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A Ferrara il Comune sostiene la street art. Ecco la mappa dei murales autorizzati

Guerra dichiarata alla street art. O no? Da sempre murales, graffiti e scritte sui muri attraggono l’attenzione, gridano slogan, indispongono o colpiscono per l’efficacia delle parole, per la forza di segni e colori. Così uno street artist come Banksy ha alle costole la polizia di New York, ma le sue opere fuorilegge arrivano a sfiorare quotazioni da quasi due milioni di dollari. Più vicino a noi, a Bologna, due mesi fa la polizia municipale del sindaco Virginio Merola denuncia la street artist Alicè per il reato di “imbrattamento reiterato”. L’artista, all’anagrafe Alice Pasquini, ha infatti ammesso di aver disegnato ragazzi e bambini un po’ sognanti a una fermata della Bolognina, ma anche in spazi del centro storico, come via Zamboni, via Centotrecento, via del Pratello e via Mascarella. Da questo mese poi, sempre a Bologna, parte l’azione della squadra anti-graffiti. Il Comune stanzia 500mila euro e coinvolge tre cooperative sociali della città che, per tutto il 2014, andranno prima a ripulire i muri, poi a ritinteggiarli applicando una vernice protettiva per facilitare eventuali, prossime rimozioni.

Ferrara, invece, sceglie una terza via: non denuncia e non finanzia squadre di cancellatori, ma punta al dialogo per sostenere questa forma di espressione. L’appoggio arriva niente meno che dall’amministrazione comunale, assessorato alle politiche giovanili. In cambio del supporto istituzionale, agli appassionati di spray e scritte viene chiesto di presentare uno schizzo del disegno, di limitarsi a colorare edifici autorizzati, che il Comune ha in gestione, fuori dal centro storico e soprattutto mai su muri di palazzi o monumenti storici. Succede dal 2007 con un progetto che si chiama “Graffi a Fe”.

Chi avesse voglia di vedere quello che il gruppo di ragazzi realizza chiamando in aiuto anche street artist di altre città italiane può mettere scarpe comode o, ancora meglio, salire in sella a una bici. Il tour dell’arte di strada scorre ai margini di quella del Rinascimento estense. Le opere più recenti sono quelle del Palapalestre, il palazzetto sportivo di via Tumiati, angolo con Porta Catena. Lì un anno fa – racconta il referente di Area Giovani del Comune, Mario Zappaterra – si realizza il lavoro in collaborazione tra amministrazione cittadina e sezione ferrarese del Coni, il Comitato olimpico nazionale italiano. L’obiettivo: dare vivacità alla zona, abbastanza anonima, e al palazzetto. Tremila euro di investimento tra impalcature, strutture, autogru e vernici e un’indicazione di massima, che è quella di mantenere la creatività in ambito sportivo. Il risultato? Quattro pareti colorate che vedono da un lato due giganteschi pugili e un arbitro, da quello opposto un giocatore di basket, sul retro una sorta di striscia a tema sentimentale, e, sulla facciata d’ingresso, palloni con guantoni, spada da scherma e segni colorati.

Con in tasca un tesserino di autorizzazione del Comune, i graffitari ferraresi nella primavera del 2012 hanno disegnato giganteschi bambini sulle pareti in cemento della scuola elementare Don Milani, via Pacinotti 48. Nell’autunno 2011 il festival “Internazionale” include nel suo programma il loro intervento artistico nell’area del parcheggio di Rampari di San Paolo. Sul grande muro in cemento senza finestre si materializza il personaggio di Doc, lo scienziato visionario protagonista del film “Ritorno al futuro”. Tra gli altri interventi autorizzati: quello del sottopasso di via Verga; il murales della scuola Itis, via Pontegradella 25; la sede di Area Giovani, via Labriola 11; quella del centro di partecipazione giovanile L’Urlo nel quartiere di Barco, via Bentivoglio 215. Nuovi disegni, poi, ogni tanto si sovrappongono e coprono o modificano quelli precedenti in una continua evoluzione.

Oltre a castello, duomo e pampato, Ferrara è anche questo. Muri che si trasformano in un panorama inaspettato per farci guardare il mondo con altri occhi.

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La Peppa Pig: il successo di una famiglia “ideale”

Basta guardarsi intorno, dai negozi di giocattoli, ai supermercati alimentari, fino agli autogrill in autostrada: dovunque il mito della Peppa Pig imperversa: magliette, tazze, zaini, libri, CD, gadget. Alla televisione, sui canali dedicati all’intrattenimento dei piccoli è questo il cartone che riceve maggiore spazio. Peppa Pig è un cartone animato britannico, creato nel 2004 e diretto ad un pubblico di bambini: ogni episodio è di cinque minuti.
Della Peppa sappiamo tutto: ha un padre, una madre, un fratellino, un nonno e una nonna. Ci sono personaggi minori di contorno: un coniglio, un orso, una pecora e molti altri.
Peppa è la figlia maggiore di Papà Pig e Mamma Pig. Frequenta la scuola materna, è simpatica e ubbidiente. Ama giocare con il suo fratellino George, che ha due anni e la passione dei dinosauri. Come la gran parte dei bambini, George non ama le verdure, ma adora le torte al cioccolato; George è timido, ma sa fischiare bene, suona un corno ed è un eccellente pattinatore sul ghiaccio.
La Peppa e il fratellino sono svegli ed educati, pronti a farsi coinvolgere in ogni iniziativa politicamente corretta che i genitori propongano loro, compresa quella della raccolta differenziata o della semina delle verdure nell’orto.
Le situazioni sono quelle della vita quotidiana, con gioie e problemi universali. Tutti i ruoli sono rispettati. Il padre è colui che padroneggia il sapere (risolve equazioni matematiche difficili), ma non sempre ha sufficiente buonsenso nella vita quotidiana; è però un ottimo ballerino, un bravo pittore, un valido batterista e suona la fisarmonica. La madre è una casalinga che lavora da casa tramite il computer. Viene descritta come diligente e attenta – che altre doti dovrebbe avere una madre? Perfettamente pacificata nella doppia presenza – avremmo detto in altri tempi – è una cuoca provetta e sforna deliziosi biscotti e torte di cioccolato. Il nonno è saggio, colto ma anche divertente. Organizza spesso vari giochi e divertimenti per i piccoli ed è abile nel riparare oggetti. Ha la passione per l’astronomia e ha un orto dove coltiva piantine di pomodori e ha alberi di mele. La nonna coltiva l’orto – e perché poi le nonne dovrebbero fare altro, una volta raggiunta un’età compatibile con la pensione? Ama la tranquillità, ha tre galline ed è una appassionata collezionatrice di cappellini. Anche le nonne possono permettersi un tocco di patetica civetteria, si sa!
Un idilliaco quadretto rassicurante, un mondo perfetto, non c’è che dire, in cui tutti sono disposti a cooperare e a trovare soluzioni per i piccoli guai di ogni giorno. Tutti hanno tempo da condividere, non c’è ombra di stanchezza in quella famiglia.
Maialini e maialine, come femmine e maschi di ogni specie, sanno qual è il loro posto nel mondo: i maschi coltivano doti di ingegno e le femmine doti di mitezza e di cura! Sarà questa la ragione del successo del cartone animato? Tante situazioni di vita quotidiana risolte in un idilliaco quadro di giochi e di comprensione reciproca.
Questo mondo “perfetto” mi sembra, in realtà, molto vecchio e stucchevole nella sua pretesa di annullare ogni contraddizione. Eppure, pare che oggi nessuno si ponga più il problema di contrastare gli stereotipi di genere, né con diversi modelli di comportamento e, neppure, con proposte di gioco meno segnate dai luoghi comuni.

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Gestione integrata dei servizi con un occhio ai bisogni e l’altro all’ambiente

Rifiuti e acqua sono comparti strategici in cui prevale l’esigenza di soddisfare bisogni individuali, ma su cui pesano importanti esigenze ambientali collettive connesse all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali e dunque riconducibili a linee di politica ambientale.
Le forti implicazioni territoriali di questi due settori sono evidenti così come fondamentale è l’esigenza di ricercare soddisfacenti soluzioni locali. Si tratta di una importante scelta di fondo perché fa prevalere la componente ambientale rispetto a quella del mercato dei servizi pubblici. E’ sentita dunque la necessità di affrontare questo comparto con riguardo all’impatto sull’ambiente e al contempo con modalità di gestione attente all’efficienza produttiva e all’organizzazione industriale. Entrambi i settori risentono infatti di una cronica carenza di servizio e di regolazione dell’offerta; deve dunque essere ricercato un necessario equilibrio tra soddisfazione di bisogni ambientali collettivi ed esigenze di politica industriale. Se da una parte dunque è riconosciuta una reale arretratezza del settore dall’altro lato però complessivamente si deve considerare come il settore sia economicamente interessante e soprattutto socialmente indispensabile. Il forte processo di trasformazione in atto è quindi promosso da spinte marcatamente innovative sia istituzionali che imprenditoriali orientate a favorire la realizzazione di sistemi integrati, di ambiti territoriali omogenei, di sviluppi impiantistici con coinvolgimento industriale.
E’ in crescita comunque la gestione integrata dei servizi energetici ed ambientali sia per i processi di unificazione avvenuti in molte città sia per la costante implementazione delle competenze operative delle aziende pubbliche che nel tempo stanno sviluppando crescenti capacità competitive su un mercato complessivo dei servizi collettivi. La modernizzazione passa infatti attraverso la capacità di accedere a risorse (economiche, tecnologiche, umane) che si originano su mercati sempre più dinamici ed aperti; ai gestori si chiede di realizzare cicli tecnologici sofisticati e di organizzare la filiera. Mentre la competizione non è più quella tra modelli organizzativi (ad esempio pubblico-privato), ma tra filiere tecnologiche, variamente coordinate e integrate, nelle quali pubblico e privato non sono antagonisti, ma funzionali l’uno all’altro. Si sta avviando dunque un contesto altamente dinamico nel quale si mescolano efficacemente molte variabili che vanno dalla efficacia della pianificazione, alla capacità di ottenere consenso, al legame con il territorio, alla capacità organizzativa, a cicli tecnologici sofisticati, alla capacità di aggregare settori contigui (mercato materie seconde, produttori-distributori…), all’accesso a risorse economiche, finanziarie, umane, tecnologiche in un mercato competitivo spesso internazionale. Nel quadro di economie aperte occorre avere una forte capacità di innovazione delle istituzioni e degli strumenti di governo del territori; definizione di progetti di sviluppo, ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale.
L’obiettivo è di migliorare l’efficienza economica e la qualità dei servizi idrici integrati e dei servizi di gestione dei rifiuti urbani, insieme.

