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1992-2022 Memorie di Tangentopoli (2):
La capitale morale, l’omertà meneghina, etica e impresa

 

MILANO  “CAPITALE MORALE”  DEL PAESE: LA FINE DI UN MITO

Un’altra verità tocca un luogo diventato comune: la Milano “capitale morale” del Paese. Si vantava di questo ruolo, Milano. Polo di riferimento di ogni virtù. Le virtù della Milano produttiva, che lavora, che ha un’etica del lavoro e non solo, che risentiva della cultura calvinista nord e mitteleuropea. Quindi una classe dirigente integra e di qualità. E questo al confronto con una classe politica inconcludente e parassitaria, come parassitario era il sud del Paese rispetto al nord, marcava la sua superiorità morale. Tangentopoli ha rivelato che era una bufala, una gigantesca ipocrisia. Milano aveva le virtù e soprattutto i vizi del Paese e poiché del Paese era la più ricca perché effettivamente la più produttiva, era anche del tutto immaginabile che fosse pure quella più viziosa.

L’altra verità tocca la corruzione. Secondo i luoghi comuni, veniva generalmente focalizzata su Roma, la capitale politica. Sentina di traffici di ogni genere. Di commerci fra politica, amministrazione, business e pure mafia, come abbiamo visto anche dopo. Invece no. La corruzione parte sì da una capitale, ma dalla “capitale morale”, per irradiarsi in tutto il paese. “Capitale corrotta nazione infetta” apriva il primo numero dell’Espresso nel 1955. Allora era Roma. Ma dopo oltre 40 anni, nel 1993, Tangentopoli dice che è Milano. E ancora adesso nulla fa supporre che sia diverso, se non addirittura peggio.

PRIMA E DOPO TANGENTOPOLI. DA UNA TRAGEDIA ALL’ALTRA. L’ARRIVO DI BERLUSCONI

Infatti un’altra verità scomoda, per molti indigesta, è quella che Tangentopoli ha partorito il berlusconismo. E il paradosso è che con l’arrivo del milanesissimo Berlusconi, la corruzione si moltiplica. Con l’istinto del vampiro e l’avidità dello sciacallo, Berlusconi si butta sulle macerie di questa tragedia nazionale, per moltiplicare le sue fortune personali. E così ad una tragedia nazionale ne seguirà un’altra. Non si capisce davvero come si possa passare, in pochi giorni, dalle manifestazioni di piazza con la folla urlante che insulta e lancia monetine a Craxi e, subito dopo, dare una valanga di voti a Berlusconi che, del leader socialista, è sempre stato un sodale organico degli interessi comuni. E’ un mistero antropologico. Non basta, a spiegarlo, il noto anatema di Trilussa sul “popolo coglione risparmiato dal cannone”. Quel popolo che finisce per credere sempre, ingenuamente, alle sirene del potere. E così la clamorosa vittoria dell’onestà e della pulizia di Tangentopoli, si tramuta in una ancora più clamorosa sconfitta.

E dire che dovremmo avere imparato come la corruzione sia elemento costitutivo del potere, e ci voglia una forte statura e tempra morale per resistere alle sue lusinghe, e ad una concezione malandrina del compromesso.

Era già ben noto invece che Berlusconi non era proprio un uomo di quella tempra. Come del resto ha ampiamente confermato nel lungo inverno del suo potere.

LA MAFIOSITA’ “NORDICA”: L’OMERTA’ DELL’ALTA BORGHESIA MENEGHINA

Ma un’altra sconfortante verità discende dalla corruzione ed emerge come un fiume carsico: l’omertà. Anche su questo, i luoghi comuni si sprecano.

Il primo è l’idea che l’omertà sia un marchio di infamia proprio ed esclusivo della sicilianità. Invece, anche su questo, Tangentopoli spazza la coltre di ipocrisia che copriva il perbenismo borghese meneghino, di tutti quegli stimatissimi professionisti dei circoli esclusivi, del Caffè Cova e del Savini, quello della mondanità scaligera, ed oltre. Un mondo che io stesso ho frequentato, spesso per obblighi istituzionali, mai sentendomi però di quella “razza”, ma guardandoli con un certo disgusto per quanto se la tiravano, ostentando un falso perbenismo. Stavo anch’io “in quel mondo”, ma sinceramente non mi sono mai sentito “di quel mondo” che, invece, osservavo con curiosità antropologica. Ebbene tutta questa gente, accademici, architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, manager, consulenti di grido e perfino portaborse, erano perfettamente a conoscenza delle tangenti. Non solo. Ne erano, spesso, i protagonisti, “gli architetti” e organizzatori del sistema criminale. Conoscevano quindi come e quanto ci si spartiva fra imprese, gruppi di interessi, lobbisti e, soprattutto, partiti e correnti di partito. Mai però una denuncia. Mai un rifiuto che si conosca, ma una sorta di vasta mafiosità diffusa.

Negli anni 80 la Camera di commercio è stata il maggiore operatore edilizio di Milano, avendo rimesso in ordine tutto il suo cospicuo patrimonio immobiliare di pregio, lasciato deperire troppo a lungo, oltre a fare acquisti di nuove sedi periferiche. Però, quando nel ristrutturare il Palazzo della Borsa, per vie traverse mi venne offerta una tangente, con Bassetti andammo dal Procuratore generale Beria d’Argentine a fare un esposto denuncia. Si sparse la voce e non accadde più.

Non mi risultano episodi analoghi, anche se non li escludo. Di certo però né i singoli professionisti, nè le loro potenti corporazioni, hanno mai fiatato su questi spinosi argomenti. Era, oltrechè l’interesse e il rischio, l’ipocrita virtù professionale della discrezione e della riservatezza…. Sta di fatto che la vantata superiorità morale dei milanesi ha subito un duro colpo e una clamorosa smentita. Un’altra opera di verità grazie a Tangentopoli era così compiuta.

ETICA E IMPRESA, UN DIBATTITO SURREALE

C’è un capitolo che mi sta particolarmente a cuore, a proposito di verità. Negli anni subito prima di tangentopoli, si era sviluppato un largo e intenso dibattito su etica e impresa, montato soprattutto dalla stampa asservita al potere economico che la possedeva. Un dibattito fatto di continui convegni con i massimi esponenti della cultura, dell’impresa e anche della Chiesa. Il messaggio di sottofondo, che a me ha suonato sempre fasullo, era quello di dire che, sì, la politica era corrotta, ma che in compenso l’impresa era sana. E meno male! Alla faccia delle “cupole” ristrette di imprese che, con la complicità dei politici e dei burocrati corrotti, si spartivano gare e appalti.

Che fosse una sorta di excusatio non petita…? Forse. Io stesso, però, intrigato da questo dibattito, ho cercato di inserirmi con una iniziativa istituzionale originale: creare un comitato etico internazionale e interculturale di alta autorevolezza, presieduto dal cardinale Martini, che dettasse alcune regole rigorose e trasparenti di etica dell’operare economico, e costituisse innanzitutto un vincolo morale, ma anche una tavola di principi su cui valutare il tasso di eticità del concreto operare delle imprese. Io avevo scritto anche una prima bozza di questi principi.  Convinsi Bassetti di andare insieme a proporlo a Martini. E andammo quindi a trovare il Cardinale che si mostrò molto interessato alla cosa. Subito dopo però scoppiò tangentopoli e tutto andò evidentemente a monte.

Era chiaro che etica e impresa, se non erano proprio antinomici, mostravano però una non facile compatibilità a convivere.

I MEDIA E GLI ABUSI

Non si può chiudere questo excursus sulle verità rivelate del fenomeno di Tangentopoli, senza parlare anche di un’ultima verità. Quella che riguarda i media. Abbiamo già accennato al rimbombo mediatico che il fenomeno di Tangentopoli ha avuto.

Che per certi aspetti questo fosse inevitabile, è certamente vero. Per altri versi, però, soprattutto con le forzature morbose e scandalistiche, non è assolutamente vero che non si potesse avere più moderazione e rispetto delle persone.

E’ evidente che i fatti e la rilevanza dei protagonisti costituivano un boccone ghiotto per tutti i media. In questa occasione si ripetè, però, esasperato per la raffica continua dei provvedimenti giudiziari, il cattivo costume, che pure si denuncia spesso, della disinvolta gestione mediatica di questi  provvedimenti. La semplice apertura di una indagine, o addirittura un semplice avviso di garanzia, che dovrebbe essere sempre a garanzia dell’indagato, venivano lanciati da subito come notitia criminis, e quindi motivo di scandalistiche inchieste, o di un morboso scandaglio nei più riservati anfratti della privacy. Quanto questo fosse anche funzionale al lavoro dei magistrati è difficile dirlo. Di sicuro la fuoriuscita o anticipazione di notizie, anche minori per le inchieste, ma rilevanti per i media, venivano normalmente dal palazzo di giustizia, e contribuirono ad allestire uno spettacolo incivile: una crudele mattanza per nulla rispettosa della dignità delle persone. Il massacro mediatico che ne derivò non fu causa secondaria di tante tragedie, che in quel contesto si consumarono.

Ma anche questo, vista la storia successiva, soprattutto con l’arrivo dei Cinquestelle, non sembra aver insegnato nulla per fare del nostro Paese un Paese migliore. Come vorrebbe chi davvero lo ama.

[per leggere la prima puntata della Memoria di Tangentopoli clicca Qui]

INTERNO VERDE
Dal giardiniere reale al botanico-investigatore, una guida ai parchi ferraresi

È la piacevole sensazione di incontro quella che resta dopo uno o due giorni di tour tra i giardini aperti a Ferrara dalla manifestazione Interno Verde 2022. Dietro a cancelli e porte che si aprono, mi è capitato di trovare parchi immensi così come fazzoletti di terra pieni di piante, fiori e cura. Piccolo o grande che sia, ogni volta ho scoperto un mondo. Può essere espresso da vegetali, oggetti, composizione architettonica. Ma sono la personalità, l’estro, le passioni dei padroni di casa che arrivano al visitatore. Invitata a condividere le visite, un’amica mi ha detto che preferiva non partecipare a questa manifestazione perché le sembrava di ficcare il naso in casa d’altri. E in effetti è proprio questa la chiave, ma da vivere in positivo. Le persone aprono le porte per accogliere visite, mettono in ordine gli spazi esterni, talvolta anche interni, e magari li abbelliscono con nuove essenze. A volte lasciano piccoli omaggi per gli ospiti-spettatori, raccontano qualcosa di loro attraverso opere esposte, libri, piante e, in qualche caso, con la loro stessa testimonianza e accoglienza.

Opere di Sergio Zanni in via XX Settembre a Ferrara (foto GioM)

Tanti gli incontri artistici fatti in questa edizione 2022.

STATUE TOTEMICHE – Nel giardino di casa Tubi, in via XX Settembre, svettano tre sculture storiche in terracotta di Sergio Zanni, ferrarese noto anche all’estero.  Fino a marzo scorso i suoi lavori più recenti, di grandissime dimensioni, erano esposti nella Palazzina d’arte moderna di Ferrara, in corso Porta Mare. Ed è ancora possibile ammirare il suo imponente complesso scultoreo composto da sei figure: sei kamikaze giapponesi, alti tre metri, sono esposti nel salone d’onore del Palazzo comune (piazza Municipio 2, Ferrara), con ingresso libero negli orario di apertura degli uffici pubblici.

VOLTI PLASMATI – In via Carlo Mayr, tra le varie pezzature di verde in cui è stato suddiviso il giardino che era di Villa Carla, c’è l’angolo verde della pittrice e scultrice Pinuccia Boschi, che dissemina di calchi di volti anche le aiuole e che sulle pareti d’ingresso espone numerose tele di talentuosi amici artisti.

L’artista Pinuccia Boschi
Una sua opera in plexigass

STATUE NARRANTI – A seconda delle edizioni, anche spazi verdi già visti possono rivelare aspetti inediti o curiosità che erano sfuggiti. Così il giardino della scultrice Mirella Guidetti Giacomelli quest’anno è apparso in modo nuovo. Non solo perché questa volta l’accesso era dal retro, in via Cantarana anziché in via XX Settembre, conferendogli il fascino di un’entrata segreta.

Il biologo Leonardo Frezza nel giardino di Mirella Guidetti (foto GioM)

Un’altra novità è stata affidata al caso. In questo occasione la contingenza dipendeva dal fatto che a fare da cicerone, con la maglietta rossa dell’organizzazione, ci fosse un neo laureato in biologia, Leonardo Frezza. Era lui a spiegare che le statuette in creta appoggiate al muro di confine sono i primi esperimenti scultorei della padrona di casa, mentre sue opere più mature sono le due figure femminili in terracotta appoggiate sul muretto davanti all’abitazione [vedi foto in apertura e sotto].
Leonardo ha ricordato, inoltre, che Mirella è l’autrice del busto dantesco che si può vedere nel viale laterale d’ingresso di Parco Massari, di un ritratto di Pertini donato al Quirinale e di quello di papa Wojtyla, che le valse un incontro con Giovanni Paolo II in Vaticano.

Vasi decorati da Mirella Guidetti accanto alla fatidica pianta di oleandro (foto GioM)

Quando si è inoltrato nella sua materia per illustrare le piante, il giovane è diventato poi un narratore avvincente dal piglio thriller. Del bell’oleandro dai fiori rossi ha fatto presente che è tossico, al punto che bastano tre sue foglie in un infuso per distruggere un uomo di 85 chili e ha ricordato come dei soldati romani morirono dopo avere mangiato spiedini di carne cotti sopra ai suoi rami. “Le piante sviluppano veleno per difendersi dai predatori – raccontava – e tanti principi inebrianti in realtà sono mortali per animali o organismi più piccoli. Come i frutti del baobab, che hanno un altissimo contenuto alcolico. Gli elefanti li mangiano e si inebriano, mentre altri animali di dimensioni ridotte ci restano secchi”.

Terracotta di Mirella Guidetti e, dietro, l’albero del tabacco (foto GioM)

Un’ebbrezza di risulta, invece, quella che deriverebbe dalle foglie grandi e cuoriformi dell’albero che svetta di fronte all’abitazione e che viene detto del tabacco, perché – dice la guida – venivano seccate e fumate in tempi di guerra per sopperire alla mancanza di fumo.

Il giardiniere professionista Giulio Veronese (foto GioM)

CORTILE REGALE – Un altro incontro super professionale in tema botanico è quello con Giulio Veronese, giovane giardiniere ferrarese rientrato da poco dall’Inghilterra, dove ha lavorato diversi anni anche al servizio della monarchia Windsor. È lui che illustra la disposizione vegetale davanti all’abitazione di via Boccaleone, contraddistinta però soprattutto da alberi e arbusti piantati dalla nonna e dal nonno architetto, che gli hanno evidentemente trasmesso tanta di questa passione per il mestiere.

Giardino di via Boccaleone
via Carlo Mayr
via XX Settembre

Per un anno Giulio ha lavorato a Highgrove House, nel Glouceshire, residenza prediletta dell’attuale re Carlo III. Il figlio ed erede della regina Elisabetta è infatti un appassionato ed esperto di giardinaggio, che lì ha riplasmato il parco adibendolo in parte anche ad azienda agricola produttrice di prodotti biologici, dove Giulio ha messo a punto un’esperienza di staff professionale, che coniuga l’estetica e l’etica degli orti.

Melagrana viola nel giardino di via Mellone (foto GioM 2022)

GUIDA IN ERBA – Passione verde espressa con competenza e divertimento dalla più giovane delle guide incontrate, la piccola Ginevra. Nel giardino di via Mellone la ragazzina ha accompagnato gli ospiti tra i vialetti e gli spiazzi d’erba insieme al più maturo amico giardiniere. Era lei a illustrare le essenze con ammirevole competenza (l’acero giapponese e quello nostrano, le magnolie, le piante di alloro svettanti come alberelli) e a sopperire con fantasia per descrivere i frutti viola-blu di un melograno e il viburno a foglie rugose, da lei ribattezzato ‘il salvione’.
I giardini sono questo: scienza naturale umanizzata, che diventa racconto personale e familiare incastonato dentro una città.

TERZO TEMPO
“Taci e palleggia”

“More than an athlete”. Basterebbero queste quattro parole per sintetizzare l’immagine pubblica del più forte cestista della sua generazione, nonché uno dei più iconici di sempre. LeBron James è più di un atleta, e la sua storia personale, prima ancora del suo slogan, lo dimostra ampiamente.

Negli ultimi anni l’attualità socio-politica degli Stati Uniti è diventata fin troppo divisiva per poter essere ignorata, e il nativo di Akron ha più volte preso posizione, violando quella regola non scritta – e pure un po’ riduttiva – dello “stick to sports”, secondo la quale l’atleta professionista dovrebbe occuparsi soltanto di sport. L’impegno di LeBron James è stato innanzitutto sociale, e poi anche, e soprattutto, politico: dall’endorsement per Hillary Clinton nel 2016 al recente impegno a far sì che il maggior numero di cittadini afroamericani eserciti il proprio diritto di voto alle prossime elezioni. Insomma, colui che ha detto al New York Times di voler essere ricordato anche per il modo in cui ha vissuto la sua vita da afroamericano non può soltanto tacere e palleggiare, così come suggeritogli dalla giornalista di Fox News Laura Ingraham nel febbraio del 2018 [Qui].

La risposta di LeBron James a quel suggerimento fu decisamente creativa: il giocatore dei Los Angeles Lakers prese spunto da quelle parole per intitolare, e in parte modificare, un documentario sulla NBA a cui stava già lavorando in veste di co-produttore. Così, l’espressione “Shut Up And Dribble” divenne una miniserie sull’influenza che i giocatori della NBA possono esercitare sulla vita e sulle scelte di intere comunità. Un ascendente che in un modo o nell’altro porta con sé qualche responsabilità, poiché le parole di un’icona sportiva come LeBron James – il quale ha circa 140 milioni di follower sparsi per i vari social media – pesano ben più di quanto possiamo immaginare, specialmente in un’epoca in cui l’assenza di leadership politica sembra essere una costante. Quel documentario [Qui] rappresenta quindi una chiara dichiarazione d’intenti: non si tratta soltanto di un gioco, e gli atleti afroamericani, spalleggiati da una lega progressista come la NBA, continueranno a prendere posizione contro qualsiasi forma di razzismo, violenza o ingiustizia. David Nevins, CEO dell’emittente televisiva che ha trasmesso Shut Up and Dribble, ha sintetizzato così l’essenza della stessa miniserie.

“Se essere un atleta di punta è un’esperienza intrinsecamente politica, Shut Up and Dribble racconta questa complessa e drammatica storia dal passato fino ai giorni nostri, e anche dall’interno. LeBron James è uno degli sportivi che, in virtù della sua posizione sotto i riflettori, ha portato non al silenzio, ma a una visione di prospettiva. Lui, Mavericks Carter e Gotham Chopra ci hanno fornito una docuserie profonda che dovrebbe condurre gli spettatori e i loro concittadini a un livello più alto di dibattito, in direzione contraria rispetto all’approccio del quale si fa satira nel titolo.”

Insomma, in un paese sempre più diviso dal linguaggio e dalle scelte della presidenza Trump, gli atleti, gli allenatori e gli addetti ai lavori della NBA si sono opposti a loro modo all’atteggiamento dello stesso presidente, a partire dalla cancellazione dell’annuale visita alla Casa Bianca dei campioni in carica. In questa e in altre circostanze, il ruolo svolto da LeBron James è stato, e continua a essere, piuttosto rilevante. Sembra inevitabile, quindi, che la figura del giocatore più decisivo e influente degli ultimi vent’anni verrà sempre di più associata al suo impegno politico, e ciò rappresenterà un unicum nella storia dello sport professionistico.

VITE DI CARTA /
Dopo il Festivaletteratura di Mantova (prima parte)

 

Ho riassaporato l’atmosfera del Festivaletteratura a Mantova dopo le due edizioni ridotte a causa del Covid, prestando servizio dodici ore al giorno nella mia postazione presso Palazzo San Sebastiano: dunque gli autori ospiti del Festival sono venuti da me, e non io da loro come è accaduto lo scorso anno.

Ho riassaporato la buona cucina alla mensa del Festival e la stanchezza dopo tante ore di servizio, la stanchezza tenuta a bada con poche ore di sonno ogni notte nella cameratesca location della palestra Bertazzolo.

Ora che sono tornata ho anche incontrato Alessandro Carlini; è successo ieri alla Biblioteca di Poggio Renatico. Ho presentato il suo romanzo più recente, Il nome del male, e l’ho riallacciato in più momenti al precedente Gli sciacalli: due avvincenti gialli storici di cui ho parlato l’ultima volta.

Sono trascorsi dieci giorni, non di più, eppure si sono accumulate altre conoscenze, sono nati nuovi stimoli alla lettura, ho visto il mondo da angolature diverse. Insieme a una folla di persone.

Comincio da Alessandro Carlini, che ha portato ieri agli intervenuti in biblioteca la sua presenza generosa, la voglia di dialogo che fa il paio con la voglia di racconto che ha messo nei suoi libri.

La novità di questi giorni è che Gli sciacalli è entrato tra gli otto migliori libri di narrativa del 2021 di Robinson grazie al voto dei lettori, cosa che ha dato l’inizio alla nostra intensa conversazione e alle tante osservazioni del pubblico.

E ora Mantova. Quando ancora insegnavo dicevo che era il miglior corso di aggiornamento sulla letteratura, non solo italiana, che potessi seguire ogni anno a settembre. Ora cosa posso dire? Che è parte della mia identità di lettrice e di cittadina.

Ho rivisto Francesca Mannocchi [Qui] e John Freeman [Qui] e con loro tanti altri che hanno dato voce alla catena delle idee.

Mannocchi è venuta sabato a san Sebastiano e ha parlato delle guerre in atto, prima fra tutte quella in Ucraina, a fianco del fumettista Igort [Qui], mentre scorrevano sugli schermi alle loro spalle i disegni di lui, tratti dal volume Quaderni ucraini.

Titolo dell’evento n.172, E’ nostro dovere guardare. Poetica comune alla giornalista e al fumettista: avvicinare la gente, guardare i volti e ascoltare le storie.

Riconoscere le costanti che fanno di ogni guerra una guerra, pur volendo studiare a fondo il contesto storico che caratterizza ognuna. Contro  “la assuefazione alla cronaca della sofferenza altrui” approfondire lo sguardo e al tempo stesso mantenere la capacità di dubitare, di evitare le soluzioni facili.

John Freeman ha lasciato in me il segno. A parte l’aspetto prestante da giocatore di baseball e l’aria sorniona ma sorridente, con cui si è presentato per l’incontro delle dieci del mattino, ha colpito la dimensione del suo lavoro, l’impegno con cui negli USA fa il critico letterario e lo scrittore. E fa anche scouting di altri narratori e poeti.

