine, del suo inizio, spingendolo verso una conoscenza più profonda e radicale di se stesso e della realtà.

L’ispirazione, in maniera più o meno oscura, conduce il poeta e l’artista su quell’orlo abissale al mistero della sua scaturigine. La stessa teologia non è affatto sorda a questa condizione. Esperienza dell’origine, teologicamente intesa, è l’esperienza della creazione, della quale l’ispirazione, in qualche modo, partecipa …

Il Novecento, globalmente inteso, ha scelto, fondamentalmente, l’abisso inteso come baratro. L’arte, come il pensiero, ha privilegiato il nichilismo, la condizione tragica dell’uomo come “essere per la morte”, e l’angoscia come condizione affettiva fondamentale. Altri sono i toni di Adam Zagajewski» (Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura, Jaca Book, Milano 194-195; 196).

La poetica di Zagajewski, nonostante l’incompiutezza, l’inconsistenza e tragicità della condizione umana, in bilico sul baratro, si innalza nell’abisso del suo “essere per la vita”; vi scorge a tratti il lento svilupparsi dell’essere umano e l’affiorare del volto d’altri, come quando poco alla volta cresce la costruzione di una nuova città e le relazioni con le persone:

Solo l’amore e il tempo, se fanno pace,
ci permettono di vedere l’altro essere umano
nella sua misteriosa, complicata essenza,
che lenta si sviluppa sicura, come una nuova città
su una pianura o in mezzo a verdi colli
(Guarire dal silenzio, 110-111).

E dalla poesia alla città: “aspettando pazienti la verde fiamma delle foglie”

Zagajewski lo ha fatto ricordando con una sua poesia una delle opere più rappresentative del neorealismo cinematografico: Roma città aperta di Roberto Rossellini. Con il termine città aperta si intende quell’accordo stretto tra belligeranti in una città, volto a rinunciare alla lotta armata e ai combattimenti per evitarne la distruzione.

Ma per Roma non fu così: l’accordo non venne riconosciuto dagli alleati che bombardarono l’Urbe ben 51 volte dall’agosto del 1943 al giugno 1944. Se l’occupazione tedesca risparmiò il patrimonio storico e architettonico della città, fu però devastante per la popolazione con deportazioni di militari italiani e degli ebrei, con la prigione di via Tasso e le Fosse Ardeatine.

Giorno di marzo, quando gli alberi sono ancora spogli;
i platani aspettano
pazienti la verde fiamma delle foglie.
La polvere copre i templi; cinabro e ocra, arancio e
bordeaux,
ampie macchie di cannella.
Perché abbiamo smesso di parlare?
A Palazzo Barberini il bellissimo Narciso fissa il proprio
volto,
inanimato.
Città bronzea, che ripete sempre: mi dispiace.
Città bronzea, cui approdano stanche divinità greche,
come impiegati dalla provincia.
Oggi vorrei vedere i tuoi occhi senza collera.
Città bronzea, che cresce sui colli.

Lungo il Tevere corrono bambini dalle buffe mantelle
scolastiche
di inizio secolo;
accanto una cinepresa e riflettori. Corrono per il film,
non per se stessi.
Davide si vergogna per l’assassinio di Golia.
Perdonami il mio silenzio. Perdonami il tuo silenzio.
Città piena di statue; solo le fontane cantano…
(Dalla vita degli oggetti, Adelphi, Milano 2012, 194-195).

Ferrara città aperta

Vai attraverso questa città nel momento buio
quando la tristezza si nasconde nei portoni ombrosi
e i bambini giocano con palloni
che trascorrono come aquiloni
sugli inquinati pozzi dei cortili
e sottovoce, canta incerto l’ultimo merlo.

Pensa alla tua vita, che ancora dura
sebbene tanto a lungo sia già durata.
Hai saputo esprimere perlomeno una piccola parte
della totalità, domando.
Se hai visto lo squallore, hai saputo
dargli un nome, domando.
Se hai incontrato qualcuno che davvero viveva
autenticamente, hai saputo riconoscerlo?
(Guarire il silenzio, 93-94).

Anch’io passo così dalla poesia alla città, riportando alcuni testi del vescovo Gian Carlo Perego della lettera pastorale di quest’anno: Insieme sulla strada di Emmaus, che come sappiamo è una strada percorsa da due discepoli delusi e tristi, mentre abbandonano la città santa di Gerusalemme.

Ma ad accompagnarli sopraggiunge un Forestiero che farà loro ardere nuovamente il cuore e a cui diranno per annullare ogni separazione e distanza: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. E quell’incontro aprirà loro gli occhi, e subito li farà ritornare alla città pieni di gioia, quando era ancora buio, per scacciare con la buona notizia la tristezza dei fratelli rimasti chiusi a Gerusalemme.

Cittadinanza

«In una città mobile conta molto l’estensione e non la limitazione della cittadinanza, cioè della responsabilità sociale e politica. La necessità di educare alla cittadinanza viene da “una forte tendenza individualistica” che permea la società, che limita l’azione e la dimensione sociale come semplicemente funzionale a degli interessi personali. È la perdita del “bene comune”, dell’“insieme”, come fine dell’agire sociale, ma anche la perdita dell’“interesse”, della “passione sociale”, come molla dell’azione sociale. Tutto questo indebolisce le relazioni, indebolisce la città»(27- 28).