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Il peso dell’italianità

Conosco la città di Berna per lunghe frequentazioni svolte in un numero assai rispettabile di anni. In quella civile città un po’ noiosetta come si può presumere dal suo ruolo di capitale politica della confederazione svizzera ho molti amici e conoscenti che vanno dal detentore della cattedra di letteratura italiana all’Università mio amatissimo giovane collega e allievo e in più, che non fa male, ferrarese! Stefano Prandi. L’amica di una vita Margherita Visentini con cui da tempo immemorabile collaboriamo sulla storia del giardino che insegna al Politecnico di Milano, figlia del ministro Visentini e moglie di un grandissimo ricercatore Angelo Azzi a cui fu affidato un importantissimo istituto di ricerca a Berna . E, tra gli altri conoscenti, altri veri amici tra cui il mio dentista che alla sua morte fu sostituito da una figlia all’avanguardia nella ricerca odontoiatrica Luisa la cui madre Serena, fiorentina, è stata per anni responsabile della Dante Alighieri. Non è per esibire patenti di nobiltà culturali ma per dire che nella civile Svizzera e ancor nella più civile Berna, il sindaco si è lasciato andare seppur, dice lui in un momento di “comicità, che non rinnega, i suoi intollerabili commenti sulla natura e il fisico degli italiani. Non credo che il signor Alexander Tschäppät, sindaco socialista di Berna avrebbe ripetuto le stesse insultanti offese alle cene eleganti dove sarebbero stati presenti i miei amici. E questo è ancora più grave perché i giudizi erano stati pronunciati in uno sketch di un quarto d’ora sul palco di uno spettacolo itinerante: alcuni giudizi? “ Gli italiani e i napoletani? Troppo pigri per lavorare” o che sono tali perché di bassa statura. Ignobile. Il peggio è che non ha ritenuto opportuno ritrattare. Anzi! Sembra quasi che sia stato fatto apposta come prodromo ad una campagna anti-immigrazione. E’ inutile commentare quale sia stata l’odissea dei lavoratori italiani in Svizzera. Libri, film, documenti sono stati già esibiti. E se ora non gli italiani di Svizzera ma gli italiani che sono diventati svizzeri non protestano con dignità e rigore queste parole umilieranno soprattutto la città di Berna dove spero che mister Tschäppät non sarà più ricevuto dalla comunità italiana della città. E io so bene quanto sia importante essere ricevuto nei circoli che contano! Si possono accettare e rovesciare in fatti positivi certi atteggiamenti che danno noia proprio per la loro “elveticità” Ricordo con stupore e incredulità l’episodio che mi coinvolse un giorno con la mia canina Lilla a cui diligentemente avevo fatto fare i bisogni in giardino. Uscì la poverina e incautamente fece pipì vicino ad un albero. Apriti cielo! Signore urlanti mi chiesero minacciosamente come avevo osato non provvedere. Commentando “ i soliti italiani!” Poi ho capito. Quando si portano i bambini a giocare con i cani nei parchi in zona a loro rigorosamente riservata , i bambini sono muniti di carte asciuganti che diligentemente devono usare per assorbire le pipì dei loro compagni di gioco. Potrei commentare “ i soliti svizzeri!” ma il razzismo è cattivo consigliere. Quanta amarezza in tutto questo. E ora che lo scandalo italiano dell’immigrazione sta pian piano esaurendosi non è male ricordare quello che noi abbiamo patito e che ora verrebbe riproposto salvo poi prosperare sull’evasione fiscale dei paradisi svizzeri. Sono soprattutto amareggiato perché non ce lo meritiamo. Ma nella virtuosa Svizzera, nell’elegante Berna il sindaco questo ce lo poteva risparmiare. E se volessi essere snob che è l’unico atteggiamento per me di ricambiare i giudizi incauti direi “ che cattivo gusto!” che per lui sarebbe il massimo dell’offesa, essendo un poveretto in cerca di notorietà.

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Lo sguardo femminile nel romanzo storico ferrarese

MARTA MALAGUTTI DOMENEGHETTI
a 90 anni dalla nascita

Laureata in Lettere e Filosofia, dopo aver insegnato per molti anni Marta Malagutti Domeneghetti (1923-2011) ha esordito come scrittrice alla bella età di sessantanove anni, pubblicando Sui passi di Marchesella. Cronache ferraresi del XII secolo (1992), il primo degli originali romanzi storici con i quali si è meritata il valore letterario oggi riconosciutole. In questo prediletto ambito autoriale ha in seguito dato alle stampe: Olimpia Morata (1995), Marietta. Una patriota del Risorgimento ferrarese (1996), Cubitosa d’Este. La marchesa degli incantesimi nella Ferrara del XIII secolo (1999), Bianca Maria d’Este e l’enigma di Schifanoia (2003), La vergine e l’unicorno. Polissena d’Este Romei (2006) e Bradamante d’Este e l’infamia di Zenzalino (2009). L’atipicità di questi romanzi storici, tutti dedicati a straordinarie figure femminili, risiede nella struttura letteraria adottata, quella della narrazione in “prima persona”, mediante l’identificazione diretta dell’autrice con la protagonista.
Quantunque, al riguardo, osservi acutamente lo studioso Claudio Cazzola nella sua prefazione a La vergine e l’unicorno. Polissena d’Este Romei: «Sgombriamo immediatamente il campo da un possibile ed insidioso equivoco, quello cioè di ricorrere al nome dell’Autrice e, di conseguenza, giungere all’ovvia e perciò banale spiegazione dell’artificio adottato mediante la identificazione fra le due figure (Polissena e l’Autrice). L’assunto viceversa è un altro, qual è quello di osservare, e descrivere, i fatti con occhi femminili – subalterni per tradizione antropologica e proprio per questo capaci di vedere altro – e nel contempo di svelare, attraverso la scrittura di sé, quanta potenza repressa sia nascosta nelle pieghe del cuore di una donna, quando essa sia costretta dalle convenzioni sociali a subire decisioni altrui, e maschili».
Marta Malagutti Domeneghetti ha scritto vari altri libri, sperimentando diversi generi letterari, in particolare ha pubblicato volumi in forma semi diaristica e sillogi poetiche: Viale per l’infinito (1994), Quando i poeti si innamorano (1995), Cammin… poetando (1996), Il segreto del Verginese (1996), La cà in rosa e àltar culór (1997), Io e la guerra, una scomoda convivenza (1998), Con penna e pennello in giro per l’Europa (1998), A.A.A. Liriche dal mondo (1999), Ferrara. Frammenti di storia in versi (2000, illustrazioni di Rosamaria Benini).
Il suo ultimo romanzo storico è Bradamante d’Este e l’infamia di Zenzalino: quasi un “noir rinascimentale”. Scrive infatti Riccardo Roversi nella nota di copertina: «Bradamante è nome illustre e avventuroso: è infatti l’eroina che compare nell’Orlando innamorato del Boiardo e nell’Orlando furioso dell’Ariosto, nonché un personaggio de Il cavaliere inesistente di Calvino. Ma la Bradamante d’Este qui rievocata – e letterariamente sublimata – da Marta Malagutti Domeneghetti è, insieme alla sorella Marfisa, figlia illegittima di Francesco d’Este […]. Bradamante sposò il conte Ercole Bevilacqua, che in seguito si invaghì della bella Anna Guarini (figlia del poeta Giovan Battista Guarini), la quale nel 1585 si sposò con il conte Ercole Trotti, che la assassinò nel 1598 dopo averla accusata, ingiustamente, di aver intrattenuto una relazione appunto con Ercole, marito di Bradamante. Arte, amore e infamie: sono gli ingredienti di questo giallo storico che avvince, commuove e che narra, quasi in metempsicosi con l’autrice, attraverso l’autentica voce della protagonista: proprio lei, Bradamante».

[Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013]

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L’irreprensibile Masotti, il fascio-razzista Hyde

masotti-mussolinimasotti-kyangeApparenza garbata, battuta pronta e spesso tagliente, incedere raffinato, modi signorili. Ma dietro all’affabile dottor Massimo Masotti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Ferrara e rispettato addetto alle relazioni esterne dei Lions, si cela un mister Hyde apologeta del peggior fascismo, quello condito in salsa razzista.
Così, l’irreprensibile medico dalla sua pagina Facebook esibisce la passione del alter ego per il duce, che in elmetto se la piglia con gli immigrati; e ne mostra la vena goliardica, laddove sbeffeggia il ministro Kyenge o appella con pesante ironia la presidente della Camera.
Scoperta la morbosa nostalgia per il Ventennio del Masotti-Hyde, possiamo ben immaginare a quale dottrina si ispiri il dottore quando, trasognato, ordina ai pazienti di dire ’33…

Leggi anche: Tre interrogativi attorno al caso Masotti

 

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“Più controlli e meno tasse”. Intanto gli evasori godono di autorevoli indulgenze

Nonostante i fiumi d’inchiostro versati e i timpani quasi sfondati dal tanto vociare, non è ancora ben chiaro se in Italia ci sia tanta evasione fiscale (sui 200 miliardi di euro) perché le tasse sono alte, oppure l’inverso.
Di certo non sta bene se ad essere comprensivi sul fenomeno sono proprio gli uomini delle istituzioni. Alcuni elogiano il parlare chiaro di certe lingue non di legno, finalmente sintonizzate sul sentire comune.
Il problema è che la politica non dovrebbe lisciare il pelo a quelli che scantonano. Primo, perché coloro che non lo fanno (o che non lo possono fare) fanno la figura dei cornuti e mazziati, il che alla lunga sbriciola, e non unisce, un paese, se proprio si vuole usare la parola responsabilità per quello che vuol dire.
Secondo, perché la politica dovrebbe prendere provvedimenti e parlare di meno. È sconsolante che nel 2013 dopo Cristo, si debba ancora puntualizzare cose che dovrebbero essere l’a-b-c della cultura istituzionale.
Ma torniamo alle tasse. Stando al documento di economia e finanza del governo, in Italia la pressione fiscale nel 2013 è al 44,4 per cento. Lo scrivono Renzo Orsi, Davide Raggi e Francesco Turino su www.lavoce.info e il divario rispetto alla media europea è di almeno cinque punti.
Se non si fosse capito, qui i cattivi siamo noi.
Sembra che qualcuno abbia voluto considerare il quattro il numero perfetto. Andando dritti al dunque, da studi e curve tirate su assi cartesiani emerge che più alte sono le tasse e maggiore la tendenza a non pagarle.
È necessario, quindi, che la pressione fiscale diminuisca. Tanto che, scrivono i tre, chi volesse spingersi oltre tali vertici di spremitura deve sapere che il risultato è addirittura una riduzione del gettito, cioè di quanto entra in cassa.
Fin qui tutto chiaro.
Ma come fare in concreto, visto che in tanti dicono che la pressione deve calare, mentre il risultato è sempre il contrario?
Gli autori dell’articolo Ridurre le tasse si deve prendono in considerazione tre scenari: l’ipotesi abbassamento di due punti percentuali della pressione su famiglie e imprese, l’aumento dei controlli della Guardia di finanza ad aliquote invariate e, infine, un mix di queste due leve.
Conti alla mano, solo la terza opzione garantirebbe il risultato ottimale di non creare buchi nei conti pubblici e nello stesso tempo disincentivare l’evasione, oltre a lasciare in giro più soldi per sostenere consumi e crescita.
Con il primo sistema, infatti, calando semplicemente le tasse bisogna essere consapevoli che si andrebbe incontro inizialmente ad almeno dieci trimestri di minor gettito.
Hai voglia poi a pretendere dall’inquilino del momento a Palazzo Chigi che vada a picchiare i pugni sui tavoli di Bruxelles, se alla domanda come siamo messi col pareggio di bilancio, nel frattempo scritto in Costituzione, si diventa rossi di vergogna.
Nemmeno la strada dei soli controlli sembra dare risultati migliori. Nel breve periodo aumenterebbero in effetti le entrate pubbliche, ma parallelamente diminuirebbero gli euro nelle tasche dei privati. Il risultato finale è che in giro ci sarebbero meno soldi da spendere, l’economia si avviterebbe e alla fine anche lo Stato rimarrebbe in braghe di tela.
Detto così, sembra tutto logico.
Eppure ciò a cui abbiamo assistito in questi mesi fra governo e parlamento è degno del film Profondo rosso, soprattutto per il ragioniere generale dello Stato.
Prima qualcuno ha addirittura promesso agli italiani in campagna elettorale che avrebbe restituito l’Imu 2012.
Come spesso accade, deve essere caduta la linea. Poi c’è stato il tira e molla sull’eliminazione dell’imposta sulla prima casa, con coperture finanziarie che andavano e venivano come i passeggeri di un autobus, e la parallela sostituzione con Tasi, Tari, Trise, Tares e, infine, Iuc.
Almeno due le conseguenze di una manovra i cui stessi genitori hanno detto che sarebbe spettato al parlamento migliorarla nei punti deboli, salvo poi puntare il dito sulle Camere se dopo la raffica di emendamenti nessuno sa più quale sia la testa e la coda.
La prima è il buco che si verrebbe a creare nelle casse dei Comuni dopo questa polka tributaria, con il rischio in più, è stato scritto, di far pagare poco a chi ha tanto e troppo a chi non ha più nemmeno gli occhi per piangere.
La seconda è che cresce la sensazione, in una politica fiscale sempre più simile al gioco delle tre carte, di pagare di più la tassa nuova di quella che è stata appena eliminata con tanto di lieto annuncio dato via etere agli italiani.
Il tutto mentre, da un lato, per settimane si è disquisito sulla ventina di euro in più in busta paga per l’abbassamento del cuneo fiscale e, dall’altro, si viene a sapere che la politica in Italia costa 23 miliardi l’anno, cioè più di 750 euro a cittadino.
Come ha detto una volta un giornalista sportivo: sono cose che fanno male al calcio e allo sport in generale.