Sul programma del festival si legge di questo evento n.199: “Il lettore che vuole capire che cosa stia accadendo sulla Terra e cosa significhi essere vivi, che è poi la ragione per cui leggiamo, ha bisogno di una persona che eserciti una curatela; nessuno meglio di John Freeman sa decifrare la realtà, le necessità e le urgenze del mondo odierno, raccogliendo le più disparate voci autoriali, senza distinzione di provenienza e di età”.

Nel 2019 mi ha fatto conoscere Valeria Luiselli e il suo straordinario Archivio dei bambini perduti, il libro sui minori che scavalcano il confine tra Messico e USA e sulle loro storie drammatiche.

Luiselli è una delle autrici lanciate da Freeman, è sua la postfazione al recente Dizionario della dissoluzione, in cui Freeman ha compilato le voci di un manuale del dissenso informato, un vocabolario di impegno in difesa del linguaggio e della nostra capacità di immaginare, di sentire ottimismo per migliorare il mondo esercitando il pensiero critico, l’attenzione alle cose, la confutazione.

La lettura di libri validi, dice al pubblico che ha davanti, è l’antidoto contro la mediocrità della politica, che ha visto girando il mondo e contro il suo linguaggio opacizzato dagli slogan, dalla superficialità nella comunicazione che avviene sui media.

“Commedia e satira – aggiunge – possono essere strumenti ulteriori di lotta contro la piccolezza della politica. Il fine ultimo è tramutare la complessità, che oggi produce troppa disuguaglianza e povertà, in una fonte di bellezza. Di piacere.”

Un sognatore? Sì, ma un sognatore che diffonde idee, raggiungendo numeri enormi di persone. Il gruppo di lettura da lui fondato in California ha presto contato 10.000 iscritti; la sua rivista, Freeman’s, è diffusa in molti paesi.

Ne fotografo una che è esposta nel banchetto dei libri in vendita a San Sebastiano: scelgo quella che in copertina porta i nomi degli “scrittori dal futuro” scoperti da Freeman in ogni continente. Invio la foto alle amiche ex colleghe del Liceo Ariosto, che subito rispondono; tra i nomi in elenco non poteva mancare Valeria Luiselli.

Venerdì Freeman ha partecipato, insieme a Daniele Aristarco [Qui], a un altro importantissimo evento presso il Chiostro del Museo Diocesano: titolo dell’evento n.85, Per una legge sulla lettura.

Ragazze e ragazzi di tanti gruppi di lettura di Mantova, Bologna, Rimini e altre località si sono posti la seguente domanda: “la Repubblica Italiana oltre che sul lavoro potrebbe essere fondata sulla … lettura?”

E si stanno dando da fare: come comitato promotore portano al Festival una bozza da sottoporre ai lettori di tutta Italia. La bozza di un testo di legge di iniziativa popolare per la lettura.

Anche se ho potuto seguire solo un pezzetto dell’evento, so che Freeman e Aristarco hanno dato consigli ed espresso grande apprezzamento. Hanno ascoltato una volta di più i giovani, suggerito parole più esatte, richiamati i valori buoni del nostro tempo. Uno slogan uscito da questo incontro? “Valorizzare le biblioteche”.

Note bibliografiche:

  • John Freeman, Dizionario della dissoluzione, Black Coffee Edizioni, 2020 (traduzione di Leonardo Taiuti)
  • Igort, Quaderni ucraini. Le radici del conflitto, Oblomov Edizioni, 2021
  • Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, 2021
  • Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019

La Seconda Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui] 

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di carta, clicca [Qui]

1992-2022 Memorie di Tangentopoli (1):
Il pool, le macerie e il tangentista esteta

 

LA PREMESSA DEI NUMERI

“Tra il 1992 e il 1994 furono emanati 25.400 avvisi di garanzia, eseguiti 4.525 arresti, con 1.069 politici coinvolti soltanto dal pool di Milano, per un totale di 1.300 condanne o patteggiamenti definitivi, 430 assoluzioni e 31 suicidi” (da Italica di Giacomo Papi).

Queste, in estrema sintesi, le dimensioni giudiziarie di Tangentopoli. Facile comprendere subito le dimensioni, la complessità e pervasività della vicenda. Su di essa, all’epoca, è stato scritto di tutto e di più. Una montagna di documenti, di ricerche, di analisi, di pubblicazioni. La prima fu un instant book che promossi, nel 1992, io stesso con Giulio Sapelli che ne fu l’autore, e che titolammo “Cleptocrazia”.

Eviterò quindi di tornare sulle note di cronaca di allora, per limitarmi ad una testimonianza interpretativa, con qualche inevitabile riferimento di costume e personale, di cui mi scuso. Una libera interpretazione su ciò che accadde trent’ anni fa. Una vicenda di grande impatto razionale ed emotivo, che ho vissuto come osservatore dal vertice di una importante istituzione, rimasta completamente fuori dal trambusto generale, dal quale in pochi si sono realmente salvati. Un tentativo, questo, che, rispondendo ad una sollecitazione di amici, ho pensato valesse la pena di fare, se non altro a beneficio di qualcuno di quei ragazzi che se, oggi, sentono parlare di “mani pulite” pensa ….all’amuchina.

Dirigevo allora, da dieci anni, con Piero Bassetti, la Camera di Commercio di Milano, diventata in quegli anni un primario punto di riferimento politico, culturale e istituzionale, non solo milanese, ma nazionale e internazionale. E come “pubblica amministrazione delle imprese” si trovava, in effetti, all’incrocio fra le due dimensioni reali più colpite da quello tsunami: la pubblica amministrazione (dalla politica alla burocrazia), e il sistema delle imprese. Era quindi un osservatorio privilegiato, anche perché avendo realizzato un processo di modernizzazione politica, organizzativa, tecnologica, che le valse il premio nazionale per l’innovazione nella PA, su forte sollecitazione del prefetto Caruso, la Camera prestava aiuto ed assistenza ad altre amministrazioni in difficoltà. In particolare gli uffici giudiziari, ma anche il provveditorato agli studi, l’Inps ed altri, generando anche la legge sui comitati metropolitani, che rendevano organica e permanente la collaborazione fra le amministrazioni locali. Una visibilità vasta, quindi, nel mondo della pubblica amministrazione, e un rapporto organico con la business community, erano le due peculiarità che caratterizzavano la mia realtà operativa e permettevano uno sguardo speciale su quanto stava accadendo. Mi limiterò quindi a formulare qualche giudizio personale, che mi sono formato dall’ esperienza vissuta  nel clangore di quella triste storia, che osservavo da vicino con preoccupazione morale e civica.

IL CLIMA IN ITALIA, IL POOL E UNA CLASSE DIRIGENTE ASSEDIATA

Per dare un’idea del clima che si viveva nell’establishment politico, burocratico ed economico, devo ricordare che, in quei giorni, io ho dormito sempre nel mio letto. Anche nei momenti più drammatici della vicenda, quando sembrava che nessuno, ma proprio nessuno, si sarebbe salvato. Un ricordo banale, ma non tanto. Lo dico infatti non per vanto, ma perché in realtà quasi tutti i vertici di aziende, pubbliche amministrazioni e politici di ogni livello, preferivano dileguarsi di giorno e soprattutto di notte, piuttosto che rischiare un brutto incontro con le forze dell’ordine, su mandato dei magistrati del pool. E così quasi nessuno dormiva nel suo letto. Va detto che i magistrati del pool amavano gestire quella vicenda con una strategia che prevedeva anche il terrorismo psicologico e l’intimidazione. Erano forti. Si sentivano forti. Non solo per i poteri che avevano per legge. Ma perché sentivano il grande sostegno popolare del Paese. Forti anche delle prove di reato che andavano scoprendo sempre di più. Si sentivano forti, infine, per la loro intelligenza. Non c’è dubbio che possedessero un tasso di intelligenza collettiva e di capacità in misura assolutamente rilevante. Avevano la forza, e il piglio, dei giustizieri entrati in un mondo di criminali impuniti. Osannati come supereroi, loro che già come magistrati si sentono una casta sacerdotale. Sanno infatti, è la mia teoria, di essere i soli ad avere, come il Padreterno, il potere di vita e di morte sulle persone. Un potere che non ha eguali, almeno in democrazia.

Li ho conosciuti tutti, i magistrati del pool. Li ho frequentati in varia misura e per vari motivi. Con uno in particolare, ho continuato un rapporto di amicizia e frequentazione. Ma va detto subito che anche questi cavalieri dell’apocalisse non erano senza macchia. C’era chi era spinto da un fanatismo ideologico e chi, a questo, associava anche una disinvoltura che faceva strame di fondamentali e intangibili diritti. Soprattutto l’ex “zanza”, come chiamavano Di Pietro quando era in polizia, ci andava giù pesante. Interrogatori al limite della tortura psicologica, con minacce per estorcere confessioni che andavano dal mettere a rischio gli interessi patrimoniali, alla restrizione “in cella con un marocchino…”.

Ho conosciuto personalmente un medio imprenditore che, sotto gli effetti di queste minacce, ha finito per accusarsi di fatti non commessi, e per i quali ha perfino patteggiato pur di uscirne.

Si può raccontare molto di più sul clima di quei giorni, durante i quali non ci fu solo eroismo da una parte e delinquenti dall’altra. Le 430 assoluzioni raccontano anch’esse storie drammatiche.

Già le prime revisioni critiche hanno portato a valutazioni più equilibrate, ma è ancora presto per arrivare ad una compiuta verità storica.

Ho detto delle mie conoscenze e frequentazioni dei magistrati del pool. Ma ho conosciuto e frequentato anche imputati eccellenti come Cusani, il più eccellente di tutti per importanza processuale. Con lui, qualche anno dopo, ho collaborato in un progetto alla Caritas di don Colmegna. E’ una intelligenza geniale, come non pochi altri protagonisti di questa storia erano persone di alto livello intellettuale e manageriale. C’erano sì anche, e tanti, miserabili, in questo sottobosco criminale, ma anche gente non priva di genialità.


LE MACERIE DEL CROLLO

Ho voluto parlare innanzitutto del clima, anche con qualche piccolo riferimento fattuale, perché è quel clima che ci fa subito entrare nel contesto della drammaturgia di quella vicenda. Le macerie sono state enormi. Quelle umane intanto. Basti pensare ai morti e ai tanti guasti familiari. Quelle economiche. Con aziende finite in grandi difficoltà ed enormi danni. E quelle reputazionali, per un paese che non si è mai liberato dallo stigma della mafia e della mafiosità. Poi abbiamo visto che le tangenti pagate dalle grandi aziende italiane, nel business internazionale, non erano altro che un costume consolidato per tutti i paesi che coltivavano gli stessi interessi con gli stessi interlocutori. Ma intanto un tourbillon come Tangentopoli accadeva solo in Italia. E dall’estero si guardava a questa vicenda con grande interesse e curiosità.

Io, che svolgevo allora una intensa attività internazionale e avevo amicizie consolidate ovunque, a cominciare da tutta Europa, non solo posso confermarlo, ma aggiungo che c’era molta curiosità di vedere come sarebbe andata a finire. All’italiana, per esempio? Si sussurrava ironicamente…

E invece crollò davvero un sistema di potere che accomunava politica ed economia, e su cui campavano milioni di persone a danno dello Stato, se pensiamo che la Fondazione Einaudi aveva stimato che le opere pubbliche in Italia costavano quattro volte di più della media europea, e che la corruzione valeva diecimila miliardi, pari al 15% del deficit complessivo in carico al Paese.

Piercamillo Davigo sostiene la tesi che il sistema era destinato comunque a crollare per insostenibilità economica. La crescente avida cupidigia dei concussori, infatti, aveva raggiunto livelli che il sistema economico non poteva più sopportare e quindi il crollo di tutto questo castello era comunque inevitabile. Ma il crollo fu violento, giorno dopo giorno, per due lunghi anni. Venne decimata un’intera classe dirigente. Caddero teste di importanti uomini di potere della politica e dell’economia. Il Savini, il ristorante di maggior prestigio di Milano, dove ogni giorno, a colazione, c’era il pieno per i vip che vi si ritrovavano, d’un colpo si vuotò. Io e Bassetti che, lì, ci portavamo spesso i nostri ospiti istituzionali, improvvisamente ci trovammo tra i pochi avventori rimasti. Erano spariti quasi tutti.

 

UNA LETTURA NON CONVENZIONALE. I NUMERI, IL DELIRIO DEL POTERE, L’IMPUNITA’ – IL TANGENTISTA ESTETA

La chiave che, a mio parere, ci consente di capire subito, e a fondo, il cuore del fenomeno di cui parliamo è quella di ricordare qualche verità.

La prima è quella che viene fuori dai numeri, già citati, i quali ci dicono che fu veramente una santabarbara! Che segnò uno spartiacque fra il prima e il dopo.

Avremmo potuto dire, anche ai nostri amici stranieri alla luce di quella “spazzolata”, che il paese aveva, sì, una corruzione diffusa, ma che la vicenda stava dimostrando che aveva anche gli anticorpi. E ciò che stava vivendo era una vera e propria tragica, e violenta, rivoluzione catartica, necessaria per diventare un paese migliore. Avremmo potuto dirlo, ma, come vedremo, non sarebbe stato vero. Purtroppo.

Abbiamo visto così che la prima verità è data dalle dimensioni impressionanti dei numeri.  Ma dietro il dato stupefacente di ogni numero c’è un mondo di persone, di famiglie, di relazioni umane e di potere, imperi economici, partiti storici. Non a caso con Tangentopoli crolla e finisce la prima repubblica e si chiude un periodo storico. Non si sa, in quel momento, cosa verrà dopo. Ma proprio le dimensioni criminali della vicenda ci inducono a rilevare una ulteriore importante verità. Perché un così largo e profondo fenomeno corruttivo nel Paese? La risposta ce la dà un alto dirigente socialista capo di un ente locale milanese. Questo imputato eccellente confessa candidamente che tutti loro vivevano in una sorta di bolla psicologica, nella quale al delirio di onnipotenza si associava anche una granitica convinzione di impunità. Io aggiungerei che c’era anche una speciale attitudine a delinquere…Insomma potevano fare tutto quello che volevano, senza rischio alcuno. Del resto negli atti giudiziari c’è la testimonianza di un concusso, capo di una grande azienda pubblica, nella quale si riferisce che, lamentandosi con Craxi per dover pagare le tangenti, ebbe come tutta risposta un duro rimprovero nel quale si diceva che, invece, lui “doveva sentire il privilegio di essere ammesso a dare soldi al Psi. Privilegio che doveva essere pagato anche adeguatamente”. Mica spiccioli eh? D’altro canto non è con gli spiccioli che si possono comprare costosissime opere d’arte. Vale così riferire una curiosità intorno al nostro imputato eccellente milanese, un tangentista esteta, dai gusti particolarmente raffinati. Teneva infatti appeso in camera un autentico Raffaello, acquistato appunto con le tangenti. Vuoi mettere poter dormire con a fianco una Madonna di Raffaello invece che con una crosta di Padre Pio? L’emozione vale anche il rischio di qualche anno di galera.

Ebbene con il casino che è scoppiato, questi privilegiati truffatori dei beni pubblici, vera razza padrona, si risvegliano improvvisamente in un altro mondo. E finalmente capiscono che il privilegio dell’impunità è finito. Questo episodio ci dice però anche un’altra cosa interessante. Che le tangenti andavano sì ai partiti, ma in molti casi soprattutto nelle tasche dei singoli. Quando Benvenuto, dopo lo sconquasso di Tangentopoli, assunse la segreteria del PSI, trovò le casse vuote nonostante il fiume di tangenti che lo avevano preceduto: “i frati sono ricchi ma il convento è povero” fu l’amara constatazione.

Abbiamo visto come ragionava e si comportava questa razza padrona. Fino a quando Di Pietro, che aveva una passione per l’informatica, trafficando su qualche caso sospetto nella pubblica amministrazione, scoprì, con un appropriato software, che i casi su cui indagava non erano casi singoli, ma erano legati ad un vero e proprio sistema che rispondeva a criteri, regole e soggetti vari (enti, partiti, politici, dirigenti..) sistematicamente ricorrenti. Ricordate il giallo intorno alla lista dei 500 scoperta dai magistrati nel pc di Di Meco? Ho visto coi miei occhi il panico quando la notizia cadde nel pieno di una cena a cui partecipavo con un gruppo di questi personaggi, molti dei quali temevano ci fosse anche il proprio nome. Da qui le mostruose dimensioni assunte dall’indagine e la nascita di un nuovo reato: la corruzione ambientale.

[per leggere la seconda parte della Memoria di Tangentopoli clicca Qui]

cellulla fotoelettrica, controllo

Un modulo di Amazon Ring permette alla polizia di ottenere i miei dati senza mandato

di Sean Hollister – The Verge
Fonte: The Verge – 14 luglio 2022
Tradotto da Veronica Cartolano per PeaceLink

 

Ecco qualcosa che non sapevo quando ho acquistato le fotocamere Amazon Ring e Amazon Echo Dots:
c’è una pagina web in cui le forze dell’ordine possono compilare un modulo, dire che c’è una grave emergenza e ottenere l’accesso ai tuoi dati senza il tuo consenso, un’ingiunzione del tribunale o qualsiasi tipo di mandato.
Non c’è scritto nulla nei Termini di servizio al riguardo e la società ha sostenuto per anni di aiutare prima la polizia a ottenere il consenso, ma la situazione non è cambiata.

Solo negli ultimi sette mesi, Amazon ha fornito video privati ​​di Ring alle forze dell’ordine 11 volte, ha detto la società al senatore Edward Markey (Partito Democratico del Massachusetts) in una lettera datata primo luglio e spedita alla stampa questa settimana.

Ring ha dichiarato che non condividerà le “informazioni sui clienti” con le forze dell’ordine senza il consenso, un mandato o una circostanza “urgente o di emergenza”.

Di seguito le domande di Markey e le risposte di Amazon su questo in particolare:

Ed Markey: Si prega di spiegare in dettaglio le specifiche politiche interne di Ring in merito a ciò che costituisce una circostanza “urgente o di emergenza”.
Amazon: Come indicato nelle linee guida di Ring per l’applicazione della legge, Ring si riserva il diritto di rispondere immediatamente alle richieste urgenti di informazioni da parte delle forze dell’ordine in casi che comportano un pericolo imminente di morte o di gravi lesioni fisiche per qualsiasi persona. Le richieste di divulgazione di emergenza devono essere accompagnate da un modulo di richiesta di emergenza compilato. Sulla base delle informazioni fornite nel modulo di richiesta d’emergenza e delle circostanze descritte dall’agente, Ring determina in buona fede se la richiesta soddisfa il noto standard, basato sulla legge federale, che prevede l’imminente pericolo di morte o di gravi lesioni fisiche per qualsiasi persona che richiede la divulgazione di informazioni senza indugio.Ed Markey: Quante volte Ring ha condiviso le registrazioni di un utente con le forze dell’ordine a causa di una circostanza “urgente o di emergenza”?
Amazon:
 Finora quest’anno, Ring ha fornito video alle forze dell’ordine in risposta a una richiesta di emergenza solo 11 volte. In ogni caso, Ring ha stabilito in buona fede che c’era un pericolo imminente di morte o di gravi lesioni fisiche a una persona che richiedeva la divulgazione delle informazioni senza indugio.

Markey si concentra su Ring, che ha il suo modulo specifico (pdf) che le forze dell’ordine possono compilare, ma abbiamo scoperto che la società madre Amazon ha la stessa politica e un sito di richiesta proprio. Mentre i prodotti più noti di Ring sono fotocamere rivolte verso l’esterno delle abitazioni, sia Ring che Amazon vendono gadget che si possono vedere e ascoltare all’interno di casa.

Le risposte di Amazon ti sembrano ragionevoli? È possibile che ognuna di queste 11 volte nel 2022 (e comunque molte volte nel 2021 o prima) fosse una legittima emergenza pericolosa per la vita, la polizia lo sapeva, Amazon lo sapeva e forse l’azienda potrebbe persino aver salvato delle vite così facendo. Ma ciò richiede che tu ti fida del fatto che sia la polizia che alcuni dipartimenti sconosciuti all’interno di Amazon abbiano a cuore gli interessi di tutti. 

[Negli Stati Uniti, Ndr.] la fiducia nella polizia e nei loro strumenti di sorveglianza non è alta in questi giorni per ovvi motivi – e il senatore Markey suggerisce che anche Amazon ha perso il beneficio del dubbio. “Questa rivelazione è particolarmente preoccupante dato che la società ha precedentemente ammesso di non avere politiche che limitino il modo in cui le forze dell’ordine possano utilizzare i filmati degli utenti di Ring, nessun requisito di sicurezza dei dati per quest’ultimi che dispongono dei filmati degli utenti e nessuna politica che gli vieti di conservare a tempo indeterminato i filmati degli utenti di Ring”, ha detto Markey a The Intercept.

Sembra che la legge federale consenta ad Amazon di fornire questo tipo di informazioni a un’agenzia governativa “se il fornitore, in buona fede, ritiene che un’emergenza che comporti pericolo di morte o gravi lesioni fisiche per qualsiasi persona richieda la divulgazione senza indugio.” Questa è una citazione diretta da 18 US § 2702 (b) (8). Ma dice che i fornitori “possono” farlo, non che debbano farlo, e non è chiaro se qualcosa impedirebbe ai cattivi attori di Amazon o delle forze dell’ordine di abusare di un sistema che non ha una supervisione evidente.

A oggi, non è chiaro se i proprietari sapranno mai che il filmato della telecamera Ring, per esempio, è stato consultato dalla polizia e potenzialmente salvato per mesi o anni dopo.
Verranno informati in seguito? Non sappiamo chi, all’interno di Amazon, possa prendere queste decisioni in buona fede, né se i dipendenti Amazon guardino il filmato o si fidino semplicemente delle forze dell’ordine.

Abbiamo posto queste domande, ma la portavoce di Amazon Mai Nguyen ha detto che non potevano rispondere, scrivendo invece che “Non è affatto vero che Ring offra a chiunque un accesso illimitato ai dati o ai video dei clienti” – qualcosa che non abbiamo detto – mentre ribadiamo la convinzione dell’azienda di essere autorizzata a fornire queste informazioni se ritiene che ci sia un’emergenza potenzialmente mortale o la minaccia di lesioni gravi.

Amazon si è sempre più avvicinata alle forze dell’ordine degli Stati Uniti con i suoi videocitofoni Ring, un tempo utilizzando le forze dell’ordine come strumento di marketing per venderne di più. Ad oggi Amazon ha collaborato con 2.161 forze dell’ordine, oltre ai vigili del fuoco. Non è affatto chiaro se l’ottenimento di filmati di Ring abbia effettivamente aiutato le forze dell’ordine: nel 2020, un’indagine di NBC News ha suggerito che in gran parte non l’avessero fatto.