Ospitale

«La storia cristiana ha sempre pensato la città come luogo e forma di tutela, con una preferenza per i poveri (orfano, vedova, straniero, malato…). L’Ospitium, l’Ospitale, la foresteria, la casa, la scuola, l’officina, l’ambiente/giardino sono i luoghi centrali attorno ai quali cresce la città e crescono gli interessi comuni. Riprendere e riproporre un’idea di città, di cosa sta al centro della città, di fronte alla crescita di tentativi di periferizzazione della città, è molto importante oggi» (29).

Le attese della povera gente

«Occorre costruire in città una nuova relazione diffusa e intelligente, con un’attenzione preferenziale ai più deboli, con un orecchio alle “attese della povera gente”: di chi arriva e rimane ai margini della città, di chi è espulso dalla città, di chi è solo tra le case, di chi abbandona la scuola, di chi ha paura – sia in senso fisico che psichico –, di chi non ha famiglia, di chi perde il lavoro, lo coniuga con i tempi di attesa, di chi lavora irregolarmente ed è schiavo di nuovi meccanismi di caporalato o d’impresa o d’agenzia.

Non è sufficiente identificare, conoscere. Occorre incontrare e accompagnare per costruire una relazione costruttiva e risolutiva, in termini di promozione, libertà, protezione. Solamente l’incontro aiuta a costruire relazioni che vincono la paura, aprono al confronto, invitano al dialogo. Il nostro variegato mondo del volontariato è un ‘segno’ da valorizzare e far crescere» (30-31).

Città aperta

«Una città così chiede la partecipazione e la responsabilità di tutti, una nuova coscienza civile per vincere insieme quelli che La Pira e il card. Martini consideravano i mali della città: la violenza, la solitudine, la corruzione. Papa Francesco ci ricorda che questi mali possono essere superati solo attraverso “reti comunitarie” per il cambiamento (cfr. Laudato si’, 219) che generano fraternità.

Dobbiamo come cristiani e comunità cristiane che vivono nella città moltiplicare le occasioni di dono, di volontariato, di gratuità, in collaborazione con altre persone e istituzioni anche se non condividono la nostra fede: “uomini di buona volontà”, con cui condividere il cammino di pace e di non violenza, la tutela e la cura del creato, la tutela dei più deboli» (36).

Guarda anche me

Guardava me un Cristo olivastro
dai piccoli quadri del trecento;
non ne capivo lo sguardo,
ma volevo aprirmi a lui.
Il Cristo bruno, raccolto,
tutto concentrato, inquadrato
nelle cornici d’oro di Bisanzio,
guardava me, mentre io
ero assorbito da altro
(Guarire il silenzio, 80)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

PLASTICA, DA PROBLEMA A SOLUZIONE:
l’impegno del CDS per promuovere un polo tecnologico per il riciclo integrale della plastica

Plastica, da problema a soluzione. Il CDS Cultura e “il progetto per il riciclo integrale della plastica” che lega la storia e il futuro della chimica ferrarese

Nei primi anni ’70 del secolo scorso, quando l’economia era “lineare”, le fabbriche italiane diventarono veri e propri  – si direbbe oggi – think tanks: organismi, tendenzialmente indipendente dalle forze politiche (anche se non mancavano quelli governativi), che si occupavano di analisi delle politiche pubbliche e quindi di settori che vanno dalla politica sociale alla strategia politica, dall’economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche industriali, sindacali, alle consulenze militari, sino all’arte e alla cultura.

Le fabbriche cioè contribuirono a fondare  quel patrimonio di consapevolezza sui diritti e sui modelli di democrazia che i lavoratori e diciamo la società non avevano mai vissuto prima.

È in questo periodo che nasce nel 1972, all’interno del consiglio di fabbrica della Montedison, il CDS (Centro di Documentazione Sindacale) come vero e proprio think tank ante litteram del territorio ferrarese che partì come strumento di comunicazione e documentazione a favore dei lavoratori, superando le pubblicazioni ciclostilate, per diventare successivamente una iniziativa editoriale e quindi un centro di ricerca, di studio e di dibattito su una vastità di temi che andavano ben oltre l’ambito sindacale e il contesto locale.

Da quella data si assiste così a un crescendo di proposte e esperienze comunicative e di studio che porteranno nel 1987 alla nascita dell’AEF (Annuario Socio-Economico Ferrarese), che esce ormai ininterrottamente da 35 anni con la collaborazione di studiosi e competenti di varie discipline socioeconomiche anche di livello nazionale.

Il CDS, nel frattempo diventato Centro Documentazione Ricerca e Studi, attraverso l’AEF e altre pubblicazioni specifiche veicola in continuità le migliori esperienze e pratiche sui più diversi argomenti grazie alla collaborazione fra tecnici, docenti, imprenditori, amministratori, avendo come unico parametro di valutazione la corretta esposizione e trasmissione delle informazioni e dei dati.

La nascita all’interno del Petrolchimico ha determinato una sorta di imprinting per il CDS che, nei suoi 50 anni di vita, ha sempre riservato una particolare attenzione alla vita dello stabilimento anche attraverso la pubblicazione di volumi dedicati tra i quali recentemente, Il nuovo Master: lavorare apprendendo (2005), Ferrara e il suo Petrolchimico, volume 1° (2006), Ferrara e il suo Petrolchimico, volume 2° (2020), Per Pino, oltre l’orizzonte (2022).