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Austria, Svezia e Germania leader nel trattamento dei rifiuti ma l’Italia non sfigura

di Mario Sunseri

2.SEGUE – E arriviamo al nostro mondo, che ora forse, dopo aver provato a non guardare fissamente solo a noi stessi, non ci appare più così arretrato nell’affrontare il problema. Europa, Giappone, Corea sono leader nella gestione rifiuti e l’Italia ha molto di cui andare fiera: alcune Regioni hanno i più alti livelli di riciclaggio al mondo, sono attivi numerosi impianti moderni che trattano i rifiuti organici, recuperano energia sia attraverso il trattamento termico che la digestione anaerobica, si raggiungono buoni livelli di riciclaggio degli imballaggi, e sono attivi schemi di responsabilità dei produttori per numerosi tipi di rifiuti, tra cui batterie, oli esausti, veicoli a fine vita, rifiuti elettrici ed elettronici. Con rare eccezioni, i nostri cittadini non devono affrontare i rischi sanitari dei rifiuti abbandonati e i nostri fiumi, città, coste sono in genere liberi dai rifiuti. Ma questo costa: ognuno paga in media circa quasi 200 €/a per garantire questi livelli di sicurezza ma, come il Sud Italia dimostra, non sempre ci riusciamo. Spesso ci si sente chiedere “quale nazione ha il sistema migliore?”. Prima di tutto ci si dovrebbe chiedere cosa si vuole dal ‘sistema’: è più importante il recupero dei materiali per le industrie nazionali o il recupero di calore ed energia per le case e le attività dei cittadini. Vi è però un consenso diffuso tra gli esperti e le industrie del settore sul fatto che nazioni quali Austria, Svezia, Germania abbiano messo in opera sistemi di gestione efficaci: riciclaggio attorno al 50%, recupero energetico attorno al 50%, basso ricorso alla discarica. I rifiuti biodegradabili non sono avviati a discarica, non ci sono abbandoni illegali, i controlli pubblici sono elevati e i rischi sanitari sono controllati e rimangono al di sotto delle soglie stabilite come accettabili.
Un altro tema delicato è il commercio dei rifiuti e in particolare quelli pericolosi. Nel 2007 i rifiuti pericolosi commercializzati nel mondo sono stati 191 milioni di tonnellate, ma in che direzione si sono mossi? La percentuale di rifiuti esportati è correlata direttamente al reddito nazionale: più si è ricchi più si consuma e più si esporta. Le cose cambiano per l’importazione: anche se le nazioni di vecchia industrializzazione, soprattutto quelle come la Germania dotate di impianti di trattamento dei rifiuti pericolosi, importano le quantità maggiori, le nazioni in via di sviluppo importano rifiuti in maniera sproporzionata, 39%, rispetto alla loro percentuale di reddito globale, 22%. E questi sono solo i dati ufficiali, che non riescono a dare conto dei traffici illegali. Il fatto che il 39% dei rifiuti del mondo nel 2007 si è mosso verso paesi non-Ocse, che non sono in grado di gestire adeguatamente un flusso così elevato, indipendentemente dal fatto che siano pericolosi o meno, è indicazione dell’enorme pressione ambientale e sociale esercitata verso nazioni in condizioni di fragilità normativa e economica e prive delle strutture industriali adeguate a trattare i rifiuti pericolosi.
In conclusione il mondo è diventato più ricco e uno dei prezzi pagati sono i nostri rifiuti. Dobbiamo spostare le risorse verso attività più sobrie: ripulire e riordinare. I migliori sistemi di gestione rifiuti e le tecnologie messi alla prova nei paesi industrializzati devono essere resi disponibili a scala globale, per essere adattati alle diverse realtà nazionali. Le risorse messe in campo devono essere raccolte distribuite per rendere efficaci ed efficienti i risultati a livello globale e non solo locale. Un piccolo incremento dell’impegno economico dedicato nei paesi industrializzati comporterebbe risultati enormi dal punto di vista ambientale se utilizzo per migliorare i sistemi di gestione dei rifiuti nei paesi a basso reddito.
Questa è la missione che Iswa si è data e che diviene sempre più urgente al crescere di popolazione, ricchezza e consumi: promuovere una gestione rifiuti sostenibile nel mondo (si veda www.iswa.org e www.atiaiswa.it).

2 – FINE

Leggi la prima parte

Sintesi dell’articolo pubblicato nel magazine Equilibri 79 (rivista pubblicata dal COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati)  “Gestione dei rifiuti urbani e pericolosi: il Pianeta è divisa in tre mondi diversi” scritto da David Newman, il Presidente dell’Associazione ATIA ISWA Italia, Mario Sunseri, membro del Consiglio Direttivo e direttore di www.rifiutilab.it e Simonetta Tunesi, membro del Comitato Tecnico.

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Rifiuti, un business da 300 miliardi di euro con contorno di inquinamento e malattie

di Mario Sunseri

Trattando di rifiuti si deve tenere ben presente la prospettiva da cui si fanno le osservazioni ed esprimono i giudizi; ciò che succede in Africa è profondamente diverso da quanto succede in Italia e nelle nazioni industrializzate. Nel mondo si producono circa 4 miliardi di tonnellate annue di rifiuti, di cui circa la metà rifiuti domestici, l’industria dei rifiuti ha un fatturato di 420 miliardi di dollari (circa 300 miliardi di euro) e occupa 20 milioni di lavoratori: un impresa colossale. Altri 20 milioni di persone lavorano non ufficialmente nel raccogliere, separare manualmente, riciclare. Solo il 18% è riciclato, un 12% incenerito. Il resto finisce in discariche o in mucchi all’aria aperta. Ma le statistiche globali non restituiscono la realtà nella sua complessità: scomponiamo quindi l’analisi in tre gruppi di nazioni.
In un primo gruppo: la metà della popolazione mondiale non ha accesso al servizio di raccolta rifiuti; il 70% è gettato in discariche spesso non gestite; milioni dei più poveri vivono sopra o attorno a questi siti, recuperando piccole quantità di materiali da rivendere per riciclaggio. In Asia, Africa, America Latina, le città crescono rapidamente, le popolazioni urbane si arricchiscono, consumano di più e gettano più rifiuti, e le autorità locali non riescono a tenere il passo con la domanda di servizi locali, acqua, fognature, servizi sanitari, rifiuti e fornitura di energia. Nel mondo ogni settimana due milioni di persone si spostano in città. Si prevede che Lagos, 12 milioni di abitanti, raggiungerà nel 2100 gli 88 milioni. Questo stato di cose richiede di affrontare numerose emergenze, prima di tutte la salute. I rifiuti non trattati, formati per il 60% da materiale organico, includono carcasse di animali, rifiuti ospedalieri, industriali e pericolosi, trasmettono la malaria (le zanzare vi si riproducono), colera, tifo, malattie respiratorie, infezioni da contatto. Spesso ci si dimentica di un altro grave rischio: l’80% delle emissioni di diossina nelle nazioni in via di sviluppo viene dal bruciare i rifiuti all’aria aperta. C’è poi da ridurre l’impatto sui cambiamenti climatici: le discariche, in maggior grado quelle non gestite, sono a scala globale la terza sorgente di emissioni antropogeniche di metano. Il deposito di particelle carboniose incombuste, emesse dagli incendi in discarica, contribuisce a circa il 30% dello scioglimento dei ghiacci. Investimenti ingenti sono necessari in queste Nazioni per realizzare e mettere in opera i sistemi di raccolta e gli impianti di trattamento basilari; la Banca Mondiale stima che solo per attivare i sistemi di raccolta siano necessari 40 miliardi di dollari, mentre nel 2015, quando il volume dei rifiuti raddoppierà questa cifra raggiungerà 120 miliardi di dollari. Poi vi è il gruppo di nazioni, quali Brasile, Turchia, Europa dell’Est, il nord Africa, Sudafrica, in cui alcuni investimenti sono stati fatti, il 60-80% dei rifiuti è trattato e impianti di riciclaggio, discarica e trattamento sono operanti. Hanno le risorse per creare moderni sistemi di gestione rifiuti ma spesso non vi sono ancora le condizioni politiche per attuare le normative, far adottare sistemi di responsabilità del produttore, tassazioni, incentivi e promuovere il riciclaggio. Queste nazioni sono di fronte ad una curva di spesa in rapida crescita: un cittadino Serbo spende per i propri rifiuti circa 30 euro annui, cifra che salirà a 100 euro annui nel prossimo decennio, quando molte nazioni correranno per mettersi in pari con le normative europee. E’ in queste nazioni, con un sistema legislativo e fiscale in regola, che si aprono interessanti opportunità d’investimento a lungo termine. Mentre nelle nazioni povere – un cittadino di Giacarta spende 6 euro annui per la bolletta dei rifiuti – l’unico modo per recuperare gli investimenti è attraverso finanziamenti dai programmi di aiuto internazionale, perché le tasse locali o il valore dei materiali riciclati non potranno garantire un ritorno.

