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Presto di mattina /
Credere è vivere con gli occhi ben aperti

Presto di mattina. Credere è vivere con gli occhi ben aperti

I want to believe

Voglio credere che sto guardando
nel fuoco bianco di un grande mistero.
Voglio credere che le imperfezioni non sono nulla —
che la luce è tutto, — che è più della somma
di ogni bocciolo imperfetto che nasce e che muore.
E lo credo.
(Mary Oliver, The ponds, https://www.poetry-chaikhana.com).

Uno sguardo aperto e inclusivo nei confronti del mondo della natura si dispiega nelle liriche di Mary Oliver (1935-2019), una delle voci poetiche più popolari negli Stati Uniti, punto di riferimento nell’ambito ecologista e del post-umanesimo che considera l’uomo non superiore, antagonista, ma interconnesso, alleato con il proprio ambiente. La sua scrittura, legata l’osservazione della natura, è nitida e diretta, sine glossa, non scaturisce da moti interiori, ma da ciò che cade sotto i suoi occhi.

Il mattino
sorgerà a oriente
avvolto d’ambra,
difficile
e meraviglioso
uragano di luce
(Mary Oliver, Primitivo americano, 105).

Il suo potrebbe essere lo stesso sguardo sbalordito, diretto, vigile, senza filtri culturali o precomprensioni ideologiche, degli uomini primitivi sulla terra primigenia, al balzo «vortice artigliato di luce veloce» (ivi, 29) della lince rossa ovvero al levarsi del mattino nella notte dei tempi, e guarire dalla notte il cuore per levarsi ancora a cercare sempre oltre confidando nella luce perché «la luce è tutto».

Il mattino.
Inizia così:
diramazioni di luce
lucidano il cielo
dall’est,
volano sopra di te,
e quel che rimane della notte –
le sue cascate nere,
e il suo dubbio codardo –
si frantuma come ghiaia
mentre il sole appare
trascinando nubi
di lana rosa e verde,
accendendo i campi,
mutando i laghi
in lastre di fuoco.
Le loro creature
sono parvenze oscure
che distingui
una a una
mentre si alza la luce –
gli aironi azzurri,
le anatre sposa che scuotono
le creste scintillanti –
e fino alle ginocchia
nell’acqua bassa, viola,
una cerva che beve:
quando si volta
l’acqua d’argento
si increspa come seta,
scuotendo il cielo,
e allora guarisci
dalla notte, il cuore
vuole di più, sei pronta
ad alzarti e a guardare!
a correre ovunque!
a credere in tutto.
(Ivi, 89 e 91)

In lei lo stesso sguardo di quei “primitivi”, come trasfigurati nel volto al cadere della prima neve, spinti fuori dai ripari con l’unico desiderio generato dal cuore: guardare (to look), vedere (to see), e ascoltare (to listen): sono i verbi più usati dalla Oliver. Sempre di nuovo la fede laica delle cose del mondo e dentro ad esse.

La neve
è iniziata qui
stamattina e ha continuato
per tutto il giorno, una retorica
bianca che ovunque
riporta al perché, come,
da dove tanta bellezza e quale
sia il significato; che
febbre oracolare! una forza che,
scorrendo oltre i vetri, sembrava
non volesse mai calare, mai posarsi
se non splendidamente! e solo ora
a notte fonda
ha finalmente smesso.
Il silenzio
è immenso
e i cieli trattengono ancora
milioni di candele; da nessuna parte
le cose familiari:
le stelle, la luna,
il buio che ci aspettiamo
e a cui voltiamo ogni notte le spalle.
Gli alberi brillano come castelli
di nastri, i campi ampi
covano la luce, il letto fugace
di un ruscello giace
coperto di mucchi scintillanti;
e anche se le domande
che ci hanno assalito tutto il giorno
rimangono – non una sola
risposta è stata trovata –
uscire adesso
nel silenzio e nella luce
sotto gli alberi
e attraverso i campi
sembra essere una.
(Ivi, 49 e 51)

L’attenzione, un atto d’amore

Le sue parole non interpretano, né commentano la realtà, ma l’ascoltano. Immerse nella natura attraverso il ritmo delle stagioni, risalgono cangianti rivestite di vita come dallo spumeggiante mare, «corpo di fibre di luce», nasce Afrodite, l’amore.