Da tale imprinting è nata, circa due anni fa, l’intuizione di prospettare il riciclo della plastica come futuro sostenibile per il Petrolchimico di Ferrara e per la Petrolchimica nel nostro Paese e in Europa.

Nella lettera di convocazione di possibili partner per una riunione preliminare, si dichiarava il 31 agosto 2020 che, “tenuto conto della vocazione industriale del territorio ferrarese e delle competenze maturate in tanti anni di vita del Petrolchimico, CDS Cultura OdV si fa promotore di una iniziativa finalizzata a dimostrare che, in particolare, le materie plastiche sono in grado di supportare la crescita di business circolari, se opportunamente e convenientemente utilizzate”.

Il Progetto Mascherine,  purtroppo frenato dal punto di vista operativo dalla presenza del Covid, ha rappresentato un primo step di questa iniziativa attraverso l’avvio di un rapporto privilegiato con il mondo della scuola e della formazione, considerato fondamentale per la buona riuscita di un progetto prima di tutto culturale, a partire  dal’IIS Copernico Carpeggiani.

Due anni fa CDS Cultura OdV, si è fatto promotore di un progetto per il riciclo integrale della plastica con la individuazione della filiera alternativa a quella classica dell’ “usa e getta”, una filiera cioè davvero circolare e che scongiurasse la destinazione finale del rifiuto in una discarica, in un termovalorizzatore o, peggio ancora, nell’ambiente.

Tale progetto si caratterizzava per il fatto di risultare un progetto veramente sostenibile e di natura transculturale perché avrebbe potuto soddisfare le imprese, l’ambiente, il risparmio energetico, il lavoro, l’identità e la partecipazione del territorio.

Il 22 settembre 2022 il progetto è stato presentato alla manifestazione RemTech EXPO 2022 e CDS Cultura OdV ha partecipato come coordinatore della sezione “Risanamento e Economia Circolare”.

Molte cose sono successe in quest’ ultimo anno:
la definitiva chiusura del cracking di Porto Marghera, il cambio di governo, gli sviluppi delle nuove tecnologie di riciclo chimico e soprattutto un evidente cambio di strategia spinto dalle politiche EU verso la circolarità, la sostenibilità, la transizione energetica delle aziende insediate nel petrolchimico di Ferrara.

Tutto questo sempre all’interno di un quadro complessivo molto ostile nei confronti della plastica ritenuta una delle più grandi responsabili dei problemi ambientali (è inutile ricordare gli slogan e le campagne contro la plastica anche in una regione come l’Emilia-Romagna a trazione plastica, come testimoniato dalla presenza di importanti players nella motor valley della via Emilia e nel il polo biomedicale di Mirandola).

Il progetto sulla creazione di un Polo Tecnologico sul Riciclo Integrale della Plastica è stato purtroppo seriamente compromesso per le scelte politico-industriali (ovvero per una vera e propria mancanza di politiche industriali) nel nostro Paese.
I risultati della ricerca sul Riciclo Chimico, svolte qui a Ferrara e grazie agli investimenti di  multinazionali insediate all’interno del Petrolchimico, saranno così sfruttati industrialmente in altri Paesi.

Sarebbe stato sufficiente come proposto dal CDS la creazione di un consorzio pubblico-privato in grado di farsi carico di una filiera semplice che prevedesse la raccolta dei rifiuti plastici, la loro selezione a favore di materiali ben noti in quanto produzioni storiche del polo industriale, riciclare meccanicamente e chimicamente il rifiuto plastico di pregio e produrre in un’ottica davvero circolare e sostenibile quella virgin nafta non più di derivazione fossile ma da una fonte rinnovabile come di fatto è il rifiuto plastico.

Fortunatamente a fianco alle difficolta di un progetto, un altro persevera e continua ed è quello del CDS, il think tank che opera ormai da 50 anni in città e che con il patrocinio dell’ASviS , l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, ha organizzato per il 29 settembre 2024 un workshop aperto alla cittadinanza dal titolo: Plastica, problema o soluzione?
Gli interventi previsti nel workshop intenderanno:
1) recuperare o almeno ripristinare una corretta informazione sulla plastica;
2) raccontare la storia di un territorio che non esprime solo cultura umanistica ma anche scientifica;
3) dare un’occhiata all’interno del Polo Industriale e Tecnologico di Ferrara;
4) cogliere le potenzialità del riciclo attraverso uno slogan semplice ma efficace come questo: la plastica del futuro è la plastica del passato.

Scritto da Giuseppe Ferrara e Sergio Foschi 

TERZO TEMPO
La coppa Topolino

La coppa Topolino

Nel vastissimo frasario del tifoso italiano ci sono due sfottò interscambiabili, entrambi finalizzati a sminuire o a ridicolizzare i trofei conquistati dalle squadre avversarie: la Coppa del Nonno e il Trofeo Birra Moretti – quest’ultimo è stato il primo assaggio di calcio estivo per più di un decennio. Ebbene, l’equivalente inglese di tutto ciò è la cosiddetta Mickey Mouse Cup, espressione con cui il pubblico d’oltremanica si riferisce solitamente alla Coppa di Lega inglese o, più in generale, a qualsiasi altra competizione di rango inferiore alla Premier League.