1 – CONTINUA

Sintesi dell’articolo pubblicato nel magazine Equilibri 79 (rivista pubblicata dal COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati)  “Gestione dei rifiuti urbani e pericolosi: il Pianeta è divisa in tre mondi diversi” scritto da David Newman, il Presidente dell’Associazione ATIA ISWA Italia, Mario Sunseri, membro del Consiglio Direttivo e direttore di www.rifiutilab.it e Simonetta Tunesi, membro del Comitato Tecnico.

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Cifre da brivido e mancanza di ‘governance’, l’economia ferrarese è seduta nel tunnel

Dei “Nuovi scenari dell’economia ferrarese e della città che cambia” si è parlato nei giorni scorsi in occasione della presentazione dell’annuario 2014 del Cds. Si è trattato di una prima occasione di analisi del ricco e stimolante materiale raccolto dal Centro ricerche documentazione e studi di Ferrara.
Gli interventi si sono soffermati su tre letture, relative alle più significative cifre locali raccolte dalla statistica, ai tratti urbanistici della città, e a qualche idea per il “che fare”, dopo una panoramica sulle grandezze macroeconomiche di ieri e del breve.
Ecco, di seguito, le cifre evidenziate per l’area ferrarese:
provincia di Ferrara: tasso di disoccupazione 11,1%, il più alto nel nord Italia nel 2012; salito all’11,8% nel 2013;
persi 8.000 posti di lavoro nel 2007/10 e fino a 10.000 ad oggi (di cui 5.000 fino a 44 anni) e nel triennio circa 4.000 giovani a casa dal lavoro;
in 5 anni di crisi ci sono stati 45 milioni di ore autorizzate di Cig;
indici di dotazione infrastrutturale, circa la metà di quelli della regione;
Ferrara la più indebolita rispetto alle altre provincie della regione;
Per secondo è stato sviluppato il discorso sulla città di Ferrara che cambia, evidenziando i nuovi strumenti urbanistici e i regolamenti relativi per poter cogliere i primi segnali di ripresa e favorire il cambiamento urbano.
Infine, terza relazione, il contesto socio-economico e, soprattutto, una proposta articolata in sette punti e che sintetizziamo.
1. attrazione di investimenti esterni con un nuovo marketing territoriale
2. estensione del sistema “duale” tedesco negli istituti tecnici e professionali
3. favorire la “transizione” scuola-lavoro
4. riduzione del debito pubblico
5. individuazione e diffusione di “buone pratiche
6. più risorse per i veri poveri e potenziamento del terzo settore
7. monitoraggio e customer satisfaction nella Pubblica amministrazione e con specifico riferimento al Comune di Ferrara

Credo sia sufficiente questo riassunto per capire che ci troviamo di fronte:
ad una città tutta concentrata su se stessa, anche se con alcune “chance”;
ad una provincia abbandonata e con territori indistinti e slegati dai contesti di crescita;
ad una gioventù “bruciata” e forse senza futuro;
a potenzialità inespresse, con stakeholders ed istituzioni non adeguate a esercitare governance e restie ad attivare strumenti, misure e risorse capaci di far cambiar passo al nostro territorio.
Quello che serve è: rompere la visione murata della città, mettere in rete i punti forti, a corona, dei territori che si collegano al capoluogo, anche con i luoghi di confine e fare sistema di distretti, dalla costa al centese, al rurale/ agroalimentare, da nuove aree attrezzate di nuova generazione al life natura/ambiente/turismi.
Al riguardo, da un po’, si sta sviluppando l’idea di costruire, con strumenti e fondi strutturali una sorta di nuovi “Patti territoriali” e “Contratti d’area”, ma si riscontrano tuttora resistenze, quasi a voler rimanere ancora nell’angolo tra via Emilia e dorsale centrale veneta, una vecchia storia ancora irrisolta.
Se poi perdiamo pezzi di territorio e di storia, se il Castello porterà un museo, se gran parte degli attori mancano ad appuntamenti come questo, un osservatorio importante ed indipendente, allora il tunnel ferrarese sarà sempre più lungo, ancora nel buio.
La luce forse arriverà, ma col rischio che sia troppo tardi: allora non avremo perso solo in cifre, si sarà dissolto una tessuto sociale.
Penso che non lo meritiamo.

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La Guantanamo d’Italia

Tanti anni fa andai in Somalia, come inviato de “il Giorno”, per intervistare Siad Barre, il dittatore che non molto tempo dopo sarebbe rimasto vittima di un attentato; aveva inventato il “socialismo scientifico” e lo slogan “Africa for africans”: era un personaggio interessante Siad Barre, aveva fatto la scuola militare a Modena, dove aveva assorbito i primi rudimenti di una socialdemocrazia, come si può dire?, capitalista, di cui Modena è stata grande e non sempre intelligente progettista riuscendo soltanto in modo formale a coniugare il capitalismo con una vera politica sociale, equazione mai riuscita ad alcuno, perché chi ha tentato la soluzione ha finito col vendersi al capitale (ogni riferimento a Giuliano Ferrara, a Bondi e amici è puramente casuale). Anche Barre s’inchinò al capitale (italiano), da qui l’amicizia con Craxi e la sua filosofia de “la barca va”. Finì a schifo, com’era prevedibile: in occasione di quel mio viaggio incontrai persone molto intriganti, soprattutto i vecchi, sopravissuti al colonialismo italiano e testimoni delle atrocità compiute in Africa dai nostri celebrati “esportatori di civiltà latina”. Noi italiani in quella plaga ne abbiamo fatte di tutti i colori, come le scudisciate in faccia al nero che per strada non salutava, pur non conoscendolo, il bianco italiano. Scrissi i miei articoli sfatando (o cercando di sfatare) il mito dell’italiano buono, caritatevole, tollerante. Scrissi che gli italiani sono un popolo razzista, ignorante, violento, genericamente fascista. Quelle testimonianze fornite dai vecchi somali, confortate dalle affermazioni di un anziano colono del nord d’Italia, sono finite in uno dei bellissimi libri di storia di Angelo Del Boca, il più importante storico del colonialismo italiano. Sono passati, dicevo, molti anni da quel mio viaggio e le mie convinzioni di allora vengono confortate ogni giorno da quel che avviene in questo nostro villaggio della nuova vita: il razzismo non è morto, come la violenza quando può essere esercitata in situazioni di sopraffazione, quando si agisce con la convinzione di essere dalla parte del potere. Quello che è avvenuto a Lampedusa, l’isola dei morti viventi, la Guantanamo italiana, è lì purtroppo a dimostrarlo, sono passati 68 anni dalla caduta del fascismo, ma il manganello nero è sempre pronto a colpire, noi italiani siamo inesorabilmente, inguaribilmente fascisti, il resto – mi pare – è bolsa retorica.

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La carica dei 101 per il primo mese di ferraraitalia

Ferraritalia festeggia il suo primo mese di vita con una vetrina ricca di 101 articoli di primo piano, una trentina di aforismi raccolti quotidianamente nella sezione Germogli e altrettanti Accordi, brani che hanno fatto da colonna sonora alle nostre giornate. Dal 26 novembre, data in cui ferraraitalia è online, abbiamo collezionato anche una prima serie di gallerie fotografiche a tema (fra le quali quelle aree sulla città, apprezzatissime, frutto di scatti realizzati con il drone) e immagini evocative a illustrare l’incedere del calendario.
Abbiamo raccolto, tra i tanti che ci sono stati manifestati, gli apprezzamenti e l’incoraggiamento di Massimo Gramellini. I lettori hanno esternato le loro opinioni con interventi (ospitati nell’apposita sezione) o commenti a specifici scritti, riportati sotto ciascuno di essi. Ha destato particolare attenzione e suscitato interesse l’inchiesta a puntate sull’ “oro del Pci”.
Per ferraraitalia nel corso di questo mese hanno scritto Fiorenzo Baratelli, Loredana Bondi, Francesca Carpanelli, Andrea Cirelli, Riccarda Dalbuoni, Barbara Diolati, Monica Forti, Maura Franchi, Sergio Gessi, Camilla Ghedini, Giuliano Guietti, Francesco Lavezzi, Virginia Malucelli, Giorgia Mazzotti, Alessandro Oliva, Silvia Poletti, Andrea Poli, Valentina Preti, Mauro Presini, Riccardo Roversi, Vittorio Sandri, Giuliano Sansonetti, Valentina Scabbia, Franco Stefani, Gian Pietro Testa, Gianni Venturi; sono inoltre intervenuti Enzo Barboni, Giorgio Bottoni, Leonardo Fiorentini, Giuseppe Fornaro, Lanfranco Viola. Hanno fotografato per noi: Aldo Gessi, Roberto Fontanelli, Luca Pasqualini. Alcuni fra i nostri opinionisti tengono rubriche settimanali. Sono cinque, per ora: Elogio del presente (di Maura Franchi), “Pepito Sbazzeguti” (di Francesco Lavezzi), Dalla parte del torto (di Fiorenzo Baratelli), Il villaggio della nuova vita (di Gian Pietro Testa), Memorabile (di Riccardo Roversi).
I lettori hanno la possibilità di consultare l’archivio attraverso una ricerca per parola chiave, utilizzando la finestrella in alto a destra nella home. Oppure per autore (cliccando sulla firma), per data (utilizzando il calendario nella barra laterale di destra), per genere (avvalendosi del menu a tendina posto sotto al calendario o cliccando sulle voci dell’elenco riportate in fondo alla home a sinistra, o ancora selezionando la relativa indicazione presente in testa a ogni articolo).
Cliccando qua si possono visualizzare e scorrere le 101 riflessioni di primo piano (dalle quali sono escluse solamente Aforismi, Germogli, Immaginario e interventi dei lettori).

tebaldeo

Il Tebaldeo, precettore di Lucrezia e virtuoso della “maniera cortigiana”

