Quando la citazione si fa…critica
(In margine all’insediamento di Donald Trump)
Quando la citazione si fa…critica. (In margine all’insediamento di Donald Trump)
«I poeti esistono per essere citati e quello che si sa scrivere su di loro è, nella maggior parte dei casi, superfluo» così scriveva Hannah Arendt in un suo saggio pubblicato sul New Yorker del 5 Novembre 1966.
Nel saggio dedicato a Bertolt Brecht, la studiosa criticava l’indulgenza del poeta nei confronti della tirannia e più in generale quell’astrusa inconsapevolezza che pare soggiogare l’artista di fronte al clima di terrore e di violenza imposto da un regime totalitario: Brecht, che si scagliava contro i laudatores di Hitler, non disdegnò di mettere il suo talento artistico al servizio di Stalin.
La Arendt si era già soffermata nei suoi scritti su quelle «sconcertanti» alleanze tra “popolo ed élite”, che puntualmente portavano all’avvento di regimi totalitari. In questi casi, diceva la Arendt, non risulta affascinante la maestria del “capo” di turno (dittatore, tiranno, oligarca o tecnocrate che sia) ma «… la sua capacità di organizzare le masse in modo da tradurre e diffondere le proprie parole… “disoneste”».
L’onestà delle parole era dunque il vero tema del saggio della Arendt. È come se oggi, dopo averle ascoltate, ci chiedessimo se «consideriamo oneste le parole del 47esimo Presidente degli USA». (Ma è evidente, per quanto appena detto, che tale domanda riguarderebbe chiunque oggi fosse in grado di “organizzare masse”).
In più e con maggiore convinzione dovremmo chiederci la stessa cosa per le parole pronunciate dal/dalla poeta di turno.
Vi ricordate? Nell’insediamento di Joe Biden si scomodò la giovane Amanda Gorman che declamò la sua poesia dal titolo La collina che scaliamo; eccone una citazione:
…
Se vogliamo vivere all’altezza del nostro tempo
Allora la vittoria non starà nella lama
Ma in tutti i ponti che abbiamo costruito
Questa è la promessa verso la radura
La collina che scaliamo
Se solo osiamo
…
Niente da dire: parole oneste, chiare, semplici e bene allineate.
Quest’anno sembrerebbe che l’ordine di quelle parole abbia lasciato il posto alle… parole d’ordine: “Trivella, baby, trivella!” o ancora “Pianteremo la bandiera stelle e strisce su Marte”.
Sarebbe interessante soffermarsi quindi non tanto sui sedicenti “poeti” (con Musk, quest’anno, cantore di Trump come lo fu la Gorman, quattro anni fa, per Biden), ma sul ruolo che invece dovrebbe avere, in queste occasioni politiche, un autentico poeta.
Potremmo dire come ci ricorda W. H. Auden che al poeta spetta «il compito di coniare le parole con le quali dobbiamo vivere». Ed è sull’onestà di queste parole che pesa la responsabilità di fare luce sul presente, soprattutto quando la gravità del momento potrebbe ostacolare l’esercizio del canto poetico o l’espressione di un libero pensiero.
E fare luce – diradare la confusione – è tanto più necessario quando gli slogan e le…parole d’ordine finiscono per ridurre l’idea di “umanità” a una massa di individui ciecamente obbedienti. (Ho già avuto modo di ricordare che, oggi, «umano» dovrebbe invece equivalere a saper riconoscere il caos e la menzogna nella grande confusione creata dalla comunicazione/informazione globale).
Il dilemma intorno alla “responsabilità politica” dei poeti indusse la Arendt a utilizzare nel suo Il futuro alle spalle (il Mulino, 1980) proprio i seguenti versi di Auden:
Tu speri, certo,
che i tuoi libri ti scuseranno
senza apparire triste
e in alcun modo senza
colpevolizzarti
(non ce n’è bisogno
sapendo bene
a cosa un’amante dell’arte
come te presta attenzione).
Dio potrebbe indurti
nel Giorno del Giudizio
in lacrime di vergogna recitando
col cuore le poesie che avresti
scritto se la tua vita
fosse stata buona.
Auden aveva dedicato questa poesia al suo amico Louis MacNeice e successivamente questi stessi versi ispirarono la Arendt nella elaborazione della sua idea che «…i poeti vadano sempre e solo citati e non debbano essere giudicati in base alle loro responsabilità…» o «colpe»: quest’ultima è una cosa che attiene alla sfera etica, alla bontà o meno della vita di un poeta, e pertanto, più che a dissertazioni laiche o terrene, essa va relegata al “giorno del giudizio”.
Estendendo questa idea di Auden, fatta propria dalla Arendt , sarebbe dunque preferibile utilizzare quale critica al discorso di Trump e ai versi e gesti del suo “cantore”, SOLO questa: la citazione. Corretta. Alla lettera e niente altro di più.
E che tutto il resto venga lasciato al “giorno del giudizio”.
“L’età dell’oro dell’America inizia proprio adesso. Da oggi in poi, il nostro Paese rifiorirà e sarà rispettato di nuovo in tutto il mondo, saremo l’invidia di ogni nazione e non permetteremo più che qualcuno si approfitti di noi”
“Durante ogni singolo giorno della mia nuova amministrazione metterò semplicemente l’America al primo posto, America First… La nostra sovranità sarà rivendicata, la nostra sicurezza sarà ripristinata”.
“Oggi è il Martin Luther King Day e in suo onore, sarà un grande onore, e in suo onore ci impegneremo insieme per far sì che il suo sogno diventi realtà. Faremo sì che il suo sogno diventi realtà”
“Sono stato salvato da Dio per una ragione, per rendere l’America di nuovo grande”
“Tutti gli immigrati clandestini saranno fermati e inizierà il processo di ritorno verso i Paesi di provenienza… Torneremo alla politica ‘caccia e respingi’. Rifacendomi a una legge del 1798, conferirò alle forze armate il potere di sgominare le bande criminali che svolgono le loro attività sul nostro territorio. Varrà anche nelle periferie delle nostre città”.
“La mia più orgogliosa eredità sarà quella di pacificatore e unificatore, questo è quello che voglio essere… Come nel 2017, noi di nuovo costruiremo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto”
[SIC]
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Giuseppe Ferrara
PAESE REALE
di Piermaria Romani
Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)
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