Insomma, da circa trent’anni la “Coppa Topolino” è un po’ sulla bocca di tutti: dai tifosi agli opinionisti, passando addirittura per i giocatori – qui, ad esempio, un giovanissimo Harry Kane dice che la Premier League non è una Mickey Mouse Cup qualsiasi. Inoltre, l’appellativo disneyano può essere utilizzato per bollare come scarso un giocatore o un arbitro: lo sfogo più famoso in tal senso è quello dell’ex allenatore del Newcastle Jon Kinnear, il quale, in seguito alla sconfitta per 2-1 sul campo del Fulham nel novembre del 2008, se la prese un po’ con Martin Atkinson per via di un calcio di rigore non fischiato.

“If we’d had a proper referee we’d have come away with something. It was a blatant foul, a blatant push prior to the penalty. Johnson completely pushes Caçapa out of the way – straight hands, just a push. But it was just a Mickey Mouse ref doing nothing.”

Lo striscione con la scritta “Mickey Mouse Treble” è invece opera della Stretford End, cioè la curva ovest di Old Trafford, e fu esposto al Millennium Stadium di Cardiff in occasione della sfida tra Manchester United e Liverpool nell’agosto 2001. Com’è intuibile dall’immagine, lo striscione rimarcava la differenza tra l’irripetibile treble dello United 1998/1999 e quello di minor prestigio realizzato dai Reds proprio nel 2001. Senonché, sedici anni più tardi lo United di José Mourinho ha messo in bacheca un treble più o meno identico a quello sbeffeggiato dalla Stretford End, dando così ai tifosi del Liverpool l’opportunità di rendere pan per focaccia; d’altronde, lo stesso Manchester United ci ha messo del suo nell’evidenziare quell’analogia: infatti, su suggerimento di Mourinho, i giocatori e lo staff tecnico hanno festeggiato la vittoria dell’Europa League 2016/2017 indicando con le dita il numero tre [Qui].

Quanto costa la “transizione energetica”?
In Congo l’estrazione di cobalto e rame viola i diritti umani

Quanto costa la “transizione energetica” ? In Congo l’estrazione di cobalto e rame sta comportando gravi violazioni dei diritti umani. La denuncia di Amnesty International: ecco le testimonianze. 

L’espansione, su scala industriale, delle miniere di cobalto e rame nella Repubblica Democratica del Congo ha portato al trasferimento forzato di intere comunità e a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui aggressioni sessuali, incendi dolosi e percosse. In un rapporto congiunto, dal titolo Stimolare il cambiamento o continuare come sempre?”, Amnesty International e l’organizzazione congolese Iniziativa per il buon governo e i diritti umani descrivono nel dettaglio come la frenetica competizione delle aziende multinazionali per espandere le operazioni minerarie abbia causato lo sgombero forzato di intere comunità dalle proprie abitazioni e terre agricole.

“Le attuali espulsioni forzate, causate dall’intento delle aziende di ampliare i propri progetti minerari di rame e cobalto su vasta scala, stanno devastando vite umane e devono essere immediatamente fermate”, ha affermato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“Amnesty International riconosce l’importante funzione delle batterie ricaricabili nella transizione energetica dai combustibili fossili. Tuttavia, la giustizia climatica esige una transizione equa. La decarbonizzazione dell’economia globale non deve comportare ulteriori violazioni dei diritti umani”, ha proseguito Callamard.

“Le persone che vivono nella Repubblica Democratica del Congo hanno subito maltrattamenti significativi e sfruttamenti in epoca coloniale e post-coloniale. I loro diritti continuano a essere sacrificati mentre la ricchezza intorno a loro viene depredata”, ha concluso Angès Callamard.

La crescente domanda per le cosiddette “tecnologie per l’energia pulita” ha creato una corrispondente richiesta di alcuni metalli, tra cui rame e cobalto, che sono essenziali per la produzione della maggior parte delle batterie al litio. Queste vengono utilizzate per alimentare una vasta gamma di dispositivi, tra cui auto elettriche e telefoni cellulari. La Repubblica Democratica del Congo possiede le più grandi riserve di cobalto al mondo e la settima più grande riserva di rame.

La batteria di un veicolo elettrico richiede più di 13kg di cobalto, mentre una per un telefono cellulare ne richiede circa 7g. Si stima che la domanda di cobalto raggiungerà le 222.000 tonnellate entro il 2025, dopo essersi già triplicata rispetto al 2010.

“Le persone vengono sgomberate forzatamente, minacciate o intimidite affinché lascino le loro case o ingannate a dare il loro consenso a risarcimenti irrisori. Spesso non esiste alcun meccanismo di reclamo, responsabilità o accesso alla giustizia”, ha dichiarato Donat Kambola, presidente dell’Iniziativa per il buon governo e i diritti umani.

Candy Ofime e Jean-Mobert Senga, ricercatori di Amnesty International e co-autori del rapporto, hanno aggiunto: “Abbiamo riscontrato ripetute violazioni delle salvaguardie legali prescritte dalle leggi e norme internazionali sui diritti umani, nonché dalle leggi nazionali, oltre a una totale disattenzione per i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani”.