TEBALDEO
a 550 anni dalla nascita

Antonio Tebaldi (1463-1537), detto il Tebaldeo, entrò alla corte ferrarese nel 1488, fu precettore di Isabella d’Este e segretario prima del cardinale Ippolito e poi della bella Lucrezia Borgia. Successivamente si trasferì a Roma, dove godette dell’amicizia di insigni letterati quali Pietro Bembo e Baldassarre Castiglione e di grandi pittori come Raffaello Sanzio, il quale fra l’altro lo ritrasse nel suo celebre affresco del Parnaso. Durante il “sacco” di Roma, nel 1527, perse tutti i suoi beni e averi e trascorse in povertà gli ultimi anni di vita.
Il Tebaldeo raggiunse la notorietà grazie alle proprie opere giovanili in volgare, quantunque presso i critici più tardi, fra cui Giosue Carducci, questa parte della sua produzione non abbia mai colto consensi veramente positivi. Tuttavia, nel 1499 a Milano apparvero i Soneti, capituli, due ecloghe del prestantissimo M.A. Tebaldeo, ripubblicati a Venezia tre anni prima della morte dell’autore con il titolo L’opere d’amore, che lo consacrarono come uno dei maggiori esponenti della cosiddetta “maniera cortigiana”: una sorta di ingegnosa concettosità, di leziose divagazioni e compiaciute metafore, definibile quasi come una specie di manierismo ante litteram.
Comunque, Antonio Tebaldeo conseguì i suoi esiti più felici nella poesia latina. «Nel Tebaldeo ci sembra di ravvisare l’artista che affila il suo strumento dell’arte, – osserva il filologo Silvio Pasquazi – rivestendo di altri panni e forme il suo mondo interiore. In fondo egli assisteva non indifferente alla lotta tra il volgare e il latino, una lotta beninteso, non tra due rivali inconciliabili. La lima migliore del Tebaldeo consisteva nel sentire se tra un modo e un altro, tra una struttura sintattica più complessa e una più semplice, con un’aggettivazione più sobria e rara o più larga e distesa, la sua composizione si avvicinasse al “pathos” di un testo antico, come sapore e natura linguistica, e se potesse reggere nel confronto con gli altri testi, elaborati dagli amici suoi ferraresi».
Dalle risonanze e dalle aperte imitazioni che talvolta si riscontrano nei Carmina latini del Tebaldeo, si desume che egli ebbe in specie a maestri Ovidio, Virgilio, Tibullo, Catullo e Orazio, né gli furono estranei il modello greco di Pindaro e i modelli suoi contemporanei rappresentati dal Pontano, dal Panormita, dal Poliziano, da Pico della Mirandola, dal Boiardo. «A ragione, il Tebaldeo può ritenersi il più versatile dei poeti ferraresi, – afferma ancora Silvio Pasquazi – e se ha in comune con essi la predilezione per alcuni temi, in lui si avverte una rispondenza maggiore e uno stile più ricco e sostenuto, che rivela una conoscenza sicura e talora squisita dei modelli classici. Anch’egli pecca di ampollosità e di gonfiezza, ma è stato giustamente osservato che raramente cade nella sdolcinatura, e quel tanto di stanchezza che a momenti ingenera si deve alla ripetizione e alla vacuità di alcuni soggetti».

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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Il centro storico di Ferrara è un parcheggio incontrollato

Troppe auto circolano nella zona monumentale della città e troppe sostano a ridosso dei principali monumenti cittadini. Che ci sia un problema relativo ai parcheggi è stato riconosciuta anche dal sindaco della città, Tiziano Tagliani, interpellato in proposto da ferraraitalia a conclusione della tradizionale conferenza stampa che si è svolta come in municipio come di consueto nell’imminenza del natale. Pubblichiamo qua una serie di scatti effettuati in mattinata: le foto documentano incontrovertibilmente una situazione fuori controllo, non più tollerabile. Tanti veicoli nelle aree di maggior pregio rappresentano un sfregio alla bellezza di Ferrara.

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Piazza Savonarola invasa da auto e taxi
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Piazza Savonarola invasa da auto e taxi

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Piazza castello presa d’assalto dai veicoli

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Piazza Repubblica cinta dalle automobili

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In via Cairoli un’ininterrotta fila di auto in sosta

 

 

 

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Analfabetismo di ritorno e abbandono scolastico nuove piaghe d’Italia

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, l’Italia è tra i primi paesi europei per abbandono scolastico: il 17% dei nostri alunni lascia presto la scuola, con punte del 25% al Sud. Il tasso di abbandono scolastico è definito come la percentuale della popolazione di età compresa tra i 18 e i 24 anni che ha terminato soltanto l’istruzione secondaria inferiore o possiede un livello di istruzione ancora più basso, e non partecipa più al sistema di istruzione o formazione.
I nostri livelli sono molto lontani dalla media europea, scesa quest’anno al 12,7%. Secondo gli obbiettivi che la Commissione Europea ha dichiarato di voler raggiungere entro il 2020 nell’ambito dell’istruzione, il tasso di abbandono scolastico deve scendere al di sotto del 10% e il tasso di giovani laureati deve salire al di sopra del 40%. Dodici stati membri (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia) hanno ormai tassi di abbandono scolastico inferiori all’obiettivo fissato dalla strategia europea, mentre l’Irlanda ha raggiunto per la prima volta questo traguardo. Nella graduatoria europea l’Italia si trova in fondo alla classifica, quart’ultima dopo Spagna (24,9%), Malta (22,6%) e Portogallo (20,8%).
Nel nostro paese il Molise è l’unica regione che ha raggiunto gli obiettivi europei, con un valore del 9,9%. L’Emilia-Romagna si trova al 15,3%. Le regioni con le performance peggiori sono la Sardegna (25,8%), la Sicilia (25%) e la Campania (21,8), dove sono più diffuse situazioni di disagio economico e sociale.
Il maggior numero di studenti che abbandona la scuola si registra negli istituti professionali, tecnici e artistici. L’abbandono minore si ha invece nei licei, soprattutto al classico. Passando a una distinzione di genere, la percentuale di maschi che esce dal percorso formativo è superiore a quella delle femmine, nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Anche questo fenomeno si verifica prevalentemente nel Mezzogiorno.
Tra gli stranieri che frequentano le scuole in Italia, la percentuale di abbandono rispetto agli italiani è di circa il doppio. Le difficoltà maggiori riguardano più gli studenti nati all’estero che quelli nati in Italia, che mostrano una migliore padronanza della lingua e un maggiore livello di integrazione.
L’Anief, l’associazione che riunisce gli insegnanti italiani, sostiene che “l’allontanamento dall’Europa in merito alla dispersione scolastica non è un dato casuale, ma è legato a doppio filo ai tagli a risorse e organici della scuola attuati negli ultimi anni”, che negli ultimi 6 anni hanno cancellato 200mila posti, sottratto 8 miliardi di euro e dissolto 400 istituti a seguito del cosiddetto dimensionamento.
Anche in ambito universitario i dati non sono incoraggianti: le immatricolazioni sono scese al 30% dei neo diplomati. Anche in questo caso l’Anief sottolinea i danni prodotti dalla progressiva riduzione del personale docente e dei corsi di laurea e dalla fuga dei ricercatori all’estero.
Per concludere, secondo alcune statistiche, non solo l’Italia è ultima su 32 paesi Ocse per la spesa per l’istruzione in percentuale della spesa pubblica, ma è anche fanalino di coda tra le nazioni europee. Sul fronte dei tagli all’istruzione in rapporto al Pil, l’Italia è il secondo paese che ha effettuato i tagli più pesanti dopo l’Ungheria. Non sarà un caso se l’analfabetismo di ritorno, che riguarda coloro che hanno posseduto le cognizioni elementari della lettura e della scrittura, ma poi le hanno poi perdute, nella nostra Penisola è in crescita. Il linguista Tullio De Mauro ha rilevato che più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata. Se l’analfabetismo totale in Italia si aggira intorno all’1%, l’analfabetismo di ritorno raggiunge punte del 28% per competenze nella lettura. Quando si passa a operazioni un po’ più complesse, come l’interpretazione di dati, grafici o tabelle, la percentuale sale al 32%.
Sempre secondo Tullio de Mauro, in una società de-alfabetizzata c’è un rischio per la tenuta della democrazia che “vive se c’è un buon livello di cultura diffusa. Se questo non c’è, le istituzioni democratiche – pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi – sono forme vuote”.

Voltini castello

I voltini rinascono in primavera, forse illuminati. Parola dell’assessore Nardini

Sembra avviata a buon esito anche la vicenda dei voltini che congiungono piazza Savonarola e piazza Castello e collegano internamente, tramite la soprastante via Coperta, il palazzo comunale con la rocca estense. L’assessore ai Lavori pubblici della Provincia, Davide Nardini, rispondendo alla segnalazione di ferraraitalia e alle sollecitazioni di commercianti e turisti, ha annunciato che entro la prossima primavera sarà realizzato un adeguato intervento di manutenzione. “E’ anche allo studio – ha precisato Nardini – la possibilità di illuminare i volti”. Il tutto ovviamente con il benestare della soprintendenza ai beni architettonici.
Frattanto abbiamo riscontrato con soddisfazione che l’impegno recentemente assunto dalla direzione amministrativa di Economia di spegnere le luci durante la notte e i giorni di chiusura della facoltà è già stato attuato.

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Oro del Pci, Calvano: “Sulle fondazioni dibattito tardivo ma utile, ora decidiamo che fare”

Sulla vicenda fondazioni abbiamo sentito il parere il Paolo Calvano, attuale segretario provinciale del Partito democratico di Ferrara, in odore di promozione al regionale. A lui, che ha letto con attenzione tutte le puntate della nostra inchiesta sull’ “oro del Pci”, abbiamo chiesto innanzitutto se la “messa in sicurezza” del patrimonio dei Ds, decisa nel 2007, oggi, a sei anni dalla nascita del Pd, abbia ancora un senso.
“La scelta è stata fatta, al momento della creazione del nuovo soggetto, dai due partiti che l’hanno costituito: i Democratici di sinistra e La margherita. Entrambi hanno deciso di non conferire il loro patrimonio. Io su questo non esprimo giudizi”.
Non ritiene ragionevole che un’unione politica fra gli eredi della tradizione comunista e di quella democristiana suggerisse qualche cautela? Non era proprio scontato che le cose funzionassero…
“Spero che la scelta non sia dipesa da timori circa la capacità del Pd di decollare, perché questo avrebbe significato avere coltivato riserve mentali insidiose. Ma io guardo al presente e dico che ora il Pd ha una sua chiara fisionomia. In questa logica sarebbe sensata la cessione del patrimonio al Partito democratico”.
Il presidente della fondazione L’Approdo, Cusinatti, però ha insistito su un punto previsto dallo statuto: la continuità con i valori propri della sinistra…
“In questo senso, per quanto riguarda la collocazione del Pd, mi pare che i dubbi siano già stati sciolti e la recente volontà di iscrivere i nostri rappresentanti in Europa al gruppo parlamentare socialista sono la conferma della vocazione di una forza che è espressione di una sinistra moderna e riformista”.
Altri, più o meno velatamente, ritengono invece che le fondazioni intendano perpetrare se stesse per operare un potere di condizionamento esterno, agendo alla stregua di lobby.
“E’ l’idea del vecchio che vuole influenzare il nuovo, certo. Ma per quanto ci riguarda devo dire che il rapporto è molto chiaro: la fondazione affitta, a condizioni privilegiate, direttamente ai circoli i locali dei quali è in possesso; inoltre assieme a loro condividiamo alcuni progetti dei quali loro si prestano ad essere partner o sponsor, come è accaduto di recente con la scuola di formazione politica o in altre simili circostanze”.
La fondazione peraltro si regge su uno statuto che prevede cariche a vite e non impone specifici obblighi di informazione, tant’è che sino ad ora i responsabili si sono limitati agli adempimenti di legge, ma di quel che è stato fatto e speso, in precedenza, s’era saputo poco. Le che ne pensa?
“Credo che questi caratteri siano scarsamente compatibili con le nuove forme che la politica sta cercando di assumere e penso che la sussistenza di cariche a vita sia espressione e retaggio di una stagione precedente. Una cosa del genere è paradossale quando, in parallelo, ci si interroga sulla possibilità di svolgere più di due mandati politici”.
E’ quindi una situazione anomala che va affrontata.
“Certo, avendo però chiarezza su cosa si vuole fare. Anch’io mi domando se sia opportuno che il partito gestisca direttamente il proprio patrimonio. Ma questa è una decisione che esula dall’ambito locale”.
E a livello nazionale ne state parlando?
“Renzi è appena arrivato, il nuovo tesoriere si è insediato adesso anche lui. Il tema va affrontato tenendo conto delle modalità di finanziamento dei partiti, profondamente modificate dal governo Letta, e dovrà considerare le capacità di autofinanziamento dei soggetti politici”.
Ma in passato ne avevate discusso?
“A mia personale memoria, nel corso degli ultimi quattro anni no”.
Che idea si è fatto leggendo l’inchiesta di ferraraitalia?
“Ho l’impressione che si sia sviluppato un dibattito che si sarebbe dovuto fare prima, quando quelle decisioni sono state prese. Ma io ora devo guardare avanti e pensare al partito che vogliamo”.

