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Qualche tempo fa, aprendo un numero de “Il cerchio di gesso”, che ho nella mia biblioteca, ho ritrovato due numeri della rivista di poesia “La tartana degli influssi”. Una specie di piccola matrioska letteraria. “Il cerchio di gesso” fu una rivista fondata a Bologna da alcuni intellettuali bolognesi come Gianni Scalia e Roberto Roversi e, tra il giugno del 1977 e il novembre del 1979 uscirono sei fascicoli. “La tartana degli influssi”, curata da Maurizio Maldini e Roberto Roversi, invece, è stata una rivista di poesia formata da un foglio unico piegato più volte. I numeri usciti sono stati 13. Torniamo a noi. Nel numero quattro di “La tartana degli influssi”  ci sono due poesie di Stefano Tassinari, operatore culturale poliedrico (scrittore, musicista, cooperatore, giornalista) di primo piano sia a Ferrara che a Bologna. Riportiamo [qui] una testimonianza significativa uscita su questo giornale mentre [qui] la pagina di Wu Ming 1. Ringrazio di cuore Maurizio Maldini  che ha dato la sua autorizzazione alla pubblicazione di questi testi di Tassinari.
(Pier Luigi Guerrini)

 

“Le città non sono solo scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi.”
(Italo Calvino)

Turno di guardia

Il cerchio di luce-pila
si allarga
e inghiotte l’aspetto rinsecchito
della testimonianza di estraneità.
Gli occhi sollevano con la fantasia
l’ogìva di cemento sulla testa,
arcaica costruzione dissolvente di macerie corporee.
La rètina accecata distingue con fastidio
i contorni di legno sopraggiunto;
le mie scorie di astio
escono dalla bocca senza rumore,
e quando il tacco delle sue certezze stolte
sfrigola la neve della coazione a ripetere,
allora l’acqua comincia a sciogliersi
scendendo in un imbuto d’aria,
i muri vanno in avarìa
contagiando le sfuse percezioni
di un collo che resiste al cappio.
I piedi affondano con parsimonia
spegnendo il fumo dell’umiliazione;
poi il corpo torna a riverire obbligato
e la mente non concede assoluzioni.

Cervellesente

Rete perforata da incantesimi senza storia
precede l’altopiano del mio altare:
“Fate largo all’effetto di tomba!”;
stivali lucidi,
bagno schiuma che ottura i pori.
Le ali del palazzo si schiudono,
contenuto umano in viaggio
baratta giardini con polvere pirica.
Intimismo senza variazioni
è sepolto da ozio puntato nel vuoto…
il risveglio non ha la forza di alzarsi!
Poi, il rapido susseguirsi di gesti
avverte che l’incandescenza
sta arrivando su questa terra
popolata dalle pressioni impazzite.
Allontanate la coperta d’insetti
arrotolata sul mio corpo inerme!
Sul reticolato consunto,
affollato di misure d’ordine,
si spegne la traccia di ogni mia ricerca.

Stefano Tassinari (Ferrara, 24 dicembre 1955 – Bentivoglio, 8 maggio 2012) è stato uno scrittore, musicista, drammaturgo e sceneggiatore italiano. Ha pubblicato diversi romanzi e suoi racconti sono presenti in una decina di antologie, pubblicate in Italia e in alcuni Paesi stranieri.
Autore di testi teatrali, letture sceniche e di programmi radiofonici per Rai Radio 3, è stato ideatore e direttore artistico di varie rassegne letterarie, tra le quali La parola immaginata e Ritagli di tempo (ITC Teatro di San Lazzaro di Savena). È stato autore di documentari televisivi girati, oltre che in Italia, in Nicaragua, Spagna, Francia, Portogallo ed ex Jugoslavia.
Ha curato la messa in scena di decine di opere letterarie di scrittori italiani e stranieri, collaborando con attori e registi (tra gli altri: Leo Gullotta, Marco Baliani, Ottavia Piccolo, Silvano Piccardi, Antonio Catania, Matteo Belli, Ivano Marescotti, Laura Curino e Renato Carpentieri), musicisti (tra gli altri: Paolo Fresu, Riccardo Tesi, Mauro Pagani, Yo Yo Mundi, Têtes de Bois, Casa del vento, Mario Arcari, Armando Corsi, Antonello Salis, Daniele Sepe, Patrizio Fariselli, Jimmy Villotti, Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi) e fotografi (tra gli altri: Mario Dondero, Giovanni Giovannetti, Tano D’Amico, Raffaella Cavalieri, Luca Gavagna e Dario Berveglieri).
Vicepresidente dell’Associazione Scrittori Bologna, ha scritto di letteratura su quotidiani e riviste. È stato direttore e fondatore di Letteraria (rivista semestrale di letteratura sociale), legata dapprima ai nuovi Editori Riuniti e poi dal 2010 a Edizioni Alegre. È stato prima militante di Avanguardia operaia, poi segretario della federazione ferrarese di Democrazia Proletaria, infine (dopo una parentesi nei Verdi Arcobaleno), è stato militante del Partito della Rifondazione Comunista, fondatore e animatore del circolo PRC “Víctor Jara” di Bologna. È scomparso nel 2012 all’età di 56 anni dopo una lotta contro una grave malattia durata otto anni. (da Wikipedia)

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio.
Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

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Benini & Guerrini


PAESE REALE

di Piermaria Romani

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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