Per realizzare il rapporto “Stimolare il cambiamento o continuare come sempre?”, Amnesty International e l’Iniziativa per il buon governo e i diritti umani hanno intervistato più di 130 persone in sei progetti minerari diversi nella città di Kolwezi e nelle zone circostanti, nella provincia meridionale di Lualaba, durante due visite separate nel 2022.

I ricercatori hanno esaminato documenti, corrispondenza, fotografie, video, immagini satellitari e le risposte ottenute. Nel rapporto sono inclusi i risultati emersi in quattro siti minerari. Di seguito sono narrate le violazioni dei diritti umani, relative agli sgomberi forzati, in tre di questi siti. Per quanto riguarda il quarto, quello di Kamoa-Kakula, il rapporto ha evidenziato prove di una ricollocazione inadeguata. È possibile accedere alle risposte delle aziende menzionate nel rapporto qui: https://www.amnesty.org/en/documents/AFR62/7010/2023/en.

ABITAZIONI DEMOLITE A CAUSA DI UNA MINIERA IN ESPANSIONE IN CITTÀ

Nel cuore della città di Kolwezi, antiche comunità sono state distrutte dopo la riapertura di una vasta miniera a cielo aperto di rame e cobalto nel 2015.

Il progetto è gestito dalla Compagnie Minière de Musonoie Global SAS (Commus), una joint venture tra l’azienda cinese Zijin Mining Group Ltd e la Générale des Carrières et des Mines SA (Gécamines), l’azienda mineraria statale della Repubblica Democratica del Congo.

Il quartiere colpito di Cité Gécamines ospita circa 39.000 persone. Le case sono tipicamente composte da più stanze e si trovano in complessi recintati con acqua corrente ed elettricità. Ci sono scuole e ospedali nelle vicinanze.

Da quando le attività minerarie sono riprese, centinaia di residenti sono stati costretti a evacuare o avevano già dovuto lasciare le proprie abitazioni precedentemente. Le comunità locali non sono state adeguatamente consultate e i piani di espansione della miniera non sono stati resi pubblici. Alcuni residenti hanno appreso che le loro abitazioni sarebbero state demolite solo dopo che alcune croci rosse erano comparse sulle loro proprietà.

Edmond Musans, 62 anni, costretto a demolire la propria casa e andarsene, ha raccontato:
“Non ci è stato chiesto di trasferirci, l’azienda e il governo sono venuti a dirci: ‘Ci sono dei minerali qui’”.

Musans ha contribuito alla formazione di un comitato di rappresentanza per gestire gli interessi di oltre 200 famiglie a rischio di sfratto, chiedendo alla società Commus un risarcimento più elevato di quello che veniva loro offerto. Il comitato ha condiviso le proprie lamentele con le autorità provinciali, senza successo.

Le persone sfrattate hanno raccontato che il risarcimento offerto dalla Commus non era sufficiente per permettere loro di acquistare abitazioni equivalenti. Di conseguenza, molti sono stati costretti a trasferirsi in proprietà prive di acqua corrente o di un’alimentazione elettrica affidabile alla periferia di Kolwezi, con un drastico calo del loro tenore di vita. Tuttora non dispongono di mezzi efficaci di rimedio o per appellarsi.

Un ex residente ha dichiarato: “Avevo una grande casa, con elettricità, acqua… Ora ne ho una piccola, che è tutto ciò che potevo permettermi con il risarcimento… dobbiamo bere acqua da pozzi… quasi nessuna elettricità”.

Cécile Isaka, un’altra ex residente, ha detto che le esplosioni per ampliare la miniera hanno causato crepe così ampie da farle temere il crollo della sua abitazione. Senza altre opzioni praticabili, ha accettato l’offerta di risarcimento e ha smantellato la sua casa danneggiata nel 2022 in modo da poter riutilizzare i mattoni per ricostruire altrove.

La Commus ha dichiarato ad Amnesty International di voler migliorare la comunicazione con gli stakeholder.

Ricercatori di Amnesty International durante un’intervista a un residente.

CASE BRUCIATE E RESIDENTI FERITI

Nei pressi del sito minerario del progetto Mutoshi, gestito dalla Chemicals of Africa SA (Chemaf), una filiale della Chemal Resources Lts. che ha sede a Dubai, gli intervistati hanno descritto come i soldati abbiano bruciato completamente un insediamento chiamato Mukumbi.

Ernest Miji, il capo locale, ha raccontato che nel 2015, dopo che la Chemaf aveva ottenuto la concessione, tre rappresentanti della società, accompagnati da due poliziotti, sono andati da lui per dirgli che era ora che i residenti di Mukumbi se ne andassero via. I rappresentati sono tornati ben quattro volte.

Ricordando una delle visite, Kanini Maska, un ex residente di Mukumbi di 57 anni, ha raccontato: “Un rappresentante della Chemaf ci ha detto: ‘Dovete lasciare il villaggio immediatamente’. Abbiamo chiesto lui dove altro saremmo potuti andare visto che lì era dove avevamo cresciuto i nostri figli, dove erano i nostri terreni agricoli e dove i nostri figli erano registrati per poter andare a scuola”.