Se disponi di una videocamera Ring cablata, puoi attivare la crittografia end-to-end dell’azienda per i tuoi flussi video, ma Amazon non offre questa funzione sui suoi modelli alimentati a batteria e si rifiuta anche di rendere la crittografia end-to-end predefinita per le sue telecamere Ring. “Ci impegniamo a offrire ai clienti opzioni in modo che possano scegliere l’esperienza Ring più adatta a loro” – scrive Brian Huseman, vicepresidente delle politiche pubbliche di Amazon – come se l’esclusione dalla crittografia anziché l’attivazione offrisse in qualche modo alle persone meno opzioni.

Per quanto riguarda Echo / Alexa, se vorrai essere prudente, dovrai scegliere di eliminare le tue registrazioni. Apple, nel frattempo, si è impegnata nel 2019 a non conservare più le registrazioni di Siri per impostazione predefinita.

Tradotto da Veronica Cartolano, revisione di Giacomo Alessandroni per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l’autore della traduzione.
Cover: Photo by Dan Seifert / The Verge

Per certi versi/ Deneb

 

DENEB

Mia Deneb
La più lontana
la più lucente
La più viva
Profonda
Custode
Del mio tempo
Perso
Io
Paggio
Della tua coda
Che spiazza l’universo
Quando la alzo
il tuo buio
Immenso
Mi calza

Ogni domenica periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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FANTASMI /
L’esiliato

 

sistono tanti tipi di scrittori. Tra questi ci sono gli scrittori russi, una specie in genere molto amata anche perché, si dice, in via di estinzione. Esistono poi diversi tipi di scrittori russi e tra questi, frugando a lungo nel mazzo, si trovano prima quelli rimasti in Russia e subito dopo gli emigrati all’estero.

Esiste poi una sottospecie di scrittore russo in esilio che non sappiamo quanto sia corretto definire scrittore. Ci riferiamo a persone dedite a scrivere racconti, capaci di avventurarsi a volte nel genere del romanzo e spesso autori di articoletti e ricerche su argomenti di attualità politica o di letteratura. Credetemi, dopo una lunga esperienza di lavoro con i profughi dall’Unione Sovietica e poi dalla ‘Nuova Russia’, so di cosa parlo.

Misha Dobruvolskij faceva parte di quest’ultima categoria di esuli i quali, per il semplice fatto di essere esuli, acquisiscono la patente di scrittori e come tali vengono accolti a prescindere da ciò che scrivono.

Questo accade soprattutto in Francia, specialmente a Parigi, e spesso anche in Italia. Sei hai la patente di scrittore naturalmente è più facile pubblicare i tuoi lavori su riviste specialistiche, italiane o francesi.

Molti di questi esuli vantano un’origine aristocratica, provengono cioè da famiglie titolate di cui è impossibile provare l’autenticità a causa della distruzione degli uffici anagrafici seguita alla tanto deprecata rivoluzione di ottobre e alla successiva guerra civile.

In ogni caso Misha era un principe titolato, vicino pare alla famiglia Yussupov, a cui apparteneva l’assassino di Rasputin. Altissima nobiltà, dunque, imparentata con la famiglia dello Zar. Così almeno risultava da certe carte scolorite vecchie di quasi un secolo vergate in cirillico ed esibite a richiesta, e noi non abbiamo ragione di dubitarne.

Perciò qualcuno potrebbe chiedersi come mai il nipote di tanta stirpe fosse finito a vivere relegato in una soffitta, rinominata mansarda, di un rione popolare di Sorrento. “E’ stato il meraviglioso clima a conquistarmi” raccontava lui.

In realtà si trovava lì perché aveva a suo tempo concupito una fanciulla napoletana di buona famiglia, l’aveva lasciata incinta e i suoi genitori, ricchi ma sprovvisti di quarti di nobiltà, avevano trovato per la giovane coppia romantica quella sistemazione di fortuna nel lontano 1986.

Per un uomo nato negli ultimi anni dello stalinismo, sopravvissuto al lungo travaglio della vita sovietica e al caos della perestrojka, ‘vivere alla napoletana’ negli anni ottanta dello scorso secolo era facile come bere un bicchierino di vodka. Nasce però spontanea un’altra domanda: come riusciva Misha a mantenersi? Semplice: la fortuna era dalla sua parte.

Non si offese quando la fanciulla napoletana lo abbandonò, stanca dell’inconcludenza e soprattutto della miseria e della sporcizia in cui lui, scrittore per vocazione ma costretto a rinunciare alla servitù per mancanza di mezzi, la costringeva a vivere.

Lei si era trovata in poco tempo un lavoro e un marito napoletano molto più promettente e soprattutto, con gran sollievo del padre naturale, si era portata via la neonata facendola adottare dal nuovo marito.

Nonostante il comportamento da gran cialtrone di Misha, i suoceri, chissà perché, si erano affezionati a quello strano profugo di lusso che sembrava così bisognoso di protezione, e attraverso traffici, clientele e relazioni politiche riuscirono a fargli ottenere una pensione speciale dal governo socialista italiano di allora, una pensione di cui Sasha godette fino alla fine.

Anche se godere è una parola esagerata per un assegno mensile che consentiva a malapena di pagare affitto e bollette, a patto di non mangiare più di due volte al giorno. Ma a Sorrento è possibile, come del resto in Russia, vivere decentemente con pochi mezzi, praticando con astuzia l’arte dell’espediente.

E così Misha, dopo essersi trovato una seconda moglie, la dolce Margherita, una fiorentina innamorata della letteratura russa più che di lui, scoprì tutti i vantaggi di un’esistenza sulla costiera amalfitana nei mesi invernali interrotta da una lunga vacanza in una grande tenuta in Toscana da marzo fino a tutto ottobre: tenuta di proprietà della famiglia di Margherita.

Era diventato un pensionato/scrittore mantenuto dal governo italiano senza aver mai lavorato un solo giorno in tutta la sua vita, come si addice a un vero aristocratico.

Con il suo simpatico, dolce italiano, dall’inflessione russo/napoletana e il sorriso educatamente ironico sapeva intrattenere per ore i suoi ascoltatori e commensali, i quali gareggiavano per invitare a pranzo e a cena l’illustre ospite ed esibirlo a amici e parenti.

Da parte sua Misha raramente si sottraeva a quegli inviti, se non per rendersi ogni tanto più ricercato. Grazie alla buona alimentazione, al buonumore costante e alla mancanza di qualsiasi tipo di stress lavorativo si ritrovò all’età di settantatre anni con l’aspetto e la leggerezza di un sessantenne in buona forma.

Risolto il mistero di come sopravviveva rimane però un altro mistero: che cosa aveva scritto? E soprattutto che cosa stava scrivendo? Durante un pranzo in un ristorante della costiera amalfitana aveva risposto a un commerciante di vini, un uomo scettico e molesto come alcuni napoletani sanno essere: – Al momento sono impegnato da molti anni in un romanzo dal titolo Ol’ga Karamazova, la sorella nascosta.

Di fronte all’inevitabile ilarità dei commensali, aveva spiegato, sorseggiando da un calice di rosso Aglianico: – Vedete, ho scoperto negli archivi della biblioteca di San Pietroburgo degli appunti autentici di Dostoevskij, appunti rimasti a lungo sconosciuti, nei quali il grande scrittore racconta il tormento di una sorella minore dei Karamazov. Pensate, una bambina nata da una relazione del vecchio Fiodor con una prostituta.

– ’Sto piezz’ e puorco – commentò il commerciante di vini.

– La quale sorella, ho scoperto dopo un po’ – proseguì Misha con sguardo radioso  – si era resa complice del disgustoso Smerdjakov per fare fuori il detestato padre naturale il quale, risultava dagli appunti, l’aveva stuprata quando era ancora una bambina di otto anni. Lei, sconvolta, si era rifugiata nel convento di Aliosha, il fratello buono, per confessare la sua partecipazione al turpe delitto ed espiare una doppia pena. Doppia perché all’epoca, sapete, le bambine vittime di stupro erano sempre più colpevoli degli stupratori.

Lo aveva raccontato come fosse un fatto di cronaca, con una voce bassa e patetica da attore di teatro, ma i napoletani, si sa, hanno una speciale predilezione per battute e insulti di bassa lega a scapito delle sorelle altrui e in quell’occasione tirarono fuori il peggio del repertorio.

Lui, curiosamente, anziché offendersi come sarebbe stato logico aspettarsi, pare che si divertisse più di loro a coprire di insulti la povera Ol’ga Karamazova a colpi di ‘’N gulo a soreta’ e via dicendo.

In questa maniera, tra le risate generali, affondando in un mare di volgarità tra le quali scontati giochi di parole su Smerdjakov, nessuno riusciva a capire se Misha si fosse inventato tutto o se davvero stesse scrivendo un romanzo incentrato sulla tragica figura di Ol’ga Karamazova.

Ridevano e bevevano. Circondare di dubbi, misteri e leggende la propria esistenza e soprattutto le sue opere letterarie era un’arte nella quale primeggiava.

Altrettanto abile si era dimostrato fino a quel momento nell’arte di vivere galleggiando sui guai e i drammi della vita, danzando sull’orlo dell’abisso come spesso si dice, senza mai guardare giù in basso e salvando solo le buone maniere.

Tanto è vero che la dolce Margherita, quando litigavano e lei minacciava il divorzio, lo accusava spesso di essere ‘inconsistente’. Lui alzava le spalle, la baciava sulla fronte e tirava dritto.

Ma a ridosso del settantaquattresimo compleanno accadde l’impensabile. Durante un pranzo nel parco della tenuta in Toscana conobbe una collega universitaria di Margherita, una quarantenne ricercatrice di letteratura russa. Veniva spesso a trovarla per ragioni di lavoro.

Mai gli era apparso un simile volto incorniciato da capelli castani lunghi e ondulati e il labbro superiore che lasciava intravedere, da una minuscola fessura, un piccolo spazio vuoto a forma di ‘o’.

All’inizio provò delle sensazioni di stordimento, come se avesse bevuto un bicchierino di troppo e un venticello tiepido gli accarezzasse le cosce fino alle parti intime, poi si accorse di certe ondate di brividi che gli salivano dalla pianta dei piedi su per le vertebre e al tempo stesso sviluppò una predilezione per certi film strappalacrime che fino ad allora aveva disdegnato.

Diventò facile al pianto, dormiva male, mangiava in modo disordinato, dimagrì a causa della cattiva digestione e rimase sconvolto dalla potenza di certe fantasie erotiche del tutto nuove che lo assalivano la notte.

Ma la quarantenne aveva tutt’altro per la testa, era sposata con un affettuoso promotore finanziario, impegnata ad accudire due figli ancora piccoli e terribilmente occupata a difendersi e ad  attaccare in quella feroce partita a scacchi che si chiama carriera universitaria.

Lei aveva da subito provato simpatia per quel garbato principe russo che quando camminava sembrava veleggiare, ma appena si accorse di certi sguardi languidi iniziò una gentile quanto veloce presa di distanza. Cominciò a frequentare il meno possibile la tenuta in Lucchesia, anche a costo di vedere danneggiati suoi rapporti di lavoro con Margherita.

Quando Misha capì di essere finito nel vortice di un amore disperato, la voluttà della sofferenza crebbe fino a diventare il sentimento prevalente. Se prima era considerato inconsistente, adesso si aggirava come un fantasma tra la casa in Toscana, il parco e la costiera amalfitana.

Margherita osservava incredula la fenomenale trasformazione di quell’uomo del quale, chissà perché, non riusciva a fare a meno anche se lo avrebbe molto desiderato.

Lui la ignorava, ogni tanto le lanciava un’occhiata e sembrava si dicesse: “Chi è questa gentile signora che vive nella mia casa?”, dimenticando che tutte le case, compresa quella di Sorrento, erano proprietà ormai della moglie.

In quella fatale primavera, quando si dirigeva giù verso il mare, alla vista del cielo di notte veniva rapito da uno stato di eccitazione romantica, che si mescolava con un desiderio struggente di morire gettandosi dall’alto della scogliera tra il baluginio delle onde, come se il mare e il cielo fossero una sola entità pronta ad accoglierlo e a cullarlo.

Una di quelle notti fece anche un paio di passi verso il vuoto per vedere se trovava il coraggio di lanciarsi nell’abisso. Ma prima di cedere al fascino di un destino tragico preferì godersi ancora per un po’ l’ebbrezza dell’amore infelice.

Un giorno la moglie, sorseggiando il cappuccino, gli chiese: – Dimmi Misha, hai mai letto Lolita del tuo tanto amato Nabokov? – Era l’unico romanzo di Nabokov che non aveva letto. Il semplice fatto che negli anni sessanta ne avessero tratto un film americano di successo lo aveva degradato ai suoi occhi di aristocratico.

Lo lesse. Ne indovinò il senso, e capì ancora meglio perché la moglie glielo avesse suggerito. La sua ammirazione per il principe Vladimir Nabokov, che lui chiamava Volod’ja come fossero amici, era sterminata, rappresentava il suo modello di uomo e di scrittore, l’ideale irraggiungibile che non osava confessare nemmeno a se stesso.

Poi rilesse Lolita una seconda volta. Sapeva di non essere come Humbert Humbert  malato di ‘pedofollia’ – per l’occasione coniò questo neologismo – ma volle guardarsi allo specchio con occhio freddo e oggettivo: si accorse della sua carne raggrinzita, delle pieghe cascanti della faccia e di altri dettagli dal significato inequivocabile.

La scivolata dal romantico al patetico era affare di un attimo, un passaggio perfettamente rappresentato su quello specchio. Decise di salvarsi la pelle e rinunciare al tragico tuffo, a costo di apparire un vigliacco ai suoi stessi occhi.

Del resto, era mai stato un eroe? Per qualche mese aveva smesso di danzare sul bordo della vita, un periodo sufficiente per capire che esplorare l’abisso era un compito al di là della sua portata.

Così, grazie a Nabokov e alla complicità della moglie, evitò il suicidio. Ma ormai era un altro uomo: erano svanite la sua cordialità e la sua piacevolezza da commensale, si ridusse presto al ruolo di ospite tollerato e ben poco ricercato.

Due mesi dopo venne punto da una vespa durante una passeggiata nel bosco in Toscana e morì nello spazio di pochi minuti per shock anafilattico. Aveva da pochi mesi compiuto settantaquattro anni. Ma la fine della sua vita non coincide con la fine della sua storia.

Quando alla figlia della prima moglie di Misha, la napoletana, fu rivelato di essere una figlia adottiva, lei, appena superato lo spaesamento, si mise a frugare nella biografia del suo padre naturale, questo principe russo. Voleva sapere tutto di quell’uomo, anche perché si sentiva legittimata a definirsi ‘principessa’, sia pure con la dovuta nonchalance.

Ma dopo accurate ricerche tra le carte del defunto venne fuori che non solo il famoso romanzo su Ol’ga Karamazova era una semplice barzelletta – questo lo avevano già intuito in molti – ma che in tutta la sua vita Misha aveva pubblicato solo due articoli per una sconosciuta rivista accademica online di Minsk, in Bielorussia: uno su Gorkij a Capri e un altro su Gogol a Roma.

Tutti i racconti e il romanzo politico pubblicato clandestinamente in Unione Sovietica di cui spesso aveva vagheggiato con aria misteriosa erano solo annunci senza alcun riscontro, pure invenzioni.

Quanto ai documenti stampati in cirillico che avrebbero dovuto comprovare le sue pubblicazioni se li era scritti da solo e li aveva autenticati creando intestazioni fasulle con la procedura del copia e incolla da documenti autentici.

Se in vita aveva galleggiato, possiamo dire che, dopo la morte, Misha Dobruvolskij evaporò insieme alla sua immagine. Come se non fosse dotato di un sufficiente peso specifico per affondare.

La figlia, dopo un primo momento di disillusione, si consolò, scoprendo che se non altro quel documento in cirillico con albero genealogico e stemma araldico principesco era autentico. Almeno il titolo era salvo. E ancora oggi se ne vanta pubblicamente, seppure con discrezione, ad ogni occasione propizia.

Racconto inedito, proprietà dell’autore.

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PRESTO DI MATTINA /
Un albero in cammino

 

Sementi autunnali di un libro appena chiuso,
già germogliano in un altro,
non ancora aperto.

Così ho pensato, attraversando con Bashō [Qui] Lo stretto sentiero del profondo nord. Giunto all’ultima pagina, mi è affiorato alla memoria il frontespizio di un altro libro − un testo sulla speranza di Gabriel Marcel [Qui], “Homo viator”. Prolegomeni ad una metafisica della speranza, Borla, Torino 1967 – che lessi tanti anni fa e a cui dedicai un articolo sulla rivista Palestra del Clero nel 1983. Come se un viaggio appena terminato germogliasse subito in un altro inizio.

Dice un detto antico: Homo viator, spe erectus. Un viandante è l’uomo, innalzato dalla speranza, che cammina eretto verso un oltre cui non può resistere a lungo. La speranza è fragile apparizione, come una striscia di haiku, uno spazio ristretto che nell’aprirsi subito si richiude.

L’haiku, pura immediatezza dell’impressione di incontri, di luoghi, di stagioni, di minute e quotidiane presenze colte nell’attimo del loro mostrarsi lungo il cammino o la sosta. Breve il suo dire, non descrizione né ragionamento, ma forza di movimento che fa avanzare dentro sé e fuori, verso l’oltre. Immagine di nitidezza: istantaneità di un lampo.

Come l’haiku la speranza assomiglia nell’uomo allo spazio piccolo di una conchiglia, in cui il vento continuamente muove il rumore dell’infinito mare.

Come l’haiku «è il coagularsi di una intuizione estetica possibile solo quando il soggetto, dopo un lungo apprendistato, riesce a scomparire d’un tratto per lasciare posto all’oggetto, all’evento, quasi cifra in cui si concretizzano la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, visibilità e la leggerezza» – scrive Elena Dal Pra – così la speranza è il coagularsi dell’esistenza, non come un problema da risolvere ma, al fondo della sua problematicità questionante, come mistero da accogliere; dimentichi di se stessi si scompare per lasciare il posto all’altro, attimo di presenza: risonanza di un altrove.

“Arbor viator”

Un albero in cammino, fattosi errante viaggiatore. Queste le parole affiorate subito dopo, ritornando con il pensiero a Matsuo Munefusa (Ueno 1644-Dsaka 1694), colui che cambiò il suo nome in Bashō, una pianta resistente al grande freddo e dalle cui fibre si ricavano tessuti pregiati.

Scelse questo nome quando un inverno egli ricevette dal suo discepolo una pianta di Bashō, il banano orientale giapponese. Lo piantò nel giardino di casa che i discepoli iniziarono a chiamare “eremo del Bashō”, tanto che da allora egli prese a firmare i suoi haikai con questo nome, portando il quale egli si mise in viaggio nel 1689, avanzando con fatica per la pena del distacco. Questo è l’haiku con il quale inaugurò il suo taccuino:

La primavera passa
triste il canto degli uccelli,
negli occhi dei pesci, lacrime

alla stanchezza non manca sollievo di stupore
stanchezza:
entrando in una locanda,
i glicini

Da quel giorno non si fermò più. Percorse 2.400 chilometri da sud al nord del Giappone. Come un eremita errante, Bashō si avvicinò in questa itineranza al buddhismo zen, la memoria dei luoghi, i paesaggi, i santuari, montagne sacre, le tombe degli antichi, la stessa poesia sono le sue mete, da cui poi nuovamente ripartire.

Ricorda ancora Elena dal Pra: «si sposta apparentemente senza uno scopo, calcando le tracce dei poeti del passato, visitando templi, e dispensando la sua sapienza ai poeti che incontra sulla sua strada, in una ricerca di ascesi che passa attraverso la fusione con le cose piccole della natura e con il fluire dei suoi tempi, e attraverso una solitudine e una povertà che sole possono permettere questa fusione», (E. Dal Pra, Haiku, Mondadori, Milano, 34).

Pioggia d’inverno
sarò chiamato anch’io
viaggiatore.

Strada facendo nella stagione delle piogge, non c’è ormai più differenza tra lui e la pianta di bashō.

Un banano nel temporale
Il gocciolio dell’acqua nel catino
Scandisce la mia notte

Verde
riverbera il banano
sui pannelli di carta di riso

Non compare l’ideogramma della parola speranza, così mi è sembrato. Essa forse è nascosta, o da cercarsi in ogni segno, in ogni immagine in cui segretamente dimora.

A me è sembrato così che ogni cosa fosse illuminata di speranza dal di dentro: “in mezzo al campo/ il canto libero/ dell’allodola”;

anche i colori la manifestano silenziosamente: “Inizio d’autunno:/ nel mare e nei campi/ un verde solo”;

è nascosta in una foglia: “cade una foglia di paulonia -/ perché non vieni/ nella mia solitudine?”;

perfino la troviamo nello scrosciare delle cascate: “chiare cascate:/ tra le onde si infilano verdi/ gli aghi dei pini”; “la cascata Shiraito -/ Filo Bianco – / scorre in mezzo al fogliame verde”;

compare sulla mensa: “fragranza dei fiori di pruno:/ sotto il naso dell’ospite/ una ciotola verde mare”.

Nella forza di sognare essa rincuora il poeta ammalato: “Ammalatomi in viaggio/ il mio sogno corre ancora/ qua e là nei campi spogli”. Perfino da un ciliegio tardivo non si lascia dimenticare, essa è nascosta come fuoco, nei suoi fiori sotto la neve per dischiuderli:

“Mi sono appoggiato a una roccia per un momento di sosta, quando ho notato un ciliegio alto appena tre shaku (1= 30,303 cm) con i boccioli in parte schiusi. Anche se coperti da una coltre di neve, i fiori del ciliegio tardivo non dimenticano l’arrivo della primavera: come erano aggraziati! Era come avvertire il profumo dei pruni sotto un cielo infuocato”.

Ma forse il luogo profondo, abisso, in cui è nascosta la speranza è nell’ideogramma delle lacrime. Sono la compagnia dell’homo/arbor viator, della sua condizione di sofferenza, di insoddisfazione e di ricerca, di impermanenza in un luogo e, al contempo, della sua infinità che lo attira fuori di sè.

Le lacrime sono l’attimo transitorio ed insieme l’eternità. È nelle lacrime che si attarda, si sofferma la speranza come un residuo inamovibile, grumo resistente in ogni ferita.

“Li vicino, in un antico tempio, si trovano le pietre tombali della famiglia Satò. Tra tutte, le più struggenti erano quelle di due donne andate in sposa alla famiglia Satò. Sono passate alla storia per il loro eroismo, pur essendo donne. A questo pensiero, le maniche della mia veste si sono impregnate di lacrime. Non bisogna viaggiare lontano, fino in Cina, per trovare lapidi che inducono al pianto”.

Dopo aver visitato le tre montagne della nascita, della morte e della rinascita, vita morte vita, Bashō scrive “Tornato al tempio, per richiesta dell’abate, ho scritto sui tanzaku (striscia di carta stretta e lunga) tre poesie composte nel mio pellegrinaggio lungo i tre monti.