7 – CONTINUA

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In provincia di Ferrara oltre 80mila persone vivono con meno di 750 euro al mese

Sono 53.694 i ferraresi che percepiscono meno di 499 euro al mese di assegno pensionistico, e poco più di 30 mila hanno una pensione da 500 a 749 euro. Sommando, sono circa i due terzi della popolazione anziana. Con una media tra i 700 e i 750 euro, Ferrara è con Rimini la provincia a più basso reddito pensionistico dell’Emilia-Romagna,: le donne sono le più penalizzate, per numero di trattamenti erogati e per gli importi, più bassi rispetto a quelli degli uomini.
I dati, di fonte Inps, sono stati diffusi negli scorsi giorni dallo Spi, il sindacato pensionati della Cgil, che sta entrando nella campagna congressuale in preparazione del congresso provinciale previsto il 27 e 28 febbraio 2014.
Come si vive con queste pensioni? È chiaro: male. Un dramma soprattutto per chi è solo e non può contare sull’aiuto dei famigliari o di una badante (se non ci fossero le badanti …).
Ferma restando la sacrosanta battaglia per vedersi riconosciuti trattamenti più equi dopo aver lavorato una vita, per pagare meno tasse e per correggere le storture di chi pretende di mandarci in pensione tutti a settant’anni (negando posti di lavoro ai giovani), bisogna cominciare a rispondere a qualche altra domanda.
Ad una su tutte: reggerà, e come, una società che invecchia? E che cosa questa società che cambia sarà capace di offrire agli anziani?
Lo sappiamo, sull’argomento si sono scritte intere biblioteche. Nello scenario centrale delle stime Istat, in Italia l’età media aumenta da 43,5 anni nel 2011 fino ad un massimo di 49,8 anni nel 2059. Dopo tale anno l’età media si stabilizza sul valore di 49,7 anni, ad indicare una presumibile conclusione del processo di invecchiamento della popolazione. Particolarmente accentuato è l’aumento del numero di anziani: gli ultra 65enni, oggi tra il 20 e il 21% del totale, nello scenario centrale aumentano fino al 2043, anno in cui oltrepassano il 32%, per poi consolidarsi su questa percentuale.
Questa è una delle rivoluzioni culturali del futuro. Né più ne’ meno. Si tratta di scegliere: o l’anziano è cosa da buttare – scusate la crudezza – o è un essere umano che ha diritto a vivere fino alla fine un’esistenza dignitosa. Se vale, come si spera, questa seconda ipotesi, allora bisogna davvero rimboccarsi le maniche. Cominciando a vedere come modificare il funzionamento dei servizi, dai trasporti alla sanità, dalle strutture di socializzazione alle iniziative in cui l’anziano possa essere attivo e interagire con il resto della popolazione, in primis con i giovani. Pubblico e privato possono collaborare. Ci sono esempi a bizzeffe.
Si deve avere il coraggio di sperimentare rapidamente nuove soluzioni, senza pretendere di risolvere tutto e subito, ma anche senza smettere per un minuto l’impegno. Anche in provincia di Ferrara, dove più di 80 mila anziani faticano a vivere. Senza contare gli altri.

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Il futuro in tempi di incertezza

Alla decima edizione della Web Conference di Parigi (10-12 dicembre) imprenditori e start up hanno cercato d’indovinare quali saranno le ulteriori trasformazioni di internet. Scott Huffman, dice: “Stiamo lavorando all’idea di una interazione con Google passando dalla tastiera all’uso della voce naturale con cui chiedere, per esempio, come va il tempo a Parigi e ottenere una risposta vocale”. Loic Le Meur aggiunge:“ Adesso c‘è la voce, digitare diventa una cosa superata e i giovani possono anche non imparare a digitare perché adoperano i loro iPads o i tablet. Il futuro è la voce”.
Sono tutti certi sul fatto che le tecnologie sapranno parlarci e che aumenteranno ancora la loro importanza nella nostra vita. James Siminoff afferma: “Ci aspettiamo questo: il telefono portatile sarà sempre più il nostro compagno quotidiano. Credo che l’internet ad alta velocità sarà come l’elettricità e l’acqua corrente nelle case”.
Il capo di Apple, Guy Kawasaki, propone una questione di prospettiva rilevante, affermando: “Vogliamo vedere le cose veramente di rottura e sapere quello che cambierà, come sarà il prossimo Google, il prossimo youtube. La risposta è: non lo so, so che investirò in questo settore”.
Questo il punto che mi interessa sottolineare: non si può aspettare la garanzia del ritorno per investire nel futuro. Si tratta di abbandonare l’idea delle previsioni, una gabbia inutile che spesso giustifica la pigrizia, soprattutto un’illusione infondata, in un mondo complesso come il nostro.
Investire nel futuro significa investire nella ricerca, investire nello studio, avviare nuovi progetti e sperimentare. Certo, è giusto sostenere che il Governo italiano dovrebbe investire una quota del PIL ben superiore al misero attuale 1,25%. Ma ciò non toglie che dovremmo trasmettere ai giovani il gusto per la scommessa. Investire nello studio è responsabilità di ognuno. Questo è l’unico messaggio possibile: non ci sono certezze (se mai ci sono state), viviamo in un tempo durissimo e abbiamo, però, la possibilità di coltivare la nostra intelligenza, con una quantità di stimoli in passato inimmaginabili. Gli esperti di mercato del lavoro argomentano, dati alla mano, che investire nello studio paga ancora, in termini di opportunità e di qualità del lavoro. Ma, a parte questo, studiare, è in sé gratificante e fa bene.

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Giraldi Cinzio, l’ispiratore dell’Otello di Shakespeare

GIAMBATTISTA GIRALDI CINZIO
a 440 anni dalla morte

Giambattista Giraldi Cinzio (1504-1573) fu un convinto aristotelico, cioè fautore del metodo analitico nella critica d’arte, si dedicò prevalentemente al teatro sia come autore che come critico e precisò il proprio pensiero al riguardo nel suo fondamentale Discorso intorno al comporre de i romanzi, delle commedie, delle tragedie e di altre maniere di poesia (1554). In particolare, le tragedie composte fra il 1541 e il 1562: Orbecche, Didone, Cleopatra, Antivalomeni, Eufimia, Epitia, Selene e Arrenopia, influirono in modo determinante sugli orientamenti letterari del tempo, infrangendo lo stile armonioso dell’umanesimo rinascimentale e instaurando un nuovo e più rigido classicismo. Basti pensare al sensibile influsso, nell’Orbecche e in altre tragedie, delle truculente atmosfere senechiane, dalle quali derivano il gusto dell’orrore e la predilezione per gli argomenti di sangue e di vendetta.
Giraldi Cinzio si cimentò inoltre con altri generi letterari, scrisse ad esempio una (ancor oggi) studiatissima favola drammatica, la famosa Egle (1545), nonché un poema: L’Ercole (1557), sfortunatamente non molto ben riuscito. Particolare successo ebbero gli Ecatommiti (1565), una silloge di centotredici novelle o racconti, in cui risultano evidenti il moralismo controriformistico dell’autore, il suo afflato neoclassico e la sua tendenza al “grandioso” e allo “smisurato”, quantunque non manchino qua e là pagine di sobria ma al contempo penetrante narrazione.
L’Orbecche, del 1541, è la più conosciuta tragedia di Giambattista Giraldi Cinzio. Composta in endecasillabi sciolti, è considerato il primo dramma moderno, di ispirazione classica, che si configuri suddiviso in atti e scene. La spaventosa vicenda, che attinge alla tipologia senechiana, è ambientata in Persia, dove la protagonista: la principessa Orbecche figlia del re Sulmone, sposa segretamente Oronte. Dall’unione nascono due bambini, però il matrimonio viene scoperto allorché il sovrano dispone che la figlia si sposi, scatenando la terribile ira di questi. Al cospetto di Orbecche vengono portate le membra straziate dei figli e la testa decapitata del marito Oronte, allora la donna si vendica uccidendo il padre Sulmone e poi espia il proprio delitto togliendosi la vita.
«La commedia pastorale nasce – scrive lo storico del teatro Giovanni Antonucci – quando la commedia rusticale mostra tutti i suoi limiti e le sue ambiguità di spettacolo “misto” e non ben definito. Ancora una volta è Ferrara a vedere la nascita del nuovo genere con la Egle di Giambattista Giraldi Cinzio, che rappresenta una vera e propria svolta con il suo recupero del dramma satiresco euripideo». Infine, forse non tutti sanno che l’Otello di Shakespeare «deriva da Giraldi Cinthio, – scrive l’esperto di teatro anglosassone Masolino d’Amico – il cui racconto per ragioni di ritmo drammatico è stato compresso in una sequenza serrata di pochi giorni».