Una natura sentita al pari di qualcosa di vivo, misterioso, amante, libero e liberante, che merita tutta l’attenzione come verso un’alterità autonoma; dove l’umano è come decentrato, ridimensionato dall’altro, chiamato a vivere irrelato con tutto l’ecosistema che lo circonda.

L’attenzione ha così per Oliver una valenza primaria, fondante: «Prestare attenzione, questo è il nostro compito vero, e — infinito… Ama te stesso, e poi dimenticatelo», consapevoli fino in fondo che «l’attenzione senza partecipazione … è solo un resoconto». (Primitivo americano, a cura di Paola Loreto Einaudi, Torino, 2023, XI, VII)

Scrive Simone Weil: «Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé. (L’ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1996, 127)

Come per Simone Weil, così per Mary Oliver il credere e il pregare affiorano e prendono forma là dove l’attenzione è massima: «Oh, nutrimi in questo giorno, Spirito Santo, della/ fragranza dei campi e della/ freschezza degli oceani che tu hai/ creato, e aiutami a udire e a custodire/ come care quelle esigenti/ e stupende/ parole di Nostro Signore Gesù, che dice:/ Seguimi». (A. Spadaro, Ogni mattina il mondo è creato, 614).

Così pure la preghiera: una soglia di silenzio e attenzione verso la gratitudine per l’iris blu fino al piccolo sasso, in ascolto di un’altra voce.

Non dev’essere per forza
l’iris blu, potrebbero essere
erbacce in un lotto vuoto, o qualche
piccolo sasso; basta solo
prestare attenzione, e poi mettere

insieme qualche parola senza cercare
di renderle elaborate, questa non è
una gara ma la soglia

verso la gratitudine, e un silenzio in cui
un’altra voce possa parlare.
(Praying, https://www.poetry-chaikhana.com/Poets/O/OliverMary)

Nella raccolta poetica Primitivo americano la Oliver vorrebbe far riscoprire nell’America degli inizi, primitiva, la sua dimensione sacrale, incontaminata, primordiale e misterica in cui declinare e comprendere l’intera esistenza.

È questa la più famosa raccolta di Mary Oliver pubblicata nel 1983 vincitrice del premio Pulitzer.

La curatrice lo definisce un libro dionisiaco, e certamente lo è; ma allargando l’orizzonte spirituale lo si potrebbe dire “estatico”, affasciante e tremendo insieme, come di fronte al sacro primitivo, capace di suscitare una fede e un voler credere e un affidarsi al mistero pure per camminare in esso e partecipare al suo processo di svelamento tanto esso è attraente e coinvolgente, chiama oltre ogni pericolo e terrore: chiede di mettersi in gioco, di rischiarsi con tutto quello che si offre allo sguardo contemplativo e rapito.

Cercare Dio come un fascio di luce nelle pieghe oscure della natura

Il sogno della mia vita
È di sdraiarmi accanto a un fiume lento
E fissare la luce tra gli alberi
Per imparare qualcosa dall’essere per un po’
Null’altro che la feconda
lente dell’attenzione.
(A. Spadaro, 611)

È stato grazie all’amico Giuseppe Ferrara che ho saputo di non essere solo nel cercare come un rabdomante parole primigenie, ma di trovarmi in buona compagnia con Mary Oliver a cercare attraverso la scrittura — così mi scriveva — «un segreto che non si vede ma insiste», parole nascoste, arcaiche, non logorate, percepite «non come dottrina ma come vibrazione, come un movimento che ammorbidisce il cuore e lo rende più attento all’altro, più permeabile al mistero.

Anche lei riconosce l’invisibile dai suoi segni minimi: un animale che si ferma, una foglia che trema, un silenzio che cambia qualità. Così ho ritrovato nella lettura della Oliver “la sorgente invisibile che scorre sotto le parole, sotto i gesti, sotto la storia, e che si lascia riconoscere solo da chi ha imparato a leggere i segni minimi, le tracce laterali, i piccoli miracoli che non fanno rumore».