Gli intervistati hanno raccontato che la Guardia repubblicana, un corpo militare di èlite, è arrivata una mattina e ha iniziato a bruciare case e a picchiare coloro che provavano a fermarli.

“Non abbiamo avuto la possibilità di recuperare nulla”, ha detto Kanini Maska, “Non avevamo niente per sopravvivere e abbiamo passato diverse notti nella foresta”.

Una ragazza – di cui abbiamo deciso di non rivelare il nome – che all’epoca aveva solo due anni, è stata gravemente ustionata, lasciandole profonde cicatrici. Suo zio ha raccontato che il materasso su cui era sdraiata ha preso fuoco.

Le immagini satellitari confermano che Mukumbi – che originariamente era composta dal 400 edifici tra scuole, strutture sanitarie e una chiesa – risultava completamente distrutto il 7 novembre 2016.

A seguito delle proteste, nel 2019 la Chemaf ha acconsentito al risarcimento, tramite l’autorità locale, di 1,5 milioni di dollari (circa 1,4 milioni di euro). Alcuni degli ex residenti hanno però ricevuto poco meno di 300 dollari (circa 200 euro). La Chemaf nega qualsiasi tipo di illecito, responsabilità o coinvolgimento nella distruzione di Mukumbi o di aver ordinato alle forze militari di distruggerlo.

RACCOLTI DISTRUTTI E VIOLENZA SESSUALE

Nei pressi di Kolwezi, una filiale dell’Eurasian Resources Group, che ha la sede centrale in Lussemburgo e il cui maggiore azionista è il governo del Kazakistan, gestisce il progetto Metalkol Roan Tailings Reclamation (RTR).

Ventuno contadini, parte di un collettivo che coltiva ai margini della concessione vicino al villaggio di Tshamundenda, hanno raccontato che a febbraio 2020, senza nessuna consultazione significativa o notifica di sfratto, un distaccamento di soldati, alcuni con i cani, hanno occupato la zona e demolito i campi che loro avevano coltivato.

Una donna – che chiameremo Kabibi per proteggere la sua identità – ha raccontato come stava cercando di ritirare il suo raccolto, prima che fossero distrutti i campi, quando è stata afferrata da tre soldati e violentata da una banda, mentre altri soldati guardavano.

Kabibi, che era incinta di due mesi, ha avuto bisogno di cure mediche. Ha raccontato l’incidente alla sua famiglia e al capo del villaggio, ma aveva troppa paura di segnalarlo a Metalkol o alle autorità locali. Successivamente, ha partorito il suo bambino in sicurezza.

Kabibi ha detto ai ricercatori: “Sono una vedova, non posso permettermi di registrare mio figlio a scuola…Al momento non ho un lavoro o altre fonti di reddito. Vago, di casa in casa, per trovare qualcosa da mangiare per i miei figli”.

I contadini hanno ripetutamente protestato e chiesto un risarcimento, senza ricevere nessun rimedio effettivo.

In risposta, l’Eurasian Resources Group ha dichiarato di non avere alcun controllo sulla presenza dei soldati. Il governo ha stabilito che il collettivo di agricoltori aveva ricevuto un risarcimento da un precedente operatore della miniera, cosa che gli agricoltori negano.

STOP AGLI SGOMBERI FORZATI

Il rapporto esorta le autorità della Repubblica Democratica del Congo a porre immediatamente fine agli sgomberi forzati, a istituire una commissione d’inchiesta imparziale e a rafforzare ed applicare le leggi nazionali in materia di estrazione mineraria e sgomberi in conformità agli standard internazionali dei diritti umani.

Le autorità hanno condotto o facilitato gli sgomberi forzati e hanno fallito nel loro obbligo di proteggere i diritti umani delle persone, compresi quelli sanciti dal Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e dai Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti Umani. L’esercito non dovrebbe mai essere coinvolto negli sgomberi.

Le affermazioni delle aziende sul rispetto di elevati standard etici si sono rivelate prive di fondamento. Hanno la responsabilità di indagare sulle violenze avvenute, fornire un rimedio efficace e agire per prevenire ulteriori danni. Tutte le aziende dovrebbero assicurarsi che le loro operazioni non danneggino le comunità locali.

“Le aziende minerarie internazionali coinvolte dispongono di risorse considerevoli e possono facilmente permettersi di apportare le modifiche necessarie per salvaguardare i diritti umani, istituire processi che migliorino la vita delle persone e fornire rimedio per le violenze subite”, ha sottolineato Kambola.

“La Repubblica Democratica del Congo può svolgere un ruolo fondamentale nella transizione globale dai combustibili fossili, ma i diritti umani delle comunità non devono essere calpestati nella corsa per l’estrazione di minerali cruciali per la decarbonizzazione dell’economia mondiale”, ha concluso Callamard.

Amnesty International

In copertina: Repubblica Democratica del Congo, miniera per l’estrazione di Cobalto – SAMIR TOUNSI/AFP via Getty Images

L’Arte che cura /
TERRA 2: Maschile-Femminile, la duplice natura della Terra Madre

TERRA 2
Maschile-Femminile, la duplice natura della Terra Madre

In questo modo concludevo su Periscopio TERRA 1: La Madre e la Terra (da intendere anche come creta materiale artistico) possiedono ambivalenze che sono imprescindibili e che permangono nei luoghi più reconditi della nostra mente antica: l’istinto di vita, Eros, e l’istinto di morte, Thanatos (Sigmund Freud).