Frescura!
Pallido spicchio di luna crescente
sul monte Haguro.

Si sbriciolano
le cime delle nubi
Monte Della Luna.

Come posso parlare
di Yudono, maniche
bagnate di lacrime.

Davanti alla sepoltura di un poeta scrive:

Smuoviti, tomba!
È la mia voce che piange
questo vento d’autunno.

E guardando una ciocca di capelli della madre morta:

la prendessi in mano
si scioglierebbe nelle mie lacrime
come brina d’autunno.

Se tu ti dimentichi della speranza, la speranza non dimenticherà te, perché non si spera da soli. Non dimenticare allora chi ha sperato e spera con te e anche per te. Qui, alla partenza di un discepolo, Bashō si paragona ai fiori del susino rosseggianti che restano nascosti nel bosco.

Non ti dimenticare
i fiori del susino
in mezzo al bosco.

Io spero in te per noi

Questa intuizione profonda di Gabriel Marcel non l’ho più dimenticata da quando la lessi per la prima a volta nel 1983 in Homo viator. Tanto che spesso mi sale alle labbra come una supplica, e d’improvviso l’angolo della preghiera si apre sullo stretto sentiero del profondo nord, cercando la speranza nascosta tra la gente:

«“Io spero in te per noi”: questa è forse l’espressione più adeguata e più elaborata dell’atto che il verbo sperare traduce in maniera ancora confusa e velata. In te – per noi: qual è dunque il legame vivo che esiste tra questo te e questo noi che soltanto il pensiero più profondo riesce a scoprire nell’atto di sperare? Non si deve rispondere che Tu sei in qualche modo il garante di questa unità che lega me a me stesso, oppure l’uno all’altro, gli uni agli altri?

Più che un garante che assicurerebbe o confermerebbe dall’esterno un’unità precostituita, Tu sei il cemento stesso che ne costituisce il fondamento. Se è così, disperare di me o disperare di noi, significa disperare di Te.

Certo, è logico che vi sia qualche difficoltà nell’ammettere che io formo con me stesso una comunità reale, un noi: solo a questa condizione tuttavia io partecipo allo spirito come fonte d’intelligenza, d’amore e di creazione.

Questo Tu assoluto nel quale debbo sperare, ma che ho sempre anche la possibilità, non astratta ma effettiva, di rinnegare, è il fulcro del mondo che io formo con me stesso e che – l’esperienza ce ne offre la tragica testimonianza – rimane investito del potere di auto-incenerirsi…

Se è così, bisogna dire che sperare, come noi presentiamo, significa vivere nella speranza, anziché concentrare la nostra ansiosa attenzione sulle poche monete d’argento allineate dinanzi a noi, delle quali febbrilmente, incessantemente facciamo e rifacciamo il conto, attanagliati dal timore di averne meno del previsto o di trovarcene senza…

“Io spero in te per noi”, tale è la formula autentica della speranza. Ma se questo “per noi”, anziché aprirsi su un infinito, tende a rinchiudersi su sé stesso, la speranza appassisce e si snatura» (Homo viator, 72-73;  109).

Vivere la speranza come il fiume del cielo: di traverso alla terra

Ama-no-gawa, il fiume del cielo, è la Via Lattea.

O burrascoso mare!
traverso all’isola di Sado
si stende il Fiume del Cielo.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Il battito di Orbán

Con un  decreto del ministero dell’interno, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, il Governo di Budapest stringe ancora sulla legge sull’aborto. “Oltre ai requisiti già previsti per abortire, la nuova norma rende obbligatorio per i medici presentare alle donne la prova “chiaramente identificabile delle funzioni vitali del feto” [Qui]  

Come se le donne non sapessero, dal giorno stesso in cui scoprono di essere incinte, che la vita sta creando altra vita nelle loro viscere. Tutte le donne lo sanno , anche le più giovani, anche le bambine, anche le meno istruite, anche le più misere, e lo sanno per il semplice fatto di essere nate da donna, perché fa parte della loro storia, perché i loro corpi sentono e comunicano con la loro anima, perché i loro corpi ogni mese gli ricordano il potere che sta dentro di loro.

Si può quindi solo dire che chi ha scritto e pensato questa legge è un sadico o una sadica. Una legge che non conosce e non riconosce l’umano è una legge disumana e questa non riconosce la piena umanità delle donne!  E diciamolo, la piena umanità delle donne è sempre stata difficile da accettare dai grandi pensatori della storia e dai legislatori. “O angeli o streghe malefiche”, mai semplicemente donne.

Far ascoltare il battito cardiaco del feto poco prima di praticare  un aborto  equivale a dire alla donna: ”Tu che non sai cosa sia la vita, che umana non sei, sappi che stai uccidendo la vita, sei un omicida”.

Curiosamente,  la definizione di morte è stata modificata negli anni ’60 proprio per consentire la donazione degli organi. Una questione molto complessa sulla quale mi piacerebbe ragionare.
Prima un morto lo riconosceva anche un bambino. La morte era legata alla cessazione del battito del cuore. Bastava appoggiare l’orecchio sul cuore, sentire il freddo che avviluppa un corpo nel quale il sangue cessa di fluire, per riconoscerla . Oggi non è più così, oggi c’è  anche la morte cerebrale e la dichiara un medico. Una nuova forma di potere su cui riflettere.

Alle donne incinte però il cuore che smette di battere lo vogliono far sentire.
Forse hanno dimenticato cosa sia la morte, forse il  progresso le ha portate sulla via della perdizione. Come femminista sono  sempre stata a favore delle legge 194, che non è una legge a favore dell’aborto, ma  una legge a favore della piena autodeterminazione delle donne. Dove autodeterminazione va intesa come un processo nel quale le decisioni sono il frutto di una relazione profonda tra l’individuo e il gruppo, la società che appunto non le lascia sole. La 194 è una legge compassionevole,  capace di indicare la strada alla comunità, ma aperta alla complessità della vita e delle relazioni umane.

Dovremmo chiederci quindi come sia possibile che Orbán e il suo governo, orgogliosamente, annuncino che in un “paese cristiano” come il loro questo sia un passo avanti in  difesa della vita. Ma forse non c’è da stupirsi, solo pochi mesi fa la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato una sentenza di 50 anni prima, mostrando quanto il patriarcato non abbia alcuna intenzione di smettere di legiferare sui corpi delle donne.

Il  potere in un sistema patriarcale, sistema in cui tutti e tutte siamo cresciuti, è fondato sul controllo dei corpi delle donne. Perché? Per il semplice fatto che il potere generativo delle donne sfugge al controllo degli uomini. Da sempre l’autodeterminazione delle donne  è temuta e va tenuta sotto controllo, va  delimitata, perché  la loro autodeterminazione, se pienamente riconosciuta, conferisce loro un potere impossibile da eguagliare.

L’autodeterminazione delle donne obbliga tutti,  uomini a donne, a rivedere il sistema sociale in cui viviamo, un sistema tragicamente competitivo in cui solo il più forte ha “il diritto” di vivere e comandare,  e apre invece a una visione del mondo e della vita opposta, fondata sulla cooperazione tra diversi e sulla fiducia reciproca.

Ecco perché questi uomini/donne politici, saldamente radicati in una cultura patriarcale, ancorati alla vecchia visione darwiniana del più forte, si beano di approvare leggi antiumane. Il loro potere è  visibile solo quando legiferano sui corpi delle donne, quando annientano il senso stesso dell’umanità delle donne, altrimenti sparirebbero.

Orbán ha introdotto una nuova forma di tortura. Ma attenzione, non c’è da fidarsi dei quintali di indignazione che riempiono la bocca dei politici e inondano le colonne dei giornali. La legge barbarica ungherese non è tanto lontana da noi, ‘il battito di Orbán’ si sente anche da qui. Nell’Europa delle frontiere, dei muri, delle guerre fratricide, il patriarcato non conosce confini. E le donne hanno cominciato a capirlo.

Cover: Il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán, foto da Workers’ Liberty – su licenza Wikimedia Commons. 

LO STESSO GIORNO
Sabra e Shatila. 40 anni dal massacro

Di: Redazione di Pagine Esteri, 16 settembre 2022 

16-18 settembre 1982
Beirut, Libano: tre lunghi giorni di strage nei campi profughi di Sabra e Shatila

Beirut, Libano. Era il 1982. Il 16 settembre. L’esercito israeliano era giunto nella zona occidentale di Beirut e insieme alla Falange libanese circondò i campi profughi di Sabra e Shatila.

L’obiettivo dichiarato era quello di scovare i combattenti palestinesi. Ma i campi erano privi di protezione militare: i combattenti erano andati via. Dopo dubbi e discussioni era stato deciso di accettare l’accordo proposto dagli Stati Uniti di Ronald Regan e ritirarsi dai campi profughi per evitare la strage.
Erano state date precise garanzie. Dagli USA e da Israele: una volta che usciti dal Libano i combattenti, la popolazione civile palestinese non avrebbe subito conseguenze. Ma il 16 settembre, per 3 giorni, i campi furono rastrellati. Prima i falangisti pareva cercassero solo gli uomini. Poi hanno cominciato a prendere anche le donne e ad assicurarsi che ci fossero i bambini.

L’esercito israeliano, intanto, aveva chiuso i campi, i palestinesi non potevano uscire e ai falangisti veniva permesso di entrare. L’obiettivo politico della Falange libanese era cacciare dal Libano i palestinesi. E poi di vendicarsi. Vendicarsi per l’assassinio del suo leader, Bachir Gemajel, ucciso due giorni prima.

In questo modo cominciò la strage, illuminata dai fari di perimetro dell’esercito israeliano.

Andò avanti per 3 giorni.

I primi che visitarono i campi dopo il ritiro israeliano descrissero l’orrore di uomini, donne e bambini chiusi in trappola e trucidati. I metodi furono violenti e sanguinari e non si disdegnò l’utilizzo della decapitazione.

Dopo 40 anni i due campi profughi sono ancora lì. Ma la memoria è viva e tramandata da associazioni, volontari, scuole, dagli adulti ai bambini.

La situazione dei palestinesi è misera, i campi sono incredibilmente sovraffollati ma gli è vietato, in Libano, acquistare abitazioni.

La condizione sanitaria è preoccupante, cavi che spostano acqua e energia elettrica pendono insieme aggrovigliati come una rete tra i vicoli sempre più stretti e le case alte e buie. Ai palestinesi è vietato svolgere moltissimi lavori In Libano, decine. I bambini e le bambine spesso non possono far altro che lavorare con i genitori oppure vagare soli per i campi. Le associazioni li accolgono, provano a tenerli con loro, tra attività, giochi e istruzione, come fa la Beirut Atfal al Assomoud (La casa dei figli della Resistenza). Ma le forze non bastano mai.

Insieme al Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila, delegazioni italiane e internazionali parteciperanno alle celebrazioni per il 40ennale che si terranno oggi, 16 settembre. Un’occasione per ricordare ma anche per aprire gli occhi sul presente.

Redazione di Pagine Esteri 

 

Cover: Manifestazione di giovani palestinesi, 15 maggio 2021 (foto Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila)

chiesa maria bambina

Le storie di Costanza /
Settembre 1959 – Maria Bambina

 

A Cremantello c’è un bel mulino. Si trova nella parte del paese dove è ubicata la chiesetta di Maria Bambina. Davanti alla costruzione c’è un grande spiazzo dove si possono fermare i carri a scaricare il grano, a caricare i sacchi di farina, la crusca e gli altri residui della lavorazione.

Il mulino è ampio e circolare, con delle ruote di pietra che tritano il grano rendendolo poltiglia. Le ruote sono azionate ad acqua, passa sotto le pale la Tiria, uno dei nostri fossi più grandi, con una portata fluviale importante.

Il mulino è dipinto con calce bianca che disinfetta, il pavimento è di pietra e viene continuamente spazzato e lavato. La gente porta al mulino i cereali e se ne va con la farina, la crusca e il mangime per i polli.

Se la produzione è abbondante e supera le necessità famigliari, parte del raccolto viene lasciato al mugnaio, che provvede a venderla ad un’altra famiglia e poi a trasferire alla prima il ricavato già concordato.

I proprietari del mulino sono due fratelli: Pietro e Marcello Sassi che, a loro volta, lo hanno ereditato dal padre. Uno si occupa del funzionamento dell’impianto e della supervisione sugli operai, l’altro si occupa dell’amministrazione e fa i contratti.

Questa spartizione del lavoro è molto efficiente, non ci sono sovrapposizioni e, contrariamente a quello che succede da altre parti, i fratelli collaborano senza litigare e il lavoro prospera.

Il figlio di Marcello si chiama Giacomo ed è un mio amico. Forse io gli piaccio, ma non me lo ha mai detto, si limita a venire con me tutte le volte che capita l’occasione. Andiamo a messa, alla fiera, alle riunioni della Caritas e a quelle del Patronato Acli.

Giacomo è un tipo molto tranquillo, perennemente in ritardo, grassoccio, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Quando dobbiamo andare da qualche parte io gli dico sempre: – Ci vediamo là, così ti tengo il posto.

In realtà non è per il posto che vado sempre da sola, ma per non fare la figura di quella che arriva sempre in ritardo, tra l’altro accompagnata dal figlio del mugnaio che è, risaputamente, benestante.

Adesso sono seduta davanti all’ingresso del mulino dall’altra parte della strada, su una delle panchine di legno che circondano la chiesetta della Madonnina. Una chiesa molto piccola e spoglia, al cui interno ci sono alcuni banchi, le rastrelliere dei lumini, un altare di marmo colorato di epoca barocca e una piccola statua dorata della Madonna, che troneggia là in mezzo con autorevolezza e luminosità indiscussa.

Sono circa le sei di sera e sto aspettando Giacomo, perché dobbiamo accordarci su alcune questioni prima di andare alla prossima riunione del Patronato. Mi ha detto: – ci vediamo sulla panchina alle sei ; quindi, arriverà fra venti minuti ed io, intanto, mi posso godere la frescura di settembre, il mio mese preferito.

In chiesa stanno facendo le prove del coro. “Dall’aurora tu sorgi più bella/Coi tuoi raggi fai lieta la terra/E tra gli astri che il cielo rinserra/non v’è stella più bella di te./Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/ non son belle al par di te.”

Si sentono le voci dei coristi che, non proprio all’unisono, cantano questa canzone, che ha cent’anni, ma che piace a tutti. È una canzone in cui la parola “bella” e la parola “bianca” riferite alla Madonna, vengono ripetute molte volte. Sono queste parole, unite alla musica cantilenante, che piacciono alla gente. Le trovano rassicuranti, trasmettono un po’ di speranza.

Del resto, il canto in chiesa è una forma di preghiera, non è necessario che il coro canti perfettamente, né che le voci siano perfettamente in armonia, l’importante è che trasmettano un’emozione, la consapevolezza di essere di fronte ad un grande mistero quale è quello del cuore immacolato di Maria.

Guardo il portone da cui dovrebbe uscire Giacomo. Per ora non lo vedo arrivare. Non è ancora il momento.

Al mulino ci sono molti gatti, perché dove ci sono i cereali ci sono anche tanti topi.  I gatti li catturano e se li mangiano in un sol boccone e, grazie a quelle proteiche abbuffate, diventando rotondi e con un manto lucidissimo.

La settimana scorsa sono nati dei micini all’interno di un cassone posizionato vicino alle macine di pietra. Sono quattro, tre tigrati e uno bianco e nero. Siccome la mamma è tigrata pensiamo che quello a chiazze assomigli al padre.

A Giacomo piacciono i micini e mi ha chiesto se ne voglio uno. Io non posso prenderlo perché ne ho già due che si azzuffano con Toti per guadagnarsi il latte del mattino e le carezze di mio fratello Giovanni.

Una volta un brutto gattone maschio ha preso in bocca un micino appena nato e lo stava portando via. Lo abbiamo rincorso fino in fondo al mulino e per fortuna Giacomo è riuscito a toglierglielo dalla bocca e a riportarlo dai suoi fratelli.

A volte succede che i grossi maschi uccidano una intera famiglia di gattini. Sono aggressivi e vogliono le femmine solo per loro. Ci sono anche maschi molto bravi, si curano della prole e sono dei vice-mamma efficienti.

Intanto è passato un quarto d’ora e il portone del mulino si apre per far passare Giacomo che viene verso di me.

– Ciao Anna – mi dice. – Ciao – gli rispondo io e lo rendo partecipe delle questioni per le quali lo stavo aspettando. – Va bene, facciamo come vuoi tu – commenta lui, come fa sempre.

Quasi tutte le nostre discussioni finiscono così. Non litighiamo mai. A volte ci scambiamo i rispettivi pareri, a volte non è necessario nemmeno quello, visto che il parere è solo uno.

A mia madre piace Giacomo e forse le piacerebbe che ci fidanzassimo, ma a me piace Umberto Del Re, anche se non so esattamente dove sia e cosa stia facendo in questo momento. Siccome è stato promosso, suo padre gli ha regalato il motorino. Mi ha detto che una volta verrà a trovarmi a Cremantello. Mi farebbe molto piacere.

Mi ha anche detto che, prima di pensare all’università, vuole fare il militare. Ha fatto domanda per fare il paracadutista, ma non lo hanno preso perché, giocando a pallavolo, si è rovinato un ginocchio.

Il menisco è stato operato ma non è tornato nelle condizioni ottimali, quelle che sarebbero necessarie per fare il parà. L’hanno così preso per fare il radiotelegrafista e partirà a novembre. Mi ha detto che mi scriverà, chissà se è vero. Umberto scrive molto bene e gli piace farlo, quindi credo che riceverò sue notizie via carta.

Giacomo conosce Umberto. Credo che, nel caso abbia mai avuto velleità nei miei confronti, se le sia fatte passare la prima volta che lo ha visto.

Umberto è alto e robusto, ha un fisico atletico e allenato. Saprebbe difendersi molto bene, se fosse necessario. Giacomo è un tipo tranquillo e non ha nessuna intenzione di entrare in aperto conflitto con chicchessia, men che meno con chi parte da una situazione di vantaggio.

Intanto in chiesa stanno continuando a provare la stessa canzone, solo che ora sono passati alla seconda strofa. “Gli occhi tuoi son più fondi del mare/la tua fronte ha il profumo del giglio/le tue gote baciate dal figlio/Son due rose e le labbra son fior/ Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/ non son belle al par di te”.

Alcuni cantori hanno intonato “non son bella al par di te” con un acuto che non è piaciuto al maestro del coro. – Fermi, fermi! Non si sale così, sembrate impiccati –  dice, agitando le braccia.

– Ora vi faccio sentire io – e si mette a cantare “non son bella al par di te” in maniera poco dissimile a come l’avevo appena sentita. Mi vien da ridere, ma mi trattengo vista la serietà dell’impresa che si sta svolgendo tra le mura della chiesa dietro le mie spalle.

Io e Giacomo ci guardiamo e pensiamo alla processione imminente. Don Astolfo guiderà la fila, seguito dalle bambine vestite di bianco, che porteranno la statuina di Maria Bambina per le strade di Cremantello.

Il Don non ama molto le processioni. Galoppa deciso e semina i fedeli dietro di lui. Ogni tanto sua sorella Colombina lo chiama:  – Don Astolfo vada piano, stiamo rimanendo indietro! – Allora lui si volta e con uno sbuffo rallenta quel poco che basta per far tacere Colombina e poi riparte al trotto.

Anche gli uomini che chiudono il corteo hanno provato a dire al parroco di camminare più piano, ma lui vuole finire la processione in fretta e tornarsene, quanto prima, a casa sua.

I cantori non se la prendono più di tanto per le corse di Don Astolfo, sono distratti dalle parole della canzone che devono cantare e dai segnali fatti col capo dal loro direttore. Nessun cantore conosce le note, si canta tutto a orecchio, come viene, ed è bello così.

Le donne della Confraternita del Santissimo Sacramento portano una cintura azzurra sui cui viene appoggiato un grosso cero. Sono tutte donne anziane, molto devote e molto ligie alla tradizione dei ceri, tradizione di origine medioevale la cui genesi si perde nella notte dei tempi.

Le cinture azzurre sono un po’ ingiallite perché molto vecchie e perché stanno tutto l’anno chiuse in un cassetto dell’armadio che c’è in sacrestia. Quando vengono tolte da là, si arieggiano e si prova a pulirle, ma alle strisce resta comunque una sfumatura giallastra e un vago odore di muffa.

Intanto il coro è arrivato alle prove della terza strofa: “Delle perle tu passi l’incanto/ La bellezza tu vinci dei fior/tu dell’iride eclissi i bagliori/il tuo viso rapisce il signore./Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/non son belle al par di te”.

– Accidenti quanto urlano oggi – dice Giacomo – deve essere Maria Bambina che pompa aria direttamente nei loro polmoni. – Ridiamo un po’, pensando a Maria Bambina che viene portata in processione a quel modo. Confidiamo sul fatto che la Madonnina non se la prenda, né per la corsa del parroco, né per le voci stonate, né per le vecchiette della Confraternita con le loro cinture sbiadite. Speriamo che apprezzi quello che in questa piccola chiesa si riesce a fare.

Nei paesi qui intorno succede la stessa cosa e se lei se la prendesse per tutte queste processioni un po’ stonate, diventerebbe una Maria Bambina triste. Invece splende di una luce meravigliosa e irradia d’oro le persone, le strade, gli alberi e i cuori.
“Bella tu sei qual sole/Bianca più della luna/E le stelle più belle/non son belle al par di te.”

N.d.A. I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore.

Parole a capo
Matteo Finoglietti: “Cerchio” e altre poesie

“Mi feci tante domande che andai a vivere sulla riva del mare e gettai in acqua le risposte per non litigare con nessuno.”
(Pablo Neruda)

Nadir

Il blando grido dei gemelli
è l’onda sulla rivista bianca
che increspa l’esistenza,
dimora lieta dei segni
che ricompone un quadro
da ciò che scompare

La mossa atta a offendere
è un placido bacio di fate
distratte, il silenzio di neve
e l’acufene, gioia
che lasciava le stanze
la cuspide inerme. Attende,
che l’agguato sia propizio

Pedestri sguardi dove il cielo
è luce sull’acqua e la stessa danza
degli astri decide la significanza
dei passi. Con loro la mia voce
si è spostata a ritroso
nella confusione presente,
come un granchio

Faccio fronte con la fuga
agli alvei di una domanda

– dove sei?