Insieme a Primitivo americano, l’unico tradotto in italiano, ho trovato un piccolo ma prezioso e sorprendente manuale, una guida in prosa per comprendere e scrivere poesia: A Poetry Handbook, HarperCollinsPublishers, New York 1997.

Creare un legame di affetto con la realtà è la poesia; dove l’affezione non è romanticismo, ma scaturisce dalla pratica di un’attenzione radicale, come una devozione, ed un amore verso la vita che non si ama se non prendendosene cura qui ed ora.

Così questa premura quasi evangelica — “in fretta” le donne andarono al sepolcro di primo mattino — attenzione (attentiveness) per l’altro da sé, che genera un’apertura, — la pietra ribaltata — che ti porta all’interno della realtà e ti fa partecipe del mondo d’altri, non come un semplice osservatore, ma partecipe, parte della stessa sua famiglia: «Come un fascio di luce; noi “vediamo” (ossia comprendiamo) qualcosa dell’ignoto alla luce del noto» (ivi, 101).

Una sorpresa impensata poi è stato trovare, aprendo la prima pagina del libro, l’haiku di Matsuo Basho (1644-1694), a me così caro. L’immagine mi aveva ispirato lo stile pastorale e il sentire spirituale nel nuovo cammino dell’Unità pastorale di Borgovado, nel 2018.

La campana del tempio tace,
ma il suono continua a uscire
dai fiori.

Come a dire una chiesa estroversa, fuori dalle sue mura; parrocchie in uscita all’incontro con quel vangelo nascosto tra la gente, il cui suono continua ad uscire quando si pone attenzione e ascolto alla vita delle persone.

La loro vita, se la guardi bene fino in fondo, è già un vangelo in cammino, pagina scritta anche solo per un gemito o un sussulto di gratitudine o un carico condiviso, su un rigo di carta. E ancora queste sono secondo Mary Oliver le istruzioni per scoprire questa buona notizia: «Presta attenzione. Fatti stupire. Raccontalo» (Primitivo, V) ed è questo il vangelo della gioia, il suono che sento uscire ogni volta dai fiori.

Il credere ha cara la vita, come la poesia; un vivere con gli occhi ben aperti

Per trovare altri testi poetici difficilmente reperibili ho fatto riferimento ad un saggio di Antonio Spadaro ed Elena Buia in La Civiltà Cattolica, 7 Giugno 2015, Quaderno 3960: «“Ogni mattina il mondo è creato”. Natura e trascendenza nella poesia di Mary Oliver».

Crede nel potere della poesia come opportunità, come un incontro quasi personale capace di cambiare la vita, scrive Mary Oliver: «La poesia sta lì e attende qualcuno per il quale o la quale può essere importante. Ha bisogno della persona giusta per il suo insieme di parole, per quello che sta dicendo. E può cambiare una vita. L’arte può cambiare la vita», (intervista di Steven Ratiner, Primitivo americano, XVI).

Una fede primitiva affiora dalle poesie della Oliver, come matrice umana, non una sovrastruttura, ma lievito madre che precede ed è condizione di ogni altra fede religiosa storicamente determinata; per lei «credere non è sempre facile. /Ma ho imparato questo — /Se non molto altro — /di vivere con gli occhi ben aperti» (A. Spadaro, 606).

E ancora: «La poesia è una confessione di fede. Vale a dire che la poesia non è un esercizio. Non è un “gioco di parole”. Qualsiasi abilità o bellezza possieda, racchiude qualcosa che va oltre i dispositivi linguistici e ha uno scopo diverso da se stessa. Ed è parte della sensibilità di chi scrive. Non intendo in senso “confessionale”, ma nel senso che riflette il punto di vista dell’autore — la sua prospettiva — a partire dall’insieme di tutte le sue esperienze e dei suoi pensieri

La poesia è una forza che ha cara la vita. E richiede una visione – una fede, per usare un termine vecchio stile. Sì, proprio così. Perché le poesie non sono parole, dopo tutto, ma fuochi per il freddo, corde calate a chi è perso, qualcosa di così necessario come il pane nelle tasche dell’affamato. Sì, proprio così». (A Poetry Handbook, 122).