Si affaccia così l’idea che, oltre a un potere generativo, la creta permetta di avvicinarsi ad un tabù: l’angoscia della morte, l’idea della caducità e del limite umano. Ciononostante vedremo come l’esperienza artistica possa diventare strumento per esorcizzare la paura e permettere di trasformarla nella fiducia della rinascita, risultato impossibile da raggiungere se non si passa dall’ accoglimento della morte come indispensabile nel ciclo della vita.

In questa duplice natura si incontra anche un altro fattore fondamentale che è l’incontro del femminile con il maschile, apparenti opposti che possono essere integrati e risultare complementari.

Ricorrendo al simbolismo legato alla terra potremo riconoscere queste ambivalenze che rispecchiano e ci introducono, più in profondità, nella complessità delle dinamiche della psiche. L’essere umano per trovare la sua compiutezza deve trovare equilibrio tra le ambivalenze presenti ed inevitabili della vita e delle emozioni e deve riconoscerle, accettarle e accrescerle in parti uguali.

L’ argilla per la suaarcaicitàrisveglia e mette in forma contenuti del mondo interiore permettendo alcreatoredi mettersi in contatto con essi e aprire uno spazio di accesso e di comunicazione per se stesso e per altrispettatori.

La Dea Madre e il Golem

Secondo la Kabala (volgarizzazione della mistica ebraica) la creazione del mondo è avvenuta per un processo di emanazione di ogni cosa dal nome divino.

Rabbi Löw. Illustration by Mikoláš Aleš, 1899. Ink on paper. National Gallery in Prague

Il principio fondamentale di tale concezione mistica considera ogni elemento del creato come derivato dalla composizione e scomposizione dei numeri e delle lettere dell’alfabeto ebraico, in particolare di quelle che compongono il nome di Dio.

La parola è quindi considerata come elemento di base e principio creativo dell’universo. Questo si ricollega direttamente al Golem: esso prende vita dal nome di Dio o da altre lettere con valore e significato particolare che gli vengono o scritte in fronte o scritte su un foglio, o infilate in bocca; col procedimento inverso è possibile invece farlo ‘morire’, togliergli vita e movimento.

Quello che per il nostro discorso è importante nel mito del Golem è il collegamento ai tentativi esoterici di animare le cose e gli sforzi raccontati nel corso della storia per assoggettare la materia originaria e dar vita all’uomo in maniera artificiale.

Ma ancora di più quello che ci preme sottolineare è la profonda differenza che esiste tra questo mito della creazione, dove il fulcro della vita è dato dalla potenza di un simbolo astratto: la parola, a confronto con quello della Dea Madre dove, come spero si sia colto nella parte precedente, sono la natura, il corpo e la materia lessenza della generatività.

Si potrebbe dire che la Madre terra esprime una disposizione biologica, una interazione con lambiente, mentre la creazione per mezzo del verbo divino mette più laccento sulla intenzionalità del gesto e sulla spiritualità del cosmo.
Denominare è un atto simbolico ed è quello che accade in terapia quando un paziente dopo il processo artistico che coinvolge il corpo, guardando la sua opera sceglie di dargli un nome, un titolo.

Il Dualismo MaschileFemminile

Nonostante si sia dato rilievo alla centralità femminile, parlando della creazione, è impossibile non considerare gli elementi che, fino dalle origini, hanno confrontata la Dea Madre con Divinità maschili.

A parte poche eccezioni, come quella nel Pantheon egizio in cui la terra è un dio, Geb, mentre, il cielo è impersonificato da una dea, Nut, nei miti più antichi la regola simbolica afferma che è la Terra la dispensatrice di cure materne e che a lei spettano i valori procreativi e di nutrimento. Nei fatti, il principio femminile, per quanto fondamentale, non è separabile da quello maschile.

In molti miti e nelle religioni spesso sono previste le nozze sacre che uniscono ad esempio il dio solare e la dea lunare oppure il dio cielo e la dea terra, il dio fuoco e la dea acqua eccetera. Le nozze sacre sembrano il tentativo di ricomporre questa dualità. Ununione che permette di dare una funzione ad entrambe le parti senza metterle in conflitto.

Sia la dea madre che il dio padre condividono una origine derivata da un principio assoluto che li ha preceduti. Per questo, forse, rimangono le tracce di divinità ermafrodite e i miti di una unica entità onnipotente che si rivela attraverso forme molteplici.

In fondo Artemide, sorella gemella di Apollo, simboleggia il suo doppio femminile; la luna che le appartiene come simbolo, forma una coppia di opposti complementari col sole che invece è attribuito ad Apollo, insieme esprimono la dualità giorno notte.

La versione più famosa che vuole che Eva sia nata da una costola di Adamo traduce la derivazione del due a partire dalluno – un corpo ne origina un secondo. Limmagine della costola esprime lunità, la complementarietà e lattrazione reciproca fra i due sessi.

“Senza confini, sýn-bíōsis”, S. donna 50 anni

Le relazioni possono essere definite fusionali quando due persone sono intrecciate e profondamente agganciate l’una all’altra fino a fondersi e a confondere le loro posizioni relazionali Alle volte una una relazione simbiotica può diventare patologica ed è difficile, ma non impossibile, specialmente quando si decide di intraprendere un percorso terapeutico. I partner dovranno imparare a relazionarsi lasciando spazio alla spontaneità e mettendo da parte i comportamenti stereotipati del rapporto fusionale.