 

Cerchio

In girum imus nocte
et consumimur igni

Sei il Palinsesto palindromo
a cui biascicando m’abbarbico
cercando uno stralcio di segno,
imporre nomi nei loops eterni
dell’automazione: la vergogna
dei presagi: i calli. Mani
protese che palpano e sanno
cosa non stringono

Il rilievo di un sonno senza sogni
sottrarsi alla legge degli intoppi,
muovere nuovi passi
liberi – nel vano vanto
del metallo – ogni smacco
si mescola alla stele
di un linguaggio:

uno zero zero uno

discente dell’ignoto
rimetto alla conta
il capo perduto
della matassa:

uno zero zero due

 

Ansia

Una piccola pila di segreti
e poco più; il turbinio
di pensieri si dirada a stento
mi segue, chiassoso,
fin sul confine
della darsena

Avessi un commiato
o la riconoscenza tra le dita,
un foglio di via da stringere forte
forse prenderei il largo,
come chi va verso sera
in balia dell’ignoto

Falsa rotta che muovi
a vuoto la nave,
io non ti ho scelto.
Eppure l’orizzonte avanza,
ma non vedo altro approdo
che la cova di segreti
chiusi a stento nella stanza,

il mare immenso
è la risacca

 

Guado

Ogni trama tetra
svincola dalle dita
la ferrea presa di sogni inermi:
ciottoli di un fiume
dove ti faccio d’acqua costretta
sempre alla schiva e ostinata presa

Saperti assente
all’agguanto furibondo,
tra le spensierate genti
stese assenti per i prati,
non mi fa certo ressa
tra pensieri d’intemperie,
di burrasca

Il tuo corso placido
non ha che un seguito:
in sonno come in veglia
farti ospite gradito
L’innato asilo che ti devo
è l’unico divino avvento
che mi scampi dalla pioggia

 

Memento

Tra seguiti e seguaci
sperperi volti, come cavie
alla solenne prova di vita
cui sei sempre assente

Vedi come qui non devi
che fare quello che ti pare?
Fuggire adulare la gente,
o reggere lo scettro

Mai, mi fossi arrischiato
a un inchino, o posato
congiunto speranza alle labbra:
fine arte dell’inganno

L’assenza ti precede – notifica
la spola confusa di segni nel buio –
e la vita – in cui t’insinui
e che invadi – avanza
tumefatta dal ricordo,
tra le macerie dei tasti
in cui attenti un raccordo

 

Matteo Finoglietti è un poeta torinese di 29 anni. Inizia a “giocare” con le parole all’età di 6 anni, prendendo consapevolezza durante l’adolescenza della propria passione per la poesia. Studia al liceo scientifico Piero Gobetti di Torino per poi diplomarsi all’istituto magistrale Domenico Berti con un diploma a indirizzo musicale. Al liceo Gobetti conosce l’insegnante di Letteratura e Latino Paola Valpreda che, insieme allo scrittore torinese Salvatore Tripodi, seguirà il suo percorso di crescita letteraria, fornendo consigli e letture.
Dopo il diploma, Finoglietti lavora come insegnante di scacchi, steward e cameriere; trovando tuttavia il tempo di dedicarsi con impegno all’arte, in particolare alla poesia e alla musica.
Si dedica anche allo studio delle lingue, in particolare l’inglese, il giapponese e il francese. Attualmente cerca una casa editrice che apprezzi la sua silloge per una pubblicazione. Le poesie qui pubblicate sono tutte inedite. La proprietà dei testi è dell’autore.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia/Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Ci SIAMO: Interno Verde Danza
A Ferrara dal 16 al 18 Settembre

Dopodomani si comincia. Dal 16 al 18 settembre, nell’ambito dell’amatissima ed attesissima manifestazione Interno Verde, che abbiamo presentato su periscopio la settimana scorsa, la danza uscirà dal teatro ed entrerà nei giardini di Ferrara con Interno Verde Danza 2022: cinque spettacoli di danza contemporanea in vari suggestivi spazi della città, preceduti, per la prima volta, da una grande festa in Castello con le esibizioni di nove scuole di danza cittadine.

La manifestazione, giunta alla seconda edizione, è inserita nel Festival di Danza Contemporanea 2022 (che da ottobre continuerà al Teatro Comunale), ed è organizzata dal Teatro Comunale di Ferrara con il sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Ferrara, in collaborazione, appunto, con Interno Verde.

MicroDanze reenactment – Stroma – ph. Claudio Montanari

Palazzo Schifanoia e il suo inebriante e profumato giardino, il Giardino ‘segreto’ delle Sibille di Casa Romei e il sontuoso ed elegante loggiato della Palazzina Marfisa d’Este diventano per un intero fine settimana (sabato 17 e domenica 18 settembre, con più repliche nella giornata), un palcoscenico a cielo aperto con ospiti originali e bellissime scenografie.

Palazzina Marfisa, foto Interno Verde
Palazzo Schifanoia, foto Interno Verde

Interno Verde Danza 2022 propone performance site-specific di danza contemporanea ideate e realizzate da cinque tra le migliori compagnie italiane: MM Contemporary Dance Company in prima assoluta nel Giardino delle Sibille a Casa Romei con Short Stories di Michele Merola, Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto a Palazzo Schifanoia con MicroDanze / Urban Settings, CollettivO CineticO a Palazzina Marfisa d’Este con O+< Scritture viziose sull’inarrestabilità del tempo, al Ridotto del Teatro Comunale (spostati dal Chiostro di San Paolo per possibili avverse condizioni meteo) Nicola Galli presenta Il mondo altrove e C.G.J. Collettivo Giulio e Jari con Evento.

Danza, storia, arte e architettura si collegano tra loro. D’altronde, Ferrara, sin dal XV secolo, ha un legame particolare con la danza grazie alla figura pionieristica di Domenichino da Piacenza, primo teorizzatore dell’arte coreutica che, con la sua attività alla corte degli Este, riuscì a far riconoscere alla danza la stessa dignità della musica e della pittura.

Eccovi allora alcuni dettagli sugli eventi nello specifico. Se siete curiosi, troverete vari link agli artisti, cliccando sui nomi rispettivi.

Venerdì 16 settembre ore 20 – Loggiato del cortile del Castello Estense, Open Day Scuole di Danza

Le Scuole di Danza del territorio presentano le proprie coreografie. Hanno aderito all’iniziativa: la Scuola di Danza di Luisa Tagliani, il Cigno Danza M2 di Melania Durca, Dance Nation di Fabrizio Lolli, Scuola di Danza Classica Arabesque di Elena Souchilina, Gruppo Teatro Danza di Anna Lolli, Jazz Studio Dance – Uisp Ferrara – direzione artistica di Silvia Bottoni, ASD Vigarano Danza di Anna Rita Smai, Hip Hop Room di Sabrina Lopez e Zenit E-Motion a Bondeno di Marika Ferrarini.

Sabato 17 e domenica 18 settembre ore 11, 17.30 e 18.30, Casa Romei – Short Stories – MM Contemporary Dance Company

Ferrara ospita la prima assoluta di Short Stories di Michele Merola (una coproduzione del Teatro Comunale di Ferrara).

MM Contemporary Dance Company, foto Nicola Stasi

Interpreti saranno sei danzatori della MM Contemporary Dance Company, compagnia di danza contemporanea attiva dal 1999 e diretta dallo stesso Merola.

Short Stories nasce per adattarsi a luoghi non convenzionali come un cortile, un prato, un giardino naturale, una radura.

La coreografia, nelle sue varie sezioni, dialoga con il giardino ‘segreto’ di Casa Romei (quello delle Sibille) e con gli affreschi e la storia dell’edificio costruito dal mercante Giovanni Romei alla metà del XV secolo, tanto da creare un rapporto sinergico tra corpi, spazi e pubblico presente. Il luogo si trasformerà poeticamente in un teatro a cielo aperto, pur mantenendo la sua peculiarità e la sua anima. Il lavoro coinvolge i corpi danzanti in un disegno continuo, costruito su ripetizioni e differenze, momenti di assoli, duetti e partiture corali, musicalmente sostenute da loop e lunghissimi rallenty generati dal sound della musica dal vivo, composta ed eseguita da Federica Furlani. I danzatori faranno perdere il senso del confine che separa pubblico e spazio scenico.

Prima della performance, Andrea Sardo, direttore del Museo di Casa Romei, illustrerà la Sala delle Sibille in collegamento con il giardino, per dar modo a chi vi assiste di cogliere e godere delle connessioni artistiche tra l’evento danzato e lo spazio che lo ospita.

Casa Romei, foto Interno Verde

Sabato 17 e domenica 18 settembre ore 11.30, 16 e 19, Palazzo Schifanoia, MicroDanze/Urban Setting – Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto 

Nei suggestivi spazi interni ed esterni di Palazzo Schifanoia, residenza di “delizia” dei duchi estensi e luogo simbolo di Ferrara, la Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto propone MicroDanze / Urban Setting, progetto di performance “danzate” ideato da Gigi Cristoforetti che sfugge alla dinamica del palcoscenico, alla distanza che separa lo spettatore dall’interprete, creando un continuum tra chi guarda e chi è guardato sollecitando un’esperienza emotiva ed estetica. Il Nuovo Museo Schifanoia e parte del suo giardino dialogheranno con il lavoro di coreografi – nazionali e internazionali – che hanno concepito otto pezzi brevi di sei-otto minuti da danzare in spazi ristretti, ai quali è possibile assistere come se si stesse visitando – appunto – un museo. Filo conduttore è la ricerca sulla danza come forma dell’abitare, in relazione con le pratiche artistiche contemporanee che si radicano in un territorio.

MicroDanze reenactment – Eppur si muove – ph. Claudio Montanari

Le MicroDanze rappresentate a Interno Verde Danza sono inserite in un suggestivo percorso curato da Lara Guidetti e sono: Active Motivation di Elena Kekkou, Pensieri di Carta di Hélias Tur-Dorvault, Eppur si muove di Francesca Lattuada, Turn the Tide di Roberto Tedesco, Knight Rider di Yannis Nikolaidis, Strôma di Giovanni Insaudo, Forget me not di Konstantinos Rigos, Fantasmagoria di Markella Manoliadi. Nell’ottica di trasmissione e valorizzazione del lavoro, il progetto coinvolge giovani talentuosi danzatori selezionati da Aterballetto.

MicroDanze urban setting – Forget me not by Konstantinos Rigos – ph. Davide Sabattini
MicroDanze urban setting – Fantasmagoria by Markella Manoliadi – ph. Claudio Montanari
MicroDanze urban setting – Stroma by Giovanni insaudo – ph. Davide Sabattini
MicroDanze urban setting – Pensieri di carta di Hélias Tur-Dorvault – ph. Davide Sabattini

Sabato 17 e domenica 18 settembre, ore 11, 17.30 e 19, Ridotto del Teatro Comunale (spostati dal Chiostro di San Paolo per possibili avverse condizioni meteo), Evento – C.G.J. Collettivo Giulio e Jari 

Sabato 17 e domenica 18 settembre ore 11.30, 18 e 19.30, Ridotto del Teatro Comunale (spostati dal Chiostro di San Paolo per possibili avverse condizioni meteo), Il mondo altrove – Nicola Galli

Al Ridotto del Teatro Comunale due saranno gli appuntamenti. Si inizia nel chiostro piccolo con C.G.J. Collettivo Giulio e Jari, che propongono Evento, di e con Giulio Petrucci e Jari Boldrini, con musica di Simone Grande. Per gli artisti “le relazioni umane sono esperienze condivise intessute di ricordi”. La relazione e l’intesa tra i performer esprime il coraggio di vivere pienamente e apertamente l’unicità di un legame irripetibile, per condividerlo. Evento nasce, dunque, dal desiderio di trasmettere un’esperienza del corpo senza alcun filtro. Il motore è il fulmineo scambio di informazioni tra i due danzatori: i tempi ritmici rispondono a un impulso visivo e la geometria dello spazio muta ripetutamente.

EVENTO CGJ Ph Andrea Macchia

A seguire, nel chiostro grande di San Paolo, Nicola Galli presenta Il mondo altrove, creazione coreografica in forma di rituale danzato, che celebra secondo una logica scenica il moto di un mondo inesplorato. Quattro figure sciamaniche, finemente adornate, conducono una cerimonia magica e senza tempo, un dialogo gestuale che diviene espressione di sostegno vicendevole, dono perpetuo, comunione universale e celeste. Nel tracciare un percorso ideale tra Occidente e Oriente, il lavoro di Galli è liberamente ispirato ai rituali indigeni dell’America del Sud, ai simboli e alle tradizioni del teatro Nō giapponese, e all’ossessiva, per certi versi mistica ed eccentrica ricerca musicale del compositore Giacinto Scelsi intorno all’idea sferica del suono.

Il mondo altrove, Nicola Galli

Sabato 17 e domenica 18 settembre ore 11, 17.30 e 19, Palazzina Marfisa d’Este, O+< Scritture viziose sull’inarrestabilità del tempo – CollettivO CineticO

Il giardino di Palazzina Marfisa d’Este, con la decorata Loggia degli Aranci, è lo spazio e il luogo con cui si confronta CollettivO CineticO con O+< Scritture viziose sull’inarrestabilità del tempo, creazione di Francesca Pennini, con Teodora Grano (danza), Angelo Pedroni (dj live) e Andrea Amaducci (grafica live).

CollettivO CineticO_O_Scritture Viziose, ph.Matteo De Fina

In O+< la danza è costruita e decostruita secondo una continua precarietà. Una sorta di tappeto bianco rettangolare occupa lo spazio. Sul grande foglio il corpo di nero vestito della performer danza, mentre il writer osserva, strizza gli occhi, immortala frame che velocemente trasforma in disegni sull’enorme tela. È come se il movimento venisse bloccato, ritratto, schizzato sul foglio che si riempie di segni in base alla presenza della danzatrice che entra in dialogo con lo spazio bianco monodimensionale: il tratto si fa corpo, mentre il corpo si fa tratto nell’azione pittorica di Amaducci.

Un programma ricchissimo, dunque. Di che inebriarsi, al profumo dei giardini in fiore.

MicroDanze urban setting, Active Motivation by Elena Kekkou , ph. Davide Sabattini

 Immagini cortesia dell’Ufficio stampa del Teatro Comunale di Ferrara

quella cosa chiamata città ferrara città parco o città merce

PROVE GENERALI DI UN GIROTONDO AL PARCO URBANO
Appuntamento l’1 ottobre per Save the Park

 

Ufficialmente si chiama flash mob, oppure presidio popolare, ma l’evento programmato sabato 1 ottobre a partire dalle 16,30 assomiglierà soprattutto a un girotondo. Un enorme girotondo nel verde del Parco Urbano. Dove? Proprio nella grande area erbosa dove dovrebbe atterrare la corazzata del Boss, con un megapalco  e circa 60.00 spettatori.

La mozione Save The Park (vedi in fondo all’articolo) ha raccolto quasi 30.000 adesioni: un numero stratosferico, mai visto a Ferrara. 30.000 firme che non sono (come qualcuno vorrebbe far credere) contro il concerto di Bruce Springsteen e nemmeno contro i grandi eventi. 30.000 persone ragionevoli che chiedono semplicemente di spostare il concerto del Boss in un’altra area e preservare l’inestimabile ma delicato patrimonio naturale del Parco Urbano.

Il laghetto del Parco Urbano Bassani (Foto Valerio Pazzi)

Un folto gruppo di ferraresi  si è votato alla nobile causa della difesa del Parco Urbano. Oltre alla raccolta di firme, è stata avviata in questi giorni una campagna di sensibilizzazione, mentre sono in programma nuove iniziative.
Prima di tutto c’è da organizzare il grande girotondo del 1 ottobre. E siccome le cose “vanno fatte bene”, il gruppo si è dato appuntamento nel parco per le ‘prove generali’ del flash mob. 

   

Intanto, è stata preparata una maglietta, con il logo Save The park e una vignetta spiritosa; una catapulta che lancia il Boss e il suo bel concerto fuori dai confini del Parco Urbano. Sabato 1 ottobre tutti i partecipanti al flash mob indosseranno quella maglietta. E saranno in tanti , gli organizzatori stanno già raccogliendo, una per una, le adesioni dei ferraresi. In preparazione anche uno grande striscione.

Infine, per pubblicizzare l’iniziativa, sono stati stampati alcune migliaia di volantini. E visto che sono già in distribuzione nelle affollate serate del Buskers Festival,  dove arrivano anche tanti turisti stranieri, del volantino Save The Park è stata preparata anche una versione in lingua inglese.

Non era mai successo che a Ferrara una petizione popolare raccogliesse tante firme. Mentre scrivo, più di 35.000 cittadini hanno già firmato la petizione SAVE THE PARK per proteggere dai maxieventi lo straordinario patrimonio naturale del Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani. Se non l’hai ancora fatto puoi aggiungere la tua adesione [firma qui la petizione] 

Regno Unito, ne abbiamo abbastanza della monarchia


di Craig Murray*, Manchester UK
Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi (pressenza intermazional press agency)

Non vi è dubbio che milioni di persone abbiano provato un sincero attaccamento per la Regina Elisabetta, come continuerà a essere evidente nei giorni a venire. Ma ciò che appare sempre più evidente è anche la natura anacronistica della monarchia, nelle sue palesi assurdità e con quelle procedure da pantomima, con gli Herald Pursuivants e i Royals piegati sotto il peso delle loro medaglie mai guadagnate.

Nell’annunciare la morte della regina, qualche stenografo della BBC è stato costretto a battere a macchina con espressione compunta frasi del tipo “Il Duca e la Duchessa di Cambridge sono da oggi il Duca e la Duchessa della Cornovaglia oltre che di Cambridge”, che anche cinquant’anni fa sarebbe suonata parecchio assurda come battuta in uno sketch alla Monty Pyton. Ancora più assurdi sono i milioni di reddito feudale che accompagnano quel titolo, tutti soldi veri, sborsati da persone normalissime sotto forma di contributi feudali.

Le misure in vista della morte della regina sono state pianificate decenni fa e si vede. La BBC, ITV e i Canali 4 e persino 5 hanno interrotto qualsiasi programmazione di intrattenimento per dare spazio alla più pre-ordinata espressione di corale cordoglio, come se vivessimo ancora in un mondo in cui alla gente non è permesso cambiare canale per godersi Gordon Ramsay su Blaze – come se non esistessero Netflix, Amazon e l’intera Internet.

Ho seguito per alcuni minuti la BBC la notte della morte della regina, fino a quando un “commentatore specializzato in vicende della corona” ha detto che la gente si stava affollando all’esterno di Buckingham Palace perché la nazione intera sentiva il bisogno di rispondere a quel gran dolore con il benessere fisico di stare insieme. Erano un paio di centinaia in tutto. Le emittenti hanno continuato a concentrarsi su una dozzina di bouquet lasciati sul marciapiede, nel disperato tentativo di convincere la gente a portarne di più.

Non c’è dubbio che tutto questo abbia funzionato e che ci sia stata una discreta folla e tappeti di fiori nei giorni seguenti. Erano in molti a provare una sincera devozione per Elisabetta II, o meglio per quella immagine di lei straordinariamente ripulita che veniva loro presentata.

Io l’ho vista da vicino mentre era impegnata in due visite di Stato che nel mio ruolo di ambasciatore sia in Polonia che in Ghana ho contribuito in modo rilevante a organizzare. Era molto diligente, molto seria, sinceramente ansiosa di fare del suo meglio e preoccupata per questo. Mi ha colpito per la sua personalità gradevole e gentile. A dire il vero, non mi è sembrata particolarmente brillante o acuta. Ero abituato a lavorare con ministri di un certo livello, sia inglesi che esteri e lei non era a quel livello. Ma è in effetti improbabile che qualcuno scelto per puro diritto di nascita possa esserlo.

Come vuole la tradizione, lo staff responsabile nell’organizzazione di una visita di Stato riceve normalmente una privata manifestazione di ringraziamento a livello individuale. Oltre agli onori previsti dalla circostanza. Io ho rifiutato un LVO (Luogotenente del Royal Victorian Order) a Varsavia e un CVO (Comandante dello stesso Royal Victorian Order) ad Accra. Per via di questa singolare circostanza, sono una delle pochissime persone, o forse l’unica persona, che ha mai rifiutato un onore dalla regina e che poi ha avuto un’udienza privata in cui lei stessa me ne ha chiesto il motivo! Sicuramente devo essere l’unica persona che per ben due volte ha vissuto una simile esperienza. (All’inizio della mia carriera mi era stato chiesto se avrei accettato un OBE, che è la massima onorificenza britannica e ho detto di no. Come per la stragrande maggioranza delle persone che hanno rifiutato un onore, dubito fortemente che la regina lo abbia mai saputo.)

In ogni caso, durante la mia audizione, ho detto alla regina che ero non solo repubblicano, ma anche un nazionalista scozzese. Devo dire in tutta onestà che ha avuto una reazione del tutto normale: mi ha risposto con cortesia e sembrava vagamente divertita. Entrambe le volte, invece dell’onorificenza, mi ha dato dei regali personali: un portalettere realizzato dal Visconte Linley e un piatto Armada d’argento. In seguito ho messo all’asta quel portalettere per raccogliere fondi in favore di Julian Assange.

Ho indugiato in questo viaggio a ritroso nella memoria per spiegare che ho trovato la defunta regina una persona piacevole e molto motivata, che faceva ciò che riteneva giusto. Siamo tutti modellati dall’ambiente in cui siamo nati; io sarei stato un monarca ben più orribile di lei se fossi nato nel suo ruolo, sicuramente molto più sibaritico (come sembra essere il resto della sua famiglia).

Per cui non c’è alcuna personale malizia dietro la mia previsione che la festa per la monarchia finirà molto presto. Non solo perché l’istituzione e lo sfarzo appaiono ridicoli nell’epoca attuale, ma per come viene presentata. La BBC si sta comportando come se fossimo ancora negli anni Cinquanta e a quanto pare continuerà a farlo per molti giorni. L’intera nozione di una piattaforma statale di trasmissione è antiquata e credo che un numero crescente di persone se ne accorgerà.

Il 29% della popolazione del Regno Unito vorrebbe abolire la monarchia, senza contare le risposte dei Non So; in Scozia la percentuale sale al 43%. Nel Regno Unito nel suo insieme i giovani tra i 18 e i 24 anni sono per il 62% favorevoli all’abolizione della monarchia, esclusi i Non So e si sentiranno ulteriormente distanti dalla stravaganza degli eventi di questi giorni. Solo i lealisti, i sudditi davvero convinti si sentiranno rafforzati – gran parte della popolazione non potrà fare a meno di ridicolizzare come assurda questa crescente pomposità. Nelle stesse ore in cui la Regina stava morendo, io stesso mi sono trovato a esortare la gente su Twitter a commenti un po’ più gentili.

Consideriamo seriamente questo dato. Il 29% della popolazione vuole abolire la monarchia. Pensiamo a tutta la copertura della monarchia trasmessa dalla BBC nel corso degli ultimi dieci anni. In che percentuale possiamo dire che le opinioni repubblicane siano state in qualche modo rappresentate? Meno dell’1%?