Fuoco bianco, freddo

 «Fuoco bianco che arde» è per Mary Oliver il credere, e il credente ai suoi occhi assomiglia all’uomo che piantava alberi in America, a John Chapman, pioniere e leggenda americana. La tradizione popolare lo descrive come un eroe nomade e gentile che camminava a piedi scalzi, indossando un sacco di iuta e una pentola in testa come cappello. Aveva viaggiato per decenni attraverso gli attuali stati della Pennsylvania, Ohio e Indiana piantando sterminati frutteti di meli; una poesia ne ritrae il profilo e la saggezza.

Il «fuoco bianco, freddo» (cold white fire) simboleggia i fiori bianchi dei meli, che come una coltre di neve sembra distendersi in primavera nelle foreste dell’Ohio, testimonianza vivente di lui e della sua cura per la terra. Il fiore di melo ha bisogno di tempo e di freddo per fiorire, così il freddo è per il credente e per l’errante l’austerità dell’esistenza, la vita condotta all’essenziale, una condizione di onestà evangelicamente spoglia e schietta, abitata nel cuore  dalla gratitudine per tutte le creature.

John Chapman

Portava per cappello una pentola di latta
in cui cucinava la cena
verso sera
nelle foreste dell’Ohio. Vestiva
una camicia di sacco e camminava
a piedi nudi, contorti come radici. E ovunque andava
gli alberi di mele spuntavano dietro di lui belli
come ragazzine.
Nessun indiano o colono o bestia selvaggia
gli fece mai del male, e lui, da parte sua, onorava
ogni cosa, tutte le creature di Dio! non esitava
nelle notti di pioggia
a condividere il tetto di un tronco cavo a tu per tu
con qualsiasi altra creatura; serpenti,
forse procioni, o un gran pezzo d’orso.

Beh, gli alberi che piantò o regalò
prosperarono, e lui divenne
la leggenda buona: fai quello
che riesci, se riesci; qualsiasi
sia il segreto, e la pena,
puoi scegliere: morire
o vivere, andare avanti
avendo cura di qualcosa. In primavera, in Ohio,
nelle foreste rimaste puoi ancora trovare
segni di lui: macchie
di fuoco bianco, freddo.
(Primitivo americano, 46-47)

Credere è aprire le ali e alzarsi sopra l’oscurità

Credere è anche andare oltre il sentiero battuto e chiuso, attraversare l’intrico di siepi, di rampicanti, sbarramenti di rami, di tronchi caduti, attraverso la “salsapariglia” sinuosa ma infida, perché cosparsa di acutissimi spini (milax aspera detta anche spacca braghe).

E tu non riesci a salvare le braccia, le gambe da spine e da roteanti zanzare, ma alla fine arrivi, non senza ferite, al bordo di un lago nero e vuoto guardato solo da affusolate e sbiadite canne, appena in tempo per vedere d’un colpo «lo scroscio di un fuoco bianco»: tre Egrette, della famiglia degli aironi migranti, levarsi in volo.

Egrette

Dove il sentiero chiude
i battenti e oltre,
attraverso le foglie sgamollate,
4 i rami caduti,
attraverso l’intrico di salsapariglia,
ho proseguito. Alla fine
non riuscivo più
a salvare le braccia
dalle spine; le zanzare
mi hanno annusata
alla svelta, calda
e ferita, e sono arrivate
roteando e ronzando.
È così che sono arrivata
al bordo del lago:
16 nero e vuoto
all’infuori di un fuso
di canne sbiancate
sulla riva lontana
che, mentre guardavo,
si è arricciato di colpo
in tre egrette –
uno scroscio
di fuoco bianco!
Anche mezzo assopite avevano
una tale fede nel mondo
che le aveva fatte …
a testa bassa, nell’acqua,
tranquille, sicure,
per la legge
della loro fede non della logica,
hanno aperto le ali
delicatamente e si sono alzate
al di sopra di ogni cosa oscura.
(Ivi, 36-37)

Cover su licenza Wikimedia commons

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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