La versione elhoista, che fa in origine di Adamo un Ermafrodita, partecipa della medesima idea di sdoppiamento, di divisione e di rottura di armonia.

Secondo la filosofia orientale, allorigine della creazione cè il Principio essenzialeil cui prodotto èLenergia essenziale, sintesi di tutte le energie che regolano il cosmo, tutti i fenomeni della natura e luomo.
LEnergia essenziale è una, ma ha in un dualismo. Lopposizione dei suoi due poli, negativo e positivo, indissolubili luno dallaltro, si manifesta in tutti i fenomeni della materia e della vita. La bipolarità dellEnergia essenziale, lo Yin e lo Yang, origine al movimento, alla vita generata dallalternanza dei due poli. La contrapposizione armonica sviluppa il suo ciclo costruttivo e il suo ciclo distruttivo.

Quando diciamo Yang pensiamo al positivo, al giorno, al caldo, allespansione, eccetera. Quando diciamo Yin pensiamo al negativo, alla notte, al freddo , alla concentrazione. Yang corrisponde alluomo, Yin alla donna. Ciascuno dei due termini è positivo o negativo solo in rapporto al suo opposto. Non sono cioè contraddittori e non sono assoluti.

Il simbolo convenzionale dello Yin e dello Yang, disegno di una paziente di 25 anni

Esse occupano ciascuna parte uguale allaltra del disco. La curva a forma di S che le separa fa che sia possibile una rotazione. Gli spostamenti daranno luogo a differenti posizioni delle due forze che diventeranno di volta in volta complementari e supplementari.
Se la linea che li separa fosse una linea retta che divide il cerchio in due parti identiche, i punti di incontro tra i due principi sarebbero separati, a stanti e non permetterebbe alcun movimento, nessuna creazione , nessuna manifestazione della vita.

Spesso questo simbolo è utilizzato nei disegni dei pazienti, un archetipo che emerge non solo perché in voga o conosciuto culturalmente, spesso è uno dei tatuaggi preferiti.

L’uomo incinto

La scultura intitolataLuomo incintoappartiene ad una paziente, B. donna di 45 anni con un disturbo psicotico grave e che, tra altri sintomi, presenta aspetti dismorfofobici relativi allarea genitale: si è convinta di avere una conformazione genitale anomala mai riscontrata nelle visite ginecologiche, che nella sua descrizione rimanda a un sesso androgino.

Rispetto al tema maschile e femminileL’uomo incintosintetizza questa ambiguità. B. che ha sofferto di non essere diventata madre e che di ciò ha colpevolizzato i suoi partner, in questo lavoro tenta di risolvere la questione: un unico corpo ermafrodito, la maternità è ceduta a un corpo maschile. Lunità viene ricomposta.

Louise. Bourgoise, “Fallen woman”

La Bourgois scultrice1 dice: Nel mio lavoro ci sono da sempre allusioni sessuali. Talvolta mi interessano esclusivamente forme femminili grappoli di seni come nuvole – ma spesso le immagini si fondono – seni fallici, maschile femminile, attivo, passivo.

Louise Bourgoise, “Fallen woman”

In definitiva, lenergia fallica intensifica la forza formidabile della dea della rigenerazione.

Nota:

1 Cfr. cap. 3 paragrafo 2 Luoise Bourgeois: Un tentativo infinito di dare ordine al caos

Leggi: Terra 1 ; Terra 2 ; Terra 3 (nei prossimi giorni su Periscopio) 

Per leggere gli  altri interventi  della rubrica L’Arte che Cura di Giovanna Tonioliclicca sul nome della rubrica o su quello dell’autrice.

Parole a Capo
Michela Silla: Tre poesie inedite

La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile a un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare.
(Alberto Moravia)

 

Arriva la voce dal buio che non so
quando chiami: mamma – unica parola,
unica corda a cui aggrapparti
che non può spezzarsi,
ma si infrange l’ultima vocale,
la tua a finale
quando insegue l’alba,
disperata nella notte
tra miracolo e morte.

Mi tocchi. Sei salvo.

*

Quando chiudi gli occhi piano
e la testa abbassi sorridendo
come a dire vola
alla mia vita,

realizzo all’improvviso che mi ami
e nient’altro sul tuo conto
capisco fino in fondo.

*

Guidi piano accanto a me,
alzi il volume della radio.

Insieme aspettiamo
(ma non lo ammettiamo)

l’istante di Chopin
in cui spalanca il cielo scuro

la musica il suo picco.

E siamo ancora vivi.

 

Michela Silla è nata a Cagliari nel 1984. Vive a Firenze, dove ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filologia, Letteratura italiana, Linguistica e dove attualmente insegna. Con Transeuropa Edizioni ha pubblicato nel 2022 la silloge poetica Limpida a guardare e i suoi testi sono apparsi in alcune riviste letterarie. Nel 2004 ha pubblicato Zucchero filato sull’asfalto grigio, Scuola Sarda Editrice.
È attiva nel panorama culturale e artistico di Firenze.

 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.