Consideriamo ora la copertura mediatica su tutti i media di trasmissione e stampa. Quante volte i media hanno rispecchiato il punto di vista repubblicano di un terzo della popolazione? Molto, molto meno di un terzo delle volte. Più vicino allo 0% che all’1%. Sì, ci sono alcuni media che non amano Meghan perché è nera, o sono inclini a criticare Andrew. Ma l’istituzione della monarchia stessa?

Non ci può essere esempio più chiaro del potere della monarchia, dell’implacabile propaganda mediatica con cui l’establishment mantiene la sua presa.

Sia i media privati che quelli statali sono unanimi nel più servile sostegno della monarchia. La Thailandia ha leggi molto severe per difendere la sua monarchia. Noi non ne abbiamo bisogno; abbiamo la proprietà dei media statali e aziendali che pensano a farla rispettare. Un’ultima considerazione, che non credo servirà granché, ma solo per il gusto di speculare. Il re Carlo III ha fatto sapere che è sua intenzione provare a esercitare una maggiore influenza sul governo rispetto a sua madre. Sale al trono nello stesso momento in cui si insedia un nuovo governo sotto Liz Truss, che rappresenta un assoluto anatema per le convinzioni politiche di Carlo.

Carlo è un ambientalista liberale di vecchio stampo con una genuina (sebbene superficiale) predilezione per il multiculturalismo. Ha fatto sapere che deplora le deportazioni in Ruanda. Ora si troverà a calarsi nel suo ruolo, mentre in suo nome il governo sta per essere guidato da folli ideologi di destra, che premono per una spinta massiccia per produrre più combustibili fossili. Potrebbe valere la pena fare scorta di popcorn…

Chiedo scusa se faccio notare che la mia capacità di fornire questa copertura dipende interamente dalle vostre gentili iscrizioni volontarie che mi permettono di proseguire in questo blog. Questo post può essere riprodotto o ripubblicato gratuitamente da chiunque, anche in traduzione. Siete comunque benvenuti se continuerete a leggere anche senza abbonarvi. Vi siamo quindi molto grati per ogni iscrizione utile a mantenere attivo questo blog.

* ) Craig Murray è autore, blogger e attivista per i diritti umani. È stato ambasciatore britannico in Uzbekistan da agosto 2002 a ottobre 2004 e Rettore dell’Università di Dundee da 2007 a 2010

Cover: La famiglia reale britannica in una foto del giugno 2012 (Foto di Carfax2, Wikimedia Commons)

TERZO TEMPO
Luis Enrique: a modo mio

Nonostante la Nazionale maschile della Spagna sia una delle più vincenti, innovative ed emulate Nazionali degli ultimi quindici anni, lo spazio che i media spagnoli le hanno dedicato negli ultimi anni è incentrato perlopiù sulla figura e sulle parole dell’allenatore Luis Enrique, il cui rapporto con gli stessi media è sempre stato un po’ difficile.

Tale rapporto si è ulteriormente inasprito a partire dall’estate del 2018, cioè quando è cominciata la sua prima esperienza sulla panchina della Spagna: già dalla conferenza stampa di presentazione, il tecnico asturiano ribadì ai giornalisti che a lui non interessava essere simpatico o accomodante e che avrebbe interagito con loro senza alcun filtro. Un atteggiamento, questo, che aveva contraddistinto il suo triennio sulla panchina del Barcellona [Qui], e che nell’ultimo periodo sta avendo un’enorme risonanza mediatica, specialmente dopo la conferenza stampa dello scorso 5 ottobre. In quell’occasione Luis Enrique rispose così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva se avesse letto o meno le critiche della stampa spagnola alle sue convocazioni.

“Non mi arrivano notizie delle critiche perché non vi leggo, non vi ascolto. Per me, è la stessa lista di sempre. Non vi leggo perché credo di sapere più di calcio della maggior parte di voi, e ho più informazioni di voi. Tra le opinioni che posso leggere, non ce n’è una che possa interessarmi.”

Aggiungete a tutto ciò il fatto che, da giocatore, lo stesso Luis Enrique è passato dal Real Madrid al Barcellona, accogliendo a braccia aperte la filosofia del club blaugrana ed esportandola poi in altri contesti. Data l’acerrima rivalità – non solo calcistica, ma anche politica, linguistica e sociale – tra la Catalogna e la capitale spagnola, va da sé che buona parte della tifoseria madridista serba un po’ di rancore nei suoi confronti, accusandolo addirittura di non convocare volontariamente i giocatori del Real Madrid in Nazionale. Basti pensare che in occasione della finale di Nations League tra Spagna e Francia qualche tifoso dell’undici blanco, nonché dei giornalisti e opinionisti filo-Madrid, hanno espressamente simpatizzato per la Francia di Karim Benzema – capitano e simbolo del Real Madrid di questi ultimi anni – anziché per la propria Nazionale. Ad aggiungere benzina sul fuoco ci ha pensato poi l’account Twitter dello stesso Real Madrid [Qui], complimentandosi con la Nazionale francese e il già citato Benzema per la vittoria.

Insomma, per un motivo o per l’altro Luis Enrique è lontano dall’avere quella popolarità trasversale che, ad esempio, appartiene al suo collega Roberto Mancini. L’allenatore asturiano, infatti, non concede interviste a singole emittenti o a singoli giornalisti e non presta il suo volto a campagne pubblicitarie. Nel frattempo, la sua Spagna è una squadra sempre più sicura di sé e dei suoi mezzi: ha uno stile di gioco ben definito, si trova a suo agio nelle avversità e ama prendersi dei rischi. Luis Enrique ha ridato un’identità alla Nazionale spagnola, poiché adesso ciascun giocatore sa benissimo cosa fare, come farlo e quando farlo. È tuttavia un gruppo piuttosto giovane, e può peccare di inesperienza o precisione nei momenti chiave, ma tutto ciò a Luis Enrique non interessa granché: vuole che la sua squadra giochi come sa, senza condizionamenti. E, perlomeno sotto quest’aspetto, la Spagna di oggi somiglia moltissimo al suo allenatore.

Cover: foto di EFE

La pace del signor G. di Luzzara che fermava la guerra con tre parole

 

“Il tema della pace riassume qualsiasi altro”
Cesare Zavattini

Valentina Fortichiari, profonda conoscitrice degli scritti di Cesare Zavattini, ha curato la “LA PACE Scritti di lotta contro la guerra”. La Festa dell’Unità di Bologna di domenica scorsa dedica un momento di dibattito al tema. Partecipo anch’io.

“Non è vero”: è il grido che, per Cesare Zavattini, ripudia la guerra. E ci riesce, secondo il realismo magico dei suoi racconti.
Così in Straparole: “ il 16 giugno 1940. In piazza Venezia. mentre il Duce annunciava la guerra. un certo G. lo interruppe gridando non è vero. Fu lui che impedì la guerra. Io gli ho parlato a lungo ed era un uomo di media cultura, sposato nel ’35, con un bambino di quattro anni; gli ruppero il setto nasale e strappato una manata di capelli che non gli sono più ricresciuti. Attualmente gestisce una fabbrichetta di sapone a Iseo”.

Il ripudio della guerra potrebbe aprire a una realtà migliore, come quella raccontata in  Totò il buono. Scritto per i figli e pubblicato nel ’43, ispira il film Miracolo a Milano.

Una realtà migliore appare possibile nel Dopoguerra. Sempre in Straparole: “La rivoluzione, 31 luglio 1945. Nel mio quartiere se passa un ricco i ragazzi scalzi gridano ri-vo-lu-zio-ne fingendosi col pestare i piedi pronti all’inseguimento”. Sempre non è vero è efficace nei confronti di una politica subito inadeguata: “Una volta contavo di fondare un’associazione di giovani che avrei allevato nel sospetto, anzi nell’incredulità; li avrei disseminati per i comizi, affinché interrompessero gli oratori gridando: non è vero”.

Buona idea, ma ci vuole altro. Lo sa Aldo Capitini che propone i Centri di Orientamento Sociale della nonmenzogna. Sono l’alternativa ai comizi. Ci si va per ascoltare e parlare. Non l’uno senza l’altro. E i temi vanno dalle patate agli ideali. Ci vogliono tutti. Zavattini è molto attento all’iniziativa.

Il tema della pace accomuna Aldo e Cesare. Questi, già nell’ottobre del ’51 pensa ai cinegiornali della pace e a un grande lavoro culturale profondo e diffuso. Nel 1955 a Helsinki ha il Premio del Consiglio mondiale della Pace con sede a Vienna.
Zavattini è già in contatto con Capitini. Interessante è il loro scambio epistolare e il reciproco dono, con dedica, delle loro pubblicazioni. Il 7 luglio 1950 Cesare scrive ad Aldo: “Ti appoggerò con tutte le mie forze”. Si intensificano i contatti nel ’61, anno della prima marcia Perugia-Assisi. Lo ritiene un messaggio da rendere permanente. Pensa a un Giornale della Pace, una rivista quindicinale, lito, di 64 pagine, da pubblicare con Mondadori, con direttore Aldo Capitini e qualificati collaboratori: De Benedetti, Vittorini, Quasimodo…
Capitini ne ha pronto il titolo: “Pace risponde”. Zavattini progetta pure un grande volume, “Problemi della pace”. Sono generosi propositi che non hanno attuazione.

Ne sentiamo l’eco sempre in Straparole: “Non bastano delle rondini come Bertrand Russell, il nostro Capitini e qualche altro per riscattare una generazione di intellettuali. Alcuni dei quali continuano a fare delle opere magari stupende e che contribuiscono ovviamente, in forme più o meno dirette, a prendere coscienza anche della pace come atto supremo e costante di responsabilità, però non affrontano il problema di petto. (…) Sarebbe un fatto importante e meraviglioso come il volo sulla Luna se per un anno intiero gli intellettuali non s’occupassero d’altro che di capire il problema della pace, di studiarlo, di farlo capire, di farlo studiare, di approntare delle specie di tavole sinottiche attraverso le quali si vedano le più segrete ramificazioni del problema, ramificazioni che raggiungono gli individui e la società nei momenti più impensati della loro esistenza”.

Aldo muore nel ’68. Il suo Attraverso due terzi del secolo può considerarsi il bilancio dei suoi esperimenti con la verità, secondo il detto di Gandhi.
Cesare muore nel 1989. Ha più tempo e fa più bilanci. Un bilancio non confortante è in La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini. Nel “postscriptum più lungo dello scriptum” troviamo vari appunti. Il numero 6, ad esempio, comincia così: “Per tanti anni un intero popolo è stato stupido, salvo poche eccezioni di cui non facevo parte. La nostra tragedia è imperniata sulla stupidità, rivela la stupidità”. I trent’anni passati dalla Liberazione non ci hanno reso più consapevoli. Anzi! L’appunto 70 ribadisce in apertura “che il nostro paese è maturo non da oggi. Lo era dal 1945, per assumere una responsabilità politica di sinistra vera e propria. Le fasi e parentesi liriche, ‘repubblicane’, socialiste, socialdemocratiche, sono state bruciate da trent’anni di regime prevaricatore”.

“Stricarm’ in d’na parola” (Stringermi in una parola), è la miglior definizione di poesia che io conosca – raccoglie le sue poesie in dialetto. Ritroviamo il tema della pace e della guerra in vari punti.
È esorcizzata nell’attacco de “La guèra / La guèra l’an ghé mai stada! / Mé a l’o invantada! / Am suced quand a bev”.
Dire “abbasso” non basta e l’età lo rende difficile. “Cumplean / Abàs la guera abàs! / A siom d’acord da tanti an, abàs. / Ades ch’ié stanta, / s’al sbrai trop fort / am ve sö an po’ ad catar / e pensi a la me mort”.
C’è il ricordo delle manifestazioni: “Basta! / Invern e istà / a sa m’avdeva sempr’in di cortei / sota cartei cm’insema scret basta! / A intreciava i bras / cun om cun doni ad töt i età / sensa dmandarg’ al nom, / e andaum”.

Alla biennale di Venezia del 1982 presenta il suo unico film come attore, soggettista, sceneggiatore, regista La veritàaaa.
Consiglio di guardarlo fino ai titoli di coda. E anche quando i titoli di coda finiscono. Fino alla chiusa: “Ma non ci sono dei manuali, dei libri per insegnare la Pace! C’è da…, c’è da scrivere meno… Anzi: da non scriverla! Scrivere meno e organizzare di più. E negli occhi! Imparando di generazione in generazione, con la pazienza della fede, proprio, i linguaggi, la logica!!, che è la vita stessa! Inventare la vita… E guardate che non c’entra la bontà. Guardate la bontà non c’entra! Bisogna cominciare dal feto, altrimenti la pace non ci sarà mai. In eterno!”

Lo stesso anno, l’ottantenne Cesare riceve l’Ordine dell’amicizia tra i popoli, conferito dal Soviet supremo dell’URSS. Due anni dopo, con apprezzamento bipartisan, Il premio Alcide de Gasperi.

Questo splendido articolo di Daniele Lugli è già apparso con altro titolo, ieri 12 settembre 2022, su Azione nonviolenta 

Il Progetto FE.RIS contrasta con le urgenze della crisi climatica:
la via del confronto e della democrazia partecipata

 

“Il tempo per fermare la catastrofe sta finendo” –  ha dichiarato alla Cnn Michael Mann, uno degli autori del Sesto rapporto sullo stato della scienza sui cambiamenti climatici, firmato dai 234 scienziati dell’IPCC (International Panel on Climate Change) – “Restano zero anni per evitare ulteriori pericolosi cambiamenti climatici. La finestra sul mantenimento del riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi si sta chiudendo rapidamente e le attuali promesse sulle emissioni fatte dai firmatari dell’accordo di Parigi non bastano al raggiungimento di tale obiettivo”.

Il mondo si è riscaldato di 1,1 gradi Celsius in più rispetto ai livelli preindustriali “inequivocabilmente a causa delle attività antropiche” afferma il Sixth Assessment Report —IPCC  e si sta aggravando più rapidamente di quanto previsto: dal 2018, quando l’IPCC ha pubblicato un rapporto speciale sul significato di 1,5 gradi, le emissioni di gas serra sono continuate ad aumentare senza sosta e hanno spinto le temperature globali più in alto.

Ormai sappiamo che per contrastare la crisi climatica ed ecologica dovremo  cambiare il nostro modo di vivere e di relazionarci con la natura e gli spazi in cui viviamo, dovremo modificare profondamente stili di vita, di produzione e di consumo. Dovremo individuare  strade per scelte coraggiose che portino a una radicale e rapida trasformazione della società.

In questo contesto di piena crisi climatica non è più possibile continuare a consumare territorio, perseguendo un modello di sviluppo ormai inadeguato. 

Purtroppo, mentre a parole si prendono impegni per il risparmio di consumo di suolo, nei fatti, le scelte contraddicono tali impegni: in Italia infatti si continua a cementificare, come ben evidenzia il recente  rapporto Ispra (70,000 m2 di nuovo suolo consumato nel 2021, 2 m2 al secondo ).
Questo avverrà  anche a  Ferrara se andrà in porto il  progetto Fe.ris che risulta infatti non solo inadeguato ma sbagliato e pericoloso per la città e il suo equilibrio sociale e ambientale.
Lo scorso mese di luglio, il primo atto del progetto Fe.ris. è stato approvato dal Consiglio Comunale con una risicata maggioranza, con una forte opposizione della minoranza e di parte della maggioranza, e senza nessun confronto e coinvolgimento dei cittadini, forze sociali ed economiche ed associazioni.

Non è possibile accettare  questa incoerenza del Sindaco e della Giunta. Infatti contrastare il consumo di suolo era stato un impegno preciso che l’Amministrazione Comunale si era assunto appena tre mesi prima, lo scorso 12 aprile, proprio per mitigare gli effetti del riscaldamento globale.

Che senso ha costruire un nuovo ipermercato e un grande parcheggio nel Sottomura se dobbiamo modificare le modalità di consumo e ridurre l’uso dell’auto privata e favorire la mobilità pubblica o il car sharing?

E che senso ha un accordo di programma pubblico-privato che nella riqualificazione dell’area della caserma non ha chiare le finalità pubbliche dell’intervento? Non basta dire che siccome l’area è degradata va bene qualsiasi intervento.

I principali punti critici del progetto Fe.ris

Non è un progetto innovativo e tantomeno rigenerativo la realizzazione di un nuovo ipermercato in via Caldirolo.
Un ipermercato rappresenta la perpetuazione di un modello di sviluppo e di consumo ormai in via di superamento ovunque. E a che serve alla città, già invasa dai centri commerciali, costruirne un altro di quasi 4000 metri quadri di superficie di vendita?
Si tratta di un’idea vecchia e superata, agli antipodi del modello della “Città dei 15 minuti“ [vedi una breve presentazione video] proposto dall’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno per la città di Parigi e riproposto da tanti altri urbanisti e amministratori per rendere vivibili le città: “un’idea di spazio urbano in cui la maggior parte delle necessità quotidiane dei residenti può essere soddisfatta spostandosi a piedi o in bicicletta direttamente dalle proprie abitazioni”.
E’ davvero paradossale che proprio al modello della “città in 15 minuti” si rifaccia il progetto Fe.ris nel Documento di presentazione, ma contraddicendolo in toto, contabilizzando anche gli spostamenti in auto! (vedi pag.25 allegato V)

Non è un progetto rigenerativo e non è innovativo un nuovo grande parcheggio in via Volano.
Un parcheggio sul Vallo delle Mura che nega il valore del “vuoto” necessario per valorizzare il paesaggio e le fortificazioni storiche è sbagliato paesaggisticamente perché irrispettoso del contesto, ma è sbagliato anche in riferimento ad ogni nuovo e moderno criterio di mobilità urbana. E’ un modello di mobilità vecchio, che continua ancora a essere incentrato sull’uso dell’automobile privata a detrimento del trasporto collettivo, in aperta controtendenza con quanto si sta sperimentando in tante città del nord Europa sempre più “car free”. I parcheggi scambiatori non devono stare vicino al Centro città, ma in periferia,  proprio per favorire l’uso dei mezzi pubblici.

Manca la pubblica utilità.
Essendo un Accordo di programma (art.11) tra pubblico e privato, il progetto deve essere indirizzato al bene pubblico. “Favorire la rigenerazione dei territori urbanizzati e il miglioramento della qualità urbana ed edilizia” e “tutelare e valorizzare il territorio nelle sue caratteristiche ambientali paesaggistiche favorevoli al benessere umano ed alla conservazione della biodiversità” sono infatti i principali criteri di utilità pubblica sottesi all’approvazione di un Accordo di programma pubblico-privato che permettono importanti varianti agli strumenti urbanistici e di pianificazione vigenti.

Non c’è nessun bene pubblico in un parcheggio in via Volano. Quell’area dovrebbe essere invece acquistata dal Comune e rinaturalizzata per completare il progetto Mura. E ugualmente, non c’è alcuna utilità pubblica nella realizzazione di un altro grande centro commerciale in via Caldirolo.

E per l’area della caserma? Quali finalità pubbliche vengono garantite? In passato si era parlato di campus universitario in collaborazione con Unife, di funzioni collegate ai poli museali, di un centro congressi alla Cavallerizza … adesso leggiamo di residenze, per studenti e non, a libero mercato e negozi .. tutti interventi finalizzati unicamente alla redditività economica dei soggetti privati che gestiranno quelle attività.

Ma soprattutto, lo richiamavo all’inizio, Fe.ris non è un progetto ambientalmente sostenibile. Si continua a consumare suolo. Come si può ritenere ecosostenibile un progetto che intende realizzare l’ennesimo ipermercato di cemento su suolo agricolo e creare un parcheggio nel Vallo delle Mura?

In via Caldirolo, ci sarà una perdita di 15.180 mq di area verde. Di fronte alle Mura, in una delle ultime storiche aree in cui la campagna si affaccia sulla città, si vuole costruire un nuovo ipermercato in un’area vincolata a verde nel piano regolatore.  L’area interessata è di 27.410 mq. Attualmente 26.130 mq di seminativo e 1280 mq di  fondiario (occupato dalla villa  che  verrà demolita); alla fine avremo  10.950 m2 di “parco” e 15.758 mq di fondiario (14.477 mq di parcheggi, 3.500 mq di ipermercato, 250 mq di negozi). E poco importa che tutto questo cemento venga “armonizzato” – leggi: camuffato – con un bel tetto verde!

Nell’area della caserma ci sarà un aumento della capacità edificatoria di 2.000 m2. Si vuole  abbattere 8.000 m2 di vecchi manufatti  e  ricostruire per 10.000 m 2.

In via Volano si perde l’occasione unica di acquisire i terreni e di decementificare restituendo alle Mura storiche quell’area. Si vuole costruire un parcheggio di 8.545 mq  in un’area nel Vallo delle Mura, area (ex deposito Silla) di 12.950 mq vincolata a verde nell’attuale piano regolatore.

Abbiamo visto Ferrara allagata, sappiamo che eventi estremi si manifesteranno sempre più frequentemente con l’alternarsi di periodi di siccità e di violente precipitazioni, sappiamo che ogni intervento di mitigazione del rischio va realizzato al più presto, altrimenti continueremo a fare la conta dei danni, a spendere risorse per riparare i danni e non per prevenire i disastri.

Sappiamo che per ridurre i rischi di allagamento gli interventi di deimpermeabilizzazione dei suoli nelle aree urbane sono una priorità tra gli  interventi da mettere in campo per permettere l’assorbimento delle acque piovane,  E lo sa anche il nostro Comune che ha presentato, meritoriamente, progetti per la depavimentazione di piazze e aree urbane. Perché con questo progetto si va in direzione contraria e si pavimenta e impermeabilizza terreno? “Stop consumo di suolo” non può restare uno slogan vuoto.

Cosa fare allora?

Ancora una volta,  sono state prese decisioni importanti per la città senza il confronto e la partecipazione dei cittadini. Dopo oltre due anni di lavoro tra l’Amministrazione e la società privata titolare dell’intervento, il progetto e’ andato in consiglio comunale senza una preliminare discussione con gli abitanti della città, senza un loro coinvolgimento diretto nelle scelte di trasformazione.

Bisognerebbe stralciare dal progetto il supermercato e il parcheggio e verificare insieme ai cittadini cosa fare, quali interventi di pubblica utilità realizzare nell’area della caserma.

Non sarebbe stata questa l’occasione giusta per creare  uno  spazio di confronto pubblico dove approfondire idee, proposte e visioni per la Ferrara futura?

Trattandosi di un Accordo di programma, non c’è l’obbligo di organizzare percorsi partecipativi ma, al di là degli obblighi amministrativi, una visione di quale città vogliamo, concordata con i cittadini, dovrebbe sempre guidare e precedere interventi così caratterizzanti e trasformativi.