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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“Winter Wonderland”, a natale in Fiera il parco divertimenti al coperto più grande d’Italia

La magia del Natale, tradizionale festa dei più piccoli, si sposa quest’anno con il fascino del divertimento delle giostre, che i bambini potranno godere al caldo e al riparo dalle intemperie. Per la prima volta infatti a Ferrara il luna park sarà ospitato all’interno dei padiglioni della fiera, aperti da oggi sino al 6 gennaio, per tutto il periodo delle festività.
A “Winter Wonderland – Natale in Giostra”, il parco divertimenti al coperto più grande d’Italia, c’è tutto ciò che appartiene alla tradizione e che è impresso nei ricordi d’infanzia di ciascuno: nella casa di Babbo Natale – informano gli organizzatori – i bambini potranno farsi fare una foto ricordo con il vecchio Santa Claus e soprattutto consegnarli la famigerata letterina. Negli oltre ventimila metri quadrati della kermesse saranno funzionanti tutte le attrazioni: dal truccabimbo alla babydance, dalle montagne russe alla nave dei pirati dei caraibi, dall’autoscontro al brucomela, dal tagadà al castello incantato, dalla piovra allo shuttle e allo space star, fino al trenino del far eest e al cinema 5D.
Tra i numerosissimi appuntamenti in programma si segnalano la maxi tombola da 5mila euro in calendario a santo Stefano, il veglione di capodanno, che il pubblico potrà trascorrere in fiera tra musica, cucina e divertimento, e i voli in mongolfiera che, con la collaborazione del Ferrara balloons festival, sarà possibile effettuare decollando dal piazzale adiacente al quartiere fieristico.
Ci sarà spazio per la comicità di Andrea Poltronieri, che si esibirà del “Poltro Show” sabato 4 gennaio, mentre la grande festa di chiusura sarà coronata da un emozionante spettacolo pirotecnico. Ma non finisce qui: nel ricco programma di Winter Wonderland troveranno spazio anche spettacoli di burattini e di magia, concerti, feste a sorpresa, il circo, i personaggi dei cartoni animati, senza contare le animazioni quotidiane all’insegna della baby dance e del face painting.
Nell’area ristorazione il pubblico potrà scegliere tra un’ampia gamma di stand e specialità, comprese le bancarelle con i dolci tipici di Natale. “Winter Wonderland – Natale in Giostra” sarà aperto tutti i giorni festivi e prefestivi dalle 11 alle 24; dalle 15 alle 22 nei giorni feriali; a Natale dalle 15 alle 24 e a Capodanno dalle 11 alle 3. Il biglietto giornaliero intero costa 4 euro, mentre quello ridotto consente di entrare in Fiera a soli 3 euro e dà diritto a un buono di 2 euro da spendere nelle varie attrazioni presenti.

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Troppe auto in sosta nella ztl? Colpa di Musa [audiointervista al sindaco]

La zona a traffico limitato sembra negli ultimi tempi sempre più permeabile a veicoli d’ogni tipo: quelli dei residenti, quelli degli artigiani e dei manutentori, quelli dei commercianti e di coloro che svolgono attività nelle aree precluse al transito, quelli dei disabili, quelli di addetti al carico-scarico merce… Insomma, ognuno con la propria giustificazione transita indisturbato nelle arterie del centro storico, persino quando c’è mercato. Non solo, ma nella zona monumentale sono troppe pure le auto in sosta in piazza Savonarola, dove i taxisti sono tornati a stallo in doppia fila, dopo che anni fa l’Amministrazione ne aveva contingentato la presenza, inoltre, specie nelle ore serali, in corso Martiri quando ci sono spettacoli al teatro e in via Cairoli.
Abbiamo approfittato della tradizionale conferenza stampa di fine anno per porgere al sindaco, al termine dell’incontro con i giornalisti, un interrogativo circa le sue intenzioni in merito. Tiziano Tagliani ha riconosciuto che c’è un problema legato alla sosta, affermando che, paradossalmente è conseguenza dell’introduzione del sistema di sorveglianza automatica Musa: “Avendo posto i varchi sotto il controllo delle telecamere, abbiamo progressivamente ridotto la presenza di vigili nell’area pedonale. Questo probabilmente ha indotto qualcuno ad approfittarne per fermare l’auto di notte anche dove non è consentito”.
La risposta integrale del sindaco è nel file audio “sindaco-ztl” caricato qua sotto.

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A teatro l’abominio del fascismo e il tragico silenzio degli indifferenti

Le parole dei conniventi, il silenzio degli indifferenti. Per entrambe il medesimo biasimo e un’uguale condanna. Fabrizio Gifuni ha portato sul palco le nefandezze del fascismo e la sua deriva razzista. L’opera è scandita da cinque emblematici momenti di rappresentazione racchiusi fra prologo ed epilogo: gli anni del manganello, arte e religione, questione di razza, gli anni dell’impero, l’abominio.
A far da filo conduttore a “Gli indifferenti, parole e musiche da un ventennio”, in scena al Teatro comunale di Ferrara sino a domani (sabato 21), sono appunto testi scritti da epigoni del regime, con il contrappunto delle parole degli oppositori. L’incipit è di Raffaello Ramat, critico letterario che nell’agosto del 1943, all’indomani del Gran Consiglio del fascismo che esautorò Benito Mussolini ma prima del tragico 8 settembre, riferisce di una situazione “non so più se tragica o grottesca in cui milioni di uomini acconsentirono di obbedire ad un branco di ladri e di avventurieri sapendo che essi erano avventurieri e ladri, e non riuscivano a sperarne la liberazione se non da forze esterne a loro. Bisogna dire chiaramente che di questo avvilimento generale una classe sopra a tutte è responsabile: quella degli scrittori. Invito i giovani a rileggere i giornali degli anni scorsi e a fare raccolta di pagine di viltà: ma non per riderci, si per piangerci sopra”.
Il servilismo richiamato da Ramat è demolito da un incisivo epitaffio coniato da Arturo Toscanini (costretto all’esilio per avere rifiutato di eseguire uni degli inni fascisti, Giovinezza) per spiegare che “la schiena curva è conseguenza di un’anima curva”. La viltà dell’indifferenza è stigmatizzata con disprezzo da Antonio Gramsci: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti”.
Fra il prologo di Ramat e l’epilogo di Gramsci è contenuto l’atto di accusa del fascismo, basato principalmente su un collage di parole pronunciate dai suoi compiacenti servitori, complici del regime e perciò colpevoli dei suoi abomini: intellettuali, docenti universitari, musicisti, artisti, magnificamente interpretati da Gifuni che dello spettacolo è anche regista. Ed ecco idealmente sfilare in parata, evocati dalle letture dal palco e accompagnati dalla musica del pianoforte di Luisa Prayer e dalla voce del mezzosoprano Monica Bacelli, il maestro d’opera Pietro Mascagni, il pedagogista Giovanni Gentile (per il quale parole e manganello sono strumenti egualmente validi per persuadere le coscienze della bontà d’un concetto), Guido Visconti di Modrone, un giovane e sprezzante Indro Montanelli e una moltitudine d’altre tristi anime curve.

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Quando i bambini non fanno “oh”

Osteoporsi: è una condizione per cui lo scheletro, a seguito di una significativa perdita di massa ossea causata da fattori nutrizionali e/o metabolici, è più fragile e poroso e quindi più soggetto al rischio di fratture.
Calcio: è il sale minerale più rappresentato nel corpo umano, soprattutto nello scheletro. È anche un gioco fra due squadre di undici giocatori che cercano di calciare un pallone dentro la porta avversaria.
Non mi pare esistano ricerche scientifiche che finora abbiano messo in relazione l’osteoporosi, o altre malattie a carico delle ossa, con la scarsa assunzione di calcio da parte degli esseri umani… almeno di quel calcio, inteso come gioco di squadra.
Sto cominciando a credere però che un apporto quotidiano sovrabbondante di “quel” calcio possa creare, in molti soggetti, vari tipi di dipendenze e manifestazioni patologiche; ad esempio: infiammazione del linguaggio, incontinenza dei toni, ipertensione emotiva, insufficienza cronica del rispetto, pigrizia critica volgare fino ad arrivare alla frattura dei freni inibitori, all’arresto dell’oggettività e alla conseguenza dell’ultimo “stadio”: la stupidità congenita.

Devo premettere ancora una volta un mio limite: osservo le questioni di sport da un retroterra rugbistico e quelle di calcio, in particolare, da un punto di vista “Internazionale”.
I fatti a cui intendo riferirmi sono questi: la Federazione Italiana Gioco Calcio ha deciso di far chiudere le curve degli stadi i cui tifosi si siano resi responsabili di cori offensivi o razzisti ai danni dei giocatori o dei tifosi avversari.
È successo a varie squadre ed ultimamente anche alla Juventus.
La blasonata società bianconera ha pensato bene di rimediare a tale danno invitando i bambini a riempire le curve, lasciate libere dai tifosi.
I bambini, come sanno bene coloro che si occupano di pubblicità, suggeriscono tenerezza, rimandano un’idea di candore, di spontanea ingenuità, di bellobuonogiustopulito.

Ebbene la prima partita con oltre dodicimila bambini in curva nord è stata Juventus Udinese del primo dicembre 2013.
Riporto un breve articolo dal giornale del giorno dopo:
“Ammenda di 5 mila euro alla Juventus per i cori dei giovani tifosi di domenica nel corso del match contro l’Udinese. Lo ha deciso il Giudice sportivo esaminando le gare dell’ultimo turno. La società bianconera paga «per avere suoi (giovanissimi…) sostenitori rivolto ripetutamente ad un calciatore della squadra avversaria un coro ingiurioso». I bambini hanno più volte urlato «Merda!» all’indirizzo del portiere dell’Udinese Brkic.”

La cosa non sembra aver interessato molto né i giornali sportivi e nemmeno la società bianconera che ci ha riprovato domenica scorsa, 15 dicembre, insistendo sui bambini.
Riporto uno stralcio dal giornale del giorno dopo:
“I 5000 euro di multa dopo Juventus-Udinese non sono serviti: anche contro il Sassuolo non sono mancati i cori “Oh… Mer-da” dei baby-tifosi juventini all’indirizzo del portiere avversario. Al primo rilancio dal fondo di Gianluca Pegolo, dalla curva nord (quella degli adulti) si è levato il coro. Al suo secondo rilancio si sono uniti anche i bambini, dalla sud. E così si è continuato, sebbene il clima non sia stato teso, quasi ad ogni rilancio, anche dopo il gol di Tevez”.
Massimo Gramellini su La Stampa all’indomani di Juventus Udinese si chiedeva ironicamente: “Ma da chi mai avranno imparato, le creature innocenti, a irridere il rivale anziché applaudirlo calorosamente? ”
Non voglio usare il mio punto di vista “Internazionale” e credo che ciò che è successo a Torino avrebbe potuto succedere anche ad altre società (ma è ovvio che chi vuol far crescere una sana cultura sportiva, deve cominciare a coltivare bene certi Campus).
Non voglio neanche entrare nel merito delle decisioni della giustizia sportiva che sceglie di chiudere le curve degli stadi per cori offensivi o razzisti dei tifosi…. anche se mi scappa da immaginare che, se la stessa sanzione venisse applicata in Parlamento, i banchi della Lega Nord sarebbero spesso vuoti e senza dubbio quello del deputato Gianluca Buonanno sarebbe perennemente deserto.