L’assessore Balboni, in un incontro con la Rete Giustizia Climatica,  si è dichiarato disponibile al confronto. Ha affermato che in consiglio si è votato solo un accordo (art. 11 L.241/90) preliminare al successivo Accordo di Programma e che ci sarà spazio per la partecipazione dei cittadini. Spero quindi che si apra un efficace confronto che porti a modificare grandemente il progetto.
In questo senso, è assolutamente necessario che gli esperti, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni sociali ed economiche – tutti coloro che finora hanno manifestato un giudizio negativo o comunque critico rispetto il progetto Fe.ris – sappiano cooperare ed elaborare proposte innovative e condivise. L’incontro pubblico appena promosso dalla Rete Giustizia Climatica per il prossimo 24 settembre va in questo senso.

Sul Progetto Fe.ris puoi leggere su periscopio i precedenti interventi della Sezione di Ferrara di Italia Nostra [Qui] e di Corrado Oddi [Qui]

Caro risparmiatore, formica virtuosa e derubata…

Caro risparmiatore, formica virtuosa,
intanto voglio manifestarti tutta la mia simpatia. Ed è per questo che ho deciso di scriverti.
Ho letto, come tutti in questi giorni, il rapporto periodico sul risparmio, che celebra la grande virtù degli italiani, nell’essere le formiche del mondo. I primi in fatto di quantità di risparmio che, anche in tempi grami, riescono a.. “mettere da parte”. Forse pensando a tempi ancora più grami. Un esercizio di…. “ottimismo tenace”, insomma. Ma questa è ricchezza nazionale vera. Uno dei fondamentali, come si dice, della tenuta del nostro paese, anche nelle ricorrenti difficoltà, crisi o semplici disavventure. E tanto più importante e significativo lo è, se rapportato al crescente debito pubblico che, invece, il paese ha accumulato e continua ad accumulare, senza riuscire a ridurlo neanche un po’. Soprattutto quando governa la destra, come dimostrano le serie storiche in materia.
È proprio il caso di dire, che siamo di fronte al confronto fra virtù private e vizi pubblici. Storia antica, e non certo la migliore da ricordare. Soprattutto se ci sta’ davvero a cuore, il futuro dei nostri figli e nipoti.
E tuttavia, il mio, è, per te amico risparmiatore, un sentimento di sincero apprezzamento e riconoscenza patriottica.
Non nello schema della celebre “Favola delle api” di Bernard di Mandeville, dove l’autore proponeva un modello di società nel quale i vizi privati, tali erano considerati gli sforzi delle formiche ad accumulare, fossero funzionali al benessere collettivo. Ed a sviluppare una cultura della pubblica virtù. Tant’è che quando Giove punì l’alveare per le frodi che vi si facevano, tutto andò in rovina.

No. Io apprezzo davvero la saggia amministrazione delle tue sudate risorse.

Però… però sono anche molto triste per te, al pensiero che questa tua virtù è affidata nelle mani di veri lestofanti. Viziosi, impenitenti e sempre impuniti. Si, mi riferisco sia a singoli, persone e istituzioni finanziarie, come a un intero sistema fondamentalmente truffaldino.
Mi limito a due esempi, facilmente comprensibili e incontestabili.
Le banche. I tuoi risparmi. in banca, cash di conto corrente, ti danno un tasso zero. Ma le commissioni in varie forme corrono ogni giorno. E quanto! Se però tuo figlio va a chiedere un mutuo a quella stessa banca e lei glielo concede (se va bene, e con una infinità di condizioni e garanzie), lo fa a tassi non inferiori al 5%. Per ora. Però lo fa usando quei tuoi soldi, nei quali a te non dà assolutamente nulla.
Il sistema finanziario – è il secondo esempio – lo sappiamo, è il peggio del capitalismo moderno. Non a caso è quello che genera più ingiustizie. Il rapporto Banca d’Italia di un mese fa, dice che, negli ultimi anni, i risparmi si sono svalutati di oltre il 30%. In pratica, in pochi anni, hai perso un terzo di quanto avevi prudentemente messo in cascina.
E chi li ha presi? Ma la speculazione innanzitutto o come si dice, il “mercato”…amico mio. Questo dio cattivo, cioè, che non ama le persone perbene, e che si diletta invece turlupinarle.
Per sorte professionale di… inutile riformatore pubblico, di un pezzo di questo mondo bancario e finanziario, ho avuto modo di osservare questa torbida realtà. Non ho mai voluto imparare le sue technicalities, e quindi non ho da darti alcun “consiglio per gli acquisti”
Di sicuro però ti posso avvertire che, se come è probabile alle prossime elezioni vincerà la destra, e metterà in atto la politica di facile spesa pubblica che si propone di voler fare, stai sicuro che il mercato e la speculazione che lo pilota, si accaniranno proprio sui tuoi risparmi. Quelli che sono rimasti e che sono il loro boccone preferito.
Almeno questo posso dirtelo con sicurezza e serena coscienza.
Auguri, quindi, a te e a tutti noi.

Per certi versi/ A mio babbo

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
 [Qui]

A Mio Babbo

L’ho visto
Il suo sorriso
Come un tempo era e fu il mio
Di mio babbo
Al mio arrivo
È rinato
Un angelo
Alla sua mente
Come ero io bambino
Quando tornava
La sera buia
Dal lavoro
Accendevo un lumicino

“Save Julian Assange, unisciti alla rivoluzione di Wikileaks”
Evento a Manchester, Regno Unito.

Articolo originale di: Redazione Italia di pressenza

La 24 ore per Julian Assange del 15 ottobre si avvicina e, come si può vedere dalla mappa nel sito, le iniziative si moltiplicano. Attivisti e gruppi di ogni tipo stanno lavorando per organizzare eventi diversi a seconda dei loro gusti e capacità.
Se siete interessati a organizzare un evento locale, grande o piccolo, scriveteci alla mail 24hassange@proton.me.

Di seguito riportiamo un’originale iniziativa che si svolgerà nel “pub più eccentrico” di Manchester, nel Regno Unito e che potrebbe servire da ispirazione per altri eventi simili.

In collaborazione con Body Warmth: Dance to Stay Warm stiamo organizzando il nostro evento “Save Julian Assange. Join The Wikileaks Revolution” presso l’Old Abbey Taphouse, Guildhall Close, Hulme, Manchester.
Il nostro evento inizierà sabato 15 ottobre alle 15:00 e durerà fino alle 19:00; sarà poi seguito da Body Warmth dalle 20:00 alle 03:00 del mattino.
L’evento è gratuito, ma è previsto un costo di 5 sterline per la parte serale, al fine di raccogliere fondi per coprire i crescenti costi di riscaldamento del locale.

Il nostro gruppo “The People’s Collective” sostiene la democrazia mondiale e la libertà di espressione e il nostro obiettivo particolare al momento riguarda i recenti e preoccupanti sviluppi del caso del fondatore di Wikileaks Julian Assange.

Julian è attualmente detenuto in isolamento, in condizioni terribili, nella famigerata prigione di Belmarsh a Londra. Il Ministro degli Interni Priti Patel ha recentemente firmato i documenti per l’estradizione, che lo porteranno a essere processato negli Stati Uniti, dove rischia 175 anni di reclusione.

L’evento si terrà presso l’Old Abbey Taphouse di Hulme. Vincitore nel 2022 del premio “Community Pub of the Year” assegnato dalla “Campaign for Real Ale”, è stato anche definito il “pub più eccentrico di Manchester” dal Manchester Evening News nel 2022. Il locale dispone anche di uno studio al piano superiore dove DJ, musicisti e altri creativi possono registrare sessioni e programmi radiofonici per STEAM Radio, che fa parte dell’impresa sociale STEAM MCR. L’obiettivo di STEAM è fornire uno spazio creativo a chi vive nella zona, in particolare ai gruppi poco conosciuti.

Saranno esposte opere d’arte originali, striscioni politici e fotografie di attivisti politici di base e di sostenitori di questa causa provenienti dai nostri precedenti eventi musicali e dalle passate manifestazioni per Julian Assange. Il nostro rivoluzionario evento live sarà caratterizzato da una serie di esibizioni dal vivo, tra cui i set acustici di Damien Luke McNeilly e The Valleys, i recital di poesia di Leon the Pig Farmer, Steve Jaffa Brown e altri poeti, nonché una performance di danza contemporanea dalle 15.00 alle 19.00. Ci sarà anche un’esibizione della band di attivisti politici punk scar Galaventis. Vari DJ sosterranno il tema dei diritti umani, della libertà di parola e di espressione e della democrazia mondiale.

Contatti:
Lima Al-iskalachi. Mail: limazakoor@gmail.com

Cover: Manchester, Regno Unito, l’Old Abbey Taphouse, sede dell’iniziativa per la libertà di Julian Assange

Germogli /
Peppa Pig, i bigotti, l’arroganza e la paura

I post-fasci in questo momento soffrono di una ambivalenza del comportamento: l’arroganza e la paura.

L’arroganza scatta come riflesso della vittoria elettorale da tutti pronosticata, e fa scappare i loro desideri prima inconfessabili: bloccare il mare contro l’arrivo dello straniero; dare un’ elemosina solo alla famiglia numerosa (italica), perchè se lo merita, gli altri possono morire di fame; censurare i cartoni animati con dentro famiglie lesbiche e omosessuali. Non so dire se i Mollicone e i Pillon che tuonano contro le amiche gender di Peppa Pig siano il nuovo Minculpop:  un’abbreviazione che, per triviale assonanza, si attaglia anche alla tentazione di questi bigotti di mettere all’indice le proprie pulsioni represse.

“La mente di un bigotto è come la pupilla dell’occhio. Tanto più la luce risplenderà su di essa, quanto più si contrarrà.”
Oliver Wendell Holmes

La paura trapela dalle parole del gran consigliori di Giorgia Meloni, Guido Crosetto. Che davanti ad una domanda del giornalista di Avvenire che chiede su chi possa contare Fratelli d’Italia per governare nel frangente più duro del secondo dopoguerra, risponde: “Giorgia, se servisse in un momento particolarmente difficile o tragico, parlerebbe con Letta e chiamerebbe Letta senza nessuna esitazione, così come Conte o Calenda. Se è in gioco il destino dell’Italia, tutti devono collaborare. Penso che i primi ad averne piena consapevolezza siano Mattarella e Draghi.”

Paura, eh? No, caro Crosetto, troppo comodo. Se vincete, governate voi, fasci e derivati. Se davvero avrete il 70 per cento dei seggi, arrangiatevi. O almeno dovreste arrangiarvi. Intanto vedere Giorgia Meloni che giura fedeltà alla Costituzione antifascista sarà un piccolo spettacolo. Per il resto, quien sabe. Mi aggrappo paradossalmente all’idea che il peggio sia davvero vicino, e alla flebile speranza che una parte del mitologico “popolo” a quel punto esca dal torpore. E’ una brutta immagine, ma siamo su un piano inclinato.

– Non sei mica fascista? – mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai.
– Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.
Cesare Pavese

Prezzi infuocati dalla speculazione.
Cosa sappiamo e cosa non ci dicono della Borsa del Gas di Amsterdam

di Francesco Gesualdi
pubblicato con altro titolo su pressenza del 9 settembre 2022)

Ormai lo abbiamo imparato: i prezzi vertiginosi del gas che stanno sconquassando l’Europa si formano in Olanda, alla Title Transfer Facility, una realtà più comunemente nota come TTF o Borsa del gas.

Schematicamente le borse sono strutture organizzate per fare incontrare produttori e acquirenti affinché possano accordarsi su prezzi e consegne dei prodotti oggetto delle loro trattative. Le borse sono molte, ciascuna con la propria specificità: quella di Chicago per le derrate agricole, quella di Londra per i minerali, quella di Amsterdam per il gas. Quando nacquero, a fine Ottocento, le borse erano frequentate soprattutto da produttori, grossisti e imprese di trasformazione. Con l’andare del tempo, però, si sono popolate anche di speculatori, soggetti interessati non a vendere o comprare alcun tipo di bene, ma a ingaggiare scommesse fra loro sull’andamento futuro dei prezzi. Oggi l’attività speculativa è così ampia da avere spostato il centro gravitazionale della formazione dei prezzi. Se in condizioni normali i prezzi sono determinati dagli operatori di scambi reali che costringono gli speculatori al ruolo di piccoli opportunisti, quando prevale la finanza la situazione si ribalta: la speculazione determina i prezzi e gli operatori di scambi reali fungono da inseguitori. Così si può assistere a impennate repentine o crolli subitanei dei prezzi, perché la speculazione si nutre più di calcolo emotivo che di scientificità previsionale.

Di tutte le borse, quella di Amsterdam è fra le più recenti. Nata nel 2003, fra l’altro su base totalmente telematica, è stata fortemente voluta dal governo olandese che voleva fare del proprio paese una piattaforma commerciale del gas a livello europeo.
Approfittando di tre elementi favorevoli: l’Olanda stessa è produttrice di gas; è crocevia di una fitta rete di gasdotti che la collega al tempo stesso a paesi produttori, come Norvegia, Russia, Gran Bretagna e a paesi consumatori, come Germania, Belgio, Francia; dispone delle infrastrutture necessarie a ricevere e immagazzinare LNG, il gas liquefatto che viaggia via nave.
Del resto sul finire degli anni Novanta del secolo scorso l’Unione Europea aveva emanato una serie di provvedimenti tesi a liberalizzare il mercato del gas, che il governo olandese sfruttò per aprire la borsa del gas affidandone la gestione a Gasunie, l’impresa di Stato che possiede i gasdotti situati sul suolo nazionale.

Stando ai numeri forniti da Gasunie, alla sua borsa sono iscritti 150 operatori economici di tutta Europa (fra cui società petrolifere, società elettriche, ma anche banche e altre società finanziarie), che nel 2021 hanno stipulato contratti per una quantità complessiva di gas corrispondente a 600 miliardi di metri cubi.
L’aspetto curioso, però, è che nel 2021 le importazioni di gas dell’Olanda non hanno oltrepassato i 60 miliardi di metri cubi, mentre le esportazioni si sono fermate a 43 miliardi di metri cubi, la differenza essendo stata utilizzata per consumi interni. In conclusione si può affermare che solo il 10% dei contratti stipulati alla borsa di Amsterdam ha avuto finalità commerciali, mentre l’altro 90% ha avuto finalità speculative, riuscendo negli ultimi 12 mesi a moltiplicare il prezzo del gas di quasi sei volte.

Nei giochi speculativi c’è sempre una parte che vince e una che perde. Ma poiché sono entrambi consapevoli dei rischi che corrono, è forte la tentazione di scrollare le spalle e sentenziare che mal voluto non è mai troppo. Il guaio, però, è che i loro giochetti poi ricadono sull’intera società a causa di un effetto contagio che però ci lascia sempre col dubbio se sia reale o pretestuoso. Nel caso specifico del gas, verrebbe fatto di pensare a un contagio reale per Paesi come Germania, Belgio e Francia, che sono i destinatari del gas acquistato sulla borsa di Amsterdam. Mentre rimangono dubbi per i Paesi dell’Europa meridionale, che con l’Olanda hanno rapporti pressoché nulli. L’Italia, ad esempio, nel 2021 ha importato da questo Paese solo lo 0,4% del suo fabbisogno sotto forma di gas liquefatto.
E alla fine viene spontanea la domanda: come può un sassolino trasformarsi in una valanga che getta nella disperazione famiglie ed imprese di un intero continente?

Ci sono due criteri per capire la portata della borsa di Amsterdam: quello quantitativo e quello contrattuale.

Da un punto di vista quantitativo la borsa olandese si conferma un sassolino. Nel 2021 l’Unione Europea ha importato 337 miliardi di metri cubi di gas, di cui solo il 17% transitato per l’Olanda. L’altro 83% è stato ricevuto tramite gasdotti o navi metaniere in un rapporto commerciale diretto fra Paesi consumatori e Paesi produttori. L’Italia, ad esempio, nel 2021 ha importato 72,7 miliardi di metri cubi di gas di cui l’86% tramite gasdotti che la collegano direttamente a Russia, Algeria, Azerbaijan, Libia. Mentre l’altro 14% è stato ricevuto tramite navi metaniere da Qatar, Norvegia e Usa.

Venendo all’altro aspetto, quello contrattuale, schematicamente esistono due tipologie di contratti di fornitura: a prezzi fissi e indicizzati.
Quelli a prezzi fissi, solitamente di lunga durata, tutelano sia l’acquirente che il venditore. L’acquirente perché ha la garanzia di un prezzo certo, il venditore perché ha la garanzia che il prezzo gli verrà pagato anche se l’acquirente decide di sospendere i suoi acquisti. Non a caso tali contratti sono anche detti take or pay ossia prendi o paghi.
Di tutt’altro genere i contratti a prezzi indicizzati, che oltre ad essere di durata più breve, prevedono prezzi viariabili, oscillanti in base a come si muovono le quotazioni di borsa, quella di Amsterdam nel caso europeo.

Dunque gli aumenti in bolletta troverebbero giustificazione solo nel caso di forniture basate su contratti indicizzati. Ma è questa la situazione dell’Italia o non è piuttosto dominata da contratti take or pay, che in caso di esplosione dei prezzi permettono alle imprese importatrici di ottenere generosi extraprofitti?
Questa informazione purtroppo non circola, mettendo in evidenza un grave deficit di democrazia che preferisce sacrificare famiglie, tessuto economico e conti pubblici, piuttosto che inimicarsi le imprese energetiche.

Ma oggi che stiamo parlando della necessità di mettere un tetto al prezzo del gas, il tema della trasparenza assume enorme importanza, come assume importanza la necessità di riformare le borse per limitare le bizzarie della speculazione e soprattutto per non assumere più le sue follie come riferimento per i prezzi reali.
Ne va di mezzo non solo la vita dei più deboli, ma la tenuta stessa della società.


Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, è fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa), che si propone di ricercare nuove formule economiche capaci di garantire a tutti la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Coordinatore di numerose campagne di pressione, è tra i fondatori insieme ad Alex Zanotelli di Rete Lilliput. www.cnms.it

Ferrara, Ciak, si gira
Lu’, mia cara Lu’, sempre e solo tu…

A fine ottobre 2021 li avevamo già incrociati per le strade della nostra città. Ferrara ancora una volta set cinematografico, questa volta della docummedia “Lu’ duchessa d’Este, fama e infamie di Lucrezia Borgia”.  Protagonisti: Lucrezia Lante della Rovere, Tullio Solenghi e Tobia De Angelis (e la recente new entry Francesco Zecca), regia di Marco Melluso e Diego Schiavo (produzione Mardi Gras).

Oggi sono tornati. Tornati ad arricchire il racconto di figure carismatiche della storia italiana iniziato con La Signora Matilde. Gossip dal Medioevo (Premio Francovich 2019, assegnato dalla SAMI, Storici Archeologi Medievisti Italiani), ispirato a Matilde di Canossa e raccontata come la più grande influencer dell’anno Mille, e Il Conte Magico, legato alla storia del Conte Cesare Mattei e della sua Rocchetta a Grizzana Morandi, con sullo sfondo, le scoperte scientifiche dell’800 e il sogno di Mattei, inventore dell’elettromeopatia, di trovare la cura per ogni male.
Film entrambi sostenuti dal Fondo Audiovisivo della Regione Emilia-Romagna, nell’ambito del Progetto Rinascimento Emiliano.

La Signora Matilde, i registi Marco Melluso e Diego Schiavo, foto dal web
Elettromeopatia Conte Mattei

Un bel connubio frizzante e innovativo tra cultura, storia, cinema e territorio, destinato a una vasta divulgazione e a un pubblico di tutte le età. Un lavoro sapiente e intelligente di approfondimento e riscoperta di figure storiche locali, volto a renderle familiari al grande pubblico oggi sempre più distratto da mille informazioni, leggermente confuso, oserei. Con una strizzatina d’occhio alla promozione culturale e turistica del territorio.

Dal primo ciak che si era aperto, a ottobre scorso, a Palazzo Roverella, con una simbolica partita a scacchi volta a raccontare i giochi di potere intorno alla controversa protagonista, si era passati alla sala dell’Arengo, nel Palazzo Municipale, scenario di una “conferenza stampa”, durante la quale i giornalisti mettono alla gogna la famiglia Borgia, accusandola di aver creato pubblico scandalo. Ci si era poi spostati al Castello Estense e a Bologna.

Riprese San Petronio, Certosa, 7 settembre, foto Valerio Pazzi

Oggi le riprese continuano, fra lo stesso Castello Estense, le piazze Trento e Trieste e Ariostea, il Teatro Comunale, le sale del Palazzo Ducale Estense, oggi sede del Comune di Ferrara), i territori del ducato estense (le Delizie di Belriguardo, del Verginese e della Mesola) per poi trasferirsi a Modena, alle Gallerie Estensi.

Lucrezia Lante della Rovere, riprese Piazza Ariostea 7 settembre, foto Valerio Pazzi
Lucrezia Lante della Rovere, riprese Piazza Ariostea 7 settembre, foto Valerio Pazzi

Nel tempo, la figura di Lucrezia Borgia ha assunto diverse sfumature, quasi sempre machiavelliche, che l’hanno relegata al ruolo di femme fatale. L’intento, spiega Diego Schiavo, è di “raccontare i fatti nella loro ricostruzione e nel modo più obiettivo per ridare piena dignità storica a Lucrezia, troppo spesso rappresentata, a senso unico, come una figura spregiudicata e malvagia. Il narratore si muoverà in ambientazioni moderne, in un ponte tra passato e futuro”.

“Lucrezia Borgia sosteneva: per essere felice ho bisogno dell’amore, della bellezza e della cultura” – ha ricordato l’assessore Marco Gulinelli – “e il grande merito di questo film è quello di riuscire a mettere insieme la bellezza estetica, la storia ed elementi legati all’ironia con un lavoro di destrutturazione e desacralizzazione molto intelligente ed efficace, che dà grandi stimoli intellettuali e che siamo impazienti di potere apprezzare nella sua pienezza”.

Francesco Zecca, riprese Piazza Ariostea 7 settembre, foto Valerio Pazzi

Lu’ Duchessa d’Este. Fama e infamie di Lucrezia Borgia racconta l’appassionante storia di Lucrezia Borgia d’Este, donna per secoli ritenuta simbolo di crudeltà e amoralità. Lucrezia, in realtà, è stata vittima di pettegolezzi e spregiudicati giochi di potere della sua famiglia e solo una volta divenuta duchessa di Ferrara, ha potuto dimostrare il suo valore e la sua benevolenza. Durante la terribile guerra contro Venezia, ha sfoggiato la sua capacità diplomatica e di governo e ha retto da sola il Ducato. In seguito, si è dimostrata abile imprenditrice, investendo i suoi averi nella costruzione di argini di fiumi e in un’opera di bonifica che ha reso coltivabile un’area di oltre 25.000 ettari, risollevando così le finanze dello Stato, colpite dalla guerra. Inoltre, dal suo arrivo a Ferrara, aveva fatto restaurare e costruire chiese e conventi. Per questo e per il suo senso di giustizia e di rispetto per i ferraresi, Lucrezia era riuscita a vincere i pettegolezzi e le maldicenze che l’avevano preceduta e si era conquistata l’appellativo di “Madre del popolo”.

Lucrezia Borgia è stata una profonda amante della cultura e ha accolto alla sua corte un vero e proprio cenacolo di poeti e umanisti, tra i quali Ludovico Ariosto, Pietro Bembo, Gian Giorgio Trissino ed Ercole Strozzi. Ma è stata anche una delle donne più eleganti del Cinquecento, vantando un guardaroba sontuoso e di lussuose fattezze; famosa anche per la raffinatezza dei gusti, ha ispirato numerose ricette e leggende legate al cibo: si narra che ai suoi capelli si siano ispirati per la creazione delle tagliatelle e delle coppiette di pane tipiche di Ferrara. A lei si deve anche la fortuna del pampapato e della salama da sugo, ancora oggi rinomate eccellenze della cucina ferrarese.

Attraverso il racconto della vita di Lucrezia Borgia, il film intende anche far riflettere su victim blaming (la colpevolizzazione della vittima) e slut shaming, fenomeni estremamente attuali che colpiscono le donne e di cui già Lucrezia Borgia fu vittima durante la sua vita.

La protagonista del film è la meravigliosa Lucrezia Lante Della Rovere, che condivide con Lucrezia Borgia il nome, ma che, soprattutto, è discendente di Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, il Papa che commissionò a Michelangelo gli affreschi della cappella Sistina. Acerrimo nemico dei Borgia, Giulio II ne ha decretato la rovina. Un bel filo.

Lucrezia Lante della Rovere, riprese Certosa, 7 settembre, foto Valerio Pazzi

Il teaser del film è stato presentato lo scorso 13 maggio nella sala dell’Arengo

In esso si può apprezzare quanto i registi amino giocare con stili, mode e riferimenti alla cultura, facendoli interagire con luoghi ricchi di arte e storia. Immagini che mostrano alcuni dei luoghi che fanno da scenografia alla storia, come il Palazzo Roverella Circolo dei Negozianti e le segrete del Castello Estense di Ferrara. Ma non solo: il teaser contiene alcuni momenti del backstage a cui emerge la passione con cui i registi, il cast e tutta la troupe stanno portando avanti il progetto che la pandemia ha rallentato, come gran parte del mondo del cinema, della musica e del teatro.

Il film tanto atteso e dal sapore pop e un po’ glamour, è in uscita l’8 marzo 2023, giorno della Festa della Donna. Sarà un caso?

Il progetto Lu’ duchessa d’Este. Fama e infamie di Lucrezia Borgia è patrocinato da: Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara, Comune di Modena, Città Metropolitana di Bologna, Visit Romagna, Comune di Nepi, Comune di Bentivoglio, Comune di San Lazzaro, Comune di Voghiera, Fondazione Ferrara Arte, Genus Bononiae – Musei della Città, GVC We World, AICS, Festival dell’Eccellenza al Femminile.

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Cover e foto nel testo sono di Valerio Pazzi, dal set del 7 Settembre 2022

PRESTO DI MATTINA /
La voce del silenzio

 

Ascolta la voce del silenzio

“O silenzio!
strillo di cicale
penetra le rocce”.
(Matsuo Bashō, Poesie, Sansoni, Firenze 1944, 37).

Nel testo a commento di questo haiku si legge che fu ispirato a Bashò [Qui] visitando il tempio di Rûshakuji, vicino alla città di Yamagata.

Situato fra antichi pini e querce sopra numerose e gigantesche rocce muschiose: «Due o tre voci di cicale relativamente basse udite di quando in quando in un luogo quieto danno vie più l’impressione del silenzio (M.)»

Si custodisce il creato come si custodisce la parola di Dio, ascoltandola e vivendola: è il creato la sua parola silenziosa: «Ascolta la voce del creato». Si custodiscono i poveri come si custodisce l’eucaristia, condividendola, celebrandola nella vita: «Ascolta la voce dei poveri».

‘Custodire nel cuore’ è verbo che troviamo nel vocabolario della Sapienza. Il grido dei poveri come la parola silenziosa del creato deve essere macerata, sminuzzata, continuamente ruminata, al pari della parola di Dio − dicevano i Padri del deserto − affinché diventi vita con e nelle nostre vite, storia con e nelle nostre storie.

«Ascolta la voce del creato». È questo il tema scelto da papa Francesco per il suo messaggio nella giornata per la cura del creato. In realtà, più che una sola giornata è un periodo che stiamo vivendo: il tempo del creato, che è iniziato il 1° settembre e si concluderà il 4 ottobre, con la festa di san Francesco.

Senza ascolto profondo, senza crederci, non si attua nessun cambiamento radicale, né in noi, né nel creato e ancor meno nella società. Di qui l’invito all’ascolto quale viatico di conversione, non solo individuale, ma comunitaria;

noi in umanità solidale «Come persone di fede, ci sentiamo ulteriormente responsabili di agire, nei comportamenti quotidiani, in consonanza con tale esigenza di conversione.

Ma essa non è solo individuale: “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (Laudato Sii, 219).

In questa prospettiva, anche la comunità delle nazioni è chiamata a impegnarsi, specialmente negli incontri delle Nazioni Unite dedicati alla questione ambientale, con spirito di massima cooperazione» (Messaggio, Ascolta la voce del creato). Così l’umanità tutta va compresa come soggetto chiamato alla cura della madre terra e dei poveri.

L’ascolto inizia con uno sguardo sul creato, sull’altro, quello dell’enciclica Laudato sii [Qui], che è insieme un’enciclica verde, ma al contempo fortemente sociale, capace di discernere, cioè di vedere nella questione ecologica alla sua radice il problema sociale, e nei poveri la cristologia, il Cristo stesso e la conseguente pratica di un’opzione preferenziale per i poveri.

Un “tempo per il creato” fu proposto dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sin dalla fine degli anni ottanta. Ma ancor prima papa Paolo VI auspicava un tempo di riflessione necessario a prevenire una “catastrofe ecologica”. Un tempo per coltivare la nostra “conversione ecologica”, rilanciava Giovanni Paolo II.

Quella ecologica, non può che essere infatti una sfida che unisce tutti i cristiani. Al pari di quella della giustizia e della pace fu sempre di più la coscienza e l’impegno che animò il cammino del Consiglio Ecumenico delle Chiese nella seconda metà del secolo scorso.

L’ambito ecumenico conferì uno sviluppo ulteriore alla sensibilità dei temi ambientali, intrecciando – non a caso − il tema della cura del creato con i temi della giustizia e della pace.

In questo solco anche la Conferenza episcopale italiana attraverso le sue commissioni per i problemi sociali e il lavoro, della giustizia e della pace, unitamente a quelle per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dal 1º settembre 2006, ha iniziato a celebrare annuale la “Giornata per la salvaguardia del creato” che poi prenderà il nome “per custodia del creato”.

Dolce canto e grido amaro

“Il canto delle cicale
non dà segno
di loro vicino morire”.
(Bashō, 10)

Scrive papa Francesco: «Se impariamo ad ascoltarla, notiamo nella voce del creato una sorta di dissonanza. Da un lato, è un dolce canto che loda il nostro amato Creatore; dall’altro, è un grido amaro che si lamenta dei nostri maltrattamenti umani.»

Il dolce canto del creato ci invita a praticare una «spiritualità ecologica» (LS, 216), attenta alla presenza di Dio nel mondo naturale. È un invito a fondare la nostra spiritualità sull’«amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale» (ivi, 220).

Per i discepoli di Cristo, in particolare, tale luminosa esperienza rafforza la consapevolezza che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1, 3).

In questo Tempo del Creato, riprendiamo quindi a pregare nella grande cattedrale del creato, godendo del «grandioso coro cosmico» di innumerevoli creature che cantano le lodi a Dio.

Uniamoci a san Francesco d’Assisi [Qui] nel cantare: “Sii lodato, mio Signore, con tutte le tue creature” (cfr. Cantico di frate sole). Uniamoci al Salmista nel cantare: «Ogni vivente dia lode al Signore!» (Sal 150, 6).

Purtroppo, quella dolce canzone è accompagnata da un grido amaro. O meglio, da un coro di grida amare. Per prima, è la sorella madre terra che grida. In balia dei nostri eccessi consumistici, essa geme e ci implora di fermare i nostri abusi e la sua distruzione.

Poi, sono le diverse creature a gridare. Alla mercé di un “antropocentrismo dispotico” (ivi, 68), agli antipodi della centralità di Cristo nell’opera della creazione, innumerevoli specie si stanno estinguendo, cessando per sempre i loro inni di lode a Dio.

Ma sono anche i più poveri tra noi a gridare. Esposti alla crisi climatica, gli “ultimi” soffrono più fortemente l’impatto di siccità, inondazioni, uragani e ondate di caldo che continuano a diventare sempre più intensi e frequenti.

Ancora, gridano i nostri fratelli e sorelle di popoli nativi. A causa di interessi economici predatori, i loro territori ancestrali vengono invasi e devastati da ogni parte, lanciando “un grido che sale al cielo” (Querida Amazonia, 9).

Infine, gridano i nostri figli. Minacciati da un miope egoismo, gli adolescenti chiedono ansiosi a noi adulti di fare tutto il possibile per prevenire o almeno limitare il collasso degli ecosistemi del nostro pianeta.

Ascoltando queste grida amare, dobbiamo pentirci e modificare gli stili di vita e i sistemi dannosi. Sin dall’inizio, l’appello evangelico: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Mt 3, 2), invitando a un nuovo rapporto con Dio, implica anche un rapporto diverso con gli altri e con il creato.

Lo stato di degrado della nostra casa comune merita la stessa attenzione di altre sfide globali quali le gravi crisi sanitarie e i conflitti bellici. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217) (Messaggio).

“Dall’amaro al dolce”, è l’espressione che frate Francesco al termine della vita ricorda ai suoi come sintesi della propria conversione.

Non solo quella iniziale ma anche quella sperimentata lungo tutta la propria esistenza, vissuta come un continuo passaggio pasquale da una logica autocentrica e autoreferenziale ad una proiezione eccentrica, evangelica; da un pratica di dominio e sfruttamento all’essere servo di ogni creatura.

Un cambiamento radicale è anche quello ecologico, purché parta dall’ascolto del grido amaro della natura e dei suoi più vulnerabili abitanti per poter ritornare al dolce cantico di tutte le creature.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato (conversum fuit) in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (Fonti francescane, 110).

Anche l’amaro di Bashō, per l’improvvisa morte, a 25 anni, del suo maestro Jshitada, o “Sengin”, si mutò in una mistica dolce, di poeta itinerante: «il poeta pianse colui che per anni gli era stato maestro e amico. Come voleva l’usanza andò sul monte Koya con una ciocca di capelli del defunto a depositarla nel grande monastero buddista.

La tradizione vuole che per il dolore fosse preso da un amaro desiderio di ritiro; ma di certo, da allora, fu un mistico umile e povero, predicatore della bontà universale. Riuscì a liberarsi con onore da ogni funzione ufficiale e, abbandonata la casa del suo signore, andò a Kyiìto facendosi alunno e domestico di Kigin che aveva avuto per l’addietro occasione di praticare recandosi da lui come messaggero di Joshitada» (Bashō, 50).

L’amaro grido del mare, eco muto

Fuggono Farid e sua madre Jamila dopo l’uccisione del padre Omar in Libia al tempo di Gheddafi. Fuggono per la guerra lasciando il deserto, la loro casa; ma il viaggio per mare sul barcone verso l’Italia non andrà a buon fine. È una storia raccontata con grande sensibilità poetica senza mortificarne tutta la drammatica tragicità da Margaret Mazzantini [Qui], in Mare al mattino, Einaudi, Torino 2011.

«Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro. Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta.

Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati.

Abita in una delle ultime oasi del Sahara. I suoi antenati appartenevano a una tribù di beduini nomadi. Si fermavano negli uadi, i letti dei fiumi coperti di vegetazione, montavano le tende. Le capre pascolavano, le mogli cucinavano sulle pietre roventi.

Non avevano mai lasciato il deserto. C’era una certa diffidenza verso la gente della costa, mercanti, corsari. Il deserto era la loro casa, aperta, illimitata. Il loro mare di sabbia. Macchiato dalle dune come il manto d’un giaguaro.

Non possedevano nulla. Solo impronte di passi che la sabbia ricopriva. Il sole muoveva le ombre. Erano abituati a resistere alla sete, ad essiccarsi come datteri, senza morire. Un dromedario apriva loro la strada, una lunga ombra storta. Scomparivano nelle dune. Siamo invisibili al mondo, ma non a Dio. Si spostavano con questo pensiero nel cuore.

D’inverno il vento del nord che attraversava l’oceano di roccia stecchiva i barracani di lana sui corpi, la pelle si aggrappava alle ossa dissanguata come quella di capra sui tamburi.

… In primavera nuove dune nascevano, rosate e pallide. Vergini di sabbia. Il ghibli infuocato si avvicinava insieme al gemito rauco di uno sciacallo. Piccoli riccioli di vento come spiriti in viaggio pizzicavano la sabbia qua e là. In un attimo il deserto si sollevava e divorava il cielo. E non c’era più confine con l’aldilà…

I dinari dei risparmi di Omar, gli euro e i dollari che nonno Mussa ha guadagnato con i turisti del deserto. Omar conta i soldi, poi toglie una pietra e li nasconde nel muro. Parla con Jamila, chiude le mani intorno alle sue mani strette.

Farid non dorme, guarda quel nodo di mani nel buio che tremano come una noce di cocco sotto la pioggia. Omar dice che devono andarsene. Che avrebbero dovuto farlo da un pezzo. Nel deserto non c’è futuro. E adesso c’è la guerra. Ha paura per il bambino» (ivi, 4-5; 8).

Un altro deserto, un altro grido: il grande sertão

«Ed ecco, il sole, con un balzo, lontano alle nostre spalle, al di sopra dei macchioni, scoppiava, una grandiosità. Giorno spiegato. Terminò la vegetazione da foraggio, e gli arbusti spinosi, come quei cespugli dai virgulti argentati, e simili. Terminava l’erba, in quei paraggi grigiastri.

E tutto questo, arrivando a poco a poco, dava un’oppressione raddensata, il mondo si stava invecchiando, nel viandante. Terminò il sapé selvatico dell’altipiano. Uno si guardava alle spalle. A quel punto, il sole non lasciava guardare in nessuna direzione.

Vidi la luce, un castigo. Vidi uno sparviere: fu l’ultimo uccello che si scorse. Ed ecco che stavamo in quella cosa – deserto pieno, vuoto soffice, rovesciato. Era una terra differente, insensata, un lago di sabbia.

Dove si sarà trovato il suo soverchio, confinante? Il sole si rovesciava sul suolo, con sale, sfavillava. Di quando in quando, una vegetazione morta, qualche ciuffo di pianta secca – come una chioma senza testa. Si propagava a distanza, in avanti, un vapore giallo. E il fuoco cominciò a entrare, con l’aria, nei nostri poveri petti.

… La continuazione del martirio, da quando spuntò il mattino, del giorno seguente, nella brumalva di quel defunto albeggiare, senza nessuna speranza, senza neppure la semplice presenza degli uccellini.

Ci muovemmo. Io abbassavo gli occhi per non vedere gli orizzonti, che chiusi non mutavano, incombevano. La Landa dell’Onza Rossa concepiva silenzio, e produceva una cattiveria – come persona!

… Le piogge già erano state dimenticate, e lì c’era il midollo tristo del sertão, era un sole sul vuoto. Si avanzava di pochi metri, e si calcava il sabbione, una sabbia che sfuggiva, senza consistenza, spingendo all’indietro gli zoccoli dei cavalli.

Poi, sopravveniva un aggrovigliamento intricato, di arbusti spinosi e stoppia di gravia, assai scabroso, di un verde-nero color serpente. Nessun cammino. Di lì, si passa a un terreno duro rosato o color cenere, screpolato e ruvido – i cavalli, non intendendolo, s’innervosivano».
(João Guimãres Rosa [Qui], Grande sertão, Feltrinelli, Milano 2017, 42-44).

Si diventa consapevoli di sé e del cammino solo con l’irruzione dell’altro. Affinché si ritrovi la strada per la cura del creato occorre sempre di nuovo ascoltare il suo dolce canto e il grido amaro.

Lasciamoci guidare dall’istinto insito nel creato e dallo stupore ancora promettente, il creato sarà per noi come quel contadino che camminava avanti portando il foraggio sul dorso. Senza saperlo, servì da guida a Bashō e a Sora, suo discepolo, alla ricerca dello “stretto sentiero del nord”, che altrimenti si sarebbero smarriti per il vasto deserto della pianura di Nasuno.

Un cambiamento radicale di stile e di sguardo; scrive Chandra Candiani di Bashō: «La nostra fame di spirito, di vastità, può trovare in Bashō una bussola, dentro gli stretti sentieri della vita messa a nudo, la sua asciuttezza, la sua sobrietà ma soprattutto l’incantevole parità del suo sguardo sul mondo: “Sui monti d’estate/ Partendo/ Mi inchino ai sandali di legno”» (Chandra Candiani, Lo stretto sentiero del profondo nord, Einaudi, Torino 2022, xxiii-xxiv).

Traverso la landa d’estate
ci guida un uomo che porta
un fascio di fieno sul dorso.

Sopra il sentiero montano
nasce improvviso il sole
fra il profumo dei fiori di prugno.
(Bashō, 23; 20)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

C’è qualcosa di nuovo… anzi d’antico:
Una Regina che muore e il Razionamento che ritorna

Va bene, ho capito, è morta la povera vecchia regina Elisabetta, rimasta eroicamente al timone del Regno Unito (e mica tanto unito) e del Commonwealth (ammesso e non concesso che conti ancora qualcosa) per più di Settant’anni.  Una tempra di ferro, un attaccamento alle tradizioni che non ha pari. Ho sentito anche la salve infinita dei cannoni. Elisabetta II: in televisione non si parla d’altro.

Ma chi come me – e non mi pare siano tanti –  senza venir meno al rispetto dovuto ad ogni morte, prematura o tardiva che sia, dichiara che “della regina Elisabetta non mi importa poi molto”, chi dice una cosa assolutamente ovvia: che “il suo peso politico era pari a zero”, essendo stata, la sua, “una guida puramente simbolica”. Chi osserva che “il mondo, con Elisabetta o senza Elisabetta,  rimane esattamente quello che era, con tutti i suoi drammi irrisolti”.
Ma chi (e anche questa volta mi iscrivo al piccolo gruppo) osserva come tutto il grande squadrone corazzato dell’informazione mainstream (i grandi giornali, tutte le televisioni, le inspiegabili lacrimucce sui social,  and so on) ci sta propinando vita, morte e miracoli di Elisabetta e della Real Casa, tralasciando le cattive nuove di un’Italia ‘alla canna del gas’ (letteralmente) e di un’ Europa divisa su tutto, comprese le sanzioni, le contro-sanzioni, il tetto ai prezzi del gas, le tasse sugli extraprofitti…
Chi, insomma, prova a dire che sarebbe ora di abbandonare i fatti e misfatti, gossip incluso, di Casa Reale e di parlare di cose serie, di raccontare l’inverno da incubo che aspetta gli italiani, di indicare magari qualche responsabile. Tutti questi, e spero che col tempo aumentino di numero, vanno incontro a una selva di reprimende: se non son proprio duri di cuore, sono i  soliti bastian contrario.

Bene, sfida accettata: da incallito bastian contrario a me interessa parlare del Razionamento.
E si badi, il termine Razionamento (riapparso da poco nel vocabolario corrente) ha una storia ancora più vecchia del lunghissimo regno di Elisabetta II.

Per capire cos’è il razionamento, per guardarlo in faccia, non basta andare indietro di 50 anni. Allora, eravamo agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, c’era la cosiddetta ‘crisi petrolifera’: ci dicevano che il petrolio stava finendo (macché!), in realtà c’era il braccio di ferro con i paesi del cartello OPEC e le speculazioni conseguenti dei grandi operatori industriali e finanziari. Ma l’Austerity non era Razionamento.  Ero piccolo ma un po’ me la ricordo l’austerity: non si imponevano  agli italiani regole, orari, temperature, chiusura di fabbriche  e negozi. L’austerity era la gran invenzione dell’ ora legale per catturare un’ora in più di luce. E poco altro: spegnere un po’ prima le luci di piazza; un po’ di austerità sociale, e alla fine ne saremmo usciti fuori.

Il razionamento, quello vero, è molto più antico. Bisogna tornare alle foto in bianco nero del 1943-45. Agli anni  di ‘molte lacrime e altrettanto sangue’, agli anni della fame, delle lunghe code con in mano la tessera annonaria. Il “batrace stivaluto” (Carlo Emilio Gadda) ci aveva  infilato in una guerra assurda e persa in partenza, con un esercito con le pezze al culo e le scarpe di cartone. Che ci potevamo fare? Dopo la disfatta dovevamo pagare tutti. Non avevamo scelta.

Non siamo ancora a questo. Vedremo cosa sarà, all’inizio e mese dopo mese, il razionamento del prossimo autunno inverno. Quello che è certo è che morderà la carne viva degli italiani. Porterà disoccupazione e disperazione, negozi e piccole imprese fallite e chiuse per sempre.
Gli Italiani – siamo o non siamo ‘brava gente’? – aspetteranno ad accendere il riscaldamento e abbasseranno di uno o due gradi la temperatura; poi vedremo se basterà: un sacrificio tira l’altro. Ma avremo o no il diritto di sapere chi e perché ha messo l’Italia e gli italiani in questo vicolo cieco?

Per chiedere, anzi, per imporre sacrifici (mi par di ricordare che Giulio Andreotti fosse un esperto in materia) al governo e ai partiti  sembra bastare puntare il dito su un unico capro espiatorio: la Russia brutta e cattiva.
Ma chi pagherà per la fallimentare politica delle sanzioni, che ha messo in ginocchio mezza Europa e invece ha arricchito (parlo di svariato miliardi,  l’impero di Putin?
Chi chiederà conto alle grandi aziende energetiche nazionali degli extraprofitti miliardari, ottenuti vendendo il gas al prezzo della borsa di Amsterdam?

La storia si ripete. E questa vota è storia recente: prima dei giganti dell’energia, erano state le big pharma a vendere a peso d’oro i loro vaccini, fissando il prezzo a loro piacimento. Prezzi gonfiati e pagati dall’Europa e dagli Stati Nazionali senza battere ciglio. Ovviamente i soldi venivano sempre dalla stessa sacca, le tasche dei contribuenti.

Forse l’italiano medio dovrebbe opporsi a sacrifici dovuti a una situazione di cui nessun italiano medio è responsabile. Ma siamo ‘brava gente’, un po’ troppo abituata a ubbidir tacendo. Guarderemo in su, un cielo sempre più minaccioso. Fino a quando, si vedrà.

Cover: ritratto di Elisabetta II,  foto Wikimedia Commons