Visto che anche lo sport è veicolo di valori mi interesserebbe conoscere, da chi si occupa di calcio, la propria opinione sulla frase del pedagogista Bruno Ciari: “È assolutamente superfluo dire che la formazione di attitudini e di valori etici non può derivare dal verbalismo predicatorio, dai racconti edificanti, dalle chiacchiere. Le attitudini, i valori etici, in quanto di natura pratica, non possono che nascere da un modo di operare e di vivere”.
Ho contribuito alla intitolazione della scuola in cui lavoro a Bruno Ciari pertanto conosco e mi riconosco nel suo pensiero.
Vorrei sapere però se, ed in che modo, le società calcistiche si pongano il problema della trasmissione di certi valori sapendo che stiamo vivendo in una società spietatamente competitiva e ciecamente egoista; come affrontano il tema del tifo (per la propria squadra e basta o anche contro l’altra?), della correttezza (solo in campo o anche fuori?), del rispetto (dei propri compagni o anche dell’avversario, dell’arbitro, degli spettatori), della competizione (il sano agonismo o le simulazioni e le furbizie?), del modello sociale che lo stereotipo del calciatore professionista rappresenta (veline, fuoristrada, creste e tatuaggi oppure serietà, impegno e solidarietà?).

Di ciò che è successo a Torino ne abbiamo parlato in classe e, dopo una lunga discussione comune, gli alunni di quarta elementare pensano che quei bambini in curva a Torino abbiano usato le “parolacce”: perché si credevano più forti se le dicevano in tanti, per infastidire il portiere avversario, perché erano “gasati” e volevano vincere, per far perdere la concentrazione al portiere, perché erano arrabbiati, per far arrabbiare gli altri, perché gli altri imbrogliavano, perché gli altri facevano i falli, perché le sentivano dai grandi, per sfogarsi, perché avevano finito la pazienza, perché erano arrabbiati per altri motivi, per fare “scena”.

I bambini poi pensano che una parolaccia sia: una brutta parola, una parola che offende, un modo volgare di parlare, un insulto, un modo per prendere in giro gli altri, un’offesa contro gli altri per qualcosa che hanno detto, fatto o che rappresentano, una protesta, una parola non piacevole, una parola per far arrabbiare, una parola che vuole ferire, una cosa brutta sugli altri per farli piangere, un pensiero che fa dispiacere.

In conclusione, a loro sarebbe piaciuto molto giocare in quello stadio ma non avrebbero affatto gradito quel coro offensivo.
Nonostante la mia età, non sono così demodè da non ricordare che il bisogno di emulare i grandi c’è sempre stato e sempre ci sarà (anche se non ricordo che quando giocavano a pallone da piccoli, per le strade o nei campetti, qualcuno di noi indossasse il sospensorio sopra alla maglia per assomigliare a Jair); quello che però è cambiato nel tempo è il contesto sociale di riferimento.
In questo contesto, io penso che certi valori, se ci si crede, occorre praticarli con pazienza, lentezza, dedizione e convinzione.

Non bisognerebbe invitare appositamente i bambini allo stadio per far sembrare pulito quell’ambiente se, in realtà, si chiede loro di esserci per nascondere lo sporco sotto al tappeto.
Non bisognerebbe farlo perché altrimenti gli si insegna l’ipocrisia.
Non bisognerebbe farlo perché poi i bambini, imparando quello che vivono, non mentono.
Solo con un ottimo impegno ed un buon investimento in istruzione ed in educazione, da parte di tutti coloro che ci credono e che si ritengono interessati, si possono cominciare a fare davvero certi tipi di pulizia.

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L’elogio all’utopia di uno scomodo comunista libertario

Andrei Platonov è stato uno dei più grandi, e misconosciuti, scrittori russi del Novecento: odiato da Stalin, venne imprigionato, ma era un comunista vero e alla cultura destrorsa dell’occidente non serviva per propagandare l’anticomunismo viscerale di tipo maccartista che dominava il mondo al di qua della cortina di ferro. Era un comunista libertario, una specie da evitare come la peste. Il suo capolavoro, “Il villaggio della nuova vita”, pur tradotto in italiano ed editato da Mondadori e, se non ricordo male, da Rizzoli, morì dimenticato sulle scansie delle librerie, sepolto sotto le macerie di una letteratura molto spesso d’accatto. Non doveva essere letto e amato dagli italiani, non si sa mai. Ma il suo fantastico racconto è sempre più inesorabilmente attuale. Narra di un uomo, il quale non accetta la fine della rivoluzione d’ottobre e parte alla ricerca di quella che chiama la sua fidanzata, Rosa Luxemburg, morta – secondo questo matto protagonista- soltanto per la propaganda capitalista. Parte in groppa al suo cavallo dal nome emblematico di Forza proletaria: non arriverà mai a trovare la Luxemburg, ma giungerà in un paese anarchico ai confini delle Russie, dove la gente, in barba alla stupida burocrazia, ogni giorno cambia posto alla propria casa ambulante: qui, in questo nuovo mondo, nuovo e libero, si fermerà. E’ chiara la matrice utopistica del romanzo, ma senza utopie l’uomo dove finirà? Ho ripensato a Platonov leggendo di quella povera donna polacca morta di freddo qui a Ferrara, sotto un ponte, anche lei era arrivata nel nostro paese, non in groppa a Forza proletaria, ma in pullman, alla ricerca di un nuovo mondo, giusto e libero, l’utopia non ha confini: l’Italia giusta e libera? Per carità. Il nostro paese è un concentrato di ingiustizie spesso imbecilli, in mano a coloro che strillano più forte, agli imbonitori da fiera: per favore, si guardino i nostri uomini politici, coloro i quali dovrebbero cambiare il Paese, non hanno programmi, nemmeno sogni, hanno molta voce, strillano come dei pazzi uno contro l’altro. E’ uno scenario grigio quello in cui viviamo. C’è qualcuno che vuole cambiare sistema, che non vuole più essere servo di interessi economici misteriosi e quasi sempre sballati, che voglia crescere delle generazioni solidali, che voglia la giustizia sociale? Utopia? Utopia, meglio che queste urla volgari che sentiamo ogni giorno. Martin Luther King aveva un sogno, i nostri linguacciuti baroni no, non corrono il rischio di essere uccisi, nemmeno – purtroppo – di andare in galera se hanno rubato.

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Sprechi, ora a Economia promettono che di notte spegneranno le luci

Dopo la segnalazione di ferraraitalia di un paio di settimane fa, c’è una buona notizia in tema di lotta agli sprechi: le luci della facoltà di Economia, ospitata a palazzo Bevilacqua Costabili di via Voltapaletto, che da anni restano accese anche di notte e nei giorni di chiusura, fra qualche giorno saranno quotidianamente spente al termine delle attività e riaccese alla ripresa.
Si tratta di un segnale incoraggiante e della conferma che, volendo, anche a partire da piccole avvertenze, c’è la possibilità di risparmiare senza necessariamente tagliare servizi e personale. A ben vedere in termini percentuali la riduzione dei costi sarà significativa: visto che tutte le luci finora restavano accese ininterrottamente negli spazi comuni, in futuro per quegli ambienti si spenderà la metà.

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L’ingresso della facoltà di Economia in via Voltapaletto

In fondo era sufficiente un po’ di perizia. Dopo una verifica condotta fra segreteria amministrativa e addetti alla portineria, infatti, è emerso che di notte anziché accendere regolarmente il sistema di luci di emergenza a ridotto consumo veniva lasciato in funzione l’impianto di illuminazione ordinario per presunte “ragioni di vigilanza”. La direzione del comparto Manutenzione dell’Università, da noi interpellato, ha quindi comunicato che darà disposizione di spegnere tutte le luci nell’orario e nei giorni di chiusura della facoltà, lasciando in futuro attive solo quelle di sicurezza. Nei prossimi giorni verificheremo se alle parole seguiranno i fatti.

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Investire nell’infanzia, un dovere e un ottimo affare

di Loredana Bondi

I servizi educativi e scolastici per i bambini in Italia sono purtroppo un nervo dolente, perché quelli che ci sono (laddove esistono) sono assolutamente insufficienti. L’Europa da tempo ci sollecita l’adempimento dell’obbligo di garantire servizi diffusi e di qualità, invece siamo all’età della pietra in molte parti d’Italia. Solo in alcune regioni ci si è avvicinati ai dati richiesti dal trattato di Lisbona che chiedeva di arrivare almeno alla copertura del 30% (rapporto fra nidi e bambini nei primi tre anni di vita) entro il 2010, ma la nostra media nazionale sta ancora largamente sotto il 10% con regioni come la nostra che superano o si attestano sulla richiesta e un Sud che spaventosamente manca di ogni servizio e mediamente arriva al 3% gestito solo dal privato. Parlare della necessità di avere servizi educativi e scolastici fino a 6 anni è sempre attuale, se si pensa che lo Stato dovrebbe direttamente provvedere in fatto di scuola d’infanzia, perché così sta scritto negli ordinamenti scolastici nazionali della formazione. Perché parlarne e parlarne sempre? Perché l’educazione delle nuove generazioni (e non si tratta solo di cura) permette di investire in termini di crescita relazionale e razionale.
James Heckman, premio Nobel 2000 per l’economia, in uno studio recente ci dimostra che l’analisi dei costi e dei benefici dell’investimento in capitale umano in diverse fasce d’età mostra come l’investimento nei primi anni di vita abbia rendimenti più elevati rispetto a investimenti fatti più tardi, perché le capacità individuali sono più malleabili. Ormai tanti, troppi studi lo dimostrano. A parte questo, il vero dramma cui assistiamo in questo periodo di crisi tremenda da tutti i punti di vista è quello che non c’è un progetto scolastico educativo serio per il Paese, prova ne sia la mancanza assoluta di finanziamenti nell’ambito della legge finanziaria.

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L’anomalia di uno Stato che lascia solo chi lo onora

Nino Di Matteo è il pm di Palermo che Totò Riina vuole morto. Di Matteo è stato pm in molti processi in cui Riina era imputato: per le stragi di Capaci e di via D’Amelio; per gli assassinii dei giudici Chinnici e Saetta. Ma fin qui tutto torna: la mafia condanna a morte i suoi nemici. Ciò che, invece, fa problema sono le amare dichiarazioni di questo magistrato coraggioso e competente. “Per fortuna prevale la passione, che ha ancora la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. Fare il magistrato secondo la Costituzione ‘non paga’. Né in termini di serenità personale, né di apprezzamento da parte delle Istituzioni e degli uomini che le rappresentano. Ho la netta consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi sui rapporti fra mafia e Istituzioni, senti – per usare un eufemismo – di non essere capito da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della Magistratura. Troppi pensano che le nostre indagini siano tempo perso, risorse sottratte alla ‘vera lotta alla mafia’, che consisterebbe soltanto nell’arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve recidere i suoi legami con Istituzioni, politica, banche, finanza, forze dell’ordine, apparati dello Stato. Ti senti additato al pubblico ludibrio come un ‘acchiappanuvole’, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le Istituzioni per scalfirne il prestigio… Ma non importa, andiamo avanti”.
“Le parole sono pietre” recita il titolo di un bel libro di Carlo Levi: e queste sono dei macigni! Fino a quando un servitore dello Stato democratico e costituzionale descrive il proprio ‘vissuto’ come espressione di una condizione di solitudine rispetto alle Istituzioni e alla politica che dovrebbero sostenerlo e valorizzarlo, non saremo mai un ‘Paese normale’… Lo Stato e la politica devono essere presenti ogni giorno a fianco di chi difende la legalità e la Costituzione, e non solo ‘post-mortem’ ai funerali… di Stato!